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	<title>Nazione Indiana &#187; mare</title>
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		<title>Da: Il mare alto. Inediti di Renata Morresi</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Feb 2009 10:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Cristina Babino</strong></p>
<p><em>Il mare alto</em> è una linea d’orizzonte. Quella che si intravede in certi giorni dalle colline che ci sono familiari. Quella che si scopre all’improvviso, nella sua carica ovvietà, dalla prospettiva abbassata di una spiaggia. Che ci riconduce alla nostra infinitesima dimensione, che ci rimette al nostro posto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/24/da-il-mare-alto-inediti-di-renata-morresi/">Da: Il mare alto. Inediti di Renata Morresi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/infra.jpg" alt="infra" title="infra" width="520" height="371" class="alignnone size-full wp-image-14758" /></p>
<p>di <strong>Cristina Babino</strong></p>
<p><em>Il mare alto</em> è una linea d’orizzonte. Quella che si intravede in certi giorni dalle colline che ci sono familiari. Quella che si scopre all’improvviso, nella sua carica ovvietà, dalla prospettiva abbassata di una spiaggia. Che ci riconduce alla nostra infinitesima dimensione, che ci rimette al nostro posto.<br />
Questa raccolta di inediti è una cattedrale in costruzione. Non ha ancora una forma definitiva, né un numero di mattoni stabilito; è un <em>work in progress</em> di cui si possono però saggiare già la solidità delle fondamenta, i tratti caratterizzanti e le discontinuità di una ricerca stilistica che sa farsi cifra a un tempo individuale e indicativa di una via, di uno degli infiniti percorsi possibili di ricerca del senso, e della sua espressione poetica. Una <em>quȇte</em> fatta di un graduale, faticoso riconoscersi sempre più in se stessi e nella propria rappresentazione del mondo: per quanto fatta di scarti, di frenate, di sorpassi e ripensamenti emozionali, prima ancora che formali.<span id="more-14757"></span><br />
Rispetto ai precedenti (rintracciabili in rete, tra l’altro, <a href="http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article477">qui</a> e <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/01/18/reanta-morresi-album-di-famiglia-ii/">qui</a>), questi nuovi testi di Renata Morresi ci affrontano con la nitidezza di un verso rifinito, ricercato non più nella sontuosità ingegnosa del gioco di lingue e di parole, nell’abilità evidente e mal dissimulata del mestiere, ma nell’esattezza di un dettato qui scarnificato, asciugato come per lavorio di una marea fatta d’indagate inflessioni e riflessioni. Un procedimento “a levare” che ad ogni verso si fa chiarezza, ma stratificazione di senso e consapevolezza al tempo stesso. Così nella prima sezione della raccolta,  <em>Dominio delle cose</em>, sono gli oggetti nella loro banale quotidianità a parlare dai luoghi che gli sono abitualmente propri, e da cui traggono ogni giorno giustificazione al loro uso e al loro essere. La tv, la tavola, persino il vino parlano per <em>monologhi</em> che contrappongono alle istanze di un “io” oggettuale insospettabile &#8211; e ora disvelato &#8211; un “voi” che tutti ci identifica, ci livella, ci contiene. E’ il canto dispiegato delle cose che scuote noi involontari interlocutori, lasciandoci nello sbigottimento appeso di <em>«grucce / rimaste a dondolare»</em>, che ha la dolenza di un rimprovero, un andamento a tratti astioso e fermo, quasi d’invettiva: <em>«che cosa potete sapere / del perdersi se / è sempre il vicino / che guardate morire»</em>.  Altre volte invece è la prospettiva stessa delle cose, la loro usata materialità, a penetrare commosse per osmosi in un recinto tutto umano e personale di sentire, solidificate in immagini d’un  concretismo quotidiano, privatissimo: <em>«Si girava / bene la città con gli strani / famigliari, senza perdersi / nulla, la forma di carriola / in pancia, molte ossa / in giuntura mobilissima / di mollette da bucato»</em>.<br />
La sezione centrale, <em>Il mare alto</em>, s’allontana dalla dimensione d’ogni giorno, entra nella realtà parallela e sospesa della vacanza estiva, della vacanza dalle consuetudini di sempre, per farsi però paradossalmente nuovo ciclo di azioni ripetute, d’una routine soltanto traslata e ricomposta. Così il campeggio, eletta quinta vacanziera, si fa microcosmo ricreato ancor prima che ricreativo, somma di monadi e universi che di tenda in tenda raccontano il carapace chiuso delle proprie solitudini, il tentativo di conservazione della specie attraverso la conservazione delle proprie rassicuranti abitudini, dalle quali si finge però,  almeno una volta l’anno, di fuggire. La vita del campeggio fatta di numeri seriali, di immatricolazioni, di date d’arrivo e partenza, di regole condivise per il bene del vivere comune, di gesti quotidiani spiati ai vicini (<em>«un cocciare di stoviglie schiuse»</em>), di presenze d’un tratto stranamente familiari (<em>La signora delle pulizie</em>), di telefonate a casa («<em>tuo padre / che sta dentro il quadrato del telefono / come quando sei nato»</em>), e persino della teoria di ciabatte parcheggiate fuori dalle tende, <em>«né da uomo né da donna. Ciabatte / umane, buone al viaggio verso Marte»</em>: oggetti, di nuovo, semplici, banali persino, che nell’assemblaggio si caricano, con slancio rinnovato e quasi dadaista, di significati straniati, inaspettati. Proprio come la strada che apre il capitolo <em>Dal treno</em>,  una strada a cui si dà del tu perché conosce ognuno dei nostri passi di bambini, i prodigi di un’immaginazione incontenibile, i luoghi normalissimi che sembravano incantati, straordinari: <em>«Strada di cartelli che via eri /  (…) portavi all’officina di babbo / portavi la mia ferramenta / di sogni e Rumi, tutti rotando / come dolcissimi cannoli.» </em>C’è tutta una vita &#8211; una bellezza &#8211; nelle cose, che solo nella chiarezza matura e disadorna dello sguardo di chi la sa vedere si fa restituire.</p>
<p>Da <em>Dominio delle cose</em></p>
<p>Monologo del vino: </p>
<p>“Sono stato nella terra<br />
quando ancora io non era</p>
<p>Credimi: la terra è una porta<br />
che porta al nostro nulla</p>
<p>Sulla sua soglia crescono<br />
case fatte di posti, rovi, cervelli<br />
vestaglie gonfie di fantasmi<br />
giorni lunghi esattamente<br />
spaesate<br />
	    case<br />
		  di saponette<br />
rinsecchite e grucce<br />
rimaste a dondolare. </p>
<p>Voi io voi io voi io<br />
che cosa potete sapere<br />
del perdersi se<br />
è sempre il vicino<br />
che guardate morire?</p>
<p>Se noi stiamo insieme<br />
vi farò quasi bene<br />
vi farete lontano.”</p>
<p>*</p>
<p>All&#8217;una</p>
<p>Dall&#8217;una a mezzanotte all&#8217;una,<br />
mescolate le parti<br />
mandate a memoria<br />
i sé distorti dal vizio<br />
di parlare, tutti i pezzi<br />
di parenti, di polente,<br />
sogni spossati<br />
come fantasmi di pietra </p>
<p>			   si girava<br />
bene la città con gli strani<br />
famigliari, senza perdersi<br />
nulla, la forma di carriola<br />
in pancia, molte ossa<br />
in giuntura mobilissima<br />
di mollette di bucato.</p>
<p>Compiaciuta d&#8217;elevarmi<br />
per nessuno senza<br />
mollare alcuna crepa<br />
o rottame o il chilo<br />
di mezzanotte,<br />
il chilo dell&#8217;una. </p>
<p>*</p>
<p>Da  <em>Il mare alto</em></p>
<p>Campeggiatori</p>
<p>Intorno brulica l&#8217;attività<br />
segreta della specie, occultata<br />
in un cocciare di stoviglie schiuse.</p>
<p>*</p>
<p>Ciabatte</p>
<p>Ciabatte sparse fuori dalla tenda<br />
né da uomo né da donna. Ciabatte<br />
umane, buone al viaggio verso Marte.</p>
<p>*</p>
<p>La signora delle pulizie</p>
<p>Rosamarina spazza profumata<br />
di selva rumena. <em>Mulsumèsc</em><br />
mi insegna e io credo alla radice</p>
<p>slava, mil-, alle lievi scorribande<br />
di luglio fino alla Lettonia,<br />
l&#8217;amore che t&#8217;insegna a sillabare. </p>
<p>*</p>
<p>Regole</p>
<p>Dalle 2 alle 4 è in voga la quiete<br />
e come d&#8217;abitudine s&#8217;affoga.<br />
La regola di scrivere non spiega</p>
<p>altro ma le rive sassose e la falesia<br />
potrebbero perfino non vederla,<br />
non distinguere il granaio del mare</p>
<p>dalla frutta disposta per colore<br />
o il cocomero nell&#8217;acqua fresca<br />
dalla divisa uncinata del sole.</p>
<p>*</p>
<p>Posizione</p>
<p>C&#8217;è una tenda verde così alta da starci<br />
in piedi e due amache messe a fianco<br />
a strisce rosse e azzurre dove non ho</p>
<p>mai visto nessuno dondolare, stare<br />
in piedi. La posizione orizzontale<br />
sul mare ci livella frontali al cielo</p>
<p>increspature in superficie, miracolo<br />
del morto contro tesi darwiniane,<br />
muscolo a medusa, cuore di derive.  </p>
<p>*</p>
<p>Telefono</p>
<p>Alle sette chiamiamo tuo padre<br />
che sta dentro il quadrato del telefono<br />
come quando sei nato</p>
<p>come nel quadrato del miracolo<br />
che costruimmo senza un lato</p>
<p>*</p>
<p>Mare alto</p>
<p>Sulla groppa del bufalo notturno,<br />
costone ricciuto del promontorio,<br />
il mare alto si beve il mio sguardo. </p>
<p>Se lo beve per intero, mi sta<br />
sopra non come a riva dove arriva<br />
schiacciato sotto i fianchi. Chi lo sa</p>
<p>come si vede il mare? Come finge<br />
di stare per una ed essere molte<br />
figure che non una sa capire.</p>
<p>*</p>
<p><em>Dal treno</em></p>
<p>Strada di cartelli che via eri<br />
dalle casi popolari di San Marone<br />
lungo i pioppi verso ovest<br />
portavi all&#8217;officina di babbo<br />
portavi la mia ferramenta<br />
di sogni e Rumi, tutti rotando<br />
come dolcissimi cannoli.</p>
<p>Dal treno ti vedevo, salutavo,<br />
per scherzo il fazzoletto appeso<br />
al finestrino volò fuori, sul campo<br />
volò avvolgendosi a se stesso, spinto<br />
di nuovo in alto gonfio d&#8217;aria<br />
girando in vortici volò lontano<br />
lo persi di vista sopra il campo perfetto. </p>
<p><em><strong>Renata Morresi</strong> è laureata in lingue e dottore di ricerca in letterature comparate; attualmente insegna lingua e letteratura inglese d’America all&#8217;Università di Macerata. Si occupa di poesia, critica culturale, femminismo e letteratura angloamericana. Sue poesie sono pubblicate in “Nodo sottile 4”, a cura di V. Biagini e A. Sirotti (Crocetti, Milano, 2004), “Lo stormo bianco”, Premio Tina Accardi, (D&#8217;if, Napoli, 2004) e “L&#8217;opera continua”, a cura di G. Vincenzi, (Perrone, Roma, 2005). Nel 2005 ha curato con Marina Camboni la raccolta di saggi e traduzioni “Incontri transnazionali: modernità, poesia, sperimentazione, polilinguismo” (Le Monnier, Firenze). La sua prima monografia critica, “Nancy Cunard: America, modernismo, negritudine”, è stata pubblicata nel 2007 per i tipi di Quattroventi, Urbino.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/24/da-il-mare-alto-inediti-di-renata-morresi/">Da: Il mare alto. Inediti di Renata Morresi</a></p>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente II</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/lo-stato-delle-cose-in-occidente-ii/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/lo-stato-delle-cose-in-occidente-ii/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 12:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/lo-stato-delle-cose-in-occidente-ii/">Lo stato delle cose in Occidente II</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.<br />
La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere scelto», un «eletto», un «veggente», un «pittore» sintonizzato con ’universo. Ogni sua opera possiede un suo stile. Non ho dubbi: Serbajenov rappresenta a mio avviso l’ultima frontiera dell’arte visiva: nessuno, neppure Serbajenov, è in grado di stabilire quando il suo essere sarà sequestrato da uno dei suoi innumerevoli spiriti. Chi sarà l’autore del suo prossimo quadro? L’artista numero 1? L’artista numero 2? O l’artista numero 3, 4, 5&#8230;?<span id="more-13259"></span> Senza contare le combinazioni possibili tra i singoli elementi di ogni artista con quelli di tutti gli altri.<br />
Quando si contempla una delle sue tele, si approda in un isolotto lontano da ogni arte concettuale dei nostri giorni: da tutta questa diarrea artistica che ha trasformato il talento (<em>talant</em>, in russo) in un marchio scioccante e ripetitivo il cui solo senso coincide con il suo valore commerciale: tutti questi piccoli Damien Hirst, tutti questi geni del box-office del terrorismo visivo.<br />
Serbajenov non si ripete mai. Non può farlo. E come potrebbe? La collezione di spiriti che si dibattano nella sua anima è infinita e sconosciuta.<br />
Ho detto «anima», ma la parola è inadeguata. Il dono dell’arte, secondo Serbajenov, non ha nulla a che vedere con le nostre profondità. Egli, in realtà, subisce uno slittamento di ciò che nel nostro linguaggio puerile chiamiamo «stato di coscienza». È precisamente in quel momento che uno dei suoi «antenati» lo trasporta sotto la sua ala e lo separa dal mondo di quaggiù. La pittura, la poesia, non sono altro che una manifestazione sciamanica. Lo scopo dell’arte non è quello di scioccare o di ferire, ma di placare quella massa confusa di tristezza e di dolore che ogni persona sente mordere nelle fibre del suo corpo. Il corpo visibile e il «corpo invisibile», come dice Serbajenov. È quest’ultimo che ci lega ai nostri «antenati»: la vita di un uomo incomincia prima della sua nascita e non termina con la sua morte. Ciò significa che ogni uomo è sempre circondato da una grande aureola di corpi invisibili che fluttuano come foglie autunnali nel vortice del tempo.<br />
Lo scopo sciamanico di ogni artista del XXI secolo è perciò quello di prender su di sé la sorda sofferenza di ogni uomo, diventare il catalizzatore del Male accumulato nel corso dello sviluppo diabolico della storia del XX secolo ed educarsi a entrare in contatto con i corpi invisibili dei suoi antenati. Pena: la morte.<br />
Serbajenov è nato nella Siberia estremo-orientale alla fine degli anni trenta del secolo scorso, precisamente a Jakutsk, capitale della Jakuzia. Suo padre era un fisico delle particelle elementari. Sua madre, Alejandra Pozharnik, era un’ebrea russa. La sua famiglia, allo scoppio della rivoluzione d’Ottobre, era emigrata in Argentina, a Buenos Aires, dove Alejandra è nata nel 1919. Dopo aver studiato alcuni anni con il pittore e poeta Juan Soro de Planas, nel 1937, spirito libero e nomade, decide di conoscere il paese dei suoi antenati visibili e invisibili.<br />
Nel 1938, in uno dei periodi più cupi delle purghe staliniane, sbarca a Vladivostok. Qui, durante una serata letteraria a casa del poeta Piotr Tvardoskij, incontra Boris Serbajenov, amico d’infanzia di Tvardoskij e suo fratello astrale (erano nati nello stesso giorno e alla stessa ora), che lavorava in una centrale nucleare. I due, dopo neppure un mese, a causa di una soffiata di un collega di Boris sulle «ambigue» origini di Alejandra, sono costretti a fuggire da Vladivistok. Alla fine di un viaggio inenarrabile, raggiungono nel marzo del 1938 Jakutsk, dove viveva uno zio di Boris, un discendente di una lunga genealogia di sciamani della regione. L’anno seguente, in una cantina, verrà alla luce Nedko.<br />
Ho conosciuto Serbajenov dieci anni fa. Viveva già da tempo a New York. Era diventato ricco. Fra i suoi adepti c’erano molti oligarchi della nuova Russia di Putin, i quali per avere i suoi favori gli inviavano una volta al mese un jet privato. Nedko, con il suo immancabile blazer blu, saliva la scaletta lentamente. Non era mai in ritardo. Non aveva perso tuttavia la sua scorta di umanità: un giorno alla settimana era consacrato a ricevere nel suo ufficio-atelier di Manhattan ogni genere di paria e di apolidi che vivevano come vermi nella polpa putrida della Grande Mela. E non dimenticava neppure le babuske di Brooklin, che non avevano mai appreso la lingua dei «nemici del popolo».<br />
È stato a Parigi. Saint-Germain-des-Près. Ero al bistrot “Bonaparte” con Pascale Delpech, la moglie francese di Danilo Kis, l’ultimo scrittore jugoslavo, morto nel 1989, un mese prima del crollo del muro di Berlino.<br />
Pascale, a quell’epoca, aveva già tradotto tutta l’opera del marito. Faceva la spola tra la Francia e Pristina, la capitale del Kosovo, dove lavorava come interprete presso il distaccamento delle <em>Kosovo Security Forces</em>. Le aveva dato appuntamento per discutere la traduzione italiana di una raccolta di saggi di Danilo, <em>Homo poeticus</em>. Durante la conversazione, un uomo dai capelli bianchi e arruffati, che contrastano con il suo impeccabile abito blu, si avvicina al nostro tavolo e si accomoda. Si presenta come «un artista di origine russa». Io e Pascale ci guardiamo un istante negli occhi. La conversazione riprende. Afferrato il nostro argomento, «l’artista di origine russa» tenta di estrarre dalla tasca della sua giacca un enorme taccuino, così smisurato che per estrarlo è costretto ad affondare la mano nelle più profonde profondità. Finalmente, dopo aver strappato la tasca, ce lo mostra trionfante: «Consigli utili per ogni evenienza!».   </p>
<p>«Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è ciò che non si vede a occhio nudo»<br />
«Non occuparti di economia, di sociologia, di psicanalisi»<br />
«Sii consapevole che l’immaginazione è sorella della menzogna, e perciò pericolosa»<br />
«Non credere ai profeti, poiché tu sei un profeta»<br />
«Sappi che quello che non hai detto nei giornali non è perduto per sempre: è torba»<br />
«Non esaltare il relativismo di tutti i valori: la gerarchia dei valori esiste»<br />
«Non creare nessun programma politico, non creare nessun programma: tu crei dal magma e dal caos del mondo»<br />
«Non lasciarti persuadere di non essere nulla e nessuno: tu hai visto che i principi hanno paura dei poeti»<br />
«Quando senti parlare di “realismo socialista”, rinuncia a ogni discussione»<br />
«Chi afferma che la Kolyma è altra cosa rispetto a Auschwitz, mandalo al diavolo».</p>
<p>Io e Pascale ci guardiamo un’altra volta negli occhi. Restiamo di stucco: quello che Serbajenov nel suo francese un po’ metallico ha appena finito di snocciolare è una scelta dei <em>Consigli a un giovane scrittore</em> scritti in serbo-croato da Danilo Kis nel 1984, tradotti da Pascale nel 1992 e pubblicati nella versione francese di <em>Homo poeticus</em> nel 1993 da Fayard.<br />
Un anno dopo ero a Boston, a casa di Keith Botsford, colui che mi aveva iniziato all’opera di Saul Bellow e che una dopo l’altra, come fossero state ostie consacrate, aveva posato sulla punta della mia lingua queste parole immortali: «<em>Nature cannot suffer the human form. The visible world sustains us until life leaves, and then it must destroy us</em>» (La Natura non può tollerare la forma umana. Il mondo visibile ci sorregge finché la vita ci lascia, poi ci deve distruggere).<br />
Una sera di novembre, verso la fine del mio soggiorno, Keith era al pianoforte, un magnifico Bösendorfer a coda modello Chippendale. La testa leggermente reclinata, stava eseguendo la <em>Sarabanda</em> della <em>Suite inglese</em> n. 5 di J. S. Bach. Mentre lo ascoltavo, sfogliavo distrattamente l’inizio del suo romanzo <em>Collaboration</em>:</p>
<p><em>Nature has not primed man or beast for losing. It watches the predator, not the prey. Examples of losing abound: being callously rejected by the man one loves, being beaten senseless by thugs, having one’s soul-destroyng secrets laid out in the public prints, learning that one’s children connive at your early death&#8230;</em></p>
<p>(La Natura non ha programmato l’uomo o l’animale alla perdita. Si preoccupa del predatore, non della preda. Esempi di perdita abbondano: c’è chi è respinto senza pietà da qualcuno che ama, chi è ucciso senza alcuna ragione da un invasato, chi vede i propri segreti più intimi e inconfessabili esposti sulle pagine della stampa, chi impara che i figli possono convivere con la sua morte precoce&#8230;).</p>
<p>Il vecchio telefono di casa Botsford squilla. Keith risponde. Alla fine della breve conversazione in russo, sfiorando il corpo del suo pianoforte, m’informa: «Era Serbajenov. Vuole vederti domani per colazione all’“Anthony Pier 29”».<br />
«Allora, Nedko, raccontami com’è nata quella che una volta hai chiamato la tua “vocazione sciamanica”&#8230;».<br />
«Non ci si meraviglierà mai abbastanza dell’onnipresenza della natura nella Siberia in cui sono nato: cielo, uccelli, alberi, animali di tutte le specie, la notte, e la neve&#8230; Era inverno. Avevo dodici anni e passeggiavo con mio zio Ivan in un bosco di cedri. D’un tratto mi sono ritrovato con il volto affondato nella neve: il suo biancore accecante tempestato da lampi di sole&#8230; «È bene che testa e cuore s’allontanino/ Dalla notte che tace/Ho visto il mattino di neve/Dalle luci gialle, come un tempo/Un cesto di frutti amari/ O erano bocche di leone?», canta il nostro poeta&#8230;<br />
Un medico aveva diagnosticato una crisi epilettica. Mio zio mi ha accompagnato da un vecchio sciamano della sua tribù. Lo sciamano, vestito di piume d’uccello, ha acceso un fuoco, alimentandolo con la corteccia della betulla che s’innalzava al centro della sua tenda: simbolo dell’albero cosmico che congiunge i tre mondi. Poi mi ha piantato in gola un tubo di vetro e ha aspirato dal mio corpo un liquido nero: lo spirito maligno che mi possedeva».<br />
«E il rimedio è stato efficace?», gli domando.<br />
«Posso solo dirti che in quel momento ho compreso di essere stato scelto. Le crisi si sono manifestate ancora diverse volte, ma con il trascorrere degli anni ho imparato a governarle. Diciamo che ho imparato a smembrare e a ricomporre il mio corpo. Prima di restituirmi la mia forma originaria, il “Creatore ozioso”, che attraverso il vecchio sciamano, amico di mio zio Ivan, aveva cacciato lo spirito maligno, ha deposto in me un dono: un diamante».<br />
«Il diamante dell’arte?», gli domando, mentre fuori comincia a nevicare sull’Atlantico.<br />
«Il diamante della malattia, mio caro, di cui l’arte non è che una manifestazione, Il mio compito è quello di guarire gli altri. E per guarirli è necessario possedere il diamante della malattia, cioè il dono di catalizzare i mali degli altri, di veder i loro mali riflessi nel prisma sacro del mio diamante, di imprigionarli nella sua luce, di trasformarli grazie alla sua luce&#8230; L’arte, in questo Occidente spogliato di mistero, ha bisogno di risvegliarsi ai sogni. E il solo modo di risvegliarsi ai sogni è quello di rivelare il sonno nel quale siamo immersi. I nostri sensi dormono, mio caro, raggomitolati come cani bastardi impauriti e senza padrone agli angoli di tutte le strade di questa città in decomposizione e senza vie d’uscita che chiamiamo “intelligenza”. Ma l’intelligenza è solo un ingrediente, non la zuppa. Conosco diverse specie di uccelli in Siberia che possiedono un’intelligenza superiore a quella di molti miei amici russi che continuano fraternamente ad ammazzarsi per un seggio alla Duma».<br />
«Lo sai, di recente ho letto <em>L’origine dell’uomo e la selezione sessuale</em> (<em>The Descent of man and Selection in Relation of Sex</em>, 1871) di Charles Darwin. Anche lui, questo infaticabile uomo di scienza, ha dovuto ammettere che uno dei nostri antichi progenitori aveva imparato a utilizzare la voce e a emettere il suo primo canto imitando un fringuello. Sembra che questa attitudine imitativa abbia influenzato il suo cervello a tal punto da produrre la prima formazione del linguaggio articolato. I fringuelli possiedono la nostra stessa struttura ritmica, capisci? Senza ritmo, nessun linguaggio. Senza poesia, nessuna prosa. Darwin, naturalmente, nel suo libro non si domanda per quale motivo l’uomo civilizzato non riesca più a comprendere il linguaggio del fringuello, cioè, in fondo, di uno dei suoi modelli ancor oggi più imitati (come ti spieghi, se no, il nostro attuale tasso di inquinamento comunicativo!). Ma credo che tu lo conosca: l’uomo non è più in contatto fisico con l’universo. Pensa che tutto ciò che è fuori di lui, alberi, animali, pietre, fringuelli, sia una proiezione di se stesso, del suo <em>intellectus</em>&#8230;».<br />
«Quello che dici mi fa venire in mente Nadezda Stepanova, un’affascinante sciamana siberiana, nata sulle rive del lago Bajkal, il nostro “mare”. L’ho conosciuta grazie a mia madre. In seguito alle campagne antireligiose di Stalin, i suoi genitori, per timore di una sua deportazione in qualche campo della Kolyma, le hanno proibito di manifestare il suo dono. L’ho incontrata all’inizio degli anni ottanta in un asilo per alienati. Il dono della malattia, che l’essere scelto dagli spiriti protettori degli antenati deve necessariamente attraversare, si era trasformato a causa della proibizione in una malattia vera e propria, un cancro. Le avevano asportato un seno. La vedevo aggirarsi nei corridoi poco illuminati dell’edificio, semivestita, il cranio rasato: mostrava con noncuranza una grande cicatrice rossa sulla parte superiore del torace.<br />
“Mi riconosci? – le ho domandato al momento della nostra breve conversazione. Sono il figlio di Alejandra, la <em>porteña</em>. È grazie alle tue visioni che ha incominciato a dipingere&#8230;”. La pelle del suo corpo nudo emanava una luce gialla, come quella delle bocche di leone della mia infanzia semisepolta dalla neve.<br />
“Certo, Nedko. Il fatto di essere pazza non mi impedisce di ricordare. Ne vuoi una dimostrazione? “Lei è nuda nel paradiso/che è diventata la sua memoria/Lei ignora da dove vengono le visioni/Lei non ha paura di saper nominare/quello che non esiste/Di spiegare con parole di questo mondo/che da me partì una nave portandomi via”. È una delle poesie che tua madre mi ha recitato in spagnolo qualche giorno prima di suicidarsi, la notte del 26 settembre 1972. Il 26, per la Cabala, è uno dei numeri nei quali si nasconde Javeh, mentre il numero 9 è sinonimo di spiritualità o di sessualità sublimata. Il numero 19 – che si ottiene sommando i numeri che formano la data della sua morte –, secondo l’antico sapere sciamanico, è il numero che rappresenta la Vita. Gli scienziati del XX secolo, che arrivano sempre con secoli di ritardo, hanno scoperto che dal momento dell’inseminazione il periodo di gravidanza ha la durata di circa 280 giorni, o più precisamente di 266 giorni o 38 settimane: 266 e 38 sono multipli di 19. Senza contare che il testosterone, secretato dal tessuto interstiziale dei testicoli, è uno steroide a 19 atomi di carbonio. Non abbiamo bisogno dell’intelligenza, Nedko».<br />
«È ancora viva?», gli ho chiesto. Fuori la nevicata imperversava. In mare una nave da carico sembrava aver messo radici sotto la coltre bianca.<br />
«Non saprei. Ho sentito dire che agli inizi del periodo della Perestrojka Nadia guidava il movimento sciamanico a Mosca. Sotto l’ala dei suoi dei protettori e di qualche padrino politico ne resuscitava i rituali che in Russia per settant’anni non erano più stati celebrati. Era diventata anche Professore emeritus di sciamanesimo all’Accademia della Cultura di Ulan. In una delle sue conferenze – che ho potuto leggere grazie a una delle mie allieve, la figlia di una discendente di Madame Helena Petrova Blavatskij, la fondatrice della Società teosofica – , tenuta all’Istituto delle Religioni Liberate della capitale, affermava che nella nostra epoca gli sciamani non possono più operare in segreto. È venuto il tempo, diceva, che essi condividano il loro dono. Anch’io, per questa ragione, mi dedico a insegnare ai miei adepti come instaurare un legame con i loro spiriti protettori, integrando questa conoscenza con alcune pratiche di levitazione allo scopo di apportare la chiarezza e la forza alla vita di ogni uomo. È vero che nella maggior parte dei casi fallisco: solo pochissime persone si ammalano di quella malattia sciamanica che è il dono supremo (non dimenticare che per rivelarsi questo dono deve riposare come un diamante grezzo nel grembo genealogico). Tuttavia, grazie al mio lungo tubo di vetro, riesco talvolta a svuotarli di tutta la loro individualità maligna, a estirpare dalle loro profondità inesistenti quella superstizione chiamata “io” e così facendo li guarisco, cioè li preparo al risveglio dei sensi e dei sogni: come tanti sterminati prati siberiani in attesa della primavera. C’è chi al momento del risveglio diventa fisico delle particelle elementari, chi naturopata, chi campione di scacchi, chi  intraprende il cammino dell’arte, soprattutto della pittura: dipingono gli spiriti che sono dappertutto fuori di noi e che gli uomini, di solito, raggomitolati come cani bastardi e addormentati a tutti gli angoli della loro cosiddetta vita cosciente, non vedono mai. Alcuni di loro hanno appena costituito un movimento artistico. La loro prima uscita alla Bennet Strett Gallery di Atlanta ha riscosso un certo successo. Il critico Joseph W. Raphelsson, di origine islandese, che ha fatto conoscere agli americani il più grande artista islandese del XX secolo, Jóhannes S. Kiarval, senza dubbio un artista sciamano – basta osservare il suo <em>Syn vid Selfljót</em> (<em>Visione sul fiume</em>, 1950) per convincersene –, nella sua presentazione al catalogo (Mouth and Foot Painting Artists, Atlanta, 2007) ha definito la nuova corrente “<em>Shamanic Informal Art</em>”».<br />
Da quell’incontro a Boston non ho più rivisto Nedko Serbajenov. Ricevo di tanto in tanto delle cartoline postali con i suoi disegni, “Il dio protettore”, “L’albero dalle piume d’uccello”&#8230;, delle chiamate telefoniche nella notte – Nedko se ne infischia del fuso orario – , delle e-mail dove mi tiene al corrente dei suoi spostamenti nel mondo di quaggiù – di quelli negli altri mondi può parlarne e scriverne soltanto in lingua buryat – o dei nuovi libri sullo sciamanesimo –  Daniel C.  Noel,<em>The Soul of Shamanism: Western Fanatasies, Imaginal Reaities</em>; Thomas Dale Kowalskij, <em>Shamanism: as a Spiritual Practice for Daily Life</em>, ecc. Condividiamo un amore smisurato – smisurato come il suo carnet parigino pieno di consigli – per Mircea Eliade. Lo slancio verso la «realtà transumana» che, secondo Eliade, impregna il gesto più banale di ogni civiltà, così come agisce da medicamento segreto in ogni opera d’arte, è ciò che ci unisce, me e il mio amico Nedko. E anche un’altra convinzione: «Ogni verità non scompare, ma si degrada trasformandosi in superstizione». Solo che, sempre secondo il maestro Eliade, di solito quello che gli uomini chiamano «superstizione» non è che una verità più profonda e dimenticata che non appartiene a nessun individuo.<br />
«Allora, Nedko, io e te non siamo che un insieme di ricordi immemoriali e niente ci appartiene, neppure quel tuo diamante, la cui luce riflessa, dopo aver attraversato tundre glaciali e cumuli di morti, ti è giunta dalla notte dei tempi».<br />
«Forse sì – immagino che mi risponda. Ognuno di noi è un tubo di vetro attraverso cui tutti i suoi morti respirano, restano a galla, blaterano, esprimendo così tutto quello che hanno taciuto per pudore, ignoranza o soltanto per mancanza di vanità».  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/lo-stato-delle-cose-in-occidente-ii/">Lo stato delle cose in Occidente II</a></p>
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		<title>off/on</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Aug 2008 04:30:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>off</strong><br />
Con quella maglia di Snoopy<br />
versante calamaro<br />
mi viene da piangere Warhol<br />
minestra, da una siepe maestra<br />
nasconditrice di falsi.<br />
Sembri uscita da una lavatrice,<br />
da una confezione Zuegg<br />
o cornflakes, da una piramide<br />
di latte, da un fiore esploso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/11/versante-calamaro/">off/on</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"><img class="alignnone size-medium wp-image-7011" title="p1120412" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/p1120412-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>off</strong><br />
Con quella maglia di Snoopy<br />
versante calamaro<br />
mi viene da piangere Warhol<br />
minestra, da una siepe maestra<br />
nasconditrice di falsi.<br />
Sembri uscita da una lavatrice,<br />
da una confezione Zuegg<br />
o cornflakes, da una piramide<br />
di latte, da un fiore esploso.<span id="more-6997"></span><br />
Mi sembra di conoscerti:<br />
non giudiziosa, cadaverica,<br />
spongea, matrale, cutrunuta,<br />
ringhiosa e arbitrale.<br />
E arrabbattona, succulenta ai<br />
soldi, leccalecca ai non fastidi.<br />
Semplice da bere, come sciroppo<br />
d’acero abbattuto al breakfast.<br />
Mi sembri scemunita con scimmie<br />
da zoo calvo, da zio indegno,<br />
da Pino Insegno blatta &#8216;s speaking.<br />
Quando morì Stefano l’unico<br />
che mi scriveva lettere era un nazi.<br />
Non dimenticherò questo scherzo,<br />
che nel male c’è un pugno di bene<br />
a volte. Ascoltando Ladyhawke<br />
cantare, mi pareva di sentire<br />
una lavanderia a gettoni frinire<br />
male, con getti d’aria calda.<br />
La Nuova Zelanda è il paese<br />
del pesce bollito. Il brodo di serpente<br />
è il tuo prossimo beverone per pulirti.</p>
<p><strong>on</strong><br />
Come zio Renny, berrò beveroni al cacao<br />
prima del tennis, fino alla morte,<br />
lancio dell’anima nello spazio<br />
1999, a 80 anni, Stato di New York. Se ci sei<br />
batti un colpo, solleva una coscia<br />
al mare monstrum dei ricchi, allo yacht<br />
di George Clooney. Si alzi la matrace<br />
curvilinea mossa del mare sporco<br />
in una estate di scogli avanzati,<br />
di ciclopiche isole-davanzale, poste<br />
davanti a tramonti-mare estate 2008,<br />
con trent’anni di ricordi subissanti.<br />
Sei nell’oblio-mutanda fiore. Non hai<br />
che da scegliere il lingotto dove fondere<br />
le tue catene forza otto. La chiglia afro<br />
del mio orologio d’oro balena al sole,<br />
come orafo squillo di luce, nel ricordo<br />
d’un padre Nettuno, spoglio a falcata<br />
doppia dalle acque. Kalabrian sound<br />
nella sera sorda, rimembro il decollare<br />
dei sogni già finiti, confezione famiglia.</p>
<p>****</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/gianfranco-ferroni-autoritratto.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/gianfranco-ferroni-autoritratto-215x300.jpg" alt="" title="gianfranco-ferroni-autoritratto" width="215" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-7044" /></a></p>
<p>Era leggendo il vittimario blog,<br />
pieno di raspe leccanti e velenosi<br />
piccanti ambasciatori del nulla,<br />
che mi venne l&#8217;idea del taglio.<br />
Stop, finis, <em>Ende</em>, <em>The end</em>, il curtain<br />
velo pietoso, su tutto e anche tutti.<br />
<em>Tristesse bonjour</em>, arrivederci Poma<br />
nel senso della via del delitto<br />
della mela bacata d&#8217;ingiustizie<br />
di giudizi trancianti da robespierri<br />
letterali. In culo al kilo, tutti quanti,<br />
pieni di bile e di bava d&#8217;impotenti<br />
l&#8217;ultimo cazzo ritto fu quello del padre<br />
quando ve lo <em>sfaccimme</em><br />
a vostra madre.</p>
<p>E così, quando il libro fu scritto<br />
e pronto alla distribuzione,<br />
si riaccese la pera Osram della luce.<br />
<em>On</em>, su tutta la mia vita bigia<br />
altezzosa, bassofondalica.<br />
Venne dalle rocce papà, nero<br />
tedesco e muto, soldato fantasma<br />
d&#8217;acqua marina sorto dai mulinanti<br />
fiumi centroeuropei, scuri, duri,<br />
dall&#8217;Elba. Comignoli tra l&#8217;acque,<br />
fumo di ciminiere e nere coltri<br />
di passato esploso in una guerra.</p>
<p>Oggi lo sogno ancora. Faccio -così-<br />
a cazzotti con i morti, i miei.<br />
Picchio mio padre, e mio fratello<br />
che lo seguì, quasi dieci anni dopo,<br />
nel loro triste regno, triste per chi<br />
non c&#8217;era. Morti che sorridono<br />
oltre la schiuma della vita, e dentro<br />
piangono. Quei morti siamo noi.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/mi-calibro-9.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/mi-calibro-9-300x170.jpg" alt="" title="mi-calibro-9" width="300" height="170" class="alignnone size-medium wp-image-7051" /></a></p>
<p>****</p>
<p>Fino al peso morto, stecchito<br />
della storia. Fino ai noi, i tutti<br />
superstiti. Dai Sessanta io<br />
vago in pena per il quartiere. Ora<br />
polpa di estraneità, cuori soltanto<br />
neri, gialli Cina e Indocina,<br />
come pesci, tra i coralli e la gomma,<br />
e nei bar, verso San Siro, Marocco, Algeri<br />
gutturale. Voi non ci siete più, da tempo.<br />
E&#8217; una piramide di parole secche e di ciglia, di gesti,<br />
mentre le mani gonfie toccano michette dei frati,<br />
alla mensa dei poveri. Il venditore indiano di fiori,<br />
il barista cinese col nome italiano, mai vacanza,<br />
mai imparata la lingua, e il marocchino sbronzo<br />
alle sette: mi dice che siamo della stessa razza,<br />
chissà; e parla di Lampedusa, come di una storia<br />
a fumetti. Che pena il quartiere, polpa di vecchi<br />
che sputano artrosi dalle vene, di stranieri ubriachi<br />
nel giardino, urlanti a notte brilla, dove noi bimbi, al dribbling<br />
successivo, sognavamo Pelè. Tempi sgretolati,<br />
voi c&#8217;eravate, giovani e assolati. Ora non siete più.<br />
Quartieri senza più quartiere, stranieri e vecchi smessi,<br />
vino che piscia dai cartoni, rosso come il corallo falso<br />
del sole a picco su mani sbianchite. E voi niente,<br />
non vedete più, morti e ciechi rimproverati dal tempo<br />
che scorre, che è scorso, che è morto.  </p>
<p>Non voglio più morire, qui<br />
- qui non sono mai nato.</p>
<p><em>(La prima immagine è di Giovanni Cossu. La seconda è di Gianfranco Ferroni &#8211; Autoritratto. La terza: inquadratura da &#8220;Milano calibro 9&#8243;, di Fernando Di Leo, 1972. All&#8217;amica Nina Maroccolo.)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/11/versante-calamaro/">off/on</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6768" title="opereitaliane" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <em>Campo del sangue</em> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<em>Un teologo contro Hitler</em>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <em>Gli emigrati</em>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «Città dei ragazzi» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Zoria</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 11:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/pblake-untitled-97.jpg" title="pblake-untitled-97.jpg"></a> </p>
<p> di <strong>Esther Grotti</strong></p>
<p>Zoria</p>
<p>Sua Signoria</p>
<p>permette?</p>
<p>&#8211;</p>
<p>emersa</p>
<p>da rimasugli di memoria</p>
<p>sporca e regale come sempre</p>
<p>mi inviti urlando</p>
<p>gentilmente</p>
<p>di servirti un vassoio</p>
<p>di carta per i tuoi sogni possenti</p>
<p>da disegnare tutti d&#8217;un fiato</p>
<p>&#8211;</p>
<p>mi inerpico nei bar</p>
<p>e nelle panetterie</p>
<p>a cercare la tela da te preferita</p>
<p>con due scatolette per i gatti</p>
<p>che albergano il cemento</p>
<p>insieme a te</p>
<p>regalmente</p>
<p>gattescamente</p>
<p>&#8211;</p>
<p>anche oggi</p>
<p>non sono una mignotta</p>
<p>ma una serva bionda alla tua follia</p>
<p>quanto mi manca oggi</p>
<p>Zoria</p>
<p>la tua follia</p>
<p>che faceva di</p>
<p>Viareggio un&#8217;opera d&#8217;arte</p>
<p>più del liberty</p>
<p>più del carnevale</p>
<p>più della lecciona del mare</p>
<p>&#8211;</p>
<p>cammino oggi</p>
<p>nel freddo che taglia la memoria</p>
<p>Zoria ancora fossi</p>
<p>Zoria</p>
<p>ancora amica</p>
<p>mia</p>
<p><em>(Immagine: Peter Blake &#8211; Untitled, 1997)</em></p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/zoria/">Zoria</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/pblake-untitled-97.jpg" title="pblake-untitled-97.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/pblake-untitled-97.thumbnail.jpg" alt="pblake-untitled-97.jpg" /></a> </p>
<p> di <strong>Esther Grotti</strong></p>
<p>Zoria</p>
<p>Sua Signoria</p>
<p>permette?</p>
<p>&#8211;<span id="more-5494"></span></p>
<p>emersa</p>
<p>da rimasugli di memoria</p>
<p>sporca e regale come sempre</p>
<p>mi inviti urlando</p>
<p>gentilmente</p>
<p>di servirti un vassoio</p>
<p>di carta per i tuoi sogni possenti</p>
<p>da disegnare tutti d&#8217;un fiato</p>
<p>&#8211;</p>
<p>mi inerpico nei bar</p>
<p>e nelle panetterie</p>
<p>a cercare la tela da te preferita</p>
<p>con due scatolette per i gatti</p>
<p>che albergano il cemento</p>
<p>insieme a te</p>
<p>regalmente</p>
<p>gattescamente</p>
<p>&#8211;</p>
<p>anche oggi</p>
<p>non sono una mignotta</p>
<p>ma una serva bionda alla tua follia</p>
<p>quanto mi manca oggi</p>
<p>Zoria</p>
<p>la tua follia</p>
<p>che faceva di</p>
<p>Viareggio un&#8217;opera d&#8217;arte</p>
<p>più del liberty</p>
<p>più del carnevale</p>
<p>più della lecciona del mare</p>
<p>&#8211;</p>
<p>cammino oggi</p>
<p>nel freddo che taglia la memoria</p>
<p>Zoria ancora fossi</p>
<p>Zoria</p>
<p>ancora amica</p>
<p>mia</p>
<p><em>(Immagine: Peter Blake &#8211; Untitled, 1997)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/zoria/">Zoria</a></p>
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		<title>Anteprima Sud n°11- crocevia</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Mar 2008 02:39:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/2-1.JPG' title='2-1.JPG'></a><br />
foto di <em>Emiliano Bartolucci<br />
</em><br />
<strong>Siamo strade</strong><br />
di<br />
<em>Davide Vargas</em></p>
<p>Agli occhi umidi degli uccelli, occhi speciali che possiedono coni che più degli uomini  sanno distinguere i colori, a quegli occhi larghi che sanno riconoscere persino tra i vapori che salgono dalla terra i colori dei sogni degli uomini che il sole ha seccato lasciando loro soltanto il respiro pesante, vapori che vanno a ingrossare le nuvole nel cielo lontanissime dalla terra, agli occhi di uccelli migratori che hanno preso il volo da piste inospitali per una navigazione verso sponde mai viste, a quegli occhi che seguono le nuvole gonfiarsi come una pasta appetitosa e poi si rivolgono verso i territori che stanno lasciando, a loro appaiono sottili spaccature nella terra tracciate con il filo a piombo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/13/anteprima-sud-n%c2%b011-crocevia/">Anteprima Sud n°11- crocevia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/2-1.JPG' title='2-1.JPG'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/2-1.JPG' alt='2-1.JPG' /></a><br />
foto di <em>Emiliano Bartolucci<br />
</em><br />
<strong>Siamo strade</strong><br />
di<br />
<em>Davide Vargas</em></p>
<p>Agli occhi umidi degli uccelli, occhi speciali che possiedono coni che più degli uomini  sanno distinguere i colori, a quegli occhi larghi che sanno riconoscere persino tra i vapori che salgono dalla terra i colori dei sogni degli uomini che il sole ha seccato lasciando loro soltanto il respiro pesante, vapori che vanno a ingrossare le nuvole nel cielo lontanissime dalla terra, agli occhi di uccelli migratori che hanno preso il volo da piste inospitali per una navigazione verso sponde mai viste, a quegli occhi che seguono le nuvole gonfiarsi come una pasta appetitosa e poi si rivolgono verso i territori che stanno lasciando, a loro appaiono sottili spaccature nella terra tracciate con il filo a piombo.<br />
A quegli occhi schierati in parata che inseguono il presagio di luoghi leggeri e caldi appaiono tra le fenditure di sotto i miraggi dei colori rosati della sabbia.<br />
<span id="more-5505"></span><br />
Invece siamo strade. Grigie strade.<br />
Ci allunghiamo tra case, ci incrociamo ad angolo retto, ci ripetiamo in una scacchiera poggiata sulla campagna come una tovaglia da picnic.<br />
Non siamo strade per il viaggio. Non andiamo da nessuna parte.<br />
Tu ci vedi oggi in questa mattina di fine anno, con l’aria che il gelo ha scolorito calarsi tra i cornicioni e spinta da un vento di traverso avvolgere le nere impalcature degli alberi superstiti fino a spezzettarsi tra gli infiniti rami come pezzetti di carta. E poi bagnare la nostra pelle scabrosa.<br />
Tu qui puoi solo girovagare.</p>
<p>Ma noi abbiamo visto crescere sui nostri fianchi le case. Una dopo l’altra come in una storia a puntate occupare i lotti quadrati immergendo nel suolo le punte cementizie delle proprie radici con la forza del tuono quando rompe il silenzio, e spazzare via i peschi viola fino a sollevarsi nel vuoto come un iceberg capovolto.<br />
Abbiamo visto noi stesse avanzare metro dopo metro come  una faina acquattata al suolo e divorare i colori dei cavoli e gli spruzzi dorati dei fiori di zucchine.<br />
Il nostro dorso sassoso e inzaccherato si è ricoperto pezzo dopo pezzo di una pelle nera. Abbiamo sentito il raschio della tavola di legno che distendeva il pigmento fumante e il peso del rullo di ferro, tra la soddisfazione degli uomini fermi a guardare.<br />
E poi quegli stessi uomini hanno tagliato la nostra pelle e ricucita.<br />
Ci siamo avvicinati sempre più alla città schierata come una famiglia trepidante sull’uscio e rassegnata all’invasione. Incuranti siamo andate avanti. Come pezzi di ferro incandescenti ci siamo infine saldati.<br />
Abbiamo visto lo spazio finire.</p>
<p>Tu pensi a una fondazione, un disegno, una sapienza, qualcosa che contenga una coerenza. Non è così. Roba da poveri. Altri tempi quando gli uomini smazzavano per costruire soltanto la casa e l’uomo incurvato con la falda del cappello piegata sulla fronte, la barba tante linee nere come parole su un foglio di giornale – hanno ammazzato il giovane presidente americano si leggeva sul giornale  che avvolgeva il pane imbottito di peperoni succosi – l’uomo posava in terra la cardarella vuota e col dorso della mano sollevava di un’ombra il cappello per togliere via la crosta di sudore e polvere. Sui basoli della strada i cerchi ferrati dei carrettoni martellavano come su un incudine, la bestia tra le sponde di legno perdeva fieno. Nel vicolo davanti alla bottega del pane le mosche sbattevano impotenti sui fili di plastica della tendina di mille colori.<br />
Roba da poveri, i due giovani, lui ha la testa ricciuta e lei due occhi grandi, seduti sotto il fico guardano soddisfatti la cucina dove mangeranno e il resto della casa. Lì mettiamo la televisione.<br />
Decisamente roba da poveri. Intonaco e basta.<br />
Vedi là il tempio. La sua irritante parodia. Le gru appostate proprio qui hanno posato sul fronte colonne cave e poi pompe gocciolanti hanno versato cemento. E sopra timpani improbabili.<br />
Abbiamo visto piantare palme dal tronco di sfoglie dove una volta c’erano le nespole.</p>
<p>Tu sai che sotto la punta di un iceberg affondate nei freddi mari galleggiano nascoste masse di ghiaccio profonde centinaia di metri. Una specie di intimità nascosta. Come un uomo che custodisca le proprie riserve. La sua cantina inaccessibile. Lo sai che ci sono cose che gli uomini vogliono per forza tenere solo per sé e non spiattellarle davanti a tutti. Come fanno questi stucchi, colonnine, capitelli, losanghe di pietra e quant’altro ciarpame. E sono pure false. Come puttane in una città di mare. Il tempio. Non sanno cosa è il tempio, cosa custodisce come uno scrigno silenzioso. Senza insuperbirsi mai della sua grandezza. Qui la protervia della finzione esce allo scoperto come verità di una condizione. Che non c’è. Veramente non c’è se non nel riflesso della televisione. Credono questi uomini senza pensiero di personalizzare il viso della propria dimora, ignari di essere avvolti nella massa come in un mantello. Tenuti lì come in un barattolo.<br />
Così diverse, sono tutte uguali queste case.<br />
Tu non lo sai, ma si udivano tra i cantieri recintati dalle lamiere ricoperte di manifesti, avvisi alla città e offerte del supermercato, le voci di uomini col dorso brunito dal sole mentre piantavano picchetti, salivano su ponteggi malfermi, piegavano ferri e gettavano cemento.<br />
E su esse altre voci più roche dare ordini e poi mostrare a mogli ruffiane e bambini distratti dallo squillo del cellulare la casa che avrebbero abitato.</p>
<p>E poi abbiamo visto questi uomini scolorirsi e ritirarsi nei propri recinti come si ritira la luce alla fine del giorno dai cavalcavia anneriti dalla sera, dalle fabbriche chiuse, dagli alberi spogli. Rimanere racchiusi in una bolla remota, un sacco colmo di cianfrusaglie, lasciando a noi strade lo spettro di un paesaggio deserto. E dopo uscire racchiusi in automobili dai vetri scuri come palombari.<br />
Vedi anche tu che sul nostro dorso passano ora soltanto automobili. Altre sono ferme sui bordi. Non ci sono bambini che giocano, non ci sono giovani che tornano a piedi in casa. Vedi anche tu questa patina straniante che si stende intorno come un’irrealtà rarefatta. E vedi anche tu che quando una figura umana appare, quasi un’incongruenza nel disegno, porta sul viso il sorriso di un defunto. Lo vedi tu e nessun altro, dissimulato com’è tra gli abiti alla moda.<br />
Vedo.</p>
<p>E mentre vado verso uno sbocco, oltre lo stop e oltre la strada grande che mi porterà fuori di qui, due uomini ravvolti in giubbe imbottite schizzate di cemento stanno legando pannelli di lamiera alla rete che richiude un altro grande pezzo di campagna dove rare foglie colore del miele resistono sfibrate al vento attaccate ai rami degli ultimi tigli.<br />
Fanno un lavoro minuzioso piegati ad annodare il filo di ferro e a spezzare le cime con le tenaglie, hanno gomitoli di filo imprigionati in un nastro rosso e berretti di lana calati sulle orecchie.<br />
Al centro un albero spoglio allunga il suo tronco divaricandosi una volta, e poi ancora in cento braccia. Le punte estreme ricadono sotto il peso dei mille rametti come braccia stanche. Ho la mia città già assediata alle spalle e davanti oltre la recinzione che si materializza, oltre la campagna, ancora il profilo delle prime case di un altro paesino, le parabole le canne fumarie i torrini delle scale.</p>
<p>Metto a fuoco e distinguo un’antica pietra miliare e proprio a partire da essa tra lembi di terra trascurata ormai dalle semine le orme dei vecchi tratturi che trattengono disperati la terra secca scrollata dai passi di tutti i contadini che li hanno attraversati prima di cedere battuti e condannati a ricoprirsi di una bava di asfalto.<br />
Passerò di qui e troverò ogni cosa  unita in un unico mortale amplesso.<br />
Mentre invoco una moratoria, qualcosa che blocchi il manovratore, un pezzo di ferro maligno infilato nella rotella dell’ingranaggio, mentre immagino una delicata colata di bianco che ricopra ogni intemperanza, da un cancello esce a retromarcia veloce come un insetto una piccola macchina che mi crolla nel fianco.<br />
Come uno schiaffo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/13/anteprima-sud-n%c2%b011-crocevia/">Anteprima Sud n°11- crocevia</a></p>
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		<title>Tutti i colori del cielo</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Mar 2008 06:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>di <strong>Giuseppe Rizzo</strong></p>
<p>Qualcuno aveva una lampada ad olio. La spiaggia, non appena quello accese il lume, si riempì di ombre. Decine di fantasmi neri iniziarono a scontrarsi e maledirsi. Uno bestemmiava il cielo per tutto quel buio. Uno tirava pedate all’acqua del mare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/09/tutti-i-colori-del-cielo/">Tutti i colori del cielo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/mare_notte.jpg" alt="mare_notte.jpg" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Rizzo</strong></p>
<p>Qualcuno aveva una lampada ad olio. La spiaggia, non appena quello accese il lume, si riempì di ombre. Decine di fantasmi neri iniziarono a scontrarsi e maledirsi. Uno bestemmiava il cielo per tutto quel buio. Uno tirava pedate all’acqua del mare. Uno era inciampato e si era ricoperto di sabbia. La donna stava immobile con le gambe aperte. Il pancione brillava sotto la luce del lume. Fu al momento di rialzarsi che sentii per la prima volta la sua voce. Le tesi la mano, ma il gesto fu così goffo che attirammo l’attenzione di tutti. La donna all’in piedi era piccola e tonda. La pancia le si gonfiava da sotto le vesti e inchiodava lo sguardo di tutti alla sua rotondità. Qualcuno disse che non poteva venire con noi. «È pericoloso», mormorò, «per lei e per noi». È pericoloso, pensavo anch’io. <span id="more-5385"></span>Dopo che l’avevo aiutata ad alzarsi ero andato a raccogliere la mia roba e avevo sperato che si perdesse nella folla. Ma la folla aveva iniziato a rumoreggiare. «È pericoloso», dicevano. È pericoloso, dicevo anch’io. Lei stava zitta. Il mare rumoreggiava nella notte come un animale affamato.<br />
Dovevamo aspettare ancora un’ora, ci avevano detto. Poi, saremmo partiti. La donna veniva con noi. Aveva pagato, e ne aveva il diritto. Io avevo sperato di non incrociarla più. Sentivo qualche voce lamentarsene ogni tanto.  La donna trascinava con sé il codazzo delle voci contrarie alla sua partenza per ogni angolo della spiaggia in cui si spostava. Quando arrivò dalle mie parti, sentii qualcuno dire: «Non è un buon segno». Ma le voci che l’accompagnavano non la sfioravano neanche. Era arrivata da sola. Si spostava senza niente. Si muoveva senza pace, fino allo sfinimento.<br />
A fatica, era arrivata accanto a me. Si era seduta, e dopo un paio di minuti in cui era sembrata addormentarsi, mi aveva domandato se per caso era arrivato qualcuno. Scossi la testa, ma non avevo voluto dire <em>no, non è arrivato nessuno</em>, avevo voluto dire <em>no, non lo so</em>. Si tranquillizzò comunque. Sembrò ricadere nel sonno. E forse fu nel sonno che mi parlò. <em>Potevo andare su in strada a controllare che effettivamente nessuno stesse arrivando? </em><br />
No, non potevo, che bisogno c’era? Non avevo voglia di muovermi. Avevo freddo, avevo paura e avevo fame. Non mi andava di lasciare quel posto sulla spiaggia o caricarmi la roba addosso e poi ritornare. Le prese lo sgomento. Iniziò a guardarsi attorno come se i nervi del collo le fossero impazziti. Cercava fra le ombre qualcosa che non riusciva a trovare. Mi decisi a fare quello che mi aveva chiesto per farla smettere. Feci un paio di volte il giro della spiaggia senza andare fin su alla strada. Decine di ombre nere si confondevano nella notte. Era la prima volta che vi facevo caso da quando avevo messo piede sulla sabbia: eravamo tantissimi e sconosciuti l’uno all’altro. Ognuno con la propria roba, seduto da solo oppure catturato da una febbre che gli impediva di stare fermo per due minuti nello stesso posto. In mezzo a quell’intrico di passi e pensieri, io avrei dovuto trovare qualcosa per conto di quella donna. Ma cosa avrei dovuto cercare? Non trovavo niente, però, tornai dicendole che non c’era nessuno.<br />
Sul gommone avevo cercato uno spazio il più lontano possibile da lei. Ma dopo un po’ mi ritrovai a tenerle la testa tra le mani. Si era adagiata tra le mie gambe e aveva posato la testa sulle mie ginocchia. La situazione si era calmata. Gli altri sembravano averla dimenticata. Si erano zittiti, terrorizzati ora dal mare.<br />
«Da dove vieni?», le chiesi.<br />
«Da Adad», disse.<br />
Non avevo mai sentito nominare quel posto. Io vengo da un villaggio vicino Baidoa, a un paio di giorni da Mogadiscio, e conosco solo questo villaggio. Quando mi avevano detto che era possibile partire, non conoscevo neanche il colore del mare. Chissà perché me l’ero immaginato del giallo del sole, e invece era nero e ghiacciato. Le chiesi se avesse freddo.<br />
«No». Rispose con la testa.<br />
In quel momento potei vederla in faccia perché era comparsa la luna. L’aveva rischiarata appena. Mostrava abbandono. Non aveva l’aria di una che stava bene. Ma nessuno di noi stava bene. Tutti avevamo freddo e paura. Avevamo fame. Il mare era nero e il gommone piccolo. Eravamo stipati l’uno accanto all’altro.<br />
«Cosa facevi ad Adad», le chiesi.<br />
«Badavo ai miei figli», disse.<br />
E io l’immaginai madre di molti.<br />
«Stavo a casa e badavo ai miei figli», ripeté. Come volendo dimostrare che era in pena per loro.<br />
«Quanti ne hai?», le chiesi.<br />
«Otto», disse, «due molto malate».<br />
«Piccole?», domandai.<br />
«Piccole», rispose.<br />
Fui sorpreso, perché non pensavo che potesse avere tutti quei figli. Da quello che avevo potuto vedere, mi era sembrata molto giovane. Una bambina, quasi, lei stessa. Le cercai le mani per vedere se avevo ragione. Erano piccole mani tonde e lisce e morbide. Da bambina. Mi fermai ad accarezzarle. Anch’io avevo lasciato due bambine a casa. Sapevo che cosa voleva dire lasciare dei bambini a casa. Sapevo quanto valevano, i bambini e le case. Cercai di farglielo capire.<br />
«Vedrai che se la caveranno», le dissi.<br />
Ma stavo parlando con me stesso. Lei guardava oltre la mia spalla. Guardai anch’io il cielo. La luna se n’era andata un’altra volta e le stelle erano affogate nel buio. C’era solo il mare con noi, anche se tutti chiudevano gli occhi, cercando di dimenticarlo. Era il rumore del motore che ci ricordava di essere sopra un gommone.<br />
«Hai paura del mare?», le chiesi.<br />
«No», disse a bassa voce.<br />
Io insistevo: «Di cosa hai paura allora?»<br />
Era una domanda che avevo fatto a me stesso mille volte prima di partire. E me l’ero ripetuta sulla spiaggia, quando la donna mi aveva chiesto di controllare che non ci fosse nessuno che la stesse cercando, e io avevo incrociato lo sguardo dei fantasmi irrequieti in attesa di imbarcarsi.<br />
«Di cosa hai paura, allora?», le chiesi un’altra volta.<br />
«Di tutto», mi disse.<br />
Cercai nell’acqua uno specchio per guardarmici, ma il mare era nero. Mi chiese se eravamo da soli in quel nero.<br />
«Sì», dissi, ma era buio, non si vedeva niente.<br />
«Sei sicuro?», chiese.<br />
«No», risposi.<br />
«Guarda di nuovo», disse.<br />
Guardai e le dissi: «Non vedo niente».<br />
Abbassò lo sguardo e sospirò: «Meno male».<br />
«Perché?» dissi, «cosa ci dovrebbe essere, siamo soli, c’è il mare, non ti basta?»<br />
Avevo perso la calma. Le stringevo le spalle. Pretendevo che mi dicesse da cosa stesse scappando.<br />
« E perché?», chiedevo.<br />
Ma non avevo risposte. Provai a dimenticarmi di lei e a chiudere gli occhi per un po’ di sonno. Mi svegliarono i suoi capelli lungo le mie braccia. Stava provando ad alzarsi ma qualcosa la inchiodò di nuovo al gommone. Cacciò un grido che quasi faceva cadere un paio di uomini in mare. Iniziò a urlare e a dimenarsi come un cane morso da uno scorpione. Le si erano rotte le acque. In quel preciso istante si mise a piovere. Una pioggia dapprima lenta e poi forte e poi infernale. Chi non aveva voluto che lei salisse sul gommone in quelle condizioni disse che era uno spirito maligno e che le cose sarebbero peggiorate se non avessimo fatto subito qualcosa. Due donne dissero che era meglio sbarazzarsi di lei, abbandonarla nel mare, buttarla giù dal gommone.<br />
Intanto lei si era irrigidita e scalciava. Un lampo, che tagliò la notte in due come una lama, le illuminò metà della faccia piegata dal dolore. Con le mani aveva cercato due braccia a cui aggrapparsi. Io potevo sentirle le vene e i nervi del collo gonfiarsi fin quasi ad esplodere. Gli altri parlavano lingue che ora mi sembravano lontanissime, sconosciute. Capivo dai gesti che si stava decidendo di spingerla in acqua. I bambini, di cui non mi ero accorto fino a quel momento, iniziarono a piangere uno dopo l’altro. La pioggia impastava il loro strillare con le voci sempre più dure delle persone intenzionate a seppellire quell’incubo in mare. Un’ombra grave, che finora era rimasta in silenzio sulla punta del gommone, si alzò e si mosse verso la donna. Guardò me e poi lei e poi fece come per prenderla in braccio.<br />
Ebbi paura. Ebbi paura che quell’ombra fosse stata mandata dal cielo per compiere il volere di tutti, anche il mio. C’è un detto che dice che ognuno di noi può svegliarsi anche all’alba, ma il destino lo precederà sempre e comunque di mezz’ora. Mezz’ora prima io avevo letto nel volto di quella donna il volto delle mie figlie, delle mie sorelle, di mia moglie, di mia madre, della madre di mia madre e di tutte le madri del mio villaggio. Perciò gridai a tutti di finirla. Mi alzai ed intimai all’uomo di allontanarsi.<br />
Non so quanti minuti, o ore, o giorni, o mesi, o anni passarono fino a quando noi tutti sentimmo le urla del bambino che usciva dal ventre della donna. Fu come se si fosse compiuto un sacrificio benevolo, per cui tutti si calmarono. Una ragazza lo prese e lo avvolse in un panno pulito. Un uomo prese un po’ della sua acqua da bere, se la mise in bocca per riscaldarla e la versò sulla faccia del bambino per pulirlo dal sangue. Le grida della madre si quietarono quando un paio di forbici attaccate ad una mano sconosciuta tagliarono il cordone che la legava al figlio.<br />
In tutto quel tempo mi ero dimenticato di avere la sua testa tra le mani. Era come se fossi sprofondato in un sonno pesante e senza sogni. Fu lei a svegliarmi. Mentre gli altri cercavano di coprire come meglio potevano il bambino, lei voltò la testa verso di me e disse:<br />
«Promettimi che lo porti con te».<br />
Sentii che lo scorpione che l’aveva tormentata fino a quel momento si era attaccato alla mia gola. Non sapevo cosa dirle.<br />
«Perché?», le chiesi.<br />
Non mi rispose. Non lo aveva mai fatto, eppure, a questo punto&#8230; Stava per chiudere gli occhi. Le strinsi una guancia, le afferrai il collo, le sollevai la testa, le chiesi:<br />
«Da cosa scappi?»<br />
E lei: «E tu?»<br />
Furono le sue ultime parole. Poi chiuse gli occhi. Non volli dirlo subito agli altri. Ero convinto che se fossi riuscito a far passare la notte senza che se ne accorgessero, al mattino lei avrebbe riaperto le labbra e avrebbe respirato ancora. Ma quando si avvicinarono per darle in braccio il bambino se ne accorsero tutti. Ci fu di nuovo grande confusione: le madri iniziarono a tirarsi le vesti; i bambini cominciarono a gridare; gli uomini a chiedersi cosa fare. Questa volta però non c’era altro da fare. Ce l’avevano detto anche prima di partire. Se qualcuno non ce la fa, tiratelo giù, non potete arrivare in Sicilia con i morti appresso.<br />
E così la girammo sul lato e la rotolammo fuori dal gommone. Scomparve lentamente, accompagnata dalle prime luci dell’alba. Il cielo si imperlò delle ultime gocce di pioggia e la luce del nuovo giorno vi disegnò un arco di colori incandescenti. A questo, e al fatto che una madre non dimentica mai il senso e i colori del cielo, il piccolo deve il suo nome: Jaha, che in Swahili significa <em>Cielo</em>, ma anche <em>Paradiso</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/09/tutti-i-colori-del-cielo/">Tutti i colori del cielo</a></p>
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