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	<title>Nazione Indiana &#187; mariastella gelmini</title>
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		<title>«Bossi, il dottor “Ce l&#8217;ho duro”»</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 07:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>«Voglio proprio vedere chi avrà il coraggio di mettere in dubbio il buon diritto di Umberto Bossi, che è parte della storia di questo paese, a ricevere una laurea honoris causa».&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/17/%c2%abbossi-il-dottor-%e2%80%9cce-lho-duro%e2%80%9d%c2%bb/">«Bossi, il dottor “Ce l&#8217;ho duro”»</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>(da «il Fatto Quotidiano» &#8211; martedì, 10 agosto 2010)</p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>«Voglio proprio vedere chi avrà il coraggio di mettere in dubbio il buon diritto di Umberto Bossi, che è parte della storia di questo paese, a ricevere una laurea honoris causa». Parole del ministro della Pubblica istruzione e dell’università Mariastella Gelmini.<span id="more-36386"></span></p>
<p>Che un ministro caldeggi la laurea di un altro collega ministro presso un ateneo è già un fatto «irrituale», diciamo. Che questo ministro sia il ministro dell’istruzione e dell’università rende la proposta ancora più sconveniente. Se poi il ministro per il quale si propone la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione si chiama Umberto Bossi con tutto quel che evocano proprio i modi e il linguaggio stesso di Umberto Bossi: dal disprezzo ostentato di ogni valore addirittura intellettuale al turpiloquio più greve, dal più spregiudicato elogio dell’egoismo particolaristico al più cinico ricorso a linguaggi violentemente discriminatori (perché la «comunicazione» veicola anche significati, messaggi, idee)&#8230; allora la questione, apparentemente marginale nella drammaticità del momento, assume tratti che sarebbe errato liquidare come una delle bizzarrie più o meno grottesche cui siamo ormai avvezzi in questo paese. Perché, in realtà, non c’è cosa peggiore che abituarsi a «piccoli» sistematici e apparentemente innocui abusi del genere, che spostano sempre più in là i limiti della decenza e la deriva dell’idea stessa di cultura.</p>
<p>Che la proposta suoni come una contraddizione in termini per chi abbia una qualche cognizione del significato che ancora oggi, nonostante tutto, si tende ad attribuire a una laurea honoris causa, che insomma ci sia un che di paradossale in una laurea in Scienze della Comunicazione, in una laurea tout-court, assegnata a una figura come Umberto Bossi rende l’interferenza del ministro Gelmini non solo inopportuna, ma ne fa la manifestazione di una dissimulata prova di forza da parte di un potere dal volto mite che, dopo aver messo pesantemente le mani nei bilanci della scuola e dell’università, spacciando una questione di cieca contabilità per una riforma, rivendica il diritto di mettere becco (e beccare chiunque si azzardi a dissentire) in scelte prettamente accademiche come l’attribuzione di una laurea, e lo fa, non a caso, sul filo del paradosso. Se si accetta un paradosso, d’altro canto, cosa si potrà non accettare, dopo?</p>
<p>È proprio su questa logica perseguita in modo più o meno scoperto in ambiti diversi della cultura istituzionale, che vorrei riflettere. E il fatto che, in questo caso, una tale logica di potere sia dissimulata nella innocenza di un omaggio al senatore Bossi chiesto dal ministro dalla faccia mite (Mariastella Gelmini) al rettore dell’università dell’Insubria di Varese, dà solo la misura di come sia capillare il processo in atto.</p>
<p><strong>Indispensabile riconoscimento</strong></p>
<p>Sarà un caso, certo, ma mentre il presidente della provincia di Varese scrive la sua bella lettera alla «Prealpina», chiedendo anche lui all’università dell’Insubria di conferire l’«indispensabile riconoscimento accademico all&#8217;uomo politico&#8230; più significativo degli ultimi 30 anni» che, con la sua «incredibile capacità di comunicazione di massa» ha reso possibile il «miracolo leghista», presentando il gesto insomma come un atto dovuto a un figlio illustre della Padania, in Sicilia, il presidente della regione Raffaele Lombardo (che tra «lombardi» del nord e del sud, oggi in Italia, ci si capisce più di quanto non sembri) istituisce, con tanto di decreto pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, tre onorificenze per premiare «l’identità siciliana» riservando all’assessore ai Beni Culturali il compito di presiedere una commissione ad hoc e a se stesso la scelta finale dei «meritevoli».</p>
<p>Verrebbe da pensare che dopo «l’egemonia sottoculturale» – come la definisce Massimiliano Panarari – di veline tronisti grandi fratelli imposta per via televisiva, sia arrivato il tempo dell’assalto alla diligenza o della vera e propria occupazione, da parte del potere politico, dei piani alti della cultura, di quella che dovrebbe cioè dar lustro a un paese o comunque dar conto della sua vitalità culturale o artistica, passata e presente.</p>
<p>È forse un caso che uno dei primi atti del ministro ai Beni Culturali Sando Bondi sia stata l’istituzione di quella Direzione Generale che ha, di fatto, esautorato il potere delle soprintendenze (come sottolineato dal Consiglio Superiore dei Beni culturali) per passarlo nelle mani dell’ex amministratore delegato di McDonanld’s Mario Resca? È forse un caso che anche l’assessore ai Beni culturali e all’identità siciliana della regione Sicilia, Gaetano Armao, abbia avocato al proprio dipartimento la gestione di tutti i musei e i siti culturali della soprintendenza di Palermo? È forse un caso che oggi il sovrintendente di Fondazione Arena, a Verona, sia tal Francesco Girondini, perito agrario, fedelissimo del sindaco Tosi&#8230;?</p>
<p>E tutto questo mentre si moltiplicano i casi di censure dirette indirette: dai tagli indiscriminati, vessatori, ciechi a teatri stabili, enti lirici e istituti culturali in genere, alle sempre più frequenti «valutazioni» espresse dalle amministrazioni pubbliche riguardo all’opportunità di mettere in scena opere ora perché «non in sintonia con le linee culturali dell’assessorato» (come nel caso di due testi di Renato Sarti, del Teatro della Cooperativa di Milano) ora perché «toccano temi scabrosi come l’omosessualità» (come è accaduto per <em>Orgia</em> di Pasolini che l’assessore alla Cultura della Provincia di Milano ha chiesto di cancellare dal cartellone di «Invito a teatro»), valutazioni che non si preoccupano nemmeno di dissimulare la precisa volontà di allineare la cultura o addomesticarla in base a linee-guida dettate o meglio «consigliate» (il volto mite del potere) da chi sempre più spesso scambia l’amministrazione della cosa pubblica con l’esercizio di un potere appunto che non ammette disallineamenti sino al caso esemplare di Morgan cui il sindaco di Verona, Tosi, ha vietato di esibirsi all’interno della rassegna <em>Cantautori doc&#8230; work in progress</em> adducendo motivazioni siffatte: «Uno che si vanta di fare uso di cocaina non può venire ad intrattenere il pubblico veronese», in cui evidentemente la «valutazione» passa addirittura dall’opera all’uomo, anzi all’immagine dell’uomo esemplare.</p>
<p><strong>Il culturame parassitario</strong></p>
<p>Il tutto accompagnato da un accanimento che, nella sua indiscriminata aggressività, mostra l’insofferenza dell’odierna classe politica nei confronti degli artisti tout-court che, qualche tempo fa, il ministro Sandro Bondi ha definito con precisa cognizione di causa «accattoni genuflessi» (il  «culturame parassitario» del ministro Brunetta fa ormai letteratura). E citare oggi il nostro ministro ai Beni culturali significa anche evocare l’unico poeta (non ancora laureato) in grado di vantare spazi televisivi (<em>Porta a Porta</em>) e addirittura una propria rubrica in un settimanale (<em>Versi diversi</em>, in «Vanity Fair») dove poter pienamente dar conto dei suoi nobili componimenti d’occasione «A Rosa Bossi in Berlusconi», «A Silvio», «A Pierrenato Bonaiuti», «A don Lorenzo Milani», «A Barack Obama», «A Luciana Littizzetto», «sbirulino dispettoso» persino (il volto mite, accogliente del potere).</p>
<p>Questo accade in un paese dove i poeti vivono vite clandestine, e in cui la maggioranza degli italiani probabilmente non ha mai sentito nemmeno nominare un tal Luciano Erba, un poeta appunto, capace di cogliere il nonsenso e l’assurdo di cui è intessuto il nostro quotidiano vivere in versi così: «Scale/che non portano/da nessuna parte/scale/che salgono soltanto per scendere/è difficile orientarsi/nei dintorni del nulla».</p>
<p>Speriamo che nessuno si ricordi che anche Bossi ha scritto poesie (in dialetto lombardo per di più). </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/17/%c2%abbossi-il-dottor-%e2%80%9cce-lho-duro%e2%80%9d%c2%bb/">«Bossi, il dottor “Ce l&#8217;ho duro”»</a></p>
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		<title>Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 11:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Questa lettera che pubblico molto volentieri mi è stata inviata da <strong>Vasco Tesi </strong>a nome del <a href="http://genitoripistoia.blogspot.com">Comitato dei Genitori di Pistoia</a>, di cui è parte. f.m.</em></p>
<p>“La scuola è aperta a tutti”<br />
Articolo 34 della Costituzione Italiana</p>
<p>Il decreto-legge della Gelmini sulla scuola ha, come possiamo vedere e leggere ogni giorno, innescato polemiche e proteste accese un po’ ovunque nel nostro paese.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/una-lettera-dei-genitori-di-pistoia-sulla-scuola/">Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa lettera che pubblico molto volentieri mi è stata inviata da <strong>Vasco Tesi </strong>a nome del <a href="http://genitoripistoia.blogspot.com">Comitato dei Genitori di Pistoia</a>, di cui è parte. f.m.</em></p>
<p>“La scuola è aperta a tutti”<br />
Articolo 34 della Costituzione Italiana</p>
<p>Il decreto-legge della Gelmini sulla scuola ha, come possiamo vedere e leggere ogni giorno, innescato polemiche e proteste accese un po’ ovunque nel nostro paese. I rappresentanti dell’attuale governo insistono nel parlare di strumentalizzazione politica da parte della sinistra dei ragazzi che oggi occupano scuole e università, fanno l’autogestione o manifestano nei cortei. Sono inoltre uscite affermazioni piuttosto imbarazzanti nel loro contenuto riguardo all’anomalia del sodalizio tra docenti del corpo insegnante e studenti. Nello specifico il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni su Il Giornale:</p>
<p>“Che le posizioni di studenti e docenti convergano, è una cosa mai capitata prima. Una contraddizione in termini visto che hanno obbiettivi diversi”.<br />
<span id="more-10345"></span><br />
Viene da chiedersi quali dovrebbero essere questi obiettivi diversi. Un’ipotesi: gli insegnanti mirano alla formazione culturale e scientifica degli studenti, mentre gli studenti a sfangarla facendo il meno possibile, sbeffeggiando il sistema scolastico?</p>
<p>Ma anche viceversa: studenti che hanno sete di sapere e professori insipienti che mirano solo alla busta paga di fine mese?</p>
<p>Se questi due esempi riflettono un modello tutto italiano dove è il furbo e non il meritevole, l’arroganza e non il dialogo ad avere la meglio, resta pur triste che un esponente del governo “difenda” la scuola come organismo che divide invece che lavorare nell’ottica di un bene comune, di un sapere da trasmettere. Perché l’obbiettivo della scuola, ci sembra, dovrebbe essere soltanto uno, condiviso da tutti: formare individui per un futuro migliore, dare loro più strumenti possibili perché siano un giorno le unità fondanti di una società più equa, perché si riapproprino di quella giustizia sociale che oggi sembra minata e che consapevolezza e istruzione possono renderci. Far sentire a professori e studenti il peso e la responsabilità di essere liberi.</p>
<p>Queste considerazioni non vengono da membri di un sindacato o di un partito, ma da noi genitori della provincia di Pistoia, che circa un mese fa ci siamo ritrovati per discutere insieme di ciò che succederà con l’approvazione del decreto 137 e con la messa in atto della legge finanziaria 133.</p>
<p>Tutto questo putiferio scatenato dalla Gelmini alla fine torna utile, almeno per smuovere le coscienze di alcuni italiani, coscienza che in un paese normale sarebbero già state smosse da tempo.<br />
È un’occasione unica di stimolo: noi genitori siamo toccati su una corda sensibile, il futuro dei nostri figli. Questa riforma torreggia sul loro avvenire come l’ombra di una nuvola nera. Vuoi soffocare la vita di una pianta? Mettila in un vaso più piccolo di quello dove è sempre stata, non darle mai sole se non una parvenza luce riflessa, dalle pochissima acqua. Non morirà, ma crescerà stentata.</p>
<p>Da noi genitori è nata la volontà di aggregarsi per dare una risposta positiva ad una situazione intollerabile. A coloro che la vivono accanto agli insegnanti, la scuola appare già allo stremo delle forze. Quante collette abbiamo dovuto fare per le cose più disparate, in una scuola spoglia, abbellita solo dai disegni dei bambini; i servizi di pre-scuola erano già ridotti all’osso, prima della Gelmini, sotto gli occhi di tutti. Già ci aveva insegnato l’esperienza della Moratti , e già eravamo scesi in piazza, anche se non con la stessa determinazione.<br />
Siamo tuttavia stati etichettati subito come “genitori comunisti”, pur non avendo espresso nessuno schieramento ideologico né esserci appoggiati ai sindacati. Al di là del fatto che ci lascia perplessi il modo in cui l’attribuzione di un pensiero di “sinistra” debba coincidere con il riconoscersi comunisti, ci stupisce ancora di più come non sia comprensibile che il singolo, il comune cittadino si indigni per qualcosa che non trova affatto giusto e che cerchi scambio e collaborazione con altri cittadini come lui. I nostri governanti hanno un’opinione così bassa di noi e dei nostri figli da non riconoscerci la capacità di leggere, ascoltare, riflettere senza un mediatore? Credono forse che come nel teatrino di Mangiafuoco abbiamo bisogno di fili e mani altre per muoverci? È piuttosto avvilente se è davvero così. Tanto più che nei momenti delle campagne elettorali siamo invitati a votare proprio secondo coscienza, prendendo atto dei malestri dell’uno o dell’altro (a seconda di chi fa il comizio), a non farci menare per il naso… Allora decidetevi siamo o non siamo capaci di intendere e pensare da soli? Forse la risposta è che l’autonomia del pensiero fa paura. Va soppressa alla radice, negando la sua stessa possibilità (finché non torna comodo il contrario). Forse succede che nel paese del popolo delegatore è inammissibile che i cittadini chiedano alla politica di tornare tale, assumendosene il carico in modo attivo. Si è dimenticato in ultima istanza il senso dell’essere politico, che pure figura chiaramente nel primo articolo della nostra Costituzione:</p>
<p><em>La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.</em></p>
<p>I partiti ci devono rappresentare. Devono rispondere alle nostre richieste legittime, ai nostri bisogni, perfino al nostro dissenso. Noi, oggi, uniti per i nostri figli, ma anche per i figli altrui, perché non si perda del tutto il senso sociale (non patriottico) di un paese, siamo fortemente politici. E tuttavia apartitici. In attesa che il potere non sia ad uso e consumo dei governanti, che non si confonda lo Stato con un’azienda privata.</p>
<p>I fatti sono accessibili a tutti: chiunque attraverso la Rete può informarsi, può risalire direttamente alla fonte. Ed il quadro è desolante: l’ultima finanziaria di Tremonti risalente approvata significativamente nel mese di agosto quando l’attenzione del popolo italiano, già di per sé dormiente, è minima, sancisce l’inizio della fine dello stato sociale, e lo fa con un colpo tremendo sia alla scuola pubblica che alla sanità. Il nostro blog ha ricevuto critiche stato perché non riportava i riferimenti diretti alle leggi e ai decreti: abbiamo subito corretto l’errore. Ma sorge spontanea una domanda: perché la gente non cerca di informarsi in modo autonomo?</p>
<p>Una prima riflessione la merita il progetto di classi separate per stranieri. Preso in sé, è chiaro che non può funzionare perché va contro al concetto stesso di integrazione: un alunno straniero inserito in una classe di italiani nel giro di pochi mesi impara la lingua e stabilisce relazioni di amicizia con gli altri compagni, e questo aiuta anche l’integrazione della sua famiglia. E’ un fatto provato dalla nostra esperienza. Inoltre se si stabiliscono barriere, si impedisce ai ragazzi italiani di stabilire un contatto con lo straniero e la sua cultura, allora si perde una grande ricchezza, un contributo fondamentale per tutti. Ci sembra una sorta di autogol in un mondo che si definisce villaggio globale. Se invece vogliamo toccare il punto centrale, che è la mentalità che sta dietro al progetto, la domanda è: perché si vogliono seguire modelli razzisti che già si sono dimostrati deleteri nella nostra Storia e recentemente nell’esperienza di altri Paesi europei, come la Francia? Dobbiamo ripetere all’infinito gli stessi errori? Siamo davvero un popolo senza memoria?</p>
<p>Riguardo al tentativo di reintrodurre il maestro unico nella scuola primaria, il concetto stesso di “necessità di una figura unica di riferimento “ per i bimbi nell’età della scuola elementare è se preso in buonafede, piuttosto ridicolo. Pensiamo a come vivono oggi i nostri figli: i genitori lavorano, quasi sempre entrambi altrimenti non c’è modo di mandare avanti la famiglia, ed i ragazzi sono continuamente sballottati tra nonni , zii, genitori, maestri, insegnanti del pre-scuola.<br />
Se invece di due maestri ne avranno uno solo, cambierà qualcosa?<br />
Il maestro unico si dovrebbe sostituire alla figura del genitore? Ma via! No, i nostri ragazzi saranno solo meno seguiti, avranno solo meno istruzione. E poi, dobbiamo pensare che il mondo cambia e la scuola deve adeguarsi. Le esigenze per l’istruzione dei ragazzi oggi non sono le stesse di trent’anni fa, quando eravamo ragazzi noi. La scuola è importante perché si sobbarca l’onere di dare ai ragazzi quello che i modelli culturali e comportamentali della società di oggi non danno loro. Oggi ogni individuo è costantemente investito da un flusso di informazione che è enorme rispetto a trent’anni fa: questa esposizione continua ci leviga, ci rende scivolosi e insensibili, e ci corrode dentro.<br />
Per questo, gli insegnanti oggi si trovano a fare un lavoro immenso, perché la capacità di concentrazione dei ragazzi è tremendamente ridotta, anche se hanno più mezzi e opportunità rispetto al passato. Il bagaglio di nozioni che un ragazzo deve possedere per avere una formazione completa è aumentato rispetto a quando c’era il maestro unico, ed è per venire incontro a queste esigenze che è stato introdotto l’insegnamento differenziato fin dalle scuole elementari.</p>
<p>Poi c’è la questione del tempo pieno. Sebbene il ministro Gelmini provi a rassicurare, dicendo che le ore resteranno le solite ci sembra difficile credere che con il passaggio al maestro unico il tempo pieno sia garantito per tutti. Tanto più che le ultime dichiarazioni del ministro suonano come una contraddizione in termini dato che nel decreto-legge 137 si parla chiaramente di una riduzione dell’orario scolastico settimanale a 24 ore. Il fatto di leggere anche che si lavorerà ad una “più ampia articolazione del tempo-scuola” secondo le esigenze delle famiglie, non ci rassicura. Quanto questa suddetta articolazione inciderà sulle spese familiari? E le famiglie che non potranno permetterselo? E l’alternativa al tempo pieno non rischierà di essere un parcheggio per i nostri ragazzi? Non si rischia di tornare paurosamente indietro ad ogni livello con la ricomparsa dell’angelo del focolare, uno stereotipo da cui si credeva la donna contemporanea occidentale fosse uscita? Non è piuttosto che questo tagliare ore e personale ha come unico fine il risparmio economico?</p>
<p>E allora, se c’è bisogno di risparmiare, perché non iniziare dagli stipendi dei parlamentari, dalla serie di servizi di lusso (cuochi, parrucchieri, segretarie…) di cui usufruiscono mentre compilano decreti alle nostre spalle, in piena estate, approvandoli in meno di dieci minuti?</p>
<p>Sono domande forse semplici le nostre, di persone che si sentono considerate alla stregua di inetti, a cui il governo paternalista mette una mano calda sul capo dicendo: “non vi preoccupate, manifestate, fate i vostri striscioni, litigate guardando la televisione… fate i monelli tranquillamente che alle cose serie ci pensiamo noi”.</p>
<p>Ebbene noi genitori vogliamo che lo Stato ci sia, che esista e che sia forte e sano, che soprattutto sia disposto al dialogo con i cittadini.</p>
<p>Ci siamo riuniti il 29 ottobre scorso alle 21 per una manifestazione di piazza a Pistoia in cui è stata coinvolta buona parte della città, comprese le istituzioni che ci hanno ospitato. Genitori, ricercatori, insegnanti, studenti, anziani affacciati ai balconi ad incoraggiarci. È stato un momento bello e forte di condivisione. Vogliamo che sia il primo di tanti incontri, tesi a sensibilizzare la cittadinanza ed eventualmente ad aprirci ad altri movimenti simili in altre città. Il decreto è passato, ma noi non possiamo arrenderci.<br />
Certo ci rendiamo conto che la nostra è una realtà privilegiata: a Pistoia, come altrove in Toscana, il problema dell’integrazione ad esempio non è così drammatico come nel nord e così le tensioni sociali. Ma forse proprio per questo possiamo diventare un punto di riferimento per altri genitori di altre città, possiamo portare la nostra esperienza come mezzo di confronto.</p>
<p>Non dobbiamo rammaricarci inoltre se i nostri propositi e dubbi per ora non hanno risposte: c’è un tempo in cui è più importante porsi delle domande. E dobbiamo chiederci come mai abbiamo permesso ad un <em>pinche tirano </em>di sostituirsi alle nostre coscienze: non c’è altra possibile spiegazione per giustificare come vengano accettati passivamente certi provvedimenti. Quello che noi genitori di Pistoia dobbiamo fare per il bene di noi stessi e dei nostri figli è far rinascere e mantenere alto il livello di attenzione verso questa società, perché questa società siamo noi che la facciamo: se abbiamo un certo governo, esso è espressione di quello che noi siamo. E allora se il governo non ci piace più, se le misure che esso prende ci sembrano assurde, dobbiamo prima di tutto guardarci dentro. E il primo concetto che dobbiamo riesaminare è quello che ci fa sentire tanto italiani: l’idea di Libertà, ricordandoci che l’unica libertà possibile è quella che viene dall’autodeterminazione e si può raggiungere solo attraverso la consapevolezza.</p>
<p>Dopo tante domande, perlomeno una risposta: se vogliamo che i nostri figli crescano liberi, dobbiamo educarli insieme con la scuola, strumento indispensabile da potenziare e non da soffocare come vuol fare questo governo. L’ignoranza è schiavitù. In Italia l’ignoranza si esprime particolarmente verso tutte le questioni politiche. Pur essendo facilitata e alimentata dall’ignoranza generale, questa sfiducia o voglia di delegare sempre ad altri le fatiche di gestione della cosa pubblica è per noi assai pericolosa, e alla fine rischiamo di diventare come un cane che si morde la coda, perché il potere ha tutto l’interesse a mantenerci ignoranti ed è sempre più detenuto a sua volta da ignoranti.<br />
Noi genitori attraverso il confronto reciproco vogliamo ravvivare il nostro spirito critico ed estendere la discussione non solo alla scuola, ma anche agli altri problemi: oltre alla sanità, un altro tema da risolvere è quello dell’informazione. Non sarà possibile che questo Paese possa crescere se l’informazione non sarà riportata su toni di civiltà e correttezza. Per questo dobbiamo seguire i modelli anglosassoni: prima si divulgano i fatti, e poi si commentano.<br />
In questo panorama buio, noi abbiamo iniziato la nostra lotta civile.<br />
Non sappiamo quale sarà l’esito, ma la lotta ci fa sentire vivi e ci dà gioia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/una-lettera-dei-genitori-di-pistoia-sulla-scuola/">Una lettera dei genitori di Pistoia sulla scuola</a></p>
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