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	<title>Nazione Indiana &#187; Mickey Rourke</title>
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		<title>Wrestling Spoon River [vintage version]</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2010 16:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/hulk_hogan_antes_y_ahora.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Carlo Carabba</strong></p>
<p>La notte tra sabato 21 e domenica 22 novembre si terranno le Survivor Series, l’ultimo grande evento della stagione del wrestling. Gli organizzatori prevedono che il pacchetto pay-per-view che permette di vedere gli incontri in diretta sarà acquistato da 350.000 persone solo negli Stati Uniti d’America, e che gli spettatori sparsi per il mondo supereranno complessivamente il milione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/31/wrestling-spoon-river-vintage-version/">Wrestling Spoon River [vintage version]</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/hulk_hogan_antes_y_ahora.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/hulk_hogan_antes_y_ahora-300x208.jpg" alt="" title="hulk_hogan_antes_y_ahora" width="300" height="208" class="alignnone size-medium wp-image-29649" /></a></p>
<p>di <strong>Carlo Carabba</strong></p>
<p>La notte tra sabato 21 e domenica 22 novembre si terranno le Survivor Series, l’ultimo grande evento della stagione del wrestling. Gli organizzatori prevedono che il pacchetto pay-per-view che permette di vedere gli incontri in diretta sarà acquistato da 350.000 persone solo negli Stati Uniti d’America, e che gli spettatori sparsi per il mondo supereranno complessivamente il milione. Nel leggere questi dati, è facile immaginare la voce di migliaia di genitori che, rivolgendosi con tono sdegnato ai figli pubescenti rapiti davanti allo schermo, li scherniranno: “Come fate a guardare questa boiata? Non sapete che è tutto finto?”<br />
<span id="more-29645"></span><br />
Ai tempi della società dell’intrattenimento nessuno spettacolo è sottovalutato quanto il wrestling. È vero, non sono mancati estimatori illustri, su tutti Roland Barthes che al wrestling ha dedicato uno splendido saggio breve, ma la percezione generalmente diffusa è che il wrestling sia un sottoprodotto culturale buono per ragazzini citrulli e camionisti della West Virginia. Lo spettatore di wrestling è considerato una sorta di imbecille incapace di rendersi conto che Babbo Natale non esiste e che la lotta cui sta assistendo con tanto trasporto è assolutamente finta.</p>
<p>In realtà è lo stesso concetto di finzione messo in gioco dal wrestling a essere incredibilmente sofisticato.<br />
Il wrestling è finto quanto lo è un libro o un film, nell’obbedienza a una trama preordinata scritta da alcuni sceneggiatori. Certo, il wrestling finge che quanto accade sul ring sia un vero combattimento, che le rivalità e le alleanze siano autentiche. Ma il wrestling non è un reality show non ha la pretesa (vera o presunta) di documentare la vita nel suo svolgersi. Il wrestling si fonda su un patto narrativo tra attore e spettatore. In un certo senso finge di fingere di essere vero: nessuna persona sana di mente, per quanto scema, potrebbe urlare eccitata alla vista di un indiano affetto da gigantismo che chiude nella bara un omaccione rossastro e tatuato vestito da becchino. Ma in un altro senso finge di essere finto. Ricordo un’intervista a Triple H, uno dei più grandi campioni degli ultimi anni. A un certo punto si diceva stufo di ricevere la domanda “Le sedie di metallo in testa fanno male?”. “Certo che fanno male, pezzi di idioti”, chiosava nervoso.</p>
<p>Che la vita del lottatore non sia rose e fiori c’è l’ha mostrato il regista Darren Aronofski, in uno dei film più importanti dell’anno passato, l’appassionato <em>The wrestler</em>. Ma la trama del film, per quanto drammatica, è una rappresentazione quasi edulcorata della realtà.</p>
<p>Il wrestler è un culturista di centoventi chili che sul ring effettua acrobazie circensi. Passa la sua vita a girare per la provincia americana come i fenomeni da baraccone delle fiere di paese da cui ha preso origine il wrestling come lo conosciamo oggi. Per reggere i ritmi dello spettacolo e ottenere il suo fisico paradossalmente muscoloso e agile fa uso di antidolorifici, steroidi e eccitanti di vari a natura (da qualche anno il wrestling ha chiesto e ottenuto di essere considerato non uno sport ma uno spettacolo, e i suoi atleti non sono tenuti ad alcun tipo di controllo della giustizia sportiva americana).</p>
<p>E molti dei wrestler professionisti non arrivano ai cinquant’anni. Su youtube girano decine di video amatoriali in cui scorrono in sequenza le immagini dei wrestler morti. A volte accanto al nome, alla data di nascita e di morte, compare in sovrimpressione la causa del decesso. Un paio di suicidi, qualche incidente e poi, soprattutto, morti di overdose, di cancro, di infarto.</p>
<p>E, come in una Spoon River virtuale, passano l’uno dopo l’altro sullo schermo i volti e i corpi dei caduti.<br />
È morto Big Boss Man che, vestito da poliziotto, ammanettava gli avversari alle corde. È morto Ravishing Rick Rude, che si definiva l’uomo più sexy del mondo e prima di ogni incontro baciava una ragazza del pubblico che, per l’emozione, sveniva tra le sue braccia. È morto Mr Perfect, figlio di un campione degli anni sessanta, scorretto e antipatico, il wrestler più tecnico della sua generazione. È morto Chris Benoit, tra i titoli dei giornali, uno dei lottatori più amati dal pubblico, in un raptus di follia ha ucciso a mani nude moglie e figlio. È morto André The Giant, malinconico gigante francese, che sul fisico abnorme e mostruoso aveva costruito il proprio successo. È morta Sensational Sherry, la fidanzata cattiva di Macho Man Randy Savage, che colpiva coi tacchi gli avversari del compagno mentre l’arbitro era voltato. È morta Miss Elizabeth, bella e pura, la fidanzata buona di Macho Man, che aveva saputo riportarlo sulla retta via. Sono morti Bam Bam Bigelow, Terremoto e Yokozuna, sporchi e immensi, forze della natura inarrestabili ai miei occhi di bambino. Fa male vederli così. Qualcuno lo amavo, altri li odiavo, potevano cadere dalla corda più alta, venire schiacciati da un uomo di duecento chili, potevano essere colpiti in testa da un gong di acciaio, essere soffocati fino a perdere i sensi, ma sapevano sempre rialzarsi. Non potevano farsi male davvero: erano i miei eroi e poi, era tutto finto.</p>
<p>I grandi personaggi del cinema non muoiono: non muore James Bond, non muore Indiana Jones, non muoiono Luke e Anakin Skywalker. Ma quand’anche alla fine del film siano attesi da un tragico destino resta vivo l’attore che li interpreta. Ci sono casi in cui l’immedesimazione si è spinta troppo oltre, dicono che Heath Ledger sia morto perché il Joker gli era entrato dentro. Ma si tratta di eccezioni, di patologie del metodo Stanislavskij.</p>
<p>Nel wrestling l’immedesimazione totale tra attore e personaggio è la norma, e sempre a favore del secondo. Pare che in un primo momento gli organizzatori chiedessero ai wrestler di far credere al pubblico che non esistesse altro che il personaggio che compariva sul ring (in gergo gimmick). Poi si resero conto che non occorreva spingersi tanto in là, semplicemente era sufficiente che a comparire fosse sempre la gimmick, mai l’uomo che la interpretava. In questo sta la grande differenza tra il wrestler e l’attore. Alle interviste, sul tappeto rosso, vanno Leonardo Di Caprio, Al Pacino, Harrison Ford, non Jack Dawson, Scarface e Han Solo. Al wrestler, come a un supereroe, è chiesto invece di rinunciare alla propria identità civile e di apparire sempre come Hulk Hogan, Jake the Snake, The Undertaker. La gloria è sempre della gimmick, all’uomo che le sta dietro sono destinati l’anonimato e l’oblio.</p>
<p>Ed è facile pensare che molti lottatori siano portati a sviluppare il complesso di Clark Kent, disprezzato dall’amata Lois Lane quando indossa gli occhiali ed è impacciato nei modi, adorato quando vola sulla città con tuta blu e mantello rosso.</p>
<p>Il wrestling diventa l’unica cosa vera la vita fuori dal ring un territorio inospitale in cui non si può più abitare. Per usare le parole di Mickey Rourke – Randy The Ram prima del combattimento fatale in <em>The Wrestler</em>: “Sul ring non mi può succedere nulla, è là fuori che mi faccio male”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/31/wrestling-spoon-river-vintage-version/">Wrestling Spoon River [vintage version]</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il wrestler che è in noi</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Mar 2009 06:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p></p>
<p>Attenzione! Questo è uno <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Spoiler_(cinema)">spoiler</a> del film; chi non vuol conoscerne l&#8217;intera trama, non legga.</p>
<p>Mickey Rourke-Randy è spesso ripreso di spalle, massiccio, abbronzato, coi lunghi capelli ossigenati come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Hulk_Hogan">Hulk Hogan</a>, l’anziano <em> wrestler</em> acciaccato protagonista di un <em>reality</em> americano, e noi lo seguiamo nei suoi spostamenti per lo schermo, come se ci guidasse in un viaggio impedendoci la vista del panorama; poi si gira e ci mostra quella faccia ricostruita, con imbarazzanti labbroni, occhi piccoli, le famose mani con le unghie enormi, giacca a vento lisa e scucita.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/10/il-wrestler-che-e-in-noi/">Il wrestler che è in noi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/wrestler.jpg" alt="wrestler" title="wrestler" width="360" height="239" class="aligncenter size-full wp-image-15368" /></p>
<p>Attenzione! Questo è uno <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Spoiler_(cinema)">spoiler</a> del film; chi non vuol conoscerne l&#8217;intera trama, non legga.</p>
<p>Mickey Rourke-Randy è spesso ripreso di spalle, massiccio, abbronzato, coi lunghi capelli ossigenati come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Hulk_Hogan">Hulk Hogan</a>, l’anziano <em> wrestler</em> acciaccato protagonista di un <em>reality</em> americano, e noi lo seguiamo nei suoi spostamenti per lo schermo, come se ci guidasse in un viaggio impedendoci la vista del panorama; poi si gira e ci mostra quella faccia ricostruita, con imbarazzanti labbroni, occhi piccoli, le famose mani con le unghie enormi, giacca a vento lisa e scucita. E’ una vita grama, la sua, e ci sarebbe l’eco di Hank Bukowski, se non fosse che manca persino la follia felice, o la risata tragica: la sua è l’unica vita possibile, l’unica sopravvivenza di cui dispone, da quell’<em>ammasso di carne maciullata</em> che è. Dopo le glorie degli anni Ottanta, quando era “The Ram”, il campione, e c’erano i <em>Guns N’ Roses</em>, ora Randy si esibisce in incontri di provincia, dove la violenza è concordata, come sempre accade nel wrestling, ma lo è per compiacere il pubblico, che vuole vedere il sangue. E Randy, d’accordo coi suoi avversari, tutti ragazzi giganteschi pieni di steroidi, teneri, educati, rispettosi fuori dal ring, il sangue lo tira fuori: ha una lametta nascosta nelle fasciatura del polso, con la quale si incide la fronte, mentre è a terra fingendosi svenuto. <span id="more-15367"></span>Il sangue gli scende sulla faccia, tra le urla di tripudio degli spettatori. Oppure si rotola nel filo spinato, lacerandosi la pelle, o addirittura facendosi piantare punti metallici da un avversario che lo chiama rispettosamente “signore”, riducendosi una maschera sanguinolenta.<br />
Ma oltrepassa tutti i limiti che gli sono concessi: si imbottisce di farmaci, di ormoni, di viagra, sottopone la sua carne maciullata a ogni sorta di violenza e di contusione. Così un giorno, al termine dell’incontro più sanguinario della sua carriera, collassa. Infarto, e divieto di continuare a combattere.<br />
E’ dura per Randy, perché senza incontri, senza l’urlo del pubblico, è il nulla, è nessuno; ma cerca di sopravvivere anche a questa svolta. Lavora part-time al banco di una salumeria, con una buffa cuffia che gli trattiene la chioma, come un rasta. Cerca di guadagnare i dollari necessari per pagare l’affitto della roulotte dove abita, e le medicine di cui ha bisogno. Con l’aiuto di una spogliarellista, che frequenta in uno strip bar, si sforza di riallacciare i rapporti con la figlia, che lo disprezza perché non è mai stato un padre, non era presente quando lei aveva bisogno di lui. Randy si impegna a fondo, sua figlia è tutto ciò che gli resta. Le compra regali, le chiede di perdonarlo, di frequentarlo, di farlo sentire un vero padre. Perché ha avuto l’infarto. Perché è solo. Perché vuole vivere.<br />
Lo osserviamo con disagio, mentre esprime per noi questo mix di sentimentalismo, di egoismo e disperazione. Riesce a strapparle un appuntamento, e se ne va contento, con la speranza che gli illumina lo sguardo. Ma quella sera si dimentica, si fa rimorchiare da una sgarruppata in un locale e va a strafarsi di coca e sesso. E’ l’ennesima rottura, definitiva, questa volta. Cerca anche di avere un vero rapporto con la spogliarellista, ma lei lo rifiuta, perché non intende &#8220;uscire coi clienti&#8221;. Il tempo è fermo, lo spazio è bloccato, la figura scalena non riesce a ricomporsi.<br />
Al banco della salumeria, con la cuffia rasta in testa, con le vecchie signore americane che si fanno servire strabilianti cibi cotti americani, fa l’ultima scelta. Una scelta di sangue, una scelta autodistruttiva. Combatterà di nuovo. Incontrerà il suo antico avversario, l’Ayatollah, col quale ha già diviso antiche glorie.<br />
Assistiamo al coronamento ineluttabile di questa vita buttata, di questo fallimento. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/The_Wrestler">The Wrestler</a> avrebbe potuto avere un finale diverso, ma forse il regista Darren Aronofsky, amante delle vibrazioni forti, non voleva scadere nello <em>happy end</em> all’americana; così Randy, prima di salire per l’ultima volta sul ring, respinge l’unico segnale di speranza, forte e bello, che gli viene offerto. Lo butta via, e oltrepassa la linea proibita della corde, col suo cuore malandato, le sue speranze distrutte.<br />
Così la violenza del <em>wrestler</em> che dallo schermo richiama la difficoltà di tutti noi di essere uomini, di esseri adulti, e padri: la violenza dell’esterno, fasulla, ignorabile, perché violenza di sovrastrutture, di Superii territoriali e mondiali, diventa violenza autentica, interna, che minaccia e distrugge la stessa vita. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/10/il-wrestler-che-e-in-noi/">Il wrestler che è in noi</a></p>
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