<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Nazione Indiana &#187; mafie</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/tag/mafie/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione beta 3.0</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Feb 2012 10:08:44 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Milano brucia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 09:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[estorsioni]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=40460</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280.jpg"></a></p>
<p>Un santo, doveva essere un santo, forse un barbone o al massimo davvero un angelo poteva essere l’uomo che stava sul tetto della palestra, del centro sportivo mentre bruciava tutto il piano sotto di lui, devono avergli cominciato a scottare anche le piante dei piedi a un certo punto dato che poi si è visto che era scalzo, ma non ha smesso un secondo di gridare da là sopra, mentre tutto era avvolto dalle fiamme “Siete pazzi!&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/">Milano brucia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280-300x200.jpg" alt="" title="thumbfalse1285572527997_475_280" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-40463" /></a></p>
<p>Un santo, doveva essere un santo, forse un barbone o al massimo davvero un angelo poteva essere l’uomo che stava sul tetto della palestra, del centro sportivo mentre bruciava tutto il piano sotto di lui, devono avergli cominciato a scottare anche le piante dei piedi a un certo punto dato che poi si è visto che era scalzo, ma non ha smesso un secondo di gridare da là sopra, mentre tutto era avvolto dalle fiamme “Siete pazzi! Siete tutti pazzi, figli di Dio!”, neanche mentre veniva braccato alle spalle da due poliziotti, tirato verso il pavimento, che poi era la copertura di tutta la struttura, “Siete pazzi! Siete i pazzi figli di Dio!”, braccato come un angelo un attimo prima dello spicco del volo, mentre della palestra rimanevano esposti soltanto i pilastri d’acciaio, lo scheletro artritico, e il fumo nero avvolgeva tutto e saliva denso verso il cielo.<span id="more-40460"></span></p>
<p>Conosco il fuoco da quando ho quattro anni. Dapprima l’ho guardato al riparo, dietro la finestra nel salotto della casa in cui sono nato, periferia nord, tra Niguarda e Bruzzano. Ricordo bene lo scoppio, il rumore dei frantumi di vetro sul marciapiede – la vetrina che collassava; l’avevo capito subito che era una vetrina che colava a terra, poteva sembrare il rumore rassicurante della saracinesca di un negozio che si abbassa, allora vuol dire che sono le sette e mezzo, una giornata era finita e arrivavano i cartoni animati delle otto insieme a mio padre dal lavoro, ma non era esattamente quel rumore e poi era domenica, innanzitutto troppo lungo, quelle frazioni di secondo in più in verità fanno tutto, ti aprono al fatto che deve essere qualcos’altro, il rumore come di mille sassi che insieme piovono sul selciato. Mi sono staccato dalla tv, ho appiccicato il naso al vetro freddo della sala, arrampicato sullo schienale del divano: guardavo giù.</p>
<p>Il fuoco si prendeva la scrivania di legno, si mangiava la plastica del telefono; alcune lingue più lunghe sporgevano verso l’alto dalla vetrina frantumata accarezzando l’insegna di plastica bianca e annerendola, lì di fronte a me, dall’altra parte della strada. Quella era la lucentezza plastica dell’arroganza. Un negozio non va a fuoco da solo, quello lo capisce anche un bambino di quattro anni, qualcuno doveva aver deciso di farlo incenerire: la prepotenza, la violenza delle fiamme che si mangiavano tutto. Quando i vigili del fuoco hanno finito e hanno mosso l’autoclave dal centro della strada io ho preso il mio pesciolino rosso dalla boccia di vetro in cui gli versavo il mangime e l’ho bruciato, prima sul fornello acceso al massimo, tenendolo dalla coda finché non ha smesso di agitarsi, poi in un piatto, sul tavolo della cucina, con un accendino Bic blu.</p>
<p>È molta la differenza, del resto, tra una vetrina che scoppia per il calore delle fiamme che divampano all’interno di un negozio e piano piano lo divorano dallo stomaco, indisturbate innocenti e arrogantissime, e l’ineluttabile naturalezza con cui si è più gentilmente estromessi dalle lobby dalle amicizie dalle appartenenze dai lavori per il fatto di non essere un natobene un leccaculo un introdotto? Non è forse la stessa identica coincidente logica dell’amicizia? Non c’è forse a ben guardare un nesso tra le due cose, tra i due incendi, quello pubblico e quello tutto privato che si consuma invisibile al riparo di un appartamento, di un letto? Non scaturiscono forse i due incendi dallo stesso germe pestifero e omeopatico che cura l’uguale con l’uguale, l’amicizia con il vantaggio reciproco?<br />
Signori, fatevene carico: quelle fiamme siete voi, quelle fiamme sono anche io.</p>
<p>L’altro giorno hanno bruciato il centro sportivo comunale di via Iseo, a Milano, Affori. “Dov’eri, tu?” Dov’ero, io? Sembra che chi è stato mi abiti a due passi, abbia sempre vissuto nella parallela da casa mia. Io li conosco benissimo, da quando sono nato. Sono gli stessi che da trent’anni fanno il prezzo della cocaina e stabiliscono seduti a un tavolo all’inizio dell’anno quanta se ne troverà nelle piazze del nord di Milano, broker degli stupefacenti. Gli stessi che da dieci anni gestiscono la più grande società di movimentazione delle merci della Lombardia. Gli stessi che posseggono la metà delle discoteche della città, quelli che hanno il monopolio del servizio di buttafuori nei locali, quelli che passano tutti i mesi a chiedere soldi ai baracchini che vendono i panini e le bibite di notte, ai quattro angoli di Milano. Gli stessi che hanno fatto eleggere un paio di consiglieri comunali e hanno creato la quarta corsia sulla Milano-Venezia, quegli stessi che seppellivano le scorie tossiche in un buco grosso come dieci campi da calcio dietro l’Esselunga di Pioltello.<br />
Erano stati allontanati da quel centro sportivo non più di qualche mese fa perché appartenenti alla ’ndrangheta. E così l’hanno incendiato, distrutto. Se non è nostro non lo usa più nessuno.<br />
Negli ultimi giorni sono andati in fiamme il Sugar Lounge di via Alserio, zona Isola, il Cappados di viale Monza, il Fox River, l’ex Transilvania e un altro locale in viale Abruzzi. Centotrenta incendi dolosi soltanto a Milano, centotrenta. Più settanta attentati con armi ed esplosivi ai danni di esercizi commerciali vari, e questo è il conto ufficiale, gli attentati riconosciuti, classificati, accertati come di matrice mafiosa.</p>
<p>Così l’uomo sul tetto braccato dai poliziotti e gridante, come Darete il sacerdote di Efesto che è costretto ad abbandonare Troia in fiamme nella piena consapevolezza della situazione, della disfatta – lui lo sa che Troia è ormai perduta per sempre – così quell’angelo scalzo continua a sgolarsi nella sua liturgia sulla pazzia, forse ha tenuto il conto del numero delle fiamme, forse è un contabile d’incendi dolosi rifletto, e io ci penso, forse ha ragione, forse è vero che non siamo sognatori, che siamo il risveglio da un sogno che si sta trasformando in incubo, e precisamente quello delle fiamme che tutto avvolgono, che mi vengono a prendere anche di notte mentre dormo che mi scalzano dal letto che cominciano a lambirmi i piedi poi si mangiano la prima gamba dei pantaloni del pigiama poi l’altra e infine la maglietta e poi mi infiammano i capelli il canale auricolare il cervelletto, il fuoco arriva e mi mangia tutto, mi avvampa ormai si è preso la mia ragione da tempo, la capacità che avevo di mettere due pensieri in fila di guardare le cose in maniera critica, di ragionare insomma, un’intelligenza viva, sognante, sana, salvifica, che corrode il reale, che diceva cose sensate anche.<br />
E i due poliziotti lo portano giù, dopo qualche minuto compaiono tutti e tre, l’uomo prodigio in mezzo, il santo al centro, ed è scalzo, davvero non aveva le scarpe, e intanto alle loro spalle la città brucia nell’indifferenza di tutti, non fosse che per questo angelo caduto senza clac, senza platea, che però a un certo punto comincia a strattonare prima a destra poi a sinistra i suoi due custodi in divisa blu ottenendo che si fermino, e comincia a dire, rivolto a quello scarno pubblico, io e altri venti trenta astanti sfigati raccolti sul cavalcavia di viale Enrico Fermi a bloccare il traffico, davanti alle fiamme Darete dice: «Lo sapete che mentre io sono qui che cago» proprio così dice, come se fosse stato lì a cagare «e lo sfintere mi si allarga e mi addolcisce i pensieri perché li solletica, questo nostro adolescente Paese viziato ormai è troppo vecchio anche solo per guardarsi con coscienza nelle mutande e riconoscere il danno, l’essersela fatta addosso. Lo sapete, eh?» e il tono e il viso sono ispirati come quelli di un attore protagonista.<br />
La gente là davanti e anche uno dei due poliziotti abbozza un sorriso, forse vorremmo ridere, forse no.</p>
<p>L’uomo mi passa di fianco scortato, con una mano quasi saluta la folla accarezzandola idealmente nel gesto papale, adesso sono io che penso all’eloquenza del fuoco alla sua forza che sta tutta nel fatto che è lì per tutti, e non può non venirmi in mente il salto di qualità, il cambiamento di strategia. Questi incendi sono qui per essere visti, penso mentre il santo mi passa di fianco e poi guarda il cielo, questo è un segnale bello e buono non è più la minaccia, il raccoglimento del pizzo in silenzio dalle casse di ogni commerciante che non batte un tot di scontrini per tirare fuori il dovuto e tace perché sa il suo e ha paura, questo è un atto pubblico una sfida aperta il guanto lanciato.<br />
Mi sale alla mente allora il consigliere comunale Domenico Anselmo che ha preso a dormire stabilmente nella sua panetteria, la notte, dopo che gli è stata bruciata per non avere concesso la licenza per una sala giochi, dorme all’interno del suo negozio nel profumo del pane fresco perché ha paura di altri atti ritorsivi, ha paura che lo brucino di nuovo oppure rompano le vetrine o le facciano saltare, allora prende sonno o ci prova lì dentro, steso per terra su un materasso alla buona perché crede che fino a lì non possano arrivare – far saltare il locale con lui dentro – dopo che hanno incendiato anche il chiosco di alimentari di un altro consigliere comunale, Francesco Cuvello, per la stessa ragione., la sala giochi.<br />
Mi giro e vedo il volto deformato o così mi sembra di una signora sui cinquanta che come me divide l’attenzione tra il santo e le fiamme, che ancora continuano ad ardere la palestra, hanno attaccato le gomme dei macchinari, il puzzo si fa più intenso. La guardo, lei se ne deve accorgere perché mi concede un sorriso, lo allunga quasi, lo tira, poi senza preavviso il suo volto ossequioso è d’un tratto orribile, il viso comincia a deformarsi, i lineamenti a contorcersi, dalle orbite degli occhi e le narici le fuoriescono larve, migliaia di larve, di acari e di batteri che prendono a impossessarsi dei suoi lineamenti, la sfondano, la divorano. Mi sembra che stia per avvicinarsi, io cerco di scantonare ma sbatto contro la spalla del vecchietto che mi sta di fianco a testa in su, ma lei invece si allontana, mi tiene per la verità a distanza, fa il contrario di ciò che credevo.<br />
Poi il suo viso torna normale, come se nulla fosse stato, ritorna la signora con la gonna nera e il maglioncino che c’era prima. Questa volta mi si avvicina per davvero e sottovoce mi dice: «Milano brucia».<br />
Io rispondo «Eh…».<br />
Senza guardarmi, continuando a fissare le spalle del santo scalzo che viene trascinato via dai due poliziotti, continua: «Hai paura?».<br />
Io giro di poco la testa, la sua guancia è normale, anche l’espressione degli occhi – luminosi, esaltati dal fuoco ma normali: «Di che?» rispondo.<br />
«Non li vedi?» mi fa.<br />
«Vedi chi?» faccio io.<br />
«Non li vedi quando presenti <em>Alveare</em> a Milano e dintorni? Non ci fai caso che ce n’è sempre uno che ti viene ad ascoltare, di solito si mette dietro, un cappellino in testa o una grande sciarpa a coprirgli un po’ la faccia, e quasi di sicuro registra le tue parole?»<br />
A quel punto mi giro completamente verso di lei, lei capisce che le sto chiedendo senza neanche volerlo come fa a sapere quelle cose.<br />
«E non ti fa paura questo?» continua. «Sai cosa vuol dire quando i padroni arrivano a bruciare una città? Lo sai, vero, che il sindaco Pisapia ha dovuto fare quella dichiarazione appena insediato che un commerciante su cinque a Milano paga il pizzo, quando in verità è uno su due? Non ti fa paura che Milano brucia e nessuno fa niente?»</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/">Milano brucia</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/07/16/colui-che-ha-raccontato-a-dio-che-non-e-dio/' rel='bookmark' title='Colui che ha raccontato a Dio che non è Dio'>Colui che ha raccontato a Dio che non è Dio</a> <small>di Giuseppe Catozzella Tutto, come spesso succede per queste cose,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/04/12/immagina-un-alveare/' rel='bookmark' title='Immagina un alveare'>Immagina un alveare</a> <small> [Giuseppe Catozzella, che è un amico di Nazione Indiana,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/07/06/manuale-di-infiltrazione-nei-lavori-per-expo-e-di-connivenza-alla-milanese/' rel='bookmark' title='Manuale di infiltrazione nei lavori per Expo e di connivenza alla milanese'>Manuale di infiltrazione nei lavori per Expo e di connivenza alla milanese</a> <small> di Giuseppe Catozzella&hellip; Procediamo con ordine.  Le ultime tre...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/toccare-il-fondo/' rel='bookmark' title='Toccare il fondo'>Toccare il fondo</a> <small> Ritorno nella Calabria profondissima, ossia la Locride di Giuseppe...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/' rel='bookmark' title='Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma'>Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</a> <small> di Helena Janeczek Leggo che il bambino- anzi: il...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il male maggiore, Saviano e i letterati</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/il-male-maggiore-saviano-e-i-letterati/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/il-male-maggiore-saviano-e-i-letterati/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 05:18:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[anomalia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
		<category><![CDATA[numero 4]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo Di Girolamo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=37478</guid>
		<description><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vi è un grande compiacimento quando due o più italiani, siano essi di destra o di sinistra, si trovano a parlare del proprio paese. “È tutto una merda” è divenuta una formula senza colore e altrettanto proverbiale di “governo ladro”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/il-male-maggiore-saviano-e-i-letterati/">Il male maggiore, Saviano e i letterati</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vi è un grande compiacimento quando due o più italiani, siano essi di destra o di sinistra, si trovano a parlare del proprio paese. “È tutto una merda” è divenuta una formula senza colore e altrettanto proverbiale di “governo ladro”. Da sinistra viene detta in modo apocalittico, da destra in modo cinico.</p>
<p>La catena del vizio, naturalmente, non compie salti: essa lega in una stessa vischiosa fratellanza chi ha eluso qualche fattura sino al rapinatore in armi, passando per corruttori e frodatori dal colletto bianco. Questo atteggiamento fornisce una straordinaria narrazione corale, compiutamente sottratta alla logica del divenire storico e immersa in un’eterna commedia delle basse passioni. In tale contesto ogni forma di analisi critica, che si voglia porre come preludio a un possibile cambiamento, giunge sempre tardi. Tutto è già stato, da tempo immemore, denunciato e denigrato; tutti i mali sono <em>risaputi</em>. Accade, poi, che certi mali siano talmente risaputi, da scivolare in una zona inerte della coscienza nazionale, dove galleggiano in una sorta di foschia definitiva, né compiutamente rimossi né inclusi una volta per tutte nella zona vigile.<span id="more-37478"></span></p>
<p>Ora, se c’è una cosa che distingue le piaghe dell’Italia da quelle di altri paesi europei, nonostante il comune male degli attacchi allo stato sociale e della recrudescenza xenofoba e razzista, è senza dubbio la sua disponibilità ad ospitare sul proprio territorio quattro delle maggiori organizzazioni criminali di tipo mafioso del pianeta: cosa nostra, camorra, ’ndrangheta e sacra corona. Vale la pena di ricordare che, in fatto di crimine, non tutto il mondo è paese. Scrive Ugo Di Girolamo, in uno studio del 2009 sull’argomento: “Ciò che sappiamo è che il crimine organizzato è presente in tutte le moderne società industrializzate e non, ma il crimine mafioso, quello che si intreccia simbioticamente con i poteri pubblici, no! Nell’Europa occidentale è presente solo in Italia” <strong>(1)</strong>. Distinzione cruciale, in quanto rende conto della difficoltà di combattere un fenomeno che, nonostante una ricorrente percezione, non si caratterizza né in termini di antagonismo allo Stato (l’antistato) né in termini di sostituto perverso di esso. La condizione perché si dia un’organizzazione di tipo mafioso è una stabile simbiosi tra due soggetti distinti, criminali e uomini dello stato (politici e amministratori pubblici). La mafia prospera non <em>contro </em>o <em>al posto </em>dello Stato, ma <em>grazie</em> ad esso.</p>
<p>In un saggio sulla geopolitica del crimine organizzato<strong> (2)</strong>, il criminologo Jean-François Gayraud include le nostre mafie nel G. 9 delle mafie transnazionali, considerate nel rapporto annuale dell’ONU per il 2007, intitolato <em>State of the future</em>, come uno dei maggiori problemi del decennio a venire, assieme al riscaldamento climatico, al terrorismo, alla corruzione e alla disoccupazione. Di queste minacce globali, però, solo quella costituita dalle mafie continua a godere di una generale sottovalutazione, di una <em>distrazione</em> mediatica e politica che è, da sempre, il suo maggiore alleato.</p>
<p>Più di un secolo e mezzo di mafie in Italia dovrebbero, almeno su questo punto, averci immunizzato. Abbiamo compiuto il fondamentale passo verso la guarigione, ossia le mafie sono entrate definitivamente nella coscienza vigile del paese, palesandosi come il più endemico, peculiare e grave dei nostri mali nazionali? Di mafie ne stiamo finalmente parlando <em>troppo</em>? Sono diventate un argomento abusato, che ossessiona giornalmente gli editoriali dei nostri opinionisti? I talk-show sono stati invasi da esperti e studiosi, da magistrati e criminologi, che ogni giorno ridisegnano le geografie del crimine, tracciano le parabole dell’infiltrazione, fanno l’inventario delle connivenze istituzionali? I politici speculano sul cavallo di battaglia dell’antimafia, ingaggiando lo stato sul versante oltre che giudiziario e repressivo anche culturale, sostenendo ovunque associazioni e singoli, artisti e persone comuni, che si battono contro la mafia? La mafia è stata dunque – lei che teme lo spettacolo più di ogni altra cosa – posta sotto i riflettori in modo sistematico? Vi è, insomma, un fenomeno di ridondanza, che segna la fuoriuscita irreversibile dal cono d’ombra dell’elusione?</p>
<p>Se qualcosa di simile è accaduto, o sta accadendo nel nostro paese, allora la vicenda di Roberto Saviano è, attualmente, la più significativa. Molti sono gli studiosi della criminalità mafiosa, molti sono gli artisti, gli scrittori, i giornalisti, anche giovani, che si occupano con coraggio e intelligenza di criminalità mafiosa. Alcuni di essi, come Saviano, vivono sotto scorta. Ma una cosa è certa: Saviano ha realizzato un exploit senza precedenti. Ha destato un’attenzione nei confronti del crimine mafioso pari al livello di importanza e pericolosità che esso costituisce per il nostro e per gli altri paesi. E lo ha fatto grazie al successo realizzato dal suo libro e al ruolo che ha assunto, a livello internazionale, di giornalista e scrittore in grado di utilizzare efficacemente i vari media di massa (cinema, radio, tv, teatro). Saviano ha saputo parlare del fenomeno della criminalità mafiosa al di fuori dei contesti discorsivi che ne riducevano e limitavano inevitabilmente la percezione da parte dell’opinione pubblica, ossia al di fuori della cronaca locale, del dibattito politico regionale, dello studio specialistico, dell’opera letteraria. Forse esistono scrittori meno noti con più talento, ma sarebbe riduttivo ricondurre l’impatto di Saviano a meccanismi mediatici pensati a prescindere dalla specifica efficacia di denuncia e divulgazione delle sue parole.</p>
<p>Eppure proprio il caso di Saviano ha finito per costituire un rilevatore prezioso del diverso grado di consapevolezza che il paese ha del suo male maggiore. Mi limito qui a considerare le reazioni di due gruppi sociali ben distinti, quello dei politici e quello dei letterati. La classe politica di governo, attraverso il suo maggiore rappresentante, ossia il presidente del Consiglio, si è espressa in modo inequivocabile sulla popolarità della campagna antimafia di Saviano. Nel corso di una conferenza stampa il 16 aprile 2010, Berlusconi accusò fiction televisive come la <em>Piovra</em> e autori come Saviano di enfatizzare il fenomeno mafioso in Italia agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Non potendo più essere nella negazione pura e semplice (“la mafia non esiste”), il potere politico assume quelle che Di Girolamo chiama <em>responsabilità omissive</em>: “quando si sottovaluta il fenomeno mafioso ritenendolo un problema marginale della politica nazionale, di natura solo criminale e relativo ad alcune aree meridionali”. Naturalmente queste responsabilità non sono prerogativa dei soli politici del centrodestra, ma emergono ovunque l’insistenza della denuncia è screditata come eccessiva, e si richiede che venga <em>ridimensionata</em>, magari in nome dell’orgoglio napoletano o campano…</p>
<p>L’altro caso significativo è costituito dalla reazione dei <em>letterati</em><strong> (3)</strong>. Che in un paese di lettori riluttanti come il nostro, esistano ancora dei letterati, è in un certo senso merito di Saviano avercelo ricordato. <em>Gomorra</em> e il lavoro giornalistico successivo restituiscono centralità, nel dibattito pubblico, al fatto che milioni di cittadini italiani non siano ancora passati, nel XXI secolo, dall’arcaico “Stato dei favori” al moderno “Stato di diritto”. Questa circostanza, agli occhi dei letterati, è del tutto secondaria, in quanto i problemi importanti sono tutti e sempre di ordine esclusivamente letterario. Un letterato, d’altra parte, si distingue da uno scrittore proprio perché dimostra che il “mondo può attendere”, e che prima di tutto vengono le questioni del bello scrivere e del buon intreccio. Non si vuole qui riesumare l’opposizione solita tra “impegno” e “disimpegno”, ma riconoscere quanto sosteneva Fortini: “Non c’è lettura-scrittura, per degradata che sia, che non contenga, foss’anche in minima parte, un appello alla libertà-azione”. Se Saviano ha fatto di questo appello il motore della propria scrittura, ciò non toglie che anche l’opera letteraria meno immediata e accessibile custodisca in sé il medesimo sogno d’emancipazione e giustizia. Soltanto i letterati se ne dimenticano, vedendo come una minaccia il rapporto troppo stretto tra la scrittura e il mondo.</p>
<p>In un’epoca dove tanto si lamenta la marginalità della parola letteraria, Saviano, con i suoi libri e i suoi interventi, ha smosso montagne, strappando la mafia dalla zona anestetizzante del risaputo. I letterati, dal canto loro, si sono soprattutto dati da fare perché venga contrastata la comune opinione che <em>Gomorra </em>sia un’opera letteraria importante. Questo costituisce, per loro, il male maggiore della cultura italiana .</p>
<p>°</p>
<hr size="1" />1) Ugo Di Girolamo, <em>Mafie, politica, pubblica amministrazione. È possibile sradicare il fenomeno mafioso dall’Italia?</em>, Guida, 2009, p. 28.</p>
<p>2) Jean-François Gayraud, <em>Le Monde des mafias</em>, Odile Jacob, 2005 e 2008.</p>
<p>3) Una vecchia definizione ancora buona la si può trovare in Parise “Uno scrittore, un poeta, un artista, dando per scontato sia una persona colta (…) può essere o no un letterato. Se non lo è i suoi strumenti di conoscenza, di espressione, d’arte insomma, sono diretti, salgono direttamente dalla vita e quasi dalla vita del corpo (…). Se uno scrittore è un letterato, tutto, cose viste, esperienze dirette, vita insomma (…) passa attraverso il filtro della letteratura (…)”, in Goffredo Parise, <em>Opere</em>, vol. II, Mondadori, Milano 1989 e 2005, pp. 1434-1435. Quanto a Saviano, valgano le parole di Walter Siti: “Saviano non è un letterato, è un intellettuale: dalla propria esperienza di scrittura trae, e vuole trarre, indicazioni teoriche”, “Saviano e il potere della parola” in Roberto Saviano, <em>La parola contro la camorra</em>, Einaudi, Milano 2010, p. VII.</p>
<p><em>[Questo articolo è uscito sul numero di 4 (novembre) di "alfabeta2"]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/il-male-maggiore-saviano-e-i-letterati/">Il male maggiore, Saviano e i letterati</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/09/19/di-certe-narrazioni-della-sinistra-euforiche-o-saturnine/' rel='bookmark' title='Di certe narrazioni della sinistra (euforiche o saturnine)'>Di certe narrazioni della sinistra (euforiche o saturnine)</a> <small>&nbsp; di Andrea Inglese Inutile trattarle con ironia o condiscendenza,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/12/07/il-popolo-della-gru-cronaca-di-un%e2%80%99azione-politica/' rel='bookmark' title='Il popolo della gru. Cronaca di un’azione politica.'>Il popolo della gru. Cronaca di un’azione politica.</a> <small>Gherardo Bortolotti, Andrea Inglese e Maria Luisa Venuta [Una prima...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/21/il-paese-abbagliato-senza-politica-in-margine-alle-questioni-saviano-mondadori-legge-levi-etc-etc/' rel='bookmark' title='Il paese abbagliato senza Politica &#8211; in margine alle questioni Saviano, Mondadori, legge Levi etc. etc.'>Il paese abbagliato senza Politica &#8211; in margine alle questioni Saviano, Mondadori, legge Levi etc. etc.</a> <small>di Marco Rovelli Vi è un minimo comun denominatore nelle...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/07/20/voci-sulla-scomparsa-dell%e2%80%99intellettuale/' rel='bookmark' title='Voci sulla scomparsa dell’intellettuale'>Voci sulla scomparsa dell’intellettuale</a> <small> di Andrea Inglese Fra intrattenimento e acculturazione Non si...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/05/24/non-avrei-mai-scritto-gomorra/' rel='bookmark' title='Non avrei mai scritto Gomorra'>Non avrei mai scritto Gomorra</a> <small>di Roberto Saviano Mi ha generato un senso di smarrimento e...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/il-male-maggiore-saviano-e-i-letterati/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>91</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Colui che ha raccontato a Dio che non è Dio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/07/16/colui-che-ha-raccontato-a-dio-che-non-e-dio/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/07/16/colui-che-ha-raccontato-a-dio-che-non-e-dio/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 19:15:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[ilda bocassini]]></category>
		<category><![CDATA[lombardia]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=36111</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p></p>
<p>Tutto, come spesso succede per queste cose, è nato da quattro colpi sparati in faccia. Sparati a trenta centimetri dentro un bar di San Vittore Olona, provincia di Milano, nell’arroventato pomeriggio del 14 luglio del 2008. A rimanere a terra senza più la faccia è Carmelo Novella, detto Nunzio, 58 anni, boss di ‘ndrangheta di primordine, a capo della Locale di Milano, la divisione con cui la Provincia, il Crimine, la Casa Madre calabra separa i territori.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/16/colui-che-ha-raccontato-a-dio-che-non-e-dio/">Colui che ha raccontato a Dio che non è Dio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/23nkcHxLKqU&amp;hl=en_US&amp;fs=1?rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/23nkcHxLKqU&amp;hl=en_US&amp;fs=1?rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></p>
<p>Tutto, come spesso succede per queste cose, è nato da quattro colpi sparati in faccia. Sparati a trenta centimetri dentro un bar di San Vittore Olona, provincia di Milano, nell’arroventato pomeriggio del 14 luglio del 2008. A rimanere a terra senza più la faccia è Carmelo Novella, detto Nunzio, 58 anni, boss di ‘ndrangheta di primordine, a capo della Locale di Milano, la divisione con cui la Provincia, il Crimine, la Casa Madre calabra separa i territori.<span id="more-36111"></span></p>
<p>Ogni Locale può includere più ‘ndrine, più famiglie, ed è costituita da almeno 49 affiliati. Nunzio Novella si era messo in testa di separare La Lombardia, il mandamento del Nord Italia, dalla Casa Madre, dopo aver ammazzato Cosimo Barranca, ex reggente della Lombardia, e aver cancellato tutte le sue “doti”, tutti i gradi da lui affidati ai suoi uomini di fiducia. Era uno scissionista, e per questo è stato punito. Che la sua fine si stava avvicinando lo ha capito da un gesto inequivocabile, per chiunque abbia origini nel sud d’Italia: non gli era arrivato l’invito al matrimonio della figlia di Rocco Aquino, boss della jonica. “Qui stanno impostando un discorso. Rocco Aquino non mi mandò l’invito, a Cosimo e a ‘u Panetta sì. Non sappiamo che c’è sotto, che cazzo stanno preparando.” E un’altra è l’intercettazione che Nunzio non conosce ma che noi conosciamo, e che ha decretato la sua fine: “Quello è venuto qua sotto (in Calabria) e ha raccontato a Dio che non è Dio, ma lui è finito ormai. La Provincia lo ha licenziato.” Licenziato. Finito. Bum.</p>
<p>Dopo di lui il Crimine affida temporaneamente lo scettro della Lombardia all’avvocato Pino Neri, fino al 31 ottobre del 2009 quando 23 capi-Locale si incontrano nel centro anziani di Paderno Dugnano dedicato a Falcone e Borsellino. Quella sera, nel corso della tradizionale <em>mangiata</em> a base di capretto viene nominato a capo della Lombardia Pasquale Zappia. A Milano, solo negli ultimi due anni, sono stati documentate più di 40 mangiate. Più di 40 summit di ‘ndrangheta, avvenuti tra i 500 affiliati lombardi.</p>
<p>Sono quei quattro colpi in faccia che fanno partire l’operazione “Crimine”, 305 arrestati, la più grande operazione sulla ‘ndrangheta in Lombardia di tutti i tempi, che svela per la prima volta che cosa è la ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale più potente al mondo. Lo dice anche il procuratore generale di Milano, Manlio Minale: “Questa operazione ha lo stesso valore per lo smascheramento della ‘ndrangheta delle dichiarazioni del super pentito Buscetta a Giovanni Falcone per cosa nostra.”</p>
<p>“Tutto il mondo è diviso in Calabria e ciò che lo diventerà”, dicono i carabinieri di Monza. E infatti di nuovo, dopo l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa in occasione degli arresti delle scorse settimane ai danni del clan dei Valle, il gip Giuseppe Gennari ne firma una seconda, ancora più esemplare per comprendere i meccanismi da manuale con cui la ‘ndrangheta è entrata dentro le maglie della imprenditoria e degli appoggi politici importanti in Lombardia.</p>
<p>Questa ordinanza, infatti, firmata su richiesta congiunta del procuratore aggiunto di Milano Ilda Bocassini e del procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, che ha visto coinvolti più di tremila tra poliziotti e carabinieri, è esemplare per almeno quattro ragioni.</p>
<p>La prima è la natura della struttura della mafia più potente del mondo. È a forma di piramide, come tutte le Corporation, come tutte le holding che reggono il capitalismo occidentale. C’è un vertice, il Crimine, chiamato anche Provincia. Dal crimine dipendono tutte le decisioni, qualunque decisione importante anche le Colonie. Il Crimine ha potere di vita e di morte. Sotto il Crimine c’è un Contabile, un Mastro generale, un Capo Società e un Mastro di giornata. L’unità minima è la ‘ndrina, che può essere costituita da una sola famiglia o da due legate da un matrimonio. Più ‘ndrine formano una Locale, che per essere costituita deve avere almeno 49 affiliati. A capo di ogni Locale c’è la Copiata, una triade costituita dal Capolocale, dal contabile e dal crimine, colui che sovraintende alle attività illecite.</p>
<p>Sono state documentate 15 Locali tra Milano, Varese e Como, ma Ilda Bocassini dice che “di certo sono molte di più”: Bresso, Cormano, Desio, Seregno, Calbiate, Pioltello, Corsico, Rho, Bollate, Nerviano, Limbiate, Solaro, Mariano Comense, Canzo, Erba.</p>
<p>La seconda ragione è la descrizione della metodologia con cui la ‘ndrangheta si impossessa di aziende decotte o anche perfettamente funzionanti, ne diventa primo azionista e le utilizza come fronte pulito per vincere appalti pubblici o commesse private. Lo stesso Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, lo dice nella conferenza stampa, quando riporta una delle moltissime intercettazioni telefoniche che insieme a quelle ambientali e ai pedinamenti hanno consentito di scoperchiare la cupola di ‘ndrangheta. Due boss parlano tra di loro, e uno dice all’altro: “Noi siamo entrati nei cantieri e ci siamo presi i lavori con la forza. Noi non dobbiamo più lavorare così, noi dobbiamo farci dare i lavori”. Sono 130 i casi di imprenditori minacciati, di mezzi bruciati, di pallottole sparate contro macchine, di bossoli recapitati nelle cassette delle lettere. E neppure un caso di denuncia. Lo dice anche il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: “Siamo consapevoli che le infiltrazioni sono molto forti nel Nord. Oggi la nuova logica della criminalità è entrare in aziende sane, comprarle approfittando della crisi, insinuandosi nei grandi appalti, come l’Abruzzo piuttosto che l’Expo 2015.” Ma non si tratta sempre di “compare” un’azienda, si tratta anche di taglieggiarla costringendola al fallimento con il metodo dell’usura, come dimostrano gli arresti del clan dei Valle.</p>
<p>Il metodo per appropriarsi di un’azienda, dunque: l’ordinanza cita il caso della Perego Strade, diventata “punto di contatto tra colletti bianchi e organizzazioni criminali”. La Perego Strade, una delle principali aziende di movimento terra di tutta la Lombardia, aveva sede a Cassago Brianza. Gli affari poi cominciano ad andare male, e l’azienda è costretta al fallimento. È a quel punto che, come sempre, entra la ‘ndrangheta. Tanta liquidità che le banche non possono più elargire, e il subentro di altri soci. Diventa Perego General Contractor, nella quale il socio occulto è Salvatore Strangio, nato a Careri, provincia di Reggio Calabria, che subentra sotto il paravento di due società fiduciarie milanesi. L’azienda ha circa un centinaio di dipendenti, e sembra salvata. E in effetti l’azienda va benissimo: vince appalti per fare lavori dentro il Tribunale di Milano, all’ospedale Sant’Anna di Como, fa la Statale 38 della Valtellina, fa la Statale Paullese, vince l’appalto Snam a Erba. Fa tanti soldi. Eppure, in otto mesi, fallisce anche la Perego General Contractor. Spariscono più di 4 milioni di euro. Poi, fallisce un altro tentativo di ridare vita all’azienda, quello della Cosbau di Trento, che ha già vinto anche appalti pubblici per la ricostruzione dell’Aquila dopo il terremoto.</p>
<p>Ecco, allora: ci si impossessa di un’azienda decotta o in fase di decottura subentrando con liquidi e come soci occulti. Si rivitalizza l’azienda e attraverso il nome del primo proprietario si vincono appalti. Poi, in associazione a delinquere con l’ex proprietario (Perego è stato arrestato con la stessa accusa di associazione di stampo mafioso), si svuota l’azienda – se non serve più – e si mandano a casa i dipendenti.</p>
<p>Oppure si può anche generare il fallimento di un’azienda impedendole di lavorare con le minacce. Una volta in fallimento, si subentra. Oppure ancora si presta denaro con tassi usurai, e alla decorrenza dei termini ci si impossessa dell’azienda. “Sorpassato il bar in auto, siamo andati nei box, Novella mi ha fatto sedere rimanendo tranquillo, poi ha chiamato qualcuno con il citofono, sito all’interno del box. Ha preso una pistola automatica e mi ha colpito. Quindi ha tirato fuori due cambiali che non avevo pagato e mi ha chiesto di mangiarle”, racconta un imprenditore.</p>
<p>In tutti e tre i casi, comunque, si partecipa agli appalti pubblici, compresi quelli per Expo 2015.</p>
<p>La terza ragione è la messa in scena dei fittissimi agganci politici della ‘ndrangheta in Lombardia. Il fratello di Francesco Lampada, arrestato nell’operazione sul clan Valle, entra ed esce con grande familiarità dall’assessorato alla Famiglia, suola e politiche sociali del Comune di Milano, dall’ufficio della superdirigente Carmela Madaffari, assunta proprio dal sindaco Moratti in persona. “Andiamo a trovare Carmelina” dice Giulio Lampada, che ha fondato il suo impero con le slot machine nei bar, prima di cominciare ad acquistarli per conto suo, i bar e i ristoranti.</p>
<p>Poi c’è Carlo Antonio Chiriaco, il direttore generale della Asl di Pavia, che comprava i voti per Giancarlo Abelli, il luogotenente del presidente Formigoni proprio sul fronte della Sanità. Chiriaco, finito in carcere, affiderebbe la mansione proprio all’avvocato Pino Neri che, in una intercettazione dice “Giuro che farei la campagna elettorale per lui come fosse la prima volta, con la pistola in bocca, perché chi non lo vota gli sparo”. Intanto gli ospedali pavesi ospitavano Pasquale Barbaro, il figlio del boss appena condannato al processo Cerberus, e Francesco Pelle, quello della strage di Duisburg. Poi c’è Barranca, il Capolocale di Milano, in rapporti con Pietro Pilello, dentro Ente Fiera Milano, la metropolitana milanese, la Finlombarda e molte altre società. Nelle intercettazioni esce anche il nome di Angelo Giammario, consigliere regionale Pdl, proprio in conversazioni elettorali tra Barranca e Chiriaco. C’è scritto a chiare lettere dentro l’ordinanza di custodia cautelare: “Chiriaco mette a disposizione della ‘ndrangheta la sua carica di direttore sanitario Asl e i propri contatti politici a ogni livello, incanalando i voti a favore della candidatura di Giancarlo Abelli e Angelo Giammario.”</p>
<p>Poi ancora c’è l’assessore comunale Pietro Trivi, indagato per corruzione elettorale. E ancora Massimo Ponzoni, ex assessore regionale, che “viene indicato come il personaggio giusto al quale rivolgersi per sostenere la candidatura di un soggetto gradito ai calabresi. E l’inquietudine raddoppia quando si apprende che l’uomo dei calabresi è un colonnello dei carabinieri”.</p>
<p>Di seguito c’è Antonio Oliviero, ex assessore provinciale al turismo nella giunta di Penati, che dal 2009 è passato con il Pdl di Podestà.</p>
<p>Dice in una intercettazione Chiriaco, riguardo ad Abelli: “Deve fare l’assessore alle Infrastrutture che può fare quel cazzo che vuole. Poi lui ha la testa. Nei prossimi cinque anni c’è l’Expo 2015. Ma sai cosa c’è da fare nei prossimi cinque anni a livello di infrastrutture?”</p>
<p>La quarta ragione è rappresentata dal ruolo di quelle che in gergo investigativo vengono chiamate le “talpe”. Già dal primo luglio, ben dodici giorni prima degli arresti delle 5 di mattina del 13 luglio, la ‘ndrangheta sapeva tutto.</p>
<p>Persino i nomi degli arrestati. Conosceva il quando, il come e il dove sarebbero partiti gli arresti. “A Milano ci sarà un bordello. Hanno sentito, hanno fatto i filmati. Un bordello.” Implicati ci sono carabinieri, poliziotti e uomini dei servizi segreti a libro paga delle cosche. “Voi dei Pelle in questa operazione non ci siete, siete in quella che chiamano Patriarca, appena arriva l’estate.”</p>
<p>Ecco, di quella chi scrive non può sapere niente, deve aspettare la comunicazione degli arresti dall’ufficio stampa della Questura.</p>
<p>Cosa ci vuole ancora per far comprendere il ruolo fondamentale della prima holding del nostro Paese nell’economia italiana?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/16/colui-che-ha-raccontato-a-dio-che-non-e-dio/">Colui che ha raccontato a Dio che non è Dio</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/' rel='bookmark' title='Milano brucia'>Milano brucia</a> <small>di Giuseppe Catozzella Un santo, doveva essere un santo, forse...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/' rel='bookmark' title='Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma'>Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</a> <small> di Helena Janeczek Leggo che il bambino- anzi: il...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/il-coraggio-dimenticato/' rel='bookmark' title='Il coraggio dimenticato'>Il coraggio dimenticato</a> <small> foto di Luigi Caterino di Roberto Saviano Chi racconta...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/04/01/siamo-tutti-in-pericolo/' rel='bookmark' title='Siamo tutti in pericolo'>Siamo tutti in pericolo</a> <small>di Giuseppe Catozzella Un uomo giace sdraiato a terra accanto...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/' rel='bookmark' title='Siamo tutti Saviano?'>Siamo tutti Saviano?</a> <small> di Helena Janeczek Dopo le ultime notizie su un...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2010/07/16/colui-che-ha-raccontato-a-dio-che-non-e-dio/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>10</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Non avrei mai scritto Gomorra</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/05/24/non-avrei-mai-scritto-gomorra/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/05/24/non-avrei-mai-scritto-gomorra/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 24 May 2010 06:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[intercettazioni]]></category>
		<category><![CDATA[legge bavaglio]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=34834</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p></p>
<p>Mi ha generato un senso di smarrimento e paura la dichiarazione di voler tutelare la privacy dei boss mafiosi. Molti boss è proprio quando parlano con i familiari che danno ordini di morte. Ed è proprio quando i familiari a loro volta parlano con amici e conoscenti che rendono palesi le volontà di chi è latitante e impartisce ordini.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/24/non-avrei-mai-scritto-gomorra/">Non avrei mai scritto Gomorra</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p><img title="images" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/images.jpg" alt="" width="128" height="73" /></p>
<p>Mi ha generato un senso di smarrimento e paura la dichiarazione di voler tutelare la privacy dei boss mafiosi. Molti boss è proprio quando parlano con i familiari che danno ordini di morte. Ed è proprio quando i familiari a loro volta parlano con amici e conoscenti che rendono palesi le volontà di chi è latitante e impartisce ordini. È proprio nei momenti di maggiore intimità che viene fuori la mappatura criminale di un territorio. Addirittura osservando le conversazioni dei figli dei boss sui social network si possono evincere informazioni che probabilmente seguendo altri canali potrebbero sfuggire. Famiglie potentissime che festeggiano compleanni nel chiuso di quattro mura con pochi intimi: significa che non è il momento adatto per esporsi, significa che ci sono problemi sul territorio.<span id="more-34834"></span></p>
<p>Quando si ha a che fare con le organizzazioni criminali tutto può essere utile per comprenderne i meccanismi. Per questo limitare l&#8217;utilizzo delle intercettazioni, renderne più ardua la disposizione e impedire che certe informazioni vengano pubblicate è un grave danno per il contrasto alla criminalità organizzata. Tutelando chi è vicino alle organizzazioni si tutelano indirettamente anche le organizzazioni stesse.</p>
<p>Nella maggior parte dei casi i filoni di indagine maggiori hanno preso le mosse da indagini secondarie che nulla sembravano, a primo acchito, avere a che fare con i reati commessi dalle associazioni mafiose. Quello che c&#8217;è da sperare, ora, è che chi fa queste dichiarazioni semplicemente non sappia di cosa sta parlando e non sia in malafede. Non so cosa sia meglio per il Paese, se avere a che fare con incompetenti, i dilettanti dell&#8217;antimafia, o con persone che invece agiscono consapevolmente in malafede. Non saprei decidere.</p>
<p>Il rischio che la legge sulle intercettazioni pregiudichi in maniera profonda la libertà di informazione e prima ancora la possibilità di fare indagini adeguate è troppo alto per poter lasciare il dibattito a chi, da una parte e dall&#8217;altra, ha solo interesse che la vicenda venga strumentalizzata. Contro il Ddl intercettazioni proposto dal ministro Alfano e in discussione al Senato insorgono magistrati, giornalisti, editori e l&#8217;opinione pubblica è divisa, quando non è confusa. Il governo parla di vietare la diffusione delle intercettazioni e del loro contenuto fino all&#8217;udienza preliminare, ovvero fino a quando il magistrato competente non abbia formalizzato l&#8217;accusa. E nel frattempo cosa possono scrivere i giornalisti? E cosa può sapere l&#8217;opinione pubblica? Che si stanno svolgendo indagini? A carico di chi e per che cosa?</p>
<p>La materia è assai vasta per poterne dare una valutazione complessiva, ma se prendiamo il caso del sottosegretario Nicola Cosentino, nessuno avrebbe potuto scriverne perché l&#8217;accusa è stata formalizzata solo dopo molto tempo dall&#8217;avvio delle indagini. Indagini che peraltro riguardavano illeciti commessi molti anni prima e i cui effetti erano sotto gli occhi di tutti. Poteva esser scritto che era partita una inchiesta dell&#8217;Antimafia di Napoli senza però poter indicare le ragioni, a quel punto sarebbe equivalso a non scrivere niente. A oggi non è stata ancora formalizzata una richiesta di rinvio a giudizio, il che significa che se vigesse già la legge in discussione nessuno potrebbe spiegare sui giornali, in modo chiaro, perché Cosentino dovrebbe essere arrestato. Lo stesso vale per la vicenda Bertolaso; nessuno potrebbe spiegare con elementi concreti chi sono Anemone e Balducci.</p>
<p>L&#8217;esigenza legittima di dare una misura, di porre un argine alla pubblicazione delle intercettazioni ossia di difendere la regolarità dello svolgimento delle indagini non deve in alcun modo, però, impedire la libertà di raccontare, di informare la gente su quel che sta accadendo. Perché se da un lato è necessario tutelare chi è oggetto di indagini da atteggiamenti giustizialisti o da garantismi pretestuosi, quello che non deve in alcun modo essere limitato è la possibilità di utilizzare tutte le risorse a disposizione degli inquirenti per fare chiarezza.</p>
<p>Ma in realtà questa legge è figlia diretta della logica mediatica. È una verità evidente sino a ora trascurata. Questa legge risponde al meccanismo mediatico che sa bene come funziona l&#8217;informazione e ancor più l&#8217;informazione in Italia. Pubblicare le intercettazioni soltanto quando c&#8217;è il rinvio a giudizio, se da un lato è garanzia per gli indagati, dall&#8217;altro genera un enorme vuoto che riguarda proprio quel segmento di informazioni che non possono essere rese di dominio pubblico. Questo sembra essere il vero obiettivo della legge: impedire alla stampa, nell&#8217;immediato, di usare quei dati che poi, a distanza di tempo, non avrebbe più senso pubblicare. In questo modo le informazioni veicolate rimarranno sempre monche, smozzicate, incomprensibili.</p>
<p>Quello che mi sento di dire è che governo, magistratura e stampa, in questa vicenda, dovrebbero trovare un terreno comune di discussione, perché di questo si tratta, di riappropriarsi di un codice deontologico che renda inutile il varo di leggi che limitino la libertà di stampa, di espressione e di ricerca delle informazioni. Non è limitando la libertà di stampa e minacciando l&#8217;arresto dei giornalisti che si arriva a creare una regola condivisa. E in questa discussione mi sento profondamente coinvolto perché sotto la legge che si vorrebbe far passare, il mio lavoro e quello di molti miei colleghi sarebbe stato notevolmente più arduo se non, in certe sue fasi, impossibile. Se ci fosse stata questa legge non avrei potuto scrivere intere parti di Gomorra, il cui dialogato talvolta è formato da intercettazioni che ho utilizzato molto prima del rinvio a giudizio e che avevano un valore di inchiesta ancor prima che un valore giudiziario.</p>
<p>Mostravano come in certe aree d&#8217;Italia, in quel caso a Secondigliano, un omicidio venisse definito &#8220;pezzo&#8221; i politici fossero chiamati &#8220;cavallucci&#8221; su cui puntare. Ma ancor più importante, perché come ho detto prima non si tratta solo di descrivere un contesto, quello avrei potuto farlo con parole mie, quelle intercettazioni descrivevano come un sindaco avesse partecipato direttamente a un agguato, mostrando, in questo modo, lo stato di salute di un intero Paese.<br />
Nel Ddl intercettazioni è anche inserito un emendamento, la &#8220;norma D&#8217;Addario&#8221; che regolamenta l&#8217;uso delle registrazioni. Seguendo quanto prescritto non avrei potuto registrare molte delle testimonianze che ho raccolto senza l&#8217;esplicito consenso del mio interlocutore e che ho riportato in Gomorra; testimonianze che di certo non sarebbero rientrate in quelle eccezionalmente fatte per la sicurezza dello Stato.</p>
<p>Molte vicende non sarebbero mai venute alla luce e benché spesso io abbia omesso i nomi reali e mi sia limitato a raccontare i meccanismi, credo che neppure quello sarei stato in grado di fare, rischiando pene severissime. Quando, non molto tempo fa, ho incontrato un pentito e ho registrato quello che mi ha raccontato, l&#8217;ho fatto senza sua autorizzazione e senza sapere quale sarebbe stato l&#8217;esito di quell&#8217;incontro. Di fatto, se non c&#8217;è reato in quello che viene registrato, si rischia molto e questo può pregiudicare anche la lotta alle estorsioni poiché chi ne è vittima e decide di presentarsi microfonato a un colloquio, se l&#8217;estorsione non avviene ed è scoperto a registrare, rischia fino a quattro anni di carcere. Tutto questo per dire che togliere la libertà a chi racconta, togliere gli strumenti per capire cosa sta accadendo non è un modo per difendere il diritto delle persone, non è un modo per salvaguardare la privacy.</p>
<p>L&#8217;uso delle intercettazioni deve essere regolamentato. Le regole devono essere condivise e affrontate insieme, non imposte. Questa legge rischia di essere, se non verrà profondamente modificata, solo l&#8217;affermazione che il potere non <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/images.jpg"></a>può essere raccontato, descritto, ascoltato. In una parola che tutto gli è concesso.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/24/non-avrei-mai-scritto-gomorra/">Non avrei mai scritto Gomorra</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/il-male-maggiore-saviano-e-i-letterati/' rel='bookmark' title='Il male maggiore, Saviano e i letterati'>Il male maggiore, Saviano e i letterati</a> <small> di Andrea Inglese Vi è un grande compiacimento quando...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/10/02/cosa-vuol-dire-liberta-di-stampa/' rel='bookmark' title='Cosa vuol dire libertà di stampa'>Cosa vuol dire libertà di stampa</a> <small> di Roberto Saviano Molti si chiederanno come sia possibile...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/il-coraggio-dimenticato/' rel='bookmark' title='Il coraggio dimenticato'>Il coraggio dimenticato</a> <small> foto di Luigi Caterino di Roberto Saviano Chi racconta...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/21/il-paese-abbagliato-senza-politica-in-margine-alle-questioni-saviano-mondadori-legge-levi-etc-etc/' rel='bookmark' title='Il paese abbagliato senza Politica &#8211; in margine alle questioni Saviano, Mondadori, legge Levi etc. etc.'>Il paese abbagliato senza Politica &#8211; in margine alle questioni Saviano, Mondadori, legge Levi etc. etc.</a> <small>di Marco Rovelli Vi è un minimo comun denominatore nelle...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/12/14/camorristi-avanti-c%e2%80%99e%e2%80%99-posto-dialogo-semiserio-fra-un-pm-e-un-camorrista/' rel='bookmark' title='Camorristi avanti, c’e’ posto &#8211; Dialogo semiserio fra un PM e un camorrista'>Camorristi avanti, c’e’ posto &#8211; Dialogo semiserio fra un PM e un camorrista</a> <small>Colloquio di immaginario tra un camorrista e Raffaele Marino Procuratore...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2010/05/24/non-avrei-mai-scritto-gomorra/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>84</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Cosa vuol dire libertà di stampa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/02/cosa-vuol-dire-liberta-di-stampa/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/02/cosa-vuol-dire-liberta-di-stampa/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 10:01:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Politkovskaja]]></category>
		<category><![CDATA[christian poveda]]></category>
		<category><![CDATA[governo berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[Natalia Estemirova]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=23208</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Molti si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/02/cosa-vuol-dire-liberta-di-stampa/">Cosa vuol dire libertà di stampa</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/W-FNSIO21.jpg" alt="W-FNSIO2" title="W-FNSIO2" width="350" height="250" class="aligncenter size-full wp-image-23212" /></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Molti si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento. </p>
<p>Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un&#8217;opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all&#8217;altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.<span id="more-23208"></span> </p>
<p>Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: &#8220;Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?&#8221;. Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati. </p>
<p>Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita. </p>
<p>In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l&#8217;incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l&#8217;informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale? </p>
<p>Chi ha votato per l&#8217;attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa?<br />
Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell&#8217;Italia? </p>
<p>Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l&#8217;Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi. </p>
<p>Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all&#8217;anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L&#8217;Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia. </p>
<p>È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall&#8217;opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l&#8217;esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto.<br />
Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva &#8220;sei alleato di una persona solo quando la ricatti&#8221;. Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell&#8217;intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto. </p>
<p>Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l&#8217;alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo? </p>
<p>Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti.<br />
Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un&#8217;informazione libera. </p>
<p>In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell&#8217;Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/02/cosa-vuol-dire-liberta-di-stampa/">Cosa vuol dire libertà di stampa</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/il-male-maggiore-saviano-e-i-letterati/' rel='bookmark' title='Il male maggiore, Saviano e i letterati'>Il male maggiore, Saviano e i letterati</a> <small> di Andrea Inglese Vi è un grande compiacimento quando...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/05/24/non-avrei-mai-scritto-gomorra/' rel='bookmark' title='Non avrei mai scritto Gomorra'>Non avrei mai scritto Gomorra</a> <small>di Roberto Saviano Mi ha generato un senso di smarrimento e...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/per-un-voto-onesto-servirebbe-lonu/' rel='bookmark' title='Per un voto onesto servirebbe l&#8217;ONU'>Per un voto onesto servirebbe l&#8217;ONU</a> <small> di Roberto Saviano &#8220;LA disperazione più grave che possa...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/il-coraggio-dimenticato/' rel='bookmark' title='Il coraggio dimenticato'>Il coraggio dimenticato</a> <small> foto di Luigi Caterino di Roberto Saviano Chi racconta...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/07/08/laquila-vola-su-roma/' rel='bookmark' title='L&#8217;Aquila vola su Roma'>L&#8217;Aquila vola su Roma</a> <small> ma la cura dei terremotati non era il fiore...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/02/cosa-vuol-dire-liberta-di-stampa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>195</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Clan a Montesanto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 17:40:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Braucci]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=18523</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno, è stato commemorato giovedì scorso da un presidio di associazioni e collettivi che si è tenuto nello stesso quartiere Montesanto dove il 33enne è stato ucciso dai killer della camorra il 26 maggio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/">Clan a Montesanto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/agguato_04.jpg" alt="agguato_04" title="agguato_04" width="576" height="324" class="alignleft size-full wp-image-18526" /></p>
<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno, è stato commemorato giovedì scorso da un presidio di associazioni e collettivi che si è tenuto nello stesso quartiere Montesanto dove il 33enne è stato ucciso dai killer della camorra il 26 maggio. E’ morto con ancora addosso la sua fisarmonica, per alcune ore si è pensato che fosse lui l’obiettivo del raid, Petru invece era uno che si guadagnava da vivere suonando insieme alla moglie per i vicoli del centro di Napoli.<span id="more-18523"></span> Il rumeno è l’ennesima vittima innocente di una sparatoria di camorra, la cui dinamica, tuttavia, se ricostruita, racconta di una morte assai più che incidentale: col suo aspetto dimesso Petru potrebbe essere stato subito identificato dai killer, furiosamente impegnati in una rappresaglia in territorio nemico, come un morto che non si paga, un disgraziato su cui si può sparare per creare ancora più clamore. Quella sera infatti, 6 esponenti del clan Ricci-Sarno, tra cui alcuni a volto scoperto, a bordo di tre scooter hanno attraversato i Quartieri Spagnoli seminando il terrore e sparando presso alcune basi di spaccio per intimare loro di non osare cambiare fornitori di droga. Nell’ultima tappa, i killer hanno ucciso Petru e ferito un 14enne che cercava riparo dall’improvvisa pioggia di proiettili caduta su una piazza come sempre affollata di gente. L’azione si inserisce all’interno dello strisciante conflitto del clan Ricci contro i Mariano, e che vede i primi alleati con la potente famiglia Sarno che dalla periferia est di Ponticelli domina varie zone dell’hinterland napoletano, un conflitto, questo, destinato a non placarsi. I killer sono arrivati in piazza Montesanto, nel territorio di appartenenza dei loro avversari, sparando all’impazzata per ribadire che il quartiere deve ubbidire a loro e dando l’ennesimo avviso ai Mariano dopo la recente scarcerazione di uno dei loro leader storici, Marco Mariano, intorno al quale temono che il clan possa ritrovare il prestigio dei primi anni ‘90. Questo sebbene, un mese fa, “Marcuccio” abbia fatto pubblicare una forbita e sorprendente lettera sul quotidiano “Il Giornale di Napoli”  in cui afferma che i Quartieri Spagnoli non gli interessano. La dinamica dell’azione del 26 maggio è stata da far west, dopo i primi colpi sparati in aria i killer si sono aggirati in moto tra la gente che fuggiva, urlando che stavano cercando i guappi del quartiere. “Quelli a volto scoperto avranno avuto al massimo 20 anni e si capiva da come erano esaltati che erano fatti di coca” racconta uno degli involontari testimoni “ Io credo che intendessero dare un avviso anche agli abitanti di Montesanto, soprattutto ai giovani, affinché non sostengano il clan locale, come se poi la camorra fosse un esercito di leva regolare”. Strategia della deterrenza, applicata ad un quartiere socialmente misto del centro, e che poteva facilmente diventare una strage. Petru Birladeandu ha avuto la sola colpa di non essersi accorto della sparatoria, ritrovandosi di fronte ai killer che quindi gli hanno sparato, forse allarmati dalla sua incauta traiettoria, forse perché “fare un morto”avrebbe dato più lustro alla loro operazione militare, ma questo non lo sapremo mai. Napoli trema ancora per la sua catastrofe più distruttiva, la camorra, proprio mentre molti lamentano che il fenomeno Gomorra abbia reso un’immagine distorta della città.  Le forze dell’ordine hanno risposto a questa tragica sparatoria con una maxi retata di ben 64 esponenti del clan Sarno, nella notte successiva al 26 maggio, accelerando i risultati dell’inchiesta che viene dal primo pentito del clan, Nunzio Boccia. Ma gli scontri non si sono fermati, lunedì notte, ai Quartieri Spagnoli, un transessuale è stato ferito durante un’altra sparatoria tra camorristi. Oltre alla contesa del territorio e al timore dei Ricci per una riorganizzazione dei Mariano, la guerra è dovuta anche al recente blitz contro il clan dei narcotrafficanti di Scampia, gli Amato-Pagato, che con la loro corsia preferenziale dal Sudamerica attraverso la Spagna rifornivano di droga la città e la provincia napoletana. Gli arresti dei narcos, infatti, stretti alleati dei Sarno, hanno infranto una condizione di monopolio e aperto altri scenari, scompigliando gli equilibri e le forniture delle piazze di spaccio. Tutto ciò avviene sull’inquietante sfondo che vede i boss, data la morsa della magistratura e l’inasprirsi delle pene, ricorrere ad una manovalanza sempre più giovane, ragazzi armati e mandati ad uccidere, desiderosi di fama e denaro, esaltati dalla coca e dalla fiducia dei loro capi. Giovani, corrotti dagli adulti, che sparano ad altri giovani rinforzando l’inevitabile binomio tra criminalità organizzata e disagio giovanile che solo le istituzioni ormai sembrano trascurare e contro cui la sola repressione è insufficiente. Forse, se non verranno arrestati, quei giovanissimi killer di Petru che hanno agito incautamente a volto scoperto, ormai troppo scomodi, moriranno per mano dei loro mandatari.<br />
Intanto, la faida di Scampia del 2004-2005 ha creato un nuovo parametro di azione per la criminalità organizzata: attaccare il consenso territoriale degli avversari, distruggerne l’economia, esercitare una violenza che incuta terrore e impedisca il normale svolgimento di ogni attività quotidiana lì dove i nemici sono arroccati. Una logica da guerriglia di cui bisogna prendere atto, dove ormai le vittime innocenti possono fare gioco alle strategie militari dei clan che difendono i loro monopoli milionari di droga. Narcotraffico internazionale, strategie del terrore, sfruttamento della marginalità giovanile, sono queste tre chiavi di lettura del presente delle criminalità organizzate, l’altra faccia di quello sviluppo senza progresso, del neoliberismo selvaggio e di un’ignorata emergenza giovanile che caratterizzano i nostri tempi. Eppure, già il magistrato Alessandro Pennasilico, componente del pool anticamorra, aveva di recente lanciato un appello alle istituzioni affinché agiscano con delle politiche sociali ed economiche nei territori in mano alla camorra, riconoscendo che la sola azione giudiziaria non basta. L’omicidio dell’innocente Birladeandu, che deve far riflettere le nostre coscienze, non ha avuto nessuna eco sui media nazionali. Alla base di tanta indifferenza ci sarà il tentativo di proteggere l’immagine turistica della città, l’investimento politico del governo Berlusconi su una Napoli “riportata in occidente” oppure la nostra assuefazione all’orrore che ci circonda? </p>
<p>pubblicato su &#8220;Repubblica&#8221;, Napoli, 6.6.2009.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/">Clan a Montesanto</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/06/17/banalita-del-male/' rel='bookmark' title='Come muore ognuno di noi'>Come muore ognuno di noi</a> <small> di Evelina Santangelo Maurizio Braucci ne parla qui. e...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/07/05/gangs-of-naples-with-a-little-padan-green/' rel='bookmark' title='Gangs of Naples (with a little padan-green)'>Gangs of Naples (with a little padan-green)</a> <small>di Maurizio Braucci Il filosofo francese Henri Lefebvre scriveva già...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/07/04/un-po-per-uno/' rel='bookmark' title='Un po&#8217; per uno'>Un po&#8217; per uno</a> <small>di Helena Janeczek Prima di dare il mio contributo minimo...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/06/17/qui-non-lo-lascio/' rel='bookmark' title='Qui non lo lascio'>Qui non lo lascio</a> <small>di Maurizio Braucci “Qui non lo lascio. No!” ha detto...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/' rel='bookmark' title='Siamo tutti Saviano?'>Siamo tutti Saviano?</a> <small> di Helena Janeczek Dopo le ultime notizie su un...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>10</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il coraggio dimenticato</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/il-coraggio-dimenticato/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/il-coraggio-dimenticato/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 14 May 2009 05:09:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Aggiungi nuovo tag]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[castelvolturno]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[pacchetto sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=17675</guid>
		<description><![CDATA[<p><br />
foto di <strong>Luigi Caterino</strong></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Chi racconta che l&#8217;arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/il-coraggio-dimenticato/">Il coraggio dimenticato</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/litorale-domitio-4.jpg" alt="litorale-domitio-4" title="litorale-domitio-4" width="400" height="267" class="alignnone size-full wp-image-17677" /><br />
foto di <strong>Luigi Caterino</strong></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Chi racconta che l&#8217;arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull&#8217;onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti.<br />
 <span id="more-17675"></span></p>
<p>Manifestazioni spontanee. E sono stati africani a farle. Chi ha urlato: &#8220;Ora basta&#8221; ai capizona, ai clan, alle famiglie sono stati africani. A Castelvolturno, il 19 settembre 2008, dopo la strage a opera della camorra in cui vengono uccisi sei immigrati africani: Kwame Yulius Francis, Samuel Kwaku e Alaj Ababa, del Togo, Cristopher Adams e Alex Geemes della Liberia e Eric Yeboah del Ghana. Joseph Ayimbora, ghanese, viene ricoverato in condizioni gravi. Le vittime sono tutte giovanissime, il più anziano tra loro ha poco più di trent&#8217;anni, sale la rabbia e scoppia una rivolta davanti al luogo del massacro. La rivolta fa arrivare telecamere da ogni parte del mondo e le immagini che vengono trasmesse sono quelle di un intero popolo che ferma tutto per chiedere attenzione e giustizia. Nei sei mesi precedenti, la camorra aveva ucciso un numero impressionante di innocenti italiani. Il 16 maggio Domenico Noviello, un uomo che dieci anni fa aveva denunciato un&#8217;estorsione ma appena persa la scorta l&#8217;hanno massacrato. Ma nulla. Nessuna protesta. Nessuna rimostranza. Nessun italiano scende in strada. I pochi indignati, e tutti confinati sul piano locale, si sentono sempre più soli e senza forze. </p>
<p>Ma questa solitudine finalmente si rompe quando, la mattina del 19, centinaia e centinaia di donne e uomini africani occupano le strade e gridano in faccia agli italiani la loro indignazione. Succedono incidenti. Ma la cosa straordinaria è che il giorno dopo, gli africani, si faranno carico loro stessi di riparare ai danni provocati. L&#8217;obiettivo era attirare attenzione e dire: &#8220;Non osate mai più&#8221;. Contro poche persone si può ogni tipo di violenza, ma contro un intera popolazione schierata, no. E poi a Rosarno. In provincia di Reggio Calabria, uno dei tanti paesini del sud Italia a economia prevalentemente agricola che sembrano marchiati da un sottosviluppo cronico e le cui cosche, in questo caso le &#8216;ndrine, fatturano cifre paragonabili al PIL del paese. </p>
<p>La cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, come dimostra l&#8217;inchiesta del GOA della Guardia di Finanza del marzo 2004, aveva deciso di riciclare il danaro della coca nell&#8217;edilizia in Belgio, a Bruxelles, dove per la presenza delle attività del Parlamento Europeo le case stavano vertiginosamente aumentando di prezzo. La cosca riusciva a immettere circa trenta milioni di euro a settimana in acquisto di abitazioni in Belgio. </p>
<p>L&#8217;egemonia sul territorio è totale, ma il 12 dicembre 2008, due lavoratori ivoriani vengono feriti, uno dei due in gravissime condizioni. La sera stessa, centinaia di stranieri &#8211; anche loro, come i ragazzi feriti, impiegati e sfruttati nei campi &#8211; si radunano per protestare. I politici intervengono, fanno promesse, ma da allora poco è cambiato. Inaspettatamente, però, il 14 di dicembre, ovvero a due soli giorni dall&#8217;aggressione, il colpevole viene arrestato e il movente risulta essere violenza a scopo estorsivo nei riguardi della comunità degli africani. La popolazione in piazza a Rosarno, contro la presenza della &#8216;ndrangheta che domina come per diritto naturale, non era mai accaduto negli anni precedenti. </p>
<p>Eppure, proprio in quel paese, una parte della società, storicamente, aveva sempre avuto il coraggio di resistere. Ne fu esempio Peppe Valarioti, che in piazza disse: &#8220;Non ci piegheremo&#8221;, riferendosi al caso in cui avesse vinto le elezioni comunali. E quando accadde fu ucciso. Dopo di allora il silenzio è calato nelle strade calabresi. Nessuno si ribella. Solo gli africani lo fanno. </p>
<p>E facendolo difendono la cittadinanza per tutti i calabresi, per tutti gli italiani. Difendono il diritto di lavorare e di vivere dignitosamente e difendono il diritto della terra. L&#8217;agricoltura era una risorsa fondamentale che i meccanismi mafiosi hanno lentamente disgregato facendola diventare ambito di speculazioni criminali. Gli africani che si sono rivoltati erano tutti venuti in Italia su barconi. E si sono ribellati tutti, clandestini e regolari. Perche da tutti le organizzazioni succhiano risorse, sangue, danaro. </p>
<p>Sulla rivolta di Rosarno, in questi giorni, è uscito un libretto assai necessario da leggere con un titolo in cui credo molto. &#8220;Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l&#8217;Italia&#8221; di Antonello Mangano, edito da Terrelibere. La popolazione africana ha immesso nel tessuto quotidiano del sud Italia degli anticorpi fondamentali per fronteggiare la mafia, anticorpi che agli italiani sembrano mancare. Anticorpi che nascono dall&#8217;elementare desiderio di vivere. </p>
<p>L&#8217;omertà non gli appartiene e neanche la percezione che tutto è sempre stato così e sempre lo sarà. La necessità di aprirsi nuovi spazi di vita non li costringe solo alla sopravvivenza ma anche alla difesa del diritto. E questo è l&#8217;inizio per ogni vera battaglia contro le cosche. Per il pubblico internazionale risulta davvero difficile spiegarsi questo generale senso di criminalizzazione verso i migranti. Fatto poi da un paese, l&#8217;Italia, che ha esportato mafia in ogni angolo della terra, le cui organizzazioni criminali hanno insegnato al mondo come strutturare organizzazioni militari e politiche mafiose. Che hanno fatto sviluppare il commercio della coca in Sudamerica con i loro investimenti, che hanno messo a punto, con le cinque famiglie mafiose italiane newyorkesi, una sorta di educazione mafiosa all&#8217;estero. </p>
<p>Oggi, come le indagini dell&#8217;FBI e della DEA dimostrano, chiunque voglia fare attività economico-criminali a New York che siano kosovari o giamaicani, georgiani o indiani devono necessariamente mediare con le famiglie italiane, che hanno perso prestigio ma non rispetto. Altro esempio eclatante è Vito Roberto Palazzolo che ha colonizzato persino il Sudafrica rendendolo per anni un posto sicuro per latitanti, come le famiglie italiane sono riuscite a trasformare paesi dell&#8217;est in loro colonie d&#8217;investimento e come dimostra l&#8217;ultimo dossier di Legambiente le mafie italiane usano le sponde africane per intombare rifiuti tossici (in una sola operazione in Costa D&#8217;Avorio, dall&#8217;Europa, furono scaricati 851 tonnellate di rifiuti tossici). </p>
<p>E questo paese dice che gli immigrati portano criminalità? Le mafie straniere in Italia ci sono e sono fortissime ma sono alleate di quelle italiane. Non esiste loro potere senza il consenso e la speculazione dei gruppi italiani. Basta leggere le inchieste per capire come arrivano i boss stranieri in Italia. Arrivano in aereo da Lagos o da Leopoli. Dalla Nigeria, dall&#8217;Ucraina dalla Bielorussia. Gestiscono flussi di danaro che spesso reinvestono negli sportelli Money Transfer. Le inchieste più importanti come quella denominata Linus e fatta dai pm Giovanni Conzo e Paolo Itri della Procura di Napoli sulla mafia nigeriana dimostrano che i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo. Persino i disperati che per pagarsi un viaggio e avere liquidità appena atterrano trasportano in pancia ovuli di coca. Anche loro non arrivano sui barconi. Mai. </p>
<p>Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell&#8217;eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana. Nessuna di queste organizzazioni vive senza il consenso e l&#8217;alleanza delle mafie italiane. </p>
<p>Nessuna di queste organizzazioni vivrebbe una sola ora senza l&#8217;alleanza con i gruppi italiani. Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l&#8217;assistenza legale. E non si tratta di interpretare il ruolo delle &#8220;anime belle&#8221;, come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi &#8211; insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo &#8211; è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d&#8217;Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L&#8217;Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in se la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/il-coraggio-dimenticato/">Il coraggio dimenticato</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/per-un-voto-onesto-servirebbe-lonu/' rel='bookmark' title='Per un voto onesto servirebbe l&#8217;ONU'>Per un voto onesto servirebbe l&#8217;ONU</a> <small> di Roberto Saviano &#8220;LA disperazione più grave che possa...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/06/20/londa-anomala/' rel='bookmark' title='L&#8217;onda anomala'>L&#8217;onda anomala</a> <small> di Nicolò La Rocca Prima o poi doveva succedere:...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/' rel='bookmark' title='Milano brucia'>Milano brucia</a> <small>di Giuseppe Catozzella Un santo, doveva essere un santo, forse...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/' rel='bookmark' title='Clan a Montesanto'>Clan a Montesanto</a> <small> di Maurizio Braucci Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2004/10/26/la-brillante-carriera-del-giovane-di-sistema/' rel='bookmark' title='La brillante carriera del giovane di sistema'>La brillante carriera del giovane di sistema</a> <small>di Roberto Saviano Napoli: prima la droga poi i cantieri....</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/il-coraggio-dimenticato/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>15</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Siamo tutti Saviano?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 27 Oct 2008 05:58:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[saviano]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Dopo le ultime notizie su un possibile attentato a Roberto Saviano in stile “Strage di Capaci”- far saltare con l’esplosivo le macchine blindate sull’autostrada Napoli –Roma &#8211;  e dopo l’intervista di “Repubblica” in cui dice di voler lasciare per un po’ l’Italia per riprendersi la sua vita, si è scatenata una gara di solidarietà di dimensioni impressionanti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/">Siamo tutti Saviano?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/saviano-merda.jpg"/></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Dopo le ultime notizie su un possibile attentato a Roberto Saviano in stile “Strage di Capaci”- far saltare con l’esplosivo le macchine blindate sull’autostrada Napoli –Roma &#8211;  e dopo l’intervista di “Repubblica” in cui dice di voler lasciare per un po’ l’Italia per riprendersi la sua vita, si è scatenata una gara di solidarietà di dimensioni impressionanti. Iniziative sui social network, letture collettive in piazza di <em>Gomorra</em> a Roma e Milano, cittadinanze onorarie, striscioni degli ultrà esposti allo stadio, un appello firmato da sei Premi Nobel che nella prima giornata raccoglie le adesioni di centomila persone. E molto altro, molto di più.<br />
E’ qualcosa di imprevisto e di straordinario soprattutto laddove è divampato dal basso, dalle persone che hanno letto il libro o l’hanno comprato o che hanno soltanto visto Saviano in tv e ne hanno fatto quel che è ora: un simbolo di lotta alla mafia, un simbolo di coraggio. E probabilmente di qualcos’altro, perché i simboli veri non sono come i cartelli stradali che stanno per una cosa sola, ma si caricano e irradiano significato. Ed è fin troppo facile obiettare che per aderire a un appello via rete o anche trovarsi in una piazza lontana dalla provincia di Caserta non ci vuole molto coraggio, né si mette in moto un cambiamento, né si fa qualcosa di concreto per togliere una persona dal pericolo in cui si trova. Sono soltanto gesti simbolici che rispondono proprio su quel piano a chi, appunto, è diventato un simbolo.<span id="more-10161"></span><br />
Esistono alcuni che pensano che Saviano sia diventato quello che è adesso grazie al marketing editoriale o all’influenza dei media o a entrambi. Ma nulla si sarebbe messo in moto senza il libro né tanto meno avrebbe raggiunto queste dimensioni senza pubblico perché è quest’ultimo, in un movimento di feed back circolare, che continua ad alimentare le ristampe e tener aperti gli spazi su televisioni e giornali.<br />
Quindi ha ragione Saviano quando dice che non è stato il suo libro a innescare una reazione da parte della camorra, ma il successo del suo libro, la trasformazione del suo libro e di lui stesso in qualcosa che riveste un valore simbolico per moltissime persone.<br />
Pasolini scriveva che il successo è l’altra faccia della <strong>persecuzione</strong> e queste parole acquistano nel caso di Saviano una verità sinistra.<br />
Credo che la realtà del pericolo che corre derivi ormai in una misura non meglio quantificabile dal valore che ha assunto, dalla notorietà raggiunta persino oltre ai confini dell’Italia.<br />
E’ un fatto inaudito. La visibilità doveva avere un effetto protettivo, fargli – come si dice- da “scorta mediatica”, comunicare ai nemici di Saviano che se lo toccano, la reazione scatenata peggiorerà pesantemente le condizioni per condurre i propri affari in segreto e in silenzio. Secondo quella logica tradizionale nell’ambito delle mafie, ammazzare Saviano non conviene: piuttosto si aspetta un tot di anni, quando non avrà più la scorta e l’attenzione pubblica, quando quest’ultima lo avrà almeno in parte dimenticato. Allora lo si distrugge, preferibilmente con diffamazione, querele, mosse trasversali, e se proprio non bastasse, con le armi. Ed è ovviamente uno scenario sempre presente e non escluso dalla situazione attuale. Cosa che fa capire che cercare di destreggiarsi fra la troppa esposizione e il possibile oblio, debba essere per Saviano come navigare fra Scilla e Cariddi.<br />
La logica della visibilità come protezione ormai non vale più senza riserve. I capi Casalesi in carcere si sono visti riconfermare gli ergastoli, le loro mogli- anche quella del latitante Antonio Iovine- sono state arrestate, Casal di Principe è presidiato dalla Folgore come un territorio occupato. Erano, fino al successo di <em>Gomorra</em>, un clan sconosciuto o di cui l’opinione pubblica non si interessava già a partire da Napoli. Ora qualsiasi loro azione, persino quelle non strettamente sanguinarie, rimbalza su giornali e telegiornali. Hanno poco da perdere, e l’idea che una volta tolto di mezzo Saviano, tutto tornerà come prima –magari non subito, ma basta aspettare- sembra possedere, a questo punto, una logica più stringente e una maggiore attrattiva. A questi uomini che si vedono come un potere assoluto, poter mostrare con un solo omicidio che detengono più potere di Stato, Premi Nobel, masse nazionali e internazionali, essere in grado di scatenare un putiferio anche politico, deve fare non poca gola.<br />
Per questo, l’istinto e il buon senso suggeriscono di non scartare lo spauracchio della riedizione della Strage di Capaci soltanto perché il pentito ha poi smentito l’informazione sul presunto attentato raccolta da un poliziotto. Nella migliore delle ipotesi mi pare rappresenti quello che il clan <strong>avrebbe voglia </strong>di fare.<br />
Chiunque abbia visto le interviste fatte da Repubblica tv o quelle di Matrix o delle Iene, si è reso conto che pure per il territorio dominato dai Casalesi, Saviano è un simbolo. Soltanto che è un simbolo negativo. A Casale- ma molto spesso anche a Napoli &#8211; Saviano è colui che è ti fa arrivare una sanzione se giri senza patente o senza casco, colui che è diventato famoso e venerato rovinando l’immagine della propria terra e affibbiando ai suoi abitanti l’immagine di mafiosi o di collusi, colui che si è arricchito senza aver fornito lavoro anche se nero o sporco, e non ha sganciato tangenti o soldi per i terreni trasformati in tombe di rifiuti tossici.<br />
Magari quel che abbiamo visto o letto non è tutta la verità, magari c’è qualcuno che in segreto la pensa diversamente, ma non importa. Importa che quelle dichiarazioni rappresentino la versione a cui da quelle parti occorre o conviene conformarsi. Persino il parroco di Casale ha lanciato un anatema contro Saviano perché infanga il nome dei bravi e onesti paesani.<br />
Basta aggiungere che accanto a un consenso negativo popolare intorno a Saviano, ci sono proprio nei luoghi che per primi dovevano essere scossi dalla sua denuncia, molti che si sentono sempre di più gettati nell’ombra dal fascio di luce che sembra ricadere tutto sul simbolo. Questi si trovano nello spettro di chi conduce la battaglia antimafia: dai magistrati ai testimoni di giustizia, dagli agenti delle forze dell’ordine ai militanti delle associazioni e così via. Giornalisti lamentano che Saviano avrebbe preso dai loro articoli e dalle loro inchieste, cosa che non avrebbe dato alcun fastidio se il libro l’avessero letto in 5.000 (la prima edizione di <em>Gomorra</em> aveva esattamente questa tiratura) e nemmeno in 50.000. Sarebbe infatti stato impossibile e grave se l’autore non avesse fatto tesoro delle informazioni raccolte anche aldilà della propria esperienza personale, ed è perfettamente normale che chi riporta semplicemente una notizia, non abbia bisogno di citare nessuna fonte: questo, a maggior ragione, per un libro che si colloca a cavallo fra saggistica e romanzo, fra esposizione di fatti e dati e narrazione.<br />
Ciò che non scorgono queste persone – o che la loro frustrazione fa passare in secondo piano &#8211; è che si tratta del più classico meccanismo del <em>divide ut impera</em>, tra l’altro messo in moto senza nessun burattinaio, e che a isolare Saviano ci si crea un danno da soli facendo il gioco dell’avversario. Inoltre non sembrano vedere la cosa più banale e primaria, ossia che, pur nell’ombra di Saviano, l’attenzione a quel che fanno non sia mai stato tanto alta: mai così tante opportunità di pubblicare libri, fare film ecc sulla camorra (e persino sulla ’ndrangheta fino ad allora quasi totalmente ignorata dall’attenzione pubblica), mai così tanto spazio nei mezzi d’informazione su arresti e inchieste, mai tanto impegno da parte dello stato nel territorio Casalese.<br />
Ma già qui si intravede una sorta di equivoco. La Folgore che è a Casal di Principe – uso l’esempio come immagine esemplare, aldilà della valutazione sulla sua efficacia- non gira contemporaneamente a Platì e nemmeno a Secondigliano, e ammesso anche che si riuscisse a dare un colpo durissimo al clan dei Casalesi, non si avrebbe di certo ottenuto una vittoria su tutte le altre mafie che magari anzi godono dello sforzo concentrato da una parte come il proverbiale terzo fra i litiganti.<br />
L’equivoco nasce dai piani di rappresentazione. Su quello basilare sembra trattarsi di una lotta fra Saviano e i Casalesi o, al massimo, fra Saviano e lo Stato e i Casalesi. Sembra che i Casalesi oggi “tirano” esattamente come un tempo facevano notizia solo i Corleonesi. In quest’equivoco che si autoalimenta ci casca pure l’editoria che pubblica libri sui Casalesi a cui sembra interessata solo una nicchia.<br />
Perché, in realtà, al celebre scrittore londinese, alla casalinga di Voghera o allo studente di Treviso che cosa gliene importa alla fine di un dato clan campano? Non moltissimo, se non avesse intenzione di uccidere Saviano e se nella sua vicenda non fosse simboleggiato molto altro.<br />
La libertà di parola, la fiducia nella verità e nella possibilità di dirla, il coraggio delle proprie azioni e convinzioni. E forse anche il meccanismo per cui la denuncia di certi clan reali, con nomi e cognomi, riesce a toccare per esteso le corde di chi in Italia si confronta con dinamiche “mafiose” in generale, cioè praticamente tutti. Credo che in questo paese vecchio, attanagliato da mille paure supposte o reali – dagli stranieri al pedofilo della porta accanto, dal latte contaminato alla recessione -, privo di fiducia nel proprio futuro e nella possibilità di uscire dal marciume, l’esempio di Saviano incontri soprattutto il desiderio di essere diversi da come si è realmente: non impauriti, asserviti, rassegnati. Eppure l’investimento simbolico su di lui sembra giocare un ruolo ambivalente. Ci si appaga nell’identificazione e nella preoccupazione per Saviano e si continua grosso modo a vivere come prima. D’altronde, cosa si potrebbe fare?<br />
Purtroppo dire “siamo tutti Saviano” non basta, anzi l’effetto è in parte anche contrario a quello desiderato. Perché alla fine solo Saviano è Saviano, solo Saviano è quello sotto scorta, minacciato di morte, ricusato dal parroco di un paese che non ha pronunciato nulla di simile nei confronti dei boss. E voglio ribadirlo: Saviano non è ovviamente l’unico potenziale bersaglio delle mafie e non è l’unico a vivere sotto scorta, ma è un bersaglio privilegiato proprio in quanto simbolo. Più ci si schiera dietro al suo nome, più lui diventa simbolo e come simbolo diventa unico, diventa solo. E il fatto che così pochi lo appoggiano proprio laddove dovrebbe invece essere appoggiato primariamente, non fa che accrescere la pericolosità di questo meccanismo.<br />
Chiunque abbia letto l’opera di René Girard centrata sulla funzione del capro espiatorio o conosca il mito e il rito del Re del Bosco analizzati dal <em>Ramo d’oro </em>di Frazer ha dimestichezza con la logica per cui figure investite collettivamente di un valore positivo e persino salvifico, siano per questa stessa ragione, destinate al sacrificio.<br />
Ma come si fa a strappare una persona reale, non un simbolo, dal pericolo che sta con troppa evidenza correndo anche in questo senso?<br />
Noi su questo sito abbiamo da sempre pensato che il modo migliore di stare vicini a Roberto era continuare a dare spazio alle tematiche che ha portato alla ribalta, anche e soprattutto se a scriverne erano altri, e cogliamo l’occasione per ribadire che Nazione Indiana è uno spazio aperto per chiunque voglia proporre un contributo. I Wu Ming con spirito simile hanno lanciato lo slogan di “<a href="http://www.giugenna.com/interventi/desavianizzazione_di_saviano.html"></a><a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/quasigiap_23ottobre2006.html#saviano">desavianizzare</a>” Saviano. Carla Benedetti e Giovanni Giovanetti sul sito de “Il primo amore” propongono di<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1138.html"> “Condividere il rischio”</a> facendo e ospitando inchieste su temi non solo legati alla criminalità organizzata.<br />
Tutto questo è giusto, però non illudiamoci: ormai non basta. Tutta l’attenzione e la maggiore facilità di accesso ai circuiti della comunicazione -dai blog, alle case editrici, ai telegiornali- che la fama di Saviano e del suo libro hanno innescato anche a beneficio di altri scrittori, giornalisti, documentaristi ecc., non hanno cambiato nulla su un certo piano. Si sono moltiplicate le voci di denuncia, ma Saviano è diventato sempre più simbolo.<br />
D’altronde, non si può dire alla gente: tutto questo è certamente anche bellissimo, ma per favore state attenti. Da un lato perché nessuno si sveglia la mattina dicendosi “adesso di sto ragazzo che ho visto ieri sera a Matrix faccio il mio simbolo di un Italia migliore o di chi “ha le palle”. Del resto, le stesse persone – che siano scrittori famosi o gente comune non importa &#8211; hanno reagito con affettuoso buon senso alla sua dichiarazione di volersene andare, dando la priorità al suo desiderio di riavere una vita decente. Non è che perché uno è simbolo che non ci si rende conto che è prima di tutto una persona in carne ed ossa.<br />
Ma soprattutto, pur con tutta la necessità di vederne gli aspetti rischiosi e ambivalenti, è giusto riconoscere che i bisogni simbolici sono bisogni profondi e reali, e il fatto che emergano con la loro portata utopica primaria, contiene in sé qualcosa di positivo: aldilà di ogni ricaduta concreta, di ogni possibilità che il semplice sentirli ed esprimerli possa bastare come appagamento e quindi diventi funzionale al mantenimento delle cose come stanno, e ovviamente aldilà di ogni manipolazione e strumentalizzazione della quale possono essere oggetto.<br />
Eppure, pur con tutta la consapevolezza dei limiti e dei rischi, non basta fermarsi a questo. Bisogna cercare di capire quel che hanno fatto<em> Gomorra</em> e il “fenomeno Saviano” un po’ più concretamente.<br />
<em>Gomorra</em> non è soltanto in assoluto il primo libro sulle mafie – inclusi quelli dedicati a Cosa Nostra, inclusa il volume intervista a Giovanni Falcone- ad aver ottenuto una simile diffusione in Italia e nel mondo. <em>Gomorra</em> ha soprattutto cambiato il modo di rappresentare e di vedere le mafie. Non più fenomeno locale, ma presenza ubiqua e interconnessa del mondo globalizzato. Non più intreccio fra potere criminale e potere politico, ma supremazia del potere economico al quale tutto il resto è subordinato. Quel che talvolta viene mosso come critica a Saviano, ossia aver riservato un ruolo marginale all’aspetto della collusione politica, è in realtà la condizione di partenza perché si fosse potuto verificare questo mutamento collettivo di consapevolezza.<br />
<em>Gomorra</em> ha fatto questo:spostare lo sguardo dal sangue e persino dalla politica al business che è ovunque e rappresenta il cuore del potere criminale. Ed è, aldilà delle mafie, un grande e necessario aggiornamento ai tempi nostri, dove recentemente gli stati e la politica non hanno potuto fare altro che cercare di tamponare i disastri creati dall’economia, stavolta finanziaria.<br />
Lo sguardo di <em>Gomorra</em> è la sua più grande novità. Ogni polemica su quel che Saviano possa aver preso da altri o su quel che “si sapeva già”, manca il bersaglio perché non si rende conto che è stato Saviano, solo Saviano, a scorgere in quella materia una portata universale e trovare lo strumento per fare breccia con la sua visione delle cose e con la forza di coinvolgimento del suo racconto. Nessuno prima d’allora era arrivato a mostrare soprattutto questo, a far pervenire soprattutto questo come messaggio, a dirti:”non chiederti principalmente se Totò Riina si è baciato o meno con Andreotti”, ma domandati piuttosto chi costruisce casa tua, come vengono raccolti i pomodori con cui fai la salsa, dove e come vengono smaltiti i rifiuti che butti nel bidone dell’immondizia”.<br />
Non erano cose di cui si interessava il lettore comune o il pubblico dei media, non erano nemmeno cose che sembravano riguardare da vicino i cosiddetti intellettuali, inclusi quelli impegnati. Pasolini probabilmente ha pagato con la vita il suo lavoro su Petrolio e il suo “Io so” che riguardavano comunque grandi intrecci fra politica e interessi multinazionali, non il subappalto del piccolo cantiere, non la proprietà di una pizzeria, non il racket subito dal negoziante. In breve: non il nostro quotidiano.<br />
Su tutto questo c’è stata una sensibilizzazione che forse è l’inizio di qualcosa che cambia. I giornali non danno solo quell’attenzione a camorra e Casalesi di cui prima godevano solo i mafiosi siciliani (e comunque, per qualsiasi motivo, è preferibile essere informati su due organizzazioni criminali piuttosto che su una sola), ma concedono uno spazio prima impensabile a questioni come le mani dell’ndrangheta sui lavori per l’Expo di Milano (vedi gli articoli su “<a href="http://sitesearch.corriere.it/forward.jsp">Corriere”</a> e <a href="http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=8748350">“Stampa”).</a><br />
Noi non siamo Saviano e possiamo fare ben poco per tutelarlo. Ma, senza nessun eroismo, possiamo continuare ad allargare il solco che ha tracciato, continuare a ritenere che ogni indagine sul reale ci riguardi, possiamo trasformare tutto questo in una duratura e normale consapevolezza capace di non essere soltanto qualcosa di effimero: leggere – o scrivere- poesie e inchieste, articoli di cronaca e romanzi. Cambiare definitivamente postura rispetto a questo. Capire che le nostre democrazie sono congegni imperfetti e fragili, i cui valori e il cui funzionamento possono essere messe in scacco non solo dall’ascesa al potere di un dittatore; che non bisogna arrivare al regime totalitario, per finire per perderne di fatto dei grossi pezzi. Questo paese ne è un esempio particolarmente mal messo, ma la questione di fondo non riguarda solo l’Italia e il suo meridione. E al tempo stesso non dobbiamo nasconderci lo sgomento e il senso di impotenza che ci coglie quando scopriamo che Caserta sembra più lontana da Roma, più altrove, che Parigi o Milano.<br />
Sapere che si possa fare poco. Ma farlo. Di modo che se Saviano se ne va per un po’ da un&#8217;altra parte, qualcosa di quel che ha aiutato a seminare continui a crescere e a radicarsi anche laddove non c’è mai stato uno specifico interesse per le mafie.<br />
E infine, anche se il coraggio è quella cosa che non ci si può dare da soli, sarebbe bello se fossimo capaci a tirarne fuori un po’ di più: ovunque, in qualsiasi campo. Non per Roberto Saviano, soprattutto per noi stessi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/">Siamo tutti Saviano?</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/' rel='bookmark' title='Clan a Montesanto'>Clan a Montesanto</a> <small> di Maurizio Braucci Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/' rel='bookmark' title='Castel Volturno, Africa occidentale'>Castel Volturno, Africa occidentale</a> <small>[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM] [ Miriam Makeba è morta ieri notte dopo un...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/il-coraggio-dimenticato/' rel='bookmark' title='Il coraggio dimenticato'>Il coraggio dimenticato</a> <small> foto di Luigi Caterino di Roberto Saviano Chi racconta...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/04/01/siamo-tutti-in-pericolo/' rel='bookmark' title='Siamo tutti in pericolo'>Siamo tutti in pericolo</a> <small>di Giuseppe Catozzella Un uomo giace sdraiato a terra accanto...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/08/22/gomorra-e-dintorni-rosaria-capacchione/' rel='bookmark' title='Gomorra e dintorni: Rosaria Capacchione'>Gomorra e dintorni: Rosaria Capacchione</a> <small> - Mi scusi, signor Guichard, ma ha dimenticato di...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>52</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Jun 2008 23:11:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[omertà]]></category>
		<category><![CDATA[potere]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[regime]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6092</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Leggo che il bambino- anzi: il bimbo- di tre anni colpito venerdì sera da un proiettile durante una festa di una scuola a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, è stato operato al ospedale Bambin Gesù di Roma e ora sarebbe stabile ma grave.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/">Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/XtYeuH9NL8g&#038;hl=en"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/XtYeuH9NL8g&#038;hl=en" type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Leggo che il bambino- anzi: il bimbo- di tre anni colpito venerdì sera da un proiettile durante una festa di una scuola a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, è stato operato al ospedale Bambin Gesù di Roma e ora sarebbe stabile ma grave. O grave ma stabile. Prognosi strettamente riservata, in ogni caso.<span id="more-6092"></span><br />
Ieri l’avevano trasportato con un volo dell’aeronautica militare perché, pur tenuto in coma farmacologico, era peggiorato. &#8220;E&#8217; sopraggiunta un&#8217;ischemia cerebrale &#8211; ha detto il primario del reparto di rianimazione degli Ospedali riuniti, Giuseppe Doldo &#8211; che ha provocato un aggravamento della condizione del bambino, che a questo punto rischia la vita&#8221;.<br />
Così “Repubblica” di ieri.<br />
Insomma questo bambino- Antonino- era lì insieme agli altri bambini dell’asilo a fare il saggio o la recita di fine anno, lì sul lungomare davanti alla chiesa del paese, quando è arrivato su uno scooter nero un uomo che ha mirato a un altro uomo prendendolo alla gamba e invece colpendo in faccia il bambino. Alla gola. Alla lingua. Con la pallottola che si è fermata alla nuca.<br />
L’uomo obiettivo dell’agguato dalla stampa viene definito “pregiudicato”: il che non rende bene l’idea. E’ stato assolto in appello da un’accusa di omicidio, condannato per tentato omicidio e altrettanto “per eccesso colposo di legittima difesa” &#8211; il risultato della quale era comunque un morto ucciso.<br />
Secondo gli inquirenti, c’erano centinaia di persone in piazza, ma nessuno parla. Neanche una telefonata anonima, niente di niente. La madre ha lanciato un appello accorato, il parroco si è rivolto a tutte le madri di Melito tuonando contro l’omertà. &#8220;Non <strong>fate</strong> l&#8217;omertà&#8221;, ha detto.<br />
“Omertà” è una di quelle parole dal significato apparentemente chiaro. Come, mettiamo, “voodoo”.<br />
Ah beh’, pensiamo, sappiamo come funziona laggiù: c’è l’omertà. Così come i Yoruba o i neri di New Orleans hanno il voodoo.<br />
A volte certe parole sono come etichette di marca che ci fanno desistere dal voler guardare cosa c’è dietro, cosa c’è dentro.<br />
Che cos’è questa cosa che fa sì che un centinaio di genitori, nonni, zii in una piazza che ascoltano le canzoncine o le poesiole recitate dai loro figli, nipoti, nipotini quando vedono un bambino crollare per terra in un lago di sangue, stanno tutti zitti? Paura? Sottomissione? L’istinto d’autoconservazione di chi l’ha scampata e quindi pensa solo di portare a casa i propri figli fisicamente illesi e ripararli dal trauma, farli dimenticare quello che hanno visto, cercare di convincerli che quella cosa che è successa, NON PUO’ SUCCEDERE, non può succedere a loro. Ci stanno papà e mamma che garantiscono. I genitori, nella loro angoscia, si convincono delle frottole d’onnipotenza che raccontano ai propri figli.<br />
Non so esattamente cosa sia l’omertà, ma so che è qualcosa che si innesca quando sai che quella cosa invece PUO’ SUCCEDERE, può succedere sempre, a chiunque, anche a te e a tuo figlio. E che non puoi farci niente: solo tentare di farti piccolo, irrilevante, non farti notare. L’omertà somiglia molto o forse è identica all’atteggiamento della maggioranza delle persone che vivono sotto un regime. Zitti e sempre in difesa. Come i russi sotto Stalin. Come i tedeschi sotto Hitler. Con un patto di sottomissione che tratta il potere quasi fosse una forza della natura.<br />
Non è una cosa arcaica, da terroni, non è qualcosa che accade solo “laggiù”. Sembra ancestrale, tribale, ma in realtà distrugge ogni vincolo. Il fatto che il potere porti il nome di “clan” o di “famiglia” e sia fondato realmente su legami di sangue, specie in Calabria, trae in inganno su come agisce. E temo che distrugga i più superficiali vincoli di solidarietà ben oltre un paese in provincia di Reggio Calabria.<br />
Quel che mi ha stupito è che la notizia di un bimbo di tre anni quasi ucciso al posto di un killer non sembra aver provocato il solito dramma e melodramma nazionale. Ne avrà colpa il fatto che Antonino non sia morto, certo. E se la cosa fosse accaduta non in Calabria, ma in Piemonte? Se per caso i pistoleros fossero stati non ndranghetisti autoctoni, ma rumeni, magrebini, albanesi, slavi?<br />
Questa è una mossa retorica, d’accordo. Ma vorrebbe servire per formulare un’ipotesi che credo sia meno scontata della semplice affermazione che abbiamo due pesi e due misure e che il nostro problema di sicurezza è razzisticamente improntato sugli stranieri. Vorrebbe servire a dimostrare che quando una cosa ci fa paura veramente, quando pensiamo che sia una condizione da cui non esistono difese e difensori,- una <strong>condizione</strong> e non un singolo caso aberrante &#8211;  allora non strilliamo, non reclamiamo sicurezza, non additiamo i colpevoli. Ma stiamo zitti. Anche se ammazzano il compagno di classe, l’amico del cuore, il cuginetto.<br />
E allora anche i giornali, le tivvù, i Michele Cucuzza abbassano la voce. Perché chi vive in posti analoghi non ha piacere di farsi sventolare sotto il naso la propria condizione. E perché chi ci vive lontano, pensa che tanto quelle cose succedono laggiù, dove stanno i calabresi che hanno la mafia e l&#8217;omertà. Gente che appartiene a un&#8217;altra cultura. Come i Yoruba o i neri di New Orleans.<br />
Risultato: la vera aberrazione non sta in quel che è successo, ma che in un giorno in cui per tutti i bambini d’Italia finivano le scuole, in cui chissà quanti facevano le feste, le recite, i saggi, le pizzate, non si sia sentito scattare un lampo nella mente collettiva che dicesse POTEVA ESSERE IL MIO.<br />
Il piccolo Antonino non potrà mai significare nemmeno un decimo di quel che ha significato il piccolo Alfredino. Non ha neppure un nome- questo nome- al di fuori dei giornali calabresi. Se sopravvive, se scampa il rischio di  pesanti lesioni cerebrali e quel che ne consegue: chi se ne frega</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/">Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/' rel='bookmark' title='Milano brucia'>Milano brucia</a> <small>di Giuseppe Catozzella Un santo, doveva essere un santo, forse...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/' rel='bookmark' title='Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso'>Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso</a> <small>di Giuseppe Zucco   Laggiù tutte le forme conservano intrecciate...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/16/storie-di-ritorni/' rel='bookmark' title='Storie di ritorni'>Storie di ritorni</a> <small> di Helena Janeczek Mi mostra il tratto dove ha...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/07/16/colui-che-ha-raccontato-a-dio-che-non-e-dio/' rel='bookmark' title='Colui che ha raccontato a Dio che non è Dio'>Colui che ha raccontato a Dio che non è Dio</a> <small>di Giuseppe Catozzella Tutto, come spesso succede per queste cose,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/toccare-il-fondo/' rel='bookmark' title='Toccare il fondo'>Toccare il fondo</a> <small> Ritorno nella Calabria profondissima, ossia la Locride di Giuseppe...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>20</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Dynamic page generated in 1.760 seconds. -->
<!-- Cached page generated by WP-Super-Cache on 2012-02-12 12:56:03 -->
<!-- Compression = gzip -->
