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	<title>Nazione Indiana &#187; migranti</title>
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		<title>Chi salverà i pastori?</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 13:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gaetano Bellone</strong></p>
<p>Camminiamo sulla cresta sempre uguale del monte Gorzano. Da quota 1800 dobbiamo raggiungere quota 2400, la vetta con la croce e il manto di neve anche d&#8217;estate. I gradoni d&#8217;erba che dalla fine della strada dividono il camminante dalla quota sono sempre uguali e ogni 10 metri creano un gioco di prospettive che fa sembrare la vetta a vista.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/17/chi-salvera-i-pastori/">Chi salverà i pastori?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gaetano Bellone</strong></p>
<p>Camminiamo sulla cresta sempre uguale del monte Gorzano. Da quota 1800 dobbiamo raggiungere quota 2400, la vetta con la croce e il manto di neve anche d&#8217;estate. I gradoni d&#8217;erba che dalla fine della strada dividono il camminante dalla quota sono sempre uguali e ogni 10 metri creano un gioco di prospettive che fa sembrare la vetta a vista. Miraggi continui e cadenzati. Il Gorzano è un monte arcaico, poco frequentato, che ha un tanfo di muschio simile a quello dello scatolone del presepe in cantina. Si supera un gradone e si comprende che la vetta è ancora lontana, è una montagna che ti prende per scoramento. Tra un gradone e l&#8217;altro incontriamo Romeo, un giovane pastore macedone. Ci segue da un po’, cerchiamo di evitarlo ma conosce palmo a palmo le traiettorie di chi cammina su questo suo giardino stagionale.</p>
<p>Romeo ha voglia di parlare perché da maggio a settembre non vede anima viva, fatta eccezione per gli altri pastori del rifugio e del capò, il vecchio che dorme in quota con loro per seguire le operazioni e controllare l&#8217;operato. Romeo racconta che per tre mesi porta a spasso le pecore e ha una radiolina che porta con sé per compagnia. È felice dell&#8217;incontro e vuole assolutamente che restiamo a dormire. &#8220;Ammazziamo una pecora, ce la mangiamo sul fuoco&#8221;. Io sono restio, Romeo è insistente, ci ha seguiti per un&#8217;ora e l&#8217;insistenza mi infastidisce. Ho in mente certe storie sui pastori e cerco una via di fuga ma il mio compagno d&#8217;escursione vede nell&#8217;invito una rara possibilità di applicare gli studi di antropologia. Accettiamo, mio malgrado. Romeo felice trotterella fino allo stazzo: &#8220;Devo chiedere il permesso al vecchio&#8221;. Aspettiamo osservando il ragazzo che scende fino al rifugio. Torna dopo poco, con la faccia grave. &#8220;Dovete andarvene&#8221;, ci dice. Siamo perplessi, la faccia non ha più l&#8217;entusiasmo dell&#8217;incontro, l&#8217;espressione è seria e risoluta. Prendiamo la strada verso la vetta. Vediamo che dal rifugio in basso qualcuno ci fissa. È il vecchio: controlla che ci allontaniamo.</p>
<p>Torniamo al rifugio in autunno, quando i macedoni sono ripartiti e il vecchio è tornato a casa, in qualche paese della provincia teramana.</p>
<p>Il rifugio è chiuso malamente con una catena. Entriamo. La stanza è di circa 4 metri per 3. In poco più di 12 mq ci sono tre materassi, coperte di lana ed un pitale, un secchio di latta da 10 litri, sporco di escrementi.</p>
<p>È autunno, facciamo un giro verso Valle Piola, sopra Torricella Sicura. Il borgo, fino a poco tempo fa era in vendita. Ci sono: una chiesa, un casale a due piani ristrutturato e riabbandonato, una specie di scuola più o meno degli anni 60 ed alcune piccole case da contadino, quelle con la stalla al piano terra e le stanze sopra. Qui i pastori stanno fino all&#8217;inverno perché non siamo in quota. Venendo abbiamo visto due ragazzi dell&#8217;est con le pecore ed un pick-up salire da basso. Il pick-up di solito è il mezzo dei titolari delle pecore o comunque di coloro che salgono a prendere il latte e controllare l&#8217;operato dei macedoni. Facciamo un giro nell&#8217;edificio di quella che sembra una scuola, la porta è aperta, la struttura sembra reggere. Non ci sono luce e acqua corrente. In una stanza c&#8217;è un grosso camino, c&#8217;è legna bruciata, asciutta perché il fuoco è recente. C&#8217;è una porta chiusa, entriamo. Due bottiglie di pomodoro, un fiasco di vino a metà, dieci litri d&#8217;acqua nei fiaschi, un pitale sporco al centro della stanza, due brandine con materassi sottili di lana a righe &#8211; quelli che si usavano una volta dalle nostre parti. Fa molto freddo, le tavelle del soffitto hanno il cemento sbrecciato, alcune sono fracassate. Il freddo è pungente, le finestre non chiudono bene. Una stanza ha la porta chiusa a chiave, sentiamo un rumore dentro e ce ne andiamo. Dallo spiazzo dove abbiamo lasciato la macchina si vede una delle finestre della stanza chiusa, è buio e non si vede niente, ma forse da dentro vedono.</p>
<p>Ripartiamo ed incrociamo il pick-up a mezza via. I due proprietari stanno parlando con i due pastori, ci guardano con la faccia seria, come se volessero appuntarci sulla testa un&#8217;espressione minacciosa. &#8220;Da queste parti non siete desiderati&#8221;, questo dicono quelle facce.</p>
<p>Nella Val Chiarino ci sono due rifugi, uno per gli appassionati di montagna, l&#8217;altro per i pastori che ci fanno il cacio. Sono dell&#8217;est pure loro. Due miei amici hanno pernottato al rifugio di sopra. I due pastori li hanno seguiti per un po&#8217;. Si sono fermati a chiacchierare, tante domande, voglia di comunicare. Uno dei pastori è ubriaco, è il suo compleanno. Invita i due amici ad entrare per un bicchiere nel loro rifugio. Una stanza, due brandine con materasso, coperte. Da un lato c&#8217;è l&#8217;attrezzatura per fare il cacio, il resto del latte lo vengono a caricare per portarlo a valle. Dal lato opposto del rifugio, c&#8217;è un pitale di latta, l&#8217;odore si mischia a quello forte del formaggio di pecora. Il tizio ubriaco è insistente, i miei amici sono una coppia, forse in virtù del compleanno si è messo strane idee in testa. Tornano al loro rifugio e si chiudono dentro che non si sa mai&#8230;</p>
<p>O una volta in Valle Vaccara, raccoglievamo “mazze da tamburo”. Veniva sempre un pastore, ci aiutava a raccogliere, anni fa. In cambio chiedeva monete per telefonare, ne aveva un sacco pieno, ci parlava di un vecchio che dormiva con lui, un capo. Il vecchio non voleva che il pastore telefonasse in Romania e non dava soldi al ragazzo fino a che la stagione non era finita. In buona sostanza gli avevano pagato il viaggio dalla Romania all&#8217;Italia, quando era arrivato aveva lasciato i documenti a casa del vecchio ed era salito alla prima quota del pascolo. Una volta a settimana il vecchio veniva col pick-up e lo portava a valle con l&#8217;altro pastore per fargli comprare il pane e qualcos&#8217;altro, allora il ragazzo cercava di chiamare in Romania perché la giovane compagna era incinta. &#8220;Perché il vecchio non vuole che telefoni?&#8221;, cambiava faccia.</p>
<p>A ritroso. È aprile 2009, a L&#8217;Aquila c&#8217;è stato il terremoto. L&#8217;Esercito e la Protezione Civile hanno montato le tende, la confusione sta scemando e hanno cominciato a censire la popolazione. È sera, è passata più o meno una settimana dal sisma. L&#8217;autostazione di Teramo è piena di ragazzi dell&#8217;est, vestiti male e con le facce distrutte, le scarpe logore.</p>
<p>È strano che ci sia tanta gente dell&#8217;est, sopratutto è strano in questo momento di confusione, i teramani riempiono le piazze con le macchine piene di piumoni, i posti pubblici sono affollati di famiglie terrorizzate dal sisma. In mezzo ad un tale caos, un assembramento come quello dell&#8217;autostazione passerebbe inosservato, se non fosse per i vestiti logori. Mi siedo accanto ad uno molto giovane. Racconta che stava in montagna, sopra L&#8217;Aquila, dopo il terremoto lui ed altri non sapevano che fare, se scendere a valle dai proprietari del gregge. Alcuni allora sono scesi nei campi e rimasti fino a che non è iniziato il censimento. Poi sono scappati e hanno avvertito gli altri. I documenti qualcuno ce li aveva pure ma li aveva lasciati al proprietario del gregge. Nell&#8217;autostazione ci sono almeno 100 persone, ci sono ancora le vecchie panche di legno al piazzale. Chiedo quante persone ci saranno sparse per le montagne&#8230;sgrana gli occhi, alza la fronte come se fosse una domanda sciocca: &#8220;Pieno, pieno&#8221;.<br />
Qualche tempo fa in provincia di Teramo è morto un giovane pastore, quasi un ragazzino. L’hanno trovato sulla brandina, morto di freddo. Il vecchio proprietario delle pecore, il datore di lavoro, è una brava persona, un lavoratore, quella vita da bestie l’ha fatta pure lui da giovane. Adesso quella vita la fa fare ad altri. Queste cose non si sanno oppure si ignorano, perché quelli lassù non sono uomini, sono pastori.</p>
<p><img class="alignnone size-large wp-image-41324" title="Campo Imperatore, Abruzzo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Campo-Imperatore-Abruzzo-1024x489.jpg" alt="" width="700" height="334" /></p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: Campo Imperatore, Abruzzo</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/17/chi-salvera-i-pastori/">Chi salverà i pastori?</a></p>
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		<title>Stranieri in patria</title>
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		<pubDate>Tue, 10 May 2011 06:43:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>Si trovano all’angolo della piazza, davanti alla filiale della Banca Popolare di Bergamo, già Credito Varesino, non appena smette di piovere. Restano lì a fare grappolo, perché le due panchine non basterebbero per ospitarli, ma soprattutto perché non sono come le sedie attorno al tavolo di un circolo, di quelli che in centro sono scomparsi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/10/stranieri-in-patria/">Stranieri in patria</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/de_chirico_piazza_d.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/de_chirico_piazza_d-300x202.gif" alt="" title="de_chirico_piazza_d" width="300" height="202" class="alignleft size-medium wp-image-38973" /></a></p>
<p>Si trovano all’angolo della piazza, davanti alla filiale della Banca Popolare di Bergamo, già Credito Varesino, non appena smette di piovere. Restano lì a fare grappolo, perché le due panchine non basterebbero per ospitarli, ma soprattutto perché non sono come le sedie attorno al tavolo di un circolo, di quelli che in centro sono scomparsi. Discutono di calcio e di politica, commentano i temi del giorno secondo quanto ha detto il tg o la “Prealpina” sbirciata sul banco di qualche bar-tabacchi. Il delitto di Avetrana, l’età di Ruby, la guerra contro Gheddafi, le prossime elezioni comunali. Formano un coro di accenti siciliani, calabresi e campani, alcuni così stinti dalla residenza in Alta Italia che è impossibile attribuirne un’origine, salvo la certezza che sia meridionale. Pensionati, prepensionati, ex operai delle aziende che la crisi, una alla volta, ha fatto sbaraccare. Magari qualcuno è stato anche postino, bidello, usciere: beneficiario, in pratica, di uno di quei posti fissi su cui si fonda l’assioma che “i terroni non hanno voglia di lavorare”.<span id="more-38972"></span></p>
<p>Percorrendo le vie che si diramano dalla piazza, sbircio le targhe degli studi professionali, colpita dalla quantità di cognomi indubbiamente non lombardi. Uno degli avvocati più quotati è siciliano, e il notaio dove ho siglato l’acquisto della casa, era un ometto che leggeva l’atto d’acquisto con l’inflessione ermetica di un maresciallo dei carabinieri da commedia all’italiana. Nell’attuale giunta Pdl-Lega, il noto parrucchiere trapanese Sparacia fa l’assessore allo sport e allo spettacolo, mentre si è dovuto accontentare del doppio ruolo di presidente e amministratore delegato dell’Azienda municipalizzata, il vice coordinatore Pdl della provincia di Varese, nato come Totò al Rione Sanità di Napoli.<br />
“Chillo, sapete, tiene tutti gli amici suoi…”, mi ha detto un commerciante suo conterraneo, lasciando sospeso in aria il proseguo della frase. Che siano attendibili o meno, stupisce poco che corrano voci di questo genere, se persino il “Corriere” titola “il «boss» del Pdl” e chiosa:<br />
“Dicono sia il politico più potente del Varesotto, ma lui smentisce sempre e fa professione di modestia. Comunque sia ieri il Tribunale di Busto Arsizio lo ha rinviato a giudizio per concussione: Nino Caianiello, manager di aziende pubbliche e stratega del Pdl provinciale, viene accusato da un imprenditore di aver preteso una tangente da 400mila euro per la concessione di un&#8217; autorizzazione a un supermarket di Gallarate. Caianiello non era né sindaco, né assessore, ribatte la difesa, ma la tesi del pm Roberto Pirro è che, nonostante non avesse incarichi formali, Caianiello fosse il «dominus» dell&#8217; urbanistica cittadina in virtù del suo ruolo di leadership politica in Forza Italia.”<br />
Ha quindi ragione Aldo Cazzullo, nativo di Alba, quando nel sottotitolo del libro che precede il fortunato <em>Viva l’Italia</em>, sostiene che nel bene e nel male siamo tutti diventati meridionali? Una nazione unificata dall’espansione della pizza come di corruzione, inefficienza, clientelismo, mafia?<br />
Il gruppo davanti alla Popolare di Bergamo rende difficile pensare al Sud diventato senza avvedersi colonizzatore culturale. Magari non a Milano, ma nelle realtà di provincia i terroni restano fra di loro, mentre i pensionati lombardi dicono le stesse cose, nella stessa piazza, ma a distanza di cinquanta-cento metri. Forse lo mette in dubbio persino una carriera come quella del boss fra virgolette che resta in sella malgrado le pendenze giudiziarie e tuttavia riveste ruoli politici inferiori al suo potere, mentre gli incarichi di prestigio toccano a chi può vantarsi di rappresentare il territorio dove è nato.</p>
<p>Prendo la foto di classe di mio figlio, ultimo anno della “Dante Alighieri”, la scuola primaria più centrale. Un tempo, nella città denominata “Manchester italiana”, si usava distribuire gli alunni nei banchi con criteri di censo: in prima fila i figli degli industriali, nell’ultima quelli degli operai. Qualcosa di simile si propaga ancora oggi: nella “A” i bambini della borghesia gallaratese sino alla “C” dove finiscono quelli di provenienza più incerta e variegata. Per questo, insieme a mio figlio, nella 5a°C ci sono una bambina marocchina, due di genitori peruviani, il compagno cileno e quello albanese, la figlia di una bielorussa e un italiano, una di madre ucraina, alunni provenienti da famiglie di origine siciliana, romana, pugliese e lucana. Solo due compagni su ventidue hanno i genitori di Gallarate, sei originari di comuni nel raggio di una ventina di chilometri, e questo si sente in senso letterale. Esclamano “aspe’” (e non “guaglio’” come si sente alla tv e alla radio), apostrofandosi talvolta con i nomi abbreviati alla prima sillaba, ma sono al tempo stesso “il Matteo”, “la Farida” e “la Katia”.<br />
Non per i bambini di una classe molto unita, ma per il mondo attorno, l’arrivo degli stranieri ha generato negli strati sociali una scossa sotterranea. I terroni si sono scoperti italiani; talvolta, in contemporanea, anche simpatizzanti o militanti della Lega: cosa che non toglie che si possono creare rapporti di buon vicinato con certa “brava gente” arrivata sullo stesso ballatoio di una casa di ringhiera da un paese lontano.</p>
<p>Il motore che spinge il paese a disgregarsi e al tempo stesso lo tiene insieme come una colla velenosa si chiama risentimento. Ingrossa il consenso della Lega e regala quindici ristampe a un libro come <em>Terroni</em>. Ma non è solo il rancore reciproco delle due estremità dello stivale. Possiede molte più facce, molti più strati, sedimentazioni in certe aree sovrapposte e mai elaborate che trovano sfogo nelle risposte più distruttive.<br />
Nelle città del Nord da lungo tempo industrializzate come quella di cui sto raccontando, le giornate erano scandite dalle sirene delle fabbriche, la società organizzata intorno al lavoro, valore e fine condiviso, primo e ultimo. Però era norma che il figlio dell’operaio divenisse a sua volta operaio e il figlio dell’industriale mandasse avanti l’impresa di famiglia. Capitava certo che un operaio si mettesse infine ad aprire la sua fabricchetta proverbiale e capitava che chi non aveva spazio o voglia di calcare le orme di un padre imprenditore, si avviasse verso la libera professione. Ma era raro che, fra i locali, i lavoratori pensassero di mandare i figli all’università e ancora più che al solo fine di acquisire qualifiche in più da spendere in azienda, vi fossero indirizzati i figli degli industriali.<br />
Per questo nelle regioni settentrionali oggi ci sono tanti medici, avvocati, notai, commercialisti e così via, terroni o figli di terroni. I figli di chi è arrivato non capendo una parola e ora rimastica l’inflessione dialettale in piazza con i compari, ma persino i figli dei mafiosi. Non solo chi, come gli insegnanti, è stato mandato su grazie a quelle graduatorie nazionali più volte contestate dalla Lega che tuttavia rivelano il nodo dello scandalo. Perché è laggiù, in Bassa Italia, che vorrebbero essere tutti dottori. Invece qui la cosa non è ancora ritenuta tanto normale, come ha fatto capire l’incarnazione di mito e mentalità dell’operoso Nord, ossia Silvio Berlusconi dicendo proprio: “è impensabile che i figli degli operai diventino tutti dottori!”<br />
Così, insieme al disprezzo della cultura in senso lato, cova la brace del rancore contro chi per suo tramite ha saputo trovare un modo imprevisto per forare verso l’alto la piramide sociale. Braci che dalle parti del Nord-Est vengono attizzate dal rimosso di essere stata, a sua volta, zona di un’immigrazione secolare, ma in genere poco riscattata dall’ascesa, specie nelle regioni vicine tanto più avanzate, quanto difficilmente permeabili attraverso il lavoro delle braccia.<br />
Strati di rancore dei subalterni di ieri verso quelli che oggi stanno all’ultimo gradino della scala: prima i veneti, poi i terroni, infine gli “extracomunitari”. E’ una dinamica elementare, quella per cui c’è sempre qualcuno che diventa l’”under dog” di qualcun altro, permettendo in confronto di sentirsi finalmente integrato. Ma anche la logica spietata della guerra tra poveri, per cui l’ultimo arrivato accetta di sgobbare e vivere in condizioni intollerabili per un lavoratore italiano. Emigrano ancora dal Sud Italia, tantissimi, ma solo coloro che contano di guadagnare quanto basta per non doversi accampare in tuguri spesso affittati a costi di rapina.</p>
<p>Eppure gli stranieri destano forse anche un risentimento simile a quello dei troppi dottori meridionali, qualcosa che somiglia all’invidia. I meridionali arrivarono con le valigie di cartone o con quelle vere e ammaccate e se ci avevano infilato un caciocavallo, una salsiccia, un sacchetto di taralli, una volta che erano stati mangiati, dei sapori di casa restava solo la nostalgia. Per poterla colmare bisognava aspettare Natale o Ferragosto, scendere al paese e caricarsi di provviste nuove. Così andò avanti per decenni. Melanzane, broccoli, cime di rapa comparivano dagli ortolani settentrionali in diverse ondate, tutte di molto successive a quelle della forza lavoro umana, e le prime mozzarelle fresche giunsero dalla Puglia a Milano solo negli anni ‘80.<br />
Oggi che persino quella di bufala viaggia sino a Tokio e Sydney, sembra quasi inconcepibile quel ritardo. Non era più dovuto ai problemi di conservazione e trasporto, ma a un fatto culturale. E’ che i meridionali non esistono. Diventano terroni solo rispetto al Nord Italia: e portare un’identità in negativo, attribuita da altri, rende stranieri in patria. Questo li ha resi collettivamente deboli, li ha conservati in uno stato di subalternità di cui si sono approfittati sia i poteri mafiosi e clientelari, sia chi nei luoghi di immigrazione ha continuato a tollerarli. Così rimpiangevano il loro paese, la loro mozzarella unica e ineguagliabile, rimasta giù vicino ad Andria, Gioia del Colle, Bojano, Latina, Aversa, Battipaglia.<br />
Gli stranieri hanno il vantaggio di avere alle spalle una nazione da cui provengono, a volte persino più di quella. L’usanza di chiamarsi “fratelli” se lo sono portata appresso i neri africani e i musulmani d’ogni gradazione di colore. E se anche i comuni negano l’apertura di moschee, non possono impedire che, in un batter d’occhio, qualcuno apra un money-transfer, una rosticceria di kebab, una bottega che venda proprio di tutto, dal riso pachistano a cetrioli russi in salamoia, okra e patate dolci, pane fresco arabo. Gli stranieri hanno il vantaggio di sapersi stranieri in Italia.</p>
<p>A Viggiù c’un sindaco leghista donna, italoamericana, di pelle nera. Ne ho sentito parlare con rispetto da un suo cittadino mandato a vendere i prodotti del “Casale d’Arcisa’”, malgrado il suo nome lumbard specializzato in nodini di mozzarella lavorati sotto la sopravisione del “sig. Pietro De Crescenzio, presidente della Cooperativa e casaro originario pugliese con trentennale esperienza nel campo”. L’Italia è un paese strano. Un paese dove le spinte a far emergere qualcosa di nuovo, riconoscere e valorizzare quel che già c’è, devono superare la barriera di quella opposta. Dall’Alto Adige alle Egadi, sono sempre troppi a voler cambiare tutto perché nulla cambi. E’ questo ciò che foraggia corruzione, clientelismo, inefficienza, mafia: utili sia per conservare lo status quo, sia per farsi strada nelle dinamiche bloccate. Per difendere i privilegi o allargarli, nulla funziona meglio che far leva sul riflesso di scaricare le proprie mancanze, i propri errori, i propri ritardi addosso agli altri. Diventa facile, rispecchiandosi nel meridione disastrato, restare convinti di vivere in “nella regione più ricca d’Europa, dunque del mondo”, come ha ribadito di recente Giulio Tremonti a proposito del Nord Italia. Il ministro dell’economia non avrà avuto modo di misurare quei dati statistici sullo stato delle scuole, degli ospedali, dei trasporti pubblici, persino della pavimentazione stradale a confronto con la Svizzera o persino la Catalogna. Lo ha fatto mia madre, l’ultima volta che è venuta a trovarmi. Faceva quattro passi per Gallarate e esclamava a ogni angolo:”che decadenza!…è una vergogna che in uno stato dell’Unione Europea possa ancora esistere tanta miseria!” “Miseria?”, ho cercato di ribattere, “no, guarda, questo è ingiusto, esagerato.”<br />
Ma forse la miseria dell’Italia, intuita da un’ottuagenaria abituata agli standard di Monaco di Baviera, è che prosegue nel suo declino con la testa sotto la sabbia. Tutta assieme.</p>
<p><em>Concussione, va a giudizio il «boss» del Pdl</em>, “Corriere della Sera”, 23 settembre 2009</p>
<p><em>pubblicato sul numero 4/2011 di &#8220;Italianieuropei&#8221;</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/10/stranieri-in-patria/">Stranieri in patria</a></p>
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		<title>Per la chiusura del CIE di Santa Maria Capua Vetere</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2011 12:19:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>firmato da <strong>Maurizio Braucci, Goffredo Fofi, Alessandro Leogrande, Roberto Saviano,</strong></p>
<p>Petizione al Ministero dell’Interno del Governo Italiano per la chiusura del Centro di Identificazione ed Espulsione di S. Maria Capua Vetere (CE)</p>
<p>Il sopralluogo nella caserma dismessa Ezio Andolfato del CIE di S.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/06/per-la-chiusura-del-cie-di-santa-maria-capua-vetere/">Per la chiusura del CIE di Santa Maria Capua Vetere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>firmato da <strong>Maurizio Braucci, Goffredo Fofi, Alessandro Leogrande, Roberto Saviano,</strong></p>
<p>Petizione al Ministero dell’Interno del Governo Italiano per la chiusura del Centro di Identificazione ed Espulsione di S. Maria Capua Vetere (CE)</p>
<p>Il sopralluogo nella caserma dismessa Ezio Andolfato del CIE di S. Maria Capua Vetere, avvenuto lunedì 2 maggio al seguito di due senatori, ci ha permesso di constatare le condizioni igienico-sanitarie in cui si trovano le 102 persone di nazionalità tunisina lì recluse in seguito alle disposizioni governative per affrontare l’emergenza dei profughi del Nord Africa. Usiamo il termine reclusione pur sapendo che queste persone vivono in una situazione peggiore di quella della media carceraria italiana: in 10-12 nella stessa tenda, su materassi senza brandine, controllati a vista da polizia e carabinieri, circondati da una doppia rete di recinzione, costretti a chiedere il permesso per utilizzare i bagni, ospitati all’interno di una struttura militare dismessa e quindi logisticamente non adeguata. In attesa di una valutazione del diritto ad una forma di protezione umanitaria, queste 102 persone sono costrette nel CIE illecitamente, tra forzature burocratiche ed abusi, in condizioni igienico-sanitarie degradanti.</p>
<p><em>continua a leggere e firma qui</em></p>
<p><a href="http://www.firmiamo.it/liberimigranti" target="_blank"><strong>http://www.firmiamo.it/liberimigranti</strong></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/06/per-la-chiusura-del-cie-di-santa-maria-capua-vetere/">Per la chiusura del CIE di Santa Maria Capua Vetere</a></p>
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		<title>Il popolo della gru. Cronaca di un’azione politica.</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 08:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p><em>[Una prima versione di questo testo è apparsa su <a href="http://www.alfabeta2.it">www.alfabeta2.it</a>]</em></p>
<p>2009: viene approvata la cosiddetta Sanatoria per colf e badanti. La Sanatoria è da subito “abusata”, come ampiamente previsto, dai lavoratori non regolari di cantieri, fabbriche, etc.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/07/il-popolo-della-gru-cronaca-di-un%e2%80%99azione-politica/">Il popolo della gru. Cronaca di un’azione politica.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gherardo Bortolotti</strong><strong>, </strong><strong>Andrea Inglese</strong> e <strong>Maria Luisa Venuta</strong></p>
<p><em>[Una prima versione di questo testo è apparsa su <a href="http://www.alfabeta2.it">www.alfabeta2.it</a>]</em></p>
<p>2009: viene approvata la cosiddetta Sanatoria per colf e badanti. La Sanatoria è da subito “abusata”, come ampiamente previsto, dai lavoratori non regolari di cantieri, fabbriche, etc. per uscire dalla clandestinità e dal lavoro nero. Oltre a dover pagare diverse centinaia o migliaia di euro tra bolli e contributi, spesso i migranti devono accedere a un mercato nero di finti datori di lavoro pronti, dietro pagamento, a presentare con loro la domanda di sanatoria. In tutto questo interviene anche una circolare del marzo 2010, detto Circolare Manganelli, che esclude dalla sanatoria i clandestini che hanno ricevuto un decreto di espulsione. La circolare dà luogo a diversi assurdi giuridici che vengono risolti in modo diverso a seconda dei contesti.</p>
<p><em>L’occidente è dunque questo luogo senza popolo? Il popolo sono sempre gli altri. Noi siamo individui spopolati. Spettatori, ma per nulla passivi. Assoldati dalle mille astuzie tecnologiche, per allestire come meglio ci riesce il nostro quotidiano spettacolo: ciò che del reale riusciamo a far filtrare fino a noi in dosi piacevoli, narcotizzando il resto, il disastro. </em><span id="more-37422"></span></p>
<p>Settembre-ottobre 2010: presidio di migranti di fronte all’ufficio unico della Prefettura di Brescia in via Lupi di Toscana, luogo con scarsa visibilità a ridosso del centro cittadino, per protestare contro il congelamento delle proprie domande di regolarizzazione presentate in occasione della Sanatoria 2009. Il presidio nasce dopo ricorsi al TAR sfavorevoli ai migranti e due sentenze del Consiglio di Stato, la prima sfavorevole e la seconda favorevole. I migranti si appoggiano all’Associazione “Diritti per tutti”, nata all’indomani delle mobilitazioni dei migranti, bresciane e poi nazionali, del 2000, e legata all’area della sinistra radicale bresciana. Coinvolge, oltre agli italiani, egiziani, marocchini, senegalesi, indiani e pakistani.</p>
<p><em>Lavoratori già invisibili sui luoghi di lavoro (senza contratto), si devono rendere invisibili anche dopo il lavoro (segregati in casa per non rischiare fermi ed espulsioni).</em></p>
<p>Fino all’11/10 il presidio è autorizzato, poi il Comune (dopo dichiarazioni del vice-sindaco leghista Fabio Rolfi sul fatto che la “ricreazione è finita”) toglie l’autorizzazione. Il presidio comunque procede, anche con manifestazioni in centro.</p>
<p><em>La rivendicazione dei diritti di cittadinanza è considerata una ricreazione, un momento di sfogo puerile, prima di tornare al silenzioso e ubbidiente lavoro nei cantieri. </em></p>
<p>30/10: ennesima manifestazione dei migranti. Il giovedì precedente viene vietata dalla Questura, per presunta interferenza con la concorrente festa degli Alpini ma la manifestazione si svolge lo stesso. Nel corso della stessa, un gruppo di migranti sale sulla gru nel cantiere della metropolitana di Piazza Cesare Battisti (allo sbocco nord del centro cittadino, in corrispondenza con il Carmine, quartiere popolare del centro, già povero e malfamato ora anche ad altissimo tasso di presenza straniera) per un’azione dimostrativa: appendere uno striscione che recita “Sanatoria”. C’è una breve carica dei Carabinieri. Nel frattempo il Comune approfitta dell’assenza dal presidio dei migranti per abbatterlo con le ruspe. Ne seguono alcuni momenti di tensione. I migranti sulla gru decidono di occuparla e chiedono un incontro con il Ministro degli Interni. Fuori dal cantiere si forma un altro presidio che si appoggia anche sulle stanze dell’adiacente parrocchia di San Faustino, messe a disposizione dal parroco Don Nolli. Il presidio vede la presenza di alcune decine di persone, tra migranti e italiani, e la solidarietà dei negozi e ristoranti stranieri del quartiere.</p>
<p><em>“Un popolo è ciò che si mostra per sfuggire all’invisibilità o all’assenza di potere sul proprio destino sociale. Il «Popolo» è la risposta, attraverso i fatti – attraverso il popolo – all’assenza di esistenza nella vita collettiva. Il popolo sarebbe ciò che si mostra e esercita un potere (quello di prendere la strada, lo spazio pubblico, di saccheggiare, di distruggere o costruire altrimenti) quando non si diano altre possibilità.”</em><strong>(1)</strong></p>
<p>01/11: la Curia fa uscire un comunicato. Mario Toffari, direttore dell’Ufficio per la pastorale dei migranti, chiede maggiore attenzione istituzionale sulla questione della sanatoria. La Curia è contraria all’occupazione della gru però ribadisce la “necessità di luoghi istituzionali di ascolto reale anche dei diritti e delle proteste dei migranti”.</p>
<p>02/11: Tavolo di confronto convocato dal Prefetto (presenti Comune e Provincia di Brescia, le forze dell’ordine, CGIL, CISL, Ufficio per la pastorale dei migranti) in cui viene proposto un presidio in luogo pubblico (da stabilirsi) e gestito dalla Curia. Viene inoltre proposto un tavolo permanente in Prefettura per discutere la situazione dei migranti. La disponibilità data dalla diocesi e dall’amministrazione è però legata sempre alla previa discesa dalla gru.</p>
<p><em>Il popolo della gru non ha rappresentanti. È, in Italia, un popolo capace d’azione politica, ma fuori da ogni rappresentanza. I mediatori accreditati (Curia, sindacati, PD) arrivano tutti troppo tardi, quando l’azione c’è già stata, e si propongono subito di revocarla, sostituendo ad essa un interessamento di circostanza. Sono stati coinvolti loro malgrado dal popolo della gru e devono ora distinguersi in qualche modo dalla polizia che sgombera, dal prefetto che ordina lo sgombero, dal sindaco che non fornisce risposte.</em></p>
<p>Nelle parole della prefetta Livia Narcisa Brassesco Pace l’offerta rivolta ai migranti è quella di “un presidio temporaneo gestito dall’Ufficio diocesano per la pastorale dei migranti, in collaborazioni con Cgil e Cisl per 15 giorni”. Inoltre “la Prefettura si impegna a creare un tavolo istituzionale sul tema della regolarizzazione e delle difficoltà riscontrate da chi si è visto la domanda respinta”. Il sindaco Adriano Paroli (PdL) dichiara che la proposta deve essere accettata subito e che non ci sarebbe stata più disponibilità a farne altre.</p>
<p>Nella stessa giornata, il PD bresciano prende ufficialmente posizione invitando i migranti a scendere dalla gru, critica la decisione di procedere alla manifestazione vietata del 30/10 ma ribadisce che il cuore del problema rimane nella legge che istituisce la cosiddetta Sanatoria truffa e nella successiva Circolare Manganelli.</p>
<p>I migranti rifiutano la proposta dicendo che scenderanno solo se ci sarà il permesso di soggiorno per tutti quelli che hanno partecipato all’occupazione, sopra e sotto. A seguito di questo rifiuto don Toffari dichiara che i migranti sembrano eterodiretti. La tesi che l’Associazione Diritti per tutti sia l’eminenza grigia dell’azione dei migranti è sostenuta più o meno apertamente anche da altri, tra cui la Lega e il sindaco, già dal 30/10.</p>
<p><em>Che il popolo agisca senza rappresentanti, questo non può essere compreso dai mediatori e dalle istituzioni, che immaginano allora dei rappresentanti “occulti”. Non solo la soggettività politica è negata, ma neppure può essere immaginata.</em></p>
<p>03/11: la Lega dichiara che indirà una manifestazione contro l’occupazione. La manifestazione poi non si farà.</p>
<p>04/11: I partecipanti al presidio rilasciano dichiarazioni rispetto al loro rifiuto del 02/11. Il presidio proposto sarebbe stato a tempo (15 giorni dopo una protesta che dura da più di un mese) e in un quartiere periferico a scarsissima visibilità. Al tavolo di discussione proposto presso la Prefettura non sarebbero stati presenti i rappresentanti dei migranti ma Curia, CGIL e CISL. Inoltre, in buona sostanza, non c’è più fiducia nei confronti del Comune e le richieste degli occupanti (permessi e incontro con il ministro Maroni) non sono state minimamente prese in considerazione.</p>
<p>06/11: manifestazione a sostegno dei migranti sulla gru. Circa 10.000 persone da tutta Italia. Tantissimi migranti. Il corteo riempie le strade bresciane per 4 ore e vi partecipa, tra le tante realtà, anche la RSU della INNSE Presse, la fabbrica milanese in cui nell’agosto 2009 si è inaugurata la pratica dell’occupazione dei tetti. Lo striscione della INNSE viene poi donato agli occupanti e caricato sulla gru. Lo stesso giorno, a Milano, un gruppo di migranti occupa la torre di una vecchia fabbrica dismessa.</p>
<p>Nel corso della manifestazione un giornalista di Crash (trasmissione RAI sui temi dell’immigrazione) sale sulla gru e passa la notte con gli occupanti, scendendo il giorno dopo tra lo stupore delle forze dell’ordine. Il giornalista ricava un reportage mandato in onda sulla televisione pubblica e visibile qui: http://www.unmondoacolori.rai.it/sito/scheda_puntata.asp?progid=1427</p>
<p><em>“L’attività politica (…) introduce sulla scena di ciò che è comune degli oggetti e dei soggetti nuovi. Essa rende visibile ciò che era invisibile, essa rende udibili come esseri parlanti ciò che si percepiva come animali rumorosi.”</em><strong>(2)</strong><strong> </strong><em>Il tema che i media e le istituzioni hanno rimosso, riappare nello spazio pubblico assieme al popolo che ne dà ora una formulazione politica: questa legge assurda, ipocrita, ingiusta!</em></p>
<p>08/11: intervento massiccio della forze dell’ordine intorno alle 6 del mattino, coordinate direttamente dal Ministero degli Interni. Ufficialmente il tentativo è quello di mettere in sicurezza gli occupanti, installando delle reti sotto la gru, ma, nei fatti, viene sgomberato il presidio ai piedi della gru e vengono operati fermi anche nelle stanze della parrocchia. Cariche e fermi per strada, anche ai danni di semplici curiosi, oltre che di redattori della radio antagonista Radio Onda d’Urto e di membri dell’associazione Diritti per tutti. I migranti fermati, nei giorni successivi, saranno molto rapidamente spostati nei CIE e, negli ultimissimi giorni dell’occupazione, quando si cerca di concludere la trattativa per far scendere i migranti dalla gru, espulsi.</p>
<p>I migranti sulla gru minacciano di buttarsi nel vuoto. La zona attorno al cantiere viene completamente bloccata e occupata dalle forze dell’ordine. Già dalla mattina si riforma il presidio con centinaia di persone. Si presentano al presidio sia esponenti del PD che della CGIL che della Curia. Il presidio rimane fino a sera inoltrata sotto la minaccia delle cariche, fino a quando si raggiunge una specie di accordo.</p>
<p>Tuttavia, sia la Prefettura che il Comune chiudono ogni possibile altra trattativa. I sindacati cercano di riaprire un tavolo istituzionale ma viene loro negato dalla prefetta.</p>
<p><em>Qui nessuno teorizza la violenza contro lo stato o contro i simboli del sistema capitalistico. La violenza politica residuale, ineliminabile, è ormai quella che i manifestanti rivolgono contro se stessi. Disoccupati che minacciano di lanciarsi dal balcone o di darsi fuoco. Operai che minacciano di gettarsi dalle gru. È una disperazione che trova un ordine simbolico entro cui esprimersi: il suicidio non sarà privato, e fuori dai costi della politica governativa. Dovrete conteggiarlo assieme ai benefici delle vostre leggi.</em></p>
<p>La questione inizia a prendere una dimensione nazionale. Camusso di CGIL chiede un incontro con Maroni e, il 10/11, i deputati PD bresciani fanno un’interrogazione in Commissione Affari Costituzionali. L’11/11 c’è la diretta con Annozero, che oltre a denunciare l’utilizzo arbitrario della forza nell’operazione del lunedì, porta in prima serata i caso dei migranti.</p>
<p><em>Trasformati di nuovo in spettatori. Ma alcuni di noi, nostri amici, sono lì a Brescia, nei presidi, nella manifestazioni, abitano nei pressi della gru. Un filo di realtà, non depotenziato, ci lega a loro, e da loro al popolo della gru. Come spettatore sono scandalizzato, gli amici di Brescia oramai sono solo esausti (“A parte la sensazione pratica di esser di colpo considerata illegale, con possibilità di esser fermata, la tensione emotiva fortissima, e di essere quasi in guerra, ho ferma nella mente l’immagine dei 2 migranti che si infilano la testa in due cappi che hanno appeso al braccio della gru” Maria Luisa).</em></p>
<p><em>D’un tratto la storia del nostro paese è più ricca: deve fare spazio a uno strano, inedito, gruppo di insorti: Arun, 24 anni pakistano, Rashid, 35 anni marocchino, Sajad, 27 anni pakistano, Papa, 20 anni senegalese. (Quanto pesano queste biografie? Quanta memoria e conoscenza del mondo custodiscono? Quanto valgono gli anni di un senegalese ventenne, che dopo aver abbandonato paese, lingua e famiglia, per lavorare clandestinamente in Italia, sale su una gru di 35  metri, dovendo ricordare agli italiani che è anche lui una persona?)</em></p>
<p>Nei giorni successivi si avvicendano le persone al presidio, con un deciso allargamento della base delle persone interessate alla vicenda. Viene fatta anche una lezione per strada da parte di alcuni docenti della Facoltà di Giurisprudenza cittadina. Da parte dell’amministrazione e della Prefettura c’è una chiusura totale. La tesi è: scendano e poi vedremo se è possibile trattare o meno. Sotto la gru, sembra che inizi un via vai più o meno chiaro di mediatori e rappresentanti delle comunità straniere. Si cerca di convincere i migranti uno per uno a scendere. Si ottengono due discese nei giorni dell’11 e del 12 novembre.</p>
<p><em>Un popolo forse non si misura in termini quantitativi, ma nella sua possibilità di “popolare”, ossia di prolungarsi, di radunare e richiamare intorno a sé altre sue componenti, ossia dei soggetti in grado di prendersi responsabilità nello spazio pubblico, al di fuori della cura domestica e familiare. </em></p>
<p>Intanto, tra presidio e forze dell’ordine c’è una continua contrattazione per fare arrivare cibo e coperte agli occupanti, tra dichiarazioni più o meno d’effetto del Comune e della Lega, di prendere per fame gli occupanti. Questi ultimi non si fidano più di Toffari, rappresentante della Curia, e chiedono di avere come interlocutori solo il presidio e Diritti per tutti con i rappresentanti delle diverse comunità che vi gravitano attorno.</p>
<p>13/11: una manifestazione antifascista, indetta per contrastare una manifestazione di Forza Nuova poi non tenutasi, raggiunge con circa duemila persone la gru. Alcuni attivisti venuti da altre città lombarde, dopo uno svolgimento estremamente pacifico del corteo, provoca la forze dell’ordine sotto la gru che iniziano una serie di cariche molto aspre, con inseguimento nei vicoli e fermi. L’intervento dei militanti bresciani isola i manifestanti più facinorosi. Il presidio si riforma nel giro di poche ore, di nuovo con numeri abbastanza significativi.</p>
<p>14/11: nel corso del pomeriggio, i migranti sulla gru iniziano ad urlare perché sono affamati. Le forze dell’ordine non fanno passare il cibo che arriva dal presidio e gli occupanti non si fidano di quello della Caritas offerto da Toffari. Nella giornata c’è anche una dichiarazione del Vescovo che difende l’operato di Toffari ma dichiara che il rispetto della persona umana viene prima di ogni interesse di parte e di ogni strategia politica. La sera, dopo una giornata di estrema tensione tra presidio e forze dell’ordine, si arrivano ad un accordo e, dopo due giorni, gli occupanti ricevono il cibo.</p>
<p>15/11: la mattina arriva la notizia di un nuova trattativa tra Curia, CGIL e CISL, da una parte, e Prefettura e Amministrazione dall’altra. Nel corso della giornata la cosa prende forma e la sera, intorno alle 9, gli occupanti scendono dalla gru sotto una pioggia scrosciante e tra gli applausi di centinaia di persone raccolte in due piazze, immediatamente a nord e a sud della gru. Dopo un passaggio in questura, vengono rilasciati.</p>
<p>L’accordo prevede piena e fidata tutela legale agli occupanti che scendono, la creazione di un presidio, la creazione di un tavolo presso la Prefettura. Nelle stesse ore vengono espulsi i migranti fermati l’8/11 e, a Milano, nel tragitto tra il Consolato egiziano e la Prefettura, due attivisti di Diritti per tutti vengono fermati. Uno di essi, straniero, viene espulso nel giro di qualche giorno. Tutte queste espulsioni avvengono nonostante i soggetti avessero in corso la richiesta di permesso.</p>
<p>16/11: la Prefettura e la Questura dichiarano che la proposta della Curia, CGIL e CISL non è mai stata avallata. Il sindaco Adriano Paroli e il vice-sindaco Fabio Rolfi rimandano la decisione sul presidio al Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico, il 3/12, a cui però non partecipano né la Curia, né i sindacati né i migranti. Il sindaco comunque ha ammesso che “sono emersi problemi sull’interpretazione della legge”.</p>
<p><em>L’azione politica non è a somma zero. Essa ha mostrato l’oscenità del quadro legale, la sua incoerenza rispetto ai valori elementari della democrazia, e con una chiarezza fino a quel momento mai raggiunta dai professionisti dell’informazione nazionale. Nessuno poteva dirlo meglio di loro, passati dalla condizione di vittime genericamente compiante a quella di acrobati coraggiosi e ben individuati della disubbidienza civile.</em></p>
<p>17/11: CGIL, CISL e Curia chiedono un’incontro con la prefetta e ribadiscono la loro intenzione che l’accordo venga attuato.</p>
<p>18/11: riprende un presidio non autorizzato in via San Faustino, con la presenza non massiccia ma comunque visibile di forze dell’ordine. Nel frattempo vengono fermati diversi migranti e il quartiere del Carmine continua a vedere una forte presenza di polizia. Sul piano politico, si sollevano polemiche sui danni dovuti all’occupazione (che vengono attribuiti, dalla Giunta, a Diritti per tutti ) e sulla gestione datane dalla Giunta (che, nel frattempo, per una questione legata all’uso delle carte di credito del Comune, viene quasi in blocco indagata per peculato).</p>
<p>22/11: si riunisce il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, seguito da un incontro della prefetta con CGIL, CISL e il Centro migranti della Curia di Brescia. La Prefettura dichiara la propria disponibilità all’apertura di un tavolo di confronto nel quale confluiranno le comunità immigrate, i rappresentanti di associazioni di categoria e di industriali (CDC, CNA, AIB, CDO), dei sindacati (CGIL, CISL, UIL e UGL), del Comune e della Provincia. Non vengono date indicazioni in merito al ripristino del presidio di protesta.</p>
<p>24/11: La questura nega il proprio assenso alla richiesta di alcuni cittadini italiani, che chiedevano che venisse autorizzato il presidio di protesta ancora in corso in via San Faustino. Lo stesso giorno viene fissato al 9/12 il Consiglio territoriale sull’immigrazione, ovvero il tavolo di confronto indicato dalla Prefettura il 22/11.</p>
<p>28/11: Padre Zanotelli incontra gli occupanti della gru al presidio non autorizzato di via San Faustino.</p>
<p>02/12: dopo la riunione del Comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico, viene approvato dalla Prefettura un presidio itinerante, proposto alcuni giorni prima da Mario Toffari dell’Ufficio per la pastorale dei migranti oltre che da CGIL e CISL. Due volte a settimana, per tre ore, italiani e stranieri potranno manifestare il proprio dissenso in luoghi diversi della città ancora da definirsi.</p>
<p>Nel frattempo, viene fissata dai migranti, da Diritti per tutti e da altre realtà, una manifestazione per l’11/12.</p>
<p>°</p>
<p><em>Note</em></p>
<p>(1)Da una lettera di Jean-Paul Curnier in Nathalie Quintane, <em>Tomates</em>, P.O.L., 2010.</p>
<p>(2) Jacques Rancière, <em>Politique de la littérature</em>, Galilée, 2007.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/07/il-popolo-della-gru-cronaca-di-un%e2%80%99azione-politica/">Il popolo della gru. Cronaca di un’azione politica.</a></p>
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		<title>Siamo qui, siamo qui!</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 01:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Venuta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/P1000451.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Maria Luisa Venuta</strong></p>
<p>Da domenica scorsa mi sveglio al mattino con il suono di una <em>vuvuzela</em> che dalla gru nel cantiere che si trova dietro casa dà un segnale alla città. Dice che i ragazzi che sono sulla gru sono ancora lì, che hanno trascorso la notte e che stanno per iniziare una lunga giornata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/05/siamo-qui-siamo-qui/">Siamo qui, siamo qui!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/P1000451.jpg"><img class="size-medium wp-image-37136 alignnone" title="La gru" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/P1000451-225x300.jpg" alt="" width="158" height="210" /></a></p>
<p>di <strong>Maria Luisa Venuta</strong></p>
<p>Da domenica scorsa mi sveglio al mattino con il suono di una <em>vuvuzela</em> che dalla gru nel cantiere che si trova dietro casa dà un segnale alla città. Dice che i ragazzi che sono sulla gru sono ancora lì, che hanno trascorso la notte e che stanno per iniziare una lunga giornata. Un’altra giornata lassù a 35 metri di altezza.<br />
La gente che passa al mattino andando verso gli uffici verso le scuole, le università passa sotto la gru e con il naso in su guarda se sono ancora lì. Loro escono dalla cabina del manovratore, appendono uno striscione enorme con scritto “sanatoria” e poi parlano con il gruppo che accanto al cantiere si da il cambio a presidiare, a non lasciarli soli né di giorno né di notte. La gru non è più una L capovolta nel cielo che sovrasta l’entrata a nord nel centro storico di Brescia, è diventata un enorme punto di domanda.</p>
<p><span id="more-37135"></span>Non puoi evitarlo. Lo sguardo sale e scende. La mente va e viene. Il punto interrogativo è lì enorme sopra le piazze, i palazzi, le donne, gli uomini e i bimbi che transitano, che vivono normalmente, secondo un copione che ci si è costruiti e che si segue costantemente, senza grosse sbavature. Le domande sorgono spontanee. Dal chiedersi semplicemente come facciano a vivere le quotidianità fisiche, come stiano tutto il giorno e la notte  in quella cabina sospesa nel vuoto. Ci si chiede come abbiano fatto a resistere durante i tre giorni di pioggia e vento che hanno fatto ruotare continuamente il braccio della gru, mentre il Nord Italia andava sott’acqua e loro non mollavano con una forza inaspettata. Ci si chiede che cosa accadrà, quanto durerà. Poi si guarda in alto. Da là sopra forse la visione del sistema cambia. Le logiche diventano diverse. Il gioco della sopravvivenza riappare nella sua crudezza.</p>
<p>La forza che arriva dalla cabina della gru non è quella di cinque o sei disperati, che presi dalla rabbia e dal desiderio di provocazione, salgono sulla gru e da qui non scendono. No.  Dopo cinque giorni, di cui tre passati nella tempesta di pioggia e vento, direi che non è quella la leva che spinge loro e che scuote chi sta con i piedi sull’asfalto e con il naso all’insù. La forza che arriva da là sopra è più profonda: parla di fiducia nel sistema, di dignità umana, di desiderio di lavorare con gli stessi diritti e doveri di chi è nato qui. Tutti elementi che in una democrazia sana sarebbero tutelati e che invece sono stati via via calpestati. Elementi che sabato scorso sono stati anche vilipesi in modo violento e maldestro quando, durante la manifestazione per i diritti dei migranti, il presidio permanente, che era stato montato da un mese in un’aiuola verde di fronte alla questura poco fuori dal centro, è stato divelto e sbriciolato con le ruspe su ordine del vicesindaco di Brescia. Un inganno sull’inganno. Questi uomini hanno pagato di tasca loro per accedere alle procedure della regolarizzazione, poi hanno versato i contributi INPS connessi ai contratti di lavoro indispensabili per ottenere i permessi di soggiorno. Chi ha sborsato già tremila euro, chi cinquemila in questi ultimi due anni di lunghe file in questura e di attese interminabili per arrivare ad avere i documenti in regola. Soldi che lo Stato si è intascato. Poi improvvisamente la circolare di quest’anno sull’impossibilità della cosiddetta sanatoria a regolarizzare chi era incappato in reato di clandestinità, perché sorpreso senza documenti negli anni scorsi. Da qui la totale incertezza del diritto, la confusione, la completa deresponsabilizzazione dei politici che hanno combinato il pasticcio, lasciando alla soggettiva decisione dei TAR locali la scelta sul comportamento da seguire. Restituire i soldi o concedere i permessi di soggiorno? A Brescia, come in altre città, è stato il caos e il vuoto decisionale.</p>
<p>Nel vuoto, il senso della truffa si è amplificata fino a stravolgere il senso del presente e del futuro individuali e delle comunità straniere. Questo penso con il naso all’insù guardando la gru e i suoi temporanei abitanti. Sembra un mondo sospeso in una bolla di vetro. I loro sguardi indagano che cosa sta avvenendo lì sotto. Ci si saluta, si parla e si riprendono trattative e pianificazioni di manifestazioni. Poi partono i megafoni in un dialogo tra basso e alto, tra il sopra e il sotto. La città è lì intorno. Un po’ silente, presa da se stessa, si svela anestetizzata da anni di televisione e di reality. Il mondo sospeso nella cabina sulla gru non rappresenta nulla di ambito, anzi è qualcosa che forse si vorrebbe nascondere o non vedere. I tamburi urbani inventati con le protezioni del cantiere diventano un tam tam che richiama l’attenzione dei passanti, il presidio si amplia di presenze, di canti e di slogan urlati, ritmati. “Basta truffa!” “Basta fregare!”“Basta truffa!” “Basta fregare!”</p>
<p>Le ore scorrono. I migranti offrono dolci, tè caldo, caffè zuccherato a tutti quelli che stanno lì anche se per qualche minuto. Parole, presenze che giorno dopo giorno ritrovano il senso del termine “solidarietà”. Elemento trascurato da chi governa la città perché non offre nulla se non se stesso, ma è il cardine della rete di connessione e di riconoscimenti che si sta tessendo lentamente  in questi giorni intorno alla gru. Qualcuno dice che una volta, nel giro di poche ore, si sarebbero riempite le piazze per protestare e scioperare di fronte allo smantellamento del presidio. Oggi non più. E sembra già un’operazione ben riuscita il mantenere vivo e forte il presidio giorno dopo giorno, notte dopo notte. Troppi anni di sfilacciamento delle relazioni sociali che non danno più spazio all’azione politica e collettiva diretta e l’incapacità di vedere. Chi rappresenta cosa?<br />
La piccola comunità sulla gru ci interroga su come sia stato possibile arrivare a questo punto. Ci chiede di interrogarci su chi in questo momento abbia meno da perdere. Loro in alto sospesi nel vuoto, ma talmente consapevoli tanto degli inganni di questo sistema, quanto della loro dignità umana da rischiare in prima persona per avere riconosciuti i propri diritti. O noi che stiamo lì sotto con il naso in su, ma persi tra le traiettorie quotidiane delle nostre esistenze, rassegnati alle angherie politiche, alla squallida gestione di lavori precari spesso sottopagati, rassegnati nell’accettare che si calpesti quello che rimane del sistema democratico italiano: la possibilità di esprimersi e manifestare le proprie opinioni in modo pacifico per difendere e tutelare i propri diritti come essere umani prima che come cittadini.</p>
<p>Per seguire via web che cosa sta avvenendo a Brescia:<a href="dirittipertutti.gnumerica.org/"> </a>http://dirittipertutti.gnumerica.org/</p>
<p><span style="color: #993366;"><strong>Per tutti l’invito è a partecipare alla manifestazione che si terrà a Brescia sabato 6 novembre<a href="http://dirittipertutti.gnumerica.org/files/2010/11/50415_159194094116656_1446073_n.jpg"> </a>con ritrovo alle ore 15 in piazza Loggia.</strong></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/05/siamo-qui-siamo-qui/">Siamo qui, siamo qui!</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La frontiera dei diritti e il diritto della frontiera</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 06:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>a cura di Antonio Sparzani<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/immigrati-lampedusa.JPG"></a><br />
Nei giorni 11-12 set- tembre 2009 Magi- stratura Democratica ha organizzato a Lampedusa un <a href="http://magistraturademocratica.it/files/locandina.pdf">convegno</a> dal titolo: <em>LA FRONTIERA DEI DIRITTI IL DIRITTO DELLA FRONTIERA</em>, il cui documento finale può essere scaricato da <a href="http://magistraturademocratica.it/2009/08/24/la-frontiera-dei-diritti-lampedusa-11-e-12-settembre-2009">qui</a></p>
<p style="text-align:right;">
</p><p>Riporto qui alcuni stralci, virgolettati, di dichiarazioni di partecipanti al convegno, raccolti da Chiara Avesani e pubblicati su <em>Peace Reporter</em> n.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/la-frontiera-dei-diritti-e-il-diritto-della-frontiera/">La frontiera dei diritti e il diritto della frontiera</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di Antonio Sparzani<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/immigrati-lampedusa.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/immigrati-lampedusa-300x212.jpg" alt="immigrati-lampedusa" title="immigrati-lampedusa" width="300" height="212" class="alignleft size-medium wp-image-25848" /></a><br />
Nei giorni 11-12 set- tembre 2009 Magi- stratura Democratica ha organizzato a Lampedusa un <a href="http://magistraturademocratica.it/files/locandina.pdf">convegno</a> dal titolo: <em>LA FRONTIERA DEI DIRITTI IL DIRITTO DELLA FRONTIERA</em>, il cui documento finale può essere scaricato da <a href="http://magistraturademocratica.it/2009/08/24/la-frontiera-dei-diritti-lampedusa-11-e-12-settembre-2009">qui</a></p>
<p style="text-align:right;">
<p>Riporto qui alcuni stralci, virgolettati, di dichiarazioni di partecipanti al convegno, raccolti da Chiara Avesani e pubblicati su <em>Peace Reporter</em> n. 10, ottobre 2009.</p>
<p><strong>Armando Spataro</strong>, Procuratore aggiunto a Milano e membro dell&#8217;Anm:<br />
«L&#8217;ipotesi che gli immigrati respinti possono richiedere in Libia l&#8217;asilo politico è una forma di ipocrisia. In Libia c&#8217;è un regime che palesemente non rispetta i diritti civili ed internazionali. <span id="more-25847"></span>Lo ha detto anche Gheddafi, accanto a Berlusconi, che quelle persone non hanno diritto d&#8217;asilo. Quell&#8217;accordo con la Libia è un gravissimo errore, del governo Berlusconi, ma anche di quello presieduto da Giuliano Amato, che firmò l&#8217;accordo».<br />
«L&#8217;immigrazione clandestina porta terrorismo in Italia? È falso, nemmeno parzialmente vero, ma totalmente falso. I dati statistici mostrano che terroristi, cioè i condannati per associazione per finalità di terrorismo, nella quasi totalità vivevano nel nostro paese, non in clandestinità, ma regolarmente e con attività lavorative che si protraevano da parecchio tempo. È vero che i criminali e anche questo tipo di delinquenti entrano in Italia regolarmente con documenti falsi, con visti per turismo, non certo con carrette di cui si occupa la politica dei respingimenti. Il diritto alla sicurezza in Italia diventa la maschera di un vero e proprio razzismo, la giustificazione di una barbarie feroce. Il reato d&#8217;immigrazione clandestina è solo un brand, un marchio di fabbrica, perché non serve a nulla. Un marchio barbaro che si vuole ostentare e che fa si che l&#8217;Onu e l&#8217;Ue ci tengano sotto controllo».</p>
<p><strong>Luigi Ferrajoli</strong>, Professore di Filosofia del diritto:<br />
«Queste norme si trovano in contraddizione profonda con i principi della tradizione liberale. Entro questa tradizione, il diritto di emigrare è il più antico dei diritti naturali risalente a prima delle teorizzazioni di Hobbes e Locke».<br />
«Dopo cinque secoli di colonizzazioni e rapine non sono più gli europei a emigrare nei paesi poveri del mondo, ma sono al contrario le masse affamate di questi stessi paesi che premono alle nostre frontiere. Ma con questo rovesciamento si è prodotto anche un rovesciamento del diritto.»<br />
«La nuova normativa è indegna moralmente: chiede l&#8217;immunità delle nostre terre dall&#8217;immigrazione di altri».</p>
<p><strong>Guido Neppi Modona</strong>, ex vice presidente della Corte Costituzionale:<br />
«L&#8217;elenco dei diritti fondamentali e irrinunciabili che sarebbero assicurati anche agli immigrati irregolari diviene amara ironia se si pensa che, dopo le recenti leggi n. 38 e 94 del 2009, lo straniero illegale è destinato, quando non immediatamente espulso, a essere internato in quei gironi infernali che sono i Cie &#8211; centri di identificazione e di espulsione – per un periodo di sei mesi, rinnovabile anche più di una volta (sino a un massimo di diciotto mesi, alla stregua di una direttiva UE del 2008). In quei centri si sopravvive come bestie, privi anche di quella minima libertà di movimento che avevano i sospetti briganti, camorristi e mafiosi inviati al domicilio coatto nelle isole minori durante la seconda metà dell&#8217;800. L&#8217;unica via – aggiunge – è di capovolgere l&#8217;impianto dell&#8217;attuale disciplina giuridica dell&#8217;immigrazione, senza che questo significhi consentire libero ingresso anche a chi viene in Italia per svolgere attività criminose. I professionisti del crimine non arrivano in Italia sulle carrette del mare o nascosti nei Tir che provengono dai paesi dell&#8217;ex Unione Sovietica o del Medio Oriente: entrano in Italia muniti di &#8220;regolari&#8221; documenti falsi o con visti turistici, lungo percorsi e circuiti che nulla hanno a che vedere con quelli seguiti dalle vittime sfruttate dagli spietati trafficanti dell&#8217;immigrazione clandestina.»</p>
<p><strong>Fernanda Contri</strong>, già membro della Corte Costituzionale e del Csm, ha concluso i lavori affermando:<br />
«Il nostro impegno personale, qualunque lavoro svolgiamo, è quello di far cambiare questo modo di sentire e legiferare, senza rabbia, ma conservando tutta intera la capacità di indignazione di cui siamo capaci, con fermezza. Per non mollare bisognerà avere giudici coraggiosi, anche giudici costituzionali coraggiosi, che hanno proprio il sacro dovere di essere coraggiosi, ispirandosi all&#8217; Art. 2, il faro di tutta la Costituzione.»</p>
<p>[il quale articolo 2 suona così: art. 2. <em>La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale</em>.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/la-frontiera-dei-diritti-e-il-diritto-della-frontiera/">La frontiera dei diritti e il diritto della frontiera</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Clan a Montesanto</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 17:40:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno, è stato commemorato giovedì scorso da un presidio di associazioni e collettivi che si è tenuto nello stesso quartiere Montesanto dove il 33enne è stato ucciso dai killer della camorra il 26 maggio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/">Clan a Montesanto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/agguato_04.jpg" alt="agguato_04" title="agguato_04" width="576" height="324" class="alignleft size-full wp-image-18526" /></p>
<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno, è stato commemorato giovedì scorso da un presidio di associazioni e collettivi che si è tenuto nello stesso quartiere Montesanto dove il 33enne è stato ucciso dai killer della camorra il 26 maggio. E’ morto con ancora addosso la sua fisarmonica, per alcune ore si è pensato che fosse lui l’obiettivo del raid, Petru invece era uno che si guadagnava da vivere suonando insieme alla moglie per i vicoli del centro di Napoli.<span id="more-18523"></span> Il rumeno è l’ennesima vittima innocente di una sparatoria di camorra, la cui dinamica, tuttavia, se ricostruita, racconta di una morte assai più che incidentale: col suo aspetto dimesso Petru potrebbe essere stato subito identificato dai killer, furiosamente impegnati in una rappresaglia in territorio nemico, come un morto che non si paga, un disgraziato su cui si può sparare per creare ancora più clamore. Quella sera infatti, 6 esponenti del clan Ricci-Sarno, tra cui alcuni a volto scoperto, a bordo di tre scooter hanno attraversato i Quartieri Spagnoli seminando il terrore e sparando presso alcune basi di spaccio per intimare loro di non osare cambiare fornitori di droga. Nell’ultima tappa, i killer hanno ucciso Petru e ferito un 14enne che cercava riparo dall’improvvisa pioggia di proiettili caduta su una piazza come sempre affollata di gente. L’azione si inserisce all’interno dello strisciante conflitto del clan Ricci contro i Mariano, e che vede i primi alleati con la potente famiglia Sarno che dalla periferia est di Ponticelli domina varie zone dell’hinterland napoletano, un conflitto, questo, destinato a non placarsi. I killer sono arrivati in piazza Montesanto, nel territorio di appartenenza dei loro avversari, sparando all’impazzata per ribadire che il quartiere deve ubbidire a loro e dando l’ennesimo avviso ai Mariano dopo la recente scarcerazione di uno dei loro leader storici, Marco Mariano, intorno al quale temono che il clan possa ritrovare il prestigio dei primi anni ‘90. Questo sebbene, un mese fa, “Marcuccio” abbia fatto pubblicare una forbita e sorprendente lettera sul quotidiano “Il Giornale di Napoli”  in cui afferma che i Quartieri Spagnoli non gli interessano. La dinamica dell’azione del 26 maggio è stata da far west, dopo i primi colpi sparati in aria i killer si sono aggirati in moto tra la gente che fuggiva, urlando che stavano cercando i guappi del quartiere. “Quelli a volto scoperto avranno avuto al massimo 20 anni e si capiva da come erano esaltati che erano fatti di coca” racconta uno degli involontari testimoni “ Io credo che intendessero dare un avviso anche agli abitanti di Montesanto, soprattutto ai giovani, affinché non sostengano il clan locale, come se poi la camorra fosse un esercito di leva regolare”. Strategia della deterrenza, applicata ad un quartiere socialmente misto del centro, e che poteva facilmente diventare una strage. Petru Birladeandu ha avuto la sola colpa di non essersi accorto della sparatoria, ritrovandosi di fronte ai killer che quindi gli hanno sparato, forse allarmati dalla sua incauta traiettoria, forse perché “fare un morto”avrebbe dato più lustro alla loro operazione militare, ma questo non lo sapremo mai. Napoli trema ancora per la sua catastrofe più distruttiva, la camorra, proprio mentre molti lamentano che il fenomeno Gomorra abbia reso un’immagine distorta della città.  Le forze dell’ordine hanno risposto a questa tragica sparatoria con una maxi retata di ben 64 esponenti del clan Sarno, nella notte successiva al 26 maggio, accelerando i risultati dell’inchiesta che viene dal primo pentito del clan, Nunzio Boccia. Ma gli scontri non si sono fermati, lunedì notte, ai Quartieri Spagnoli, un transessuale è stato ferito durante un’altra sparatoria tra camorristi. Oltre alla contesa del territorio e al timore dei Ricci per una riorganizzazione dei Mariano, la guerra è dovuta anche al recente blitz contro il clan dei narcotrafficanti di Scampia, gli Amato-Pagato, che con la loro corsia preferenziale dal Sudamerica attraverso la Spagna rifornivano di droga la città e la provincia napoletana. Gli arresti dei narcos, infatti, stretti alleati dei Sarno, hanno infranto una condizione di monopolio e aperto altri scenari, scompigliando gli equilibri e le forniture delle piazze di spaccio. Tutto ciò avviene sull’inquietante sfondo che vede i boss, data la morsa della magistratura e l’inasprirsi delle pene, ricorrere ad una manovalanza sempre più giovane, ragazzi armati e mandati ad uccidere, desiderosi di fama e denaro, esaltati dalla coca e dalla fiducia dei loro capi. Giovani, corrotti dagli adulti, che sparano ad altri giovani rinforzando l’inevitabile binomio tra criminalità organizzata e disagio giovanile che solo le istituzioni ormai sembrano trascurare e contro cui la sola repressione è insufficiente. Forse, se non verranno arrestati, quei giovanissimi killer di Petru che hanno agito incautamente a volto scoperto, ormai troppo scomodi, moriranno per mano dei loro mandatari.<br />
Intanto, la faida di Scampia del 2004-2005 ha creato un nuovo parametro di azione per la criminalità organizzata: attaccare il consenso territoriale degli avversari, distruggerne l’economia, esercitare una violenza che incuta terrore e impedisca il normale svolgimento di ogni attività quotidiana lì dove i nemici sono arroccati. Una logica da guerriglia di cui bisogna prendere atto, dove ormai le vittime innocenti possono fare gioco alle strategie militari dei clan che difendono i loro monopoli milionari di droga. Narcotraffico internazionale, strategie del terrore, sfruttamento della marginalità giovanile, sono queste tre chiavi di lettura del presente delle criminalità organizzate, l’altra faccia di quello sviluppo senza progresso, del neoliberismo selvaggio e di un’ignorata emergenza giovanile che caratterizzano i nostri tempi. Eppure, già il magistrato Alessandro Pennasilico, componente del pool anticamorra, aveva di recente lanciato un appello alle istituzioni affinché agiscano con delle politiche sociali ed economiche nei territori in mano alla camorra, riconoscendo che la sola azione giudiziaria non basta. L’omicidio dell’innocente Birladeandu, che deve far riflettere le nostre coscienze, non ha avuto nessuna eco sui media nazionali. Alla base di tanta indifferenza ci sarà il tentativo di proteggere l’immagine turistica della città, l’investimento politico del governo Berlusconi su una Napoli “riportata in occidente” oppure la nostra assuefazione all’orrore che ci circonda? </p>
<p>pubblicato su &#8220;Repubblica&#8221;, Napoli, 6.6.2009.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/">Clan a Montesanto</a></p>
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		<title>Storie di migranti (un blog)</title>
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		<pubDate>Sat, 16 May 2009 07:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Ad una manifestazione anti-razzista ho conosciuto Katie Hepworth, una giovane artista australiana, con una formazione di architetto e un'esperienza di militante. Mi ha segnalato il sito </em><a href="http://passaparolemilano.wordpress.com/about/">passa parole</a><em>, in cui ha raccolto e trascritto con amici italiani storie di migranti per lo più "invisibili".</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/16/storie-di-migranti-un-blog/">Storie di migranti (un blog)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Ad una manifestazione anti-razzista ho conosciuto Katie Hepworth, una giovane artista australiana, con una formazione di architetto e un'esperienza di militante. Mi ha segnalato il sito </em><a href="http://passaparolemilano.wordpress.com/about/">passa parole</a><em>, in cui ha raccolto e trascritto con amici italiani storie di migranti per lo più "invisibili". Insomma, un'australiana, a Milano, che ascolta racconti di cosidetti extracomunitari. Speriamo che ci sia qualche italiano curioso di leggerli e di diffonderli. a. i.]</em></p>
<p>Io sono Senegalese. Sono in Italia da un anno e sei mesi. Tu parti e pensi che l’Europa e’ il paradiso, perchè nei film noi vediamo dei bei vestiti, delle belle macchine, delle belle ragazze, ma è difficile vivere qua in Italia. In Senegal c‘è la bella vita, c’è tutto, ma noi del Senegal viviamo per i nostri parenti. Le culture Europea e Africana sono diverse. Nella vostra cultura, voi guadagnate la vostra vita da soli, per affittare una casa, per vivere da soli. Noi non viviamo cosi, noi viviamo per la famiglia, per aiutare nostro padre, nostra mamma, nostro cugino, tutti. In Africa non ci sono due persone, tre persone, una persona, noi viviamo in famiglia. Io non sono qua per vivere solo per me, sono in Italia per aiutare mia mamma. Lei mi ha detto “tu sei il mio figlio più serio, sei tu che devi andare per primo.” E ha preso tutti i suoi soldi, il braccialetto, ha preso tutto, ha venduto tutto, per mandarmi qua, per darmi dei soldi per fare il viaggio per partire, per fare, per trovare lavoro, per aiutare.<br />
<span id="more-17745"></span><br />
Prima sono andato a Brescia e sono rimasto un anno e sei mesi, e adesso sono qui a Milano da 3 mesi. Sono appena arrivato a Milano. A Brescia c’è la Lega Nord adesso, per questo sono andato via. Sono stato un anno e tre mesi senza lavoro. Se non puoi lavorare, vai a vendere [borse]. Per forza devo fare questo lavoro, di mettere le cose da vendere per terra. Non posso fare altro che vendere la roba cosi. Ci sono due possibilità per noi: se non hai il permesso di soggiorno, non puoi lavorare; se non puoi lavorare, non puoi avere qualcosa da mangiare. Mia mamma mi ha pagato il biglietto per venire qua. Io non posso restare a casa a dormire, senza pagare il mio affitto, senza pagare da mangiare, senza mandare qualcosa alla mia mamma nel nostro paese. Ho lavorato qualche giorno in ditte Italiane, e ho anche fatto della pubblicità, volantinaggio. Devo fare qualcosa, e quando non posso lavorare vado a vendere: devo per forza vendere le cose per strada. Ma adesso con le cose che si vendono così non si guadagna niente: c’è la crisi. Perciò la gente non compra. Adesso loro (gli italiani) dicono sempre che noi abbiamo rubato il lavoro dei loro figli, loro dicono questa cosa. Ma sai una cosa? Siamo noi che lavoriamo in fabbrica, che facciamo lavori pesanti che ti possono fare male. I loro figli non vogliono fare questi lavori, ma loro dicono comunque che noi abbiamo preso tutto il lavoro dei loro figli.</p>
<p>Quando tu scrivi su questo lavoro di vendere per strada, scrivi che questo lavoro e’ un lavoro brutto. La gente ti manca di rispetto. Vedono che tu sei lì per lavorare, ma non ti guardano. E poi, quando metti la roba giù, ci sono tanti problemi: i vigili, la polizia, la finanza, i carabinieri. Quando torni a casa, quando dormi, i tuoi sogni diventano questo: carabinieri, finanza, vigili. Non sono tranquillo per questo. Anche senza vendere non sto tranquillo. Se sei nero, ti fermano, ti chiedono documenti. Se non hai documenti, loro ti prendono, ti tengono due giorni, tre giorni, quattro giorni. Ti mandano in prigione, perciò quando sei fuori devi nasconderti bene, ma non sai quando loro ti possono prendere, ed espellerti. La prima volta, quando ti fermano, ti tengono 24 ore poi ti danno il “foglio di via” (di espulsione). Poi, quando ti prendono ancora, devi stare recluso due o tre giorni. Poi devi andare in tribunale. È come un film: ti mettono le manette, ti trasportano con cinque o sei macchine, usano la sirena, come se avessero preso un assassino. Ma sai una cosa, noi non abbiamo fatto niente. Quando mi hanno preso, mi sentivo male, una persona veramente degna non deve andare in galera. Mi ha fatto male. Ti fa male perchè vuoi tornare al tuo paese e rimanere lì, ma quando pensi questa cosa pensi anche alla tua mamma, pensi che devi essere forte, che devi lavorare. Perciò noi siamo forti e non abbiamo paura di loro. I poliziotti, come altre persone, possono essere buoni, ma ce ne sono di razzisti, cattivi. Non vogliono vedere una persona vendere. Quando metto la roba giù mi dicono “ma tu, negro, tu devi andare al tuo paese”.</p>
<p>La polizia non deve sapere dove viviamo. Sai perchè? Perche possono venire a casa tua per chiedere i documenti. Se non hai i documenti loro vengono a guardare se hai qualcosa: se vedono che tu hai soldi, prendono questi soldi e vanno via. Perciò quando vado a casa controllo se c’è qualcuno dietro di me, che mi segue per scoprire dove vivo. Se non hai documenti, sei un bastardo per loro. Dobbiamo, io devo subire il male, ma cosa possiamo fare?… Ma poi quando avrò il permesso di soggiorno, conosco il miei diritti, potrò prendere un avvocato. Quando avrò i documenti, avrò un lavoro, sarò tranquillo.</p>
<p>È molto difficile vivere in Italia, ma è molto difficile andarsene. Diciamo che noi siamo entrati in una tomba e non possiamo uscire.<br />
<em><br />
D è un ventenne senegalese, il secondo figlio, tra tanti, che è stato mandato in Italia dai suoi genitori, per guadagnare soldi per aiutare i suoi genitori e l’estesa famiglia. Il suo biglietto è stato acquistato da sua madre che ha venduto tutto, ma tra i lavori occasionali, e i crescenti problemi dell’economia, lotta per riuscire a mandare denaro alla sua famiglia, sopravvivere qui e pagare i debiti.</em></p>
<p>[Continua a leggere <a href="http://passaparolemilano.wordpress.com/2009/">QUI</a> ]</p>
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		<title>Nabruka. Un omicidio.</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2009 11:05:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Ieri nel CIE (ex CPT) di Ponte Galeria a Roma è morta Nabruka Mimuni. Aveva 44 anni. Sarebbe stata espulsa in mattinata, e le sue compagne l&#8217;hanno trovata impiccata in bagno. Nabruka era in Italia da più di vent&#8217;anni, lavorava per una cooperativa, e lascia un marito e un figlio. Era stata catturata due settimane fa dalla polizia mentre era in coda in Questura per rinnovare il permesso di soggiorno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/08/nabruka-un-omicidio/">Nabruka. Un omicidio.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri nel CIE (ex CPT) di Ponte Galeria a Roma è morta Nabruka Mimuni. Aveva 44 anni. Sarebbe stata espulsa in mattinata, e le sue compagne l&#8217;hanno trovata impiccata in bagno. Nabruka era in Italia da più di vent&#8217;anni, lavorava per una cooperativa, e lascia un marito e un figlio. Era stata catturata due settimane fa dalla polizia mentre era in coda in Questura per rinnovare il permesso di soggiorno.</p>
<p>Sentite la diretta radiofonica di Radio Blackout, la radio animata dai tanto temibili anarchici torinesi &#8211; che però, rara avis, non smettono un istante di seguire queste vicende. E&#8217; un&#8217;amica di Nabruka a parlare. Basta sentire il suo accento romano-tunisino per capire tutto. Ascoltate fino in fondo. Lei, il suo racconto, il suo dolore. Non servirà a nulla, se già non siete disposti alla pietas (se siete insomma parte integrale di questa Italia). Nel caso contrario, forse servirà ad aumentare di qualche granello il mucchietto di sabbia che dovrebbe sabotare gli ingranaggi.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/diretta_cie_roma1.mp3">diretta_cie_roma1</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/08/nabruka-un-omicidio/">Nabruka. Un omicidio.</a></p>
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		<title>La rosa del Bengala</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 07:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/rosa.jpg"></a>
di <strong>Marco Rovelli&#8230;</strong>
La prima volta che ho incontrato i bengalesi romani c&#8217;era ancora il governo Prodi. Era il 28 ottobre 2007. Una manifestazione autoorganizzata, con migliaia di immigrati, la maggior parte dei quali irregolari e clandestini, per rivendicare il permesso di soggiorno per tutti.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/la-rosa-del-bengala/">La rosa del Bengala</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/rosa.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-13173" title="rosa" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/rosa-294x300.jpg" alt="" width="106" height="108" /></a></span></div>
<div><span>di <strong>Marco Rovelli</strong></span></div>
<div><span>La prima volta che ho incontrato i bengalesi romani c&#8217;era ancora il governo Prodi. Era il 28 ottobre 2007. Una manifestazione autoorganizzata, con migliaia di immigrati, la maggior parte dei quali irregolari e clandestini, per rivendicare il permesso di soggiorno per tutti. Per rivendicare il diritto al nome. C&#8217;era ancora quel governo che aveva suscitato illusioni negli immigrati, e che quelle illusioni stava rapidamente frantumando. &#8220;Noi vogliamo – permesso di soggiorno!&#8221; &#8211; era il grido che di tanto in tanto erompeva da quella folla, e trascinava immediatamente tutti quanti in un solo ritmo, in un solo volere.<span id="more-13172"></span></span></div>
<p><span>Si erano radunati nei giardini tra la stazione Termini e piazza della Repubblica. Parlava Bachcu, il presidente dell&#8217;associazione di bengalesi Dhuumcatu, organizzatore di questa manifestazione: &#8220;Siamo circa 700mila immigrati senza permesso di soggiorno, più di 70mila bloccati dal 2002 per legge Bossi-Fini: noi urliamo Basta legge Bossi-Fini! &#8211; e anche la Turco-Napolitano che è padre della legge Bossi-Fini!&#8221; E tutti applaudivano quando Bachcu diceva &#8220;sanatoria&#8221; – quell&#8217;illusione coltivata tenacemente, perché il governo era di centro-sinistra – quell&#8217;illusione di essere restituiti a una condizione di normalità e di diritti – ciò che un migrante clandestino non cessa mai di sognare.</p>
<p> </p>
<p align="justify">La sede dell&#8217;associazione Dhuumcatu è in zona Esquilino. Ci torno un anno dopo, quando al governo c&#8217;è Berlusconi, si progetta di far diventare la clandestinità reato a pieno titolo, e si propone di negare l&#8217;assistenza sanitaria ai clandestini. Ma nonostante questo, e nonostante le continue incursioni delle forze dell&#8217;ordine, l&#8217;associazione continua a farsi motore dell&#8217;autoorganizzazione degli immigrati.</p>
<p>Roma è la città italiana con il maggior numero di stranieri. La comunità più numerosa è quella rumena; poi ucraini, polacchi, albanesi. Gli africani sono per la maggior parte egiziani, ma anche marocchini ed etiopi. Tra gli asiatici i più numerosi sono filippini, cinesi e bengalesi.</p>
<p>Molti tra i bengalesi sono irregolari, la stima è di un terzo. Hanno l&#8217;attitudine a interessarsi della politica italiana perché hanno già un elevato livello di politicizzazione già in Bangladesh. Aprono sezioni di partito all&#8217;estero, che tendono a farsi voci degli interessi della politica bengalese, ma si interessano anche della politica italiana: e infatti si sono iscritti in massa per votare alla primarie del l&#8217;Unione, e sono stati la comunità più numerosa alle elezioni per il consigliere aggiunto al Comune di Roma.</p>
<p>C&#8217;era anche Monir, alla manifestazione. Mi fermo a parlare con lui, in strada. Di Roma, di ragazze. E mi racconta del suo esodo, uno di quegli esodi terribili e troppo normali per un bengalese che arriva in Italia. Me lo racconta con nonchalance, masticando un chewing-gum e intercalando qualche parola in romano. Ha un sussulto solo quando racconta dei due suoi connazionali che gli sono morti davanti per il freddo e la fame, nella grotta di una montagna da qualche parte in Slovacchia. Il viaggio è durato nel freddo e nella fame quasi un anno. Fino a Roma. A Termini Monir trova un compaesano che lo porta a casa, lo sfama. Monir può stare in quella casa sovraffollata senza pagare fin quando troverà lavoro. Funziona spesso così, tra connazionali, ci si appoggia l&#8217;uno con l&#8217;altro. Dopo quattro mesi Monir comincia a lavorare, e può colmare il debito. All&#8217;inizio si inventato carrellista, fuori dai supermercati, poi trova un impiego alla bancarella di un mercato ma lo trattano male, allora qualche lavoretto di ambulante (fiori, pupazzi) e poi, ancora grazie ai connazionali, lavapiatti in un ristorante: 750 euro al mese, per dodici ore di lavoro, dalle dieci di mattina alle quattro e dalle sette a mezzanotte, l&#8217;una quando ci sono clienti. La fatica è tanta. Così, sempre grazie al passaparola, trova un posto da muratore. E impara lingua e mestiere.</p>
<p>Monir adesso sogna la regolarizzazione. Il suo attuale padrone gli ha detto, Dammi 4mila euro e faccio richiesta. Insomma gli ha chiesto il pizzo. Monir ha accettato. Lavorerà almeno due anni con lui, che gli scalerà dallo stipendio duecento euro al mese. Almeno mi mette in regola e lavoriamo senza problemi, dice.</p>
<p align="justify">Finché quel sogno non si realizzerà, anche Monir resterà nel grande mare dell&#8217;economia sommersa e informale. Nel Lazio, l&#8217;incidenza del sommerso è più alta della media nazionale in tutti i settori, superato solo da Molise, Campania, Basilicata, Sicilia e Sardegna.</p>
<p align="justify">A Roma città, secondo la Cgil, un terzo di coloro che lavorano nel commercio e nel turismo lavora in nero. La maggior parte di loro sta in cucina. Tra loro ovviamente un grande numero di stranieri &#8211; veri clandestini, invisibili che non si devono vedere.</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">Alam, invece, in cucina non è ancora riuscito ad arrivare. Sta ad un gradino ancora più basso. E&#8217; qui da tre anni, e come molti bengalesi da due vende fiori attorno alla fontana di Trevi, comprandoli a piazza Vittorio alla mattina, Vende fiori e scatta foto con una macchinetta cinese ai turisti, guadagnando in media quindici, venti euro al giorno, sufficienti per mangiare e pagare l&#8217;affitto di 150 euro nella casa di due stanze e cinque compagni dove abita. Ma ancora non se ne parla proprio di restituire al fratello gli 8mila euro che gli sono serviti per comprare un passaporto falso necessario per il viaggio aereo. Sto cercando un ristorante, dice. Cerca una cucina, dove tanti suoi amici, clandestini come lui, lavorano.</p>
<p align="justify">Alam è qui perchè ieri i vigili gli hanno fatto una multa di 5.164 euro. Oltre al decreto di espulsione. 5.164 euro e un&#8217;espulsione per venticinque rose.</p>
<p>Bachcu non smette di stupirsi, anche se queste cose le vede troppe volte. &#8220;Ma come possono fare questo? &#8211; dice. E se lui stava andando dalla sua fidanzata, con quei fiori? E tutto questo per la mancanza di una fattura per un fiore, per due euro, per uno che non fa niente di male e cerca solo di sopravvivere?&#8221;</p>
<p><em>(Pubblicato su l&#8217;Unità, 9/1/2009)</em></p>
<p> </p>
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<p></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/la-rosa-del-bengala/">La rosa del Bengala</a></p>
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		<title>Omicidi bianchi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/omicidi-bianchi/</link>
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		<pubDate>Mon, 13 Oct 2008 14:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle <em>morti sul lavoro</em>, di <em>morti bianche</em> – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di <em>omicidi bianchi&#8230;</em>. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/omicidi-bianchi/">Omicidi bianchi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-9504" title="img01" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01-150x150.jpg" alt="" width="105" height="105" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<div><span>Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle <em>morti sul lavoro</em>, di <em>morti bianche</em> – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di <em>omicidi bianchi</em>. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili. Così come individuabili sono i &#8220;motivi&#8221; che rendono possibili quelle morti. Una sinistra che davvero fosse tale porrebbe in essere una serie di dispositivi che andassero alla radice di quei motivi, e chiamassero davvero in causa i soggetti responsabili.</span></div>
<p><span>Le morti sul lavoro sono sempre &#8220;sovradeterminate&#8221; da cause interne al modello di sviluppo del nostro paese: la frammentazione del processo produttivo e dell&#8217;organizzazione del lavoro, la catena infinita di appalti e subappalti, la condizione precaria dei lavoratori e la loro conseguente ricattabilità, l&#8217;abbassamento del costo del lavoro, la preminenza abnorme della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221; nel tessuto produttivo italiano. </span><br />
Ma allora come contrastare questa piaga, se non è un fatto contingente ma una piaga implicata dalla struttura stessa dell&#8217;economia?<span id="more-9503"></span> E&#8217; necessario un cambiamento culturale – ma nel senso più ampio del termine &#8220;cultura&#8221;. Dove &#8220;cultura&#8221; è tutto l&#8217;insieme di pratiche materiali che formano l&#8217;umano, a partire dal suo essere uomo produttore. Cambiamento culturale, allora, significa prendere coscienza di quelli che sono i meccanismi di un intero sistema sociale ed economico che produce, e io credo non possa non produrre, le sue vittime sacrificali. Significa comprendere che la vera cura del problema sarebbe: &#8220;lavorare con lentezza&#8221;. Sono le necessità della produzione, dei suoi ritmi e dei suoi tempi – del profitto, dunque &#8211; che inducono a trascurare la sicurezza, che fanno intensificare ritmi e tempi di lavoro, che impediscono una formazione adeguata dei lavoratori. Se si deve fare in fretta, finire i lavori in tempi strettissimi, incrementare la produzione – la sicurezza diventa un impiccio. Ma la società – e il centrosinistra su questo non fa attrito &#8211; va in tutt&#8217;altra direzione: la detassazione degli straordinari, a livello italiano; e la decisione dell&#8217;Unione europea di abbattere il limite delle 48 ore conquistato nel 1917 (quando è ben noto che aumentando i tempi di lavoro cresce esponenzialmente la possibilità di infortuni e morti). Il lavoro, dunque, prima di tutto, e sopra ogni altra considerazione.</p>
<p><span>L&#8217;Italia ha un numero di morti sul lavoro più alto rispetto agli altri paesi europei sia in termini assoluti che in termini relativi (mi riferisco all&#8217;indice di morti ogni 100mila occupati, escludendo le morti in itinere, ovvero nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa: e questo nonostante i trucchi retorici che Confindustria ha usato a piene mani negli ultimi anni, senza che nessuno svelasse mai i suoi artifizi). Questo picco italiano di omicidi bianchi deve essere messo in relazione con un&#8217;altra specificità del sistema produttivo, che è la frammentazione abnorme del processo produttivo e la presenza della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221;, la cui assoluta centralità nel tessuto produttivo italiano viene fatta rilevare in particolare dagli studi di Sergio Bologna.</span><br />
<span>Dai dati Istat dell&#8217;ottobre 2006 risulta che su circa 16 milioni e mezzo di lavoratori nel settore di mercato, 8 milioni e mezzo sono impiegati in aziende con meno di 15 dipendenti (dunque senza le tutele dello Statuto dei lavoratori), e 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti. Si tratta di imprese familiari, o addirittura di &#8220;ditte individuali&#8221; (un vero e proprio paradosso logico), che costituiscono il cuore dell&#8217;economia italiana. Un dato che emerge da un&#8217;indagine di Mediobanca del 2006 appare decisivo: nel decennio 1996/2005, le medie e grandi imprese (quelle sopra i cinquanta occupati) hanno ridotto ininterrottamente la forza lavoro, accumulando nello stesso tempo profitti in misura mai così grande nella storia del paese (e determinando lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi che è il più grande dell’Unione Europea ). Nonostante il fatto che. dopo l&#8217;accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e privati siano rimasti quasi fermi, caso unico nell&#8217;Unione Europea, le medie e grandi imprese non hanno scelto di investire in tecnologie o in ricerca, per ingrandirsi e creare occupazione, ma hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare. Perciò è stato l’universo delle &#8220;imprese&#8221; al di sotto dei 10 dipendenti a creare la maggiore domanda di lavoro, tenendo alta la dinamica occupazionale. Piccole e piccolissime &#8220;imprese&#8221; che devono spesso far fronte a bassi margini di profitto, che lavorano senza capitali, che hanno difficoltà a ottenere prestiti dalle banche, che non hanno sussidi come la cassa integrazione. Non a caso è in questo settore che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi. E questo, è evidente, ha effetti immediati anche quanto alla sicurezza. Intervenire in questa questione sarebbe dunque essenziale. Incentivare la ricerca e colpire le rendite. Riformare un capitalismo malato. </span><br />
<span>Nel frattempo, si potrebbe impedire per quanto possibile la pratica generalizzata degli appalti al massimo ribasso. Che è una causa diretta di morte. Eppure messa in atto normalmente anche dagli enti locali e pubblici (un esempio tra i mille? I lavori per l’allargamento della terza corsia del Grande raccordo anulare a Roma, dove per quindici chilometri di strada da realizzare sono stati utilizzati più di centocinquanta subappalti). Lo si capisce facilmente: se una azienda appaltatrice vince un appalto con un ribasso del 50%, il margine di profitto non potrà che scaturire dal taglio del costo del lavoro, dall&#8217;incremento di tempi e ritmi di lavoro, dal taglio dei costi sulla sicurezza. E&#8217; così in tutti i settori produttivi, e massimamente in quello dell&#8217;edilizia. Che è il settore che tira il Prodotto Interno Lordo nazionale. Nell&#8217;ultimo decennio l&#8217;edilizia residenziale ha toccato la maggior produzione nella storia del paese, e dal 2001 al 2007 gli investimenti nazionali sono balzati da 58 a oltre 71 miliardi di euro, con un incremento del 23 per cento. Senza il contributo del settore edile, il Pil avrebbe avuto segno negativo. Ma questa crescita significa morte. Nell&#8217;edilizia accadono quasi un quarto di tutte le morti sul lavoro. E cinque infortuni su cento denunciati producono menomazioni permanenti. (&#8220;Denunciati&#8221; è necessario aggiungerlo, ché se l&#8217;Italia è il paese in Europa che ha il più alto tasso del sommerso &#8211; circa il 18% del Prodotto Interno Lordo -, sono moltissimi gli infortuni non registrati perché non denunciati. Secondo le stime della stessa Inail,l&#8217;Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, sono stimabili in duecentomila l&#8217;anno.) </span>L&#8217;esperienza della ricostruzione in Umbria dopo il terremoto del 1997 lo testimonia: se si stabiliscono dei parametri corretti (ovvero una sorta di pavimento sotto il quale non si possa scendere per l&#8217;assegnazione degli appalti) e ci sono controlli sufficienti, le morti nei cantieri calano in maniera drastica.</p>
<p><span>Occorre rimettere dunque mano all&#8217;organizzazione del lavoro, e ai motivi che la determinano. Ma come? Io credo vi sia una sola strada: la creazione di un nuovo legame solidale tra i lavoratori, che sconfigga quel diffuso senso di solitudine sociale ormai generalizzato. Sono i lavoratori a doversi difendere. Nessuno può farlo per loro. E questa azione non può che passare per una pratica sindacale reticolare, dove sindacato significa proprio questo: autodifesa dei lavoratori, e rivendicazione dei propri diritti. Non dunque il sindacato sterilizzato, chiuso nelle sue camere iperbariche – non quel sindacato che tende a mediare i conflitti, o che tende a diventare patronato. Ma un sindacato che vive sui luoghi di lavoro, giorno dopo giorno. Ovvero, i lavoratori stessi che si difendono, in virtù dei comuni interessi che li uniscono. Lo dicono gli stessi tecnici della prevenzione – i dipendenti Asl che dal 1978 controllano la sicurezza sul lavoro (per quanto riguarda i cantieri vige anche il controllo degli ispettori del lavoro) -: occorre un rapporto privilegiato tra i tecnici e i lavoratori, attraverso la figura dell&#8217;Rls, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza – figura che a sua volta deve essere difesa e valorizzata.</span></p>
<p><span>Certo, anche qui si tratterebbe di porre questioni di ampio respiro. Porre insomma la questione di un cambiamento radicale. Culturale, ancora, nel senso più ampio di cui sopra. Uscire dalla società del precariato. Dove precari non sono solo quelli che hanno un contratto e tempo determinato, ma precaria è la percezione soggettiva del lavoro. Precario è, etimologicamente, colui che prega, colui che implora una grazia (<em>gratia gratum faciens</em>). E la nostra è una società precaria perché il lavoro non viene più vissuto soggettivamente come un diritto da rivendicare, ma come una grazia da avere, una privilegio di cui occorre essere grati. E chi è grato è debitore, e non rivendica alcunché. China la testa – lavora e zitto.</span><br />
<span>Figura paradigmatica di questa china discendente del lavoro sono i migranti – figura precaria per eccellenza. Gli immigrati in genere si infortunano, secondo i dati Inail, il 50% più degli altri lavoratori. Nel 2006, ad esempio, gli infortuni denunciati dai lavoratori immigrati erano 116.305, contro i 798.720 degli italiani; quelli mortali, 141 contro i 1140 degli italiani. La maggior parte rumeni. E&#8217; evidente la sproporzione tra la percentuale del numero di lavoratori immigrati sul totale degli infortunati (circa il dodici percento) e la percentuale del numero degli immigrati che risiedono regolarmente in Italia (poco più del sei percento, secondo il rapporto Caritas 2007). Si consideri poi che tra gli immigrati non denunciare l&#8217;infortunio è prassi normale. Prassi indotta dalla legge sull&#8217;immigrazione – il cui scopo è produrre clandestinità (dove appunto la clandestinità è la figura estrema della precarietà, essendo assoluta assenza di diritti). Poiché il contratto di lavoro è essenziale per la permanenza in Italia, l&#8217;immigrato non vorrà certo rischiare di perderlo, e dunque, a norma di legge, il lavoratore immigrato tenderà a causare quante meno frizioni possibili con il suo datore di lavoro. Sarà, per usare un termine caro a Foucault, più &#8220;docile&#8221;. I lavoratori immigrati sono quelli più deboli, più ricattabili, più silenziosi. Le figure più moderne, dunque, del mondo del lavoro.</span><br />
<span>Un discorso a parte meriterebbe la questione delle sanzioni. In una società che reclama a gran voce più carcere per tutti, gli unici che si sentono immuni sono gli imprenditori. Sul tipo di sanzioni da comminare – penali, economiche, inibizioni personali all&#8217;attività – la discussione è aperta, e da fare. Ma è certo che finché ci sarà, come ora, la certezza dell&#8217;impunità, l&#8217;imprenditore non avrà alcun interesse a garantire la vita dei lavoratori.</span><br />
<span>Infine: anche ai mass media – nella produzione di un nuovo senso comune &#8211; toccherebbe di articolare discorsi che facciano senso di eventi che potrebbero apparire casuali. Parlare di morti sul lavoro non come vuota ritualità, come enumerazione di tragiche fatalità significherebbe mantenere alta l&#8217;attenzione sulla vicenda, impegnarsi a dar conto come vanno avanti i procedimenti giudiziari. Non il plastico della villetta di Cogne, insomma, e nemmeno solo meri loculi anagrafici: ma inchieste, e l&#8217;impegno a seguire ogni singolo caso – che di solito finisce nel nulla. Non dimenticarsi delle morti il giorno dopo, lasciando nel vago ogni responsabilità. Fare di ogni morte sul lavoro quel che, per una serie forse casuale di eventi, il sistema mediatico ha fatto (e in alcuni casi ha <em>dovuto</em> fare) per la ThyssenKrupp.</span><br />
<span>Fermare gli omicidi bianchi è la cosa più difficile. E&#8217; utopia, oggi. (E, in quanto utopia, è necessaria). Perché stiamo parlando di vittime sacrificali di un sistema tutto intero. E solo scardinando dalle fondamenta quel sistema potremmo immaginare un mondo dove lavoro non significa morte.<br />
</span></p>
<p><span>Dal libro <em><a href="http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5001119">Sinistra senza sinistra &#8211; Idee plurali per uscire dall&#8217;angolo</a></em> (Feltrinelli, euro 14).</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/omicidi-bianchi/">Omicidi bianchi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Spot dal mondo dei non luoghi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/17/spot-dal-mondo-dei-non-luoghi/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Apr 2008 13:03:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/candyekane1.jpg' title='candyekane1.jpg'></a></p>
<p>di <strong>Giancarlo Liviano d&#8217;Arcangelo</strong></p>
<p>Buddie aveva fame.<br />
Sentiva il suo stomaco irrispettoso che piagnucolava a colpi di singhiozzo balbuziente, e la tonalità ocracea del cielo disabitato che si perdeva poco più in là della sua massima lungimiranza visiva, era prova inconfutabile che il tempo di nutrirsi era sopragiunto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/17/spot-dal-mondo-dei-non-luoghi/">Spot dal mondo dei non luoghi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/candyekane1.jpg' title='candyekane1.jpg'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/candyekane1.thumbnail.jpg' alt='candyekane1.jpg' /></a></p>
<p>di <strong>Giancarlo Liviano d&#8217;Arcangelo</strong></p>
<p>Buddie aveva fame.<br />
Sentiva il suo stomaco irrispettoso che piagnucolava a colpi di singhiozzo balbuziente, e la tonalità ocracea del cielo disabitato che si perdeva poco più in là della sua massima lungimiranza visiva, era prova inconfutabile che il tempo di nutrirsi era sopragiunto. Si meravigliò del silenzio diffuso nel paesaggio, cactus ingobbiti e cespugli adusti color antracite, un silenzio mostruoso, che in incognito era riuscito ad appropriarsi della duna su cui la sera prima aveva deciso di organizzare l’accampamento parcheggiando con perizia la roulotte di famiglia. Quando Buddie si alzava dalla sua sdraio sgualcita e sondava il panorama con l’attenzione minuziosa di un telescopio di precisione, era come se stesse governando il destino.<span id="more-5717"></span> Il suo, quello dei suoi figli, quello invincibile della nazione che gli aveva regalato una moglie, una famiglia e un lavoro dignitoso nel diligente terziario della contea. Per questo aveva scelto una duna alta e ondeggiata, soffice e rassicurante, un torrione strategico e inespugnabile simile a quelli che ricordava di aver presidiato al cinema, incollato allo schienale per trattenere la crescente emozione provocata da qualche film senza titolo, di quelli che colpiscono in primo grado con il fascino della pellicola consumata, impolverata, utile solo a riportare in vita una valorosa poetica madre di guerre antiche e sconosciute, ordalie collettive combattute da popoli lontani con archi e frecce, con movimenti di fanteria ingegnosamente concordati e la maestosa impalcatura delle catapulte, che sfidavano cieli bui e distanze siderali proiettando nel nero l’eroica scia dei massi infuocati che andavano a bersaglio.<br />
Si meravigliò di non percepire alcuna voce che potesse circoscrivere quell’arcigno silenzio al ruolo più adeguato di comprimario, qualcosa di abitudinario e rincuorante, la radiosa parlantina di sua figlia Ginger, teenager gonfia e lentigginosa, un’anima polemica in perenne disaccordo con qualsiasi contenuto psicofisico che fosse sottoposto dal suo tempo privato alle sinapsi che organizzavano le proprie risorse d’attenzione primaria. O il passo aggressivo di Paul, il figlio maggiore, l’erede maschio, quel tintinnio polveroso che si era alternato per tutto il pomeriggio ai frastornanti scoppiettii degli spari durante l’allenamento.<br />
Bersagli. Concentrazione. Mira. I barattoli perforati che schizzavano via, lontano.<br />
O ancora, il tono di voce connivente e affettuoso registrato nelle corde vocali di sua moglie Jennifer, una modulazione che si riproduceva fedele a se stessa ogniqualvolta il ruolo di madre diveniva predominante nello spazio delle sue attività quotidiane, quando era necessario chiamare Buddie a tavola, quando rimproverava Paul, pescato in flagrante mentre introduceva di soppiatto le lucertole nella roulotte. O mentre si sporcava la camicia appena asciutta e indossata, o quando bisognava ordinare a Ginger di apparecchiare la tavola senza cagionare le solite ossessionanti lamentele. Buddie girovagò a passo lento intorno alla roulotte, sbatacchiando le suppellettili che s’annidavano sul suo cammino.<br />
Sedie e giocattoli. Docili strumenti di quotidianità umana come anticamera di un esplosione di energia incontrollabile. Il barbecue arrugginito su cui era ancora poggiato il sacco della carbonella era immobile, nell’esatta posizione in cui Buddie lo aveva lasciato al momento di scaricare il bagaglio e organizzare gli spazi circostanti.<br />
La sorpresa di non accorgersi della presenza dei suoi familiari occupò completamente la nebulosa brulicante dei suoi pensieri, e il desiderio innato di soddisfare quell’intenso connubio di mistero e curiosità lo spinse ad accelerare il passo, a percorrere in fretta i centottanta gradi di cammino che gli mancavano per completare il cerchio immaginario che cinturava il suo territorio momentaneo. Tutto quello che aveva costruito nella sua vita o che la vita aveva costruito per lui era concentrato in pochi metri quadrati. L’indubitabile. L’esercito programmato che un giorno avrebbe schierato a difesa  della sua vecchiaia. Moglie, figli e fucili. Moglie, figli, fucili e tutto l’immaginario di certezze e convinzioni costruite alla meglio in anni di convivenza vicina e distaccata. Pochi metri, ancora pochi metri a passo irrequieto per ritrovarsi nel minor tempo possibile dinanzi alla porta della sua roulotte bianca, decadente, chiazzata di umido come le lenzuola che asciugavano al sole, la casa viaggiante equipaggiata con un telone elasticizzato color arancio che aveva il compito di proteggerli da sole e pioggia, vento e polvere, dal gagnolare straziante imposto dai coyote al crogiolarsi del buio e dal desiderio comune di guadare avanti, oltre il solco trincerato dai reciproci comportamenti comunicativi, per scoprire quanto libera e delicata fosse la voglia di indebolirli.<br />
Jennifer, Paul e Ginger erano accovacciati insieme, rannicchiati in un metro quadro. Sembrava che stessero aspettando il mortale gettito di gas mortale che sibilava fuori dal tubo arrugginito di una doccia, nella latrina collettiva di un campo di concentramento nazista, in Polonia. Una di quelle eruzioni devastanti ma del tutto inconsapevole del proprio terrorifico effetto.<br />
Erano accovacciati di fronte al piccolo televisore in bianco e nero che avevano portato dietro, e lo coccolavano come se fosse un altro membro di famiglia. Un figlio, un fratello più piccolo, il cane che mangiava, dormiva e scodinzolava alla vista di chiunque. Si bisticciavano il diritto di imboccarlo, di assisterlo e di carezzarlo, perché restituisse affetto sottoforma di immagini chiare e nitide, pulite e compagnevoli. Paul aveva ricevuto da sua madre il compito di sintonizzare i canali durante la seconda metà del loro viaggio, appena dopo la lunga sosta alla stazione di servizio <em>Texaco</em>, stella rossa in campo nero e tariffe convenienti per il fai da te. Era una stazione di servizio ampia e ombreggiata, in modo che i camionisti potessero trovare un luogo accogliente durante il loro percorso solitario, asservito alle necessità delle merci che trasportavano. Era munita di una tavola calda che offriva un menù famiglia piuttosto soddisfacente, hamburger di dieci o quindici varietà, hot dog guarniti con salse e verdure grigliate e in generale una buona qualità del cibo. Buddie aveva imposto quella sosta perché era affamato. Doveva appropriarsi del meritato riposo dopo tanti chilometri. E poi c’erano i regali, ancora centocinque punti <em>Texaco </em>e con soli duecentotrentacinque dollari di conguaglio avrebbero portato a casa una telecamera digitale della Sony. Dalla ripartenza in poi Jennifer non aveva fatto altro che raccomandarsi con Paul di concentrare la ricerca sulle frequenze della Vox Tv, dove di lì  poco sarebbe iniziato <em>The Bachelor</em>, lo show in cui un nutrito gruppo di uomini si proponeva per sposare la tipica ragazza della porta accanto.<br />
Quando Buddie li sorprese a trafficare zelantemente con antenne e dispositivi di controllo, ognuno stava trascurando i compiti ricevuti durante il vertice familiare, svoltosi poco prima della partenza. Paul sembrava in grossa difficoltà. La ricezione scarseggiava in quella zona del deserto, savane irrecintabili collocate a uno sputo dalla linea immaginaria che sanciva il confine col Messico, e neppure l’ombra di un abitazione che non nascondesse fantasmi. Nonostante l’aiuto costante della duna che Buddie aveva scelto come fortezza, sullo schermo non si vedeva altro che zampilli digitali indecifrabili, mentre il generatore di elettricità che qualche anno prima avevano acquistato per novantanove dollari e novantanove al <em>Purchase Teleshow</em>, si affievoliva e incalzava a intermittenza, inseguendo sinistramente l’andatura scostante del vento crepuscolare.<br />
Ginger non perdeva occasione per rimarcare l’inettitudine di suo fratello.<br />
 &#8211; Imbranato. Non sai fare niente di niente. Mamma, Paul è incapace. È meglio che ci provi io, altrimenti stasera ci guardiamo le chiappe a vicenda. Uffa, non capisci niente, spostati idiota. &#8211;<br />
Paul sbuffava e armeggiava comandi e transistor, sentiva l’orgoglio ribollirgli come lava, mentre nel petto rigurgitava il suo bisogno ancestrale di smentire le frasi degradanti di Ginger. Armeggiava e minacciava sua sorella, diceva che il regolamento di conti si sarebbe scatenato puntuale non appena Buddie e Jennifer fossero stati lontani o indaffarati, che qualcosa di terribile le sarebbe capitato non appena Ginger avesse commesso la sciocchezza di allontanarsi dall’accampamento, dove la lontananza e i rumori interposti dalla natura avrebbero raggiunto un rilevanza decisiva, tale da impedire che gli urli di dolore cui l’avrebbe costretta potessero risuonare o risultare intercettabili dall’udito di qualsiasi forma di vita o da moderni apparati tecnologici.<br />
Jennifer era lì, solo qualche passo più indietro, sbraitava e cercava dolcemente di farli riappacificare. Con un fiato chiedeva a Ginger di pazientare, rassicurandola sulle capacità tecniche di suo fratello, e con quello successivo consigliava ironicamente Paul di non covare l’idea d’irrealizzabili vendette.<br />
 &#8211; Concentrati su quello che stai facendo. L’ora dello show s’avvicina. – ripeteva incessantemente.<br />
Quando Jennifer provava ad immischiarsi nei piccoli litigi dei suoi figli, si sentiva inascoltata. Ma nonostante un’incalzante sensazione d’impotenza non smise di provare a interrompere i loro battibecchi. Buddie si avvicino a loro finché non li ebbe imprigionati tutti nel suo cono visivo, li colse di sorpresa e li ascoltò per un lungo attimo commovente, senza farsi notare. Era l’osservatore invisibile, il falco onnipresente. Si sentì come Dio che scrutava il suo manufatto d’argilla senza alcuna voglia d’intervenire su di esso, per l’ennesima volta, nonostante l’evidente necessità di produrre più di una correzione sui bordi, sui manici e sulla struttura portante. Era un dio refrattario persino a riposizionarlo o a regolarlo, neanche poche briciole in più di fratellanza e collaborazione, neppure pochi centimetri più al sicuro rispetto al bordo sgretolabile del burrone su cui lo aveva sistemato sin dalla notte dei tempi, pericolante e malsicuro. Buddie avanzò ancora di un passo o due, curandosi di generare impronte delicate e laconiche, e giusto prima di palesarsi ai dolci astanti attraverso una carezza consolatoria sulla spalla intumidita di Jennifer, adorò l’idea di leggere l’appiccicoso ronzio prodotto dal confuso sovrapporsi di quelle voci domestiche, battagliere come uno scintillante esempio di attaccamento familiare, una sorta di vero e proprio rituale apotropaico tra umani che si fidano di umani. Buddie domandò a Paul come proseguisse la ricerca delle frequenze. Disse a Ginger di apparecchiare la tavola sotto al tendone color mandarino. Chiese a Jennifer a che grado di eccellenza fosse giunta la preparazione della cena. Attese risposte che arrivarono in serie, e una volta ragguagliato, si allontanò imperturbabile.<br />
Aveva fame. Entrò nella roulotte e impugnò il fucile. Salutò la bandiera americana e tornò fuori, in attesa del Chili con carne e dei fagioli neri di Guadalajara, dei burritos e della salsa di pomodoro aromatizzata al tabasco. Tornò di nuovo a sedersi sulla sua poltrona e scrutò l’orizzonte, sfidando il buio e i rumori, il buio e il domani che si sarebbe materializzato in poche ore sottoforma di lancette allineate verso nord, sul quadrante al quarzo del suo orologio da polso.<br />
Mezzanotte. Mezzanotte e uno. Mezzanotte e due. Stelle in fila indiana e vento più flebile, cactus a forma di uomini immobilizzati dal caldo roccioso e ronde noiose quanto necessarie da dividersi con Paul. E ancora, stomaco pieno e whisky a portata di becco, odore di polvere da sparo appena sprigionato e denso come effluvi corporei incontrollati, lo schioccare rasserenante di giunture d’acciaio intorno a un paio di polsi mulatti e impauriti. Così Buddie immaginava le ore che avrebbero incalzato il loro imminente futuro.<br />
I migrantes, i clandestini messicani che volevano superare il confine senza permesso di lavoro, erano là, in fondo, oltre l’orizzonte, nascosti nelle fessure ombrose del buio, da qualche parte, dietro una delle mille rocce solitarie vogliosa di suicidarsi al cospetto imperturbabile del deserto. Oppure in qualche baracca abbandonata, rifugi senza tetto e finestre, con quello strato di polvere protettiva che coibentava i lastroni di pietra che formavano la pavimentazione. Massi affiancati, livellati, consolidati per mezzo dei precisi serpenti di cemento, rifugi architettati da antichi cercatori d’oro, cibo e tesori, all’epoca in cui il deserto dell’Arizona aveva alimentato le piante e i colori, i corsi d’acqua e le gare di velocità disperate tra predatori e prede.<br />
Buddie sapeva benissimo che le ore caliginose che si accodavano al procedere della notte, erano le più propizie per azzardarsi a varcare il confine. Si attendeva scintille nel giro di poche ore, forse minuti. Aspettava con ansia imperante l’arrivo dell’amico Stanley.<br />
Stanley, quel marpione. Burbero e severo quanto l’inverno. Era rinforzi, Stanley. Era vettovaglie. Birra glaciale. Stanley era il capo, l’organizzatore, il vero ideatore del progetto <em>Minuteman</em>, il programma di vigilanza capillare contro l’immigrazione che incalzava incontrollata sulla linea di confine col Messico. Era il morale delle truppe che si solleva fino alle nuvole grazie al semplice arrivo di una lettera da casa. Stanley sarebbe arrivato a Tombsville molto presto, e avrebbe portato con sé un altro fucile, un modello italiano di carabina C4 Storm Beretta, ergonomica e interamente realizzata in materiali polimerici, un arma moderna e costosa, ad alto livello di precisione anche con l’otturatore chiuso. Avrebbe gestito ogni cosa con l’esperienza sul campo guadagnata in Iraq nel 1991, deserto e identici bersagli mulatti, la risolutezza esperta di chi aveva combattuto contro nemici veri in una guerra effettiva, trapassi repentini dalla vita alla morte e viceversa, il passo fiero e autoritario, quel pizzico di spocchiosità da veterano, la regale saccenza dell’eroe che aveva ucciso vite e coscienze per la libertà di figli e nipoti. Libertà. Futuro migliore. Cinquanta o sessant’anni di risorse energetiche a disposizione del governo, che avrebbero permesso a tutti di vivere liberi e produttivi.<br />
Paul intanto ricercò con successo le frequenze di Vox TV, suscitando in Jennifer e Ginger sensazioni amorevoli e rilassate. Si allontanò senza dire una parola, consapevole di aver ripagato in modo laconico e signorile la mancanza di fiducia di sua sorella. Si avviò sul retro e riprese a sparare. Aveva il suo premuroso daffare quotidiano. E ogni qualvolta s’accorgeva di aver centrato in pieno il cilindro di latta ammaccato e tagliente che rappresentava la sua finalità mistica e perpetua, il suo microuniverso fidato, si sentiva accarezzato da un senso di autocompiacimento assorbente, profondo, e colmo di fervore si fiondava a conteggiare i colpi andati a segno incidendo piccoli graffietti su di un’asse di compensato. Cercava la massima precisione anche in quel semplice gesto. Scriveva e sorrideva, impugnando il suo coltellino multifunzionale modello Adventure One, quello che suo padre gli aveva regalato per il compleanno dopo estenuanti preghiere, quello che aveva rapito la centralità assoluta dei suoi desideri grazie ad una straordinaria pubblicità.<br />
Paul se la ricordava benissimo mentre seghettava il pezzo di legno. Quella donna, così bella e bagnata. Così naturale nel trasudare sex-appeal, truccata di nuance naturali, sabbia e polveri color deserto. Inchiodata all’asfalto irregolare della Route 66, inginocchiata dinanzi alla sua Honda Hornet sfavillante. Quell’uomo, così muscoloso e vissuto, così esperto e ammiccante. Lui le passa accanto con la Dodge decappottabile, nera e maledetta. La guarda, rallenta di qualche miglio all’ora, la vede, se ne innamora, si ferma. Capisce che il suo amore è ricambiato. Scende a terra con un balzo energico e rassicurante, non sente neppure il bisogno di aprire lo sportello. Si maschera il volto con un sorriso tracimante e a passo deciso irrompe tra la donna e la Hornet. Estrae il suo <em>Adventure One </em>dalla guaina nascosta nei suoi stivali pitonati. Manico bordò e dicitura Adventure One in corsivo, snella e dorata. L’uomo si china, aggiusta qualcosa, ingranaggi, cinghie, candele, forse l’albero di trasmissione. Il sole si alza, il vento si ferma. Una diffusa atmosfera d’eternità pervade il territorio, come se tutti gli amori sbocciati, consumati, invecchiati e deperiti durante l’esistenza del genere umano fossero racchiusi in quei pochi metri quadrati di ciglio stradale. Il caldo sfuma i contorni degli oggetti circostanti. L’uomo si restituisce alla naturale nobiltà, s’innalza, e imprime un colpo perentorio al pedale dell’accensione. La Hornet romba come mai le era capitato, nemmeno un minuto dopo essere uscita dalla catena di montaggio radiosa e imballata. Ma la cosa essenziale non è che la Hornet sia ripartita. La donna è rapita, è come ipnotizzata. Sa bene cosa vuole. Si avvicina all’uomo di passaggio e lo bacia stringendogli con forza il bavero della camicia. Poi lo spintona e si dirige verso la motocicletta accesa. La scalcia, una, due, tre volte, la spinge con il piede finché quella non si accascia su di un lato come un elefante ferito, vinta e sottomessa. E mentre la ruota posteriore perde visibilmente energia mostrando l’intersecarsi geometrico dei sui raggi d’acciaio, la donna accelera il passo e si scaglia sulla Dodge, bacia il suo salvatore con impeto surreale ancora una volta e, insieme, partono alla conquista del West.<br />
Paul era eccitato. Immaginava con quale energia e con che straordinaria qualità avrebbero scopato al primo motel, per quanto sozzo e fatiscente fosse stato. E tutto grazie al suo Adventure One. Per quel motivo incideva tacche con polso da chirurgo, e non vedeva l’ora di mostrare a suo padre e a Stanley quanto fosse diventato preciso con il fucile.<br />
Jennifer mescolò il chili per l’ultima volta, lo assaggiò e lo trovò non troppo piccante. S’affannò per cercare dell’altro peperoncino tra le cianfrusaglie portate da casa che nel pomeriggio aveva sistemato in modo frettoloso e disordinato. Ne trovo una punta e la sbriciolò nel tegame. Mescolò ancora e avvisò Buddie, Stanley e i ragazzi che la cena era pronta, in perfetta concomitanza con l’inizio di <em>The Bachelor</em>.<br />
<em>Can’t help falling in love</em>, la sigla. Che bei ricordi. Paul fu ghermito dalla sigla, come incantato. Si esaltava per gli scontri, per le immagini delle bombe e degli edifici che saltavano in aria, cercava di coinvolgere il padre e Stanley nel suo delirio sensazionale, lasciava partire gemiti e grida d’approvazione proprio come se stesse ricevendo un bel pompino di quelli di cui tutti gli uomini si vantano, ma che per davvero lo hanno ricevuto solo quelli che frequentano le battone. L’adrenalina cresceva in lui come la voglia di impugnare di nuovo il fucile, si alzò per prenderlo, per caricarlo con cartucce che profumavano di polvere e terra e maneggiarlo un po’, ma Buddie lo richiamò all’ordine dicendogli che prima bisognava finire la cena messicana. Ginger si coprì gli occhi con i palmi delle mani, disse che quelle immagini le mettevano paura e che non aveva più molta fame, ma ogni volta che Paul amplificava la portata estetica di ciò che si vedeva, con fischi e ululati goduriosi, la curiosità la spingeva ad aprire sottili fessure divaricando le dita, in modo che potesse sbirciare anche lei. E allora sobbalzava. Sobbalzava ad ogni impatto distruttivo tra armi, oggetti o esseri umani.<br />
Jennifer portò il cibo in tavola e chiese a Paul di alzare il volume. Stanley cercava di smorzare gli entusiasmi di Paul dicendo che quello che mostravano le sequenze era solo un antipasto rispetto a ciò che aveva vissuto lui in Medio Oriente, che la guerra vera era molto più poetica e adrenalinica di quanto lui potesse pensare, e che solo chi aveva davvero ammazzato un nemico con le proprie mani poteva comprendere la vera essenza di ogni guerra. Conquista. Strumentalizzazione della forza alla propria volontà. Conservazione della propria condizione attraverso l’annullamento di chi rappresenta una possibile insidia. Il bisogno di cibo, la caccia andata a buon fine. L’onore di prefissarsi una serie di obiettivi momentanei che come un domino si susseguono fino al concretizzarsi dello scopo finale. Il feticistico sentore di sentirsi ogni giorno più temprati, vigili, esperti, immortali e superiori al proprio nemico.<br />
Buddie lo ascoltava, e il trasporto che ne conseguiva era quasi più fanciullesco e imperterrito di quello di Paul. Quella era la prima volta che aveva portato la sua famiglia a caccia di migrantes, e desiderava che tutto andasse per il meglio.<br />
Jennifer si emozionò molto alla vista di John Oberman, il conduttore. Sottolineò quanto fosse elegante e signorile vestito in quel modo e  quanto fosse magnificente e costosa la scenografia. Si emozionò per la passerella della protagonista e si augurò di sentirla cantare <em>Dreamlover</em> di Mariah Carey, la canzone che più l’aveva fatta sognare nei rari momenti romantici che la vita le aveva riservato. Poi le criticò il vestito e il naso aquilino, disse che con tutti i suoi soldi avrebbe potuto aggraziarsi, e subito dopo corse a controllare lo stato di cottura dei burritos. Stanley e Buddie, invece, s’inferocirono quando videro l’altro ospite del programma, Zacharias Massaoui, il condannato all’ergastolo come unico colpevole rimasto in vita dopo gli attentati dell’11 settembre.  Jennifer gli diede del porco assassino. A tutti sembrò strano poter ammirare il demonio così da vicino, in un contesto così neutro e familiare, e furono spaventati di cogliere in lui un aspetto umano, di sentirlo parlare in un contesto così docile, di percepire proprio in quell’umanità così sommessa ed educata la caratteristica più terrificante di tutta la faccenda. L’umanità così ostentata disarma. Quel saluto così pavido, l’orrorifica ripetitività dei suoi gesti normali, la camminata, il modo di gesticolare, il sorriso formale che aveva mostrato al conduttore, il modo di accavallare le gambe una volta seduto sul divano. La normalità aveva privato l’ex affiliato ad Al Quaeda della sua conoscibilità, aveva smorzato i suoi tratti distintivi, aveva smussato e complicato il suo carattere rude e spietato, li aveva quasi fatti dubitare che un all’apparenza uomo così debole e compassato avesse potuto commettere crimini orrendi come quelli che gli s’imputavano. Il nervosismo di entrambi aumento a dismisura e Stanley fu il primo a palesarlo con un vituperio pregno di odio, rabbia e paura.<br />
- Figlio di puttana. C’era da scommettere. Adesso è diventato un fenomeno d’avanspettacolo. Bastardo figlio d’un cane, avremmo dovuto prenderti tanti anni fa, quando ti hanno fato entrare in America. Farti inculare da qualche portoricano di merda in una cella di massima sicurezza. O farti fuori. Avremmo potuto accopparti. Invece ti abbiamo lasciato libero dopo averti puntato una pistola alla nuca. Ti avrei sparato volentieri, lo sai cane bastardo che non sei altro? –<br />
Buddie aggiunse altri insulti. Poi tutti mangiarono il chili e i burritos. Ebbero appetito e sul tavolo non rimase nulla. Ginger si commosse nel vedere la passerella dei concorrenti innamorati, e subì la rabbia di Stanley, il veterano, che la riprese con fervore nazionalista, con un tono che persino a Buddie sembrò troppo duro, anche se non così duro da spingerlo ad intervenire contro il suo vecchio amico a difesa della figlioletta. A Buddie non piaceva interpretare il ruolo del padre protettivo e permaloso.<br />
- Sono solo avanzi di galera. Falliti<br />
Mentre andava in onda il video di Nancy e Ronald, Buddie si voltò di scatto verso il buio  e chiese a Paul di abbassare il volume, suscitando le lamentele di Jennifer.<br />
-  Ho sentito dei rumori – sussurrò. – Passi e voci. –<br />
-  Erano i migrantes – rispose Stanley.<br />
- Li ho visti – disse Paul. &#8211; Mi sembra fossero tre, forse quattro. Corrono verso Nordovest. Andiamoli a prendere papà. &#8211;<br />
 Il chili, i burritos e i fagioli erano finiti ma Buddie aveva più fame di prima.<br />
Abbrancò il polso di Paul e gli disse di correre ad impugnare il fucile. Stanley scolò l’ennesimo sorso di birra e si gettò sulla sua carabina italiana di precisione. Buddie prese il coltello a serramanico, una torcia che sembrava un riflettore del Madison Square Garden, e una pistola. Insieme si bagnarono del buio e lo squarciarono in spicchi di magma non conoscibile, sprigionando fasci di luce tetra e funeraria. Si allontanarono di qualche centinaio di metri dall’accampamento fino a scorgerne solo il presentimento, e circa cinquanta passi dopo Paul riuscì a scorgere un tugurio semidistrutto ai piedi di una duna. Si avvicinarono con cautela. Si fermarono e Stanley consigliò di spegnere la torcia. Disse che conveniva sparpagliarsi e procedere strisciando nel misto di sabbia, pietre e sterpaglie, perché i migrantes potevano essere armati o pericolosi. Jennifer prese per mano Ginger e si precipitò ad avvisare i cacciatori degli accampamenti vicini, in modo che si spargesse la voce. Poi tornò a <em>The Bachelor</em>, arrivando in tempo per godersi le ultime parole della confessione di un culturista con i capelli color ossigeno, che piangeva dopo essere stato escluso.<br />
Frattanto Stanley, Buddie e Paul procedevano strisciando come cobra travestiti da soldati dei reparti speciali. Si mimetizzavano e avanzavano, lenti ma costanti, distanziati ognuno a un paio di metri dall’altro. Paul fu il primo a distinguere il grigio rovinoso dei lastroni di pietra diroccati che delimitavano lo spazio vitale della casupola in cui si stavano rifugiando i clandestini messicani. Alla roulotte Jennifer non sembrava per nulla preoccupata. Teneva Ginger sulle ginocchia e osservava il succedersi degli sproloqui spocchiosi di Oberman, i volteggi del corpo di ballo, i sopralluoghi dell’inviato speciale nelle case dei concorrenti. Il vociare confuso dissipato dagli altri membri del programma <em>Minuteman</em> che si organizzavano per assistere suo figlio, Stanley il marine e suo marito era l’unica entità irrequieta che riusciva a suggestionarla. Quell’agitazione eccessiva le trasmetteva una sensazione di pericolo che le sembrava esagerata, e l’azione più istintiva che le venne in mente fu quella di alzare il volume del televisore per coprire l’angosciante ronzio. Stanley, accovacciato ai piedi di una delle pareti, adocchiò una finestra e disse a Buddie di posizionarsi sotto di essa senza far baccano. Si rivolse a lui col tono autoritario che avrebbe usato per rivolgersi al suo caporale di battaglione quando ancora si trovava a lavorare per l’esercito effettivo, in Iraq. Gli ordinò di tenersi pronto a sporgersi verso l’interno della baracca e a puntare la torcia verso la porta d’ingresso che si trovava esattamente di fronte a quella finestra, in modo da illuminare con un solo movimento l’intero spazio circostante. Poi chiese a Paul di caricare il fucile e avvicinarsi continuando a strisciare vero le finestre laterali, aggirando la casupola dal lato destro. Lui avrebbe fatto lo stesso a sinistra, e al suo segnale, il fischio cupo e spettrale della civetta, avrebbero fatto irruzione e arrestato quei dannati criminali contemporaneamente all’accensione della torcia elettrica. Quando tutti furono appostati, Stanley lanciò il suo maniacale cinguettio.<br />
Tutto andò come previsto. Lui e Paul entrarono nel tugurio con le armi da fuoco in avanscoperta, protezioni agghiacciate e robotiche, e non fu difficile per loro scorgere due persone dalla pelle mulatta e impolverata che si accovacciavano nell’angolo più vicino all’ingresso, un uomo e una donna scarni e inginocchiati che sembravano portar male poco più di vent’anni. Terrorizzati, stringevano al proprio petto una bambina che di anni ne aveva al massimo cinque.<br />
Li puntarono e avanzarono lentamente. Stanley gridò loro di alzare le mani e restare immobili. La ragazza piangeva e pregava. Il <em>migrante</em> obbedì e tremando cominciò a sbiascicare parole sgomente.<br />
 &#8211; <em>Por favor senor, no vas a matarnos. Por Dios, no vas a matarnos, estamos lindos, no querimos hacer nada de malo. Por favor -</em>L’adrenalina furibonda di Stanley fu diluita in riflessione dallo sguardo della bambina, una creatura dagli occhi grandi e tonituranti. La guatò e la vide incolpevole. Si avvicinò ai due adulti e disse a Paul di tenerli sotto tiro. Li perquisì e si assicurò che fossero disarmati. Li ammanettò citando a memoria i loro diritti secondo la costituzione americana, e poi prese in braccio la bambina, che d’istinto gli gettò le mani la collo respirandogli agitazione viva nelle orecchie impolverate di sabbia. Uscirono dalla baracca e Buddie si unì a loro. Lentamente s’incamminarono verso la roulotte, e di fronte a loro, poco lontano dal loro peso, si poteva vedere un folto gruppo di cazamigrantes che finalmente li aveva cercati nella giusta direzione. Stanley avvistò un cactus sulla sua sinistra e diede la bambina in braccia a Buddie.<br />
Devo andare a pisciare – disse – arrivo subito. Dategli qualcosa da mangiare, sembrano stanchi e provati. Date dei biscotti alla bambina. Non fategli del male. Ora ci facciamo dire da dove vengono e domani gli rispediamo al mittente. – Poi fece venti o trenta passi e si abbassò la cerniera lampo.<br />
Paul era fiero di sé. La caccia era stata propizia e le prede camminavano a zampe legate proprio davanti a lui, ammanettate e impotenti, vegliati dall’occhio dispotico e minaccioso del suo fucile. Non potevano fare nient’altro che camminare senza girarsi. La sua missione era compiuta. Le aspettative che aveva costruito nei giorni appena precedenti alla partenza per Tombsville, realizzate appieno.<br />
C’era solo un problema: non aveva sparato. Non aveva ancora dimostrato a Buddie e a Stanley che era in grado di colpire anche corpi in movimento, non soltanto barattoli inanimati. Elaborò la decisione in un secondo, a bruciapelo. Si fermò fingendo di allacciarsi una scarpa. Permise loro di avvantaggiarsi di qualche metro. Poi prese la mira, ritenendo logico puntare sulla schiena dell’uomo. Ci fu il successivo cinguettio, più simile allo scoppiettare di un tuono, e subito dopo il finale. Il migrante abbattuto si accasciò al suolo, dissolvendosi nell’opacità delle tenebre.<br />
Il tuono fu improvviso e del tutto inaspettato. Stanley si pisciò sugli scarponi e cominciò a correre. Buddie si fermò impalato e strinse al petto la bambina che chiuse gli occhi e appoggiò le proprie mani sulle orecchie, aspettando la seconda razione e il primi scroscio di pioggia. Il gruppo di cazamigrantes che arrivava dalla direzione opposta s’inchiodò al terreno. Paul tirò fuori il suo Adventure One e con la solita meticolosa maniacalità intagliò la prima indimenticabile tacca sull’impugnatura cromata del suo fucile.<br />
Jennifer, al campo, non si accorse di nulla. La distanza, l’oscurità, e il volume onnivoro dell’apparecchio coprirono il boato dello sparo. Lei e Ginger continuarono a godersi lo spettacolo ignare e assuefatte, innocenti e ossequiose. Rinchiuse nella gelosa contemplazione di un intimo segmento di solitudine mascherato con le tonalità variopinte delle immagini e dei jingle. Prigioniere dello stanco e sconclusionato monologo recitato dai mille canali che s’accavallavano uno sull’altro, producendo frasi insensate e obbedendo a una sintassi subdola e ricattatoria. Distratte in modo irreparabile dal baricentro del loro misero frammento di realtà. Straniate dalla morte taciturna di un fantasma che nessuna troupe aveva filmato, e che di certo non avrebbe guadagnato neppure un coccodrillo, una lacrima, né tantomeno una frammentaria ricostruzione durante il telegiornale delle sette, quello che informava tutta quanta la contea. Una morte ombreggiata, periferica, così impalpabile da insinuare nelle mente di Buddie, di Stanley e dello stesso Paul, il dubbio che fosse mai avvenuta per davvero.  </p>
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		<title>Nascita</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 07:18:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ingy Mubiayi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Ingy Mubiayi</strong></p>
<p> </p>
<p>[<em>Amori bicolori</em> (a cura di Flavia Capitani e Emanuele Coen, Laterza 2008) è un libro di quattro racconti di scrittrici e scrittori immigrati, nati o cresciuti in Italia. Quattro storie che sono quattro intramature di mondi, intersezioni che sono come un varco su un tempo a venire, fatto di rapidi - e anche inevitabilmente traumatici - cambiamenti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/nascita/">Nascita</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Ingy Mubiayi</strong></p>
<p><img border="0" width="145" src="http://alderano.altervista.org/2555885.jpg" height="220" /> </p>
<p>[<em>Amori bicolori</em> (a cura di Flavia Capitani e Emanuele Coen, Laterza 2008) è un libro di quattro racconti di scrittrici e scrittori immigrati, nati o cresciuti in Italia. Quattro storie che sono quattro intramature di mondi, intersezioni che sono come un varco su un tempo a venire, fatto di rapidi - e anche inevitabilmente traumatici - cambiamenti. <span id="more-5529"></span>Quattro storie che - nella differenza dei mezzi espressivi dei singoli autori - mettono a fuoco una serie di aspetti centrali di un meticciato prossimo venturo, e lo fanno dalla prospettiva di chi tali questioni le sente sulla sua pelle, nel suo incarnato. Quattro storie di coppie miste, con relativi problemi di aggiustamento tra culture differenti, e di reciproche calibrature. Un libro insomma che è prima di tutto un sintomo: che ci dice che oggi non si può più pensare l'immigrazione come la si pensava dieci anni fa. Che le questioni, oggi, cominciano a essere altre. (E, proseguendo il discorso, ci potrebbe dire anche come sia folle perpetuare una legislazione sull'immigrazione come quella attuale, rimasta intoccata sotto il governo che sta trapassando). Un sintomo, dicevo, e basti riportare i sommari dati anagrafici degli autori. Muin Masri, nato nel 1962 a Nablus, Palestina, in Italia dal 1985, lavora a Ivrea. Ingy Mubiayi, nata al Cairo nel 1972 da madre egiziana e padre zairese, vive a Roma. Zhu Qifeng, nato in Cina nel 1982, vive a Padova. Igiaba Scego, nata a Roma nel 1974 da genitori somali. Riporto qui il racconto di Ingy Mubiayi, che ha una libreria a Primavalle, si definisce "musulmana e occidentale" e ha cominciato a scrivere dopo gli innamoramenti per Sartre, Beauvoir, Duras, Yourcenar. <em>m.r.</em>]</p>
<p align="justify">Sospiro. Scendo e compio i gesti nuovi ma ormai automatici. Prima il portabagagli, poi lo sportello posteriore. Sgancia, aggancia, alza, stringi, sistema, e via. Un ultimo controllo alla sua borsa. Poi alla mia. Le porte automatiche si aprono e per la prima volta le attraverso con quel prolungamento del mio corpo, della mia vita. E passo nella convulsione dei non-luoghi. Emozionata? Spaventata? Pentita? Non lo so. Allungo lo sguardo verso l’interno della carrozzina, o meglio la navicella, come viene chiamato un componente del prolungamento del mio corpo che è il primo mezzo di trasporto di mia figlia. All’interno lei si dimena, lo sguardo rivolto verso qualcosa di estremamente attraente che richiede tutta la sua attenzione. Mia figlia. Non riesco ancora a impadronirmi totalmente di questo concetto. Come tutte, mi sento catapultata in un’altra dimensione. E, credo come tutte, ancora mi sorprendo della naturalezza delle cose. Eppure c’è qualcosa che mi sfugge, a cui io sono sfuggita per questi mesi, per questi anni. Intanto che aspetto, muovo meccanicamente la carrozzina avanti indietro, forse troppo bruscamente perché dall’interno arriva un verso infastidito. L’ho disturbata da faccende impegnative, ma non si perde d’animo e torna di nuovo con lo sguardo fisso rivolto alla parete dell’abitacolo, ancora più concentrata. Cerco con lo sguardo il mio compagno nella folla dell’aeroporto. Mi innervosisco per la sua flemma, possibile che ci voglia così tanto per chiedere informazioni? Intravedo la sua sagoma imponente e atletica marciare lentamente verso di noi. Lo sguardo vagante tutt’intorno. Come previsto l’operazione è complessa. Come previsto lui avverte il mio nervosismo, ma non dice niente. Mi trascina verso un banco del check-in dove presentiamo tutto il necessario per imbarcare una bambina così piccola, compreso il certificato del pediatra e quello delle vaccinazioni. La petulanza dell’operatrice aumenta il mio nervosismo, ma mi trattengo. Lui sa a cosa è dovuto il mio stato, e sa che potrei scagliarlo contro quell’innocente dietro al banco, come contro di lui. Per cui mi allontana lentamente, occupandosi del nostro imbarco. Poi, una volta finite le pratiche, mi consegna un fascio di carte, tenendosi la bambina che ogni volta abbandona le sue importantissime attività per rivolgere uno sguardo innamorato al padre. Il padre. Chissà se anch’io ho rivolto questo stesso sguardo a mio padre. Il mio compagno mi chiede se sono sicura di voler andare, da sola poi. Gli rispondo che non sono sola. Acidamente. Lui non replica ma si toglie gli occhiali e rivolge alla bambina una serie di smorfie che la fanno sorridere vistosamente. Forse si è risentito oppure non gli interessa. Avrei voluto che non me lo chiedesse ma che avesse fatto direttamente due biglietti, nonostante la mia decisione. Anzi, non vorrei proprio andarci.</p>
<p align="justify">Vorrei tornare nella nostra minuscola casa, adagiare la bambina sul mucchio di stoffe che ho messo per terra e tutti e due intorno a quell’essere, giocarci fino allo sfinimento. Ma ormai ho avviato questo processo e non posso più tornare indietro. Nonostante la bassa stagione, l’aeroporto è affollato. Troviamo un posto dove sederci in attesa dell’imbarco. Lui vuole un caffè, io non riuscirei a mandar giù nemmeno un goccio d’acqua. Quindi si allontana con la bambina, lasciandomi sola a guardarmi dentro. I dubbi, finora trattenuti dai frenetici preparativi, scoppiano tutti insieme, mi assillano. A che pro andare? Cosa penso di risolvere? Cosa penso che cambierà nella mia vita? Ho accuratamente evitato di pensare alla parte emotiva. Durante le ore insonni tra la poppata notturna e quella mattutina mi sono concentrata sul lato pratico, su come organizzare il viaggio, sui consigli di amici e medici per far viaggiare nel modo migliore la bambina, sulle parole di mia madre e dei miei suoceri, su noi due, io e lui. Raramente ho affrontato il motivo del viaggio.</p>
<p align="justify">Li vedo arrivare. Lui spinge la carrozzina come fosse un mezzo su cui viaggia qualcosa di prezioso ma con cui ha confidenza, non come un suo prolungamento. Sarà forse questo il segreto per renderli autonomi? o è l’atavica differenza nel rapporto tra padre e madre? Mi porge una bottiglia d’acqua aprendola. Un gesto rassicurante, penso, ma sono troppo presa nelle mie domande e non riesco più a parlagli da quando ha innalzato quella barriera tra di noi. Le lenti dei suoi occhiali sono diventati una barriera sottile e trasparente ma invalicabile come le porte di un caveau. Spesso immagino di uscire dal mio corpo e di guardarci dall’esterno, con gli occhi di un passante. Quella suora seduta a leggere per esempio, o quel ragazzo in maniche di camicia e la valigetta portacomputer a tracolla. Una coppia con bambino. Marito moglie e figlio. Famiglia. «Famiglia mista», suona strano, meglio «coppia mista con bambino». Lei scura, lui chiaro e il bambino, il giusto compromesso. Silenziosi, penseranno. Infelici, forse. Come se il silenzio fosse indice di mancanza. Chissà se funziona, si chiederanno. Chissà se funziona, me lo chiedo anch’io ora. Io nera, lui bianco. Famiglie di origine distanti anni luce. Si guardano da lontano, chiusi nei propri pregiudizi. I genitori del mio compagno hanno saputo di me per una conoscenza comune: la datrice di lavoro di mia madre. Non abbiamo mai capito se fosse stata una coincidenza dopo che mia madre aveva raccontato della mia relazione alla datrice di lavoro, scoprendo che erano suoi conoscenti. Un giorno la signora chiede a mia madre di intrattenersi oltre l’orario per aiutarla a preparare una cena. Arrivano gli ospiti proprio mentre mia madre sta per andarsene e la sua datrice di lavoro li presenta: sono i suoi consuoceri, esclama sorridente. L’imbarazzo è stato grande da entrambe le parti, tanto che poi le occasioni per incontrarsi non ci sono state prima dell’arrivo della piccola, cominciando dalla cena per annunciare la gravidanza. Eppure sono passati dieci anni da quel primo incontro. Le differenze ci sono e non basta l’istruzione o il denaro a colmarle.</p>
<p align="justify">Hanno chiamato il mio volo. Ci avviamo verso il <em>gate</em>. Non sei costretta, non devi dimostrare niente, mi dice. Lo so. Non sono costretta, ma lo devo. E ormai sono qui. Contro quel viaggio si sono opposte entrambe le parti sin dall’inizio. I genitori del mio compagno lo consideravano troppo gravoso per la bambina. Mia madre non ne capiva il senso. A che pro? mi chiedeva come me lo chiedo io ora. Adesso hai una famiglia, su quella ti devi concentrare. Il passato è andato, niente e nessuno te lo potranno ridare. Venticinque anni di assenza non ti bastano per capire? gridavano i suoi occhi, senza che le labbra si muovessero, mentre le dicevo che forse sarei partita. Saggia giovane madre. Forse si rivolgeva più a se stessa che a me. Proiezioni genitoriali. Ancora si chiede come mai quel giorno sono andata sul sito dell’ultima città in cui aveva abitato e di cui avevamo avuto notizia. Ho cercato il gestore degli elenchi del telefono, ho digitato il suo nome ed eccolo lì. Dopo venticinque anni. Avevo tutto ciò che mi serviva per contattarlo. Così ho rintracciato mio padre dopo tutti quegli anni. La reazione di mia madre mi ha un po’ sorpreso. Il padre che sto andando a incontrare è stato suo marito, padre di sua figlia. Neanche lei lo vede da venticinque anni, e poi eccolo apparire su un foglio stampato dal web. All’inizio è comparsa l’incredulità mista a divertimento, poi diffidenza, infine l’astio accumulato in tanti anni. Ho sempre pensato che fosse morto, mi ha sussurrato alla fine di quella convulsa giornata. Sì, ha sempre pensato che fosse morto e questo la tranquillizzava. Non l’aveva abbandonata e dimenticata per tutti questi anni se fosse stato morto. Il silenzio sarebbe stato giustificato da una causa indiscutibile, al di là di noi stessi. Quindi il suo amore e la sua dignità erano salvi. Invece, eccolo lì vivo e vegeto. Tranquillamente iscritto nell’elenco del telefono di una cittadina francese. Possibile? Possibile che in tutti questi anni a nessuno sia venuto in mente un gesto così banale? A questo punto è esploso il rancore accumulato. Ho intravisto in mia madre la giovane donna che è stata, ferita dall’abbandono. È sopraggiunto l’egoismo filiale che ha distolto il mio sguardo da quella nuova prospettiva. Avevo paura di incontrare quella donna amareggiata e di non riconoscerla come mia madre. Temevo di riconoscere me in lei. Ora che avevo quell’indirizzo non potevo più cambiare strada, dovevo affrontare quel mondo che pur non appartenendomi era mio. Intanto mia madre aveva ingaggiato la sua battaglia. Caparbiamente, ma con delicatezza. Non voleva che andassi, che andassimo. Non voleva che quell’uomo l’avesse vinta anche questa volta, incontrando figlia e nipote. Che fossimo noi a cercarlo, era un punto a suo favore, al suo orgoglio, immaginava lei. Sarebbe stato ammettere che la mancanza era da parte di mia madre e che noi avevamo avuto bisogno di lui e lo dimostravamo adesso andando da lui. Temeva che io scoprissi se mai avevo avuto quello sguardo innamorato verso mio padre, e che mi piacesse. Temeva che tutti i sacrifici che aveva fatto per me, tutto l’amore, l’impegno, l’educazione che aveva riversato in me si sciogliessero di fronte a quello sguardo, scoprendo quanto tutto ciò non era stato sufficiente a colmare il vuoto lasciato da quell’assenza. Temeva di aver sbagliato. Ma temeva anche di scoprire che nessun senso di colpa lo rodeva e se anche avesse provato un po’ di rimorso, il nostro incontro lo avrebbe fatto morire in pace, nel perdono.</p>
<p align="justify">Era la donna ferita che parlava. A gemere la loro pena erano le piaghe riaperte dal foglio con su stampato un nome e un indirizzo. Perché mi sia accanita su quest’idea non l’ho capito ancora. Forse per lei. Forse per me. Ma affrontare il senso di colpa che abbatte l’animo quando si provoca sofferenza alla propria madre, è stata una delle prove più difficili da superare. Sono qui in volo verso la verità. Fa ridere. La verità. Cosa ci può essere di più vero di moglie e figlia lasciate sole in un paese straniero? Come può un’altra verità modificare la visione di quella vita cambiata di punto in bianco, costringendola a una trasformazione radicale. Ho paura di ripercorrere la stessa strada di mia madre. Lei giovane che si innamora di uno straniero, e insieme vanno a vivere in terra straniera. Io giovane che mi innamoro di uno straniero, nella terra che è mia per elezione. Può un piccolo particolare deviare il flusso del destino? Può una diversa angolazione cambiare il corso delle cose? Pur essendo io la straniera qui, pur vivendo nel suo di paese, ai miei occhi e agli occhi di quella comunità alla quale nemmeno io appartengo lui è uno straniero. Camminare sospesi tra due mondi può essere divertente, ma non facile, quando questi poi diventano molti, le cose si complicano. Non sapere a chi si appartiene, a chi rimettere il fulcro della propria identità mette in imbarazzo lo spirito.</p>
<p align="justify">Mia madre si era appena diplomata, giovanissima, ambiva come tante a uno stipendio che le permettesse di seguire la moda di cui era appassionata, e di frequentare il salone di bellezza dove lavorava la sua amica di sempre, un po’ più spesso. Farsi mani e piedi e l’acconciatura una volta alla settimana era un sogno. Andare al cinema, frequentare i locali alla moda, lasciarsi corteggiare da ammiratori più o meno segreti, queste cose riempivano la testa di mia madre mentre faceva i suoi primi lavori. Poi l’amore. L’amore travolgente e nefasto. Uno straniero intrigante come la notte senza stelle del deserto in cui si è avvolto il suo corpo. Un corpo armonioso e solido, nonostante la sagoma proiettata verso il cielo. Un corpo da desiderare e da amare. Quel corpo, però, portava con se uno spirito che veniva da lontano, oltre il deserto, naturale marcatore di confine. Oltre, un mondo dai contorni labili e sconosciuti, per questo affascinava e impauriva. A quella giovane donna a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta piacevano le sfide, voleva disvelare gli arcani celati in quegli occhi. Forse voleva domare l’ignoto. Non dello stesso avviso era la famiglia. Tutti, parenti e amici, si erano opposti. Tutti adducevano la stessa motivazione: è uno straniero. Distinto e con buona posizione ma sempre forestiero. Non uguale l’educazione, non uguali i valori. Orizzonti diversi, limiti geografici e morali diversi. Più loro insistevano, più lei si convinceva che erano banalità, luoghi comuni, paure ataviche prive di fondamento. Non c’erano più confini in questo mondo, pensava, gli aerei e la televisione portavano ovunque.</p>
<p align="justify">L’altro siamo noi. Siamo uguali, siamo uomini e donne che vogliono amare e vivere in pace. Voi siete vecchi, diceva e pensava, siete i vecchi aggrappati a quelle radici che vi tengono ritti e vivi. Provate a volare come le foglie degli alberi, ad allontanarvi da quel pezzetto di terra che vi ha generati. Provate a nutrire e nutrirvi d’altro. E come una foglia volò via con il suo uomo nero venuto da oltre il deserto. Volarono via, lontano da tutto ciò che gli apparteneva, lasciando quel continente che era il loro unico comune denominatore. Approdarono nella terra dei bianchi, lei pensava di trovare la civiltà avanzata, che tutti miravano a raggiungere. Quella società aperta e dinamica, dove ciò che conta non sono le tue origini come la società classista e razzista dalla quale proveniva. Pensava di condividerne i propositi per il futuro. Pensava che importanti fossero le idee che avevi. Anni di contestazione, di rivoluzioni.</p>
<p>Credeva di giungere nel momento giusto per la creazione di una società più giusta. I giovani sono giovani ovunque, i vecchi fanno i vecchi ovunque. Simile storia per noi: uguali gli intenti diverso l’approccio. La prima reazione dei parenti del mio compagno fu di accondiscendenza. Di ragazze lui ne aveva avute tante, viviamo in una società libera e democratica, tutto sommato. Poi il prolungamento della nostra storia aveva destato segni di curiosità mista a sorpresa. Per parenti e amici io ero una straniera. Non uguale l’educazione, non uguali i valori. Orizzonti diversi, limiti geografici e morali diversi. Ma una buona dose di educazione e di ipocrisia aveva impedito loro di insistere. Così abbiamo fatto finta di niente anche noi e siamo andati avanti dopo il nostro inizio burrascoso. Politicamente impegnati in fronti diversi, non vedevamo che il nemico nell’altro, l’avversario da contraddire, battere e piegare negli incontri. Feste, cene, serate tranquille in locali dislocati in ogni angolo della città. Ci rincorrevamo quasi pur di sottolineare un fatto politico o di cronaca che avallasse la posizione presa. Niente di personale, così cominciavamo e chiudevamo le nostre arringhe. Poi è cominciato il personale, quando un giorno si è tolto gli occhiali per guardarmi, i nostri occhi si sono incontrati e ci siamo visti. Ciò che più temevo era che lui fosse alla ricerca dell’esotico. Pensavo che avrebbe voluto da me la dimostrazione di tutti quei luoghi comuni che girano nelle teste della gente di questo paese, come mi era capitato in precedenti relazioni. Che gli cucinassi piatti tipici del mio paese (quale?), per esempio, oppure che lo portassi in giro alla scoperta di quel mondo etnico, nascosto nelle pieghe della città che affolla le serate e l’immaginario di alcuni. O ancora che volesse da me la testimonianza in prima persona di quella che era la tragedia della contemporaneità: l’immigrazione clandestina, con i suoi barconi e le sue barchette, con le cantine stivate di persone a dormire, il tutto pagato con un indebitamento transgenerazionale allo scopo di raggiungere la terra promessa che per la maggior parte si traduce in sfruttamento e miseria, talvolta morte nei campi o nelle officine dell’Occidente civile. Niente di tutto ciò, e comunque non avrei potuto. I miei sono venuti con regolari biglietti aerei e altrettanto regolari visti. La clandestinità non fa parte della mia esperienza e quei quattro amici stranieri che ho, li ho incontrati strada facendo e non sono nemmeno delle mie zone.</p>
<p align="justify">Sono appassionata di sushi e di flamenco, mi piacciono i gialli nordici e amo le commedie, i locali che frequento sono più ispirati alle sonorità gaeliche che a quelle del deserto. Non eravamo poi così diversi io e lui, ma lo eravamo agli occhi degli altri, lo eravamo rispetto agli altri. Invece diversi tra diversi erano mio padre e mia madre. E forse questo li tranquillizzava, fino a un certo momento. Reinventare abitudini, camuffare usanze, celare modi di essere e di fare erano la norma. Bisognava evitare di dire «da me si fa così» perché avrebbe scatenato una serie infinita di discussioni inconcludenti, come accadeva spesso. Bisognava far passare le pratiche dei nonni per novità fantasiose ispirate dal luogo e dal momento in cui si stava vivendo. E poi sono arrivata io. La sintesi, il ponte che avrebbe unito definitivamente due sponde. Oppure avevano appena creato la terza sponda. Non avevano pensato a questo mia madre e mio padre quando mi hanno concepita. Come non ci abbiamo pensato noi. Non hanno pensato che quella creatura avrebbe portato con sé non metà dell’uno e metà dell’altro ma interi continenti su di sé e in sé. Come potrebbe accadere a mia figlia, che avrà in sé non uno ma due continenti, non due ma tre civiltà a cui far riferimento, con cui confrontarsi o scontrarsi.</p>
<p align="justify">A meno che non riesca a lasciarsi tutto alle spalle, o a essere effettivamente sintesi. Non posso dire di non aver saputo che avrei reso difficile il suo percorso aumentandone gli ostacoli. Un figlio non lo aspetti nemmeno quando lo hai programmato. Mi ero alzata prestissimo. Sulla confezione c’era scritto che la prima urina della mattina era quella più favorevole per un risultato sicuro. Erano le quattro e avevo cominciato a scartare l’involucro. Il primo pensiero fu di ordine pratico: la pipì delle quattro è considerata la prima della mattina o l’ultima della notte? Si dice le quattro del mattino o le quattro di notte? Rimasi a pensarci su, ma le mie conoscenze medicoscientifiche a riguardo erano vicine al nulla.</p>
<p align="justify">Non sapendomi decidere scelsi l’opzione filologica: non si dice le cinque di notte. Alle cinque meno un quarto avevo imparato a memoria le istruzioni in tedesco, e qualche lettera dell’alfabeto cirillico. A quel punto avvio l’operazione. Aspetto. Aspetto che le strisce si colorino. Aspetto. Aspetto poco perché entrambe le strisce si colorano di un rosso vivissimo. Netto, senza sbavature, quel colore urla il suo risultato. Aspetto. Aspetto fino a quando il mio compagno non appare alla porta, ancora assonnato e disinvolto. Mi fa segno di spostarmi senza parlare. Grugnisce qualcosa. Aspetto. Al momento sono l’unica a sapere. Aspetto ancora qualche secondo per godermi questo segreto. Poi glielo dico. Aspetto.</p>
<p align="justify">Tutto mi sembrava un prodigio. L’ecografia. La prima. Quella in cui appariva un fagiolino e la ginecologa festante che urlava «Eccolo!». Ricordo che il primo pensiero fu rivolto alla baldanza della dottoressa, che non conoscevo affatto. Il suo sorriso mi era parso sincero, nonostante non fosse alle prime armi. La vita continua a stupire forse più ancora della morte. Tramortita da quei pensieri, annuivo con un sorriso ebete, lui alle spalle della ginecologa, il sorriso scettico. E così abbiamo proseguito mano a mano che il fagiolo compiva il corso evolutivo che lo avrebbe portato ad assumere sembianze di un essere umano: io con il mio sorriso ebete, lui con il suo scettico.</p>
<p align="justify">Siamo appena decollati. Abbasso uno sguardo ansioso incontrando il volto di mia figlia, gli occhi chiusi e vaganti in chissà quali espressioni oniriche. La cintura di sicurezza in cui è costretta non sembra darle noia. Mi accorgo che un sorriso ha trasformato la mia espressione corrucciata da quando ho lasciato il mio compagno. Sempre lo stesso sorriso ebete ma un po’ più aggraziato ora. Percorro i suoi lineamenti, senza più chiedermi a quale ramo della famiglia appartengono. Eppure la corsa a identificare tutto l’albero genealogico, c’è stata. Chi vi vedeva gli occhi di nonni, bocche di prozie, nasi di cugini. A me capita piuttosto di essere impaziente di vederla grande, solo peressere assalita, subito dopo, da un senso di smarrimento all’idea di perdere questi attimi di sentimenti ed emozioni assoluti, non mediati da pensieri e parole. Il rammarico è che lei non si ricorderà niente e chissà se io riuscirò a conservarli da qualche parte. Quando ho provato a chiedere qualcosa a mia madre sulla mia nascita, è sempre stata vaga, approssimativa. Mia madre sembrava aver cancellato tutto. Come se peso o ora di nascita fossero senza alcun rilievo. Come se il fatto che dormissi o no la notte non avesse impresso nessuna traccia nella sua memoria. Per scherzo mi diceva che non ero sua figlia e che mi aveva trovato da qualche parte. Io ridevo del gioco, ma dentro ci soffrivo perché tutti i genitori raccontano aneddoti sui loro figli. Volevo sapere quante volte mi cambiava il pannolino, e a quanti mesi ho detto la prima parola, volevo sapere se avevo fatto cose di cui era andata a vantarsi con i vicini, o se in piena notte era corsa spaventata all’ospedale temendo di perdermi. A tutto ciò era impermeabile mia madre. Il fatto di non avere un padre a cui rivolgere le stesse domande acuiva il mio risentimento nei confronti di mia madre. È stato dopo aver conosciuto mia figlia che ho capito. Uscendo dalla sala parto ho incontrato lo sguardo di mia madre. In lei barlumi di quei sentimenti ed emozioni assoluti, inconsistenti e pesanti che ora ritrovo in mia figlia. Aveva usato tutte le sue energie per trattenerli. Non ho previsto il ritorno, ma ho controllato e ci dovrebbe essere un volo quattr’ore dopo il mio arrivo, il nostro arrivo.</p>
<p align="justify">Anche se non l’ho espresso chiaramente penso di prendere quello. Basteranno quattro ore per giungere alla verità? Basteranno per rappacificare quell’altra me che destatasi sputa tutto il suo rancore? Sono settimane che tento di immaginare questo incontro ma proprio non ci riesco. Ogni volta che provo mi si para davanti una lieve nebbia, che fa intravedere volti, gesti appena accennati, discorsi sussurrati. Poi arrivano le urla, grida sommesse di liti tra mia madre e mio padre. Lui era di ritorno da un viaggio nel suo paese, quella metà di me che nei miei tratti somatici ha lasciato tracce vistose. Mia madre sempre più triste e sempre più inafferrabile. Avevo appena tre anni, quando la nostra casa si è riempita di volti nuovi che a malapena rammento. Ricordo il vociare, il viavai incessante. Ricordo mia madre gli occhi assenti, inizialmente distante, dopo sempre più stretta a me. Poi il vuoto. La casa svuotata. Per due anni avevo avuto una famiglia numerosa, fratelli e sorelle più grandi. Ero stata coccolata e dimenticata poi d’improvviso solo una madre a coccolarmi e dimenticarmi. Nemmeno più quel padre i cui lineamenti sono impressi in quell’unica foto che mia madre ha sempre tenuto ben esposta nel piccolo soggiorno della casa d’infanzia. Sole in terra straniera. Il matrimonio in frantumi e l’impossibilità di tornare indietro a casa propria. Per orgoglio, pensai per lungo tempo. No, puro pragmatismo. Mia madre aveva acuminato i suoi aculei seppellendo la giovane sognatrice in lei, che in realtà era già sparita da un bel po’. Era vero, eravamo straniere in terra straniera, ma sua figlia sarebbe</p>
<p align="justify">stata straniera anche tornando indietro. Così tanto valeva provarci.</p>
<p align="justify">Aveva lasciato il suo mondo classista e razzista, ne aveva trovato uno ancor più feroce che non sapeva cosa farsene del suo diploma, ma aveva bisogno delle sue mani non per farle curare periodicamente da un’amica estetista ma per renderle gonfie e informi in lavori che nessuno voleva più fare. La sognatrice era stata sotterrata, la caparbia diventava più tenace che mai. La società più giusta che si aspettava non era mai arrivata. Si trasformavano invece le disparità. Non più la provenienza di ceto contava ma quella geografica. Non più differenza tra Nord e Sud del paese, ma del mondo. Una donna sola, straniera con una figlia, non è una buona presentazione, in nessuna cultura per quanto apparentemente progressista. Ma lei non temeva più nulla, si era già scontrata con il diverso. E aveva perso. I miei genitori erano fieri delle loro origini, ma non abbastanza di quella dell’altro. Il loro punto debole. Andarono avanti pensando che erano uguali, uguali alla rappresentazione che ognuno aveva dell’altro. Secondo la propria visione, la propria cultura, la propria tradizione. Solo dopo anni, solo dopo richieste eluse, solo dopo frammenti di discorsi carpiti ho ricomposto gli eventi. Solo dopo la nascita di mia figlia ho sentito dalla viva voce di mia madre il racconto della sua verità. Una verità banale, una storia come tante altre. L’uomo che veniva da oltre il deserto aveva mentito. Non sono stati né religione né usanze diverse a spezzare l’incantesimo, ma la banalità dell’inganno. L’unico elemento che accomunava i due mondi al di qua e al di là del deserto ha sgretolato questa coppia. L’uomo nero aveva semplicemente un’altra famiglia che ha tentato di far convivere con quella nuova. Non era quello che sembrava o quello che diceva di essere. Nel giro di due anni l’esperienza è finita consegnandomi l’assenza di un padre. Quello stesso padre a cui sto andando a chiedere la sua di verità.</p>
<p align="justify">Il volo procede tra le dimostrazione video delle manovre in caso d’emergenza e l’inizio dei preparativi per lo spuntino offerto dalla compagnia. L’equipaggio di bordo compie quei gesti di routine professionalmente senza l’entusiasmo che pubblicità e immaginario collettivo attribuiscono loro. La presenza di questa creatura, però, pare dare più vivacità alle loro espressioni. Chiunque passi, si ferma non solo per dovere ma anche per quel subbuglio che un essere innocente e completamente privo di autonomia suscita nel nostro profondo. È forse perché in qualche modo ci ricorda che anche noi siamo stati così e di quanto avremmo bisogno di tornare a esserlo. È l’ora della poppata e le assistenti di volo mi procurano tutti i comfort necessari. Mi hanno anche permesso di spostarmi per avere più spazio visto che l’aereo non si è riempito. Mia figlia sembra essere una taciturna, accenna appena a un lamento per poi attaccarsi voracemente al mio seno. Non so se è il momento più bello della maternità come sostengono molte, per adesso per me è quello più distensivo. È il momento in cui mi abbandono completamente a lei riempiendomene occhi e mente. È il momento in cui per lei ci sono solo io (o meglio il mio seno) e per me c’è solo il suo volto impegnato nella lenta e regolare suzione. L’improvviso suo sguardo che intercetta il mio, e il distendersi di un sorriso, presto sostituito dal movimento ritmico di vitale importanza. Alla fine la sua soddisfazione, la mia soddisfazione.</p>
<p align="justify">Penso al mio compagno, il padre che ho lasciato lì all’aeroporto. Non è ancora diventato nei miei pensieri solo il padre di mia figlia. Per il momento, la relazione è tra di noi e non mediata dalle relazioni familiari. La famiglia. Qualche volta abbiamo affrontato il discorso «matrimonio». Lui lo intendeva come pura festa da organizzare. Locale, tipo di musica, invitati. Io inseguivo il fascino del rito, immaginandomi chissà quali scambi simbolici più o meno esotici. Discorsi senza importanza, più per gioco o per vagare nelle fantasticherie dell’altro. Mia madre ha passato il nostro primo anno di convivenza a chiedermi quando ci saremmo sposati, ad offrirsi per le spese, per l’organizzazione, per qualsiasi cosa purché fosse stipulato quel contratto. Spazientita le ricordai il suo di matrimonio, quella firma che non ha garantito né amore né mantenimento. Non si è persa d’animo, anche se per un po’ non ha più toccato l’argomento. I genitori del mio compagno non si sono mai pronunciati. Il mio compagno, lui serafico, non ha mai considerato la reale possibilità. Quelle poche volte che ne abbiamo parlato seriamente, sempre la sua lingua è scivolata componendo la parola funerale anziché matrimonio. Cosa vi avrebbe trovato Freud in questo lapsus? Eppure a volte ne provo il desiderio. Il desiderio di non confrontarmi sempre, di non dover giustificare la scelta della convivenza – come spiegare che non si tratta di una scelta ma di semplice stato delle cose, inerzia la chiamerebbe qualcuno.</p>
<p align="justify">L’attimo di perplessità che sopraggiunge quando chiedono di «mio marito»: devo correggere o lasciar perdere? E ancora quando mi vedono con un bianco, la mancanza della legittimazione sociale attraverso quelle firme, fa pensare a precarietà. Avviene anche per le coppie autoctone, ma tra un bianco e una nera, c’è qualcosa di morboso. Non sono un uomo e una donna che si sono incontrati e amati. Sono due corpi, due civiltà, che si sono scelti per soddisfare chissà quali desideri inconfessabili, uno, l’altra per tranquillità burocratiche o nella migliore ipotesi per riscatto sociale. Ovunque, in qualsiasi parte del mondo andiamo io e lui, fianco a fianco, la parola viene rivolta al mio compagno: maschio e bianco. Ma rispondo sempre io, perché lui pigramente si affida alle mie conoscenze linguistiche, diventate deprimente soddisfazione alle mie frustrazioni di donna nera. Eppure lui, nella sua razionale superficialità, non mi ha mai vista diversa. Mai il colore della mia pelle, le mie origini sono state considerate da lui come estranee. Talvolta credo che si sia stupito dello sguardo curioso di qualcuno nei miei confronti, talvolta credo che abbia sottovalutato il malessere di cui ogni straniero soffre, accusandomi di essere preda di momentanei stati di confusione sentimentale. Talvolta vorrei che si accorgesse che sono diversa e vorrei essere trattata da diversa. Il peso dell’uguaglianza, siamo ancora poco allenati a sostenerlo.</p>
<p align="justify">L’aereo sta per atterrare. Comincia il mio nervosismo. Vorrei tornare indietro. Forse ha ragione mia madre a dire che non cambia niente. Forse ha ragione il mio compagno a dire che non devo dimostrare niente. Mia figlia sembra percepire il mio nervosismo e comincia ad agitarsi. Calmando lei forse mi calmo anch’io. O è l’inverso. Ho bisogno di un aiuto esterno per frenare l’ansia. Faccio ricorso alla respirazione che ho imparato nei corsi di preparazione al parto. Come sembra lontano e vicino il momento in cui più mi servirono. Le contrazioni si stavano facendo sempre più rilevanti, sosteneva l’ostetrica di turno. Come se prima fossero state senza alcuna importanza. Ci siamo. La situazione era andata precipitando in meno di un paio d’ore, che per me assomigliavano a un’eternità simile a un batter di ciglia. Allora il terrore mi assalì. Insieme alla mia bambina prendeva forma la questione che per trentaquattro settimane aveva serpeggiato nel mio animo senza mai palesarsi. Come sarà? L’ostetrica bonariamente mi rispose che sarebbe stato facilissimo, «Tranquilla, bella!». Mentre mi si rompevano le acque rettificai – urlando – la mia domanda. Non il parto, no! Intervenne l’infermiera che accarezzandomi la testa mi disse che la bambina sarebbe stata bellissima, moretta come me. E mi chiese di spingere, respirando regolarmente. Il respiro mi respira. Ripetevo il mantra insegnatomi nel corso di preparazione al parto, ma con la contrazione esplose ancora di più il mio punto interrogativo. Quale sarà il suo mondo? Ho eluso per otto mesi questa domanda. Abbiamo fatto finta di niente io e lui. Come se fosse tutto normale, come se noi fossimo normali. Eppure tutto e tutti continuavano a ricordarcelo. Amici, parenti, conoscenti e sconosciuti quando ci vedevano insieme. Sarà bianco o sarà nero? No, sarà un cioccolatino al latte, dicevano i più briosi. Caffelatte, sostenevano i più seriosi. Mulatta, gli intenditori. Io non pensavo. O meglio pensavo che sarebbe stata normale. Normale. Intercettai lo sguardo che l’infermiera aveva lanciato al mio compagno alle mie spalle e nello stesso istante lui cominciò a respirare più rumorosamente mentre le sue dita mi stringevano più forte. L’ostetrica stava manovrando nel mio intimo, tranquillizzandomi allo stesso tempo: «Ma sì cara, hai fatto anche l’amniocentesi, certo che sarà normale. Ora però un ultimo sforzo, respira trattieni e spingi». Io urlai le mie domande, le mie perplessità e a un tratto sentii un altro urlo che si univa al mio e mi sembravano le stesse domande, le stesse perplessità.</p>
<p align="justify">Da quella notte qualcosa è cambiato nel nostro rapporto di coppia. È stato come se ci fossimo accorti di essere una coppia mista. Guardavamo quella creatura cercando anche noi i segni della parentela. Scrutando nel colore della sua pelle le tracce del destino. Ci stavamo rendendo conto delle differenze tra noi, in lei. Lui sembrava aver realizzato la nostra condizione. O meglio la mia condizione di straniera in mezzo a stranieri, e che quel mio stato aveva trascinato anche lui in una condizione apparentemente anomala. Ogni volta che incontravamo una coppia mista, lui li osservava, scrutando differenze e similitudini tra loro e in rapporto a noi. Una volta mi sciorinò i numeri delle nascite, dei matrimoni, delle convivenze, delle separazioni e dei divorzi tra italiani e stranieri. Segno che aveva fatto una qualche indagine su internet. Rimasi così sorpresa che non riuscii a commentare, dimenticando quella sfilza di dati. Rimasi soprattutto sorpresa dal fatto che ora lui ci considerava «coppia mista». Me ne domandavo il perché tra una poppata e l’altra, mentre mi affaccendavo sul fasciatoio a scoprire i più piccoli dettagli di quel corpo minuto. Mentre sceglievo tra la pasta protettiva e il talco al cambio del pannolino, mi confondeva l’idea che lui avesse preso coscienza della nostra diversità. Tante volte avevamo parlato, discusso, litigato sul mio stato di straniera. Spesso succedeva dopo un mio viaggio in qualche antro della burocrazia, o dopo qualche episodio comico o tragico legato al colore della mia pelle. Lui sorrideva o inveiva, a seconda, ma sempre considerando i fatti come normale amministrazione, come se potesse succedere a tutti, indifferentemente dalle origini o dalla pelle. Il suo ragionamento si spingeva quasi a negare l’esistenza di forme di razzismo, perché tutto era riconducibile a semplice, banale, onnipresente ignoranza. Quando era legata agli esecutori di legge o alla legge stessa si trattava dell’endemica disorganizzazione politica e amministrativa del paese. Quando proveniva da ambienti borghesi era snobismo o affettazione, mentre negli ambienti più popolari, essendo per loro natura più spontanei, la si poteva cogliere più propriamente come ignoranza. Queste le sue teorie che io mi affaccendavo a criticare e smontare ogni volta che si presentava l’occasione, anche se a volte avrei tanto desiderato che fossero vere, che non ci fosse niente di personale in quell’accanimento verso il diverso, verso il colore della pelle, la forma degli occhi o la lingua parlata. Mi sarebbe piaciuto che certe leggi fossero state dettate da incompetenza e non da pragmatica volontà di assoggettamento, mi sarebbe piaciuto che alcuni atteggiamenti derivassero da pose o da mancanze invece di provenire da paura o da cattiveria. Dopo la nascita della bambina, sorprendevo il mio compagno a osservarmi, come faceva con le altre coppie. Mi fissava attraverso quelle lenti come se volesse vedermi con altri occhi, da un’altra prospettiva. E ciò che più mi spaventava era la possibilità che ci riuscisse. Cosa vedeva ora? Quali occhi stava usando? quelli della legge, quelli del borghese o quelli del popolano? Il suo sguardo diventava tanto più torbido verso il mio volto, quanto più limpido verso sua figlia, nostra figlia. E ciò che più mi preoccupava erano quegli occhiali che non toglieva più. Nelle notti insonni vagavo al nostro stato precedente, quando per parlare di noi lui usava levarsi gli occhiali da vista o da sole, che fossero. In quello sguardo miope io mi perdevo trovando il giusto percorso che insieme volevamo fare. Bastava quel gesto a stabilire complicità, o a ristabilire un contatto dopo litigate furiose per fatti nostri o del mondo. Senza parole, era sufficiente rimuovere quell’oggetto dal suo volto per ritrovare la nostra intimità.</p>
<p>Quando ha cominciato a non toglierseli più? La mia ostinata insistenza per avere un figlio e la sua altrettanto ostinata elusione mi hanno forse resa cieca ai segnali che quelle lenti mi lanciavano? L’avevo convinto ma le sue riserve si esprimevano attraverso la frase ricorrente «rimango in stand by», quando gli parlavo del nostro futuro a tre, mentre gli occhiali se li toglieva solo per andare a dormire. Ha ricominciato a toglierseli alla nascita della piccola. Non i primi giorni in cui effettivamente è rimasto alla finestra a guardare l’avvicendamento intorno a quella creatura. Anche la distanza tra i nostri familiari sembrava accorciata dall’embrione di ponte lanciato tra due sponde. Poi lo sguardo è cambiato, verso di me e verso di lei. È cominciato il suo lento avvicinarsi a quell’essere primordiale, puro istinto, che cominciava ad avvertire parte di sé. Nello stesso tempo mi sembrava che avvenisse un graduale allontanamento da me. Ora gli occhiali se li toglieva solo quando si rivolgeva a lei. Poi, piccolezze, ha cominciato a insistere sulle somiglianze, tutto era riconducibile a lui e alla sua famiglia. Ha portato a casa il suo album di foto dell’infanzia per darmi la prova che lei era il suo ritratto, come se ciò potesse dispiacermi, visto che avevo scelto lui per mettere al mondo la mia discendenza. Poi un giorno tornò a casa con uno di quei diari dove raccontare con parole e immagini i primi passi della piccola. Alcune pagine erano dedicate alle famiglie di origini, il lato della mamma e il lato del papà. Sul mio apparvero solo due nomi, il mio e quello di mia madre. Sul suo volle trovare il modo di incollare una pergamena di cinquanta centimetri con il suo albero genealogico. Il giorno dopo digitai il nome di mio padre su quel sito. Ora sto qui a usare quella stessa respirazione che mi ha aiutato durante il parto sperando che riesca a calmarmi, a calmarci. La simbiosi che si è creata mi spaventa e mi inorgoglisce, sentimento che mi fa paura da sempre perché so che ne ho pieno il petto. Ancor di più mi spaventa la mancanza di figura maschile nel mio immaginario. Sei fortunata, aveva esclamato una mia amica, perché non hai l’immagine della famiglia-tipo. Probabilmente è questo che si legge dall’esterno, la mia non è stata una famiglia-tipo: o troppi o troppo pochi. Quale delle due opzioni seguire? Della famiglia numerosa ho solo un vago ricordo, a tratti piacevole, altrimenti coperto dall’indifferenza. Si viveva ammassati nella grande casa pagata dall’agenzia per cui lavorava mio padre. Tutte le femmine dormivano in una stanza, i maschi, più numerosi, erano ripartiti secondo l’età. Si giocava, si usciva a passeggio, si mangiava in tavolate infinite, ai miei occhi di piccola. Mia madre la vedevo di rado all’inizio. Aveva accettato la nuova situazione per amore e poi, forse, aveva trovato familiare l’atmosfera che la folla in casa aveva creato, le ricordava la sua famiglia, sette tra fratelli e sorelle, più nonni e zii quando erano in vita. Poi io e mia madre cambiammo casa, trovandoci in un piccolo appartamento e qualche volta c’era anche mio padre. Non durò molto perché anche quella casa venne lentamente ma progressivamente invasa pacificamente dagli altri fratelli. Trovavano mia madre simpatica, forse, essendo quasi coetanei? Oppure avevano bisogno di qualcuno che si prendesse cura di loro, visto che la loro di madre era rimasta al paese? Ma anche questo ben presto era finito. Da un giorno all’altro, ci siamo ritrovate da sole. Tutto il trambusto finito, tutta la famiglia ridotta a due individui, io e mia madre.</p>
<p align="justify">Famiglia piccola, quasi non-famiglia, di questa è intrisa la mia persona. Dopo aver passato l’esperienza di avere fratelli è difficile tornare allo stato di figlia unica. È logorante non condividere l’attesa per il genitore che torna stanco dal lavoro, essere consci di non aver diritto a nessun capriccio. È frustrante sapere che la fatica segnata sul volto di tua madre è tutta volta a te. Ogni nuova ruga, aumenta il tuo senso di colpa. Ogni risata è una boccata d’ossigeno. È sorprendente come negli ultimi dieci anni la nostra vita sia completamente cambiata. Sembra che sia segnata da uno spartiacque: l’inizio della mia carriera e l’inizio della relazione con il mio compagno hanno decretato il rilassamento della fronte di mia madre. Sparite alcune rughe che mi angosciavano, sempre più risate che mi allietavano fino alla rinascita di mia madre in un nuovo lavoro, una nuova casa, una nuova relazione questa volta con uno del suo paese. Uguali orizzonti, uguali limiti. Forse per questo la mia ricerca l’aveva spaesata, l’avevo catapultata in un passato troppo doloroso per poterlo affrontare con gli occhi invecchiati della sognatrice risorta. L’indirizzo stampato sul foglio mi aveva perseguitato per molto tempo. All’inizio non sapevo cosa farci. La reazione di mia madre mi aveva lasciata perplessa, con il mio compagno quasi non ne parlavo. Poi ho scritto quel bigliettino. Essenziale.</p>
<p align="justify">Il mio nome, il mio indirizzo e scuse in caso ci fosse stato un errore di persona. Nel giro di qualche giorno mi è arrivata la risposta. Ho aspettato altri due giorni prima di aprirla e questa volta non avevo detto niente a nessuno. Giravo con quel peso nella borsa senza riuscire a liberarmene. Andai al parco vicino casa con mia figlia, mi sedetti sulla panchina che tante volte mi aveva ospitato affannata dal peso della gravidanza e lì stetti più di un’ora, i pensieri fluttuanti tra lei, me, noi, lui, loro. Una lettera da mio padre. Una figura immaginata per venticinque anni, andata mano a mano sbiadendosi fino a diventare uno spettro innocuo, eccola qui, di nuovo a prendere forma e sostanza, forse anche pericolosità. Osservai attentamente la busta ancora chiusa. Era azzurrognola, ricercata. Sarà andato a cercarla appositamente per me oppure tiene lì un blocchetto per la corrispondenza? La calligrafia è ordinata ed elaborata, come quella che mi è capitata qualche volta di leggere su documenti scritti di suo pugno. Il mio nome scritto da mio padre, una novità. Che emozione è quella che mi riempie il petto? Ho bisogno di concretezza, abituata a tenere i piedi ben saldi a terra, ho paura di non trovare terreno su cui appoggiarmi. In mio soccorso venne mia figlia, svegliandosi ululando la sua fame dal suo abitacolo. Interpretai quel richiamo come un segno salvifico e l’attaccai al seno immergendomi nel suo volto. Non aprii la lettera quella volta. L’emozione era stata troppo grande per viverla da sola, io che avevo fatto della solitudine un’amica fidata, una confidente. Tornai a casa sconfitta e timorosa. E aspettai il suo ritorno. Il mio compagno manifestava più curiosità antropologica che partecipazione e questo mi irritava ma nello stesso tempo mi dava la forza di andare avanti, come fosse una sfida tra lui e me, come dovessi obbligarlo a seguirmi in quel percorso. Aprii quella lettera davanti a lui, fintamente baldanzosa. <em><font face="SimonciniGaramond-Italic">Ma chère fille </font></em>così iniziava e con <em><font face="SimonciniGaramond-Italic">ton père </font></em>finiva. Ciò che era in mezzo l’ho letto e riletto per diversi giorni. Una pagina intera di entusiasmo, con quella calligrafia grande ed elaborata. Una pagina di domande, notizie, ricordi e raccomandazioni. Come se ci fossimo scritti fino all’altro ieri. Una pagina di parole di un padre alla figlia, con una lieve, lievissima venatura di rimprovero, ma già perdonata la colpa. Mi chiedeva di mia madre, voleva sapere il nostro numero di telefono, raccontandomi delle carte telefoniche convenientissime e chiedendomi se anche da noi c’erano, come se vivessimo in chissà quale paese primitivo. Mi parlava del suo dolore all’anca, e di un’imminente operazione che un po’ lo preoccupava, ma i medici erano ottimisti. Concludeva con l’assoluta necessità di incontrarci e «tanti tantissimi saluti alla mamma che è sempre nel mio cuore». Come <em><font face="SimonciniGaramond-Italic">post scriptum </font></em>c’erano i saluti dei miei fratelli e delle mie sorelle i quali tutti mi aspettavano con trepidazione. Forse qualcosa mi era sfuggito in tutti questi anni. Alla prima lettura non avevo afferrato bene il tenore della lettera, la leggevo traducendo al mio compagno.</p>
<p align="justify">Lui seguiva distrattamente e il suo commento finale fu un semplice «bel tipo» prima di immergere i suoi pensieri negli occhi della bambina. Poi leggendo e rileggendo un’ondata di rabbia si è riversata nelle mie viscere. Sentivo mancarmi il fiato ogni volta che pensavo al contenuto della lettera. «Ma cosa ti aspettavi?», aveva chiesto mia madre, stranamente divertita, non so se dal contenuto o dalla mia agitazione. Me ne andai risentita. Cosa mi aspetto da un padre che non vedo da venticinque anni? Da un padre che non vede la figlia da venticinque anni, provai a ribaltare il punto di vista. Come reagirei se&#8230; Impensabile. Era semplicemente impensabile essere al suo posto. Provai a rigirare la domanda al mio compagno. Mi rispose che forse avrebbe usato un tono diverso, magari il contenuto più o meno uguale. Il solo fatto che abbia potuto prendere in considerazione l’ipotesi mi offese. Differenze di genere? O differenze di personalità? Non capivo perché non fosse ovvio il mio risentimento per quel tono e quel contenuto, non capivo cosa ci fosse di divertente e di imitabile in quella lettera. Eppure risposi, spinta da non so bene quale forza interiore. Come il primo biglietto, anche questo essenziale. Risposte meccaniche alle sue domande, sì sto bene, sì lavoro, insegno quella lingua che mi hai lasciato in eredità, no, non sono sposata, più qualche frase di circostanza sulla sua salute e su quella di mia madre. Ho lasciato il mio recapito telefonico, senza pensare. E poi è arrivata la telefonata. Un semplice «oui?» di risposta al mio «pronto» è bastato a infiacchirmi le ginocchia. «C’est papa a l’appareil» ha proseguito quella voce familiare ed estranea. Avvertivo l’evento come straordinario, come se avessi risuscitato un morto dal suo eterno sonno. Come nella sua prima lettera, il tono era gioviale, solo un lieve tremore nelle parole tradiva l’emozione. O l’età. Parlammo, io e mio padre. Parlammo del più e del meno. Parlammo del tempo, dei suoi ricordi di quella che era diventata la mia città, parlammo di alcuni vicini, conoscenti, e del nuovo presidente della Repubblica. Poi ci salutammo con la promessa di sentirci presto. Tutto come se ci fossimo sentiti l’altro ieri, una settimana fa al più tardi. Eppure un quarto di secolo era passato, mi aveva lasciato bimba appena capace di scrivere il proprio nome, ora mi trova con una figlia. Ma non glielo detto. Gli ho appena accennato alla mia relazione. Alla telefonata successiva ha insistito su questa relazione. Ha voluto sapere chi era, qual era la sua professione e com’era la sua famiglia. Per educazione gli ho risposto, anche se un po’ sconcertata. È questo che fa un padre? Decisamente non era abituata. Un pensiero sottile come un capello si è posato nella mia mente, appesantendo il mio animo. Era questo che cercavo? Ha voluto sapere di mia madre, ha voluto il suo numero di telefono. Intanto mi arrivavano lettere, cartoline, biglietti foto da parte di alcuni fratelli e sorelle che ricordavo appena, confondendo gli uni con gli altri. Poi mi ha fatto il grande invito. Ci dovevamo assolutamente vedere. Avrebbe tanto voluto tornare in quella città così caratteristica, ma la sua età e i suoi acciacchi non glielo permettevano, così se per me andava bene io e il mio compagno saremmo dovuti andare da lui. Lo tranquillizzai dandogli risposte elusive, ora vediamo, dipende dal lavoro, non ho ferie. Sicuramente il mio compagno non sarebbe venuto. Ed ecco la prima lite con mio padre. Inconcepibile che l’uomo di sua figlia non andasse a presentarsi al suocero in vista delle imminenti nozze.</p>
<p align="justify">Fargli capire che le nozze fossero imminenti solo nella sua testa fu un’impresa. Fargli accettare che il mio compagno non sarebbe venuto perché io non volevo, è stato impossibile. Lasciò passare qualche tempo più del solito prima di richiamarmi. Trepidazione e terrore, i sentimenti che accompagnavano quelle telefonate e le ore successive. Solo i grandi occhi di mia figlia fissi nei miei a placarmi. Il mio compagno era troppo preso dal subbuglio che la bambina aveva portato nella sua vita. Comunque non capiva quale esigenza mi spingeva a ristabilire quel contatto e io non avevo voglia di raccontargliela con quegli occhiali davanti. La faccenda non era più tra me e lui, ma tra un noi e un voi, come se per noi fosse normale andare a cercare un padre che non abbiamo visto per venticinque anni. Mia madre dopo avermi dato battaglia feroce, aveva di nuovo cambiato tattica. Ora rideva di noi, di me e di mio padre. Tirava fuori aneddoti della nostra vita in comune che mai avevo saputo. Alcuni divertenti, come quando mi ero arrampicata sulla sua scrivania e insolente avevo fatto la pipì sulle sue carte perché da giorni era chiuso nel suo studio senza badare a me. Altre un po’ meno, come quando mi persero in un grande magazzino vivendo attimi di terrore per ritrovarmi dopo ad aspettare sul marciapiede al freddo e nell’indifferenza della gente. Parlare con lui le aveva fatto ritornare la memoria? «Solito bugiardo, tuo padre!» fu il commento di mia madre quando le chiesi di quella telefonata, con il suo sorriso scanzonato sulle labbra disegnate da un artista. E mentre stendeva i panni, mi raccontò i dettagli della telefonata ridendo, talvolta a crepapelle. Diceva che l’ha sempre amata e che l’ama tuttora. Che lei sarà sempre sua moglie e che ora provvederà a sistemare tutte le cose. Io ero inorridita, lei divertita. Quella telefonata l’aveva come rasserenata. Finì lì la sua battaglia contro il mio viaggio, il nostro viaggio che avevo rimandato quasi aspettassi la sua benedizioni. Anche se a lei l’avevo dato per certo, in realtà io stessa ero fortemente indecisa. Così decisi di partire per incontrare quel padre bizzarro, che faceva sorridere e ridere tutti tranne me. E mi corrodeva l’animo il fatto che avrebbe interpretato il mio arrivo con la piccola come un sua vittoria: non gli portavo semplicemente un genero, ma la nipote, sangue del suo sangue. Ma non potevo lasciarla, ancora dipendente dal mio seno e io dalla sua energia.</p>
<p align="justify">L’aereo sta per atterrare, e fra qualche minuto lo rivedrò. Le domande mi si accavallano nella mente. Non riesco a decidermi sul giusto approccio. Serio, risentito, noncurante, amichevole. Non so come si comporta una figlia con il padre. Spesso ho osservato con attenzione e con stupore i rapporti tra padre e figlia, solitamente delle mie amiche. Gesti, atteggiamenti, toni della voce e discorsi spiati e carpiti per formarmi un’idea. Quale sarà la relazione tra mia figlia e suo padre? Sarà un ordinario rapporto genitoriale oppure farà differenza che lui è maschio e bianco? Mia figlia si vergognerà di me? Dei mondi dai quali provengo, di tutto ciò che io rappresento? Per molto tempo io ho escluso una parte di me dalla mia vita per una frase sussurrata a cinque anni. Mia nonna forse o mia zia, discutendo con mia madre, disse di stare molto attenta perché qualcuno di loro avrebbe potuto venire a prendere la piccola, cioè qualche uomo nero mi avrebbe portato via da mia madre. Orrore e terrore. Per molto tempo vedendo un uomo nero venirmi incontro ho pianto disperatamente attaccandomi alle gambe di mia madre. Qualche istituzione scolastica rimproverando mia madre ha formulato teorie antiche e banali come rifiuto delle mie origini più deboli, accusando mia madre di essere razzista e incapace di educare la figlia. Mia madre non se ne curò, per fortuna, intuendo i miei motivi mentre io sola sapevo che era paura, semplice paura di essere strappata via dalla mia unica certezza. Poi alla paura viscerale dettata da quella frase si è aggiunto un timore razionale: gli uomini e le donne di al di là del deserto mi sentiranno sempre diversa e mai mi accetteranno perché il colore della pelle non basta a farti parte di una comunità. La presenza di mia figlia ha scatenato una necessità impellente di una completa accettazione di me, del mio passato per poter costruire un futuro che non è più solo mio. Per accettare il passato ho però bisogno di scoprirlo e conoscere una parte di me che anni fa è stata messa in silenzio. Assopita, l’ho allontanata dalla mia vita, costruendomene una nuova proprio sul vuoto che aveva lasciato. Forse è arrivato il momento di risvegliare quella parte ancora offesa, che per anni mi è sembrata il lato oscuro delle mie origini, la faccia della luna che non si vede e che più si teme. Forse il mio compagno prima di me ha visto quella faccia e ne ha avuto paura. Forse ora vedendoci davanti alle porte automatiche del <em><font face="SimonciniGaramond-Italic">gate</font></em>, avvinghiate una all’altra, ha visto le due figlie, si è ricordato del noi prima di lei e ha visto lei senza di noi. Forse per questo togliendosi gli occhiali mi ha sussurrato che non nessuno, che è lei e basta e che noi siamo noi Appena esco dal velivolo accendo il telefono aspettarmi il messaggio della compagnia telefonica annuncia che ho cambiato nazione e quindi gestore, a inviare un messaggio al mio compagno e a tranquillizzarli sullo stato della bambina. Non avendo bagaglio mi dirigo al ristorante dove abbiamo fissato l’appuntamento. Lui di certo riconoscerà, ma io sarò in grado? Scruto in tutte con uno sguardo che malgrado il mio tentativo ansioso. Finché una voce al mio fianco non pronuncia nome.</p>
<p align="justify">Dopo quattro ore ho preso quel volo.</p>
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		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 20:05:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di <strong>Marco Rovelli</strong>
<p><em>(la prima parte è stata postata il 12 aprile)</em> </p>
<p>La stretta di mano di Marcus, invece, è più morbida. Non si esaurisce in un colpo secco, ma si prolunga quasi temendo la fine. Come a cercare un appiglio nell’altra mano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/27/le-mani-degli-schiavi-seconda-parte/">Le mani degli schiavi (seconda parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-size: x-small;">di <strong>Marco Rovelli</strong></span></div>
<p><span style="font-size: x-small;"><em>(la prima parte è stata postata il 12 aprile)</em> </p>
<p>La stretta di mano di Marcus, invece, è più morbida. Non si esaurisce in un colpo secco, ma si prolunga quasi temendo la fine. Come a cercare un appiglio nell’altra mano. Come a chiedere conferma della propria esistenza, forse, e la chiede a una mano straniera. Ti stringe la mano e dice, My name is Marcus. Remember it! If you come another day ask for me… E’ come se ti chiedesse di custodire il suo nome, Marcus, di tenerlo con te, di conservarne la memoria, visto che l’esistenza così precaria di chi lo porta non garantisce alcuna permanenza.<span id="more-4515"></span></p>
<p>Ho incontrato Marcus che era ubriaco di Tavernello, seduto sulla panca di plastica bianca nel bar di Marcella. Un bar fantasma nella sperduta campagna foggiana, vicino a Cerignola. C’è un villaggio, là. Una lunga strada diritta che apre in due un’ampia pianura, e ai lati della strada casolari abbandonati dai braccianti italiani decenni fa, e adesso ripopolate dai nuovi braccianti africani ed europei. Ma soprattutto africani, e soprattutto ghanesi.</p>
<p>Marcus è ghanese, e quando aveva scoperto che mi chiamavo come lui aveva festeggiato, un brindisi al futuro.</p>
<p>Marcella è ivoriana, e per sei mesi all’anno abita a Genova, con un compagno e due figli. Per gli altri sei mesi prende congedo da sé e dal mondo per gestire questo bar in un posto che i foggiani e i cerignolesi non conoscono. Solo quelli di Medici Senza Frontiere ci vanno, con la loro clinica mobile, gli hanno portato un serbatoio d’acqua. Qui l’acqua nelle case non c’è, come non c’è per oltre la metà delle persone curate da MSF in tutto il foggiano. Dalle domande fatte da MSF alle persone curate tra maggio e dicembre del 2004 nei propri presidi sanitari in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, risulta che il cinquanta per cento dei braccianti vive senza acqua corrente (e il quaranta per cento dorme in baracche, il quarantatre per cento non ha gabinetti, il trenta per cento non ha elettricità, e un altro trenta per cento ha subito violenze fisiche). Così, nel settembre del 2005, due ragazzi, provenienti da un luogo imprecisato a sud del Sahara, sono morte annegando in un invaso per l’irrigazione dei campi, mentre cercavano di recuperare un po’ d’acqua per lavarsi. Ma a morire avrebbero potuto essere anche i polacchi che incontriamo nel bar. Rumeni e polacchi sembrano bianchi, dice Marcella, Ma è Dio che ha sbagliato il colore della pelle.</p>
<p>I bianchi bianchi, qui, sono rari. Tanto che Marcus mi chiede, Ma tu sei proprio italiano? Ci sono anche altri bianchi, che arrivano qui, ma forse sono anche loro un po’ neri: Tutte le domeniche vengono i Testimoni di Geova, dice Marcella.</p>
<p>Lei è la queen mother del villaggio. Li conosce tutti e li tiene a bada, così quando qualcuno alza un po’ troppo la voce lo sbatte fuori dal suo locale. Oppure, per calmare gli animi, alza la musica a palla, musica ivoriana. Ma in un angolo, in alto, la tv è sempre accesa. Costanzo mi sta antipatico, dice Marcella. Non vuole andare mai in pensione, come Pippo Baudo. E mi sta antipatica anche sua moglie. E’ questa l’unica integrazione possibile per i ragazzi del villaggio.</p>
<p>Il bar di Marcella fa da centro di raccolta. E’ qui che vengono i padroni a cercare braccia. They come, dice Marcus, And they tell you, Andiamo al lavoro. Alcuni ti portano col furgone. Oppure ti dicono dov’è il campo, e allora nei giorni a venire i braccianti partono stipati sulle macchine di altri migranti che fanno da tassisti e vanno verso il campo indicato, dove lavoreranno fino al tramonto, spesso per quindici euro a giornata, e se incontri il padrone buono trenta.</p>
<p>Sono migliaia in Puglia quelli come Marcus, che cercano conferma del proprio esserci in una stretta di mano allo straniero. Ma queste migliaia non sono, nemmeno loro, sopravvivenze di un’altra epoca. Sono frutti maturi, anche loro, del capitalismo globalizzato. Un proprietario terriero foggiano si difende dicendo, Noi vendiamo il pomodoro all’industria di trasformazione dai quattro ai sei centesimi al chilo, E’ una miseria, I pomodori oggi arrivano da Cina e Turchia a prezzi stracciati, Noi come dobbiamo fare?</p>
<p>Dice una parte della verità, l’imprenditore. Anche loro sono parte di un meccanismo, di una sistema, di quella cascata che si rovescia su qualcuno che sta più valle. Non dice, però, che nella Capitanata foggiana è pieno di aziende fantasma. Proprietari terrieri che, tramite un prestanome, si autoassumono come braccianti stagionali, registrandosi al lavoro a giorni alterni così da prendersi pure il sussidio di disoccupazione, dai 7 ai 10mila euro, e chi mette le braccia sono quelli come Marcus.</p>
<p>E non dice, l’imprenditore, che l’industria di trasformazione del pomodoro è in mano alla camorra, che è lei a controllare il mercato, e a dettare i prezzi del pomodoro. E’ l’economia criminale, installata al cuore di quella legale, in un incessante meccanismo di accumulazione primitiva, che trae vantaggio dalla manodopera clandestina, ovvero illegale. Accade così per il pomodoro, ma accade così anche nei cantieri del nord, che sono una delle modalità favorite per riciclare denaro sporco.</p>
<p>Nella Capitanata foggiana, come nei cantieri del nord, è cosa ordinaria che la paga sia un rischio. Le braccia si vendono a poco prezzo, ed è come un tiro di dadi, e si sa che un tiro di dadi non abolisce il caso, e la vita di uno stagionale è totalmente, radicalmente affidata al caso. Può capitare, e capita regolarmente, che non ti paghino, che ti dicano di tornare l’indomani, e l’indomani al campo non c’è più nessuno. Oppure c’è qualcuno, ma è armato di pistola, e ti dice di andartene che è meglio, e di non tornare, e questo è successo a dei ragazzi eritrei che finita la stagione foggiana sono tornati a Roma.</p>
<p>A Michael invece è andata bene, lui non si è trovato di fronte a una pistola. Semplicemente ha trovato il campo deserto.</p>
<p>Siamo in aperta campagna, sulla statale 16 tra Foggia e San Severo, proprio dietro la stazioncina deserta di Rignano Garganico. Da una parte un agglomerato di case condominiali isolate tra i campi e debitamente recintate, dall’altra un grande impianto industriale, un ex zuccherificio abbandonato. Sono entrato da un buco nella rete, la porta d’entrata per l’area industriale, per accedere ai capannoni dove ci sono i materassi vecchi su cui dormono i ragazzi. E’ metà settembre e le raccolte sono finite, ma c’è ancora qualcuno. Un ragazzo con i rasta si sta facendo la doccia dietro un canniccio. L’acqua, almeno, c’è. Poi incontro Michael. Mi racconta che di solito prende trenta euro, e di solito bastano nove ore di lavoro chini sui pomodori. A volte però non si prende niente. Era venuto allo zuccherificio uno di Napoli, Ho bisogno di dieci persone per cinque giorni. Alla sera del quinto giorno, il campo lo avevamo ripulito, avevamo messo gli ultimi cassoni di pomodori sul camion, il padrone ci ha detto che non aveva i contanti dietro, Tornate domattina, ci ha detto. Noi siamo andati, e non c’era nessuno. Ci siamo riuniti, abbiamo deciso che dovevamo andare dalla polizia, va bene che noi siamo clandestini, ma questo ci ha rubato i soldi, dovranno fare qualcosa. Invece siamo andati dai carabinieri, ci hanno detto di andare dalla guardia di finanza. Alla guardia di finanza ci hanno detto, Eh, dovete aspettare, tornate al campo, piano piano ve li darà.</p>
<p>Ho rivisto la polizia stanotte. Sono venuti alle quattro e hanno preso cinque di noi. Li hanno portati via. Dove non so.</p>
<p>Gli chiedo da dove viene. Liberia, dice, e tira fuori dal portafoglio un permesso di soggiorno ormai scaduto, un foglietto sgualcito e infrollito, rilasciato dalla Questura di Lecce, sul cui retro sono scritti a penna le date in cui doveva presentarsi alla questura per rinnovarlo, e per ogni data un timbro. Gli inviti a presentarsi si interrompono a ottobre del 2005. Non capisco perché, né Michael sa spiegarmelo. Poi mi dà un tesserino in cartoncino giallo, scritto a penna, Casa d’accoglienza Cosma e Damiano, così è scritto, 11/5/2006-26/5/2006. Un cartoncino che a te non verrebbe mai in mente di mostrare a nessuno, che non ha alcun valore legale, se non indiziario. E la mano di Michael te lo offre proprio per quello: te lo dà da leggere come un indizio.</p>
<p>Il gesto con il quale li sfila dal portafoglio e te li consegna – è il gesto più disperato. Quel gesto non è a rispondere alla tua domanda circa la sua provenienza, è questo che avverti, con quel gesto non è lì a darti informazioni. E’ invece a darti tessere di un mosaico che chiede di essere ricombinato. Non è lui poterlo fare, a saperlo fare: dalla sua prospettiva, dal luogo dove è rinserrato, come in un pozzo artesiano, si vede una piccola fascia di mondo, e anzi tutto appare cielo senza figure né forme, senza possibilità di rintracciare le coordinate per orientarsi e uscire da quel pozzo. Michael non comprende il mondo, non sa dove sta lui rispetto al mondo, dunque non sa chi è. Quel gesto con cui ti consegna il permesso di soggiorno e il tesserino della casa d’accoglienza è un invito muto a tracciare una forma – la sua &#8211; che lui non conosce. E’ un invito a dare un senso a quel suo vagare in veste di fantasma, è un invito a restituirgli un’identità che gli è stata sottratta e che lui non ha alcuna idea su come potere riacquistare.</p>
<p>E’ per questo che quando ti dice che tra qualche mese andrà in Sicilia, e tu gli chiedi se andrà a Cassibile, allora la sua espressione distante, segnata dalla sfiducia, si rilascia in sorriso, come uno scoppio. Sì, Cassibile! – dice con un tono di voce forte, vitale. Hai condiviso un nome, e questo lo ha sottratto, seppure per un istante, all’invisibilità.</p>
<p>Il luogo dove Michael è rinserrato è, più propriamente, un circuito. Un loop. Michael è uno dei tanti braccianti che da anni ormai fanno il solito itinerario stagionale, e non sanno intravedere prospettive. Da dicembre a marzo c’è la piana di Gioia Tauro, in Calabria, per la raccolta delle arance – un altro punto di snodo decisivo tra economia criminale e clandestinità, poiché Rosarno, il centro più importante di quella zona, è una città con la più alta densità di famiglie della ‘ndrangheta di tutta la Calabria – e a maggio comincia la raccolta di patate a Cassibile. Poi, a luglio, nel leccese per il melone, e poi di nuovo Foggia &#8211; anzi, Rignano.</p>
<p>In questo circuito, ci sono presenze che ricorrono, e fanno quanto di più simile ci sia a una famiglia allargata: sono i ragazzi di MSF, e condividerne i nomi, declinarne le singolarità è un altro gesto di sottrazione all’invisibilità. Ci vediamo a Rosarno, è il saluto, Con Francesca.</p>
<p>Michael non se ne rende conto, ma lui è indispensabile all’intera economia italiana. L’economia italiana muterebbe forma, senza i Michael, i Marcus, i Mircea. Anche perché dietro di loro ci sono molti Hassan, immigrati regolari che però sono, anche loro, potenzialmente clandestini, e lo saranno sempre finché la legge prevederà la concessione del permesso di soggiorno legandola a un contratto di lavoro. Gli Hassan che popolano i cantieri del nord, ad esempio, quelli per le grandi opere, magnifiche e progressive. Costretti a lavorare in nero o in semi-nero, costretti a piegarsi a ogni forma di ricatto, a ogni salario, a ogni richiesta del padrone e del padroncino. Anzi, del Patrone.</p>
<p>Perché i Michael e gli Hassan sono indispensabili al sistema economico italiano lo sanno anche i bambini, la concorrenza globale la si affronta abbattendo i costi del lavoro e incrementando la flessibilità dei lavoratori. Chi meglio di un clandestino, allora? Michael e Hassan non conoscono la parola &#8220;postfordismo&#8221;, ma la conoscono sulla pelle, perché loro ne sono le mani. Il liberismo globale – e l’Italia, il paese industrializzato che fa più ampio ricorso al lavoro nero, e in cui l’economia sommersa cresce di anno in anno, ha di certo un ruolo d’avanguardia – ha bisogno di queste braccia; fatte salve le mani, però. I gesti delle mani, quelli non si devono vedere. E a sancire questa cecità ci sono le leggi sull’immigrazione che servono a produrre clandestini, e che dei clandestini hanno istituito i luoghi propri: i CPT.</p>
<p>Ho visto mani anche là, nei CPT. Ho visto mani strette in pugno nel CPT di Lamezia Terme, là dove la detenzione è mascherata tra gli ulivi, un cordone di silenzio teso tra i migranti e il mondo di chi può parlare. Ho visto Dragan, lui era stato il primo a chiamare, quando ancora ero fuori, ho visto le sue mani strette alle sbarre della finestra, e diceva di sé, e del mondo che gli è stato sottratto. Sto in Italia da diciassette anni, diceva Dragan, A Casoria ho moglie e quattro figli, tutti nati lì. Un mese fa sono andato in ospedale a trovare un parente operato di cuore, sono venute due pattuglie della polizia e mi hanno preso. Sono clandestino, diceva, e le sue mani si agitavano nell’aria e tornavano a stringere più forte le sbarre, Ma sono loro che mi hanno fatto restare clandestino. Io ho sempre lavorato, qui. Per tanti anni ho fatto il muratore, adesso facevo il meccanico. Al nero, certo. Se hanno deciso che io devo essere clandestino, come posso lavorare altrimenti? Lo hanno deciso loro, perché un anno dopo che ero arrivato dalla Serbia mi avevano messo in galera perché lavoravo al nero per un italiano che aveva una baracca dove vendeva gas per auto. Sono venuti per un controllo, a lui gli hanno fatto una multa, a me mi hanno messo in galera. E per quella galera adesso mi rimandano in Serbia, e io là non ho più nulla e nessuno.</p>
<p>Dragan, le sue mani strette alla sbarra, che dice sottovoce Non sto bene – è solo uno dei tanti.</p>
<p>Tutto finisce nel CPT: è lì che si compie il senso. Il CPT, alfa e omega del clandestino. La clandestinità viene alla luce solo in un campo di detenzione, in una terra di nessuno che sradica ed espropria, ma che enuncia il senso di una condizione senza voce, senza diritto di parola. E’ lì che emerge ciò che per definizione non può emergere. Questa è la condizione paradossale di un campo. Un serra di piante senza fiore né frutto, destinate al macero.</p>
<p>Il CPT annulla le persone, mi diceva Jihad, e io ripetevo. Ma questo è solo l’inizio (o la fine, che è lo stesso): è la condizione clandestina in quanto tale che annulla le persone, e le rende disponibili alla soggezione. Sempre di soggetti si tratta, ma con la differenza di una preposizione: non più soggetti di (diritto), solo soggetti a (al diritto, a un padrone). Non più azione, solo passione. Il clandestino non ha voce, non ha parola, e chi non ha la parola pubblica è uno schiavo, scriveva Aristotele, e lui sapeva cosa si sta dicendo quando si dice &#8220;schiavo&#8221;.</p>
<p>La riduzione in schiavitù dei clandestini, allora, quella schiavitù che scandalizza e ripugna, e che perciò è facile trovare di questi tempi sulle pagine dei giornali, non è un fatto superficiale, che può risolversi facendo appello a ragioni umanitarie. Quello è solo uno scandalo per finta. La schiavitù è invece un attributo della clandestinità. Un clandestino è sempre, potenzialmente, schiavo. Lo schiavo si fa davvero scandalo solo quando diventa pietra d’inciampo, e intralcia il cammino.</p>
<p>L’espressione &#8220;il clandestino è una persona annullata&#8221; – trascendentale dell’espressione &#8220;il clandestino è uno schiavo&#8221; &#8211; smette di essere una metafora e ricomincia ad avere un senso concreto quando si considerano le mani. Sono le mani che si muovono e indicano un senso che costringono a vedere uomini là dove si figurano unicamente unità produttive, e fanno passare dallo stato di macchina muscolare a quello di macchina desiderante. Le mani di Michael che ti domandano l’identità, quelle di Mircea che si riparano dalle memorie, quelle di Marcus che chiedono di conservarne il nome, quelle di Dragan che fanno appello al fuori. Quelle mani che hanno da dire e non hanno parola, quelle stesse mani mute che sorreggono le mie mentre battono sui tasti del computer, le mie mani che parlano, e provano a forgiare una parola che sia in grado di poter far vedere quelle mani che soffrono ciò che gli altri dicono.</p>
<p><em>(pubblicato su Nuovi Argomenti &#8211; febbraio 2007)</em></p>
<p> </p>
<p></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/27/le-mani-degli-schiavi-seconda-parte/">Le mani degli schiavi (seconda parte)</a></p>
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