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	<title>Nazione Indiana &#187; michelangelo zizzi</title>
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		<title>Un intervento violento</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/04/28/un-intervento-violento/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Apr 2006 07:52:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[michelangelo zizzi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><strong><br />
Tre divagazioni senza apparente luogo né sinossi su scrittura, lettura e geografia letteraria</strong></p>
<p>di <strong>Michelangelo Zizzi</strong></p>
<p></p>
<p>“<em>Io desidero un’apocalissi più svelta.”<br />
M. Parente</em></p>
<p><em>                                                                                                                            “Là portami Sofia<br />
in quella terra che pare medicea<br />
o forse ancora del pleistocene.<br />
Là senza i profitti dei dizionari.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/28/un-intervento-violento/">Un intervento violento</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><br />
Tre divagazioni senza apparente luogo né sinossi su scrittura, lettura e geografia letteraria</strong></p>
<p>di <strong>Michelangelo Zizzi</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/zizzi.jpg" alt="zizzi.jpg" height="96" /></p>
<p>“<em>Io desidero un’apocalissi più svelta.”<br />
M. Parente</em></p>
<p><em>                                                                                                                            “Là portami Sofia<br />
in quella terra che pare medicea<br />
o forse ancora del pleistocene.<br />
Là senza i profitti dei dizionari.<br />
Senza quelle volture esatte<br />
per dire o non dire<br />
entrare o non entrare. […]”</em></p>
<p>L’esatta sintassi della grammatica da scuola elementare di maestra della neve di fuori qui in murge come ossari che fa un ordine di filari di tombe in bianco avanzo o coperte di gelido freezer sugli avanzi dell’inverno mi dispone alla dissequenza, frastagliamento dell’immagine. Ma per contrasto delle forme perse, sepolte, giacché quel che si vede è monotono, monocromo.<br />
Dissequenza, ma quanto poi sono lontano dalla congruità?<br />
<span id="more-2051"></span></p>
<p>Il punto finale di queste brevi, sgretolate riflessioni è infatti un luogo. Ed è esatto. Un fondo nel sacco. In una città ustionata nella pentola d’estate e sbollita nei crepacci di secco barocco bodiniano che ‘si sbuccia come una banana’ che s’incrosta nelle fritture fredde d’inverno, nel passo alternante, ubiquo, perenne di poeti, scrittori che viaggiano vagano vaporano dalla piazza del Duomo al fondo. Fondo Verri. A Lecce. Dove (per natura sono immaginifico) spesso la scrittura si produce. E a volte, mi è parso, con un tono esatto. Non essendo lontano da una riflessione sul ritmo e sulla geografia (ma le due cose si compendiano al Caffè Paisiello) torno alle camere separate, ai cilindri in gemellaggio del motore dialettico. All’apparente distopia.</p>
<p><strong>Della scrittura e dell’anagogia</strong></p>
<p>I miei saggi su ‘I principi di verità e la letteratura’ scritti tra le nuvole, pubblicati nel punto di condensa degli intestini trasparenti delle storte, degli alambicchi sinuosi e curvi (lo spettacolo è come se un bambino appollaiato al vetro vedesse scendere <strong>ghiaccioli dall’alto in bufe silenti di nevi</strong> o coriandoli che si ammucchiano in salse acquose a marciapiedi), meditati negli intervalli tra un treno e l’altro, tra un’entrata nelle spire di pagine di un romanzo bellissimo (<em>La macinatrice</em>, o <em>Perceber</em>) e l’uscita di servizio, d’emergenza, dalle pagine di un altro (chessò, il loro numero è abominevole, ma faccio uno o due esempi a caso ma accumulativi: l’inutile Fandango di <strong>Baricco </strong>o gli scrittini di <strong>Christian Raimo</strong>), i miei saggi dicevo partono da una riflessione (che mi pare unica, isolata e fastosa come l’intento di una guerra silenziosa che un imperatore invisibile abbia un giorno proclamato e alla quale partecipano tutti gli scrittori, tutti gli uomini del mondo, ma senza accorgersene. O quasi) che è contenuta nel <em>Convivio </em>di <strong>Dante</strong>.<br />
Il senso ‘anagogico’.<br />
Per il quale la letteratura, meglio la scrittura possederebbe  (se è scrittura e non eco, inappartenenza, produzione involontaria) un’AZIONE. Produrrebbe insomma un effetto.</p>
<p>Il quale poi non è, o non sarebbe, solo quello sul lettore, ché ad esso rimane nulla di più che una suggestione, un emozione o tuttalpiù un nutrimento, un enzima per la fertilizzazione di altri ‘spazi letterari’. Il senso anagogico è molto di più. La sua direzione è oltrepassare l’effetto sul tempo, il suo effetto è oltrepassare la direzione della scrittura. Sorpassare quello che nel Novecento (un secolo che non possiamo troppo presto archiviare solo per eccesso di risonanza ecolalica) è stato definito ‘rete semiologica’ (formalisti, strutturalisti e infiniti linguisti: il numero di essi è così inenumerabile che ne facciamo un insieme, un insieme infinito), qualcosa che si produce anche solo per ‘Ars combinatoria’, o intreccio ludico (<strong>Calvino</strong>, ma non solo).<br />
Va da sé che il problema dell’anagogia include quello di genialità (così tanto sgradito alla maggioranza dei critici ectoplasmatici, dei figuranti polemici, dei massmediologi massivi, dei sociologi socievoli, dei postmodernisti all’acqua di rosa, dei blogger che vivono solo nell’immateriale rete per 24 ore su 24, anche quando dormono sonni inquieti) e/o, ‘mutatis mutandis’, quello della scrittura celeste (anche in questo caso, per benigna ventura, il numero è quasi infinito, ma minore che nel caso degli scrittori inutili. Faccio solo qualche esempio: Faraoni, scribi degli dei, <strong>Eraclito, Porfirio, Apuleio, Petronio, Arnaldo da Villanova, Bruno, Francesco Colonna, Rabelais, Gogol, Manganelli, Gadda, Proust, Moresco, Borges, Pinchon, Mccarthy, D’Arrigo, Bene, Roberto Calasso</strong>).<br />
Va da sé che se è il mondo a trasformarsi la scrittura anagogica oltrepassa anche le ‘discendevoli’ capacità di organizzazione della forma dal ‘di fuori’, oltrepassa l’idea della lingua come di uno strumento, di un fine, di una cosa, oltrepassa la pretesa di fare delle scienze cognitive la base della conoscenza, va da sé che il rapporto soggetto – oggetto si deve situare in uno spazio allotrio rispetto a quello dell’ebreo Galileo, va da sé che la psicanalisi ‘va in culo’, lo storicismo diventa una favola, le immagini di distruzione diventano beneaguranti, la resistenza alla morte (canone dell’Occidente) inutile, e l’essenza o la scienza delle trasformazioni l’unica cosa che rimane.<br />
Sono forse vago?</p>
<p><strong>Sulla lettura o del realismo o del romanzo o del capolavoro.</strong></p>
<p>Nella mia brevità inconcepibile e concitata (<strong>avrei bisogno di tremila pagine per spiegare quello che ho appena detto</strong> nel modo che il sociologo socievole, il blogger perenne, eccetera, potrebbero definire ‘accettabile’) passo ad altro luogo.<br />
Impostiamo il problema violentemente. Così: il lettore (oltre al ‘lector in fabula’ echiano, ecolalico) deve essere catturato per espiarsi (risolversi).<br />
Non mi riferisco all’accademia dell’espiare, alle pagine di un <strong>Aristotele </strong>(padre d’ogni tecnocrate) troppo meditante che ci insegna in un codice poi infinitamente copiato cos’è la catarsi, non mi riferisco alla crudeltà di <strong>Artaud</strong>.<br />
In questo luogo o stato non c’è inferenza della psiche, nessuna teoria del bene e del male, nessuna necessità di violentare lo spettacolo.<br />
Il problema è ancora una volta, se lo si vuol comprendere, quello del capolavoro. Del genio e della sua non traducibilità. Catturare in questo caso significa aver fatto agire la scrittura oltre, prima e dopo il suo tracciato di prevedibilità. La cattura che esiste solo per lo scrittore anagogico e neanche per il lettore, ha il suo corrispettivo nell’esercizio di stile all’interno dell’evidenza materiale dell’opera, e nell’esercizio della facoltà dello stile all’interno della vita dello scrittore.<br />
Vita che si prospetta a questo punto come capolavoro.</p>
<p>Se si è eliminata ogni reticenza a dire o non dire, dichiarare o meno, se si è abolita ogni falsa coscienza dell’appartenere a questa o a quell’altra visione del mondo, se la visione del mondo è uno stato al quale ‘solamente’ si appartiene, dal di dentro e non nel regno delle asserzioni esterne, va da sé che ‘si è quello stato, quella azione’.<br />
<strong>Lo spazio di questa scrittura è sterminato </strong>e proprio per questo la cattura avviene nel suo luogo impossibile. Nel deserto direbbe <strong>Bene</strong>.<br />
Siamo oltre il linguaggio. Sociale, familiare, d’appartenenza misera e umana, fuori dalla sociologia della cultura, come fuori da ogni riparo dell’appartenenza codificata dal mondo esterno, dalle sue targhe, semiosi, immagini, indicatori.<br />
Pertanto la questione è: riformulare, riconfigurare l’appartenenza. E anche al costo di diventar oscuro (ma questo discorso non è, esso stesso, lontano da una prassi, da un’anagogia, come neanche dall’essere un ‘intervento violento’) direi che bisogna ricondursi all’essenza e alla trascendenza. Non mi sto riferendo ad alcun ‘fatto’ teologico, pretesco, santagostiniano.<br />
Sono nel deserto e nella sua aporia. In questo luogo esente dalla sinossi, dalla semiosi, dal senso. Infatti non spiego più di tanto.<br />
Essenza e cattura appaiono come concatenate: entrambe prospettano due orizzonti: liberazione, ma anche rivelazione. Come dire che per ‘essere’ dobbiamo riconoscere i ‘nemici’, riconoscendo allo stesso momento noi stessi. In questo senso, solo in questo intendo la cattura del lettore. Non sto dichiarando nulla infatti, non sto dicendo nulla. Inutile aggiungere che ‘i nemici’ sono anche, soprattutto, gli effetti che intervengono prima o dopo, che ci distolgono dall’’essere dentro’, cioè ancora una volta essi sono le facili condiscendenze al dover dire, all’eticità (esterna) del discorso.<br />
Se la scrittura si libera come anagogia, se sta agendo, il lettore verrà trasformato, ma non dal senso della scrittura o dalla sua polisemia, bensì dal suo stesso agire (della scrittura), che lo trasformerà non narratologicamente, non emeneuticamente, ma ‘realmente’.<br />
Si tratta per gli scrittori di non sentirsi nella letteratura, per i lettori di non sentirsi nella lettura. Cioè nel codice, nella ripetizione, nel già detto. Si tratta di far agire. ‘Far’ agire, neanche farsi agire.<br />
Innesto a questo punto una riflessione sul realismo, che è anche una riflessione per quanto rapida sul postmoderno. Luogo, com’è plausibile, non distante da ciò che stiamo dicendo. Se l’anagogia è un’azione tout court, se la scrittura è l’esercizio di una sperimentazione di uno stato neanche più solo umano, peggio biografico o peggio ancora memoriale (intendo questi luoghi così ‘come sono’, nella ‘loro’ perfetta analogia), se è sperimentazione di una forza, di una potenza che è in sé, non in relazione ad un esercizio (ché sarebbe invece leva, e già quasi solo tecnica), allora tutta la discussione sul realismo deve essere riconfigurata.</p>
<p>Siamo abituati a pensare al realismo come un aspetto della letteratura che riguarda i rapporti tra gli uomini e le cose. Eppure inteso così sarebbe solo una delle tante relazioni ‘minori’ come quelle che si fanno tra gli uomini per accordo reciproco. Insomma al pari di una transazione, di una mediazione, di un contratto che leghi negli aspetti ‘esterni’ due o più cose tra loro. Questa visione del realismo (relazione tra elementi) è forse lontana da psicologismo, ideologia, dietrologia, inventario delle cose da museo, ripetizione, calco dichiarativo che si fa attraverso la conversione ad un principio sociale?<br />
La scrittura ama i deserti invece anche quando lo scrittore vive in una capitale affollata.<br />
Il suo principio se davvero si è emancipato da ogni eco ‘esterna’, se si è trovato nella sua parola iniziale, prelogica, preculturale, se si sta facendo azione, anagogia, è forse per questo meno reale di ciò che chiamiamo reale?<br />
O invece persino più reale, perché fondato ‘autenticamente’ e non soggetto all’isteria del caso?<br />
Insomma il problema del realismo è un problema che assomiglia al segreto di pulcinella. Più che vedere, andare a vedere se lo scrittore e politicamente corretto o scorretto, se sta evocando quel luogo comune o quell’altra, se è buddista o cattolico, dovremmo vedere quanto è grande, dovremmo piuttosto dirci, chiederci quanto la scrittura è capolavoro, opera, quanto ha scavato, quanto sta agendo, catturando, infilandosi oltre ogni intrattenimento da spiaggia, oltre ogni inibizione della buona coscienza del fare il bene, oltre ogni idea del bene. E ovviamente oltre ogni idea del male.<br />
Credo poco ai realismi alla Lukacs, alla durezza delle cose, alle cose e basta.<br />
Non nego che le cose esistano, ma mi sembra poco per la scrittura.</p>
<p><strong>Del Salento</strong>.</p>
<p><em>“Incontrare gli amici di un tempo, i caffè”<br />
C. Bene</em></p>
<p>Ed eccoci infine ad un luogo che il geometra coadiuvato da strumenti umani può computare. <strong>Siamo a Lecce e passeggiamo</strong>.<br />
Nel Salento che, per un effetto stabilito nei codici di insensate pulegge cosmiche o invece del tutto casuale, possiede oggi come oggi la più alta densità di scrittori rispetto agli abitanti e anche la più alta densità di talento tra gli scrittori rispetto al loro numero. Ed in particolare al Fondo Verri (dedicato al più che grande e quasi sconosciuto Antonio Verri) questo si avvera. Venite in un crepuscolo di maggio ed entrando al Fondo Verri sarà come entrare nella foresta incantata dove gli orologi di resine scesi negli anni pungenti di aghi di pini si sciolgono, nello specchio di Alice, nella catottromanzia delle possibilità d’incontro col sé, nell’effetto di viaggio che danno le tisane alle erbe, nella proctoscopia della scrittura, nell’aleph che è ben nascosto sotto il legno del palchetto dove si incontrano gli scrittori.<br />
A Lecce ci sono le poetesse più belle e brave d’Italia, i talenti che nessuno legge e che invece sono i poeti, i performer migliori d’Italia (uno come L. Voce dovrebbe reggere loro il microfono come un moccolo), gli attori che senza dirsi d’avanguardia sono tre decenni avanti agli sperimentalisti della decagofonia interdisciplinare in mascherata diurna o notturna, i gelatai migliori d’Italia, le raccolte di feromoni nei cavi di ascelle delle femmine più bone d’Italia, i travestiti, i transessuali più sexy d’Italia, i migliori animatori culturali d’Italia (<strong>Mauro Marino</strong>).<br />
Tralascio invece la menzione del buco nero: l’Università. Ché saremmo condotti all’ano storto, alla fagocitosi culturale, alla ferita senza rimarginazione, alla paesana esaltazione dei contadini culturali, agli occhi di bue, di secchioni che vi passeggiano in pascoli di foglie di libri ruminati senza metabolismo, al buio di cantine del sottosuolo intellettuale, alla corsia d’ospedale, all’infezione psicotica.</p>
<p>Mi limiterò ai poeti. Tralasciando gli altri: a Lecce (come in ogni luogo quasi perfetto per la vocazione simmetrica di ciò che è capolavoro c’è anche il contrario del talento) è possibile trovare, scovare i seguaci di <strong>Nanni Balestrini</strong>, di <strong>Lello Voce</strong>, di <strong>Paolo Nori</strong>, di <strong>Aldo Nove</strong>, ecc.<br />
Anch’essi sono innumerevoli, sono i bravi copisti letterari, i lecchini della risalita accademica, quelli che inventano o ribollono l’acqua calda, che scoprono l’America dopo oltre cinquecento anni, e se ne meravigliano.<br />
Mi limiterò ai poeti in questa riflessione distopica, questo ‘intevento violento’ che è il non luogo che porta alla discesa fino a scoprire le radici, il muladhara del genio e che ora si configura come apparente esortazione di un consorzio per il turismo, perché ancora vi dico, vi dico ‘venite a Lecce, venite al Fondo Verri’.<br />
Ecco.</p>
<p>Incontrerete probabilmente <strong>Simone Giorgino</strong> che vi farà fare un giro in una macchina incantata nella quale ascolterete dalla sua voce irripetibile cd che riproducono tutto il canone poetico dell’Occidente (da Dante a Zizzi), ma se leggerete i suoi versi vi incanterà anche di più, perché sarete circuiti da poesia che non da tregua, che si svolge come canovaccio cantilenante ammantato di endecasillabi strepitosi, portati alla luce direttamente dalla fucina dove le immagini si producono. Eppure Giorgino, salvo qualche ciclostile, fotocopia, è pressoché inedito. Sconosciuto.<br />
Vedrete <strong>Carla Saracino</strong> che possiede le risorse dell’aristofania, del sorgere come ‘signora’ nel suo sentimento del cosmo, lei che connette nel verso colato dall’alto nascite caldee, sirie, egizie e forse anche presemite, direi sumere. La Saracino che quando passeggia taglia in due le strade, le piazze e che quando scrive parla la lingua dei cieli: percezione della morte e respiro della trascendenza. Ben oltre le preoccupazioni femminili del dover fare la spesa. Diventerà grandissima.<br />
Troverete <strong>Ilaria Seclì</strong>, lussuriosa e mistica, a metà strada tra la popolana e l’aristocratica essendo entrambe le cose, e quindi perfetta, raffinata e graffiante assieme, che vi tesserà una tela dei ragni che esistono solo nei meridioni: con una bava poetica che cantilena, intrama, scortica, con una lingua che affronta, non evita, accende. Lingua ctonia e materica, ma anche salmodiante, cantante, librante, alta.<br />
Nel vicolo, a sera, mimetizzata con la luce lunare, bianca e notturna, smisuratamente dark ma senza moda, dall’intelligenza che si stimola nei nessi psicosessuali ma oltre la biologia, troverete se siete fortunati Laura Sergio, e penserete che siete a metà strada tra l’aver notato una fanciulla stimolante o un demone che svia. A 21 anni è promettentissima. Possiede la lingua che si autofonda, un verso ipermetaforico, ipermusicale, ridondante quanto dura il talento.<br />
Troverete <strong>Angelo Petrelli</strong> in qualche bar. Vi offrirà da bere. E’ molto giovane, ma cresce con un ritmo costante, con consistenze vieppiù convincenti a volerlo leggere sin dalle prime prove fino ad oggi. Certo si sente qualche rifrazione d’altri, qualche eco, ma tra breve troverà la sua edificazione. Scommetto su di lui, come già feci in occasione del suo esordio.<br />
Ma se verrete fino al Fondo Verri, dove Mauro Marino, un uomo che a causa della sua efficienza, grandezza, umanità, forse non esiste, vi ospiterà, se vi verrete, troverete in alcune sere, crepuscoli, notti tutti costoro insieme. E non vi sembrerà possibile.<br />
Non vi sembrerà possibile quando vedrete apparire <strong>Massimiliano Parente</strong>, quando appare in una serata memorabile e fonda un canone della letteratura nel sorpasso ultraorgasmico dello sfondamento nel buco del culo di tutte le cazzate che dicono gli scrittori dell’eco, quando sarete macinati dalla macinatrice, che non è una metafora, non è una figura retorica, un modo di dire, ma proprio la scrittura nel suo momento acmeico.<br />
Se lo show si fa serio, se viene Parente ad infilarsi nella dura legge dei giochi d’ombre cinesi del Fondo, la letteratura, la scrittura diventa un’azzardo più ‘vero’, oltre le pipe di <strong>Foucault </strong>e le pippe di <strong>Nesi</strong>. Resta qualcosa che nessuno può più tradurre. Siamo nella scrittura pura. Nella genialità.<br />
Non vi sembrerà possibile quando vedrete venire, comparire <strong>Leonardo Colombati</strong>, quando compare, Colombati che sembra un buontempone e forse lo è, e lo vedrete comparire con quell’allegria così infrequente per i talenti (ma della quale non difettava Dalì, né Rabelais) e proprio per questo ancora più incredibile, più estremo. Insomma entra e presenta un libro di rara bellezza e ne parla come se fosse solo un oggetto messo in televendita. In queste occasioni il Fondo Verri si trasforma di più, agisce come la scrittura, come la cattura, si produce come se fosse Perceber, città, romanzo impossibile che prima aggrega la semiologia e poi la fa scoppiare come nell’opera che agisce come opera, capolavoro.<br />
Ma la via civica dove il Fondo Verri è situato può spiegare molto. Via S. Maria del Paradiso. Antiche leggende leccesi la vogliono frequentata da fate salentine che rinascono ad ogni plenilunio comparendo nei riflessi argentei delle pozzanghere che raddoppiano il cielo, da fanciulle morte e vive allo stesso momento, ragazze di rara bellezza che si manifestano solo per pochi istanti con la giusta atmosfera e richiamano con la voce non dell’addio ma del riconoscimento e che talvolta danno a chi passeggia un viatico per l’eden terrestre o celeste che sia.<br />
Difficile a credersi, eppure il Fondo Verri esiste ed è così.<br />
Come è vero tutto quel che vi ho detto.<br />
Anche se sono immaginifico.<br />
Anche se sono un po’ feroce e questo è stato un intervento violento.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/28/un-intervento-violento/">Un intervento violento</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Da &#8220;La caduta occidentale&#8221;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/11/da-la-caduta-occidentale/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/11/da-la-caduta-occidentale/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 10 Nov 2004 23:05:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[michelangelo zizzi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Michelangelo Zizzi</strong></p>
<p><strong>Il tutto dentro</strong>     <em>(A Giordano Bruno e Sofia)</em></p>
<p>“Ciò soltanto, le ossa, le cuoia restano tra te e il tuo pan”<br />
E. Pound</p>
<p>Immaginate ora la scena che la morte vi ha posto le uova dentro<br />
ma senza icone né dagherrotipi in punto di fine<br />
ma come una sorella come una morte venuta dalle origini<br />
ma come un macchinario di letteratura in disuso<br />
ma come un elettrodomestico che buca la ruggine<br />
ma come una clessidra che fatale scuce i grani<br />
dalla parte del cuore<br />
ma senza muscoli che tengano<br />
o come quella gallina che razzola laggiù<br />
nell’aia d’anima<br />
<br />
ma senza vultùre che si spengano sui confini delle casse di pollai<br />
troppo sdruciti perché le porte cigolanti tengano<br />
così come le ramaglie che accatasti in fasti di fuochi<br />
in pire che navigano verso la consunzione<br />
l’epilogo delle polveri che lascerai<br />
in morbidi ossari di residui<br />
nel camino senza braci.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/11/da-la-caduta-occidentale/">Da &#8220;La caduta occidentale&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Michelangelo Zizzi</strong></p>
<p><strong>Il tutto dentro</strong>     <em>(A Giordano Bruno e Sofia)</em></p>
<p>“Ciò soltanto, le ossa, le cuoia restano tra te e il tuo pan”<br />
E. Pound</p>
<p>Immaginate ora la scena che la morte vi ha posto le uova dentro<br />
ma senza icone né dagherrotipi in punto di fine<br />
ma come una sorella come una morte venuta dalle origini<br />
ma come un macchinario di letteratura in disuso<br />
ma come un elettrodomestico che buca la ruggine<br />
ma come una clessidra che fatale scuce i grani<br />
dalla parte del cuore<br />
ma senza muscoli che tengano<br />
o come quella gallina che razzola laggiù<br />
nell’aia d’anima<br />
<span id="more-703"></span><br />
ma senza vultùre che si spengano sui confini delle casse di pollai<br />
troppo sdruciti perché le porte cigolanti tengano<br />
così come le ramaglie che accatasti in fasti di fuochi<br />
in pire che navigano verso la consunzione<br />
l’epilogo delle polveri che lascerai<br />
in morbidi ossari di residui<br />
nel camino senza braci.</p>
<p>Oppure immaginate ora l’ustione<br />
che vi ha fatto all’orecchio quel geroglifico insensato del boato<br />
quel dedalo che non si spiega di polveri d’acciaio piovute per nubi afgane<br />
quello schiocco del televisore appeso alle immagini<br />
là agli stornati altipiani che crollano<br />
come un Tibet al tramonto delle ere<br />
come torte franate di feste anni 70<br />
con le madri preoccupate nei registri di previsione di crescita di figli<br />
l’altopiano che si screma in fiotti di polveri<br />
che ricadono dai solai affollati di suoni d’infanzie strepitosi<br />
come boati in pozzo vuoto dell’essere prima delle ere<br />
o da crolli affollato d’ali di rondini svinanti il celeste<br />
in turrite primavere delle origini<br />
le torri delle fiabe dei libri d’illustrazione<br />
l’altopiano (Tibet per grattacieli) là per franato conclave disceso<br />
con l’ustione al fondo<br />
lo smarrimento immaginatelo<br />
di pelandrane camicie bottoni giù nelle gravi,<br />
con i re crollati nelle valli a scoscese cantine di terra<br />
i profeti che cadono invece di salire<br />
la lamina sedicesima lasciata al tavolo dell’azzardo<br />
che cadono sfinendo il greto, i perimetri, le contrade di sartoria<br />
genetica o d’architettura fallica<br />
come fossero di Murge le icone che crollano dalle vertigini cristiche dei santi<br />
che s’appollaiano dai barbieri romanici nei rosoni d’occhio<br />
o dai sarti che scalfirono litiche giunture nei barocchi orecchi<br />
fino a quelle staffe per sentire meglio<br />
che risuona circolare boato<br />
come una rete che la squadra imprime a quella avversaria<br />
come del tuono che svagina i filari dei perimetri del mondo<br />
adesso negli autunni che i rantoli affollano<br />
comparendo nel fiotto imeneico delle carni del mondo<br />
che il sangue teatrale svagina<br />
come macellerie delle consutili ipotesi appese<br />
al diorama socratico<br />
che te lo dicevo me lo dicevi lo dicevamo.</p>
<p>Immaginate ora altro: che vivete invece,<br />
magari, magari,<br />
adesso qui, nel buio buono, con le famiglia in festa, a pic nic oltre porta,<br />
con la radio accanto, i monitor delle iniziazioni,<br />
le vostre spese a supermercati,<br />
le discese dalle stazioni sciistiche.</p>
<p>O che morite immaginate – che è simile-<br />
o che invece – che è simile – che noi siamo al crocicchio di negri neuroni dentro di noi<br />
in pelle e astucci di derma<br />
che ci siamo qui nelle nevi iniziatiche<br />
che scendono di nervi i crolli della prima volta della scoperta dell’amore<br />
che scendono i dirupi sinaptici, discese che sconnesse carni virano in sculture del risentire<br />
senza confine che la sola morte<br />
spirando nell’ora che esatta verrà<br />
segna<br />
come scardinando<br />
come della vipera che le fibbie di muscoli scioglie nell’impianto dei denti<br />
di ricurve clessidre lunari a falce<br />
restando insomma scucendo insomma la clessidra degli anni<br />
o i verdi teli di ragni che avevamo allestito<br />
a raffermo brodo di tempo<br />
come un tempo le biancherie a stesi terrazzi le madri<br />
immaginate pertanto o ricordiamoci ora – qui nelle riserve del senso, in quelle limacciose risacche<br />
nell’umano parire -<br />
o nelle maree mentali del risentire<br />
che ci siamo, ci siamo tuttavia,<br />
in crocicchi, in quei caldi incroci come di ceppi a camini brucianti<br />
come i velli cerchiati di sangue dei cinghiali alle alture presi<br />
che ci siamo ricordiamocelo, qui resistiamo<br />
abbiamo sufficenti congetture,<br />
forse.<br />
Con pelle vera, questa, che un perimetro di spazio ricopre per l’ombra che ti pertiene<br />
o che ci siamo con peli che drenano le desinenze i rimasugli i ripostigli come dei fossili paleolitici, come la prima scena come noi, come te, di cui immagino odore, a nevi sparse come feromoni delle alture, lì a covoni vertiginosi e sangue sparso per le aie, per ora Sofia, per tutto il tempo, che la vigilia accende a falò vetrine d’ermetico afrore in combusto olio di stoppini ai tuoi capelli di cavalla, ma dei cieli, Sofia dei cieli, tu delle alture, di tutti i passi, di quelle vette, solo esatta oltresarta.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>E quel sangue? Tutto quel sangue?<br />
Così tanto musicale nelle cicale delle tue vene<br />
sbattuto in artigli d’arterie?<br />
quel sangue che la macchinosità delle stalle<br />
pure occidentali non avrebbe tracimato.<br />
quel sangue<br />
che non era zampillo di fontana<br />
ma arcipelago di arene<br />
fontana cardiaca che schizza<br />
su i mocci<br />
su le trame di linguti leucociti<br />
come franati tori una volta<br />
a macelli di corna<br />
lì nei sud opachi<br />
o a rostri infissi a ramaglie stanno<br />
come fossero sete dello sfacelo<br />
d’uccelli sbecchettanti<br />
tele di porpora cantanti insomma<br />
come un cartiglio d’odorosa infanzia<br />
alla tua pelle che sfuma in indici<br />
non dicibili di profumi<br />
quel bruciante drappo di rete<br />
quell’oppio d’antichi speziali orientali<br />
che al cervice al tuo occulto<br />
di botri di peli celi<br />
con l’odore di bava lacustre<br />
o di sete d’acque<br />
che in limose oasi dreni<br />
che fanno lascive trappole di vulve.</p>
<p>Quel sangue che era che sta<br />
che disegnava<br />
icone sonnamboliche<br />
per me per te per tutto il tempo<br />
della vigilia della durata<br />
o che l’onde<br />
o che i marosi di verdi foreste<br />
degli abissi risalendo<br />
come simboli di fioche ere<br />
fino al sogno dei morti riposanti<br />
fanno pasteggio<br />
calde lenzuola di trasparenze vitree<br />
come della tua pelle di diafane reti<br />
rimanenze d’aquitrini che sfaldano ora<br />
i bussolotti le ghiere tra tombe<br />
dove salsedini ammucchiantesi<br />
con cerume di licheni<br />
o qualche catrame di plutonica discesa<br />
faranno infine del sonno cablaggio<br />
periferie del sentire<br />
o masserie di sommerse draghe<br />
parendo<br />
sotto i cigli, i tuoi,<br />
i sinuolenti carrigli<br />
del sensorio lunare.</p>
<p>Quel sangue pure canta mi pare</p>
<p>- si Sofia<br />
adesso vengo che sto che resto-</p>
<p>pure crollando oltre la fibbia del tempo<br />
arruotando a pozzi di bassa acqua<br />
svuotando all’unisono ancora<br />
persistendo<br />
svuotando in orecchi vulvari<br />
che hai torniti come labbra<br />
la mia bava<br />
come che storna teorie sul cosmo<br />
o come la mia bara faccio<br />
per me che in ogni istante<br />
mi ridico vivente<br />
o che al canto resisto che pure filo<br />
che brama che svuoto.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>New York ora sei meno fittizia<br />
città desolata che sole immagini<br />
da nebulose stornate abitavano<br />
gremendo come aquiloni del vuoto<br />
d’oppio di vetrate vetrate vetrate<br />
trucco zen<br />
o vertici d’uffici di ingegneria<br />
quanto al tuo somiglia quel barbaglio<br />
di fumiganti soli stornati<br />
da librerie di polverose accidie<br />
degli incendi della primigenia Alessandria<br />
la dove il Nilo sfocia in limosi grumi<br />
di nero terriccio<br />
come per un delta pubico del disastro<br />
o un aranceto screziato al tramonto doppiante<br />
della fine dell’Occidente<br />
o quanto a quelle altre somiglia<br />
spedizioni orientali<br />
la dove tutta la terra era un immaginifica piana<br />
che nei cartigli pareva un giardino del disastro<br />
prima che un diluviante vento la sgominasse.</p>
<p>Così come Costantinopoli resti,<br />
stai di distese di solo sale<br />
a cerchi a virate<br />
o come Napoli stai<br />
resti a falciate mattanze del barocco<br />
- trasfiguranti mascheroni ai doccioni dei portoni -<br />
o come le Calabrie che un cocchio rigira in fango<br />
in tutti gli atlanti dei pini che sfiocinano in aghi in pagliai<br />
o come le Sicilie inzuccherate per reali paste<br />
le Lucanie lampeggianti e bianche<br />
o come Alessandro che ora viene, che ora muore<br />
Alessandro che un morbo involse<br />
nella stretta cistifellea<br />
in un lungo pomeriggio d’agonia<br />
- in infero viadotto di colesterina che non svelle il segreto di una fine-<br />
- o forse fu per l’infezione della vittoria?-<br />
in quegli esangui pasteggi<br />
dopo le campagne<br />
oppure come Napoli<br />
o la sabbia d’Egitto che crema<br />
in Nilo nero<br />
mulinando su sarcofagi d’enigma<br />
quella che non è domanda<br />
che tu puoi porre<br />
non cognizione<br />
che pretenderai di accumulare.</p>
<p>Per questo anche ti dico non chiedere non dire Sofia,<br />
non dire ormai nulla,<br />
ma soffia invece solo<br />
brucia la ristoppia che arde tra noi<br />
nel caldo delle buone braccia<br />
che hai come i chiavistelli per aprire estati<br />
anatomie o atlanti assoluti<br />
con tunnel vaginici, con canali bronchiali<br />
con piazze cardiache che fontane allagano<br />
in bave di cocciuta risalita<br />
o in discese nel letargo appiccante dove mi dimentico nascendo<br />
che sono le labbra quando rivolte a clessidre solo lunari<br />
bagnano di mestruo troppo gonfio il mio stesso sesso.<br />
Così che la caduta dell’Occidente<br />
mi pare ora una sorta di lapsus,<br />
un respiro breve,<br />
una figura della retorica.</p>
<p>*     *     *     *      *        *          *           *             *               *<br />
(Michelangelo Zizzi &#8211; elogiodelleccedenza@libero.it &#8211; ha pubblicato testi su: Poesia, Nuovi Argomenti, L&#8217;immaginazione, Versodove, La mosca, La clessidra, Atelier, YIP, Gradiva, eccetera.<br />
E&#8217; presente nel<em> Terzo Quaderno Italiano</em> (Guerini &amp; Associati). Ha inoltre pubblicato <em>La casa cantoniera</em> (Stampa 2001) e<em> La primavera ermetica</em> (Manni 2002). Collabora all&#8217;Università di Lecce (teoria della letteratura) e ha pubblicato saggi e articoli critici intorno a figure della poesia italiana del Novecento. E&#8217; medico omeopata.)</p>
<p>(immagine di <em>Louise Bourgeois</em>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/11/da-la-caduta-occidentale/">Da &#8220;La caduta occidentale&#8221;</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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