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	<title>Nazione Indiana &#187; mondadori</title>
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		<title>Vocabolario</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 10:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p style="text-align: right;"><em>H</em><br />
La H è il simbolo degli ospedali,<br />
ma gli ospedali stanno sparendo dai paesi.</p>
<p>di <strong><a href="http://www.francoarminio.it/">Franco Arminio</a></strong></p>
<p>[Ci sono parole che incastrate una dentro l'altra, o a mezzo, fanno intendere sempre che il sud degli altri è anche tuo. Ci sono frasi che una dietro l'altra, o avanti, rimandano una immagine nella quale è impossibile non riconoscere un particolare, o riconoscersi, semplicemente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/vocabolario/">Vocabolario</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/colle-panestra-numero-civico.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40408" title="colle panestra numero civico" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/colle-panestra-numero-civico-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>H</em><br />
La H è il simbolo degli ospedali,<br />
ma gli ospedali stanno sparendo dai paesi.</p>
<p>di <strong><a href="http://www.francoarminio.it/">Franco Arminio</a></strong></p>
<p><span style="color: #666699;">[Ci sono parole che incastrate una dentro l'altra, o a mezzo, fanno intendere sempre che il sud degli altri è anche tuo. Ci sono frasi che una dietro l'altra, o avanti, rimandano una immagine nella quale è impossibile non riconoscere un particolare, o riconoscersi, semplicemente. <em>Terracarne</em> di Franco Arminio (Mondadori, 2011) è un caleidoscopio di sud e di particolari. Perché il sud è particolare e perché molti particolari, minuzie, scarti, aberrazioni visive sono a sud, dove le cose possono giacere non viste per anni e dunque marcire, disseccarsi, ma pure fiorire. <em>Vocabolario</em> è uno dei pannelli di cui si compone <em>Terracarne</em> che è un libro nel quale i particolari fioriscono sempre, almeno per me. Questo è il giardino. (cv)]</span></p>
<p><em>Appennino</em><br />
L’Italia ha una lunghissima colonna dorsale che sta perdendo poco a poco la sua linfa. La gente sceglie di abitare nelle città e, quando sceglie i paesi, ha sempre cura che siano comodi e pianeggianti. Nessuno vuole stare nei luoghi più impervi, quelli dove gli inverni sono lunghi e non passa nessuno. L’Appennino è l’Italia che avevamo e che rischiamo di perdere per sempre. La gente ci ha vissuto per millenni consumando quel poco che bastava a sostentarsi. Penso all’Appennino come alla vera cassaforte dei paesi, una cassaforte piena di monete fuoricorso. Ci sono zone in cui il paesaggio è ancora incontaminato ed è come deve essere: solitario e sprecato. Cosa augurarsi per queste terre? Più che chiedere politiche d’incentivazione, verrebbe voglia di incentivare l’esodo, in maniera tale che tornino le selve, che la natura riassorba le folli smanie cementizie che non hanno edificato niente di bello e che non hanno portato reddito. Una nazione con un filo di montagne disposto in tutta la sua lunghezza dovrebbe ricordarsi più spesso di questa sua geografia. Io credo che sia arrivato il tempo di considerare l’Appennino come il luogo in cui si raccoglie la forza del passato e quella del nostro futuro. Dalla Liguria alla Calabria, adesso, è tutta una storia di frane e spopolamento, di vecchi dismessi e di scuole che chiudono, di paesi allungati, spezzati, deformati. È una storia che non esiste perché non fa notizia.<br />
<span id="more-40406"></span><br />
<em>Bar</em><br />
Un paese per essere definito tale deve possedere almeno un bar. È quella la cellula di base, il luogo in cui si può sempre entrare, come il Municipio e il cimitero. Prima si poteva entrare anche nelle scuole, adesso sono chiuse, devi suonare il campanello. I bar sono la più preziosa fonte di informazione sulla vita di un paese, anche se bisogna stare attenti a non farsi sviare. Ci sono alcune scene fisse, tipo il giornale sul banco dei gelati, ci sono quelli che d’estate stazionano seduti o in piedi, ci sono quelli che giocano a carte e quelli che guardano. È una specie di banca dei luoghi comuni. È raro che al bar venga un’idea nuova, si va per rimestare nelle vecchie. Si va per ascoltare il mormorio del paese che in molti casi è finito. E allora vedi persone silenziose vagare come in un acquario. Ecco che il bar diventa un’altra cosa, da punto di raccolta della vita comunitaria a punto di rottura. Si va al bar per capire che non ha più senso uscire e se si continua a farlo è perché è ancora più assurdo rimanere a casa.</p>
<p><em>Contadino</em><br />
“Contadino” è una parola poco amata perché è ancora legata a una storia di grandi fatiche e di piccoli guadagni e lo stesso vale per il pastore, occupazione ben più antica e ancora più ammirevole. Non è un caso, credo, che oggi molti di quelli che lavorano in campagna amano definirsi “imprenditori agricoli”. Si dice spesso che l’Italia non è più un paese di contadini e questa è una grave inesattezza. I contadini ci sono ancora. C’è ancora chi lavora la terra nonostante decenni di politiche che hanno messo al centro del nostro modello di sviluppo l’automobile al posto dell’albero, il cemento al posto della zolla di terra. Adesso che questo modello di sviluppo è palesemente e forse irrimediabilmente in crisi, sarebbe il caso di rimettere in circolazione la parola “contadino” e di assegnare a essa un nuovo prestigio. Curiosamente sono i ricchi i più accesi fautori del ritorno alla terra, sono quelli che meno hanno vissuto i disagi della campagna a farsi venire la fregola di fare l’olio o il vino, anche se spesso si limitano a mettere il loro nome sulle bottiglie e mandano nei campi i giovani extracomunitari. Il segnale è comunque incoraggiante. Non mi stancherò mai di ripeterlo, l’Italia non ha più molto suolo agricolo. È tutto un brulicare di case, capannoni, officine. È il momento di usare la gomma più che la matita, ridare alla terra spazio e respiro. Intanto si tratta di difendere con le unghie e con i denti quelli che alla campagna ancora si dedicano. Altro che calciatori, politici e veline, bisogna dare onore a chi sta nelle stalle, nelle vigne, a chi semina, a chi raccoglie le olive e le castagne. Bisogna organizzare una campagna pubblicitaria non per un prodotto, ma per chi lo produce. Altro che Mulino Bianco, fateci vedere lo sterco e il fango, fateci vedere i contadini.</p>
<p><em>Desolazione</em><br />
I paesi lasciati dai loro abitanti non restano vuoti, vengono invasi dalla desolazione. La senti appena arrivi, la senti se fai la scelta di andare in un giorno qualsiasi, non quando c’è la festa del patrono, non ad agosto, quando il paese si abbiglia come villaggio turistico. La desolazione è una cosa nuova per i paesi. Prima c’era la miseria. Arrivavi e vedevi case fatiscenti, strade di polvere o di fango a seconda della stagione, vedevi bambini che giocavano tra la merda degli asini e dei maiali, i vecchi con le coppole e le mantelle, le donne con gli scialli, un mondo assai simile a quello mirabilmente descritto da Carlo Levi. E questa storia è durata per millenni, praticamente fino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso. Poi la rottamazione della civiltà contadina ha fatto posto a una modernità posticcia. In questo passaggio è andata via la miseria materiale ed è arrivata la miseria spirituale. Il paese non è più povero, ma è abitato da gente rancorosa, maldicente, abituata a fallire la propria vita e a tentare di far fallire la vita degli altri. È arrivata la stagione dei disertori, di quelli che non sapendo andarsene lontano hanno deciso di voltare le spalle al paese e di farsi la casa in periferia. Così quando arrivi al centro sei dentro un curioso effetto vuoto. Oggi i paesi hanno il buco al centro, il buco nero della desolazione.</p>
<p><em>Emigranti</em><br />
Quando si parla della grande emigrazione degli italiani all’estero di solito si omette di ricordare che non si partiva dalle città, ma dai paesi. Sicuramente chi è partito ha migliorato le sue condizioni, ma il prezzo è stato altissimo. E in questo prezzo bisogna includere anche il dolore di chi è rimasto. Quando uno della famiglia partiva, per un po’ di giorni non si cucinava, proprio come accadeva dopo un lutto. Io sono nato in coincidenza con la partenza per l’America di tutta la famiglia di mia madre. E mia madre da allora vive nelle spire di una perenne tristezza. Qualche anno fa sono andato a Vancouver in Canada a trovare i miei zii. I ricchi di Vancouver stavano in una zona della città molto lontana dalle case degli italiani. Non mi pare che i miei zii abbiano vinto nessuna sfida. A uno è capitato di morire in un ospedale canadese dove senza tanto garbo gli hanno comunicato che aveva pochi mesi di vita. Lui ha fatto prima, ha smesso di mangiare, se n’è andato in quindici giorni. I suoi coetanei che non sono partiti sono morti o stanno moribondi sulle panchine. L’emigrazione non ha mandato via solo facce e valigie di cartone. Da qui è andata via l’allegria e non è più tornata. L’emigrazione è sempre un affare per i luoghi in cui i migranti arrivano, mai per quelli di partenza.</p>
<p><em>File</em><br />
Le file non sono un’invenzione recente e non sono una peculiarità metropolitana. Una volta nei paesi si faceva la fila davanti alle fontane, si aspettava a lungo dentro il forno per fare il pane. Ma in realtà a nessuno veniva in mente che stava perdendo tempo. Si stava lì e si ascoltavano i racconti. Una trama infinita che proseguiva nei giorni successivi, quando bisognava prendere altra acqua e fare altro pane. Adesso, dopo un’assenza decennale, le file sono tornate. Anche i paesi, nella loro corsa a prendere il peggio delle città senza poterne avere il meglio, adesso hanno le loro file, sono le file agli uffici postali. Da un po’ di anni nelle Poste non si assume e si offrono più servizi. Il risultato è che per fare una raccomandata bisogna perdere almeno una mezz’ora. Non si tratta di un tempo lieve, passato a dirsi qualcosa con gli altri astanti. Anzi, c’è un silenzio rancido, lievemente rancoroso, al massimo qualche informazione sui reciproci malanni. Tra il vecchio che deve ritirare la pensione e la giovane che deve mandare la domanda per un concorso non c’è dialogo, né sguardo. Tra la tribù dei brufoli e quella dei bastoni si è aperto un baratro che sembra incolmabile.</p>
<p><em>Geografia</em><br />
Sono sempre stato curioso di sapere come se la passano gli altri, come si sentono veramente, che sapore ha la loro vita oltre la buccia di parole piena di pesticidi che ci sputiamo di bocca in bocca. Da un po’ di tempo ho spostato questa curiosità verso i luoghi. Vado nei paesi per capire come se la passano. Ma prima ancora ci vado per capire dove sono, sopra una montagna o un altopiano, dentro una valle o in pianura. I paesi parlano, come ogni cosa, e parlano innanzitutto con la geografia. Sono terra da leggere anche se hanno perso molte parole, e da scrivere.</p>
<p><em>H</em><br />
La H è il simbolo degli ospedali, ma gli ospedali stanno sparendo dai paesi.</p>
<p><em>Irpinia</em><br />
L’Irpinia è in mezzo al Sud, tra la pianura campana e quella pugliese. In Italia ci sono differenze tra un paese e l’altro oppure tra città molto vicine, e dunque non ha molto senso parlare di un carattere irpino. Province e Regioni raccolgono luoghi molto diversi tra di loro. Le suddivisioni amministrative ingannano. Il mio paese c’entra pochissimo con Napoli e c’entra poco anche con Avellino. Ogni zona dell’Irpinia somiglia alla zona con cui confina, Puglia, Sannio, Napoli, Lucania, Salerno. Insomma, i luoghi in cui viviamo quasi mai corrispondono ai nomi che portano. La mia zona si chiama Alta Irpinia. Io le ho dato un altro nome: Irpinia d’Oriente. Chi ci ha chiamato Alta Irpinia? Evidentemente chi sta in basso, Avellino o Napoli, e giustamente guarda ai nostri luoghi come luoghi alti. Irpinia d’Oriente è un nome che ribalta il punto d’osservazione. Siamo noi che guardiamo dove siamo e capiamo che siamo a oriente rispetto ad Avellino o Napoli. Basta guardare le fotografie dei nostri anziani di un secolo fa per vedere profili balcanici, in molti casi addirittura asiatici. La definizione Alta Irpinia è imprecisa anche dal punto di vista geografico e climatico. L’Appennino campano corre all’altezza di Avellino, noi siamo a oriente delle catene montuose. Il clima di Bisaccia è molto più simile a quello dei Carpazi che a quello di Napoli. Nel proporre il nuovo nome ho sempre pensato che Irpinia d’Oriente contenesse anche suggestioni antropologiche ed economiche. In un mondo in cui le cose avvengono in basso, chiamarsi Alta Irpinia significa già essere fuori gioco, percepirsi come luogo delle mancanze più che delle presenze. Per me Irpinia d’Oriente è un rovesciamento che aiuta anche a cambiare molti dei paradigmi che hanno condizionato la nostra vita. Considerando che da noi la modernità e la crescita ci hanno raggiunto nei loro aspetti più deteriori, ecco che sarebbe il caso almeno di immaginare nuove vie, stando attenti anche qui a dare i nomi giusti. Io la nuova via non la chiamo decrescita, importando ancora una volta il nome da occidente, ma la chiamo “umanesimo delle montagne” e quindi pongo l’accento su una via che nasce da noi stessi fin dal nome che le diamo.</p>
<p><em>Luoghi</em><br />
Camminavo per Venezia. Mi chiedevo se è ancora qui che si deve venire oppure c’è da andare altrove. Penso a Mastralessio, alla prua della desolazione conficcata tra le zolle della Daunia, penso al luogo indenne dalla peste degli sguardi fatui, luogo edificato da chi vive altrove e ha lasciato a sentinelle i vecchi, gli zoppi, i cani. I luoghi di cui scrivo non hanno ragioni né torti, sono come una refurtiva abbandonata, un referto sintetico della vasta malattia allegata alla terra tonda. Allora io non giro per svagarmi e forse neppure per vedere. Quello che faccio è leggere la carne non morsa dai cannibali, la terra scampata alla tabula rasa del progresso che rende in apparenza Mastralessio scorza o guscio vuoto. La verità delle cose è nella letizia e nella lotta per dare luce alle capitali dello sconforto, ai luoghi dismessi, agli spiriti sconvolti, più che nell’allinearsi alla gigantesca impresa di pompe funebri a cui si riduce la società dello spettacolo.</p>
<p><em>Morti</em><br />
Nei paesi morire è molto più facile che nascere. I più fortunati sono quelli che muoiono ad agosto, quando c’è più gente, ma per vedere un funerale veramente affollato ci vuole qualcuno che sia giovane e che muoia all’improvviso. In quel caso il morto ravviva il paese, gli regala qualche ora di commozione e fa sentire tutti più cauti, meno aggressivi. Il paese esce in piazza e parla a bassa voce.</p>
<p><em>Neve</em><br />
È difficile pensare a un paese dove non nevica. La neve è il simbolo dell’inverno e l’inverno è la stagione dei paesi. Io, quando viene un’annata con poca neve, mi sento come se mi fosse mancato qualcosa. La neve dà alle mie alture un rigore, uno stile che i luoghi caldi hanno perduto.</p>
<p><em>Ozio</em><br />
Il paese è considerato il luogo dell’ozio e dell’accidia. Anche se non è così (in realtà è un luogo che non concede tregue, sei sempre di fronte alla tua vita, non c’è modo di distrarsi) al mio paese è nata la libera università degli accidiosi (www.unibis.org) e io lì sono docente di una delle tante discipline improntate all’ozio. La mia si chiama “teoria e tecnica della passeggiata” ma ci sono anche “ergonometria della panchina”, “scienze dell’inutilità”, “etiche dell’incanto” e “antropologia del distratto”. Ovviamente è un’università abbandonata, un esempio di rudere mediatico.</p>
<p><em>Piazza</em><br />
Quella del mio paese è un luogo difficile, lievemente efferato, se sei fuori posto, la piazza te lo rivela immediatamente. Non focolare e grembo di tutti, ma luogo dei rancorosi, dei passeggiatori inaciditi, luogo di proliferazione e tutela di ogni maldicenza, di ogni sfinimento. Adesso le piazze sono in crisi, la diserzione dai paesi comincia dalla diserzione delle loro piazze. Abbiate cura di vederne tante, godetevi questo cinema naturale prima che il proiettore si spenga.</p>
<p><em>Qui</em><br />
Qui non c’è niente. Ecco una frase che ho sentito migliaia di volte, come se mi fossi rivolto non a delle persone ma a una segreteria telefonica.</p>
<p><em>Rancore</em><br />
Sono cose che accadono ovunque, si dice. Non è così, dove vivo io la faccenda ha una tipicità particolare. Il rancore per noi è come il radicchio a Treviso o la cipolla a Tropea. Il nostro è un rancore doc, non va confuso con il blando rancore che si trova ovunque nel mondo. È in esercizio perenne, un fuoco amico, e quando pure trovi riparo dal rancore che viene da fuori, ti accorgi che provi rancore per te stesso, che devi annoverarti tra i tuoi nemici. Questo è il motivo perché ritengo queste zone non più arretrate come da sempre sono state considerate, ma zone d’avanguardia. Nel momento in cui il mondo diventa una comunità di astiosi, è naturale considerare l’Irpina d’Oriente una delle capitali di questo mondo.</p>
<p><em>Silenzio</em><br />
Ogni paese ha il suo silenzio. Dipende dalla forma. Il silenzio di un paese concavo, appoggiato in una valle, è diverso dal silenzio di un paese convesso che sta in cima a una montagna. E poi c’è la disposizione delle case, la presenza della vegetazione, l’esposizione geografica, il fatto di essere a nord o a sud, la vicinanza o meno a una città, perfino il reddito ha influenza sul tipo di silenzio che percepisci dentro un paese. Girando per i posti più affranti e sperduti immagino di essere diventato un esperto di silenzio. Quello di Cairano non è come quello di Montaguto, penso a due luoghi della mia Irpinia. E perfino nello stesso paese il silenzio subisce numerose variazioni, quello estivo non è come quello invernale, quello del mattino non è come quello della sera, quello di un giorno in cui è morto un giovane è diverso da quello di un giorno in cui è morto un anziano. Queste sono ipotesi paesologiche. Di una cosa sono sicuro però: il silenzio vissuto per un giorno è assai diverso da quello che si vive ogni giorno. Il silenzio che sente la vedova nel suo vicolo, col figlio a Torino e il marito al cimitero, con le vicine di casa deportate al paese nuovo, è un silenzio cattivo, che fa tanto male. È il silenzio delle porte chiuse, delle case abitate solo dai ragni e dalle faine, dei pochi giovani che passano senza nemmeno salutare. Non basta tenere la televisione accesa tutto il giorno per arginare questa valanga di silenzio che sommerge ogni cosa. La vedova era abituata a vivere in un paese che era una trama di racconti e di storie. Al forno, davanti alle fontane, vicino al camino, ogni occasione era buona per farsi compagnia con le parole. E quando non si parlava comunque potevi sentire il rumore di chi lavorava. Adesso non si sente il martello del fabbro, non si sente la sega del falegname, non si sentono nemmeno i versi degli animali. Chi viene dalla città e arriva nel paese per qualche ora, trova un silenzio che gli fa tanto bene, un silenzio che gli fa credere di essere in un luogo di pace e tranquillità. Non è affatto vero, il paese, oggi, è un luogo snervante, in cui non è per niente facile rilassarsi. I motivi sono tanti, compreso il silenzio e il suo perenne rimandarci alle cose che ci mancano, che non ci sono più. A me questo non dispiace. Giro per i paesi proprio per le cose che non ci sono più. In fondo le delusioni, le mancanze sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura.</p>
<p><em>Terra</em><br />
Disteso sotto il sole pancia a terra in un campo di grano appena mietuto a un certo punto stavo per sentire la terra, mi stava arrivando qualche notizia dal profondo, ho avuto paura e mi sono messo a raccontare la sensazione solo intravista. Così si sfugge alla vita, dovremmo stare molte ore al giorno con la pancia per terra e aspettare che la terra si faccia viva da sotto, aspettare che si accorga di noi e ci parli.</p>
<p><em>Urbanistica</em><br />
Ci sono paesi in fuga dalla loro forma e paesi chiusi nella loro forma. È il momento di costruire paesi aperti nella loro forma, ma non è impresa per architetti, geometri e ingegneri.</p>
<p><em>Vecchi</em><br />
Per me, andare in certi paesi è come visitare un reparto di geriatria all’aria aperta. In certi paesi del Sud la gente diventa decrepita, sembra che la vecchiaia sia un pozzo senza fondo. Eppure gli anziani che abbiamo ora sono gli ultimi in circolazione. Hanno tratti forti, facce lungamente esposte alla fatica, al freddo e al sole. I giovani di adesso, quando saranno vecchi non avranno queste facce, questi corpi contorti dall’artrosi, questo modo di conversare che non è mai concitato, che è un parlare senza animosità, lento, lievemente ipnotico, circolare. Un parlare appreso quando vivere in un paese significava stare con gli altri e sentirsi insieme agli altri. Forse le cose stanno così: una volta si era tristi tutti insieme, adesso ognuno è triste per conto suo. Ora si esce a prendere un poco di luce, per la vecchia abitudine di stare in mezzo agli altri, ma non c’è più nessuno. I giovani si muovono nelle macchine, sono indaffarati o comunque cercano di mostrarsi indaffarati. Gli anziani sono gli ultimi relitti rimasti a galla di una civiltà che affonda nella marea del consumo. Hanno tutti una lingua, uno stile, non sono mai sgraziati, sono innocenti. Non era così quando erano giovani. La civiltà contadina era una civiltà offesa e per questo non sempre capace di gentilezze e di garbo. I vecchi e le vecchie che vediamo adesso con la loro aria smarrita, sono stati genitori oppressivi, si sono concessi e hanno concesso poco. Andate nei paesi e provate ad ascoltare gli anziani, a far loro compagnia. Provate a praticare una nuova forma di turismo, il turismo della clemenza. Facilmente vi potrà capitare di essere trattenuti per un braccio da un anziano che ancora vi vuole parlare, perché oggi per loro il male più grande è non trovare ascolto, non poter raccontare una vita che era epica anche quando era banale. Andate a vedere la ragnatela delle rughe, gli occhi su cui campeggiano le grandi impalcature della morte. La vita non è uno show televisivo e gli anziani sono qui a ricordarci l’eroismo e la miseria di stare al mondo.</p>
<p><em>Zappa</em><br />
Dopo il terremoto in ogni paese c’erano vicoli e case sventrate. Dimore per topi e per ladruncoli in cerca di qualcosa di prezioso. Io e i miei amici giravamo spesso per queste case abbandonate, andavamo a vederle prima che ne abbattessero i muri, il pavimento, il cuore. Non sempre i proprietari si erano preoccupati di svuotarle, oppure avevano portato via solo le cose importanti. Spesso si trovavano bottiglie, vecchie pentole, libri di scuola. Una volta in una casa non c’era più niente, avevano rubato perfino le ceramiche della fornacella. Era rimasta solo una zappa.</p>
<p><span style="color: #666699;">[l'immagine in apice viene da <a href="http://www.paesiapuani.it/colle%20panestra%20casa%20trescola%20casa%20bovaio.htm"><span style="color: #666699;">qui</span></a>, che però è un altrove]</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/terracarne1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-40407" title="terracarne1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/terracarne1.png" alt="" width="216" height="298" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>F. Arminio, <em>Terracarne</em>, Mondadori (2011), pp. 360, 18,00 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/vocabolario/">Vocabolario</a></p>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 07:30:58 +0000</pubDate>
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<p>[<em>continua il dibattito iniziato con <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Pubblicare per Berlusconi</a> di <strong>Helena Janeczek</strong> e proseguito con numerosi contributi sia in rete sia sui quotidiani e i settimanali nazionali. L'ultimo apparso su Nazione Indiana è <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/02/pubblicare-per-mondadori/">Pubblicare per Mondadori?</a> di <strong>Andrea Cortellessa</strong>.</em>]</p>
<p>di <strong>Stefano Petrocchi</strong></p>
<p>Sto seguendo con interesse il dibattito innescato su <em>Repubblica </em> dall’inchiesta di Massimo Giannini (19 agosto) e dal corsivo del teologo Vito Mancuso (21 agosto) sulla cosiddetta legge “ad aziendam”, che ha consentito alla casa editrice Mondadori di estinguere, in modo piuttosto vantaggioso per le proprie casse, un contenzioso ventennale con il fisco.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/06/ad-aziendam/">ad aziendam</a></p>
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<p>[<small><em>continua il dibattito iniziato con <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Pubblicare per Berlusconi</a> di <strong>Helena Janeczek</strong> e proseguito con numerosi contributi sia in rete sia sui quotidiani e i settimanali nazionali. L'ultimo apparso su Nazione Indiana è <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/02/pubblicare-per-mondadori/">Pubblicare per Mondadori?</a> di <strong>Andrea Cortellessa</strong>.</em></small>]</p>
<p>di <strong>Stefano Petrocchi</strong></p>
<p>Sto seguendo con interesse il dibattito innescato su <em>Repubblica </em> dall’inchiesta di Massimo Giannini (19 agosto) e dal corsivo del teologo Vito Mancuso (21 agosto) sulla cosiddetta legge “ad aziendam”, che ha consentito alla casa editrice Mondadori di estinguere, in modo piuttosto vantaggioso per le proprie casse, un contenzioso ventennale con il fisco. Mancuso solleva un dubbio etico: è giusto pubblicare per un editore che approfitta di leggi promosse da un governo il cui capo è l’editore stesso? Molte risposte a questa domanda, contenute sia in interviste estemporanee sia in interventi più meditati, lasciano emergere tra osservazioni non sempre pertinenti un tema di grande rilievo: come percepiscono il proprio ruolo gli scrittori, specie in relazione a chi oggi organizza la produzione e la diffusione della letteratura (cioè gli editori)?<br />
<span id="more-36522"></span><br />
Ci stavo riflettendo su quando un’amica mi ha invitato a guardare l’editoriale di Giovanni De Mauro sul numero 861 di <em>Internazionale</em>. Il modo in cui qui viene risolto il dilemma posto da Mancuso è in effetti limpido: «Questione di principio interessante, ma che obbligherebbe tutti gli autori di ogni casa editrice a indagare sul corretto comportamento del loro editore». Ineccepibile. Eppure mentre leggevo mi è tornato in mente un pezzo dello stesso De Mauro di alcuni (non molti) mesi fa. Ci tornerò al momento opportuno su questo primo editoriale, per ora registro che mi è stato più utile del secondo per individuare meglio i contorni della discussione in corso.</p>
<p>A me pare che la maggior parte degli interventi soffra di una visione doppiamente riduttiva del caso: si tratterebbe per un verso di una vicenda che attiene all’amministrazione – sia pure disinvolta – dell’azienda, di cui i funzionari editoriali con cui un autore si rapporta non possono che essere all’oscuro, e per l’altro dell’ennesimo caso di legislazione occhiuta, come per esempio la depenalizzazione del falso in bilancio, fatto che comporta un livello di allarme civile ben maggiore, ma da cui le responsabilità di quei funzionari sono, di nuovo, sideralmente lontane.</p>
<p>Le due affermazioni sono senz’altro vere, ma trascurano un punto su cui anche Mancuso, forse per carità di patria, è molto sfumato. Scrive infatti che la Mondadori avrebbe goduto di «favori parlamentari ed extra-parlamentari». Giannini ne fa invece uno dei focus della sua ricostruzione, ipotizzando due cose: che prima della soluzione legislativa si sarebbe tentato di venire a capo della vertenza attraverso pressioni indebite sulla Corte di Cassazione; che questa attività illecita non sarebbe stata efficace senza l’approvazione in Parlamento di una norma che, rinviandone il pensionamento, avrebbe consentito al presidente della Cassazione di dirottare la decisione verso una sezione più malleabile della Corte. Giulio Mozzi ha condotto su <em>Vibrisse</em> una scrupolosa decostruzione, o per dir meglio una demolizione, del testo di Giannini, ma su queste circostanze ammette che «il vicedirettore di Repubblica continua a dire cose che sembrano un po’ dubbie», il che non vuol dire palesemente infondate. In ogni caso, la magistratura sta indagando sulla presunta «rete criminale creata per condizionare i magistrati nell’interesse del premier» (ancora Giannini). Ora, a me sembra che l’intreccio di azioni criminose e iniziative parlamentari ci porti ben oltre l’annoso problema del conflitto di interessi. Mi sarei aspettato perciò che i risvolti più oscuri del caso ricevessero un’attenzione maggiore, magari dubitativa, oltre che dalla matita blu di Mozzi anche nel resto degli interventi che ho letto.</p>
<p>Ho trovato invece, in quasi tutti, l’attestazione di come la struttura editoriale del gruppo Mondadori consenta a uno scrittore di sviluppare al meglio, e far conoscere a un pubblico vasto, le proprie capacità creative. Alcuni autori testimoniano il legittimo orgoglio di far parte di un catalogo prestigioso, per i nomi di ieri e per quelli di oggi, e la libertà intellettuale di cui godono all’interno delle diverse case editrici del gruppo. C’è chi elenca infine i rapporti di amicizia nati nell’<em>open space</em> di Segrate, e mentre snocciola nomi e cognomi si avverte il sapore stucchevole che in un dibattito pubblico assumono sempre le mozioni degli affetti.</p>
<p>Ciò che dà da pensare è anche qui un elemento di sottovalutazione. È come se lo scrittore (che ne sia consapevole o no) si autocollocasse a monte di una catena produttiva che prevede nelle fasi successive l’intervento paritetico di altri operatori (editor, redattori e così via). «Sono loro i miei compagni», dice Pennacchi con l’enfasi del sindacalista che è stato, ma anche quando Piccolo avverte «Come scrittore voglio essere giudicato per quello che scrivo e non per l’editore con cui pubblico», ho la sensazione di assistere a un paradossale tentativo di sottrarsi al rapporto fondante con i propri lettori in carne e ossa. Non più interlocutori privilegiati dell’autore per il tramite dell’editore, ma utilizzatori finali di un prodotto alla cui realizzazione collaborano diverse figure professionali tra cui l’autore (estremizzo ma non credo poi molto).</p>
<p>Dico paradossale perché si può leggere l’intervento di Piccolo sul giornale per cui scrive regolarmente (<em>L’Unità</em>, 26 agosto) e su cui negli scorsi mesi ha espresso preoccupazione, per esempio, per il lodo Alfano e per la legge bavaglio. Dunque si tratta di giudicare Piccolo non solo per i libri che pubblica con Einaudi, ma per ciò che dice su tutti gli argomenti sui quali accetta di intervenire. La separazione del maschio è un libro molto bello come i precedenti editi da Laterza, Feltrinelli, minimum fax, ma Francesco Piccolo rappresenta per i suoi lettori (posso dirlo perché sono da tempo fra questi) più dei libri che ha scritto.</p>
<p>Se Augias (<em>Repubblica</em>, 22 agosto) trasforma lo scrittore da auctor in audience, «Al Festival di Mantova, presentando il nuovo libro, solleverò pubblicamente la questione e ascolterò i lettori», siamo molto oltre l’epoca della scomparsa dei maître à penser. Del resto, si può immaginare Moravia che chiede ai suoi lettori cosa pensare? Antonio Moresco, dopo aver rivendicato su Il primo amore la necessità di elevarsi come scrittore al di sopra della contingenza (come se pubblicare per altri gli impedisse di pensare alle cose ultime), si chiede retoricamente quale responsabilità avesse Tiziano degli errori e orrori compiuti da Carlo V. Quel tipo di artista aveva però un nome preciso: era un cortigiano. È questo a cui ambisce Moresco? È questo che i suoi lettori gli chiedono?</p>
<p>Scrive Giovanni De Mauro sul n. 836 di <em>Internazionale</em>: «Tecnicamente si può già parlare di dittatura». È una questione di sostanza, specifica, non di forma. Seguono le coordinate esatte della situazione politica italiana a marzo 2010 – ma a settembre nulla è cambiato. Allora, tra le molte buone ragioni con cui autori come Ammaniti, Fois, Lucarelli, Moresco, Pennacchi, Piccolo motivano l’intenzione di non abbandonare (proprio adesso) il loro editore, ne manca una. Detta nel modo più semplice e diretto: perché l’opzione di pubblicare altrove deve restare aperta, almeno fin tanto che dura questo stato di cose. Aggiungerla sarebbe tutto quello di cui i loro lettori (posso dirlo perché sono da tempo fra questi) hanno bisogno. Sarebbe un modo per prendersi cura della sostanza del nostro vivere qui e ora.</p>
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		<title>Pubblicare per Mondadori?</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 12:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[Si riprendono in esponente due note apparse nei commenti di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/24/alzare-i-tacchi/#comment-139480" target="_blank">questa </a>discussione. DP]</p>
<p>di <strong>Andrea Cortellessa</strong></p>
<p>Piccola premessa metodologica, o deontologica. È insopportabile che sulla questione del pubblicare o meno per Mondadori si sospettino coloro che intervengono di farlo per più o meno confessabili interessi personali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/02/pubblicare-per-mondadori/">Pubblicare per Mondadori?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><small>[Si riprendono in esponente due note apparse nei commenti di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/24/alzare-i-tacchi/#comment-139480" target="_blank">questa </a>discussione. DP]</small></p>
<p>di <strong>Andrea Cortellessa</strong></p>
<p>Piccola premessa metodologica, o deontologica. È insopportabile che sulla questione del pubblicare o meno per Mondadori si sospettino coloro che intervengono di farlo per più o meno confessabili interessi personali. Qualcuno, pensando di scherzare, ha definito questa pratica di delegittimazione «metodo Boffo». In Italia c’è poco da scherzare, oggi, su questo. Personalmente, come altri partecipanti a questa discussione, ho fatto in passato dei lavori per Einaudi, e attualmente ne sto facendo per Mondadori. <em>Proprio per questo mi pongo il problema</em>. Il problema non ce l’ha – e dunque pontifica su di esso in astratto – chi di questa cosa banalissima (e anzi per chi lavori in questo campo, in questo paese, pressoché inevitabile) non abbia esperienza concreta.<span id="more-36507"></span></p>
<p>Mi pare che le parole più sensate, in questa discussione, siano venute da qualcuno che di fatto <em>non ha alcun interesse</em> al fatto che gli autori migliori (in termini di vendibilità) restino appannaggio della casa editrice migliore (in termini di diffusione) – anzi, il suo interesse è esattamente quello opposto – cioè Massimo Roccaforte distributore indipendente che il commentatore nuvoleonline ha <a href="http://www.globalproject.info/it/produzioni/NdA-distribuzione-indipendente-sul-caso-Mondadori/5652" target="_blank">linkato</a>:</p>
<p>«Trovo auto censoria, sbagliata e forse pericolosa una campagna di autoesclusione dal principale gruppo editoriale italiano incentrata e proposta solamente degli autori. [...] Non è che l’aria sta diventando talmente irrespirabile che alla fine si sia, o si sarà, costretti a “lasciare nelle mani” di chi ha sempre fatto del disprezzo della cultura con la C maiuscola una sua bandiera, la maggiore e più importante casa editrice che abbiamo in Italia? Di conseguenza non si rischierebbe di ridurre, con questa scelta, il grado di autonomia del mercato e dunque la possibilità di vendita e scelta per librai e lettori? Non si sta cadendo in una trappola ponendo la questione nei termini in cui è stata posta in questi giorni? Il silenzio o i freddi comunicati, dei dipendenti e dei collaboratori della casa editrice, in tal senso sono il segnale più preoccupante e secondo me indicativo di un’aria che forse sta davvero cambiando, in un ambiente che a certi livelli non credo abbia grandi problemi a “privarsi” di certi autori per dirottare sempre di più la propria produzione su autori più consenzienti o commerciali. In un mercato come quello editoriale dove tutta la filiera è controllata e dove spesso è il mercato stesso a creare la domanda, ritirarsi dal catalogo di un grande editore non mi sembra la politica più giusta o quantomeno salutare all’ambiente culturale. Io credo che in editoria, come nel resto della società, il problema principale in questa fase sia resistere con la propria identità e le proprie istanze là dove ci si trova, senza cedere un passo all’arroganza e alle scorrettezze di un potere che si sta facendo sempre più cupo».</p>
<p>Sul piano della coscienza individuale la posizione più equilibrata e condivisibile resta quella espressa, a suo tempo, da <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/" target="_blank">Helena Janeczek</a>; ma sulla coscienza individuale dovrò tornare). Tuttavia come si è visto Roccaforte aggiunge una considerazione politica – per me decisiva. A parte Saviano Lucarelli forse i Wu Ming e pochi altri, fra gli autori che in queste settimane o in precedenza hanno avvertito tale coscienza in difficoltà, la conservazione degli altri autori di cui si sta parlando e che sono stati interpellati dopo l’uscita di Mancuso (a partire da Cordelli e dallo stesso Busi) <em>non è essenziale al fatturato di Mondadori-Einaudi</em>. Questi autori possono essere sostituiti senza gravi perdite economiche con autori ideologicamente conformi alla proprietà o con autori che la pensino come <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/01/caso-mondadori-corona-contro-mancuso-i-professionisti-della-coscienza-se-la-prendano-con-la-sinistra/55440/" target="_blank">Mauro Corona</a> – i quali già sono, del resto, degli asset d’impresa. Infatti Cordelli, quando è stato il momento, è stato tranquillamente sacrificato.</p>
<p>Ma chiediamoci quale sarebbe l’effetto <em>politico</em>, di una tale “sostituzione di massa” degli autori con la coscienza in disordine, asset o non asset che siano. Tale effetto sarebbe appunto, verosimilmente che 1) presenze politicamente o artisticamente (che per uno come me, sarà bene specificare, vale anche a dire politicamente) difformi dai dettami della proprietà dovrebbero trovarsi lidi editoriali altri e senz’altro meno efficaci, condannandosi in molti casi a percorsi marginali e in sostanza punitivi; 2) quella macchina editoriale così tremendamente efficace si troverebbe a “lavorare” (cioè a imporre sul mercato) <em>solo</em> autori politicamente o artisticamente conformi ai dettami della proprietà. Sarebbe proprio questo a sancire (sia detto per inciso) l’omologazione <em>politica </em>di queste – che sono storicamente nobili e gloriosi istituzioni culturali ma anche, nel presente, a loro volta e col loro <em>target </em>efficientissime macchine da guerra mediatiche – al rango del <em>Giornale</em> o di <em>Libero</em>. Cioè la loro trasformazione, <em>de facto</em>, in strumenti di propaganda.</p>
<p>Dunque: in omaggio ai non trascurabili e rispettabilissimi dettami della coscienza individuale, si sacrificherebbero, sì (e nobilmente, certo), i propri interessi personali ma <em>anche</em> (e per quel che riguarda noi lettori soprattutto) gli interessi della collettività: 1) perché i politicamente e artisticamente difformi verrebbero ridotta la propria circolazione 2) perché, di contro, i politicamente e artisticamente conformi la vedrebbero accresciuta 3) perché aumenterebbe ulteriormente il volume di fuoco della propaganda berlusconiana.</p>
<p>Per venire ai casi concreti: è vero – come appare – che la presenza di Saviano in Mondadori è gradita e ambita (com’è ovvio che sia) dall’ottimo e inappuntabile personale tecnico mondadoriano, mentre è sgradita e fa venire il mal di pancia a persone come Emilio Fede? Non mi pare ci siano dubbi che, <em>sic stantibus rebus</em>, il dovere <em>politico</em> (che come si vede può non coincidere con quello coscienziale) di Saviano sia tutt’altro che quello di «alzare i tacchi» bensì, perfettamente al contrario, quello di <em>restare lì</em><em> finché non lo</em> <em>caccino</em>. E, nella remota ipotesi che lo caccino, denunciare tale cacciata in tutte le sedi mediatiche che uno come Saviano può raggiungere (motivo in più, questa eventualità, del perché non lo cacceranno mai; se la presenza di Saviano immobilizza la volontà politica della proprietà ponendola di fronte a un doppio legame, <em>allora ben venga la presenza di Saviano</em>: e ciò sia detto, ancora una volta per inciso, a chi più o meno in buona fede pensa che tale presenza mediatica sia politicamente ininfluente o dannosa).</p>
<p>Ora a me sinceramente spiace che la coscienza individuale di un autore venga tormentata (anche se utilitaristicamente e cinicamente, come lettore, potrei pure trarne giovamento, giacché quel tormento potrebbe al limite avere l’effetto di una pressione letterariamente produttiva; più probabile, però, è che essa semplicemente inibisca la creatività), ma i miei interessi di “pubblico” sono altri, e ho specificato quali.</p>
<p>Come dicevo, però, resta la questione della coscienza individuale che – a dispetto di quanto sostiene Francesco Pecoraro – esiste certissimamente (purtroppo). Proprio tu, Francesco, che nel 2007 non te la sentivi pungere e che ora te la senti scartavetrare la pelle, dovresti sapere – a livello di pancia, ma con una certa esattezza – di cosa si tratta. Dunque diamo intanto atto a Vito Mancuso che – sia detto a suo merito <em>indipendentemente dalla meschina accusa di con ciò “essersi fatto pubblicità” </em>–<em> </em>se questa discussione si è riaperta è stato unicamente in virtù del suo intervento. Non mi interessa che sia un teologo (che fra l’altro come tale non ho letto e non so quanto valga); se sono i cattolici a parlare di coscienza, spero non si pensi che ce l’abbiano solo loro o che solo loro possano permettersi di farla parlare. Sta di fatto che è stata questa diversa impostazione a spostare – non mi pare davvero lo si possa negare – i termini della questione.</p>
<p>Qui mi rivolgo a Francesca, intervenuta (come Pecoraro) nella discussione al thread <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/24/alzare-i-tacchi/" target="_blank"><em>Alzare i tacchi</em></a>. Primo perché mi pare che, in termini pratici, abbia una posizione vicina a quella che ho espresso prima; secondo – di contro – perché, nel farlo, adopera un rasoio un po’ troppo riduzionista e a senso unico. Dice in sostanza: unico dovere di uno scrittore è non accettare compromessi con la propria scrittura, tutto il resto è secondario. Sacrosanto, certo. In termini astratti e appunto riduzionisti. Ricordo che una volta Walter Siti a Fahrenheit, interrogato riguardo all’amoralità esibita da <em>Troppi paradisi</em>, rispose che <em>però</em> «sulla scrittura non accettava compromessi». Ma la storia non è così semplice, mi pare. Dove finiscono i compromessi sociali, politici, economici, e dove cominciano quelli con la scrittura? Possiamo davvero pensare, nel 2010, che la «scrittura» sia un’entità isolata, asetticamente forclusa da qualsiasi corruttela con l’«ambienza» (per dirla con Gadda)?</p>
<p>Un condizionamento economico (l’<em>appeal</em> commerciale inseguito dall’autore e/o dall’editore) può inficiare, eccome, la qualità di un testo. In tal caso siamo o no disposti a riconoscerlo, come condizionamento? Ma, e qui veniamo alla questione posta da Mancuso, anche un condizionamento politico entra – può concretamente entrare – in conflitto con la scrittura. Prendiamo il caso della testimonianza di Aldo Busi, linkata nella stessa discussione da <a href="http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/articolo-18240.htm" target="_blank">Larry Massino</a>. Benissimo: ottima intervista, sono d’accordo in particolare con l’impostazione «né con la Mondadori né senza la Mondadori» (ossia: né pregiudizialmente a favore né pregiudizialmente contro la Mondadori). Ma c’è un ma. E cioè l’ammissione, da parte di Busi, che in un’occasione, un’unica e insignificante occasione (insignificante nell’opinione di chi testimonia; ma se lo testimonia si vede che, nella sua coscienza, insignificante l’episodio non è), persino Busi s’è piegato – e ha cancellato da un suo testo il sintagma «nanerottolo peronista». Questa micro-censura, cui Busi, persino Busi s’è prestato («più per gentilezza che per codardia», aggiunge; e, a differenza di chi ironizza su questa formula, penso che essa sia profonda e sincera), rappresenta o no un condizionamento della sua «scrittura»? Credo che a questa domanda possa rispondere con esattezza solo la coscienza di Busi. Ma credo pure che ce la possiamo, ce la dobbiamo porre anche noi, che Busi lo leggiamo.</p>
<p>Il nocciolo della questione, sinora per lo più curiosamente inevaso, è appunto nella <em>censura</em>. Nella sottile, strisciante, per lo più autointroiettata censura che i manager berlusconiani hanno lentamente inoculato nell’editoria italiana. È vero, come ha sostenuto Alcor nella discussione, che ogni azienda che controlli un mezzo di comunicazione esercita sempre e strutturalmente, su di esso, una qualche forma di censura. Ma è altrettanto innegabile che sia stato solo con l’entrata in politica del proprietario del maggior gruppo mediatico italiano che questo vizio di sistema <em>si è fatto sistema</em>.</p>
<p>Il virus della censura comincia a circolare in Einaudi. Significativamente: perché essa è, o è stata, luogo di propulsione e progettazione culturale, dunque politica. Ma tale virus evidentemente non è sconosciuto neppure nella tecnocratica e anideologica Mondadori. Si può anzi scommettere che, dal caso Busi in avanti, abbia fatto i suoi progressi. Per questo è importante – e non può essere liquidata come meramente coscienziale – la presa di posizione di Franco Cordelli, che di questa censura è stato sicuramente vittima nel 2003.</p>
<p>Rileggiamo quello che dice: io propongo <em>Il duca di Mantova</em> all’Einaudi non solo perché è Einaudi l’editore dei miei libri precedenti, ma <em>proprio in virtù</em> del suo argomento. È un test. Se un libro del genere viene pubblicato senza censure, questo ha delle conseguenze – sul mio rapporto con la casa editrice, sul mio orizzonte di aspettative, sulla mia coscienza appunto. Se non viene pubblicato, non posso che «alzare i tacchi». Al di là della mia più o meno serena valutazione sul grado di libertà oggettiva che qui si respiri, <em>la mia libertà di autore</em> è stata infatti oggettivamente e proditoriamente conculcata e negata. Nessun rappresentante della casa editrice potrà mai ammettere questa censura (anche se poi, con Saramago, l’hanno dovuta ammettere: ma solo perché evidentemente un Nobel non si può rifiutare per motivi letterari) ma – dice in sostanza Cordelli – «io so». E in effetti, da quel momento in avanti, anch’io «so». Quello che è successo due anni dopo con le poesie di Raboni sul cavalier Menzogna – di nuovo rifiutate da Einaudi (in campagna elettorale) per «motivi letterari» – non fa che confermarlo. Ecco, questa casistica a me pare che non si possa più sottovalutare. Penso al contrario che vada riesaminata, storicamente, con la massima attenzione.</p>
<p>Mai come in questo caso, concludere è un problema. Penso che non si possa che sposare la linea indicata da Roccaforte. Tenere ben saldo che è quello il piano che conta davvero – a livello <em>politico</em>. Tenere le posizioni, insomma. Ma penso altresì che i livelli di attenzione su tutto quanto attenga alla libertà di espressione – in una <em>demokratura </em>che ha brevettato i «trattamenti Boffo» e le «derive Minzulpop» – vadano innalzati sempre più. Facendo caso anche ai minimi dettagli. Penso che su questo autori, critici, lettori – anziché sospettare strutturalmente l’uno dell’altro, l’un con l’altro gareggiare a chi è più puro – debbano incoraggiarsi a vicenda. Penso si debbano costruire ponti di solidarietà e concreta <em>attenzione</em> (ripeto un’altra volta questo termine). Attenzione a questioni che riguardano sì le coscienze individuali ma che manifestano, ormai, una natura anche politica. Che ci riguarda tutti, cioè.</p>
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		<title>Alzare i tacchi</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 14:35:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Franco Cordelli</strong></p>
<p>Il primo libro da me consegnato a Einaudi è del 1990, dunque fuori gioco. Ne ho pubblicati altri due, uno nel 1996 e uno nel 1999. In quegli anni al governo c’era il centro-sinistra. Credevo che Berlusconi fosse spacciato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/24/alzare-i-tacchi/">Alzare i tacchi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Cordelli</strong></p>
<p>Il primo libro da me consegnato a Einaudi è del 1990, dunque fuori gioco. Ne ho pubblicati altri due, uno nel 1996 e uno nel 1999. In quegli anni al governo c’era il centro-sinistra. Credevo che Berlusconi fosse spacciato. Credevo che si sarebbe fatta una legge sul conflitto d’interessi. Più in generale, non avevo percepito la questione dell’opportunità di “lavorare” o meno per una casa editrice di un industriale – sceso in politica e già, fugacemente, primo ministro (nel 1994).  Per me Einaudi e Mondadori erano ancora aziende simili alle altre, d’ogni natura (non credo che le aziende editoriali siano uguali alle aziende ortofrutticole: i libri non sono, come è stato detto, uguali ai pomodori). Presi coscienza del problema quando Berlusconi vinse le elezioni del 2001. Fu in quel momento, o poco dopo, che cominciai a pensare al libro che poi divenne <em>Il duca di Mantova</em>. Più quel libro prendeva forma, più si faceva strada nelle mie intenzioni l’idea che sarebbe stato anche un banco di prova. A quale editore migliore di Einaudi consegnare un romanzo in cui l’antagonista morale del narratore è lo stesso Berlusconi?<span id="more-36467"></span></p>
<p>            Nella prima settimana di luglio del 2003 consegnai il manoscritto a Ernesto Franco. Mi disse che mi avrebbe richiamato entro una settimana. Alla fine di luglio, essendo i nostri rapporti amichevoli ma non avendolo ancora sentito, incaricai il mio agente di offrirlo a un altro editore. Il libro uscì nel 2004 da Rizzoli. Ancora oggi i redattori della Einaudi che conosco mi dicono che il romanzo fu rifiutato perché non piacque. Non ne dubito, anche se mi riesce difficile credere che altri autori della stessa casa editrice, tra quelli che pubblicano con più frequenza di quanto accada a me, scrivano libri che sempre piacciono. Se il motivo del rifiuto non era il “che cosa”, come lo chiama Jacob Burckhardt, ma il “come”, è una mera coincidenza la querela per diffamazione che mi fu intentata, poco dopo l’uscita del libro, da Cesare Previti. La vicenda giudiziaria è tuttora in corso:  il primo grado di giudizio respinse le accuse del querelante, e ora si sta istruendo l’appello. <strong></strong></p>
<p>Il silenzio del direttore editoriale mi dispiacque ma nello stesso tempo ne fui felice. Adesso le cose mi erano chiare. Quel romanzo era nato non per caso. Giudicare le scelte degli altri scrittori mi annoia ma non posso fare a meno di invidiare Sandro Veronesi che, come ha dichiarato in questi giorni, già nel 1994 ruppe un contratto con la Mondadori indipendentemente, lo sottolineo, dall’argomento del suo romanzo. Come non ammirarlo?</p>
<p>            Al di là del caso personale, di fronte alle obiezioni che Vito Mancuso ha sollevato avanzerei due osservazioni. La prima riguarda la differenza tra Mondadori e Einaudi. La Mondadori è una casa editrice priva di qualunque connotato ideologico-culturale. È come un supermercato ed è suo preciso obiettivo commerciale pubblicare tutti i tipi di libro, anche quelli di chi non abbia in particolare stima il suo proprietario, persino quelli dei suoi più esposti nemici (Benché non me ne venga in mente nessuno: D’Alema fino a che punto era un avversario politico di Berlusconi?). Al contrario l’Einaudi vanta un persistente prestigio culturale, un alone immarcescibile: pubblicare per Einaudi appare significativo in un modo tutto speciale. Quale vanità vi rinuncerà mai? Non è più la casa editrice della sinistra culturale egemonica? Ciò non ha alcuna importanza.</p>
<p>            Ma dopo un fatto clamoroso come quello che ha destato la coscienza di Mancuso, un fatto che mette a nudo l’iniquità giuridico-morale in cui viviamo, l’abnormità del conflitto di interessi, ci si pone una domanda. Ci si chiede come sia possibile che coloro che conducono una battaglia quotidiana contro il presidente del Consiglio e proprietario di aziende cui collaborano, ci si chiede come costoro possano rinunciare a una coerenza minima: non viviamo forse in una democrazia, opinabile quanto si vuole, ma pur sempre ricca di opportunità perfino editoriali?</p>
<p>Che vi sia la possibilità di pubblicare con altri editori, rispetto a quello che fu il proprio, appare fonte di squilibrio psichico, di marasma, perfino di sconforto. Ne sono una prova tutte le voci raccolte dai quotidiani in seguito all’intervento di Vito Mancuso. Poiché l’insulto è divenuto dominante nella vita politica, era inevitabile che si trasferisse nella sfera culturale. Culturale? La questione riguarda il mondo dei libri ma suo perno è proprio la politica, il nostro modo di vivere in società e non già nella eremitica grotta in cui il teologo è stato invitato a traslocare. Bisogna comunque dire che se si tratta di insulti gli intellettuali italiani si rivelano ferratissimi e non indegni dei loro rappresentanti in Parlamento e al Senato. C’è chi ha accusato Mancuso di aver offeso, con il suo caso di coscienza, non Berlusconi ma proprio lui, lo scrittore intervistato che, voglio farne il nome, è Antonio Pennacchi, il fasciocomunista. E c’è chi (sono i più) ha fantasiosamente lavorato di metafora su Mancuso. Le ipotesi sono state due: ingenuo o ipocrita? L’ipocrisia batteva la lievemente meno riprovevole ingenuità. Poi i mille distinguo, le sofisticazioni giustificatorie («allora bisognerebbe non comprare o non recensire i libri Mondadori»). Inutile ripeta quanto tutto ciò mi sembri farsesco. Se si è d’accordo con Berlusconi, non vi sono problemi. Se non si è d’accordo, dal momento che non siamo nel campo delle mere opinioni, sarebbe decisamente opportuno smetterla con le chiacchiere e passare ai fatti, cioè alzare i tacchi da Segrate e da Via Biancamano.</p>
<p><strong>Questo testo amplia e aggiorna quello uscito, col titolo <em>A questo punto un po’ di coerenza</em>, sul «Corriere  della Sera» del 23 agosto 2010. La memoria difensiva di Cordelli, contro la querela intentata da Previti, si legge alle pp. 51-62 dell’«Almanacco Guanda 2008», a cura di Ranieri Polese, su <em>Il romanzo della politica La politica del romanzo</em>.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/24/alzare-i-tacchi/">Alzare i tacchi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Io, autore Mondadori e lo scandalo &#8220;ad aziendam&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Aug 2010 11:55:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
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		<category><![CDATA[Massimo Giannini]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Vito Mancuso</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/mondadori2.jpg"></a></p>
<p>[<em>il dibattito iniziato all’inizio di quest’anno con <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">questo articolo</a> di <strong>Helena Janeczek</strong> e proseguito in rete con numerosi contributi, fa ora un altro salto in avanti con l’articolo che qui riprendiamo di <strong>Vito Mancuso</strong>, <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/08/21/news/io_autore_mondadori_e_lo_scandalo_ad_aziendam-6407472/?ref=HREC1-5">apparso su Repubblica</a> di due giorni fa e motivato dall’acuirsi del conflitto di interessi che coinvolge il nostro presidente del consiglio.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/22/io-autore-mondadori-e-lo-scandalo-ad-aziendam/">Io, autore Mondadori e lo scandalo &#8220;ad aziendam&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vito Mancuso</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/mondadori2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/mondadori2.jpg" alt="" title="mondadori2" width="300" height="142" class="aligncenter size-full wp-image-36461" /></a></p>
<p>[<em>il dibattito iniziato all’inizio di quest’anno con <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">questo articolo</a> di <strong>Helena Janeczek</strong> e proseguito in rete con numerosi contributi, fa ora un altro salto in avanti con l’articolo che qui riprendiamo di <strong>Vito Mancuso</strong>, <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/08/21/news/io_autore_mondadori_e_lo_scandalo_ad_aziendam-6407472/?ref=HREC1-5">apparso su Repubblica</a> di due giorni fa e motivato dall’acuirsi del conflitto di interessi che coinvolge il nostro presidente del consiglio. La redazione di Nazione Indiana</em>]</p>
<p>Da quando ho letto l&#8217;<a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/08/19/news/mondadori_salvata_dal_fisco_scandalo_ad_aziendam_nell_interesse_del_cavaliere-6365174/">articolo di Massimo Giannini</a> giovedì scorso 19 agosto non ho potuto smettere di pensarci. Ho provato a fare altro e a concentrarmi sul mio lavoro, ma dato che in questi giorni esso consiste proprio nella stesura del nuovo libro che a breve dovrei consegnare alla Mondadori, mi è sempre risultato impossibile distogliere dalla mente i pensieri abbastanza cupi che vi si affacciavano. La domanda era sempre quella: come posso adesso, se quello che scrive Giannini corrisponde al vero, continuare a pubblicare con la Mondadori e rimanere a posto con la mia coscienza? Come posso fondare il mio pensiero sul bene e sulla giustizia, e poi contribuire al programma editoriale di un&#8217;azienda che a quanto pare, godendo di favori parlamentari ed extra-parlamentari, pagherebbe al fisco solo una minima parte (8,6 milioni versati) di un antico ed enorme debito (350 milioni dovuti)? Come posso fare dell&#8217;etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare i miei libri con un&#8217;azienda che non solo dell&#8217;etica ma anche del diritto mostrerebbe, in questo caso, una concezione alquanto singolare?<br />
Io sono legato da tempo alla Mondadori, era il 1997 quando vi entrai come consulente editoriale della saggistica fondandovi una collana di religione e spiritualità, poi nel 2002 ebbi l&#8217;onore di diventarne autore quando il comitato editoriale accettò il mio saggio sull&#8217;handicap come problema teologico, onore ripetuto nel 2005 e nel 2009 con altri due libri.<br />
<span id="more-36460"></span></p>
<p>Conosco bene i cinque piani di palazzo Niemeyer a Segrate, gli uffici open-space, i corridoi interminabili dove si incontra chiunque (scrittori, politici, cantanti, calciatori, scienziati, matematici, preti, comici&#8230;), la mensa dove per parlare con il vicino spesso bisogna gridare, il ristorantino vip, lo spaccio dove si comprano i libri a metà prezzo, le redazioni dei settimanali e dei femminili, l&#8217;auditorium dove presentavo ai venditori i libri in uscita e di recente il libro che sto scrivendo. So dove si trovano le macchinette del caffè, luogo di ritrovi e di battute, e di gara con gli amici a chi mette per primo la monetina. Ecco, gli amici. Impossibile per me parlare della Mondadori e non rivedere i loro volti e non provare ancora una volta ammirazione e stima per la loro professionalità. Perché questo anzitutto la Mondadori è: una grande azienda di brillanti professionisti. Del resto a parlare sono i titoli e i fatturati, sono i lettori italiani che continuano a premiare con le loro scelte il lavoro di un&#8217;editrice che va avanti dal 1907. Un lavoro in grado di vincere anche in qualità, basti pensare alla collezione dei Meridiani, ai Meridiani dello Spirito, ai classici greci e latini della Fondazione Valla. E se uno avesse dei dubbi, prenda in mano il catalogo degli Oscar e di sicuro gli passeranno, perché si ritroverà tra le mani una vera e propria enciclopedia della scienza editoriale in compendio.</p>
<p>Per questo il mio dubbio, dopo l&#8217;articolo di Giannini, è pesante. Leggendo ho appreso che non si tratta più di accettare una proprietà che può piacere oppure no ma che non ha nulla a che fare con le scelte editoriali, cioè con l&#8217;azienda nella sua essenza. Stavolta è la Mondadori in quanto tale a essere coinvolta, non solo il suo proprietario per i soliti motivi che non hanno nulla a che fare con l&#8217;editoria libraria. Quindi stavolta come autore non posso più dire a me stesso che l&#8217;editrice in quanto tale non c&#8217;entra nulla con gli affari politici e giudiziari del suo proprietario, perché ora l&#8217;editrice c&#8217;entra, eccome se c&#8217;entra, se è vero che di 350 milioni dovuti al fisco ne viene a pagare solo 8,6 dopo quasi vent&#8217;anni, e senza neppure un euro di interesse per il ritardo, interessi che invece a un normale cittadino nessuno defalca se non paga nei tempi dovuti il bollo auto, il canone tv o uno degli altri bollettini a tutti noti.</p>
<p>Eccomi quindi qui con la coscienza in tempesta: da un lato il poter far parte di un programma editoriale di prima qualità venendo anche ben retribuito, dall&#8217;altro il non voler avere nulla a che fare con chi speculerebbe sugli appoggi politici di cui gode. Da un lato un debito di riconoscenza per l&#8217;editrice che ha avuto fiducia in me quando ero sconosciuto, dall&#8217;altro il dovere civico di contrastare un&#8217;inedita legge <em>ad aziendam</em> che si sommerebbe alle 36 leggi ad personam già confezionate per l&#8217;attuale primo ministro (riprendo il numero delle leggi dall&#8217;articolo di Giannini e mi scuso per il latino ipermaccheronico &#8220;ad aziendam&#8221;, ma ho preso atto che oggi si dice così). A tutto questo si aggiunge lo stupore per il fatto che il Corriere della Sera, gruppo Rizzoli principale concorrente Mondadori, finora abbia dedicato una notizia di poche righe alla questione: come mai?</p>
<p>Nella mia incertezza ho deciso di scrivere questo articolo. Spero infatti che a seguito di esso qualcuno tra i dirigenti della Mondadori possa spiegare pubblicamente cosa c&#8217;è che non va nell&#8217;articolo di Giannini, perché e in che cosa esagera e non corrisponde a verità. Io sarei il primo a gioirne. Spero inoltre che anche altri autori Mondadori che scrivono su questo giornale possano dire come la pensano e cosa rispondono alla loro coscienza. Sto parlando di firme come Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano&#8230; Se poi allarghiamo il tiro alle editrici controllate interamente dalla Mondadori (il che, in questo caso, mi pare oggettivamente doveroso) arriviamo all&#8217;Einaudi e a nomi come Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi&#8230; Sono tutte personalità di grande spessore e per questo sarei loro riconoscente se contribuissero a risolvere qualcuno dei dubbi sollevati da questa inedita legge ad aziendam nella coscienza di un autore del Gruppo Mondadori.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/22/io-autore-mondadori-e-lo-scandalo-ad-aziendam/">Io, autore Mondadori e lo scandalo &#8220;ad aziendam&#8221;</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Maledetti i Zorzi Vila!</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 08:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antonio Pennacchi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/4403767410_9f30baa92e_o.png"></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Zio Cesio in Libia, zio Treves che dalla Francia era passato in Russia insieme a mio zio Turati, zio Temistocle (…) che dalla Grecia era passato in Jugoslavia, mio cugino Paride tra la Dalmazia e l’Albania nella milizia portuaria e i fratelli del Lanzidei tutti in guerra pure loro (…) mio cugino Ampelio, era con la marina in Cina, pensi lei, su un incrociatore in Manciuria.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/21/le-paludi-degli-altri/">Maledetti i Zorzi Vila!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/4403767410_9f30baa92e_o.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-35926" title="4403767410_9f30baa92e_o" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/4403767410_9f30baa92e_o.png" alt="" width="250" height="388" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Zio Cesio in Libia, zio Treves che dalla Francia era passato in Russia insieme a mio zio Turati, zio Temistocle (…) che dalla Grecia era passato in Jugoslavia, mio cugino Paride tra la Dalmazia e l’Albania nella milizia portuaria e i fratelli del Lanzidei tutti in guerra pure loro (…) mio cugino Ampelio, era con la marina in Cina, pensi lei, su un incrociatore in Manciuria. Non c’era una parte del mondo in cui non ci fosse gente dei Peruzzi che si stesse giocando la pelle</em>. Il tono è quello di chi ti sta raccontando una storia. Apri gli occhi e ascolti. Resti fermo, impettito un poco, concentrato, con la schiena ritta, perché la storia è una scomoda e spinosa storia patria, dove c’è da ammettere, ad ascoltarla bene, che ognuno ha le ragioni sue, che <em>Per la fame. Siamo venuti giù per la fame</em>, altrimenti non si sarebbe mosso nessuno. <strong>Canale Mussolini </strong>(Mondadori, 2010) di Antonio Pennacchi è la storia della famiglia Peruzzi, che è nessuna famiglia, e quindi tutte, che dalla pianura ferrarese, e da chiari impeti marxisti, passa all’agro pontino, e a scuri indumenti d’orbace. Ma non è una storia che avanza per idee, per generali astratti, per masse, per processi economici e industriali. È una saga che lega persone, esitazioni, inimicizie giurate e nate per un pallone da bambini e che continuano, assolute come amori, per tutta una vita. È anche una storia di amore.<br />
<span id="more-35898"></span><br />
Per raccontare Antonio Pennacchi sceglie un punto di vista laterale ma non troppo, profondo ma non troppo, si protegge con un cunettone centrale di magra, detto anche savanella, si ombreggia di eucalipti. Per raccontare la nascita, la strutturazione, la fine e un poco pure la ritrattazione dell’idea di fascismo (prima che il gallo canti tre volte e <em>gli americani che poi sono inglesi</em> comincino a distribuire a tutti sacchi di <em>farina bianca bianca</em>) Pennacchi sceglie la storia del Canale Mussolini, rivo artificiale e spina dorsale della bonifica delle pianure pontine. <em>Canale Mussolini</em> è un romanzo, non ha intenti dimostrativi o didascalici, non fa apologia di reato, non mitizza un’epoca, non condanna e non assolve, non assume una posizione ideologicamente connotata rispetto alla materia trattata se non forse quella che perché ci sia se non democrazia, almeno uguaglianza, deve esserci ordine e l’ordine è qualcosa che dà a ogni uomo in base alle proprie necessità e possibilità.  Racconta ironico e mai greve del giovane Mussolini che occhieggia le donne, dell&#8217;antipatia di Balbo, del Papillon di Rossari, di contadini prima uniti contro il padrone e poi sempre contro il padrone ma divisi in rossi e neri, nemmeno fossero scacchi. Di come la pianura padana, poi la palude pontina, poi l&#8217;Italia, poi l&#8217;Europa tutta, si sia traformata in una schacchiera insanguinata. Senza retorica, solo giovani uomini partiti e che non tornano a casa. <em>Ora io non le voglio dire che questa è la verità di Dio. Questo è quello che diceva mio zio Cesio e io le posso dire solamente che mio zio Cesio il più giovane, quello che prima di partire studiava da geometra, non era uno che raccontasse balle, se diceva che lo avevano menato , lei può stare tranquillo che lo avevano menato. Poi se però lei mi dice che mio zio Cesio era più giovane di mio zio Iseo, e aveva ancora quindi più bollenti spiriti (…) e avrà risposto male agli inglesi – e allora quelli si sono fatti girare le scatole e giù botte – io questo non lo so e non le posso dire. “Ognuno gà le so razon” diceva sempre mio zio Adelchi, ma certo era un Fascist criminal Camp quello in cui stava mio zio Cesio in India tale e quale al Fascist Criminal Camp in cui stava mio zio Iseo in Kenya. Però a mio zio Cesio in India lo menavano e a mio zio Iseo in Kenya no. Questi sono i fatti e così glieli racconto</em>.</p>
<p><em>Canale Mussolini</em> è un racconto di terra, di bestie, di minuzie, di donne circondate e consigliate da api, come una favola, di uomini giovani, quasi bambini, che minacciano i preti col coltello, di rivoluzione e di dittatura. È un racconto di povertà nera, di figli fatti per lavorare i campi, di bambini mandati a spigolare dopo il raccolto per non lasciare niente o poco alle spigolatrici di professione, di vendette, di furbizie, di un bottone messo nei cappelletti di Pasqua, Natale e feste comandate per ricordarsi che la disgrazia è sempre in agguato, della meglio gioventù che finisce sotto terra, di Zio Pericle, l’eroe, che non torna dal continente nero come la camicia che porta nemmeno fosse a lutto, di zia Bissolata che quando parla avvelena come una biscia, di Paride che è bello e buono e manda tutto in rovina, di donne che amano uomini e uomini che amano donne e amano pure i fratelli morti in battaglia tanto da tornare e prendersi cura della moglie e dei figli che non sono i propri, come fossero i propri, <em>Can d’un Turati, canetto mio</em>, di piccole evasioni fiscali ai danni di uno stato distratto  e per continuare a percepire la pensione di guerra, del podere cinquecentodiciassette, degli incendi appiccati per vendicarsi di altri incendi, di forza e di morte, di vita e di debolezze. È il racconto della vanagloria urbanistica, sociale, statale che avrebbe potuto funzionare, le cui intenzioni erano ottime, migliori, sane e talvolta pure violente. È un racconto di casualità e di pervicacia. Ludovica Koch, nel saggio su <em>Beowulf</em>, osservava che là dove c&#8217;è epica non può esserci tragedia, perché l&#8217;epica celebra l&#8217;eroe mentre la tragedia ne celebra la morte. Antonio Pennacchi, in un romanzo di guerra e di giovinezza (dove anche la vecchiaia è sempre stata giovinezza e così viene raccontata) nonostante gli eroi talvolta muoiano, costruisce un&#8217;epica coinvolgente, che per i toni, le ambientazioni la <em>furia</em> dei personaggi che mai è rabbia, mi ha ricordato <em>Una terra chiamata Alentejo</em>.</p>
<p><em>Fu un esodo. Trentamila persone nello spazio di tre anni – diecimila all’anno – venimmo portati quaggiù dal Nord. Dal Veneto, dal Friuli, dal Ferrarese. Portati alla ventura in mezzo a gente straniera che parlava un’altra lingua. Ci chiamavano “polentoni” o peggio ancora “cispadani”. Ci guardavano storto. E pregavano Dio che ci facesse fuori la malaria</em>. Il mio preferito rimane Pericle Peruzzi, perché è biondo, perché è spavaldo, perché è <em>fumino</em>, perché sposa una donna che è tutta una seduzione, e che mentre aspetta un bambino cammina in mezzo a un campo minato per tracciare il percorso agli altri, perché un poco mi ricorda mio nonno che pure se è stato sette anni in Africa è tornato. Io non sono ferrarese, sono nata nell’estrema provincia di Latina e conosco da sempre quei posti descritti con il piglio scanzonato e necessario di Tom Sawyer e con un italiano inventato e increato che un poco echeggia le costruzioni parlate di Gadda e un poco non è altro che se stesso e che per tutte le pagine rimane una lingua riconoscibile, che segue e fa il ritmo della narrazione, che emoziona, strugge e infastidisce. Perché Antonio Pennacchi, con tutti i limiti e tutti gli eccessi, tutte le ossessioni e le distrazioni, è uno scrittore. E lo dico leggera, allegra, fiduciosa nella letteratura italiana e lo dico pure con qualche gratitudine, perché Canale Mussolini è un libro che mi ha fatto compagnia. E il Canale stesso, il punto di vista, è una metafora, umile e fattiva, di che cosa sia la scrittura, per sé e per gli altri. Qualcosa che non nasce da solo in natura e che pure ti permette di vivere in un posto, qualcosa che se per un motivo futile o mondiale viene distrutto, può essere ricostruito con le mani, con le intenzioni, con l’attenzione. Qualcosa che sta in qualche luogo prima di te e quindi con te e che rimarrà dopo di te e quindi anche grazie a te. <em>E che ragionamenti sono, è chiaro che l’ho accorciata. Mica mi posso mettere a raccontare tutto quanto, particolare per particolare</em>.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/costruzione-canale-mussolini_fondo-magazine.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-35927" title="costruzione-canale-mussolini_fondo-magazine" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/costruzione-canale-mussolini_fondo-magazine.jpg" alt="" width="480" height="372" /></a></p>
<p><strong>A. Pennacchi, Canale Mussolini, Mondadori (2010), pp. 460, eu 20,00.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/21/le-paludi-degli-altri/">Maledetti i Zorzi Vila!</a></p>
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		<title>Il silenzio complice</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 11:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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<p>«Il silenzio è complice»; «la mafia pratica l&#8217;isolamento come una precisa strategia di indebolimento di chi la vuole contrastare»; «la mafia è una subcultura che si può sconfiggere solo con una presa di coscienza culturale collettiva, una mobilitazione sociale e civile».&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/19/il-silenzio-complice/">Il silenzio complice</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/0d264bf0d9573fa5930745a5641434d414f4541-1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-33015" title="0d264bf0d9573fa5930745a5641434d414f4541-1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/0d264bf0d9573fa5930745a5641434d414f4541-1.jpg" alt="" width="133" height="225" /></a>di Evelina Santangelo</p>
<p>«Il silenzio è complice»; «la mafia pratica l&#8217;isolamento come una precisa strategia di indebolimento di chi la vuole contrastare»; «la mafia è una subcultura che si può sconfiggere solo con una presa di coscienza culturale collettiva, una mobilitazione sociale e civile».</p>
<p>Molti della nostra generazione (al sud, almeno)  sono cresciuti con questi insegnamenti, se ne sono nutriti, ne hanno fatto parte integrante della propria identità, li hanno sentiti deflagrare in rabbia e frustrazione dopo le bombe delle stragi del &#8217;92.<span id="more-33014"></span></p>
<p>Alcuni, sulle mafie, hanno scritto in modo diretto, pagando sulla propria pelle una tale scelta (da Lirio Abbate a Roberto Saviano), altri hanno contrapposto alla mistificazione, all&#8217;arroganza e alla sopraffazione sguardi più umani e perplessi sull&#8217;esistenza, o lucidi e disincantati (anche questi sono modi di servire la verità), altri ancora hanno combattuto la loro battaglia contro le mafie con gesti e comportamenti ispirati alla legalità, al rispetto dei diritti civili e umani, alla libertà di pensiero ed espressione, altri ancora si sono spesi per contrastare sul campo il fenomeno mafioso, le sue infiltrazioni e ramificazioni nel tessuto sociale, economico, politico e culturale di questo paese.</p>
<p>La lotta contro le mafie è lotta di libertà, non solo di legalità. È diritto all&#8217;autodeterminazione lì dove la mafia controlla uomini e cose, territori e ricchezze, coscienze e destini non solo individuali ma collettivi. È battaglia di dignità. Si fa in mille modi — sul piano investigativo-giudiziario, sul piano sociale, sul piano economico-finanziario, sul piano culturale&#8230; — e tutti i modi, anche i più quotidiani, concorrono a indebolirla. Questo ha significato la nascita di Addiopizzo in Sicilia, ad esempio: la questione del pizzo è questione che riguarda tutti anche i consumatori, — dicono i ragazzi di Addiopizzo — le responsabilità sono condivise, e per questo sottomersi a pagare il pizzo è questione che riguarda  non «individui», ma un intero popolo «senza dignità».</p>
<p>Solo una cultura anti-mafiosia (con tutto quel che implica l&#8217;essere contro la sub-cultura mafiosa) condivisa e intessuta alle maglie stesse della società, solo una grande mobilitazione sociale e culturale può liberare dalle mafie questo paese. Lo hanno detto e ripetuto tutti coloro che hanno lottato sul fronte investigativo-giudiziario la mafia, lo ha detto, ad esempio, Dalla Chiesa quando convocò molti presidi di Palermo (c&#8217;era anche mio padre tra quei presidi) e chiese loro un sostegno dai loro avamposti educativi: le scuole. Temeva l&#8217;isolamento, Dalla Chiesa, e sapeva quanto potesse fare la scuola sul piano culturale, appunto.</p>
<p>Oggi lo sanno pure i bambini, quei bambini che in molte scuole del sud soprattutto, studiano «legalità» e «cittadinanza».</p>
<p>Lo sa mia figlia, che ha nove anni, e come lei tutti i suoi compagni. A scuola, una scuola del sud appunto in una zona di frontiera, gliel&#8217;hanno insegnato.</p>
<p>E con scandalo, mia figlia che ha nove anni, mi ha raccontato come nel documentario sulla cattura dei Lo Piccolo un signore anziano, al giornalista che gli chiedeva cosa ne pensasse della cattura dei più potenti boss di Palermo, abbia risposto: «A me, sinceramente, non mi interessa niente, ma se dobbiamo parlare di qualche cosa, parliamo di questi alberi qua&#8230; lo vede come sono combinati? È una vegona!». Ecco mia figlia lo sa che «parlare degli alberi del giardino» per non parlare di mafia è una forma di connivenza. La più subdola, quella che più compromette il lavoro di chi la mafia la combatte sul piano investigativo e giudiziario (a costi altissimi). E lo sa anche la mafia, che infatti ha punito anche con la morte chi ha osato portare avanti un&#8217;educazione all&#8217;antimafia in zone di forte controllo mafioso, come è accaduto al mio professore di religione Pino Puglisi. Il meno «eroico» dei miei professori. Il più umano.</p>
<p>Che dunque il Presidente del Consiglio  voglia farci tornare al silenzio isolando Roberto Saviano non è solo uno «sfregio» alla parte migliore di questo paese, ma un vero e proprio oltraggio anche ai nostri figli e al loro futuro.</p>
<p>Forse è il caso di ricordare, al Presidente del Consiglio nonché proprietario di case editrici come Einaudi e Mondadori, che Roberto Saviano – come tutti coloro che sono cresciuti sapendo che «il silenzio», «L&#8217;isolamento di chi combatte e denuncia la mafia», «la tolleranza verso la sub-cultura mafiosa» sono tutte forme di «complicità» – è erede di una grande e nobile tradizione di scrittori che hanno contribuito alla crescita civile di questo paese.</p>
<p>È il caso di ricordare, al Presidente del Consiglio, che il primo scrittore che ha posto la questione della mafia come questione nazionale, facendo conoscere alla più vasta opinione pubblica il fenomeno mafioso e le sue connivenze politico-economiche, spezzando così per la prima volta il velo di omertà che ha sempre garantito la mafia, si chiamava Michele Pantaleone. E che libri capitali come <em>Mafia e Politica</em> o <em>Mafia e droga</em>, Michele Pantaleone li ha pubblicati proprio in Einaudi negli anni Sessanta, negli anni del sacco di Palermo, negli anni di Lima e Ciancimino, negli anni in cui la politica nazionale o si girava dall&#8217;altra parte o trafficava (tramava) con la mafia, compromettendo lo sviluppo civile, economico, politico non solo del sud ma dell&#8217;Italia tutta. E Michele Pantaleone, tra le altre cose, scriveva che i «travestimenti» che assume un fenomeno inquinante del nostro sistema come la mafia si dovrebbero anzitutto combattere con la «trasparenza» delle attività politiche ed economiche. Con la <em>trasparenza</em> e la <em>conoscenza</em>, visto che Michele Pantaleone dedicò tutta la vita a indagare e far conoscere il più possibile quanto pesasse la mafia nel nostro paese, quanto fosse radicata e ramificata. Una battaglia di civiltà combattuta accanto a intellettuali come Danilo Dolci e Carlo Levi.</p>
<p>Ebbene, sono intellettuali e scrittori così i padri spirituali cui molti di noi scrittori italiani (in Mondadori, in Einaudi come in qualsiasi altra casa editrice) si ispirano e che, oggi, in Roberto Saviano trovano una coraggiosa continuità.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/19/il-silenzio-complice/">Il silenzio complice</a></p>
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		<title>L&#8217;amore vince sempre</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 13:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/berlusconi.jpg"></a></p>
<p>[...] Anche la foto di copertina che ovviamente lo ringiovanisce non rimanda più alla cura di sé e al trucco seduttivo ma propone lucentezze oleose ed emana un forte odore di Prep, cattiva colonia e pensiero stantio, sembra il cartellone di una barberia meridionale, di quelle che stavano sotto l&#8217;invitante scritta &#8220;taglio italiano&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/lamore-vince-sempre/">L&#8217;amore vince sempre</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/berlusconi.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-31807" title="berlusconi" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/berlusconi-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a></p>
<p>[...] Anche la foto di copertina che ovviamente lo ringiovanisce non rimanda più alla cura di sé e al trucco seduttivo ma propone lucentezze oleose ed emana un forte odore di Prep, cattiva colonia e pensiero stantio, sembra il cartellone di una barberia meridionale, di quelle che stavano sotto l&#8217;invitante scritta &#8220;taglio italiano&#8221;. Anche il ricorso alla foto-patacca è insomma così smodato da rivelare Berlusconi nella sua verità più crudele.</p>
<p>Alla fine ci rimane solo l&#8217;amarezza per la scelta della Mondadori. <span id="more-31806"></span>Il libro, infatti, non è pubblicato dal &#8220;Partito delle Libertà&#8221; ma dalla casa editrice che, con l&#8217;Einaudi, fu la più autorevole, la più amata, la più coraggiosa e la più geniale, un tempio e un&#8217;istituzione paragonabili, che so?, alla Gallimard francese, alla Collins e alla Phaidon inglesi, alla Random House americana, alla Suhrkamp Verlage tedesca. E bisogna dirlo forte che questo libro nella parte centrale diventa, in carta patinata, un volantino elettorale, pura propaganda che sarebbe anche legittima, certamente più della stanca agiografia senile, se non portasse appunto il marchio Mondadori.</p>
<p>Ebbene, da questo punto di vista il volume è peggio di una statuetta sul viso della Mondadori. E&#8217; un attentato riuscito alla nostra memoria, una bestemmia contro la fonte battesimale di chiunque in Italia abbia creduto di potere capire il mondo attraverso i libri. In un Paese meno corrotto e più civile sarebbe uno scandalo. Perché nessun voto in più o, chissà, magari &#8211; involontariamente &#8211; in meno a Berlusconi, vale la reputazione (perduta) della Mondadori.</p>
<p><strong>Francesco Merlo</strong></p>
<p><em>da Repubblica, 12/3/2010</em> (la versione integrale dell&#8217;articolo si può trovare <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/03/12/news/il_libretto_bianco_di_silvio_ceausescu-2600051/">qui</a>).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/lamore-vince-sempre/">L&#8217;amore vince sempre</a></p>
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		<title>Pubblicare per Berlusconi?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 11:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Pubblicare per Mondadori, Einaudi o altre case editrici appartenenti al gruppo di cui Berlusconi detiene la maggioranza delle azioni, è sbagliato se un autore non simpatizza col presidente del consiglio? E’ una decisione equiparabile a quella di collaborare alle pagine culturali di quotidiani come “il Giornale” e “Libero” – quest’ultimo non di proprietà del premier- o si tratta di una scelta differente?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Pubblicare per Berlusconi?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Pubblicare per Mondadori, Einaudi o altre case editrici appartenenti al gruppo di cui Berlusconi detiene la maggioranza delle azioni, è sbagliato se un autore non simpatizza col presidente del consiglio? E’ una decisione equiparabile a quella di collaborare alle pagine culturali di quotidiani come “il Giornale” e “Libero” – quest’ultimo non di proprietà del premier- o si tratta di una scelta differente? Chi lavora dentro o per quelle case editrici è ancora più stigmatizzabile? Sarebbe il caso di boicottare la produzione di queste aziende per far valere economicamente il proprio dissenso?<br />
Ho visto tornare con insistenza queste domande nelle discussioni che si sono svolte su questo blog, ma anche altrove- in rete soprattutto. Le ho viste rimbalzare sia da sinistra che da destra, lì soprattutto negli articoli apparsi sui sopranominati giornali, dove più volte Evelina Santangelo, membro di <em>Nazione Indiana </em>e insieme editor Einaudi, è stata bersagliata come chi sputa nel piatto dal quale mangia. Dato che faccio press’a poco lo stesso lavoro con posizione analoga &#8211; quella del collaboratore a progetto &#8211; e come Evelina ho pubblicato con l’editore per il quale presto servizio, mi è venuta spontanea la voglia di rispondere. Quel che avrei voluto ribattere di pancia è un concetto elementare: “ce lo dicano loro se non siamo più gradite per ragioni di dissenso, se siamo a questo punto ci sbattano fuori loro”. Cosa che nel mio caso e pure in quello di Evelina sarebbe, tra l’altro, molto semplice.<span id="more-29002"></span></p>
<p>Però le cose ovviamente sono più complicate di così e quindi meritano un po’ più di riflessione. Riflessione che credo diventa credibile solo dopo aver chiarito alcuni preliminari personali. Sono quindici anni che lavoro per la casa editrice che ormai è diventata per antonomasia “di Berlusconi”: identificata con la proprietà al punto che c’è persino chi pensa che sia stato il cavaliere ad aver creato la Mondadori.<br />
Ricordo che presentandomi al primo colloquio a Segrate, c’era una di quelle rare nebbie talmente fitte che il palazzo di Niemeyer con le sue arcate ogivali assumeva un aspetto gotico. Non ero entusiasta di finire in quel cattedrale di cemento difficilmente raggiungibile, per giunta espugnata da Berlusconi non da moltissimo. Venivo dall’Adelphi che stava a due passi dal Castello Sforzesco, dalla quale con Renata Colorni ce ne eravamo andate per motivi di dissenso con la linea editoriale. Avevamo ravvisato nella pubblicazione del pamphlet di Leon Bloy <em>Dagli Ebrei la Salvezza</em> una sorta di sdoganamento nobilitante dell’antisemitismo, anche se la posizione dell’autore ultracattolico poteva essere intesa di contorta simpatia per il verminoso popolo biblico attraverso il quale si propaga suo malgrado la redenzione. Cerco di sintetizzare, giusto perché mi pare che la questione con quella che sto per affrontare c’entri qualcosa. Non tanto per darmi credenziali di persona capace di compiere scelte coerenti, ma soprattutto per mostrare un’altra differenza. Una casa editrice come Adelphi aveva una linea editoriale: culturale, e in questo senso anche politica. Linea che non bisognava abbracciare in toto, ma almeno apprezzare e condividere fino a un certo punto. Sennò continuare a relazionarsi al suo direttore editoriale significava rinunciare a far valere le proprie idee, passare sotto silenzio la propria storia, accettare la propria subalternità intellettuale. E’ per questo, soprattutto, che non ho mai messo in discussione la mia scelta di allora.</p>
<p>In Mondadori le cose si presentavano diversamente, anche quando Berlusconi divenne per la prima volta capo del governo. Forse è inutile dire che in quindici anni non l’ho mai visto nemmeno da lontano. Il massimo cui sono arrivata è Bruno Vespa. Con le persone che lì sono diventati i miei interlocutori e diretti superiori, mi sono subito trovata benissimo. Manco uno che avesse- abbia- simpatie per Forza Italia, cosa che varie volte è pure stata sottolineata dai giornali di cui sopra. Come a dire: guardate che bravo Silvio che fa lavorare tutta sta banda di comunisti.<br />
In Mondadori si pubblicava – e si pubblica &#8211; dai <em>Meridiani </em>al libro degli <em>Amici </em>di Maria de Filippi. Non esiste linea editoriale perché la produzione è troppa e troppo diversa e la vocazione di fondo è soprattutto commerciale. La casa editrice non si aspetta uguali profitti da ogni collana e continua a mandarne avanti alcune più per prestigio, contando magari pure di rientrare nelle spese con le edizioni economiche. Ma anche chi, come me, si è sempre solo occupata delle collane letterarie, deve misurarsi con il mercato. Nessuno si aspetta che ogni libro diventi un bestseller, ma la regola di fondo è quella del guadagno. Guadagno che non deve essere sempre e solo immediatamente economico, ma contempla pure il ritorno d’immagine o l’investimento su un autore. Gli spazi per scelte di maggiore rischio o per semplicemente fare libri in cui si crede, stanno diventando sempre più ristretti, ma il problema riguarda l’editoria e l’industria culturale nel suo insieme, nemmeno solo quella italiana.</p>
<p>Quel che mi premeva sottolineare è che in Mondadori come altrove vige molto di più l’imposizione del mercato che quella di una linea editoriale “politica”. Non che manchi del tutto questo tipo di interferenza. Difficile immaginare che possa uscire un libro virulentemente contro Berlusconi. Mentre dall’altra parte vengono pubblicati alcuni libri scritti da ministri, giornalisti di una certa parte e pure da qualche “amico” puro e semplice. Ah, vedi! forse direte voi a questo punto. Ma è davvero qualcosa di così rivelativo, di così specifico? Non tocca prima scremare i titoli che possiedono una loro dignità di libro, anche se rispecchiano certe idee – quelli di Tremonti per esempio &#8211; da quelli che spiccano soprattutto per zelo militante o, peggio ancora, sono in odor di raccomandazioni? E da altre parti non esistono marchette e mezze marchette, favori e favoritismi, il far passare il libro di qualcuno più per rango ricoperto altrove o affiliazione politica che per merito? Si è mai visto che il gruppo Rizzoli pubblichi un saggio feroce sugli Agnelli o un’indagine sulle malefatte del <em>Corriere della Sera</em>? Non è l’Italia nel suo insieme che funziona così?</p>
<p>Salvo le eccezioni nominate sopra, in Mondadori in questi anni vigeva grosso modo la libertà del liberismo. Perché? Perché non hanno torto quelli di “Libero” e del “Giornale” ad affermare che Silvio ci tiene tanto a questo tipo di libertà? E se in questo ambito fosse – o fosse stato- più o meno così, riconoscerlo inficerebbe ogni ragionamento critico su Berlusconi e sul berlusconismo?</p>
<p>Bisogna allargare lo sguardo per capire dove si colloca l’editoria di libri nella strategia di comunicazione e persuasione dell’Italia berlusconiana. Il berlusconismo è stato propagato attraverso altri canali, soprattutto quello che arriva – come l’interessato ripete sempre &#8211; nelle case di tutti gli italiani. Non soltanto nelle poche che affiancano all’altare televisivo una libreria usata come tale, tantomeno in quelle dove i libri si espandono dappertutto. Tenendo conto che centomila, duecentomila, trecentomila copie per un libro sono un risultato enorme, mentre sulla scala del consenso di massa si tratta di una cifra trascurabile, non stupisce che come strumento abbia contato molto più il Milan della Mondadori.<br />
Infatti, quel che di prepotentemente “berlusconiano” Mondadori ha prodotto,- da Bruno Vespa al libro di “Amici” ecc,- nasce quasi sempre dal principale calderone che ha cucinato il suo populismo. Il fenomeno dei bestseller televisivi però non è solamente italiano. Pure in Germania – paese che conosco meglio &#8211; oggi le classifiche sono invase da libri scritti da comici, conduttrici, giornalisti televisivi ecc. Il nostro specifico non è quantitativo, ma qualitativo anche se alcuni aspetti delle nostra tv “videocratica” non si prestano a diventare libro. Comunque l’equivalente tedesco o francese di Bruno Vespa non è uguale a Bruno Vespa, né come conduttore tv né come autore di libri. Ma tocca al tempo stesso ricordare che Vespa o gli “Amici” di Maria de Filippi, autori premiati dal mercato in seguito alla loro popolarità, non avrebbero difficoltà a trovare un altro editore.</p>
<p>Vorrei tornare ora alla questione di prima. La libertà di Mondadori – di Einaudi a maggior ragione &#8211; era in qualche modo proporzionata alla scarsa incidenza sul consenso di massa cercato da Berlusconi. I libri sono prodotti di nicchia o di elite, destinati a un consumatore in genere appartenente allo schieramento politico avversario, minoranza della minoranza. L’azionista poteva guadagnare con le aziende gestite secondo normali criteri di mercato – meno che con altre sue attività &#8211; senza rischiare nulla sul piano politico. O almeno l’idea che i libri siano innocui e ininfluenti era un corollario del populismo, in tempi in cui la strategia berlusconiana era soprattutto quella di assicurarsi l’approvazione di una maggioranza.<br />
Poi accade che un esordio come <em>Gomorra </em>stampato in cinquemila copie superi i due milioni, che in più il suo autore acceda anche lui alla tivù, e lì le cose, forse, cominciano a cambiare. Ma a parte questo esempio clamoroso, cambiano i tempi. Cambiano, in modo evidente, con l’ultima legislazione.</p>
<p>Nelle televisioni sia pubbliche che private le trasmissioni critiche sono sempre più ridotte a mo’ di riserve indiane, il resto gestito secondo il criterio che più un programma è popolare, più è richiesto l’allineamento (provare a confrontare il Tg1 di Minzolini a uno di Rai Sat). Dà più fastidio chi è moderato e quindi all’opinione pubblica appare oggettivo come Enrico Mentana che lascia Mediaset che chi è apertamente “da quella parte lì” come Santoro.<br />
Anche per gli scrittori esprimere un dissenso minimo, diventa problematico. Finiscono bersagliati da “Il Giornale” e “Libero”, oltre a Saviano, anche altri autori Einaudi e Mondadori che hanno firmato l’appello in difesa della libertà di stampa di Repubblica: Paolo Giordano, Andrea Camilleri, Margaret Mazzantini, Niccolò Ammanniti, Carlo Lucarelli. Vale a dire: i più popolari. E anche: quelli che contribuiscono di più agli utili aziendali. Ma evidentemente la libertà liberista non è più così scontata.<br />
Il cambiamento che in tivù mostra soprattutto un volto di censura soft (editoriali di Minzolini a parte) – non dare certe notizie, darle male o in fondo &#8211; si appalesa invece sui quotidiani in modi molto più aggressivi. Le prime pagine grondano come non mai di titoli e articoli razzisti, omofobi, cattolici integralisti perché tale è, appunto, l’attuale linea del governo Pdl-Lega. In più, quei giornali passano dal rispecchiare posizioni di destra, anche molto di destra, a sparare con ogni mezzo, diffamazione passabile di querela inclusa, contro la parte avversa. Che tale neomaccartismo coinvolga persino redattori di cultura che si affrettano a ritracciare i nemici in sedi marginalissime come il nostro blog, sembra indicativo.</p>
<p>Sembra anzi un indizio non indifferente per mettere in discussione la libertà e neutralità di quelle pagine culturali, in apparenza non dissimile a quella delle case editrici di proprietà del premier. Senz’altro va detto che in origine molti scrittori hanno deciso di mandare recensioni e altri pezzi di cultura a questi giornali, perché quelli maggiori sono inaccessibili e quelli molto a sinistra pagano poco o niente. Non è che un testo sia meno bello perché esce su &#8220;Libero&#8221;, su &#8220;il Giornale&#8221; o su &#8221; il Domenicale&#8221;, e non è neppure detto che non possa trovare dei lettori in grado di apprezzarlo. Però mi sembra una falsa analogia. Perché anche di fronte alla più profonda disquisizione sul nuovo saggio di Harold Bloom o alla più brillante recensione del nuovo romanzo di Nicola Lagioia, le prime, seconde e terze pagine con i loro contenuti, i loro metodi, e i loro toni non svaniscono nel nulla.<br />
Il discorso su altro – sugli alberi direbbe Bertolt Brecht – che uno scrittore fa su uno di quei giornali, equivale oggi al dichiararsi ininfluenti o indifferenti sotto il profilo politico e persino- direi &#8211; sotto quello semplicemente civile. La parte di me cittadino che non è d’accordo con certe leggi, l’attacco a certe istituzioni, la riduzione di date libertà, è completamente scollata dal mio personale contributo di natura solo “culturale”. A me questo pare, prima di tutto, un avallare in prima persona il ruolo di marginalità che viene attribuito alla cultura. Detto in altre parole: dare poco valore al proprio lavoro. Accontentarsi della libertà del giullare che confina con quella del buffone di corte. Con il rischio, in più, che tale libera e spensierata contribuzione possa essere strumentalizzata ai fini politici, come dimostrano, appunto, gli articoli usciti sulla vicenda Paolo Nori. Dove l’aspetto – per me &#8211; più sconcertante non era che venissero aditati tutti i comunisti e persino un “commissario politico”, ma che il collaboratore di “Libero” venisse ostentato con fotografia come “il nostro Paolo Nori”.<br />
Aggiungo che l&#8217;aver cercato di far passare la discussione di ieri a Roma come un processo stalinista, portando lo stesso Nori a chiarire sul suo blog come è stato organizzato quell&#8217;incontro, mi sembra una dimostrazione ulteriore che credere in una neutralità possibile sia illusorio. E’ illusorio cercare di chiamarsi fuori da una linea editoriale che ormai è assai più propagandisticamente pervasiva e aggressiva di una normale linea politica con la quale potersi confrontare: pur dissentendo e ritenendo che la cultura rappresenti davvero uno spazio a parte in qualche modo inviolabile.</p>
<p>Il discorso sull’editoria a mio avviso presenta caratteristiche assai diverse. In primo luogo perché il lettore che va a comprarsi Antonio Moresco o Concita de Gregorio non deve sorbirsi insieme Bruno Vespa o Filippo Facci. L’autore è il solo responsabile del suo testo, inclusi gli eventuali compromessi che è disposto a fare. La sua scelta di pubblicare con una casa editrice “di Berlusconi” non rappresenta un avallo da parte sua della sua marginalità, foss’anche solo perché si tratta di grandi editori.<br />
Non regge neppure l’accusa ribadita continuamente dalla destra che uno scrittore di sinistra pubblicando con Mondadori “si fa pagare da Silvio” o addirittura che sia “uno suo stipendiato” come ha detto recentemente Vittorio Feltri paragonando se stesso a Saviano. Semmai è il contrario. Eppure è un’idea tipica, una concezione padronale dei rapporti di potere, anche e soprattutto aziendali.<br />
La logica normale del capitalismo di mercato vorrebbe che tu azienda mi paghi per il prodotto che ti fornisco e sul quale vorresti ricavarci il tuo guadagno, così come mi retribuisci se ti fornisco una prestazione lavorativa. Il contratto dovrebbe stare in questi termini: senza prevedere fedeltà o gratitudine al padrone, né da parte del dipendente, tantomeno dell’autore, ossia da chi non entra in nessun ruolo subordinato.<br />
L’accusa da parte opposta spesso ripete lo stesso schema. Altre volte, giustamente, lo rovescia. Ossia critica che chi pubblica per la tal casa editrice, contribuisce ad arricchire il suo “padrone”. Questo è indiscutibile. Mentre già più bisognoso di interpretazione è l’idea che una simile scelta lo legittimi. Legittima chi rispetto a che cosa? Legittima il azionista di maggioranza perché l’azienda sforna prodotti di persone che sono con lui in disaccordo politico? Legittima Berlusconi perché non richiedendo dichiarazioni di voto per il Pdl alle persone che lavorano in editoria o che pubblicano con le “sue” case editrici, si dimostra tanto generoso e buono? Com’è possibile che una persona “di sinistra” o anche solo “democratica” avalli un simile ragionamento che rispecchia una visione autoritaria e padronale?</p>
<p>Torno al punto di partenza. Vorrei che fosse l’azienda a dire a me, umile <em>cocopro</em>, o agli autori di cui mi occupo che anche questa nicchia di capitalismo di mercato e dunque liberismo non può più essere considerata tale. Che è preferibile un collaboratore fedele alla linea che uno che sappia fare bene il suo lavoro. Vorrei che mi venisse detto, di modo che fosse evidente a che punto siamo. Se questo invece non avviene, ma diventa comunque chiaro che è richiesta fedeltà e sottomissione padronale, sarò io stessa ad andarmene il prima possibile.<br />
Ma l’idea del boicottaggio di Mondadori o l’invito agli scrittori di abbandonare le case editrici del premier non mi convince, perché non siamo ancora arrivati a questo punto. Perché il catalogo Mondadori, quello dei classici Oscar, di Einaudi, Frassinelli e di altre case editrici continua a rispecchiare molto più il lavoro che autori e “editoriali” hanno fatto nei decenni per i lettori, che qualsiasi altra istanza. Credo che ogni danno inferto peserebbe assai meno sulle tasche e tantomeno sul potere di un certo azionista che sugli assetti della cultura di questo paese. E’ altamente irrealistico che possa esserci qualcosa che somigli a un travaso senza perdite. Se Mondadori si riducesse a una serie di autori stramorti in edizione economica, Bruno Vespa, Filippo Facci, “Amici”, libri di comici e calciatori, rievocazioni più o meno apologetiche del fascismo, ci saremmo epurati noi da soli. E’ questo ciò che vogliamo? Vogliamo anche noi dare un contributo al perfezionamento del modello culturale unico?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Pubblicare per Berlusconi?</a></p>
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		<title>Quello che vedi è quello che ottieni</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2009 10:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Avevo una missione, e sorridevo talmente forte che la sera avevo i denti piantati nelle gengive</em>. <strong>Sono io che me ne vado</strong> (Mondadori, 2009) di Violetta Bellocchio è un romanzo di lucciole e lanterne. Balugina curioso e, in certe parti, impone di indossare gli occhiali da sole.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/03/quello-che-vedi-e-quello-che-ottieni/">Quello che vedi è quello che ottieni</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-17214 aligncenter" title="peroncino lavinia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/peroni_chiara-300x206.jpg" alt="peroncino lavinia" width="300" height="206" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Avevo una missione, e sorridevo talmente forte che la sera avevo i denti piantati nelle gengive</em>. <strong>Sono io che me ne vado</strong> (Mondadori, 2009) di Violetta Bellocchio è un romanzo di lucciole e lanterne. Balugina curioso e, in certe parti, impone di indossare gli occhiali da sole. Capita che le lanterne accechino. Allora, lei chi è? <em>«Mi chiamo Layla Nistri» dico. Non so perché sto usando il mio vero nome. Potevo dire che mi chiamo Evangelina Tortora de Falco, e avrei comunque avuto il nome meno improbabile della giornata</em>.<br />
<span id="more-17185"></span><br />
La storia non si fa presto a raccontarla perché c’è una giovane donna che decide di aprire un bed &amp; breakfast in un entroterra toscano, quasi desolato, quasi iconico, quasi donna della domenica. Ci sono tanti di quei paesi che posso dire di aver visto solo perché c’era il cartello. In mezzo a queste incertezze di paesaggio e nebbie di intenzioni, Bellocchio inserisce un personaggio a colori lisergici, composito, contemporaneo, risultante di un montaggio cosciente tra immaginario trentenne, telefilm americano, provincia cronica, <em>i beati anni del castigo</em>, cinema, i genitori padreterni fanno i figli crocifissi, e non è vero ma ci credo, quindi credimi anche tu. <em>E quando dico “patrigno” intendo “il fidanzato di mia madre”, e quando dico “sempre” intendo “una volta”, e quando dico “picchiare” intendo “tirare uno schiaffo”</em>.</p>
<p>Il bed &amp; breakfast funziona bene, quasi da solo, però Layla decide di lasciarsi aiutare da Sean, un ragazzo del posto con i capelli scuri e la pelle chiara. Con una macchina, una capacità incredibile di aggiustare le cose e di scavalcare la rete di casa. Di annunciare ospiti inattesi portando in mano una busta di carta col pane. Sean che <em>«Come fai a guardare una replica» dico. «È abbastanza rilassante. Io invecchio e quelle mucche hanno sempre la stessa età»</em> e che decora i muri e arreda gli spazi con la stessa facilità con la quale fa anelli di fumo. Ci mette un po’ di tempo. Ma il risultato vale la pena e i clienti cominciano ad arrivare. <em>«Certi ci vengono a cercare casa, giusto?», «Eh. Ma per comprare bene qui bisognava comprare settanta, ottant’anni fa.» Mio nonno ha comprato negli anni Sessanta. È bello sapere che comunque l’hanno fregato</em>.</p>
<p>La storia è nascosta perché Layla sta cercando di sparire. <em>Non osare dispiacerti per me</em>. Come certe attrici americane. Non perché qualcuno la insegua. Ma perché qualche anno prima, quindici anni, non tanto tempo in fondo, qualcuno non ha risposto a un messaggio lasciato su una segreteria telefonica. Non che la fanciulla sia ossessiva. Ma le riesce bene. Non che abbia un passato tragico. Ma nemmeno un futuro roseo. A parte i fiori in giardino. <em>Non ho un telefono. Non ho un indirizzo. Non dimentico niente al ristorante. In tasca ho solo i soldi per un taxi. Non esistono fotografie di me da bambina. Niente, niente di quello che dico è vero. Per essere meglio di così potrei solo smettere di avere un corpo</em>.</p>
<p>Layla è <em>la signora</em> e Sean è <em>il ragazzo</em>. Le canzoni sono quasi d&#8217;amore.</p>
<p>Con una scrittura rapida, stilettante, piena di rimandi e di eco e con la pretesa di costruire un romanzo di secchi vuoti, scatole di fiammiferi, crema per ripulire l’argento, missioni laiche per salvare gli uomini e quindi le circostanze, di maschere che piano piano diventano esseri umani e tentennano, Violetta Bellocchio racconta una storia acrilica e tenera, divertente e misteriosa. Bambina e in qualche misura, risalente.  Buffa ed entusiasta. Forse dovrei mettermi a fare le pulci. A dire che ci sono questioni accennate che potevano essere messe in piano, stirate, che la successione di immagini quando non dà ebbrezza dà vertigine, che saper tirare i fili non significa saper allestire il teatro dei pupi. Ma la verità è che questo libro mi ha fatto ridere in tanti modi. E ridere sui libri è cosi consolatorio, e raro, che oggi va bene così. <em>Questo, però, posso dirtelo. Il minuto in cui sai di avere in mano la felicità di qualcuno – te la senti proprio sul palmo della mano, una cosa viva – e sai che hai tutto il potere di fare e disfare, quello è il secondo minuto più importante del mondo. Il minuto in cui fai il conto alla rovescia prima di cominciare a disfare, quello è il minuto più importante del mondo. Non ci sono altre notizie</em>.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-17187" title="sono io che me ne vado" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/fwpwlfdrpmmpk82cwidxeflto1_500-217x300.jpg" alt="sono io che me ne vado" width="171" height="233" /></p>
<p><strong>Violetta Bellocchio, Sono io che me ne vado, Mondadori (2009), pp. 360, 15,60 €.</strong></p>
<p>[la foto in incipit è di <a href="http://www.flickr.com/photos/lavinia_a/sets/72157603356531763/">lavinia_a</a>]</p>
<p><strong></strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/03/quello-che-vedi-e-quello-che-ottieni/">Quello che vedi è quello che ottieni</a></p>
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		<pubDate>Fri, 13 Mar 2009 06:00:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Adesso è avviato, non si ferma più. La storia d’Italia attraverso le canzoni, il Festival è l’ultimo  romanzo popolare, la gara è il racconto collettivo di una società affaticata ma non arresa. La grande metafora, la sfida dei linguaggi, tradizione e contaminazione</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/non-sanremo-mai-piu-gli-stessi/">non Sanremo mai più gli stessi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" title="sanremo" src="http://euromusica.files.wordpress.com/2008/11/sanremo.jpg" alt="" width="450" height="304" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Adesso è avviato, non si ferma più. La storia d’Italia attraverso le canzoni, il Festival è l’ultimo  romanzo popolare, la gara è il racconto collettivo di una società affaticata ma non arresa. La grande metafora, la sfida dei linguaggi, tradizione e contaminazione</em>. <em>Infinita notte</em> di Alessandro Zaccuri è un romanzo composito, montato, colto. Quindi contemporaneo e popolare. Che attira aggettivi come fossero ciliegie e così, per me che sono golosa, non è proprio una lettura. È una vertigine.<br />
<span id="more-15533"></span><br />
La storia è epica. C’è un giovanotto che viene dal niente ma che ha scritto un best seller e che è stato chiamato dalla televisione nazionale a firmare addirittura il festival di Sanremo. C’è un ingegnere raffinato, un tipo walseriano, con un loden e un cappello che ha perso la testa, anzi, che ha pensato di perdere la testa per una creola dagli occhi indaco, lo sguardo arguto e le natiche avvenenti. C’è la creola che è davvero bella e incredibilmente dolente come una Giovanna d’Arco, e che legge Quicherat. C’è un ragazzo che prima è uno skater e poi un artista minimal e che non viene dal niente, ma dal tutto, e al tutto deve tornare.</p>
<p>Il tutto è il Festival della canzone italiana. In una edizione x di un anno y con un conduttore z e mille variabili che se fosse matematica e non letteratura risulterebbero incontrollabili. Perché il ragazzo che ha scritto il best seller non pensa davvero di essere uno scrittore e tentenna, perché l’ingegnere perfetto col loden è arrivato a Sanremo per perdersi dietro una donna e si ritrova sperduto dentro una organizzazione losca, perché la creola è una pedina anche se respira e talvolta ansima e perché il giovane cantante minimal è un rivoluzionario che non può perdere altro che se stesso e se stesso, ovviamente, non è abbastanza per nessuna sommossa. <em>“Non so che farmene”, “del talento?”, “di tutto non so che farmene. Non l’ho ancora scritto un pezzo mio, a te posso dirlo, sei un artista.”</em></p>
<p>Il tutto è il Festival della canzone italiana dove le vicende si intrecciano e si sciolgono nelle scalette emotive e nelle sovrastrutture mirabili di Zaccuri, autoreggenti grazie a una lingua capace di inanellare <em>lampi di testosterone in sommossa sotto la grisaglia</em>, <em>gessato plateale</em>, <em>regimental daltonica</em>, <em>cultura intermittente</em> e <em>sorriso indiziario</em>. Quelli che hanno letto <a href="http://juliacraye.wordpress.com/2008/02/26/rassegna-di-narrativa-italiana-2007/">Il signor figlio </a> sanno che Infinita notte è un’altra declinazione de l’opera, che è l’opera stessa (de)strutturata in canzonette, in canzoni popolari, che infatti nascondono ed echeggiano meccaniche divine. <em>(…) si calma, è l’uomo asserragliato nella banca, gli ostaggi sotto tiro, faccio un macello, una strage, un comunicato stampa</em>.</p>
<p>Il tutto è il festival della canzone italiana e non c’è altra trama che possa essere raccontata senza fare la figura di quello meglio informato dei fatti. Pettegolo, traffichino, pitocco. Perché Infinita notte trasforma il lettore in spettatore e lo spettatore in personaggio narrato. E quindi leggere è un po’ come guardarsi allo specchio, ridimensionarsi, ridere di sé, sentirsi eroi, avere una poltrona all’Ariston. Essere l’Ariston e grazie dei fiori grazie dei fiori grazie dei fiori bis. <em>Al suo fianco, sul tavolino, una mazzetta imponente di quotidiani già letti, sottolineati, assimilati. Il potere che si nutre della conoscenza, l’informazione che si fa sistema</em>.</p>
<p>E se io dovessi fare un appunto al sistema direi solo che manca un controesempio, una sbavatura. <em>L’arte nasce dal limite, la forza pure. La rabbia, non ne parliamo</em>. Che avrei voluto che l’ingegnere sporcasse non solo le Church e che il cantante oltre a prendere l’<em>endless night</em> di Blake fosse anche e quasi tiger tiger. Detto questo. Io adoro i sistemi. Ci credo.</p>
<p><img class="aligncenter" title="copertina infinita notte" src="http://giotto.ibs.it/cop/copj13.asp?f=9788804584407" alt="" width="136" height="207" /></p>
<p><strong>A. Zaccuri, Infinita notte, Mondadori (2009), pp. 272, € 18,50</strong>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/non-sanremo-mai-piu-gli-stessi/">non Sanremo mai più gli stessi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Scrittore morto con natura (e viceversa)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/05/24/scrittore-morto-con-natura-e-viceversa/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 May 2006 06:25:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
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		<category><![CDATA[Tiziano Sclavi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>“Un gorgo di acqua limpida” (<em>Nero</em>.). “Un telefono che suona” (<em>Dellamorte Dellamore</em> e <em>Non è successo niente</em>) . “Un rumore” (<em>Il tornado di Valle Scuropasso</em>).<br />
Nei romanzi di <strong>Tiziano Sclavi</strong> si entra sempre come per caso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/05/24/scrittore-morto-con-natura-e-viceversa/">Scrittore morto con natura (e viceversa)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/00sclavi.thumbnail.jpg" alt="00sclavi.jpg" height="96" /></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>“Un gorgo di acqua limpida” (<em>Nero</em>.). “Un telefono che suona” (<em>Dellamorte Dellamore</em> e <em>Non è successo niente</em>) . “Un rumore” (<em>Il tornado di Valle Scuropasso</em>).<br />
Nei romanzi di <strong>Tiziano Sclavi</strong> si entra sempre come per caso. Laddove qualunque altro narratore si affretterebbe prima di tutto a scrivere di <em>quel </em>gorgo, di <em>quel </em>telefono, di <em>quel </em>rumore, Sclavi non prova nessuno sgomento nel cominciare le sue storie con la certezza che la scena d’apertura promossa a incipit è una scena qualsiasi, una sequenza come un’altra. E senza troppi brividi sposa la lontananza, l’indefinitezza, la sfumatura, la vaghezza dei riferimenti. L’impegno di costruire un romanzo è tenacemente legato alla necessità di distruggere, di sovvertire, di ribaltare. Di scompigliare le carte del romanziere e mischiarle con quelle dello sceneggiatore.<br />
<span id="more-2133"></span></p>
<p>E stavolta è proprio uno sceneggiatore (anzi, uno scrittore che una volta scriveva anche fumetti) il più che autobiografico protagonista del romanzo. Costretto da una malattia (che si intuisce di origine psichica più che fisica) ad assumere regolarmente farmaci che scandiscono il ritmo lento delle sue giornate, lo scrittore vive in una villetta isolata nella campagna lombarda, che sembra più che altro possedere i tratti della brughiera inglese. Qui, tra una visita di una silenziosa donna delle pulizie e un’occhiata all’altrettanto silenzioso, e unico, vicino di casa, il solo filo che lega alla realtà la psiche traballante del protagonista è quello del telefono, per mezzo del quale il dottor Deicas segue l’evoluzione della terapia farmacologica del paziente. Per il resto, è, per dirla con <strong>Ottieri</strong>, tutto uno <strong>zampillare d’irrealtà quotidiana</strong>. Il supermercato nel quale lo scrittore va a fare provviste scompare e riappare. Gli oggetti del soggiorno levitano, turbinando nella stanza. Strani rumori nel cuore della notte. Luci. Dischi volanti, forse. Alieni alla porta di casa – e anche dentro casa.<br />
Sclavi è uno strano fabbro. Fa prima le chiavi e poi le porte. La chiave per aprire il suo ultimo romanzo stava in edicola 15 anni fa, nel numero 61 di Dylan Dog, <em>Terrore dall’infinito</em>. 1991-2006: una delle più lunghe azioni situazioniste della storia della letteratura. Certo, il romanzo si legge e si apprezza anche senza quella. Ma volete mettere tra lo sbirciare nel buco di una serratura e lo spalancare un portone con la toppa imbottita del pezzo di ferro giusto?</p>
<p>Sclavi è anche uno strano romanziere. La via narrativa che indica è lastricata di niente. Non è neanche segnata da un modello superiore, riconoscibile. Sclavi da piccolo deve aver letto Sclavi. Si è formato su se stesso. Si bea della liquefazione interna della sua lingua. Deviata continuamente verso un intimo dissidio tra dire e tacere, la frase di Sclavi si presenta al lettore con un <strong>furore antinomico</strong> che lascia quasi scorati. Sembra sempre sul ciglio di una reticenza assoluta, eppure va avanti, va fino in fondo. “Non posso continuare. Continuerò” (<strong>Samuel Beckett</strong>).<br />
È attraverso questo continuo rilascio di zavorra semantica che le mongolfiere narrative di Sclavi prendono quota. <em>Il tornado di valle Scuropasso</em> è, in questo senso, l’ennesimo esempio di storia svuotata dalla profondità del mondo attraverso una ricerca del grado zero della scrittura che può durare mesi, o addirittura anni. Intervistato da <strong>Andrea Raos</strong> su <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/04/05/alcune-sintetiche-affermazioni-di-tiziano-sclavi-e-un-lungo-sproloquio-di-andrea-raos/">Nazione Indiana</a>, Sclavi ha detto: “La lingua, molto più della struttura, è per me fondamentale. È la ricerca più faticosa e lunga &#8211; a volte dura molti anni, come nel caso del mio nuovo libro, <em>Il tornado di valle Scuropasso</em>: un romanzo “di fantascienza” piuttosto corto, ma la cui gestazione, proprio a causa della ricerca della lingua, è durata cinque anni -. Anche se mi viene l’idea per una bella storia, non la racconto finché (se) non trovo il linguaggio giusto. Al contrario, se ho l’idea della lingua, posso anche mettermi a scrivere a braccio, con solo un vago canovaccio in testa: la storia verrà da sé, sarà la lingua stessa a crearla”.<br />
Insomma, “verba tene, res sequentur”.<br />
La lunghissima gestazione – ed è questa un’altra delle sorprese del <em>Tornado </em>- non è però dovuta a operazioni di asciugatura, di rastremazione sintattica o semantica. O meglio, non solo a quelle. La scoperta più interessante sta nel notare come nel raffinatissimo <strong>massacro della pagina </strong>(Sclavi licenzia fogli che sembrano calligrammi, frasi, o anche solo parole, che galleggiano nel bianco abbacinante della carta) si annidano trovate linguistiche, onomatopee, neologismi, prestiti dal linguaggio dei fumetti, inserti presi di peso dalla struttura della sceneggiatura cinematografica e impiantati nel corpo del romanzo (c’è anche un omaggio nascosto a <em>Memorie dall’invisibile</em>, quella che, assieme a <em>Dopo mezzanotte</em>, è probabilmente la più bella storia di <strong>Dylan Dog</strong> finora scritta da Sclavi). Le descrizioni sono precise, i dialoghi raramente più lunghi di dieci parole. A Sclavi non importa sbalordire con le immagini. Le immagini risultano stranianti perché straniato ne è il linguaggio di costruzione.<br />
Qualche esempio.<br />
“Alle cinque il cucù cominciava a cuculare”. “Il bagliore, baluginìo, scintillìo, shining, stava diventando più forte”. “Silvestro. Era là, lontano. Zoom. I suoi occhi erano enormi e luminosi. Zoom. Nelle sue pupille c’era il riflesso dell’incendio”. “Stacco. La villa nel bosco (…). Stacco. Sono in soggiorno”. E poi anche: “Driin”, “Craaaaaaack”, “Sbam”, “Bip biiip biiiiiiip”, “Brooom”. Onomatopee da fumetto. Balloon verbali, insomma, che lampeggiano come tanti led, segnalatori di un piano di realtà scollato dal reale <em>reale</em>.</p>
<p>Il linguaggio nudo al quale Sclavi si affida per Il tornado è tuttavia vestitissimo, attillato in una guaina stretta addosso al corpo del romanzo, un guanto che c’è e non si vede. Procede per parole sgravate dalla pesantezza del senso, grumi linguistici fortemente allusivi e tuttavia appena articolati. <strong>Ritmo, misura, ordine, movimento scenico</strong>: ai quattro punti della bussola narrativa di Sclavi stanno queste uniche parole. Bastano due tratti, una battuta di dialogo, un aggettivo secco, un suono, e la scena sboccia. “Sono rimasto solo. Ho guardato fuori dalla finestra. C’era vento. Le foglie roteavano in un piccolo tornado”.<br />
Una spirale della paura, un vento pieno di fantasmi, un’ossessione angosciante, questa Valle Scuropasso.</p>
<p><em>(pubblicato su Stilos, anno VIII n.ro 11)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/05/24/scrittore-morto-con-natura-e-viceversa/">Scrittore morto con natura (e viceversa)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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