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	<title>Nazione Indiana &#187; morti bianche</title>
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		<title>Pietro Mirabelli è morto</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Sep 2010 15:33:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[[Stamani apro la mail, e trovo la notizia: Pietro Mirabelli è morto. Resto senza fiato. E' una mail di Simona Baldanzi, che Pietro me lo ha fatto conoscere e  ha frequentato a lungo, per la sua tesi di laurea che poi ha dato origine al suo <em>Figlia di una vestaglia blu&#8230;</em>.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/22/pietro-mirabelli-e-morto/">Pietro Mirabelli è morto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">[Stamani apro la mail, e trovo la notizia: Pietro Mirabelli è morto. Resto senza fiato. E' una mail di Simona Baldanzi, che Pietro me lo ha fatto conoscere e  ha frequentato a lungo, per la sua tesi di laurea che poi ha dato origine al suo <em>Figlia di una vestaglia blu</em>. Pietro era un minatore calabrese,  faceva gallerie, era un sindacalista che ha lottato, sempre. Pubblico la lettera che mi è arrivata da Simona Baldanzi, che due anni fa scrisse <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/03/noi-buoni-a-nulla/">qui</a> un testo che vale ancora, che vale ancora troppo, <em>Noi buoni a nulla</em>. Di seguito pubblico il capitolo di <em>Lavorare uccide</em> che dedicai  ai minatori della Tav, e a Pietro. E' poco, è niente, Pietro non c'è più, ma se i libri possono qualcosa è almeno far memoria, e la memoria prima o poi si usa. Sarebbe stato meglio usarla prima, però, e invece Pietro non c'è più. <em>marco rovelli</em>]</div>
<p><span> </span></p>
<div id="_mcePaste">
<div id="_mcePaste">E&#8217; morto stanotte Pietro Mirabelli in galleria in Svizzera. Un masso si è staccato dal fronte mentre una squadra lavorava con il jumbo. È morto in ospedale nel Canton Ticino per troppe lesioni interne. Aveva di recente lavorato per un breve periodo alla Toto a Barberino, dopo il periodo di cassaintegrazione in seguito alla chiusura dei lavori dell’Alta Velocità. Aveva infatti lavorato dal 2000 in CAVET dove era stato RLS, RSU fino alla conclusione dell&#8217;opera. Pietro era un minatore calabrese, era un lancista, quello che sparava cemento al fronte della galleria, che aveva lavorato in una miriade di cantieri, per le grandi opere, per la velocità e il benessere del Nord, mentre a Pagliarelle, nella sua terra, dovevi fare quindici minuti di macchina per raggiungere la prima edicola. Mai prima di lui ho conosciuto qualcuno che ha fatto della dignità del lavoro una propria insostituibile missione. <span id="more-36712"></span>Un testardo dei diritti che ultimamente era rimasto ferito da questa Italia, dalla sua politica, dai sindacati e se ne era andato in Svizzera anche e soprattutto per questo. Pietro era un figlio d’arte, come lui stesso si definiva. Il padre è morto di silicosi in seguito al lavoro di galleria. Pietro, anche se non ci credeva, era riuscito però a infrangere un silenzio sulla condizione dei minatori moderni e aveva conosciuto e incontrato una miriade di persone, coinvolgendo tutti nella sua battaglia a partire dal quarto turno e dalla sicurezza. Aveva anche fatto incontrare la comunità montana del Mugello e quella del Crotonese e il monumento nella piazza sui caduti al lavoro a Pagliarelle frutto dell’incontro di due terre, lo si deve a lui. Aveva letto le lettere dei condannati a morte della resistenza per scrivere la frase che sta impressa sotto quell’uomo di bronzo che accecato dalla luce esce dalla galleria fatta di pietra serena di Firenzuola, da quel suo Mugello a cui ha dato tanto, persino il nome della via di casa sua, ai piedi della Sila.</div>
<div id="_mcePaste">Ora, non venitemi a parlare di cultura della sicurezza, perché Pietro ne era l’essenza. Non ci crediamo che sia potuto succedere a lui proprio perché lui ha lottato contro tutto questo per tutti gli altri, per tutti noi.</div>
<div id="_mcePaste">Non riesco ad aggiungere molto, sono stata indecisa se scrivere e cosa scrivere, ma alla fine mi sono detta, zitta no. Zitti non possiamo stare. Dobbiamo informare e far girare la notizia, fra quelli che lo conoscevano, fra quelli che conoscono la sua storia, fra quelli che non lo conoscono. Pietro era un uomo e un simbolo di lotta, di quelle rare che sembrano non esistere più. Le morti sul lavoro restano sotto lo zerbino  di case vuote e lasciano un dolore lacerante che ti toglie il fiato. Ti toglie l’anima se a morire è Pietro.</div>
</div>
<div style="text-align: center;">*********************</div>
<div style="text-align: center;"><strong>Altri nomadi</strong></div>
<div style="text-align: center;"><strong>(da <em>Lavorare uccide</em>)</strong></div>
<div>In Italia ci sono intere comunità migranti, nomadi, senza fissa dimora. Vivono in baracche di legno o di lamiera, in venti per baracca. Di loro non si parla. Perché se ne stanno rintanate tra i monti. Fuori dalla vista.</div>
<div id="_mcePaste">Pietro Mirabelli è uno di questi nomadi. Viene da Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro, provincia di Crotone. E sono molti i nomadi di Pagliarelle. Tutti figli d&#8217;arte, anche i padri spesso erano nomadi. E anche dei padri non ci se ne accorgeva, all&#8217;epoca. Il padre di Pietro emigrò nel 1950 per fare le autostrade: Liguria, Val d&#8217;Aosta, Trentino. Gli stessi luoghi li sta percorrendo Pietro, adesso. Questa è stata la sua eredità. Non ci sono più le autostrade da fare, adesso sono minatori galleristi. Negli ultimi undici anni Pietro è stato nel Mugello, sull&#8217;Appennino a nord di Firenze, a scavare la galleria da dove passerà la TAV, la linea ferroviaria ad alta velocità tra Firenze e Bologna. Il Mugello è il posto più vicino dove ha lavorato.</div>
<div id="_mcePaste">Pietro ha 25 anni di anzianità. Ha scavato il Frejus, la Val di Susa, la galleria di Rivoli sotto Torino, la roccia sopra Sanremo per l&#8217;Aurelia bis, la Carnia e il Mottarone sopra Stresa per le nuove gallerie della Voltri-Sempione. Ogni tanto torna a Pagliarelle. Un paese di duemila persone su colline di pietra. La maggior parte sono minatori galleristi, e vivono la maggior parte della vita lontano da casa. A Pietro è nato un figlio. “Mio figlio cresce a spanne e la galleria a metri. Una settimana dietro l&#8217;altra nel ventre della terra a scavare percorsi per l&#8217;alta velocità mentre lui lontano da qui, e da me, sorride alla luce del sole ogni mese in modo diverso.”</div>
<div id="_mcePaste">Si scavano gallerie lunghissime. Quella del Mugello è lunga diciannove chilometri. Quando  incontro Pietro, davanti alla stazione di S. Piero a Sieve, la galleria è ormai finita, stanno posando i binari. E&#8217; facile pensare a quanto sia duro il lavoro. Minatore, autista, carpentiere, lancista. Pietro è un lancista esperto: spruzza il cemento sulle pareti della galleria, sulla roccia viva scavata dagli esplosivi o dagli escavatori, per impedirle di crollare. Solo che nel cemento c&#8217;è una miscela di derivati di silicato. La selce cristallina si attacca ai polmoni e non se ne va più. La silicosi è la malattia dei minatori. Molti che sono stati a minatori a vita li riconosci dalla tosse, dal fatto che se camminano si devono fermare per il respiro affannato. Anche il padre di Pietro è morto di silicosi.</div>
<div id="_mcePaste">Pasquale Costanzo era anche lui di Pagliarelle. Anche lui era andato al cantiere del Carlone, per la galleria di Vaglia. Prima era stato al cantiere di Fiorenzuola, poi lo zio era riuscito a farlo trasferire al Carlone, per averlo vicino. Era arrivato da due mesi, aveva ventitré anni, è morto il 31 gennaio 2000, al primo giorno di lavoro nel ciclo continuo.</div>
<div id="_mcePaste">“Noi lo abbiamo sempre contestato il ciclo continuo”, dice Pietro. Passa un treno, intanto, e fra qualche anno di qui passeranno treni a trecento all&#8217;ora. “Turni di otto ore. Sei giorni di lavoro al pomeriggio e uno di riposo, poi sei di lavoro di notte e due di riposo, infine sei di lavoro di mattina e tre di riposo. Teoricamente riuscivi ad andare a casa in quei tre giorni, dunque una volta ogni tre settimane. Uno che non c&#8217;è mai stato in galleria forse non si rende conto. Tra fumi, polvere, acqua, umidità, rumore, sempre la luce artificiale. Quarantott&#8217;ore in una settimana lì dentro, o sei notti di seguito, sono massacranti. Ma nessuno ci ha dato ascolto. Né la classe politica né il sindacato.”</div>
<div id="_mcePaste">I rapporti tra Pietro e il sindacato, che aveva accettato il ciclo continuo, non sono stati ottimi. Tanto che Pietro, che aveva guidato la protesta dei lavoratori contro il ciclo continuo ed era stato eletto come loro rappresentante, nel marzo 2002 stava per venire escluso dalla lista dei candidati preparata dai sindacati. Ma com&#8217;è possibile, con tutto quello che Pietro aveva fatto, e con tutta la voglia di riscatto a cui dava voce, che il sindacato avesse pensato di escluderlo? Furono 59 compagni di lavoro a imporlo dal basso, e fu rieletto col 40% dei suffragi. Manola Cavallini, la segretaria provinciale della Fillea (per i galleristi vige il contratto edile), disse ai tempi che non era vero che gli operai lavorassero 48 ore settimanali. Che lo dicevano perché non ne sapevano fare la media, e in realtà ne lavoravano 41-45. A parte il fatto che tre ore non sembrano poi questa gran differenza, in un ciclo continuo del genere, fa impressione questo distacco tra certi sindacalisti e i lavoratori. Meglio dargli degli ignoranti piuttosto che ascoltarli.</div>
<div id="_mcePaste">I lavoratori avevano firmato un contratto per fame di lavoro. Ma poi c&#8217;era quella vita in galleria, da fare, senza  riposo domenicale, con la turnazione di sei notti consecutive che non è possibile in nessun altro settore produttivo. Le squadre teoricamente erano di quindici uomini, ma molti si ammalavano o erano vittima di piccoli infortuni, e siccome il lavoro non poteva avere pause le squadre di intervento arrivavano a essere composte anche da solo cinque uomini, che devono garantire lo stesso risultato.</div>
<div id="_mcePaste">Così, a casa ci si va poco, tre giorni ogni tre settimane. Ma il sabato e la domenica, quando puoi davvero stare con la famiglia, capitano una volta ogni cinquantadue giorni. Era stata deciso così al tavolo concertativo tra Cavet (il consorzio che realizza i lavori, di proprietà per il 76% di Impregilo, ovvero Fiat, con una partecipazione all&#8217;11% della “cooperativa rossa” Cmc, la stessa che si è divisa con l&#8217;azienda di Lunardi i lavori della TAV della Val di Susa), Tav, governo, sindacato, enti locali (quando i sindaci andarono a Roma e firmarono tutto senza consultazioni popolari). I lavoratori erano abituati altrimenti, avrebbero voluto un orario normale, cinque giorni più due, come era sempre stato. E a casa ci si andava lo stesso, bastava un giorno di permesso, che poi si recuperava magari con lo straordinario, e almeno si era a casa sempre il sabato e la domenica.</div>
<div id="_mcePaste">Il bello è che il pretesto del ciclo continuo è stato quello di accelerare i tempi, ma poi la data di consegna è slittata due volte, dal 2005 al 2009. Con le spese triplicate, a totale carico dei contribuenti, rispetto alle previsioni iniziali di finanziamenti privati. Nonostante questo l&#8217;Ispettorato del Lavoro ha contestato alla Cavet violazioni alle norme sull&#8217;orario di lavoro e sui riposi settimanali per centinaia di lavoratori.</div>
<div id="_mcePaste">“I nostri uomini ridotti a delle macchine, solo lavoro mensa e sonno, e a casa mai” scrissero al presidente della repubblica Ciampi le donne degli operai del Carlone. “Noi diciamo basta. Il contratto-capestro, che tratta i nostri uomini della Calabria peggio di animali o macchine per i quali si ha cura e rispetto, de ve cessare.” Chiedevano riposo, “perché possano essere nelle nostre famiglie come reale presenza e non saltuaria apparizione e sparizione a causa di un lavoro che li schiavizza”. Ma il ciclo continuo non è cessato. Anzi, è stato esteso alle altre grandi opere.</div>
<div id="_mcePaste">Pasquale Costanzo venne chiamato in galleria sul lato Bologna. Avevano bisogno di un elettricista. Stava guidando una jeep, tornando verso il fronte di scavo. A trenta all&#8217;ora, eppure la jeep si ribaltò, e lui venne schiacciato. Non si è mai capito il perché.</div>
<div id="_mcePaste">Pasquale è stato il primo morto nella galleria di Vaglia, il primo morto del ciclo continuo. Fu dopo la sua morte che cominciò la protesta dei lavoratori contro quell&#8217;organizzazione del lavoro.</div>
<div id="_mcePaste">Nella galleria di Vaglia ne sono morti altri tre. Prima Giovanni Damiano, 42 anni, carpentiere. Stava gettando il cemento sull&#8217;arcorovescio, che sarebbe la parte inferiore della volta, ed un ferro gli si è infilato nel cervelletto. Poi Pasquale Adamo, 55 anni, che ebbe il tempo di vedere la sua morte, accorgendosi che la trivella che stava bucando Monte Morello aveva agganciato il suo giubbotto e lo stava trascinando con sé.  Infine un metalmeccanico di un subappalto, che stava lavorando ai casseri per la volta, schiacciato tra due lastre di metallo.</div>
<div id="_mcePaste">Finito questo lavoro, Pietro dovrà cercarsene un altro. Il contratto a tempo indeterminato dura finché dura il cantiere. Nel frattempo c&#8217;è la disoccupazione speciale lunga, una specie di cassa integrazione. E sarà ben difficile che il Cavet lo riassuma, dopo i fastidi che Pietro gli ha dato. E non sarà facile nemmeno che lo prenda un&#8217;altra ditta, le informazioni girano velocemente.</div>
<div id="_mcePaste">Eppure al momento di firmare i contratti i minatori sapevano che sarebbero stati ricollocati. Il ponte di Messina. Ma anche la Salerno-Reggio Calabria, dove i lotti disponibili sono già stati assegnati a persone di fiducia degli amministratori.</div>
<div id="_mcePaste">Prima di andarmene vado con Pietro al campo base del Carlone, asserragliato entro una gola. Una fila di baracche di lamiera, ognuna di ventidue persone. Caldo torrido in estate, freddo in inverno. Stanzette da due, separate da una parete inesistente, e quando stai dormendo il compagno di stanza arriva dal suo turno e ti sveglia. Bagni e docce in comune, armadietti microscopici. E&#8217; qui che che questi minatori devono abitare per anni interminabili. Ma sono minatori del resto, è già una grazia per loro averlo, questo lavoro. Gli impiegati, però, le singole con bagno e docce ce l&#8217;hanno, vedi un po&#8217; te dove passa a volte la differenza di classe, in un taglio di gola.</div>
<div id="_mcePaste">“Solo in questo campo base, mi dice Pietro, siamo in un centinaio di Pagliarelle. Facciamo queste opere, ma da noi c&#8217;è ancora la ferrovia che fece Mussolini, la Catanzaro-Crotone. Un paese di duemila abitanti a novecento metri d&#8217;altezza, senza un&#8217;edicola, un distributore, una banca. Due squadre di calcio senza un campo sportivo, il più vicino, senza erba, è a venticinque chilometri. Nelle scuole ci sono quaranta bambini per classe perché mancano le aule. L&#8217;ospedale più vicino è a cinquanta chilometri di curve. Le strade sono dissestate, l&#8217;asfalto a chiazze. E ogni volta torniamo, e ogni volta non cambia”.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/22/pietro-mirabelli-e-morto/">Pietro Mirabelli è morto</a></p>
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		<title>A casa Brescia non risponde nessuno</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 08:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Sarah Zuhra Lukanic</strong></p>
<p>In quel pomeriggio piovoso e bigio, mi ero riparato sotto il portico che conduceva a casa di Alessandro Brescia. I miei abiti, neri e logori, preannunciavano la brutta notizia che stavo portando. In quel periodo mi faceva da scorta Luek, un ragazzo singalese.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/07/a-casa-brescia-non-risponde-nessuno/">A casa Brescia non risponde nessuno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/operaiotl6890_img.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-35999" title="operaiotl6890_img" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/operaiotl6890_img.jpg" alt="" width="325" height="250" /></a></p>
<p>di <strong>Sarah Zuhra Lukanic</strong></p>
<p>In quel pomeriggio piovoso e bigio, mi ero riparato sotto il portico che conduceva a casa di Alessandro Brescia. I miei abiti, neri e logori, preannunciavano la brutta notizia che stavo portando. In quel periodo mi faceva da scorta Luek, un ragazzo singalese. Nel nostro cantiere era una specie di gatto randagio, benvoluto da tutti. Il suo nome era composto di 52 lettere, ma lui si faceva semplicemente chiamare Luek, che in singalese vuol dire <em>amico</em>. Con noi lavoravano parecchi lavoratori stranieri. Alcuni venivano con Albert, il rumeno che possedeva una ditta edile e se la passava piuttosto bene. C’era un macedone, c’erano due ragazzi moldavi e poi Danilo l’ucraino. Albert spifferava in giro la storiella che Danilo avesse fatto la guerra. Io so che la guerra in Ucraina non c’era stata, ma era inutile contrariare Albert.<br />
<span id="more-35998"></span><br />
Pareva un mister di calcio che dal suo pulmino verde pisello faceva sbarcare in mezzo al cantiere i suoi operai, i suoi assi uno per uno. Sapeva il fatto suo Albert. Non aveva mai voglia di raccontarmi del suo passato da clandestino dentro i cantieri in lungo e in largo lo stivalone. Per lui il passato era come la pala colma di sabbia che getti dentro la betoniera. Mescolata e definitivamente persa. Altri stranieri arrivavano con camion che venivano lasciati in sosta dietro i cumuli di ghiaia in fondo al cantiere. Non dovevano dare nell’occhio. Anche Luek era sceso assieme a loro. Il capomastro era un certo Salvatore Romano. Aveva addosso il peso della sua terra vesuviana e la portava in giro orgogliosamente; come la gotta, che faceva la sua camminata simile ai passi di un grizzly. Non serviva che parlasse. Quando ondeggiava per il cantiere, un passaparola circondava le gru e sbatteva sui calcestruzzi, per terminare sui depositi di materiale: “Occhio ragazzi”. Salvatore Romano era quella specie di presenza che riportava in ordine i pedoni del cantiere in un colpo solo. La scacchiera si riordinava all’istante.</p>
<p>Due o tre giorni prima dell’incidente, nel nostro cantiere era giunto un grande camion. Una ventina di ometti riparati da sacchi di calce. Il caporale che li scortava era quello solito. Tutti lo chiamavano <em>Eccellenza</em>. Quando era sceso dalla camionetta si era avviato immediatamente, con un ombrello grande e sfolgorante come quello delle corse dei motocicli, verso il container dove era allestito l’ufficio di Salvatore Romano. Di solito quando bussavi nel container del capomastro lui balzava prontamente dalla sedia. Lo trovavi quasi sempre che frugava dentro le tasche dei pantaloni. Immaginavo che le tasche erano bucate, perché spostava le palle da destra a sinistra. Quella mattina ero nell’ufficio per la solita organizzazione del cantiere. Il caporale non aveva salutato, mi ricordo che non aveva bussato nemmeno. Il buongiorno dell’Eccellenza era un fracasso di frasi. Mi ricordo: “Tempo di merda”. Poi aveva fatto un segno con la testa per sottolineare la mia presenza, ma Salvatore l’aveva tranquillizzato con un cenno della mano.</p>
<p>“Quanti sono?”. Il capomastro masticava di prima mattina una piadina che gli lasciava fili verdi di spinaci tra le zanne giallastre.  “Allora quanti?” aveva ripetuto più volte.<br />
Eccellenza aveva risposto con il ritardo consueto. “Ho una ventina di uomini. Tutti cingalesi. Niente slavi. Tranquillo. Io non voglio rogne”.<br />
“Cazzo, sono lenti” ingoiando il boccone come non avesse mangiato da giorni.<br />
“Se serve questi si nascondono sotto terra. Non parlano” rispose il caporale con duro cipiglio. Poi si mise in disparte.<br />
“Col cazzo che non parlano” aveva borbottato collerico il capomastro. Poi prese la cornetta del telefono. “Manda Luek” disse con voce più tranquilla, il che voleva dire che l’affare era fatto.</p>
<p>Dentro quell’ufficio mi sentivo di troppo. Dovevo subire le loro parole viscide. “Strano che non mi abbia detto niente” pensavo ascoltando il mio capomastro e l’Eccellenza. Parlavano di politica, di fica e di liquidi. E poi, che so io cosa pensava Salvatore Romano di uno come me che aveva scelto il cantiere invece di preferire i corridoi del nostro Comune.<br />
“Ecco qua il nostro topo di sacrestia”. Entrambi avevano dato il loro benvenuto a Luek. Poi con voce seria e diligente il capomastro aveva detto: “Vedi, lì fuori ce ne sono una ventina dei tuoi…”.</p>
<p>Quando muore qualcuno nel cantiere, io vedo le croci bianche che spingono il cielo, fino a spaccarlo in due, in tre, in quattro, in mille pezzi.<br />
I corpi di due stranieri erano negligentemente avvolti dentro le coperte che di solito usavano per ripararsi dal freddo. Poco distante il corpo del mio amicone Alessandro Brescia. Stessa sorte canaglia.	“È stata una disgrazia” ripeteva il mio capomastro con le sopracciglia aggrottate.  Ai corpi dei due stranieri ci aveva pensato l’Eccellenza. Erano annaffiati dall’acquazzone come due scomodi bauli.<br />
Quando è arrivata la polizia, sul piazzale c’era solamente il corpo di Alessandro Brescia. Il camion del caporale era oramai parcheggiato in qualche altro cantiere.<br />
Dovevo portare la brutta notizia a casa Brescia. “Hai studiato, sei calmo e diverso”. Erano state le parole del mio capomastro. La mano di Salvatore Romano era gelata. La lucetta flebile nel suo ufficio. Io fissavo una calamita a forma di coccinella che reggeva un foglietto sulla lavagna con la scritta: “Papà, ricordati della festa!”<br />
Il giorno dopo sono arrivati i giornalisti. Nessuno aveva voglia di parlare.<br />
Io e Luek non siamo mai arrivati a casa di Brescia. Ci siamo fermati prima, dai ragazzi singalesi, invisibili, che avevano sepolto i loro compagni di clandestinità.<br />
Sul telefonino di Salvatore Romano ho lasciato un messaggio: “A casa Brescia non risponde nessuno …”</p>
<p style="text-align: right;"><em>Sento tossire l&#8217;operaio che lavora qui sotto; la sua tosse arriva attraverso le grate che dal pianterreno danno nel mio giardino. Sicché essa pare risuonare tra le piante, toccate dal sole dell&#8217;ultima mattina di bel tempo</em>.</p>
<p style="text-align: right;">Pier Paolo Pasolini, <em>La tosse dell’operaio</em> (1969)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/07/a-casa-brescia-non-risponde-nessuno/">A casa Brescia non risponde nessuno</a></p>
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		<title>Omicidi bianchi</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Oct 2008 14:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle <em>morti sul lavoro</em>, di <em>morti bianche</em> – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di <em>omicidi bianchi&#8230;</em>. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/omicidi-bianchi/">Omicidi bianchi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-9504" title="img01" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01-150x150.jpg" alt="" width="105" height="105" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<div><span>Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle <em>morti sul lavoro</em>, di <em>morti bianche</em> – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di <em>omicidi bianchi</em>. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili. Così come individuabili sono i &#8220;motivi&#8221; che rendono possibili quelle morti. Una sinistra che davvero fosse tale porrebbe in essere una serie di dispositivi che andassero alla radice di quei motivi, e chiamassero davvero in causa i soggetti responsabili.</span></div>
<p><span>Le morti sul lavoro sono sempre &#8220;sovradeterminate&#8221; da cause interne al modello di sviluppo del nostro paese: la frammentazione del processo produttivo e dell&#8217;organizzazione del lavoro, la catena infinita di appalti e subappalti, la condizione precaria dei lavoratori e la loro conseguente ricattabilità, l&#8217;abbassamento del costo del lavoro, la preminenza abnorme della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221; nel tessuto produttivo italiano. </span><br />
Ma allora come contrastare questa piaga, se non è un fatto contingente ma una piaga implicata dalla struttura stessa dell&#8217;economia?<span id="more-9503"></span> E&#8217; necessario un cambiamento culturale – ma nel senso più ampio del termine &#8220;cultura&#8221;. Dove &#8220;cultura&#8221; è tutto l&#8217;insieme di pratiche materiali che formano l&#8217;umano, a partire dal suo essere uomo produttore. Cambiamento culturale, allora, significa prendere coscienza di quelli che sono i meccanismi di un intero sistema sociale ed economico che produce, e io credo non possa non produrre, le sue vittime sacrificali. Significa comprendere che la vera cura del problema sarebbe: &#8220;lavorare con lentezza&#8221;. Sono le necessità della produzione, dei suoi ritmi e dei suoi tempi – del profitto, dunque &#8211; che inducono a trascurare la sicurezza, che fanno intensificare ritmi e tempi di lavoro, che impediscono una formazione adeguata dei lavoratori. Se si deve fare in fretta, finire i lavori in tempi strettissimi, incrementare la produzione – la sicurezza diventa un impiccio. Ma la società – e il centrosinistra su questo non fa attrito &#8211; va in tutt&#8217;altra direzione: la detassazione degli straordinari, a livello italiano; e la decisione dell&#8217;Unione europea di abbattere il limite delle 48 ore conquistato nel 1917 (quando è ben noto che aumentando i tempi di lavoro cresce esponenzialmente la possibilità di infortuni e morti). Il lavoro, dunque, prima di tutto, e sopra ogni altra considerazione.</p>
<p><span>L&#8217;Italia ha un numero di morti sul lavoro più alto rispetto agli altri paesi europei sia in termini assoluti che in termini relativi (mi riferisco all&#8217;indice di morti ogni 100mila occupati, escludendo le morti in itinere, ovvero nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa: e questo nonostante i trucchi retorici che Confindustria ha usato a piene mani negli ultimi anni, senza che nessuno svelasse mai i suoi artifizi). Questo picco italiano di omicidi bianchi deve essere messo in relazione con un&#8217;altra specificità del sistema produttivo, che è la frammentazione abnorme del processo produttivo e la presenza della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221;, la cui assoluta centralità nel tessuto produttivo italiano viene fatta rilevare in particolare dagli studi di Sergio Bologna.</span><br />
<span>Dai dati Istat dell&#8217;ottobre 2006 risulta che su circa 16 milioni e mezzo di lavoratori nel settore di mercato, 8 milioni e mezzo sono impiegati in aziende con meno di 15 dipendenti (dunque senza le tutele dello Statuto dei lavoratori), e 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti. Si tratta di imprese familiari, o addirittura di &#8220;ditte individuali&#8221; (un vero e proprio paradosso logico), che costituiscono il cuore dell&#8217;economia italiana. Un dato che emerge da un&#8217;indagine di Mediobanca del 2006 appare decisivo: nel decennio 1996/2005, le medie e grandi imprese (quelle sopra i cinquanta occupati) hanno ridotto ininterrottamente la forza lavoro, accumulando nello stesso tempo profitti in misura mai così grande nella storia del paese (e determinando lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi che è il più grande dell’Unione Europea ). Nonostante il fatto che. dopo l&#8217;accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e privati siano rimasti quasi fermi, caso unico nell&#8217;Unione Europea, le medie e grandi imprese non hanno scelto di investire in tecnologie o in ricerca, per ingrandirsi e creare occupazione, ma hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare. Perciò è stato l’universo delle &#8220;imprese&#8221; al di sotto dei 10 dipendenti a creare la maggiore domanda di lavoro, tenendo alta la dinamica occupazionale. Piccole e piccolissime &#8220;imprese&#8221; che devono spesso far fronte a bassi margini di profitto, che lavorano senza capitali, che hanno difficoltà a ottenere prestiti dalle banche, che non hanno sussidi come la cassa integrazione. Non a caso è in questo settore che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi. E questo, è evidente, ha effetti immediati anche quanto alla sicurezza. Intervenire in questa questione sarebbe dunque essenziale. Incentivare la ricerca e colpire le rendite. Riformare un capitalismo malato. </span><br />
<span>Nel frattempo, si potrebbe impedire per quanto possibile la pratica generalizzata degli appalti al massimo ribasso. Che è una causa diretta di morte. Eppure messa in atto normalmente anche dagli enti locali e pubblici (un esempio tra i mille? I lavori per l’allargamento della terza corsia del Grande raccordo anulare a Roma, dove per quindici chilometri di strada da realizzare sono stati utilizzati più di centocinquanta subappalti). Lo si capisce facilmente: se una azienda appaltatrice vince un appalto con un ribasso del 50%, il margine di profitto non potrà che scaturire dal taglio del costo del lavoro, dall&#8217;incremento di tempi e ritmi di lavoro, dal taglio dei costi sulla sicurezza. E&#8217; così in tutti i settori produttivi, e massimamente in quello dell&#8217;edilizia. Che è il settore che tira il Prodotto Interno Lordo nazionale. Nell&#8217;ultimo decennio l&#8217;edilizia residenziale ha toccato la maggior produzione nella storia del paese, e dal 2001 al 2007 gli investimenti nazionali sono balzati da 58 a oltre 71 miliardi di euro, con un incremento del 23 per cento. Senza il contributo del settore edile, il Pil avrebbe avuto segno negativo. Ma questa crescita significa morte. Nell&#8217;edilizia accadono quasi un quarto di tutte le morti sul lavoro. E cinque infortuni su cento denunciati producono menomazioni permanenti. (&#8220;Denunciati&#8221; è necessario aggiungerlo, ché se l&#8217;Italia è il paese in Europa che ha il più alto tasso del sommerso &#8211; circa il 18% del Prodotto Interno Lordo -, sono moltissimi gli infortuni non registrati perché non denunciati. Secondo le stime della stessa Inail,l&#8217;Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, sono stimabili in duecentomila l&#8217;anno.) </span>L&#8217;esperienza della ricostruzione in Umbria dopo il terremoto del 1997 lo testimonia: se si stabiliscono dei parametri corretti (ovvero una sorta di pavimento sotto il quale non si possa scendere per l&#8217;assegnazione degli appalti) e ci sono controlli sufficienti, le morti nei cantieri calano in maniera drastica.</p>
<p><span>Occorre rimettere dunque mano all&#8217;organizzazione del lavoro, e ai motivi che la determinano. Ma come? Io credo vi sia una sola strada: la creazione di un nuovo legame solidale tra i lavoratori, che sconfigga quel diffuso senso di solitudine sociale ormai generalizzato. Sono i lavoratori a doversi difendere. Nessuno può farlo per loro. E questa azione non può che passare per una pratica sindacale reticolare, dove sindacato significa proprio questo: autodifesa dei lavoratori, e rivendicazione dei propri diritti. Non dunque il sindacato sterilizzato, chiuso nelle sue camere iperbariche – non quel sindacato che tende a mediare i conflitti, o che tende a diventare patronato. Ma un sindacato che vive sui luoghi di lavoro, giorno dopo giorno. Ovvero, i lavoratori stessi che si difendono, in virtù dei comuni interessi che li uniscono. Lo dicono gli stessi tecnici della prevenzione – i dipendenti Asl che dal 1978 controllano la sicurezza sul lavoro (per quanto riguarda i cantieri vige anche il controllo degli ispettori del lavoro) -: occorre un rapporto privilegiato tra i tecnici e i lavoratori, attraverso la figura dell&#8217;Rls, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza – figura che a sua volta deve essere difesa e valorizzata.</span></p>
<p><span>Certo, anche qui si tratterebbe di porre questioni di ampio respiro. Porre insomma la questione di un cambiamento radicale. Culturale, ancora, nel senso più ampio di cui sopra. Uscire dalla società del precariato. Dove precari non sono solo quelli che hanno un contratto e tempo determinato, ma precaria è la percezione soggettiva del lavoro. Precario è, etimologicamente, colui che prega, colui che implora una grazia (<em>gratia gratum faciens</em>). E la nostra è una società precaria perché il lavoro non viene più vissuto soggettivamente come un diritto da rivendicare, ma come una grazia da avere, una privilegio di cui occorre essere grati. E chi è grato è debitore, e non rivendica alcunché. China la testa – lavora e zitto.</span><br />
<span>Figura paradigmatica di questa china discendente del lavoro sono i migranti – figura precaria per eccellenza. Gli immigrati in genere si infortunano, secondo i dati Inail, il 50% più degli altri lavoratori. Nel 2006, ad esempio, gli infortuni denunciati dai lavoratori immigrati erano 116.305, contro i 798.720 degli italiani; quelli mortali, 141 contro i 1140 degli italiani. La maggior parte rumeni. E&#8217; evidente la sproporzione tra la percentuale del numero di lavoratori immigrati sul totale degli infortunati (circa il dodici percento) e la percentuale del numero degli immigrati che risiedono regolarmente in Italia (poco più del sei percento, secondo il rapporto Caritas 2007). Si consideri poi che tra gli immigrati non denunciare l&#8217;infortunio è prassi normale. Prassi indotta dalla legge sull&#8217;immigrazione – il cui scopo è produrre clandestinità (dove appunto la clandestinità è la figura estrema della precarietà, essendo assoluta assenza di diritti). Poiché il contratto di lavoro è essenziale per la permanenza in Italia, l&#8217;immigrato non vorrà certo rischiare di perderlo, e dunque, a norma di legge, il lavoratore immigrato tenderà a causare quante meno frizioni possibili con il suo datore di lavoro. Sarà, per usare un termine caro a Foucault, più &#8220;docile&#8221;. I lavoratori immigrati sono quelli più deboli, più ricattabili, più silenziosi. Le figure più moderne, dunque, del mondo del lavoro.</span><br />
<span>Un discorso a parte meriterebbe la questione delle sanzioni. In una società che reclama a gran voce più carcere per tutti, gli unici che si sentono immuni sono gli imprenditori. Sul tipo di sanzioni da comminare – penali, economiche, inibizioni personali all&#8217;attività – la discussione è aperta, e da fare. Ma è certo che finché ci sarà, come ora, la certezza dell&#8217;impunità, l&#8217;imprenditore non avrà alcun interesse a garantire la vita dei lavoratori.</span><br />
<span>Infine: anche ai mass media – nella produzione di un nuovo senso comune &#8211; toccherebbe di articolare discorsi che facciano senso di eventi che potrebbero apparire casuali. Parlare di morti sul lavoro non come vuota ritualità, come enumerazione di tragiche fatalità significherebbe mantenere alta l&#8217;attenzione sulla vicenda, impegnarsi a dar conto come vanno avanti i procedimenti giudiziari. Non il plastico della villetta di Cogne, insomma, e nemmeno solo meri loculi anagrafici: ma inchieste, e l&#8217;impegno a seguire ogni singolo caso – che di solito finisce nel nulla. Non dimenticarsi delle morti il giorno dopo, lasciando nel vago ogni responsabilità. Fare di ogni morte sul lavoro quel che, per una serie forse casuale di eventi, il sistema mediatico ha fatto (e in alcuni casi ha <em>dovuto</em> fare) per la ThyssenKrupp.</span><br />
<span>Fermare gli omicidi bianchi è la cosa più difficile. E&#8217; utopia, oggi. (E, in quanto utopia, è necessaria). Perché stiamo parlando di vittime sacrificali di un sistema tutto intero. E solo scardinando dalle fondamenta quel sistema potremmo immaginare un mondo dove lavoro non significa morte.<br />
</span></p>
<p><span>Dal libro <em><a href="http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5001119">Sinistra senza sinistra &#8211; Idee plurali per uscire dall&#8217;angolo</a></em> (Feltrinelli, euro 14).</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/omicidi-bianchi/">Omicidi bianchi</a></p>
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		<title>Una madre che piange, o il suo Spettacolo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Oct 2007 19:14:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p>Le vedo piangere, le madri. Mi stanno ad un passo, davanti agli occhi. Così vicine che potrei asciugargli le lacrime. Ma non lo faccio. Una madre che piange è sacra. Nel senso che è separata, intoccabile, inavvicinabile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/">Una madre che piange, o il suo Spettacolo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> <img border="0" width="170" src="http://www.premiobonta.it/images/011105-prem-tv.jpg" height="136" /></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p>Le vedo piangere, le madri. Mi stanno ad un passo, davanti agli occhi. Così vicine che potrei asciugargli le lacrime. Ma non lo faccio. Una madre che piange è sacra. Nel senso che è separata, intoccabile, inavvicinabile. Quando hai davanti una madre che piange l&#8217;irredimibile assenza del figlio, è come smisurata. Non sai neppure come potresti abbracciarla. Ti pare di avere davanti il dolore infinito, infinito e informe, e nessun abbraccio potrebbe contenerlo. Stai a distanza, allora. Qualsiasi contatto sarebbe fonte di dolore ulteriore. Potresti sfregare quell&#8217;infinita ferita. Chi sei tu, per provarci.</p>
<p>Prendi invece una madre in televisione. Contenuta la mattina tra una canzonetta e un gioco a premi. Resa oggetto di una morbosità che ne fa oggetto di estrazione di dolore per convertirlo in ascolto, in dati di audience. Per convertirlo dunque in pubblicità, in merce.<span id="more-4711"></span></p>
<p>Andrea Bosich, di Novi Ligure, è morto il 29 gennaio 2004. A trentanove anni. Lavorava in un&#8217;azienda di carpenteria pesante. Dove informalmente lavorava anche il padre della titolare. Mica era un gruista lui, solo che era in pensione, e dava un mano alla figlia. O meglio, la ditta era intestata alla figlia, e lui portava avanti il lavoro di una vita. Già una volta aveva causato un incidente. Manovrando una gru aveva fatto cadere un disco di alluminio, novanta chili, sul piede di Andrea. Che al pronto soccorso non aveva detto la verità, “mi è caduto addosso un pezzo” aveva detto, e poi era tornato in ditta perché era stato lui a iniziare un lavoro e voleva finirlo, i suoi genitori gli avevano detto di stare a casa, ma era un piacere che voleva fare al proprietario. Ne aveva ancora per poco, il contratto era a tempo determinato, scadeva a febbraio. Ancora tre settimane di lavoro, dunque, e poi si sarebbe cercato un altro impiego. Se non fosse stato, ancora, per la gru, e per il suo manovratore. Un intero carico di dischi stavolta, per un totale di novecento chili, si sgancia dalla gru mentre stanno caricando un camion e gli piomba addosso. E&#8217; un attimo. Si saprà, dopo, che la gru non veniva revisionata da più di dieci anni. Il procuratore è stato rapido, rispetto al solito, e al processo ha condannato sia la titolare che suo padre. Un anno e quattro mesi, senza la condizionale. Non accade mai che in questo tipo di cause la condizionale venga sospesa. Il fatto è stato giudicato clamoroso dal giudice, un giudice che evidentemente ne ha abbastanza di certe impunità. Gli imputati sono stati condannati a pagare una provvisionale ai familiari – che però non hanno visto niente, dopo tre anni, in virtù di una nullatenenza dichiarata dai titolari. L&#8217;assicurazione, poi, rimborsa solo i danni causati dai dipendenti in regola, e il padre della titolare non lo era. I condannati, in ogni caso, sono ricorsi in appello, la pena gli è parsa troppo grave. Nel frattempo c&#8217;è stato l&#8217;indulto, che ha fatto lo sconto di tre anni anche sulle pene inflitte per gli omicidi colposi sul lavoro. Padre e figlia, dunque, continuano a lavorare come sempre, e come sempre nessuno pagherà pegno.</p>
<p>Anna Maria, la madre di Andrea, mi dice che parlare le fa male. Sono passati tre anni, non me la sento. Mi basta andare dall&#8217;avvocato e entro in crisi. Ancora non riesco a farmene una ragione. Sono passati tre anni, e riesco a parlare di mio figlio solo con gli amici, con i parenti, e ancora mi commuovo, e ci commuoviamo.</p>
<p>Dico alla madre di Andrea di quelle madri che si organizzano per far sì che le storie che le hanno toccate non abbiano a ripetersi. Lei risponde che capisce, che è giusto. Ma io non ce la faccio, non ne ho la forza. E poi sono una nonna a tempo pieno, mi devo prendere cura dei miei nipoti. Uno di nove anni, uno di otto, uno di quattro. L&#8217;ultimo era nato da pochi mesi quando è morto suo padre. Non posso fare altro che questo. E ancora, la sento commuoversi.</p>
<p>La commozione, fatto privato. Ma non è egoismo, il suo, o semplicemente un ripiegamento sul proprio dolore. Certo, il dolore prostra. Ma si tratta di non esibire, oscenamente, qualcosa che appartiene alla tua intimità. Mi hanno chiamato a raccontare la mia storia in tv, dice, Ma io non vado. Non mi piace mescolare il mio dolore alle barzellette di un comico e a un balletto. E non mi piace andare a piangere davanti a tutti. Anna Maria ha ben chiaro davanti a sé il significato di “spettacolo”. Il divenir-merce di ogni cosa, il degradare di cose incomparabili a equivalenza, a pura scambiabilità, in un grande, immenso blob. Un blob che sa usare le vittime, e coloro che con le vittime hanno un rapporto affettivo, per spremerne lacrime. Perché il cuore resta pur sempre la più intima cavità umana, e dunque un serbatoio straordinario cui attingere per fare ascolto. Un ascolto fine a se stesso, che torna su se stesso e ripiega su un&#8217;impasse, fino a formare la figura di un vicolo cieco, a dare il senso di un&#8217;assoluta impossibilità di cambiare le cose. Una madre che piange è la cosa più oscena, se non si coglie il senso di quelle lacrime, se non si comprende che quelle lacrime chiedono di essere raccolte, e possono essere raccolte solo con una condivisione vissuta, con una pratica reale. Una pratica <em>religiosa</em> &#8211; nel senso etimologico di <em>re</em>-<em>ligare</em>, raccogliere insieme. Laddove, invece, i mass media ci inondano di pianto, un pianto che cresce nel chiuso di uno studio televisivo, del tubo catodico, di un appartamento, e così facendo si autoalimenta, è un circolo vizioso &#8211; e non c&#8217;è modo di asciugarlo, quel pianto, quel pianto <em>irreligioso</em>, di disseccarlo al sole dell&#8217;aperto, dove può scorrere liberamente, e sublimarsi in azione. Ché solo il fare è l&#8217;alchimia del dolore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/30/una-madre-che-piange-o-il-suo-spettacolo/">Una madre che piange, o il suo Spettacolo</a></p>
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		<title>Morti bianche</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Sep 2007 08:44:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[morti bianche]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a title="foto_guanto_lavoro_md.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/foto_guanto_lavoro_md.jpg"></a></p>
<p>Comunicato Stampa</p>
<p><strong>Lavorare in sicurezza</strong><br />
<em>Il lavoro, la salute e la sicurezza nelle fotografie delle collezioni Alinari<br />
In mostra al Palazzo del Quirinale dal 18 ottobre al 25 novembre<br />
Presentazione alla stampa</em>: <strong>mercoledì 17 ottobre</strong>.</p>
<p>Parte dalla Sala delle Bandiere del Quirinale, il prossimo 18 ottobre, la grande mostra itinerante per raccontare il lavoro, la salute e la sicurezza dei lavoratori, attraverso le collezioni degli archivi Alinari, il più importante fondo fotografico documentario esistente in Italia e uno dei maggiori su scala mondiale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/17/morti-bianche/">Morti bianche</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="foto_guanto_lavoro_md.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/foto_guanto_lavoro_md.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/foto_guanto_lavoro_md.jpg" alt="foto_guanto_lavoro_md.jpg" /></a></p>
<p>Comunicato Stampa</p>
<p><strong>Lavorare in sicurezza</strong><br />
<em>Il lavoro, la salute e la sicurezza nelle fotografie delle collezioni Alinari<br />
In mostra al Palazzo del Quirinale dal 18 ottobre al 25 novembre<br />
Presentazione alla stampa</em>: <strong>mercoledì 17 ottobre</strong>.</p>
<p>Parte dalla Sala delle Bandiere del Quirinale, il prossimo 18 ottobre, la grande mostra itinerante per raccontare il lavoro, la salute e la sicurezza dei lavoratori, attraverso le collezioni degli archivi Alinari, il più importante fondo fotografico documentario esistente in Italia e uno dei maggiori su scala mondiale.<br />
<span id="more-4457"></span></p>
<p>Successivamente, la raccolta fotografica, realizzata sotto l’alto Patronato del Presidente della Repubblica e il Patrocinio della Presidenza del Consiglio, toccherà altre grandi città italiane: Milano, Torino, Palermo, Firenze, Napoli.</p>
<p>La mostra, a cura del Ministero del lavoro, in collaborazione con la Fondazione per la Storia della Fotografia Fratelli Alinari, sarà presentata alla stampa, dal Ministro del Lavoro, Cesare Damiano e dal Consigliere del Presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico, Louis Godart, alle ore 12 di mercoledì 17 ottobre, nella Sala delle Bandiere del Quirinale.</p>
<p>Nel pomeriggio dello stesso giorno è prevista l’inaugurazione, alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e del Ministro del Lavoro.<br />
Sarà così possibile offrire ai visitatori, un percorso per immagini, delineato grazie ad una ricerca iconografica svolta per l’occasione, che testimonia l’evoluzione e il cambiamento delle condizioni di lavoro in relazione al tema della sicurezza e della salute dei lavoratori nell’arco di quasi due secoli.</p>
<p>Le fotografie degli archivi Alinari permettono di inquadrare il tema della sicurezza del lavoro all’interno del contesto in cui storicamente si colloca, nel quadro del processo che porta l’Italia a divenire, da paese sostanzialmente agricolo e industrialmente arretrato, una delle maggiori nazioni industrializzate, con la necessità quindi di recuperare tutta una serie di ritardi che trovano espressione anche sul piano della sicurezza del lavoro.</p>
<p>I richiami della cronaca al ripetersi ancor oggi troppo frequente di gravi infortuni e di morti sul lavoro richiedono una seria riflessione sul fenomeno, sulle sue dimensioni, caratteri, e quindi sui mezzi per controllarlo meglio e sempre di più. E’ recente la notizia dell’approvazione in Parlamento del Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, il disegno di legge elaborato dal Ministero del Lavoro insieme al dicastero della Salute, che prevede, tra l’altro, pene più severe per chi non rispetta le norme di sicurezza, premi alle aziende virtuose, trecento nuovi ispettori per combattere la piaga dello sfruttamento del lavoro nero.</p>
<p>In questo contesto, la mostra si propone di offrire un materiale visivo che permetta di sensibilizzare e attrarre l’attenzione del grande pubblico, sviluppando una lettura critica e consapevole del fenomeno, capace di inquadrarlo nella sua dimensione storica.</p>
<p>Roma, 10/09/07</p>
<p>Ufficio Stampa</p>
<p>Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale</p>
<p>Tel. 06/48161451 – 452</p>
<p>Fax 06/48161456</p>
<p>ufficiostampa@lavoro.gov.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/17/morti-bianche/">Morti bianche</a></p>
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		<title>Non ci sono morti bianche</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2007 12:32:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Dalle mie parti le morti sono davvero bianche: sono le morti in cava (canta il mio amico Davide Giromini: &#8220;Urla la morte bianca che quattro soldi vale. Mastica il paradiso, in miniera si scende, in cava si sale&#8221;).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/10/non-ci-sono-morti-bianche/">Non ci sono morti bianche</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="width: 114px; height: 109px;" src="http://www.chooseby.info/stone/SMALL_RIVERSTONE_NATURAL_marmo_bianco_Italia_1089.jpg" alt="" width="114" height="109" /></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Dalle mie parti le morti sono davvero bianche: sono le morti in cava (canta il mio amico Davide Giromini: &#8220;Urla la morte bianca che quattro soldi vale. Mastica il paradiso, in miniera si scende, in cava si sale&#8221;). Di tanto in tanto, periodicamente &#8211; quasi che il tempo fosse scandito, e ineluttabilmente - ne sentivo parlare, ne leggevo sui giornali. Ma distrattamente. Sempre distrattamente. Come si fa per una cosa naturale, a cui non c’è modo di opporsi. La morte accade, e fa delle resistenze un grottesco capriccio. Si muore, morire è naturale, ed è naturale dunque pure morire lavorando. Morire nell’adempimento del proprio compito, una scivolata da mettere in conto, una cancellazione sempre possibile, uno sprofondo sempre incombente. La morte per lavoro è un <em>lapsus</em>, una dimenticanza che torna a galla, un’evenienza indesiderata e rimossa che mostra d’un tratto, all’improvviso, la sua prossimità. <span id="more-4416"></span>Un lapsus, una distrazione appunto, così pensa il lettore distratto dei giornali, distratto dai giornali, come ero pure io, uno mette male il piede sopra un’asse e cade giù, o mette mano dove non dovrebbe, nei meccanismi di un’impastatrice, o s’avventura imprudentemente su una tecchia di cava… Ma è solo la distrazione del lettore che produce la distrazione della morte: basta uno sguardo più attento, e ci si accorge che le morti sul lavoro, quasi sempre, non sono frutto di un caso necessario e inevitabile, volontà del destino – ma sono frutto di scelte precise, che hanno nomi e cognomi, anche se questi nomi e cognomi si fanno scudo troppo spesso delle inoppugnabili e incontrovertibili ragioni dell’economia. Ragioni ancor più inoppugnabili e incontrovertibili di quelle accampate dalla morte. E allora può accadere che lo sguardo fattosi più attento si accorga di come la morte sul lavoro sia un lapsus in un senso più profondo: che mostra, con lo schianto di un corpo che precipita, la verità di un sistema tutto intero, che prende, in fine, corpo. Ed è un corpo morto.</p>
<p>La morte conta sulla distrazione. Non si ponga mente al modo in cui essa viene, visto che deve venire. Ma, ancora, si faccia attenzione: non è la morte, come appare a prima vista, a contare sulla distrazione. E’ chi la nomina. Chi ha cominciato a parlare di &#8220;morti bianche&#8221; ha contato sull’accettazione condivisa della naturalità e ineluttabilità della morte per estenderla, tutta intera, alle morti sul lavoro. Quante volte ho sentito pronunciare l’espressione &#8220;morte bianca&#8221; senza che ci se ne chiedesse il perché – mentre la mente, dal canto suo, registrava tutto. Eppure le morti bianche erano le morti in culla, le morti dei neonati fino a un anno di vita, quelle morti di cui nessuno si dava spiegazione, morti improvvise e apparentemente senza ragione, di cui nessuno aveva responsabilità. E così è per le morti sul lavoro: nessuno è responsabile, le responsabilità sono lavate via con uno straccio di parola, un aggettivo che purifica e cancella ogni macchia, cosicché nessuno sarà chiamato a rispondere per un evento naturale e ineluttabile. I maghi della parola, ancora una volta, hanno costruito con sapienza il fatto, e hanno esposto convenientemente il prodotto allo sguardo di tutti, indicando da che punto di vista guardare, e che cosa. Questo monolite destinale che è il prodotto &#8220;morte bianca&#8221;, naturale ed eterno come l’universo, non ammette repliche, non vuol essere messo in questione: ad esso, come a un feticcio primordiale, ci si può solo inchinare. La parola – la parola bianca – è solo sua. Nessuna replica, nessuna questione, nessuno chiamato a rispondere. Esso accade, e basta. Ogni responsabilità diventa, semplicemente, impossibile. E’ questo che accade, è quel che vediamo in quasi ogni storia: nessuno, mai, chiamato davvero a rispondere di una morte sul lavoro.</p>
<p>Se cominciassimo a cercare un’altra espressione, forse comincerebbero del pari a emergere, da tutto l’indiscriminato lucore del monolite, le macchie scure delle responsabilità. E forse la prospettiva si capovolgerebbe.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/10/non-ci-sono-morti-bianche/">Non ci sono morti bianche</a></p>
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