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	<title>Nazione Indiana &#187; montagna</title>
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		<title>UN LOGO PER LE DOLOMITI</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 08:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il logo prescelto per le Dolomiti assurte a Patrimonio dell’Umanità non piace. E in effetti è brutto forte. Quella frammentazione geometrica delle pareti è più metropolitana che dolomitica: quasi impossibile non vederci dei grattacieli, resi ancora più nevrastenici dal cielo scarlatto sul quale si stagliano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/07/il-logo-delle-dolomiti/">UN LOGO PER LE DOLOMITI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-37415" title="Logo-Dolomiti-Unesco" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1-300x229.jpg" alt="" width="226" height="172" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il logo prescelto per le Dolomiti assurte a Patrimonio dell’Umanità non piace. E in effetti è brutto forte. Quella frammentazione geometrica delle pareti è più metropolitana che dolomitica: quasi impossibile non vederci dei grattacieli, resi ancora più nevrastenici dal cielo scarlatto sul quale si stagliano. Molti professionisti o habitué della montagna, noti o meno noti, sono insorti. Il presidente della Associazione Italiani Pubblicitari ha dichiarato che la valutazione delle quattrocento proposte è stata fatta da persone che di grafica non ci acchiappano nulla, la magagna sta lì. E quindi propone che la sua Associazione, di cui en passant ci ricorda la certificazione (ISO 9001), abbia voce in capitolo. Io non sarei così certo <span id="more-37410"></span>che sia solo una questione di dimestichezza con le tecniche e i saperi dei grafici, certificati o meno. Il problema di fondo, mi sembra, è capire cosa significano per noi queste benedette rocce che alla bella età di duecentotrenta milioni di anni, portati superbamente, hanno ricevuto la consacrazione olimpica dell’Unesco. O meglio, provare a metterci d’accordo su cosa sono. A dire la verità non mi sembra un’impresa facilissima.</p>
<p>Le Dolomiti non sono un posto dove si va a abitare, dove ci si stabilisce. Grappoli di giovani europei saturi di urbanità migrano verso l’Ardèche e altre aree ad alta naturalità, dove allevano capre e fanno spuntare cavolfiori biologici, non verso le Dolomiti. Coppie di anziani nordici mettono le infreddolite radici nell’Algarve o in Provenza, non sulle Dolomiti. La gente scappa anzi da molte contrade dolomitiche, come da tante altre zone delle Alpi: più sono piccoli, più i paesini si svuotano (a rigore di logica dovrebbe essere il contrario: il valore aggiunto dovrebbe essere maggiore), più agonizzano. Troppo isolati, troppo carenti di infrastrutture, troppo lontani dalle città (le dirette antagoniste!). Nemmeno le droghe e l’alcolismo, entrambi molto diffusi, riescono a fare barriera. Resistono beni i centri più grandi e più opulenti, quelli che di dolomitico non hanno in fondo proprio niente, che sono anzi una caricatura a fini turistici delle Dolomiti. Se si leva lo sci invernale, che di dolomitico sensu strictu ha solo i fondali, in molte zone tira aria di crisi. Crisi anche esistenziale, non solo economica. E in fondo perfino il grande alpinismo, che le ha tanto corteggiate e vezzeggiate in passato, contribuendo a costruire poco a poco l’immagine attuale, le vede al meglio come una magnifica palestra, con quel rispetto vagamente sufficiente per le donne che da giovani sono state molto belle, e che hanno ora forse troppi amichetti. Adesso i migliori scalatori migrano stagionalmente sull’Himalaya, dove le sfide mantengono il carattere epico che qui s’è perso. A ben guardare le pareti dolomitiche le attaccano oggi gli alpinisti non tanto bravi, i dilettanti. I vorrei ma non posso.</p>
<p>Come tutte i beni di questo nostro mondo che sembra aver seppellito per sempre gli afflati collettivistici e egualitari, anche le Dolomiti sono in vendita. Possiamo per esempio comprarcene, se ce lo possiamo permettere, un pezzetto di una settimana. In estate, o in inverno, in quota o più bassini, come preferiamo. Senza vista, se siamo un po’ tirati. Se invece siamo dei ricconi sfondati possiamo metterci in tasca un’invidiabile fettona, sotto forma di una villaccia a Cortina, dove a ogni vacanza potremo frequentare i prestigiosi proprietari delle adiacenti villacce (tutti vestiti da montagna, come in una festa in maschera a tema). Se siamo messi molto peggio non ci resta che ripiegare su frammentini più risicati: un fine settimana in rifugio, o magari in tenda, qualche istantaneo mordi e fuggi. Per chi abita nei paraggi, è ancora un’ottima soluzione. Se siamo degli immigrati non ci restano, temo, che le cucine e i locali delle scope, sperando di non essere pagati in nero. Fermo restando che possiamo incolonnarci pur sempre anche noi nei serpenti estivi di veicoli che scavallano a passo d’uomo (quando va bene) i passi più famosi. Anche quello è un modo di conoscere e di amare le Dolomiti, è anzi quello di gran lunga più popolare. Chi può dire che scollinare su un torpedone a due piani o sul proprio veicolo sia meno emozionante che arrivare boccheggianti su una cengia, che sorseggiare un salatissimo (parlo del costo) e affollato cappuccino sia meno struggente di un desueto pranzo al sacco con le uova sode? Se vogliamo essere coerenti, e applicare gli stessi criteri che usiamo per esempio per i libri e i programmi televisivi, dove a decidere sono ormai solo le classifiche delle vendite e l’Auditel, quello è anzi il modo migliore, il più auspicabile.</p>
<p>Certo ci sono ancora frotte di puristi che affrontano le Dolomiti con l’austera costanza immagazzinata nelle gambe e nelle braccia, insofferenti degli eccessi di rumorosità e degli sfoggi vestimentari, e più che perplessi degli arroganti carosellamenti sciistici, non voglio dire il contrario. Io stesso ne faccio parte. Immaginiamoci però di mettere uno di questi ascetici atleti, arrivato pur sempre non lontanissimo dalle vette con un mezzo climatizzato e provvisto di sistema di georeferenziazione satellitare, e foderato di ogni ben di dio tessile e microelettronico, di fronte a uno qualsiasi dei suoi antenati, che usavano salpare dalle città pedemontane a piedi o in bicicletta, con pesantissime corde di canapa attorcigliate al costato: ci farebbe la figura di un viziato damerino, incapace di battersi a armi pari. Si sa, tutto è relativo.</p>
<p>Per certi versi potremmo dire – talmente sono diversi i modi che abbiamo di percepirle e di rapportarci con esse – che le Dolomiti non esistono. E invece esistono eccome, e abbiamo tutti bisogno, ciascuno a modo suo, che esistano: le amiamo. Sono come Pompei, la pizza, Babbo Natale. Sono insomma un mito, e come tutti i miti hanno una natura intrinsecamente vaga, e quel che è peggio alla mercé dei tempi. Questo mito, ci insegnano gli specialisti, ha una nascita piuttosto recente &#8211; soprattutto se rapportato all’età geologica delle interessate -, ha avuto una crescita lenta e costante, fino arrivare ai fasti attuali. E adesso, proprio mentre riceve la consacrazione dell’Unesco, constatiamo noi, vive forse un po’ troppo sugli allori passati. Lo troveremo un logo che lo rappresenti, un logo che ci metta tutti d’accordo? Un logo che parli – l’etimologia greca della parola viene da lì &#8211; in qualche modo di un futuro possibile? L’autobus a due piani che si disgaggia a fatica da un ingorgo alpino? Una funivia con sullo sfondo un aeroplano low cost? Un pacchetto di euro che scivola leggero sulla neve? Quel che è certo che lo struggente scarpone di cuoio e la stella alpina, che molti di noi hanno nel cuore, sono ormai improponibili.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sui quotidiani "Trentino" e "Alto Adige" del 05.12.10]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/07/il-logo-delle-dolomiti/">UN LOGO PER LE DOLOMITI</a></p>
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		<title>L’ossessione dell’Eiger</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 07:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>  di <strong>Alberto Pezzini</strong></p>
<p><strong>John Harlin Jr.</strong>, <em>L’ossessione dell’Eiger</em>, <a href="http://www.cdavivalda.it/Products/Letteratura_d.lasso?nav=n2&#038;keyID=683">Cda &#038; Vivalda Editori</a>, 2008, pagg. 320, euro 25,00, trad. di Mirella Tenderini.</p>
<p>Viene da pensare a quello che Elio Vittorini disse a Cesare Pavese quando ricevette da questi Paesi Tuoi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/02/lossessione-delleiger/">L’ossessione dell’Eiger</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/copertina.jpg" alt="" title="copertina" width="120" height="188" class="alignnone size-full wp-image-13004" />  di <strong>Alberto Pezzini</strong></p>
<p><strong>John Harlin Jr.</strong>, <em>L’ossessione dell’Eiger</em>, <a href="http://www.cdavivalda.it/Products/Letteratura_d.lasso?nav=n2&#038;keyID=683">Cda &#038; Vivalda Editori</a>, 2008, pagg. 320, euro 25,00, trad. di Mirella Tenderini.</p>
<p>Viene da pensare a quello che Elio Vittorini disse a Cesare Pavese quando ricevette da questi Paesi Tuoi. Era il giugno del 1941 e Vittorini disse all’uomo officina della Einaudi che occorrevano tre o quattro libri così all’anno per sfatare tutti quei pregiudizi secolari  posti alla base dei falsi libri.<br />
Se c’è un libro di montagna bello ed assoluto, per l’anno 2008, è questo. La storia di John Harlin e della sua famiglia narrata in prima persona dal figlio Junior. <span id="more-13003"></span><br />
Non è un libro di ricordi classico. Non ci sarebbe stato posto per un uomo come John Harlin. Amico di Gary Hemming, audace fino alla sconsideratezza, ardito quanto inquieto, uomo di punta di una nuova visione della montagna negli anni ’60. Scala per primo la parete sud del Fou e poi fa due vie dirette sulla Ovest del Dru. Si allontana poi da Hemming e comincia a sognare soltanto l’Eiger, la montagna più problematica ed interiore di tutte le Alpi. L’Eiger è una montagna assoluta, dove salgono soltanto gli dei o gli sciamani. Non gli alpinisti normali chè ci possono morire. Per questo motivo Harlin se ne innamora perdutamente. E’ un amore sventurato, il suo. Coinvolge da vicino ed anzi travolge tutta la sua famiglia. La moglie Marilyn Miler, ed i due bambini, John ed Andréa.<br />
“Subirete enormi pressioni per conformarvi agli altri, per cambiare il vostro percorso con un altro, per seguire quello più comodo. Non fatelo. Siate sempre fedeli ai vostri sogni”. Questo è quanto ricorda di John Harlin padre, detto il Dio Biondo, Bruce Bordett, un suo allievo di quando faceva l’insegnante di educazione fisica a Leysin in Svizzera.<br />
Fu per questo motivo che John Harlin non rinunciò mai all’Eiger. A costo della sua vita e del suo sogno.<br />
La parte dedicata ai suoi rapporti con Hemming è spassosa come è giusto che sia stata la vita dei primi alpinisti americani a tutto tondo negli anni 60’ in un parco a dismisura come quello delle Alpi. Sembravano una coppia di coniugi in perenne lite e tormento. Tranne unirsi come fanno tutte le coppie di età quando le difficoltà lo richiedono. Hemming rimproverava ad Harlin i ceppi del matrimonio e della vita borghese nonchè il fatto che non arrampicasse secondo una tecnica impeccabile su roccia. Harlin, invece, gli rimproverava la sua inesperienza ed il fatto che Hemming non fosse a suo agio sulla neve e ghiaccio. Di sicuro c’è che quei due americani, così diversi fisicamente ma così affini nel profondo della loro interiorità consumata da un drago in perenne estasi, portarono una vita nuova sulle Alpi durante gli anni ’60. Il loro fu un alpinismo magico, intriso di una ricerca del bello e della novità in senso assoluto. Harlin voleva scalare l’Eiger con la tecnica della “goccia d’acqua”. Una via diretta in maniera perfetta. Un capolavoro sulla roccia dell’impossibile. Una camminata sulla gola dell’assoluto guardando la morte negli occhi verdi che le sorridono quando ti piglia per la gola.<br />
Quando si ruppe la corda, nel 1966, Harlin lasciava una moglie bellissima, e due figli bambini. John aveva nove anni.<br />
Da questo momento il libro si incardina dentro un viaggio interiore che non ha eguali e non trova coincidenza alcuna in altri libri di montagna. Di qui inizia la strada verso la ricerca di cosa spinga un uomo a mettere in pericolo la propria vita. E di cosa ci sia dopo, per chi resta.<br />
Nell’introduzione al libro, tradotto da Mirella Tenderini con un italiano brillante come stelle su ghiaccio, la traduttrice ci dice che è forse la prima volta in cui un alpinista faccia <em>outing </em> in questo senso. Il termine è brutto, suona ancora meno bene ma può far capire la forza dirompente di una rivelazione fuori dai canoni a cui ci hanno abituati.<br />
Harlin Jr. ci porta per mano, senza paura di soffrire, all’interno della sua vita familiare. Quella dopo la tragedia. La madre e la sorella vengono viste senza veli. In presa diretta anche se con tatto e dolcezza psicologica. Ciò non toglie che Harlin ci dica come sia andata. Ci dice che le sue donne non hanno mai accettato la morte del marito e del padre. E che questi sembrava continuare a vivere insieme a loro. Soprattutto la sorella visse la morte del padre come un tradimento. Grande rabbia e grande amarezza per essere stata abbandonata a metà del guado.<br />
John Jr. sembra vivere in maniera più preziosa la morte del padre. Fa tesoro di quello che gli può avergli lasciato. Comincia a sciare, partecipa tante volte al trofeo Topolino, e cerca di prendere la montagna alla lontana. Cerca di capire perché suo padre fosse un animale assetato di montagna tanto da giocare con delle sirene che possono apparire fari assurdi agli altri uomini. Fari senza luce. A quelli di pianura che non conoscano la “fratellanza della corda”.<br />
Capisce crescendo che la sua catarsi interiore, la sua definitiva liberazione, non avrebbe mai potuto prescindere dalla scalata dell’Eiger, quella maledetta montagna che aveva disarticolato il padre. Spaccandone il corpo e maciullandolo come una marionetta di carne trafitta da milleduecento metri di caduta verticale. Ironia della sorte, a goccia d’acqua.<br />
Un’eredità pesantissima da trasportare sulla propria vita. E’ come l’anello di Frodo. Sai di portare addosso un tesoro che ti perderà se non saprai liberartene al momento giusto.<br />
Comincia quindi ad arrampicare in Nord America, dove si pensa che le vette siano meno acuminate delle Alpi. Cerca sempre di circumnavigare la sospettosità e l’inquietudine di sua madre già bruciata una volta come un’indiana dal fuoco.<br />
Comincia anche a scrivere. Oggi John Harlin Jr. dirige l’Alpine American Journal, la bibbia delle riviste di montagna americane. Anche per le dimensioni da <em>infolio</em>. E’ strano che la scrittura sia così compagna ed ancora più sorella di cordata dell’alpinismo. Forse perché lo scrivere equivale sempre a compiere un viaggio dentro quello che di più antico e primitivo si cela dentro alcuni anfratti interiori. Difficili da raggiungere come alcune vette innevate.<br />
Per Harlin Jr. scrivere diventa quindi un’occupazione fissa, un lavoro retribuito ed un modo per gettare un ponte sicuro e professionale tra la scalata e la vita di tutti i giorni. Un modo per distillare l’incubo quotidiano di una perdita costante. Una forma di antidoto capace di mitridatizzarla ogni giorno. La grande capacità terapeutica della scrittura a muso duro. Quel calarsi dentro di noi senza corde e con uno scheletro accanto.<br />
L’alpinismo è una delle manifestazioni nobili dell’uomo. L’ascensione è ascesa verso l’alto, è ascesi liberatoria. Forse è per questo che Harlin Jr. riesce a mettere in luce, isolandola, la definizione più toccante e più vera dell’alpinista in due pagine secche come ghiaccioli d’inverno: “Il vero alpinista segue il canto delle sirene perché ama danzare con loro e si illude di poter sfuggire alla loro stretta”.<br />
L’illusione è forse ciò che suo padre non riuscì a vincere. Fu una sirena talmente dolce da farlo perdere. Ma Harlin Jr. – e qui sta la bellezza del libro – ci dice anche che c’è un altro modo per diventare alpinisti: la passione per la bellezza della natura.<br />
E’ quella pulsione lontana e vicina per cui l’alpinista vuole a tutti i costi trovarsi al centro della natura per toccarla. Non vuole guardarla dalla finestra di uno chalet, vuole scalarla, la Natura. Ma c’è anche un mucchio di divertimento.<br />
La vita di Harlin Jr. sembra condannata ad essere soltanto quella del figlio del vero John Harlin. La IMAX, però, società che ha creato uno spettacolo originale consistente nella proiezione su maxi schermi di filmati d’avventura girati alla bisogna, gli commissiona la scalata dell’Eiger.<br />
E’ il momento verità che un uomo aspetta per una vita intera.<br />
Harlin Jr. si rende conto che ormai non può più rifiutare quello spettro ed accetta dopo aver superato la madre e la moglie ed i loro sentimenti di paura, terrore puro, ed amore ancora una volta ferito. La salita deve essere compiuta in sicurezza assoluta ed anzi avrà la piccola figlia Siena come spettatrice.<br />
Il figlio si libera del mostro scegliendo di guardare dentro gli occhi che videro il padre cadere. E’ una liberazione, un salto definitivo verso la luce e sopra un mondo folto di un buio denso come liquido.<br />
E’ il segno che un’attesa di vita si è consumata in bene e che il liquido denso della paura si trasformerà in una sostanza volatile. Infinitamente più leggera da portare.<br />
Scrive il libro e sembra che le sirene della montagna gli abbiano indicato una via di luce misteriosa. Quasi una fonte miracolosa da cui prendere a piene mani. Ciò che fa di questo libro un pezzo unico resta però quel dramma interiore vissuto per una vita. Sempre con un pensiero condiviso da una famiglia e subito da alcuni. Questo è un libro confessione. Una denuncia di ciò che l’alpinismo chiede a chi sta vicino alla persona che avverte le sirene dentro di sé. Una vita di sacrificio e di attesa.<br />
<em>L’ombra della montagna</em> non è un concetto astratto.<br />
E’ una realtà di vita che non lascia scampo a chi subisce una certa scelta e non ha armi per rifiutarla o in qualche modo cercare di batterla. Non c’è razionalità che tenga per i compagni dei fratelli di cordata. C’è attesa, malinconia serale continua, e poche cose da dire ai bambini quando le sirene si tramutano in orchi esigenti.<br />
Di solito un alpinista si dice sia un grande, inguaribile egocentrico. E questo è il dilemma. A volte è difficile perdonare una passione che non guarda in faccia alla famiglia. Qui Harlin Jr. ci lascia una grande testimonianza di verità senza timori e scacciando tutte le paure dell’alpinista moderno. Che non è più soltanto quella di cadere e morire. E’ quella di lasciare la famiglia nuda, spoglia di un padre e di un marito. Questo seme di dubbio comincia a dirci che una rivoluzione profonda è ormai sorta nell’alpinismo attuale. Lo spostamento verso il compagno ed i figli. Il tentativo difficile da morire di far coesistere una passione che divora i suoi figli ed il senso caloroso della famiglia. E’ la fissazione di un principio che prima nessuno ha mai avuto le palle di mettere sotto processo, o di denunciare pubblicamente. E’ un maledetto rovello, il vero problema dell’alpinista, quello che forse non si riuscirà mai a risolvere se non a prezzo di sacrificare l’alpinista all’uomo che preferisce scrivere e vivere in sicurezza assoluta ciò che può donargli una quiete silenziosa come certe vette soltanto. Lassù in alto c’è il vento. Ma l’uomo sa imparare. Anche a costo di uccidere le sirene.<br />
Però questo vale forse soltanto per chi ha udito le sirene uccidergli un padre. E per la sua vita – dopo – ha voluto crearsi una giustificazione capace di farlo dormire al riparo da quei canti così insidiosi. Soprattutto di notte. C’è voluto tutta una vita. La montagna è comunque sempre, per chi la pratica e per chi gli è compagno, una lunga attesa.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/02/lossessione-delleiger/">L’ossessione dell’Eiger</a></p>
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		<title>Il giorno della valanga</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Nov 2008 06:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/11/09/il-giorno-della-valanga/</guid>
		<description><![CDATA[<blockquote><p>Chi disse &#8220;preferisco aver fortuna che talento&#8221; percepì l&#8217;essenza della vita (Woody Allen &#8211; Match Point).</p></blockquote>
<p>Quante volte un minuscolo evento casuale può cambiare il corso della nostra vita? Come la pallina da tennis che prende il nastro può ricadere indifferentemente al di qua o al di là della rete, determinando l&#8217;esito della partita, così un minuto, un centimetro, una parola, a volte sono la differenza tra riuscire o fallire,vincere o perdere, vivere o morire.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/09/il-giorno-della-valanga/">Il giorno della valanga</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Chi disse &#8220;preferisco aver fortuna che talento&#8221; percepì l&#8217;essenza della vita (Woody Allen &#8211; Match Point).</p></blockquote>
<p>Quante volte un minuscolo evento casuale può cambiare il corso della nostra vita? Come la pallina da tennis che prende il nastro può ricadere indifferentemente al di qua o al di là della rete, determinando l&#8217;esito della partita, così un minuto, un centimetro, una parola, a volte sono la differenza tra riuscire o fallire,vincere o perdere, vivere o morire.</p>
<p>Certo, il blocco di neve che si stacca proprio quel giorno, proprio in quel momento, proprio in quel punto, non lo posso considerare un evento fortunato. Sarebbe bastato un altro minuto, forse mezzo, e sarei stato oltre. Se solo non mi fossi attardato a sistemami la linguetta dello scarpone, o avessi adottato un&#8217;andatura un po&#8217; meno turistica. E d&#8217;altro canto se sono qui a scrivere, anche se un po&#8217; acciaccato, è solo per un insieme di circostanze talmente fortunate da far pendere il bilancio della giornata decisamente a mio favore.<br />
<span id="more-10224"></span><br />
Innanzitutto il mio compagno più vicino, pochi metri avanti a me, per fortuna (sua e mia) viene coinvolto solo marginalmente ed ha, evidentemente, l&#8217;autosoccorso nel sangue. L&#8217;istante in cui mi sento toccare la gamba destra è per me il segno che la pallina da tennis è finita dall&#8217;altra parte.<br />
Prima non avrei scommesso un euro sulla mia sopravvivenza.</p>
<p>E poi il fatto di essere l&#8217;unico travolto di un gruppo numeroso, esperto ed attrezzato che può dedicare, e le dedica, tutte le sue energie al mio disseppelimento. Fossimo finiti sotto in tanti, o fossimo stati in pochi, chi può dire come sarebbe andata.</p>
<p>Forse anche la polizza sulla vita sottoscritta poche settimane prima. Avevo insistito perchè fosse rimossa una clausola relativa al caso di morte per congelamento. Metti che finisco sotto una valanga, avevo scherzato con l&#8217;assicuratore. Chissà che faccia avrebbe fatto!</p>
<p>Ma bando alle ciance, non voglio dilungarmi sulla cronaca, tutto sommato scontata. L&#8217;evento valanga, pur con tutta la sua drammaticità, non è descrivibile a parole senza cadere nel banale. Vorrei solo mettere nero su bianco le risposte ad alcune domande che, per il semplice fatto che mi sono state rivolte da più persone, ritengo di possibile interesse comune.</p>
<p>Se ho provato a scappare, per esempio. Certo, appena ho visto il distacco, che pure all&#8217;inizio sembrava cosa da poco, ho cominciato a risalire il versante opposto con tutta la lena possibile. Ma è questione di secondi, non è che di strada se ne può fare tanta. Magari in fase di discesa ci si può mettere a uovo e tentare una libera alla Hermann Mayer, ma in salita, con le pelli ai piedi, il raggio d&#8217;azione è veramente risibile.</p>
<p>Se ho provato a nuotare, come suggeriscono di fare. No, non ci ho provato. O meglio, non sono neanche  riuscito a pensare di ipotizzare di tentare di provarci. L&#8217;onda d&#8217;urto che precede la massa valanghiva non ha nulla a che vedere con il vento, neanche con la Bora a centodieci che pure ho provato a Trieste, anni fa, e che mi faceva barcollare, è vero, ma non mi sollevava mica da terra! Dopo lo schiaffo dello spostamento d&#8217;aria, con relativo atterraggio scomposto, è difficile fare qualunque cosa. E poi la valanga, la mia valanga almeno (di altre non ho esperienza), non ha niente a che vedere con l&#8217;acqua.<br />
E&#8217; come trovarsi all&#8217;interno di una gigantesca betoniera: lo stile libero riesce malissimo. La massa ti avvolge, ti impasta, ti disarticola. Già mantenere una congruenza morfologica è un&#8217;impresa impossibile, coordinare dei movimenti è pura teoria. Forse varrebbe la pena togliersi gli sci e rannicchiarsi per cercare di salvare gli arti, ma non è detto che così non si finisca più sotto. Comunque, pensare di riuscire a dominare in qualche modo la situazione è per lo meno illusorio.</p>
<p>Se ho provato a crearmi uno spazio, una nicchia, una bolla d&#8217;aria per poter respirare. Sì, ci ho provato. No, non ci sono riuscito.<br />
Per un attimo ho creduto di avercela fatta.<br />
Quando mi sono fermato ce l&#8217;avevo. Poi è arrivato il resto della neve con il suo dolce peso da ippopotamo. Non solo si è ripresa tutti gli spazi disponibili: si è anche piazzata sul mio sterno rendendomi la respirazione complicata a prescindere dall&#8217;aria disponibile.</p>
<p>Se si ha cognizione del sopra e del sotto. No, per niente. Non avrei mai detto di essere praticamente a testa in giù. Dicono di usare la saliva per orizzontarsi, ma questo ha senso solo se hai a disposizione dello spazio per fare qualcosa. Quando sei imbalsamato in un pilone di cemento non è che ti serva molto sapere dove sta il sopra.</p>
<p>Se c&#8217;è luce. Sì, almeno, giurerei di sì. Non che ci sia molto da vedere, ma la mia impressione è quella che i cristalli di neve davanti ai miei occhi fossero visibili.</p>
<p>Se si sentono i suoni. Sì, benissimo anche. Anche da un metro e mezzo sotto sentivo tutto quello che si diceva fuori. Non viceversa, nel senso che fuori non sentivano niente di quello che urlavo io.<br />
Strano effetto monodirezionale della propagazione del suono.</p>
<p>Se fa freddo. Probabilmente sì, ma almeno nei primi minuti è l&#8217;ultimo dei problemi. Poi sì, un freddo becco, ma per fortuna ero giá fuori.</p>
<p>Se mi è passata davanti tutta la vita. No, francamente no. L&#8217;impressione è quella di non avere pensato quasi niente. Per un po&#8217;, forse un minuto, ho creduto di essere spacciato, ma non c&#8217;è stato molto oltre questa lungimirante osservazione.<br />
L&#8217;immagine confusa di mia moglie che spiega ai bambini il perchè e il per come il papà non tornerà più, con l&#8217;assurdo sollievo di non essere io a doverlo fare. Un inizio di rassegnazione forse. Poi il tocco magico sullo scarpone e la certezza immediata che ce l&#8217;avrei fatta. Da lì tutti gli sforzi si sono concentrati sullo stare calmo, sul respirare piano, sul consumare il meno possibile, sullo stare vivo. Per la proiezione completa della mia vita non c&#8217;è stato proprio tempo.</p>
<p>Se, infine, tornerò in montagna dopo questa singolare esperienza. E&#8217; la domanda più difficile. Sono talmente lontano dalle condizioni fisiche minime anche solo per salire sul monte San Primo che non provo nessuna pulsione, nè di ritorno nè di ritiro.<br />
Cosa mi verrà voglia di fare, quando potrò farlo, non riesco a immaginarlo. Mi si fa notare che si è trattato di un evento non provocato, del tutto casuale, una vera sfiga come si suol dire, e che non posso rimproverarmi nessuna negligenza, nessun azzardo. Cosa vera in gran parte. Certo, se avessi scelto di uscire dal traccione e di passare più sulla sinistra&#8230; beh, avrei vinto il premio Nobel della premonizione, ed è solo uno scrupolo di coscienza che, di fronte al danno, mi porta ad interrogarmi sulle scelte improbabili che avrebbero potuto evitarlo. Tuttavia, forse proprio questa valutazione di ineluttabilità mi disturba. Fosse successo mentre, come tante volte, mi assumevo un rischio più o meno calcolato, potrei sempre pensare che, con una condotta più prudente, sarei in grado di aumentare a mio piacere il livello di sicurezza. Se fai una cazzata, dice il saggio, puoi sempre riprometterti di non cascarci più. Invece mi trovo, come unica consolazione, quella di pensare che una sfiga del genere non può capitarmi due volte, cosa del tutto falsa, come il calcolo delle probabilità insegna.</p>
<p>Questo per quanto riguarda i motivi per non tornarci. La paura. Poi ci sono i motivi per tornarci. Il divertimento. Fino ad oggi ho sempre vissuto la montagna con serietà ma anche con spensieratezza. Un grande, immane, incommensurabile divertimento.<br />
Riuscirei a divertirmi come prima sapendo che a casa c&#8217;è una famiglia che conta i minuti alla fatidica telefonata, ok, tutto bene, siamo alla macchina? Fino ad oggi la mia attività montanara è stata, per la mia famiglia, un mero problema di assenza.<br />
Ora potrebbe diventare un grosso motivo di stress. Insomma, dobbiamo guarire in quattro da questa faccenda.</p>
<p>In conclusione, l&#8217;epilogo.<br />
Come recitano i sacri testi, la probabilità di sopravvivere sotto una valanga è più del novanta per cento nei primi cinque minuti.<br />
Mai tempo fu calcolato con più giudizio.<br />
Quando vedo un guanto che spazzola gli ultimi strati di neve davanti alla mia faccia sono passati esattamenti cinque minuti, e la mia impressione è che non avrei retto il sesto.<br />
Forse solo una sensazione, nessuno potrà mai dirlo. L&#8217;immensa goduria di respirare è solo parzialmente mitigata da un dito che mi viene prontamente infilato in bocca alla ricerca di corpi estranei, come da procedura.</p>
<p>Pare che la mia prima richiesta sia stata quella di levarsi dai testicoli, non in senso figurato ma strettamente fisico. D&#8217;altro canto non dev&#8217;essere facile capire come sono posizionato, mezzo Heather Parisi e mezzo Misery Non Deve Morire. A partire dalle angolazioni improbabili degli arti inferiori i miei testicoli potrebbero trovarsi dovunque, dunque è ragionevole che qualcuno, nell&#8217;ansia totalmente condivisibile di salvarmi la pellaccia, ci si sia piazzato sopra. Vedo facce di compagni che credevo molto più indietro. Avranno preso uno skilift, viceversa non mi spiego come possano essere già qui.<br />
Il resto è un walzer di scavi archeologici, teli termici, elicotteristi acrobatici, medici sans frontier, barelle, ambulanze, freddo, felicità, dolore fisico come non mai. Mi concentro sulla linda stanza d&#8217;ospedale dove, prima o poi, dovrei approdare per un meritato riposo sotto cospicua dose di antidolorifici. Un miraggio per il quale ci vogliono circa quattro ore, in gran parte spese per tirarmi su la temperatura da trentuno ai trentasei e mezzo regolamentari. Quando alla fine mi sparano nel calcagno il ferro per la trazione mi avvisano che mi farà un po&#8217; male, ma a me sembra poco più di una puntura di insetto. Ormai ho la soglia del dolore tra Rambo e l&#8217;Uomo Chiamato Cavallo.</p>
<p>Finalmente, verso le quattro, il sogno si avvera: sono in una linda stanza di ospedale con una pera di allucinogeni da 500cc appesa alla gruccia della flebo e non sento alcun dolore. E&#8217; il 25 Aprile, giorno della Liberazione. Da quest`anno, per me, non solo dai Nazisti.</p>
<p><strong>Roberto Cotti</strong> (Rolly)</p>
<p>——————————————————————</p>
<p>&#8220;È successo davvero, non è la solita esercitazione&#8221;, questo il primo pensiero che elaboro quando il flusso di neve si ferma e mi rendo conto che non mi può più raggiungere. Ho visto due dei nostri catturati dall&#8217;onda di piena della valanga, cento metri più avanti. Lo scenario non rientra nei canoni ai quali siamo preparati. Non è un distacco provocato, un lastrone con un fronte più o meno ampio. Piuttosto una maxi-valanga spontanea, di quelle che si vedono nei filmati e non si commentano nemmeno perché se ti prende una cosa del genere&#8230;</p>
<p>Ci troviamo a centro metri di dislivello dal <a title="carta geografica" href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=rifugio+Bezzi+in+Valgrisenche&amp;sll=37.0625,-95.677068&amp;sspn=45.014453,89.648437&amp;ie=UTF8&amp;ll=45.551473,7.021637&amp;spn=0.009226,0.021887&amp;t=h&amp;z=16&amp;g=rifugio+Bezzi+in+Valgrisenche&amp;iwloc=addr">rifugio Bezzi in Valgrisenche</a>, nell&#8217;ultimo tratto della valle che conduce al rifugio, dove è più stretta. È mezzogiorno, siamo lì con il corso regionale lombardo di scialpinismo e il corso di snowboard alpinismo di cui sono il direttore. Il tempo è bello, non troppo caldo. Sono tre giorni che si è sistemato, dopo le nevicate della settimana precedente. Il bollettino segnala un rischio 3 marcato, in diminuzione. La valanga si stacca almeno 400 metri (di dislivello) alla nostra destra, dalle pendici della Becca di Suessa esposte a est. Sembra un modesto scaricamento, distante. Alcuni di noi lo fotografano perfino, ma la neve non si ferma, saltando da una balza rocciosa all&#8217;altra acquista massa e impeto.</p>
<p>Quando la valanga entra nella valle è come un fiume in piena; risale sul versante opposto, dove passa la traccia di salita.<br />
Neve pressata, a blocchi, pesante come cemento.<br />
In mezzo alla valletta, nel posto sbagliato momento sbagliato, si trovano Roberto e Alessandro. Alcuni di noi sono più avanti e più in alto, altri dietro nel piano dove la valanga si arresta.</p>
<p>Non abbiamo parlato, non abbiamo nominato un direttore della ricerca, assegnato incarichi. È scattata una reazione automatica, più che un autosoccorso da manuale. Del resto sarebbe stato una perdita di tempo ed eravamo troppo pochi e sparpagliati per agire diversamente. Siamo semplicemente corsi lì, chi dall&#8217;alto, chi dal basso, chi gli sci chi senza. Quando sono arrivato io, Roberto era stato già localizzato.</p>
<p>A trovar è stato Alessandro che, sfiorato dalla valanga, ha avuto la prontezza e la bravura di dedicarsi subito alla ricerca del compagno. Uno scarpone affiorante dalla neve ha significato molto. Per Roberto che da sotto ha sentito che l&#8217;avevano raggiunto e anche per noi che lo cercavamo con il cuore in gola.<br />
Alternandoci nello scavo, in quattro minuti abbiamo raggiunto la sua testa. Non è stato immediato capire in che posizione si trovasse e come fare per arrivare alla bocca. Quando gli abbiamo liberato la faccia e l&#8217;ho sentito dire &#8220;Mi state sui coglioni!&#8221; non ho pensato che avesse un brutto carattere. Ma che era vivo e noi gli stavamo schiacciando delle parti delicate.</p>
<p>Poi ce la siamo presa con più calma.<br />
Abbiamo liberato il resto del corpo e le gambe. Una evidentemente spezzata all&#8217;altezza della tibia, l&#8217;altra dolorante.<br />
L&#8217;abbiamo mosso pochissimo, isolato dalla neve e coperto. Roberto rispondeva alle nostre domande, ci rassicurava sulle sue condizioni. Nel frattempo abbiamo fatto una verifica su tutta l&#8217;area della valanga per eventuali altri dispersi, magari appartenenti ad altri gruppi. Altri 15 minuti ed è arrivato un bellissimo elicottero. C&#8217;era un cavo sospeso vicino a noi e temevo complicasse le operazioni.<br />
Senza fare un piega, il pilota è atterrato sulla valanga a dieci metri dal ferito.<br />
Caricato sulla barella il nostro amico ha preso il volo verso l&#8217;ospedale di Aosta, dove giovani e sapienti infermiere si sono prese cura di lui. Su quest&#8217;ultimo particolare non ci giurerei, essendo Roberto sotto morfina.</p>
<p>Questa la cronaca di quella mattina del 25 aprile 2008.<br />
Quale lezione o insegnamento si può ricavare da questa vicenda?<br />
Dirò qualcosa di già sentito: in montagna si rischia sempre qualcosa. Questo rischio a volte non lo vediamo o forse richiede uno sguardo più acuto del solito. Ma esiste. A volte gli diamo un nome diverso: destino, caso, fatalità. Si tratta comunque di qualcosa che non potevamo o sapevamo riconoscere.<br />
Non avrei mai immaginato che potesse colpirci una valanga di quelle dimensioni in quel punto. Stavamo salendo divisi in gruppi, ogni istruttore con due o tre allievi, in un clima rilassato senza particolari patemi. Lungo la traccia c&#8217;era qualche piccolo valanga a pera, di quelle provocate dal caldo. Eravamo distanziati, ma più per ragioni didattiche che di sicurezza. La traccia che sale al rifugio era già segnata e percorsa da decine di persone.</p>
<p>Sarebbe consolante pensare che sia stato un evento &#8220;sfortuito&#8221; ed eccezionale. Ma non ci credo completamente. Una guida ci ha detto che l&#8217;anno scorso lì è morto un suo collega. Nelle ore successive su quella tranquilla traccia di salita si sono scaricate altre valanghe da entrambi i versanti, anche se meno mastodontiche.</p>
<p>Significa che quella valle, in certe condizioni, anche dopo tre giorni di bel tempo può essere una trappola. Siccome il rifugio Bezzi è una meta molto frequentata e accoglie oltre cento persone e molte scuole nei weekend primaverili buoni, vorrei che questa informazione circolasse.<br />
Quel pericolo noi non l&#8217;avevamo previsto e non penso che sarò in grado di fare analisi e previsioni così lungimiranti in futuro. E se fossi in grado di farle, resterei quasi sempre a casa, preoccupato da un rischio latente che vedrei ovunque.</p>
<p>Mi dispiace molto per Roberto, che è ancora alle prese con una riabilitazione complessa dopo la frattura alla gamba. La valanga l&#8217;ha preso, l&#8217;ha stritolato un po&#8217; e poi ce l&#8217;ha restituito malconcio ma vivo. È stata benevola con lui. Avrà capito che è una persona con una grande forza e tranquillità d&#8217;animo, che a casa l&#8217;aspettavano due bambini?</p>
<p>È stato prima molto sfortunato, poi molto fortunato. In questo ci rappresenta in pieno. Una valanga di quelle dimensioni poteva fare strike con un gruppo numeroso come il nostro.<br />
Mi tornano in mente i versi di una poesia di Montale. &#8220;E&#8217; scorsa un&#8217;ala rude, t&#8217;ha sfiorato le mani, ma invano: la tua carta non è questa&#8221;.</p>
<p><strong>Guido Fossati</strong></p>
<p><em>Pubblicato su <a href="http://caisem.org/public/Sezione/LaTraccia/LaTraccia%2053%20-%20settembre%202008.pdf">LaTraccia n. 53</a> &#8211; Settembre 2008 Notiziario della <a href="http://www.caisem.org">SEM &#8211; Società Escursionisti Milanesi</a>. </em>Vedi anche:<a href="http://caisem.org/4s-index.asp">Scuola di Alpinismo e Scialpinismo &#8220;Silvio Saglio&#8221;</a></p>
<p>Link:</p>
<p><a href="http://www.cai-svi.it">SVI Servizio Valanghe Italiano</a></p>
<p><a href="http://aineva.it/">AINEVA</a></p>
<p><a href="http://aineva.it/">Meteomont</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il bosco interiore. Festa della Ghiacciaia a Pistoia</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jul 2008 17:45:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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<strong></strong>
<strong></strong>
<strong></strong>
<p><strong></strong></p>
<p style="text-align: center;"></p>
<p style="text-align: center;">Domenica 6 luglio 2008 dalle ore 15.00 in poi</p>
<p style="text-align: center;">Il bosco interiore: La Festa della Ghiacciaia (2° edizione)</p>
<p style="text-align: center;">Ghiacciaia della Madonnina, località Le Piastre (Pistoia)</p>
<p></p>
<p style="text-align: center;">Ente promotore: Legambiente (Pistoia). In collaborazione con Pro-loco Le Piastre</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Programma</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Ore 15.00</em></p>
<p style="text-align: center;">“Una fiaba tra gli alberi”<br />
Lettura di “Il ragazzo drago” tratta dal libro <strong>La rosa d’oro e altre fiabe (Curcio, 2008)</strong> di <strong>Aurora di Cugno</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/04/il-bosco-interiore-festa-della-ghiacciaia-a-pistoia/">Il bosco interiore. Festa della Ghiacciaia a Pistoia</a></p>
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<div><strong></strong></div>
<div><strong></strong></div>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p style="text-align: center;"><img src="http://www.provincia.pistoia.it/ecomuseo/eco_immagini/ghiacciaiaMadonnina.jpg" alt="" width="320" height="222" /></p>
<p style="text-align: center;">Domenica 6 luglio 2008 dalle ore 15.00 in poi</p>
<p style="text-align: center;">Il bosco interiore: La Festa della Ghiacciaia (2° edizione)</p>
<p style="text-align: center;">Ghiacciaia della Madonnina, località Le Piastre (Pistoia)</p>
<p></strong></p>
<p style="text-align: center;">Ente promotore: Legambiente (Pistoia). In collaborazione con Pro-loco Le Piastre<span id="more-6302"></span></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Programma</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Ore 15.00</em></p>
<p style="text-align: center;">“Una fiaba tra gli alberi”<br />
Lettura di “Il ragazzo drago” tratta dal libro <strong>La rosa d’oro e altre fiabe (Curcio, 2008)</strong> di <strong>Aurora di Cugno</strong>. Legge <strong>Chiara Moretti.</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Ore 16.00</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>“In margine”.</strong> Letture di poesia.</p>
<p style="text-align: center;"><em>Partecipano i poeti:</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Massimo Baldi<br />
Francesca Genti<br />
Andrea Raos</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Ore 17.40</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>“Frammenti”</strong> di <strong>Alida Pellegrini</strong>. Legge <strong>Chiara Moretti</strong>.</p>
<p style="text-align: center;"><em>Ore 18.00</em></p>
<p style="text-align: center;">Storie, ballate, canti estemporanei<br />
con <strong>Mauro Chechi</strong></p>
<p style="text-align: center;"> e <strong>Marco Rovelli</strong> e la sua chitarra sbandata</p>
<p style="text-align: center;"><em>Dal tardo pomeriggio</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Merenda-cena con prodotti tipici della montagna pistoiese.</strong><br />
La merenda è preparata dalla Pro-loco in collaborazione con gli assistiti del centro diurno di riabilitazione mentale dell&#8217;A.S.L di Pistoia.</p>
<p style="text-align: center;"><em>Altri Eventi:</em></p>
<p style="text-align: center;">Durante la festa saranno consegnati il <strong>Premio Ghiacciolo</strong> dalla Pro Loco &#8220;Alta Valle del Reno&#8221; ed il <strong>Premio Rampino.</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>All’interno della ghiacciaia arriveranno le balene!</strong> Gli animali più misteriosi del nostro pianeta ci accompagneranno per tutta la giornata con la proiezione del documentario “Whales. An Unforgettable Journey”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Immagina, disegna, scrivi:</strong> per i bambini intervenuti e non solo, sarà allestito un banco con carta, pennarelli, matite, pastelli e scotch per inventare il loro bosco colorato.</p>
<p style="text-align: center;"><em>Per maggiori informazioni potete visitare</em> <a href="http://ghiacciaialepiastre.splinder.com">il blog della ghiacciaia </a><br />
<em>Per contatti:</em> Francesca e-mail: francymat@inwind.it, tel. 3280479021</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://brunelleschi.imss.fi.it/ist/luogo/ecomuseoghiacciomadonnina.html"><strong>Qui</strong></a><strong> per saperne di più sulla Ghiacciaia e su come raggiungerla</strong></p>
<p style="text-align: center;"><!--more--></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/04/il-bosco-interiore-festa-della-ghiacciaia-a-pistoia/">Il bosco interiore. Festa della Ghiacciaia a Pistoia</a></p>
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		<title>Ah les vaches!</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jul 2008 06:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/recinto.jpg'></a></p>
<p>di<br />
<strong>Carlo Grande</strong></p>
<p>Si chiamano “Primula”, “Camomilla” e “Margherita”, sono scappate alla fine dell’estate scorsa, mentre le altre centosessanta sorelle salivano disciplinatamente sui camion per scendere a valle, al termine della stagione degli alpeggi. Sono rimaste tutto l’inverno oltre i duemila metri di quota, sulle montagne piemontesi di Pragelato, in Val Chisone, vivendo allo stato brado, sfuggendo a una decina di tentativi di cattura da parte di margari, addetti del Comune, veterinari e privati cittadini “che avevano offerto collaborazione”, come nel Far West.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/04/ah-les-vaches/">Ah les vaches!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/recinto.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/recinto.jpg" alt="" title="recinto" width="370" height="278" class="alignnone size-full wp-image-6300" /></a></p>
<p>di<br />
<strong>Carlo Grande</strong></p>
<p>Si chiamano “Primula”, “Camomilla” e “Margherita”, sono scappate alla fine dell’estate scorsa, mentre le altre centosessanta sorelle salivano disciplinatamente sui camion per scendere a valle, al termine della stagione degli alpeggi. Sono rimaste tutto l’inverno oltre i duemila metri di quota, sulle montagne piemontesi di Pragelato, in Val Chisone, vivendo allo stato brado, sfuggendo a una decina di tentativi di cattura da parte di margari, addetti del Comune, veterinari e privati cittadini “che avevano offerto collaborazione”, come nel Far West. Chi è andato a cercarle ha potuto solo osservarle da lontano, perché appena cercava di avvicinarsi a meno di trecento metri le vedeva fiutare l’aria e scappare lontano, sempre più in alto. Le “fuggitive” sono tre giovani mucche di razza piemontese (fra l’anno e mezzo e i due anni), protagoniste di una “fuga per la libertà” che ha dell’eccezionale: hanno passato l’inverno ad alta quota, a temperature proibitive (è cresciuto loro il pelo, come agli yak tibetani), sono sopravvissute ai lupi che bazzicano i valloni, sono sfuggite alle laboriose catture con “teleanestesia”, con proiettili-siringa, cioè muniti di narcotici. Hanno resistito sei mesi, superando d’un balzo – per qualche straordinario “richiamo della foresta” &#8211; millenni di adattamento all’uomo.<br />
<span id="more-6298"></span></p>
<p>La grande fuga dei bovini è terminata pochi giorni fa: “Erano ormai inselvatichite, verso di noi non mostravano più alcun timore” dice Vincenzo Fedele, responsabile dei veterinari dell’Asl 3 di Pinerolo. Come partigiani si erano acquartierate vicino alla borgata Allevè, che gode di un’ottima esposizione. “Chi le ha viste – ha scritto qualche settimana fa l’Eco del Chisone &#8211; le ricorda più veloci dei cervi, quando scappavano, anche immerse nella neve, sempre in formazione compatta. Dietro, una scia che pareva quella di uno spartineve. Senza mai voltarsi, verso la primavera”.<br />
Con la primavera, però – agli inizi di maggio – sono state riacciuffate: spinte dalla fame erano scese a quote più basse, sono state attirate in un recinto, dove era stato messo del foraggio. Dopo una ventina di giorni, a metà aprile, una è stata catturata, mentre le altre hanno ripreso testardamente il largo. Le hanno bloccate sette giorni dopo, erano in ottime condizioni di salute: niente tracce di malattie come la Tubercolosi e la Brucellosi bovina, (trasmissibili all’uomo), nessun pericolo per le altre specie di animali selvatici.</p>
<p>Fine della corsa, rientro nei ranghi. Rimane la loro stagione di pura avventura, come banditi, come contrabbandieri d’antàn, leggendari in tante montagne. Le tre giovani mucche &#8211; impossibile non provare un moto di simpatia per loro – sono state protagoniste di una storia d’altri tempi, inimmaginabile per gran parte degli uomini, figuriamoci per animali della loro specie. Ora le tre ribelli sono rinchiuse in qualche stalla della pianura Saluzzese, chissà se i margari le riporteranno lassù, quest’estate, sugli amati pascoli di Traverse e Mendie, dove hanno corso una stagione “sul filo del rasoio”, come “Blade runner”. Anche i replicanti erano “lavori in pelle” destinati a essere “ritirati”. Nel film uno di loro era un esemplare femmina “da piacere”, un’altra (come il maschio, Rutger Hauer, peraltro), decisamente da combattimento.<br />
Anche le manze hanno bravamente combattuto, per non tornare a valle, per restare fuori dal gruppo. Anche i bovini – ora lo sappiamo &#8211; qualche volta, nel loro piccolo si arrabbiano.</p>
<p><strong>Nota del postatore</strong><br />
Carlo dedica al  &#8220;sacro animale&#8221; un capitolo della sua ultima fatica letteraria <em><a href="http://www.ponteallegrazie.it/scheda.asp?editore=Ponte%20alle%20Grazie&#038;idlibro=6261&#038;titolo=TERRE+ALTE">Terre alte. Il libro della montagna”</a></em>. Un libro che consiglio soprattutto a chi non soffre di vertigini!<br />
effeffe</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/04/ah-les-vaches/">Ah les vaches!</a></p>
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		<title>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 11:39:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" alt="opereitaliane.jpg" /></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).<br />
Nel primo romanzo, dedicato interamente al tuo paese d’origine, l’Albania, il paese in cui la parola «paura» è priva di significato – mentre la parola «umiltà» è perfino assente dal lessico –, dove la morte è «un processo estraneo» e dove il detto più diffuso è «Vivi che ti odio, e muori che ti piango», tu racconti l’educazione di Elona, di Ormira, di Ornela, di Ina, di Eva, molteplici eroine che ne formano una sola.<span id="more-5913"></span> Esplori il passaggio dall’infanzia all’adolescenza sotto una delle tante varianti del totalitarismo della seconda metà del XX secolo, quella rappresentata dal «timoniere» e camerata Enver Hoxha, che fondò nel 1941 il Partito comunista albanese e che governò la Repubblica popolare di Albania dal 1945 all’11 aprile del 1985, giorno della sua morte.<br />
La domanda che il lettore rincorre è la seguente: come ci si educa all’amore, al sesso, ai libri, all’amicizia, alla morte, cercando allo stesso tempo di sfuggire alla «rieducazione» fornita dalla «Madre-Partito»? E come si conserva la propria «squisita solitudine» in una società di delatori dove perfino i dialoghi notturni con una «stufa a legna» – amica segreta capace di riscaldare i sogni infantili – si rivelano un dono insperato dello Stato?</p>
<p><em>La lotta di classe è rimasta fuori, Ornela, la competizione che t’infligge la scuola anche, la mamma sta dormendo, non può vegliare sui tuoi pensieri attraverso gli occhi che cambiano animo. Lo Stato non è fatto così male se ci lascia dormire e gustare il torpore pacifico delle coperte, e poi questa conversazione. La notte è sempre la notte, purché il comunismo o il capitalismo non trovino il modo di abolirla.</em></p>
<p>Ovunque lo Stato. Un giorno il padre della protagonista dai molti nomi scompare nel nulla. Si dice che sia finito in carcere per motivi politici. Con quale accusa? Nessuno lo sa. Qualcuno afferma che la colpa è della moglie: la sua «bellezza folgorante» aveva reso insonne uno dei capi del Partito che voleva scoparla a tutti i costi.<br />
Il grande tema del tuo libro: la bellezza fisica è un’acerrima nemica del regime totalitario che non fa che spogliarla del suo fascino, elevando un inno di gloria moralizzatrice all’eguaglianza delle coscienze. Mistifica il suo potere di seduzione. E si vendica, trasformandola in un crimine. Chi è bello è contro la marcia della Storia verso una società comunista in grado finalmente di sbarazzarsi della lotta di classe e di ogni antagonismo estetico!<br />
La morale totalitaria è la vendetta della laidezza sulla bellezza.<br />
Tuttavia, tale vendetta non è inscritta soltanto nel codice genetico del regime. Essa è radicata in modo del tutto naturale, come afferma la protagonista nel primo capitolo del tuo romanzo, anche «nello spirito del popolo»: come una foglia su un ramo di un albero. Una delle questioni più importanti, anzi quasi vitale per il popolo albanese, è infatti quella della «puttaneria», la quale si fonda su una sola tesi: «una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è». La bellezza fisica è una «tara» sia per lo Stato comunista che vorrebbe estirparla attraverso i dogmi politici sia per il popolo che, grazie alle sue radici «machiste» e al suo «istinto di proprietà molto sviluppato» – paradossalmente contrario alla marcia della Storia –, vorrebbe che la donna, quando il marito è in viaggio d’affari o in prigione, avesse l’accortezza di farsi ricucire «un po’ là sotto» in modo da dimostrargli che «la sua dolorosa assenza» le ha ristretto «lo spazio tra le cosce».<br />
Le storie delle molteplici eroine che ne formano una sola sono raccontate talvolta alla prima persona, talvolta alla terza. Sempre al passato. La prospettiva è quella dell’epilogo del romanzo, intitolato «Terra promessa».<br />
La madre e la figlia, dopo aver venduto tutto quello che possiedono per comprare due biglietti d’aereo, partono per Roma: la terra dell’esilio, con tutto il suo carico di illusioni e felicità, le attende. Una volta scesa all’aeroporto, Eva, la figlia, è delusa: le donne «dell’altra riva» non assomigliano per nulla «a Sophia Loren o a Gina Lollobrigida. Dov’era la famosa bellezza delle donne italiane?». Dov’era il fascino di quelle mogli della televisione che «pur circondate da tre figli avevano corpi sontuosi e che stendendo il bucato fatto con il detersivo Dash stendevano a terra anche i cuori degli uomini?». La madre, mentre la figlia è dal tabaccaio – «un altro mondo», afferma estasiata la narratrice – è abbordata da un giovanotto: «A quanto scopi?». La madre, che non comprende l’italiano, arrossisce di piacere pensando che egli voglia portarle i bagagli.<br />
Nella «terra promessa» il coraggioso popolo albanese per il quale la morte è «un processo estraneo», comincia a comprendere che si può morire. E che la «bellezza folgorante», invece di essere una «tara» o un crimine, può essere, in questa terra demonizzata dalla morale comunista, una prerogativa indispensabile per discendere i cerchi altrimenti impenetrabili del suo inferno.</p>
<p>2</p>
<p>Nei racconti che formano il tuo secondo libro,<em> Buvez du cacao Van Houten!</em>, il paesaggio non è quasi più quello albanese, ma quello francese, di Parigi, della tua nuova «terra promessa» (sebbene la lingua che fin dal principio hai eletto per scrivere la tua opera resti l’italiano).<br />
La «terra promessa», nella tua novella <em>Il prezzo del thé</em>, è ora il paradiso del «principio attivo delle alghe blu», capace di rendere ogni volto privo di asprezze, puro e tonificato eternamente bello, giovane e in grado di eliminare dalle occhiaie e dalle prime rughe della protagonista ogni macchia dovuta alla migrazione. Qui si vende anche un tè contro ogni sorta di problemi: «contro l’invecchiamento, contro il tempo&#8230; Tè contro il cancro, contro l’obesità, contro le giornate tristi, contro l’amore, contro la morte». Contro tutto, salvo lo «spaesamento». Qui, nella nuova «terra promessa», la bellezza non è più un problema per persone in carne ed ossa, per esseri mortali alle prese con lo spaesamento e la morte. Si tratta, al contrario, di un paese meraviglioso dove si è già realizzato, grazie al «principio attivo delle alghe blu», il grande ideale un tempo chiamato «comunismo»: il mondo senza classi è il mondo in cui tutti possono essere belli.<br />
Ciò mi riporta al tuo primo libro, <em>Il paese dove non si muore mai</em>.<br />
Nel capitolo intitolato «Macchie», la narratrice si ricorda di una banale influenza che all’età di sei o sette anni l’aveva obbligata a letto per alcuni giorni. Leggendo un manuale di anatomia scopre per la prima volta il corpo umano: «Dunque, noi eravamo fatti così, dentro eravamo il miscuglio di quelle robe strane e colorate, al di fuori della nostra volontà, o meglio della mia volontà». Che fare? A chi chiedere aiuto? A Dio? Alla mamma? Stretta al corpo della madre, la bambina esclama: «Ho paura, ho paura, mamma, paura che siamo solo carne e ossa».<br />
In un altro capitolo, «Tuorli d’uovo», Ormira è nel gabinetto sporco e puzzolente della sua scuola, quando vede scritto sul muro con una materia di «colore pastoso di marrone scuro» il suo nome: «Ormira è la più carina della classe IV C perché ha delle grandi tette». La cosa le provoca una certa soddisfazione. Il piacere di essere bella, tuttavia, provato per la prima volta dentro le mura sporche e puzzolenti di un gabinetto, si scontrerà ben presto con le «gambe storte» della sua insegnante, la camerata Dhoksi, emblema ambulante dell’educazione comunista per la quale la bellezza è concepita come assenza di onestà: «Dài, Dhoksi – dirà la protagonista ribelle – insegnami il Partito, perché se no divento puttana. Salvami Dhoksi, con le tue gambe storte e oneste. Tu sei già salva, perché nessuno vuole scoparti».<br />
Ormira, la ragazzina che diventerà una bella ragazza di nome Ornela o Eva, sa che la sua bellezza, per il semplice fatto di essere stata scoperta tra le mura di un gabinetto sporco e puzzolente, deve fare i conti con la mortalità: la bellezza che dimentica la merda, dimentica, in fondo, da dove viene. E con la Storia, che può prendere diversi volti, come quello, ad esempio, di un’insegnante comunista che squadra Ormira dalla testa ai piedi come se fosse una puttana in erba.<br />
Ecco un aspetto poco esplorato dalla prosa romanzesca: la bellezza si dà in modo tanto più intenso quanto più la Storia bussa alla sua porta. Che cosa voglio dire? Quando la Storia si ritira, come nella «terra promessa» dove «il principio attivo delle alghe blu» ha come ideale la scomparsa di ogni invecchiamento, di ogni corruzione della materia, insomma, di ogni dimensione temporale, anche la bellezza perde il suo fascino profondo, cioè il suo essere sorella siamese della mortalità, e gira a vuoto.</p>
<p>3</p>
<p>In un racconto del tuo secondo libro, intitolato <em>Sulla bellezza</em>, un «ragazzo-immagine», frivolo ma sensibile, si stupisce quando alcune ragazze della discoteca dove lavora, gli annunciano, ridendo, la morte di Lolly, una pornostar di ventisette anni. Lolly aveva scelto di essere cremata. Sebbene non abbia mai conosciuto Lolly in carne e ossa, il ragazzo immagina «il suo corpo, le sue anche generose», «i suoi seni siliconati che bruciavano, quel corpo così ardentemente desiderato che bruciava». È sconcertato dalle risate delle ragazze. La morte di Lolly non le ha turbate: «Lolly è morta – continuano a dire e a ridere. Ha, ha, ha è m-o-r-t-a!». Perché stupirsi delle loro risate? Queste ragazze non hanno mai conosciuto Ormira, la ragazzina di sei o sette anni che aveva paura di essere soltanto «carne e ossa». Né il suo stupore alla scoperta della propria bellezza.<br />
Il riso delle ragazze che annunciano la morte di Lolly non possiede neppure alcuna forza desacralizzante. Ecco un altro aspetto poco esplorato: quando la Storia si ritira, anche la comicità – che è sorella siamese della sensualità – gira a vuoto.</p>
<p>4</p>
<p>Nel tuo terzo libro, <em>La mano che non mordi</em>, la protagonista intraprende un viaggio da Parigi a Sarajevo.<br />
Fin dall’inizio è perfettamente consapevole di non essere una vera viaggiatrice. Se con il pensiero ha sempre voluto «viaggiare l’intero mondo e al di là», il suo corpo le complica la vita: «Mi sono detta poi che se sforzo un po’ la mia carne, forse lei può trovare piacere unendosi al pensiero che ama viaggiare». Quando raggiunge dei luoghi sconosciuti, i suoi sensi si acuiscono, mentre le novità le richiedono un’attenzione che poi paga: la protagonista è qualcuno che si dà senza alcuna protezione.<br />
Il caso vuole che il suo corpo – come quello di tutte le tue eroine – sia piacente, assillato da quella «tara» che nessuna insegnante dalle gambe storte è riuscita a estirpare. Alla stregua di Ormira, di Ornela, di Eva, anche la protagonista de La mano che non mordi, è cresciuta nell’Albania comunista degli anni settanta e ottanta e perciò conosce a menadito il peccato originale di essere bella, fisicamente bella.<br />
A Sarajevo si ritrova in un appartamento con alcune donne del posto, «donne forti», dalle carni straripanti. L’argomento della discussione è «la bellezza interiore». Una voce si infiamma: «L’uomo vuole una donna col cervello! La bella se la scopano due sere e poi tornano a casa!». Tutte, fiere della loro bruttezza, «tirano pietre» sulla bellezza fisica offrendo ai loro mariti su un piatto d’argento i loro cervelli d’Einstein. La protagonista pensa: nulla è cambiato: «Essere belli [...] essere fragili ed eleganti, avere un’aria cagionevole non era comunista. Le anime è meglio non turbarle. Si deve essere uguali ma in possesso del valore vero: la bellezza interiore». Nella Tirana degli anni settanta come nella Sarajevo degli inizi del XXI secolo l’interiorità viene elevata a mito per rendere uomini e donne, belli e brutti, tutti uguali, tutti fieri di sapere che la bellezza non sarà mai in grado di salvare il mondo.<br />
Ciò che è cambiato è lo sguardo della protagonista. Fotografa con «lo spirito» ciò che le sta intorno, ma la durata dell’esposizione alla luce del mondo balcanico le produce una violenta compassione, a tal punto che il suo bel corpo, arranca, si muove a fatica, come se si trovasse in un vicolo cieco, come fisicamente ferito da <em>un eccesso di mortalità</em>. Scopre di essere diventata straniera alla sua gente. Ha probabilmente contratto la malattia del suo amico Mirsad. Anche lei è «diventata verde», «verde di migrazione»: «Il verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici in aria». La malattia della migrazione si insinua in chi ha abitato a lungo lontano dalla propria terra e vi fa ritorno. Da quel momento costui comincia a perdere «l’ovvio, l’ovvio di esistere». Comincia ad andare per il mondo «con il corpo messo a nudo», anzi, «senza pelle». «I miei organi – confida Mirsad alla protagonista – sono a vista d’occhio, fuori, come esposti a una mostra, tutti li possono toccare, curiosare, osservare, spostare, pizzicare».<br />
Una volta a Parigi, nella solitudine della sua casa, isolata da tutto, distesa sul pavimento, il bel corpo non esposto alla luce violenta della compassione, il suo viaggio finisce. La fine del viaggio è la presa di coscienza della protagonista che soltanto «lontano» da tutto ciò che le è «vicino», è possibile per lei pensare, ovvero viaggiare «l’intero mondo e al di là».</p>
<p><em>Post scriptum sulla bellezza degli animali</em></p>
<p>Quando la protagonista de <em>La mano che non mordi</em> giunge a Sarajevo si addolora nel vedere molti animali ridotti a pelle e ossa che si aggirano sanguinanti per le strade. Riflette: nei Balcani «gli umani non hanno tempo per gli animali. Li hanno persino cancellati dalla loro esistenza. A Tirana ai cani gettano le pietre, e ci sono delle leggi per sterminarli a colpi di rivoltella».<br />
Questo mi ha fatto pensare a <em>La vita degli animali</em> di J. M. Coetzee, e a Kafka, e a un commento di Elias Canetti su un suo racconto.<br />
Elizabeth Costello, l’anziana scrittrice protagonista delle due novelle che formano l’opera di Coetzee, tenta, nel corso delle sue conferenze all’Appleton College, di aprire una breccia nei cervelli e nei cuori dei suoi ascoltatori affinché costoro modifichino il loro inveterato atteggiamento nei confronti degli animali, il cui massacro condotto ai giorni nostri su scala industriale, giunge a paragonare per dimensioni ed efferatezza a quello perpetrato dal Terzo Reich nei confronti degli ebrei. Elizabeth Costello si appella a una delle più importanti facoltà umane: l’empatia. Ciascuno di noi, afferma la scrittrice, può grazie a questa facoltà condividere l’essere di un altro. Può, perciò, se solo si sforzasse di nutrire questo suo talento ricevuto in dote dalla natura, comprendere in che cosa consiste la vita di un animale. Soltanto se si giunge a percepire la sostanza dell’essere di un animale, si può sperare di sottrarre a noi stessi una parte del nostro potere su di lui e quindi godere con lui ciò che ci accomuna: la pienezza della vita.<br />
Ma in che cosa consiste il nostro potere sull’animale?<br />
In un racconto di Kafka, <em>Una vecchia pagina</em>, che fa parte della raccolta <em>Un medico condotto</em>, un calzolaio, che ha il suo laboratorio nella piazza dove si erge il palazzo dell’Imperatore, è impaurito dall’arrivo di un popolo nomade e barbaro. I costumi e le usanze di quelle genti gli sono incomprensibili. Non sembrano neppure possedere una lingua. Rubano e divorano tutto. Il calzolaio segue da vicino quello che il macellaio di fronte è obbligato a fare per salvarsi:</p>
<p><em>Ultimamente il macellaio pensò di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al mattino portò un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un’ora io rimasi disteso sul pavimento in un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva.</em></p>
<p>Nell’<em>Altro processo</em>, Canetti, commentando questo passaggio, si domanda: «Si può dire davvero che il narratore si sottrasse all’intollerabile?».<br />
Il calzolaio, durante il massacro del bue, si stende al suolo e cerca di sparire sotto una montagna di vestiti, di coperte e di guanciali. Desidera farsi piccolo – metamorfizzarsi in qualcosa di piccolo –, diminuire il suo peso corporeo per sottrarre potere a se stesso. Per questa ragione, afferma Canetti, nell’opera di Kafka l’uomo si trasforma spesso in piccoli animali inoffensivi che non riescono neppure a sollevarsi dal suolo. Kafka sa che cosa significa essere un piccolo animale perché conosce bene ciò che egli stesso ha definito una volta, in una lettera a Felice, «l’angoscia della posizione eretta», posizione che è a fondamento di ogni potere dell’uomo sugli altri animali.<br />
Di solito noi siamo fieri della nostra posizione eretta, ovvero non utilizziamo né la nostra empatia né la nostra capacità di metamorfosi.<br />
In questo modo cancelliamo colpevolmente dal nostro orizzonte la vita degli animali – gesto che tu, cara e angosciata Ornela, distesa sul pavimento, il bel corpo esposto alla luce violenta della compassione, fedele alla lettera e ai racconti di Kafka, hai il grande merito di non compiere mai. Cancelliamo il loro essere. Rifiutiamo di prendere il loro posto. Ma così facendo, una parte della bellezza del mondo ci resta preclusa.</p>
<p><em>Nota</em><br />
Con questo pezzo vorrei avviare una rubrica mensile dedicata a opere romanzesche, poetiche e saggistiche di lingua italiana: una finestra aperta sul presente, dove si potrà parlare allo stesso modo dei poeti più conosciuti del XX e del XXI secolo come del più sconosciuto degli autori, inedito perfino a se stesso. E&#8217; quasi inutile aggiungere, che la critica letteraria di uno scrittore è una forma di autobiografia, uno specchio della sua opera compiuta e da compiere. E ancora: di tutto ciò che si perde, che irrimediabilmente va perduto, il mio desiderio è quello di recuperare quelle opere capaci di strapparmi con violenza o con eleganza alle mie consuetudini, capaci di scuotere il corpo quando la mente sembra non poterne più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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		<title>Per aspera et astra: una conferenza su montagna e cielo</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Apr 2008 05:38:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Sabato 12 aprile alla Statale di Milano si terrà una conferenza divulgativa dedicata al rapporto tra scienza e montagna attraverso le testimonianze di astrofisici, alpinisti, geologi, meteorologi e fisiologi.</p>
<p><strong><a href="http://www.perasperaetastra.unimi.it/" title="il sito della conferenza">PER ASPERA ET ASTRA</a> -I monti e il cielo, percorsi per conoscere.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/08/per-aspera-et-astra-una-conferenza-su-montagna-e-cielo/">Per aspera et astra: una conferenza su montagna e cielo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 12 aprile alla Statale di Milano si terrà una conferenza divulgativa dedicata al rapporto tra scienza e montagna attraverso le testimonianze di astrofisici, alpinisti, geologi, meteorologi e fisiologi.</p>
<p><strong><a href="http://www.perasperaetastra.unimi.it/" title="il sito della conferenza">PER ASPERA ET ASTRA</a> -I monti e il cielo, percorsi per conoscere.</strong><br />
Milano, 12 aprile 2008, ore 9:30 &#8211; 18:00<br />
Aula Magna dell&#8217;Università degli Studi di Milano <a href="http://http://maps.google.it/maps?f=q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Via+Festa+del+Perdono+7+milano&amp;sll=41.442726,12.392578&amp;sspn=13.565,29.882813&amp;ie=UTF8&amp;s=AARTsJqu9k_y8I3FKAxqDWp_-JLNovWGuQ&amp;view=map&amp;z=16&amp;iwloc=addr" title="indirizzo e cartina per arrivare">Via Festa del Perdono 7</a><br />
Ingresso libero.</p>
<p><em>La giornata è dedicata a Marcello Meroni, collega di lavoro, alpinista con cui ho condiviso molte importanti esperienze, scomparso lo scorso 14 dicembre 2007. JR</em><br />
<span id="more-5628"></span></p>
<p>C&#8217;è spesso un percorso comune tra chi si dedica alla scienza e chi alla montagna, per professione o per passione. E&#8217; vero per tanti fisici/astrofisici illustri che hanno segnato tappe fondamentali della conoscenza in fisica e astronomia: tra gli altri basti citare Enrico Fermi, Edoardo Amaldi, Giuseppe Occhialini, Bruno Rossi, fisici ma anche capaci alpinisti.</p>
<p>La conferenza porterà le testimonianze di astrofisici, alpinisti, geologi, meteorologi e fisiologi: buchi neri, stelle di neutroni e altri oggetti saranno uno degli argomenti della giornata. Ma si parlerà anche del ruolo che la scienza gioca nella pratica dell&#8217;attività alpinistica, in particolare per la sicurezza; di ambiente, territorio e clima con geologi e meteorologi; della risposta dell&#8217;organismo umano alle situazioni estreme con i fisiologi. Ascolteremo appassionanti esperienze di alpinisti, che scalano e hanno scalato le splendide vette del nostro pianeta&#8230;. e scaleremo virtualmente le ben più alte vette del Sistema Solare (come il Monte Olimpo, 24.000 m, su Marte) o le cascate di ghiaccio di Europa, satellite di Giove.</p>
<p>Promotori:<a href="http://www.unimi.it" title="il sito dell'ateneo">Università degli Studi di Milano</a> e <a href="http://caisem.org" title="il sito della SEM, sezione del CAI">Società Escursionisti Milanesi</a> (SEM) sezione del Club Alpino Italiano.</p>
<p>Tutte le informazioni sulla conferenza sono sul sito  <a href="http://www.perasperaetastra.unimi.it/" title="il sito della conferenza">www.perasperaetastra.unimi.it</a></p>
<h4>PROGRAMMA</h4>
<p>9:00-9:30 Registrazione dei partecipanti<br />
9:30-10:00 Indirizzi di saluto<br />
Gianpiero Sironi Pro Rettore alla Ricerca &#8211; Università degli Studi di Milano<br />
Enrico Tormene Presidente CAI-SEM (Club Alpino Italiano &#8211; Società Escursionisti Milanesi)<br />
Pasquale Tucci Storico della Fisica, Direttore Museo Astronomico di Brera &#8211; Università degli Studi di Milano</p>
<h5>10:00-13:00 Interventi</h5>
<p>Chairman Fabio Palma Alpinista e scrittore</p>
<p>Mestiere di fisico e pratica dell&#8217;alpinismo: effetto collaterale o deformazione professionale?<br />
Gianni Battimelli Università di Roma La Sapienza</p>
<p>Veri e falsi strati nella crostra terrestre<br />
Guido Gosso Università degli Studi di Milano</p>
<p>Influenza in Alpinismo della tecnica sull&#8217;etica<br />
Maurizio GiordaniAlpinista, membro del CAAI, del GHM e di Mountain Wilderness, guida alpina</p>
<p>L&#8217;essere umano in alta montagna: modificazioni fisiologiche e acclimatazione<br />
Fabio Esposito Università degli Studi di Milano</p>
<p>La sicurezza in montagna fra scienza e tecnica: certezza o utopia?<br />
Elio Guastalli Alpinista, UNICAI, Presidente Commissione Lombarda Materiali e Tecniche del CAI, CNSAS</p>
<p>Andar per montagne nel Sistema Solare<br />
Andrea Bernagozzi Osservatorio Astronomico della Valle d&#8217;Aosta</p>
<p>13:00-14:1 Pausa pranzo</p>
<h5> 14:15-16:45 Interventi</h5>
<p>La cultura del limite: insegnamenti alpini per la pianura energivora<br />
Luca Mercalli Meteorologo e Presidente Società Meteorologica Italiana</p>
<p>Panorami invisibili nel Cosmo<br />
Andrea Possenti INAF &#8211; Osservatorio Astronomico di Cagliari</p>
<p>Quando i buchi neri collidono<br />
Monica Colpi Università degli Studi di Milano-Bicocca</p>
<p>Lungo i sentieri dell&#8217;armonia: ritorno alla lentezza<br />
Fausto De Stefani Alpinista, naturalista, fotografo, Presidente di &#8220;Mountain Wilderness&#8221; sezione Italia</p>
<p>Ghiacciai a rischio?: la crisi attuale di una importante risorsa<br />
Claudio Smiraglia Università degli Studi Milano</p>
<p>16:45-18:00 Tavola rotonda</p>
<p>La scienza per la montagna, la montagna per la scienza: circolo virtuoso o promessa mancata?<br />
Partecipano: Claudio Smiraglia, Andrea Possenti, Fabio Esposito, Fausto De Stefani, Guido Gosso<br />
Chairman:</p>
<p>Ore 18:00 Chiusura dei lavori</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/08/per-aspera-et-astra-una-conferenza-su-montagna-e-cielo/">Per aspera et astra: una conferenza su montagna e cielo</a></p>
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