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	<title>Nazione Indiana &#187; marco rovelli</title>
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		<title>L&#8217;incredibile vicenda di Baye Lahat. Storie di un paese incivile.</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 10:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>(<em>Ho rintracciato questa vicenda in rete. Per adesso non è ancora uscita dal perimetro sardo. Grazie alla rete lo sta facendo. Ne ho scritto oggi sull&#8217;Unità, facciamo che diventi un caso nazionale.</em>)</p>
<p>Baye, in senegalese, significa padre: non ha un senso religioso, ma indica una persona rispettata, considerata saggia dai suoi conoscenti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/lincredibile-vicenda-di-baye-lahat-storie-di-un-paese-incivile/">L&#8217;incredibile vicenda di Baye Lahat. Storie di un paese incivile.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-41349" title="baye lahat" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/baye-lahat.jpg" alt="" width="180" height="225" />di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>(<em>Ho rintracciato questa vicenda in rete. Per adesso non è ancora uscita dal perimetro sardo. Grazie alla rete lo sta facendo. Ne ho scritto oggi sull&#8217;Unità, facciamo che diventi un caso nazionale.</em>)</p>
<p>Baye, in senegalese, significa padre: non ha un senso religioso, ma indica una persona rispettata, considerata saggia dai suoi conoscenti. Abdou Lahat Diop è chiamato Baye: ha trent&#8217;anni, sta in Italia da cinque. Abita in provincia di Oristano. O meglio, abitava. Fino al 16 dicembre. Quel giorno si appartò a pregare, lungo una strada isolata. Baye appartiene alla confraternita dei murid, il ramo sufi dell&#8217;Islam senegalese, più in particolare è un baay fall (soldato murid), che ha consacrato la sua vita a Dio. Era arrivato a uno stato estatico di unione mistica, con pratiche ascetiche di autoinduzione del dolore mediante un bastone. In quel momento è passata una pattuglia delle forze dell&#8217;ordine, che lo hanno interrotto, chiedendogli le generalità. Non sappiamo com&#8217;è andata, a quel punto, sappiamo solo che è stato immobilizzato e arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e rifiuto di fornire le proprie generalità. Il giorno successivo c&#8217;è il rito direttissimo, e il giudice ordina una perizia psichiatrica.</p>
<p><span id="more-41348"></span> Che lo giudica “incapace di intendere e di volere” e “socialmente pericoloso”. Il 9 gennaio ne viene ordinato l&#8217;internamento in un Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg). Ecco, il modo più sbrigativo per togliersi di torno problemi fastidiosi. Basta una semplice perizia frettolosa, senza nessuna garanzia per l&#8217;osservato, come questa perizia che dal Comitato per l&#8217;abolizione degli Opg definiscono “ingiusta e piena di contraddizioni”, per internare qualcuno in un luogo che continua a essere un vero e proprio manicomio. Non si può dire nemmeno che si tratti di un manicomio “criminale”, perché il concetto di “pericolosità sociale” non implica aver commesso un reato. Abdou, se ha commesso un reato, può essere stato quello di resistenza a pubblico ufficiale. E&#8217; per quello, eventualmente, che dovrebbe essere giudicato. Invece è finito in un girone infernale, scontando un regime di doppia segregazione: perché “folle” e perché “nero”. E&#8217; il suo essere incomprensibile allo sguardo che l&#8217;ha giudicato ad averne fatto un “matto” da internare (disse Franco Basaglia: “Il manicomio ha la sua ragione d’essere nel fatto che fa diventare razionale l’irrazionale”). E quell&#8217;incomprensibilità è dovuta a una differenza culturale che nessuno, né il giudice, né il perito psichiatrico (non risulta ci fossero nemmeno un interprete né un mediatore culturale), ha sentito il dovere di prendere in considerazione. Abdou è stato &#8220;sovrascritto&#8221; da una sentenza, che ne ha ordinato la chiusura nell&#8217;Opg di Aversa. E gli Opg sono un vero e proprio orrore, ormai lo sappiamo. Quantomeno lo dovremmo tutti sapere, almeno dopo le conclusioni della commissione d&#8217;inchiesta parlamentare, presieduta da Ignazio Marino (e approvate all&#8217;unanimità), e fatte conoscere al pubblico da una puntata di Presa Diretta. Se non l&#8217;avete vista, guardatelo e inorridite: per esempio sul <a href="http://www.stopopg.it/">sito</a> del Comitato. Che adesso si sta impegnando, come dicevo, nella campagna per la liberazione di Abdou: la sentenza del magistrato è fuori della legalità, secondo il comitato, perché non ha rispettato le sentenze della corte costituzionale che privilegiano l&#8217;accoglienza, la cura e l&#8217;accesso alle misure alternative. E questo accade troppo spesso. Lo stesso presidente della repubblica ha detto che questa è una situazione intollerabile, e che occorre restituire alla libertà e ai percorsi individualizzati di cura molte persone chiuse lì dentro per nessun motivo. Tocca al governo, dice il comitato, farsi carico della soluzione di questo orrendo problema. E tocca a noi non girarci dall&#8217;altra parte.</p>
<p>(pubblicato su l&#8217;Unità, 14/1/2011)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/lincredibile-vicenda-di-baye-lahat-storie-di-un-paese-incivile/">L&#8217;incredibile vicenda di Baye Lahat. Storie di un paese incivile.</a></p>
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		<title>Seminatori d&#8217;odio</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 07:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Alessandro Bertante</strong></p>
<p>[<em>Questa invettiva è uscita su </em>Saturno, il 6 gennaio 2012. <em>Dato che parla di un tema che ha a che fare con la responsabilità del lettore, la rigiro qui su NI nella speranza che se ne possa parlare senza vomitare dappertutto.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/seminatori-dodio/">Seminatori d&#8217;odio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-41286" title="Esorcista_vomito" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Esorcista_vomito.jpg" alt="" width="250" height="250" /><br />
di <strong>Alessandro Bertante</strong></p>
<p>[<em>Questa invettiva è uscita su </em>Saturno, il 6 gennaio 2012. <em>Dato che parla di un tema che ha a che fare con la responsabilità del lettore, la rigiro qui su NI nella speranza che se ne possa parlare senza vomitare dappertutto. Ovvio che, essendo un pezzo di un ospite non avrò problema alcuno a bannare, cancellare, bloccare, ogni tipo di inutile insulto o commento personalistico. - Di seguito al pezzo di Bertante, una chiosa, uscita oggi sull'Unità, di Marco Rovelli.</em> G.B.]</p>
<p>Sono cinquanta, si conoscono tra loro e si odiano. Imperversano a tutte le ore e sembra non abbiano altre cose da fare che scrivere commenti, anche fino a tarda notte. Si ricordano di tutto, di ogni puntata precedente, e non perdonano. Insultano, minacciano, s’azzannano e soprattutto sono convinti che dietro ogni scelta editoriale ci sia il fiato nero di una consorteria di potenti a loro ostile. Perché sono vittime. Sono i commentatori dei blog letterari e prima o poi se pubblichi un testo qualsiasi di narrativa, saggistica o poesia, devi averci a che fare.</p>
<p>Fino a qualche anno fa sarebbero stati naturalmente confinati a rimuginare nelle loro anguste camerette ma adesso grazie alla caotica sarabanda del web 2.0 – nato con la speranza d’allargare ogni possibilità e diventato asfittico come uno sgabuzzino per le scope – sono liberi di spargere veleno senza pagare mai dazio. Da quasi un decennio questi cinquanta valorosi impediscono che nasca un serio dibattito letterario in rete, inquinando il lavoro di molte persone oneste e preparate (e penso a Nazione Indiana, <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/">Lipperatura</a>, <a href="http://vibrisse.wordpress.com/">Vibrisse</a>, <a href="http://www.sulromanzo.it/">Sul Romanzo</a>, <a href="http://www.leparoleelecose.it/">Le parole e le cose</a>, <a href="http://www.satisfiction.me/">Satisfiction</a>, <a href="http://scrittoriprecari.wordpress.com/">Scrittori precari</a>) che stanno faticosamente cercando di creare nuovi luoghi di autorevolezza critica.</p>
<p>In nome di una bizzarra interpretazione del concetto di libertà d’espressione, i cinquanta valorosi si distinguono per l’astio e per la spontanea tendenza alla bassa insinuazione, sempre riferita a questioni private dell’autore preso di mira. Difficile che parlino del contenuto, spesso lo ignorano apertamente, rivendicando questa loro scelta in modo sdegnoso. Ma ciò nonostante s’esprimono con una violenza verbale sconcertante. I più cattivi e i più laidi sono anonimi, ovvero si nascondono sotto diverse e mutevoli identità, con le quali partecipano contemporaneamente al tafferuglio. Perché la rete è l’unico luogo del vivere civile dove l’insulto anonimo sia considerato sintomo – sgradevole ma certo dinamico – di democrazia e non un’infamia come da qualsiasi altra parte.</p>
<p>Per loro non esiste più nessun valore letterario condiviso ma solo mafie e raccomandazioni, favori e reciproci servilismi. Non esiste un canone estetico ma tutto è confuso in un calderone di provocazioni, ripicche e frustrazioni mai risolte. Si commuovono solo di fronte alla piattezza dell’orizzontalità, quella desolante mediocrità che ha concesso anche a loro di avere una voce. Ma sullo sfondo è facile riconoscere il ben noto linguaggio qualunquistico dell’Italia gretta e provinciale, quella deriva etica e civile che ci contraddistingue da anni e che è diventata oramai impossibile da sopportare.</p>
<p>***</p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>La scorsa settimana Alessandro Bertante ha pubblicato un articolo sul Saturno, l&#8217;inserto culturale del Fatto quotidiano, intitolato “Seminatori d&#8217;odio”, dedicato a quella cinquantina di troll – disturbatori della comunicazione in rete – che “si distinguono per l’astio e per la spontanea tendenza alla bassa insinuazione, sempre riferita a questioni private dell’autore preso di mira. Difficile che parlino del contenuto, spesso lo ignorano apertamente, rivendicando questa loro scelta in modo sdegnoso”. La cosa tocca anche il sottoscritto, attivo in rete da molti anni ormai, e dal 2006 nella redazione di Nazione Indiana. Il problema è doversi confrontare da pari a pari con persone che hanno deciso – dall&#8217;alto del loro nickname, della loro identità mascherata – che al tuo ragionamento non contrapporranno un altro ragionamento, ma solo attacchi, entrate a gamba tesa, insinuazioni, insulti. Rivendicando pure sfacciatamente il diritto a farlo. Come, per fare un esempio, quella volta in cui ho pubblicato un articolo del mio quasi omonimo Marco Revelli. Al primo commento uno dei più aggressivi commentatori interviene in tono irridente e liquidatorio, senza contrapporre uno straccio di ragionamento. Più avanti, però, fa marcia indietro: “Non mi ero accorto che l’articolo era dell’esimio Accademico Marco Revelli. L’avevo banalmente confuso con Marco Rovelli. Con l’Accademico Revelli non mi va di polemizzare in modo becero”. Rovelli, invece, che di solito si sporca le mani in rete, dove il rapporto non può che essere da pari a pari, lo si può tranquillamente prendere a pesci in faccia. Quando poi li banni, ovvero gli impedisci di partecipare ulteriormente alla discussione, questi ti danno pure del fascista. E non c&#8217;è davvero atteggiamento più fascista di questo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/seminatori-dodio/">Seminatori d&#8217;odio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il mago dell&#8217;Esselunga e il laboratorio della produzione</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 11:29:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/DepecheModeMasterAndServant.jpg"></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Quando vai a fare la spesa all&#8217;Esselunga ti danno un film in regalo. Grazie, dici. Poi, se hai la sventura di guardarlo, ritiri il ringraziamento. E&#8217; un penoso lungo spot, girato da Giuseppe Tornatore, che vorrebbe mettere in scena la meraviglia di un ragazzino nel supermercato, la sua scoperta di mirabolanti mondi dietro le merci.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/15/il-mago-dellesselunga-e-il-laboratorio-della-produzione/">Il mago dell&#8217;Esselunga e il laboratorio della produzione</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/DepecheModeMasterAndServant.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-41035" title="DepecheModeMasterAndServant" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/DepecheModeMasterAndServant.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Quando vai a fare la spesa all&#8217;Esselunga ti danno un film in regalo. Grazie, dici. Poi, se hai la sventura di guardarlo, ritiri il ringraziamento. E&#8217; un penoso lungo spot, girato da Giuseppe Tornatore, che vorrebbe mettere in scena la meraviglia di un ragazzino nel supermercato, la sua scoperta di mirabolanti mondi dietro le merci. Lo spettacolo della merce, insomma, celebrato tra gli scaffali di padron Caprotti. Allora non ti resta che andare agli scaffali della tua libreria, tirar giù un Marx d&#8217;annata, e accettare il suo invito a seguire il possessore di denaro e di forza-lavoro nel “segreto laboratorio della produzione”, dove si vedrà “non solo come produce il capitale, ma anche come lo si produce”. E arrivi a Pioltello. Ai capannoni dei magazzini dell&#8217;Esselunga. Dove scopri chi quelle merci le smista, tutto il giorno. Sono tutti immigrati, delle più varie nazionalità, dal Sudamerica all&#8217;Asia, dall&#8217;Africa all&#8217;Europa dell&#8217;est.<span id="more-41034"></span> E smistare le merci significa caricarle sui camion, in fretta, sempre più in fretta, senza respiro: 240 colli – ciascuno dei quali può essere di 25 chili &#8211; in un&#8217;ora. E poi minacce, discriminazioni, un vero e proprio lavoro a chiamata, con i lavoratori scelti direttamente sul posto di lavoro, anche per doppi turni, invece di distribuire il carico. Un&#8217;organizzazione del lavoro scientificamente costruita per controllare la forza-lavoro in maniera ferrea. I primi delegati del S.I. Cobas sono stati licenziati con motivi pretestuosi. E dopo la lotta – una settimana di sciopero a oltranza, e poi un presidio permanente con picchettaggio, fino agli scontri con un manipolo di crumiri mandati dalla ditta – sono arrivate altre sospensioni dal lavoro.</p>
<p>La piattaforma di rivendicazioni è del resto chiara e concisa: chiede, subito dopo il ritiro dei licenziamenti per i 22 lavoratori, il rispetto della “dignità degli operai”. Par d&#8217;essere tornati all&#8217;epoca dei padroni delle ferriere, nella Manchester ottocentesca, quando tocca rivendicare il diritto a non essere maltrattati, discriminati, minacciati da capi e capetti, di un paio dei quali viene perciò chiesto l&#8217;allontanamento. Oltre a questo, si chiede l&#8217;indennità sostitutiva mensa, il rispetto del contratto e della legge quanto ai tempi e carichi di lavoro.</p>
<p>Ma da parte dell&#8217;Esselunga, si risponde solo col silenzio. La controparte diretta dei Cobas è infatti il consorzio Safra, che gestisce il lavoro nei capannoni per conto di Esselunga. Come sempre, sono le cooperative che fanno il lavoro sporco, nell&#8217;ormai classica esternalizzazione del lavoro che scarica sui gradini più bassi il rischio d&#8217;impresa. Le cooperative, che un tempo sono state concepite come possibilità di un lavoro differente, adesso sono spesso il veicolo migliore per lo sfruttamento di lavoratori ridotti in servitù. E&#8217; a Safra dunque che Esselunga ha deciso di scaricare – così come la gestione del lavoro – anche le trattative con i lavoratori. L&#8217;azienda di Caprotti non ne vuol proprio sapere di questi lavoratori che si autoorganizzano. Del resto l&#8217;impressione è che Esselunga, in questa irremovibilità, sia l&#8217;avanguardia di tutta la rete della grande distribuzione che vuole fermare il contagio delle lotte, che sono riuscite in questi ultimi due anni a strappare condizioni migliori di lavoro in molti luoghi. I magazzini Bennet a Origgio e Turate, prima, con pieno adeguamento salariale e contributivo, e la sindacalizzazione finalmente riconosciuta. Poi Brembio, in provincia di Lodi, e Cerro al Lambro, in provincia di Milano. Infine la Tnt di Piacenza, dove è nata la prima sede del S.I. Cobas gestita totalmente da immigrati, e la Sda di Carpiano. Sabato scorso c&#8217;è stato un corteo di più di mille persone, con la presenza dei lavoratori delle altre cooperative che lavorano per Esselunga ma anche di delegazioni di altre fabbriche in lotta, come la Jabil, dove trecento lavoratori rischiano la disoccupazione. Una bella manifestazione di solidarietà operaia. “La migliore delle risposte possibili” hanno detto i 22 licenziati. Ma la lotta continua. Venerdì prossimo ci sarà un altro sciopero, in una fase molto importante della trattativa. Alle 21, davanti ai cancelli dell&#8217;Esselunga di Pioltello.</p>
<p><em>(pubblicato su </em>il manifesto<em>, 15/12/2011)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/15/il-mago-dellesselunga-e-il-laboratorio-della-produzione/">Il mago dell&#8217;Esselunga e il laboratorio della produzione</a></p>
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		<title>Le nostre vite gettate sul tavolo verde della finanza &#8211; Per un audit del debito pubblico</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Dec 2011 10:48:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong><br />
Stiamo soffocando di debito pubblico. Ma che cos&#8217;è davvero questo debito sovrano? E&#8217; da poco uscito, per DeriveApprodi, il libro “Debiti illegittimi e diritto all&#8217;insolvenza” di François Chesnais. Esso ripercorre, in maniera rigorosa ma comprensibile a tutti, la resistibile ascesa della finanza speculativa, e la creazione di uno spropositato debito pubblico dagli anni ottanta in poi contestuale alla deregulation finanziaria e all&#8217;abbassamento generalizzato delle imposte per gli strati più ricchi – ciò che, riducendo le entrate di bilancio, ha creato un deficit pubblico finanziato con l&#8217;indebitamento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/03/le-nostre-vite-gettate-sul-tavolo-verde-della-finanza-per-un-audit-del-debito-pubblico/">Le nostre vite gettate sul tavolo verde della finanza &#8211; Per un audit del debito pubblico</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong><br />
Stiamo soffocando di debito pubblico. Ma che cos&#8217;è davvero questo debito sovrano? E&#8217; da poco uscito, per DeriveApprodi, il libro “Debiti illegittimi e diritto all&#8217;insolvenza” di François Chesnais. Esso ripercorre, in maniera rigorosa ma comprensibile a tutti, la resistibile ascesa della finanza speculativa, e la creazione di uno spropositato debito pubblico dagli anni ottanta in poi contestuale alla deregulation finanziaria e all&#8217;abbassamento generalizzato delle imposte per gli strati più ricchi – ciò che, riducendo le entrate di bilancio, ha creato un deficit pubblico finanziato con l&#8217;indebitamento. Ma in che modo le banche acquistano titoli di debito pubblico, scaricando poi sulle spalle della collettività tutta il peso dell&#8217;austerity e del risanamento? <span id="more-40925"></span>Li acquistano attraverso un effetto leva dovuto a prestiti interbancari che di fatto funzionano come una grande catena di Sant&#8217;Antonio, visto che ogni creazione di credito è creazione di moneta. I nostri soldi – le nostre vite – oggi devono essere sacrificate sull&#8217;alare di questo immenso gioco d&#8217;azzardo che è la finanza contemporanea. Chesnais è uno dei firmatari di un appello, che circola in rete in questi giorni, per fare un audit del debito pubblico. Un audit è una ricognizione del debito per capire quale parte è legittima e quale no: quale la quota che proviene dal risparmio e quale dalla speculazione? Si tratta di rivendicare il diritto di ripudiare quei che il giurista Alexander Sack nel 1927 definì “debiti odiosi, quelli contratti contro gli iteressi dei cittadini di uno Stato, senza il loro consenso e in piena conoscenza di causa su chi siano i creditori”. Dovremmo leggerlo tutti questo libro, per capire come i conglomerati bancari e gli hedge funds, oggi, stiano usando le nostre vite come il loro personale tavolo da gioco, e per cominciare a costruire gli strumenti per uscire da questa impasse.<br />
(pubblicato su l&#8217;Unità 3/12/2011)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/03/le-nostre-vite-gettate-sul-tavolo-verde-della-finanza-per-un-audit-del-debito-pubblico/">Le nostre vite gettate sul tavolo verde della finanza &#8211; Per un audit del debito pubblico</a></p>
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		<title>Severino Di Giovanni</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 17:51:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/55A.jpg"></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Ha scritto Alberto Prunetti sul suo profilo facebook: “La storia dell’anarchico Severino Di Giovanni di Osvaldo Bayer, il libro che forse ho amato di più nella mia vita di lettore, esce in un nuova edizione che ho tradotto e curato&#8230;”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/01/40913/">Severino Di Giovanni</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/55A.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-40914" title="55A" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/55A.jpg" alt="" width="108" height="162" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Ha scritto Alberto Prunetti sul suo profilo facebook: “La storia dell’anarchico Severino Di Giovanni di Osvaldo Bayer, il libro che forse ho amato di più nella mia vita di lettore, esce in un nuova edizione che ho tradotto e curato&#8230;”. E in effetti Severino Di Giovanni, nella nuova edizione di Agenzia X, merita quell’amore. Durante la dittatura di Videla era il libro più proibito, bruciato nelle piazze, mentre l’autore era in esilio in Europa. Una storia straordinaria, di amore e morte, di passione ribelle e passione sentimentale, di impeto utopico e pratiche crudeli.<span id="more-40913"></span><br />
Di Giovanni fu un anarchico italiano la cui parabola si svolse in Argentina, in maniera bruciante, a cavallo tra degli anni venti e trenta: un fervente antifascista in un’Argentina dove tra gli emigrati italiani il fascismo si faceva vanto della sua egemonia e delle sue conquiste, e un ribelle convinto che la rivoluzione si potesse fare indivualisticamente, armi in pugno.<br />
Anarchico espropriatore, Di Giovanni finì in un’empasse tragica con attentati e assalti alle banche che fecero vittime innocenti, causando anche una feroce divisione interna del movimento anarchico argentino. Bayer percorre tutta la sua storia lavorando sui documenti scritti e le testimonianze dirette, con in più la penna raffinata di uno scrittore che sa ripresentare gli eventi in tutta la loro vivezza.<br />
Facendo risaltare la storia d’amore che legò Di Giovanni alla giovanissima America Scarfò, ripercorrendo le moltissime ardenti lettere che durante la clandestinità Severino scriveva all’amata: un amore tragico, impossibile – e pure inevitabile. Di Giovanni verrà catturato e messo a morte: come scrive Bayer, “rinchiuso in un circolo che lui stesso, con la sua rabbia e spontaneità, si è costruito e da cui non potrà uscire”.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 26/11/2011)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/01/40913/">Severino Di Giovanni</a></p>
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		<title>Un altro sogno di Madeleine</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/un-altro-sogno-di-madeleine/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 12:10:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><em>[Transeuropa ha chiesto a diversi scrittori di leggere l’inizio del romanzo </em>Madeleine dorme<em> di Sarah Shun-lien Bynum fino al punto in cui la protagonista si addormenta, per poi provare a continuare da lì. Questo è il sogno che ho scritto.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/un-altro-sogno-di-madeleine/">Un altro sogno di Madeleine</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><em>[Transeuropa ha chiesto a diversi scrittori di leggere l’inizio del romanzo </em>Madeleine dorme<em> di Sarah Shun-lien Bynum fino al punto in cui la protagonista si addormenta, per poi provare a continuare da lì. Questo è il sogno che ho scritto. mr]</em></p>
<p>Madeleine si guardava intorno, non c&#8217;erano più né alto né basso. Il sogno ruotava su se stesso, dovevano aver dato troppo olio ai cardini. Era una giostra impazzita, i cavalli rococò schiumavano rabbia e fatica. Il maestro di cerimonia, di cui Madeleine sentiva la presenza senza vederlo, si diede alla fuga. Dal momento della fuga &#8211; ma il sogno era appena cominciato &#8211; i cavalli avevano preso a schiumare di gioia. Che Madeleine non capiva bene come fosse possibile, ma si sa che nei sogni è così che accade, e lei sapeva perfettamente di essere in un sogno. Madeleine era il solo essere umano, ma tutt&#8217;altro che sola, in quella giostra senza testa: dal momento che non c&#8217;erano né alto né basso, Madeleine scoprì con sorpresa che non era a testa in giù, ma stava in un vuoto diffuso, e provava la sensazione di stare in più posti contemporaneamente. E per quanto sapesse di essere in un sogno, riuscì per qualche istante a godersi quella sensazione ominosa.<span id="more-40822"></span> No, disse a se stessa (ma la voce risuonò per ogni dove), a casa non ci torno. Si guardò attorno ancora, e vide che non c&#8217;erano confini. La giostra non finiva, schiere di cavallucci imbizzarriti si stendevano a perdita di vista, e ognuno saltellava a modo suo. Con la sensazione complessiva, però, che quelle onde aritmiche producessero un&#8217;unica frequenza d&#8217;onda, concordia discorde. Successe allora una cosa strana: ancora nel pieno del sogno (un pieno vuoto, evidentemente), Madeleine cominciò a interpretare il sogno che stava vivendo. Pensò al liquido amniotico, alla sua unità primordiale. Fu un attimo: la punizione non tardò ad arrivare. Venne scaraventata fuori dalla giostra, un volo infinito e senza tempo, dunque un unico immenso istante, un volo sopra la schiera interminata dei cavalli schiumanti e balzellanti. Si trovò in una distesa verde, come fosse un prato, ma senza erba. Si percepiva solo l&#8217;assenza dei cavalli. Era planata di schianto su quella distesa, ma dolcemente. Si alzò come al rallentatore, presa di spavento. Uno spavento a scatti, che durò troppo. Non c&#8217;era nessuno intorno a lei, adesso. Stavolta era davvero sola. Urlò, e non accadde nulla. Urlò ancora, e ancora nulla. Urlò per la terza volta, e senti un rumore. Un piccolo, inudibile rumore. Sapeva che era inudibile, e pure lo sentì, e questo la fece spaventare ancor di più. Il rumore era d&#8217;incrinatura. Qualcosa s&#8217;incrinava, come un vetro, o una stoffa leggera (nel sogno le cose si confondevano). Si guardò intorno. Ancora nulla. Abbassò lo sguardo, e il rumore questa volta lo vide. Veniva dal suo corpo. Era come se ci fosse una cerniera che s&#8217;apriva. E seppe, in un istante, che non poteva far nulla per fermarne l&#8217;apertura. Tra poco sarebbe stata totalmente aperta, e il suo corpo si sarebbe diviso in mille parti, frammenti che avrebbero presto riempito quel vuoto cosmico in cui si trovava. In cui non si trovava, piuttosto. Seppe che stava per spezzarsi, e si abbandonò allo spezzamento. Fu come un gessetto sulla lavagna, il suo stridere acutissimo, miliardi di quegli scheletri animali che formano il gesso si misero in movimento, e vibrarono, producendo quel suono che riempì, ancora in un istante, l&#8217;intero spazio pienovuoto, e lei si perse in quel riempimento. Fu felice, finalmente, coincidente con quello stridor di vite. Felice, immensamente felice. Non sarebbe mai tornata a casa.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/un-altro-sogno-di-madeleine/">Un altro sogno di Madeleine</a></p>
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		<title>Scrittura, guerre</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 14:02:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Tre settimane fa Alessandro Baricco ha dato un&#8217;intervista multipagine al Venerdì di Repubblica, in cui, come ha sintetizzato Gigi Spina su Nazione Indiana, ha parlato “in anteprima dell’ultimo romanzo, che ancora ha da uscire, descrivendone tutto&#8230; tutto quello che si dovrebbe fare dopo che un libro è uscito, è stato venduto, ha avuto successo o è stato ‘ignorato’, e quindi si chiede all’autore di commentare i suoi commentatori.” In questa intervista Baricco ha detto: “Metterei lo scrivere al pari di altri mestieri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/21/scrittura-guerre/">Scrittura, guerre</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Tre settimane fa Alessandro Baricco ha dato un&#8217;intervista multipagine al Venerdì di Repubblica, in cui, come ha sintetizzato Gigi Spina su Nazione Indiana, ha parlato “in anteprima dell’ultimo romanzo, che ancora ha da uscire, descrivendone tutto&#8230; tutto quello che si dovrebbe fare dopo che un libro è uscito, è stato venduto, ha avuto successo o è stato ‘ignorato’, e quindi si chiede all’autore di commentare i suoi commentatori.” In questa intervista Baricco ha detto: “Metterei lo scrivere al pari di altri mestieri. Come fare scarpe a mano, o suonare la viola da gamba”. Oggi, dice, è un iPhone a meritare il nome di “arte” più di un libro. Sulle pagine web de Il Primo Amore, Antonio Moresco ha risposto dando a Baricco dell&#8217;irresponsabile, dicendo: Parla per te. E domanda:<span id="more-40820"></span> “Perché, nel campo nevralgico della letteratura, dell’immaginario, della prefigurazione artistica e di conoscenza sembra essere stata bandita ogni idea di quella grandezza che invece si domanda giustamente ad altri? Ma, se questo è o può solo essere uno scrittore, come può chiedere alle altre donne e agli altri uomini di regalargli il prezioso tempo della loro vite per leggerlo? Che cosa dà, che cosa aggiunge al mondo?”. Moresco, reclamando il diritto/dovere del gesto scritturale di scardinare il mondo sapendo immaginare nuove prospettive di vita, dice cose sacrosante. Ciò che imputa a Baricco è pienamente condivisibile. Ma poi, oltre a Baricco, se la prende pure con chi tenta oggi di analizzare la letteratura contemporanea senza limitarsi a liquidarla sdegnosamente, ma leggendola come un sintomo del presente, primo passo per un&#8217;uscita dal suo vicolo cieco.  Nell’opposizione polare tra sé e Baricco, lascia scoperta tutta la zona di mezzo, di indistinzione, che è invece la cosa più interessante da esplorare, e, trovandola inappropriabile, la consegna al “nemico”: nella sua invettiva anti-baricchiana infatti Moresco se la prende con quei libri sul trauma, e sulla letteratura come sintomo (dove il riferimento diretto è  il lavoro di Daniele Giglioli), attribuendo peraltro a quella che è solo la descrizione di un presente la volontà di prescrivere un avvenire, ciò che invece un Giglioli non fa  - tutt’altro, direi.  Questa barricata non è utile – direi piuttosto che è al limite dell’autolesionismo – se si vuole contrastare la visione della letteratura meramente appiattita sul presente. Occorre scendere nelle contraddizioni reali, saperle leggere. Forse, allora, la cosa più rilevante di questa polemica sta nel tracciare i confini dell&#8217;immagine di sé che hanno i due scrittori antagonisti.</p>
<p><em>(pubblicato in versione ridotta su l&#8217;Unità, 19/11/2011)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/21/scrittura-guerre/">Scrittura, guerre</a></p>
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		<title>Il totalitarismo dell&#8217;era presente</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 14:16:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Siamo arrivati al capolinea. Adesso inizia un&#8217;altra corsa. A guidare l&#8217;aereo più pazzo del mondo c&#8217;è Mario Monti. Già international advisor di Goldman Sachs (il cui ruolo nello scatenamento della crisi globale è noto), e membro di Trilateral e Bilderberg, insomma il gotha del capitalismo mondiale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/11/il-totalitarismo-dellera-presente/">Il totalitarismo dell&#8217;era presente</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Siamo arrivati al capolinea. Adesso inizia un&#8217;altra corsa. A guidare l&#8217;aereo più pazzo del mondo c&#8217;è Mario Monti. Già international advisor di Goldman Sachs (il cui ruolo nello scatenamento della crisi globale è noto), e membro di Trilateral e Bilderberg, insomma il gotha del capitalismo mondiale. Non sarà che con lui la finanza ha preso il controllo diretto del paese, dopo che il messo Silvio Berlusconi ha fallito per eccesso di <em>amor proprio</em>? Del resto proprio Monti ha affermato: “Berlusconi va ringraziato, nel &#8217;94 ci salvò dalla sinistra di Occhetto e avviò la rivoluzione liberale in Italia”. Ma appunto poi questa rivoluzione liberale non è stata fatta, e allora ci si prendono le chiavi di casa. Consegnate direttamente dai derubati, peraltro, implorando mercé.</p>
<p>Nessuno, sui grandi media, dice una verità essenziale:<span id="more-40676"></span> che il 90% dei derivati – lo strumento principale della speculazione finanziaria internazionale &#8211; è controllato da cinque grandi società (Deutsche Bank, Goldman Sachs, Morgan Stanley, UBS, HSBC). Nessuno dice che 10 banche e Sim (società di intermediazione mobiliare) controllano circa il 70% dei flussi finanziari mondiali: un controllo indiretto, nel senso che non ne hanno evidentemente la proprietà, ma li gestiscono e ne determinano il senso. Questo controllo oligopolistico globale determina conseguenze molto concrete sulle vite delle persone. Per questo si parla di biopotere.<br />
Così, adesso, si è deciso di attaccare l&#8217;Italia. Come ha ben spiegato Andrea Fumagalli, uno degli economisti più lucidi in circolazione, non c&#8217;erano motivi particolarmente drammatici per arrivare al collasso in cui siamo precipitati. Il rapporto debito-pil viaggia al 120%, più o meno come vent&#8217;anni fa. Più preoccupante, se mai, la situazione degli Usa, dove il rapporto è del 100%, dove però cinque anni fa era al 60%. I motivi, allora, sono inerenti alla stessa logica interna al finanzcapitalismo.<br />
Dopo che la Goldman Sachs ha fatto a pezzi la Grecia (vedi <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/31466/Grecia%2C+un+collasso+targato+Goldman+Sachs">qui</a>), la Deutsche Bank ha fatto a pezzi l&#8217;Italia.<br />
Seguo ancora Fumagalli: da aprile 2011 la Deutsche Bank ha iniziato a vendere 8 miliardi di Btp: non molto, ma nel meccanismo emulativo proprio dei mercati finanziari (dove la determinazione del valore dipende da comportamenti mimetici, basati sull&#8217;autorevolezza dell&#8217;attore) ciò ha generato aspettative che si sono espanse a macchia d&#8217;olio. Di qui, la quotazione dei titoli alla borsa di Londra, che a maggio era ancora 102, a giugno scende a 90. Questa è schock economy. Oppure possiamo anche chiamarlo terrorismo finanziario.<br />
Perché la Deutsche Bank ha fatto questo? Perché se attivi aspettative al ribasso, il valore degli altri titoli che assicurano contro il fallimento &#8211; i Cds, credit default swaps &#8211; schizzano alle stelle. Il valore di questi Cds infatti è salito di cinque volte. E chi detiene gran parte di questi titoli assicurativi? Cinque società, e più degli altri la Deutsche Bank stessa. La Deutsche Bank ha fatto un doppio guadagno: prima ha venduto i Btp a un prezzo buono (poi appunto si sono deprezzati), dopodiché ha generato enormi plusvalenze grazie al rialzo dei Cds.<br />
A questo occorre aggiungere poi il ruolo che la Germania ha successivamente svolto nello scaricare la crisi sui Btp salvaguardando le sue banche piene di quei titoli tossici che hanno dato origine alla crisi mondiale (vedi <a href="http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/11/articolo/5696/">qui</a>).<br />
Insomma, tutto sembra dirigersi verso una direzione chiara: sacrificare un intero paese alle logiche delle plusvalenze. Chi è in grado, adesso, di impedire la macelleria sociale che verrà? <em>C&#8217;est la lutte finale</em>, verrebbe da cantare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/11/il-totalitarismo-dellera-presente/">Il totalitarismo dell&#8217;era presente</a></p>
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		<title>Noi siamo i giovani del surf</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 14:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<strong> Marco Rovelli</strong></p>
<p>Da Renzi c&#8217;erano anche degli intellettuali: Baricco, Nesi, Scurati. Ma anche l&#8217;ex poliziotto ed ex editore Castelvecchi, che adesso fa parte di VeDrò, una vera e propria lobby trasversale di centrodestra e di centrosinistra (a capo, il pdemocristiano Letta e la finiana Bongiorno), nella cui attività si legge bene quella nefasta trasversalità (che non può che appiattirsi sulla prospettiva generazionale) di cui il progetto renziano è prodotto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/02/noi-siamo-i-giovani-del-surf/">Noi siamo i giovani del surf</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Marco Rovelli</strong></p>
<p>Da Renzi c&#8217;erano anche degli intellettuali: Baricco, Nesi, Scurati. Ma anche l&#8217;ex poliziotto ed ex editore Castelvecchi, che adesso fa parte di VeDrò, una vera e propria lobby trasversale di centrodestra e di centrosinistra (a capo, il pdemocristiano Letta e la finiana Bongiorno), nella cui attività si legge bene quella nefasta trasversalità (che non può che appiattirsi sulla prospettiva generazionale) di cui il progetto renziano è prodotto.<br />
Matteo Renzi è un uomo pericoloso, e così il suo progetto politico. Partiamo dalla persona. Renzi è pericoloso perché di cartapesta. Come quei mostri dei fumetti che li colpisci e si sgonfiano, ché dentro non c&#8217;era nulla. E&#8217; proprio questa la sua massima pericolosità: dentro Renzi c&#8217;è il nulla. Ma il nulla, se messo bene in scena, risulta simpatico. E&#8217; adattivo. Scivola, si dà la forma che il contesto richiede. Il Renzi, quando parla, recita la parte del furbetto, ma è una parte serena. Non si scompone mai, sorride, ammicca, è un muro di gomma che evita ogni tipo di rappresentazione del conflitto – inscrivendosi così in quella che è la sua vera <em>heimat</em>, quella democristiana. (Ciò che mise clamorosamente in scena con il gesto politico – che poteva suonare come omaggio feudale – dell&#8217;andare ad Arcore).<span id="more-40588"></span><br />
Renzi può risultare simpatico anche per la sua toscanità: che ahimé non richiama quella sanguigna e verace dei vecchi toscani, ma quella ruffiana, morbida e di facile consumo di un Pieraccioni.<br />
Facciamo dei fermo immagine, quando parla: aggrotta la fronte, in un troppo palese sforzo retorico, volto a compiacere l&#8217;interlocutore – ma pare un attore da soap. Socchiude gli occhi bogartianamente, a voler ammaliare l&#8217;interlocutore – ma la sua faccia non è quella di Bogart, e suona posticcio. Sono trovate da piazzista. Opposte a quelle di Berlusconi (il quale si offre a portata di mano, ma sempre nella sua inattingibile distanza), ché Renzi cerca di instaurare una complicità casalinga, empatica ma con quella leggerezza da amico al tavolo del bar. Ma siamo pur sempre nel campo dei piazzisti. E, inutile negarlo, funziona.<br />
In questo senso, è davvero l&#8217;anti-Berlusconi per eccellenza. Come lui, si basa su una serie di tormentoni di cui il consenso che riscuotono è noto dalle indagini di mercato. L&#8217;archi-tormentone è quello della logica binaria nuovo contro vecchio. Una ripresentazione dello schema di Berlusconi, prima della sua consunzione: stavolta la retorica del nuovo si commuta in chiave generazionale, e l&#8217;utilizzo la logica dell&#8217;antipolitica viene piegata alle strategie della politica. I giovani, i giovani &#8211; tutto pro domo sua, s&#8217;intende, discorso smaccatamente finalizzato alla propria carriera di leader. Questa retorica emerge anche nei discorsi del convegno della Leopolda, tutta un&#8217;esaltazione del merito (dove l&#8217;esaltazione del merito senza il valore dell&#8217;uguaglianza è un tema retorico ben maneggiato a destra, in quanto oggettivamente di destra), tutto un fiorir di temi da new economy all&#8217;insegna di più deregulation (tanto che è stato facile per Bersani dire che non è il caso di ripescare l&#8217;usato vintage di stampo liberista che ha già fatto troppi danni), manco fossimo negli anni del fiorente clintonismo; e dunque i temi “giovani” come la banda larga, il fotovoltaico, una manciata di spirito anticasta&#8230; Ma mai che si vada alle questioni decisive: e infatti si sta con Marchionne senza se e senza ma. L&#8217;ovazione tributata a Chiamparino – che oltre a schierarsi con Marchionne è un ultras pro-Tav e ha nel corso degli anni esternato ferocemente contro i “clandestini”, fino a invocare una Ellis Island europea &#8211; è in questo senso molto significativa, così come la presenza di Ichino. E, se vogliamo, anche il parallelo con l&#8217;era clintoniana ci può far capire una serie di cose, se è vero che fu Clinton ad abolire il Glass-Steagall Act, il quale cancellando la distinzione tra banche d&#8217;investimento e banche commerciali diede il via libera al dominio assoluto e letale della finanza: parlare del disastro presente significherebbe parlare di temi (la finanza, i beni comuni&#8230;) di cui alla Leopolda non c&#8217;è traccia (del resto Renzi, coerentemente, non era un sostenitore del referendum per l&#8217;acqua pubblica).<br />
C&#8217;è invece il fiorire di un individualismo collettivo, dove la lezione di don Milani (sortire insieme) è totalmente dimenticata. In questo senso, renzismo è dire Io. Il più lurido di tutti i pronomi, scriveva Gadda. Significa, di fatto, rinunciare alla politica. Lo ha ben enunciato Arturo Parisi: &#8220;la parola che conta è “io”. Un pronome. C’è un ambito dove questo pronome ci sta stretto: la politica, e in maniera particolare il centrosinistra. Si dice “noi”, si dice “loro”, si dice “si è pensato”.  Così nessuno di assumerà delle responsabilità. Così è successo che a  dire “io” c’è solo Berlusconi. Così è successo che Matteo Renzi risulta antipatico prima ancora di sentire cosa ha da dire, solo perché ha detto “io”. Se tutti torniamo a dire “io” riusciremo a parlare del nostro futuro&#8221;.<br />
Un individualismo di massa è quanto si propone: l&#8217;Io, realtà monadica e compatta, che viene prima del noi. In che cosa si scarta dal pensiero unico berlusconiano? (Del resto lo schema è questo: Berlusconi dice io, anche noi dobbiamo farlo). Altro è invece parlare di tante storie che s&#8217;incrociano, soggettività che interagiscono da sempre, un ecosistema dove ogni singolo è da sempre in relazione con ogni altro singolo. E&#8217; questa l&#8217;unica via d&#8217;uscita: pensarsi in relazione costante, e pensare la propria salvezza sempre all&#8217;interno di questa relazione.<br />
La chiave per uscire da questo vicolo cieco è Renzi stesso a darcela. E&#8217; lui stesso a dire che bisogna superare l&#8217;antiberlusconismo. Ne consegue inevitabilmente che bisogna superare anche Renzi. Il quale, in fin dei conti, è rimasto sempre quel diciannovenne che era andato alla Ruota della fortuna di Mike Bongiorno, sperando nel giro giusto della ruota. A diciannove anni si possono fare certi sbagli. A trentasei no. Noi puntiamo sul Passa la mano.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/02/noi-siamo-i-giovani-del-surf/">Noi siamo i giovani del surf</a></p>
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		<title>QUESTA  SERA  NAZIONE  INDIANA  A  DEDALUS</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 10:58:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
ricordo a tutti i nostro lettori che si trovano nell&#8217;area milanese che, nell&#8217;ambito del ciclo di presentazioni annunciato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/07/archivio-dedalus-8-26-ottobre/">qui</a>, questa sera, giovedì 20 ottobre, presso l&#8217;archivio Dedalus, via Pietro Custodi 18, Milano, alle 18.30, sarà la volta della presentazione di <strong>Nazione Indiana</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/20/questa-sera-nazione-indiana-a-dedalus/">QUESTA  SERA  NAZIONE  INDIANA  A  DEDALUS</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
ricordo a tutti i nostro lettori che si trovano nell&#8217;area milanese che, nell&#8217;ambito del ciclo di presentazioni annunciato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/07/archivio-dedalus-8-26-ottobre/">qui</a>, questa sera, giovedì 20 ottobre, presso l&#8217;archivio <span style="color: #ff0000;">Dedalus, via Pietro Custodi 18, Milano, alle 18.30</span>, sarà la volta della presentazione di <strong>Nazione Indiana</strong>. Parteciperanno <strong>Franco Buffoni</strong> e <strong>Marco Rovelli</strong> che leggeranno estratti della loro produzione poetica e <strong>Antonio Sparzani</strong> che presenterà la collana <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">Murene</a> che è arrivata da pochi giorni a concludere il suo primo ciclo di pubblicazioni 2010-2011. <em>Accorrete numerosi!</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/20/questa-sera-nazione-indiana-a-dedalus/">QUESTA  SERA  NAZIONE  INDIANA  A  DEDALUS</a></p>
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		<title>Roma, 15 ottobre. La violenza o le pratiche?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/16/roma-15-ottobre-la-violenza-o-le-pratiche/</link>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 13:03:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Eravamo tanti. La narrazione comincia da qui. Di questo dobbiamo far memoria. Eravamo tanti, un fiume in piena . E dobbiamo andare oltre, e prendere lezione, e costruire pratiche di movimento che adesso non ci sono.<br />
Non è questione di violenza e non violenza, non è questa la questione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/16/roma-15-ottobre-la-violenza-o-le-pratiche/">Roma, 15 ottobre. La violenza o le pratiche?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Eravamo tanti. La narrazione comincia da qui. Di questo dobbiamo far memoria. Eravamo tanti, un fiume in piena . E dobbiamo andare oltre, e prendere lezione, e costruire pratiche di movimento che adesso non ci sono.<br />
Non è questione di violenza e non violenza, non è questa la questione. (Che poi, nulla è più violento del “sistema”, oggi, che ci sta portando via presente e futuro, nostro e del pianeta: ogni altra violenza, oggi, è in scala inferiore rispetto a questa). La violenza accade, può accadere, la Storia ce lo insegna che a volta deve accadere. A certe condizioni: se è razionale rispetto al scopo, dunque sensata e può produrre effetti reali in un contesto di strategia; se non vi sono altri mezzi possibili (e questo, per dire, esclude le autolegittimazioni di quella parte di movimento che rivendica gli scontri paragonando le pratiche della piazza romana a quelle di piazza Tahrir). Non siamo in presenza di queste condizioni. Ben miope è la mistica degli scontri di piazza. Che non si inseriscono in alcuna strategia politica, che non producono alcun effetto positivo, che contribuiscono a distruggere un movimento e non a costruirlo. In che cosa oggi siamo più vicini alla demolizione del sistema? In nulla.<span id="more-40377"></span><br />
E ancora – rispetto alla “narrazione” ufficiale dei media &#8211; non si parli di black bloc, con la retorica buoni indignati/cattivi venuti da fuori. E&#8217; ovvio che i &#8220;caschi neri&#8221; sono parte del movimento, vengono da dentro: molti di quelli che ho visto a piazza S. Giovanni erano giovanissimi &#8211; loro erano gran parte delle falangi, e in questo – da un punto di vista sociologico, di composizione sociale – intravedo un&#8217;analogia con i riots londinesi (del resto non è un caso che Gran Bretagna e Italia condividano l&#8217;indice di diseguaglianza più alta d&#8217;Europa &#8211; e Roma ha la sua storia politica, ciò che si fa fisicamente presente in quei “più vecchi” che hanno preso parte agli scontri). Non si parli, perciò, neppure di infiltrati, ciò che costituisce per molti del movimento un bell&#8217;alibi.<br />
La questione principale è un&#8217;altra. E&#8217; la questione delle pratiche. Che devono essere condivise. Non si parassita un corteo che ha altri obiettivi e convocato con altre pratiche, non gli si impone la propria minoritaria presenza. Questa è la violenza peggiore. Imporre agli altri le proprie pratiche. Prendendo la testa in 300 di una manifestazione di 300mila persone e segnando il destino di quella manifestazione. E&#8217; una questione di democrazia. Sommamente significativo che il grosso dei No Tav &#8211; i temibili valsusini! &#8211; li hanno contestati. In Val di Susa, per dire, nessuno era andato a dire che queste erano la pratiche della giornata. Eppure lassù sono abituati anche a certe pratiche conflittuali &#8211; solo, però (e si torna al primo punto), se sono sensate, &#8220;razionali rispetto allo scopo&#8221;.<br />
La violenza di quei caschi neri si è esercitata anzitutto nei confronti di un movimento nel suo insieme. Un movimento che poteva iniziare da oggi, prendendosi le piazze. Come era stato fatto in piazza Tahrir, alla Puerta del Sol, a New York. L&#8217;anomalia italica continua.<br />
PS Poi senti i Draghi e i Letta, e capisci molto di questa anomalia: dicono che le ragioni della manifestazione sono giuste, peccato per i violenti che non c&#8217;entrano nulla. Ma come? Noi eravamo lì contro di voi! Ma allora non ci ascoltate. Ed è noto che è il non-ascolto a produrre violenza.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/16/roma-15-ottobre-la-violenza-o-le-pratiche/">Roma, 15 ottobre. La violenza o le pratiche?</a></p>
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		<title>Memorandum su Genova</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 09:33:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di <strong>Marco Rovelli</strong>
<em>[Dieci anni fa ero a Genova, e quei giorni sono stati uno spartiacque decisivo, generazionale. Non sono più mancato, a ogni luglio, in piazza Alimonda. Ogni volta era come rinnovare un patto, un impegno comune. Lo è ancora]</em>
<em>I.&#8230;</em><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/20/memorandum-su-genova/">Memorandum su Genova</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<div><em>[Dieci anni fa ero a Genova, e quei giorni sono stati uno spartiacque decisivo, generazionale. Non sono più mancato, a ogni luglio, in piazza Alimonda. Ogni volta era come rinnovare un patto, un impegno comune. Lo è ancora]</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>I.  19 /20 luglio 2001</em></div>
<div><em> </em>E’ giovedì sera, sotto il tendone della piazza. Fuori diluvia, sono lievemente e felicemente ubriaco, e in questa calca ci sto bene. E’ come se fossimo insieme davvero. E per esserlo davvero basta saperlo. Prima sono rotolato sugli scogli mentre pisciavo alla luna, scogli appuntiti sotto la mia carne liquida, e neanche un graffio, forse perché le mie ossa sono più appuntite delle rocce. Allora continuo a bere, e a cantare.</div>
<div>Ritorno nella piazza alle sei del pomeriggio di venerdì. ‘Hanno ammazzato un ragazzo’ mi dice una compagna, ‘gli hanno sparato’.<span id="more-39547"></span> Ci guardiamo, e lo sguardo non vede più nulla. Continua a piangere. Vado verso gli scogli. Per vergogna, per necessità di un posto. Perché il pianto si fermi, ma sento uno strappo nella carne, avrei potuto esserci io al suo posto, e stavolta non è solo un modo di dire. Quel pianto mi sta ancora addosso, oggi che sono passati anni da quel venti luglio. Quando hanno ucciso mio fratello.</div>
<div id="_mcePaste"><em>II. 27 gennaio, giorno della Memoria. Un sogno: Genova che affiora</em></div>
<div id="_mcePaste">Oggi c’è solo Memoria al lavoro, una grande Macchina memoriale che, come dev’essere nell’Ultimo giorno, ricapitola il senso, il dispiegarsi del vissuto. La Macchina ha lavorato nel sonno, nel mio sonno pomeridiano, e ha ricapitolato i miei morti.</div>
<div id="_mcePaste">Quella da cui mi sono svegliato era una sorta di processione sul marciapiede di binario morto di una ferrovia, con candele e cartelli, aperta dall’icona criminale di tutto questo, Bush. Era lui ad aprire quella sorta di processione. La processione sul binario morto era accompagnata da un canto che metteva Bush sotto accusa, quasi dovesse espiare – senza che lui, però, lo sapesse. Lui guidava il corteo come fa il Capo, ma non si avvedeva che si trattasse di un rito espiatorio. Quel canto che risuonava tutt’intorno era una domanda: Che cosa avete fatto, così ripeteva incessantemente, Che cosa avete fatto. Era il Canto dei deportati– il suo senso più profondo. Io piangevo, a testa china, in silenzio, in solitudine. Procedendo sul marciapiede di binario morto di una ferrovia.</div>
<div id="_mcePaste">Poi, camminando, scontravo il volto di un carabiniere che stava ai margini del binario e controllava l’ordine della processione. Allora il mio sguardo si è sdoppiato. Rivivevo il passato, e di riviverlo ero consapevole. Rivivevo il passato, e mi guardavo da fuori mentre lo rivivevo. Quel passato aveva un nome: Genova. Dopo aver scontrato quel volto toccava scappare, e nello scappare gridavo, accusavo. Era, anche quella, una forma di domanda accusatoria. Avrei potuto non scappare, anche di questo ero consapevole: lo scontro era stato del tutto fortuito, infatti. Ma ciò che è fortuito è anche necessario, e così mi toccava rivivere il passato, e scappare, e gridare Bastardi. Mi allontanavo dalla processione, scappavo in avanti. E lì, da solo, un drappello di carabinieri veniva verso di me con spranghe e pugni di ferro.</div>
<div id="_mcePaste">Allora, nel cuore della rivisitazione, quella al mio lager, quello di Genova del luglio 2001, mi svegliavo, evitando il cuore di quel dolore. Che, sapevo, aveva un nome: Carlo &#8211; che era me.</div>
<div id="_mcePaste">Il pianto è nascosto, il senso è nascosto. Ed è tutto qui: viene alla luce, spezzando il circolo, strappando il copione, nel canto che purifica e rinnova.</div>
<div id="_mcePaste"><em>III. 20 luglio, ogni anno</em></div>
<div id="_mcePaste">Non sono più mancato a Genova, in quei giorni di luglio. In piazza Carlo Giuliani (già piazza Alimonda) si celebra il patto di non dimenticare. Non dimenticare non significa ricordare. Significa donare, donarsi. Lo si sente nello sguardo, uno sguardo comune, quasi circolare, un filo rosso che lega l&#8217;una all&#8217;altra le pupille. Lo si sente nel cerchio davanti alla cancellata incancellabile e resistente a ogni riverniciatura. Lo si sente nell’applauso di piazza Alimonda delle 17,27. Quell’applauso, nell’ora che moriva Carlo. Il dito che ci tocca tutti, e spreme la carne, e l’occhio. I tre bambini che danzano al centro dell’applauso, come saltassero fuori dallo schiocco delle mani. Haidi sfregata dai nostri baci. Qui stiamo ancora, in quest’anello incantatore, e quest’incanto non è illusione, ma una danza circolare che scuote il corpo, come la dea su Shiva dormiente, e il fiore di loto sono quei bambini che sanno, dall’alto della loro insipienza, il tremore del nostro contagio, sanno che il nostro non è un ricordo, ma un dono, un dono che noi tutti – noi quelli vivi e noi quelli morti – facciamo a noi stessi. E qui non c’è me.</div>
<div id="_mcePaste"><em>IV. L’aria di Genova</em></div>
<div id="_mcePaste">Ci sono fratture del tempo che non possono essere ricomposte. Non c’è gesso o ferro che tenga, per ricombinare ciò che è stato scardinato. E in quei giorni di luglio molti mondi sono stati scardinati. C’è un prima Genova e un dopo Genova, nel tempo e nella storia di molti. Eppure si direbbe che in quei giorni, a Genova, volessimo gettare all’aria il mondo. Ma quel mondo era già rovesciato, ed era già in aria. In aria, allora, gettavamo le nostre parole che volevano farlo tornare coi piedi per terra, quel mondo. Le lanciavamo come boomerang, e come bombe che facessero esplodere i castelli in aria che immobilizzano i popoli. Castelli circondati da zone rosse di silenzio e da fossati pieni di sabbie mobili, i castelli della finanza e dei rapaci divenuti déi, costruiti su segrete che scendono in profondità abissali. Volevamo farli esplodere quei castelli in aria, quell’immagine che rovescia il mondo come un’illusione ottica e ce lo fa credere vero, giorno dopo giorno. Volevamo farli esplodere quei castelli in aria, che recintano la vita e ne fanno moneta, e l’aria stessa è attinenza del castello, sua emanazione che inaliamo come i gas in quei giorni a Genova. Volevamo farli esplodere quei castelli in aria, che riempiono il mondo di lupi e di paura e fanno credere che solo in essi è la salvezza. Volevamo farli esplodere quei castelli in aria, così imponenti da soffocare la vista e irretire il desiderio, un desiderio che non libera ma asservisce.</div>
<div id="_mcePaste">Vogliamo farli esplodere, anche se non siamo certi del frutto delle nostre azioni. Ma siamo certi che cosa sarà del mondo senza le nostre azioni.</div>
<p><em>[Pubblicato nel libro </em>Per sempre ragazzo<em>, a cura di Paola Staccioli, ed. Tropea]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/20/memorandum-su-genova/">Memorandum su Genova</a></p>
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		<title>Libera Val di Susa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/06/27/libera-val-di-susa/</link>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 13:17:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
Registrata stamani, al volo, il cuore con il popolo della Val di Susa, con la loro ragione, che è la mia, di tutti per tutti. <em>mr</em></p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/27/libera-val-di-susa/">Libera Val di Susa</a></p>
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Registrata stamani, al volo, il cuore con il popolo della Val di Susa, con la loro ragione, che è la mia, di tutti per tutti. <em>mr</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/27/libera-val-di-susa/">Libera Val di Susa</a></p>
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		<title>Bellezza, ciao! &#8211; Nazione Indiana pm</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 11:27:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Festa di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/programma-della-seconda-festa-di-nazione-indiana/">Nazione Indiana</a><br />
Milano 17-19 giugno, circolo <a href="http://www.arcibellezza.it/">Arci Bellezza</a>, via Giovanni Bellezza 16</p>
<p></p>
<p><strong>Sabato 18 giugno</strong></p>
<p><strong>17,00</strong> <em>Il diritto alla bellezza. I diritti civili “positivi” del secolo presente</em><br />
con <strong>Franco Buffoni, Andrea Inglese, Helena Janeczek</strong></p>
<p>Il nuovo elemento introdotto dai nuovi diritti civili è la “bellezza”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/18/bellezza-ciao-nazione-indiana-pm/">Bellezza, ciao! &#8211; Nazione Indiana pm</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Festa di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/programma-della-seconda-festa-di-nazione-indiana/">Nazione Indiana</a><br />
Milano 17-19 giugno, circolo <a href="http://www.arcibellezza.it/">Arci Bellezza</a>, via Giovanni Bellezza 16</p>
<p><iframe width="425" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/nEpaclkGRc8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Sabato 18 giugno</strong></p>
<p><strong>17,00</strong> <em>Il diritto alla bellezza. I diritti civili “positivi” del secolo presente</em><br />
con <strong>Franco Buffoni, Andrea Inglese, Helena Janeczek</strong></p>
<p>Il nuovo elemento introdotto dai nuovi diritti civili è la “bellezza”.<br />
I diritti per cui lottammo nel secolo scorso erano diritti “negativi”: divorzio, aborto&#8230; I nuovi diritti sono invece vòlti alla bellezza, alla luminosità. Sono diritti “positivi”, come il diritto a nascere, il diritto ad amare, il diritto a morire con dignità.</p>
<p><strong>18,30</strong> <em>La narrazione e il trauma della realtà mancata</em><br />
Con <strong>Daniele Giglioli, Andrea Cortellessa, Arturo Mazzarella, Bruno Pischedda, Marco Rovelli</strong></p>
<p>Due saggi critici appena usciti (<em>Senza trauma</em> di Daniele Giglioli e <em>Politiche dell&#8217;irrealtà</em> di Arturo Mazzarella) mettono al centro della loro analisi sulla scrittura contemporanea la relazione problematica, e in qualche modo impossibile, con la realtà, requisita dall&#8217;immaginario. E&#8217; possibile scrivere e riappropriarsi della realtà?</p>
<p><strong>21,30</strong> <em>Le storie in musica</em><br />
incontro e set musicali con <strong>Alessio Lega</strong> e <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Scrivere in musica la realtà: raccontare storie cantandole. Esiste un “canto sociale” in questo secolo? Intanto, nel decennale di Genova 2001, occorre anzitutto una <em>descrizione di molte battaglie</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/18/bellezza-ciao-nazione-indiana-pm/">Bellezza, ciao! &#8211; Nazione Indiana pm</a></p>
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		<title>In fondo al barile del Caro Leader</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/05/24/in-fondo-al-barile-del-caro-leader/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/05/24/in-fondo-al-barile-del-caro-leader/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 24 May 2011 10:47:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><strong> </strong><em>(il manifesto, 24/5/2011)</em></p>
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/MILANO-ZINGAROPOLI-CON-PISAPIA.jpg">&#8230;</a>&#8220;Milano non può, alla vigilia dell&#8217;Expo 2015, diventare una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom e assediata dagli stranieri a cui la sinistra dà anche il diritto di voto&#8221;. Il Caro Leader &#8211; trovandosi d&#8217;un tratto di fronte alla catastrofe personale, frantumatosi lo specchio narcisista come per Dorian Gray &#8211; invoca gli spiriti, raschiando il barile.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/24/in-fondo-al-barile-del-caro-leader/">In fondo al barile del Caro Leader</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><strong> </strong><em>(il manifesto, 24/5/2011)</em></p>
<div><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/MILANO-ZINGAROPOLI-CON-PISAPIA.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39124" title="MILANO-ZINGAROPOLI-CON-PISAPIA" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/MILANO-ZINGAROPOLI-CON-PISAPIA-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>&#8220;Milano non può, alla vigilia dell&#8217;Expo 2015, diventare una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom e assediata dagli stranieri a cui la sinistra dà anche il diritto di voto&#8221;. Il Caro Leader &#8211; trovandosi d&#8217;un tratto di fronte alla catastrofe personale, frantumatosi lo specchio narcisista come per Dorian Gray &#8211; invoca gli spiriti, raschiando il barile. E in fondo al barile c&#8217;è un humus fatto appunto di fantasmi evocati per dar corpo a quello stato generalizzato di paura da sempre funzionale alla richiesta di ordine.  Clandestini, islamici, zingari, comunisti ad abbeverare i cavalli in piazza Duomo: un esercito di fantasmi in fitta schiera. Troppo fitta per essere credibile, viene da pensare, come di un giocatore che si gioca tutte le sue carte in una mano sola non facendo che rivelare la propria oscena nudità. Perché l&#8217;evocazione dell&#8217;Altro come nemico funziona, lo sappiamo bene, ma non è sufficiente per sé sola.<span id="more-39121"></span> Può essere – ed è – un elemento catalizzatore: ma ci deve pur essere qualche cosa da catalizzare. La costruzione della paura è un vettore fondamentale per l&#8217;acquisizione del consenso politico, Hobbes ce l&#8217;ha spiegato bene, e per la “servitù volontaria” degli uomini. Ma quando suona la ritirata ci vuole ben altro per rinserrare le fila: e invece il Caro Leader è lì ad enunciare il proprio assedio, e risulta palese la sua richiesta di soccorso, come fosse un prestigiatore che, di fronte al pubblico che abbandona il teatro, in stato confusionario apre la valigia e mostra a tutti i trucchi del mestiere. Certo, questa extrema ratio potrebbe ancora funzionare: del resto il popolo italiano è stato così a lungo abbagliato dai miraggi di questo illusionista che davvero non sappiamo quanto sia stato antropologicamente modificato e pronto a credere a ogni bubbola. Ci hanno provato con la signora Rizzi che ha gridato all&#8217;aggressione (ma era costruita male, di fretta, anch&#8217;essa frutto di un evidente stato confusionale: “Mi prendeva a calci gridando Viva Pisapia”, e già solo questo è talmente ridicolo che nel momento di risveglio uno si rende conto che è solo un sogno di pessima qualità). E figuriamoci se in questi ultimi giorni accadesse uno di quei fatti di cronaca nera così clamorosi che non si potrebbe non pensare anch&#8217;essi costruiti ad arte. Ma davvero forse stavolta siamo arrivati allo smascheramento finale. Perché – ed è questo il cuore della questione – l&#8217;armamentario retorico di una barbarie (islamici, zingari, stranieri) che assedia una città moderna e tecnologica &#8211; “alla vigilia dell&#8217;Expo” &#8211; fa certo leva su un immaginario di lunga durata, un immaginario razziale che percorre la storia della nostra modernità europea, ed è su questo che puntano il Caro Leader e i suoi spin doctors. Ma quando la barbarie (etica, sociale, economica) è qualcosa che si percepisce come inerente al cuore stesso della propria società, si smette di preoccuparsi della barbarie dell&#8217;Altro, e la priorità diventa quella di risanare la propria. Ecco, forse a questo punto ci siamo, o quantomeno questa vicenda di Milano è un sintomo che ci potremmo arrivare.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/24/in-fondo-al-barile-del-caro-leader/">In fondo al barile del Caro Leader</a></p>
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		<title>Abusare la terra, abusare gli umani</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/05/16/abusare-la-terra-abusare-gli-umani/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 06:29:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><strong></strong><em>(il manifesto, 15/5/2011)</em></p>
<p>E saniamole queste case abusive, dice il Caro Leader. L&#8217;abuso eretto a norma, morale prima che giuridica, pare ormai uno dei segni più marcati di questa età di Fine Impero. L&#8217;abuso è generalizzato, ci dice il Caro Leader strizzandoci l&#8217;occhiolino, siamo tutti complici di un&#8217;illegalità diffusa: ovviamente non quell&#8217;illegalità diffusa invocata anni fa in nome di una trasformazione rivoluzionaria collettiva, ma un&#8217;illegalità individualistica finalizzata al “si salvi chi può” – dove poi, a salvarsi e prosperare sulle spalle di un massacro sociale generalizzato, sono sempre quelli che partono da posizioni di vantaggi acquisiti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/16/abusare-la-terra-abusare-gli-umani/">Abusare la terra, abusare gli umani</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><strong></strong><em>(il manifesto, 15/5/2011)</em></p>
<p>E saniamole queste case abusive, dice il Caro Leader. L&#8217;abuso eretto a norma, morale prima che giuridica, pare ormai uno dei segni più marcati di questa età di Fine Impero. L&#8217;abuso è generalizzato, ci dice il Caro Leader strizzandoci l&#8217;occhiolino, siamo tutti complici di un&#8217;illegalità diffusa: ovviamente non quell&#8217;illegalità diffusa invocata anni fa in nome di una trasformazione rivoluzionaria collettiva, ma un&#8217;illegalità individualistica finalizzata al “si salvi chi può” – dove poi, a salvarsi e prosperare sulle spalle di un massacro sociale generalizzato, sono sempre quelli che partono da posizioni di vantaggi acquisiti. Che in questo paese, dove la forbice tra i più ricchi e i più poveri è larghissima, assume contorni devastanti.Tutto questo appare in una luce particolare, dalla prospettiva del Duomo di Massa, dove da due settimane stiamo conducendo una lotta a sostegno degli immigrati in presidio permanente che chiedono di essere regolarizzati avendo subito truffe in occasione del decreto flussi colf-badanti del 2009. <span id="more-39036"></span>E&#8217; una lotta difficile, con margini ristretti per conseguire gli obiettivi prefissi. Da una parte, una legislazione schiavista che non lascia spazi per poter dare giustizia a coloro che hanno consegnato migliaia di euro a qualche falso datore di lavoro, e sono stati lasciati nella clandestinità da cui volevano emanciparsi, senza i propri risparmi frutto di una fatica immane. Dall&#8217;altra, un percorso che in questi giorni si riapre in conseguenza della sentenza del consiglio di Stato che annullato la circolare Manganelli che escludeva dalla regolarizzazione coloro che avevano subito la doppia espulsione: un percorso però arduo, visto che la possibilità di accedere alla regolarizzazione non riguarda tutti coloro – e sono tanti &#8211; che non hanno fatto ricorso dopo la loro esclusione.Ecco, da questa prospettiva irta di difficoltà, in cui tocchi con mano passo dopo passo che cosa significhi essere persone “non-persone”, la ventilata sanatoria degli abusi edilizi appare come scandalo. Da una parte un territorio che può venir devastato impunemente, e ogni suo abuso può essere sanato. Dall&#8217;altra, invece, non si sana per nulla al mondo la condizione giuridica di persone che lavorano e che non devono venire riconosciute nei propri diritti di lavoratori, e prima ancora di esseri umani. Sotto questa apparente contraddizione, però, si legge una logica unitaria, e fondativa della nostra epoca: il <em>consumo </em>di <em>oggetti </em>elevato a principio supremo. Territorio e persone sono usati e abusati, ciascuno a suo modo: da ciascuno ciò che può dare. Anzi: da ciascuno e da ogni cosa ciò che si può estrarre. (E, come corrispettivo: a ciascuno ciò che egli si può prendere). Così uso e abuso di persone e di territorio sono legittimati. Uso e abuso, indifferentemente, perché nella prospettiva del consumo totale scompare la soglia tra i due concetti, che si confondono: ogni uso è sempre cattivo (ab-uso), in quanto smisurato. E&#8217; questo, insomma, il tempo della <em>hybris </em>(e Luciano Gallino ci ha detto, di fatto, come sia questa la marcatura “etica” di questa nostra età del finanzcapitalismo). E non possiamo continuare a rimandare la questione di fondo: come salvarsi da questa tracotanza del genere in-umano.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/16/abusare-la-terra-abusare-gli-umani/">Abusare la terra, abusare gli umani</a></p>
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		<title>In lotta, ancora</title>
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		<pubDate>Thu, 05 May 2011 14:02:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><em>[In questi giorni sto partecipando al presidio antirazzista permanente a Massa a sostegno degli immigrati in lotta. E' un'esperienza forte e bella, e vorremmo la solidarietà di tutti. A partire dalla diffusione della notizia. Pubblico intanto l'articolo che ho scritto per il manifesto]</em></p>
<p>E&#8217; un&#8217;altra battaglia, dopo la gru di Brescia e la torre di Milano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/05/in-lotta-ancora/">In lotta, ancora</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><em>[In questi giorni sto partecipando al presidio antirazzista permanente a Massa a sostegno degli immigrati in lotta. E' un'esperienza forte e bella, e vorremmo la solidarietà di tutti. A partire dalla diffusione della notizia. Pubblico intanto l'articolo che ho scritto per il manifesto]</em></p>
<p>E&#8217; un&#8217;altra battaglia, dopo la gru di Brescia e la torre di Milano. Adesso è nel centro di Massa il luogo della lotta. Sette ragazzi africani – quattro senegalesi e tre marocchini – domenica scorsa sono entrati nel Duomo di Massa e hanno detto che non se ne sarebbero andati prima di avere un risultato. Tutti loro, tranne il portavoce Lamine, sono stati truffati in occasione del decreto flussi colf-badanti del 2009. Anche loro, come molte migliaia di immigrati, hanno versato migliaia di euro a qualcuno che aveva promesso di regolarizzarli con un posto di lavoro, ma questo qualcuno era un truffatore, si è volatilizzato lasciandoli nello stato di clandestinità da cui avevano sperato, finalmente, di potersi emancipare. E “quando non c&#8217;è nulla da perdere, in una lotta c&#8217;è tutto da guadagnare”, come ha detto Lamine durante la prima assemblea, sulla scalinata di marmo della cattedrale, di fronte alla facciata moderna ma pur sempre di marmo, agli italiani che con un passaparola erano accorsi (e va reso merito all&#8217;Assemblea antirazzista antifascista di Massa di aver innescato da tempo un percorso al fianco e a sostegno degli immigrati in lotta), e agli altri immigrati solidali con i loro fratelli.<span id="more-38952"></span> Non è stato un caso, ovviamente, che sia stato il primo maggio il giorno d&#8217;inizio di questa lotta, il giorno della festa dei lavoratori &#8211; perché di questo si tratta: di lavoratori senza diritti. Lamine dei diritti li ha (per quanto precari, come sempre sono precari i diritti di un immigrato anche regolare, essendo sempre possibile per lui  essere cacciato nella clandestinità perdendo il lavoro): ma lotta perché ha una coscienza politica forte, un senso di solidarietà che latita sempre di più, di questi tempi. Quelli come Lamine hanno molto da insegnarci. Per me, che partecipo al presidio davanti al Duomo, è importante essere al fianco suo e dei suoi compagni: è, direbbe Badiou, un evento di verità. Al fianco di Madiaw, per esempio, che è ancora clandestino, anche se all&#8217;Italia ha quasi sacrificato una mano. E&#8217; successo due anni fa, quando lavorava in una fabbrica di insaccati a Melegnano. Una piccola ditta a conduzione quasi familiare, dov&#8217;erano in dodici a lavorare, e tre di loro clandestini. Con contratto regolare, però, erano solo in due. Un giorno la macchina alla quale lavorava Madiaw, una macchina che mescolava le carni del maiale, gli ha preso il braccio e stava per portarselo via. E&#8217; stato un mezzo miracolo, e a Madiaw è rimasto solo uno sfregio ben visibile sull&#8217;avambraccio. Lo portarono in auto all&#8217;ospedale, “Dì che sei caduto in bicicletta, poi quando guarisci ti mettiamo in regola, stanno facendo la sanatoria”. Madiaw è rimasto con i chiodi nel braccio per sei mesi. Poi, quando è tornato dai padroni, questi gli hanno detto “No, guarda, non è possibile per noi, ci dispiace”. Madiaw ci ha provato ad andare per vie legali, ma nessuno testimoniava che effettivamente lavorasse là: non quelli che erano in regola per non perdere il lavoro, non i clandestini perché i clandestini in tribunale è meglio che non ci vadano&#8230; Così è caduto in mano a una signora che si era presentata come in cerca di un badante per sua madre ottantenne. Truffa facile facile, basta una scheda telefonica da disattivare qualche giorno dopo aver ricevuto i soldi dalla vittima in cambio di una ricevuta che non ha alcun valore legale.</p>
<p>Vicende come quelle di Madiaw sono migliaia e migliaia in Italia. Soldi versati a cooperative come a privati, spariti nel nulla. Un immigrato spesso non conosce la lingua, né la legge, sente che c&#8217;è la possibilità di essere messo in regola, si fida, e si affida. E&#8217; questione di vita, per lui. Una legislazione asimmetrica come quella italiana, che pone l&#8217;immigrato in una costante condizione di minorità, e in una posizione di totale dipendenza dal datore di lavoro, produce quasi naturalmente questi casi. Dicono che sono clandestini, e in quanto clandestini li criminalizzano: ma poi, loro dimostrano che desiderano con tutte le proprie forze non esserlo, clandestini, e glielo si impedisce. La sanatoria per colf  e badanti ha portato nelle casse dello Stato 154 milioni di euro, ma per gli immigrati non c&#8217;è stata alcuna tutela.</p>
<p>Ai sette in lotta è arrivata la solidarietà di quelli che lottavano a Brescia e a Milano – tranne quelli di loro che sono stati deportati quando sono scesi dalle loro postazioni su in alto, a mostrare che solo in un&#8217;esposizione assoluta al rischio si può tentare di uscire dall&#8217;invisibilità. Questo rischio, Lamine, Madiaw e gli altri sono disposti a correrlo.</p>
<p>Hanno occupato il Duomo perché è la casa di Dio, e “la casa di Dio è l&#8217;unico posto in cui non siamo irregolari”. Una rivendicazione dei fondamenti dell&#8217;universalismo, ovvero di un umanismo integrale che davvero potrebbe essere il fondamento di tutti, atei e credenti, e al di là di ateismo e fede. Purtroppo poi questo universalismo si scontra con le umane, troppo umane resistenze dei vari poteri. Così, dopo le prime due notti passate nel chiostro del Duomo, la curia ha fatto capire che se ne dovevano andare, altrimenti avrebbe chiamato la polizia. Richiesta che ci ha colto tutti alla sprovvista. Del resto i preti di strada, quelli alla don Gallo, vescovi non ci diventano mai. Anche se era difficile immaginare una scena del genere, i ragazzi hanno accettato. Adesso dormono in strada, anche di fronte alle tiepide solidarietà tanto ecclesiali quanto istituzionali. L&#8217;incontro col questore è stato abbastanza positivo, ma adesso ci vuole una risposta chiara da parte della magistratura, un via libera alla concessione del permesso di soggiorno per motivi di giustizia. I ragazzi dormono in strada, per andare fino in fondo, per non tradirsi. E&#8217; una questione di fedeltà, e non solo a se stessi. Come ha scritto, ancora, Badiou nel suo saggio su San Paolo, “ciò che dà potenza a una verità determinando la fedeltà soggettiva non è il rapporto a  sé che l&#8217; evento induce, ma il suo rivolgersi a tutti. Possiamo chiamarlo il teorema del militante. Nessuna verità è solitaria o particolare”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/05/in-lotta-ancora/">In lotta, ancora</a></p>
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		<title>Finanzcapitalismo, ultima chiamata</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/05/02/38921/</link>
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		<pubDate>Mon, 02 May 2011 10:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Definirei il libro di Luciano Gallino <em>Finanzcapitalismo </em>(Einaudi, 19 euro) decisivo,  per comprendere il mutamento radicale di paradigma avvenuto negli ultimi trent&#8217;anni. Siamo in un altro mondo, e conviene capirlo più in fretta possibile. Perché il tempo è davvero agli sgoccioli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/02/38921/">Finanzcapitalismo, ultima chiamata</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Definirei il libro di Luciano Gallino <em>Finanzcapitalismo </em>(Einaudi, 19 euro) decisivo,  per comprendere il mutamento radicale di paradigma avvenuto negli ultimi trent&#8217;anni. Siamo in un altro mondo, e conviene capirlo più in fretta possibile. Perché il tempo è davvero agli sgoccioli. Ho intervistato l&#8217;autore per l&#8217;Unità, qui pubblico l&#8217;intervista in versione integrale.</p>
<p><em>Sappiamo che l&#8217;alternanza tra fasi espansive e produttive e fasi speculative sono sempre state una costante nella storia del capitalismo (ce lo ha spiegato ad esempio Giovanni Arrighi). Ma lei ci fa capire che oggi siamo in presenza di una sorta di salto quantico: ci dice con molta chiarezza che siamo in una fase del tutto nuova, non più nel classico capitalismo industriale, ma nel finanzcapitalismo. E ci dice che questo salto quantico è un salto con esiti potenzialmente tragici.</em></p>
<div id="_mcePaste">Vi è stato in questi ultimi trent&#8217;anni un enorme sviluppo del sistema finanziario a paragone dello sviluppo del sistema dell&#8217;“economia reale”: se all&#8217;inizio degli anni ottanta il volume degli attivi finanziari corrispondeva al Pil mondiale, al momento della crisi ammontava a oltre quattro volte il Pil. Il mondo è stato radicalmente trasformato da un processo patologico.<span id="more-38921"></span></div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; enormemente e patologicamente cresciuta, in particolare nell&#8217;ultimo decennio, l&#8217;attività bancaria, che si continua a chiamare così anche se si tratta di attività finanziarie estremamente diversificate, non trattandosi più delle banche classiche depositi e prestiti, ma di conglomerati giganteschi che operano in ogni possibile settore.</div>
<div>E&#8221; enormemente e patologicamente cresciuta la finanza ombra, un sistema senza nome né indirizzo né identità, formata da una grande quantità di società di scopo (i cosiddetti “veicoli”), e da centinaia di trilioni di dollari di derivati scambiati tra privati (otc) che sono stati un elemento decisivo di destabilizzazione. In questo processo i bilanci delle banche sono diventati incomprensibili e ingestibili, perché molte attività sono state trasmesse ai “veicoli”, in particolare i titoli derivanti dalla cartolarizzazione, ovvero la trasformazione in crediti di debiti derivanti da prestiti alle famiglie o alle imprese (la crisi è iniziata da lì, negli Stati Uniti, dai derivati composti da mutui che le famiglie non erano più in grado di pagare).</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; enormemente e patologicamente cresciuto il ruolo degli investitori istituzionali (compagnie di assicurazione, fondi pensione e fondi comuni di investimento): essi sono i “nuovi proprietari universali”, possedendo oltre la metà del capitale delle imprese di ogni genere.</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; infine enormemente e patologicamente cresciuto il peso che le istituzioni finanziarie hanno assunto nel governo delle imprese. Dal 1980 in avanti si è affermato il criterio che un&#8217;impresa funziona unicamente per massimizzare il valore delle azioni, e questo ha modificato il criterio di governo e di gestione quotidiana delle imprese, con conseguenze ben visibili, drammaticamente, ogni giorno.</div>
<div id="_mcePaste">A causa di questo sviluppo abnorme, l&#8217;insieme del sistema finanziario non è controllabile da alcuna autorità, non solo per le sue dimensioni, ma anche per la sua composizione: chi parla di costruire “trasparenza del mercato finanziario” davvero non ha compreso i fondamenti della questione. Questo mercato finanziario non può essere trasparente. Siamo su un aereo senza pilota in cabina di pilotaggio. Bisogna riformare il sistema dalle fondamenta, mentre invece dopo la crisi non è stata intrapresa alcuna riforma.</div>
<div id="_mcePaste"><em>Guardando la copertina del suo libro, dove vi è un grattacielo visto dal basso che ricorda la torre di Babele, viene naturale pensare che siamo di fronte a una sorta di  hybris degli umani, alla smisuratezza di un processo totalmente sfuggito di mano, che ha preso vita propria, fuori da qualsiasi controllo.</em></div>
<div id="_mcePaste">Sì, è così. E lo vediamo ogni giorno come l&#8217;intera economia sia totalmente a rimorchio del sistema finanziario. Lo vediamo anche da un punto di vista simbolico, ché il linguaggio della finanza ha permeato ogni ambito della civiltà, del discorso quotidiano. Ma se questo sistema tende all&#8217;assolutezza, ed è radicalmente incontrollabile, ciò equivale a uno svuotamento di fatto del concetto stesso di democrazia.</div>
<div id="_mcePaste"><em>Peraltro questo processo, lei lo mette in chiaro molto bene nel libro, è stato determinato dalle scelte della politica, contrariamente alla  vulgata proposta e introiettata dalla politica stessa che si è dipinta come passiva e impotente di fronte ad esso</em>.</div>
<div id="_mcePaste">Non è stato per nulla un processo naturale. E&#8217; stato invece un grande progetto ideologico, culturale e politico avviato dagli anni cinquanta e che ha preso piede a partire dagli anni ottanta. Non è vero che la politica è stata sopraffatta dalla finanza: l&#8217;assoluta libertà di agire che ha acquisito la finanza è stata un&#8217;operazione politica, iniziata peraltro in Europa. Si parla, a questo di proposito, di un “consenso di Parigi” che ha preceduto il “consenso di Washington”. La crisi ha dimostrato l&#8217;assoluta falsità della tesi ideologica dell&#8217;autoregolazione del mercato, eppure essa continua a presentarsi come l&#8217;unica possibile. E questo lo verifichiamo anche nella continuità delle persone: il consiglio economico di Obama, ad esempio, è composto da banchieri che hanno avuto parte importante nella deregulation fatta sotto Reagan e Bush.</div>
<div id="_mcePaste"><em>Europa degli anni ottanta, Obama: lei sta dicendo che anche il “centrosinistra” globale è caduto nella trappola?</em></div>
<div id="_mcePaste">Sì, le cosiddette “sinistre” hanno fatto proprio lo scenario secondo cui la globalizzazione è un fatto economico, laddove esso è stato un fatto eminentemente politico. E&#8217; stato un progetto agevolato da organizzazioni internazionali che di democratico non hanno nulla, dal Fondo Monetario Internazionale alla Banca Mondiale alla Commissione Europea. Le sinistre socialdemocratiche hanno adottato il paradigma della signora Thatcher, credendo al fatto che “non ci sono alternative”: perciò le sinistre si sono distinte solo per “aiutare i più deboli”, e tamponare i disastri. Il mio timore è che ancora oggi non abbiano capito che cosa è successo: sono caduti nella scena del teatro, recitando la parte che la commedia (o meglio, la tragedia) gli ha assegnato, senza rendersi conto che stanno seguendo i dettami di in un immenso sistema industrial-finanziario, agevolato nella sua crescita dalla politica e che alla politica adesso spetterebbe incivilire.</div>
<div id="_mcePaste"><em>Il successo di questo sistema è appunto anche ideologico: esso si presente come il trionfo della ragione (o forse di una coincidenza perfetta di razionale e reale), dove invece esso è, nella sua essenza, pura irrazionalità.</em></div>
<div id="_mcePaste">Il finanzcapitalismo ha in questo senso radicalizzato un&#8217;istanza propria del capitalismo industriale, che ha sempre pensato la crescita come una pietra filosofale. Crescita a ogni costo, a scapito del resto. Ma questa furente irrazionalità la vediamo al lavoro nei suoi esiti tragici, sia nella distruzione dell&#8217;ambiente e di qualunque tipo di ecosistema (e qui siamo giunti a un punto limite, davvero di non ritorno), sia nella quotidiana svalorizzazione delle persone. E le persone svalorizzate, infantilizzate come consumatori, non saranno mai in grado di salvare il pianeta.</div>
<div id="_mcePaste"><em>Lei pensa che al punto in cui siamo è possibile un “contromovimento”, un&#8217;alternativa al disastro?</em></div>
<div id="_mcePaste">Un contromovimento è un&#8217;incognita grossa, nella presente situazione. Credo che una reazione ai danni globali di questo sistema che ci sta dominando possa prendere due direzioni. Una che potremmo definire socialdemocratica, una autoritaria, e in Europa quest&#8217;onda è certamente montante. E&#8217; questo il grande dilemma è questo: e su questo il dado non è tratto.</div>
<div id="_mcePaste"><em>Lei ha segnalato qualche passo possibile da fare.</em></div>
<div id="_mcePaste">Sì, per esempio la gestione dei fondi pensione, potrebbe essere un passo piccolo ma significativo. La gestione dei fondi pensione è affidata alle banche depositarie che fanno investimenti i quali assicurino un futuro ai fondi stessi, prescindendo del tutto da un investimento sostenibile, responsabile. I sindacati su questo dovrebbero essere più consapevoli e presenti.</div>
<div id="_mcePaste">Ci sono poi riforme che si possono avviare solo in ambito internazionale, ma bisognerebbe cominciare a parlarne: e invece quando se ne parla lo si fa tirando fuori i documenti dell&#8217;UE, che però non fa altro che invocare trasparenza e sorveglianza, ciò che equivale a mettere telecamere intorno a un edificio pieno di buchi e con le fondamenta che crollano e buio all&#8217;interno. E&#8217; di questo buio che invece occorre discutere.</div>
<p><strong> </strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/02/38921/">Finanzcapitalismo, ultima chiamata</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il primo maggio è una festa</title>
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		<pubDate>Sun, 01 May 2011 19:09:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di <strong>Marco Rovelli</strong>
<em>(il manifesto, 1/5/2011)</em>
<p><strong> </strong>&#8230;</p>
Dice il giovine sindaco di Firenze Matteo Renzi che il primo maggio è una “festa di libertà”, e questo significa, nel concreto, che “chi vuole lavorare deve poter lavorare e chi preferisce non farlo è giusto che non lavori”.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/01/il-primo-maggio-e-una-festa/">Il primo maggio è una festa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<div><em>(il manifesto, 1/5/2011)</em></div>
<p><strong> </strong></p>
<div>Dice il giovine sindaco di Firenze Matteo Renzi che il primo maggio è una “festa di libertà”, e questo significa, nel concreto, che “chi vuole lavorare deve poter lavorare e chi preferisce non farlo è giusto che non lavori”. Quindi, su le serrande negozi aperti, e a laurà (del resto nelle sue trasferte ad Arcore avrà pur imparato qualcosa, no?). La libertà dei Renzi assomiglia paurosamente a quella concepita dal nostro Caro Leader. Una libertà indeterminata, vuota, astratta: in un mondo che invece è terribilmente concreto, almeno nel senso dei soggetti che lo determinano. Una libertà del genere, dove non si specifica di chi, da che cosa e per cosa, non può essere altro che la libertà del più forte di fare quel che vuole. E, come correlativo, la necessità per il più debole di fare quel che il più forte vuole. Altro che libera scelta: fuori dall&#8217;astratta e retorica libertà di Renzi, c&#8217;è, in carne e ossa, un esercito di giovani precari sotto ricatto, che non hanno proprio alcuna libertà di scelta nel caso il loro “datore di lavoro” voglia tenere aperto il suo “esercizio”. I soldati andranno al fronte, ordinatamente e disciplinatamente, siccome mercato vuole.</div>
<p><span id="more-38919"></span></p>
<div id="_mcePaste">Di fronte a una realtà dove i soggetti sono determinati da rapporti forza drammaticamente sbilanciati, questi “giovin signori” à la Renzi, mi si perdoni il triviale calembour, sembrano più dei Don Abbondî, che se ne lavano le mani (ma i tiepidi saranno vomitati dalla bocca, e un cattolico come lui dovrebbe pur saperlo). Si lavano le mani di fronte al fatto che il perno di questa società è il ricatto. Ne è il perno strutturale, economico, sociale, emotivo, psichico. Vivere sotto ricatto, col coltello alla gola, è la condizione normale dei precari – comprendendo nella definizione svariate tipologie contrattuali: tutte accomunate dalla perdita dei diritti (propri del cittadino) e dalla riduzione a suddito che implora. Al ricatto non ci si può ribellare, e la scelta è sempre obbligata. La piramide sociale dell&#8217;epoca presente è sempre più vertiginosa, i vettori della sussistenza e della riproduzione personale sono sempre meno orizzontali e sempre più verticali. La dipendenza cresce, e la dipendenza genera ricatto. Il ricatto è lo strumento proprio del capitale che ha libero corso nel selvaggio west del mondo intero, senza più lacci e lacciuoli, moltiplicato e mostrificato nel capitale finanziario che – come ci ricorda Luciano Gallino nel suo recente, mirabile libro Finanzcapitalismo – si sta inghiottendo il pianeta.</div>
<div id="_mcePaste">Quella di Renzi appare allora come una resa senza condizioni all&#8217;imperativo cardine del sistema presente: rendere le persone da una parte lavoratori docili, dall&#8217;altra consumatori senza fine. Rottamatore, allora, ma di cosa? Non certo di una casta politica destinata a epocali sconfitte, ché Renzi appare in questo del tutto simile a coloro che afferma di voler rottamare (quelli, del resto, che hanno introiettato l&#8217;adesione alla “inevitabilità” di questo processo globale, presentato come naturale, quando invece esso è stato reso possibile proprio da una cosciente operazione politica, totalmente artificiale). Rottamatore, invece, di valori che dicono che l&#8217;uomo vale in quanto uomo, e non in quanto consumatore. Oggi che la vita è stata messa al lavoro tutta quanta, asservita ai bisogni e agli imperativi del sistema finanziario-industriale, non ci può essere una festa del/dal lavoro. Non ci deve essere spazio per quella festa  dei lavoratori che rivendicano il diritto a non esaurirsi nel lavoro, e si riconoscono nella dimensione festiva della celebrazione, delle relazioni sociali nella loro interezza, di un&#8217;identità che eccede la dimensione lavorativa. Se ogni festa è rigenerazione e ricominciamento, quella del primo maggio lo è in particolare, visto che si innesta sulla tradizione delle feste del maggio, con tutta la loro carica simbolica del rinnovamento della natura. Ma nel mondo della dittatura finanziaria, e nell&#8217;uso di ogni “cosa” ai fini dell&#8217;estrazione di valore, non c&#8217;è spazio per la rigenerazione. Non c&#8217;è spazio per un tempo altro che dà il senso al tempo ordinario. Il lavoro è un ciclo continuo, anzi una catena continua. E da questa catena non ci deve essere liberazione possibile.</div>
<div id="_mcePaste">Noi, va da sé, non ci stiamo, e difenderemo la festa, con ogni mezzo necessario.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/01/il-primo-maggio-e-una-festa/">Il primo maggio è una festa</a></p>
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		<title>La scuola è di tutti</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Apr 2011 09:17:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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La scuola è di tutti. Parrebbe un&#8217;asserzione scontata, anodina, quasi innocua. Non è forse uno dei capisaldi di una democrazia? Ma siamo appunto nel pieno di un&#8217;emergenza democratica, e allora ribadire quella verità è quantomai necessario. Così come necessario è il libro di Girolamo De Michele, appunto <em>La scuola è di tutti&#8230;</em> (Minimum Fax, euro 15), che da tutti dovrebbe essere letto e meditato per comprendere tanto la portata dell&#8217;offensiva berlusconian-gelminiana alla centralità e al senso stesso dell&#8217;istituzione scolastica pubblica, quanto la necessità radicale di resistere, e i mezzi per farlo.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/07/la-scuola-e-di-tutti/">La scuola è di tutti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/la_scuola_e_di_tutti._ripensarla_costruirla_difenderla_di_girolamo_de_michele.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-38703" title="la_scuola_e_di_tutti._ripensarla_costruirla_difenderla_di_girolamo_de_michele" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/la_scuola_e_di_tutti._ripensarla_costruirla_difenderla_di_girolamo_de_michele-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<div>La scuola è di tutti. Parrebbe un&#8217;asserzione scontata, anodina, quasi innocua. Non è forse uno dei capisaldi di una democrazia? Ma siamo appunto nel pieno di un&#8217;emergenza democratica, e allora ribadire quella verità è quantomai necessario. Così come necessario è il libro di Girolamo De Michele, appunto <em>La scuola è di tutti</em> (Minimum Fax, euro 15), che da tutti dovrebbe essere letto e meditato per comprendere tanto la portata dell&#8217;offensiva berlusconian-gelminiana alla centralità e al senso stesso dell&#8217;istituzione scolastica pubblica, quanto la necessità radicale di resistere, e i mezzi per farlo. I primi a leggerlo dovrebbero essere forse i professori stessi (e lo dico per esperienza diretta), poiché questo libro fornisce una serie di strumenti per pensare il proprio ruolo, per restituirgli quel senso che l&#8217;offensiva di cui sopra tenta quotidianamente di sottrargli. <span id="more-38702"></span>De Michele, insegnante di storia e filosofia in un liceo ferrarese, argomenta su una serie di fronti per passare alla controffensiva. E&#8217; uno di quei libri insomma che auspicava Foucault, libri-bombe, vere e proprie pratiche che trovano il loro senso nell&#8217;uso. Il tutto finalizzato a dimostrare che non esiste alcuna “emergenza educativa” in Italia, come tenta di far credere la propaganda della ministra dalla penna rossa, supportata da una bella schiera di controriformisti: da un Tremonti che crede o finge di credere che “la mente è semplice” (buttando a mare le scienze cognitive e la complessità), a un Galli della Loggia che si lancia in monumentali editoriali senza sapere – come mostra benissimo De Michele – di che cosa sta parlando. E&#8217; un libro che smonta l&#8217;attacco alla scuola pubblica non solo da un punto di vista concettuale (sociale, storico, filosofico, pedagogico: e il filo rosso di una scuola che sappia sviluppare l&#8217;autonomia dello studente sorregge il pensiero di De Michele), ma anche avvalendosi di una messe di dati e statistiche. Manifestando la loro manipolazione ad opera della propaganda ministeriale. Come nel caso delle bufale dei bidelli che sono più dei carabinieri, o del 97% delle risorse che va in stipendi del personale scolastico, o del rendimento degli studenti italiani molto al di sotto della media Ocse: tutte grandi, enormi bufale che però i grandi giornali italiani hanno accettato senza fiatare. Nella realtà, in Italia si spende “percentualmente meno della media europea, e l&#8217;unico settore nel quale la spesa è più alta è il settore di eccellenza internazionale della scuola”, ovvero quella scuola primaria che la controriforma gelminiana sta provando a demolire (ma De Michele ricorda pure che il presupposto infondato di una spesa fuori controllo era stato fatto proprio anche dal Quaderno bianco del ministero Fioroni). Nella realtà, la spesa per il personale è il 73,8% della spesa complessiva dell&#8217;istruzione in Italia, contro una media europea del 79%. Nella realtà, ad abbassare la media dei livelli di apprendimento sono gli studenti delle scuole private, alle quali continuano però ad affluire sempre maggiori finanziamenti statali, a fronte di tagli sempre più drastici alla scuola pubblica. C&#8217;è da smontare allora tutto questo mefitico teatrino spettacolare messo in piedi da chi ha come obiettivo non solo dei tagli di bilancio, ma, a un livello strategico di più ampio respiro, la creazione di “manodopera specializzata e elettori manipolabili al posto di cittadini e lavoratori consapevoli dei propri diritti”. Si tratta di combattere un&#8217;idea di scuola “potenzialmente fascista”, come scrive l&#8217;autore in chiusura, ovvero una scuola fondata sull&#8217;autoritarismo, su una didattica normativa, sul nozionismo, con una funzione selettiva e – si sarebbe detto in altri tempi – di classe.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/07/la-scuola-e-di-tutti/">La scuola è di tutti</a></p>
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		<title>La guerra agli immigrati</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 10:00:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di <strong>Marco Rovelli</strong>
<p>[<em>Questa riflessione, con cui tento di articolare un discorso complessivo sui vari sensi della servitù migrante (dal piano giuridico al piano economico, con particolare attenzione alle specificità del sistema economico italiano) compare nel numero 8 di </em><a href="http://www.alfabeta2.it">Alfabeta2</a><em>: nelle ultime settimane, abbiamo assistito a un nuovo capitolo della guerra agli immigrati, fatta della negazione dei diritti umani, universali solo per finzione.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/06/la-guerra-agli-immigrati/">La guerra agli immigrati</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">
<div id="_mcePaste">di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<p>[<em>Questa riflessione, con cui tento di articolare un discorso complessivo sui vari sensi della servitù migrante (dal piano giuridico al piano economico, con particolare attenzione alle specificità del sistema economico italiano) compare nel numero 8 di </em><a href="http://www.alfabeta2.it">Alfabeta2</a><em>: nelle ultime settimane, abbiamo assistito a un nuovo capitolo della guerra agli immigrati, fatta della negazione dei diritti umani, universali solo per finzione. Ci sono persone che, molto semplicemente, non possono spostarsi liberamente su questo pianeta, anche solo per turismo, o per andare a trovare i propri parenti. Per farlo debbono varcare i confini illegalmente. Una delle accuse al realsocialismo era che teneva segregati i propri cittadini, che non gli permetteva di uscire, di viaggiare in Occidente. Poi la cortina di ferro l'abbiamo fatta noi, al contrario, per non lasciare entrare</em> gli altri. mr]</p>
<div>Che la guerra agli immigrati ci sia, è un fatto autoevidente. Si tratta di chiarirne la natura. La guerra agli immigrati non è solo un fatto italiano, né solo europeo: è un fatto globale, parte di quel complesso processo che si semplifica col termine di “globalizzazione”. In questo processo gli immigrati sono oggetto privilegiato di una guerra che però non riguarda solo loro, ma la ridefinizione dei rapporti complessivi tra capitale e lavoro &#8211; laddove però questa polarità deve definirsi mediante il ricorso ad altre coordinate:<span id="more-38647"></span> centro/periferia (le migrazioni tra campagna del “Sud” e città del “Nord” non ricalcano forse su scala globale i processi di urbanizzazione durante la rivoluzione industriale inglese?), flussi/luoghi, rendita finanziaria/profitto produttivo, eccetera. E non si può comprendere la natura delle migrazioni se non le si contestualizzano nel quadro di una ormai trentennale guerra senza quartiere contro i diritti dei lavoratori, che ha portato a una loro erosione progressiva, fino a definire l’era presente come quella del <em>precariato</em>.<!--more--></div>
<div id="_mcePaste">Gli immigrati sono individui dall’identità precaria che subiscono gli effetti di una mega-macchina da guerra, un complesso dispositivo che funziona a diversi livelli: giuridico, politico, culturale e – in <em>ultima</em> istanza, e <em>prima </em>- economico.  Essi vengono esclusi dalle società che dicono di “ospitarli”, esattamente come un aristocratico poteva dire di ospitare nelle sue ville un servo (ma l’atto finale di questa esclusione è l’espulsione, o forse, meglio: la deportazione); e, in termini più generali, vengono esclusi dal novero di coloro che possono godere dei “diritti umani”. E’ solo per l’Occidente infatti, come giustamente argomenta Žižek, che valgono i diritti umani, concepiti del resto insieme all’idea di cittadinanza, concetto che è esso stesso dirimente, esclusivo. Quella dei diritti umani è una falsa universalità, e questa finzione appare in tutta la sua evidenza quando si consideri appunto la condizione degli immigrati (non solo quelli clandestini).</div>
<div id="_mcePaste">Da questa universalità <em>gli altri</em> sono esclusi. Essa per loro non vale, e dunque smette di essere universale per trapassare in finzione. E’, con ogni evidenza, uno stato paradossale: analogamente alla paradossalità pensata con il concetto di <em>eccezione </em>da Giorgio Agamben, dove chi viene messo al bando – <em>eccepito </em>- viene incluso nel diritto mediante la sua stessa esclusione. Chi è oggetto dell’eccezione non si può dire se sia dentro o fuori dall’ordinamento giuridico, dacché il diritto si pone in relazione con lui esattamente abbandonandolo, lasciandolo a sé, alla sua <em>nuda vita</em>, privo di qualsivoglia protezione.</div>
<div id="_mcePaste">In ogni guerra uno schieramento ha i suoi avamposti, le sue torri di guardia. I Centri di detenzione per “clandestini” che costellano l’Europa sono gli avamposti della guerra agli immigrati. Terminali di una politica basata sull’esclusione.  In un libro che ho dedicato ai Centri di detenzione per immigrati li ho chiamati <em>lager</em>: ovvero <em>campi </em>dove il diritto si sospende, e dove perciò la condizione di coloro che sono esclusi dal diritto appare in tutta la sua concretezza. La condizione paradossale dell’escluso era stata del resto inconsapevolmente esibita nel nome che a questi Centri &#8211; che oggi, più brutalmente, si chiamano Centri di identificazione ed espulsione &#8211; era stato dato all’epoca della loro istituzione con la legge Turco-Napolitano: Centri di <em>Permanenza Temporanea</em>.</div>
<div id="_mcePaste">Da un’altra prospettiva quei centri appaiono come are sacrificali. Dove si compie un atto di sacrificio nei confronti di una vittima designata secondo la più classica delle logiche espiatorie. Quei centri, allora, servono a mostrare all’<em>opinione pubblica</em> – concetto quanto mai finzionale, costruito in quanto tale dal sistema dello Spettacolo – ciò che normalmente è occultato: sono i luoghi dove l’invisibilità costitutiva del clandestino si rende visibile. Ma si badi, non è il clandestino a rendersi visibile &#8211; ché i singoli uomini e donne restano occultati alla coscienza degli “spettatori”: ad essi non sono restituiti nome né volto, non diventano mai <em>persone </em>- ma è la condizione di clandestinità stessa, nella sua invisibilità, a essere mostrata. E questa esibizione accade nell’atto sacrificale dell’espulsione. Una mutilazione corporale, un taglio, la restituzione al mondo <em>altro </em>della barbarie, cacciati nell’indistinzione di un mondo ctonio. (Il tempio e il sacro, com’è noto, sono i luoghi della separazione). In questi centri si opera il discrimine radicale tra il dentro e il fuori: tra gli umani e i non-umani. Se una possibile definizione dell’essere umano potrebbe essere: “colui che gode dei diritti che pertengono all’umano”, allora in questi centri, altari sacrificali dell’epoca presente, si sancisce che alcuni esseri non godono dei diritti umani, e dunque umani non sono.</div>
<div id="_mcePaste">Non sono umani, gli uomini neri. Essi <em>servono</em>. Servono in molte guise. Servono, anzitutto, in quanto uomini neri. Che poi è il modo migliore di rendere il senso etimologico del termine “clandestino”. <em>Clam</em>-<em>des</em>-<em>tinus</em>. Ciò che sta nascosto al giorno, e odia la luce. Chi sta nell’ombra. L’uomo nero, invisibile, confuso nella notte, privo di figura, di contorni, di volto, di nome, di identità. Una grande massa oscura che viene designata nella sua paurosa alterità. L’uomo nero, eterna macchina da paura. Ed è questo il primo senso del servo: produrre paura. Di come la paura sia una formidabile risorsa politica hanno detto in tanti, e basti ricordare colui che ha pensato la sovranità politica moderna, Thomas Hobbes: l’uomo rinuncia volontariamente ai propri diritti nella misura in cui ha paura dell’<em>altro</em> uomo, fatto lupo. Più si crea l’immagine dell’altro in quanto mostro, tanto più l’individuo rinuncerà ai propri diritti – dunque a se stesso in quanto umano, propriamente – per aver salva la vita. Produrre paura è essenziale in tempi d’emergenza come questi, per il rapporto direttamente proporzionale tra paura e rinuncia ai diritti e rafforzamento del potere sovrano. Il sistema Spettacolare è lì (anche) per questo: produce fantasmi per natura, e quello dell’uomo nero è facile da produrre, è un effetto ottico di moltiplicazione. Basta parlare di immigrazione quando si parla di criminalità e il gioco è fatto, si crea un <em>frame</em> che resta inciso nelle reti neurali vita natural durante.</div>
<div id="_mcePaste">Ma quanto più gli immigrati vengono concepiti/prodotti in quanto uomini neri, tanto più vengono animalizzati e respinti ai margini dell’umano. Vengono resi, sempre di più, cose. E, in particolare, <em>macchine</em> produttive. Il tipo <em>ideale </em>del lavoratore, da sempre desiderato da un sistema fondato esclusivamente sul profitto: in quanto invisibili, essi non hanno nulla da reclamare, da rivendicare, e possono essere usati esattamente come macchine.</div>
<div id="_mcePaste">A questo punto, è necessaria una puntualizzazione: quando dico clandestino, non mi riferisco solo agli immigrati <em>irregolari</em>, senza permesso di soggiorno (“illegali”). Mi riferisco invece all’immigrato<em> tout court</em>. Sì, perché qualsiasi immigrato è un clandestino. Un immigrato regolare, essendo la sua condizione di regolarità legata al possesso di un contratto di lavoro, può in qualsiasi momento essere cacciato nella condizione di clandestinità: un immigrato regolare è sempre un clandestino potenziale. Egli è sempre soggetto a un ricatto costante: o mantiene il lavoro alle condizioni che gli sono offerte o rischia di essere nullificato in quanto persona. Escluso dal novero di coloro che possono godere dei diritti universali. Ma se i diritti universali sono intangibili, il fatto che egli possa perderli implica che nemmeno per lui vige l’universalità del diritto. L’immigrato regolare è già una persona inferiore rispetto al “cittadino”. E questa inferiorità è legata alla sfera del lavoro. E’ nel lavoro dunque che occorre andare a trovare le ragioni ultime di questa produzione di esseri esclusi dall’universalità del diritto.</div>
<div id="_mcePaste">La migliore definizione del clandestino è, da questa prospettiva, quella di “precario assoluto”. Egli è colui che subisce nella propria quotidianità gli effetti devastanti di una precarietà assoluta, in tutti i campi della propria esistenza: lavorativo, giuridico, abitativo, relazionale, affettivo… Il clandestino è allora il punto terminale di un processo – quello della precarizzazione – che riguarda tutti: cittadini e no, garantiti e no. E’ la base di una piramide sociale basata sul ricatto: sopra di lui c’è infatti l’immigrato regolare, clandestino potenziale, che a sua volta deve soggiacere al ricatto lavorativo per non perdere il permesso di soggiorno , e accetterà dunque condizioni che potrebbero essere inaccettabili per un “cittadino” che non ha lo spettro di essere cacciato nella clandestinità e deportato. L’effetto di questa piramide è l’abbassamento complessivo dei diritti di <em>tutti</em> i lavoratori.</div>
<div id="_mcePaste">Così, il lavoratore italiano che vede quello marocchino accettare un salario minore, ritmi e tempi di lavoro più intensi, si scaglia contro la presenza dei lavoratori immigrati: quando invece si tratterebbe di capire che per difendere i propri diritti l’unico modo sarebbe quello di far sì che anche il lavoratore marocchino li abbia, in modo che potrebbe rivendicarli senza essere costretto ad accettare quelle condizioni. Come sempre è stato, la divisione dei lavoratori è il primo nemico per i lavoratori stessi. Del resto, da questo punto di vista la storia italiana lo insegna: i lavoratori meridionali che emigravano al nord nel secondo dopoguerra erano considerati crumiri, all’inizio. Ma poi, nel giro di quindici anni, tra molti di loro si sviluppò un forte processo di sindacalizzazione, di <em>coscienza di classe</em> – e furono in prima fila nelle avanguardie politiche dell’autunno caldo, delle occupazioni, dei picchetti. Erano cittadini, e potevano farlo. Oggi gli immigrati, in quanto esclusi dall’universalità dei diritti, non possono.</div>
<div id="_mcePaste">La guerra agli immigrati non è solo un fatto italiano, dicevo all’inizio. Ma l’Italia, nella sua legislazione sull’immigrazione, combina gli strumenti peggiori escogitati dalla fortezza Europa: ultimo dispositivo, il pacchetto sicurezza. Credo che questo abbia a che fare con un’anomalia di fondo del sistema socioeconomico del nostro paese, che richiede lavoratori servili in misura ancora maggiore degli altri paesi. Due dati. L’Italia è il paese in Europa, che detiene il record, insieme alla Grecia, dell’incidenza dell’economia sommersa sul Pil. Ogni studio dà stime differenti, ma sono tutti concordi nel definire chi guida la classifica: secondo il più recente studio comparativo, effettuato della società di consulenza AT Kerney, il sommerso in Italia conta il 22,2% del Pil, più che in ogni altro paese dei quindici di prima adesione all’Unione Europea.</div>
<div id="_mcePaste">Inoltre, la struttura del sistema economico italiano è in maniera abnorme frammentata, polverizzata. Catene infinite di esternalizzazioni, appalti, subappalti, gare al massimo ribasso – e conseguente necessità primaria di disporre di un serbatoio di lavoratori neri e nerissimi a cui attingere. Come ho già scritto in Servi, il sistema produttivo italiano è un sistema che aumenta profitti e rendite, ma che scarica i costi sui lavoratori autonomi delle microimprese, esposti alla perdita di garanzie e di sicurezze. Le medie e grandi imprese italiane accumulano profitti (mai in misura così grande nella storia del paese come nel decennio 1996/2005, secondo un’indagine di Mediobanca del 2006), riducendo progressivamente l’occupazione. A offrire lavoro sono appunto le piccole imprese e le microimprese, sulle quali è scaricato di fatto, mediante il sistema degli appalti e delle gare al massimo ribasso, il rischio d’impresa (fatto paradossale, visto che esso sarebbe la giustificazione ideologica del profitto capitalistico…). E le microimprese in Italia hanno un peso abnorme rispetto ai paesi dell’Europa “avanzata”. Costituiscono infatti il 94% delle imprese italiane, e offrono lavoro a poco meno della metà di tutti gli occupati nel settore di mercato, per la precisione al 47,8%, una percentuale più che doppia rispetto ai dati francese e tedesco. E se i profitti restano alle parti alte della catena produttiva,  tutto va a scaricarsi su queste imprese, che – lavorando senza capitali e senza sussidi &#8211; in qualche modo devono far fronte agli utili risicati che gli restano. A sua volta questo richiede in maniera quasi necessaria l&#8217;utilizzo di lavoro nero, e nerissimo.</div>
<div id="_mcePaste">Ecco, allora, il perché della guerra. C’è da forgiare un soggetto sempre più privo di diritti da usare: da sfruttare, si dovrebbe dire, se non si avesse paura di un linguaggio troppo chiaro e distinto.</div>
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		<title>La bella anoressia del cigno nero</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 11:38:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>“Il cigno nero è il mio film preferito di tutti i tempi”, scrive una ragazza su Pretty Thin, un forum pro-ana americano (pro-ana sono i siti che promuovono l’anoressia). E si capisce. “Il cigno nero” è un film geniale per la coerenza perfetta della sua iper-estetizzazione .&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/05/le-bella-anoressia-del-cigno-nero/">La bella anoressia del cigno nero</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/vomito.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-38659" title="vomito" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/vomito-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>“Il cigno nero è il mio film preferito di tutti i tempi”, scrive una ragazza su Pretty Thin, un forum pro-ana americano (pro-ana sono i siti che promuovono l’anoressia). E si capisce. “Il cigno nero” è un film geniale per la coerenza perfetta della sua iper-estetizzazione . Bello e immorale, nella misura in cui assume il punto di vista della &#8220;malattia&#8221; – quella di un’autolesionista anoressica allucinatoria &#8211;  trasfigurandola (e legittimandola) nei diversi livelli della favola e del mito. Anzitutto è un film implacabile, che esibisce subito il suo scheletro figurale, le stereotipie polari su cui gioca.<span id="more-38658"></span> Si prenda la madre che fa la torta e poi, quando la figlia Nina non la vuole mangiare, d&#8217;un tratto diventa una strega, quasi con un tratto cartoonico: quella non è una scivolata grottesca. La madre “deve” essere una strega, lei “è” la strega cattiva. Come dev’essere in una trasfigurazione favolistica-artistico-mitologica (nei rispettivi diversi e intrecciati livelli). Ma Aronofsky non riduce il mito alla materialità di un&#8217;anoressica autolesionista allucinatoria (come, che so, chi legge le mistiche medievali esclusivamente come anoressiche isteriche): piuttosto, al contrario, legge la vicenda mediante la chiave mitologica. Che finisce in tragedia, e sta qui &#8220;l&#8217;immoralità&#8221;: perché l&#8217;ottica tutta autoriferita del soggetto allucinatorio, &#8220;malato&#8221;, viene assunta senza incrinature nella sua pretesa assolutezza, fino al volo mortale. Si prenda l’elemento fondamentale che manca: il vomito. Che nel film non viene mostrato. Perché il sangue può essere romanticizzato, il vomito no. Il film fa questo infatti: assume il punto di vista estetizzante della “malata”. Come ha scritto un sito per la guarigione dall’anoressia, una moltitudine di anoressiche “glorificano il loro deperimento fino alla morte, vivendo le proprie vite con lo scopo della perfezione definitiva. Esse sono delle Nina nella vita vera”.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 2/4/2011)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/05/le-bella-anoressia-del-cigno-nero/">La bella anoressia del cigno nero</a></p>
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		<title>Un libro vi trasporterà: Riccardo De Gennaro</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 09:43:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p><a href="http://www.tornogiovedi.it/un-libro-vi-trasportera/">qui</a> da<a href="http://www.tornogiovedi.it"> loro</a>, del giovedì<br />
effeffe</p>
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<p><a href="http://www.tornogiovedi.it/un-libro-vi-trasportera/">qui</a> da<a href="http://www.tornogiovedi.it"> loro</a>, del giovedì<br />
effeffe</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/25/38542/">Un libro vi trasporterà: Riccardo De Gennaro</a></p>
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		<title>Il sacrificio di Fukushima</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Mar 2011 06:20:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/fukushima.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Connesso di continuo in questi giorni, a seguire gli sviluppi del disastro giapponese. I sensi all’erta, il pericolo che ci minaccia. Una nube, ancora. Una nube che sfugge, inafferrabile, senza riguardo per frontiere e religioni. Incarnazione tangibile (nella sua intangibile numinosità) dell’essenza perversa del capitalismo globale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/19/il-sacrificio-di-fukushima/">Il sacrificio di Fukushima</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/fukushima.jpg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-38465" title="fukushima" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/fukushima-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Connesso di continuo in questi giorni, a seguire gli sviluppi del disastro giapponese. I sensi all’erta, il pericolo che ci minaccia. Una nube, ancora. Una nube che sfugge, inafferrabile, senza riguardo per frontiere e religioni. Incarnazione tangibile (nella sua intangibile numinosità) dell’essenza perversa del capitalismo globale. Poi, nel cuore del disastro, la vicenda dei cinquanta tecnici della Tepco che hanno scelto volontariamente di restare nella centrale di Fukushima a fronteggiare la catastrofe. Che hanno scelto la morte. A fondo perduto, prima di tutto, nonostante ogni ragionevole considerazione: se l&#8217;amore è qualcosa è questo, la responsabilità a una chiamata, la coscienza del senso di sé che non si esaurisce nel sé.<span id="more-38464"></span> Non può non chiedersi ciascuno di noi quanto sarebbe capace di tanta dimenticanza di sé. (E viene da chiedersi, ancora una volta, quanto la sfilacciata, familistica etica italica avrebbe consentito quella scelta, che appare in maniera assai marcata un esito dell’etica giapponese: non si rimarcherà mai abbastanza la compostezza di quel popolo di fronte a questa tragedia). Poi, tra i beneficiari di quel sacrificio, il solito “daimon” mi fa intravedere, oltre all’umanità (gli affetti concreti, la comunità astratta), anche chi ha scelto che questo potesse succedere: l&#8217;amministratore delegato di Tepco, e gli azionisti, gli speculatori finanziari, e anche i politici &#8211; che non sono lì a sacrificarsi. Così che questo sacrificio diventa anche l&#8217;ennesimo, volontario tributo al &#8220;potere&#8221;: dove il potere è quel mostro leviatanico che dispensa Parola e Legge, che sceglie &#8220;per conto di&#8221;, che oggettivizza gli individui in sudditi. E, ancora, si tratta di un potere molecolare, che lega a questo sacrificio tutto il corpo sociale (l&#8217;azionariato diffuso in questo senso è una distribuzione della responsabilità &#8211; in solido &#8211; in tutto il corpo sociale). Una società sacrificale, da questo punto di vista. Ma per il momento vorrei stare ancora nella contemplazione della donazione assoluta di sé di quei cinquanta uomini.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 19/3/2011)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/19/il-sacrificio-di-fukushima/">Il sacrificio di Fukushima</a></p>
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		<title>Per un nuovo spirito (del/la) Comune [nel 140° anniversario]</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Mar 2011 08:24:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Comune di parigi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Ci sono anniversari iper-celebrati, altri dimenticati. Oggi sono passati 140 anni dallo scoppio della rivolta comunarda parigina. Quando Lecomte voleva far sparare sulla folla per prendersi i cannoni di Montmartre e i soldati fraternizzarono con la folla e con la Guardia Nazionale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/18/per-un-nuovo-spirito-della-comune-nel-140%c2%b0/">Per un nuovo spirito (del/la) Comune [nel 140° anniversario]</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono anniversari iper-celebrati, altri dimenticati. Oggi sono passati 140 anni dallo scoppio della rivolta comunarda parigina. Quando Lecomte voleva far sparare sulla folla per prendersi i cannoni di Montmartre e i soldati fraternizzarono con la folla e con la Guardia Nazionale. Pubblico il video della canzone (con i disegni di Otto Gabos a illustrarla): <em>La Comunarda</em>, il cui testo fu scritto da me e da Francesco Forlani, immaginandoci una storia d&#8217;amore sulle barricate &#8211; perché la rivolta ha sempre in sé una smisurata promessa d&#8217;avvenire. mr<br />
<br /><iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/O6HDzXCogQ8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/18/per-un-nuovo-spirito-della-comune-nel-140%c2%b0/">Per un nuovo spirito (del/la) Comune [nel 140° anniversario]</a></p>
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