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		<title>Il punto vulnerabile</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos.jpg"/></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.</p>
<p>Tu sei la pianta del loto<br />
e io sono il loto<br />
che matura lentamente<br />
ma una volta maturo<br />
muore di disgusto.<span id="more-10997"></span></p>
<p><strong>Qui giace</strong></p>
<p>Mi guardo attorno come se<br />
fossi appena tornato<br />
da un funerale<br />
con il fazzoletto impregnato<br />
di profumi acri.<br />
Non seppelliscono<br />
i loro morti?<br />
Non ci sono cimiteri qui<br />
né cipressi<br />
né oleandri<br />
né mirti</p>
<p><strong>Morte sotto chiave</strong></p>
<p>La mia controparte,<br />
un collezionista di chiavi<br />
medievali,<br />
vive altrove,<br />
in Lituania, penso,<br />
o forse a Samarcanda.</p>
<p>Non commetterà<br />
un suicidio<br />
finché non ci incontreremo di nuovo<br />
a Edimburgo</p>
<p><strong>Sradicato</strong></p>
<p>Ricordi, lasciatemi in pace!</p>
<p>L’umida,<br />
terra ostile odora<br />
come la fossa<br />
appena scavata<br />
della pallida fanciulla<br />
dei nostri ricordi.</p>
<p>La salamandra<br />
compone la canzone<br />
della timidezza<br />
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi<br />
per il tuo album</p>
<p><strong>Abbandonato</strong></p>
<p>Non posso camminare più a lungo<br />
su questo viale del Tempo<br />
senza indossare<br />
i miei guanti gialli<br />
e la maschera della severità.<br />
Poiché ci sono migliaia<br />
di occhi sospettosi<br />
che mi osservano<br />
da dietro i cespugli.</p>
<p>Sono stato gettato<br />
nell’era sbagliata,<br />
ma attendo pieno di speranza<br />
che venga il giorno<br />
in cui i girasoli<br />
e le magnolie<br />
fioriranno per sempre.</p>
<p>Quel giorno dovrò punire<br />
il serpente che ha iniettato<br />
il suo veleno nella mia carne</p>
<p><strong>La sinfonia della nebbia</strong></p>
<p>Amo essere amico<br />
della nebbia,<br />
sebbene senta<br />
un chiaro fardello<br />
di disgusto in gola<br />
quando parlo con lei.</p>
<p>Eppure, quando si ritira,<br />
in silenzio, a passi svelti e evasivi<br />
tra le rovine,<br />
è il momento in cui soffro<br />
davvero,<br />
e in ansia attendo<br />
che ritorni<br />
con nuove visioni<br />
e una nuova musica</p>
<p><strong>L’uomo con il cilindro</strong></p>
<p>Sono sempre più sicuro<br />
che durante una notte triste,<br />
mentre vagabondavo da solo<br />
in una strada immersa nella nebbia,<br />
una mano si è sporta<br />
dal finestrino di un taxi nero,<br />
gettandomi<br />
in un fatale,<br />
irreparabile errore.</p>
<p>Ma quell’errore<br />
forse è stata la cosa più bella<br />
della mia vita,<br />
la migliore<br />
e l’ultima<br />
esperienza</p>
<p><strong>Ospedali vuoti</strong></p>
<p>Il crepuscolo è grigio<br />
nella squallida via Aftoktonias.<br />
Tutte le banderuole<br />
indicano la tomba<br />
dell’usignolo<br />
che è stato ucciso la notte scorsa<br />
e sono prese da attacchi isterici.</p>
<p>C’è un occhio terrestre<br />
in un angolo remoto di questo<br />
desolato parco che spia<br />
le statue d’acciaio<br />
e le figure solitarie<br />
che s&#8217;aggirano senza scopo<br />
lungo i sentieri nebbiosi<br />
fischiettando canzoni funebri.</p>
<p>Quando mi sbarazzerò<br />
di questo testimone<br />
dovrò comprare una pistola<br />
per uccidere il fantasma<br />
che è appollaiato sul mio cranio<br />
e che mi accusa quando sono assente.</p>
<p>A mezzanotte i poveri poeti,<br />
con i manoscritti nelle tasche<br />
dei loro frusti abiti neri,<br />
stanno intorpiditi dal gelo<br />
sulla banchina di marmo<br />
del porto<br />
in attesa disperata dell’Uomo<br />
che viene da un luogo misterioso<br />
e che non giungerà mai<br />
perchè non esiste.</p>
<p>Quando ero giovane<br />
odiavo una ragazza magra<br />
e avrei voluto torturarla tutto il tempo<br />
dentro il mio giardino.</p>
<p>Dopo un terribile terremoto<br />
che ha scosso l’ospedale<br />
e l’intera città,<br />
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,<br />
gli specchi, i vasi,<br />
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi<br />
e il vento porta<br />
bare di ferro dall’orizzonte.</p>
<p>Qualcuno tende la mano giallognola<br />
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata&#8230;<br />
ma invano: non può raggiungerla</p>
<p><strong>Il punto vulnerabile</strong></p>
<p>Da un capo all’altro di questo vasto<br />
palmo di Tempo<br />
la superficie terrestre ha cominciato<br />
a sgretolarsi a causa della corrosione,<br />
mentre la sua orbita continua<br />
a sibilare furiosamente<br />
nel Caos.</p>
<p>E non smetterà mai,<br />
a meno che un architetto<br />
non martelli la Terra<br />
sul suo punto più vulnerabile.</p>
<p>Ma fino ad allora<br />
c’è tempo in abbondanza,<br />
gli edifici sono costruiti<br />
con ossa umane<br />
senza finestre,<br />
la gente rompe gli orologi<br />
per fermare il tempo<br />
e si spalma sul volto<br />
creme variopinte<br />
per proteggersi<br />
dal caldo incipiente.</p>
<p>Così gli anni passano,<br />
si cresce nel terrore<br />
ma illudendosi sempre di più<br />
che si sopravviverà<br />
al disastro finale. </p>
<p>(traduzione di Massimo Rizzante)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, <em>Vulnerable Point </em>(la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo <em>O exostis</em> (tradotto in francese con il titolo <em>Hôtel Atlantique</em>, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo <em>O eroes tes Gandes</em> (<em>L’eroe di Gand</em>) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
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		<title>Postaccio come Rio Lobo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/24/un-postaccio-per-rio-lobo/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/24/un-postaccio-per-rio-lobo/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 23 Aug 2008 23:26:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/167548.jpg"></a></p>
<p><em>La poesia che segue, a lungo meditata, dopo la visione del film capolavoro, credo possa accreditarsi non solo come poesia ma anche come prosa. Basta non andare daccapo. La dedico a Franz e Gianz.</em><br />
effeffe</p>
<p>Perché John Wayne non c&#8217;ha la pensione e manco il mutuo<br />
John Wayne si scola il whisky nel saloon pure tarocco<br />
Non c&#8217;ha mica il letto John Wayne dorme vicino al cactus<br />
John Wayne sferra cazzotti meglio di Clemente Russo</p>
<p>Quando finisce di lavorare John Wayne tutti i cartellini<br />
si porta a timbrare John Wayne e se incontra il capo<br />
Gli dice vuoi abbuscare John Wayne con in mano la canna<br />
del Winchester John Wayne a Pechino sai quante medaglie<br />
</p>
<p>Perché John Wayne va a cavallo anche quando cammina<br />
e se gli danno le canne al posto del Whisky John Wayne<br />
si fumava pure il filtro e si barricava in prigione John Wayne<br />
John Wayne faceva uscire a tutti tranne che a Sandokan</p>
<p>Perché John Wayne non ama l&#8217;oro, loro non ama<br />
Cavalca fino in Texas John Wayne solo per fare il culo<br />
A chi ha tradito l&#8217;amico di John Wayne e la parola data<br />
John Wayne ferito  è poeta più di Sanguineti</p>
<p>E se a John Wayne tu ci fai vedere la monnezza<br />
Ci spara sopra col Winchester John Wayne la incenerisce<br />
Lui termovalorizza il carovita John Wayne e alla camorra<br />
John Wayne a Sandokan lo schifava</p>
<p>Con il Winchester  John Wayne altro che Di Pietro<br />
Se apre un blog John Wayne fa il culo pure a Beppe Grillo<br />
John Wayne baciava solo il suo cavallo<br />
Mica Berlusca che accarezzava gli stallieri</p>
<p>Con il Winchester John Wayne scrive meglio di Baricco<br />
e se fa un film John Wayne va al botteghino<br />
si metteva col Winchester tu si tu no, Veltroni no, La Russa no<br />
e il cavallo poteva entrare e pure i pop corn John Wayne ci dava</p>
<p>John Wayne ama Fortini non i bunker<br />
E se è fascista John Wayne come Lucio Battisti<br />
John Wayne non canta mai suona il Winchester<br />
Allora sai a Pechino che concerto</p>
<p>Lui e Dalai Lama contro tutti quanti</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/24/un-postaccio-per-rio-lobo/">Postaccio come Rio Lobo</a></p>
<p>Related posts:
<a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/24/disillabari/' rel='bookmark' title='disillabari'>disillabari</a> di Francesco Forlani mischiando le voci di dentro passavamo il...&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/24/un-postaccio-per-rio-lobo/">Postaccio come Rio Lobo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/167548.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/167548.jpg" alt="" title="167548" width="289" height="450" class="alignnone size-full wp-image-7566" /></a></p>
<p><em>La poesia che segue, a lungo meditata, dopo la visione del film capolavoro, credo possa accreditarsi non solo come poesia ma anche come prosa. Basta non andare daccapo. La dedico a Franz e Gianz.</em><br />
effeffe</p>
<p>Perché John Wayne non c&#8217;ha la pensione e manco il mutuo<br />
John Wayne si scola il whisky nel saloon pure tarocco<br />
Non c&#8217;ha mica il letto John Wayne dorme vicino al cactus<br />
John Wayne sferra cazzotti meglio di Clemente Russo</p>
<p>Quando finisce di lavorare John Wayne tutti i cartellini<br />
si porta a timbrare John Wayne e se incontra il capo<br />
Gli dice vuoi abbuscare John Wayne con in mano la canna<br />
del Winchester John Wayne a Pechino sai quante medaglie<br />
<span id="more-7563"></span></p>
<p>Perché John Wayne va a cavallo anche quando cammina<br />
e se gli danno le canne al posto del Whisky John Wayne<br />
si fumava pure il filtro e si barricava in prigione John Wayne<br />
John Wayne faceva uscire a tutti tranne che a Sandokan</p>
<p>Perché John Wayne non ama l&#8217;oro, loro non ama<br />
Cavalca fino in Texas John Wayne solo per fare il culo<br />
A chi ha tradito l&#8217;amico di John Wayne e la parola data<br />
John Wayne ferito  è poeta più di Sanguineti</p>
<p>E se a John Wayne tu ci fai vedere la monnezza<br />
Ci spara sopra col Winchester John Wayne la incenerisce<br />
Lui termovalorizza il carovita John Wayne e alla camorra<br />
John Wayne a Sandokan lo schifava</p>
<p>Con il Winchester  John Wayne altro che Di Pietro<br />
Se apre un blog John Wayne fa il culo pure a Beppe Grillo<br />
John Wayne baciava solo il suo cavallo<br />
Mica Berlusca che accarezzava gli stallieri</p>
<p>Con il Winchester John Wayne scrive meglio di Baricco<br />
e se fa un film John Wayne va al botteghino<br />
si metteva col Winchester tu si tu no, Veltroni no, La Russa no<br />
e il cavallo poteva entrare e pure i pop corn John Wayne ci dava</p>
<p>John Wayne ama Fortini non i bunker<br />
E se è fascista John Wayne come Lucio Battisti<br />
John Wayne non canta mai suona il Winchester<br />
Allora sai a Pechino che concerto</p>
<p>Lui e Dalai Lama contro tutti quanti</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/24/un-postaccio-per-rio-lobo/">Postaccio come Rio Lobo</a></p>
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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6768" title="opereitaliane" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <em>Campo del sangue</em> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<em>Un teologo contro Hitler</em>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <em>Gli emigrati</em>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «Città dei ragazzi» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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		<title>La prima è venuta così in sonno, poi l’ho sistemata da sveglio. La terza e la quinta erano fatte così. La quarta era così. Sì, era così.</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jul 2008 05:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>
</p><p ALIGN="center">di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></p>
<p ALIGN="center"><strong>Scala</strong></p>
<p><em>Ormai quasi cieco la mia visione si fece crepuscolare, inevitabilmente.<br />
Stacchi di scuro dividevano i momenti della mia vita, ma l’ascoltavo<br />
meglio così la vita. Ero un carpentiere. Avevo costruito una scala,<br />
e mentre la costruivo la salivo.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/02/la-prima-e-venuta-cosi-in-sonno-poi-l%e2%80%99ho-sistemata-da-sveglio-la-terza-e-la-quinta-erano-fatte-cosi-la-quarta-era-cosi-si-era-cosi/">La prima è venuta così in sonno, poi l’ho sistemata da sveglio. La terza e la quinta erano fatte così. La quarta era così. Sì, era così.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;">
<p ALIGN="center">di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></p>
<p ALIGN="center"><strong><big>Scala</big></strong></p>
<p><em><marquee scrollamount=9 loop=1 behavior=slide>Ormai quasi cieco la mia visione si fece crepuscolare, inevitabilmente.</marquee><br />
<marquee scrollamount=8 loop=1 behavior=slide>Stacchi di scuro dividevano i momenti della mia vita, ma l’ascoltavo</marquee><br />
<marquee scrollamount=7 loop=1 behavior=slide>meglio così la vita. Ero un carpentiere. Avevo costruito una scala,</marquee><br />
<marquee scrollamount=6 loop=1 behavior=slide>e mentre la costruivo la salivo. Ora stavo in cima mezzo cieco,</marquee><br />
<marquee scrollamount=5 loop=1 behavior=slide>ma un po’ ancora ci vedevo. Fu allora  che iniziai a capire le cose</marquee><br />
<marquee scrollamount=4 loop=1 behavior=slide>tutte quante su di uno sfondo azzurro, e l’azzurrità proteggeva</marquee><br />
<marquee scrollamount=3 loop=1 behavior=slide>l’innocenza del bianco, elideva lo scuro e l’oscuro. La scala era fatta</marquee><br />
<marquee scrollamount=2 loop=1 behavior=slide>per scendere fra i bagliori di tutti i balconi. Ero stato prudente a non</marquee><br />
<marquee scrollamount=1 loop=1 behavior=slide>gettarla via da me. Mi aspettava una barca dove non stare più straniero</marquee></em><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/azzurrita.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-6272" title="azzurro" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/azzurro.gif" alt="Azzurro"/></a></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><span id="more-6271"></span></p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>La scala</big></strong></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Quasi cieco la visione si fece crepuscolare<br />
Stacchi di scuro dividevano<br />
i momenti della vita ma l’ascoltava meglio<br />
così la vita</p>
<p></em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Era stato un carpentiere<br />
Aveva costruito una buona scala<br />
e mentre la costruiva la saliva</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ora stava in cima, mezzo cieco, ma un po’<br />
ci vedeva e non aveva gettato via la scala da sé<br />
Ora iniziava a scenderla</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Rotella</big></strong></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ai piedi del Monte, è lì che sorge Rotella<br />
L’attraversano un piccolo fiume e un torrente<br />
Sta da secoli lì con il nome di ora<br />
Tutt’intorno ci sono i calanchi<br />
Ci sono i vulcanelli</p>
<p></em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>A sud il Monte si spezzetta, si dirupa<br />
Vi nascono ginestre</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Stiamo distesi sotto una roverella<br />
Penso ai vulcanelli di Rotella<br />
Alle ginestre</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Spartiacque</big></strong></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Sono dieci anni &#8211; anno più anno meno che conta -<br />
che giro senza sosta in questa stanza,<br />
che sposto il suo confine.</p>
<p></em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ma quando si prova a dire di un sé non è mai lineare<br />
lo spartiacque, con le ombre di ieri in conflitto<br />
continuo, e accanto le cose quotidiane in secondo piano,<br />
in terzo, in quarto. Così via. E in tutta questa apparenza<br />
traballante i giorni a venire.</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Sono dieci anni che cammino per questa strada impervia,<br />
ed eccomi in un’ombra di porto a guardare i tuoi capelli,<br />
ad ascoltare le tue parole.</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Dipendenza cellulare</big></strong></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ieri ho faticato forte a non chiamarti<br />
Me ne stavo lì come un adolescente compulsivo<br />
a digitare messaggi lasciati a metà</p>
<p></em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Tenevo in tasca il cellulare. Lo tenevo<br />
presente a me stesso come la mano come le dita<br />
quando da diverso tempo non stanno in azione<br />
La chiamano “dipendenza da cellulare”</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Poi mi sono detto, più forte che potevo<br />
che bisogna ammettere a se stessi sempre e per intero<br />
come stanno le cose per capirle per schiarirle<br />
e ho guardato in quella mia tribolazione<br />
a non chiamarti, l’ho chiamata “dipendenza cellulare”</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ti chiamerò per scambiare due parole semplici allora<br />
quando i giorni a venire saranno meno incerti di ora</em>
</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;">maggio giugno 2008</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/02/la-prima-e-venuta-cosi-in-sonno-poi-l%e2%80%99ho-sistemata-da-sveglio-la-terza-e-la-quinta-erano-fatte-cosi-la-quarta-era-cosi-si-era-cosi/">La prima è venuta così in sonno, poi l’ho sistemata da sveglio. La terza e la quinta erano fatte così. La quarta era così. Sì, era così.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Questa è la mia mano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/28/questa-e-la-mia-mano/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/28/questa-e-la-mia-mano/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 28 Jun 2008 12:58:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/capxs2gocasz40ptca9bfkenca3fdaorca3d0ucucasyeuf0ca7fuc55caph62docaxfowp3caicynw0ca05hmahcao8lc4fcanw80pgcahx7q3vca2elvtycamlwso8casiwzibca955wr9cala09co2.jpg'></a>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
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<p>Questa è la mia Mano. Pollice, indice, medio, anulare, mignolo: la mia Mano. La porto sempre con me. Dovunque vada, lei mi segue. Impossibile confonderla – o peggio, perderla. Tra di noi, c’è un contratto molto semplice. E questo ci lega, ci rende complici. Se io mi muovo, lei si muove con me. Siamo le due parti distinte di un unico applauso. È il suono della nostra complicità, l’applauso. Così la porto sempre con me, e la Mano ricambia affettuosa. Mi aiuta.<span id="more-6258"></span> Mi annoda con stile la cravatta. Cancella le pieghe dalla camicia. Mette in riga i capelli. Dà così tante soddisfazioni, la mia Mano, che ormai ricordo l’incidente senza vetri e sangue intorno. È un ricordo pulito. È l’immagine pulita del primo incontro. La mia Mano, staccata dal mio corpo, che mi osserva con complicità. Non è stato facile tornare al lavoro con una mano in meno e una solida, scintillante, protesi di plastica al posto della carne. Ma la mia Mano è stata molto comprensiva con me. Ha fatto in modo che la mia psicologia non sprofondasse da qualche parte. Si è schierata subito al mio fianco. Ha preso le mie difese. Se sono ancora sano, e in buono stato, e il mio lavoro fila liscio, e le persone non piegano i pensieri verso la compassione quando vedono la plastica scintillare, tutto questo è merito della mia Mano, ed io la guardo con grande ammirazione, sempre. Ovviamente, è con la sinistra che stringo le mani. Con la sinistra che reggo la ventiquattrore. Decoro, pura decorazione, la plastica scintillante che sbuca dalla camicia. Una delicatezza concessa al buon gusto. Un velo steso sull’agonia e il dolore. La mia Mano approva, ed io apprezzo il suo buon senso. Da quando frequento la mia Mano, ogni tessera, nel mosaico della mia vita, trova il suo posto. E quel mosaico sono proprio io, in tutto e per tutto, completo, che non manca niente, e niente fuori luogo, persino la luce artificiale della plastica che sbuca dal polsino destro della mia camicia sembra avere un senso. La ventiquattrore, in tutto questo, è parte essenziale. Mi chiedono sempre cosa ci faccia dappertutto con la ventiquattrore. Dicono &#8211; amici e conoscenti &#8211; di provare una sgradevole sensazione quando vedono la valigetta nera oscillare dall’unica estremità rimasta intatta dal disastro. Io vorrei dirglielo che là dentro c’è la mia Mano. Vorrei aprire la ventiquattrore e lasciargli vedere la mia Mano camminare sulle dita. Ma ho paura che si stupirebbero parecchio. O che capirebbero poco. Ed io non ho nessuna intenzione di mandare in pezzi le loro certezze: vedere la mia Mano camminare, e appendermi la giacca, e proteggermi da ogni cosa, questo non farebbe al caso loro. Così evito, faccio il vago, non rispondo proprio. Sembrano tutti vagamente ossessionati dalla ventiquattrore e dal luccichio artificiale della mia plastica. E in maniera superiore di quanto potrei esserlo io. In fondo, è sotto la mia camicia che sbuca e scintilla la plastica. Chiedo sempre, una volta a casa, giusto davanti alla composta e placida complicità della mia Mano, cosa spinge tutti a guardarmi in quel modo, e a parlare sottovoce tra di loro, e a guardarmi senza più il pudore degli inizi. La plastica è lì a proposito, per stendere un velo sul mio dolore, sulla mia agonia. Non volevo che quel vuoto sotto il polso destro rovinasse la giornata a nessuno, e ispirasse moti di compassione e pietà, e ricordasse – a tutti loro – il possibile avverarsi di un incidente. La quotidianità degli incidenti e dei disastri. La crudeltà del destino che, in un attimo, in mezzo a vetri e sangue, ti ruba la carne e ti restituisce la plastica. È una delicatezza, la mano che scintilla sotto il neon dei nostri corridoi, ma loro non sembrano comprenderlo. Non li sfiora neanche. Fortuna che la mia Mano veglia su di me. Chissà in quale buco cieco sarebbe adesso la mia psicologia se la mia Mano non mi avesse accudito e rassicurato. Grazie alla mia Mano anche il ricordo dell’incidente è un momento intenso di pulizia e nitore. Non c’è dolore, nel ricordo. Né il sincero, e del tutto non voluto, guaito che mi esplode tra i polmoni e la gola mentre diventiamo due cose distinte, la mia Mano ed io, due entità che non si appartengono se non per una tenace e voluta complicità. È un ricordo muto e pulito, quello dell’incidente. L’immagine dell’incontro che ha cambiato la mia vita. Dopo di allora, è un mosaico, il mio, che si alimenta di nuove tessere, di nuovi e cercati miglioramenti. E sono proprio io, quello nel mosaico, con una posizione sociale avanzata, e una macchina che ruggisce fuori, e una sistemazione adeguata per il numero e il valore delle mie relazioni sentimentali, e un complesso sistema emotivo, e una mano che fa una luce tutta sua sotto il polsino destro della mia camicia. Sarà questo che li ossessiona tanto, mica un pezzo di plastica che scintilla, senza muoversi. Neanche lontanamente assomiglia alla mia vera Mano. Non ha alcuna responsabilità. Tantomeno, complicità. E si chiedono, sempre, quali documenti nasconda dentro la ventiquattrore, quando la poggio sul lungo tavolo delle riunioni e la sistemo con molto riguardo. Cala un silenzio improvviso sulla valigetta, e la mia camicia senza una piega, e la riga perfetta dei miei capelli. Un silenzio che imbalsama i pensieri e rende più vivo e intermittente il luccicare della plastica che mi è rimasta. E non so cosa pensare, giuro che non so cosa pensare. Li osservo tutti dalla mia poltrona da presidente – nuova e fondamentale tessera andata a posto nel mio mosaico – e li fisso a puntare la mia ventiquattrore, in modo ossessivo, come se intuissero chissà quale presenza, una presenza che, ovviamente, non li sostiene nelle loro certezze morali e professionali. Vorrei dire loro che è la mia Mano, solo la mia Mano. Ma non credo apprezzerebbero la confessione. Non ne sarebbero all’altezza. Ricordo il mio vecchio Presidente, un uomo dal viso pulito, e un mosaico di tutto rispetto. L’unico a cui avrei reso omaggio della mia Mano e della nostra, intensa, complicità. Il giorno in cui gli avrei detto tutto, risparmiandogli i particolari dei vetri e del sangue &#8211; giorno in cui avrei aperto la mia ventiquattrore davanti agli occhi del primo testimone della mia complicità &#8211; il vecchio mi mette le carte in mano, tutte controfirmate, e sollecita la mia professionalità a prendere posto nel suo ufficio, sulla sua poltrona. Dice che ha dormito poco, che qualcuno si è presentato a casa sua, una presenza imprevista e del tutto poco normale, e che lì, a casa sua, nel suo letto, dopo quell’apparizione, ha vagliato tutte le opportunità ed ha cominciato a pensare il mio nome in lettere dorate sul retro della sua porta presidenziale. Dice, inoltre, in via confidenziale, che più persone, prima di lui, hanno avvertito nel buio della proprio camera, durante alcune notti tendenzialmente tranquille e soporifere, quella presenza imprevista e del tutto poco normale. Ma io ci credo poco a tutte queste chiacchiere, e alle storie dei miei dipendenti e dei miei amici e delle loro notti svegli, in mezzo al letto, in preda di chissà quali presenze. Forse, non ci fosse la mia Mano, avrei potuto anche dargli retta. Mi sarei potuto lasciare prendere. Ma non è andata così. Fortuna che c’è chi veglia sul mio sonno e conta le pieghe sulla mia faccia, sulla mia fronte, oramai addormentata.</p>
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