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	<title>Nazione Indiana &#187; merce culturale</title>
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		<title>“La colla e il miele”. Appunti sulla critica militante</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 06:28:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>Invitato da “Nazione indiana” a intervenire sul tema della critica letteraria, riprendo alcuni spunti dal numero che «L’ospite ingrato» dedicò nel 2004 al tema della <em>Responsabilità della critica</em><a href="#_ftn1">[1]</a>. Cercammo allora, con la rivista, di fare il punto su quella che a noi della redazione pareva una situazione di stallo, tanto povera di proposte teoriche quanto appiattita sull’esistente, ad un tempo consapevole e soddisfatta dei propri limiti; naturalmente, non è scontato supporre che poco o niente, da allora, sia mutato nello scenario che, dopo diversi anni, abbiamo dinanzi; tuttavia proverò a portare qualche argomento a favore di questa tesi, ed anzi ne aggiungerò, a mo’ di provocazione, per “rincarare la dose”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/16/%e2%80%9cla-colla-e-il-miele%e2%80%9d-appunti-sulla-critica-militante/">“La colla e il miele”. Appunti sulla critica militante</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Lenzini</strong></p>
<p>Invitato da “Nazione indiana” a intervenire sul tema della critica letteraria, riprendo alcuni spunti dal numero che «L’ospite ingrato» dedicò nel 2004 al tema della <em>Responsabilità della critica</em><a href="#_ftn1">[1]</a>. Cercammo allora, con la rivista, di fare il punto su quella che a noi della redazione pareva una situazione di stallo, tanto povera di proposte teoriche quanto appiattita sull’esistente, ad un tempo consapevole e soddisfatta dei propri limiti; naturalmente, non è scontato supporre che poco o niente, da allora, sia mutato nello scenario che, dopo diversi anni, abbiamo dinanzi; tuttavia proverò a portare qualche argomento a favore di questa tesi, ed anzi ne aggiungerò, a mo’ di provocazione, per “rincarare la dose”. Per riassumere, gli spunti si potrebbero rubricare sotto queste tre titolazioni: <em>Sul rimbambimento della critica</em>; <em>Vecchi e giovani</em>;  <em>Le polemiche fallaci</em>. Mi rendo conto che un discorso come quello che sto per fare si presta all’accusa di “fare di ogni erba un fascio”; ma spero si guardi ad esso con l’indulgenza che spetta a chi mira al “bersaglio grosso” e dunque non va tanto per il sottile.</p>
<p><span id="more-35791"></span></p>
<p>[1]  “Il rimbambimento della critica”. La parola <em>rimbambimento</em> non è scelta a caso: rinvia ad una annotazione di Pier Vincenzo Mengaldo sui critici cinematografici, i quali sono per lui «spesso dei simpatici bambini che s’incantano di fronte a tutto ciò che scorre sullo schermo<a href="#_ftn2">[2]</a>». Poco prima Mengaldo aveva osservato – ed è importante, nella mia prospettiva &#8211; che la critica militante in Italia «milita poco, cioè troppo spesso non vuole o non può dire tutti i no che occorrerebbero (dire di sì costa poco)» (ibid.). Chiaro che i fenomeni, quello dell’assenso e dell’incantamento (e, quindi, del rimbambimento), sono strettamente correlati; chiaro, anche, che tutto questo ha a che fare con la sfera del consumo, quale si manifesta nell’ambito specifico dell’industria culturale (di cui il cinema è solo il caso più esposto): nell’atteggiamento del critico <em>incantato</em> e incapace di (o renitente a) dire di no (se non ogni tanto, giusto a riprova di un’autorevolezza smentita dal resto dei suoi pezzi) è riprodotta una postura che fa da modello al lettore-fruitore, il quale a sua volta dev’essere predisposto all’incantamento; ed è appunto in quel modello che affiorano dei tratti regressivi. In primo luogo, tra questi, è la pulsione feticistica a possedere: «imperdibile!» è il <em>réfrain</em>, esplicito o sottaciuto, di quasi tutte le recensioni (un tempo per questo genere di fenomeni si usava il termine “reificazione”, che oggi basta a identificare chi lo usa con un complice dei talebani).</p>
<p>Niente di nuovo: che la critica si riduca a livello di <em>spot</em>, non è un fenomeno recente; e quanto al feticismo, non esiste certo dal nuovo Millennio. In realtà però dir questo non è sufficiente, se non si dice, insieme, che in quanto il suo oggetto non è un oggetto qualsiasi, bensì un prodotto <em>culturale</em> – qui è il punto &#8211; la regressione che ha luogo nell’incantamento (e nell’estasi del possesso indotto) non è senza un momento riflesso, mediato, come di chi per compiere un basso servizio lo compia sì, ma sorridendo di sé stesso che lo sta compiendo, e producendo una serie di ammiccamenti (allusioni, citazioni al già noto, effetti-sorpresa, ecc.) che mirano alla cooptazione del lettore nel cerchio magico della cultura reificata. Tanto più, si direbbe, il modello è “infantilistico”, tanto più è necessario che l’aroma culturale sia pervasivo e riconoscibile, e dunque non sia estraneo all’opera del <em>disincanto</em>: di qui l’inconfondibile mistura di saggismo e consumismo che oggi caratterizza buona parte della critica, almeno quella che è dato leggere nei supplementi culturali (direi anzi soprattutto <em>nei migliori</em>), e che fa da <em>pendant</em> all’altrettanto diffuso micro-specialismo di stampo universitario (versante su cui non m’importa qui soffermarmi). Tra Incantamento e Disincanto, il dato di fondo riguarda la sopravvalutazione <em>a priori</em>, per così dire, del fatto culturale in sé; ed è da tale situazione che deriva il fenomeno più generale, ed a mio avviso più grave, ovvero la perdita – cito dalla voce <em>Critica</em> di Fortini (1968<a href="#_ftn3">[3]</a>) – del «senso delle proporzioni e della prospettiva», perdita che investe massicciamente il pubblico dei lettori e costituisce ormai il tratto più evidente, nell’insieme, del contesto attuale.</p>
<p>A questo livello resta in fondo valido, con le dovute varianti, quel che osservava Adorno a proposito della “musica popolare”, cioè che per «chi si trova accerchiato da merci [musicali] standardizzate, valutare è diventato una finzione; egli non può sottrarsi alla loro strapotenza<a href="#_ftn4">[4]</a>». Sostituirei, nel nostro caso, il concetto di “somiglianza” con quello di “omogeneità”, dove il tratto comune è nella condivisa funzione d’intrattenimento (di “distrazione”) del prodotto: sul versante della critica, l’atto di «valutazione» diviene appunto fittizio, in quanto può aver luogo in qualsiasi occasione ed a proposito di qualsiasi oggetto, essendo solo un atto interno alla filiera produttiva e non più una interpretazione, e perciò intercambiabile. In tale contesto anche dire di no, si potrebbe concludere, è un fatto criticamente irrilevante, nullo: gratuito e necessario al tempo stesso, ma senza peso specifico, essendo un gesto che non incide sull’assenza di prospettiva e di proporzioni, e in quanto tale anch’esso soggetto alla “strapotenza delle merci”. Avviene così un singolare  paradosso: la critica può promuovere tutto, e tutto cucinare secondo le ricette più varie, “originali” ed eclettiche, solo che una volta lette le recensioni, tanto è omogeneo e fungibile il rapporto tra critico e criticato, non c’è più neanche bisogno di leggere l’opera che ne è oggetto; proprio come, per tornare al cinema evocato all’inizio, quando si siano visti i <em>trailer </em>di certi film, si può benissimo fare a meno, quei film, di vederli.</p>
<p>[2] Per indicare la mutata funzione del critico in tale contesto, ho parlato del “critico come <em>dee-jay</em>”, sottintendendo che in questa figura si condensa il modo in cui la cultura si è adeguata al <em>just-in-time </em>postmoderno (per cui il bravo critico è quello che va “a tempo”, ovvero asseconda i ritmi dell’industria culturale).  Ma la perdita di cui parlava quasi mezzo secolo fa Fortini ha i suoi effetti a più livelli. Uno che merita attenzione è legato alla vicenda delle generazioni che, di volta in volta, si affacciano sulla scena culturale: fino ad un certo punto, infatti, le generazioni hanno offerto un ancoraggio alla definizione del “nuovo”, giustificando apparentamenti e genealogie; ma quando il <em>timing</em> imposto dall’industria culturale ha progressivamente abbreviato i cicli, fino ad annullarli, si è aperto un vuoto che solo il succedersi delle mode, per essenza tanto effimero quanto incessante, è in grado di colmare. In quel vuoto si dà il secondo fenomeno che vorrei evidenziare: qui si apre, cioè, il dominio miserevole ed arrogante della tautologia, per cui è nuovo &#8211; e perciò originale (e in quanto tale <em>imperdibile</em>) &#8211; ciò che si definisce tale. Del fenomeno si possono citare innumerevoli esempi, ma vale la pena soffermarsi su un momento particolare, in cui l’impotenza della critica e la potenza della tautologia (in ipotesi, tenderei a riportare entrambe sotto l’insegna della “strapotenza delle merci”) si sono manifestate in modo esemplare.</p>
<p>In un articolo sull’«Unità», pubblicato proprio mentre in Iraq (febbraio 2004<a href="#_ftn5">[5]</a>) si compivano stragi e infuriava la battaglia tra “insorgenti” e truppe d’occupazione, Romano Luperini ebbe l’ardire – il cattivo gusto, diranno alcuni – di mettere a confronto le opere uscite in quell’anno con quelle di trent’anni prima; i nomi erano per gli anni ’70 quelli di Sciascia, Calvino, Morante, Fellini, Zanzotto, Caproni, Volponi. Non solo: Luperini si spinse ad affermare – si noti bene &#8211; che attraverso il confronto si poteva rilevare «un declino della civiltà italiana, o comunque di una sua parte consistente, avviatosi già a partire dagli anni Ottanta e accentuatosi poi con il passare degli anni sino a toccare in questo inizio di millennio un suo punto estremo» (ibid.).</p>
<p>La diagnosi era, insomma, apocalittica, ed esplicitava brutalmente quel che, nelle università, erano (e sono) in molti a pensare, e che talora dicono dopo le lezioni, magari nell’ora di ricevimento, ma non per scritto e tanto meno in sede così pubblica come quella di un quotidiano<a href="#_ftn6">[6]</a>. Poco garbato, ingeneroso e insomma <em>unfair</em>, Luperini intendeva tuttavia provocare una discussione, costringere i Giovani Turchi, non pochi dei quali coccolati dalle case editrici e dai<em> media</em>, a uscire allo scoperto; ma proprio questa idea risultò del tutto “fuori tempo”, e infatti vero dibattito non ci fu, appena una sua parodia; né si dettero interventi o spunti di qualche spessore. Tutto sommato, la risposta più memorabile fu quella di Carla Benedetti, che sempre sul quotidiano fondato da Gramsci intimò al collega Luperini, senza tante perifrasi, di vergognarsi. La risentita intonazione morale caratteristica della <em>querelle</em> lasciava intuire, da parte delle nuove leve, che l’atto perpetrato dal critico era una sorta di cinico infanticidio: le generazioni appena venute alla ribalta – provo a dedurre, tendenziosamente, dall’andamento della polemica<em> </em>- erano del tutto sprovviste del bagaglio ermeneutico, storico e retorico che nei maestri del Moderno si accompagnava al loro tetro <em>imprinting</em> ideologico, e che avrebbe consentito una risposta all’altezza; ma per l’appunto questa loro leggerezza o incoscienza era un merito e non una colpa, e bisognava perciò lasciarli crescere in pace, gli emergenti; che fosse loro dato tempo di armarsi e, intanto, si godessero i propri successi e, perché no, si spalleggiassero l’un l’altro con categorie solidali e generiche, soprattutto senza evocare antenati così opprimenti e ingombranti, né canoni per loro natura in via d’obsolescenza come quelli messi in mezzo da Luperini, adottati sì nei manuali e nei corsi universitari ma destinati presto a svanire come i vampiri alle prime luci del giorno. Bella forza, poi, mettersi al riparo di autori con gigantesche bibliografie sulle spalle, riviste dedicate, atti di convegni, meridiani, pleiadi e compagnia bella…</p>
<p>Non è però questo il punto: lo squilibrio generazionale e il <em>gap</em> bibliografico si potevano anche dare per scontati; più interessante è che le argomentazioni dei Giovani consistessero, il più delle volte, in mere esclamazioni o nell’elencare i nomi di autori la cui sola esistenza avrebbe dovuto fornire la prova del madornale errore critico di Luperini, la cui vera natura di aristocratico e passatista veniva così alla luce, esemplarmente, dopo anni di militanza agguerrita a sinistra. <em>Non è vero</em> – in sostanza la replica dei Giovani &#8211; <em>perché chi così pensa non è capace di vedere il Nuovo: e il Nuovo sono io</em>. E poi, non impera forse il relativismo? Dunque ognuno può ben dire la sua, ma per favore niente paragoni incongrui … Ma al di là di queste ovvie e disarmanti difese, ancora più notevole è il fatto che l’atteggiamento di fondo, ovvero il Metodo Tautologico, abbia trovato una convalida e si potrebbe dire una legittimazione <em>e contrario</em>: c’è stato infatti chi, rovesciando specularmente le osservazioni di Luperini, ha provveduto a confermarle, ma attribuendo un segno positivo al discorso, assunto sul versante dei Giovani. Penso ad un <em>pamphlet</em> intitolato <em>I barbari</em>, opera di Alessandro Baricco (Feltrinelli, 2008) con sottotitolo <em>Saggio sulla mutazione</em>, che nonostante la postura teatral-profetica, a mio gusto irritante, non è privo di spunti di lettura del presente, quale si offre al lettore medio contemporaneo, lettore di «Repubblica», «L’espresso» o altro foglio di ambito gradevolmente progressista. Cito un passaggio cruciale: «È spesso stupido dare una data precisa alle rivoluzioni, ma se penso al piccolo orticello della letteratura italiana, allora penso che il primo libro di qualità a intuire questa svolta, e a cavalcarla, sia stato <em>Il nome della rosa</em> di Umberto Eco (1980, bestseller planetario). Probabilmente lì, la letteratura italiana, nel suo antico senso di civiltà della parola scritta e dell’espressione, è finita. E qualcosa d’altro, di barbarico, è nato».</p>
<p>Baricco accetta frontalmente la sfida apocalittica<a href="#_ftn7">[7]</a>, ed evoca scenari di rinnovamento solo in parte cogniti ma destinati a disvelarsi sotto l’onda d’urto dei media, di internet, dei nuovi linguaggi. Sul punto della “mutazione”, come la chiama Baricco, in fondo anche Luperini sarebbe d’accordo: solo che, come dicevo, quel che per lui era un fenomeno negativo, a Baricco pare un nuovo inizio, l’irrompere di qualcosa d’altro, irriducibile alle categorie ed ai criteri del passato, e in quanto tale ancora da interpretare. Il Nuovo Barbarico, per Baricco, è di coloro che vengono dopo la «civiltà della parola scritta e dell’espressione», e la «svolta» che si lascia dietro un tale arnese è quella di chi scrive nella «lingua dell’impero», che si forma «in televisione, al cinema, nella pubblicità, nella musica leggera, forse nel giornalismo» (ibid.). Personalmente, non mi sento di escludere che possa aver ragione Baricco; la mia domanda però è questa: come si può uscire da questo sfrontato impero della Tautologia, da questa imbarazzante simmetria pre-critica i cui termini sono gli stessi nella tesi e nell’antitesi? Non è, forse, augurabile sfuggire all’<em>empasse</em> delle contrapposizioni tanto frontali quanto bloccate?</p>
<p>Non ho, al riguardo, ricette, né profezie da recapitare. Mi contenterei se nei più giovani aumentasse il grado di consapevolezza e di capacità critica nei confronti dei meccanismi dell’industria culturale e del braccio armato dei Media; e vi fosse minore rassegnazione. Se dovessi indicare, poi, qualcosa in grado di aiutarci a uscire dallo stallo, citerei un principio che il critico già evocato, Franco Fortini, soleva ripetere agli studenti dei suoi corsi: <em>l’interpretazione del mondo precede l’interpretazione del testo</em>. Ogni parola di questa frase va assunta in senso pregnante: attenzione, quindi, a non iscriverla con troppa sicumera tra i reperti di un paleo-marxismo sotterrato dai tempi. Consiglio piuttosto di rileggere la voce “Letteratura” dell’<em>Enciclopedia Einaudi </em>(vol. III, 1978), in particolare il terzo paragrafo, che prende spunto dall’<em>Estetica</em> di Hegel (poi alla p. 282 di F.Fortini, <em>Nuovi saggi italiani</em>, Garzanti, 1987); ma per farla breve e concludere su questo argomento, credo proprio che ricominciare dall’interpretazione del presente sia la cosa più urgente e necessaria in un contesto che sa definirsi solo con categorie postume (post-fordismo, post-moderno, post-comunismo, ecc.). Sospetto infatti che questa – come chiamarla? – <em>postumanza</em> sia un fenomeno strettamente legato all’assenza di prospettiva appena denunciata; e vorrei anche insinuare che tale condizione ha dei riverberi sul piano della critica più avvertita, e parlo ora di quella della poesia e non dei soli romanzi o film: non per caso due dei migliori libri degli ultimi anni che si occupano di poeti contemporanei hanno titoli somiglianti, che recitano: <em>Dopo la lirica</em> (antologia a cura di E.Testa, Einaudi, 2005) e <em>Dopo la poesia </em>(R.Galaverni, Fazi, 2002); ma il discorso, in proposito, andrà ripreso e articolato con più agio.</p>
<p>[3] Ho fatto prima il caso di una polemica improduttiva, che di per sé denuncia uno stato d’impotenza, o forse meglio di subalternità agli<em> standard</em> della cultura corrente. Un caso analogo, a mio avviso, è quello che di recente si è sviluppato intorno alla collaborazione di Paolo Nori (scrittore considerato di sinistra) ad un giornale di destra. La polemica ha visto coinvolti critici che stimo, alcuni dei quali hanno messo in campo argomentazioni largamente condivisibili, che non starò a ripetere. Il punto però è un altro: la polemica, contrapponendo Destra e Sinistra sulla base degli schieramenti offerti dai Media, ha finito per oscurare quel che è più caratteristico della situazione attuale, di cui all’inizio ho cercato di dare qualche esempio riferito alla critica. Ovvero, la sostanziale omogeneità e condivisione dell’ordine del discorso da parte dei due campi avversi, la loro attiva compartecipazione ai meccanismi con cui il Sempre-Uguale, sotto le vesti sgargianti del Nuovo, si perpetua: insomma non basta, anche se è necessario, denunciare il carattere falso, arrogante, becero, piduista, reazionario dei giornali della destra italiana &#8211; per non parlare del ruolo da puri sicari a cui sono ormai ridotti i giornalisti. I punti in comune tra «Repubblica» ed «Il giornale», tra «Espresso» e «Panorama», Mediaset e RaiTre sono molti di più e più importanti delle visibili differenze; e lo stesso vale per Feltrinelli e Mondadori, “Blob” e “Striscia la notizia”, Fazio e Fede, e via di seguito. Non sto dicendo, con facile esercizio di qualunquismo, che queste testate, editori, programmi sono tutti uguali; sappiamo bene che talora perfino su «Repubblica» si possono leggere articoli importanti per capire cosa sta succedendo (basti citare quelli di Luciano Gallino). Ma è bene essere chiari, ed è perciò opportuno precisare un altro punto: ormai l’antiberlusconismo, al quale tutti siamo iscritti, è il migliore alibi – con la sua mistificante delimitazione dei campi avversi &#8211; per nascondere l’assenza di un discorso critico capace di far breccia in quella realtà <em>politica</em> che non è rappresentata né in Parlamento né nei Media, ma riguarda la vita di ognuno – ognuno, più precisamente, di quelli che non hanno nulla da perdere, perché sono ogni giorno sconfitti.</p>
<p>A quest’ultima precisazione un po’ ci tengo, e mi prendo il peso di quel tanto di arcaico che comporta. Infatti, se non ci si schiera e non si definiscono senza sconti interlocutori e avversari, anche tutto il discorso sulla critica resta generico e dunque sterile, almeno per chi non si accontenti di partecipare al gioco dominante. Si ricominci, invece, a rivedere proprio il concetto di “cultura”, rinunciando a comode (ed equivoche) intese e compromessi che assicurano qualche temporanea consolazione. Non mancano, a veder bene, né gli strumenti per ridare alla critica la sua vera natura, né le voci che possono farci riflettere. Qualche tempo fa Goffredo Fofi ha scritto un articolo sull’«Unità» intitolato <em>Combattere la cultura colla e miele</em><a href="#_ftn8">[8]</a>: citerò, in conclusione, le parole di Fofi, perché mi sembra vadano nel senso da me, e non solo da me, auspicato. Scrive Fofi all’inizio: «La cultura con cui dobbiamo quotidianamente confrontarci è una specie di tranquillante o di sonnifero, che ci distrae e ci aiuta a non pensare invece che a pensare, a dimenticarci invece che a trovarci, è un consumo indifferenziato che nei propositi di chi lo propone e amministra deve servire e a renderci inattivi invece che attivi. Le istituzioni della cultura e i suoi gestori si preoccupano del successo e del consenso, della superficie e dell’attualità invece che del radicamento, della lunga durata, della qualità e della possibilità di incidere in profondità nell’<em>humus</em> di una popolazione e di un’epoca.» E poi, ancora: «Se dunque la produzione di consenso avviene in buona parte attraverso il campo vasto e indeterminato della cultura, che si fa mescola tutta o quasi tutta allo spettacolo, e se, cosa non secondaria, una nuova economia tiene lontani i giovani dalla produzione spingendoli in massa &#8211; con l’alibi della creatività e le menzogne del facile successo &#8211; verso pratiche superficialmente culturali e artistiche, allora la cultura è davvero una pedina centrale, centralissima che i politici possono giocare, è una base consistente per la loro gestione del potere. E già così è, a destra e a manca e da decenni, dentro un sistema mediatico tutto proteso alla distrazione, al rumore di fondo e all’effimero, dominato dalle mille forme della pubblicità e dalle grandi agenzie finanziarie; e con più abilità intervengono nella “cultura” quei poteri che più possiedono e che più controllano.»</p>
<p>Fofi tocca qui un punto a mio avviso cruciale: la cultura &#8211; «a destra e a manca» &#8211; è ridotta a intrattenimento, ma al tempo stesso la sua gestione ha un ruolo primario nell’economia della società attuale. Chi “sta in alto” ha capito molto bene il meccanismo, e sa che per mantenere l’ordine dell’ingiustizia (sempre più abissale e sfacciata), l’economia della distrazione è essenziale, e dev’essere diffusa capillarmente, specialmente tra i giovani (si è ormai affermata, per esempio, tutta una “Economia dell’Evento” che appunto corrisponde a questa funzione). Mi pare perciò da condividere anche la fine del ragionamento di Fofi, dove il discorso si pone in prospettiva futura, e ci indica in positivo qualche traccia: «Si tratta, in definitiva, di saper vedere, come diceva Italo Calvino, nell’inferno presente ciò che inferno non è, e farsene coinvolgere, e assisterlo, e proteggerlo, e aiutarlo a crescere, a espandersi.» Allora, secondo l’impostazione di Fofi, non tanto di “militanti” nel senso tradizionale c’è bisogno, quanto di «sollecitatori», ed in questo senso «alla crisi della politica (e della democrazia)» va risposto «con la rivalutazione del ruolo centrale dell’educazione»: «Educazione e cultura dovrebbero diventar sinonimi, e la cultura tornare a farsi pensiero e non distrazione, arte e non comunicazione.»</p>
<p>È qualcosa di simile ad un programma, tanto lontano dai palinsesti attuali quanto indispensabile «in un tempo in cui i modelli della sinistra somigliano da matti (sì, proprio &#8220;da matti&#8221;) a quelli della destra, li hanno sposati e ci si confondono». Riaffermare «un’idea e una pratica della cultura come ricerca, esperimento, inquietudine, domanda. Come conflitto»; poiché infine «c’è la cultura dei potenti (e quella che i potenti vogliono sia consumata e introiettata dalle masse) che oggi si presenta sotto vesti ecumeniche, generali, come un valore assoluto al di sopra delle parti &#8211; la cultura del miele e della colla. E c’è la cultura degli impotenti &#8211; una volta si sarebbe detto degli oppressi, delle classi subalterne eccetera, ma oggi, qui, gli oppressi siamo quasi tutti, che niente o quasi niente contiamo agli occhi degli oppressori e dei loro servi e mediatori.»</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> <span style="text-decoration: underline;">http://www.ospiteingrato.org/Arretrati/arretrati_04_01.html</span></p>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> P.V.Mengaldo, <em>La critica militante in Italia, oggi</em>, in «L’ospite ingrato», VII, 2004, 1, p.33.</p>
<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> F.Fortini, <em>Ventiquattro voci per un dizionario di lettere. Breve guida ad un buon uso dell’alfabeto</em>, Milano, Il saggiatore,  1968, p.182.</p>
<p><a href="#_ftnref4">[4]</a> T.W. Adorno, <em>Il carattere di feticcio in musica e il regresso dell’ascolto</em>, in <em>Dissonanze</em>, a cura di G.Manzoni, Milano, Feltrinelli, 1974, p.33.</p>
<p><a href="#_ftnref5">[5]</a> R.Luperini, <em>Intellettuali, non una voce</em>, «L’unità», 18 febbraio 2004.</p>
<p><a href="#_ftnref6">[6]</a> Tra le eccezioni recenti va rammentato G.Ferroni, <em>Scritture a perdere</em>, Laterza, 2010.</p>
<p><a href="#_ftnref7">[7]</a> Sul tema rinvio al mio<em> L’appuntamento</em> (che qui riprendo) in«La libellula. Rivista di italianistica», 2009, 1: <span style="text-decoration: underline;">http://www.lalibellulaitalianistica.it/blog/</span></p>
<p><a href="#_ftnref8">[8]</a> G.Fofi, <em>Combattere la cultura colla e miele, </em>«L’unità», 18 aprile 2010. In linea: <span style="text-decoration: underline;">http://www.unita.it/news/97592/combattere_la_cultura_colla_e_miele</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/16/%e2%80%9cla-colla-e-il-miele%e2%80%9d-appunti-sulla-critica-militante/">“La colla e il miele”. Appunti sulla critica militante</a></p>
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		<title>Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 12:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: “Voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: “Voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare. </em><br />
George Orwell</p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Se non puoi dire la verità – taci.<br />
Guardati dalle mezze verità.</em><br />
Danilo Kiš</p>
<p>C’è qualcosa di male se, nell’Italia di oggi, uno scrittore che si ritiene di sinistra pubblica su di un quotidiano come “Il Giornale” o come “Libero”? Piuttosto che sopportare il silenzio, si può anche cominciare una discussione con una domanda brusca. Intorno a questa domanda, dapprima in rete, nella forma del frammentario dibattito per commenti, e poi in contesti più tradizionali e codificati, si è avviato un dibattito pubblico intorno a una vecchia questione, quella della responsabilità dello scrittore. Si è partiti dalla notizia della collaborazione di Paolo Nori a “Libero”, ma le occasioni di porsi certe domande sono state diverse. Un articolo di Tiziano Scarpa proposto a un giornale di sinistra e mai da questo pubblicato, che finisce anch’esso su “Libero”. Ma anche le scelte di coloro, come Berardinelli, che già da anni scrivono per giornali quali “Il Foglio” o“Il Domenicale”. Nonostante molte persone – scrittori, giornalisti o semplici lettori comuni – siano ormai convinti che qualsiasi forma di dissenso, scontro d’idee, discussione critica equivalga ad un puro attacco alla libertà individuale, riprendere in mano la questione della responsabilità dello scrittore, partendo da situazioni così concrete, può essere molto più fecondo che lanciare un astratto dibattito sull’<em>impegno</em> dell’intellettuale o sul rapporto tra lo scrittore e la realtà. Per me si tratta di un’occasione importante per chiarire innanzitutto le mie posizioni, cercando di dissipare un po’ di malintesi e confusioni. Il confronto critico con le posizioni altrui non è tanto mirato a distribuire colpe, quanto a mostrare la bontà di posizioni alternative.<br />
<span id="more-29385"></span><br />
Se uno scrittore come Paolo Nori scrive per “Libero”, e così facendo dimostra, alla fine, che non è uno scrittore “di sinistra”, o che non è un cittadino con una consapevolezza politica “di sinistra”, non per questo cessa di essere un valido scrittore. Ma è sempre possibile dire che, sul piano politico, Paolo Nori non sta difendendo gli ideali di sinistra o la lotta politica promossa dalle forze di sinistra. Forse, addirittura, il solo fatto di essere uno scrittore, e di credere nei valori veicolati dalla letteratura, dovrebbe rendere consapevole Nori dell’errore che egli commette fornendo legittimità culturale a un quotidiano la cui linea politica si accorda con i programmi governativi di demolizione della cultura, partendo proprio dalle istituzioni che ne garantiscono la trasmissione e lo sviluppo (la scuola e la ricerca). Ma ripeto, il caso Nori o casi affini, ci impongono di riconsiderare in modo esplicito i rapporti tra letteratura e politica.</p>
<p><em>Scrittori di quale sinistra?</em><br />
Io su letteratura e politica la penso esattamente come George Orwell. Mi sembra, infatti, che settant’anni fa, Orwell, durante gli anni Quaranta, abbia chiarito meglio di chiunque altro i rapporti tra letteratura e politica, in un’ottica di sinistra, ma di sinistra “eretica”. È importante scegliersi i propri autori, le proprie fonti, a maggior ragione quando vige la gran confusione, e diventa difficile tracciare confini politici tra destra e sinistra, ma anche semplicemente definire <em>quale</em> sinistra. In Italia, da un decennio ormai, non sembra essere rimasto più che Pasolini come autore di riferimento, e questo sia per chi parla da destra sia per chi parla da sinistra. Ovviamente è innanzitutto responsabilità degli scrittori, di coloro cioè che hanno una qualche funzione elementare nella circolazione delle idee, porre in primo piano la questione delle eredità ideologiche, dei filoni intellettuali ancora fecondi e da valorizzare. Per parte mia posso solo consigliare di leggere senza particolari apriori i seguenti saggi di Orwell: <em>Perché scrivo</em> (1946), <em>La letteratura e la sinistra</em> (1943), <em>Come mi pare (14)</em> (1944), <em>Gli scrittori e il leviatano</em> (1948). Questi interventi di Orwell potrebbero poi essere correlati ad alcuni articoli dello scrittore ebreo montenegrino Danilo Kiš come <em>Homo poeticus, malgrado tutto</em> o <em>Consigli ad un giovane scrittore</em> – dall’anno scorso reperibili nell’edizione Adelphi che raccoglie una parte della sua opera saggistica (ahimè solo una parte!).</p>
<p>Perché proprio Orwell e Kiš? Sono due tra i più importanti scrittori del XX secolo. Sono due scrittori d’esperienza: hanno vissuto direttamente i traumi storici della loro epoca (Orwell partecipò alla guerra civile spagnola e Kiš ebbe membri della sua famiglia assassinati nei lager nazisti). Sono due scrittori che hanno messo al centro della loro opera l’orrore totalitario. Sono due scrittori profondamente anti-fascisti e profondamente anti-stalinisti. Sono due scrittori che hanno sempre creduto nella funzione veritativa della letteratura. Sono due scrittori che non hanno mai rinunciato ad un atteggiamento libertario, in grado di preservare la capacità critica del singolo dai conformismi ideologici delle masse (o delle maggioranze del momento).</p>
<p><em>L’articolazione fondamentale</em><br />
In un saggio del 1948 (<em>Gli scrittori e il leviatano</em>), Orwell pone in termini estremamente lucidi il rapporto tra letteratura e politica. Mi limito a riportare di seguito alcuni passaggi chiave.</p>
<p>“La lealtà di gruppo è necessaria, ma è veleno per la letteratura, fintanto che quest’ultima continuerà ad essere prodotta individualmente.<br />
(…)<br />
E quindi? Dovremmo concluderne che ogni scrittore ha il dovere di non ‹‹immischiarsi di politica››? Certo che no! In ogni caso, come ho già detto, in un’epoca come la nostra nessuno che abbia un cervello riesce a tenersi, o si tiene in pratica, fuori dalla politica.”</p>
<p>[Interrompo la citazione. Quando Orwell scrive: “un’epoca come la nostra”, pensa ovviamente al secondo dopoguerra, con alle spalle i milioni di morti della guerra e dello sterminio nazista, e di fronte a sé il fosco delinearsi della guerra fredda. Ma noi, siamo forse in un’epoca definitivamente “normale”, fuoriuscita dai grandi pericoli che hanno devastato il secolo scorso: disoccupazione di massa, crisi economiche e finanziarie, razzismi e nazionalismi esasperati? Io credo che non ci sia bisogno di gridare al pericolo fascista, per constatare, dal nostro osservatorio nazionale, una grave e progressiva degenerazione della democrazia, tanto nelle sue forme di vita culturali che materiali. Un segno di questa degenerazione, anche se molti non l’hanno ancora pienamente inteso, è una triplice battaglia che in questi anni è stata ingaggiata da realtà molto diverse tra loro, una battaglia che non può essere confinata esclusivamente a sinistra. La lotta per il rispetto della costituzione (ossia, salvaguardia della separazione dei poteri, del pluralismo dell’informazione, della laicità dello stato, ecc.), la lotta per il rispetto della legalità e la lotta contro le varie forme di razzismo sono oggi battaglie condivise da persone che sono (o dovrebbero essere) trasversali alle appartenenze politiche. Questo che cosa significa? Che non ci sono più battaglie di sinistra? Io credo che ciò stia solo ad indicare una gerarchia nelle priorità politiche: prima di dividersi su politiche di destra o di sinistra, è necessario difendere – nel rispetto di un comune e condiviso orizzonte istituzionale – le istituzioni stesse da forme di deriva e degenerazione pericolosissime per tutti. Questo non esclude che ci siano battaglie che sono invece propriamente di sinistra, come quelle relative alla garanzia delle minoranze e delle fasce popolare più deboli, e sopratutto quelle contro le varie forme di sfruttamento diffuse nel mondo del lavoro. In ogni caso la nostra epoca richiede una responsabilità <em>anche</em> sul piano politico che lo scrittore, proprio in veste di semplice <em>cittadino</em>, non può ignorare.]</p>
<p>“Quando uno scrittore s’impegna in politica dovrebbe farlo come cittadino, come essere umano, ma non <em>come scrittore</em>. Non penso che egli abbia il diritto, solo a motivo della sua sensibilità, di sottrarsi alle quotidiane bassezze della politica.”</p>
<p>[In queste due frasi, è individuata l’articolazione decisiva per una discussione odierna sulla responsabilità dello scrittore. Voglio riportare qui un brano di un articolo che scrissi per NI il 14 aprile 2006,<em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/17/postumi-lo-scrittore-dopo-la-sbronza-della-fine-della-storia/">Postumi. Lo scrittore dopo la sbronza della fine della storia</a> </em>. Mentre lo scrivevo, avevo in mente Consigli ad un giovane scrittore di Kiš, ma non conoscevo il saggio di Orwell che ho citato più sopra. Eppure sono giunto per una mia strada alla stessa conclusione di Orwell. Da <em>Postumi</em>:</p>
<p>“Da tutto ciò ricavo un principio elementare, che pongo a piè di pagina dei <em>Consigli ad un giovane scrittore</em> di Danilo Kiš. Il fatto che vi sia una riconosciuta incompatibilità tra <em>l’homo poeticus</em> e <em>l’homo politicus</em>, non può costituire un alibi valido per qualsiasi circostanza storica. Potrebbero sempre presentarsi della situazioni, in cui continuare a voler essere <em>homo poeticus</em>, a costo di qualsiasi compromesso e sudditanza con il mondo circostante, può significare solo vigliaccheria, o addirittura infamia morale.</p>
<p>Se c’è uno scrittore novecentesco più alieno da posture da intellettuale impegnato, quello è Samuel Beckett. Eppure proprio lui, dal 1941 al 1942, nella Francia occupata dai nazisti, entra nella Resistenza. Una scelta che implicava, ovviamente, di mettere a rischio la propria vita. Quell’<em>homo poeticus</em> che, durante gli anni Trenta a Parigi, aveva tradotto una notevole quantità di testi in prosa e in versi dal francese all’inglese, si trasformò in <em>homo politicus</em>, dedicandosi alla trascrizione, all’ordinamento e alla traduzione dei dispacci informativi che provenivano da una vasta rete di resistenti nella Francia occupata e che erano indirizzati in ultima istanza allo <em>Special Operations Executive</em> britannico. Sappiamo poi che Beckett e sua moglie sfuggirono di poco alla cattura da parte della Gestapo e che molti componenti della sua cellula di resistenti morirono nei campi di concentramento.</p>
<p>Tornando ora ai postumi della mia sbronza relativa alle figure eroiche dell’intellettuale dissidente, il mio attuale modo di procedere è il seguente. Quando mi tolgo i panni dell’uomo poetico, cerco di assumere quelli del cittadino attivo e consapevole, che per me significa riprendere l’unica battaglia democratica fondamentale, quella per l’<em>autonomia</em>. In termini generali, l’autonomia si realizza quando le persone sono in grado di agire liberamente e consapevolmente sul proprio destino. In termini più concreti, l’autonomia riguarda la possibilità per ognuno di conoscere tutti gli aspetti importanti della realtà sociale all’interno della quale studia, lavora, usufruisce d’informazioni, di prodotti. Conoscenza che può, eventualmente, tradursi in interventi, in modifiche, correzioni, rivendicazioni, ecc. Insomma, “autonomia” è per me termine che lega strettamente la consapevolezza di sé e del mondo alla capacità di progettare per sé e per il mondo<br />
(…)<br />
Strumento e fine dell’autonomia è la promozione di un sapere critico, che sia capace di insinuare il dubbio e insidiare dogmi culturali vigenti. Questo è quanto mi sforzo di fare nel mio lavoro di insegnante, ma anche nelle sporadiche attività giornalistiche o nei miei interventi su un blog letterario come Nazioneindiana. Tutto questo potrebbe, ma non necessariamente deve avere un rapporto evidente e diretto con la mia scrittura, poesie o racconti. Insomma, i rischi e la libertà che mi prendo pubblicamente su questioni politiche non dipendono in nessun modo dal mio statuto di scrittore, ma da quello molto più comune di cittadino. In tutto ciò il blog ha un ruolo fondamentale, in quanto è il mezzo che mi permette di accedere liberamente, come cittadino tra gli altri, ad uno spazio pubblico.”]</p>
<p>Torniamo al saggio di Orwell:</p>
<p>“Non c’è alcun motivo per cui [uno scrittore], se lo desidera, non debba scrivere di politica anche nei termini più rozzi. Solo che dovrebbe farlo come individuo, come outsider, al massimo come sgradito guerriero al fianco di un esercito regolare. Questo atteggiamento è pienamente compatibile con l’utilità della politica nel suo uso quotidiano.”</p>
<p>[Si riconosce qui la figura dell’<em>ospite ingrato</em>, da sempre difesa da Fortini, uno dei nostri intellettuali più lucidi. Ed è importante evitare una diffusa confusione: l’ospite ingrato non è lo scrittore di sinistra in casa della destra, l’ospite ingrato innanzitutto è lo scrittore di sinistra a casa sua. Si può certo immaginare la funzione dell’ospite ingrato, come l’ha svolta lo stesso Fortini, ad esempio, sulle pagine del “Corriere della sera”. Ma come si può leggere nel resoconto di questa esperienza, <em>Scrivere per il Corriere</em>, poi raccolto in <em>Extrema ratio</em>, Fortini nei momenti più difficili degli anni della cosiddetta “emergenza” NON scriveva nella pagina culturale, NON scriveva di libri, ma – come già Pasolini su quello stesso quotidiano alcuni anni prima – scriveva di politica, di cronaca, di mentalità. Insomma, si esponeva in termini apertamente politici, ossia metteva davvero in pratica l’ingratitudine dell’ospite – lui marxista eretico sulle pagine del quotidiano della borghesia liberale.]</p>
<p><em>Quale responsabilità?</em><br />
Concludo questa riflessione, con un breve articolo che ho scritto domenica scorsa per “il manifesto”. Lo riprendo qui in una forma più esplicita, non avendo limite di battute. Benedetto Vecchi, sempre sul “manifesto”, in un lucido articolo apparso sabato 23, s’interrogava sulle “forme di alterità, opposizione, financo antagonismo, di chi lavora in un’industria culturale segnata da una egemonia della destra” – tema, per altro, affrontato anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">qui</a> da Helena Janeczek. Vecchi ad un certo punto scrive: “per quanto lo si possa auspicare, è impensabile che gran parte di quella intellettualità diffusa che lavora nelle case editrici si diriga verso le pur vivaci case editrici indipendenti che della qualità, della sperimentazione e della ricerca di autori nuovi vogliono fare la loro ragione sociale. Impensabile perché la piccola editoria indipendente è spesso caratterizzata da una diffusa e radicata precarietà nel rapporto di lavoro che certo non favorisce la scelta di lavorarci. Impensabile per la fragilità imprenditoriale che non sempre riesce a garantire la continuità di una produzione diversa da quella proposta dalle case editrici mainstream”. Insomma, il compromesso tra lo scrittore e l’industria culturale è spesso <em>obbligato</em>, in quanto le alternative ad essa – rimanendo nell’ambito di un’attività culturale – non offrono le garanzie (economiche, contrattuali) necessarie per vivere decentemente. Insomma Vecchi tocca qui una contraddizione centrale: coloro che come cittadini difendono il pluralismo delle idee, l’autonomia intellettuale, il valore d’uso della cultura si trovano spesso, in quanto scrittori o critici letterari, a dover lavorare per un industria culturale sempre più monopolistica, gerarchica e orientata alla pura mercificazione.</p>
<p>L’unica cosa che non condivido nell’articolo di Vecchi è però il modo in cui mette fuori gioco il principio di responsabilità dello scrittore: “le scelte di un singolo – visto che la cultura è una merce che contribuisce alla formazione dell&#8217;opinione pubblica – non sono mai neutre, né trovano legittimazione in un indefinito principio di responsabilità individuale, ma sono sempre inserite in contesti produttivi, economici, ideologici”.</p>
<p>Data la complessità della questione delimiterò il campo al principio di responsabilità dello scrittore nei confronti di un’idea forte di letteratura, nel momento in cui sceglie di scrivere per la pagina culturale di un quotidiano nazionale. Vorrei mostrare come, seriamente inteso, tale principio non debba sfociare in una semplice dissociazione tra sfera culturale e politica, che rende tanto tranquilla la coscienza degli scrittori, quando collaborano alle pagine culturali di certi quotidiani nazionali. Lo scrittore – non il semplice produttore di merce culturale – si trova a casa del nemico nella pagina culturale di qualsiasi quotidiano nazionale, di partito o no, di destra o meno. “Un artista si preoccupa solo di raggiungere una sua perfezione. E alle <em>sue condizioni</em>, sue e di nessun altro”, questo principio espresso da Salinger in <em>Franny e Zooey</em> – che è poi un principio libertario – dovrebbe essere condiviso da ogni scrittore degno di questo nome. (Danilo Kiš: “Non scrivere per il “lettore medio”: tutti i lettori sono medi. Non scrivere per l’élite, l’élite non esiste, l’élite sei tu”.)</p>
<p>Ora, un’opera letteraria riscuote l’interesse delle pagine culturali di un quotidiano a condizione di essere convertibile in “merce culturale”. Tutta la letteratura che non è immediatamente riconducibile a questa forma, non ha semplicemente diritto d’accesso alle pagine culturali. È il caso eclatante della poesia, che l’ipocrisia imperante è arrivata a distinguere dalla letteratura (si parla di “letteratura e poesia”, oppure di “scrittori e poeti”). Questo semplice fatto rende lo scrittore nemico dell’industria letteraria e delle sue appendici giornalistiche. Una tale inimicizia implica diverse modalità di convivenza con i principi della convertibilità, ma non può mai estinguersi o passare sotto silenzio. (Qualcuno potrebbe accusarmi a ragione di essere schematico, quando evoco in questi termini le pagine culturali. Ma rimane una prova evidente a favore di questo schematismo: la sparizione della poesia da queste pagine. E non solo in Italia, ovviamente. Uno dei più importanti poeti contemporanei francesi, Jacques Roubaud, che ovviamente quasi nessuno in Italia conosce, essendo “un poeta”, ha scritto un lungo articolo sull’ultimo numero di “Le monde diplomatique”, sostenendo la medesima tesi: la poesia è sparita dai giornali perché priva di valore commerciale. Noi abbiamo da anni, sulla stampa quotidiana, pagine di letteratura amputate. Naturalmente ci si potrebbe mettere il cuore in pace, sostenendo con una notevole faccia tosta che questa è la conseguenza di una totale mancanza di buona poesia in circolazione (problema che sarebbe ovviamente europeo… ). Non solo sarebbe facile mostrare il contrario, ma fin troppo facile riportare giudizi autorevoli (?) che sostengono la stessa cosa per il romanzo. Quanti becchini di romanzo si fanno avanti periodicamente? Eppure non per questo le pagine culturali si svuotano di recensioni, segnalazioni, dibattiti, intorno ad opere narrative anche molto modeste.)</p>
<p>Un secondo motivo d’inimicizia tra letteratura e giornalismo culturale nasce dalla responsabilità che lo scrittore sente nei confronti di una verità possibile. Nonostante certe mode letterarie postmoderne, la maggior parte degli scrittori importanti del secolo scorso hanno creduto nella funzione conoscitiva della letteratura. Ci hanno creduto, come gli scienziati attuali credono nelle loro teorie sulla realtà: non saranno in grado di certificare la loro definitiva adeguatezza, ma hanno ottimi motivi per preferirle a teorie precedenti o antagoniste dal potere esplicativo minore. Lo scrittore insegue la verità attraverso il lungo apprendistato della menzogna individuale e collettiva. La letteratura non è affermativa, la sua strategia sono il dubbio e la domanda, ma anche lo smascheramento e la critica delle identità definite, anche e soprattutto quelle ideologiche. Per questo motivo uno scrittore è nemico innanzitutto della proprie ideologia, così come lo scienziato – in un certo senso – è sempre nemico di ogni teoria vincente. Ma se questo è vero, si può ben capire come lo scrittore sia più di tutto nemico delle ideologie che non si presentano come tali, quelle che passano sotto silenzio, in abiti trasparenti: le ideologie del <em>dopo</em> l’ideologia e della <em>fine</em> dell’ideologia.</p>
<p>A questo punto, però, si fanno avanti direttori di pagine culturali che dicono: “Noi non siamo nemici degli scrittori, cediamo ad essi i nostri spazi, lo facciamo più generosamente di quanto lo facciano altri giornali, lo facciamo noi giornalisti di destra nei confronti degli scrittori di sinistra! E soprattutto NON li censuriamo”. Quasi immediatamente compaiono alcuni individui, presentandosi come scrittori di sinistra, e dicono: “Noi non la pensiamo come voi, non c’entriamo un fico secco con voi, ma veniamo da voi per parlare a un pubblico diverso, e nessuno di voi ci censura!”.</p>
<p>Tutti escludono l’esistenza della censura, ma la forma di censura più diffusa che riguarda i regimi democratici – è risaputo – si chiama autocensura. E l’autocensura, ancor meglio della più efficace censura, non lascia traccia. Bisognerebbe capire poi da dove nasce l’esigenza dello scrittore di sinistra di scrivere per un lettore che legge un quotidiano come “Libero” o “il Giornale”. Di cosa vuole parlare a questo lettore? Di “merce culturale”? Che cosa potrà dire, lui scrittore di sinistra, di <em>diverso</em> da quanto potrebbe dire un buon giornalista culturale di destra, parlando di uno qualsiasi degli ultimi prodotti culturali? Ma lo scrittore di sinistra va su “Libero” perché ha un discorso <em>diverso</em> da fare rispetto a quello che si attendono di leggere i lettori del quotidiano. È allora probabile che questo scrittore – anche se <em>non</em> fosse di sinistra ma semplicemente consapevole del ruolo politico che ha questo centrodestra nel disfacimento delle istituzioni culturali –, vorrà utilizzare quello spazio per denunciare non tanto la mercificazione della cultura, ma la mercificazione dell’odio, della paura, dell’ignoranza che la destra videocratica ha portato avanti, seppure in modo “resistibile”. Riuscirà a fare tutto questo sulle pagine di quei quotidiani? È poco plausibile che glielo si lasci fare. Di certo, che si sappia, nessuno ci ha ancora tentato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</a></p>
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