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	<title>Nazione Indiana &#187; massimiliano parente</title>
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		<title>A proposito di una triste puntata di &#8220;Porta a porta&#8221; dedicata al velo</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Oct 2006 08:01:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong> Francesco Longo </strong></p>
<p><em>(Questo articolo è stato pubblicato sul Riformista il 25 ottobre 2006, ieri hanno replicato sullo stesso giornale Massimiliano Parente, Filippo La Porta e Dino Cofrancesco, oggi direttamente Bruno Vespa) </em></p>
<p>Durante la puntata di lunedì scorso di Porta a Porta si è assistito ad un triste spettacolo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/27/a-proposito-di-una-triste-puntata-di-porta-a-porta-dedicata-al-velo/">A proposito di una triste puntata di &#8220;Porta a porta&#8221; dedicata al velo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Francesco Longo </strong></p>
<p><em>(Questo articolo è stato pubblicato sul Riformista il 25 ottobre 2006, ieri hanno replicato sullo stesso giornale Massimiliano Parente, Filippo La Porta e Dino Cofrancesco, oggi direttamente Bruno Vespa) </em></p>
<p>Durante la puntata di lunedì scorso di Porta a Porta si è assistito ad un triste spettacolo. La trasmissione è dedicata alle polemiche sul velo delle donne islamiche. Tra gli ospiti in studio (oltre la Santanché, la Pollastrini e Fouad Allam) c&#8217;è una ragazza con il velo. Ad un certo punto il tema del dibattito diventa la lapidazione, e Vespa chiede alla ragazza se per lei la lapidazione è «giusta o ingiusta». Sarah dice che è lì per parlare del velo e che preferisce non rispondere. Ma Vespa incalza: «Signorina, per lei è giusto o ingiusto che una donna che tradisce il marito sia uccisa con le pietre?». Sarah: «Preferisco non rispondere». E Vespa, con la faccia stupita, come se stesse chiedendo quanto fa due più due: «Le sto domandando se è giusto o ingiusto lapidare una donna». Sarah si rifiuta di rispondere. Vespa e tutti gli altri ospiti, e molti telespettatori, sono sbalorditi dalla elementarità della domanda e non riescono a credere che una risposta così facile come: «La lapidazione è sbagliata!», non esca da quella bocca. <span id="more-2612"></span><br />
Come si incontrano due civiltà se si procede così? Che significato può avere interrogare altre religioni o altre culture partendo da domande inadatte come «è giusto o ingiusto?» La nostra religione, e quindi parte della nostra cultura, si fonda su elementi del tutto irrazionali, illogici, ingiusti. Perché dunque pretendere dagli altri ragionamenti, coerenza, sillogismi? Anche il nostro libro sacro non è stato scritto da Aristotele né da Gottlob Frege, inutile negarlo.<br />
Vorrei chiedere a Vespa: «Se una monaca di clausura entra in un monastero e non può più uscire, è giusto o ingiusto?». Vorrei chiedere a Vespa: «Gesù è venuto a dare il sangue per l&#8217;umanità, compreso Adolf Hitler. Per lei è giusto o ingiusto che Gesù sia morto in croce per Adolf Hitler?». Che senso ha porre questa domanda?<br />
La religione cristiana si basa su eventi di dubbia razionalità (chi concepisce un figlio senza aver «conosciuto uomo», chi muore e poi ritorna in vita; chi compie esorcismi; chi si fa martire; chi fa voti di povertà e altro). Neanche la nostra religione, che pure ci porta a formulare domande simili, funziona secondo la dicotomia giusto/ingiusto: perché costringere gli altri a questo schema?<br />
Il secondo veleno che circola durante la puntata di Porta a Porta è che le ragazze che portano il velo in realtà non lo fanno mai per libera scelta, anche qualora lo dicessero, ma sempre perché costrette. Come si può dimostrare questa “verità”? Tutti gli ospiti la dimostrano, semplicemente, affermandola.<br />
Ma cosa diremmo se vedessimo donne islamiche sottoporsi alla chirurgia estetica? Non diremmo che qualcuno le costringe? Che diremmo se vedessimo donne rinunciare ad essere madri per i motivi più strani? Non diremmo che dietro c&#8217;è qualcuno che le sta plagiando? E il voto di castità dei seminaristi è una scelta libera? E i monasteri di clausura? È uguaglianza o disuguaglianza (questa è l&#8217;altra coppia di termini con cui la ragazza durante la puntata viene messa alle corde) che un prete possa confessare o dire messa e nessuna donna possa farlo?<br />
Accettare, comprendere, dialogare con un&#8217;altra civiltà non può essere accettare solo ciò che dell&#8217;altra civiltà, alla fin fine, ci convince.E poi: è giusto o ingiusto mettere una ragazzina in minoranza in un salotto tv? Accerchiarla con domande impossibili come fanno i bulletti con le compagne di classe?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/27/a-proposito-di-una-triste-puntata-di-porta-a-porta-dedicata-al-velo/">A proposito di una triste puntata di &#8220;Porta a porta&#8221; dedicata al velo</a></p>
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		<title>Uno scrittore non è giovane, è uno scrittore</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2006 07:46:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong> Luca Mastrantonio </strong></p>
<p>Dal fantastico mondo dei blog letterari una modesta proposta nichilista. Su www.ilprimoamore.com, Tiziano Scarpa propone di abolire l&#8217;etichetta &#8211; di cui pure ha goduto quando era in un altro scaffale &#8211; di «giovane scrittore», un «espediente escogitato per indebolire la forza della scrittura ficcandola a forza dentro categorie generazionali, completamente astratte, senza nessun rapporto con la realtà.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/22/uno-scrittore-non-e-giovane-e-uno-scrittore-2/">Uno scrittore non è giovane, è uno scrittore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Luca Mastrantonio </strong></p>
<p>Dal fantastico mondo dei blog letterari una modesta proposta nichilista. Su www.ilprimoamore.com, Tiziano Scarpa propone di abolire l&#8217;etichetta &#8211; di cui pure ha goduto quando era in un altro scaffale &#8211; di «giovane scrittore», un «espediente escogitato per indebolire la forza della scrittura ficcandola a forza dentro categorie generazionali, completamente astratte, senza nessun rapporto con la realtà. “Giovane scrittore”, “giovane scrittrice” sono marchi paternalistici che svolgono una doppia funzione» di «appetitosità commerciale» e «relegano le parole dei cosiddetti “giovani” in una specie di sacca secondaria, una serie B della letteratura e della società». Ha ragione da vendere, la giovinezza giovinezza primavera di belleeezza non può e non deve essere un valore in sé. <span id="more-1790"></span><br />
Approviamo dunque la mozione Scarpa, perché Scarpa, che conclude «ogni libro è adulto» (ma anche Il giovane Holden?), la argomenta in maniera ineccepibile, ricordando grandi opere scritte da giovani grandi autori, ossia tra i venti e i trent&#8217;anni: a 22 anni Moravia scrive Gli indifferenti, a 24 Italo Calvino Il sentiero dei nidi di ragno, tanto per fare due esempi. Ma non possiamo esimerci da sviluppare il discorso. Andiamo oltre, vogliamo tutto. Aboliamo la parola scrittore. Perché? In giro non c&#8217;è nessuno che, a qualsivoglia età, giovane o meno giovane, Scarpa compreso, abbia lasciato opere che valgano anche solo lontanamente quelle citate. Anzi, non dovrebbero proprio nascere scrittori che in vita non siano capaci di scrivere quello che di altri è stato pubblicato dopo la morte, come Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.</p>
<p>Il cavallo di Parente.La mossa del cavallo. Di Troia. Alla fine Massimiliano Parente sul Foglio è stato in-difeso come Alfonso Berardinelli sul Corriere della Sera da Aldo Grasso. Lì Berardinelli veniva difeso dall&#8217;accusa di essere un lanzichenecco culturale da quelli del blog Nazione indiana. Qui, Langone, nei panni evidenti di Sancho Panza, ben ancorato alla sostanza, esalta l&#8217;alta concezione della letteratura di Parente, pur trattato da tombarolo dell&#8217;editoria, solo perché il tonfo poi, da quell&#8217;alta torre d&#8217;avorio coperta di guano portatore insano di aviaria letteraria, sia più rumoroso. «Lo sdegno del cavaliere dalla triste figura», cioè Parente, alla ricerca di grandi romanzi in questa anti-babelica torretta di libercoli, «è il sollazzo del lettore». Comunque, il caso Parente, ancora una volta, non è scoppiato per un rapimento di Elena, per un romanzo in sé e per sé, come doveva essere La macinatrice, edito da Pequod, bulimica macchina anti-narrativa sulla sotto-industria porno-editoriale italiana. Ma è tornato in auge per la raccolta delle sue stroncature sul Domenicale di Dell&#8217;Utri intitolata Parente di Nessuno, pubblicato da Alberto Gaffi editore. Nell&#8217;introduzione l&#8217;autore fa professione di orfanità di ogni tipo, sebbene proprio il primo romanzo, edito da Castelvecchi, difficilmente perdonabile storia di un incesto quale cosmesi dell&#8217;anima, si intitolasse Mamma, stra-elogiato da Vittorio Sgarbi, capofila dei mammoni maudit. In Parente di Nessuno, l&#8217;autore si rivela per quel gustoso guastatore letterario che è, un anti-degustatore di libri contemporanei &#8211; unica eccezione Antonio Moresco &#8211; misurati d&#8217;altronde con la pertica egizia con cui verga i propri. Critico spesso acuto ma sempre livoroso e più intento a immolarsi quale San Sebastiano della letteratura italiana. Parente massacra tutti, delegittima tutti, spara su tutti e poi sembra dire: «Ci sono solo io». E soprattutto per attirarsi gli strali di tutti. Parente, dunque, è un parente di Ulisse, ingegnere di un Cavallo di Troia con manie incendiarie, che al lettore Polifemo vorrebbe passare per Nessuno.</p>
<p><em> pubblicato su &#8220;Il Riformista&#8221;</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/22/uno-scrittore-non-e-giovane-e-uno-scrittore-2/">Uno scrittore non è giovane, è uno scrittore</a></p>
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		<title>Epifanie amorali</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2006 08:25:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://giorgiotesen.splinder.com">Giorgio Tesen</a></p>
<p><em>La macinatrice </em>di Massimiliano Parente è stato pubblicato nel giugno del 2005 dalla casa editrice peQuod. L’autore, trentacinquenne alla sua quarta opera, scrive per il settimanale di cultura “Il Domenicale” e, come recita una nota nel risvolto di copertina del volume “non è un giornalista”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/20/epifanie-amorali/">Epifanie amorali</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://giorgiotesen.splinder.com">Giorgio Tesen</a></p>
<p><em>La macinatrice </em>di Massimiliano Parente è stato pubblicato nel giugno del 2005 dalla casa editrice peQuod. L’autore, trentacinquenne alla sua quarta opera, scrive per il settimanale di cultura “Il Domenicale” e, come recita una nota nel risvolto di copertina del volume “non è un giornalista”. C’è da aggiungere che l’autore pubblica un romanzo in un momento critico della produzione letteraria degli autori appartenenti alla sua generazione, critico perché negli ultimi due anni, sotto i colpi di un <strong>mercato letteralmente invaso dalle saghe epiche</strong> di hobbit &amp; maghi e malgrado l’imperversare di codici &amp; graal in salsa pariglia con vere e proprie ‘sezioni’ di librerie monotematicizzate, si è sviluppata una sensibilità del lettore nei confronti di romanzi come questo, buon segno anche perché il romanzo in questione non è l’esordio di un autore esordiente.<br />
<span id="more-1767"></span></p>
<p>A questo interesse si aggiunge quello della critica, con un dibattito iniziato sulle pagine della rivista <em>Nuovi Argomenti </em>con un certo anticipo (<em>Questo non è un romanzo</em>, numero 28, ottobre/dicembre 2004) e che sta proseguendo altrove con esiti interessanti (penso alle riflessioni che stanno comparendo nella rubrica “Il romanzo del XXI secolo”, inaugurata da <a href="http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/">Davide Bregola</a> su Vibrissebollettino.net, lo spazio coordinato dallo scrittore Giulio Mozzi).<br />
Questo romanzo mi ha accompagnato da questa estate ad oggi, per una strana coincidenza ho finito di leggerlo più o meno negli stessi giorni durante i quali si svolgono le ultime vicende raccontate da Massimiliano Parente. Nel frattempo ho letto un’altra decina di libri ed ho scritto abbastanza, racconti e altro. Perché non ho scritto una recensione da così tanti mesi? <em>La macinatrice </em>è un romanzo che va letto lentamente, è l’unico modo – credo – per comprenderne i molti sensi. Chiudere la sua interpretazione nel racconto delle vicende della sua trama è poco. L’inizio è una nebulosa dalla quale cominciano ad affiorare le forme dei personaggi, dall’indistinto e involuto contorno. Ho cominciato a leggere questo libro tre volte di seguito prima di capire il grado di lucidità che dovevo assegnarmi per entrare in questa costruzione, poi ho capito “la sua memoria procedeva nel tempo cancellando le tracce, da cosa moriva cosa”. Si passa velocemente da un registro accurato, nel quale l’elenco dà la misura della precisione che si vuole raggiungere, nel descrivere per accumulazione; dal registro accurato si passa ancora più veloci ad un registro vago, più lento, dove diminuisce volontariamente la soglia d’attenzione “che quello che vedeva era quello che vedeva era quello che vedeva”.</p>
<p>Procedere in avanti per sottrazione di elementi, aggiungendo un nuovo elemento alla volta, sottraendo dalla situazione precedente, in realtà aggiungendo; il lettore non capisce se non che in questo modo vago l’autore riesce a fare slittarci dal presente in un flashback quando desidera, un altro inizio che viene prima dello stesso inizio, un origine che antecede l’origine. La mancanza di divisioni tra capitoli, sezioni e affini, all’inizio disorienta, il lettore per orientarsi ha la cosa più semplice di tutte, i giorni della settimana, in un tempo indefinito dove i giorni – all’infuori di un ritmo stagionale – si somigliano tutti. La maggior parte delle scene è ambientata infatti nel bunker dorato dei Torrenuova, dorato un tutto dire, dato che la Torrenuova è la replica di una miriade di aziende del bel paese, dove oramai non si bada nemmeno più alla forma piuttosto che alla sostanza, ma addirittura alla <strong>superficie della forma</strong>, dove la forma appena appena meno visibile è già ributtata indietro al livello di sostanza inavvertibile e quindi trascurabile, fotocopiatrici senza toner, stampanti senza fogli, porte scorrevoli che scorrono incantate e nervose al minimo passaggio.<br />
Spezzettature del ritmo, “A Andrea”, “e è discreta”, “e è meglio”, la cui vicinanza ci avvisa dell’intenzionalità subliminale di un ritmo che quando non si appoggia sulla lingua tenta e recupera traslati: “si è fatta pure qualcosa in vena, […] e quindi è in vena di rivelazioni, di indiscrezioni, si sente un’eroina”. Modi di dire, descrizione di nevrosi “a farsi pagare due o tre franchi per affrancarli in cambio”.</p>
<p>La Sinistra (p. 22,23), così come viene definita, si scioglie in queste due pagine di Torrenuova-pensiero (due nulla semantici in competizione) – primo esempio di uno storming continuo e incessante &#8211; il protagonista di questa descrizione, anche perché si finisce a parlar di metafore, quindi è Torrenuova, perché “la sinistra accoglie chiunque si dica di sinistra, come i napoletani, ai quali basta dichiararsi napoletani per diventarlo”. Nervi scoperti che potrebbero saltare all’occhio ma che, leggendo con attenzione, sono nervi trasversali, carenze della destra caciarona e della sinistra finto intellettuale e dei chierichetti e dei nuovi superuomini borghesi, per non parlare della descrizione del regista Giulietti, simile a molti è vero, ma molto simile a <strong>Moretti</strong>.</p>
<p>Questi tic seminati destano l’attenzione, il ritmo della vicenda, da un quadro al successivo, da un giorno all’altro. Elemento che affiora è una certa nostalgia del presente, uno stadio nel quale Andrea contempla la realtà, riscopriamo le categorie del romanzo moderno &gt;, si delinea un personaggio che sembra essere somma completa delle affezioni, le movenze e i pensieri del trentenne che vive nell’anno duemila, con colpi di tacco degni di un <strong>Bergonzoni shakerato assieme all’elenco verbale sfrenato di Moresco</strong>, con l’atmosfera d’oscura ambiguità di Dürrenmatt e, per finire, la frizzantezza supereliogabalica di Alberto Arbasino “calzini a scacchi di filo di scozia e di velluto a coste non navigabili..:”, “Che succede? Non sa che dire?/Non ha previsto l’inferno?/Una pecca nella cultura?/Una tallone di Achille?/Una spina nel fianco?/Un dubbio amletico?/Un lapsus freudiano?/Un lupus in fabula?/Un vuoto di memoria?/Un groppo in gola?/Una deglutizione impropria?/Il diavolo fa le pentole e non i coperchi?/Un colpo apoplettico?/Un colpo di fulmine?/Un colpo di Stato?/Un colpo del reato?/Un colpo di culo?Un cambiamento di rotta?”.</p>
<p>Dalla nebulosa affiorano due figure femminili, quella di Angela e Elena. A Angela e Elena, il Reality Show dei Tradimenti spontanei, Torrenuova che vuole allargare le frontiere dell’immaginario sessuale. A questo punto è necessaria una considerazione. <em>La macinatrice</em> non è un romanzo che procede per descrizioni, ne “La macinatrice” siamo gettati in situazioni che si succedono per evocazione di ipotesi della lingua, a volte narrativa e logica, sequenziale, altre volte isolata, affastellando immagini e pensieri associativi, concatenazioni, spaesamenti; un testo che ha assorbito una certa lezione deleuziana. Se a Torrenuova non interessano le ‘menate foucaultiane’, ad Andrea – il protagonista – sì, <em>La macinatrice</em> è il corpo del protagonista, “La vita a Andrea sembrava un romanzo senza inizio (nota: questo stesso romanzo di Parente, a mio parere, “non comincia”), fatto di finali che riportano a se stessi ricominciandosi a metà per dire che la fine era la fine era la fine, era già stata detta e non bastava a delimitare una chiusura, né un’apertura”, la triplice ripetizione, utilizzata più di una volta per sciogliere nel mantra la soluzione di un enigma, raggiungere la sospensione di un immediato a tu per tu con il lettore, come la ripetizione di un s.o.s. che può apparire urgente e non lo è. Da una parte l’indistinto presente, rappresentato da tutti i fatti, immanenti, come la Casa Editrice, Angela, Elena, Andrea, il Reality; dall’altra un esile filo, cui è appeso l’interesse, come un cadavere che penzola dal soffitto di un appartamento parigino, “salvagente narrativo”, “filo di Arianna”.</p>
<p>Un nucleo ulteriore è quello oltre il quale si cominciano a conoscere il carattere e l’intimità dei protagonisti, l’acrimonia di Monti ed il cinismo: “c’è troppa gente in giro che perde tempo a non farsi le seghe”. In senso lato questo romanzo può essere inteso come <strong>parabola della masturbazione</strong>, intesa come atteggiamento di autoegotismo e autoerotismo su diversi plateux. Difatti la masturbazione è una delle protagoniste in innumerevoli b-sides, la masturbazione dell’editore nei confronti della sua autorappresentazione come superuomo, la masturbazione attraverso il sito vivente (Vagina’s world), attorno al quale ruotano le vicende di tutti i personaggi, la masturbazione. Siamo ad una svolta di questo masso orbicolare romanzato, un blocco dove non troviamo suddivisioni se si eccettuano i giorni della settimana che cadenzano il blocco, demarcazioni che delimitano il passaggio da un tempo all’altro, con momenti culminanti di vero e proprio pantagruelismo del lessico: “Come denti cresciuti sottotraccia in un innesto di gengive globulari all’interno di un organismo complicato di orripilanti grappoli carnivori”, sublime e corroborante visione dal ritmo ossessivo e straniante, senza sentimenti, al margine delle emozioni. L’emozione ed il sentimento, ne <em>La macinatrice</em>, sono anodinicizzate, ridotte a pulsioni e istinti di sopravvivenza primari.</p>
<p>Alcune parti, più sospese ed ipnagogiche, sono più difficili da leggere (non perché complicate, ma perché vanno lette con più calma), perché nel processo di lenta approssimazione Parente ci conduce nei meandri sotterranei della Torrenuova, descrivendo ambienti, scene, macchine, con allusioni a codici di comportamento e procedure interne, che regolano il flusso dei personaggi, flash momentanei, passaggi nascosti de “La macinatrice”. La differenza tra allusione-sospesa-a-qualcosa-che-rimarrà-nascosto e vaghezza è così sottile da ingenerare l’epoché, il lettore in questi casi può affidarsi all’idea-immedesimazione con il personaggio di Andrea, di sicuro il più definito.<br />
Un romanzo nel quale troviamo posizioni che sono agli antipodi per quanto riguarda l’espressionismo del politically correct cui siamo oramai abituati (consiglio di leggere, a proposito, <em>Paesaggi italiani con zombie </em>proprio di Alberto Arbasino). Parente non ha peli sulla lingua, le scene più belle sono di sicuro i brainstorming torrenoviani e le incursioni di alti prelati.  Esente inoltre da ogni formazionismo del personaggio, la formazione semmai ce l’ha il lettore, nell&#8217;intravedere quali vizi possono nascondersi nei sotterranei di una vita normale: la casa Rostov infatti può essere nella periferia di Milano come può essere al Mandrione.</p>
<p>La parte finale, pressappoco le ultime cinquanta pagine, vedono ogni filo teso al massimo, sappiamo finalmente – sempre per lenta approssimazione – che cosa sia &#8220;La macinatrice&#8221;, e scopriamo come si chiuderà il cerchio aperto nelle prime pagine dall’autore. Il primo impulso che coglie il lettore è quello – appena terminata la lettura – di scorrere le prime pagine, per reinterpretare e delineare quell’atmosfera incerta nella quale era nato lo spaesamento iniziale. L’esperimento non riesce, la fine de <em>La macinatrice</em> si può apprezzare soltanto arrivando, parola dopo parola, alla fine, assumendo su sé il dramma di Andrea, in un romanzo che vale la pena di essere letto e lentamente, come ho avuto modo di fare in questi cinque mesi. Restano, inoltre, le molteplici considerazioni e i giudizi sul fitto sottobosco del mondo editoriale, vissuto dal punto di vista di chi ci si avvicina con il tentativo di trovare, a volte addirittura o realmente, un lavoro appeso ad un filo.</p>
<p>Ho letto, dell’editore peQuod, anche <em>Gli ultimi giorni di Lucio Battisti</em>, di <strong>Igino Domanin</strong>, e credo di dover leggere almeno altri tre titoli per farmi un’idea di una linea – la produzione di linee editoriali è l’unico ambito dove non bastano due punti perché ne sia individuata una retta –. Se questa linea tuttavia fosse retta e dovesse passare da questi due punti in particolare, scriverei che il piano che ne risulta delimitato è racchiuso in questa frase: “Il tempo che separa una coincidenza dall’altra riporta la vita a coincidere con tempi talmente morti da non poter far altro che spendere per riportarsi alla vita. Ecco perché stazioni e aeroporti sono pieni di negozi dai colori sgargianti. Comprare è meglio che soccombere”. Va forse individuata in ciò la coerenza dell’editore nei confronti dei suoi programmi? I personaggi di Domanin, come quelli di Parente, vivono il tempo, i sentimenti sono tossine che vanno espulse quanto prima, prima che affiorino nel circolo delle parole, si mutino in<strong> bubboni di senso</strong>, facendoci appunto soccombere a causa del pensiero ossessivo di noi stessi. La domanda è : “Siamo davvero così? E se la risposta è sì, c’è speranza di salvezza, al di fuori della narrativa italiana dell’oggi, nella vita?”.<br />
L’atmosfera che fa di questo romanzo un’epifania amorale che riesce a sospendersi tra tutto e nulla, tra raziocinio e accumulazione di indeterminatezze, può essere rintracciata, questo è un buon indizio, in altri autori, in modi irruenti, ciò rende l’analisi di questo testo sintomatica. Prima di concludere, riprendendo il tema iniziale del nuovo romanzo di autori nati negli anni settanta, è bene notare come <em>La macinatrice</em> resista ad ogni accattivazione o ibridazione da parte di altri media, cosa intendo? Intendo dire che spesso i romanzi vengono oggi scritti come se fossero plot, mentre <em>La macinatrice</em> è un’opera letteraria nella quale la struttura sembra solo apparentemente non giocare un ruolo importante. I rimandi all’interno sono fitti, è come se l’autore restituendoci l’opera in una delle forme più semplici che si possa escogitare si imponga una difficoltà in più nel mantenere l’interesse della vicenda per ben oltre quattrocento pagine – come abbiamo detto – dividendo la narrazione in due tempi paralleli, un tempo cronologico scandito per sequenze di giorni settimanali ed un tempo dedicato al riaffiorare per tramite di Andrea dei ricordi passati, un diradare della nebbia che gioca a favore dell’attenzione nel lettore. Il blocco astrutturale sposta sulla narrazione e sulla vicenda raccontata il baricentro della responsabilità della scrittura. <em>La macinatrice</em> si colloca in una zona grigia a metà tra uno stile affermato e l’attribuzione mancata di maestri e affiliazioni da parte della critica, in un momento di dibattito nel quale spesso la rievocazione dei fantasmi del passato è strumentalizzata al fine di scacciare i pericoli di eliminazione degli stessi fantasmi da parte di opere del presente.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/20/epifanie-amorali/">Epifanie amorali</a></p>
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		<title>La Restaurazione a Torino</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/08/la-restaurazione-a-torino/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 08 May 2005 16:56:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Un&#8217;iniziativa di Nazione Indiana</strong></p>
<p></p>
<p><strong>Editori, scrittori, critici e librai a confronto</strong></p>
<p>Coordina <strong>Benedetta Centovalli</strong><br />
Intervengono: <strong>Carla Benedetti</strong>, <strong>Italo Cossavella</strong>, <strong>Sergio Fanucci</strong>, <strong>Loredana Lipperini</strong>, <strong>Antonio Moresco</strong>, <strong>Antonio Scurati</strong></p>
<p>Saranno presenti: <strong>Silvia Ballestra</strong>, <strong>Gianni Biondillo</strong>, <strong>Mauro Covacich</strong>, <strong>Helena Janeczek</strong>, <strong>Nicola Lagioia</strong>, <strong>Massimiliano Parente</strong>, <strong>Tiziano Scarpa </strong>e altri indiani</p>
<p><strong>Torino, Fiera del Libro<br />
Sala Rossa<br />
Lunedì 9 maggio ore 16.30</strong></p>
<p>La Restaurazione a Torino è un incontro che pone al centro della discussione la denuncia di un’epoca, la nostra, segnata da un forte e inequivocabile ritorno all’ordine, un &#8220;regime&#8221; vero e proprio che attraversa tutti i campi dell’esistenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/05/08/la-restaurazione-a-torino/">La Restaurazione a Torino</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Un&#8217;iniziativa di Nazione Indiana</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/restaura2.JPG" alt="restaura2.JPG" border="0" height="72" width="535" /></p>
<p><strong>Editori, scrittori, critici e librai a confronto</strong></p>
<p>Coordina <strong>Benedetta Centovalli</strong><br />
Intervengono: <strong>Carla Benedetti</strong>, <strong>Italo Cossavella</strong>, <strong>Sergio Fanucci</strong>, <strong>Loredana Lipperini</strong>, <strong>Antonio Moresco</strong>, <strong>Antonio Scurati</strong></p>
<p>Saranno presenti: <strong>Silvia Ballestra</strong>, <strong>Gianni Biondillo</strong>, <strong>Mauro Covacich</strong>, <strong>Helena Janeczek</strong>, <strong>Nicola Lagioia</strong>, <strong>Massimiliano Parente</strong>, <strong>Tiziano Scarpa </strong>e altri indiani</p>
<p><strong>Torino, Fiera del Libro<br />
Sala Rossa<br />
Lunedì 9 maggio ore 16.30</strong></p>
<p>La Restaurazione a Torino è un incontro che pone al centro della discussione la denuncia di un’epoca, la nostra, segnata da un forte e inequivocabile ritorno all’ordine, un &#8220;regime&#8221; vero e proprio che attraversa tutti i campi dell’esistenza.<br />
Intende evidenziare e analizzare la deriva del mondo culturale attraverso contributi e proposte di chi già cerca di operare controcorrente.<br />
<span id="more-1147"></span><br />
Intende promuovere il dibattito sulla circolazione della cultura e sull’editoria di oggi, tenendo presente anche il punto di vista di <em>Editoria senza editori</em> di <strong>André Schiffrin </strong>e dell’essenziale contributo militante di <strong>Alfredo Salsano</strong>.</p>
<p>Anche in Italia il doppio binario del mercato e del progetto è saltato per ridursi a una monorotaia, al senso unico del best seller. Carla Benedetti ne ha scritto sull’”Espresso” del 7 gennaio 2005 e su Nazione Indiana, parlando di “industria del genocidio culturale”. Qualche mese prima sulle pagine del “Messaggero” Benedetta Centovalli aveva cominciato a porre alcuni termini della questione suscitando risposte dal mondo editoriale (Stefano Mauri e Elido Fazi, con una replica di Giancarlo Ferretti).</p>
<p>Alla riflessione di Carla Benedetti ha fatto seguito un dibattito acceso che si è svolto tra la rete (v. Loredana Lipperini e il suo blog “Lipperatura”), alcuni dei principali quotidiani, come il ”Corriere della Sera”, con interventi da Vassalli a Ferroni, da Sanguineti a Fanucci, e ripreso più volte da Fahrenheit su Radiotre.<br />
Poi un pezzo di Antonio Moresco dal provocario titolo La Restaurazione &#8211; pubblicato per presentare questa iniziativa su Nazione Indiana &#8211; ha dato avvio a un rovente confronto in rete.</p>
<p>La Restaurazione a Torino è una discussione nata per contrastare lo stato delle cose e progettare un futuro possibile. È stata organizzata con una prima serie di interventi veloci di editori, scrittori, critici e librai, per passare poi il testimone al maggior numero di voci, soprattutto scrittori, che come in un’assemblea testimonino la temperatura del momento. A lunedì.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/05/08/la-restaurazione-a-torino/">La Restaurazione a Torino</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Quattro volte sì</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/04/28/quattro-volte-si/</link>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2005 10:29:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giuliomozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Massimiliano Parente</strong></p>
<p><a href="http://www.eyestorm.com/events/apocalypse/wrkcattelan.html"></a>Io sì. Contro non soltanto la restaurazione letteraria dei dorrichi capocultura della cultura che non c’è, ma anche contro l’illuminismo negato dalla revanche clericale, ora con un papa ancora più consono e scattante (abituati alla stop motion deambulatoria di Karol sembra di avere un pontefice perennemente in avanti veloce), il quale ucciderà gli stessi esseri umani uccisi da Wojtyla in nome della morte, dell’Aids e del profilattico proibito (e da leggersi il suo ultimo bestseller filosofico, dove l’aborto è paragonato all’olocausto, né più né meno); e contro i trasformismi e i ferrarismi foglieschi degli “atei devoti” contro la destra e la sinistra metafisiche preoccupate dei diritti dell’embrione elevato a “persona” (non potendolo scegliere un bambino quando il bambino non è altro una cosa che, ingrandita cento volte, è grande quanto una capocchia di spillo, e potendolo invece abortire al terzo mese per ragioni proprie, e al quinto se la malattia è diagnosticata dall’amniocentesi, e quindi, in questo, o sono cretini o vogliono arrivare a vietare nuovamente l’aborto, e nel caso lo dicano); contro i neocon che parlano dell’America, e non sanno che negli Stati Uniti, per volontà di George W.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/04/28/quattro-volte-si/">Quattro volte sì</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimiliano Parente</strong></p>
<p><a href="http://www.eyestorm.com/events/apocalypse/wrkcattelan.html"><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/papa_cattelan.jpg" alt="papa_cattelan.jpg" align="left" border="0" height="113" hspace="4" vspace="2" width="160" /></a>Io sì. Contro non soltanto la restaurazione letteraria dei dorrichi capocultura della cultura che non c’è, ma anche contro l’illuminismo negato dalla revanche clericale, ora con un papa ancora più consono e scattante (abituati alla stop motion deambulatoria di Karol sembra di avere un pontefice perennemente in avanti veloce), il quale ucciderà gli stessi esseri umani uccisi da Wojtyla in nome della morte, dell’Aids e del profilattico proibito (e da leggersi il suo ultimo bestseller filosofico, dove l’aborto è paragonato all’olocausto, né più né meno); e contro i trasformismi e i ferrarismi foglieschi degli “atei devoti” contro la destra e la sinistra metafisiche preoccupate dei diritti dell’embrione elevato a “persona” (non potendolo scegliere un bambino quando il bambino non è altro una cosa che, ingrandita cento volte, è grande quanto una capocchia di spillo, e potendolo invece abortire al terzo mese per ragioni proprie, e al quinto se la malattia è diagnosticata dall’amniocentesi, e quindi, in questo, o sono cretini o vogliono arrivare a vietare nuovamente l’aborto, e nel caso lo dicano); contro i neocon che parlano dell’America, e non sanno che negli Stati Uniti, per volontà di George W. Bush, la ricerca scientifica, che potrebbe portare un giorno a guarire persone in carne e ossa come Luca Coscioni e milioni di altre, è addirittura finanziata dallo Stato per gli embrioni soprannumerari, e libera per la libera ricerca cui è consentito produrli appositamente; e contro i trasvalutatori celentaneschi e i propagandisti teologici e antilluministi, quelli che parlano di “eugenetica nazista”, contro tutti questi legislatori preteschi che, fossero almeno cattolici, si preoccuperebbero, da “cristiani” (oh, i cristiani cattolici di Buttiglione, i quali fanno benissimo a definire l’omosessualità un peccato, malissimo a non dire che, per la Chiesa Cattolica, è peccato tanto quanto l’eterosessualità non “unitiva e procreativa”, come dice a chiare lettere anche il diritto canonico e se non quello anche le tavole veterotestamentarie per le quali “non uccidere” o “non fornicare” sempre di comandamenti e di peccati mortali si tratta) dei bambini che ogni giorno muoiono di fame con la stessa passione con cui si preoccupano degli aggregati cellulari congelando le loro piccole ossessioni e i loro cervelli mistici dentro un microscopio elettronico del platonismo più cialtrone, e amando più l’embrione dell’uomo malato o del bambino già nato, perché tanto non costa nulla; e contro le teologie di ogni genere, siano essere cattoliche o islamiche, doloriste o kamikaze, e contro chi lapida le adultere e chi clitoridectomizza le donne e contro i nuovi relativismi, di destra e di sinistra, immemori che la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è appunto universale, e quindi, ora, cominciando da chi piega l’idea di libertà e di ricerca scientifica alle fazioni del momento, dai neoguelfi che  vieterebbero a Fleming di scoprire la penicillina se all’epoca avessero concepito una analoga metafisica sull’intangibilità della muffa; e dunque io sì, e sperando ci si ritrovi in tanti a dire no, il prossimo 12 giugno, dicendo quattro volte sì.</p>
<p>[Se avete qualcosa da dire o da ridire, dìtelo <a href="http://www.nazioneindiana.com/cgi-bin/mt/mt-comments.cgi?entry_id=1235"><u>qui</u></a>. gm]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/04/28/quattro-volte-si/">Quattro volte sì</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La puttana nella carrozza</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Apr 2004 00:13:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio moresco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[massimiliano parente]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p>La discussione – anche aspra e inelegante – in corso in questi giorni su Nazione Indiana in seguito a uno scritto di <strong>Massimiliano Parente</strong>, è a mio parere utile e interessante e permette di riprendere e approfondire alcuni degli argomenti che sono già stati affrontati più volte nel nostro primo anno di vita.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/05/la-puttana-nella-carrozza/">La puttana nella carrozza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/bouledesuif.jpg" alt="bouledesuif.jpg" align="left" border="0" height="200" hspace="4" vspace="2" width="137" />La discussione – anche aspra e inelegante – in corso in questi giorni su Nazione Indiana in seguito a uno scritto di <strong>Massimiliano Parente</strong>, è a mio parere utile e interessante e permette di riprendere e approfondire alcuni degli argomenti che sono già stati affrontati più volte nel nostro primo anno di vita. Per quanto mi riguarda, ho già detto come la penso a proposito di alcuni degli argomenti sollevati anche adesso in uno scritto intitolato <strong>Lettera da Leuca</strong>, già pubblicato <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000139.html">qui</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000138.html">qui</a>. Per cui non voglio annoiare nessuno ripetendo le stesse cose. Se a qualcuno interessa, può trovarlo nell’archivio del mese di <strong>agosto del 2003</strong>.<br />
<span id="more-361"></span><br />
Senza entrare nei particolari e nelle personali tabelle – perché non mi va di mettermi a dare i voti agli altri scrittori – vorrei, prima ancora di cominciare, sgombrare il campo da alcune argomentazioni che possono apparire strumentali. Ad esempio dal rimprovero che viene mosso a me e a <strong>Carla Benedetti</strong> di non avere accettato una proposta – pubblicamente espressa – di scrivere sul “<strong>Domenicale</strong>”. Avevo già declinato l’offerta in privato, e motivato le ragioni di questo. Ma ora vorrei aggiungere che ci vorrebbe almeno libertà e rispetto reciproco. E allora – mi rivolgo d’ora in poi, direttamente, a <strong>Massimiliano Parente</strong> – perché dovrebbe essere solo per “snobismo” e non per altre e meno risibili ragioni che non abbiamo accettato la tua proposta? Io, personalmente, non ti discrimino e non chiedo conto a te del perché scrivi sul <strong>Domenicale</strong>. Tu non devi farlo con me perché non ci scrivo.</p>
<p>E adesso veniamo al nocciolo del problema sollevato. Tu ci accusi, in poche parole, di praticare il compromesso e l’indistinzione in letteratura. Scrivi: “Per cui è difficile solidarizzare con te, Scarpa, e con voi della lista, se in letteratura non conta più la lingua, e quindi neppure più la forma e le poetiche, e quindi nessuna distinzione gerarchica perché <em>anything goes</em>” E poi: “Per lo meno, nei vecchi dibattiti, si discuteva di letteratura contro non letteratura, ognuno con la propria idea e armato di estetica, vale a dire di etica artistica…”</p>
<p>E’ un modo di porre il problema di cui posso capire le motivazioni e gli intenti ma che mi sta stretto. Io apprezzo e condivido la tua passione per la letteratura e la tua intransigenza, molto meno questa visione ideologica e difensiva della stessa. Non per attitudine al compromesso né per “postmodernismo”, mi pare di avere il diritto di poter dire pubblicamente. Ma perché le cose, nella vita come anche la letteratura, non stanno così. Non ci sono compartimenti stagni. Non c’è una casella predisposta per cui basta collocarsi in essa (in questo caso quella dell’”alta letteratura”) e il gioco è fatto. Il gioco non è mai fatto, si fa continuamente. Le cose non stanno così, non sono mai state così. Anche se guardiamo a tutti gli sfondamenti artistici del passato che poi sono stati codificati come “grande letteratura”, vediamo che non è quasi mai stato così. Che ciò che era precedentemente considerato “basso”, “volgare” è stato spesso in realtà moltiplicatorio e generativo, è diventato poi un’altra cosa. Bisogna sempre sparigliare il gioco per poterne fare uno più grande. Le cose non sono così semplici e così compartimentate. Lo scrittore di questa epoca non può far finta di non vedere che, se esiste la valanga cartacea industriale ottundente e normalizzante dei “generi”, esiste anche, nel suo piccolo, decoroso e inoffensivo spazio, anche quella di una letteratura ridotta anch’essa a genere, a “genere letteratura”, né più né meno depotenziata dell’altra. Neanche dentro questo piccolo gioco si può stare. Dove neppure certe discriminanti estetiche e di gusto possono portarci lontano. Guarda che, ad esempio, nel suo tempo e nel suo paese (e non da qualche sciocchino ma persino da parte di scrittori grandissimi come <strong>Tolstoj</strong>), <strong>Dostoevskij</strong> era notoriamente considerato uno scrittore che “scriveva male”. E che lo stesso <strong>Shakespeare</strong>, prima di venire canonizzato e cooptato nel pantheon della “grande letteratura”, era considerato come uno che ci andava giù pesante per blandire i bassi istinti del pubblico. Ed è inutile che ti ricordi lo strappo che ha fatto <strong>Dante</strong> scrivendo in volgare il suo enorme e sconcertante poema. La distanza temporale, a volte, unita alle successive canonizzazioni e sistematizzazioni, deforma lo sguardo e non ci permette di vedere qual è stato e qual è il movimento reale sia della vita che della letteratura.</p>
<p>A me, personalmente, pare di avere sempre fatto, nel mio piccolo, quello che mi sembrava inevitabile, giusto e necessario fare e di non essere sceso a patti. Non per eroismo, probabilmente, ma solo per necessità o magari per stupidità, donchisciottismo, bisogno di continuare a camminare e a sognare. Che è l’unica cosa che so fare e che continuerò a fare fino alla fine. Ma una visione così elitaria della letteratura non mi appartiene. E non da adesso. Già in “<strong>Lettere a nessuno</strong>”, diario scritto sotto terra durante gli anni Ottanta e sotto la pressione di una prolungata esclusione, e quando ancora non conoscevo nessuno, parlavo con rispetto e considerazione anche di <strong>Salgari</strong>, per esempio. Perché non c’è solo il livello artistico della frase e della struttura. Io non disprezzo assolutamente questo, ho già parlato tante volte di queste cose e non mi pare ci sia bisogno di ripeterlo. Cerco il limite e credo anzi in un’unione esplosiva e configurante. Ma quando c’è solo la prima cosa non c’è ancora niente. E ci sono scrittori che aprono degli spazi e fanno sognare anche nella cosiddetta “bassa letteratura” e scrittori abatini frigidi e senza sogni anche in quella cosiddetta alta. A me non interessano i canoni, i codici, le mappe. Quelle le faranno comunque gli altri. A me interessa andare dentro, rischiare, sporcarmi le mani, separare, trasfigurare, salvare. E, anche adesso, non so cosa farci se alcuni libri di scrittori “di genere” – anche se a volte qua e là letterariamente raffazzonati e attraversati da zone di scrittura inerte, informativa e scollata – se scrittori come <strong>Philip Dick</strong>, per esempio, se un piccolo libro come “<strong>Cristalli sognanti</strong>” di <strong>Theodore Sturgeon</strong>, che mi ha passato mia figlia e che ho letto poche settimane fa a Buenos Aires, se gli incontri tra <strong>Giovanna D’Arco</strong> e <strong>Gilles de Rais</strong> che ho trovato in “<strong>Mater terribilis</strong>” di Valerio Evangelisti, mi hanno lasciato qualcosa di più di alcuni dei libri “letterari” che sommergono di questi tempi le librerie. Io il nutrimento lo vado a cercare dove c’è, non dove dovrebbe istituzionalmente esserci ma dove magari non c’è. E non è questione di presunte combriccole di amici o di presunte cordate perché, ad esempio, io non conosco e non ho mai visto, sentito o incontrato <strong>Valerio Evangelisti</strong>, per non parlare di <strong>Philip Dick</strong> o di <strong>Theodore Sturgeon</strong>. Non bisogna avere paura. I “matrimoni misti” e altre tensioni alla rottura delle caste consolidate e inerti non sono affatto da disprezzare, sono rinvigorenti. Guarda cos’è successo agli uomini e alle donne nelle monarchie e nelle corti e nelle nobiltà europee a forza di scopare solo tra di loro e di fare razza esclusivamente tra loro! Io –te lo dico sinceramente – tra i bravi cittadini delle lettere e le puttane, preferisco le puttane (anche se non credo di essere una puttana). Ma guarda che anche molti degli scrittori del passato, e dei musicisti, e dei pittori andavano a volte più d’accordo con le cosiddette puttane che con i bravi cittadini e i letterati e i pittori e i musicisti delle corti e delle accademie. E che si trovavano più a loro agio nei lupanari e nelle taverne che sul Parnaso dove li avrebbero poi collocati dopo. Ed è proprio da questo atteggiamento libero e non schematico che è sorta a volte tanta “grande arte” del passato. Tu non hai forse idea di cosa salta fuori ad andare a vedere cosa apprezzavano veramente, del loro tempo, gli scrittori, anche i più grandi, del passato! Non sto facendo della demagogia. A me piacciono anche le persone per bene e gli uomini e le donne “di buona volontà”. Ma tra una persona per bene che per bene non è e una puttana che non nasconde quello che è preferisco mille volte la puttana.</p>
<p>In un racconto esemplare ed elementare intitolato “<strong>Palla di sego</strong>”, <strong>Maupassant</strong> racconta la storia di un viaggio in carrozza di alcuni francesi nella Francia occupata dall’esercito prussiano. I compagni occasionali di viaggio sono alcuni commercianti di vino con le loro consorti, un cotoniere, due nobili, due monache, un rivoluzionario e… una puttana. Devono raggiungere una certa località ma durante il viaggio vengono fermati da una pattuglia di soldati tedeschi. L’ufficiale che li comanda fa capire chiaramente che, se vogliono ripartire, la puttana deve andare a letto con lui. La ragazza, piena di semplici ideali patriottici, non vorrebbe. Ma tutti gli altri viaggiatori, monache comprese, la spingono e quasi la costringono a farlo per il bene di tutti. Salvo poi, naturalmente, circondarla di esecrazione e disprezzo quando infine il viaggio riprende.</p>
<p>Bene, se i viaggiatori sono questi, io sto dalla parte di quella puttana, mi sento fratello solo di quella puttana.</p>
<p>Ancora una piccola precisazione. In <strong>Nazione indiana</strong> ci sono molte diversità e differenze di sensibilità che possono venire fuori pubblicamente e che d’altra parte non ci interessa occultare o normalizzare né richiamare all’ordine, visto che non siamo un gruppo ideologico e non esiste un politburo. Per cui io posso anche non essere d’accordo su una singola cosa scritta dall’uno o dall’altro, e lo stesso vale per gli altri con me. Ma è bene ricordare continuamente che siamo tutte persone che non si conoscevano prima e che si sono conosciute solo dopo aver pubblicato i loro libri ecc., e che sta assieme per un rapporto di stima reciproca che in alcuni casi è diventato anche di amicizia, cosa in cui non credo ci sia nulla di male e che ha sempre caratterizzato anche nel passato i rapporti tra uomini e donne che scrivevano, dipingevano o anche semplicemente respiravano, nel breve arco della loro vita, visto che anche la letteratura è fatta da persone corporee, viventi ed è rivolta a persone fatte della stessa sostanza. Tra di noi ci sono scrittori che hanno ciascuno la propria singolarità, individualità e libertà. Oltre a me, Carla, Tiziano – su cui, forse anche per colpa nostra, si sta concentrando anche troppo l’attenzione e il tiro incrociato – ci sono scrittori singolari come <strong>Andrea Bajani, Helena Janeczek, Raul Montanari, Giulio Mozzi, Aldo Nove, Piersandro Pallavicini, Christian Raimo, Michele Rossi, Dario Voltolini</strong>… editori e studiosi come <strong>Benedetta Centovalli</strong>, registi cinematografici e teatrali come <strong>Giovanni Davide Maderna</strong> e <strong>Renzo Martinelli</strong>, poeti come <strong>Andrea Inglese</strong> e diverse altre persone i cui nomi, per il momento, forse non ti diranno niente ma che a noi invece dicono molto. Io lo so che tu hai avuto il coraggio di parlare in un certo modo del mio lavoro e di andare controcorrente. Cosa che non credo sia stata facile e di cui ti ringrazio. Ma allora che senso ha attaccarci in blocco con quei sarcastici “voi della lista” e “buona scalata” o creare una divisione così profonda tra me e gli altri? Tanto più che, se a te <strong>Nazione Indiana</strong> nel suo complesso sembra una merda, e a me invece no, allora non ti resta che mettere anche me assieme agli altri nella stessa corroborante sostanza.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/05/la-puttana-nella-carrozza/">La puttana nella carrozza</a></p>
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		<title>Cara Nazione Indiana</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2004 10:51:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>michele rossi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Massimiliano Parente</strong></p>
<p><br />
Caro Tiziano Scarpa, e cari amici di “Nazione Indiana”, ma davvero, secondo voi, il nocciolo della letteratura di questi anni, la brace sotto la cenere, il non potere contro il potere, è una lista della spesa, quella lista, che poi sembra il fronte letterario degli amici contro i nemici, svuotata di ogni presupposto critico, poetico?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/01/cara-nazione-indiana/">Cara Nazione Indiana</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimiliano Parente</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/cadeau.jpg" alt="cadeau.jpg" align="left" border="0" height="198" hspace="4" vspace="2" width="146" /><br />
Caro Tiziano Scarpa, e cari amici di “Nazione Indiana”, ma davvero, secondo voi, il nocciolo della letteratura di questi anni, la brace sotto la cenere, il non potere contro il potere, è una lista della spesa, quella lista, che poi sembra il fronte letterario degli amici contro i nemici, svuotata di ogni presupposto critico, poetico?<br />
<span id="more-354"></span><br />
Allora viene il sospetto che erano meglio i neoavanguardisti contro lo sperimentalismo pasoliniano, contro il realismo moraviano e cassoliano. Perché se la critica è morta è morta per le stesse ragioni, di spazi che si circoscrivono in se stessi, o nella loro specificità mortifera di addetti ai lavori (dove il lavoro, oggi, è il proprio gusto personale), o nel loro essere alternativi senza mai essere alternativi rispetto a se stessi, per carità, non sia mai. Si discute e si dibatte e ci si ama e ci si manda affanculo sempre dentro i soliti compartimenti stagni. La cultura dell’indifferenziato, che sia cultura o controcultura (ormai non c’è più nessuna differenza), peste di una favola chiamata “postmodernismo”, è ben rappresentata tanto da Scarpa quanto da Covacich, e più che chiedersi dove va la letteratura si è costretti o a interrogarsi sul palato del critico, gastronomicamente, o sul giro delle amicizie, o peggio, su un’idea comune di schieramento politico, nell’idea, magari, che ci sia un regime. Perché insomma, la lista della spesa va da Ammaniti a Covacich, da Busi a Wu Ming a Evangelisti. Per lo meno, nei vecchi dibattiti, si discuteva di letteratura contro non letteratura, ognuno con la propria idea e armato di estetica, vale a dire di etica artistica, ma come si fa a mettere insieme un capolavoro come “Canti del caos” di Antonio Moresco, eversione della forma e generazione di una nuova forma, dell’arte e del mondo, di una nuova idea di spazio e del corpo, con “Io non ho paura” di Ammaniti, e poi, a fianco, Evangelisti e Wu Ming e compagnia bella, frullando dentro “La camicia di Hanta” di Aldo Busi, libro minore di un grande scrittore (perché anche tra i minori e occasionali ve ne sono di maggiori)? Basterebbe andarsi a vedere quante belle recensioni ha avuto Ammaniti e quante Moresco. Per cui è difficile solidarizzare con te, Scarpa, e con voi della lista, se in letteratura non conta più la lingua, e quindi neppure più la forma e le poetiche, e quindi nessuna distizione gerarchica perché anything goes. La traducibilità, la vendibilità è il vostro valore. Più si è tradotti meglio è (magari in cinese, che bello), se poi ci fanno un film meglio ancora, spesso non c’è neanche bisogno di faticare per traslitterare un romanzo in chiave cinematografica, la chiave è già dentro, rilegata e copertinata. (Oh, ne facessero di più, di film tratti dai romanzi, perlomeno si saprebbe subito quali romanzi non leggere). Non c’è, nell’insalata mista e mistica della lista della spesa, neanche più chi sta nella letteratura di genere, seppure genericamente, e chi ha il coraggio di lottare contro la sedimentazione delle forme, contro gli orizzonti d’attesa, dando vita a forme controverse, esplosive, mettendo in gioco la sua fruibilità immediata. Non ci sono antipasti, né dessert, né contorni, né highbrow né middlebrow, ogni portata è servita in bianchi bianchi. Il senso di colpa ritorna sotto forma di autoanalisi critica con le relative autodefinizioni, “thriller metastorici”, “thriller metacontemporanei”, perché il sospetto di essere troppo mondadoriano deve venire anche a chi pubblica per Mondadori e non è Aldo Busi. Tutto sommato, solidarietà amicale per solidarietà amicale, a quel punto cosa rimproverare a Angelo Guglielmi, secondo il quale il primo grande artista che gli viene in mente è Furio Colombo, in un articolo sull’Unità (perché lo scrittore è chi si dà nella politica, e quindi è artista Nanni Moretti ma solo perché girotondista), mentre su Tuttolibri, lo stesso giorno, tesse gli elogi di Nico Orengo, proiettandolo addirittura nel 2150? Sarà più o meno la stessa solfa, la logica amicale è la stessa, si agisce per tornaconti e lobby, si aboliscono le distinzioni. Io vi ho invitato a intervenire sul “Domenicale”, dove più volte ho ripreso il dibattito, appello caduto nel vuoto, forse perché il “Domenicale” è identificato come un giornale di destra, e se anche fosse non capisco secondo quale criterio snobbistico non vi sia spazio che si possa invadere per la letteratura, per parlare arte, per discutere di valori estetici, perché di questo si tratta, se si è chiamati a farlo. O forse perché troppo underground per i vostri gusti, visto che Roberto “Wu Ming1” Bui, in seguito a un mio articolo contro di lui, diceva, con quell’aria di sufficienza tipica di tutti gli insufficenti, che “il Domenicale” non si trova in edicola, non in tutte le edicole, e certo che invece Wu Ming si trova eccome in libreria, solo che chissà che regime editoriale è, dove il giornale di regime è più introvabile della controcultura, distribuita e promozionata dal regime stesso. Dove, in ogni caso, persiste un’idea della letteratura basata sulle fratellanze politiche, come se Berlusconi fosse il problema, come se Tabucchi o Ammaniti non fossero un regime della forma, come se i compiacimenti e le ruffianerie della letteratura non fossero la rinuncia, anzitutto, alla forma, e alla fine alle opere stesse. Come se D’Annunzio o Malaparte fossero messi insieme a Guido da Verona e Pitigrilli, o si andasse a vedere chi era più o meno fascista, o perché Kafka scriveva vendendo duecento copie, e né nei diari né nelle opere si trova una presa di posizione sulla prima guerra mondiale che gli esplodeva intorno. Naturale, quindi, che uno come Giuseppe Genna si scagli contro Antonio Moresco e Carla Benedetti, il problema, secondo lui, sono i “macropoteri”, non i “micropoteri”, la cui trama è molto più complessa e trasversale, ma essendo lui un esperto di trame senza lingua, che non siano thriller pronti per un film, di trame non può capirne granché. Neppure scrivendo per Panorama o pubblicando thriller per Mondadori, che chissà perché, quando fa comodo, non sono di regime. Quando gli amici, ambendo al potere, saranno al potere, e quindi ancora più palatizzati per il proprio pubblico di bocca buona, non ci sarà nessun cambiamento. Delle lista della spesa, come sempre, ne farà le spese la letteratura. Che tuttavia, alla lunga, vince sempre, come il filo d’erba che spacca il cemento. Infine io sono qui perché, come vi ho invitato invano a discutere di arte sul giornale su cui scrivo, se invitato vengo qui, senza problemi, sentendomi a casa e estraneo, come in ogni luogo. I compartimenti stagni mi stanno sui coglioni. Una delle tante cose che mi stanno sui coglioni, a sinistra come a destra, perché anche i coglioni non sono questione di sinistra o destra, anche se ha sempre fatto molto comodo pensarlo. Non appartengo a nessuna consorteria, e ho scelto di non avere amici con cui fondare il club dei politicamente giusti. Gli amici sono gli amici, oppure compagni di strada su fronti diversi. Però non lamentatevi se poi sulla copertina di “Sette” finisce Giorgio Faletti, e non Antonio Moresco. Un domani, casomai, ci saranno Genna o Wu Ming o Melissa P. Ma appunto, viceversa, “a chi è solo, non resta che l’invasione”. Buona scalata. Con ogni cordialità,<br />
Massimiliano Parente</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/01/cara-nazione-indiana/">Cara Nazione Indiana</a></p>
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