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	<title>Nazione Indiana &#187; mauro baldrati</title>
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		<title>Psicodramma del potere</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 09:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>Era tornato Riccardo, dopo una assenza piuttosto lunga dovuta a una malattia seguita alle vacanze natalizie.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/il-potere-grande-che-e-piccolo-che-e-grande/">Psicodramma del potere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/il-potere-grande-che-e-piccolo-che-e-grande/xir187859/" rel="attachment wp-att-41578"><img class="alignleft size-medium wp-image-41578" title="XIR187859" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/jean_baptiste_colbert_1651_90__hi-282x300.jpg" alt="" width="282" height="300" /></a>L’altra sera al gruppo di psicodramma ho fatto un interessante collegamento tra una problematica per così dire oggettiva (politica, nella fattispecie) e un dato esistenziale con epicentro individuale.</p>
<p>Era tornato Riccardo, dopo una assenza piuttosto lunga dovuta a una malattia seguita alle vacanze natalizie. Subito le ragazze, che di solito all’interno del gruppo sono le più ricettive riguardo agli stati d’animo dei presenti, hanno notato la sua faccia immobile, triste. Allora il conduttore gli ha chiesto se andava tutto bene, se voleva parlare del periodo appena trascorso. Riccardo, che gestisce un piccolo negozio di cartoleria, ha detto che per lui è un momento difficile. La crisi lo sta riducendo sul lastrico, le vendite sono ridotte praticamente a zero, inoltre ha ricevuto una visita della Guardia di Finanza che l’ha scaraventato in uno stato di confusione mentale. Sono entrati in due, maresciallo e agente, l’hanno sottoposto a estenuanti verifiche, soprattutto riguardanti il contratto d’affitto. Si è sentito schiacciato, vessato, perseguitato. Lui, piccolo negoziante quasi rovinato dalla crisi economica e dall’accanimento del fisco, forse dovrà chiudere il negozio. Avrebbe voluto farli a pezzi, ha detto, falciarli con un mitra, cancellarli, disintegrarli. Ma non ha fatto nulla, ha dovuto subire, come sempre, come tutti.</p>
<p>Il conduttore l’ha subito fatto salire sul palco, chiedendogli di scegliere i due finanzieri. Io sono diventato il maresciallo, mentre un altro ragazzo del gruppo ha assunto il ruolo dell’agente. È seguito uno psicodramma teso, ma anche comico, con me che recitavo la parte del sottufficiale spietato, persecutorio, il ragazzo che mi spalleggiava rivolgendosi a lui con punte di violenza verbale e anche qualche epiteto (nello psicodramma tutto viene enfatizzato, spogliato di ogni mediazione perché bisogna arrivare al nocciolo incandescente). Riccardo oscillava dalla risposta passiva alla rabbia, colpendomi col cuscino (lo strumento usato per scaricare l’aggressività), poi tornando passivo e fatalista, che era il suo atteggiamento dominante. Il senso era chiaro: io rappresentavo l’autorità, o meglio l’autoritarismo, quel Potere primordiale col quale tutti abbiamo fatto i conti e che ha lasciato segni in noi, ricordi, ma anche ferite, risposte di varia intensità, rabbia, paura, tristezza, ribellione, quando le nostre forze non erano ancora sviluppate e noi eravamo indifesi, e soli, e impreparati, e inesperti.</p>
<p>Terminato il lavoro siamo passati alla fase della verbalizzazione e delle condivisioni. Il conduttore ha fatto un’associazione tra il suo atteggiamento passivo, in alcuni momenti assente, straniato, e la sua infanzia, quando lui, ultimogenito di quattro fratelli, viveva protetto e isolato tra le braccia della madre mentre intorno a lui i fratelli e la sorella litigavano, si ribellavano, i genitori sgridavano, urlavano, ordinavano. Quel lasciare scorrere le cose, quel chiamarsi fuori dall’aggressività che imperava nel suo ambiente ha continuato a seguirlo e a condizionare le sue scelte. Fate quello che volete, diceva quando il maresciallo lo incalzava e lo minacciava per il timbro mancante, che significava anche fate <em>di me</em> quello che volete.</p>
<p>Le condivisioni hanno subito preso una direzione oggettiva, che per un po’ il conduttore ha tollerato: il fastidio per i controlli, il disprezzo per i finanzieri “che sono tutti corrotti”, il tormento di un fisco iniquo e ottuso, regole grottesche, insensate, per cui è comprensibile se non condivisibile che si evada e così via. Io sono intervenuto esprimendo disagio per questo atteggiamento che ho definito “all’italiana”: molte regole sono sbagliate, lo sappiamo, ma con questo scarso rispetto per la cosa pubblica e la propensione a fregare nulla potrà mai cambiare nel paese. Nulla potrà mai <em>crescere</em>.</p>
<p>A questo punto il conduttore ha raddrizzato la barra, riportando la discussione verso i temi che ci interessano, cioè i nostri atteggiamenti, le nostre risposte alla vita. <em>Crescere</em>: i genitori non possono pretendere che i figli crescano, e migliorino, senza una guida. Un genitore non può intimare a suo figlio: ora <em>devi</em> risolvere i tuoi problemi, ora <em>devi</em> eliminare le tue contraddizioni, <em>devi</em> diventare perfetto. È l’esempio che conta; è il comportamento del genitore che favorisce la crescita, perché lui è la guida, e non può esistere sviluppo senza una guida etica, rispettosa e rispettabile.</p>
<p>D’un tratto ho avuto un flash intenso. Una luce abbagliante. <em>Crescita</em>. Non si parla d’altro in questo periodo. È la parola d’ordine del governo dei banchieri che sta mettendo a ferro e fuoco il paese. Un governo – una guida – che si presenta al popolo con l’indice puntato e intima: ora <em>voi</em> dovete pagare. Pagare tutto e per tutti. La crisi è molto grave, c’è il rischio del fallimento, ma <em>noi</em> non paghiamo niente. Noi non c’entriamo con voi. Noi siamo altro. Noi siamo gli intoccabili.</p>
<p>Si dice che una classe dirigente, un governo – una guida – è l’espressione di una cultura popolare. Ma un popolo non cresce solo con se stesso, senza una guida credibile. Il nostro paese ha un passato di terra divisa, spartita tra signori, papi, re e reucci, una dittatura fascista che l’ha portato alla rovina e alla tragedia, cinquant’anni di dominio democristiano all’insegna del bizantinismo e della falsità, dove per comunicare una cosa si affermava il suo contrario, quindici anni di un grottesco sultanato nel quale è stata esaltata la disonestà, la condotta mafiosa, il vilipendio della Costituzione nata da una dura guerra di liberazione.</p>
<p>Oggi un popolo storicamente educato da secoli di esempi negativi, che non ha avuto la possibilità di creare un’idea di stato e di comunità, assiste per l’ennesima volta alle performance di una casta di potere blindata nel suo privilegio che si permette di decidere sulla lunghezza della vita lavorativa altrui. Si obietta che riducendo lo stipendio, il rimborso spese, il vitalizio dei parlamentari (realmente, non il gossip mediatico su 1.300 euro lordi) non si coprirebbe certo il mostruoso buco in bilancio. E quindi si continua così, con una casta che mentre favorisce se stessa e la propria intoccabilità impone sacrifici pesanti agli altri in nome della crescita. Di fatto col suo esempio dice, con parole apparentemente contrarie che evocano “rigore” ed “equità”: invidiateci, imitateci, imparate a fare i furbi, a disprezzare il vostro prossimo, a calpestare i deboli e a nutrire i ricchi. Noi siamo eterni, il nostro avvenire è fuori discussione, ma abbiamo l’idea fissa di favorire i licenziamenti facili, perché i diritti altrui sono merce di scambio, sono polvere. I nostri invece sono sacri. Il capo di un governo composto da superbaroni universitari inamovibili, che viaggiano da un incarico all’altro, si presenta per l’ennesima volta in televisione dove, con stile salottiero, definisce “monotono” il lavoro fisso, annuncia che i giovani devono abituarsi a cambiare, perché il posto fisso possono scordarselo. Come se parlasse ai rampolli privilegiati della sua personale élite, mentre sta umiliando chi il lavoro non solo non può cambiarlo, ma neanche trovarlo, anche a costo di appellarsi alla Madonna di San Luca per tutta la vita.</p>
<p>Questo è l’esempio per il paese, l’esempio per la crescita.</p>
<p>Questa è la guida.Una guida indegna di questo nome, guida al nichilismo e all’egoismo.</p>
<p>Guida di uomini di paglia, di uomini di niente.</p>
<p><em>(Immagine: J.M. Nattier, &#8220;Jean-Baptiste Colbert&#8221;, 108&#215;113 cm, olio su tela)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/il-potere-grande-che-e-piccolo-che-e-grande/">Psicodramma del potere</a></p>
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		<title>Vita complicata di un sopravvissuto</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 09:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/psicodramma/" rel="attachment wp-att-41271"></a>L’altra sera al gruppo di psicodramma il sopravvissuto che è in me ha fatto una full immersion molto interessante nella cultura maggiore [<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/27/paolo-giordano-la-solitudine-della-letteratura-maggiore/">qui </a>] italiana alla moda.</p>
<p>Toccava a Lucia, di Trento, salire sul palcoscenico per <em>il lavoro</em>, cioè la rappresentazione del suo psicodramma.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/">Vita complicata di un sopravvissuto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/psicodramma/" rel="attachment wp-att-41271"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-41271" title="psicodramma" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/psicodramma-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a>L’altra sera al gruppo di psicodramma il sopravvissuto che è in me ha fatto una full immersion molto interessante nella cultura maggiore [<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/27/paolo-giordano-la-solitudine-della-letteratura-maggiore/">qui </a>] italiana alla moda.</p>
<p>Toccava a Lucia, di Trento, salire sul palcoscenico per <em>il lavoro</em>, cioè la rappresentazione del suo psicodramma. Lucia è una donna di circa quarant’anni che lavora nel servizio pubblico della sanità. <span id="more-41212"></span>Stava per descrivere – ma soprattutto per impersonare, interpretare, rivivere, com’è nella natura dello psicodramma – il suo cattivo rapporto coi genitori, in particolare con la madre. Si prospettava un lavoro impegnativo, sofferto. Però il conduttore prima di procedere le ha chiesto una premessa: “Vorrei che raccontassi un episodio positivo, almeno uno, della tua settimana.” Lo fa spesso, quando la cappa sta per calare su tutti noi. Sembra un luogo comune, ma è utile anche l’allenamento per imparare, o per accettare, il pensiero positivo. Lucia ci ha pensato un attimo, poi ha sorriso e ha detto: “sì, un episodio positivo, bellissimo, effettivamente ce l’ho.” Tutti noi del pubblico aspettavamo, con curiosità e interesse, perché avvertivamo la sua tensione e il suo entusiasmo. “Sono andata al concerto di Jovanotti a Milano. E’ venuto anche mio marito e ho portato i bambini (Lucia ha due figli maschi piccoli ndr). E’ stato stupendo, meraviglioso”. Esprimeva, anche fisicamente, tutte le emozioni che il ricordo del concerto, e l’atto di parlarne, le ispiravano. “Ho ballato tutta la sera, è stata una cascata di energia pura, due ore fantastiche. I bambini si sono divertiti un sacco, eravamo abbracciati e cantavamo, eravamo una cosa sola. <em>Persino</em> mio marito <em>ha dovuto ammettere</em> che gli piaceva.” Lucia ha già descritto, in un lavoro precedente, suo marito come “uno stoccafisso”, freddo, impassibile, che non si smuove di fronte a nulla e a nessuno. Mi ha ricordato il padre di Marcel nella <em>Recherche</em>, il dottore, nei rari accenni in cui compare non solo come “voce” nei dialoghi: una creatura imperturbabile, distante, una statua di marmo. Un essere totalmente anaffettivo. Il problema di Lucia è che ha cercato una coazione a ripetere col suo vissuto. Infatti varie volte ha descritto i suoi genitori come persone gelide, incapaci di dimostrare sentimenti di amore o di affetto. Per cui la sua scelta del partner si è indirizzata verso un uomo che in qualche modo la riportasse a quei tempi, o quanto meno non spezzasse il filo fantasmagorico col suo passato, l’unico che ha conosciuto quando l’età primordiale ancora non le permetteva di scoprire il mondo. E ha scelto un uomo che, in qualche modo, le richiamasse suo padre. Ovviamente questo è un procedimento psicologico che tutti noi, più o meno, utilizziamo.</p>
<p>Lucia ha continuato a descrivere con calore l’esperienza del concerto di Jovanotti, un evento “indimenticabile”. Quasi tutte le ragazze e le donne del pubblico condividevano in pieno questo entusiasmo, annuivano convinte, sorridenti, dicevano che Jovanotti è “un poeta” (<em>A te</em> è una poesia “meravigliosa”) che scrive canzoni “stupende”, che comunica “energia”, e ne citavano diverse. Noi del pubblico maschile invece eravamo a ranghi ridotti: oltre a me c’era un altro sopravvissuto che annaspa e boccheggia per stare a galla, e un ragazzo che segue certe cose new age degli indiani americani, i riti (tipo “la capanna del sudore”), i totem, la musica, la religione, e di Jovanotti non sanno nulla. L’altro ragazzo (a casa ammalato) è un tipo alternativo, indifferente a tutti i cantautori italiani. Io pensavo: vuoi vedere che queste ragazze leggono Fabio Volo? Non so perché, ma ho fatto un collegamento tra Jovanotti e Fabio Volo. Vuoi vedere, ho pensato, che mi trovo in piena full immersion nella cultura maggiore dura e pura?</p>
<p>Dopo il lavoro di Lucia, che è stato davvero coinvolgente, importante, angoscioso, abbiamo fatto una sosta per mangiare uno strudel e uno zelten che una ragazza aveva portato per il suo compleanno. Siamo passati nell’altra stanza, quella col tavolo lungo, e ci siamo seduti. Di fianco a me, sulla sinistra, c’era l’osservatrice, cioè la ragazza che non partecipa in maniera attiva ma prende appunti, evidenzia aspetti interessanti dei lavori. E’ una VT (ventenne-trentenne) laureata psicologa e specializzanda nella scuola post-universitaria che organizza i nostri psicodrammi. E’ una in gamba, lavora in un carcere come assistente psicologica per i detenuti. Non so perché, oppure non ricordo come è nato il discorso, fatto sta che ha detto: “Fabio Volo? Io lo <em>amo</em>. Ho letto tutti i suoi libri, è fantastico, è troppo simpatico, lo adoro.” Me lo aspettavo, come ho detto, ma non me lo aspettavo <em>veramente</em>. Diciamo che lo temevo, ma non solo. In realtà lo desideravo. Per avere una conferma. Per permettere al sopravvissuto che è in  me di chiudersi a riccio nell’atteggiamento di tipo inkazzoso-depressivo: ecco, vedete? Questa è la cultura maggiore, io non ne faccio parte, io sono altrove. Perché io sono <em>altro</em>. Che suona soprattutto: perché io sono <em>migliore</em>.</p>
<p>Le ho chiesto cosa ci trova nel libri di Fabio Volo (a mio modo di vedere intrecciati col personaggio, ma sia lei sia la ragazza che sedeva alla mia destra, che si è unita all’entusiasmo per Fabio Volo, hanno negato recisamente). Lei ha detto: “Mi piace perché dice le cose. Le dice davvero, senza fronzoli, con semplicità.” La ragazza alla mia destra ha confermato, ha detto: “quando fa una certa cosa te la fa sentire, la vedi, la vivi.” Hanno citato i libri che avevano letto, e hanno detto alcune cose ancora, ma non molte, perché nonostante le mie insistenze non sapevano spiegare il motivo del loro amore per Fabio Volo. Non serviva molto altro in realtà. “Dice le cose con semplicità” mi è sembrata una spiegazione ottima, e anche profonda. In Italia c’è bisogno di semplicità, di letteratura popolare, probabilmente Fabio Volo riempie un vuoto. Ovviamente era il sopravvissuto che è in me a parlare, perché non ho mai letto un libro di Fabio Volo in vita mia. Spiegavo, analizzavo, e giudicavo senza conoscere l’argomento.</p>
<p>Fatto sta che a un certo punto ho chiesto: “Per dire, vi piace anche Moccia?”. Volevo capire se il collegamento Jovanotti-Fabio Volo poteva essere allargato anche a Moccia. Le due ragazze sono immediatamente insorte e mi hanno detto, con enfasi e occhiatacce che significavano: <em>ma per ci prendi?: “</em>scherzi? Fabio Volo non c’entra nulla col trash di Moccia! Secondo me quello là non ha neanche tutte le rotelle a posto, perché uno di 50 anni che scrive quelle robe lì ha dei problemi.” Nessun collegamento quindi. Ci sono differenze nette nella cultura maggiore. Segmenti. Segni differenti. Volevo andare avanti, approfondire, citare altri scrittori, per esempio la Mazzantini e l’Avallone, e altri cantautori, perché ero sicuro che oltre a Jovanotti come minimo amavano Ligabue, e certamente Sting, o anche qualcuno di quei ragazzi di X-Factor, ma il conduttore è apparso dal nulla e ci ha richiamati.</p>
<p>Toccava alla ragazza che sedeva alla mia destra lavorare, e già si intuiva il suo sbocco emotivo, il suo dolore. La morte dei suoi genitori le ha lasciato un voto straziante e irrisolto, e quella riconciliazione che è necessaria a tutti noi per trovare un po’ di pace, per sfuggire alla morsa delle nostre solitudini interiori, per lei è più difficile. E mentre già iniziava a singhiozzare, e si apprestava a chiamare un ausiliario che avrebbe impersonato suo padre (e sarei stato io, perché mi chiama spesso), pensavo che volevo leggere almeno un libro di Fabio Volo. Ne abbiamo uno in casa, l’ha portato un’amica di mia moglie, una signora di circa cinquant’anni, perché Volo non lo leggono solo le ragazze giovani; è un fenomeno trasversale, lo leggono ragazze, donne di varie età (uomini, non saprei), e vorrei capire di cosa stavamo parlando. Vorrei capire, pensavo tra me, “quali sono i nuovi codici della letteratura maggiore, trovare pregi e difetti, imparare dove c’è da imparare.”</p>
<p>Questa, almeno, era la giustificazione ufficiale. Su quella più profonda e misteriosa, che ha a che fare con la sindrome del sopravvissuto cui parlavo, non ero in quel momento in condizioni di bucare lo smalto protettivo che la ricopriva.</p>
<p>Intanto, mentre mi alzavo tra gli applausi rituali che accompagnano sempre l’entrata in scena di un ausiliario, pensavo al mondo perduto del blues; pensavo alle ragazze innamorate di Jovanotti e di Fabio Volo, e mi è venuta in mente una frase bellissima della scrittrice ebrea Irène Némirovsky, posta sulla pagina bianca del romanzo <em>Les chiens et les loups</em> come un epitaffio, dopo una delle sue tirate lombrosiane antisemite: “Sono questi i miei; questa è la mia famiglia”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/">Vita complicata di un sopravvissuto</a></p>
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		<title>Underworlds</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 07:47:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/underworlds-cover.jpg"></a></p>
<p>Se l’autore deve scrivere di ciò che sa, Alan Altieri, con l’ultima raccolta di racconti <em>Underworlds</em> (TEA 2011), ha scelto ciò che non sa: l’oscuro, l’abissale, l’inaudito. Ha scelto ciò di cui ha paura, manipolando una materia pericolosa, esplosiva, di cui tutti abbiamo paura: mondi sotterranei, proiezioni psicostoriografiche di futuri possibili, frattali derivati da un aggravamento – solo fino a un certo punto arbitrario – di tendenze già presenti nella nostra società “(in)umana”, come la definisce lo stesso autore, e dall’animo nero dell’essere “(in)umano”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/21/underworlds/">Underworlds</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/underworlds-cover.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/underworlds-cover-198x300.jpg" alt="" title="underworlds cover" width="198" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-40800" /></a></p>
<p>Se l’autore deve scrivere di ciò che sa, Alan Altieri, con l’ultima raccolta di racconti <em>Underworlds</em> (TEA 2011), ha scelto ciò che non sa: l’oscuro, l’abissale, l’inaudito. Ha scelto ciò di cui ha paura, manipolando una materia pericolosa, esplosiva, di cui tutti abbiamo paura: mondi sotterranei, proiezioni psicostoriografiche di futuri possibili, frattali derivati da un aggravamento – solo fino a un certo punto arbitrario – di tendenze già presenti nella nostra società “(in)umana”, come la definisce lo stesso autore, e dall’animo nero dell’essere “(in)umano”. Questo è una delle procedure di una certa fantascienza anni ’70, portare al limite di rottura – o anche oltre il limite – gli elementi di crisi sociale del nostro mondo, e della nostra epoca, fino alla creazione di mondi che nascono dall’evoluzione del nostro, come sogno, come prospettiva, oppure come incubo. Altieri, come molti altri autori, ha da tempo scelto l’incubo. Non a caso è definito, nello stesso risvolto di copertina del libro, “il Maestro italiano dell’apocalisse”.<span id="more-40799"></span></p>
<p>Non è un luogo comune l’affermazione che la fantascienza è uno stile, un genere che racchiude al suo interno codici complessi di denuncia sociale. Quanti, nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta avrebbero potuto immaginare l’avvento di un regime come quello berlusconiano? Forse solo gli scrittori di fantascienza sarebbero stati in grado di immaginare, dopo i padri della patria, le lotte operaie, le occupazioni delle fabbriche, lo statuto dei lavoratori, la rivolta studentesca, l’entrata in scena della parodia di un sultano che sembrava nato dalla smorfia macabra del Predappiofesso. Invece la realtà, come spesso accade, ha superato la fantasia. E l’incubus si è realizzato.</p>
<p>Pur non essendo una raccolta specializzata di science fiction, Altieri ne utilizza a fondo la procedura, la porta per così dire al livello di emergenza. Quale passaggio finale manca a programmi definiti <em>reality</em> come <em>Il grande fratello</em>? Per cercare di rastrellare ascolti sono stati introdotto insulti, bestemmie, scontri verbali e fisici, sesso, overdosi di aggressività, maleducazione. Cosa manca ancora? Ora i tempi non lo permettono, non ancora, ma lo snuff movie è l’evoluzione naturale di una programmazione priva di scrupoli il cui fine unico è stupire lo spettatore, violentarlo per stimolare il suo voyeurismo e tenerlo incollato al video. Nel racconto inedito <em>Totentanz</em>, forse il più estremo di tutta la sua produzione, il programma televisivo omonimo è un’esplosione di violenza senza limiti. Ambientato in un tempo futuro non definito, ma definibile, all’interno della casa sono permessi l’omicidio, la strage, lo stupro multiplo, il tutto ripreso da decine di telecamere che seguono i personaggi ovunque, bagni compresi. All’esterno un’umanità urlante e violenta assiste allo spettacolo su enormi schermi, mentre avvengono scontri mortali tra le opposte fazioni. </p>
<p>La paura dell’apocalisse esplode in un altro racconto fortemente science fiction, Un’alba per <em>l’Ecclesiaste</em>, dove torna uno degli incubi preferiti di tanti capolavori del genere, primo fra tutti Io sono leggenda di Richard Matheson: la metropoli (New York) distrutta, cancellata, morta; la città vuota perché l’umanità si è quasi del tutto estinta. In una nuova giungla fatta di relitti di palazzi, scheletri di grattacieli, parchi diventati foreste selvagge, con le strade dilaniate, sprofondate, invase da branchi di cani feroci e di jene, un sopravvissuto, un ragazzo di 17 anni, cerca di raggiungere l’Empire State Building per realizzare il suo sogno: vedere per una volta, una sola, il sole che nasce dalle acque dell’oceano. E in <em>sKorpi@ 6.6</em>, il quarto racconto, l’osmosi tra l’umano, o ciò che ne resta, e un Dio– macchina cibernetico rappresentato da un gigantesco scorpione con doppio aculeo si compie definitivamente.</p>
<p><em>Underworlds</em> non è neanche una raccolta di genere <em>supernatural</em>, eppure in due racconti dedicati a due maestri del gothic-horror i luoghi dell’oscuro entrano in scena con forza dirompente: <em>Full dagon five</em> è una cover personalizzata di <em>Dagon</em>, uno dei racconti più famosi del maestro del <em></em><em>Supernatural Horror in Literature</em>, Howard Phillips Lovecraft. Nel testo del maestro un naufrago ha un incontro ravvicinato con una misteriosa divinità degli abissi, in quello di Altieri è un sommergibile modernissimo, una spaventosa macchina di distruzione, che va incontro a un’altra macchina più potente di lui. Perché, come scrive l’autore, “contro l’umana stupidità, c’insegnano i greci, nemmeno gli dei possono nulla. Per contro, i demoni possono tutto”. L’incubo, il gotico formano il ghigno beffardo della <em>Maschera della Morte Rossa</em>, uno dei racconti-culto di Edgar Allan Poe, riscritto da Altieri nel formidabile <em>L’ultimo rogo della Morte Rossa</em>, dove il Principe Prospero diventa Calvin J. Prosper, un Presidente degli Stati Uniti obeso, drogato, scoppiato, rinchiuso “nell’ultima fortezza della terra”, difesa carri armati e truppe speciali, nell’inutile sogno di tenere fuori la terribile pestilenza che sta estinguendo l’intera specie umana. </p>
<p>Generi science <em>fiction, supernatural</em>, horror, (<em>fantasy</em> addirittura, con un’incursione molto libera nel racconto <em>Giorno Segreto</em>, dove si parla di streghe) ma non solo: in <em>Scarecrow</em>, il racconto lungo che apre la raccolta, mentre sta per scatenarsi l’orgia di violenza di un americano medio, nelle frequenti riprese narrative di un campo continuiamo a visualizzare <em>Campo di grano con volo di corvi</em>, che da alcuni è considerato l’ultimo quadro dipinto da Van Gogh prima di morire. D’altra parte l’ha scritto lo stesso Altieri nel 2008 nell’editoriale di presentazione del blog <em>Segretissimo</em>, la collana di spy story di cui è stato direttore editoriale: “La sovrapposizione/ibridizzazione dei generi è ormai una precisa realtà narrativa. Le linee di confine tra le tante anime della narrativa si fanno sempre meno definite. E sempre più stimolanti”. </p>
<p>Gli stili si fondono, si alternano, ma sono governati con mano ferma e tenuti insieme da una materia duttile, malleabile, mutante, ma tenace: la paura che tutto crolli, che esploda, che nulla cambi, che l’uomo sia vittima delle propria follia. E’ la materia incendiaria formata dalla ribellione dell’uomo che vuole vivere, che vuole credere e lottare, mentre è costretto a subire l’offesa quotidiana del potere, con la sua violenza, la sua ipocrisia e la sua oscenità.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/21/underworlds/">Underworlds</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L’underground milleriano di uno Sticky Boy</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 10:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[sticky boy]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy1.jpg"></a><br />
<em>For God and the Empire</em> è il motto del <em>the Most Excellent Order of the British Empire</em>, ordine britannico fondato da Giorgio V nel 1917 e di cui fanno parte, o hanno fatto parte, tra gli altri: David Gilmour, George Harrison, Elton John, Jimmy Page, Robert Plant, Alain Prost, Bill Gates, Agatha Christie, Michael Caine, Sean Connery.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/03/l%e2%80%99underground-milleriano-di-uno-sticky-boy/">L’underground milleriano di uno Sticky Boy</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy1-300x213.jpg" alt="" title="stickyboy1" width="300" height="213" class="alignleft size-medium wp-image-39191" /></a><br />
<em>For God and the Empire</em> è il motto del <em>the Most Excellent Order of the British Empire</em>, ordine britannico fondato da Giorgio V nel 1917 e di cui fanno parte, o hanno fatto parte, tra gli altri: David Gilmour, George Harrison, Elton John, Jimmy Page, Robert Plant, Alain Prost, Bill Gates, Agatha Christie, Michael Caine, Sean Connery.</p>
<p><em>Per Dio e l’Impero</em> è anche il titolo di un libro uscito nel 2009 per l’editore Tea (collana Neon, diretta da Aldo Nove), scritto sotto pseudonimo (<em>Sticky Boy</em>) da un ragazzo emigrato a Londra alla fine degli anni Ottanta, con la supervisione di uno studio milanese di audiovisivi, l’Istituto <a href="http://www.micropunta.it/">Micropunta</a>. E’ un chiaro riferimento ironico a quanto di sacro, di solenne, di rigido e di perbenista nasce e si consolida all’ombra della <em>Union Jack</em>, la bandiera britannica, coi suoi echi di conquiste coloniali, di guerre, di splendori imperiali, di ufficiali a cavallo e bellissime dame. <span id="more-39190"></span></p>
<p><em>Sticky Boy</em>, il “ragazzo appiccicoso”, trova lavoro al servizio delle “Regine”, le prostitute londinesi che ricevono su appuntamento, per appiccicare adesivi pubblicitari nelle cabine telefoniche, che lui stesso crea con lo stile “Pimp Art”. Contengono slogan, inviti espliciti, immagini più o meno hard, e il numero di telefono della Regina. E’ un lavoro clandestino, sempre a rischio di arresto (che arriverà, prima o poi), che lo fa viaggiare nell’underground del sesso a pagamento (che poi tanto underground non è). </p>
<p>In realtà <em>Per Dio e l’Impero</em> non è un testo molto ironico. Scritto con stile simil-poetico, è in gran parte composto da ritratti di prostitute, di clienti, di altri personaggi border-line che sono amici o colleghi dello stesso Sticky Boy. Si potrebbe definire un viaggio nel mondo delle donne in affitto, le straordinarie Regine autocoscienti dall’aspetto aggressivo, vestite di cuoio e di rete, con trucco incendiario, che si aggirano nelle “Case Valvola” (appartamenti dove si pratica anche il sesso sadomaso, con camere di tortura e di umiliazione) in biancheria intima, e dai modi very british. Le immagini ricordano Grace Jones, il suo stile di pantera, rossetti scarlatti, occhi che ti scavano dentro. Le Regine sanno come fare impazzire un uomo. <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy_02.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy_02-150x150.jpg" alt="" title="stickyboy_02" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-39192" /></a><br />
Qualsiasi uomo. E fanno impazzire Sticky Boy. Quello che emerge da questo “romanzo di vita”, come viene definito nella copertina, non è infatti la denuncia, o la trasgressione come plusvalore. E’ invece un atto di vera e propria adorazione verso il personaggio della prostituta, la “puttana” meravigliosamente santa e al tempo stesso terrena, disponibile ma misteriosa, pronta a tutto ma dignitosa, addirittura orgogliosa, aristocratica. Una vera grande dama dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico. </p>
<p>Un elemento interessante è il periodo. Entrano gli anni Novanta, si sente ancora l’onda lunga del decennio precedente, quando tutti volevano fare moda, creare stile, in un mix anarcoide di <em>do it yourself</em> di memoria new wave, ricerca del successo, della mondanità e al contempo della sfida al potere. Ma non ne celebra i fasti e gli splendori, né le durezze e gli oltraggi. Semmai li racconta dall’interno. E rifugge dal working class come dalla peste. Le Regine vogliono i soldi, cercano i ricconi da spennare, non lottano per creare un movimento di liberazione, perché sono già libere. In questo Per Dio e l’Impero è piuttosto un romanzo in versi di tipo milleriano. Henry Miller e la Parigi anni Trenta sembrano trasportati nella Londra anni ‘80 e ’90, col randagismo, la ricerca del sesso come santificazione, come rappresentazione della prostituta/madre:<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy_03.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy_03-150x150.jpg" alt="" title="stickyboy_03" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-39194" /></a><br />
“Nera. Cosce poderose. Seno prosperoso. Ci puntava, le rendeva bene.<br />
Agile. Si muoveva con leggerezza. Elegante con una punta di volgarità. Volgare con una punta di eleganza.<br />
Yin e Yang.<br />
Un animale.</p>
<p>Vuota e piena. Piena e vuota.</p>
<p>Una puttana perfetta. Un tritacarne.<br />
Non era lì per tenere seminari di robotica.”</p>
<p>La Regina è una Grande Madre santa e peccatrice, seduttrice e temibile, aggressiva e materna, ladra ma onesta. La sua è energia sessuale Ching allo stato materiale, senza la rovina della trasfigurazione mistica. Quando l’ipocrisia del Potere si rivolge contro di lei, perché esce dagli spazi delimitati che le sono concessi, usa per i suoi scopi il linguaggio dominante. Se i “cristiani invasati” attaccano le loro cartoline con la scritta: “Confessa che sei un peccatore, chiama Gesù nella tua vita. Lui farà il resto”, la Regina risponde con le cartoline di Sticky Boy: “Confessa che sei un peccatore, chiama Gesù nella tua vita. E io farò il resto.” E non è blasfemia, né provocazione; non è solo una brillante trovata pubblicitaria: “le Girls proponevano il binomio Santa-Puttana”, è piuttosto un’affermazione di libertà, di santità in puro stile milleriano.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy_04.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/stickyboy_04-150x150.jpg" alt="" title="stickyboy_04" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-39195" /></a><br />
Forse per questo aspetto di racconto interno al loro mondo, senza fronzoli né compiacimenti, Per Dio e l’Impero è stato accolto con simpatia dai <a href="http://www.lucciole.org/content/view/486/3/">movimenti per i diritti civili delle prostitute</a> . Un narratore che le adora, che desidera servirle e promuoverle, essere il loro paladino e il loro schiavo, non può che essere “uno di noi”.</p>
<p>[<em>le immagini che vedete sono quelle delle cartoline originali che Sticky Boy attaccava nelle cabine della British Telecom.</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/03/l%e2%80%99underground-milleriano-di-uno-sticky-boy/">L’underground milleriano di uno Sticky Boy</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L’esordiente, di Raul Montanari</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 06:34:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong>&#8230;</p>
“Livio Aragona, lei è&#8230; il miglior gialllista italiano!”
Glielo dice una signora adorante, ma continuano a ripeterglielo lettori, conoscenti, editori. “Torni a scrivere i suoi gialli” gli gridano dietro gli ospiti caciaroni di un delirante salotto televisivo dove lui partecipa come “opinionista”.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/12/l%e2%80%99esordiente-di-raul-montanari/">L’esordiente, di Raul Montanari</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<div id="_mcePaste">“Livio Aragona, lei è&#8230; il miglior gialllista italiano!”</div>
<div id="_mcePaste">Glielo dice una signora adorante, ma continuano a ripeterglielo lettori, conoscenti, editori. “Torni a scrivere i suoi gialli” gli gridano dietro gli ospiti caciaroni di un delirante salotto televisivo dove lui partecipa come “opinionista”.</div>
<div id="_mcePaste">A nulla valgono le sue proteste, le sue spiegazioni. Io non sono un giallista! ripete, digrignando i denti. Ma nessuno lo ascolta. Nessuno è interessato. Livio Aragona scrive gialli, punto e basta.</div>
<div id="_mcePaste">E’ questo l’ambiente dove vive, lavora, ama, si arrabbia il protagonista dell’ultimo romanzo di Raul Montanari, <em>L’esordiente</em>. Un mondo diviso in schemi, dove nulla sembra chiaro e definito e tutto sfugge, si sfilaccia. Si nebulizza. Livio Aragona è uno scrittore-scrittore, una figura classica, molto moderna ma – proprio per la sua modernità di aristocratico della giovinezza – condannato a dibattersi in un mondo morente. Il mondo dei premi letterari, anzi, del Premio (&#8230;), il cui nome completo è impronunciabile, pena lo scatenamento di ogni sventura possibile. Ha cinquant’anni, vuole vincerlo a tutti i costi, il Premio (&#8230;), perché sarebbe il coronamento della sua carriera. Però ha un problema: Livio Aragona scrive gialli. E il giallo è considerato letteratura “bassa”, di serie B. <span id="more-39003"></span>Per questo è deciso a scrollarsi di dosso questo marchio. Ma il Premio (&#8230;) per quest’anno è già stato assegnato. Perché è così che funziona. Il Premio se lo aggiudica soprattutto l’editore. Così Livio Aragona si prepara per il prossimo, col nuovo romanzo cui inizia a lavorare con impegno.</div>
<div id="_mcePaste">Come il suo autore, Livio Aragona è un docente di scrittura creativa. E da scrittore-scrittore ha le idee chiare sulla sua professione. Sa che per quelli come lui la scrittura è sofferenza, perché attinge direttamente dalla vita: “La tua vita diventa un  magazzino di cose utili per ciò che racconti. Mi serve qualcosa? Un oggetto da descrivere, un  mestiere, una paura, una città? Apro il magazzino e vedo se c’è, altrimenti cerco altrove.” E’ uno degli insegnamenti che impartisce ai suoi studenti, che passa in rassegna con la supervista a raggi X dello scrittore-scrittore. Già alla prima lezione riconosce i loro tic, le loro aspirazioni. E nota la bellezza delle ragazze, perché come tutti i personaggi maschili di Montanari è molto sensibile al fascino femminile. Soprattutto a quello di Veronica, l’allieva che, già il primo giorno, gli consegna un  manoscritto. Un romanzo inedito. Livio, infastidito (ogni volta la stessa storia!), cerca di rifiutare, ma c’è qualcosa di irresistibile in lei. Lo prenderà. Lo leggerà e lo troverà orribile.</div>
<div id="_mcePaste">Proprio da questa lettura al negativo inizia il vero romanzo. Veronica è un personaggio di tipo proustiano: sfugge alla sua comprensione, è depositaria del mistero che porta con sé ogni persona amata, che resta una creatura insondabile, inconoscibile, vagamente ostile nella sua essenza sfuggente. Livio si trova invischiato, innamorato perso, ma gli sfugge la personalità di Veronica, gli sfuggono i suoi scritti, che giudica sempre dozzinali, di nessuna qualità. Come si sbaglia. E noi come lo compatiamo mentre continua a ripetere a se stesso che tanto come scrittrice non ha futuro, che potrà pubblicare qualche libercolo per un editore minore.</div>
<div id="_mcePaste">Intanto continua a dibattersi nel suo mondo editoriale popolato da squali, critici tronfi e ottusi, manovre sottobanco per il Premio (&#8230;), cercando con rabbia, quasi con disperazione, di ripulirsi dal marchio di giallista. Quel mondo dove Veronica, giovane e veloce sirena, si muove con agilità. E dove otterrà un enorme successo, sempre non ammesso da Livio, che avanza lancia in resta con grandi e robusti paraocchi, finché è costretto ad accettare l’evidenza, e cioè che la sua distrazione morbosa scaturiva da una bruciante, mai ammessa gelosia professionale. La gelosia per la persona amata che non riesce a possedere fino in fondo, che gli oppone la sua giovinezza letteraria, la sua freschezza, tutte qualità che sente di avere perduto, sacrificate sull’altare della scrittura di professione, del mestiere.</div>
<div id="_mcePaste">Ma Veronica non è l’unica persona che gli sfugge, e della quale non vede il vero aspetto della personalità. Il convivente della sua ex moglie, Emiliano, un ex killer che lo inonda di complimenti con un linguaggio pomposo, continua a chiedergli soldi per pagare un maledetto debito. Gli spillerà 40.000 euro, mentre qualcosa inizia a cambiare, a intorbidirsi, proprio come si intorbidano le sordide manovre per riuscire a vincere lo stramaledetto Premio (&#8230;), che si tinge sempre più di toni noir, mentre si prepara uno scontro finale senza esclusione di colpi proprio l’ultima persona che si aspetterebbe di avere come avversario nella finale.</div>
<div id="_mcePaste">La progressione narrativa aumenta, il ritmo si fa sostenuto, tutto si complica e si attorciglia in un guanxi malato, negativo e violento. In questo Montanari, che proprio come Livio Aragona ha una solida esperienza di giallista, è un maestro. Sa dilatare al punto giusto le pause, sa portare il lettore verso un finale minaccioso, che precipita in crescendo verso una scena memorabile sul greto di un fiume, in una notte di pioggia che evoca l’epilogo di Cape Fear di Scorsese.</div>
<div id="_mcePaste">L’esordiente è un romanzo sull’intreccio tra vita e letteratura, tra letteratura ed editoria, tra vita e socialità, sofferenza, gelosia, tradimento. Un romanzo su un uomo, uno scrittore scaltro e accecato che cerca, senza riuscirci, di ritrovare la sua arte originaria, il coraggio, la sincerità brutale degli esordi, in un mondo dove tutto è decrepito e decomposto. Cerca di essere di nuovo un esordiente, soprattutto nella vita e nell’amore. E quando una vera esordiente gli si offre, accetta di incrociare la sua strada, e di amarlo, non la riconosce. Non vuole riconoscerla. Rifiuta il suo mistero, la sua libertà, e il suo talento. Dovrà soffrire ancora, e pagare di persona, per arrivare al satori finale, al Qi-gong di un uomo finalmente semplice: “Io ho finito, di scrivere. Magari domani avrò cambiato idea, ma adesso è questo che penso. Ho finito di scrivere. Vediamo se mi riesce di vivere, almeno.”</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/12/l%e2%80%99esordiente-di-raul-montanari/">L’esordiente, di Raul Montanari</a></p>
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		<title>Solo se giovani e belle</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2011 06:10:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[editoria indipendente]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Il corpo delle donne]]></category>
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		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[Natalia Aspesi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Ho sempre ammirato lo stile di Natalia Aspesi. Durante gli anni dorati milanesi, nella città da bere, era una giornalista di moda temuta, perché scriveva articoli al vetriolo su certe sfilate, sulle trovate grottesche di alcuni stilisti, sull’uso becero dell’immagine femminile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/08/solo-se-giovani-e-belle/">Solo se giovani e belle</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Ho sempre ammirato lo stile di Natalia Aspesi. Durante gli anni dorati milanesi, nella città da bere, era una giornalista di moda temuta, perché scriveva articoli al vetriolo su certe sfilate, sulle trovate grottesche di alcuni stilisti, sull’uso becero dell’immagine femminile. Non era una finta trasgressiva, come ce ne sono tanti – troppi – in Italia, lo era veramente. E lo era dall’interno, non arroccata in uno spazio recintato di rifiuto sdegnoso. Ci andava alle sfilate, e talvolta ne scriveva pure bene, da brava giornalista di moda. Mi piaceva anche per questo, perché era <em>dentro</em>, era nel sistema, e mi piaceva quella contaminazione, forse quella contraddizione.<span id="more-38350"></span></p>
<p>Poi leggevo anche suoi articoli di cinema, e di nuovo studiavo il mix di ironia, di critica ma anche di eleganza; però il tempo scorre, e in seguito ho letto altro e altri. Ma ogni tanto la ritrovo, e allora non mi perdo mai un suo testo. E lei non ha certo perso lo stile.</p>
<p>L’ultimo articolo l’ho trovato su <em>Velvet</em> di febbraio/marzo. E’ una rivista con un poderoso inserto di moda, tipo <em>Vogue</em>. L’articolo di Natalia si intitola “Solo se giovani e belle”. E’ un argomento quanto mai attuale, l’immagine della donna in un paese che non è per vecchie. Un articolo semplice, condivisibile al cento per cento, anzi al 95 per cento, perché anche l’immagine dell’uomo tende al giovane e al bello, al palestrato, al “fico”, anche se in modo meno invasivo. Scrive Natalia che “ormai la sola immagine femminile accettata è quella della giovinezza”. E questo imperativo si ripercuote nel lavoro, nella carriera, nella televisione, dove per esempio alcune giornaliste vengono rimosse dal video perché “poco splendenti”. Scrive Natalia che “siamo circondati, oppressi, imprigionati da volti freschi, nudità perfette, sorrisi radiosi, capigliature fluenti, seni all’insù, natiche marmoree.” Vero. E’ come un ordine che non si discute, un <em>must</em> assoluto. Traccheggiando col telecomando ho notato che persino le concorrenti di alcuni giochi a quiz sono sempre giovani e scollate, tipo velina.</p>
<p>Poi ho fatto una curiosa scoperta. Sfogliando <em>Velvet</em> mi sono accorto che tutti gli elementi messi in luce da Natalia erano rappresentati in forma compiuta. Era composto da centinaia di pagine “bucate” da un tripudio di “sorrisi radiosi, capigliature fluenti, seni all’insù, natiche marmoree.” Il mondo stigmatizzato nell’articolo era celebrato da una folla di vestali giovanissime, modelle magre e splendenti, ma anche i personaggi dell’attualità erano perlopiù giovani, oppure, se appartenevano al passato, venivano comunque descritti e fotografati nei loro anni migliori. C’era anche un redazionale dal titolo <em>Quasi 40</em> con belle foto in bianco e nero dove si spiegava alle donne come combattere l’invecchiamento, perché “c’è un rimedio a tutto, anche alle rughe”.</p>
<p>Singolare, ho pensato, è come se un articolo sui danni dell’alcol venisse pubblicato in un giornale pieno di pubblicità di alcolici. Si dirà: ma la moda non è l’alcol, non fa male a nessuno. Di nuovo vero. Inoltre sfogliando le pagine  ammiravo alcuni servizi fotografici, per esempio il redazionale di Marcus Ohlsson, immagini in stile avantgarde molto interessanti. Oppure un servizio di attualità su Maripol e la New York <em>hot</em> degli anni ’80, i giovani artisti, i musicisti. Però la contraddizione sembrava palese, macroscopica.</p>
<p>Dunque era di nuovo all’interno del sistema Natalia? Stava forse mettendo in pratica quella <em>deterritorializzazione</em> di linguaggi minori all’interno di lingue dominanti che vengono scavate dall’interno? Forse lo era quando viaggiava nel mondo della moda e lo sbertucciava facendone parte. I suoi pezzi erano intrecciati al pezzo dominante, e lo sfibravano nella trama.</p>
<p>Invece mi è sembrato piuttosto un gioco di compartimenti stagni. Vi sono contenitori onnivori che inglobano qualunque cosa. In passato, negli anni delle contestazioni, si usava il termine <em>fagocitare</em>. Oggi nascono nuovi territori, vengono messi a disposizione terreni per qualsiasi coltivazione, senza entrare nel merito. E chi accetta di coltivare quel terreno lo fa pensando al proprio orizzonte, perché è libero, nel suo recinto. Spazi chiusi, appaltati, ignorati, e le lingue sono parallele, né minori né maggiori, ma cacofonie, linguaggi non comunicanti, non interferenti.</p>
<p>Ma questo può continuare a esistere finché esiste un contenitore-madre che ospita i territori minori che possono anche essere in aperta contraddizione, ma non costituiscono una minaccia. E’ la metropoli dove si parlano tutte le lingue e interagiscono tutte le razze e tutti i conflitti, ma esiste sempre uno strato profondo dove viene conservato il vero potere. E il potere non teme l’ironia, non teme il suo contrario, perché non teme le colonie. Non le teme finché sono sparse, recintate, e i loro recinti non entrano in contatto, e le staccionate non vengono abbattute, e il bestiame e le coltivazioni non diventano beni comuni.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/08/solo-se-giovani-e-belle/">Solo se giovani e belle</a></p>
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		<title>Alternative metal</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/01/27/alternative-metal/</link>
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		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 06:09:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>http://www.youtube.com/watch?v=uc-VqT97iZQ</p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Io e la lady ci facciamo questa pista, sottraendola al sacchetto che dobbiamo portare all’avvocato. Modica quantità, per andare su di giri, non per uscire di testa. L’avvocato non se accorgerà. Perché non può accorgersene, visto che non avrà certo il tempo di pesarla.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/27/alternative-metal/">Alternative metal</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>http://www.youtube.com/watch?v=uc-VqT97iZQ</p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Io e la lady ci facciamo questa pista, sottraendola al sacchetto che dobbiamo portare all’avvocato. Modica quantità, per andare su di giri, non per uscire di testa. L’avvocato non se accorgerà. Perché non può accorgersene, visto che non avrà certo il tempo di pesarla.<span id="more-37816"></span><br />
“Ah!” esclama la lady rovesciando indietro la testa. L’anello che le pende dal naso tintinna. Tiro a mia volta, la roba scende in gola, amara. Non amo particolarmente questa airplane, che quando cala mi fa venire la febbre, ma oggi va bene perché ho voglia di farmi la lady, come lei ha voglia di farsi me. Ci buttiamo all’indietro sul parquet di assi, ci strappiamo i vestiti, le metto a nudo le tette sotto la maglia nera. Ci scopiamo leggeri come angeli che volano sul tappeto fatato, incuranti di quello sventurato di Roby che si aggira per il capannone, lancia occhiate verso di noi e borbotta tra sé.<br />
Concludiamo, ci rivestiamo, lei si fa un’altra riga, io no. A me va un caffè piuttosto. E’ entrato anche Chip, butta lo zaino in mezzo al capannone. Fa un paio di mosse di kung-fu, canta a squarciagola. Poi dice che fa freddo, si incazza perché nessuno mette mai legna nella stufa.<br />
Vado da Roby. “Tira fuori i soldi” dico. Roby si schermisce, dice “aspetta un attimo.” “Aspetta un attimo un cazzo” dico, “oggi hai preso la cassa integrazione e la versi qui. Come sempre. Come tutti.” Roby abbassa la testa, dice che secondo lui sarebbe più giusto pagare una quota, come affitto, come spese comuni, ma tenere per sé&#8230; lo interrompo: “senti, se vuoi fare così vattene. Qui la regola è questa. Oggi io e la lady andiamo a fottere l’avvocato, facciamo un bel po’ di grano, rischiamo anche la pelle, e va tutto qui, nella cassa. Poi a fine mese dividiamo.” Roby annuisce, con quella sua insopportabile aria da depresso. Mi fanno andare giù la catena i depressi. Che la facciano finita invece di rompere le scatole al prossimo. “Va bene va bene” dice, e sospira.<br />
Roby ciondola la testa. Se si mette di nuovo a fare quella lagna sulla ricerca del lavoro lo caccio via a pedate. Se vuole rovinarsi la vita sognando di diventare un operaio o un impiegato che lavora tre mesi e poi va di nuovo in depressione/integrazione si accomodi. Ma fuori di qui. Questo non è un albergo. Non è un centro di assistenza psicologica. E’ un’organizzazione seria.<br />
“Sei pronta?” chiedo alla lady. Lei annuisce. “Andiamo allora. E sangue freddo, mi raccomando.”</p>
<p>Fuori piove. Una nebbia fradicia, che rende l’aria puro veleno. Il capannone da fuori sembra il solito magazzino abbandonato in un’area industriale dismessa nell’estrema periferia di Merdopolis. Bene così. Meglio non dare nell’occhio. Qui stiamo tranquilli, caldi e asciutti.<br />
“Ho voglia di scoparti ancora, lady” dico, prendendole la mano. Lei la ritira.<br />
“Io no.”<br />
“Sei proprio una stronza, lady.”<br />
“Bah. Neanche se tu fossi l’ultimo uomo sulla terra. Fai schifo.”<br />
Ridiamo, mentre saliamo sull’Ape di Chip.</p>
<p>Guido io, questo ronzino scoreggione e puzzolente che Chip usa per fare gli sgomberi e caricare i metalli che poi va a rivendere al rottamaio in Via della Cooperazione. La lady mi dice che una sua amica vorrebbe unirsi a noi. Le chiedo che tipa è. “Una in regola” dice.<br />
“Potrebbe prendere il posto di Roby” dico, “quello sfigato ogni giorno che passa è messo peggio. ”<br />
“Non chiamarlo sfigato.”<br />
“Ah, no? Cos’è, ti fa pena? Bene, allora è un doppio sfigato.”<br />
“E’ solo uno che non ce la fa a vivere come noi.”<br />
Rallento perché c’è una macchina dei vigili urbani che ci segue. Vorrei prendere la corsia dei taxi ma non posso farlo con quelli dietro.<br />
“Ma lui vive già come noi, lady. Perché non c’è altra vita al di fuori di questa. Ne abbiamo già parlato.”<br />
La lady è di nuovo in vena di discussioni deprimenti. Devo avere pazienza, non voglio innervosirla prima dell’azione.<br />
“Non ne sono più tanto sicura” dice.<br />
“Allora dimmi che vita ti aspetti. Ogni giorno in giro per quelle agenzie che ti promettono un lavoro pagato una miseria per un mese? Ogni giorno a spedire curriculum che vanno a finire direttamente nel cestino? E questo per quanto? Per sempre.”<br />
“Sono stanca. E ho solo 27 anni. E tu ne hai 32. Quanto pensi di andare avanti?”<br />
“Quanto? Finché posso. D’altra parte non potrei fare nient’altro. E poi vuoi proprio saperlo? Mi va bene così.”<br />
La lady abbassa la testa. “Già, è proprio questo il problema” sussurra.</p>
<p>Arriviamo sotto il palazzo dell’avvocato. Parcheggio duecento metri più in là, per non dare nell’occhio con l’Ape quando usciremo. Sono le nove, l’ora giusta. Non c’è nessuno in giro. Sono tutti a casa davanti alle televisioni, e chi deve uscire si sta ancora preparando. Le strade del centro sono deserte. Merdopolis è morta, dopo l’orario di lavoro.<br />
La lady esita. Le chiedo cosa succede.<br />
“Succede che non ho voglia di succhiare l’uccello di quel maiale fascista” dice.<br />
Le prendo una mano. Per una volta me la lascia.<br />
“E’ solo un minuto. Ti prometto che risolvo subito.”<br />
“Un minuto. Ti sembra poco?”<br />
“Lady, tu sei la chiave di tutto. Se ti tiri indietro mezza operazione va in fumo. Non ci guadagniamo niente, gli ho promesso un prezzo stracciato per la roba proprio perché c’è il nostro piano.”<br />
“E se reagisce? Sai cosa tiene nel cassetto.”<br />
“Non ne avrà il tempo. Fidati di me.”<br />
Sospira. Ritira la mano. “E va bene. Però non voglio farlo mai più, ricordalo.”</p>
<p>La telecamera è abbassata, come concordato. Gli ho detto chiaro che non saremmo entrati con la telecamera in funzione. Suono il campanello. Non c’è risposta ma con un “clack” si apre il portone.<br />
Entriamo nel vano scale di un palazzo storico, gradini di marmo, passerella di moquette rossa con gli orli di ottone, corrimano in ferro battuto. Saliamo al primo piano. La porta blindata è socchiusa. Entriamo. La lady è nervosa, lo sento.<br />
Lo studio dell’avvocato Renzini, detto “Chiagniefotti”, maneggione degli appalti e consigliere regionale di uno di quei partiti di ladri legali che dettano legge a Merdopolis, è foderato di una specie di carta da parati che sembra plastica, di un giallo/rosa scroto-di-neonato tutta bugnata e macchiata di sfumature color vomito. Uno schifo indescrivibile, ma che piace ai ricchi e costa una fortuna. Ci sono un sacco di specchi con le cornici dorate, e poltrone inverosimili che sembrano uscite dal set di un film di fantascienza.<br />
Una voce grida “venite!”<br />
Percorriamo un tratto di corridoio sul quale si affacciano delle porte laccate di bianco e ci affacciamo su quella dell’avvocato.<br />
Chiagniefotti è seduto dietro una scrivania col ripiano di vetro, e guarda il video piatto di un computer. Alle pareti la stessa carta/plastica da parati, sul pavimento un tappeto tipo persiano. Scaffali di legno scuro carichi di libri col dorso di cuoio, un divano di pelle bianca. Un ficus accanto alla finestra con le tende tirate. Avrà cinquant’anni, la cravatta rossa su quelle camicie azzurro-cadavere che usano tutti loro perché viene bene in televisione. Sorride. Ma cosa sorride, c’è poco da ridere.<br />
Non ho voglia di discorsi inutili, così tiro subito fuori la busta col mezzo etto e gliela piazzo sotto il naso.<br />
“Ecco qua avvocato” dico, “roba purissima.”<br />
“Certo, certo” dice con aria complice.<br />
“La provi” dico.<br />
Mi guarda con gli occhi piccoli, il naso arricciato. “Sì.”<br />
Prende un coltellino da un cassetto, apre con cura la busta, allinea una pista di airplane sul ripiano di vetro. Non usa la banconota arrotolata, ha la cannuccia d’oro col dilata-narice, per spararsela per bene direttamente nel cervello. Tira come un aspirapolvere, si massaggia il naso, tira cinque o sei volte chiudendosi a turno le narici. Se la spalma anche sulle gengive.<br />
“Una cannonata” dice.<br />
Lo so bene. E’ roba di prima qualità. L’ho pagata lo stesso prezzo che gli ho chiesto. Annuisce tutto soddisfatto, mentre lancia occhiate alla lady. Le guarda le tette. Le sbirciava anche prima, ma dopo la riga si è fatto più audace. Proprio quello che voglio.<br />
“Senta avvocato, se ci dà un piccolo extra la mia amica le fa un bel lavoretto” dico.<br />
Gli faccio l’occhiolino, lui mi guarda con le sopracciglia sollevate.<br />
“Un&#8230; lavoretto?” dice, allungando le labbra in un sorriso. Gli occhi brillano come fanali. E’ in pieno flash. Bisogna cogliere l’attimo, accelerare il ritmo. Faccio un cenno alla lady, che gli va vicino. Gli siede sulle ginocchia. La sua mano destra, incerta, morta, parte verso il seno.<br />
“Sì, carino” dice la lady, facendo le fusa, ”ti faccio una bella&#8230; cosina&#8230; la vuoi?”<br />
Lui ride, muove la mano sulle tette, mette in azione anche l’altra. Ma continua a sbirciarmi.<br />
“Sì ma&#8230; e lui?”<br />
“A me piace guardare” dico. “Ognuno ha i suoi gusti, avvocato.”<br />
“Oh” sussurra l’avvocato, mentre la lady gli sollecita il lobo dell’orecchio con la lingua. Non ha tempo di riflettere sulle mie parole, la ragnatela elettrica dell’airplane gli sta mandando in fibrillazione i neuroni del cervello. “Ahhh” sospira, mentre la lady, lenta e suadente, gli sbottono i pantaloni. Glielo tira fuori, lo prende in bocca.<br />
Io sono in posizione strategica, ci resto il minimo indispensabile, circa quarantacinque secondi. Glielo devo, alla lady. Mi avvicino e, mentre lui ha la testa rovesciata all’indietro con gli occhi chiusi lo colpisco con un pugno in faccia. Colpo frontale, con spinta a fondo. Lui grida, si abbatte con la schiena sulla spalliera della poltrona, mi guarda atterrito con la bocca spalancata, il sangue che zampilla dal naso fracassato. La lady si stacca di colpo, sputa. Io apro fulmineo il cassetto e prendo il piccolo revolver col manico di madreperla. Me lo ficco in tasca. E’ un gioiellino, ci farò almeno 500 euro al mercato nero.<br />
“Te lo taglio questo schifo, brutto bastardo” dice la lady, girandogli le spalle.<br />
L’avvocato Chiagniefotti è immobile con la faccia sbalordita/stravolta dal dolore e dal flash andato in corto circuito. La bocca è sempre spalancata, piena di sangue, un dente incisivo si è staccato dalla gengiva e pende verso l’interno. Recupero il sacchetto con la roba.<br />
“Adesso mi dai tutti i soldi. Anche quelli che hai in cassaforte. Se credi di fare il furbo, se ti viene l’idea di sporgere denuncia pensa a questo.” Apro lo zaino che porto sempre con me, gli mostro la telecamera digitale fissata col nastro da pacchi. “Se fai una cazzata metto il filmato in rete. I tuoi clienti, tua moglie, i tuoi elettori rideranno di gusto vedendo che tiri droga e poi ti fai fare un pompino da una ragazza punk.”<br />
Niente. Non si muove. E’ una statua con la bocca spalancata, il sangue che cola sul petto, sulla camicia azzurro-cadavere, sulla pancia. Così, per aiutarlo a scuotersi, gli mollo un calcio nella parte interna della rotula, il punto più doloroso di tutta la macchina umana.</p>
<p>Guido rilassato nel traffico che ha ricominciato a scorrere. La lady è chiusa in un mutismo che nulla sembra scalfire. Non ha neanche risposto alle mie battute.<br />
“Che schifo di storia” dice.<br />
“Sei stata grande” dico, cercando di portarla fuori dal suo stato di down. “E ho cercato di tenerla corta. Neanche un minuto.”<br />
“Bah” dice, cupa.<br />
“Lady. Abbiamo quattordicimila euro in contanti, una pistola da collezionisti e la roba, che rivendo in due giorni. Possiamo costruire il secondo bagno nel capannone, finalmente.”<br />
“Il bagno. In un locale occupato. Possono sbatterci fuori anche domani.”<br />
“Ma no. Devono demolirlo per uno di quei progetti di recupero che non partirà mai. Il comune è in miseria, c’è la crisi. A nessuno frega niente del nostro capannone.”<br />
“Sarà. Tu la fai sempre facile” dice. Si accende una sigaretta.<br />
“Lady, le cose non vanno male, perché vuoi sempre metterle in peggio, come Roby?”<br />
Dopo due tiri lancia fuori la sigaretta dal finestrino.<br />
“Ho fame. Andiamo a farci una pizza” dice.<br />
Mi piace il suo tono. E’ così&#8230; tirato via. Così notturno.<br />
“Possiamo mangiare anche in un ristorante a cinque stelle, se vuoi.”<br />
“Ma no. Non me ne frega niente del ristorante. Andiamo alla Scalinatella.”<br />
“Come vuoi.”<br />
Quello che piace a lei piace anche a me. Il fatto è che la lady mi piace da matti.<br />
“Senti lady&#8230; perché noi due, insomma&#8230; perché non ci mettiamo insieme?”<br />
“Insieme?”<br />
“Sì. Non è vero che ti faccio schifo, dai.”<br />
“No, non è vero. Però mi fai paura. E’ questo il problema.”<br />
“Paura?”<br />
Ha lo sguardo fisso davanti a sé. Sta uscendo dal down, sta entrando nel ritmo lento, sta entrando nella notte.<br />
“Sì. Tu non ti fermi davanti a niente. Non hai limiti. Per te ogni differenza tra bene e male è polverizzata. Non so se io sono così. Non so se lo sono diventata.”<br />
Parcheggio l’Ape dietro la stradina della pizzeria. E’ un’area di sosta riservata alla Polizia Municipale, ma piove, fa freddo, e i vigili urbani non escono con questo tempo da lupi. Stanno a scaldarsi il culo in ufficio.<br />
Le prendo la mano mentre passiamo di fianco alla torre medievale che un tempo era una galera della Chiesa e oggi è un bed &amp; breakfast.<br />
Siamo davanti all’ingresso della pizzeria. Quando entreremo il proprietario come al solito ci farà un’accoglienza trionfale, come se entrassero due star della televisione. Non ho mai capito perché.<br />
“Lady, guardami.”<br />
Mi guarda. Sorride.<br />
“Io.”<br />
“Tu. E allora?”<br />
“Io, lady. Non disprezzarmi. Io sono il futuro.”</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/27/alternative-metal/">Alternative metal</a></p>
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		<title>Editoria low cost, una via d’uscita dal Grande Terrore</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/10/editoria-low-cost-una-via-d%e2%80%99uscita-dal-grande-terrore/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 06:28:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>“I librai prenotano pochissime copie dei libri di narrativa. Non si fidano. Sanno, o qualcuno ha detto loro, che venderanno solo un piccolissimo numero di romanzi italiani, e solo di alcuni autori” scriveva <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/11/08/una-piccola-nota-sullattuale-situazione-della-narrativa-in-italia/">Enrico Piscitelli su <em>Alfabeta 2</em></a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/10/editoria-low-cost-una-via-d%e2%80%99uscita-dal-grande-terrore/">Editoria low cost, una via d’uscita dal Grande Terrore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>“I librai prenotano pochissime copie dei libri di narrativa. Non si fidano. Sanno, o qualcuno ha detto loro, che venderanno solo un piccolissimo numero di romanzi italiani, e solo di alcuni autori” scriveva <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/11/08/una-piccola-nota-sullattuale-situazione-della-narrativa-in-italia/">Enrico Piscitelli su <em>Alfabeta 2</em></a>.<span id="more-37431"></span></p>
<p><em>Qualcuno ha detto loro</em>.</p>
<p>Ma non solo ai librai. Quel “qualcuno” è per esempio il distributore, che valuta un autore unicamente dalla pesatura di mercato, senza avere necessariamente letto un solo rigo della sua opera. Anche ai piccoli editori capita di sottoporre un progetto editoriale al loro distributore, per sentirsi rispondere che è destinato al fallimento perché il tale autore “non vende”. Così un’opera che potrebbe essere stata generata da una rispettabile macchina di produzione di immaginario non vedrà la luce perché l’addetto al mercato decide che non possiede una serie di requisiti essenziali per renderla competitiva. Di cosa parli, con quale stile, di quale sfida letteraria sia portatrice non è importante. I requisiti richiesti sono altri.</p>
<p>Deleuze li avrebbe chiamati “segni mondani”, i segnali dell’opera proustiana più superficiali, più periferici e bugiardi, i segni che si sprigionano dalla dissipazione del tempo e della vita nell’inutilità dei salotti del faubourg, tra le chiacchiere di svagate principesse, generali a riposo, signore nevrotiche e innamorati respinti.</p>
<p>Oggi questi segni mondani – i requisiti indipendenti e indifferenti all’opera – sembrano dettare legge. Forse l’hanno sempre dettata, ma di questi tempi la situazione sta assumendo sempre più le caratteristiche di un  regime di Terrore: nel 2010 le catene, gli <em>store</em>, hanno superato il 50 per cento del fatturato complessivo; molte librerie indipendenti sono costrette a chiudere, assorbite dalle catene (circa 150 negli ultimi due anni). Le quali, se da un lato possono permettersi sconti sui prezzi di copertina, dall’altro impongono anche l’estetica dei testi, il “genere”, le mode; si arriva al Grande Terrore durante le festività, con le vetrine occupate militarmente da pile di Ken Follett, Umberto Eco, Giorgio Faletti, Andrea De Carlo, Lars Kepler, Bruno Vespa (con la foto dell’autore sottoposta a uno straordinario intervento di chirurgia estetica con photoshop) con qualche lodevole eccezione, per esempio Nazim Hikmet che, come dice il proverbio, conferma la regola. Nel regime del Grande Terrore, che rischia di diventare entropia, coi titoli di editori minori che non vengono esposti ed escono dal giro dopo poche settimane, “hai voglia a pubblicare libri di qualità. Hai voglia a lavorare per anni a un libro, perché sia quanto di meglio il pacchetto autore-editore possa sfornare. Tutto il lavoro che c’è dietro a un libro non è minimamente premiato” scrive ancora Piscitelli.</p>
<p>Come uscire dal Grande Terrore? Non facciamoci illusioni. Noi, e i nostri figli, non rivedremo le grandi pianure d’Africa di nuovo popolate di elefanti, leoni, rinoceronti e gazzelle che vivono in armonia con l’ambiente. Forse però continueremo a vederli nelle riserve e nei parchi naturali. Il Grande Terrore può causare l’estinzione della letteratura perché non è detto che il bisogno ancestrale dell’uomo di produrre e godere dell’arte sia vincente sulle regole (e la mancanza di coraggio) del mercato. Si tratta dunque di creare delle riserve, dei parchi naturali, zone libere ma di qualità, difenderle e sostenerle. Fortificarle, renderle autosufficienti, come le colonie dell’antica Britannia raccontate da Jack Whyte nelle <em>Cronache di Camelot. </em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/love_barriani.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-37435" title="love_barriani" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/love_barriani-171x300.jpg" alt="" width="171" height="300" /></a>Si punta sull’e-commerce, distribuzioni parallele a quelle dominate dalle majors, downloads di testi digitali. Un esperimento interessante sta nascendo da un editore di recente formazione,<a href="http://senzapatriaeditore.it/"> SenzaPatria</a> fondato in maggio da Carlo Cannella. E’ in fase di lancio una collana denominata <a href="http://senzapatriaeditore.it/?p=733"><em>On the road</em></a><em>, </em>24 romanzi brevi scritti da autori diversi per età, stili, contenuti, che per la loro agilità (tutti di 50-60 pagine) sono finalizzati a un concetto di movimento, di viaggio, di sosta nelle stazioni, negli aeroporti. Propongono una grafica che ricorda gli anni ’70, un disegno creato per ciascuna storia da un pittore torinese, Mario Bianco, su sfondi gialli, azzurri, rossi, tutti al costo di 5 euro. E’ un progetto alternativo di distribuzione che ricorda il <em>do it yourself</em> del punk e della new wave (non a caso Cannella ha cantato a lungo in due gruppi hardcore-punk), che ha alle spalle un progetto, e una ricerca di qualità dei testi e della grafica. Gli autori della collana sono, in ordine di uscita: Luigi Bernardi, Ivano Bariani, Cynthia Collu, Marino Magliani, Emilia Dagmar, L.R. Carrino, Antonio Paolacci, Gianluca Morozzi, Remo Bassini, Carmen Covito, Sergio Garufi, Valter Binaghi, Nicoletta Vallorani, Antonio Pagliaro, Enrico Gregori, Alessio Arena, Barbara Garlaschelli, Enzo Fileno Carabba, Gaja Cenciarelli, Baldrus, Federica Sgaggio, Gianni Solla, Roberto Saporito, Giacomo Sartori.</p>
<p>Carlo Cannella illustra nell’intervista che segue il suo progetto.</p>
<p><strong>In questi tempi di occupazione degli spazi – distribuzione, promozione, punti vendita – da parte delle major editoriali uscire con una nuova collana, da piccolo editore indipendente, è una bella sfida. Come pensi di vincerla?</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/love_filenocarabba.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-37432" title="love_filenocarabba" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/love_filenocarabba-171x300.jpg" alt="" width="171" height="300" /></a>È vero. La produzione della piccola editoria di qualità ha cessato di esistere come evento librario. Inutile rimanere sugli spalti, la partita è finita. Anche ammettendo che i miei libri arrivino in libreria è inevitabile che siano poi destinati a rimanervi sepolti, nascosti sotto montagne di altri volumi, posizionati in luoghi inaccessibili, infine resi dopo un tempo che mediamente non supera le tre settimane. Mi sto dunque abituando all&#8217;idea di rinunciare a qualunque legame con le librerie, anche semplicemente a presentarvi i miei libri, poiché si tratterebbe solo di pagare un pegno a un&#8217;istituzione che, semplicemente, non si preoccupa più di sostenermi, ma solo di usarmi per il proprio piccolo interesse. In via generale sono del parere che utilizzare ancora le librerie significhi, per un piccolo editore, contribuire alla propria estinzione. Sono dunque alla ricerca di altri canali di diffusione. In primo luogo i distributori automatici (stiamo definendo un accordo commerciale con la catena di negozi a marchio Automatic Free Shop, 140 punti vendita in Italia). Non solo bevande e merendine, dunque, erogati dai distributori, ma anche libri. In secondo luogo i venditori di strada (studenti, poeti, disoccupati, senza fissa dimora) a cui generalmente devolviamo il 40% del prezzo di copertina, contribuendo al loro mantenimento e rinforzando il contatto diretto con i lettori. Infine negozi di vario genere ubicati nei &#8220;luoghi del viaggio&#8221;: stazioni ferroviarie e degli autobus, metropolitane, aeroporti.</p>
<p><strong>24 titoli di autori diversi, per età, stili, contenuti. C’è qualche sintesi che puoi fare?</strong></p>
<p><strong>Elementi in comune, argomenti o linguaggi che ti hanno colpito?</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/love_bassini.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-37433" title="love_bassini" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/love_bassini-171x300.jpg" alt="" width="171" height="300" /></a>L&#8217;unico elemento che unisce i 24 autori della collana è la qualità della loro scrittura, che raramente delude il lettore. Bravura e talento, dunque, sincerità e ispirazione artistica, una betoniera di materiali che non necessariamente possono o devono essere riconducibili a un canone. Anzi, la varietà di stili e contenuti, argomenti e linguaggi, contribuisce inevitabilmente all&#8217;arricchimento della proposta, che si apre a gusti differenti, a esigenze diverse, senza per questo dover rinunciare al presupposto essenziale della bella pagina e della sua forza.</p>
<p><strong>50.000 battute senza spazi è un testo impegnativo. Richiede, nel migliore dei casi, una settimana di lavoro. Poiché non sono stati versati anticipi, come hai convinto 24 autori, alcuni già con una produzione consolidata, a partecipare a questo progetto?</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/love_covito.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-37434" title="love_covito" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/love_covito-171x300.jpg" alt="" width="171" height="300" /></a>In generale mi è bastato illustrare l&#8217;idea, il sistema di distribuzione che avevo intenzione di utilizzare, quel tocco di visionarietà progettuale (o follia come ha detto qualcuno) che da sempre affascina e coinvolge il talento. C&#8217;è anche da dire che con alcuni di essi avevo già avuto modo di confrontarmi ai tempi del&#8217; esordio editoriale di SenzaPatria, l&#8217;antologia &#8220;Assedi e paure nella casa Occidente&#8221;, in cui, fra gli altri, erano confluiti racconti di Bernardi, Bariani, Morozzi, Binaghi, Vallorani, Sartori, Garufi, Solla, Bassini, Magliani, Cenciarelli e Gregori. Con Marino, dai tempi del mio esilio in Olanda, si è anche aperta una collaborazione editoriale, essendo lui il curatore della collana &#8220;Sostengo Pereira&#8221;.</p>
<p><strong>Oggi si forniscono dati che vengono discussi, talvolta contraddetti, però sembra verosimile che la tiratura di un romanzo o di un’antologia pubblicati da un piccolo editore si attesti sulle 500 copie. Che tiratura hanno i tuoi libretti?</strong></p>
<p>Ho fiducia in questo progetto. Mi sono esposto. La prima tiratura di ogni titolo è stata di 1.000 copie.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/10/editoria-low-cost-una-via-d%e2%80%99uscita-dal-grande-terrore/">Editoria low cost, una via d’uscita dal Grande Terrore</a></p>
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		<title>Favolose nullità</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/10/14/favolose-nullita/</link>
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		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 05:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/notti_romane-450.jpg"></a><br />
di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Abito in San Donato. Polvere, veleno, rumore. Morti, sono tutti morti. Cadaveri che camminano. Mummie al volante. Ectoplasmi col passeggino.<br />
Anche Dorian è morto. E’ già sepolto. La sua sentenza capitale è stata la perdita del lavoro, quel giorno è salito sul patibolo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/14/favolose-nullita/">Favolose nullità</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/notti_romane-450.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-36885" title="notti_romane-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/notti_romane-450.jpg" alt="" width="450" height="330" /></a><br />
di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Abito in San Donato. Polvere, veleno, rumore. Morti, sono tutti morti. Cadaveri che camminano. Mummie al volante. Ectoplasmi col passeggino.<br />
Anche Dorian è morto. E’ già sepolto. La sua sentenza capitale è stata la perdita del lavoro, quel giorno è salito sul patibolo. Il suo padroncino di autocarri è fallito, i camion confiscati, Dorian a terra con la liquidazione vaporizzata. La moglie lo ha lasciato, anzi, l’ha buttato fuori di casa. Come farò ora? Ripete continuamente. Come farò a quarantacinque anni? E piange.<br />
Quarantacinque anni, salito sul patibolo.<span id="more-36876"></span><br />
Io no. Non piango. Sono vivo io. Ho smesso di vagare per le agenzie interinali, smesso di sedermi di fronte a quelle ragazzotte e a quei ragazzotti sempre al telefono con lo sguardo perso nel loro vuoto nevrotico.<br />
All’inferno le interinali. All’inferno tutti loro, il Presidente della Repubblica Cosmodemonica Pompinara, il Presidente del Consiglio degli Zombi, il partito dei riformisti beat, il papa carnevalesco, i direttori, i dottori, gli avvocati, il vostro mondo sta sprofondando in un pantano di merda. E quando finalmente esalerete l’ultimo respiro io canterò. Sarà un canto stonato ma canterò. E danzerò sulle vostre carogne verminose.<br />
Non ho soldi, né risorse, né speranze. Non ho il computer, né la televisione, né il telefono. E sono felice. Fino a tre mesi fa pensavo di essere libero. Ora non lo penso più. Lo sono.</p>
<p>Mentre cammino per via Lame, con le orecchie dritte, lo sguardo attento, vedo il tipo in camicia bianca e cravatta che accosta l’Audi al portico, scende di getto lasciando la portiera spalancata e corre all’edicola. Il motore è acceso, pronta per me. Una manciata di secondi, mezzo minuto per il giornale o un’informazione, ma io sono più svelto. Salto a bordo, ingrano la prima e parto. Lo vedo nello specchietto mentre corre in mezzo alla strada e si sbraccia.<br />
Guido veloce ma prudente fino alla carrozzeria Naldi. Parcheggio sul piazzale asfaltato, sotto agli alberi, accanto alle auto incidentate.<br />
Naldi mi vede, si avvicina trafelato. Faccia da topo, capelli grigi scarmigliati, mani pulite. Non lavora lui, amministra. Fa lavorare gli operai, due ragazzi in nero, uno anziano, il capo, e un rumeno taciturno sempre incazzato.<br />
Fissa l’Audi con le sopracciglia aggrottate. Non dice una parola.<br />
“Nuova di pacca” faccio.<br />
“Mettila dentro subito” fa, furtivo, indicando il capannone.<br />
“Te lo sogni” dico.<br />
Non mi lascio più fregare da Naldi. Mettila dentro che vediamo.<br />
“Dimmi quanto mi dai e caccia fuori i soldi.”<br />
“Mille”<br />
“Tu sei matto” dico. “Mille per questa qui, è nuova.”<br />
“Lo sai com’è. Devo mandarla giù a Napoli, è rischioso.”<br />
“Cazzi tuoi. La porto alle Roveri. Mille è una miseria.”<br />
“Quelli delle Roveri sono dei marocchini, non si lavora coi marocchini.”<br />
“E te cosa sei?” sbotto. Per Naldi i marocchini non sono gli abitanti del Marocco, ma quelli non affidabili, poco seri. I ladri disonesti insomma. “Ha solo 8000 chilometri. Dentro c’è il libretto e tutto.”<br />
“Millecinquecento e punto. Se non ti va bene portala pure dai marocchini.”<br />
Taglia corto, inutile insistere. E in fondo non mi frega di insistere. Millecinquecento euro mi stanno strabene. Un colpo di culo favoloso.<br />
“Dammi i soldi.”<br />
“Mica li ho in contanti, cosa credi? Poi viene un balordo come te e mi rapina. Mettila dentro, sbrigati.”<br />
Già, la rapina. Con una bella botta in testa. Ci penserò.<br />
“Naldi, o mi dai i soldi in mano o me ne vado” faccio, guardando l’Audi.<br />
Si gratta la testa, fa una smorfia.<br />
“Aspettami qui. Devo andare in banca a prelevare. Torno tra mezz’ora.”<br />
Gira i tacchi, va verso il capannone, inforca un motorino e parte a gambe larghe, come una specie di ragno, o di farfallaccia in caduta libera.</p>
<p>Dieci bigliettoni da cento e dieci da cinquanta. Una cosa favolosa. Vado al supermercato coop, compro due bottiglie di Montepulciano, formaggio parmigiano, lasagne al forno precotte, frutta, caffè, dolcetti, uova, piselli in scatola, insalata. Pago con un cinquanta, con una sorta di gioia trionfale. Sorrido alla cassiera, una bella signora mora, che ricambia.<br />
Fuori dal supermercato c’è una bicicletta legata a un lampione con un lucchetto ridicolo. Due occhiate in giro e lo apro in un secondo col coltellino passepartout. Infilo i sacchetti nel manubrio e pedalo fino in San Donato. A casa.</p>
<p>Il nostro antro è in un quartiere lebbroso, un’accozzaglia di edifici abitativi decrepiti, magazzini e negozi vuoti con le serrande marce, aiuole spelacchiate, asfalto crepato. Siamo dietro a un centro di distribuzione di abiti per famiglie povere, con un viavai continuo di donne africane, vecchi, bambini zingari che corrono dappertutto urlando. E’ un magazzino o un laboratorio dismesso, che il Crotalo – uno strozzino che gestisce un campo nomadi abusivo in un cantiere abbandonato –  ci ha affittato in cambio di un chilogrammo di marijuana all’anno, che io e Dorian coltiviamo lungo l’argine del Reno. E’ un androne alto quattro metri, con finestroni a filo del soffitto, i muri sottili velati di una muffa vecchia e nera, il pavimento di cemento grezzo. Non c’è riscaldamento, abbiamo installato una grande stufa a legna che produce un caldo favoloso, e per l’acqua abbiamo fatto entrare una derivazione da una fontana in cortile. Poi ho alzato due pareti di legno truciolare alte tre metri, perché voglio la mia stanza da letto, non mi va di condividere lo spazio con quello scorreggione depresso di Dorian.<br />
Dorian è seduto al tavolo di cucina, con la testa tra le mani. Immagine abituale, ci ho fatto il callo ormai. Non alza la testa, non mi saluta.<br />
“Oi!” grido, mentre sbatto i sacchetti sul tavolo. Apro lo sportello del frigorifero, metto dentro gli alimenti.<br />
Dorian mi guarda, segue i miei gesti. Ha gli occhi rossi, avrà pianto come al solito.<br />
“Che è?” fa, con voce arrochita.<br />
“Ho fatto su una bicicletta” dico.<br />
Non mi va di scendere nei particolari, non è necessario che Dorian sappia che sono in pilla.<br />
“Uh” fa.<br />
“Stasera organizziamo una bella cenetta, pensavo di invitare quelle due” dico. Una prospettiva favolosa. Quelle due sono una ragazza afro che faceva le pulizie dal padroncino di Dorian e una sua amica tunisina. Rappresentano il mio ideale di donna di questo periodo: floride, calde, accoglienti, di una bellezza strato.<br />
“Uh” fa di nuovo Dorian.<br />
“Ma vuoi tirarti un po’ su, perdio?” sbraito, scrollandolo per una spalla. Mi irrita questa sua depressione continua. Trovo insopportabili i tipi tristi e pessimisti. Quelli che si conformano al mondo morto, che cercano di assomigliare ai cadaveri che camminano.<br />
“La fai facile te. Anche oggi ho fatto un giro per agenzie. Niente. Alla mia età nessuno ti offre nulla. Mi dici come faccio a tirare avanti?”<br />
“E io come faccio? Cazzo te ne frega del lavoro? Mettiamo più piante di maria, ci arrangiamo.”<br />
“Sì, e prima o poi ci beccano e andiamo al gabbio.”<br />
Basta, ci rinuncio. Con Dorian è tutto un problema, tutta una sconfitta. Va sempre male, e domani andrà peggio.<br />
Domani non esiste. Esiste oggi. E io oggi sono libero e in buona salute.<br />
Esco di nuovo, vado in farmacia e, facendo la sceneggiata con una bella farmacista dall’aria favolosamente borghese, la convinco a darmi una confezione di valium senza ricetta.</p>
<p>Verso il vino, rido con la pancia e con la gola. Di me dicono che ho una risata torrenziale, contagiosa. Dicono che comunico la mia allegria all’ambiente. E che dovrei fare, piangere come Dorian?<br />
Comunque stasera anche il mio socio maniaco depressivo ride, scuotendo la testa. E ridono Amina e Nidal, la tunisina che mi piace da matti. E’ grande, opulenta, coi capelli tinti di un biondo chiarissimo, quasi bianchi. Ha un nasino all’insù che regala uno stile unico alla sua faccia rotonda, con le guance soffici come paste alla crema. Anche Amina è bellissima, opulenta quasi quanto Nidal, nera del centroafrica, coi capelli lisciati, lucidi. Ha il rossetto e le unghie rosso scarlatto, sgargianti. D’un tratto spalanca i suoi grandi occhi, che sembrano fanali neri nella notte profonda, e indica un punto alle mie spalle. Mi giro verso l’angolo cucina e vedo uno scarafaggio di ragguardevoli dimensioni che si muove lento sopra al lavello.<br />
Rido e alzo le spalle, mentre Dorian fa un balzo verso l’insetto, che si è già eclissato dietro al lavello.<br />
“Qui ci sono loro” dico. “Abbiamo provato di tutto, polveri insetticide, trappole, ma tornano sempre. E allora che ci stiano, questi stronzetti. Vivono dietro il lavello, non si allargano troppo.”<br />
“Oh” fa Nidal, con una mano davanti alla bocca, e guarda seria il suo piatto di lasagne.<br />
“Non  preoccuparti” la tranquillizzo. “Queste sono precotte.”<br />
Volevo fare il bullo, dire che le avevo cucinate io, ma non sono sceme, si vede che vengono da un laboratorio, così compatte.<br />
Mi verso in gola una straordinaria bicchierata di Montepulciano, ne verso a Nidal e Amina. Dorian ha il bicchiere ancora pieno. Non beve, gli basta la sua disperazione, che ha di nuovo preso il sopravvento, come avevo previsto. Non ha spazio per altro.<br />
Anzi, non solo non ha più spazio libero, ma ne è pieno fino a scoppiare. Così cerca di vuotare il sacco con Amina. La sta deprimendo coi suoi discorsi mortiferi. “Non si trova niente, capisci? Non ti permettono di costruire nulla.” Cala un’atmosfera cupa, Amina ascolta a testa bassa, con aria afflitta. Lei stessa fa le pulizie in nero, ha lo sfratto, non vede prospettive. Perfetto, spalanchiamo le porte ai presidenti degli zombi, permettiamo loro di invadere anche le nostre case, le nostre menti. Offriamo loro su un piatto d’argento il sangue caldo delle nostre vite pulsanti. Non aspettano altro.<br />
Se non intervengo subito la serata è rovinata. Amina e Nidal se ne andranno da qui tristi e deluse.<br />
“Bene, ci facciamo un bel tè allegro?” dico a voce alta, sbracciandomi come un attore di teatro.<br />
L’allegro è tè verde con le foglie di maria. Le ragazze lo sanno. Anche Dorian lo sa, e ogni volta lo beve sperando di ridere un po’. Invece su di lui ha l’effetto opposto. L’erba sintetizza i suoi stati d’animo, li purifica per così dire. La sua depressione diventa semplice e assoluta, come una formula matematica.<br />
Così lo aiuto. Verso nella sua tazza cinquanta gocce di valium. Non ha quasi toccato il vino, con la maria avrà un effetto soporifero senza complicazioni.<br />
Infatti dopo neanche un quarto d’ora inizia a crollare la testa, mentre noi ridiamo di tutto, degli scarafaggi, dei tipi strani che conosciamo, del vecchio divano coi cuscini logori, del fatto che non posseggo un telefono cellulare e sono un cavernicolo. La nostra erba nata da semi tailandesi è favolosa. Rido con gli occhi intrecciati con quelli di Nidal, occhi grandi di un colore nocciola scuro come i gusci delle mandorle, come i datteri della sua terra.<br />
Intanto tengo d’occhio Dorian.<br />
“Sarà meglio che ti metti a dormire” dico, in una pausa dalle risate.<br />
“Uh” fa Dorian.<br />
“Noi ci tratteniamo ancora una mezz’oretta, poi andiamo tutti a letto” soggiungo.<br />
Dorian si alza barcollante, saluta confusamente, si ritira nel suo box. Lo seguo con lo sguardo, cerco di valutare se devo accompagnarlo. Ma ce la fa con le sue gambe. Meglio così. Aiutarlo, sostenerlo imprimerebbe una svolta malata all’energia allegra che scorre tra noi.<br />
Restiamo noi tre, finalmente. E’ la situazione ideale per me. Da solo con una ragazza avverto sempre una certa tensione, un confronto tra me e lei. Ma con due la felicità esplode, le battute si incrociano, l’eccitazione sale.<br />
Mi avvicino, prendo le loro mani, le accarezzo. Mi siedo in mezzo a loro sul divano, bacio Amina su una guancia, poi bacio Nidal, accarezzo i capelli di Amina, le dico che sono bellissimi, abbraccio Nidal sulle spalle, cerco la sua bella bocca piena, morbida, aspiro il suo alito profumato. Continuo a scherzare e ridere, per aiutarle a superare l’imbarazzo, soprattutto Amina, che è rigida, sbalordita. Ma l’erba tailandese-renana fa il suo lavoro, stimola la nostra allegria, ci guida nella leggerezza che sola può donare la vita, l’amore, e concederne il godimento.<br />
Sfilo la maglietta di Nidal, bacio i suoi seni prorompenti sopra il reggiseno, tiro a me Amina, che lentamente si lascia andare, si ammorbidisce, mi permette di accarezzare e baciare la sua pelle nera, di immergere la bocca nel suo cespuglio di rose nere. E sprofondo nei loro corpi opulenti, sprofondo nella pancia favolosa di Nidal, nella sua bocca socchiusa. Sprofondo nel dolce abisso di Amina.</p>
<p>Al mattino mi alzo in forma straordinaria. Guardo il cielo azzurro dai finestroni, nuvole bianche in viaggio nella brezza di aprile. Ho la testa leggera, le gambe scattanti. Sono in pilla, voglio fare una lunga passeggiata nel parco della Chiusa, poi a pranzo con Dorian in un buon ristorante. Non ci faremo mancare nulla.<br />
Anche Dorian si alza. E’ pallido, sembra sfatto. Ha le braccia penzoloni, le occhiaie, la pelle grigiastra. Cerca di rianimarsi, si sciacqua a lungo la faccia con acqua corrente, nel lavello della cucina.<br />
“Com’è andata con le ragazze?” chiede.<br />
“Oh, tutto bene” faccio.<br />
“Mi dispiace per ieri sera, non ce la facevo più” si scusa.<br />
“Oh, fa niente” lo rassicuro.<br />
Crolla seduto al tavolo, prende i dolcetti che ho comprato alla coop. Intanto io metto sul fornello la caffettiera.<br />
“Ho preso una decisione” dice, con tono solenne. Talmente solenne che rido, mentre sollevo il coperchio della caffettiera.<br />
“Basta buttarmi giù. Basta vedere tutto nero. Basta con le previsioni negative.”<br />
Rido, mentre verso il caffè nelle tazzine.<br />
“Sì, da ora in poi andrò avanti come una macchina. Cercherò lavoro con calma e tenacia, senza farmi venire l’ipertensione se tutti mi chiudono la porta in faccia. Ce la farò prima o poi. Devo farcela.”<br />
Bevo il mio caffè e rido.<br />
“Ma la smetti di ridere, cazzo. Non sai fare altro, tu. Mangiare, ridere, scopare. Certe volte sei disgustoso. Quanto credi che durerà?”<br />
Guardo la sua faccia emaciata e scoppio a ridere.<br />
“Dorian, con quella faccia cosa credi di fare? Se vai in giro così si toccano tutti le palle.”<br />
Guarda il pavimento. Annuisce.<br />
“Sì, ma la metterò via, questa faccia. Oggi ho testa pesante, non so, forse ho dormito male. Ma io credo in un progetto. Tu non hai nessun progetto. Vivi alla giornata. Sei un incosciente.”<br />
Assaporo il caffè sulla lingua, sulle labbra. Sento ancora l’aroma della bocca di Nidal, la sua saliva dolce, il suo alito fragrante. Chiudo gli occhi. Ti amo Nidal. Amo anche te, Amina, il tuo cespuglio di rose nere. Non faccio che pensare a voi. Sono pazzo di voi. Voglio vivere con voi.<br />
“Che progetto, Dorian? Un nuovo lavoro da camionista, dodici ore al giorno seduto al volante? Facchino notturno? Impiegato dal culo largo?”<br />
“Sì, disprezza pure tutto. Ne farai di strada.”<br />
“Non voglio fare strada. E non disprezzo nessuno. Voglio vivere come un animale, come un selvaggio. Voglio prendermi quello che mi piace, non me ne frega niente del progetto.”<br />
Non sembra avermi sentito. Annuisce, guardando il pavimento.<br />
“Sì. Andrà meglio, ne sono sicuro. Perché questa è la mia volontà.”<br />
Andrà meglio, sì.<br />
Meglio… meglio di così?</p>
<p><em>[fotografia dell'autore]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/14/favolose-nullita/">Favolose nullità</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Urlo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/09/urlo/</link>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 05:16:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lurlo-Mauro-Baldrati.jpg"></a>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
“Non esistono i beat, ma solo un gruppo di ragazzi che vogliono essere pubblicati” dice il personaggio di Allen Ginsberg nel film <em>Urlo</em>. In effetti il vero Ginsberg tentò di smorzare l’attenzione dei media sul gruppo di scrittori e poeti di cui faceva parte, che tutti chiamavano <em>beat</em>, e in seguito <em>beatnick&#8230;</em>.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/09/urlo/">Urlo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lurlo-Mauro-Baldrati.jpg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-36567" title="L'urlo (Mauro Baldrati)" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lurlo-Mauro-Baldrati-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<div id="_mcePaste">“Non esistono i beat, ma solo un gruppo di ragazzi che vogliono essere pubblicati” dice il personaggio di Allen Ginsberg nel film <em>Urlo</em>. In effetti il vero Ginsberg tentò di smorzare l’attenzione dei media sul gruppo di scrittori e poeti di cui faceva parte, che tutti chiamavano <em>beat</em>, e in seguito <em>beatnick</em>. Erano soprattutto degli amici che vivevano insieme, che viaggiavano, che scrivevano e cercavano di pubblicare i loro libri, si drogavano, urlavano la loro protesta verso la società americana del dopoguerra. Era il 1957, il poema <em>Howl </em>era stato da poco pubblicato dalle City Light di Lawrence Ferlinghetti e subito sequestrato per oscenità. Come sempre accade in questi casi l’attenzione dei media immediatamente si puntò sull’evento, e Ginsberg e i beat guadagnarono le prime pagine. Forse Ginsberg voleva che la fama fosse solo per le opere, senza i riflettori del gossip voyeurista sui personaggi, i loro vizi, le trasgressioni.</div>
<div id="_mcePaste">“Non esistono i beat.” Ma più di trent’anni dopo il poeta e professor Ginsberg, nel corso di un incontro con gli adoranti lettori a San Francisco cui era presente Emanuele Bevilacqua, autore del piccolo, prezioso <em>Guida alla beat generation</em> (Theoria 1994), dirà: “L’influenza dei beat è stata fortissima, fuori e dentro gli Stati Uniti”. <span id="more-36568"></span>Dunque sono esistiti come gruppo dotato di una identità collettiva, sono esistiti come <em>generazione</em>. E hanno prodotto opere, non solo poetiche ma anche artistiche, cinematografiche, con una estetica, uno stile che in qualche modo le ha unite e caratterizzate.</div>
<div id="_mcePaste">Ma vediamo intanto la genesi di questa parola, il nome della generazione. Lo avrebbe inventato Jack Kerouac, nel corso di un’intervista con John Clellon Holmes, nel 1948: “This is really a beat generation.” Generazione beat, battuta, sconfitta. Però lo stesso Kerouac scrisse in seguito che un giorno del 1948, in Times Square, incontrò un <em>hipster </em>di Chicago (gli “hipster dal capo d’angelo” che sono nel poema <em>Urlo</em>, erano i musicisti del be-bop e chi li seguiva ai concerti, tipi eccentrici spesso vestiti con abiti <em>zoot</em>, di taglie enormi, sgargianti e chiassosi) di nome Herbert Huncke che gli disse: “Man, I am a beat.”</div>
<div id="_mcePaste">I beat, i battuti.</div>
<div id="_mcePaste">Forse il primo Ginsberg non aveva torto quando negava la loro esistenza. Perché non erano un collettivo organizzato con una linea, non erano un gruppo di protesta. Erano artisti, scrittori, poeti, che vivevano sulla loro pelle l’impossibilità di accettare il nuovo conformismo di massa (“la meccanizzazione delle menti” scrive Ginsberg), la difficoltà di adattarsi alla nuova America del dopoguerra, dove il capitalismo torna potente e più aggressivo che mai, e il Moloch (“Moloch, i cui occhi sono mille finestre cieche”) del potere schiaccia la vita, si prende i sentimenti, la speranza, l’amore. Gli scrittori beat conducono una vita miserabile, ammassati in appartamenti spogli e senza riscaldamento, cercano con ogni mezzo di uscire dalla melma esistenziale e non esitano a fare uso massiccio di tutte le droghe (ma erano preferite la marijuana e il peyote) utili per aprire le coscienze, per cercare nuove vie, nuove opportunità di amare, di stare insieme. E di scrivere. Trasportano la loro inquietudine nella scrittura, in versi e in narrativa, urlano la loro rabbia, le loro visioni psichedeliche, raccontano gli sballi, le corse in macchina, il viaggio incessante, senza fine, spinti da un’unica forza terribile, insaziabile e indomabile: la ricerca. Cercano soprattutto l’innocenza perduta, quando l’amore era ancora puro e possibile, e si ribellano al fango che li soffoca. Quanto Rimbaud c’è nel loro viaggio, gli “orribili lavoratori” in cerca dell’ignoto attraverso lo sregolamento dei sensi. E quanto Henry Miller, il loro vero padre putativo, l’eroe metropolitano massiccio e mistico che passa indenne attraverso una vita di totale povertà, indifferente alle regole del potere, alle convenzioni, all’ipocrisia e al conformismo.</div>
<div id="_mcePaste">Ma <em>beat </em>si è arricchito di un secondo significato, attribuitogli sempre da Kerouac quando, nel 1954 (<em>On The Road </em>era stato scritto da tre anni, e dovrà aspettarne altri tre per vederlo pubblicato), in una chiesa di Lowell, sua città natale, disse di avere avuto una visione: “Beat vuol dire beatitudine.” E qui entra in scena l’aspetto mistico, forse acquisito a posteriori, quando l’attività letteraria era già molto attiva: la lettura dei testi buddisti, le filosofie orientali, probabilmente il lato B della ricerca  di innocenza, di pace, di felicità. Ma saranno sempre filosofie adattate alle loro vite, raramente le loro vite si conformeranno alla filosofia. <em>I vagabondi del Dharma</em>, che racconta le avventure  di Kerouac e Gary Snyder, è una interessante commistione di buddhismo e alcolismo, di rigore e rottura di tutti gli schemi, della regola e dello sfondamento della stessa.</div>
<div id="_mcePaste">I beat, i battuti, gli eredi dei <em>lost </em>di Francis Stott Fitzgerald, i beati che cantano il mantra “Santo!”, con la loro ricerca esistenziale e poetica hanno influenzato generazioni di giovani, perché hanno espresso le inquietudini e le delusioni di chi ha creduto alle promesse dei padri, promesse mai mantenute, schiacciate dai talloni di ferro del denaro, del potere, dell’immagine minacciosa dei padri ipocriti e traditori. E per questo, forse perché furono amati con tale intensità, sono stati talvolta rinnegati dai loro stessi estimatori. Frequenti le accuse di qualunquismo, di essere patetici e un movimento sostanzialmente borghese, interno al capitalismo. Pasolini dirà che li ha amati perché “grandi arrabbiati”, poeti che hanno espresso la grande rabbia derivante da una grande borghesia (mentre in Italia, disse, esiste una piccola borghesia e quindi “piccoli arrabbiati”). Bob Dylan nel suo <em>Chronicles </em>scrive che ha adorato <em>On the road</em>, come tutti, è impazzito d’amore e si è identificato totalmente nella sua velocità e nella sua intensità, ma in seguito ha capito che tutto quell’andare avanti e indietro, ossessivamente, senza scopo, non aveva senso. E le grida frenetiche e ultrapositiviste di Dean Moriatry cadevano nel vuoto.</div>
<div id="_mcePaste">Ma il vuoto esisteva, come esiste oggi, era il loro vuoto affettivo ed esistenziale, e i beat hanno cantato l’epica di questo vuoto.</div>
<div><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/locandinaurlo.jpg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-36569" title="locandinaurlo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/locandinaurlo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></div>
<div id="_mcePaste">Il breve film <em>Urlo </em>(90 minuti scarsi), regia di Rob Epstein e Jeffrey Friedman, con lo zampino discreto di Gus Van Sant (chi è interessato si affretti, ha una distribuzione limitata e starà poco nelle sale), è garbato, semplice, onesto, ben girato. Non ha la pretesa di rappresentare le avventure dannate dei protagonisti, né di stupire, di scandalizzare, è impostato su una intervista newyorkese di Allen Ginsberg, nel 1957 mentre è in corso il processo e Lawrence Ferlinghetti rischia la galera. Le parole del vero guru dei beat si alternano con immagini del processo, oggi paradossali per l’ottusità dell’avvocato dell’accusa (ma non troppo in realtà, la predica finale del giudice repubblicano, che lo giudicò non osceno, sulla libertà di espressione sembrano scritte per l’Italia dei nostri giorni), per le teorie sulla poesia, suffragate dagli “esperti” che in aula giudicavano i versi tipo “che si lasciavano fottere in culo da motociclisti santi, e urlavano di gioia&#8221;, con immagini in bianco e nero di Ginsberg e i suoi amici, Neal Cassady, Kerouac, riprese d’epoca di San Francisco, e una serie di animazioni che compaiono quando Ginsberg legge <em>Urlo </em>durante il mitico reading alla Six Gallery nel 1955. Molti gli spunti interessanti nelle sue parole mentre descrive la genesi delle  poesie: era un ragazzo molto timido, come quasi tutti i beat del resto, che si innamorava perdutamente dei compagni di college. Così iniziò a scrivere per combattere la sua timidezza e soprattutto per cercare di sedurre Jack Kerouac. Motivazioni sacrosante: chi ha stabilito che la poesia deve avere per forza obiettivi elevati o confessionali? Non potrebbe nascere semplicemente per uno scopo utilitaristico?</div>
<div id="_mcePaste">E’ un film sincero, dove il coraggio di quei ragazzi emerge in tutta la sua autenticità, poeti che scrivevano per il piacere di farlo, per l’urgenza di esprimere fino in fondo i loro sentimenti, indifferenti alle problematiche esterne, ai gusti del pubblico, degli editori, al mercato, alla censura (e soprattutto l’autocensura), al rischio di finire in prigione. E di nuovo viene spontaneo fare un paragone coi giorni nostri, dove le poetiche sembrano intrecciarsi con le variabili dettate dagli editori, e i dibattiti si infiammano soprattutto sul “come” e non sul “cosa” o sul “perché”.</div>
<div id="_mcePaste">Se proprio vogliamo trovare dei difetti possiamo criticare certe immagini patinate, dove i personaggi sembrano usciti dalle fotografie in bianco e nero di Richard Avedon (i beat erano autenticamente working class, qui vi è una ricostruzione un po’ estetizzante del working class), le animazioni sono a volte eccessive e vagamente noiose, e poi la traduzione: crea un certo imbarazzo sentire il Ginsberg interpretato da un bravo James Franco che declama “in cerca di pere di furia”, quando la prima traduzione italiana recava “in cerca di droga rabbiosa” (in originale: “looking for an angry fix”), ma questo è, <em>Urlo </em>è stato ritradotto, come sempre, come i romanzi di Henry Miller e di Kerouac, e chi di noi ha letto le versioni originali prova un fastidioso disagio quando salta fuori un Guido Almansi che dice che le traduzioni di Bianciardi e di Mario Praz erano imprecise e da rivedere (da lui). E infine il doppiaggio. In Italia abbiamo la fobia di doppiare qualunque cosa (si è salvato in parte solo <em>Inglorious basterds</em> di Tarantino e poco altro), tutti i film hanno le stesse voci, con lo stesso timbro, noir, avventura, amore, storici, e anche <em>Urlo</em>, benché il reading del 1955 in italiano non sia del tutto da buttare.</div>
<div id="_mcePaste">Ma resta un film equilibrato su una generazione che si è bruciata in un viaggio senza fine, e sarebbe bello, oggi, ritrovare almeno una parte di quel loro coraggio, e di quella loro bellezza ostinata e perduta.</div>
<div>(La foto di apertura è di Mauro Baldrati)</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/09/urlo/">Urlo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Material guys</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 15:13:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/boy-with-machine.jpg"></a></em></p>
<p><em>Di grande, di rivoluzionario non c’è che il minore. Odiare ogni letteratura di padroni.</em></p>
<p>Deleuze Guattari, <em>Kafka</em></p>
<p>E se esistesse veramente?</p>
<p>Se esistesse un gruppo di scrittori – senza identità collettiva per ora – o per sempre – che utilizzando i codici e gli stili del genere noir produce una visione del mondo dove alcune tendenze vengono portate al limite di rottura e la realtà che ci sta intorno esplode in tutta la sua violenza, la sua follia inspiegabile e incontenibile?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/21/material-guys/">Material guys</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/boy-with-machine.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-36201" title="boy with machine" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/boy-with-machine-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a></em></p>
<p><em>Di grande, di rivoluzionario non c’è che il minore. Odiare ogni letteratura di padroni.</em></p>
<p>Deleuze Guattari, <em>Kafka</em></p>
<p>E se esistesse veramente?</p>
<p>Se esistesse un gruppo di scrittori – senza identità collettiva per ora – o per sempre – che utilizzando i codici e gli stili del genere noir produce una visione del mondo dove alcune tendenze vengono portate al limite di rottura e la realtà che ci sta intorno esplode in tutta la sua violenza, la sua follia inspiegabile e incontenibile?</p>
<p>La violenza è intorno a noi, passa ogni giorno sugli schermi televisivi, sporca, corrotta, distruttiva, ma viene amministrata come “simbolo”, il simbolo del male che è altrove, in terre lontane devastate dalla miseria e dalla barbarie, terre che diventano <em>il simbolo</em> stesso della miseria e della barbarie, e quindi non ci riguardano in fondo, perché noi spettatori/pubblico non ci sentiamo dei simboli, ma persone in carne e ossa.<span id="more-36200"></span></p>
<p>Persone reali.</p>
<p>Realtà.</p>
<p>Il simbolo pretende di rappresentare la realtà, di ridurla a sistema di codici: la famiglia, come specchio del mondo, dove tiranneggia il triangolo edipico, eterno e immutabile, che condanna il bambino, ancora prima della nascita, a desiderare l’omicidio del padre, per avere la madre, e la bambina a opporsi alla madre, che compete con lei nella seduzione del padre; simboli mortiferi, totalitari, che proiettano la persona in uno straniamento e in un senso di solitudine pubblica senza soluzione, generatori di impotenza e di infelicità, di senso di colpa e di paura, di rancore e di violenza. </p>
<p>Non essendo reale, il simbolo viene gestito dal Potere, dalla notte dei tempi. Perché il Potere è reale, è limitazione della libertà, è predazione delle risorse, distruzione dell’ambiente. L’arte gioca coi simboli, spesso illudendosi di contrapporre simbolo a simbolo, di bellezza, di dolore, di rivolta, di libertà. Ma è il Potere il vero padrone, perché domina sulla terra, non il suo simbolo. Così l’arte, quando accetta il suo gioco, finisce per essere subalterna al padrone, strumento nella propagazione dei simboli, pur nell’illusione di veicolarne alcuni di rinnovamento e di rinascita.</p>
<p>La letteratura <em>maggiore</em>, nella sua tendenza individuale e trascendente, se punta al cambiamento guarda al simbolo del cambiamento, della vita e dei sentimenti offre una serie di rappresentazioni, di metafore. Il suo corpo è vuoto, perché è pieno di nulla, i simboli della nascita, della solitudine, del senso di colpa, della morte, della paura, del narcisismo, dell’incomunicabilità. E’ un corpo vuoto e prigioniero, proiettato verso un obiettivo che non è tale, perché la letteratura è viaggio, non destinazione; è divenire, è materia in formazione.</p>
<p>“Il mondo dei fantasmi è quello che non abbiamo finito di conquistare. E’ un mondo del passato, non dell’avvenire. Andare avanti aggrappandosi al passato, è trascinarsi dietro le palle del forzato” scriveva Henry Miller in <em>Sexus</em>. Letteratura prigioniera del passato come spazio bloccato, come condanna ancestrale, letteratura subalterna, implosa.</p>
<p>E se esistessero scrittori “minori”, che non si preoccupano delle metafore, ma producono pura materia, pura intensità attraverso il racconto? Una minoranza che scrive nella lingua maggiore, e la violenta, o la secca dall’interno?</p>
<p>Una letteratura minore &#8211; una letteratura materialista &#8211; è sintesi, sobrietà, e produce materia come realtà esplosa, buttandosi dietro le spalle i simboli, i sensi di colpa, l’accidia, cercando la vita, quando la vita è anche follia, schizofrenia, contraddizione, fuga.</p>
<p>Se esiste questo gruppo di scrittori, o una aggregazione di individualità letterarie che non sanno delle reciproche esistenze, Alan Altieri è uno dei magister. Da anni porta avanti il suo testo, la sua progressione, con un brand inconfondibile dove la lingua è ripulita, filtrata, scavata e disseccata fino a farne un flusso sobrio, dove il fatto individuale, che nelle letterature maggiori costituisce il ventre molle del corpo vuoto, si innesta con la follia collettiva del mondo. E si innesta con la politica. Il suo ultimo libro, <em>Killzone</em> (Tea) contiene una serie di viaggi, attraverso racconti neri che hanno tutti lo stesso inizio, “vento” (il “vento nero” della guerra, della politica criminale, del tradimento, della speculazione), nella catastrofe che infuria in molte parti del mondo, che non ha nulla di simbolico ma esplode e ci minaccia sempre più da vicino. Il protagonista è Russell Kane, il cecchino, lo sniper, ex guerriero delle forze speciali britanniche radiato dall’esercito con disonore e diventato <em>free lance</em>, soldato invisibile, combattente senza patria e senza bandiera, <em>contractor</em>. Si trova nelle zone già morte, già distrutte dalla guerra, dove la vita non ha alcun valore. E per uno scrittore materialista, che lavora la realtà dall’interno, non è difficile fare previsioni infauste che vengono tranquillamente superate quando il flusso della materia avanza: il primo racconto, <em>Dry Thunder, </em>parla di un’operazione di trivellazioni selvagge in un arcipelago delle Filippine, oasi naturale e paradiso ecologico che viene devastato da una multinazionale britannica che, con la complicità del governo, cerca illegalmente il petrolio. Kane insegue i responsabile sul relitto di una nave esplosa, che inonda di petrolio e kerosene le acque purissime del mare.</p>
<p>Vento.</p>
<p>Flagellava fin dentro la tenebra.</p>
<p>Alito fetido di kerosene e cordite e shrapnel.</p>
<p>Mentre esce il libro scoppia la tragedia mondiale dell’inquinamento del Golfo del Messico ad opera della britannica BP, che forse ha rovinato per sempre un tratto importante di costa.</p>
<p>Nel racconto <em>Monsone </em>Altieri, utilizzando la tecnica del <em>crossover </em>(l’incontro tra personaggi creati da autori diversi), fa entrare in scena un ospite, Il Professionista, il super <em>contractor</em> di Stefano di Marino (Stephen Gunn), che collaborerà con Kane sventando un doppio gioco letale, e alla fine si concedono alcune riflessioni sulla vita, riflessioni materialiste off course.</p>
<p>Kane, ultimo eroe chandleriano, solitario, disilluso, glaciale, indurito fino a una apparente disumanità, assassino in un mondo di assassini terminali eppure, nel profondo del suo corpo pieno di energia nera, così maledettamente umano, incontra donne pericolose, donne mortali, le <em>femmes fatales</em> che lo amano e lo tradiscono, cercano di ucciderlo, per fermarlo, per interrompere la sua antimateria che contrasta la materia oscura della speculazione, dell’intrigo, dei servi prezzolati di un presidente americano “dislessico, ex alcolizzato, che parla con dio”. Lo seguiamo in Afganistan, terra morta e sterilizzata in nome della <em>democrazia</em>, ma anche in “una Los Angeles al rogo, una Detroit immondezzaio, una Las Vegas da Suburra”, ovunque si scatena la distruzione del capitalismo selvaggio che per noi, spettatori occidentali seduti su divani sempre più traballati, è altrove, sugli schermi delle televisioni, sulle pagine dei giornali.</p>
<p>Se esistono, questi autori minori materialisti sono classificati nei generi e sottogeneri, <em>noir</em>, <em>thriller</em>, <em>fantascienza</em>, <em>black exploitation, narrativa d’evasione,</em> ottenendo così due risultati: 1) un ulteriore aggravamento del cosiddetto <em><a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2005/12/001608.html#001608">processo Termidoro</a></em>, cioè una introiezione di certi meccanismi commerciali, di regole non scritte di genere, per continuare ad avere uno spazio editoriale ed accorciando “la distanza che separa <em>L’esorcista</em> da <em>L’esorciccio</em>, il laboratorio dell’alchimista dalla cucina di casa”, come ha scritto <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2006/06/001796.html#001796">Valerio Evangelisti</a>; 2) la letteratura maggiore può stare tranquilla, nessuno per ora mette in discussione la sua natura “elevata”, al di sopra dei generi, nessuno insidia il suo piccolo privilegio di governante malinconica del padrone.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/21/material-guys/">Material guys</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>New Wave</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 06:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788889035399/pacoda-pierfrancesco/new-wave-la-scena.html"></a>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>In redazione a <em>Frigidaire</em>, a Roma, arrivavano molte visite. Una quantità di collaboratori veniva nella palazzina di Monteverde Vecchio, una villetta col cortile interno, un giardino abbastanza trascurato e un piccolo pergolato, per consegnare articoli, disegni, proposte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/13/new-wave/">New Wave</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788889035399/pacoda-pierfrancesco/new-wave-la-scena.html"><img class="alignleft size-full wp-image-36060" title="new-wave-edizione-originale-280" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/new-wave-edizione-originale-280.jpg" alt="copertina originale New Wave di Pierfrancesco Pacoda" width="280" height="453" /></a>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>In redazione a <em>Frigidaire</em>, a Roma, arrivavano molte visite. Una quantità di collaboratori veniva nella palazzina di Monteverde Vecchio, una villetta col cortile interno, un giardino abbastanza trascurato e un piccolo pergolato, per consegnare articoli, disegni, proposte. Talvolta per litigare, durante misteriose riunioni nell’ufficio del direttore. Con Tanino Liberatore, per esempio, che arrivava da Parigi, non mancavano mai urla, o rumori non meglio identificati. Quando era il turno dei bolognesi si accendeva una luce nella redazione, dove dominava il look cupo autonomia/via dei Volsci, la luce dell’eleganza: Marcello Jori, giovane pittore che utilizzava una interessante commistione tra immagini fotografiche in polaroid e tecnica pittorica, entrava con la sua bellezza aristocratica, i vestiti alla moda (il nero era sempre in voga), i modi affabili, da giovane vincente; Andrea Pazienza, seguito spesso da tipi equivoci, ambigui, spuntati da chissà dove, con giubbotti di pelle extralusso che riempivano di meraviglia il direttore; Massimo Iosa Ghini, che curava servizi/performance d’avanguardia, architetto anche nello stile che usava per aprire e chiudere le porte; Daniele Brolli, il letterato avant-garde anni ’80 multimediale, disegnatore, illustratore, sceneggiatore; Giorgio Carpinteri, che disegnava personaggi duri, cuneiformi, il primo, credo, a utilizzare guanti da lavoro come accessorio d’abbigliamento.<span id="more-36050"></span></p>
<p>Arrivava anche un tipo svelto, un ragazzo leccese bolognese d’adozione che si occupava di musica, soprattutto la new wave inglese, l’ultima generazione del dopo tsunami punk, un network di gruppi politicizzati, eversivi nei contenuti e nello stile, che lui ci portava direttamente da Londra (per la scena newyorkese ci pensava Stefano Tamburini). Il suo nome era Pierfrancesco Pacoda, io lo chiamavo “il ragazzo della Mandarina” perché si presentava con una elegante valigetta Mandarina Duck, dove teneva gli articoli e le foto. Era uno che ti metteva subito a tuo agio, uno disponibile, adattabile, predisposto all’ascolto. Insomma, un tipo <em>cool</em>, il perfetto imprinting del giornalista che ti spinge a parlare, a raccontare, a spiegare. Diventammo subito amici, a pranzo scendevamo a Trastevere nelle vecchie osterie popolari dove i gestori ci trattavano rudemente, come tutti, e ci servivano fettuccine con frascati a buon mercato. Spesso lo ospitavo nell’immenso appartamento che avevo in comodato gratuito a Fontana di Trevi, e la notte facevamo il giro dei locali.</p>
<p>Un giorno notai, nel banco secondario di una libreria, un libro che attirò la mia attenzione: aveva una copertina semplice e stilizzata, un ragazzo con la bocca piegata all’ingiù con un triangolo grafico che partiva dai cateti del bavero della giacca: <a href="http://www.ibs.it/code/9788889035399/pacoda-pierfrancesco/new-wave-la-scena.html">Pierfrancesco Pacoda, <em>New Wave</em></a>, interviste, testi e foto di una serie di gruppi inglesi. Nessun riferimento all’editore, solo che era stato stampato a Londra (oggi sappiamo che fu Marcello Baraghini di Stampa Alternativa a produrlo). Ma guarda un po’, pensai, il ragazzo della Mandarina. Lo comprai, e lo lessi un pomeriggio in redazione. Erano schede-interviste dei gruppi di tendenza, realizzate nel 1979 a Londra nelle loro case, o per strada. Un documento in tempo reale: alcuni di quei gruppi erano in piena attività, e rappresentavano dei punti di riferimento importanti per le avanguardie di mezzo mondo: i Killing Joke, Passions, Ruts, Pop Group, Essential Logic, e Robert Wyatt, il mitico fondatore dei Soft Machine, maestro di stile (e di impegno politico) con le sue fusion di free jazz, afro, funk.</p>
<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788889035399/pacoda-pierfrancesco/new-wave-la-scena.html"><img class="alignright size-full wp-image-36061" title="new-wave-nuova-edizione-2010-280" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/new-wave-nuova-edizione-2010-280.jpg" alt="copertina nuova edizione new Wave di Pierfrancesco Pacoda" width="280" height="420" /></a>28 anni dopo, oggi che Pacoda è un giornalista professionista, ha co-fondato un’etichetta, la Century Vox, che ha prodotto gruppi di hip hop italiano e ha scritto vari libri per Feltrinelli, Einaudi, Alet, <a href="http://www.ibs.it/code/9788889035399/pacoda-pierfrancesco/new-wave-la-scena.html">quel testo è stato ripubblicato dall’editore NDA</a>, con l’aggiunta di una interessante riproduzione di copertine originali dell’epoca, una prefazione dello stesso Pacoda e una traduzione di alcuni testi. Non è uno studio fatto a posteriori, con implicazioni sociologiche, economiche e politiche del periodo post punk, compreso tra il 1978 e i primi anni Ottanta, come il fondamentale <a href="http://www.ibs.it/code/9788876380457/reynolds-simon/post-punk-1978.html"><em>Post Punk</em></a> di Simon Reynolds. E’ un vero e proprio salto temporale, un documento che arriva direttamente dalla prima linea londinese, quando i gruppi si organizzavano con mezzi propri, sulla scia del <em>do it</em> <em>yourself</em> del movimento punk (a sua volta derivato – benché in apparente contrapposizione &#8211; dal <em>do it!</em> degli anni Sessanta), ragazzini arrabbiati in rivolta contro il thatcherismo, che vivevano e suonavano nei quartieri degradati, con forti tensioni razziali (<em>Armi su Brixton </em>cantavano i Clash, Piccadilly, Notting Hill). E’ l’incontro tra un apprendista giornalista ventenne e suoi coetanei che stavano rivoluzionando la musica giovanile di mezzo mondo, sganciandola dalle logiche di mercato, producendola con mezzi artigianali e distribuendola in proprio, nei canali alternativi (il piccolo negozio di Rough Trade, a Portobello, era il loro centro di distribuzione). Pacoda narra l’incontro con uno dei gruppi più radicali, fautori del cosiddetto <em>industrial sound</em> che con le sue sonorità estreme stava per “sporcare” il ritmo martellante della dance music in arrivo da Chicago e da Detroit: “I Throbbing Gristle abitavano tutti insieme, come la maggior parte dei gruppi di quell’epoca, in una casetta sotto a un ponte in Martello Street, in uno dei quartieri più oscuri e degradati di Londra, vecchi palazzi abbandonati coi muri scrostati. Nella casa mangiavano, dormivano, suonavano, e incidevano. Infatti era anche la sede della loro etichetta, la Industrial Records. Mi ricevettero con l’ospitalità e l’educazione di veri gentlemen inglesi, davanti a una tazza di tè. Io però non la smettevo di guardarmi intorno: i muri della casa, tutti i muri, erano rivestiti di carta da parati, secondo la tradizione inglese, ma una carta tutta speciale: era infatti un unico, enorme collage di immagini pornografiche ultra gore, violente, macabre.”</p>
<p>Incubi sonori, apocalittici, “cattiva coscienza dell’Inghilterra”, autoproduzione: “Nella new wave” scrive Pacoda, “ci sono spezzoni di arte, il dark, il new romantic, il new funk, la moderna culture club della house e della techno, c’è un intero, infinito universo sonoro e sociale che si muove per i territori, invade, travolge le frontiere, contagia ogni nazione.”</p>
<p>Benvenuti quindi negli anni frenetici e furiosi, quando la creatività bruciava i tempi e le vite, e la musica, l’amicizia, la rivolta , la ricerca di una nuovo stile e della libertà espressiva viaggiavano veloci in una Londra incupita dalla reazione thatcheriana, e si diffondevano nel resto del mondo. Leggere questo libro non significa solo studiare, capire, ma esserci. E’ come viaggiare in una macchina letteraria, per uscire da questo tempo, dove il mercato domina con la sua protervia e la sua disperazione, per tornare là dove regnavano “il desiderio di far irrompere sulle scena delle culture e del consumo, l’assoluta libertà, e la consapevolezza tornava, finalmente, nelle mani dei ragazzi.”</p>
<h3 lang="en-GB">We are all prostitutes</h3>
<p>del <strong>Pop Group</strong></p>
<p>Siamo tutti delle prostitute</p>
<p>Ognuno ha il suo prezzo</p>
<p>E anche tu ti abituerai alla menzogna</p>
<p>Aggressione</p>
<p>Competizione</p>
<p>Ambizione. Fascismo consumatore</p>
<p>Il capitalismo è la più disumana tra tutte le religioni</p>
<p>I grandi magazzini sono le nostre nuove cattedrali</p>
<p>Le nostre macchine sono i martiri per la causa</p>
<p>Siamo tutti delle prostitute</p>
<p>I NOSTRI FIGLI SI ERGERANNO CONTRO DI NOI</p>
<p>Perché noi siamo i responsabili</p>
<p>Noi siamo quelli che essi accuseranno</p>
<p>Ci attribuiranno un nome</p>
<p>Noi saremo</p>
<p>IPOCRITI IPOCRITI IPOCRITI</p>
<p><iframe width="700" height="525" src="http://www.youtube.com/embed/Y8klW9trVTQ?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>(Throbbing Gristle)</p>
<p><iframe width="700" height="525" src="http://www.youtube.com/embed/5VnwL4-Ghn0?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>(Pop Group We are all prostitutes)</p>
<p>http://www.youtube.com/watch?v=s1oyfG6t2ew</p>
<p>(Killing Joke)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/13/new-wave/">New Wave</a></p>
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		<title>La città nera</title>
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		<pubDate>Mon, 17 May 2010 06:32:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/baldrati_copertina.jpg"></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Mauro Baldrati è un habitué della rete: redattore del blog collettivo La Poesia e lo Spirito, scrive spesso anche su Nazione Indiana. Adesso dalla rete la sua firma si trasferisce sulla carta, con <em>La città nera</em> (Perdisa editore).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/17/la-citta-nera/">La città nera</a></p>
]]></description>
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<p>Mauro Baldrati è un habitué della rete: redattore del blog collettivo La Poesia e lo Spirito, scrive spesso anche su Nazione Indiana. Adesso dalla rete la sua firma si trasferisce sulla carta, con <em>La città nera</em> (Perdisa editore). Si tratta di una distopia in piena regola, un futuro che ci attende tra gli infiniti possibili, e il peggiore immaginabile, tracciato come punto di fuga a partire dal tempo presente. Da questo punto di vista, un romanzo pop come questo è decisamente un romanzo sociale. E&#8217; il 2106, in un mondo dove le risorse sono scarse e la violenza è endemica: ma di questo mondo Roma è il <em>capo </em>all&#8217;incontrario, la &#8220;natural burella” che addensa il peggio. La città nera, in molti sensi. Nera perché in mano alla Guardia Pretoriana , che la governa con mano brutale, mediante agenti strafatti di droga che impongono il loro “ordine”, in nome e per conto di un governo che ha tutti gli stigmi del fascismo. Una violazione continua di ogni diritto umano, consentita dal resto del mondo perché un gorgo simile fa comodo ai traffici criminali di tutti. In questa Roma che è un <em>campo </em>in cui domina il terrore, e dove la gran parte della popolazione è ridotta al rango di “spettri”, clandestini che non hanno alcuna cittadinanza, e che si organizzano in bande e campi fortificati, si muove il sergente Draghi, un poliziotto che viene coinvolto dal governo per fermare un misterioso killer che, a quanto pare, è stato chiamato dalla Resistenza. La narrazione tiene fino in fondo, costruita sapientemente, e si fa divorare: si vede che Baldrati si è nutrito dei grandi autori americani della fantascienza sociale, ma anche di cinema, fumetti – nonché del suo ex lavoro di fotografo, che lo portò a realizzare una mostra, che girò per tutta Europa, sulle bande giovanili – che in questo romanzo diventano neotribali. Neotribalismo che erompe in una memorabile scena in una discoteca, dove uno “spettro” viene impiccato pubblicamente per la gioia dei festanti.</p>
<p><em>(pubblicato su </em>l&#8217;Unità<em>, 15/5/2010)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/17/la-citta-nera/">La città nera</a></p>
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		<title>Missione Cernobbio</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 05:55:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cernobbio-villa_d_este.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Il taxi procede in colonna, a passo d’uomo, verso l’ingresso. Il vialetto è presidiato dalle guardie, probabilmente carabinieri in borghese, che controllano i documenti.<br />
Siamo quasi arrivati al posto di blocco. Non vedo perquisizioni, o passeggeri fatti scendere dai taxi o dalle berline scure.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/23/missione-cernobbio/">Missione Cernobbio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cernobbio-villa_d_este.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-33241" title="cernobbio-villa_d_este" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cernobbio-villa_d_este.jpg" alt="" width="450" height="278" /></a></p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Il taxi procede in colonna, a passo d’uomo, verso l’ingresso. Il vialetto è presidiato dalle guardie, probabilmente carabinieri in borghese, che controllano i documenti.<br />
Siamo quasi arrivati al posto di blocco. Non vedo perquisizioni, o passeggeri fatti scendere dai taxi o dalle berline scure. I controlli devono essere discreti, e rispettosi. La sicurezza va garantita, ma si tratta pur sempre di persone importanti. E le persone importanti hanno questa caratteristica: pretendono la sicurezza ma odiano essere importunate.<br />
Quando arriva il nostro turno una guardia si abbassa per guardare nell’abitacolo. Dice “buon giorno”, cui rispondo educatamente, rilassato, come sempre. La mia identità è sicura, è stata analizzata a lungo, e sottoposta a verifiche. Io sono Gunther Meyer, dottore commercialista residente a Milano, invitato a un convegno internazionale all’hotel Villa d’Este di Cernobbio. La guardia mi chiede la carta d’identità, che ho già preparato. Gliela porgo. Lui la studia brevemente, controlla sulla lista degli invitati. Il mio nominativo è presente, è regolare. Sono uno dei tanti professionisti che gli ordini invitano ogni anno a questo convegno internazionale di personalità dell’economia e della politica. Qui, mi ha detto il dottor Mustafà, il mio intermediario, ci sono industriali potenti, ministri, che discutono del futuro dell’economia globale.<span id="more-33228"></span>La guardia mi restituisce la carta di identità, mi chiede: “pensa di fermarsi per la notte, dottor Meyer?”<br />
“No” rispondo. “Parto stasera per Milano.”<br />
“Certo” dice la guardia, annuendo. “Quindi non ha bagaglio con sé, dottor Meyer?”<br />
“Solo la mia 24 ore. Desidera controllarla?”<br />
La guardia sembra riflettere. “Non è necessario. Buon lavoro, dottor Meyer” e mi saluta con un cenno del capo, prima di passare all’auto che ci segue.</p>
<p>Il taxi imbocca il vialetto, arriva sul piazzale di questa specie di castello attestato sulla riva del lago di Como. Il dottor Mustafà ha detto che questi luoghi sono famosi e invidiati nel mondo intero, soprattutto in America, dove i ricchi sognano di possedere ville con vista sul lago. E’ segno di enorme prestigio, ha detto il dottor Mustafà, riuscire ad acquistare una residenza sul lago di Como. Ma pochi ci riescono.<br />
Scendo e dico all’autista di aspettarmi. A operazione finita devo allontanarmi subito, senza essere precipitoso, senza fuggire, perché non è necessario, visto che non ci sarà nessun esito cruento immediato, ma è buona regola abbandonare al più presto la scena di una missione. Noi pianifichiamo, non dobbiamo permettere al caso, all’imprevisto, di scombinare il lavoro.<br />
Mi avvicino al banco della reception, dove un gruppo di giovani uomini e donne vestiti con abiti blu ricevono e registrano i visitatori. Dico il mio nome. Di nuovo una ragazza consulta una lista. Annuisce, dice “benvenuto, dottor Meyer, si può accomodare in sala”, e mi restituisce il documento.<br />
Già, la sala. Non mi ha detto quale, è già impegnata col prossimo ospite. Ma io lo so, perché ho studiato la planimetria dell’albergo, la hall, le dependances, gli uffici. Non dovrebbe servirmi a nulla, perché tutto avverrà nella sala dei convegni, dove tra circa un’ora parlerà la persona che sto aspettando, ma ogni luogo va studiato nei dettagli, per individuare possibili vie di fuga in caso di emergenza.<br />
La hall è affollata di persone che raggiungono le postazioni del convegno, e una grande quantità di uomini col minuscolo auricolare degli addetti alla sicurezza. Sono guardie private, poliziotti, ma anche agenti dei servizi segreti di paesi stranieri, perché ci sono rappresentanti di vari governi.<br />
Vedo una poltrona libera in prima fila e la raggiungo immediatamente. E&#8217; fondamentale che sia seduto a ridosso del tavolo degli oratori, per portarmi a diretto contatto con l&#8217;obiettivo, quando verrà il momento.<br />
Lancio occhiate intorno, agli altri ospiti, e nessuno si cura di me. Questo era previsto. Il dottor Meyer non fa parte del giro, è un professionista che nessuno conosce. Anche per questo è stato scelto, oltre al fatto che ha la mia stessa altezza, un metro e ottanta.<br />
Mi siedo, apro la valigetta e controllo il contenuto: la busta arancione è al suo posto, nello scomparto dei documenti. La richiudo e l&#8217;appoggio sulle gambe. Mi metto comodo sulla poltroncina ed entro nello stato di iper-rilassamento, mentre ripenso per l&#8217;ennesima volta alla preparazione di questa missione.</p>
<p>Il mio obiettivo si chiama Marco Scorzoni, è un uomo politico, come il committente, del quale non conosco il nome vero, ma solo il soprannome: Il Vecchio. Così lo chiama il dottor Mustafà, senza aggiungere altro. D&#8217;altra parte io non chiedo mai spiegazioni, non sono interessato né alle identità né alle motivazioni dei committenti. Io sono un tecnico, organizzo e porto a termine, il resto sono dettagli inutili, o addirittura pericolosi. E questo vale soprattutto per i politici, la specie più infida dei committenti, perché hanno la paranoia del doppio gioco, delle intercettazioni, del tradimento.<br />
Il Vecchio ha deciso di eliminare Marco Scorzoni, che presiede qualche commissione o istituzione del governo italiano, non ho pratica delle faccende politiche. Lo vuole eliminare, ha detto il dottor Mustafà, che sembrava molto divertito mentre commentava, perché “gli rompe le palle” con esternazioni, critiche e strappi, benché appartengano allo stesso schieramento politico. Marco Scorzoni vorrebbe destabilizzare Il Vecchio, secondo il dottor Mustafà, per prendere il suo posto. Ma Il Vecchio è una  volpe, anzi, un lupo feroce, e ha contrattaccato con un piano diabolico.<br />
Per prima cosa bisognava individuare la cosiddetta chiave d&#8217;acceso, cioè una identità pulita che io potessi usare per agire. Questo commercialista, Meyer, operava a Milano, ma non aveva clienti, né segretarie. E non frequentava colleghi, né uffici. Apparentemente non si capiva di cosa vivesse, visto che non si occupava di nulla, denunce dei redditi, consulenze, bilanci. Il motivo è semplice: era un prestanome della mafia. Riciclava denaro, investiva in borsa, procurava  fatture, acquistava immobili. Il tipo ideale, senza rapporti coi colleghi, e quindi esente da imprevisti dovuti a incontri casuali, per esempio persone che vedono il suo nominativo nella lista e lo cercano per salutarlo ecc.<br />
Così Il Vecchio, sfruttando i suoi contatti e il suo potere, ha comprato Meyer dalla mafia e l&#8217;ha fatto sparire. Poi è stata sostituita la foto nei suoi documenti con la mia.<br />
Quindi coi documenti in ordine, e dopo un meticoloso addestramento, soprattutto sulla manipolazione dell&#8217;arma che dovrò usare, sono entrato in azione.</p>
<p>La sala è ormai piena, uomini e donne eleganti di varia nazionalità, le guardie con gli abiti scuri, gli auricolari. Per me sono parti della tappezzeria, oggetti animati, infatti la mia linea di azione è semplice: non userò armi tattiche, né dovrò fare gesti sospetti. Io sono uno del pubblico, come tutti. Che si comporta come tutti.<br />
Gli oratori iniziano a prendere posto. Quando arriva Marco Scorzoni il silenzio piomba nella sala. Tutti guardano il Presidente, così viene introdotto dal relatore, che si appresta a prendere la parola. E&#8217; un uomo alto, di circa cinquant&#8217;anni, con una leziosa cravatta rosa, un tipo molto in voga tra i politici italiani, ha detto ghignando il dottor Mustafà, che sono considerati i più snob del mondo.<br />
Inizia a parlare, dopo una introduzione del relatore, ed io mi metto di nuovo in stato di iper-rilassamento. Il discorso dura circa quaranta minuti, poi parla un altro personaggio, e seguono domande del pubblico. E&#8217; un&#8217;attesa lunga, snervante, ma sono preparato. Abbiamo calcolato che prima di agire dovrò restare seduto almeno due ore. Per questo è necessari attivare l&#8217;iper-rilassamento, per neutralizzare la tensione nervosa, che potrebbe confondermi, spingermi a commettere degli errori.<br />
Quando è ormai evidente che l&#8217;evento sta per concludersi, apro la valigetta e prendo la busta. Tiro fuori il cerotto, che misura 4 centimetri per tre, e lo applico sul palmo della mano destra. Lo faccio aderire con cura, aprendo e chiudendo la mano, per farlo adattare alle pieghe della pelle.<br />
Ecco, ora tutti si alzano in piedi e si avvicinano al tavolo, come previsto. Anch&#8217;io mi alzo, e raggiungo rapidamente la postazione. Varie persone stazionano accanto a me, cercano di scambiare battute con Marco Scorzoni, fanno domande, portano i saluti di conoscenti comuni.<br />
Quando finalmente trovo un varco, con un gesto fulmineo tolgo lo strato di protezione del cerotto. Tendo la mano e dico, ad alta voce: “Signor Presidente, sono Gunther Meyer, dottore commercialista. Vorrei ringraziarla per tutto ciò che ha fatto per noi!”<br />
Marco Scorzoni è attorniato, pressato da tutte le parti, ma la mia mano si apre un passaggio, è come un tronco d&#8217;albero proteso. Intuisco lo slancio di risposta, la sua mano che sta per accettare la mia, in una stretta obbligata, sicura, decisa. Ma un uomo a lui vicino, probabilmente un collaboratore, si avvicina e gli parla a poca distanza dall&#8217;orecchio, sbilanciandolo all&#8217;indietro, distraendolo. La mia mano è inerte ora, dimenticata.<br />
La ritiro, facendo attenzione a non toccare nulla e nessuno, soprattutto parti del mio stesso corpo. Mi restano circa quarantacinque secondi, prima che l&#8217;entità di disattivi a contatto con l&#8217;aria. Non devo perdere la concentrazione, né devo cedere al panico per i secondi che volano, mentre Marco Scorzoni continua a essere distratto, sul punto di girarsi e lasciare la sala.<br />
Faccio ripartire la mano, con un gesto invasivo, aggressivo quasi.<br />
“Presidente Scorzoni, è un onore conoscerla!” dico gridando, sovrastando il vociare della folla. “Accetti, la prego, i ringraziamenti di tutta la categoria dei dottori commercialisti!”<br />
Capto qualche sguardo di commiserazione di questi uomini di mondo, per i miei modi villani. Ma Marco Scorzoni decide che non può, non deve sottrarsi a questa richiesta di attenzione, a questo richiamo collettivo di una intera categoria. Così la sua mano si appoggia alla mia, l&#8217;afferra e si fa afferrare. Gliela stringo, la strattono in un impeto di euforia, mettendolo in imbarazzo, strappandogli un sorriso che si espande in una risata verso questo pazzoide entusiasta.<br />
“Ma s&#8217;immagini, dottore, s&#8217;immagini!” dice.<br />
Trattengo ancora la sua mano, per permettere all&#8217;entità di entrare in lui, attraverso i micro-aghi del cerotto, che gli provocano delle lesioni superficiali di cui non si rende conto.<br />
Quando è inutile perseverare, perché la contaminazione è avvenuta, e anche per non creare sospetti, gli lascio la mano, chiudo la mia a semi-pugno e, reggendo la valigetta con l&#8217;altra, guadagno velocemente l&#8217;uscita.<br />
Raggiungo il bagno, mi chiudo in una toilette, appendo la borsa a un attaccapanni e prendo il coltellino tascabile dalla tasca dei pantaloni. Benché ora l&#8217;entità sia in gran parte disattivata rimuovo con grande cura il cerotto, badando a non sfiorarlo con le dita, perché qualche residuo potrebbe essere ancora attivo. Si tratta di un clone modificato del virus Ebola, che Il Vecchio ha ottenuto da un laboratorio segreto di ricerca russo. Il dottor Mustafà ha detto che ha rapporti privilegiati con la Russia, e l&#8217;ha avuto direttamente da un alto funzionario governativo.<br />
Getto il cerotto nel water e tiro l&#8217;acqua. Poi mi lavo con cura le mani con un detersivo speciale che ho nella borsa.<br />
Mi sciacquo la faccia, mi pettino ed esco dai bagni.<br />
Mentre mi dirigo verso l&#8217;uscita incrocio Marco Scorzoni seguito da una segretaria e varie persone. Il virus sta già lavorando, tra circa una settimana cadrà in preda a una febbre altissima che convincerà il suo medico a farlo ricoverare in ospedale. Qui gli diagnosticheranno il virus, per il quale non esiste cura, e dopo due settimane morirà, ridotto a una larva, con gli organi interni ridotti in poltiglia, causando sentimenti di orrore tra la popolazione italiana ed europea.<br />
Che è esattamente ciò che vuole Il Vecchio.</p>
<p>Il taxi sta viaggiando verso Milano. Devo passare dall&#8217;albergo poi mi farò portare alla Stazione Centrale, dove ho un treno per Zurigo.<br />
E qui inizierà la seconda parte del lavoro, che il Vecchio ha accuratamente pianificato, calcolando i tempi e preparando la diffusione delle immagini di Marco Scorzoni devastato dalla malattia attraverso i giornali e le televisioni dove ha grosse partecipazioni azionarie.<br />
Io andrò a Londra, dove riceverò una telefonata. Risponderò da un cellulare che risulterà appartenente a un francese, ricercato dall’Interpol per una serie di omicidi. In realtà è morto da tempo, ma essendo latitante nessuno lo sa. La conversazione è stata scritta, provata e riprovata e la conosco a memoria. “Allora è andato tutto bene?” chiederà la voce. “Certo” risponderò, con tono brusco. “Molto bene. Dunque Scorzoni è stato contaminato? L’Ebola non dovrebbe fallire, perché…” A questo punto lo interromperò: “Ma che dice? Le avevo detto di non chiamare mai questo numero!” e chiuderò la comunicazione.<br />
Il numero del mio interlocutore risulterà appartenente a Luigi Falieri, il segretario del principale partito politico avversario del Vecchio. Parlerà un attore che imiterà alla perfezione la sua voce. La telefonata sarà intercettata, e comparirà in tutti i tabulati. E qui, ha detto il dottor Mustafà, Il Vecchio ha realizzato un altro dei suoi capolavori. La chiamata partirà da un programma segreto, un trojan di creazione israeliana che entra nel database di una compagnia telefonica, fa una copia virtuale di un numero e registra un’operazione, telefonata, o messaggio. A nulla serviranno le proteste dell’interessato, perché il tabulato la riporterà, e nessun perito di tribunale potrà dimostrare il contrario.<br />
Quando le foto di Scorzoni agonizzante, pubblicate dai giornali del Vecchio, avranno fatto il giro del mondo, sarà resa nota l’intercettazione. Secondo il dottor Mustafà nessuno crederà davvero che Falieri, definito “un polentone” abbia organizzato un’operazione simile, ma quello che conta è la notizia, l’insinuazione.<br />
Il dottor Mustafà rideva come un pazzo, mentre lo raccontava. “Così Il Vecchio otterrà tre risultati” diceva, fregandosi le mani. “Primo, l’eliminazione di Scorzoni, che gli rompe le palle; secondo, gettare sospetto e discredito su Falieri, che lo tormenta; terzo, esprimerà solidarietà allo stesso Falieri, indignandosi per la diffusione vergognosa dell’intercettazione, chiedendo nuovamente un decreto che le renda illegali, che è uno degli obiettivi primari che vuole raggiungere.”<br />
Continuava a ridere, il dottor Mustafà, si eccitava e diceva: “Il Vecchio è un genio! E’ il più grande genio della storia!”<br />
Ma a quel punto il mio compito sarà finito, perché io non sono interessato a seguire gli sviluppi di un’operazione.<br />
Sarò già sparito nel nulla, nella mia tana, come sempre.</p>
<p>&#8211;</p>
<p>Questa è un&#8217;opera di fantasia, ogni riferimento a fatti e persone reali è  puramente casuale.</p>
<p>Foto: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Villa_d%27Este_%28Cernobbio%29">Villa d&#8217;Este</a> a Cernobbio, autore non noto.</p>
<p>Altri racconti di The Best su Nazione Indiana sono indicati qui sotto nella sezione articoli correlati. Da uno di questi, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/17/dark-city/">Dark City</a>, si è sviluppato un libro di prossima pubblicazione per Perdisa Pop: <a href="http://www.airplane.it/Catalogo/Perdisa-pop/Pop%C2%B2/La-citta-a-pezzi.aspx">La città nera</a> di Mauro Baldrati.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/23/missione-cernobbio/">Missione Cernobbio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le strane cose di Raul Montanari</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 08:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Esistono dei romanzi che seguono un percorso apparentemente obbligato, che neanche l’autore – talvolta identificabile col conduttore di una diligenza lanciata lungo un itinerario da lui stesso stabilito – riesce a modificare. Vanno avanti per i fatti loro, perché così sono stati iniziati, indirizzati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/28/le-strane-cose-di-raul-montanari/">Le <em>strane cose</em> di Raul Montanari</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Esistono dei romanzi che seguono un percorso apparentemente obbligato, che neanche l’autore – talvolta identificabile col conduttore di una diligenza lanciata lungo un itinerario da lui stesso stabilito – riesce a modificare. Vanno avanti per i fatti loro, perché così sono stati iniziati, indirizzati. I motivi posso essere diversi: certe caratterizzazioni di personaggi molto forti, più forti del loro creatore, che vede ridursi sempre più i margini di manovra sulle loro vite e i loro destini; trappole morali, o etiche, o ideologiche, per cui alcune “sterzate” risultano impossibili senza cadute nei sentimenti bassi. Sono i cosiddetti romanzi pericolosi, perché l’autore rischia di ridursi a un semplice portavoce, ostaggio delle regole che lui stesso ha applicato alla storia e ai personaggi, scegliendo quel determinato impianto, quella struttura o sovrastruttura.<span id="more-31057"></span></p>
<p>E’ il caso dell’ultimo romanzo di <strong>Raul Montanari</strong>, <em>Strane cose, domani</em> (Baldini Castoldi Dalai, 2009), una narrazione che fila su una lama di rasoio, pronta a cadere, a negare se stessa, a lavorare per la propria autodistruzione, tanto più per un’affermazione netta e molto impegnativa del suo autore: “Se la scrittura non è etica non è scrittura” (intervista al mensile <em>Jesus</em>).</p>
<p>Etica. Come dobbiamo considerare il personaggio narrante, Danio Ascari, uno psicologo con pazienti esclusivamente femminili (e anche amiche e conoscenti, potrebbe essere una versione moderna de l’uomo che amava le donne), che fa il passaggio all’atto, cioè se le porta a letto? C’è da dire che quella dello psicologo è una categoria particolarmente avversata – anche sbeffeggiata – dal cinema, dalla letteratura, per motivi che sarebbe interessante approfondire (Valter Binaghi, nel suo prossimo romanzo in uscita da Perdisa Pop, addirittura lo uccide); tuttavia è una figura di riferimento importante per i pazienti, che riversano su di lui, attraverso il procedimento del transfert, sentimenti ancestrali, desideri, rancori, e tentativi di seduzione; accettare queste “proposte”, cioè passare all’atto, può rappresentare un danno notevole per la persona che chiede aiuto attraverso l’analisi. Danio lo fa, o l’ha fatto, ma l’autore, che si è lanciato in questa avventura narrativa che presenta trappole etiche, riesce a tenersi in bilico, con straordinario talento di equilibrista, con l’ironia, e un gioco sottile, insidioso, di impegno/disimpegno, di indifferenza/amore, di noia/rispetto. E’ pervaso da un taurismo sessuale che fa pensare a Henry Miller, l’eroe letterario metropolitano che batte la città tentacolare restando vivo, e felice, attraverso una furiosa attività erotica. A tratti sembra deridere le sue pazienti e amanti – tutte strafighe look velina – o le “depresse”, che definisce insopportabili, ma ci lascia anche capire che le rispetta, le capisce (tracciando delle mini-diagnosi con finezza psicologica e una cura dei dettagli invidiabili) e vuole aiutarle. </p>
<p>Danio le possiede, le donne, le ha possedute, asseconda i loro desideri, i loro capricci. E’ un tipo fisico, pratico, sincero, diretto, ed è per questo, gli rivela la ex moglie Eliana, che le donne lo desiderano, non perché è bello. E’ anche poco idealista, è materiale, almeno così sembra, così si propone a noi lettori. Finché un giorno, finalmente, conosce la ragazzina che ha abbandonato il suo diario su una panchina del parco Sempione, a Milano. Federica frequenta il liceo, è una persona tormentata, con tratti autodistruttivi, che si fa del male, producendosi ferite da taglio sulle braccia. Il diario è una delle copie che ha lasciato in giro, come messaggi nelle bottiglie, con lo scopo di farle ritrovare, come richieste di aiuto. Danio la rintraccia, con la collaborazione di una amante genio del computer, e parte un immediato processo di idealizzazione: Federica è il contrario delle veline, veste normalmente, non ha i soliti tacchi a spillo, le minigonne, le scollature mozzafiato, è avvolta in un poncho informe, e ha le maniche della maglia fin sulla punta delle dita. Danio se ne innamora subito, e cerca di entrare nel suo mondo. Un mondo oscuro, un mondo dannato. </p>
<p>E qui il rischio è davvero alto. L’autore si trova a dovere gestire il rapporto tra Danio e Federica, e <em>se la scrittura non è etica non è scrittura</em>, come impostarlo? Li farà scopare? Lui psicologo padre di famiglia separato, 48 anni, e lei studentessa della scuola superiore? L’etica, ovviamente, non riguarda la differenza di età, ma la distruzione dell’idealizzazione. Dopo averne fatto un oggetto misterioso, con infinite sfaccettature, una anti-velina, avatar di giovinezza, di malinconia, di durezza, di poesia, può abbatterla con un passaggio all’atto così sbrigativo e scontato? D’altra parte, se non la distrugge, se non la oltraggia inserendola nella sua dotazione di amanti, come può restare nell’idealizzazione in sé per sé, cioè lontano dalla vita vera, prigioniero di un assoluto, di una irrealtà, dei propri fantasmi interiori, del proprio narcisismo solipsista, che sta alla base dell’idealizzazione? Perché l’idealizzazione è un tiranno che non ammette eccezioni: anche Swann idealizza, applica a Odette le immagini di donne divine che prende dai quadri classici, mentre la donna reale, che lui non vede, è ordinaria, banale; anche Humbert idealizza Lolita, e la ferisce, la tiene prigioniera, ma finisce per esserne schiavo, e, proprio come Swann, lavora per la propria fine.</p>
<p>Con un simile enunciato, <em>se la scrittura non è etica non è scrittura</em>, di fronte a questo dilemma c’è da incartarsi. E invece con una soluzione che ci mostra la forza del suo autore, e il suo coraggio, Danio risolve l’impasse con un artificio geniale: sarà la stessa Federica a decidere per lui, a toglierlo dai guai, evitandogli un imbarazzante fallimento narrativo. Federica si fa donna terrena, con le sue paure, le sue debolezze, ma anche la sua forza, e lo fa crescere, lo fa maturare. Così la storia decolla, e prosegue in un crescendo che porta il lettore in una vicenda noir narrata con tecnica da maestro: entriamo nel mondo violento e abietto di Federica, la sua famiglia, tipi orribili, luoghi oscuri. Entra in azione anche il figlio Tommaso, un ragazzo che non lo chiama mai “papà”, ma appunto Danio, e un investigatore privato che non può non evocare Dudley Smith, il poliziotto marcio di Ellroy, gli stessi modi soft ironici che evocano violenze abissali, ma un Dudley buono, leale, una colonna del romanzo. Ci accompagnano i pensieri, gli incubi di Danio, che in passato ha ucciso due persone, perché è stato costretto, perché era nello stato delle cose, era nel karma, ma ha lasciato i cadaveri al loro destino, che tornano come spettri, creature del buio che lo seguono di giorno e di notte. </p>
<p>Procede fiero e cazzuto Danio, mena le mani, si arrabbia, affronta il mondo a muso duro, cerca di amare, cerca di cambiare la propria vita, cerca di sfuggire a un destino di uomo sconfitto, di solitudine, che gli appare dietro il velo delle sue facili conquiste. Cerca di riscattarsi. Perché <em>se la scrittura non è etica non è scrittura</em>.</p>
<p>Proprio per questo il finale può suscitare discussioni e conclusioni contrapposte. Ma essendo <em>Strane cose, domani</em> un libro pericoloso, che non permette molte deroghe, ci si chiede quale altro finale avrebbe potuto pretendere dal suo autore. Forse nessuno. Forse è l’unico possibile, vista la piega che hanno preso gli eventi, le avventure dei personaggi, la loro maturazione. L’unica conclusione logica di questo romanzo italiano, un testo da non perdere.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/28/le-strane-cose-di-raul-montanari/">Le <em>strane cose</em> di Raul Montanari</a></p>
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		<title>Dentro il cappotto di Proust</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 07:23:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/Proust_evian_1905.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Chi ama Proust, chi ha letto la Ricerca e ne è rimasto affascinato, o impressionato, spesso ama anche le sue cose, gli oggetti, le notizie della sua vita. E&#8217; come se da questo romanzo immenso, abissale, si sprigionasse un fascino che coinvolge il suo autore, l&#8217;angelo notturno, la macchina di scrittura totale che fonde la vita con la letteratura, tanto che, con Kafka, potrebbe affermare, e di fatto afferma: “Io sono letteratura.” <br />
E&#8217; carica di fascino, non privo di sfumature dark, la figura dello scrittore che, dopo una vita dissipata nei salotti della Belle Epoque parigina, una vita spesa a cercare l&#8217;amore, forse senza mai trovarlo veramente, si rinchiude in una stanza gelida, perché il calorifero peggiora la sua asma, foderata di sughero, perché è ipersensibile ai rumori, e vive a letto, accudito da una fedele governante, per portare a termine la sua vera, unica, ultima missione: scrivere il romanzo della vita, sulla perdita di tempo, sulla memoria involontaria, sulla curvatura del tempo che fa transitare il passato nel presente, e il presente nel futuro, attraverso la personificazione del desiderio e un complesso sistema di segni, la discesa agli inferi della ricerca dell&#8217;amore e dell&#8217;amato, dell&#8217;amicizia, della bellezza e del dolore.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/dentro-il-cappotto-di-proust/">Dentro il cappotto di Proust</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/Proust_evian_1905.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/Proust_evian_1905-208x300.jpg" alt="" title="Proust_evian_1905" width="208" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-29359" /></a></p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Chi ama Proust, chi ha letto la Ricerca e ne è rimasto affascinato, o impressionato, spesso ama anche le sue cose, gli oggetti, le notizie della sua vita. E&#8217; come se da questo romanzo immenso, abissale, si sprigionasse un fascino che coinvolge il suo autore, l&#8217;angelo notturno, la macchina di scrittura totale che fonde la vita con la letteratura, tanto che, con Kafka, potrebbe affermare, e di fatto afferma: “Io sono letteratura.” <span id="more-29356"></span><br />
E&#8217; carica di fascino, non privo di sfumature dark, la figura dello scrittore che, dopo una vita dissipata nei salotti della Belle Epoque parigina, una vita spesa a cercare l&#8217;amore, forse senza mai trovarlo veramente, si rinchiude in una stanza gelida, perché il calorifero peggiora la sua asma, foderata di sughero, perché è ipersensibile ai rumori, e vive a letto, accudito da una fedele governante, per portare a termine la sua vera, unica, ultima missione: scrivere il romanzo della vita, sulla perdita di tempo, sulla memoria involontaria, sulla curvatura del tempo che fa transitare il passato nel presente, e il presente nel futuro, attraverso la personificazione del desiderio e un complesso sistema di segni, la discesa agli inferi della ricerca dell&#8217;amore e dell&#8217;amato, dell&#8217;amicizia, della bellezza e del dolore.<br />
Steso sul letto, coperto da uno strato inverosimile di coperte, e con un cappotto foderato di lontra sulle gambe, con un quaderno tenuto alto, davanti a sé, come il soffitto della Cappella Sistina per Michelangelo, Proust scrive, in una lotta serrata contro il tempo, cercando di tenere a bada la morte, la sua “locataria troppo premurosa”. E quando, finalmente, appone la parola “fine” sull&#8217;ultima pagina del quaderno, sorride, diventa allegro, e si rivolge a Céleste, dopo giorni, settimane di silenzio assoluto: “ora posso morire” le dice. Ovviamente Céleste, che conosce bene il suo amato padrone, è scettica, perché sa che continuerà a correggere, a scrivere note, fino all&#8217;ultima stilla di energia. Così François Mauriac descrive il suo incontro con Proust, il 28 febbraio 1921: “Rivedo quella camera sinistra di rue Hamelin, il caminetto nero, quel letto in cui il cappotto serviva da coperta, quella maschera di cera attraverso la quale il nostro ospite sembrava guardarci mangiare, e di cui solo i capelli sembravano vivi.”</p>
<p>Il cappotto. Quel cappotto. Proust lo indossava sempre, anche d&#8217;estate. Nella Ricerca è quasi un personaggio. Mitica la scena in cui l&#8217;amico Saint Loup salta sui tavoli allineati e li percorre di corsa, per prendere il cappotto per l&#8217;amico infreddolito. Episodio realmente accaduto nel 1911, quando Jean Cocteau, suo grande amico, eccitato da un discorso che stava tenendo sulla grandezza di Nijinsky, salterà sul tavolo di un ristorante per portarglielo. Proust gli dedicherà questi versi: “Onde coprirmi di pelliccia e di seta/Senza rovesciare il nero inchiostro dei suoi occhi vasti/Come silfo al soffitto o sciatore su neve/Jean saltò sulla tavola, accanto a Nijinsky.” Compare anche in numerose testimonianze, per esempio quella di madame Bibesco: “venne a sedersi davanti a me, su una piccola sedia dorata, come se uscisse da un sogno, col suo cappotto foderato di pelliccia, il suo volto di dolore e gli occhi che vedevano la notte.”</p>
<p>Il <em>cappotto di Proust </em>è il titolo di un piccolo libro di <strong>Lorenza Foschini</strong>, giornalista televisiva, 68 pagine di testo più una serie di foto e disegni, pubblicato – per ora – nel 2008 dall&#8217;editore Portaparole di Roma, che racconta di una lunga ricerca, e un&#8217;ossessione: trovare oggetti appartenuti allo scrittore, qualunque oggetto, fogli sparsi, prime edizioni dei suoi libri, biglietti, dediche, mobili, tappeti. Qualunque traccia di lui, solida, materiale, come se la materia, l&#8217;oggetto, potessero trattenere una parte delle sue emozioni, o della sua arte. D&#8217;altra è lo stesso Proust che, in una pagina di Swann, trova “ragionevole la credenza celtica secondo la quale le anime di coloro che abbiamo perduto sono imprigionate in qualche essere inferiore, un animale, un vegetale, un oggetto inanimato, perdute davvero per noi fino al giorno, che per molti non arriva mai, nel quale ci troviamo a passare accanto a un albero o a entrare in possesso dell&#8217;oggetto che ne costituisce la prigione. Esse allora sussultano, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l&#8217;incantesimo si spezza. Liberate da noi, hanno vinto la morte e tornano a vivere con noi.”</p>
<p>L&#8217;idea è venuta a Lorenza Foschini – esperta e appassionata di Proust – durante un&#8217;intervista al costumista di Luchino Visconti, Piero Tosi, inviato a Parigi nei primi anni &#8217;70 dal regista per alcuni sopralluoghi in vista di un possibile film sulla Ricerca (mai realizzato, forse irrealizzabile). Tosi incontrò vari personaggi che avevano conosciuto lo scrittore, finché gli fu dato il biglietto da visita di un collezionista che possedeva molti oggetti, manoscritti, libri autografati . E qui, nella villa di Jacques Guérin, industriale dei profumi, bibliofilo, inizia l&#8217;avventura. L&#8217;autrice si mette sulle tracce del collezionista, che è sulle tracce di Proust, alla ricerca continua, tenace, di oggetti, di reliquie. Tutto ha inizio con una malattia: Guérin, a Parigi, nell&#8217;estate del 1929 ha un attacco di appendicite. A operarlo arriva un famoso chirurgo, il dottor Robert Proust, fratello minore di Marcel. Il fratello rimosso, di lui non c’è traccia nella Ricerca. Proust è morto da sette anni, ma è già un mito. E quando Guérin va a casa del medico, per ringraziarlo, e per pagarlo, come si usava all&#8217;epoca, questi gli mostra i mobili che erano appartenuti al fratello: un tavolo e una libreria di legno scuro, quasi nero, pesanti, tetri. Apre gli sportelli e uno spettacolo grandioso abbaglia il collezionista Guérin: i quaderni originali della Ricerca, accatastati sugli scaffali. Guérin li sfoglia, colmo di emozione, e arriva all&#8217;ultimo, quello con la parola “fine.”<br />
Da quel giorno inizia il suo viaggio, la sua missione: trovare, ovunque siano, pagandoli qualunque prezzo, i suoi oggetti, i suoi biglietti, le lettere, per salvarli dai traslochi, e dalla furia incendiaria della vedova di Robert, che, rimasta sola, infelice e in difficoltà economiche, vuole sbarazzarsi di quel materiale bizzarro e “sconveniente”. Calata nella sua educazione borghese, prigioniera delle rigide convenzioni della sua epoca, strappa le pagine dei libri con le dediche di Proust, perché non vuole che il suo cognome circoli in ambienti peccaminosi e svergognati, gli ambienti che frequentava quel “tipo eccentrico” del fratello di suo marito. Guérin riesce a comprare libri, foglietti sparsi, lettere, ma una quantità incalcolabile di documenti è andata perduta. Riesce a comprare anche i mobili, e in un locale del suo appartamento ricompone la stanza dello scrittore, una sorta di museo privato. Ricostruisce un pezzo del suo ambiente, dove il ricordo di Proust – il suo avatar, diremmo oggi – possa rivivere.<br />
Ma Guérin non si dà pace. Deve esistere qualche oggetto che è sfuggito alla sua ricerca, altri quaderni, altre lettere. Va ai funerali degli ultimi parenti e amici, fa domande, indaga, cerca indizi, si mimetizza, come un predatore. Finché, un giorno come tanti in cui martella di domande il rigattiere che ha curato la vendita dei beni di Marcel per conto della cognata, questi gli rivela, con un certo imbarazzo, che qualcosa ci sarebbe, ma forse non è il caso&#8230; Guérin immediatamente si eccita, insiste. Ci sarebbe, dice il rigattiere, un indumento, un vecchio cappotto: “A me piace la pesca e così ogni domenica vado sulla Marna, dove ho una barca. Madame Proust che è così buona un giorno mi ha detto: &#8216;Voi siete pazzo a prendere tanto freddo con quella umidità del fiume. Tenete il cappotto di Marcel e avvolgetevelo intorno alle gambe&#8217;. E vi confesso che da allora lo arrotolo attorno ai miei piedi.”<br />
E&#8217; l&#8217;ultima reliquia. Guérin entra in possesso del vecchio, leggendario cappotto, sdrucito dall&#8217;umidità, crivellato dai tarli, coi bottoni spostati, buttato in un ripostiglio. Lo fa lavare, restaurare, gli costruisce una cassa per riporlo, e lo sistema nella camera di Marcel, in casa sua.</p>
<p>E qui andiamo all&#8217;inizio del libro, con Lorenza Foschini che fa aprire una scatola di cartone con la scritta Manteau de Proust dal direttore del Museo Carnavalet, a Parigi, dove è finito – insieme ai mobili – dopo la morte di Guérin, e guarda, tocca, accarezza il cappotto di Marcel Proust.</p>
<p>Il Cappotto di Proust è un libro è interessante, scritto con stile piacevole che sembra fondere la narrativa con la saggistica e la nostalgia. L&#8217;autrice indaga sull&#8217;investigatore, caccia il cacciatore, e descrivendo, con precisione chirurgica, l&#8217;amore quasi morboso del collezionista per lo scrittore, fa filtrare il suo amore, la sua ammirazione e la sua attrazione, sia per Marcel, che vediamo in varie scenografie della sua vita privata, con riferimenti a fatti e personaggi che sono transitati nella Ricerca, e Guérin, quest&#8217;uomo bello, colto, tenace, spinto da una forza quasi demoniaca verso gli oggetti del suo desiderio solitario.</p>
<p>Anche il backstage della pubblicazione è interessante. Stampato di soppiatto per un pubblico di nicchia, in Italia e in Francia, il maître Pierre Assouline scrive un pezzo lusinghiero su &#8220;Le Monde&#8221; che fa scattare la curiosità degli ambienti proustiani esclusivi, come <em>Les amis de Combray</em>. Poi, come talvolta accade, inizia a finire nelle mani giuste nei momenti giusti. A Procida, dove la Foschini ha una casa, viene diffuso in un&#8217;edicola-tabaccheria e suscita l&#8217;interesse di una regista francese, che lo compra, lo spedisce a Eric Karpeles, pittore e critico americano ottimo conoscitore di Proust, che lo passa alla leggendaria agente letteraria newyorkese Ellen Levine. A questo punto nulla sembra più in grado di fermare la forza di penetrazione del minuscolo libro. La Levine arruola la Foschini e organizza un&#8217;asta fra tre editori. Harper-Collins si aggiudica i diritti e lo pubblicherà nell&#8217;agosto del 2010; poi lo pubblicherà Portobello, per tutti i paesi angolofoni, e sono in atto trattative con la Spagna e la Germania. E in Francia ci penserà un altro editore, dopo che, come racconta la giornalista dell&#8217;Espresso Denise Pardo, un austero signore con una folta chioma bianca, durante una cena chiede alla Foschini: “Mi dica, madame, il nome della nonna del protagonista della Ricerca.” Domanda insidiosa. Provi, un lettore di Proust a rispondere. Il Narratore la nomina, credo, una sola volta. Ma Lorenza Foschini La Ricerca la conosce bene, e risponde, senza esitare: “Si chiama Bathilde, monsieur”. Risposta esatta. Quel signore era Jean-Paul Enthoven, ex fidanzato di Carla Bruni, che diventerà poi suo suocero naturale, visto che la Bruni farà un figlio con suo figlio Raphael, nonché direttore editoriale delle Edition Grasset, che fu il primo editore di Marcel Proust.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/dentro-il-cappotto-di-proust/">Dentro il cappotto di Proust</a></p>
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		<title>Invito a cena</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 06:02:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Io e Luigi camminiamo sempre veloci, passo di marcia, ma oggi dobbiamo avanzare come lumaconi, andatura frenata da passeggio, perché abbiamo al traino lo zio.<br />
Ci caracolla dietro lo zio, fa del suo meglio, muove le braccia senza coordinazione, ciondola la testa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/22/invito-a-cena/">Invito a cena</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Io e Luigi camminiamo sempre veloci, passo di marcia, ma oggi dobbiamo avanzare come lumaconi, andatura frenata da passeggio, perché abbiamo al traino lo zio.<br />
Ci caracolla dietro lo zio, fa del suo meglio, muove le braccia senza coordinazione, ciondola la testa.<br />
Luigi ogni tanto si gira e lo guarda preoccupato.<br />
“Tutto bene?” chiede.<br />
Lo zio borbotta. Non si capisce se risponda a Luigi o parli da solo. E&#8217; così lo zio, vive in un mondo suo.<br />
“Sarà meglio che rallentiamo” fa Luigi, “se no arriviamo al ristorante che lo zio sembra uno fuso.”<br />
“Ma lo zio non sembra, lo zio è fuso” faccio io.<br />
“E va be&#8217;, ci capiamo, no?”<span id="more-28995"></span><br />
Rallentiamo ancora. Lo zio addirittura suda. Lo abbiamo portato ai bagni pubblici della stazione per una doccia con shampoo e rasatura, e l&#8217;abbiamo pure obbligato a tagliarsi le unghie e a pulirle dalla sporcizia che c&#8217;era sotto. I vestiti che indossa li abbiamo rubati alla Coin. Adesso sembra presentabile, sembra un vero zio, ma non dobbiamo tirargli troppo nel collo, se no schiatta.<br />
Arriviamo al ristorante <em>Da Sergione il gamberone</em>. Uno dei migliori della città, per il pesce. Prezzo medio, ottanta a testa. Una bella cena luculliana, per festeggiare l&#8217;esame di Luigi. Trenta e lode, come al solito. A dire il vero l&#8217;esame è un pretesto, quello che vogliamo è una bella tafiata, serviti, con del vino bianco da spaccare.<br />
Ci siamo anche tirati, lavati, pettinati, camicia pulita, scarpe lucidate. Il direttore, che poi è il padrone, ci accoglie sorridendo. Gli dico il nome della prenotazione, lui fa “prego”, e ci guida al nostro tavolo. Ci sediamo tutti allegri, anche lo zio, che si guarda intorno e borbotta frasi misteriose.<br />
“Zio” faccio, “vedi di stare calmo, eh? E non alzare troppo il gomito, almeno all&#8217;inizio. Dopo, puoi scolarti tutta la bottiglia.”<br />
“Oh” fa lo zio, mentre prende un grissino.<br />
Noto subito la signora  al tavolino di fianco. La sua sedia è quasi a contatto con la mia.<br />
Guardiamo il menu. Un sacco di roba buona. Arriva il cameriere, andatura felpata, modi discreti. Non è che questo ristorante sia uno di quei posti assurdi dove non puoi neanche sfiorare la bottiglia perché dei giannizzeri in guanti bianchi ti versano continuamente da bere con la faccia deformata da un sorriso perenne. Ha un che di rustico, di familiare, e il cameriere sembra un contadino inurbato che fa del suo meglio. Ci piace per questo. Quelli cosiddetti raffinati ti danno delle porzioni minuscole, due pesciolini in croce in piatti enormi che mi viene voglia di buttarli in mezzo alla sala.<br />
Ordiniamo un antipasto misto, insalata di mare e curiosità varie, tagliolini al salmone, dei gamberoni e filetti di branzino alla brace con salsa verde e aromi naturali. Roba semplice, gustosa. Per lo zio lasciamo perdere i tagliolini. Va a finire che si incasina col sugo, e si spruzza sulla camicia. E anche i gamberoni, troppo complicato aprire il carapace, come minimo se li butta addosso. Propongo un fritto misto, ma Luigi dice che è troppo pesante per lui, finisce che lo vomita. E chi se ne frega, dico io, tanto lo vomita <em>dopo</em>. Ma Luigi insiste, chiede al cameriere se può avere una porzione doppia di filetti. Il cameriere si illumina, dice “ma certo.” Allora gli ordiniamo il branzino, e anche patate al forno. Dovrebbe farcela, se non si strafoga col vino.<br />
Col vino ci pensiamo un po&#8217;, poi prendiamo una ribolla gialla del Collio. Vino fermo, secco, da pesce.<br />
Luigi è serio, come sempre. Luigi è un tipo serio, è abituato ad affrontare le cose da vari punti di vista, come deve fare un bravo avvocato. Stasera sembra particolarmente attento allo zio.<br />
“Senti un po&#8217;” chiede, “sei sicuro che poi gli sbirri non lo riempiono di botte?”<br />
Lo zio fa “eh?” e alza le sopracciglia.<br />
“Tranqui, zio, non dicevo mica a te” fa Luigi.<br />
A me non me ne frega un accidente se lo pestano. Cavoli suoi. Però con Luigi devo mediare. Lui odia questo modo di esprimersi, dice che è “nichilista”.<br />
“No” faccio. E forse lo credo davvero. “Gli sbirri non stanno a perdere tempo per massacrare un tipo per così poco. Lo vedono subito che è uno sfattone, lo sbattono dentro e lo lasciano là. Che è esattamente quello che vuole lui.”<br />
Luigi sospira. Non è del tutto convinto, e neanch&#8217;io a dire il vero.<br />
“Ma” fa, pensieroso. “E&#8217; proprio coi tipi come lui che se la prendono. Quelli senza tutele.”<br />
Queste riflessioni di Luigi sono pericolose, destabilizzanti. Entro subito in tensione. Per fortuna arriva l&#8217;antipasto. E il vino.<br />
E qui, anche se è un ristorante rustico, c&#8217;è il rito della bottiglia. Il cameriere la stappa, me ne versa due dita scarse e mi mostra l&#8217;etichetta. Ha deciso che sono io il capo. I camerieri hanno questo talento naturale, capiscono chi è il capo appena uno si siede a tavola.<br />
In realtà è un talento fasullo, guardano all&#8217;apparenza dell&#8217;apparenza, perché il capo è Luigi. Io lo so, e in fondo lo accetto, perché sono cosciente che ha più sale in zucca di me, alla fine. Ma a me che mi frega, non glielo invidio, tutto questo sale in zucca, gli rallenta la vita, la rende pesante. Io vado bene così. Sono contento di me stesso. Almeno per ora. Tra qualche anno si vedrà.<br />
Mi bagno il becco, mi sembra okay, vino secco, fresco. Per la verità mi piacerebbe cavarmi lo sfizio di rompere un po&#8217; le palle, tipo dire “sa di tappo”, come ho letto in un racconto divertente ambientato a Londra scritto da una tipa, tanto per vedere la faccia sbalordita del cameriere, e poi quella del padrone tutto mortificato, ma non so se è il caso. Perché, quando arriverà il momento della conclusione non so cosa farebbe il padrone. Potrebbe essere un soggetto vendicativo e bloccarci.<br />
Lascio perdere, dico “bene”, allora il cameriere fa “grazie” e versa il vino nei bicchieri.<br />
Lo zio lo scola d&#8217;un fiato, sorride soddisfatto e chiude gli occhi.<br />
“Piano zio” faccio, “ce n&#8217;è quanto ne vuoi, ma bevi piano.”<br />
Lo zio guarda il bicchiere pensieroso, borbotta. Fa per prendere la bottiglia, ma non osa. Fa e non fa, ciondola la testa. Potrebbe attirare l&#8217;attenzione con questi modi da autistico, per cui glielo riempio io, ripetendogli di fare piano. Lo beve in due sorsi.<br />
“Adesso però mangia, metti qualcosa nello stomaco” faccio.<br />
Lo zio inzia a mangiare. Non fa casini, ci sa fare. Tiene bene la forchetta, becchetta con ordine. Deve essere un ricordo della sua vita passata, quando era una specie di dirigente d&#8217;azienda, prima di darsi alla macchia e mandare a culo il mondo e la vita, quando la sua azienda ha chiuso bottega, sua moglie lo ha buttato fuori di casa e gli ha bollito il cervello. Secondo me era pure in grado di pulirsi i gamberoni da solo meglio di noi.<br />
Mangiamo l&#8217;antipasto, e dopo dieci minuti arrivano i tagliolini. Questo ristorante mi piace anche perché non spaccano le palle con tutte quelle miniportate e le lunghe attese tra l&#8217;una e l&#8217;altra.<br />
Solo che lo zio non ha niente nel piatto, c&#8217;è il rischio che ci dia dentro col vino e poi sbarelli di brutto. Chiamo il camerere e gli dico se può portare subito i suoi filetti. Lui dice “ma certo” e sparisce in cucina.<br />
“Zio, intanto mangia due o tre grissini” dice Luigi.<br />
Lo zio apre una confezione e sgranocchia. I tagliolini sono ottimi. Innaffiamo con abbondante vino.<br />
“Allora, quando ti decidi a dare qualche esame?” mi chiede Luigi a bruciapelo.<br />
Alzo le spalle. Non riesco a mandarlo a quel paese. Non ce la faccio con Luigi. Non è che mi sgridi, come una mamma, però mi mette con le spalle al muro. Lo so che questa bazza non può durare all&#8217;infinito. Prima o poi i miei vecchi mi chiederanno conto e mi taglieranno i fondi. Ma non mi va di pensarci adesso. Ci penserò quando verrà il momento.<br />
Intanto lancio un&#8217;occhiata alla signora seduta accanto a me. Loro sono al secondo. E&#8217; con un uomo, e altre due coppie. Ridono, fanno dei brindisi. Saranno degli imprenditori, degli affaristi, i soliti ladri sociali in giacca e cravatta. Ma siano chi gli pare, a me interessa la sua borsa Louis Vuitton, appesa alla spalliera. Ha la lampo aperta, si vede il contenuto. E in bella mostra c&#8217;è il portafogli, a portata di mano. Non ci pensa, sa che non si ruba in casa dei ladri. Ma io non sono un ladro come loro. Io prendo quello che mi pare, dove mi pare. Gli sfilo anche le mutande, a questi. A lei poi, alla vecchia del portafogli, col sedere e le tette che si ritrova gliele caverei e come, le mutande.<br />
Parlo con Luigi, per fare l&#8217;indifferente, e lui si accorge subito che c&#8217;è qualcosa. Mi appoggio alla spalliera della mia sedia, metto giù la mano e con un gesto leggero, rapido, prendo il portafogli. Me lo appoggio in grembo, sotto al tovagliolo, e lo apro. Cerco i soldi, ci sono cinque banconote da cinquanta euro e un paio da dieci. Ne prendo quattro. Non si deve mai svuotare un portafogli in questi casi. Se il possessore lo prende e lo trova vuoto va giù di testa. Invece se mancano dei soldi si incasina, dice “ma&#8230; c&#8217;erano duecentocinquanta euro! Dove li avrò messi?” e va avanti così, finché si confonde e gli gira la testa. E comunque questa qui non lo aprirà. Paga uno degli uomini, come si usa tra loro nel bel mondo.<br />
Rimetto a posto il portafogli.<br />
Luigi ha seguito la mossa. Beve un sorso di vino.<br />
“Quanto?” fa, sorridendo.<br />
“Duecento” faccio. “Cento a testa”<br />
Annuisce. Ma non perché è d&#8217;accordo. Lo immaginavo.<br />
“Settanta, più o meno. Una parte va allo zio.”<br />
“Che?” insorgo, ma sottovoce. “Cazzo dici?”<br />
Lo zio, intanto, ci guarda e stringe gli occhi. “Eh?” fa.<br />
Gli verso la bere. Si concentra subito sul vino.<br />
“Se li sputtana in due giorni”.<br />
“Probabile” fa Luigi. “Ma non sono affari tuoi. E tu, invece? Li spendi tutti in coca.”<br />
Stringo le mascelle. Quando fa così lo strozzerei. Mi paralizza,  mi depaupera. Mi inchioda, con quegli occhi azzurri duri come l&#8217;acciaio. E comunque ha ragione, come al solito. Ho una tipa a mezzo, una che ha anche un&#8217;amica che mi tira. Ci facciamo un paio di piste, metto gli AC/DC , o quei coglionazzi degli Oasis che piacciono tanto alle ragazze, andiamo su di giri e ci scappa una bella orgetta a tre.<br />
“Dagli i suoi settanta” dice.<br />
Ordina. Sentenzia. Impone.<br />
“Perché disintegri i maroni così?” faccio. Ma so di avere già perso. Non posso oppormi al suo senso di giustizia. Mi annienta. E&#8217; sempre stato così con Luigi. Siamo amici da vent&#8217;anni, lui sempre bravo, sempre studioso, e sempre giusto. Quando tra bambini ci picchiavamo arrivava lui e metteva tutto a posto. Anche adesso, che sta per laurearsi in giurisprudenza con la lode, ha già pianificato il futuro. Vuole mettere su un&#8217;organizzazione di avvocati di strada, sul modello del mitico Soccorso Rosso dei nostri padri, e dei Diggers americani dei nostri nonni. Vuole assistere gli sfrattati, i licenziati, i precari, gli immigrati, tutto gratis. Non vuole diventare un ricco imbroglione come gli altri avvocati. Almeno per ora. Poi si vedrà. Come il sottoscritto, si vedrà. Magari tra dieci anni lui sarà diventato un avvocato azzeccagarbugli che difende i palazzinari squali e io assisterò gli homeless come lo zio. Può accadere di tutto. Intanto però io me la godo e lui no. Io mi porto in camera le tipe, le cambio spesso, lui invece è sempre con quella sua fidanzata da una vita, si chiudono in camera, sento della musica bolsa e immagino che leggano quei libri tosti, degli studi, dei documenti, che so.<br />
“Sai che con me non ti devi atteggiare a studelinquente nichilista” dice, a muso duro. “Sei fuori fase. Siamo in tre, e lo zio paga per tutti. Ha diritto ai suoi soldi.”<br />
Arrivano i gamberoni e i branzini. Meno male, perché lo zio stava iniziando a rizzare le orecchie. Ordino un&#8217;altra bottiglia. Mangiamo con gusto. Carne tenera, delicata. Vino fresco, che sale alla testa come un venticello di primavera.<br />
“E tu non fare sempre il robin hood della generazione post atomica” faccio. “Lo sai che lo zio è contento così. Ha capito. Si fa una bella mangiata, una bevuta di quelle mitiche, e stanotte dorme al coperto, in un commissariato. E&#8217; senza fissa dimora, non possiede nulla, neanche lo denunciano. C&#8217;è brutto tempo, magari piove e lo sai che gli fa schifo andare al dormitorio. Lì c&#8217;è davvero il pericolo che lo riempiono di botte.”<br />
Gli occhi azzurri non mi danno tregua.<br />
“Un bel paraculo, non c&#8217;è che dire. Intanto ti tieni i suoi soldi. Lui ha i nostri stessi diritti. Dagli i settanta. Subito.”<br />
Sospiro. Inutile oppormi. Lo so che ha ragione. Il fatto è che non me ne frega niente se ha ragione. Con cento euro mi compro la coca sufficiente per me e le due tipe, con settanta non so. Ma devo ubbidire a Luigi. Perché è il capo.<br />
“Anzi, no” soggiunge, pensieroso, “magari glieli sequestrano gli sbirri. Dalli a me, che glieli passo quando esce. Con me sono al sicuro, con te no.”<br />
Alla fine ci facciamo una risata. Ma sì, zio, prenditi i settanta, che è giusto così. Al diavolo i soldi.<br />
Beviamo sorsate vigorose, diventiamo superallegri. Anche Luigi, che non è un tipo triste. E&#8217; solo un duro. E anche se si sbronza non abbassa mai il suo fottuto senso di giustizia.<br />
Prendiamo anche dei dolci, io al cioccolato, Luigi una cosa con la crema, lo zio una torta leggera, perché è a rischio con lo stomaco. E&#8217; anche un po&#8217; pallido. Non è un alcolista, anzi, è mezzo astemio, gli basta un bicchiere per svalvolare. E stasera si è bevuto almeno mezza bottiglia di ribolla.<br />
Scherziamo, lo prendiamo bonoriamente in giro, lui sta al gioco, ride spalancando la bocca, piena di cibo masticato.<br />
E adesso viene il momento. La seconda bottiglia è pieno per un terzo. Gliela lasciamo. Passerà circa mezz&#8217;ora prima che il padrone inizi a porsi la domanda, e lui finirà di scolarsela con calma.<br />
“Zio, allora noi andiamo” dico.<br />
“Uh” fa lo zio.<br />
Tentenniamo. Ci sembra di mollarlo qui, da solo in balìa dei lupi.<br />
“Allora hai capito, stai qui tranqui, arrivano gli sbirri e tu non dici niente. Eri con due sconosciuti che ti hanno invitato in cambio di un lavoretto, cambiare la ruota di una macchina, poi se la sono svignata lasciandoti nella merda. Ce la fai a spiegarti?”<br />
“Ma sì, dai” fa lo zio. Quando vuole, ce la fa a parlare.<br />
“Bene. Non ti succede niente, e quando esci ti veniamo a trovare. Ci vediamo alla baracca del marocchino, dove hai lasciato il cappotto e il sacco a pelo. In gamba!”<br />
Ci alziamo e raggiungiamo l&#8217;uscita. Lancio un&#8217;ultima occhiata allo zio, ridacchia e beve una bicchierata. Andrà tutto bene. Deve andare tutto bene.<br />
Passiamo dalla cassa. Il padrone ci sorride. Parlo io, che ho la lingua sciolta e la faccia tosta.<br />
“Scusi sa, ma dobbiamo andare un attimo in macchina, perché abbiamo dimenticato una cosa. Può portare il conto a mio zio che ci aspetta al tavolo. Torniamo tra cinque minuti.”<br />
Il direttore per la verità sembra perplesso. Fa “ah.” Poi guarda verso il nostro tavolo, e io spero che lo zio non ceda adesso, tipo che si mette a vomitare o crolla con la testa sul tavolo. Ma è a posto il vecchio pirata. Beve e sembra soddisfatto. E pure in forma smagliante.<br />
Il direttore ripete “ah.” Ma come fa a dire di no? E&#8217; impensabile che due ragazzi come noi, tipi sgargianti, educati, se ne vadano piantando un parente senza pagare il conto.<br />
“Torniamo tra pochi minuti, la macchina è nella strada di fianco” ripeto, con un bel sorriso.<br />
Il direttore si constringe a rilassarsi. Non ha scelta. Dice “va bene, va bene” lanciando un&#8217;altra occhiata verso il tavolo, dove lo zio è sempre seduto tranqui e abbastanza cool.<br />
Usciamo senza fretta, usciamo nella notte che sta iniziando a piovere.<br />
Camminiamo spediti e ci allontaniamo dal ristorante. Siamo fuori tiro.<br />
“Vedi che piove? Lo zio era fregato con la pioggia” faccio.<br />
Luigi si stringe nelle spalle.<br />
Pensiamo a lui, nel ristorante, da solo, col direttore che lo guarda sospettoso.<br />
Ma lui è solo, è questa la sua vita. Per lui è un lavoro, ci ha anche guadagnato dei soldi.<br />
D&#8217;un tratto Luigi si ferma, mi fissa. La sua faccia è una maschera di pietra. Ho un vuoto allo stomaco.<br />
“Dammi i soldi” fa.<br />
Lo guardo senza capire. “Che soldi? La parte dello zio? Va bene, ma perché questa furia?”<br />
“Dammi tutti i soldi”.<br />
Mi sale un senso di panico. Non può farlo. Non può arrivare a questo.<br />
“Va&#8217; all&#8217;inferno, Luigi.”<br />
Gli occhi azzurri non hanno una sfumatura di cedimento. “Non possiamo lasciarlo in mano agli sbirri. Quelli lo ammazzano di botte. Coi soldi di quella donna l&#8217;abbiamo scroccata lo stesso, la cena.”<br />
“Senti, vaffanculo. La mia parte mi serve per la coca..”<br />
“Dammi i soldi e non rompere i coglioni.”<br />
I nostri sguardi si incrociano, si sfidano. Non posso oppormi, lo so. L&#8217;ho sempre saputo. E&#8217; una servitù che mi porto dentro da una vita. E&#8217; una sconfitta. Gli consegno i soldi, con un gesto di fastidio. Luigi li prende, poi guarda nel suo portafogli.<br />
“Io ho venti euro. Duecento non bastano. Abbiamo preso due bottiglie da 32 euro l&#8217;una. Tu quanto hai?”<br />
Tutto crolla ormai. Non ho più risorse, né energie. Prendo il portafogli: dieci euro. Poi, resterò in bolletta nera. Dovrò fare un paio di nottate dallo spedizioniere come facchino. Glieli do.<br />
“Duecento trenta. Se il padrone dà di matto tu che sei bravo fatti venire una crisi. Digli che stai per vomitare. Quello si spaventa e ce ne andiamo.”<br />
Torniamo verso il ristorante. La pioggia mi frusta la faccia.<br />
“Luigi, fermati!”<br />
Rallenta il passo, ma non si ferma.<br />
“E adesso che stai per mandare tutto all&#8217;aria dove dorme lo zio? Ha lasciato il sacco a pelo dal marocchino, nella capanna sul fiume, come ci arriva con questa pioggia? E poi il marocchino non lo vuole, lo sbatte fuori. Tra loro non hanno il cuore tenero, come te!”<br />
Luigi sembra fermarsi, per un attimo. Si alza il cappuccio del giubbotto sulla testa.<br />
“Lo mettiamo nell&#8217;ingresso” grida. “Un sacco a pelo ce l&#8217;ho.”<br />
Lo immaginavo. Lo temevo. Lo sapevo.<br />
“Tu sei fuori! Un homeless ubriaco in casa nostra! Quello vomita, caga e piscia, poi chi pulisce?”<br />
Luigi si ferma ora, si gira e mi fissa.<br />
“E tu, allora? Che dire quando torni ubriaco o con la droga che ti esce dalle orecchie, e vomiti?”<br />
Un colpo basso. L&#8217;ultima volta gli ho lasciato una chiazza di vomito davanti alla porta della sua camera.<br />
Gli urlo in faccia: “A me non importa nulla di nessuno, solo di me stesso! E&#8217; questa la mia legge! Ma tu perché hai acettato il mio piano? Perché hai accettato Luigi? Tu, il futuro avvocato dei poveri? Per sbafare una cena di pesce, come me, per poi pentirti? Che fai Luigi? Che vuoi?”<br />
Un attimo di silenzio. La pioggia crepita sull&#8217;asfalto, sulle nostre teste.<br />
“E tu perché mi hai chiamato a farti da spalla?” ribatte. “Perché io?”<br />
Si gira, riprende a camminare.<br />
E io dietro.<br />
Ecco la porta del ristorante.<br />
Ora il direttore ci accoglierà con un sorriso di sollievo. E&#8217; tutto a posto, siamo tornati per pagare il conto. Come deve essere.<br />
Mi chiedo come abbia potuto dubitare, questo vecchio rinco.<br />
Si vede subito, si vede da lontano che siamo due ragazzi a posto, noi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/22/invito-a-cena/">Invito a cena</a></p>
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		<title>A serious man</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/a-serious-man/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 11:33:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cultura ebraica]]></category>
		<category><![CDATA[fratelli Coen]]></category>
		<category><![CDATA[Jefferson Airplane]]></category>
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<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Qualcuno ha scritto che <em>A serious man </em>di Joel e Ethan Coen è un film incomprensibile per chi non conosce a fondo la cultura ebraica. Molti sono infatti i riferimenti alla lingua, alla Torah, al <em>bar mitzvah</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/a-serious-man/">A serious man</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/a_serious_man-300x194.jpg" alt="a_serious_man" title="a_serious_man" width="300" height="194" class="aligncenter size-medium wp-image-27422" /></p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Qualcuno ha scritto che <em>A serious man </em>di Joel e Ethan Coen è un film incomprensibile per chi non conosce a fondo la cultura ebraica. Molti sono infatti i riferimenti alla lingua, alla Torah, al <em>bar mitzvah</em>. Forse è per questo che l’inizio, una scena ambientata in uno sperduto shtetl polacco del secolo scorso, sommerso dalla neve, recitata in lingua originale coi sottotitoli, sembra scollegato dal resto del film?<span id="more-27421"></span></p>
<p>Ma non è solo l’episodio iniziale a sembrare scollegato. E’ tutto il film che appare sconclusionato, a tratti sgangherato, pervaso da una sorta di follia centrifuga che fa esplodere le scene, i personaggi, i dialoghi, in un caos espressivo che pone molte domande e non è esente da un fascino perverso, come perverso può essere un senso di squilibrio che ci confonde e ci disorienta. Certo, è nello stile dei temibili Coen lanciare sfide dure a noi spettatori, all’attitudine a seguire una storia, nella sua progressione logica, che loro si divertono a spezzare di continuo. </p>
<p>Così la storia di Larry Gopnik, ambientata in una comunità ebraica del Minnesota, nel 1967, è tutto sommato semplice: lui è un tipo mite, onesto, buffo, timido, un po’ sfigato, con un figlio che pensa solo a farsi le canne di marijuana e ad ascoltare i Jefferson Airplane in cuffia mentre l’anziano professore fa lezione in ebraico; la figlia ha come pensiero fisso quello di rifarsi il naso e la moglie sta progettando di andare a vivere col vicino di casa, che considera meno sfigato di lui. Suo fratello, disadattato e disoccupato, dorme in soggiorno e si consuma nella depressione. Il suo lavoro di professore universitario di fisica è minacciato da lettere anonime che la direzione dell’istituto riceve in continuazione, e da un tentativo di corruzione/ricatto da parte di uno studente coreano. Larry chiede aiuto ai rabbini, perché gli spieghino come si deve comportare, e a un avvocato, finché uno dei rabbini, un caratterista vecchissimo, che sembra una statua antica, in una scena surreale non gli cita i nomi dei Jefferson  Airplane (meno Jorma Kaukonen, di cui non ricorda il cognome) e parte, per l’ennesima volta, il potente <em>Somebody to love</em>. </p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/GO5Rc5LjOsM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/GO5Rc5LjOsM&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>Dunque è questo che gli sta spiegando il rabbino? Larry ha bisogno di qualcuno da amare? E’ l’unica certezza possibile nella sua vita incerta? Inutile cercare risposte. I registi confondono tutto, si dilettano a esibire una carrellata di facce straordinarie, grottesche, che sembrano uscire da antiche favole yiddish, dialoghi dadaisti che strappano più di una risata, a mescolare il sacro col triviale. E il finale è tronco, irrisolto, e non esente da una forma di aggressione allo spettatore, come già avevamo visto in <em>Non è un paese per vecchi</em>.</p>
<p>Forse, con la buona volontà dello spettatore collaborazionista (verso due registi allergici al concetto di collaborazione), potremmo definirlo un film <em>psichedelico</em>. Infatti uno dei gruppi musicali più psichedelici dell’epoca è oggetto di un remix con la destrutturazione dei meccanismi narrativi. Ma è soprattutto un procedimento stilistico, perché non vi è alcuna interazione col contesto: l’ambiente, i personaggi, gli arredi, sono quanto di più antipsichedelico si possa immaginare. </p>
<p>Più semplicemente, può essere un film da vedere come saggio di stile destabilizzante, che fa briciole delle nostre abitudini a una visione lineare, della nostra adesione emotiva ai personaggi, a una condivisione con le loro storie, senza irritarci se talvolta questa sfida estetica si trasforma in uno sberleffo. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/a-serious-man/">A serious man</a></p>
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		<title>La poesia nera di Alan D. Altieri</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/31/la-poesia-nera-di-alan-d-altieri/</link>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 12:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alan D. Altieri]]></category>
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		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
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<p>di<strong> Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Per parlare dell’ultimo libro di Alan D. Altieri, <em>Hellgate</em> (Tea, 2009), bisogna fare una riflessione sulla violenza e la sua rappresentazione. La violenza è ormai parte del nostro quotidiano, esce con enfasi e autocompiacimento dai telegiornali, che sono zeppi di cronaca nera che viaggia sui particolari macabri, sulla violenza verbale degli aggettivi (<em>massacro, strage, sgozzato</em>, ecc), e si basa su un presunto voyeurismo dark del pubblico al quale fornisce nutrimento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/31/la-poesia-nera-di-alan-d-altieri/">La poesia nera di Alan D. Altieri</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/weegee-240x300.jpg" alt="weegee" title="weegee" width="240" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-25698" /></p>
<p>di<strong> Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Per parlare dell’ultimo libro di Alan D. Altieri, <em>Hellgate</em> (Tea, 2009), bisogna fare una riflessione sulla violenza e la sua rappresentazione. La violenza è ormai parte del nostro quotidiano, esce con enfasi e autocompiacimento dai telegiornali, che sono zeppi di cronaca nera che viaggia sui particolari macabri, sulla violenza verbale degli aggettivi (<em>massacro, strage, sgozzato</em>, ecc), e si basa su un presunto voyeurismo dark del pubblico al quale fornisce nutrimento. La violenza rappresentata dalla televisione, e con altri stili dai giornali, è brutta, volgare, perché deriva dal tentativo di spettacolarizzare il dolore che sta dietro gli atti criminali, spesso causati da un livello intollerabile di aggressività. Cerca di spettacolarizzarlo attraverso la sua riproduzione, la moltiplicazione, restando così dentro la violenza, senza neutralizzarla né superarla.<span id="more-25697"></span></p>
<p>Molti film noir, e molti romanzi appartenenti allo stesso genere, rappresentano la violenza invece con uno stile patinato, dove persino i criminali sono stilisti, sono <em>glamour</em>. Per arrivare a questo risultato si opera uno svuotamento del dolore reale, che non è mai elegante, lo si pulisce dalle lentezze, dalle goffaggini, dai brutti colori, dai brutti ambienti. L’ha detto il regista Takeshi Kitano: “la violenza nei miei film di yakuza è una violenza che fa molto male. In un film questo dolore permette di neutralizzare la violenza. Voi invece non fate che film privi di dolore”.<br />
<em>Film privi di dolore</em>: con la patina ciò che è brutto, rappresentato anche con scene orrende, scene splatter, in immagini o sulla pagina scritta, diventa bello, diventa <em>cool</em>. La violenza viene filtrata e riconvertita in oggetto di consumo e di evasione. </p>
<p>La neutralizzazione della violenza di cui parla Kitano è dunque il suo superamento, è la sua denuncia. E’ il processo contrario di quello televisivo. Attraverso il racconto noi prendiamo coscienza, passando per forme diverse di identificazione, dei meccanismi della violenza del potere. E del nostro dolore. Forse l’antico enunciato lucarelliano del giallo come genere di denuncia sociale non è del tutto privo di fondamento.</p>
<p>Alan Altieri, coi suoi romanzi e racconti più duri (<em>Hellgate</em> è una raccolta di racconti), sembra spingersi oltre: opera una serie apparentemente infinita di filtrature della violenza, fino a portarla a una forma per così dire essenziale, una super-forma. Non vi è più bruttezza né bellezza, non vi è compiacimento, né “contaminazione” di generi, perché il mondo della città oscura, la “città nera” dove opera il protagonista Andrea Calarno, poliziotto-assassino (“cosa sono io? Un assassino”) che combatte una guerra senza quartiere contro altri assassini, criminali terminali che non sembrano avere nulla di umano, demoni di un inferno che ha preso il potere sulla Terra, è il mondo della violenza pura, mistica. <!--more-->Sono spacciatori, killer, psicopatici, ma anche avvocati del crimine, politici senza scrupoli, gli esseri post-umani che vediamo spesso in televisione mimetizzati da persone perbene e invece vivono per rubare, per corrompere e mentire. Calarno li combatte con ogni mezzo, legale e non legale, ammazzandoli a sangue freddo, quando è necessario, o con l’aiuto di uno specialista delle squadre d’assalto, un cecchino con la faccia di pietra, una maschera di durezza. E’ spinto da una forza oscura, è a suo modo un “puro” come lo è Philip Marlowe, l’eroe letterario più amato da Altieri; è un essere perduto, che non può vedere la sua famiglia, per non esporre i suoi cari alle rappresaglie del crimine che combatte. Quella di <em>Hellgate</em> è una società del futuro, oppure del presente, una società già esistente, ripulita da ogni retorica, da ogni mimetismo. Perché, come disse una volta William Gibson, la fantascienza “parla sempre del presente, del momento in cui è stata scritta”. Altieri stesso lo scrive nel corsivo di introduzione di <em>Tutti al rogo</em>, il racconto più lungo del libro – in realtà un romanzo breve – un testo che si sviluppa lungo una border-line di fantascienza sociale: “il vettore tematico è la società del suicidio, la società della depravazione. Al lettore interpretare, ipotizzare, inferire quali tra i troppi, e troppo fragili, aspetti del reale contemporaneo ho cercato di distorcere, deviare, disgregare. Benvenuti quindi nel non-luogo del binario morto di <em>Tutti al rogo</em>! Dove la politica è un manicomio criminale, la religione è un delirio perverso, l’etica è un reality tossico.”</p>
<p>Un’ultima, doverosa nota sullo stile di scrittura: è lo stesso del trittico di <em>Magdeburg</em> (<em>L’eretico, La furia, Il demone</em>), periodi brevissimi, con a-capo ripetuti e frasi secche, dialoghi duri, sarcastici, uno stile che a tratti sembra poetico, come se scrivesse in versi. E certi capitoli contengono pagine di poesia nera, poesia della follia, poesia militare, poesia della balistica, un genere di cui Altieri forse è uno degli inventori.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/31/la-poesia-nera-di-alan-d-altieri/">La poesia nera di Alan D. Altieri</a></p>
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		<title>La Lettera del Veggente</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 05:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>Arthur Rimbaud nacque il 20 ottobre di centocinquantacinque anni fa. Volentieri pubblico un contributo di Mauro Baldrati alla conoscenza di questa straordinaria meteora, vero annuncio della modernità. a.s.</em>]<br />
di <strong>Mauro Baldrati</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/arthur-rimbaud1.jpg"></a></p>
<p>La <em>Lettera del Veggente</em> porta la data del 15 maggio 1871, era indirizzata al poeta Paul Demeny, amico di Georges Izambard, una figura importante nella vita e nella formazione di Arthur Rimbaud: giovane professore del Ginnasio, intellettuale repubblicano e laico (e per questo particolarmente odiato dalla madre, una donna dura, bigotta, dalla quale Rimbaud non riuscì mai a separarsi veramente) lo iniziò alle letture dei romantici e dei parnassiani.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/20/la-lettera-del-veggente/">La Lettera del Veggente</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>Arthur Rimbaud nacque il 20 ottobre di centocinquantacinque anni fa. Volentieri pubblico un contributo di Mauro Baldrati alla conoscenza di questa straordinaria meteora, vero annuncio della modernità. a.s.</em>]<br />
di <strong>Mauro Baldrati</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/arthur-rimbaud1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/arthur-rimbaud1.jpg" alt="arthur-rimbaud1" title="arthur-rimbaud1" width="400" height="294" class="aligncenter size-full wp-image-23048" /></a></p>
<p>La <em>Lettera del Veggente</em> porta la data del 15 maggio 1871, era indirizzata al poeta Paul Demeny, amico di Georges Izambard, una figura importante nella vita e nella formazione di Arthur Rimbaud: giovane professore del Ginnasio, intellettuale repubblicano e laico (e per questo particolarmente odiato dalla madre, una donna dura, bigotta, dalla quale Rimbaud non riuscì mai a separarsi veramente) lo iniziò alle letture dei romantici e dei parnassiani.<br />
Rimbaud aveva 16 anni e sette mesi, l’età, come aveva scritto un  anno prima a Théodore de Banville, “delle speranze e delle chimere”. In realtà era un’età virtuale, perché nella lettera a Banville mentiva, si presentava come diciassettenne, in realtà non aveva ancora compiuto i 16. Ma Rimbaud era avanti, sempre avanti, bruciava in fretta la vita e il tempo, proprio come quella candela accesa da entrambi i lati immortalata in <em>Blade Runner</em>. <span id="more-23047"></span><br />
Era reduce dalla sua terza fuga a Parigi, in cerca di fortuna, di un rifugio dall’inferno-delizia di Charleville, la cittadina delle Ardenne dove, come scriveva a Izambard un anno prima, “muoio, mi decompongo nella scipitaggine, nella meschinità, nel grigiore” (ma, scriverà due anni dopo a Delahaye, “rimpiango l’atroce Charlestown”).<br />
Il 18 marzo a Parigi aveva preso il potere <strong>La Comune</strong>, alla quale Rimbaud si sentiva di aderire totalmente (aveva anche scritto un abbozzo di <em>Costituzione Comunista</em>), quella società rivoluzionaria e democratica che finalmente potesse spazzare via tutti i bigotti, i tronfi borghesi, i falsi poeti, oggetti del dileggio, del sarcasmo feroce e aggressivo di tante poesie. E proprio alla lettera erano allegati tre testi: <em>Il Canto di guerra Parigino</em>, dedicato alla Comune e alla violenta repressione da poco sferrata dai versagliesi; <em>Le mie dolci fanciulle innamorate</em>, considerata un’ode alla misoginia, ritmata da un ritmo frenetico, rabbioso, quasi antipoetico. Secondo S. Bernard questa poesia fu scritta probabilmente in seguito a una delusione amorosa, invece secondo Ivos Margoni, che ha curato l’opera completa, sarebbe una presa di coscienza della propria tendenza omosessuale. Comunque sia, colpisce il tono sarcastico, apparentemente antifemminile (“O mia racchiona blu!”), contrapposto all’aperto femminismo della Lettera: “Quando sarà spezzata l’infinità schiavitù della donna, quando ella vivrà per sé e grazie a sé”. La terza poesia, “un canto pio”, <em>L’Accovacciato</em>, è la lapidazione grottesca di quel <em>bonhomme</em> pigro, vile, meschino e subumano che rappresentava la quintessenza del suo disprezzo. </p>
<p>Quindi il sedicenne Rimbaud, all’apice della sua rabbia di adolescente ribelle, sta vergando velocemente, nervosamente, come suo solito, un documento che sarà considerato il primo, vero manifesto di una nuova letteratura d’avanguardia. In questo testo il nuovo viene contrapposto al vecchio, attraverso un processo di ricerca, oscuro, devastante, che farà del Poeta un “veggente”, un “orribile lavoratore” che punta all’ignoto, verso orizzonti sconosciuti, dove la poesia non ritmerà più l’azione, ma la supererà. </p>
<p>“Io dico che bisogna essere <em>veggente</em> (&#8230;), mediante un lungo, immenso e ragionato <em>sregolamento di tutti i sensi</em>.” </p>
<p>Sono state fatte innumerevoli letture di questo passo. Per alcuni è una proiezione biografica di Rimbaud, della sua continua ricerca per liberare la mente; ed è stato letto in chiave autodistruttiva, come in parte autodistruttivo sarà il percorso del suo autore, che culminerà a Londra con l’amico e compagno Verlaine a sperimentare droghe, alcol, vita miserabile, e che fu oggetto di identificazione per esempio da Jim Morison, durante la sua breve vita. Sono state individuate componenti mistiche, di occultismo, demoniache, di derivazione romantica e baudelairiana. Eppure sono altre le letture possibili. Nella <em>Lettera del Veggente</em> Rimbaud insegue soprattutto una nuova poetica, e un nuovo stile. Lo scrive, con parole più semplici, in una lettera di due giorni prima a Georges Izambard, quando parla di “poesia oggettiva”. E’ un punto importante, rivela la concezione del poeta-lavoratore che crede nel progresso, nel futuro, nella liberazione materiale del popolo, dei “gaglioffi” della Comune (“in questo momento mi ingaglioffo il più possibile” scrive a Izambard). Il Veggente quindi non è solo il navigatore di un moderno irrazionalismo, ma è un ricercatore di quell’Io universale, non territoriale, che accomuna tutte le persone in una “sinfonia profonda”: l’Io che “è un altro” (e qui Rimbaud sembra riscrivere, come faceva spesso, il “Je suis l’autre” di Nerval). Lo sregolamento può essere quindi un cammino, lungo e accidentato – sofferente, folle, ma non necessariamente autodistruttivo – per superare, attraverso una ricerca verso territori mentali non esplorati, la soggettività dell’arte vecchia, quella “poesia soggettiva” che imputava a Izambard fatta di “canzoni” più che di opere capite, di sofferenze individuali: “quest’avvenire sarà materialista”, è una frase che può, deve essere presa alla lettera, e non sempre e solo in chiave simbolica, per caricarla di significati che la riscattino dalla sua apparente banalità. L’arte, la Poesia, segue la vita, e si libera con la liberazione dell’uomo dalla schiavitù, dalla miseria e dall’oppressione. Echeggiano certamente gli scrittori democratici, etici, dell’epoca romantica, Hugo in primis, che Rimbaud leggeva e amava. Ma il superamento rimbaldiano è importante per il progetto di una scrittura collettiva, inseguita, progettata dal grande sapiente, dal “grande maledetto”. Per questo deve “trovare una lingua”, che sarà “l’anima per l’anima, riassumerà tutto: profumi, suoni, colori.” Intuizione prodigiosa, la scrittura come “macchina totale” che racchiude le immagini, i suoni, gli odori. Come non pensare alle due macchine più potenti del primo Novecento, Proust (il quale peraltro non doveva amare particolarmente Rimbaud, lui, fine baudelairiano), che attraverso il suo stile in divenire sembra mettere in pratica la sfida rimbaldiana in un’opera compiuta; e Kafka, col suo disseccamento dall’interno della lingua “di carta” dominante, produce davvero una scrittura collettiva, una scrittura minore estranea a tutti gli estetismi e i lirismi. </p>
<p>Leggiamo dunque questa riflessione del Rimbaud sedicenne, provando a semplificarla, a ripulirla da tutti i simbolismi e le esegesi – in chiave religiosa, o antireligiosa – di cui è stata caricata nel corso degli anni. La traduzione è di <strong>Ivos Margoni</strong>, rimbaldologo fra i più sensibili e competenti.</p>
<p><strong>La Lettera del Veggente</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/20/la-lettera-del-veggente/#footnote_0_23047" id="identifier_0_23047" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="i testi delle tre poesie incluse da Rimbaud nella Lettera sono leggibili in originale, insieme col resto della produzione poetica dell&amp;#8217;autore, qui.">1</a></sup></p>
<p>A Paul Demeny<br />
a Douai </p>
<p>Charleville, 15 maggio 1871.</p>
<p>Ho deciso di offrirle un&#8217;ora di letteratura nuova. Comincio subito con un salmo di attualità:</p>
<p><em>Chant de guerre parisien</em></p>
<p><em>Le Printemps est évident, car&#8230;</em></p>
<p>A. Rimbaud.</p>
<p>- Ed eccole ora della prosa sull&#8217;avvenire della poesia: &#8211;  Tutta la poesia antica sfocia nella poesia greca, Vita armoniosa. &#8211; Dalla Grecia al movimento romantico, &#8211; medioevo, &#8211; ci sono letterati, versificatori. Da Ennio a Teroldo, da Teroldo a Casimir Delavigne, tutto è prosa rimata, giuochetto, smidollamento e gloria di innumerevoli generazioni idiote: Racine è il puro, il forte, il grande. &#8211; Se qualcuno avesse soffiato sulle sue rime e ingarbugliato i suoi emistichi, quel Divino Sciocco oggi sarebbe sconosciuto quanto un qualsiasi autore di <em>Origini</em>. Dopo Racine, il giuochetto fa la muffa. E’ durato duemila anni!<br />
Non è uno scherzo né un paradosso. La ragione m&#8217;ispira sull&#8217;argomento certezze più numerose delle collere che avrebbe potuto avere un <em>Jeune-France</em>. Del resto, i nuovi sono liberi di esecrare i vecchi: siamo a casa nostra e non è certo il tempo a mancarci.<br />
Il romanticismo non è stato mai giudicato bene. E chi avrebbe potuto giudicarlo? I critici!? O proprio quei romantici che ci provano così bene che la canzone è rarissimamente l&#8217;opera, e cioè il pensiero cantato e <em>capito</em> dal cantore?</p>
<p>Infatti; Io è un altro. Se l&#8217;ottone si desta tromba, non è certo per colpa sua. La cosa mi pare ovvia: io assisto allo sbocciare del mio pensiero: lo guardo, lo ascolto: do un colpo d&#8217;archetto: la sinfonia si agita nelle profondità, oppure salta con un balzo sulla scena.<br />
Se i vecchi imbecilli non avessero trovato dell&#8217;Io che il significato falso, non avremmo da spazzar via questi milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accatastato i prodotti del loro guercio intelletto, proclamandosene fieramente gli autori!<br />
In Grecia, dicevo, versi e lire <em>ritmano l&#8217;Azione</em>. Dopo, musica e rime sono giuochi, svaghi. Lo studio di questo passato seduce i curiosi: parecchi si lasciano andare con gioia a rinnovare queste anticaglie: &#8211; a loro sta bene. L&#8217;intelligenza universale ha sempre sparso le sue idee naturalmente; gli uomini raccoglievano una parte di questi frutti del cervello: agivano mediante, scrivevano libri con esse: così andava avanti la faccenda, poiché l&#8217;uomo non lavorava a se stesso, non essendo ancora desto, o non ancora nella pienezza del gran sogno. Funzionari, scrittori: autore, creatore, poeta, quest&#8217;uomo non è mai esistito!<br />
Il primo studio dell&#8217;uomo che voglia esser poeta è la sua propria conoscenza, intera; egli cerca la sua anima, l&#8217;indaga, la scruta, l&#8217;impara. Appena la sa, deve coltivarla; la cosa sembra semplice: in ogni cervello si compie uno sviluppo naturale; tanti egoisti si proclamano autori; ce ne sono molti altri che si attribuiscono il loro progresso intellettuale! &#8211; Ma si tratta di rendere l&#8217;anima mostruosa: come i <em>comprachicos</em> , insomma! Immagini un uomo che si pianti verruche sul viso e le coltivi.<br />
Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente.<br />
Il Poeta si fa <em>veggente</em> mediante un lungo, immenso e ragionato <em>sregolamento di tutti i sensi</em>. Tutte le forme d&#8217;amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, &#8211; e il sommo Sapiente! &#8211; Egli giunge infatti all&#8217;<em>ignoto</em>! Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Egli giunge all&#8217;ignoto, e quand&#8217;anche, sbigottito, finisse col perdere l&#8217;intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste! Che crepi nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti sui quali l&#8217;altro si è abbattuto!<br />
- Il seguito fra sei minuti –<br />
Qui inserisco un secondo salmo, <em>fuori testo</em>: porga, la prego, un compiacente orecchio, &#8211; e tutti saranno deliziati. &#8211; Ho in mano l&#8217;archetto, comincio:</p>
<p><em>Mes petites amoureuses</em></p>
<p><em>Un hydrolat lacrymal lave&#8230;</em><br />
A. R.</p>
<p>Ecco. E noti bene che, se non temessi di farle sborsare più di 60 centesimi di tassa, &#8211; io, povero sventurato che, da sette mesi, non ho avuto in mano neanche un soldo di bronzo! &#8211; le darei anche i miei <em>Amanti di Parigi</em>, cento esametri, egregio Signore, e la mia <em>Morte di Parigi</em>, duecento esametri!<br />
- Riprendo:<br />
Dunque il poeta è veramente un ladro di fuoco.<br />
A suo carico sono l&#8217;umanità, gli <em>animali</em> addirittura; dovrà far sentire, palpare, ascoltare le sue invenzioni; se ciò che riporta di <em>laggiù</em> ha forma, egli dà forma; se è informe, egli dà l&#8217;informe. Trovare una lingua; &#8211; Del resto, dato che ogni parola è idea, verrà il tempo di un linguaggio universale! Bisogna essere un accademico, &#8211; più morto di un fossile, &#8211; per rifinire un dizionario, di qualunque lingua sia. Se dei deboli si mettessero a pensare sulla prima lettera dell&#8217;alfabeto, rovinerebbero subito nella pazzia!<br />
Questa lingua sarà anima per l&#8217;anima, riassumerà tutto: profumi, suoni, colori; pensiero che uncina il pensiero e tira. Il poeta definirebbe la quantità di ignoto che nel suo tempo si desta nell&#8217;anima universale: egli darebbe di più &#8211; della formula del suo pensiero, della notazione <em>della sua marcia verso il Progresso</em>! Enormità che si fa norma, assorbita da tutti, egli sarebbe veramente un <em>moltiplicatore di progresso</em>!<br />
Quest&#8217;avvenire sarà materialista, lo vede; &#8211; Sempre piene di Numero e di Armonia, queste poesie saranno fatte per restare. &#8211; In fondo, sarebbe ancora un po’ la Poesia greca.<br />
L&#8217;arte eterna avrebbe le proprie funzioni, così come i poeti sono cittadini. La Poesia non ritmerà più l&#8217;azione; sarà <em>avanti</em>.<br />
Questi poeti saranno! Quando sarà spezzata l&#8217;infinita schiavitù della donna, quando ella vivrà per sé e grazie a sé, dopo che l&#8217;uomo, &#8211; finora abominevole, &#8211; l&#8217;avrà congedata, sarà poeta anche lei! La donna troverà dell&#8217;ignoto! I suoi mondi d&#8217;idee saranno diversi dai nostri? &#8211; Troverà cose strane, insondabili, ripugnanti, deliziose; noi le prenderemo, le capiremo.<br />
Nel frattempo, chiediamo ai <em>poeti il nuovo</em>, &#8211; idee e forme. Ogni mestierante potrebbe credere ben presto di avere soddisfatto tale domanda. – No, non è così!<br />
I primi romantici sono stati <em>veggenti</em> quasi senza rendersene conto: la coltivazione delle loro anime ha preso inizio da incidenti: locomotive abbandonate, ma ardenti, imprigionate per qualche tempo dalle rotaie. &#8211; Lamartine, talvolta è veggente, ma strozzato da una forma vecchia. – Hugo, <em>troppo testardo</em>, ha, pure, del visto negli ultimi volumi: <em>I Miserabili </em>sono una vera poesia. Ho <em>I Castighi</em> sotto mano; <em>Stella</em> dà pressapoco la misura della vista di Hugo. C’è troppo Belmontet e Lamennais, troppo Geova e colonne, vecchie enormità sgonfiate.<br />
Musset è quattordici volte esecrabile per noi, generazioni dolorose e in preda alle visioni,  &#8211; insultate dalla sua antica pigrizia! Oh! Quegli insipidi racconti e proverbi! Oh, quelle notti! Oh, quel <em>Rolla</em>, quella <em>Namouna</em>, quella <em>Coppa</em>! Tutto è francese, e cioè sommamente odioso; francese, non parigino! Ancora un’opera di quell’antipatico genio che ha ispirato Rabelais, Voltaire, Jean de la Fontaine! Commentato dal signor Taine! Primaverile, lo spirito di Musset! Delizioso, il suo amore! Eccola lì, e a iosa, la pittura su smalto, la poesia solida! La poesia <em>francese</em> sarà centellinata ancora per molto tempo, ma in Francia. Non c’è garzone di bottega che non sia capace di buttar giù un’apostrofe in stile Rolla, non c’è seminarista che non porti quelle cinquecento rime nel segreto del suo taccuino. A quindici anni, quegli slanci di passione mettono i giovani in foia; a sedici anni, si accontentano già di recitarli con sentimento; a diciotto anni, anche a diciassette, qualsiasi collegiale che ne abbia la possibilità, fa il Rolla, scrive un Rolla! Qualcuno forse è ancora capace di morirne. Musset non ha saputo fare nulla: c’erano visioni dietro la garza delle tende: lui ha chiuso gli occhi. Francese fiacco, trascinato dalla taverna al leggio del collegio, quel bel morto è ben morto, e, ormai, non diamoci nemmeno più la pena di ridestarlo col nostro vituperio!<br />
I secondi romantici sono molto <em>veggenti</em>: Th. Gautier, Lec. De Lisle, Th. de Banville. Ma siccome investigare l’invisibile e udire l’inaudito è cosa diversa dal riprendere lo spirito delle cose morte, Baudelaire è il primo veggente, il re dei poeti, un vero Dio. Tuttavia egli è vissuto in un ambiente troppo artistico; e la forma tanto vantata in lui è meschina: le invenzioni d’ignoto richiedono forme nuove.<br />
Rotta alle forme vecchie, fra gli innocenti, A. Renaud, &#8211; ha rollificato; L. Grandet, &#8211; ha rollificato; i Galli e i Musset, G. Lafenestre, Coran, Cl. Popelin, Soulary, L. Salles; gli scolaretti, Marc, Aicard, Theuriet; i defunti e gli imbecilli, Autran, Barbier, L. Pichat, Lemoyne, i Deschamps, i Desessarts; i giornalisti, L. Cladel, Robert Luzarches, X. De Ricard; gli estrosi, C. Mendès; i bohème; le donne; i talenti, Léon Dierx, Sully-Prudhomme, Coppée, &#8211; la nuova scuola, detta parnassiana, ha due veggenti, Albert Mérat e Paul Verlaine, un vero poeta. – Ecco. – Così lavoro a rendermi veggente. – E terminiamo con un canto pio.</p>
<p><em>Accroupissements</em></p>
<p><em>Bien tard, quand il se sent l’estomac écœuré,</em></p>
<p>Lei sarebbe esecrando se non mi rispondesse; e faccia presto, ché fra otto giorni sarò a Parigi, forse. Arrivederci,<br />
A. RIMBAUD</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/20/la-lettera-del-veggente/">La Lettera del Veggente</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_23047" class="footnote">i testi delle tre poesie incluse da Rimbaud nella <em>Lettera</em> sono leggibili in originale, insieme col resto della produzione poetica dell&#8217;autore, <a href="http://www.gutenberg.org/files/29302/29302-h/29302-h.htm">qui</a>.</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Elogio dello stile reticente, disseccato, inorganizzato, ovvero dell’assenza di stile</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 06:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>La questione dello stile è da sempre un elemento di pesatura rilevante per gli scrittori. Esistono pulsioni, risonanze, esiste, forse, il tempo; esistono concatenazioni di pensieri – siano essi coscienti, palesi, sinceri o menzogneri – che cercano di spiegare (ma anche di negare) la realtà.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/">Elogio dello stile reticente, disseccato, inorganizzato, ovvero dell’assenza di stile</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>La questione dello stile è da sempre un elemento di pesatura rilevante per gli scrittori. Esistono pulsioni, risonanze, esiste, forse, il tempo; esistono concatenazioni di pensieri – siano essi coscienti, palesi, sinceri o menzogneri – che cercano di spiegare (ma anche di negare) la realtà. Scrivere produce un movimento forzato, più o meno lineare e indifferente ai mimetismi, alle reticenze, alle finzioni di chi scrive, che organizzando ordini e segnali cerca di mettere in contatto le concatenazioni, attraverso i flussi della narrazione. E produce verità, perché la natura della verità è di essere prodotta: la verità del canto, del conflitto, del segreto, del vuoto pneumatico. La verità del racconto. Questo movimento costituisce la condizione della sua comunicazione, attraverso la forma. <span id="more-21772"></span></p>
<p>La forma – lo stile – diventa talvolta contenuto. Non per l’abbellimento (il cosiddetto “bello stile”), o per l’estetica fine a se stessa. Prendiamo per esempio la comunicazione non verbale: parliamo con una persona incontrata per strada, che con la voce ci sta comunicando un contenuto: è contenta di vederci, si informa sui fatti nostri ecc. Ma con gli occhi, coi movimenti delle mani – con lo stile – ce ne sta comunicando un altro: quanta fretta ha di continuare per la sua strada. E’ un contenuto non dichiarato apertamente, non descritto, un contenuto nascosto. Un contenuto spiegato e interpretato dallo stile.<br />
Ci sono scrittori reticenti, che non dicono, che apparentemente rifiutano di comunicare contenuti, perché la loro frase contiene dei codici nascosti, dei silenzi, che lasciano intuire i punti di vista. Certi romanzi di Simenon sono così reticenti che l’economia stilistica sembra rasentare l’avarizia, ma è proprio dai silenzi di alcuni personaggi che si intuiscono verità possibili. Noi lettori possiamo scrivere quella pagina bianca che è l’angelo della morte Chigurh in <em>Non è un paese per vecchi</em> di Cormac McCarthy.</p>
<p>In un breve e prodigioso saggio del 1964, <em>Marcel Proust e i segni</em>, Gilles Deleuze scrive: “Lo stile di Proust non si propone né di descrivere né di suggerire: come in Balzac, è esplicativo, spiega con immagini. E’ un non-stile, perché si confonde con il puro ‘interpretare’, e moltiplica i punti di vista sulla frase, e all’interno della frase”.<br />
Dal canto suo Proust in <em>Contre Sainte Beuve</em> definisce la scrittura del suo maestro “stile inorganizzato”: “In Balzac coesistono non ancora assimilati, non ancora trasformati,  tutti gli elementi di uno stile a venire, che ancora non esiste”.<br />
Dunque forse anche il suo stile è inorganizzato? I suoi periodi lunghissimi, senza punti, segnati dalle semi-pause del punto e virgola, scandiscono il senso di soffocamento causato dalla malattia, l’asma. Con la sua frase inimitabile – eppure così imitata – sembra volere acquisire, assimilare – lui, l’angelo della notte – i luoghi, i personaggi, i colori, gli odori, i fiori, i nomi, ma senza affermare, senza organizzare, semplicemente interpretando la voglia di luce, di aria fresca, di libertà del bambino recluso nella gabbia della famiglia borghese (dove bussano le potenze diaboliche di Kafka), una concatenazione di universi che non comunicano tra loro.</p>
<p>Stile apparentemente opposto, “stile disseccato”, come lo definisce il Wagenbach, quello di Kafka. Usa la lingua povera degli ebrei di Praga, minoranza sradicata dalla terra che ha subito una urbanizzazione forzata, quella lingua minore che dissecca dall’interno la “lingua di carta” maggiore  – il tedesco imposto da un’altra minoranza dominante –  per la sua macchina di scrittura totale, azionata da uno stile antilirico, antiestetico, antisimbolico, dove persino il Narratore, come noi lo intendiamo, sembra puntare alla propria estinzione: “Non ho neppure bisogno di andare proprio io in campagna, non è necessario. Vi mando il mio corpo vestito” (Preparazione di nozze il campagna).</p>
<p>Stili disseccati, stili inorganizzati, non-stili, stili reticenti: “In che modo l’assenza di stile può diventare la forza geniale di una nuova letteratura?” si chiede Deleuze. E se qualcuno obietta: ma come può esistere un’assenza? Come può uno stile essere un non-stile? si può riformulare così  l’enunciato deleuziano: quanto può uno stile <em>non digéré</em>, <em>non encore transformé</em> essere trasversale, non autoritario, essere la voce narrante di quella “confusione terribile” incurante del tutto, dell’armonia, della pianificazione, della mediazione, cioè in che modo lo stile che non si cura della propria affermazione, della propria organizzazione, può divenire pura intensità?</p>
<p>In Italia uno scrittore reticente è Marino Magliani. Nei suoi romanzi liguri, <em>Quella notte a Dolcedo</em>, <em>La tana degli alberibelli</em>, la terra diventa personaggio con poche righe diffuse, non definitive, non descrittive, perché nessun significato è mai esplicito, e nessuna idea è definitivamente chiara. I racconti procedono per strati narrativi, come se ricalcassero gli strati geologici della terra. E i dolori dei narratori, Hans, Jan Martin, sembrano interpretare in maniera inconsapevole il dolore della terra saccheggiata e vilipesa dalla speculazione.</p>
<p>Se la scrittura ha la capacità di spiegare la terra, non lo fa descrivendola, ma interpretandola, perché la sua idea si nasconde in ogni silenzio, in ogni ombra.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/">Elogio dello stile reticente, disseccato, inorganizzato, ovvero dell’assenza di stile</a></p>
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		<title>Oggi &#8220;va&#8221;. E domani?</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 08:07:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Forse a qualcuno è capitato di spedire un manoscritto a un editore e sentirsi rispondere – quando l’editore risponde, il che non accade sempre – che è “un genere che non va.” Oppure che è l’argomento che non va.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/oggi-va-e-domani/">Oggi &#8220;va&#8221;. E domani?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Forse a qualcuno è capitato di spedire un manoscritto a un editore e sentirsi rispondere – quando l’editore risponde, il che non accade sempre – che è “un genere che non va.” Oppure che è l’argomento che non va.<br />
	A me è accaduto. Ho inviato il file di un romanzo breve a due editori, che sono anche amici. Mi hanno risposto dopo un paio di settimane, con due giudizi articolati che mi hanno sorpreso perché identici, benché i due editori non si conoscano, appartengano a generazioni diverse e abitino in città lontane l’una dall’altra.<br />
	Il testo era valido, dicevano, e uno, il più anziano, affermava di averlo “bevuto”, di non riuscire più a smettere. Non ho dubitato della sua sincerità. Non aveva alcun interesse a mentire. Però, hanno detto entrambi, purtroppo era impubblicabile perché “troppo datato” (testuale nelle due mail).<span id="more-19605"></span><br />
	Personalmente questa definizione, “datato”, era per me un complimento. E’ una storia ambientata in tempi antichi, ma non antichissimi, inserita negli stili dell’epoca. Il fatto che sia così datata significa che sono riuscito a raccontare una favola nel tempo perduto, con personaggi quasi da sogno, che era il mio obiettivo.<br />
	Ma non è questo il punto. Anche perché è irrilevante la mia opinione, se il testo viene rifiutato perché impubblicabile, e quindi non commerciabile.<br />
	Sono soddisfatto e me lo tengo nel cassetto, anzi, nella memoria del pc. Una soddisfazione magra e frustrante. La soddisfazione della sconfitta, il mito dei “belli e perdenti” di cui molti della mia generazione hanno subito il fascino perverso.<br />
	Intanto ho sospeso le proposte. In questo momento “non va”, ma può darsi che fra tre anni vada. Oggi sappiamo che, in barba alla demagogia sul liberismo e la concorrenza, la qualità del prodotto in sé non costituisce un plusvalore assoluto. Il fotografo Endre Ernő Friedmann a Parigi non batteva chiodo, nessuno gli comprava le foto e faceva la fame. Poi la sua compagna, una ragazza molto sveglia, un giorno disse: è il tuo nome che non va. Nessuno lo ricorda. Ora lo cambiamo. Da questo momento tu sei: Robert Capa. E diventò uno dei fotoreporter più famosi di tutti i tempi.</p>
<p>	Invece un altro romanzo, di taglio del tutto diverso, ha appena avuto la risposta di tre editori. Questo funziona, è dunque un genere che in questo momento “va”. Uno dei tre ha detto che contiene “un’idea” vincente.<br />
	Sto cercando di capire cosa funziona in questo testo secondo il trend della “filiera” editoriale. Come sto ancora cercando di capire cosa non funziona nell’altro.<br />
	Ma credo che rinuncerò. Non ho gli strumenti per questo tipo analisi.<br />
	E poi, ancora una volta, non è questo il punto.<br />
	Qualcuno può obiettare – e di fatto obietta – che questo concetto di letteratura come parte di una catena, di un segmento di filiera, equivale a svilire l’opera, e a fare del libro un “prodotto” da supermarket dell’immaginario, dell’intrattenimento. E minaccia, a lungo andare, la stessa creatività.<br />
	Anche una critica letteraria come Carla Benedetti ha parlato, sull’Espresso (ripreso dal primo amore <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1522.html">qui)</a> in termini critici, del confezionamento dei romanzi come prodotti di un’editoria che ormai è quasi del tutto industriale. E come tale deve puntare alla produzione, all’occupazione degli spazi produttivi attraverso i cataloghi. Il pericolo per la creatività starebbe anche nell’interiorizzazione più o meno consapevole da parte degli autori della figura dell’editor (cioè un ibrido di nuova generazione tra scrittore ed editor), un segmento dell’evoluzione editoriale che in questo momento è soprattutto privato (cioè agenzie letterarie che propongono forme di packaging invasive ai romanzi), ma che ha “propaggini nelle case editrici e radicine sparse fin dentro alle scuole di scrittura”.<br />
	Sull’argomento interviene (<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1528.html">qui</a>) anche uno scrittore che si chiama Vincenzo Latronico, autore di un libro per Bompiani dal titolo <em>Ginnastica e rivoluzione</em>, che scrive (dopo avere portato la sua personale esperienza – positiva – con l’editing): “Ho sentito di autori che si consultano con gli editor (o gli agenti) addirittura sulla trama di ciò che scrivono, così abdicando persino al ruolo, già mesto e ridotto di suo, di fornitori di idee da scrivere in uno stile altrui. In questo caso la metafora industriale trova il suo compimento perfetto”. </p>
<p>Una volta un critico della vecchia guardia, da alcuni giudicato “un trombone”, che andai a trovare nella sua villa in Versilia, mi disse che la letteratura è sempre stata ostaggio dell’industria editoriale. Dostoevskij, disse, era schiavo del mercato, eppure ha scritto <em>I Demoni</em>.<br />
	Però l’anziano critico non era del tutto consapevole, credo, di questa faccenda del “genere che non va” che oggi sembra di pesatura così elevata. Forse il mercato è cambiato, si è come indurito, e oggi si cerca l’idea, la trovata che spacca, il riferimento ai gusti del pubblico che legge, l’attualità, le mode.<br />
	Se questa è una regola, o quanto meno una tendenza maggioritaria, un pensiero si fa strada, un dubbio: non saremo di fronte all’estinzione di un concetto letterario novecentesco, in cui molti di noi hanno creduto, quello della letteratura senza tempo?<br />
	Si credeva nell’esistenza di una interiorità per così dire interclassista e transculturale, sepolta dalle regole sovraordinate, dalle diverse morali, dai vari tipi di Super IO Territoriali indotti e costruiti; questa interiorità è l’IO Non Territoriale, che può venire toccato dalla creazione artistica, e quindi letteraria, quando l’autore riesce a ripulire la sua opera da tutte le scorie generate dalla società, dai pregiudizi, dall’aggressività ecc. Quando questo accade, pensavamo, un’opera letteraria può essere letta e apprezzata da persone molto diverse per cultura, per storia. E quindi non può esistere letteratura “datata”, perché oggi possiamo leggere <em>La certosa di Parma</em>, che è ambientata durante il periodo napoleonico, come se fosse un libro scritto oggi, perché il personaggio di jeune homme creato da Stendhal è senza tempo, viene riconosciuto dagli jeune hommes che sono dentro di noi, uomini e donne del XXI secolo.<br />
	Ci abbiamo creduto, ma è vero?<br />
	Oggi questo concetto sembrerebbe in via di superamento. La letteratura si lega al periodo, ai generi, alle manifestazioni esteriori e temporanee del costume e della storia.<br />
	Forse è questo il punto. Al di là delle considerazioni sul mercimonio letterario, che sono in qualche modo superflue, perché è il sistema che sta a monte – una società post capitalista segnata dalla retorica della meritocrazia – a segnare ogni aspetto della nostra vita, compresa la letteratura, trovo interessante – e inquietante – questo superamento della condivisione di sensazioni espresse dall’IO Non Territoriale. L’immaginario, oggi, sembra spezzettato e diviso in settori, in bande, in subculture dominate dalla pubblicità e dalla retorica; sembra segnato da una ricerca di conferme, di ri-letture, di ri-visioni, di ri-ascolti; cerchiamo libri già letti, film già visti, che ci rassicurino, che ci confermino che le nostre abitudini e i nostri stili sono salvi, protetti e confermati. E questi editor di seconda generazione, tecnici della “fecondazione assistita”, sono lì per confezionare questi prodotti.<br />
	Insomma, saremmo di fronte a un transito dell’IO nel Super Io; l’umanità ancestrale espressa dalla letteratura, che tutto unisce, viene frammentata, temporalizzata.<br />
Saremmo di fronte al tramonto dell’idea – o la speranza – che non è sempre la società a generare Edipo, e quindi la sovrastruttura che condanna l’individuo a sottostare fin dalla nascita alle sue regole e alle sue follie, ma può avvenire il contrario: con un processo rivoluzionario sarà il sociale a essere generato da Edipo.<br />
	Ma se tutto questo è perduto, a chi apparterrà il futuro?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/oggi-va-e-domani/">Oggi &#8220;va&#8221;. E domani?</a></p>
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		<title>The Best e la mafia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/03/26/the-best-e-la-mafia/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2009 06:05:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/mauro-baldrati/">Mauro Baldrati</a></strong></p>
<p>Non ho mai lavorato per la mafia italiana.</p>
<p>Raramente i boss si rivolgono a uno specialista, preferiscono utilizzare uomini loro, che addestrano in proprio e tengono sul libro paga. I lavori della mafia sono esecuzioni in strada, raffiche di mitra sulle auto, esplosioni, stragi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/26/the-best-e-la-mafia/">The Best e la mafia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-16055" title="bring-me-the-head-warren1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/bring-me-the-head-warren1.jpg" alt="bring-me-the-head-warren1" width="200" height="304" />di <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/mauro-baldrati/">Mauro Baldrati</a></strong></p>
<p>Non ho mai lavorato per la mafia italiana.</p>
<p>Raramente i boss si rivolgono a uno specialista, preferiscono utilizzare uomini loro, che addestrano in proprio e tengono sul libro paga. I lavori della mafia sono esecuzioni in strada, raffiche di mitra sulle auto, esplosioni, stragi. Io non mi tiro mai indietro, elimino chi deve essere eliminato, ma non sono i miei sistemi. Io lavoro scientificamente, pianifico, studio, non sono adatto alle esecuzioni sui marciapiedi.</p>
<p>Per questo mi hanno chiamato. Hanno bisogno di un lavoro scientifico. Hanno bisogno di uno che sia in grado di gestire le varianti. Di un tipo convincente, che sappia recitare. Di un professionista che capisca le esigenze e si adatti agli eventi. Di uno che agisca in proprio, e li tenga fuori, anche se firma per conto loro.</p>
<p>Per questo mi hanno cercato, e non hanno battuto ciglio di fronte al mio compenso, che equivale agli stipendi annuali di una decina dei loro killer.<span id="more-16048"></span></p>
<p>Devo liquidare un boss. Per uno sgarro, o una guerra perduta contro una fazione rivale, non m&#8217;interessa. Io sono un tecnico, non mi occupo delle motivazioni. Io eseguo e porto a termine.</p>
<p>E&#8217; un ex killer della città di Messina, inviato in Emilia Romagna sotto copertura per organizzare un avamposto della famiglia.</p>
<p>Devo intercettarlo in una cittadina che si chiama Lugo di Romagna, dove lavora come elettricista. Un mestiere che serve allo scopo perché permette di muoversi, di contattare molti ambienti, aziende, uffici, e di osservare, ascoltare.</p>
<p>Lo vedo in lontananza, mentre sta stendendo dei cavi sotto le mura del castello. E&#8217; col suo principale, un elettricista vero, uno del posto che conosce il mestiere, uno che sa. Conosce la sua vera identità, sa che sto arrivando, per portarlo via.</p>
<p>Cammino lentamente, con indifferenza. Quasi come un automa. E&#8217; così che si deve fare. Io per lui sono un messaggero, uno strumento del suo boss. Uno senza identità e senza volontà, come deve essere. Sono la voce che viaggia sulla terra, attraverso l&#8217;aria, perché non può scorrere sui fili del telefono, o lungo le onde dei cellulari. Nessuno telefona. Nessuno vuole rischiare un&#8217;intercettazione. Si comunica coi biglietti, coi messaggi orali, come ai tempi antichi. L&#8217;antichità è la miglior difesa contro il controllo della tecnologia.</p>
<p>&#8220;Signor Caridda&#8221; dico, con tono piatto. Sono in piedi immobile, di fronte a lui, con le braccia lungo il corpo. La mia faccia è inespressiva. Non ho nulla da esprimere, nulla da chiedere. Non sono io che parlo, ma il suo boss.</p>
<p>Luciano Caridda lascia cadere il cavo, mi guarda coprendosi la fronte con una mano. E&#8217; piccolo, con un grande stomaco, sui quaranta, un viso mobile, occhi appuntiti.</p>
<p>&#8220;Signor Caridda, il signor Berluga desidera vederla&#8221; e gli porgo il biglietto. Berluga è il suo boss, colui che l&#8217;ha condannato a morte. Il biglietto è stato scritto di suo pugno, e Caridda conosce bene la calligrafia. Nel biglietto è scritto che deve venire con me per una importante comunicazione. Poi i saluti che usano tra loro, spero che tu stia in salute, abbracci fraterni.</p>
<p>Caridda legge a lungo il biglietto, mi fissa coi suoi occhi neri. Sa che è inutile fare domande. Non saprei cosa rispondere. Il biglietto gli ha parlato, il biglietto contiene un ordine preciso. Non può discutere col biglietto.</p>
<p>Eppure continua a fissarmi, e leggo incertezza nel suo sguardo. E sospetto anche, ma non gli è permesso sospettare. Non è previsto il sospetto di fronte a un biglietto scritto dal boss.</p>
<p>&#8220;Va bene&#8221; dice. &#8220;Dove andiamo?&#8221;</p>
<p>&#8220;C&#8217;è una macchina là&#8221; dico indicando oltre il muro del torrione.</p>
<p>Caridda si avvicina al principale, confabula, mi indica. Il principale non mi guarda, annuisce con la testa bassa. Il principale sa che per lui è la fine.</p>
<p>Camminiamo in silenzio verso il torrione, ci avviciniamo alla macchina in sosta.</p>
<p>&#8220;Di dove sei?&#8221; mi chiede. Questa è una domanda che gli è concessa. E&#8217; anche un segnale di autorità su di me, mi ordina di rispondergli, io che non ho nulla di significativo da dirgli.</p>
<p>&#8220;Di Kiev&#8221; dico. Ho dovuto allenarmi con l&#8217;accento russo, ma non è stato difficile. Io sono uno specialista con le lingue. Ne parlo tre in maniera perfetta, e altre quattro correttamente.</p>
<p>&#8220;Ah, mi pareva&#8221; dice.</p>
<p>A bordo dell&#8217;auto, seduto al posto di guida, c&#8217;è il mio contatto locale, colui che mi fornirà assistenza. Un appoggio logistico indispensabile per la particolarità dell&#8217;incarico. Si chiama Alessandro Talin, ho letto la sua scheda. E&#8217; l&#8217;ultimo discendente di una famiglia nobiliare del luogo, i marchesi Talin, un tipo, assicurano i committenti, assolutamente affidabile. Ha fatto parte come agente esterno del servizio segreto dei carabinieri durante la guerra in Bosnia, e ha lavorato come <em>contractor</em> in Afganistan. Ha nervi d&#8217;acciaio, hanno detto, un addestramento militare di prim&#8217;ordine e, soprattutto, un disperato bisogno di soldi.</p>
<p>Gli apro la portiera posteriore e aspetto che salga. Le istruzioni sono chiare: non devo farlo salire davanti, perché è il posto dei condannati a morte, e non deve sospettare nulla. Lui è un boss, uno che conta, e noi semplici autisti.</p>
<p>Io salgo accanto a Talin e l&#8217;auto parte.</p>
<p>&#8220;Dove andiamo?&#8221; chiede.</p>
<p>&#8220;A Villa San Martino&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ah. E chi c&#8217;è ad aspettarmi?&#8221;</p>
<p>&#8220;Non lo so, signor Caridda&#8221; dico.</p>
<p>Caridda si schiarisce la gola. Ha fatto una domanda stupida, e lo sa. Se anche lo sapessi, non sarei tenuto a dirgli chi lo aspetta.</p>
<p>L&#8217;auto gira intorno a una rotatoria e imbocca la strada che porta verso la frazione di Villa San Martno. Nessuno parla. Lo sento che si muove, sospira. E&#8217; nervoso. Le convocazioni improvvise creano sempre apprensione.</p>
<p>C&#8217;è poco tempo. La frazione dista pochi chilometri dal centro di Lugo, siamo già nel tratto stabilito per l&#8217;azione. E&#8217; una strada poco frequentata, appena superato il prossimo incrocio devo procedere.</p>
<p>Anche Talin è nervoso, lo vedo da come irrigidisce le braccia. Io invece sono calmo, come sempre. Solo la calma permette l&#8217;azione perfetta. E la mia deve essere perfetta, anche perché ho poco più di due secondi per concludere.</p>
<p>Ecco, ci siamo. Abbiamo passato l&#8217;incrocio, la strada è deserta. Lancio il segnale a Talin, un piccolo movimento del dito indice sul cruscotto. Talin ha uno scatto, esclama &#8220;oh porca puttana!&#8221; e rallenta improvvisamente. Io mi giro di colpo, e anche Caridda si gira, per guardare indietro. Tutti l&#8217;avrebbero fatto, come gesto istintivo. Solo chi è in possesso di un addestramento perfetto riuscirebbe a controllare un riflesso automatico come questo. Io, per esempio, resterei in guardia. Ma io non conto. Io sono The Best, sono un predatore, e l&#8217;addestramento alla sopravvivenza è la struttura della mia vita.</p>
<p>Abbiamo simulato più volte questa situazione. Il soggetto deve girarsi a sinistra, perché a destra avrebbe il vetro della portiera, che rallenterebbe psicologicamente lo slancio e la torsione del collo rischierebbe di non essere perfetta. Così io stesso mi giro a sinistra, verso lo spazio vuoto dell&#8217;abitacolo, per pilotare il suo movimento.</p>
<p>Ed ora viene l&#8217;azione fulminea. E in condizione logistica fortemente critica, perché bisogna operare col braccio sinistro, un problema per chi non è mancino. Ma non per me. Ho un controllo perfetto dei miei arti, posso considerarmi ambidestro.</p>
<p>Estraggo dalla tasca la minuscola Derringer calibro 6, un&#8217;arma del 1895, caricata con un piccolo proiettile che entra nel cranio ma non esce dall&#8217;altra parte, rischiando di mandare in frantumi il lunotto posteriore e provocando un versamento di sangue e materia cerebrale.</p>
<p>L&#8217;appoggio dietro l&#8217;orecchio e premo il grilletto. Caridda si irrigidisce di colpo, io lo afferro per i capelli e lo spingo in basso, nello spazio tra i due sedili. Poi, con la successione dei gesti che abbiamo più volte ripetuto durante le simulazioni, tiro fuori da sotto il sedile il telo e lo copro.</p>
<p>Bene. La prima parte, la più delicata, si è conclusa nel migliore dei modi.</p>
<p>&#8220;Tutto ok&#8221; conferma Talin, &#8220;non è passato nessuno.&#8221;</p>
<p>Ora viene la seconda parte, certamente la più laboriosa.</p>
<p>Svoltiamo a destra in una strada ghiaiata, e dopo meno di un chilometro entriamo nel grande cancello in ferro battuto, che si chiude alle nostre spalle azionato dai pistoni idraulici.</p>
<p>La casa appare alla fine del vialetto, all&#8217;interno di un piccolo parco, ma con piante secolari che la nascondono alla vista. Un luogo perfetto dove lavorare con calma.</p>
<p>E&#8217; un edificio bizzarro, coi muri arancioni, le finestre e le porte orlate di marmo bianco, buffe merlature sui cornicioni. Chi l&#8217;ha progettato, il trisnonno di Talin, all&#8217;inizio dell&#8217;Ottocento &#8211; come mi ha raccontato il mio collaboratore, senza che gli chiedessi nulla &#8211; doveva essere un tipo eccentrico.</p>
<p>Entriamo nell&#8217;ampia autorimessa, Talin chiude il portone e scarichiamo il corpo.</p>
<p>&#8220;Merda!&#8221; esclama. &#8220;E&#8217; ancora vivo!&#8221;</p>
<p>Lo adagiamo sul pavimento. Sì, muove la bocca, come se borbottasse. Spesso una pallottola nel cervello, specialmente se dotata di forza dirompente ridotta, può non essere mortale. Tuttavia questo è un dettaglio interessante. Se è vivo, cioè se ha battito cardiaco, può facilitare notevolmente il lavoro che ci aspetta.</p>
<p>Lo trasportiamo nel locale dove abbiamo predisposto l&#8217;intervento. E&#8217; lo studio di Talin, dove lui dipinge, perché mi ha detto &#8211; di nuovo senza che glielo chiedessi &#8211; che è questo che fa nella vita. E&#8217; una stanza ampia, col soffitto alto, disseminata di quadri appoggiati alle pareti, e un quadro sul cavalletto, iniziato con poche macchie di colore e gran parte della tela ancora bianca. Trovo indisponenti i suoi quadri. Esprimono dolore, scoramento. Uno in particolare mi infastidisce, rappresenta un volto che urla, come se tentasse di sfondare un telo che lo avvolge. E&#8217; lui, non ci sono dubbi: è la sua faccia larga, con la testa pelata. Ma che bisogno hanno questi cosiddetti pittori di rappresentare continuamente il dolore, la rabbia e tutte quelle stupidaggini? A me piacciono i paesaggi dipinti con stile realista, il mare, i boschi, ambienti sereni; che si tengano i loro bachi mentali.</p>
<p>Dobbiamo procedere, perché entro stanotte il lavoro deve essere finito. E poi non voglio sprecare l&#8217;occasione di un battito cardiaco ancora attivo.</p>
<p>Gli attrezzi sono sul tavolino, li abbiamo preparati stamattina. Con le forbici tagliamo i vestiti e denudiamo il corpo. Lo facciamo strisciare sotto al paranco e gli lego le caviglie con la corda che pencola dalla carrucola. Lo solleviamo, finché le mani sfiorano il pavimento. E&#8217; nella posizione giusta ora. A un mio gesto Talin prende il secchio e lo posiziona sotto la testa di Caridda, che continua a muovere le labbra. Talin è efficiente, si muove con gesti rapidi, ma avverto la sua tensione, e come un pensiero intermittente che lo tormenta e lo porta a fermarsi spesso per lanciare lunghe occhiate al quadro sul cavalletto.</p>
<p>Prendo uno dei coltelli dal tavolino e mi avvicino a Caridda da dietro. Gli apro la gola, recido la carotide. Il sangue zampilla subito, gli cola sulla faccia e inizia a raccogliersi nel secchio. Talin non guarda. Fissa il quadro.</p>
<p>Controllo il cuore. Il battito è attivo, se regge si dissanguerà in meno di mezz&#8217;ora. Fa parte del lavoro, le istruzioni sono dettagliate. Il corpo deve essere privo di sangue. E&#8217; il messaggio che il boss Berluga vuole mandare ai suoi nemici: il sangue simbolizza qualcosa, non so cosa e non m&#8217;interessa. Poi dobbiamo smembrare il corpo, decapitarlo e riporre il tronco in una delle due valigie che abbiamo riposto vicino ai quadri. Gli arti e la testa li metteremo nell&#8217;altra, infine porterò le valigie alla stazione ferroviaria di Modena, dove verranno abbandonate in un punto stabilito. Così la scena, e il messaggio, saranno completi.</p>
<p>Non ci resta che aspettare ora. Talin passeggia per la stanza con le mani in tasca, lo sguardo fisso sul pavimento. Ogni tanto si ferma, alza gli occhi e guarda il quadro sul cavalletto.</p>
<p>&#8220;Mi è venuta fame&#8221; dice. &#8220;Siamo a digiuno da stamattina.&#8221;</p>
<p>E&#8217; vero. La preparazione, i sopralluoghi e le simulazioni non ci hanno lasciato un secondo libero. Per me non è un problema, sono immune dalla dipendenza psicologica dal cibo. Il nostro corpo ha riserve alimentari sufficienti per resistere alcuni giorni senza subire conseguenze.</p>
<p>&#8220;E&#8217; come quando dipingo&#8221; dice Talin, fissando il quadro sul cavalletto, &#8220;mi si svuota lo stomaco. Per questo ho allestito una cucina qui in studio. Ci sono due bistecche&#8221; dice, indicando il frigorifero. &#8220;Ti va?&#8221;</p>
<p>&#8220;Non mangio carne&#8221; dico. &#8220;Ma non preoccuparti, non ho urgenza di mangiare.&#8221;</p>
<p>&#8220;Ah. Dunque sei vegetariano?&#8221; chiede.</p>
<p>Non gli rispondo. Le sue domande mi irritano. Che si interessa a fare delle mie abitudini alimentari? Siamo qui per portare a termine un incarico, non per <em>conoscerci</em> o assurdità simili.</p>
<p>Talin sembra capire la mia contrarietà e non insiste. Apre il frigorifero, prende una padella da un mobile con gli sportelli di vetro. &#8220;C&#8217;è un sugo pronto, il cosiddetto pesto genovese. Se vuoi ti metto su una pasta.&#8221;</p>
<p>&#8220;La pasta va bene&#8221; dico.</p>
<p>Talin accende i fornelli, armeggia col rubinetto del lavello, con le pentole. Io vado a controllare il battito di Caridda. E&#8217; leggermente rallentato, ma è sempre attivo. Nel secchio si è già raccolta una buona quantità di sangue.</p>
<p>Mi arriva alle narici l&#8217;odore acre della carne fritta. Talin apparecchia il piccolo tavolo che di solito usa per riporre i tubetti di colore. &#8220;Preferisci vino o birra?&#8221; chiede.</p>
<p>&#8220;Non bevo alcol&#8221; dico. &#8220;L&#8217;acqua va bene.&#8221;</p>
<p>&#8220;Oh. Non bevi <em>mai</em> alcol?&#8221;</p>
<p>Di nuovo questa curiosità insistente. La cosa si sta facendo seccante.</p>
<p>La pasta è pronta. Ci sediamo e mangiamo. Questo sugo detto pesto genovese è interessante. Saporito al punto giusto. Talin mangia in silenzio, con la schiena curva. A metà del piatto mi alzo e vado a controllare il battito, perché Caridda sembra totalmente immobile. E&#8217; molto lento ora, ma il cuore continua a pompare e il sangue esce. Torno al tavolo e finisco la pasta.</p>
<p>Talin ha la testa bassa sul piatto, come se pregasse. &#8220;Non riesco più a dipingere&#8221; dice d&#8217;un tratto, con voce cupa.</p>
<p>Storco la bocca. Ma cosa gli passa per il cervello? Io non sono il suo confessore. Non mi riguarda la sua pittura. Se continua a seccarmi con queste battute fuori luogo gli intimerò di tacere. Lui dipende da me. Ha incassato 50.000 euro, altri 30.000 li riceverà dopo che sarò partito e avrò inoltrato il segnale all&#8217;intermediario.</p>
<p>Vado di nuovo a controllare Caridda. Tutto finito. Il secchio è pieno, il dissanguamento dovrebbe essere completo. Possiamo procedere, prima che il <em>rigor mortis</em> avanzi.</p>
<p>Chiamo Talin, tiriamo giù il corpo. Indossiamo le tute di plastica, i guanti e le maschere. Non dovrebbe schizzare sangue, ma è importante una protezione, anche per non lasciare nostre tracce sul corpo, come capelli, lembi di pelle.</p>
<p>La testa si stacca con facilità. La colonna vertebrale si taglia come il burro, nelle intersezioni delle vertebre. Le braccia sono più resistenti, e per le gambe dobbiamo lavorare molto con la sega elettrica. Alla fine le membra sono sparse sul pavimento, come se una forza dall&#8217;interno le avesse spinte lontano dal tronco. Ora devo sistemarle nelle valigie. Fuori intanto sta calando il buio. Sono in perfetto orario.</p>
<p>Ma d&#8217;un tratto Talin, che sta fissando il corpo sul pavimento, guarda il quadro e grida &#8220;sììì!&#8221;. Torna a guardare il corpo, il quadro, ripete &#8220;sììì!&#8221; e con un balzo afferra la testa di Caridda. Va verso il secchio, la immerge nel sangue e si precipita sul quadro. Sembra animato da una eccitazione violenta, spiaccica la faccia contro la tela, imprimendovi la traccia del volto. &#8220;E&#8217; la sindone!&#8221; grida, e ripete l&#8217;operazione. Poi getta a terra la testa, corre ad afferrare un braccio, immerge la mano nel secchio e torna verso il quadro. Usa il braccio come un pennello, stampa impronte di mani, si precipita a prendere una gamba, la sbatte sul quadro dopo averla immersa nel secchio, travolto da un&#8217;energia selvaggia.</p>
<p>&#8220;E&#8217; l&#8217;arte che nasce dalla morte!&#8221; grida, mentre ripone sul pavimento la gamba, e si accascia su una sedia, con la testa tra le mani. E scoppia in lacrime.</p>
<p>Io, per la prima volta nella mia vita, non so come reagire. Non avrei mai immaginato di dovere affrontare una situazione simile. E avevano detto che ha nervi d&#8217;acciaio. In realtà sembra un uomo distrutto. Piange come un bambino.</p>
<p>Che fare? Probabilmente dovrò eliminarlo, perché non è più controllabile. Ma è un imprevisto che apre una serie di variabili di difficile soluzione. Dovrò far sparire il corpo. Non posso rischiare di lasciare un cadavere in questa casa, troppe indagini, e un possibile collegamento col caso di Caridda. E pulire tutto, smontare il paranco, lavare i pavimenti, un lavoro che spetterebbe a Talin.</p>
<p>Nella mia carriera ho dovuto affrontare una lunga serie di imprevisti, ma non la pazzia di un collaboratore, e il problema di cosa fare di lui.</p>
<p>Lo osservo, quest&#8217;uomo massiccio, tarchiato, forte come un toro. Potrei forse simulare una rapina, ma la preparazione e le pulizie mi porterebbero via molte ore.</p>
<p>Devo decidere, maledizione, e in fretta, ma Talin mi precede. Deve avere intuito il mio nervosismo, perché si alza, si massaggia la faccia, si soffia il naso. Mi guarda con gli occhi rossi di pianto, sembra avere recuperato l&#8217;autocontrollo.</p>
<p>&#8220;Scusami, amico&#8230; non so neanche come ti chiami&#8230;&#8221;</p>
<p>Come mi chiamo? Ma che gl&#8217;importa del mio nome?</p>
<p>&#8220;Ho avuto un attimo di cedimento, ma è passato. Il fatto è che&#8230;&#8221; guarda verso la porta, come se inseguisse un pensiero lontano. &#8220;La mia vita va a rotoli, sono solo al mondo, e non so come venirne fuori&#8230;&#8221;</p>
<p>Va al lavandino, si lava la faccia. Quando torna sembra rinfrancato. &#8220;Bene&#8221; dice, &#8220;abbiamo un lavoro da finire. Diamoci da fare.&#8221;</p>
<p>Prende le valigie, ma c&#8217;è qualcosa che non va nel corpo smembrato di Caridda. Gli arti e la testa sono imbrattati di sangue. Non credo che il boss Berluga apprezzerebbe.</p>
<p>&#8220;Devi lavarli&#8221; dico, indicando i tronconi.</p>
<p>Talin annuisce, pensieroso. &#8220;Certo&#8221; dice.</p>
<p>Prende le braccia, le gambe e la testa e li porta al lavandino. Inizia a lavarli con un tubo di gomma che ha collegato al rubinetto. Usa la spugna dei piatti, ma la testa non si pulisce. &#8220;I capelli sono incrostati di sangue secco&#8221; dice. &#8220;Devo usare lo shampoo.&#8221;</p>
<p>Corre al piano di sopra, torna con una bottiglia di plastica azzurra. Cosparge i capelli di shampoo, li friziona, poi sciacqua con l&#8217;acqua calda. Il sangue scivola via con l&#8217;acqua nello scarico.</p>
<p>&#8220;Devi anche asciugarli, non va bene metterli nella valigia così bagnati&#8221; dico. &#8220;Non voglio gocce mentre la trasporto.&#8221;</p>
<p>Talin dice &#8220;certo&#8221;, e va a prendere un phon. E&#8217; tornato efficiente, veloce, mi fa sperare che la crisi sia passata, e tutto possa essere ricondotto alla giusta logica delle cose.</p>
<p>Appoggia la testa sul ripiano del lavello, accende il phon e asciuga i capelli col getto di aria calda. Usa anche un pettine, per accelerare l&#8217;asciugatura.</p>
<p>Io guardo attentamente la testa, non sembra essersi ammaccata quando l&#8217;ha scaraventata a terra. Certamente il boss Berluga non vorrebbe una testa danneggiata per la sua scenografia. Gli arti li asciuga con uno strofinaccio.</p>
<p>E&#8217; fatta, sistemiamo i pezzi nelle valigie. Dobbiamo faticare un po&#8217; per piegare le gambe, che sono già irrigidite. Faccio scattare le serrature, iniziamo a trasportarle in macchina.</p>
<p>Usciamo nel parco, è calata la notte. Apro il bagagliaio, vi deponiamo le valigie. Ora partirò per Modena, poi porterò la macchina in un punto fuori città, dove mi aspetta un&#8217;altra auto, e la brucerò.</p>
<p>Talin osserva i miei movimenti immobile, mi porge la mano. &#8220;Bene, ti saluto allora. E non preoccuparti per quello che è successo. E&#8217; tutto a posto. Ora pulirò tutto.&#8221;</p>
<p>Ignoro la sua mano tesa. Mi disgustano questi falsi gesti amichevoli, porgere la mano, salutare. Costui è vivo per miracolo, anche se dovrò decidere cosa fare. Forse dovrei segnalare al boss Berluga che ha avuto una crisi isterica, e ha rischiato di compromettere l&#8217;operazione. In quel caso verrebbe probabilmente eliminato. La sua sorte non m&#8217;interessa, però mi disturba questa conclusione. In qualche modo rappresenta un&#8217;ammissione di debolezza, come se non fossi riuscito a portare a compimento il mio incarico e inoltrassi una lamentela. Fa parte della mia professionalità l&#8217;assoluta autonomia e la risoluzione dei problemi. Non mi sono mai lamentato, né ho protestato. Mi affidano un lavoro, con tutte le variabili, le complicazioni, ed io consegno il risultato.</p>
<p>Probabilmente non dirò nulla, e lascerò che il caso faccia il suo corso. Se costui è pazzo, non corro pericoli. Nessuno può arrivare a me, nessuno può identificarmi, né localizzarmi. Io sono l&#8217;Inafferrabile, l&#8217;uomo dai mille volti.</p>
<p>Salgo in macchina, me ne vado senza dire una parola.</p>
<p>Se quest&#8217;uomo è abbastanza forte sopravviverà, altrimenti soccomberà. E&#8217; la regola che governa le nostre vite. Non c&#8217;è altra legge possibile.</p>
<p>Perché, come ha detto uno di quei loro pensatori dell&#8217;inutile che chiamano filosofi: su questa terra nulla esiste, tutto è permesso.</p>
<p>Le altre avventure di The Best su Nazione Indiana:</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../../../../2006/11/20/come-ho-liquidato-il-barracuda/">http://www.nazioneindiana.com/2006/11/20/come-ho-liquidato-il-barracuda/</a></span></p>
<p>ripubblicato, con alcune modifiche, sulla rivista <em>Delitti di carta</em></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="../../../../../2008/05/17/dark-city/">http://www.nazioneindiana.com/2008/05/17/dark-city/</a></span></p>
<p>L&#8217;immagine è tratta dal film del 1974 di Sam Peckinpah  &#8220;<a title="scheda fil su wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Voglio_la_testa_di_Garcia">Voglio la testa di Garcia</a>&#8220;, reperita sul blog Scaglie <a href="http://scaglie.blogspot.com/2008/08/voglio-la-testa-di-garcia.html">http://scaglie.blogspot.com/2008/08/voglio-la-testa-di-garcia.html</a> che ne offre una recensione e riprodotta qui in buona fede e condizioni di fair use.<a href="http://scaglie.blogspot.com/2008/08/voglio-la-testa-di-garcia.html"><br />
</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/26/the-best-e-la-mafia/">The Best e la mafia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Gran Torino, Detroit, USA</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 11:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong><br />
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<p>Da quel vecchio combattente della OAE (Old American Epic) che è, Clint Eastwood ha girato un film epico sulla solitudine, la vecchiaia, i padri, l’amicizia, il sacrificio. Walt Kowalski, il suo personaggio, riassume tutti i <em>cow boys</em> solitari che si sono avvicendati lungo le varie e transgenerazionali frontiere americane; porta con sé i generi, gli stili, l’azione, la violenza, la prepotenza del mondo, l’ingiustizia, contro cui i suoi eroi si sono ribellati, spesso in nome di valori mai dichiarati ma sottintesi di onestà, coraggio, difesa dei deboli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/18/gran-torino-detroit-usa/">Gran Torino, Detroit, USA</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/grantorino-202x300.jpg" alt="grantorino" title="grantorino" width="202" height="300" class="alignright size-medium wp-image-15841" /></p>
<p>Da quel vecchio combattente della OAE (Old American Epic) che è, Clint Eastwood ha girato un film epico sulla solitudine, la vecchiaia, i padri, l’amicizia, il sacrificio. Walt Kowalski, il suo personaggio, riassume tutti i <em>cow boys</em> solitari che si sono avvicendati lungo le varie e transgenerazionali frontiere americane; porta con sé i generi, gli stili, l’azione, la violenza, la prepotenza del mondo, l’ingiustizia, contro cui i suoi eroi si sono ribellati, spesso in nome di valori mai dichiarati ma sottintesi di onestà, coraggio, difesa dei deboli. Li riassume in sé e li usa, li scambia. Per arrivare a una scelta finale che, forse, è il bilancio di una vita.<br />
Walt, ex operaio della catena Ford, vive in una villetta dei sobborghi di Detroit. Un tempo questi erano i quartieri della piccola e media borghesia americana, gli operai specializzati, gli impiegati, col piccolo prato e la veranda. Ora tutto è in decadenza, le recinzioni sono sfondate, sull’asfalto cresce l’erba. Poche persone per le strade, bande perlopiù. La villetta vicino alla sua è abitata da una famiglia di asiatici, i “musi gialli” che lui, reduce dalla Corea, ha combattuto e ucciso. <span id="more-15840"></span><br />
Li guarda, e noi guardiamo la sua faccia in primissimo piano mentre li guarda, una maschera di durezza e di caparbietà, la maschera di un vecchio uomo gonfio di rancore e di ostilità, indignato per l’invasione della “sua” America, e davvero ci viene in mente la definizione affettuosa che di lui dava Sergio Leone: “ha due espressioni: una col cappello e una senza cappello”. La sua maschera rigida, arcigna, è quella di William Munny, il killer de <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gli_spietati">Gli Spietati</a>, e talvolta ci chiediamo se agirà come lui, se applicherà le regole del genere violento che <em>Gran Torino</em> sembra contenere nel suo plot.<br />
In realtà sappiamo che l’ostilità di Kowalski sta per ammorbidirsi. Ci sono i segnali: la ragazzina <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Miao">hmong</a> è simpatica, è gentile, spigliata. Non può che fare breccia in quel vecchio cuore indurito. E il ragazzino, Thao, che lui chiama Tardo, è timido, sprovveduto, “una femminuccia”, che non sa neanche capire se una ragazza carina ha puntato gli occhi su di lui. Lo becca, Tardo, nel suo garage mentre cerca maldestramente di rubargli la Gran Torino, il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ford_Torino">coupé Ford</a> dei primi anni ’70 (era l’auto di Starsky e Hutch) che lui conserva come un trofeo, per sottostare al rito di iniziazione di una gang, capeggiata dal cugino, che lo perseguita.<br />
E qui avviene il primo dei filtraggi di genere. La storia potrebbe prendere la direzione della violenza, le armi da fuoco, le bande, i bulli vigliacchi, e il vecchio giustiziere che li sfida a viso aperto. Invece tutto questo incombe sulle scene, ma resta come sospeso, una minaccia che appare e scompare, che trascuriamo, pur senza dimenticarla. Kowalski scopre il mondo arcaico <em>hmong</em>, “la gente della giungla”, un popolo fuggito in America in seguito alla guerra del Vietnam, perché “i comunisti ammazzavano tutti”. Sono gentili, non parlano né capiscono l’inglese, gli portano continuamente doni sulla scala di casa, fiori, piatti cucinati. Gli sono grati per avere difeso Tardo da un assalto della banda, che lui ha fatto fuggire minacciandoli col suo vecchio fucile della guerra di Corea, e per avere accettato di farlo lavorare per lui come riparazione al tentativo di furto.<br />
Qualcuno particolarmente pignolo potrebbe riconoscere, in queste scene etniche, un blando razzismo paternalista, sulla falsariga di quello usato, per esempio, da Somerset Maugham quando rappresenta i cinesi. In realtà è un gioco di ruoli che Clint Eastwood porta avanti senza reticenze, partendo proprio dal suo personaggio che è “uno sporco polacco rincoglionito”, come lo chiama quel “ladro mangiaspaghetti” dell’amico barbiere; i giochi virili da uomini con le palle americani che provengono da mille paesi, da mille razze.<br />
Ma tutto si complica. E’ destino. La banda minaccia, e colpisce. Colpisce con ferocia e viltà, come colpisce il branco, e semina dolore e distruzione. Nulla è più come prima. Bisogna fare giustizia. Una giustizia superiore, quella giustizia che la legge non può garantire, perché nessuno parla, nessuno denuncia. L’omertà hmong tutto blocca e tutto cancella: la giustizia del cow boy della retorica OAE, la vediamo dipinta a tinte fosche sulla maschera di Kowalski quando va a sfidare i bulli della banda, li va a prendere nella loro casa, mentre schiamazzano sguaiati. Li fronteggia da solo, con sarcasmo, li insulta. Vediamo veramente William Munny mentre sta per entrare nel saloon dove c’è lo sceriffo delinquente Gene Hackman, e fa una strage, e punta in faccia la doppietta allo sceriffo, che gli dice “spara”, e lui gli spara; e potrebbe essere questo il finale che ci aspettiamo, la catarsi nel sangue e nella distruzione violenta della violenza.<br />
Forse non ci sono più finali inediti, perché, come sostiene qualcuno, tutto è già stato detto, scritto, girato. Ma non è il finale in sé che può sorprendere; è come conclude la storia che lo precede, come sbuca dalle radici della sceneggiatura che ci stupisce.<br />
Il finale di <em>Gran Torino</em> è forse l’ultima scelta possibile del cavaliere solitario nato, vissuto e morto da <em>outsider</em>. La fine del viaggio.<br />
La fine di chi non ha più nulla da dare, o da dire, se non offrire il proprio estremo sacrificio per la salvezza e per il bene degli altri. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/18/gran-torino-detroit-usa/">Gran Torino, Detroit, USA</a></p>
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		<title>Il wrestler che è in noi</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Mar 2009 06:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
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<p>Attenzione! Questo è uno <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Spoiler_(cinema)">spoiler</a> del film; chi non vuol conoscerne l&#8217;intera trama, non legga.</p>
<p>Mickey Rourke-Randy è spesso ripreso di spalle, massiccio, abbronzato, coi lunghi capelli ossigenati come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Hulk_Hogan">Hulk Hogan</a>, l’anziano <em> wrestler</em> acciaccato protagonista di un <em>reality</em> americano, e noi lo seguiamo nei suoi spostamenti per lo schermo, come se ci guidasse in un viaggio impedendoci la vista del panorama; poi si gira e ci mostra quella faccia ricostruita, con imbarazzanti labbroni, occhi piccoli, le famose mani con le unghie enormi, giacca a vento lisa e scucita.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/10/il-wrestler-che-e-in-noi/">Il wrestler che è in noi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/wrestler.jpg" alt="wrestler" title="wrestler" width="360" height="239" class="aligncenter size-full wp-image-15368" /></p>
<p>Attenzione! Questo è uno <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Spoiler_(cinema)">spoiler</a> del film; chi non vuol conoscerne l&#8217;intera trama, non legga.</p>
<p>Mickey Rourke-Randy è spesso ripreso di spalle, massiccio, abbronzato, coi lunghi capelli ossigenati come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Hulk_Hogan">Hulk Hogan</a>, l’anziano <em> wrestler</em> acciaccato protagonista di un <em>reality</em> americano, e noi lo seguiamo nei suoi spostamenti per lo schermo, come se ci guidasse in un viaggio impedendoci la vista del panorama; poi si gira e ci mostra quella faccia ricostruita, con imbarazzanti labbroni, occhi piccoli, le famose mani con le unghie enormi, giacca a vento lisa e scucita. E’ una vita grama, la sua, e ci sarebbe l’eco di Hank Bukowski, se non fosse che manca persino la follia felice, o la risata tragica: la sua è l’unica vita possibile, l’unica sopravvivenza di cui dispone, da quell’<em>ammasso di carne maciullata</em> che è. Dopo le glorie degli anni Ottanta, quando era “The Ram”, il campione, e c’erano i <em>Guns N’ Roses</em>, ora Randy si esibisce in incontri di provincia, dove la violenza è concordata, come sempre accade nel wrestling, ma lo è per compiacere il pubblico, che vuole vedere il sangue. E Randy, d’accordo coi suoi avversari, tutti ragazzi giganteschi pieni di steroidi, teneri, educati, rispettosi fuori dal ring, il sangue lo tira fuori: ha una lametta nascosta nelle fasciatura del polso, con la quale si incide la fronte, mentre è a terra fingendosi svenuto. <span id="more-15367"></span>Il sangue gli scende sulla faccia, tra le urla di tripudio degli spettatori. Oppure si rotola nel filo spinato, lacerandosi la pelle, o addirittura facendosi piantare punti metallici da un avversario che lo chiama rispettosamente “signore”, riducendosi una maschera sanguinolenta.<br />
Ma oltrepassa tutti i limiti che gli sono concessi: si imbottisce di farmaci, di ormoni, di viagra, sottopone la sua carne maciullata a ogni sorta di violenza e di contusione. Così un giorno, al termine dell’incontro più sanguinario della sua carriera, collassa. Infarto, e divieto di continuare a combattere.<br />
E’ dura per Randy, perché senza incontri, senza l’urlo del pubblico, è il nulla, è nessuno; ma cerca di sopravvivere anche a questa svolta. Lavora part-time al banco di una salumeria, con una buffa cuffia che gli trattiene la chioma, come un rasta. Cerca di guadagnare i dollari necessari per pagare l’affitto della roulotte dove abita, e le medicine di cui ha bisogno. Con l’aiuto di una spogliarellista, che frequenta in uno strip bar, si sforza di riallacciare i rapporti con la figlia, che lo disprezza perché non è mai stato un padre, non era presente quando lei aveva bisogno di lui. Randy si impegna a fondo, sua figlia è tutto ciò che gli resta. Le compra regali, le chiede di perdonarlo, di frequentarlo, di farlo sentire un vero padre. Perché ha avuto l’infarto. Perché è solo. Perché vuole vivere.<br />
Lo osserviamo con disagio, mentre esprime per noi questo mix di sentimentalismo, di egoismo e disperazione. Riesce a strapparle un appuntamento, e se ne va contento, con la speranza che gli illumina lo sguardo. Ma quella sera si dimentica, si fa rimorchiare da una sgarruppata in un locale e va a strafarsi di coca e sesso. E’ l’ennesima rottura, definitiva, questa volta. Cerca anche di avere un vero rapporto con la spogliarellista, ma lei lo rifiuta, perché non intende &#8220;uscire coi clienti&#8221;. Il tempo è fermo, lo spazio è bloccato, la figura scalena non riesce a ricomporsi.<br />
Al banco della salumeria, con la cuffia rasta in testa, con le vecchie signore americane che si fanno servire strabilianti cibi cotti americani, fa l’ultima scelta. Una scelta di sangue, una scelta autodistruttiva. Combatterà di nuovo. Incontrerà il suo antico avversario, l’Ayatollah, col quale ha già diviso antiche glorie.<br />
Assistiamo al coronamento ineluttabile di questa vita buttata, di questo fallimento. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/The_Wrestler">The Wrestler</a> avrebbe potuto avere un finale diverso, ma forse il regista Darren Aronofsky, amante delle vibrazioni forti, non voleva scadere nello <em>happy end</em> all’americana; così Randy, prima di salire per l’ultima volta sul ring, respinge l’unico segnale di speranza, forte e bello, che gli viene offerto. Lo butta via, e oltrepassa la linea proibita della corde, col suo cuore malandato, le sue speranze distrutte.<br />
Così la violenza del <em>wrestler</em> che dallo schermo richiama la difficoltà di tutti noi di essere uomini, di esseri adulti, e padri: la violenza dell’esterno, fasulla, ignorabile, perché violenza di sovrastrutture, di Superii territoriali e mondiali, diventa violenza autentica, interna, che minaccia e distrugge la stessa vita. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/10/il-wrestler-che-e-in-noi/">Il wrestler che è in noi</a></p>
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