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	<title>Nazione Indiana &#187; miriam makeba</title>
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		<title>Mama Africa!</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2010 07:28:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p><strong>Dakar&#8230;Dakar&#8230;Dakar</strong></p>
<p>di <strong>Livio Borriello</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>L’Africa è quello che siamo stati e quello che diventeremo.<br />
Dakar, la più europeizzata delle città africane, circa 5 milioni di abitanti distribuiti su una penisola interminabile, è una possibile immagine del nostro futuro piuttosto preoccupante, per quanto carica di uno straordinario potenziale di vita.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/09/mama-africa/">Mama Africa!</a></p>
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<p><strong>Dakar&#8230;Dakar&#8230;Dakar</strong></p>
<p>di <strong>Livio Borriello</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>L’Africa è quello che siamo stati e quello che diventeremo.<br />
Dakar, la più europeizzata delle città africane, circa 5 milioni di abitanti distribuiti su una penisola interminabile, è una possibile immagine del nostro futuro piuttosto preoccupante, per quanto carica di uno straordinario potenziale di vita.<br />
Più che un’immagine, è una sorta di allucinazione reticolare, un immenso tessuto senza inizio né fine, se non i contorni irregolari delle coste, che sfumano nella luce estatica dell’oceano: una specie di tenebra luminosa che avvolge l’allucinazione.<br />
Il tessuto, che ricopre compattamente la terra rossa e umorosa della <em>brousse</em>, è formato da cellule umane avvolte nel triplice guscio degli abiti, delle auto e delle case. Ciò avviene in tutto il mondo antropizzato, ma in questo aculeo di terra che spunta dall’Africa nera, dove la natura pulsa e ingorga le sue energie sorgive con più violenza, nei colori ignei, clamorosi, radianti, nelle pelli seriche e lucenti, nell’odore primitivo, ferino, e insieme infantile e fruttato, che promana da quelle pelli, nelle muscolature vigorose e prominenti fasciate da quelle pelli &#8211; gli effetti dell’azione umana sul mondo risultano più spettacolari, e i contrasti che producono si impongono con più evidenza all’attenzione.<br />
<span id="more-28451"></span><br />
L’immenso reticolo, dunque, l’immagine o spettro del mondo, è fatto di corpi auto e case. Come nella nube quantica, nel web e nel sistema nervoso, i punti della rete fluttuano  freneticamente da un ganglio all’altro: gli uomini dentro o fuori della capsula di lamiera, attraverso i nodi di scambio delle case o i macrogangli dei mercati, o collegati fra loro dalla fittissima rete di fatiscenti <em>telecentre</em> o <em>portable</em> della Vodafone. Gli uomini mutuano incessantemente il loro posto fisico e psichico, le loro informazioni e esperienze, il loro denaro e i loro beni. Scambiano e commerciano tutto, anche i loro stati psichici, ovvero quello che chiamiamo anima, ma poiché hanno un senso della proprietà poco accentuato, non la perdono, come accade in occidente. Il loro commercio è dunque essenzialmente una forma della comunicazione, filosofia che si giustifica nella figura di Maometto, commerciante oltre che mediatore fra umano e divino.<br />
Il 62% del Pil senegalese è prodotto dallo scambio, cioè dal commercio e le telecomunicazioni, ma il problema è che attraverso questo scambio qui si scambia il nulla. Il Senegal infatti importa tutto e non produce nulla: produce pulsazioni: un grande battito che si irradia fra la terra e il mare. Nello stesso modo non producono nulla (il reddito pro-capite è estremamente basso) e non sembrano perseguire una finalità precisa le singole cellule del sistema: per una legge strutturale, infatti, maggiori sono le dimensioni e la densità del sistema, minori sono il valore e la libertà d’azione individuali. Gli uomini agiscono in base a un impulso impersonale e indeterminato: sopravvivere, e far sopravvivere il sistema. Ciò spiega e determina anche la grande capacità comunicativa di queste popolazioni, l’empatia e simpatia e quel senso di accorata, intima solidarietà &#8211; flebile e depotenziato nelle nostre razze – che coinvolge e commuove il visitatore di queste zone.</p>
<p><em>L’allucinazione del sacro</em><br />
La capsula ermetica, il grande “emboutillage” umano che è Dakar, ha solo un punto di comunicazione con l’esterno: la preghiera: 5 bocche di deflusso, in 5 determinate ore del giorno, in cui i dakarensi, nelle moschee, in stanzette dedicate, o dovunque riescano a stendere un tappetino, con una devozione e uno zelo ben maggiore di quello di noi occidentali, entrano in contatto con Ciò che non comprendono. Posto che la religione sia davvero un legame fra l’umano e il non umano, il che è ancora più dubbio nel caso di umani particolarmente umani come gli africani. Qui la funzione coesiva e sociale della religione si manifesta infatti con particolare evidenza, le feste e i matrimoni sono eventi collettivi che accomunano nella frenesia della danza e della preghiera tutta la comunità, le foto dei marabut, rigorosamente stinte dal sole, sono attaccate ovunque, e i loro lunghi discorsi vengono diffusi di continuo dalla tv nazionale e ascoltati con grave attenzione. E tuttavia se il sacrificio, il dispendio, rappresenta la componente propriamente mistica e sacrale della religiosità, anche questo carattere è qui più forte che altrove. Se le rigorose interdizioni (alimentari, sessuali, economiche) e regole musulmane (che nel pacifico Senegal non assumono mai la forma del fanatismo) fossero finalizzate, come nell’antipodica etica protestante, alla produzione e all’efficienza, se il culto di Allah integrasse in sé quello del lavoro, o almeno lo contemplasse, lo sviluppo non avrebbe assunto le forme dell’inviluppo, del viluppo che soffoca e irretisce inestricabilmente questa megalopoli. L’allucinazione reticolare di Dakar è dunque anche l’immagine dell’umano sospeso nell’indeterminato, della vita che agisce nell’inconoscibile.</p>
<p><em>L’allucinazione tecnologica</em><br />
Ed è per questo un’allucinazione fatta di faglie cupe e abissali e luci abbaglianti e fosforiche, di vampe di colori e puzza insopportabile (è la miscela miasmatica del CO2 delle auto e le esalazioni delle fogne a cielo aperto, per fortuna spazzata di continuo dagli alisei). Procedendo nell’interminabile budello rettilineo dal centro al sobborgo di Wakhinane (vado al matrimonio del mio figlioccio Ablaye), 3 ore di code estenuanti, le auto rugginose, sbrindellate e pestilenziali (tutti scassoni euro zero, tutti residuati occidentali) si accalcano una sull’altra come una mandria ingovernabile, sgasando e strombando, rischiano ogni momento di travolgere donne e bambini, o i ragazzi appesi ai portelloni dei piccoli <em>soupere</em> fatiscenti e variopinti, e quelli le cui teste rigurgitano dai finestrini. Un camion manda in frantumi lo specchietto di un furgoncino, ma nella sardana apocalittica nessuno fa caso al turbine di schegge che vorticano nella luce prima di spargersi a terra. I gasteropodi molli e teneri nei gusci di lamiera ridono e comunicano fra loro imperturbabili, a voce o coi <em>portable</em>, e le loro risate rendono più irreale, trasumana e imperscrutabile la scena. La polvere ocra si gonfia sulle strade sterrate che intersecano i mercati e le bidonville, ma il miracolo (la luccicanza del sacro) è che questo coacervo amorfo è attraversato e come sospeso in una dimensione onirica dalle meravigliose, altere e illese donne senegalesi, inspiegabilmente intatte, pulite e eleganti, flessuose e sofficemente ancheggianti nelle loro livree sgargianti e fiabesche, da cui affiorano le carni strepitosamente lucide e nude, o dalle folate dei bambini dagli occhi allegri e malinconici, d’uccello e di scimmia, di cane e di statua greca del periodo arcaico. Fra 15 giorni è la grande festa dei montoni, il <em>Tabaski</em>, e i piccoli greggi sono disseminati ovunque, rovistando fra l’immondizia accatastata e brucando i rari arbusti. Un bambino abbraccia e sbaciucchia una capra barbuta come si fa da noi con i pupazzi dei Pokemon.<br />
Qui insomma il tecnologismo e il consumismo occidentale si sono andati a sovrapporre violentemente e discontinuamente a una cultura arcaica, generando una sorta di tribalismo tecnologico, di tecnologismo istintuale. Arrivano le auto, i cellulari, le mitologie televisive, ma continuano a colonizzare, in forma meno cruenta ma più strisciante e insidiosa, un tessuto che non ha avuto il tempo di strutturare difese e anticorpi culturali, attecchiscono su psichi irriflessive, che ne vengono spesso devastate, o li metabolizzano in una forma confusa e instabile, una forma estremamente dinamica, ma che in ogni caso porta con sé tutti i deterioramenti e impurità dell’imitazione. Senghor è stato un “grande” presidente (guida dell’indipendenza nel 1960, più volte candidato e inspiegabilmente privato del Nobel per la letteratura) perchè è stato uno dei teorici della negritudine e della riscoperta delle radici territoriali. Eppure si ha talvolta la preoccupante impressione che perfino quello di Natura sia una categoria “bianca”, importata, o tout court un artefatto che i neri potrebbero rifiutare.<br />
Da una parte bisogna ovviamente considerare la relatività del concetto di natura. Nel quartiere di Wakhinane fotografo degli splendidi aironi bianchi, che nidificano liberamente sui rari alberi, e spiego ai bambini che mi accompagnano che mi piace fotografare “les oiseaux”. Mi fanno capire che hanno degli uccelli molto migliori, e li seguo in una catapecchia maleodorante di pesce essiccato. Nella semioscurità, con gli sguardi luccicanti di orgoglio, mi mostrano il tesoro di 4 galline spelacchiate e starnazzanti. Mi viene in mente che la nostra più preziosa rivista di ambientalismo si chiama Airone, e che qui forse gli preferirebbero un nome come Gallina. Forse non avrebbero torto, un airone è infine una gallina stinta, nasuta e col collo curvo.<br />
Oppure la verità è un’altra, e cioè che l’africano è un sincretista, assimila, mescola, centrifuga, secondo una modalità che è infine squisitamente culturale, e proprio in virtù della quale, insieme a una serie di comportamenti che a noi possono apparire spuri o kitsch, ha elaborato nel tempo ciò che chiamiamo negritudine o identità culturale africana. Alcuni studiosi di colore sono arrivati peraltro a considerare lo stesso relativismo di matrice antropologica, che vorrebbe salvaguardare i caratteri etnici di questi popoli, come un’ennesima ideologia di sopraffazione, finalizzata a confinare le culture africane in un presunto primitivismo, e incapace di riconoscere la dinamicità della loro nuova realtà.<br />
Eppure bisogna anche ammettere che esistono valori peculiari di questi popoli, esiste una loro identità, radicata nella biologia, nella geografia e nella storia che va difesa dalle acculturazioni e contaminazioni occidentali. Basti pensare alla ricchezza emotiva (all’abissale divario fra indici del benessere e benessere percepito, in gergo sociologico) dei bambini di Wakhinane, città- dormitorio della quale di giorno essi diventano padroni incontrastati. Ebbene, è difficile immaginare una forma <em>umana</em> dell’ <em>allegria</em> più pura di quella che si impossessa di questi bambini. E’ un’allegria che scoppia, che crepita, che spumeggia dal sangue giovane, che si sgrana a raffiche dagli occhi e dai polmoni. E’ il corpo libero che pulsa, che si rotola nella sabbia e armeggia con le lattine di pomodoro. E’ un’allegria unanime e sincrona, a fasci, più peculiarmente di quanto il riso non sia sempre una manifestazione psichica collettiva.</p>
<p>Qui siamo vicini alle radici biologiche e culturali dell’uomo, e ogni fenomeno psichico si manifesta nella sua forma più pura, intensa e disinteressata. Se l’Africa è un’immagine altamente probabile del nostro futuro, è perché è da questo centro che si è irradiata la nostra specie, ed è qui che, grazie alla nuova velocità di scambio informativo del mondo globalizzato, la tecnologia di ritorno potrebbe assumere le sue caratteristiche definitive e più propriamente umane. Dopo le mutazioni che milioni di anni fa hanno prodotto la nostra variante depigmentata e esangue, fisicamente degenerata, l’africano ha ora la possibilità di riappropriarsi del mondo, o solo, speriamo dal nostro punto di vista, della propria funzione e identità.<br />
Dunque è proprio vero che l’Africa è giovane, che l’Africa è umana, che l’Africa è originaria e dunque essenziale, e tuttavia è vero, se il sogno di ogni africano è l’Europa, che è irresistibilmente e fatalmente gravitata dall’Occidente, e che dunque l’Occidente e l’Africa devono riconoscersi un desiderio e una responsabilità reciproci.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/09/mama-africa/">Mama Africa!</a></p>
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		<title>Castel Volturno, Africa occidentale</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 06:35:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center">[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM]</p>
<p style="text-align: justify;">[ <em><strong>Miriam Makeba </strong>è morta ieri notte dopo un concerto contro il razzismo e la camorra, in solidarietà a Roberto Saviano. Trent’anni di esilio dal Sudafrica dove era nata 76 anni fa, un matrimonio con l’attivista dei “Black Panthers” Stokely Carmichael, Makeba ha cantanto con Harry Belafonte e con Paul Simon e ha cantato in occasione dell’incontro fra Muhammed Alì e George Foreman in Zaire.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/">Castel Volturno, Africa occidentale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM]</p>
<p style="text-align: justify;">[ <em><strong>Miriam Makeba </strong>è morta ieri notte dopo un concerto contro il razzismo e la camorra, in solidarietà a Roberto Saviano. Trent’anni di esilio dal Sudafrica dove era nata 76 anni fa, un matrimonio con l’attivista dei “Black Panthers” Stokely Carmichael, Makeba ha cantanto con Harry Belafonte e con Paul Simon e ha cantato in occasione dell’incontro fra Muhammed Alì e George Foreman in Zaire. La donna che era chiamata Mama Afrika si è esibita davanti a poche persone, ha intonato “Pata Pata”, la sua canzone più famosa, e poi si è sentita male: a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, Soweto d’Italia. </em>]</p>
<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>“Quinto comandamento. Tu non uccidere.”. Il foglio bianco è attaccato sul muro di fianco alla saracinesca serrata, tra pagine di preghiere coraniche. La scrittura a mano, frenetica, ad inchiostro blu, continua per una ventina di righe “Cari fratelli africani, perdonateci se siamo una razza di cani muti e anche sordi”. In calce, per testimoniare che non è vero che siamo tutti uguali, la firma è “una cristiana di Casal di Principe”. Al numero 1083 della Strada Statale Domitiana, sulla soglia della sartoria dove un mese fa il clan dei casalesi ha massacrato 6 giovani immigrati, ci sono altrettanti mazzi di fiori, numerosi biglietti con preghiere in inglese ed un libro sull’uso sociale dei beni recuperati alla camorra.<br />
<span id="more-10745"></span> </p>
<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/dsc_7039as.jpg" target="_BLANK"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/castelvolturno.jpg"/></a></p>
<p>foto di <strong>Luigi Caterino</strong></p>
<p>Giriamo lungo questa interminabile strada che dai Campi Flegrei arriva al litorale casertano, fin quasi al Lazio, attraverso centri come Castelvolturno, Mondragone, Baia Domizia, valicando due fiumi e rasentando un’infinità di borghi, frazioni e paesi dell’entroterra campano. La Domiziana costeggia il mare eppure il mare si vede raramente, lidi, stabilimenti, negozi, case, hotel, lo nascondono come una volta facevano gli alberi di immense e fitte pinete. Il progetto degli anni ’70 di una Città Domizia, conurbazione rivierasca tra Napoli e Caserta, si è arenato qui tra speculazioni edilizie, escavi illeciti di sabbia, carenza di infrastrutture, inquinamento e, parola magica, camorra.Castelvolturno ne è l’emblema, eppure l’antico centro sull’omonimo fiume è tutt’altro, più equilibrato, rispetto ai suoi agglomerati lungo il mare: Pinetamare, Destra Volturno, Pescopagano, Ischitella ed altri. I Castellani del centro avevano una tradizione agricola e fluviale, ormai ridotta allo stremo, e forse per questo se ne sono sempre stati a parte, separati da quelli del litorale dove invece è passato, svanendo, uno sviluppo turistico e residenziale. Quest’area, di incredibili e alienate architetture, era una volta demanio pubblico, boschi ed acque ridenti come nelle pagine bucoliche di Virgilio. Alla fine dell’800, il giovane Regno d’Italia lottizzò metà di questa fascia verde e la cedette alle famiglie locali, per far sì che la popolazione si insediasse dalle piane agricole alla costa. Pian piano, però, dal dopoguerra, le terre acquisite furono oggetto di compravendite, occupazioni, passaggi di mano e speculazioni che infransero il diritto di proprietà che lo Stato aveva riservato solo ai residenti. E’ allora che compare a Castelvolturno un attore fatidico per il suo futuro: la famiglia Coppola. Vincenzo e Costantino ci arrivano attraverso il fortunato matrimonio del secondo con una ricca famiglia del posto, hanno grosse protezioni nella Democrazia Cristiana, vogliono costruire, guadagnare. A Pinetamare, dalla fine degli anni ’60, mettono su il celebre Villaggio Coppola, complessi residenziali, porto e darsena, 8 torri abitative di moderna architettura. Un solo problema: è tutto abusivo. Pinetamare è un concentrato di quello che intanto avviene in tutto litorale, cemento selvaggio, appalti camorristici, distruzione dell’ecoambiente. Mario Luise è il sindaco del PCI di Castelvolturno che in tre mandati – ’71, ’77, ’93- pone al centro del suo operato la lotta alle speculazioni edilizie, la contrapposizione alla famiglia Coppola, il richiamo ad una massiccia legalità, malgrado gli attentati camorristici e i boicottaggi politici contro di lui. Nel suo libro di memorie – Dal fiume al mare, ESI edizioni- racconta di quando riesce finalmente ad entrare nel Villaggio Coppola, un’enclave dove ogni servizio è nella mani della potente famiglia, a capo di un camion della spazzatura per imporre la raccolta comunale dei rifiuti. Nel 1976 ottiene solo la misera ammenda di 100.000 lire comminata ai Coppola dal tribunale di Caserta per i loro abusi, nel 1997 invece  riesce a far mettere sotto sequestro la darsena e 12 ettari di complessi residenziali di Pinetamare, grazie alla collaborazione con il magistrato Donato Ceglie, iniziatore da lì a poco delle inchieste sui traffici dei rifiuti tossici. Alla fine degli anni ’90, Luise smette la sua attività politica e, intanto, cambiano gli scenari della regione Campania. “Il vecchio modello di sviluppo urbanistico” racconta Francesco Coppola, un urbanista napoletano “Era inteso a decongestionare Napoli edificando oltre i suoi perimetri in maniera contigua, creando quel fenomeno che viene detto conurbazione perché si estende da un centro ben definito. Il Litorale Domizio aveva aree libere dove prevalsero la costruzione di grandi condomini e di parchi recintati per accogliere le classi medie provenienti dalla città, ma anche di villette a schiera per i soggiorni estivi e le seconde abitazioni dei piccoli risparmiatori. Quella domiziana era infatti una zona che voleva integrarsi turisticamente con Sorrento e le isole, in un’epoca in cui i costruttori usufruivano delle partecipazioni statali e attingevano alla Cassa per il Mezzogiorno. La popolazione aumentò notevolmente in un solo decennio, anche per  lo spostamento in  massa da Napoli dei terremotati del 1980. Ma ecco che, imprevedibilmente, negli anni ’90 mutano  i criteri di sviluppo urbanistico, la nascita dell’Unione Europea impone nuove trasformazioni dei territori, si adottano i cosiddetti Assi di Sviluppo che indicano le linee guide da seguire: trasporti integrati, lotta al degrado, policentrismo urbano. Da allora, le istituzioni e i grandi imprenditori hanno dovuto rivedere i loro investimenti per potersi avvalere dei finanziamenti pubblici. Nasce una nuova cultura dello sviluppo e quella precedente va in crisi, colossi come il Villaggio Coppola diventano obsoleti, la conurbazione a partire da un centro fisso viene abbandonata. I Piani Integrati Territoriali diventano il nuovo modello per interventi su vari settori socioeconomici, così ogni area cerca la sua vocazione in una dimensione geografica più ampia, tra centri distanti la cui unitarietà è garantita dalla crescita dei trasporti. L’Alta Velocità, la metropolitana regionale,  l’aeroporto di Grazzanise, l’interoporto di Nola sono le infrastrutture dell’immediato futuro che ispirano gli investimenti che si stanno ora effettuando in aree come quella domizia”.<br />
Dalla metà degli anni ’90, il Litorale Domizio smette di essere la meta estiva dei napoletani e dei casertani, il progetto di conurbazione con il capoluogo viene abbandonato, la mancanza di una pianificazione generale, l’abusivismo selvaggio e l’inquinamento, rendono ridicoli slogan come “Città dell’uomo, paradiso dei fiori” apposta all’ingresso del complesso residenziale di Fontana Bleu, a Pinetamare. Qui, sul versante di ponente, oltre edifici abbandonati o occupati da immigrati, visitiamo il Rio Blue, un complesso balneare i cui scivoli colorati, avvolgendosi in spirali temerarie, piegano all’interno di vasche asciutte e ormai piene di detriti. Tutto giace in disuso, una pancia sventrata di plastica dura e cemento, porte divelte, vetri infranti e piante selvaggie che sbucano dal pavimento. Sembra di sentire le grida dei bambini che fino a pochi anni fa sguazzavano tra una piscina e l’altra, a dieci metri dalle onde del mare, sotto verande e finestre dei condomini intorno da cui si ammira il Golfo di Napoli.</p>
<p>Inoltre, le azioni di confisca dei grandi immobili abusivi da parte delle istituzioni non sanno andare oltre la precarizzazione della vita di chi ci abita e che spesso decide di andarsene.<br />
Qui, nei pressi del mare, tra le pinete ancora salubri e senza rifiuti tossici, restano pochi aficionados, chi ha comprato casa con duri sacrifici, chi l’ha eretta abusivamente e poi l’ha condonata, intorno a loro lidi balneari dismessi, cantieri lasciati a metà, edifici sotto sequestro e poi loro: gli immigrati.<br />
Gli autobus della linea M1 da Napoli-Mondragone sono da tempo una spina nel fianco della CTP – Compagnia Trasporti Pubblici- che serve tutta l’area. A bordo viaggiano i tanti africani che vanno a lavorare in città, dall’alba a sera, e come sempre accade nella storia delle questioni razziali, l’autobus può diventare un luogo di discriminazione e conflitto. Angelo Marrone, il giovane gestore di un bar mi spiega “Gli immigrati neri sono insediati tra l’hinterland napoletano e Pescopagano, qui si dividono a metà il paese con gli slavi che invece occupano l’area successiva, dove il clan La Torre non ha mai permesso agli africani di valicare il limite di Mondragone. Lo capisci anche se guardi come è distribuita la prostituzione: le nere a sud e le bianche a nord, nelle mani di nigeriani e albanesi. Spesso gli autisti dell’M1, quando vedevano i neri fermi alle pensiline, nemmeno si fermavano ed io più volte ho dovuto litigare perché gli aprissero le porte. Qualcuno dei passeggeri si lamentava che gli immigrati puzzavano, ma perché venivano da ore e ore di lavoro in campagna, se scoppiavano litigi e gli episodi di intolleranza si facevano forti, i neri sparivano dall’autobus per qualche giorno.”. Da tre anni sull’M1 si sta tentando una mediazione culturale attraverso il progetto Contact, promosso dalla CTP e dalla Caritas: dieci operatori immigrati salgono a gruppetti di tre persone sulle vetture, annunciano la loro presenza ai passeggeri, chiacchierano con loro e gli ricordano l’importanza di obliterare il biglietto e di andare d’accordo col prossimo. La loro non è una presenza risolutiva, ma si fa sentire, tant’è che è stata estesa ad altre linee. Maria è di quelle che sta sugli autobus per tre ore al giorno, lavora anche presso la casa di accoglienza dei comboniani a Castelvolturno, è del Ghana, vive in Italia da 20 anni. “La storia di tutte queste persone è sempre la stessa, vengono quasi tutti dall’Africa Occidentale, hanno affrontato un lungo viaggio per raggiungere qui un parente o un amico, hanno fatto una sosta di qualche anno in Libia per mettere un po’di soldi da parte e poi si sono lanciati oltre il mare. All’alba li vedi che vanno a lavorare nelle raccolte stagionali intorno a Villa Literno, oppure, più tardi, che raggiungono i quartieri di Napoli per vendere quello che possono, pompe di benzina e cantieri edili accolgono il resto. Facendo capo alle loro comunità, qualcuno col tempo ha aperto un negozietto di alimentari, un bar, una sartoria, ma la maggior parte appena può va via, altri invece ritornano qui perché si sentono accolti meglio che nel nord Italia. Se gli italiani di qui fossero razzisti potremmo mai essere diventati così tanti come siamo?”. I numeri parlano approssimativamente di circa 6.000 africani e di 3.000 slavi, Castelvolturno conta 2.000 regolari, il resto è senza premesso di soggiorno. Giorgio Poletti è un frate comboniano che vive qui da 12 anni, l’asilo, il doposcuola e la casa di accoglienza per le ex prostitute sono le attività di base del suo gruppo composto da 4 religiosi ed altri, pochi, volontari italiani “Questa zona è un laboratorio delle problematiche moderne, se impari a risolverle a Castelvolturno poi saprai come fare anche nel resto d’Italia. Ormai gli italiani di qui si dividono tra quelli che pensano che non è possibile costruirsi un futuro con gli immigrati e quelli che li tollerano perché sono occasioni di lavoro e di commercio. La verità è che siamo tutte pedine di una grande scacchiera, ognuna delle forze in campo ha solo un pezzetto di verità, italiani, immigrati, istituzioni dovrebbero unire questi frammenti e costruire insieme il cambiamento. Invece per dove si sta scegliendo di fare passare il futuro in quest’area? Solo attraverso il cemento e i mattoni”. Ma oltre agli immigrati del lavoro nero, ci sono quelli dell’illecito, della droga, della prostituzione, sono quelli nelle grandi macchine, con gli  orologi di lusso e le catene d’oro, quelli che spendono come e più dei bianchi. Gli accordi sullo spaccio tra nigeriani e casalesi hanno ormai quasi trent’anni, 40 e 60 per cento sono le rispettive quote sui profitti prima dei recenti processi contro la camorra locale, ma il mercato rimane florido. Oggi, alcuni dei ragazzini dei paesi intorno hanno l’abitudine di passare i fine settimana nelle pinete di Baia Verde o sulla foce di Destra Volturno, in una full immersion di droghe chimiche e prestazioni sessuali delle prostitute. Da Frosinone e dintorni arrivano spedizioni di acquirenti per saggiare e comprare la roba anche in grossi stock, una telefonata da un apparecchio pubblico della Domiziana avverte lo spacciatore di turno che “Siamo arrivati. Prepara tutto”. La strage del 18 settembre scorso ha dei precedenti. Nell’aprile del 1990, a Pescopagano, furono uccisi 4 immigrati nel Bar Centro, erano spacciatori e allora l’accusa cadde sulle guardie del servizio di vigilanza che, ancora oggi, controlla le case dei residenti, un servizio in odore di camorra. A chiedersi come mai il Litorale Domizio sia diventato un agglomerato di tantissimi immigrati, le risposte che si ottengono sono varie. Le raccolte stagionali nelle piane dell’entroterra, l’impiego nella grande fase di costruzioni edilizie dell’immediato passato e, a sentire l’ex sindaco Mario Luise, se ne aggiunge un’altra “Questa costa è stata sempre un luogo per nascondersi, ci misero al confino anche i mafiosi, è un bosco dove gli uccelli possono cantare senza essere visti”. Sugli equilibri criminali recenti si dice che, tra i ghanesi, ci sia chi stia tentando il salto di qualità. Marco Marino, un insegnante che abita a Lago Patria, racconta “Se vai in Ghana, come ho fatto io, capisci che molti lì ammirano i nigeriani perché in Italia sono riusciti ad arricchirsi. La coca che sbarca sulle coste dell’Africa Occidentale ora incrocia anche il Ghana e offre nuove opportunità a chi non si fa tanti scrupoli” Sarà un caso che i sei morti del 18 settembre avessero tutti passaporto ghanese? Di fianco alla sartoria dove è avvenuta la strage, ai due lati, ci sono un negozio di parrucchiere ed uno di  barbiere, ambedue ghanesi. Dopo un  mese dagli omicidi, l’unico ancora aperto è quello per donne, l’atmosfera al suo interno è molto tranquilla, i clienti dell’altro esercizio invece hanno già cambiato barbiere, Mounhir, il gestore, è fuggito all’estero subito dopo il massacro. Ipotesi, supposizioni, illazioni forse.<br />
“Vuoi sapere perché li hanno ammazzati?” mi chiede Ciccio senza nemmeno aspettare la fine della domanda “Guardati alle spalle e lo scoprirai”. Fuma con aspre boccate e la stanza si riempie di fumo, non capisco cosa voglia dire, mi giro, ma sulla parete dietro di me c’è solo un poster in bianco e nero di Bakunin che mostra la lingua. “Non devi guardare qui” mi schernisce Ciccio “Ma lì, lì ad Ischitella”. Ischitella è la frazione dove è avvenuta la strage, dove il giorno prima, di fianco ad un ristorante cinese, dopo l’Hotel Millenium, di fronte ad uno stabilimento in ristrutturazione, abbiamo visto il locale ora sotto sequestro della polizia giudiziaria. So che Ciccio, un vecchio anarchico di Mondragone, sta prendendo in giro la nostra curiosità “Stanno dicendo un sacco di cazzate sui giornali” continua espirando un anello di fumo “Cercano sempre dei motivi spettacolari. Ma le ragioni stanno nelle strade, dietro gli angoli, nel cemento, proprio nei mattoni e nel cemento”. Sorride, sa che mi sta solo confondendo, forse non sa nulla, forse sa qualcosa ma non vuole dirmelo chiaramente. “Dovete capire che la camorra agisce nella realtà delle cose, non ha troppi piani generali, dice: quelli hanno fatto questa cosa, si stanno mettendo con questi altri e allora dobbiamo ammazzarli. Adesso poi, con i capi in galera o in latitanza, devono mostrare di non aver perso il controllo del territorio. Sono obbligati a punire severamente qualunque sgarro, anche una questione banale”. Che cosa ha voluto dire? Che cosa dovrei guardare alle mie spalle?<br />
Si fa sera, torniamo verso Napoli, malgrado tutto resta nei nostri polmoni l’aria del mare e della natura di qui che resistono all’oltraggio degli uomini. Davanti al centro di accoglienza Fernandes, gli immigrati se stanno fermi, in attesa, bloccati tra passato e futuro, come spettri in un limbo. So che molte cose stanno cambiando, nuovi accordi politici, nuovi investimenti condizionano quest’area e gli immigrati sono diventati un impaccio, malgrado per anni abbiano preso in affitto quelle case ormai sfitte sul litorale, offrendo la possibilità di un guadagno ai proprietari. Ho scoperto tante altre cose, ma ormai non c’è più tempo. Non so perché quei sei giovani neri siano stati uccisi, non so se l’omicidio di Antonio Celiento, avvenuto pochi minuti prima a Baia Verde, sia collegato alle loro morti. So che però, qui e nel raggio di chilometri, le istituzioni e la società civile devono decidere qual è oggi la loro priorità: lo sviluppo economico o la lotta contro la camorra. Allo stato dei fatti, il primo obiettivo esclude il secondo. Roberto Saviano è sotto scorta per aver scritto esattamente questo.</p>
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