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	<title>Nazione Indiana &#187; Napoli</title>
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		<title>La pagina che non c&#8217;era</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 12:50:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Riparte il concorso nazionale di scrittura creativa <em>La pagina che non c&#8217;era</em>, organizzato dall’Istituto Statale Superiore “Pitagora” di Pozzuoli per gli alunni delle scuole superiori.</p>
<p>Gli scrittori proposti per la II edizione del premio sono Viola Di Grado, <em>Settanta acrilico e trenta lana</em>, edizioni E/O, Andrej Longo, <em>Lu campu di girasoli</em>, Adelphi, Marco Malvaldi, <em>La briscola in cinque</em>, Sellerio, Antonio Scurati, <em>La seconda mezzanotte</em>, Bompiani.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/la-pagina-che-non-cera/">La pagina che non c&#8217;era</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Riparte il concorso nazionale di scrittura creativa <em>La pagina che non c&#8217;era</em>, organizzato dall’Istituto Statale Superiore “Pitagora” di Pozzuoli per gli alunni delle scuole superiori.</p>
<p>Gli scrittori proposti per la II edizione del premio sono Viola Di Grado, <em>Settanta acrilico e trenta lana</em>, edizioni E/O, Andrej Longo, <em>Lu campu di girasoli</em>, Adelphi, Marco Malvaldi, <em>La briscola in cinque</em>, Sellerio, Antonio Scurati, <em>La seconda mezzanotte</em>, Bompiani.</p>
<p>L’idea guida del progetto è quella di riunire intorno ai libri i ragazzi spesso distanti dalla pagina scritta, superando la loro naturale diffidenza nei confronti dell’ ”atto della lettura” con un gioco letterario.<span id="more-40883"></span></p>
<p>Il concorso prevede che gli studenti leggano i romanzi dei quattro autori proposti, scelgano il “libro preferito” e aggiungano una pagina, quella che non c’era, in un punto qualsiasi del testo scelto, imitando lo stile dello scrittore e mimetizzandosi nella sua opera.</p>
<p><strong>Nel mese di febbraio si terrà presso l’Istituto “Pitagora” di Pozzuoli un festival della letteratura giovane</strong><strong>, </strong>che ospiterà i quattro scrittori, gli studenti e quanti vorranno partecipare per riflettere sui romanzi proposti e la loro gestazione.</p>
<p>Infine, la premiazione delle “pagine” più belle avverrà nella prima settimana di giugno alla presenza degli autori in una sala messa a disposizione dal Comune di Napoli che ha patrocinato l’iniziativa.</p>
<p>Per Informazioni:</p>
<p><a href="http://www.lapaginachenoncera.it/"><strong>www.lapaginachenoncera.it</strong></a> e il gruppo Facebook “La pagina che non c’era”,concepiti come spazi liberi e aperti agli interventi e ai contributi di tutte le scuole aderenti al progetto.</p>
<p><strong>Scarica il bando del concorso sul sito</strong> <a href="http://www.istitutostatalepitagora.it/"><strong>www.istitutostatalepitagora.it</strong></a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/la-pagina-che-non-cera/">La pagina che non c&#8217;era</a></p>
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		<title>Gangs of Naples (with a little padan-green)</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 11:05:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>Il filosofo francese Henri Lefebvre scriveva già nel 1968 che l’automobile a benzina era un mezzo ormai tecnologicamente superato ma ancora imposto al pubblico per volontà delle potenti lobby dei settori automobilistico e petrolifero. Prova di tale superamento era l’enorme applicazione tecnica sul corpo delle moderne vetture, sempre più veloci, sicure e di bassi consumi, che voleva nascondere la loro povertà tecnologica di strumenti ormai obsoleti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/05/gangs-of-naples-with-a-little-padan-green/">Gangs of Naples (with a little padan-green)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>Il filosofo francese Henri Lefebvre scriveva già nel 1968 che l’automobile a benzina era un mezzo ormai tecnologicamente superato ma ancora imposto al pubblico per volontà delle potenti lobby dei settori automobilistico e petrolifero. Prova di tale superamento era l’enorme applicazione tecnica sul corpo delle moderne vetture, sempre più veloci, sicure e di bassi consumi, che voleva nascondere la loro povertà tecnologica di strumenti ormai obsoleti. Ogni tecnologia ha dei proprietari, come il caso dei sistemi operativi informatici o degli standard video, e dei gruppi di interesse che traggono profitto economico dalla sua diffusione. Quando una tecnologia, inventata o promossa da un privato, viene adottata da un’autorità, essa diventa una norma e quindi non più affidata alla scelta. Anche la gestione dei rifiuti ha le sue tecnologie, genericamente divise in due: quella industriale, basata su discariche ed inceneritori, e quella ecologica, basata sulla raccolta differenziata, che dal 1997 dovrebbe essere gradualmente favorita per adeguarci alle normative europee.<span id="more-39507"></span> Il ciclo industriale, consolidato in Campania dalle scelte degli ultimi 15 anni delle autorità pubbliche, ha i suoi gruppi di interesse che fino all’anno scorso hanno lucrato, e per ben 16 anni, sulle condizioni emergenziali che prevedevano fondi straordinari e procedure prioritarie, creando così un carrozzone di imprese, sottoimprese, consorzi e società pubbliche-private senza nessun controllo istituzionale e con notevoli infiltrazioni camorristiche tipiche di questo settore. Il profitto, la clientela politica e la speculazione l’hanno fatta da padroni, in un caos gestionale che ha portato a quel disastro che ormai conosciamo, fondato sulla tecnologia industriale, inefficace per un territorio così altamente abitato, ma proficuo per le lobby di capitalismo arretrato quale è quello sovvenzionato dallo stato nel Mezzogiorno. Molto spesso gli esperti e i politici che sostengono gli inceneritori difendono gli interessi delle aziende che li costruiscono e li gestiscono, di cui magari sono azionisti o dirigenti. Finora, a Napoli, le autorità non avevano mai osato mettere in discussione questo ciclo industriale per non ledere gli interessi relativi a forze politiche in campo. Poi, alle ultime comunali, ha vinto un candidato che aveva tra le sue parole d’ordine la fine del ciclo industriale, e qui è cominciato il suo scontro con le gangs of Naples.<br />
Quando De Magistris e il vicesindaco Sodano hanno parlato di un piano “rivoluzionario” per la spazzatura, non si riferivano alla tecnologia da adottare, utilizzata ampiamente in altre città, ma ai cambiamenti in termini di appalti e di interessi economici che esso implicava. Hanno fatto l’errore di gridarlo, come un calciatore che sveli al portiere avversario dove tirerà il rigore, e gli effetti sono sotto i nostri occhi. Le gang si sono subito attivate a sabotare lo sbirro che ha vinto contro PD e PDL e che finora, duro e testardo come è, non ha voluto fare nessun tipo di mediazione con opposizione ed ex alleati. Il carrozzone di appalti e subappalti esterni della municipalizzata Asìa è stato minacciato dal nuovo piano ecologico &#8211; e già lo era da inchieste della magistratura come nel caso Enerambiente e Ecodeco – e dai suoi gironi infernali di clientele, nepotismi e affarismi politici  sono iniziati i sabotaggi di chi sperava di essere riassunto, di chi era sobillato da oscuri titolari d’impresa in procinto di perdere l’appalto, di operatori contrattualizzati ma che sabotavano per solidarietà verso figli o cognati licenziabili, il tutto con tanto di melassa camorristica qua e là. Su questo fuoco soffiano quelli legati a Nicola Cosentino che con la sconfitta napoletana ci ha perso la faccia, che bella già non era, giurando vendetta dalla sua assurda posizione di coordinatore regionale del PDL ma nemico del governatore Caldoro contro cui è in faida perenne. Il presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro, competente per legge a trovare i siti dove sversare i rifiuti che inondano il capoluogo, costretto per legge a farlo dal Prefetto dopo mesi di inattività faziosa, propone però soluzioni al limite dell’illusionismo e del gioco delle tre carte che puntualmente  si sgretolano e svaniscono nel nulla. Intanto la Lega, azionista della A2A che gestisce l’inceneritore di Acerra, visti minacciati gli interessi della sua società dal sindaco contrario all’inceneritore per Napoli e, se la spuntasse, con un precedente negativo per gli affari locali dei lombardi, non fa passare in parlamento un decreto per portare fuori dalla Campania i rifiuti e boicotta così la nuova giunta napoletana e la città. Gang che stanno in tutti modi difendendo i loro profitti e i loro privilegi contro lo sbirro che non vorrebbe mediare con nessuno, mentre il PD resta a guardare, o tira la pietra e nasconde la manella,in attesa di più morbidezza nei propri confronti da parte del sindaco. Gangs of Naples che vorrebbero affondare lo sbirro e sono disposte a tutto per farlo, anche a lasciar diffondere epidemie per la città. E noi napoletani, per salvaguardare salute e dignità, adesso dovremmo fare come quando guardavamo i film di Clint Eastwood che interpretava l’ispettore Callaghan: dobbiamo tifare per lo sbirro pure se ha la pistola facile. Quindi toglierci la mano dal naso e agire e parlare affinché De Magistris e i suoi ce la facciano ad imporre quell’unica soluzione che è il piano ecologico, contro il piano industriale a cui speriamo presto di poter dire “Coraggio, fatti ammazzare!”. </p>
<p>Questo articolo è uscito su<em>&#8220;La Repubblica Napoli&#8221;,</em> il 26 giugno 2011. Pubblichiamo qui sotto lo scambio tra la società A2A e Maurizio Braucci.<em></p>
<p><strong>Precisazione A2A</strong>:</p>
<p>Gentile Direttore,<br />
in merito all’articolo ” Gangs of Naples, ora c’e’ Gallaghan”, pubblicato oggi dal suo<br />
giornale nella edizione di Napoli, desideriamo precisare alcune inesattezze riguardanti la<br />
società A2A e la società Ecodeco, posseduta al 100 % dal gruppo A2A.<br />
1) L&#8217;accostamento con valutazioni relative ad appalti o subappalti della società Asìa è<br />
improprio, essendo Ecodeco, in Campania, incaricata da Sapna di attività di progettazione<br />
e realizzazione nel sito di Terzigno. Altrettanto inopportuno, perché non veritiero,<br />
l&#8217;accostamento alle inchieste di magistratura menzionate.<br />
2) La società A2A non ha tra i propri azionisti la Lega. La società e’ infatti quotata alla<br />
Borsa italiana, ha circa 130 mila azionisti, tra cui il comune di Milano e il comune di<br />
Brescia, con il 27,5 % di azioni ciascuno. Tra gli azionisti ci sono grandi gruppi<br />
internazionali e molteplici fondi e società di investimento, nazionali e internazionali ed e’<br />
tra le Società italiane a maggior numero di azionisti.<br />
Con la speranza di aver contribuito a fornire indicazioni utili e in attesa di veder pubblicata<br />
questa lettera, porgiamo cordiali saluti.<br />
Ufficio Stampa A2A</p>
<p><strong>Risposta Braucci</strong></p>
<p>Rispondo alla lettera di precisazioni inviata dalla A2A riguardo al mio articolo sull’attacco economico-politico degli operatori del piano industriale contro il piano ecologico, necessario per risolvere la gestione dei rifiuti della città di Napoli e finora promosso dalla giunta del sindaco De Magistris.<br />
La prima precisazione dell’ufficio stampa della A2A è superflua: da una più attenta lettura dell’articolo si evince che non c’è stato da parte mia nessun riferimento ad interventi della magistratura contro quella società né ad appalti con la ASIA. Anzi, tra le due società è ancora in corso un conflitto di interessi (vedi interviste recenti all’AD di ASIA Daniele Fortini) per l’eventuale costruzione e gestione dell’inceneritore a Napoli Est.<br />
In merito invece alla seconda precisazione, ho scritto che la Lega è azionista di questa società non volendolo affermare in senso tecnico: lo statuto della A2A non consente infatti partecipazioni azionarie di rilievo oltre a quelle dei soci fondatori, cioè le municipalizzate di Milano e Brescia AEM, ASM, AMSA; tuttavia, questo limite è compensato da un regolamento per gli incarichi e le nomine che fa sì che esse rispecchino le maggioranze politiche dei comuni in questione e della regione. Trattandosi di una società lombarda, come potrebbe non essere presente la Lega? Essa è infatti uno dei gruppi di potere che attualmente siede nei ruoli chiavi della società incidendo sulle sue scelte gestionali. Per fare un esempio, del Consiglio di Sorveglianza della A2A fa parte Bruno Caparini, padre del deputato della Lega Davide Caparini, mentre il Presidente è Graziano Tarantini in quota Compagnia delle Opere. La lista dei nomi e dei loro legami potrebbe continuare, ma la questione fondamentale è che la A2A, come tante aziende nate da privatizzazioni di servizi pubblici e quindi enormemente agevolate nel loro ingresso e nella loro presenza sul mercato, vive di legami con i partiti. Attualmente, in Campania gestisce (male, direi, visti i continui incidenti alle linee dell’impianto) l’inceneritore di Acerra e percepisce contributi statali, CIP6, finanziati direttamente dalla tassa sui rifiuti regionali TARSU. Inoltre essa aspira a costruire e gestire gli inceneritori previsti in Campania  che saranno forse gli ultimi a godere dei CIP6, contributi ormai abrogati dall’Unione Europea che infatti ne contesta l’utilizzo all’Italia. Sarebbe quindi strano per chiunque pensare che, viste le sue radici partitiche e i grossi interessi che ha in Campania, la A2A non venga aiutata in Parlamento contro il tentativo della nuova Giunta Comunale napoletana di iniziare un ciclo ecologico al posto di quello industriale. Tale è infatti il senso della parte del mio articolo che riguarda la A2A.</p>
<p><strong>(pen)ultima ora</strong>:</p>
<p>Lunedì 4 luglio, con la solita nevroticità incontrollata che lo contraddistingue, il consigliere comunale di Milano ed europarlamentare della Lega Matteo Salvini si lascia scappare una frase che rivela cosa si nasconde dietro le barricate della Lega contro il decreto rifiuti per Napoli. Ecco come appare la notizia sulle agenzie.</p>
<p>&#8220;La provocazione di Salvini: <strong>sì ai rifiuti campani se De Magistris fa l’inceneritore</strong>.&#8221;</p>
<p>Non solo razzismo, ma affari: affari della Lega attraverso la A2A e gli inceneritori previsti in Campania.<br />
</em>mb<em></p>
<p></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/05/gangs-of-naples-with-a-little-padan-green/">Gangs of Naples (with a little padan-green)</a></p>
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		<title>Un po&#8217; per uno</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 15:35:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/imagesCAMD9G0O.jpg"></a></p>
<p>Prima di dare il mio contributo minimo alle piazze di Roma o Milano, mi sono trovata <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/04/a-partire-dalla-munnezza/">turista per caso</a> della protesta a Napoli. ”Pigliamoci un caffè”, suggeriva Maurizio Braucci, “ma poi devo andare a Chiaiano”. Così salivo anch’io sulla sua moto per raggiungere il presidio contro la discarica di turno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/04/un-po-per-uno/">Un po&#8217; per uno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/imagesCAMD9G0O.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/imagesCAMD9G0O-150x150.jpg" alt="" title="imagesCAMD9G0O" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-39503" /></a></p>
<p>Prima di dare il mio contributo minimo alle piazze di Roma o Milano, mi sono trovata <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/04/a-partire-dalla-munnezza/">turista per caso</a> della protesta a Napoli. ”Pigliamoci un caffè”, suggeriva Maurizio Braucci, “ma poi devo andare a Chiaiano”. Così salivo anch’io sulla sua moto per raggiungere il presidio contro la discarica di turno. Da anni molti napoletani, anche meno legati a una prassi di attivismo, hanno rimodellato la loro agenda quotidiana infilando la partecipazione alle iniziative ambientaliste (ma pure a progetti nelle scuole, nei quartieri e nelle carceri) tra gli impegni privati e di lavoro.<span id="more-39502"></span> Quell’esperienza avrà influito sulla vittoria di Luigi de Magistris, salutata con stupore incredulo dal resto d’Italia. Da Napoli, d’altronde, ci si aspetta sempre qualcosa di esagerato. Napoli emerge quando c’è un’emergenza, e non appena cerca di tornare alla normalità, si riprende a farci poco caso. Approfondimenti sulla nuova giunta, per esempio, ci sono stati forniti in maniera assai più parca che per Milano, quando pare evidente che dalle competenze e dall’affidabilità di quelle persone dipende il futuro di una città che è un vulnus per tutto il paese. “Stavolta sembra quanto mai chiaro che vogliono piegarci subito”, dice Maurizio,”rimetterci a nostro posto senza illusioni”. “Chi?”domando. “I soliti. Quelli a cui fa comodo che tutto rimanga come è sempre stato.” Trattare Napoli come un luogo che ci riguarda e ci appartiene, potrebbe invece voler dire, in questi giorni: venirci in tanti per una grande manifestazione e alla fine portarsi via – <em>ognuno a seconda delle sue possibilità</em> – qualche borsa di munnezza, per smaltirla come si deve a casa nostra. E così accorciare ancora di più la lunga stagione in cui la politica era una cosa sporca che accadeva sempre altrove e spettava solo agli altri.</p>
<p>pubblicato su <em>L&#8217;Unità</em>, 27 giugno 2011.<em></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/04/un-po-per-uno/">Un po&#8217; per uno</a></p>
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		<title>Per chi svuota la campana</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/06/23/per-chi-svuota-la-campana/</link>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 07:40:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Rifiuti-Napoli.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Marcello Anselmo</strong></p>
<p>I blattoidei sono un ordine di insetti comunemente noti come blatte, scarafaggi o faluche. L’ordine comprende oltre quattromila specie, divise in sei famiglie. Si annidano nella notte, in posti umidi, si cibano di sostanze derivate dai nostri alimenti, generalmente quelli scartati che vanno a comporre l’umido, qualità della mondezza al centro di recenti attenzioni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/23/per-chi-svuota-la-campana/">Per chi svuota la campana</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Rifiuti-Napoli.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Rifiuti-Napoli-300x200.jpg" alt="" title="Rifiuti Napoli" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-39350" /></a></p>
<p>di <strong>Marcello Anselmo</strong></p>
<p>I blattoidei sono un ordine di insetti comunemente noti come blatte, scarafaggi o faluche. L’ordine comprende oltre quattromila specie, divise in sei famiglie. Si annidano nella notte, in posti umidi, si cibano di sostanze derivate dai nostri alimenti, generalmente quelli scartati che vanno a comporre l’umido, qualità della mondezza al centro di recenti attenzioni.<br />
Sono due notti che gruppi guardinghi di questi insetti corazzati convergono nel vico d’Afflitto, una delle “microarterie” che dai Quartieri Spagnoli sfociano in via Toledo, il salotto buono della città.<br />
<span id="more-39349"></span></p>
<p> L’eco della musica tecno che ha accompagnato l’inaugurazione del nuovo megastore Alcott, si è appena spenta quando un brontolio metallico si appropria della quiete della notte. Figure scure con mascherine sul viso e tute bianche a protezione degli indumenti trascinano dai vicoli cassonetti, carriole, teloni pieni di sacchetti, materiale edilizio, scarti, mondezza. La riversano all’incrocio tra via Santa Brigida e via Toledo, formano una collinetta di detriti della società dei consumi. L’odore è nauseabondo, il timore è che tutta quest’empietà stipata da giorni nei vicoli stretti, diventi un rogo carico di incognite.<br />
I ratti sopraggiungono eccitati, squittiscono aspettando che il trambusto si plachi pregustando un fiero pasto alla luce dei lampioni. Nel cielo opaco di nuvole afose i gabbiani girano in tondo: finalmente non hanno più bisogno di spingersi nell’entroterra per trovare cibo ammonticchiato a buon mercato, possono rimanere nei pressi dei loro nidi del molo San Vincenzo o sulla scogliera del Beverello e poi allontanarsi di poco per beccare i residui di una civiltà che non capiscono. Ghignano con il becco diventato meno acuminato a furia di lacerare plastica.<br />
Sono giorni che i Quartieri Spagnoli sono ammorbati da miasmi provenienti dal percolato di tonnellate di immondizia non raccolta. Cumuli ostruiscono le strade, rendono impossibile la quotidianità di un popolo neanche più offeso ma assuefatto alla subalternità. Un agglomerato sociale immobile incapace di affermare istanze, appagato dal flusso irregolare di denaro che caratterizza l’economia informale e paracriminale della zona, pronto a seguire, per pochi spiccioli, il capopopolo di turno. Sono parte di quella metà di Napoli che non ha votato per LDM, anzi non ha votato per niente. Eppure ora, da due notti, trasportano mondezza, sudano spingendo carichi immondi, maneggiano pale, accatastano rifiuti tra la sede centrale del Banco di Napoli e il teatro San Carlo. Non è una rivolta, è una forma di esasperazione ben temperata da chi questo gioco lo conosce davvero. Mariano ha esperienza, dirige la raccolta della rivolta, indirizza gli adolescenti eccitati nel formare la barricata di mondezza. Valuta il peso dei carichi, distribuisce i ruoli: chi raccoglie, chi sposta e così via. È stato netturbino per ben due società che hanno lavorato per anni con l’Asia (la società comunale che gestisce la raccolta dei rifiuti a Napoli) in seguito allontanate perché prive di certificato antimafia. Adesso è arrabbiato, incazzato nero perché “per lo meno prima i Quartieri restavano puliti”. Erano gli altri a subire le conseguenze di un sistema malato, inefficace. Adesso è il momento di far sentire la propria voce, di far rimuovere quei cumuli che per anni si sono visti solo in televisione, ci pensavano loro (chi?) a tener puliti i vicoli.<br />
Questa crisi del giugno 2011 è una crisi di tipo nuovo, colpisce indiscriminatamente centro e periferia, nessuno ha garanzie, nessuno ha progetti, l’elastico è slabbrato: chi contestava ora è al potere e scopre che arginare una metastasi è compito di Sisifo mentre vaiasse e scugnizzi da operetta diventano i paladini di una rivolta che non c’è. Trasportare l’immondizia dai vicoli al centro seppellisce la contraddizione, il centro è già saturo, ora il problema è dell’intera città, e forse proprio perché l’amministrazione appena eletta ha azzerato le mediazioni prima di aver stretto nuovi sodalizi. Nelle fogne l’immondizia è sopravvivenza, crea reddito, consenso, clientele. La Saittella porta finalmente la propria escrescenza alla suppurazione.<br />
Il rumore dei cassonetti rimbomba tra gli edifici mentre scivolano veloci lanciati dai vicoli alti dei Quartieri, inciampano e si rovesciano sul corso principale di questo paese metropolitano che è diventata la città. All’arrivo di un paio di volanti, le squadrette organizzate si dileguano rinunziando a uno scontro che le stesse guardie temono. La rivolta non è rivolta. La polizia arriva con i militari, dà un’occhiata e scompare. Dai balconi la gente esulta coprendosi la bocca con fazzoletti incapaci di trattenere il fetore. «Abbiamo liberato i Quartieri!», «Venitevi a prendere la monnezza», sono le frasi smozzicate che si sentono tra i tonfi e i rumori sordi. Gli scooter non smettono di circolare, dall’alto sembrano blatte impazzite da tanta abbondanza, è un sogno di motocross metropolitano in cui si corre su un fango artificiale, si schizza percolato, qualcuno – temerario – inizia a lanciare bottiglie di vetro contro i negozi. Ma si ferma subito, la gente censura: perché attaccare la proprietà? Qui non è in gioco un territorio, qui non ci sarà mai una discarica. Qui domina un tipo di esasperazione controllata, sterile, se non per pochi metri quadri di metropoli.<br />
La seconda notte di rivolta inesistente vede già gli sciacalli dello spettacolo piombare con macchine fotografiche, cineprese, cronisti solerti che domani saranno altrove. Chi prende in cura le anime corrose che producono quest’immondizia indifferenziata senza domandarsi perché accade tutto ciò? Chi avrà cura di quegli edili che lavorano a nero in appartamenti abbarbicati in edifici secolari privi di ogni garanzia, che a fine giornata abbandonano scarti di lavorazione accanto a verdura avariata e scatoloni di cartone? Chi proteggerà la salute di giovani donne che per otto ore l’indomani lavoreranno in una conceria improvvisata ospitata da un sottoscala insalubre? Chi potrà offrire risposte a giovani uomini che per poche ore della notte scateneranno la propria rabbia contro i rifiuti da loro stessi creati?<br />
Infine, pigri, arrivano i mezzi dell’Asia, bobcat, autocompattatori, si affrettano a liberare la carreggiata dai rifiuti, magari spostandoli un po’ più in là. All’emergenza si risponde con l’emergenza: niente da dire. Vince sempre chi alza più la voce. Adesso la merda diventa competenza della Provincia, la Celere sarà spedita altrove, in quei luoghi dove l’immondizia è destinata a riposare e putrefare. All’alba i gabbiani calano in picchiata, lottano con i ratti che danno vita una danza fatta di scatti, quasi immobile. Quel ronzio che si sente in sottofondo è il frinire delle blatte che rosicchiano felici ciò che resta della dignità. La luna opaca di mezza estate riflette sui ghigni dei gabbiani sempre più lontani dal mare del golfo. <em>Suerte</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/23/per-chi-svuota-la-campana/">Per chi svuota la campana</a></p>
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		<title>Ritratti dalla città delle navi</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 15:02:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bottalico</strong></p>
<p>Le parole di Peppino ostentano una calma tradita a tratti dalla collera. Un vago sentimento di orgoglio attraversa il suo volto mentre divaga sui vecchi ricordi, ma cerca di reprimerlo guardando fuori alla finestra, al di là della banchina desolata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/03/ritratti-dalla-citta-delle-navi/">Ritratti dalla città delle navi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bottalico</strong></p>
<p>Le parole di Peppino ostentano una calma tradita a tratti dalla collera. Un vago sentimento di orgoglio attraversa il suo volto mentre divaga sui vecchi ricordi, ma cerca di reprimerlo guardando fuori alla finestra, al di là della banchina desolata. Ai suoi occhi non c&#8217;è niente di più affascinante della costruzione di una nave. I nonni erano maestri d&#8217;ascia e suo padre era fabbro artigiano, artefice dei brevetti tutt&#8217;ora presenti sul veliero Amerigo Vespucci, come i maniglioni, i ganci a scotta, l&#8217;apparato veliero. Peppino è stato il penultimo della sua famiglia a entrare nei cantieri navali. Adesso ci lavora uno dei suoi figli.<br />
Il tempo in cui il cantiere navale di Castellammare era portato avanti da maestranze e galeotti è un&#8217;immagine sfocata nella memoria, eppure i vecchi operai ricordano ancora alcuni aneddoti del recente passato, non dimenticano certi episodi indelebili, come quella volta in cui Mussolini venne in città per visitare il cantiere e restò impietrito dal silenzio assordante colmo di disprezzo delle maestranze schierate ai lati lungo il suo percorso. <span id="more-39221"></span>Il ministro di Ferdinando IV di Borbone Giovanni Acton, nel 1783 trovò finalmente in questa città i requisiti migliori per far nascere un cantiere in grado di fornire la Regia flotta di nuove navi. Boschi alle pendici del monte Faito che assicuravano un ottimo legno, acque sorgive, consolidata competenza dei maestri d&#8217;ascia. La posizione era perfetta e per la costruzione del cantiere furono utilizzati i condannati ai lavori forzati. All&#8217;epoca si costruivano i vascelli, di lì a poco sarebbero uscite le prime navi a vapore e i primi scafi in ferro. Il primo varo fu quello della corvetta Stabia, chiamata così in omaggio alla città.<br />
Da allora cominciò tutta la storia.<br />
La passione per le costruzioni navali a Peppino gli è stata trasmessa sotto forma di storie uscite da quel cantiere insieme alle navi varate nel suo celebre passato. La nave per lui possiede un&#8217;idea di perfezione, è la rappresentazione galleggiante e irraggiungibile di un elemento senza eguali. Vedere una lamiera dritta e poi sagomata, con quelle forme armoniose, talmente incredulo che ti domandi com&#8217;è che il ferro sia diventato così pomposo. «E poi c&#8217;è il famoso principio di Archimede, io l&#8217;ho imparato quando entrai in cantiere. La famosa storia del guscio di noce. Ti chiedi perché la nave non affonda, sei curioso di capire com&#8217;è che il ferro galleggia. Il principio di Archimede, lo dice la storia: Un guscio di noce che cadde dall&#8217;albero e si aprì, poi venne a piovere e in un ruscello il guscio di noce cominciò a galleggiare. Quello è il principio di Archimede».<br />
Tra le tante navi costruite, una di quelle che il padre gli raccontava spesso quando aveva dieci anni era il Giovanni dalle bande nere, un incrociatore requisito durante il conflitto mondiale dall&#8217;Unione Sovietica prima di essere colpito e affondato. Quella nave era talmente lunga e pesante che al momento del varo restò incagliata nello scalo. Furono costretti a iniziare una procedura complicatissima per farlo scendere definitivamente a mare, gli operai lavorarono in acqua per parecchi giorni. «Una delle navi più armate che aveva la Marina Italiana, Giovanni dalle bande nere! Non so quanti cannoni portava e quanti armamenti. Figurati tutte quelle bocche dei cannoni!». </p>
<p>Quando a Castellammare dominava la democrazia cristiana di Antonio Gava, Peppino imparava il mestiere di artigiano tappezziere, s&#8217;incontrava insieme ai coetanei sul lungomare, andava a pescare sulla banchina, e da qualsiasi parte della città riusciva a vedere il profilo imponente del cantiere. Il suo orientamento spontaneo andava sempre a finire verso quella direzione, ne era profondamente attratto. Da quando aveva dodici anni, Peppino non si perdeva neanche un varo. «Ma vuoi sapere quand&#8217;è che rimasi veramente affascinato? Da bambino, quando entrai là dentro da solo. Ho questo ricordo che non si cancella dalla mente mia, di quando venne il presidente della Repubblica Segni a presenziare al varo della Vittorio Veneto, che è stata l&#8217;ammiraglia della Marina militare italiana prima di entrare in forza alla portaerei Garibaldi. All&#8217;ingresso principale del cantiere, ai due lati ci sono due grossi cannoni borbonici poggiati su dei basamenti. Sono enormi. Io tenevo dodici anni, mi misi a cavallo di uno di quei cannoni e vidi entrare il presidente della Repubblica, e lui con il gesto dalla macchina salutò a me che stavo a cavalcioni sui cannoni. Poi ho fatto le assemblee alzandomi là sopra, mettendomi in piedi con il megafono in mano. In tutta la vita che ho passato in cantiere, da operaio e da rappresentante sindacale, per me quei cannoni sono stati un punto di riferimento».</p>
<p>Si chiamava Italcantieri quando è entrato a diciassette anni. Peppino aveva seguito un corso di formazione di tracciatore navale e fu destinato in uno dei raparti eccellenti dell&#8217;epoca, la sala traccia, una sorta di sala parto dei cantieri navali, luogo in cui si sviluppavano i disegni delle navi da costruire in scala naturale. Era un lavoro professionale, vedevi il disegno tracciato su una pavimentazione lunga quanto tutta la nave. C&#8217;erano disegnate le parti strutturali, la poppa, la prua, la sovrastruttura, dai doppifondi fino ai ponti di comando. Prima del suo ingresso ai cantieri c&#8217;era stato un esodo di vecchi lavoratori e Peppino, insieme agli altri operai, rimpiazzò quelli andati via ereditando la loro conoscenza. Da quel reparto vedeva nascere la nave, dal disegno su carta dell&#8217;ufficio tecnico e sulla pavimentazione della sala traccia quell&#8217;idea senza eguali diventava materia a poco a poco, fino a giungere alla composizione dei blocchi, al montaggio, al varo e alla consegna. «Quando entrai in cantiere c&#8217;era in costruzione una nave tutt&#8217;ora in forza alla Marina militare, che oggi sta navigando e fra poco andrà in disarmo: l&#8217;incrociatore Ardito. Quella è stata la prima nave su cui ho lavorato. Durante la sua costruzione morirono un paio di operai, caddero giù dai ponteggi nel bacino in secca. E anche l&#8217;Ardito sta per andare in pensione, si pensa di farne un museo e forse di farla ormeggiare qui a Castellammare. Ma questo è solo un ricordo».<br />
Fu in quegli anni che l&#8217;ufficio tecnico venne trasferito nella sede centrale di Trieste. Dopo un po&#8217; di tempo fu dato in appalto anche il suo reparto e la sala traccia fu smantellata. Era la metà degli anni settanta. Peppino fu destinato in montaggio. Il trasferimento dell&#8217;ufficio tecnico fu un primo danno grave: «Era il “cervello” del cantiere, dove nasceva il disegno. Togliendocelo da Castellammare diventammo già in quell&#8217;occasione dipendenti della sede di Trieste. Ci fu una prima dispersione di tecnici e di ingegneri».<br />
Nei pressi dei cantieri navali c&#8217;era l&#8217;istituto Leonardo Fea, una scuola di formazione teorica e pratica di tecnici e operai aperta ai giovani. «Da quella scuola sono usciti i migliori tecnici. Molti direttori che hanno condotto il cantiere sono stati formati lì e sono andati a fare i dirigenti, i capi sezione. Hanno avuto la soddisfazione di formarsi e poi dirigere il cantiere, ed era un orgoglio per Castellammare. Poi si decise che quell&#8217;istituto andava soppresso poiché non era più possibile reggerlo. E perdemmo pure una fonte di conoscenza e formazione».<br />
Fu un ulteriore danno: decapitazione dell&#8217;ufficio tecnico e chiusura dell&#8217;istituto di formazione. Due fasi che hanno pregiudicato il modo di affrontare tutto ciò che è venuto in seguito, compresa la crisi armatoriale degli anni ottanta. Nel tempo si è persa anche la possibilità di avere una categoria di meccanici e motoristi all&#8217;interno del cantiere, un terzo o quarto potere della nave poiché la sua propulsione è importantissima. «Gruppi elettrogeni, motori, pompe, impianti di raffreddamento, facevamo tutto noi. Oggi ci limitiamo soltanto a vedere altri&#8230; cioè quando avevamo ancora lavoro. I nostri non ci sono più, non si sono formati più quei lavoratori. Le nuove generazioni di operai sono competenti, il cantiere è sempre stato produttivo, ma oggi è cambiata proprio la natura del lavoro. Le parti salienti, scafo, motore e arredi, erano le mansioni importanti che facevamo noi. Le abbiamo perse, non le abbiamo più. Ci siamo ridotti a fare il guscio della tinozza».<br />
Bisognava perseguire la strada dell&#8217;abbattimento dei costi e a partire dagli anni settanta si è cominciato a dare il lavoro in appalto alle ditte esterne. Allora si costruivano le cosiddette “navi dei cento giorni”, le bulk, navi di trasporto delle merci alla rinfusa. Cassoni con le stive, i portelloni, un po&#8217; di prua, la poppa, il motore propulsivo e il ponte di comando con gli alloggi dell&#8217;equipaggio. Quelle navi non richiedevano lavoro aggiunto e gli operai le costruivano in novanta giorni. I vertici dell&#8217;azienda dissero che dopo quelle costruzioni ci sarebbe stato il boom e che Castellammare avrebbe occupato un&#8217;altra volta la posizione che le spettava. Furono firmati accordi ministeriali e aziendali con tutte le parti sociali. Fincantieri s&#8217;impegnava affinché il cantiere di Castellammare diventasse il fiore all&#8217;occhiello del settore cantieristico italiano&#8230;</p>
<p>«Una nave non è fatta di cioccolato, non si tratta di una catena di montaggio di profumi. Si fanno navi? Si fanno col ferro, con i metalli pesanti. Dunque ambienti inquinati, rumorosi, polverosi. Un lavoratore quando tornava a casa per forza d&#8217;inerzia parlava in famiglia, diceva “madonna mia, non sai che giornata ho passato oggi in cantiere, sono stato nel doppiofondo!”. Il doppiofondo è una camera doppia, e per poter andare ad accoppiare i doppifondi bisognava entrare dentro a dei buchi e saldare, rendere tutt&#8217;uno i blocchi, vale a dire i pezzi di nave che venivano assemblati. Per poterci arrivare dentro spesso si moriva di esalazioni, succedevano autocombustioni, esplosioni, incendi. Quando si tornava a casa si parlava, con le mogli, i figli, al bar con gli amici, con la gente, e in città si sapeva che all&#8217;interno del cantiere era pericoloso, che era un ambiente insalubre e insicuro.<br />
«Noi abbiamo avuto a che fare con attività esposte a sostanze nocive, le navi venivano coibentate con la fibra di amianto. Fino agli anni novanta e oltre. Anzi li abbiamo tenuti illegalmente in applicazione oltre gli anni novanta. Nel novantadue fu bandito quell&#8217;uso perché risultò ufficialmente mortale, ma la Fincantieri ha continuato a utilizzare tutte le scorte che aveva a terra nonostante la legge lo vietasse. Questa è stata una delle questioni che il sindacato dovette subito affrontare. Si verificavano le famose malattie professionali, mortalità inaudite a cui nessuno sapeva dare una risposta. Il novanta per cento di quelle malattie era mesetelioma polmonare, cioè fibre di amianto, asbestosi. E ne sono morti parecchi, che poi venivano diagnosticati come un tumore ma non veniva specificata la fonte. Per questa ragione c&#8217;è stato un altro esodo. Gli operai sono andati in pensione anticipatamente, chi di cinque anni, chi di dieci anni. Io sono andato via con otto anni di anticipo nel duemila. Sono uscito dal cantiere dopo trentacinque anni a testa alta. Mi ero messo l&#8217;anima in pace perché l&#8217;avevo lasciato con dieci navi da costruire, in piene assunzioni e con un profitto enorme».</p>
<p>Lo smantellamento dell&#8217;apparato produttivo di Castellammare cominciò verso la metà degli anni ottanta. Prima di allora c&#8217;era Fincantieri, l&#8217;Avis, i cantieri metallurgici. C&#8217;era la Meridbulloni, la fabbrica della Cirio. Intorno al settore metalmeccanico ci giravano circa diecimila operai. Fincantieri ora è l&#8217;unica realtà rimasta, «e dobbiamo difenderla come Rambo. Questi devono capire che la città non può subire un tracollo del genere. Io a Castellammare ci sono nato, la amo, e non posso denigrare quello che è stato il suo passato. Ci sono stati momenti bui, gioiosi, attualmente ci sono dubbi sul futuro, però quello che grava molto è che c&#8217;è un sindaco che non conosce il mare. Non è di Castellammare, non conosce la cantieristica. Questo nientedimeno si è permesso di dire che il cantiere deve diventare un polo crocieristico, di approdo di navi da crociera. Mi auguro che non sia vero niente e che venga smentita sta cosa, ma deve essere smentita da chi l&#8217;ha annunciata. Lui vorrebbe far approdare le navi, far scendere i turisti dove adesso sta il cantiere, metterli nei pullman e portarli nelle zone di Sorrento e della costiera, ma a Castellammare quelli non spendono un euro. Facciamo qua la pezza e qua il sapone! Stiamo a due passi da Sorrento, a due passi da Positano, da Vico Equense. I turisti scendono, si mettono nei pullman e se ne vanno. E questo è venuto fuori dal sindaco di Castellammare».<br />
Peppino si sporge, mi indica la banchina e volge uno sguardo indignato verso il cantiere. La sua voce cambia improvvisamente, s&#8217;infervora. C&#8217;è un traghetto della Tirrenia ormeggiato nello specchio d&#8217;acqua, in stato di abbandono. «Sono via da dieci anni da quella realtà. Mai visto il cantiere in una condizione del genere. Vederlo così, senza stimoli, senza prospettive e senza qualcuno che dice il da fare, vedere il cantiere vuoto&#8230; Un cantiere storico, che ha quasi trecento anni di vita, che ha costruito le navi più famose e più conosciute al mondo. Dal battiscafo Trieste alle navi militari, Giovanni delle bande nere, Vittorio Veneto, Amerigo Vespucci, le navi più prestigiose! La prima nave in ferro. I vascelli, quando erano velieri. La nave Partenope, esposta al museo di Napoli… la nave Partenope! Il primo vascello fatto in legno. Le navi più sofisticate come le navi perforatrici, le navi di ricerca dei fondali marini. Abbiamo fatto navi frigorifero, abbiamo fatto bananiere, abbiamo fatto le migliori navi, le più belle navi. Per non parlare delle ultime serie di navi ad alto rendimento turistico e passeggeri. Dopo aver dato la possibilità a centinaia e centinaia di giovani di fare in modo che venissero inseriti in quel processo produttivo, portando avanti l&#8217;eredità dei loro padri, dei loro antenati. Quando li vedevo entrare nel cantiere ero fiero perché ricordavo quando ero stato assunto io. Vedere oggi un cantiere che nessuno ti sa dire quali prospettive tiene, certo che ti viene un magone! Ti viene angoscia. Ti viene collera». «Basta. Non ne voglio parlare più!». Peppino si alza con uno scatto dal divano e si allontana. Là fuori, una città è rinchiusa nella snervante attesa del silenzio pomeridiano, in quel solco di tempo in cui il futuro non è ancora arrivato e il passato non esiste più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/03/ritratti-dalla-citta-delle-navi/">Ritratti dalla città delle navi</a></p>
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		<title>Un&#8217;altra Galassia &#8211; Festa del libro e degli scrittori a Napoli</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 09:25:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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<p>“Un’Altra Galassia – Napoli Sotterranea” nasce dalla volontà di un collettivo di scrittori e giornalisti, supportati da un imprenditore locale, per ridare alla città di Napoli una festa del libro. </p>
<p>Una festa della città per restituire la letteratura alla città. Assolutamente indipendente: organizzata senza alcun tipo di patrocinio e finanziamento pubblico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/16/unaltra-galassia-festa-del-libro-e-degli-scrittori-a-napoli/">Un&#8217;altra Galassia &#8211; Festa del libro e degli scrittori a Napoli</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/galassia-1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/galassia-1-300x220.jpg" alt="" title="galassia 1" width="300" height="220" class="alignleft size-medium wp-image-39043" /></a></p>
<p>“Un’Altra Galassia – Napoli Sotterranea” nasce dalla volontà di un collettivo di scrittori e giornalisti, supportati da un imprenditore locale, per ridare alla città di Napoli una festa del libro. </p>
<p>Una festa della città per restituire la letteratura alla città. Assolutamente indipendente: organizzata senza alcun tipo di patrocinio e finanziamento pubblico. </p>
<p>Quattro scrittori (Rossella Milone, Valeria Parrella, Piero Sorrentino e Massimiliano Virgilio), due giornalisti (Pier Luigi Razzano e Francesco Raiola) e il presidente di <em>Napoli Sotterranea</em> (lo speleologo Enzo Albertini) hanno pensato a una festa di tre giorni che si svilupperà nel centro di Napoli, lungo il Decumano superiore: da Port’Alba a Piazza San Gaetano, con la collaborazione delle librerie napoletane. <span id="more-39042"></span></p>
<p>“Un’Altra Galassia – Napoli Sotterranea” vuole restituire alla città, e ai suoi luoghi, la sua vocazione culturale. Gli incontri con gli autori si terranno in luoghi speciali del centro storico, tra cui il sagrato e il chiostro della chiesa di san Paolo Maggiore e gli spazi della Napoli Sotterranea. </p>
<p>I tre giorni di festa si terranno dal 3 al 5 giugno 2011: un <em>week end</em> dedicato alla letteratura con scrittori stranieri e italiani.</p>
<p>Caratteristica fondamentale di “Un’Altra Galassia” è la totale gratuità degli eventi e dei laboratori, prevedendo tra l&#8217;altro sconti per l’acquisto di libri presso le libreria convenzionate che espongono il logo della manifestazione.</p>
<p>Il logo di &#8220;Un&#8217;altra Galassia&#8221; è di Anna e Rosaria Corcione.</p>
<p>Tutte le informazioni sono su <a href="http://www.unaltragalassia.it">www.unaltragalassia.it</a></p>
<p><strong>PROGRAMMA<br />
</strong></p>
<p><em>Venerdì 3 giugno 2011</em></p>
<p>ore 17  Sagrato di San Paolo Maggiore</p>
<p>Reading di scrittori da <strong>Tommaso Landolfi </strong>(leggono: Diego De Silva, Rossella Milone,Valeria Parrella, Piero Sorrentino, Massimiliano Virgilio) </p>
<p>Ore 18, 30 Chiostro Grande di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Incontro con <strong>Letizia Muratori </strong>(modera Rossella Milone)</p>
<p>Ore 21  Sagrato di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Concerto “Ballads”, un concerto di <strong>Francesco Di Bella</strong> (24 Grana) e <strong>Alfonso ‘Fofò’ Bruno</strong></p>
<p><em>Sabato 4 giugno 2011</em></p>
<p>Ore 11  Antico Refettorio di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Lezione di poesia di <strong>Valerio Magrelli</strong> </p>
<p>Ore 16,45 Sagrato di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Reading di <strong>Ascanio Celestini</strong></p>
<p>Ore 18,45 Chiostro Grande di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Incontro con <strong>Ricardo Menéndez Salmòn</strong> (modera Maurizio Braucci)</p>
<p>Ore 21 Napoli Sotterranea</p>
<p>•	Seduta Spiritica. <strong>Giuseppe Montesano</strong> evoca <strong>Charles Baudelaire</strong>: l&#8217;autorevole studioso del grande autore farà da <em>medium </em>rispondendo per lui alle domande dei lettori.</p>
<p>Ore 22,30 Napoli Sotterranea</p>
<p>•	Seduta Spiritica. <strong>Matteo Codignola</strong> evoca <strong>Mordecai Richler:</strong> il traduttore &#8211; nonché amico personale &#8211; dell’ autore canadese farà da <em>medium </em>rispondendo per lui alle domande dei lettori.</p>
<p><em>Domenica 5 giugno 2011</em></p>
<p>Ore 12,30 Antico Refettorio</p>
<p>•	Incontro con <strong>Mauro Covacich </strong>(modera Lorenzo Pavolini)</p>
<p>Ore 17 Chiostro Grande</p>
<p>•	50 anni di <em>Ferito a morte:</em> incontro con <strong>Raffaele La Capria</strong> (modera Silvio Perrella)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/16/unaltra-galassia-festa-del-libro-e-degli-scrittori-a-napoli/">Un&#8217;altra Galassia &#8211; Festa del libro e degli scrittori a Napoli</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Tutta colpa di feis buk</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 06:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em> Pubblico con grande piacere questo resoconto di due insegnanti delle scuole superiori di Napoli su un&#8217;iniziativa nata spontaneamente e senza sponsor per invitare le ragazze e i ragazzi alla lettura, rendendoli parte attiva e non solo fruitori obbligati. Con l&#8217;augurio che l&#8217;idea possa continuare e crescere in tutto il paese.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/04/tutta-colpa-di-feis-buk/">Tutta colpa di feis buk</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em> Pubblico con grande piacere questo resoconto di due insegnanti delle scuole superiori di Napoli su un&#8217;iniziativa nata spontaneamente e senza sponsor per invitare le ragazze e i ragazzi alla lettura, rendendoli parte attiva e non solo fruitori obbligati. Con l&#8217;augurio che l&#8217;idea possa continuare e crescere in tutto il paese. FM. </em></p>
<p>di <strong> Diana Romagnoli e Maria Laura Vanorio </strong></p>
<p>“Professorè, tutta colpa di feis buk”, con queste parole esordisce una mamma al colloquio genitori-docenti per giustificare l’insufficienza della figlia nella prova scritta di italiano. Mai nessuno ci aveva sintetizzato con tanta efficacia le critiche ai social network, colpevoli agli occhi di genitori e insegnanti, di distrarre i giovani dalla lettura e dalla scrittura, critiche tanto lapalissiane quanto diffuse, se in un recentissimo e augusto consesso di linguisti (De Mauro, Eco, Serianni) lo stesso Eco ha riportato la leggenda metropolitana dello studente che trasforma il povero Nino Bixio in Nino Biperio (D. Pappalardo, <em>La Repubblica</em>, 22/2/2011); e allora tutti contro la lingua contratta e frammentata dei messaggini della <em>texting generation</em>. Il problema naturalmente è quanto mai complesso e per non relegarci al ruolo stucchevole di collezioniste di frasi da bestiario, abbiamo deciso di rifugiarci proprio in un concorso di scrittura. <span id="more-38312"></span>È nata così l’idea di un progetto, <a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=205901109423273&#038;ref=ts#!/home.php?sk=group_183321408361773"><strong><em>La pagina che non c&#8217;era</em></strong></a>, che impegnasse gli allievi nella scrittura <em>à contrainte</em>, ideato da tre insegnanti dell’Istituto Statale Superiore “Pitagora” di Pozzuoli (Na), <strong>Raffaella Bosso, Diana Romagnoli</strong> e <strong>Maria Laura Vanorio</strong> con la collaborazione di <strong>Giuseppe Girimonti Greco</strong> e finanziato grazie alla generosità di un Consiglio d’Istituto che l’ha votato insieme a tanti altri progetti educativi.<br />
Per superare la naturale diffidenza dei ragazzi nei confronti dell’ “atto della lettura”, abbiamo pensato di raccoglierli intorno ai libri ricorrendo a un gioco letterario, che consiste nel calarsi mimeticamente e fisicamente fra le pagine di un autore: nell’imparare a riconoscere in modo empirico la traccia delle diverse scritture, nell’imitarle per poi aggiungere la propria pagina, quella che non c’era, in un punto qualsiasi del libro. Per questa prima edizione del premio abbiamo scelto <em>Lo spazio bianco di <strong>Valeria Parella</strong>, Ed. Einaudi, 2008, </em><em>Zoo col semaforo </em> di <strong>Paolo Piccirillo</strong>, Ed. Nutrimenti, 2010 e <em>Bambini bonsai</em> di <strong>Paolo Zanotti</strong>, Ed. Ponte alle Grazie, 2010, e con ciascuno di questi scrittori è stato organizzato un incontro. I docenti e gli alunni hanno aderito con entusiasmo e i contatti con le diverse scuole si sono moltiplicati in poche settimane con un risultato tanto inaspettato quanto gradito, che in questi tempi bui consola non poco.<br />
Ci siamo così trovate a programmare il nostro primo appuntamento il venti dicembre, per  presentare l’idea ai colleghi e agli alunni che avevano risposto al nostro invito, ma alle quattro del pomeriggio l’Aula Magna era ancora vuota; squillavano i cellulari che annunciavano continue disdette da parte degli insegnanti: consigli di classe, riunioni straordinarie e altri motivi li distoglievano dal venire, perché nel frattempo le scuole di Napoli e provincia come quelle di tutt’Italia avevano seguito gli atenei nella lotta alla riforma Gelmini. Anche il liceo “Pitagora” usciva da due settimane di occupazione, un’occupazione decisa durante un’assemblea infuocata alla quale noi docenti avevamo partecipato, ma da cui eravamo stati banditi: i ragazzi volevano protestare da soli, radicalmente diffidenti verso ogni forma di manifestazione che legasse il loro disagio al nostro. A un certo punto però l’aula ha cominciato a riempirsi di allievi sorridenti che da scuole anche lontane hanno raggiunto, pur senza i loro insegnanti, la nostra.<br />
A gennaio e a febbraio abbiamo incontrato Valeria Parrella e Paolo Piccirillo: alcuni studenti li hanno presentati ai compagni, dialogando direttamente con loro senza inutili distanze e gerarchie; tutti hanno avuto la possibilità di avvicinarsi agli autori, discesi dai piedistalli, parlando liberamente. Di questi appuntamenti hanno poi raccolto delle immagini che monteremo in un documentario.<br />
<strong>L’ultimo incontro con Paolo Zanotti si terrà oggi 4 marzo presso il liceo Genovesi di Napoli alle 15.30</strong>: anche questa volta ci sposteremo in un nuovo liceo, infatti, abbiamo deciso di riunirci in scuole della città e della provincia sempre diverse, perché ci piace pensare che il progetto possa unire e collegare luoghi e istituzioni scolastiche anche lontane fra loro, delineando idealmente uno spazio geometrico nel quale espandersi e favorendo in tal modo il  confronto tra gli allievi e una migliore relazione con i loro professori.<br />
Infine, la parte propositiva e creativa dei ragazzi senza insegnanti: la stesura della pagina fantasma, che invieranno alla commissione composta dalle docenti organizzatrici e dai tre autori, i quali con un gioco nel gioco si imiteranno a vicenda. Verranno premiati tre lavori, uno per ciascuno scrittore, con un buono simbolico da spendere – ancora una volta –  in libri.<br />
Il prossimo anno l’utopia è quella di continuare, facendo diventare il nostro un concorso nazionale, alla ricerca dello sponsor che non c’era. Tante le suggestioni teoriche sulle quali stiamo meditando, sicuramente qualche critica nell’impostazione metodologica ce la siamo meritata, ma se, fuor di retorica, di vittoria si può parlare, questa è da ricercare nella risposta dei ragazzi, che hanno letto attentamente tre libri e per una volta senza scaricare le trame da internet. La scrittura è allora solo un’astuzia, e nemmeno tanto segreta, un gioco che si presenta come un fine, ma che, invece, per l’appunto, è un mezzo.<br />
E se anche a noi scriventi è concesso di aggiungere “la pagina che non c’era”, ci viene voglia di inserirci tra le righe del bel libro di Luca Serianni, <em>L’ora d’italiano</em>, Ed. Laterza, 2010. Naturalmente il nostro obiettivo non è quello di formare scrittori, convinte come siamo con Beniamino Placido che in Italia ci sono sempre stati troppi scrittori e pochi lettori: abbiamo la pretesa di insegnare, attraverso questo lusus oulipiano, la grammatica della scrittura, della lettura e della fantasia (Rodari), dalla quale potrà germinare da sé il piacere di leggere che non può mai essere imposto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/04/tutta-colpa-di-feis-buk/">Tutta colpa di feis buk</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>“i miosotìs” premio di letteratura delle edizioni d&#8217;if</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/03/03/%e2%80%9ci-miosotis%e2%80%9d-premio-di-letteratura-delle-edizioni-dif/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 13:40:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>“i miosotìs”<br />
PREMIO DI LETTERATURA<br />
INTITOLATO A GIANCARLO MAZZACURATI E A VITTORIO RUSSO</strong><br />
“i miosotìs” (poesia e prosa)<br />
sesta edizione – febbraio / ottobre 2011<br />
Interventi grafici – Studio Guida<br />
<br />
Dedichiamo il premio a Giancarlo Mazzacurati e a Vittorio Russo, e alla loro fertile amicizia (da cui hanno tratto giovamento generazioni di studiosi napoletani), non solo per omaggiare due intellettuali che hanno con il loro lavoro dato lustro a questa città, ma anche per ricordare quell’opera comune, in uno appassionata e politica, con cui cercarono di contribuire, qui a Napoli, alla rinascita della società civile e allo svecchiamento della cultura.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/03/%e2%80%9ci-miosotis%e2%80%9d-premio-di-letteratura-delle-edizioni-dif/">“i miosotìs” premio di letteratura delle edizioni d&#8217;if</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“i miosotìs”<br />
PREMIO DI LETTERATURA<br />
INTITOLATO A GIANCARLO MAZZACURATI E A VITTORIO RUSSO</strong><br />
“i miosotìs” (poesia e prosa)<br />
sesta edizione – febbraio / ottobre 2011<br />
Interventi grafici – Studio Guida<br />
<span id="more-38296"></span><br />
Dedichiamo il premio a Giancarlo Mazzacurati e a Vittorio Russo, e alla loro fertile amicizia (da cui hanno tratto giovamento generazioni di studiosi napoletani), non solo per omaggiare due intellettuali che hanno con il loro lavoro dato lustro a questa città, ma anche per ricordare quell’opera comune, in uno appassionata e politica, con cui cercarono di contribuire, qui a Napoli, alla rinascita della società civile e allo svecchiamento della cultura.</p>
<p>Il premio è organizzato, gestito e finanziato – senza contributi pubblici – dalle Edizioni d’if di AntoNietta Caridei sas (<a href="http://www.edizionidif.it">www.edizionidif.it</a>)<br />
segreteria del premio e ufficio stampa: stefania@edizionidif.it<br />
organizzazione eventi: Ass. Eurisco trova chi ricerca</p>
<p><strong>BANDO DEL PREMIO</strong></p>
<p>1. Opera di poesia o prosa (inedite)</p>
<p>Al Premio si concorre con un’opera di poesia o prosa inedite, il cui formato – obbligatorio – va riportato alla collana «i miosotìs» delle Edizioni d’if. Tale formato, ritenuto dalla Giuria requisito determinante per l’ammissione al premio, è il seguente, con l’avvertenza che tale impaginazione, a cura della d’if, non è richiesta ai partecipanti, che dovranno solamente tenerne conto all’incirca:</p>
<p>1. formato esterno cm. 10,5 x 17 – gabbia interna della pagina: cm 8 x 13,5 contenente al massimo 24 linee (comprese le bianche; ogni linea può contenere un massimo di 50 caratteri spazi inclusi);<br />
2. pagine 32-36 (compresi apparati e soglie).</p>
<p>La collana «i miosotìs» ha attualmente 53 titoli e, nonostante le difficoltà di distribuzione della piccola editoria di qualità, ha una discreta circolazione nazionale ed è presente in molte biblioteche. Con essa si va costituendo uno specimen antologico della nuova letteratura italiana, particolarmente apprezzato da lettori, cultori e specialisti, come testimonia una lusinghiera rassegna-stampa e i giudizi di critici e poeti. A essa, da tre anni e con cadenza annuale, si affianca il Registro di poesia con i selezionati di ciascuna edizione del premio.<br />
Fra i testi pervenuti, la Giuria del Premio sceglie tre o quattro operette finaliste (è previsto il «pari merito») che sono pubblicate nella collana «i miosotìs» delle Edizioni d’if, che ne acquisisce i diritti a titolo gratuito per cinque anni. Ogni autore pubblicato riceve dieci copie omaggio; altre copie potranno essere acquistate con lo sconto autore del 30%.</p>
<p>Oltre ai vincitori, tra i testi di questa edizione, la Giuria del Premio seleziona altri autori di cui pubblicare stralci antologici assieme ai profili dei vincitori nel Registro di poesia n#5 a cura di Gabriele Frasca (formato cm 13 x 25) con il disegno di copertina dono di un artista napoletano. </p>
<p><strong>Giuria del premio</strong></p>
<p>Nietta Caridei – editrice, scrittrice (presidente)<br />
Giancarlo Alfano. – critico letterario<br />
Gabriele Frasca – scrittore, critico e poeta</p>
<p>Le opere pubblicate sono inviate – a giudizio della segreteria del Premio – a critici, quotidiani e riviste, che ne fanno richiesta. Per la cerimonia di premiazione (ottobre-novembre 2011) rimane sede ufficiale del Premio il Museo per arti contemporanee Hermann Nitsch di Napoli (<a href="http://www.museonitsch.org">www.museonitsch.org</a>).</p>
<p>Le decisioni della Giuria sono rese pubbliche entro settembre 2011. Ai vincitori e ai selezionati arriva una comunicazione, via e-mail, dalla segreteria del premio. Inoltre, i risultati sono comunicati, sempre via e-mail, a tutti i partecipanti al premio, oltre che pubblicati sul sito della d’if.</p>
<p><strong>Istruzioni per la partecipazione e l’invio dei testi</strong></p>
<p>Per partecipare e inviare i testi, basta allegarli a un messaggio di posta elettronica per dif@edizionidif.it (formato word o rtf + pdf), accompagnati da una breve nota biobibliografica (dati personali con codice fiscale; recapiti postali, telefonici, e mail; attività svolta, eventuali pubblicazioni, premi, ecc.) e da una liberatoria con firma autografa per l’eventuale pubblicazione e il trattamento dati (segue modello).<br />
La segreteria del premio ne darà riscontro sempre via e-mail. Per evitare il rincorrersi di numerose e-mail si ritengono valide e accettate solo le documentazioni complete (compreso l’elenco dei libri omaggio &#8211; segue).</p>
<p>Per maggiori informazioni sulle collane e l’attività della d’if consultare il sito <strong>www.edizionidif.it</strong>. </p>
<p><strong>Segreteria del premio: </strong></p>
<p>Stefania Mite &#8211; tel. 0810380724 / cell. 3801727673<br />
e-mail: stefania@edizionidif.it</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/03/%e2%80%9ci-miosotis%e2%80%9d-premio-di-letteratura-delle-edizioni-dif/">“i miosotìs” premio di letteratura delle edizioni d&#8217;if</a></p>
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		<title>Io e Anne a Napoli</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/11/24/io-e-anne-a-napoli/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/11/24/io-e-anne-a-napoli/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 15:20:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/335anne-sexton.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/1_lorusso.jpg"></a></p>
<p><strong>Giovedì 25 novembre ore 18.00 </strong><br />
<br />
Libreria Treves </p>
<p>Piazza del Plebiscito, Napoli </p>
<p><strong>Rosaria Lo Russo,<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/22/confessioni-sulla-tratta-firenze-%E2%80%93-bostonio-e-anne-di-rosaria-lo-russo/">Io e Anne</a>, Edizioni d’if</strong> </p>
<p><strong>Giancarlo Alfano</strong> discute con l’autrice </p>
<p><em>Io e Anne</em> è un atto di amore per la statunitense <strong>Anne Sexton </strong>che la sua traduttrice e performer esegue a mo’ di controcanto, scandito sulle stagioni della vita (e della poesia).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/24/io-e-anne-a-napoli/">Io e Anne a Napoli</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/335anne-sexton.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/335anne-sexton-226x300.jpg" alt="" title="335anne-sexton" width="226" height="300" class="alignnull size-medium wp-image-37287" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/1_lorusso.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/1_lorusso-211x300.jpg" alt="" title="1_lorusso" width="211" height="300" class="alignnull size-medium wp-image-37288" /></a></p>
<p><strong>Giovedì 25 novembre ore 18.00 </strong><br />
<span id="more-37286"></span><br />
Libreria Treves </p>
<p>Piazza del Plebiscito, Napoli </p>
<p><strong>Rosaria Lo Russo,<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/22/confessioni-sulla-tratta-firenze-%E2%80%93-bostonio-e-anne-di-rosaria-lo-russo/">Io e Anne</a>, Edizioni d’if</strong> </p>
<p><strong>Giancarlo Alfano</strong> discute con l’autrice </p>
<p><em>Io e Anne</em> è un atto di amore per la statunitense <strong>Anne Sexton </strong>che la sua traduttrice e performer esegue a mo’ di controcanto, scandito sulle stagioni della vita (e della poesia). E, in più, con la dichiarata intenzione di «trasformare» l&#8217;esperienza poetica (scritta/vocale) in una esperienza musicale pop, come faceva la stessa Sexton che si esibiva in pubblico non solo con semplici reading, ma anche con un gruppo pop (Anne Sexton and Her Kind) di fronte a folle da concerto. Nell’audiolibro parole e suoni, toni e colori, concertati con la musica di <strong>Mondo Candido</strong>, raccontano questa magnifica avventura. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/24/io-e-anne-a-napoli/">Io e Anne a Napoli</a></p>
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		<title>La risposta? Non è nei buchi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/10/29/la-risposta-non-e-nei-buchi/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/10/29/la-risposta-non-e-nei-buchi/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 06:52:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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<p>di <strong>Anna Fava</strong></p>
<p>Terzigno, Serre, Giugliano. E&#8217; nei buchi che si continua a cercare una via d&#8217;uscita. In modo del tutto irrazionale: già nel 2005 la Corte dei Conti criticò aspramente la struttura commissariale, gestita per anni in simbiosi con la Protezione civile, per non aver incentivato in alcun modo la raccolta differenziata, stabilendo arbitrariamente che la risoluzione dell&#8217;emergenza rifiuti dovesse limitarsi alla realizzazione e alla gestione dell&#8217;impiantistica finale e non nella riduzione a monte del flusso di rifiuti da trattare attraverso la raccolta differenziata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/29/la-risposta-non-e-nei-buchi/">La risposta? Non è nei buchi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/terzigno_intera_4.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/terzigno_intera_4-300x217.jpg" alt="" title="Italy Naples Trash" width="300" height="217" class="alignleft size-medium wp-image-37049" /></a></p>
<p>di <strong>Anna Fava</strong></p>
<p>Terzigno, Serre, Giugliano. E&#8217; nei buchi che si continua a cercare una via d&#8217;uscita. In modo del tutto irrazionale: già nel 2005 la Corte dei Conti criticò aspramente la struttura commissariale, gestita per anni in simbiosi con la Protezione civile, per non aver incentivato in alcun modo la raccolta differenziata, stabilendo arbitrariamente che la risoluzione dell&#8217;emergenza rifiuti dovesse limitarsi alla realizzazione e alla gestione dell&#8217;impiantistica finale e non nella riduzione a monte del flusso di rifiuti da trattare attraverso la raccolta differenziata. Se infatti la raccolta differenziata fosse potenziata ed estesa in modo sistematico a tutti i Comuni, organizzando una raccolta differenziata porta a porta per tutti i cittadini, con una accurata separazione dei materiali da avviare alla filiera del riciclo e del recupero della materia, in breve tempo non solo la Campania riemergerebbe dallo stato di degrado attuale ma si animerebbe un&#8217;economia sana, compatibile con la vocazione agricola del territorio e con l&#8217;elevata densità abitativa di molti Comuni.<br />
<span id="more-37048"></span><br />
 Ci sono fondate ragioni per affermare che la scelta &#8211; arbitraria e priva di alcun fondamento tecnico-scientifico &#8211; di ostinarsi a risolvere l&#8217;emergenza con le discariche e con la costruzione di costosi impianti di incenerimento, recentemente condannati dall&#8217;oncologo francese <strong>Dominique Bellpome</strong> come &#8220;crimine contro l&#8217;umanità&#8221; a causa dell&#8217;inquinamento chimico da essi provocato, sia in realtà orientata da interessi economici da parte delle imprese private che spingono la classe politica a scelte orientate verso l&#8217;incenerimento dei rifiuti a causa dei contributi pubblici stanziati per la gestione di questi impianti.<br />
Come ha dimostrato anche l&#8217;indagine della Procura di Pescara nei confronti di politici corrotti dall&#8217;imprenditore <strong>Rodolfo Di Zio</strong> perché impedissero la raccolta differenziata e favorissero la costruzione di discariche ed inceneritori, la classe politica concede favori ai gruppi imprenditoriali sacrificando gli interessi della popolazione, che viene privata del territorio, della salute, della dignità, della partecipazione democratica e della possibilità di una sana economia. Queste scelte politiche dissennate scatenano nei cittadini una forte sfiducia nelle amministrazioni locali, che svendono il proprio territorio, e nelle istituzioni che emanano leggi criminali come la legge 123 del 2008, che il giurista <strong>Stefano Rodotà</strong> ha commentato il 27 maggio 2008 parlando della nascita di «un diritto &#8220;speciale&#8221;, fondato su una sostanziale sospensione di garanzie fondamentali. Ormai in Campania vige un diritto diverso da quello di altre regioni. L&#8217;insieme delle nuove regole fa nascere un modello che produce una &#8220;eccedenza&#8221; autoritaria inaccettabile».<br />
Una via d&#8217;uscita da questa situazione c&#8217;è ed è immediatamente praticabile: se i 150 milioni di euro promessi come compensazione ambientale ai comuni vesuviani e i 350 milioni di euro stanziati per acquistare dalla <em>Fibe &#8211; Impregilo</em> l&#8217;inceneritore di Acerra fossero impiegati per attivare la raccolta differenziata finalizzata al recupero della materia, se gli impianti di compostaggio già esistenti fossero attivati per trattare la frazione organica proveniente dalla raccolta differenziata, se per la frazione secca venisse attivata la filiera del riciclo utilizzando le migliori tecnologie presenti in Italia (Vedelago <em>in primis</em>) per adeguare gli impianti già esistenti in modo da recuperare totalmente la materia, non solo la Campania uscirebbe in tempi brevi dall&#8217;emergenza ma potrebbe diventare il modello di un&#8217;economia virtuosa per il resto d&#8217;Italia.</p>
<p>(la fotografia è di Salvatore Laporta per <em>AP</em>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/29/la-risposta-non-e-nei-buchi/">La risposta? Non è nei buchi</a></p>
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		<title>Sakineh?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/21/sakineh/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Sep 2010 16:50:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>La prima cosa che hanno detto di lei è che era sorella di un collaboratore di giustizia: e non era vero. I primi magistrati che si sono occupati del caso appartengono alla Direzione distrettuale antimafia, ma nel giro di poche ore hanno passato il fascicolo alla sezione “Criminalità comune” della procura di Napoli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/21/sakineh/">Sakineh?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE-300x225.jpg" alt="" title="PIETRE" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-36707" /></a></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>La prima cosa che hanno detto di lei è che era sorella di un collaboratore di giustizia: e non era vero. I primi magistrati che si sono occupati del caso appartengono alla Direzione distrettuale antimafia, ma nel giro di poche ore hanno passato il fascicolo alla sezione “Criminalità comune” della procura di Napoli. <strong>Teresa Buonocore</strong> aveva 41 anni e 3 figli. È stata uccisa mentre guidava la sua Hyundai grigia per andare al lavoro, con quattro colpi di pistola calibro 9, la mattina del 20 settembre, a Napoli, sotto il ponte dei Francesi, lungo una via di accesso che da Portici, dove la donna abitava, conduce direttamente all’interno del porto di Napoli.  Le piaceva Will Smith, il sito Amalficoast.net, Radio Kiss Kiss, la nutella, i Simpson, il dj David Morales, la cappella Sansevero, Richard Gere. Aveva scaricato su Facebook un’applicazione chiamata “Come sarai tra dieci anni (solo per donne)”. L’ultimo link che aveva condiviso sul social network era dedicato a <strong>Sakineh</strong>. Si intitola: “Dite a tutto il mondo che ho paura di morire”. Il penultimo – con la foto in primo piano di un cucciolo di cane – si chiama “A chi condivide, domani accadrà qualcosa di bello”.<br />
<span id="more-36706"></span></p>
<p>Nel 2008 Teresa Buonocore aveva testimoniato nel processo per le molestie subite da sua figlia da un vicino di casa, <strong>Enrico Perillo</strong>, un geometra – o, anche, stando a quanto poco chiaramente raccontano i giornali, un “imprenditore di Torre Annunziata”- di 57 anni. Il 9 giugno 2010 l’uomo è stato condannato in primo grado a 15 anni di reclusione per violenza sessuale, ed è tuttora detenuto nel carcere di Modena. Secondo l’accusa, aveva abusato di due minori &#8211; una delle quali era appunto la bambina di Teresa Buonocore &#8211; che frequentavano la sua abitazione perché amiche delle sue figlie gemelle. In precedenza, Perillo era stato condannato – patteggiando la pena – a 3 anni di carcere per detenzione di armi e materiale esplosivo. Durante le indagini, la polizia aveva ritrovato in un garage una pistola calibro 9 con matricola cancellata; una Colt 45; un fucile calibro 12; due coltelli da lancio con lame di circa 25 centimetri, due coltelli a serramanico della lunghezza rispettivamente di circa 10 e 30 centimetri; una pistola d’epoca artigianale; 400 proiettili di vario calibro, 38 &#8211; 45 magnum &#8211; 7,65; 3.000 bossoli, inneschi e ogive di vario calibro; in più, varie attrezzature necessarie al confezionamento dei bossoli.<br />
Stando a quello che riportano le ultime notizie, in Questura sarebbero sotto interrogatorio in queste ore tre persone: il fratello e la moglie di Enrico Perillo, assieme al presunto esecutore materiale dell’omicidio.<br />
In un’intervista a Repubblica, <strong>Elena Coccia</strong>, l’avvocato che aveva assistito Teresa Buonocore durante le denunce e il processo, e che in passato aveva difeso <strong>Matilde Sorrentino</strong>, 49 anni, la donna di Torre Annunziata che aveva denunciato, e fatto arrestare, un giro di pedofili che avevano violentato anche suo figlio, e che per questo nel 2004 era stata sparata in pieno volto e uccisa da un killer che aveva bussato alla porta di casa, ha detto: “<em>Teresa era una madre che nella sua vita aveva sofferto e lottato tanto. Che differenza c’è, mi chiedo, fra la lapidazione e quello che accade qui da noi? Davanti a un omicidio come questo, davvero, si perde davvero ogni speranza per il futuro di questa città</em>”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/21/sakineh/">Sakineh?</a></p>
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		<title>Napoli: una piazza per la poesia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/04/29/napoli-una-piazza-per-la-poesia/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/04/29/napoli-una-piazza-per-la-poesia/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 29 Apr 2010 06:24:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Marco Giovenale]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2010/04/29/napoli-una-piazza-per-la-poesia/</guid>
		<description><![CDATA[<p>A <strong>Napoli</strong>,  nell&#8217;ambito della manifestazione <em>Una piazza per la poesia</em></p>
<p style="text-align: center;">presso la  <strong>Libreria Treves, Portici di San Francesco di Paola</strong></p>
<p style="text-align: center;">Piazza del Plebiscito  11/12</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Lunedì  3 maggio 2010 ore 18:00</strong></p>
<p style="text-align: center;">Incontro  con</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Andrea  Inglese</strong> (<em>La distrazione</em>,  Luca Sossella Editore)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Marco  Giovenale</strong> (<em>La casa esposta</em>, Le Lettere)</p>
<p style="text-align: center;">Dialoga  con gli autori</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Giancarlo  Alfano</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/29/napoli-una-piazza-per-la-poesia/">Napoli: una piazza per la poesia</a></p>
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]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A <strong>Napoli</strong>,  nell&#8217;ambito della manifestazione <em>Una piazza per la poesia</em></p>
<p style="text-align: center;">presso la  <strong>Libreria Treves, Portici di San Francesco di Paola</strong></p>
<p style="text-align: center;">Piazza del Plebiscito  11/12</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Lunedì  3 maggio 2010 ore 18:00</strong></p>
<p style="text-align: center;">Incontro  con</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Andrea  Inglese</strong> (<em>La distrazione</em>,  Luca Sossella Editore)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Marco  Giovenale</strong> (<em>La casa esposta</em>, Le Lettere)</p>
<p style="text-align: center;">Dialoga  con gli autori</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Giancarlo  Alfano</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/29/napoli-una-piazza-per-la-poesia/">Napoli: una piazza per la poesia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Cinema Moralia a Napoli</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/18/cinema-moralia-a-napoli/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/18/cinema-moralia-a-napoli/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 07:47:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Beckett]]></category>
		<category><![CDATA[bruno roberti]]></category>
		<category><![CDATA[cinema moralia]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[programma]]></category>
		<category><![CDATA[Rosalba Ruggeri]]></category>
		<category><![CDATA[shakespeare]]></category>
		<category><![CDATA[teatro Mercadante]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/film2.jpg"></a></p>
<p><em>Cinema Moralia</em><br />
rassegna internazionale di film e video d’autore<br />
promossa dal Teatro Stabile di Napoli<br />
nell’ambito del percorso Shakespeare / Beckett<br />
<em>a cura di</em> Bruno Roberti e Rosalba Ruggeri</p>
<p>Dal 15 marzo al 25 maggio 2010<br />
film, incontri, notti a tema, anteprime e installazioni video<br />
a Galleria Toledo, al Cinema Modernissimo e al Teatro Mercadante</p>
<p><em>Cinema Moralia</em> è una rassegna di film e video a cura di Bruno Roberti e Rosalba Ruggeri, con anteprime, film inediti e rari, installazioni, montaggi d’autore, notti a tema, film domenicali con <em>brunch</em><br />
<em>Fil rouge</em> dell’intera proposta saranno i temi legati all’opera di Shakespeare e Beckett, seguendo uno dei percorsi della programmazione artistica della stagione in corso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/18/cinema-moralia-a-napoli/">Cinema Moralia a Napoli</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/film2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/film2-300x219.jpg" alt="" title="film2" width="300" height="219" class="alignleft size-medium wp-image-31985" /></a></p>
<p><em>Cinema Moralia</em><br />
rassegna internazionale di film e video d’autore<br />
promossa dal Teatro Stabile di Napoli<br />
nell’ambito del percorso Shakespeare / Beckett<br />
<em>a cura di</em> Bruno Roberti e Rosalba Ruggeri</p>
<p>Dal 15 marzo al 25 maggio 2010<br />
film, incontri, notti a tema, anteprime e installazioni video<br />
a Galleria Toledo, al Cinema Modernissimo e al Teatro Mercadante</p>
<p><em>Cinema Moralia</em> è una rassegna di film e video a cura di Bruno Roberti e Rosalba Ruggeri, con anteprime, film inediti e rari, installazioni, montaggi d’autore, notti a tema, film domenicali con <em>brunch</em><br />
<em>Fil rouge</em> dell’intera proposta saranno i temi legati all’opera di Shakespeare e Beckett, seguendo uno dei percorsi della programmazione artistica della stagione in corso.<span id="more-31984"></span><br />
Celebri film, cult-movie o rarità di registi come Lubitsch, Wellmann, Olivier, Welles, Kurosawa, Wise, De Oliveira, Kaurismaki, Rohmer, Bellocchio, Almereyda rievocano – come dichiara il curatore – sul grande schermo le ombre del Bardo in una ideale shakesperiana cinematografica. Opere di cineasti come Raoul Ruiz &#8211; di cui si presenta l’anteprima di un nuovo film ispirato al Sogno di una notte di mezza estate -Abel Ferrara, Jean Marie Straub, Jean Luc Godard, Herz Frank, Amos Gitai pongono interrogativi sulle visioni del contemporaneo. Video, film televisivi, montaggi, rarità compongono una kermesse beckettiana in cui si avvicendano autori come Egoyan, Minghella, Jordan, Rozema (dalla celebre serie Beckett on film) Brook, Strehler, Martone, Renzi, Ferraro, Manuli, Quartucci, Tiezzi, De Bernardi, Punzo, Ciprì e Maresco, Studio Azzurro, Raffaello Sanzio, Cauteruccio, Motus, Adriatico, in un continuo gioco di rilanci fra cinema, video e teatro in cui appaiono i volti e le voci di Pinter, Polansky, Bene, Brando, Pacino&#8230; fino a un indimenticabile artista come Leo de Berardinis, di cui si propone un omaggio al teatro Mercadante il 3 maggio. Film e incontri intesi come “visioni”, “esperienze”, riflessioni morali sul Furore e Strepito, sul cinismo dei nostri “tempi fuori sesto”: esplorazioni dei confini, delle amplificazioni, del senso di immagini “fatte della stessa stoffa” dei nostri sogni, eppure immagini viventi, malgrado tutto.<br />
Una sezione ‘incontri d’autore’ prevede le anteprime dei film in presenza dei registi: Herz Frank (29 marzo), Raul Ruiz (26 aprile), Amos Gitai (18 maggio) e Abel Ferrara (25 maggio). 43 film, 70 registi, 3 anteprime napoletane per un’offerta di cinema inedita nel panorama delle programmazioni dei teatri italiani.<br />
L’ingresso alle proiezioni è gratuito fino a esaurimento posti disponibili, tranne le domeniche di Shakespeare a colazione, che prevedono il <em>brunch</em>.</p>
<p><a href="http://www.teatrostabilenapoli.it/stagione-2009-10/progetti-e-laboratori/film-e-video/files/cinema-moralia.pdf">Qui </a>il programma completo della manifestazione in .pdf</p>
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		<title>La forma della finzione</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/26/la-forma-della-finzione/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/26/la-forma-della-finzione/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 05:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Abel Ferrara]]></category>
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		<category><![CDATA[fiction]]></category>
		<category><![CDATA[Frederick Wiseman]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[identità nazionale]]></category>
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		<category><![CDATA[matteo garrone]]></category>
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		<category><![CDATA[Steven Soderbergh]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Benjamin]]></category>
		<category><![CDATA[werner herzog]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Esposito</strong></p>
<p> </p>
<p style="text-align: right;"><em>visione, una distanza ci divide</em></p>
<p style="text-align: right;">E. Montale</p>
<p> </p>
<p>A proposito di ciò che il cinema fa e ha fatto al mondo, ci sarebbe da chiedersi meglio <em>quando</em> si è dis-fatto del mondo, giungendo infine a segnalare il distacco dell’occhio dalla terra e dai suoi abitanti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/26/la-forma-della-finzione/">La forma della finzione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Esposito</strong></p>
<p> </p>
<p style="text-align: right;"><small><em>visione, una distanza ci divide</em></small></p>
<p style="text-align: right;"><small>E. Montale</small></p>
<p> </p>
<p>A proposito di ciò che il cinema fa e ha fatto al mondo, ci sarebbe da chiedersi meglio <em>quando</em> si è dis-fatto del mondo, giungendo infine a segnalare il distacco dell’occhio dalla terra e dai suoi abitanti. A Werner Herzog bastano quattro minuti da Puccini intitolati <em>La Bohème</em> per porre la questione. L’Africa, terra eternamente separata, è ancora il palcoscenico adatto a misurare e a marcare la distanza.<br />
Herzog è qui per filmare il popolo etiope dei Mursi e lo fa nel ricordo dei bambini soldato della tribù nicaraguense dei Misquitos (<em>La ballata del piccolo soldato</em>, 1984) e soprattutto dei Wodaabe del sud del Sahara, uomini che si ritengono i più belli del mondo e che si fanno scegliere dalle proprie donne in un rito sfarzosissimo erotico (<em>Wodaabe – I pastori del sole</em>, 1989). Come nei due film precedenti, l’amore attraverso i secoli, la bellezza e la rovina insite entrambe nel periplo romantico e barocco (come indicava Benjamin), è il punto da cui partire per rispondere alla domanda politica che l’esploratore europeo in gita africana pone a sé stesso: come non essere turisti, come affrancarsi dalla professionalità del viaggiatore, come non scattare fotografie.<span id="more-26625"></span><br />
Herzog si impone di essere semplice. L’aria di Puccini sale tragicamente al cielo (curiosamente in una versione inglese di &#8220;O soave fanciulla&#8221;), le coppie di Mursi, giovanissime e di sublime beltà, in sequenza sostengono un breve primo piano, abbandonano lo sguardo in macchina (una macchina mai vista prima?), si fissano negli occhi, si girano di spalle allontanandosi in direzioni opposte fino a uscire di campo. L’evento si ripete sempre uguale per quattro minuti, con coppie diverse, sensibilmente più incerte o forse contrarie alla separazione richiesta. Questo il film, un gesto minimo che incarna una torsione siderale. Come delle sculture, i Mursi sembrano disperatamente enumerare nel dettaglio le sfaccettature, le cadute e le pose della veste, l’attorcigliarsi del panno, le pieghe umane che fanno la storia e la memoria, l’eco, il richiamo da un capo all’altro del mondo, la risalita improvvisa dei fatti e delle immagini (avrebbe fatto <em>impazzire</em> Aby Warburg, <em>La Bohème</em> di Herzog). Sembrano riferirsi a un futuro fatto del risucchio e del rilancio di tutto il passato.</p>
<p align="center"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/P2F_qmdg6N4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/P2F_qmdg6N4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>Questo è il modo in cui Herzog lavora anzitutto a mettere in difficoltà la nozione di autore, a infrangere l’implicita potenza colonialista delle immagini, conscio al contrario della necessità di immolarsi: per donare al mondo tenerezza, si deve mettere a rischio il mondo (non lo capirono invece i viaggiatori tedeschi d’inizio Novecento, tanto che di lì a poco non cercarono più l’immagine, ma la razza). E sebbene, conoscendolo, sia probabile che non abbia mai letto <em>L’arcobaleno della gravità</em> di Thomas Pynchon, dove il popolo africano immaginario degli Herero viene condotto in Germania e messo a guardia del razzo finale, la <em>lezione di oscurità</em> è la medesima: non c’è felicità su questa terra, ma stiamo a vedere cosa succede, così vicini allo <em>zero assoluto</em>…</p>
<p>L’intrico altalenante mondo delle immagini e immagini del mondo, di cui il cinema è riscontro residuo restituzione risarcimento (ma insomma, nulla è più tragico di questa debolezza umana, del sogno di sapere, di provare a sapere qualcosa di noi stessi, quaggiù, su questo pianeta incessantemente rifilmato…) e che molti continuano a chiamare documentario, è invece lo sforzo inusitato di rifarsi al mondo, alla sua complessità (non di rifarlo!), cioè di aggiungervi o di affiancargli o di estrarne una pur impercettibile nota che lo modifichi. O perlomeno, è questo che da più di quarant’anni persegue il cosiddetto documentarista americano Frederick Wiseman, uno che, per capirsi, si oppone automaticamente ai vari Michael Moore o Oliver Stone, dal momento in cui non crede mai di dare messaggi, né di dimostrare nulla, convinto semmai che nella vita non esista sceneggiatura.</p>
<p align="center"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/1iU2l0XFrek&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/1iU2l0XFrek&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>La nota in più di Wiseman passa per la danza (un ritorno per lui, dopo <em>Ballet</em> del 1995) con <em>La Danse – Le Ballet de l’Opéra de Paris</em>, viaggio di quasi tre ore nell’omonima scuola parigina. È un documentario sulla professione del danzatore e sull’istituzione che lo forma e lo ingaggia? Sì, se non fosse che la danza è già nella passione di Wiseman per la narrazione, al punto che la fatica gigantesca del ballerino assomiglia alla tragedia della letteratura, vortice di pieghe e di passi così vicini alla morte. Nonostante lo si ridisfi e lo si monti a piacimento, il mondo fila via nelle lunghe pareti di specchi delle palestre. La bellezza non è solo il movimento, l’aria circuita e braccata dall’occhio geniale dell’operatore John Davey, ma il riflettersi della concentrazione dei danzatori nella concentrazione abissale delle immagini. Il concentrarsi è in verità un <em>concertarsi</em>, l’unica vera <em>Opera</em> che, di concerto, Wiseman continua a filmare: lo spazio che si genera fra il farsi delle cose e il loro racconto, indagando con precisione da entomologo la vita delle istituzioni, cioè lo svolgersi quotidiano e <em>istituzionale</em> degli uomini e delle donne, sperando di poter raccogliere in una volta sola tutte le storie e tutte le loro variazioni (non a caso affermando a più riprese di essere uno scrittore mancato). Allora, quest’unico grande scrittore sembra esaudire il sogno che dall’attenzione a un solo tassello dell’universo, si possa dire di tutti gli altri. Il racconto sarà sempre la storia del sapere che ci manca e che manca a sé stesso, eppure anche la speranza che potrebbe essere sufficiente attenersi con passione e ostinazione anche solo a un punto della girandola, seguire anche solo un arrangiamento incerto dei corpi e della musica, per ottenere quel brano di realtà in grado per un momento di illuminare e insieme di scalfire l’illusione del vivere (come gli indios di Herzog in <em>Fitzcarraldo</em>, capaci di portare la nave di là dal monte, solo perché strenuamente convinti che la vita, il viversi, sia un’illusione). Wiseman non si fa pregare: le prove, le riunioni organizzative, l’economia del segno e del ballo, ma anche lo slittamento notturno, i volti attenti dietro le quinte, gli occhi fissi sulla scena, la discesa nei sotterranei inondati d’acqua, la salita verso l’alto a inquadrare una Parigi nitida e luminosa, la scoperta quasi astratta sui tetti di un apicultore… Sospendendo e insieme prolungando la linea aerea del ballo, fa in modo che la vera partitura, la vera danza, sia quella del film. Che l’umano sia ciò che barcolla fra i due congegni similmente imperfetti: l’immagine e la vita.</p>
<p>Mai come oggi bisognerebbe classificare i registi (e gli scrittori?) fra quelli che dimostrano e quelli che mostrano, fra chi alza la voce per farsi sentire e chi ha la forza morale di restare in ascolto: e stare dalla parte dei secondi. Stare dalla parte di Abel Ferrara con <em>Napoli Napoli Napoli</em>, che non ha bisogno di sapere l’italiano per parlare la lingua soffocante e traboccante, il lessico doloroso dei volti, l’urlo urbano di un popolo in guerra. Non ha bisogno di dirsi documentario, né di millantarsi fiction, per filmare l’inesausta pratica politica del reale (anzi, finge a sua volta di separare nettamente i due momenti, ben sapendo che certa rabbia possiede un’unica nervatura). Completamente anti-<em>Gomorra</em> (in verità anti-Garrone più che anti-Saviano), nella misura in cui neppure si pone il problema della denuncia sociale, al contrario avendo l’unica premura, lanciando i suoi operatori per le strade o filmando le donne in carcere, di specificare che “questo tutto dovrà essere tranne che un film italiano”. Dichiarazione necessaria, soprattutto in Italia, dove oggi sembra così difficile far capire che gli uomini e le donne – e dunque le immagini – non hanno nazionalità. La fragile opposizione tra fiction e non fiction è forse il sintomo di una questione politica non più differibile. Ferrara lo dice chiaramente: “<em>Napoli Napoli Napoli</em> è un documentario, ma tutti i film sono documentari”.</p>
<p align="center"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/ZR-YaikU_x4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/ZR-YaikU_x4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object> </p>
<p>Sembra dunque più corretto interrogarsi sulla <em>forma della fiction</em>. Su questa dilagante fiction cui si vorrebbe ridurre la vita e che invece è il documento necessario a interpretarla e a trovare delle contromisure. Si prenda Hollywood, il luogo della finzione per eccellenza. Si prenda un film come <em>The Informant!</em> di Steven Soderbergh, con la sua aria artigianale da Hollywood anni quaranta, con la sua storia semplice del pesce piccolo che tuttavia, essendo più malato dei pescecani che lo hanno creato, fornisce loro l’alibi vitale. È come se l’immagine fosse una sorta di continuo documentario su sé stessa, sulla sua natura anfibia e sulle sue spinte a riprodursi in serie, a sottotracciarsi, spesso e volentieri a duplicarsi, a plagiarsi, a mascherarsi, a mimetizzarsi. <em>The Informant!</em> infatti progressivamente si incrina, si astrae proprio nel punto in cui appare maggiormente intenzionato a dar conto di un sistema intero, a radiografare le zone deboli del capitalismo, a ricostruire le tappe che hanno permesso al virus di attecchire e alla crisi di esplodere. La menzogna pervade ogni cosa ed è una risata amara, goffamente aggrappata all’avventuroso mondo dell’illecito. Una teoria dell’immagine fatta di deviazioni e derive che lentamente minano il piano dall’interno, come se sotto il film scorresse il film vero, come se la realtà ne avesse sempre un’altra parallela e alla verità si arrivasse attraverso un’altra <em>verità</em>. Il resto, le distinzioni documentario/fiction, sono facilitazioni giornalistiche per mappature di mercato. “La conoscenza così intesa non esiste di per sé come qualcosa-che-si-rappresenta. Ma precisamente questo è il caso della verità” <small>(W. Benjamin, <em>Il dramma barocco tedesco</em> [1928], Einaudi, 1999, p. 5)</small>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/26/la-forma-della-finzione/">La forma della finzione</a></p>
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		<title>La morte “per sbaglio” di  Petru Birladeanu</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 09:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/agguato-napoli.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Carmen Pellegrino</strong></p>
<p>Come si racconta una morte? E una morte tragica? E una morte “per sbaglio”? Come si portano in superficie trafitture, lacerazioni, smottamenti di coscienza che lasciano un irrimediabile senso di umiliazione e vergogna? C’è come un senso di straniamento sottile nel descrivere una morte, c’è come una resistenza emotiva da vincere, cercando segmenti narrativi che riducano lo iato profondissimo tra reticenza e condivisione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/13/la-morte-%e2%80%9cper-sbaglio%e2%80%9d-di-petru-birladeanu/">La morte “per sbaglio” di  Petru Birladeanu</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/agguato-napoli.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-21963" title="agguato-napoli" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/agguato-napoli-150x150.jpg" alt="agguato-napoli" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Carmen Pellegrino</strong></p>
<p>Come si racconta una morte? E una morte tragica? E una morte “per sbaglio”? Come si portano in superficie trafitture, lacerazioni, smottamenti di coscienza che lasciano un irrimediabile senso di umiliazione e vergogna? C’è come un senso di straniamento sottile nel descrivere una morte, c’è come una resistenza emotiva da vincere, cercando segmenti narrativi che riducano lo iato profondissimo tra reticenza e condivisione. C’è questo nella breve storia della morte di Petru Birladeanu, un ragazzo di nazionalità romena che suonava l’organetto nella stazione Cumana di Napoli, quartiere Montesanto, una morte avvenuta “per sbaglio” e poi confinata nel campo della marginalità, della irrilevanza più ostinata.<br />
Siamo a Napoli, il 26 maggio 2009, è un martedì, quasi verso sera, e fa già caldo. L’ultimo taglio di luce rimbalza sulle strade, attraversa il tufo dei vicoli porosi, immobili in un perpetuo andirivieni. Nei pressi della stazione cumana c’è sempre gente di passaggio, Montesanto è nel cuore antico della città, salgono lungo i muri, sulle facce le ombre della sera che viene.<span id="more-21962"></span><br />
Improvvisamente un commando di 8 persone su quattro motociclette attraversa contromano la via Pignasecca fino alla stazione della Cumana. Sono sicari e sparano colpi a raffica, li sparano in aria. Va in scena un ordinario e sanguinario show tra clan rivali per il controllo del territorio; è una delirante azione dimostrativa originatasi nella faida tra i Mariano (i «Picuozzo» protagonisti alla fine degli anni Ottanta della sanguinosa guerra con i De Biase «Faiano») e i Sarno di Ponticelli.<br />
Dalla Cumana sono appena usciti i viaggiatori, ma Petru con la sua fisarmonica in spalla sta risalendo la strada antistante la stazione, in compagnia della moglie Mirela.<br />
In quel momento diversi colpi vengono esplosi, alcuni ad altezza d’uomo: un ragazzino di 14 anni viene ferito a una spalla, due colpi arrivano a Petru, uno alla gamba, l’altro al torace; seppure ferito, il ragazzo cerca riparo all’interno della stazione, ma prima cade e la moglie lo aiuta a rialzarsi. «Sentiamo gli spari – ricorda Mirela che ora è in Romania- Petru mi afferra e dice ‘corri’. Vedo il sangue, ma lui mi dice che è solo un graffio e che devo correre”.<br />
I due ragazzi arrivano ai tornelli, c’è una ridda di persone impaurite, assiepate le une sulle altre quasi a scavalcarsi, ma Petru si accascia: uno dei proiettili gli è arrivato al cuore e al polmone attraverso il torace, bucandoli. Intorno si fa presto il vuoto, gli resta accanto la moglie e più nessuno. Qualcuno chiama i soccorsi, a poche centinaia di metri c’è l’ospedale Pellegrini, ma i soccorsi tardano, non arrivano.<br />
Petru è a terra, si tiene la mano sul petto, agonizza lento, il suo dolore diventa muto, solo lamenti soffusi: «Per 5 minuti ha parlato. Per 10, mi ha guardato fisso negli occhi e, quando io gridavo, lui scuoteva la testa e mi stringeva più forte la mano. Per mezz&#8217; ora il corpo di mio marito Petru è rimasto per terra e nessuno ha fatto niente. Ci guardavano tutti e c&#8217;era anche chi mi scattava fotografie. È arrivata un&#8217; ambulanza, ma non era per noi era per il bambino ferito».<br />
Il giovane era venuto in Italia da Iasi, con la moglie e uno dei suoi due figli; suonava la fisarmonica sui treni ma nel suo paese era un calciatore, un centravanti del Poli Iasi, la serie A romena; “era romeno- sottolinea Mirela- non rom (“Petru canta in piata Cumana, dar era fotbalist. A fost jucator la Poli Iasi, echipa romaneasca din Seria A…. Petru era roman, nu rrom”). Aveva 33 anni.</p>
<p>Nelle ore successive si diffonde la notizia, presto smentita, che fosse proprio Petru l&#8217;obiettivo dei sicari; si rintraccia subito nel “rom” l’esempio paradigmatico dello straniero malvivente, punito per qualche oscuro regolamento di conti. Ma l’evidenza maldestramente sottaciuta emerge rapidamente: Petru, che non c’entrava niente con i sicari, è morto ammazzato accidentalmente, o &#8220;per sbaglio&#8221; come poi è stato scritto. Della vicenda si è parlato poco sui giornali, male nei telegiornali. Anzi, in qualche caso la notizia della morte del giovane è stata fatta seguire proditoriamente dai servizi sulla scomparsa della piccola Angela Celentano, avvenuta nel 1996, mettendo così foscamente in connessione due vicende lontane nel tempo e nello spazio.<br />
Come per una inquietante assonanza ritorna alla memoria il pogrom del maggio 2008 consumatosi contro i campi nomadi di Ponticelli, periferia est di Napoli, in seguito al presunto tentativo di rapimento di una neonata da parte di una giovanissima rom. I campi rom, sparsi sotto i cavalcavia e su terreni abbandonati, vennero brutalmente assaltati, incendiati e messi in fuga i rom che li abitavano. La ferocia iniziò con l’accoltellamento di un romeno &#8220;regolare&#8221;, un operaio che abitava nei paraggi. Non c’entrava niente, ma si sa, “quelli lì” son tutti uguali.<br />
Difficile non leggere in queste tensioni xenofobe e razziste la conseguenza più immediata di politiche sociali e mutamenti nella legislazione che hanno sapientemente intercettato e cavalcato confuse insicurezze e vecchie paure, attuando politiche sull’immigrazione (un velo semantico, questo, che ne nasconde la natura profonda) totalmente inadeguate, che rivelano quasi un’ossessione che insegue e sovrasta i suoi artefici. Politiche destrutturanti che hanno favorito, se non determinato, il formarsi vorticoso di un nuovo senso comune che riproduce indolenze ed emarginazione, atti di discriminazione e violenza su base “etnica”, oltre che una odiosa cultura del sospetto, per lo più pretestuosa, che attinge largamente a un groviglio di retoriche patriottiche, vecchi sentimenti nazionalistici, miopie da paura del “diverso”, mai del tutto sradicate.<br />
Emiliano Di Marco, militante napoletano pacifista, da sempre in lotta al fianco degli immigrati, portavoce dell’associazione Assopace, ha efficacemente descritto gli scenari dischiusisi con l’approvazione del “ddl sicurezza”, riassumendoli nella loro crudezza: “c’è poco da aggiungere a quanto già detto da Adriano Sofri, Dario Fo, Andrea Camilleri, il cardinale Tettamanzi, padre Zanotelli […] su questo provvedimento: è una legge razzista, una legge che porterà ancora più dolore e che per certi aspetti si spinge anche più in là delle leggi razziali del 1938, laddove verrà impedito alle donne straniere in condizione di irregolarità amministrativa di poter riconoscere i propri figli nati in Italia, costringendo questi bimbi che non hanno nessuna colpa ad essere figli di nessuno, al rischio di essere tolti dalle loro famiglie e dati in affido. Con la Legge 24 luglio 2008, n. 125 verranno impediti i matrimoni misti, se lo straniero o la straniera non hanno il permesso di soggiorno, saranno inoltre ammesse le “ronde” una norma che introduce alla privatizzazione della pubblica sicurezza, uno degli aspetti più controversi ed ignobili di questo intero dispositivo. Questo paese, che non ha imparato niente dalla propria storia meticcia ed emigrante, si vergognerà a lungo del ‘pacchetto sicurezza’”.</p>
<p>Si può cercare di resistere in molti modi a politiche reazionarie, discriminatori, razziste, predisponendosi ad esempio a una seria e responsabile disobbedienza civile, affermando strenuamente principi non negoziabili e mettendo in atto gesti forti e simbolici che si oppongano a rivendicazioni identitarie, in grado di produrre diversità fittizie e simulacri che sono alla base dei meccanismi di dominio<br />
A Napoli, ad esempio, sulla vicenda di Petru Birladeanu, è dal basso che sono arrivate spinte propulsive di autentica solidarietà, attraversando il guado di indifferenza che ha ricoperto quella morte. Una parte della società civile, quella migliore che non è una pura aggregazione di individui, ha dimostrato di saper opporre una virtuosità incoercibile all’indifferenza generalizzata. Agli inizi di luglio è stato fondato un gruppo, su iniziativa di un giovane docente napoletano, Luigi Maria Sicca, che in poco tempo è riuscito a coinvolgere giovani e meno giovani, raccogliendo opinioni e sensazioni eterogenee e mettendo insieme pezzi sparsi di sensibilità diverse; in poco tempo sono state raccolte più di 3000 adesioni con una proposta: intestare la fermata di Montesanto della stazione Cumana o la piazza antistante a Petru. La proposta è stata presentata in consiglio comunale e alla municipalità competente ed è tuttora in via di discussione. Ovviamente non sono mancate levate di scudi, rivendicazioni di parte, una sequela di ansie di primogenitura e tensioni legate al &#8220;dover onorare anche tutti gli altri morti”, come se esistesse una gerarchia al loro interno, in una inquietante lotta tra morti e paludati calcoli propagandistici.<br />
Ma i sostenitori della proposta non si sono fatti fiaccare, vigilano, insistono e continuano a tenere vivo il dibattito, animando discussioni che sollecitano gare di solidarietà e dimostrando che anche i gesti simbolici possono generare cambiamenti, contribuendo a spezzare la spirale di indifferenza che ormai sembra inesorabilmente sovrastarci, e a cui i politici locali non sembrano volersi sottrarre, largheggiando prima in promesse, poi in solenni dichiarazioni che fanno sempre bene in vista di competizioni elettorali, e ora chiudendosi in una muta battaglia di “carte bollate”.<br />
Non si può prevedere se una proposta che nella sua radicalità presenta tratti di dirompenza verrà accettata o meno; è prevedibile invece che in una estenuante lotta per gli spazi verrà proposta l’apposizione di una “rassicurante” targa che non scontenti quanti, attraverso oscurità dialettiche, si sono fatti paladini di proposte in senso totalmente contrario, e l’installazione di una teca protetta che custodisca nella stazione la fisarmonica di Petru.<br />
Non di gesti rassicuranti ci sarebbe bisogno, non senza forme particolari di ricomposizione che ne impediscano lo stemperarsi in generico rituale evocativo; occorrerebbe un sovvertimento, anche solo simbolico, in grado di dare un segnale forte, di favorire mutamenti strutturali e culturali, ma Napoli, si sa, è come un alchimista che riesce sempre a trasmutare le sue ferite in arte.</p>
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		<title>La luce</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/09/07/la-luce/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 09:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Qui non mi può raggiungere la forma interna della città, la sua anomalia di riflessi, tutti metallici, con l’azzurro del cielo in transito, in continuo sfogo verso il nord e l’oceano, qui la configurazione intima si è allentata, la morsa del tredicesimo, la sua monotonia di acacie e grate metalliche per terra, qui le cancellate del liceo, la scale mobili che non si arrestano neppure di notte, nel tempo morto, qui i giocatori di pallone nel campetto di cemento, qui Max, l’alcolizzato colto, il senza casa, qui non mi possono raggiungere, i fumatori costretti ad appoggiarsi alle vetrine, all’esterno, qui i carrelli di tela cerata da cui sbucano i sedani non arrivano, la mappa mentale, che Parigi ha costruito per strappi continui, per trafitture, per piccole ustioni sentimentali, come un pirografo, qui no, non sopra i bastioni di Castel Sant’Elmo (la fortezza di tufo sopra i resti della chiesa di Sant’Erasmo),<br />
<br />
 qui mai, con tutta la luce polverizzata sul golfo, luce già africana, che pattina con violenza sullo specchio del mare, e si frantuma nella verticale della città, che dall’alto si abbuia, sprofonda, per scale e discese, rampe petraio, vicoli marci, qui la luce di Napoli, che rimbalza sulle paraboliche, che arroventa il centro direzionale, che rode l’ombra dei corpi sul selciato, qui dove i cani vomitano pezzi di vetro, qui tra gli astanti, che riempiono gli spazi in un raduno costante e senza scopo, nelle voci che si spezzano, tra i ragazzi clonati, con il medesimo occhiale da sole, orda uguale, salendo e scendendo dai motorini, qui la luce a rimbalzo sul tufo fa ostacolo, rompe le orbite dei pensieri, che tendono a girare ancora intorno al rettifilo della rue Tolbiac, a quegli asfalti, a quei corridori con le giacche aperte, e le borse, a quelle africane col passo ondulante, africane senza luce africana, con i chiarori metallici nelle pieghe delle vesti, qui è Napoli, una cosa che combatte con la luce, con troppa luce, dove tutte le miserie salgono, sono in superficie, sui muri, sulle facce, come stucchi barocchi, chiazze d’umido, cicatrici, buchi nei denti, e il destino non trova sfumature, recessi, è una nenia torva, piena di risate inutili, qui vendono anche la scarpe bucate, anche le pistole vere, qui non governa più Parigi, non mi tiene più, mi sono liberato, qui devo scappare, togliermi da questa luce.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/07/la-luce/">La luce</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/dscf36431-300x225.jpg" alt="dscf36431" title="dscf36431" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-21513" /></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Qui non mi può raggiungere la forma interna della città, la sua anomalia di riflessi, tutti metallici, con l’azzurro del cielo in transito, in continuo sfogo verso il nord e l’oceano, qui la configurazione intima si è allentata, la morsa del tredicesimo, la sua monotonia di acacie e grate metalliche per terra, qui le cancellate del liceo, la scale mobili che non si arrestano neppure di notte, nel tempo morto, qui i giocatori di pallone nel campetto di cemento, qui Max, l’alcolizzato colto, il senza casa, qui non mi possono raggiungere, i fumatori costretti ad appoggiarsi alle vetrine, all’esterno, qui i carrelli di tela cerata da cui sbucano i sedani non arrivano, la mappa mentale, che Parigi ha costruito per strappi continui, per trafitture, per piccole ustioni sentimentali, come un pirografo, qui no, non sopra i bastioni di Castel Sant’Elmo (la fortezza di tufo sopra i resti della chiesa di Sant’Erasmo),<br />
<span id="more-21508"></span><br />
 qui mai, con tutta la luce polverizzata sul golfo, luce già africana, che pattina con violenza sullo specchio del mare, e si frantuma nella verticale della città, che dall’alto si abbuia, sprofonda, per scale e discese, rampe petraio, vicoli marci, qui la luce di Napoli, che rimbalza sulle paraboliche, che arroventa il centro direzionale, che rode l’ombra dei corpi sul selciato, qui dove i cani vomitano pezzi di vetro, qui tra gli astanti, che riempiono gli spazi in un raduno costante e senza scopo, nelle voci che si spezzano, tra i ragazzi clonati, con il medesimo occhiale da sole, orda uguale, salendo e scendendo dai motorini, qui la luce a rimbalzo sul tufo fa ostacolo, rompe le orbite dei pensieri, che tendono a girare ancora intorno al rettifilo della rue Tolbiac, a quegli asfalti, a quei corridori con le giacche aperte, e le borse, a quelle africane col passo ondulante, africane senza luce africana, con i chiarori metallici nelle pieghe delle vesti, qui è Napoli, una cosa che combatte con la luce, con troppa luce, dove tutte le miserie salgono, sono in superficie, sui muri, sulle facce, come stucchi barocchi, chiazze d’umido, cicatrici, buchi nei denti, e il destino non trova sfumature, recessi, è una nenia torva, piena di risate inutili, qui vendono anche la scarpe bucate, anche le pistole vere, qui non governa più Parigi, non mi tiene più, mi sono liberato, qui devo scappare, togliermi da questa luce.</p>
<p>[Da <em>Materiali per un libro su Parigi</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/07/la-luce/">La luce</a></p>
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		<title>Piazza Fuga</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/08/07/piazza-fuga/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/08/07/piazza-fuga/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 16:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Massimiliano Palmese]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Peppe Fiore]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/napoli-per-le-strade.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/napoli-per-le-strade.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Peppe Fiore</strong></p>
<p>Quando facevamo il liceo nessuno di noi s’azzardava a parlare di rivoluzione, avevamo tutti cose più importanti da fare. Eravamo un gruppetto di sei o sette persone che si erano trovate insieme più che per affinità per una certa strana congruenza a incastro delle reciproche storture caratteriali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/07/piazza-fuga/">Piazza Fuga</a></p>
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<p>di <strong>Peppe Fiore</strong></p>
<p>Quando facevamo il liceo nessuno di noi s’azzardava a parlare di rivoluzione, avevamo tutti cose più importanti da fare. Eravamo un gruppetto di sei o sette persone che si erano trovate insieme più che per affinità per una certa strana congruenza a incastro delle reciproche storture caratteriali. Non so perché, ma se oggi ripenso agli anni della mia adolescenza l’impressione è quella di una lunga vacanza non cercata e non richiesta. Una di quelle vacanze senza fine dove si sta costretti a forza in un posto di mare, è sempre senza scampo dopopranzo, e pertanto ogni cosa che si fa sembra sempre la cosa sbagliata.</p>
<p>Sarà che ormai sono vent’anni che mi confronto con la natura intimamente letteraria del posto dove sono nato, sempre uscendone massacrato. In tutti questi anni, la mia città è stato un argomento di conversazione universale. Tutti gli sconosciuti che ho incontrato ovunque – università, lavoro, vacanze, treno, baretto di spacciatori a Monteverde – si sentivano in dovere di entrare in confidenza con me appena sapevano che ero di Napoli. Come se essere di Napoli mi garantisse automaticamente una forma di percezione delle cose più laterale e, in qualche modo, più fina. Perché poi? Boh.<br />
Naturalmente dopo cinque minuti di conversazione sciolta, il commento a mezza bocca dell’interlocutore di turno era sempre lo stesso, e sempre un po’ deluso: – Cazzo però, non ci sembri proprio. Sicuro che sei di Napoli?<span id="more-19969"></span></p>
<p>Sicuro che sono di Napoli? Ecco, in questo si sintetizza il mio rapporto con la mia città. La città di cui ho invidiato sempre (continuo a invidiare ancora oggi) questa particolare forma di intelligenza collettiva priva di mediazioni, spericolata, primordiale. E onnivora, soprattutto onnivora. Sono nato in un luogo fatto di una realtà più spirituale che geografica. E questa realtà consiste d’una condizione millenaria di non sazietà, una vocazione naturale allo spreco di sé e un’ostilità feroce a qualsiasi forma di risparmio. Diciamo pure un luogo che ha seri problemi a maneggiare il concetto di futuro: ma in fondo se ne fotte, visto che si vive – come poi davvero si vive – nella permanenza.<br />
E invece io, stranamente, sono venuto su con quest’etica quaresimale, questo grigio senso del dovere che mi fa vedere le cose belle sempre come il premio per una rinuncia. Sono cresciuto credendo in cose come il merito, la giustizia, la ricompensa, lo studio, la pazienza: miserabili cose, e in realtà nel profondo continuavo a crederci anche negli anni in cui mi vantavo di essere un pericoloso arrivista. Sì, Dossetti sarebbe fiero di me, eppure io ho sempre avuto il presentimento di essere votato a grandi imprese e non averne la forza. E adesso, guardando l’America Latina tatuata sulla sua schiena, mi viene in mente quella frase di Madame Bovary che per anni ho citato a cazzo di cane, prima di dimenticarmela (a cazzo di cane la cito pure qua): nell’animo di ogni notaio si nascondono i rottami di un poeta.<br />
Ecco, il mio sospetto è sempre stato questo. Che lo scarto tra me e un talento vero stesse precisamente nell’irresponsabilità – meglio: nella regale strafottenza con cui un talento vero asseconda la sua vocazione al suicidio.</p>
<p>– Ok, perfetto. Adesso che dici se ti rimetti la maglietta?<br />
– Ma l’hai vista?<br />
– Sì che l’ho vista. Dài, rivestiti.<br />
– L’hai vista bene?<br />
– Siiine!</p>
<p>Sta di fatto che espletare la mia funzione di adolescente borghese a Napoli nella seconda metà degli anni Novanta, mi dava la netta impressione, e continuamente, di stare nel posto sbagliato al momento sbagliato. Pensandoci col senno di poi, era come se, attorno a noi, la storia si fosse presa una pausa caffè. Oppure, che era passata per Napoli dopo aver letto Luciano De Crescenzo e quindi si era lasciata condizionare, adagiandosi pigramente sulle luci cangianti (marmo, oro, smeraldo o piombo a seconda delle stagioni e del timbro del mare) della riviera di Chiaia.</p>
<p>Il che, a ben vedere, non doveva essere necessariamente vero. Probabilmente non c’era nessun treno che ci eravamo persi per un soffio solo perché eravamo nati nell’81 (sei o sette anni in ritardo per occupare centri sociali e eventualmente abbracciare l’eroina, otto o nove in anticipo per… per cosa? Boh. E’ precisamente questo il problema). E nessun treno stava passando da qualche altra parte verso il sol dell’avvenire tenendosi a schifiltosa distanza dalla Campania. La verità è che cercare conferma nei fatti alla nostra aleatoria sensazione di pennichella generazionale era troppo faticoso. Senza giri di parole, quello che pensavamo era: non abbiamo un nemico, e va bene, è un fatto. Ma chi ce lo fa fare di perdere tempo e sudore per andarcene a scovare uno, che poi magari non è neanche all’altezza? Non volevamo prendere la stessa inculata dei nostri genitori (di alcuni: i miei per esempio il ’68 l’avranno visto giusto in televisione), e cioè di darsi una forma in funzione di un nemico, salvo poi trovarsi da adulti identificati con il nemico stesso.</p>
<p>Per carità, c’era una vasta regione di coetanei che si muoveva, si mobilitava, promuoveva assemblee, istanze, scissioni, ricongiungimenti tra le fronde scisse. Li seguivamo a debita distanza, li rispettavamo, a volte ci lasciavamo coinvolgere: ma in fondo tutto quello che ne ricavavamo ai fini dell’ingegneria profonda di noi stessi come giovani adulti era giusto una tiepida incazzatura nei confronti di Berlusconi. Se su un piatto della bilancia del nostro futuro mettevamo Forza Italia e sull’altro piatto il nostro tormento intimo, tutto interiore, frutto del nostro disperato bisogno di esprimerci, si capisce perché a sedici anni la nostra dichiarazione d’intenti nei confronti degli orrori del mondo si sia sostanziata nella fondazione di un band post-rock intellettuale e perché dopo infinite discussioni il nome scelto risultò essere Le Baccanti. Esprimerci (quasi sempre senza farci capire da nessuno) ci sembrava infinitamente più vero e infinitamente più urgente del nostro stesso paese. Per noi l’Italia, vista in prospettiva cronologica, si risolveva in una cordata di ingegni più o meno notevoli attraverso gli anni (per quanto mi riguardava: Piero Ciampi, Filippo Scozzari, Moravia e pochi altri). E, vista in estensione, in qualche campeggio estivo nel Salento, via Cavour a Roma piena di gente sudata alle manifestazioni della CGIL, Maria de Filippi, e Umberto Bossi che sputava sul tricolore eseguendo il gesto dell’ombrello.</p>
<p>– Facciamoci un’altra botta, va’.<br />
– Fai tu o faccio io?<br />
– Fai tu. L’ho visto che sei esperto.<br />
– E’ bello dopo tutto questo tempo trovare delle cose in comune, no?<br />
– Dài, butta giù.</p>
<p>La differenza tra noi e un gruppo di cazzoni disimpegnati qualsiasi era che noi ci consideravamo consapevolmente disimpegnati. E questo ci catapultava automaticamente un chilometro avanti rispetto a quelli che risolvevano tutta la loro esistenza nel fatto di essere di sinistra. Eravamo quelli che avevano letto più libri di tutti, potevamo pronunciare giudizi in italiano corretto su più o meno qualsiasi ambito dello scibile creativo. Eravamo a nostra volta di sinistra, e sinceramente, e senza nessun tipo di mediazione possibile, ma lo consideravamo un accessorio. Provavamo i pezzi (mai una struttura strofa-ritornello: mai!) in uno scantinato di via Pigna, il sabato sera senza dircelo ci annoiavamo, tenevamo i nostri rapporti continuamente sotto auscultazione perché non scendessero sotto una soglia minima di intelligenza e consapevolezza. Siamo usciti dal diploma col massimo o quasi, i nostri genitori, tutti professionisti, ci hanno sovvenzionato l’interrail. Abbiamo letto Pavese, abbiamo avuto tutti un amorazzo appiccicoso da portarci dietro per tutta l’adolescenza, ci siamo fatti un tatuaggio, abbiamo schifato le feste di diciott’anni in giacca, abbiamo minacciato di andarcene di casa. Siamo rimasti. Abbiamo progettato di comprarci un furgone in società, abbiamo avuto un incidente, abbiamo avuto dei ripensamenti, abbiamo pianto quando con la fidanzata storica, davvero, ma è un peccato, ma non è proprio più possibile, ma rimarrai per sempre tu la prima, ma, abbiamo fatto quadrato, abbiamo suonato ai giardinetti comunali, alle gare di gruppi emergenti nei paesi sfigati del casertano, ci siamo fatti prestare una macchina per portare gli strumenti, abbiamo cambiato gli strumenti, abbiamo fatto un viaggio di notte, abbiamo avuto una donna in due, ci siamo fatti indietro, ci siamo ubriacati e massacrati con un casco di motorino, abbiamo fatto teatro il pomeriggio a scuola, infiniti pomeriggi di primavera sulle versioni di greco, abbiamo comprato un basso nuovo, un multieffetto nuovo, la Soundblaster per registrare, abbiamo fatto una festa su un terrazzo, ci siamo sentiti dei piccoli eroi, abbiamo deciso di partire, abbiamo discusso le scelte, abbiamo scelto di andare a convivere, abbiamo fatto a mazzate con papà ubriachi la notte di capodanno, mamma che urlava, abbiamo pianto di nuovo quando hanno divorziato, di nuovo abbiamo fatto quadrato, abbiamo inciso una demo, siamo andati da Lucio Dalla, abbiamo avuto una cistite, siamo tornati di corsa dalla Polonia in Calabria, due giorni di treno ma lei non c’era più, ci siamo tolti il saluto, ci siamo fatti fottere i soldi, ci siamo prestati i soldi, siamo andati a prendere il fumo a Marianella, il panino di peperoni a Gragnano, i vestiti usati a Resina, abbiamo avuto amici nuovi, non ci piacevano, erano simpatici, ci parlavi di tutto, gente dell’università, non ci piacevano, abbiamo fatto un progetto strumentale, siamo andati a sentire i Karate a Pomigliano D’Arco, ci siamo insonorizzati lo scantinato per la batteria, ci siamo chiavati la cantante, alta, tette piccole, ci siamo fatti un bocchino tra di noi, ci siamo dimenticati i dischi a casa tua, ci siamo persi il fumo, ci siamo sfracellati in motorino, ci siamo fatti una tac, ci saremmo ricordati tutto un giorno, un giorno di colpo tutta questa valanga di cose inconcludenti ci sarebbe sembrata utile, saremmo rimasti insieme per sempre.</p>
<p>– E’ tua, Stè.<br />
– Vado?<br />
– Vai!<br />
– …<br />
– …<br />
– Ok. Tocca a me.</p>
<p>E invece? Invece niente. Dei miei amici del liceo a Napoli sono rimasti quattro gatti: Francesco a Parigi, Marco e Marzio a Boston, Andrea a Roma, Adele e Antonio a Milano (e dopo la laurea anche quei pochi se ne sarebbero andati via, quasi tutti fuori dall’Italia).<br />
Io sono venuto a studiare a Roma, ho smesso di suonare e i primi tempi, c’era sinceramente l’intenzione di tenere i ranghi serrati nonostante la distanza. Eravamo convinti che ce la potevamo fare, e questa convinzione è durata anche tanto, almeno un annetto. Un anno di giri di mail infiniti per organizzare un week end a Napoli, salvo poi ritrovarci in un bar del centro storico, finalmente, insieme di nuovo, senza niente, proprio niente, da dirci. E specialmente senza azzardarci a parlare del gruppo. Un anno di intercity a buffo, nottate sul divano scomodo in una stanza minuscola di una città sconosciuta per farci visita con la scusa di un concerto. E la sensazione che dopo il secondo giorno di sbronze tristi, cominciavamo a essere di troppo in un’esistenza altrui che ormai era un pò troppo altrui. Allora finiva che anticipavamo la partenza.<br />
Poi a un certo punto abbiamo cominciato a diradare le chiamate. Nemmeno ce ne siamo accorti, ma quando era possibile – per risparmiare – invece di una telefonata usavamo un sms. Poi nemmeno più quello.<br />
Rimanevano le feste comandate, Natale, Pasqua e Capodanno. Poi le fidanzate procacciate all’università hanno cominciato a pesare, e lentamente gli amici hanno preso un’altra forma, quella di una specie di impegno da incastrare in mezzo a centomila altri impegni, giusto un gradino sopra ai genitori.<br />
La trama ferroviaria che teneva insieme questi punti distanti della geografia – Roma Milano Pisa Parigi Venezia – si è andata sfilacciando, nelle tratte più deboli si è rotta, siamo diventati ognuno per l’altro dei posti strategici dove dormire all’occorrenza sparsi in giro per l’Italia. Finché a qualcuno non è capitato di trovarsi a Napoli, incrociarsi in una Feltrinelli o un negozio di dischi, riconoscersi e pronunciare con sincero stupore e senza nessuna malizia la fatidica frase: –Ah, mica lo sapevo che eri sceso–. Frase a cui rispondeva un’innocente alzata di spalle, nessuna necessità di giustificazione posticcia (al massimo: –No, sono solo di passaggio, per questo non ti ho chiamato–), come se in quelle parole non fosse racchiusa la catastrofe, la fine della nostra innocenza.</p>
<p>Ormai avevamo venti, ventuno, ventidue anni.<br />
E io, pur rendendomi perfettamente conto di quello che stava succedendo, non mi ponevo più di tanto il problema visto che, concentrato com’ero a nutrire il mio scimmione, cioè il mio progetto di vita, non avrei avuto comunque tempo di cagarmi i miei vecchi amici del liceo. Anzi, immedesimandomi a forza nella condizione di giovane adulto, pensavo che era nell’ordine delle cose che ognuno seguisse la sua strada, anche se la sua strada lo avrebbe portato migliaia di chilometri lontano da casa. In realtà era solo una giustificazione posticcia (così come posticcia e ipocrita era stata anni prima la giustificazione che non stesse succedendo niente di abbastanza grave da spingerci all’impegno, ad unirci ad una qualsiasi comunità di destino). Infatti anche quei due o tre che stavano a Roma puntualmente li ho persi: erano le persone con cui ero cresciuto e adesso non avevo idea di che vita menassero. Andava bene così, mi dicevo: anche se ci fossimo rivisti non avremmo avuto da dirci niente di nuovo, era troppo presto. A dirla tutta, l’idea che accarezzavo segretamente era che ci saremmo rincontrati tra una quindicina d’anni a una grigliata di pesce, ricchi, corrotti, felici, perfettamente integrati nei gangli dell’industria culturale, con una ridda di aneddoti decadenti da raccontarci. E la grigliata sarebbe finita in una gioiosa orgia di pissing.</p>
<p>– E allora Stefanino, com’è?<br />
– E dammi il tempo no<br />
– Ovviamente non è la Bolivia, eh.<br />
– Ovviamente. E ovviamente stai messo male se ci tocca usare una cinque euro di merda. Pure vecchia per giunta.<br />
– Una venti ce l’ho. Però è ancora più vecchia.<br />
– Credici.<br />
– Ha parlato Paperone.<br />
– Ah no, ecco.<br />
– Ecco che?<br />
– Eccola che sale.</p>
<p>Invece quella che si stava consumando era un’emorragia. Nient’altro che questo. Avevamo tutti, separatamente e simultaneamente, maturato la stessa decisione – scapparcene come i conigli – per proiettarci tutti via dalla nostra culla sentimentale (che più o meno coincideva con la friggitoria di Piazza Fuga al Vomero) come schegge di granata. E con quale esito? Quello di andare a condurre da qualche altra parte un’esistenza sciatta e stretta fatta di stanze in affitto, coinquilini con i piedi che puzzano, sottaceti chimici del discount, stage non pagati e genitori rassegnati al peggio. Cioè per andare da nessuna parte. Tutti, nessuno escluso.<br />
E non era un caso se stava succedendo proprio a noi – cioè alla generazione di quelli che nei primi anni del duemila uscivano dal liceo. Io, fedele alla linea, continuavo a non riconoscermi in niente di quello che diceva la vulgata di sinistra in generale e in particolare i giovani di sinistra incazzati oleograficamente da Santoro: l’antipolitica, il precariato, l’antiberlusconismo. Perché mi sembrava tutto ovvio, noioso e intellettualmente poco stimolante. Nello specifico, il mito del precariato che veniva messo in piedi in quegli anni era dal mio punto di vista soltanto l’ultima incarnazione del buon vecchio idolo polemico di sempre. La versione aggiornata del padronato negli anni sessanta, del capitalismo transnazionale nei settanta, dei socialisti negli ottanta e di Tangentopoli negli anni novanta. Io ero estraneo al problema del precariato per tre ordini dei motivi: primo perché ero troppo avanti per sentire il bisogno di un nemico (e questo l’ho già detto), secondo perché riconoscermi parte di un dramma generazionale era da nerd, terzo perché avevo già i miei problemi che si risolvevano nel cercare di dare una forma al mio progetto di vita.<br />
Invece la verità era che stavo creando le condizioni per ritrovarmi a ventisei anni precisamente come sono adesso: solo come un cane e con tutta la discografia di Alva Noto nell’iPod, che per quanto intelligentissimo è un clistere.</p>
<p>– Oh.<br />
– Cosa?<br />
– Sei morto?<br />
– Perché?<br />
– Niente.<br />
– …<br />
– Niente, Stè. E’ la botta.<br />
– …<br />
– …<br />
– Pè?<br />
– Oi.<br />
– Mi dici a che stai pensando?</p>
<p>Faccio un esempio che mi sta a cuore: Stefano.<br />
Anagraficamente coetaneo, era un ragazzone che in quinto ginnasio sembrava mio nonno, e per tutto il tempo della nostra amicizia è sempre rimasto un passo avanti a noi proprio dal punto di vista biologico: quando noi eiaculavamo per la prima volta lui frequentava i cinema porno attorno a Piazza Garibaldi, quando noi registravamo la prima demo lui aveva i primi problemi seri col diabete.<br />
Insomma, con Stefano io mi sono fatto la prima canna, il primo interrail, la prima manifestazione a Roma. Un capodanno non sapevamo che cazzo fare fino alla mezzanotte, e dopo infinti programmi di feste andati a puttane ci mettemmo in macchina con altri tre e ci imboccammo sull’autostrada. Lasciandoci dietro Napoli che come ogni anno andava a fuoco ed era scontato che non sarebbe sopravvissuta al primo gennaio. Così, in questo sentore di apocalisse puntammo a sud senza una meta precisa, per fermarci all’alba in un paesino sperduto della Basilicata, tre case di pietra in croce, sassi, freddo, e zero esseri umani. Mi ricordo l’apparizione improvvisa di un lago minuscolo dietro una gobba di terra erbosa. L’acqua era una sfoglia di allumino che rifrangeva nel gelo, l’idea di Napoli remotissima, remotissima anche l’idea di una vita anteriore e di un altro anno da fronteggiare. E questa era la felicità; poi più niente.</p>
<p>Anzi, no.<br />
Mi ricordo anche un’altra volta nelle tetre campagne del beneventano, eravamo più o meno le stesse persone. Si andava a stare un sabato nella casa di famiglia di Andrea (voce e tastiere del gruppo, l’unico delle Baccanti che ha continuato a suonare rimanendo in Italia). Mi ricordo che eravamo andati a mangiare e ci eravamo ubriacati praticamente già agli antipasti, e Andrea guidava per una strada buia, senza un lampione: Stefano stava fuori, era sul tetto della macchina a braccia spalancate e da dentro lo sentivamo gridare e ridevamo tutti.<br />
Ecco, fine sul serio.<br />
Morale della favola: appena finita l’università Stefano – questa persona a cui ho voluto bene come un fratello – è andato a vivere in Bolivia, a La Paz. Ci siamo persi (ci eravamo già persi negli anni prima), e io non ho idea di che vita fa, se sta con una donna, come campa. Da due anni a questa parte, Stefano è esistito soltanto nelle notizie di circostanza che chiedevo a quei pochi che lo sentivano ancora.</p>
<p>– Niente. Non sto pensando a niente. Guardo le lucette e basta.<br />
– Ce l’hai un’altra birra?<br />
– Finita.<br />
– E se.<br />
– No, Stefano.<br />
– Ma se non mi fai nemmeno parlare.<br />
– Ti ho già risposto: no. Non ho voglia di alzarmi, allacciarmi le scarpe, aprire il garage, chiudere il garage, prendere la macchina, andare al bar, comprare la birra, tornare, aprire il garage, chiudere il garage, salire, stappare, versare in un bicchiere. Proprio nessuna voglia.<br />
– Due bicchieri. E due birre.<br />
– Comunque non mi va.<br />
– …<br />
– …<br />
– Sai cosa?<br />
– Eh.<br />
– Pensandoci, nemmeno a me.</p>
<p>Perlomeno fino all’altro ieri quando via Skype sono stato informato che Stefano tornava in Italia per un mese. La notizia mi è arrivata da Stefano stesso, il quale congiuntamente mi chiedeva appoggio per la notte, per raggiungere Napoli con calma il giorno dopo.<br />
Ci ho pensato un po’ prima di rispondergli. Di tutti i momenti che poteva scegliere per la sua gitarella in Italia, questo era realisticamente il peggiore. Per lo meno dal mio punto di vista. Cioè: la nostra amicizia era – diciamo così – andata in latenza proprio nel periodo in cui io mi accingevo a proiettarmi come un siluro verso il mondo del lavoro: ero un giovane, sfolgorante arrampicatore in piena erezione esistenziale. E dunque questo doveva essere l’ultimo ricordo che Stefano aveva di me. Quello che avrei portato a Fiumicino dentro la scatoletta di una Peugeot 107 nera metallizzata era invece un neo-ventiseienne devastato dalla gastrite, risucchiato nell’agognato mondo del lavoro come in una pozza di sabbie mobili, pesantemente compromesso con l’economia dell’immateriale, del kitsch, del fatuo, del cinismo più cinico, eccetera. E per di più a corto di fregna.<br />
Mentre Stefano era quello che un bel mattino, con la sua laurea in scienze politiche in tasca, aveva deciso che a conti fatti vivere in questo paese gli faceva cacare, aveva preso armi bagagli e si era imbarcato nel primo progetto di cooperazione internazionale che i suoi agganci nella Sinistra Giovanile erano riusciti a procacciargli.<br />
Senza troppe pippe mentali, aveva abbracciato suo padre (un signore simpatico vagamente somigliante ad una tartaruga, che nel mio ricordo è congelato sulla terrazza di un appartamento all’Arenella, congelato nel tempo e nel sole odoroso di maggio con le ginocchia bianche dentro dei bermuda beige) e sua mamma (un monte di donna, intelligente, profumata di cottura, il cui corpo riempiva da solo tutta la cucina del medesimo appartamento), le due sorelle, un cane. Ed era partito.<br />
Non so quanto Stefano ci credesse davvero al suo progetto di cooperazione – che, come mi avrebbe spiegato al ritorno dall’aeroporto, sul raccordo anulare all’altezza dell’uscita Appia, consisteva nella costruzione di una grande diga per alimentare con energia idroelettrica una serie di paesini morti di fame alle porte di La Paz – e quanto invece la scelta di partire fosse mossa dalla sua tradizionale miccia interiore. Miccia che, in una parola, consisteva nel bisogno disperato, divorante, di godere. Godere sempre, comunque, a qualsiasi costo: è con questo spirito che Stefano è sopravvissuto contro ogni previsione a più di un quarto di secolo di vita. Mangiare tutto il mangiabile, bere tutto il bevibile, fumare tutto il fumabile. E – naturalmente – chiavare tutto il chiavabile. Stefano ha chiavato letteralmente qualsiasi cosa in qualsiasi posto: cessi di locali, cinema porno, sedili posteriori di automobili mentre il guidatore, un amico, viene gentilmente invitato a girare in tondo in un parcheggio di cemento fino al completamento dell’opera. Stefano è la persona che, in una vecchia foto del nostro secondo liceo, dorme nudo sul cesso di casa di Andrea con una specie di turbante in testa, le dorsali della schiena, delle braccia, del costato, che s’ammassano nell’ombra sul suo corpo che sembra un blocco di argilla malamente sgrossato.</p>
<p>Se Stefano è arrivato vivo fino in Bolivia è solo per una certa istintiva meridionale scaltrezza che lo ha sempre salvato proprio un attimo prima del disastro (sfiorato, peraltro, milioni di volte). Quando è il tuo stesso corpo che, praticamente da quando sei in fasce, ti educa all’edonismo radicale è naturale che cresci più in fretta degli altri: ed è questa la ragione per cui Stefano ci è sempre sembrato più adulto di noi, e in qualche modo anche più usurato dall’esistenza. Noi ci perdevamo nelle fumisterie delle nostre ansie creative, e intanto Stefano frequentava chiunque, chiavava, affrontava insomma la vita come un’idrovora, saldamente incollato alla terra.<br />
Su questa totale divergenza d’intenti, non si sa come, la nostra amicizia reggeva. E ha retto per cinque anni solidissimamente.<br />
Eppure.<br />
Eppure sull’altro fronte c’era qualcosa di più profondo. Uno strato intimo della sua persona, assurdo e in fin dei conti incongruo, che purtroppo non c’è altro modo per definire se non idealismo. Sì, Stefano ha sempre vissuto la sua fame come una missione: è questa la verità. E’ proprio in virtù di questo idealismo che anche le chiattone che castigava nelle toilette del centro storico diventavano in fondo delle “belle persone”. E un trans con l’occhio di vetro che ormai nei nostri ricordi è fatto di pura sostanza mitologica “l’uomo più femminile che avesse mai visto”. Stefano si innamorava, cornificava, si separava, si imbucava alle feste, leggeva Marquez, insomma si sfamava col pieno spirito di irresponsabilità di chi non ha intenzione di lasciarsi niente alle spalle. In questo senso, senza che me ne rendessi conto, incarnava in pieno il mio ideale di vocazione al suicidio che ho sempre invidiato negli altri napoletani perché me lo sentivo negato. Nessuno come Stefano – ripeto: affamato, paraculo, in certi frangenti pericoloso – era sincero. Sincero nella sua totale incapacità di mentire a se stesso.<br />
Sicché godere era per Stefano un’altra cosa rispetto a quello che era per chiunque altro: diventava un inesauribile esercizio di conoscenza, un’inesauribile esplorazione di se stesso, un’inesauribile risalita all’origine. E perciò gli si perdonava tutto, perché in fondo anche se ci avesse tradito (per fortuna non lo ha mai fatto), non sarebbe stata colpa sua ma del suo appetito.<br />
Per questo quando a vent’anni, stupendo tutti, abbracciò dalla sera alla mattina la militanza attiva (naturalmente dentro Rifondazione, per poi diventare con un coup de theatre assolutamente geniale presidente d’Istituto all’università), nessuno si pose il problema di capire da quale vena fosse sortita la decisione. Era una tattica per estendere a livello intercontinentale il parco macchine delle chiavate potenziali, o semplicemente il nuovo imperativo categorico dei suoi visceri inquieti?<br />
In realtà, avremmo capito più tardi, il groviglio tra la fame e l’idea dentro il ventre di Stefano era e sarebbe rimasto per sempre inestricabile: anche per questo ci eravamo voluti bene finché eravamo rimasti vicini, prima di perderci.</p>
<p>Ed era la medesima ragione per cui non aveva senso nemmeno chiedersi quanto fosse verace la sua passione per i problemi energetici delle comunità rurali in America latina. Non aveva proprio nessun senso: questo pensavo quattro ore fa mentre andavo a prenderlo a Fiumicino in macchina.<br />
Avevo deciso che, in fin dei conti, di presentarmi all’imbarco in una forma non esattamente smagliante, non me ne fregava più di tanto. Ci conosciamo da dieci anni: abbiamo passato la fase in cui rivedersi significava innanzitutto misurarsi reciprocamente il pisello. In fondo, meglio credere che tutto quello che gli serviva stasera era semplicemente un posto per dormire prima di prendere l’intercity domani mattina.<br />
In più, portavo nel cruscotto un regalino offerto dalla casa, viso che dopo due anni in Bolivia, conoscendo i miei polli, i suoi gusti in fatto di sostanze ricreative dovevano essersi affinati – come del resto si erano affinati i miei.</p>
<p>E quindi eccoci qui. Spalmati sul divano in fondo a questo salone che è diventato grande il doppio, e doppiamente risonante. Il sangue che risciacqua sonoramente tra orecchio e orecchio, e un bisogno fortissimo di fare qualcosa, qualsiasi cosa. Bisogno perfettamente pareggiato da quello altrettanto urgente di non fare un cazzo, assolutamente un cazzo, da adesso in poi per tutta la vita. Il naso è di gesso, la lingua pure, appetito annullato per sempre. Un familiare senso di grumoso e dolciastro in fondo ai seni nasali e dietro la gola che si richiama ogni volta che inghiotto. Avrei voglia di parlare (di cosa poi?) ma non m’azzardo ad aprire bocca perché se inizio è certo che non la smetto più e finisco esausto.<br />
La verità è che vorremmo tutti e due andare a letto adesso, ma il regalino della casa rende la cosa assolutamente improponibile. Nella misura di un grammo e mezzo di regalino fatto fuori nel giro di due ore, si può calcolare che abbiamo davanti almeno tre ore di veglia nervosa, nervosissima, da riempire.<br />
Il problema è con cosa.<br />
Quello che ci dovevamo dire ce lo siamo già detti. Due ore sono bastate a scambiarci i trailer dei rispettivi ultimi due anni. La Bolivia, i culi imperiali delle boliviane, una casa con l’amaca in giardino, le facce degli indigeni come radici d’ulivo, le autostrade di bamba, fatte di scaglie giallognole scintillanti e purissime, l’odore materno di putrefazione dell’Amazzonia, l’esperimento di vivere senza il senso del luogo, il sentore di trappola che trovi già ad aspettarti ogni volta che arrivi in un posto, uguale in Bolivia com’era all’Arenella, come se ti seguisse dappertutto, e il conseguente bisogno di ripartire subito, prima possibile, per essere sempre da un’altra parte, due anni sembrano un cazzo e invece sono una vita, un’eternità. E, viceversa, da parte mia, i colloqui di lavoro, gli stage non pagati, i ritmi fordisti del lavoro televisivo, stare nel centro esatto dell’alienazione solo per dire di aver fatto la scelta più furba, ritrovarsi di colpo stipendiati, con una casa comprata dai genitori, una macchina, un abbonamento mensile alla metro, i buoni pasto nel portafoglio, una fidanzata giornalista, un amico regista, un amico sceneggiatore, un amico che è scappato in Giappone, dei libri pubblicati, marchette sui giornali, collaborazioni, contatti, fine settimana, carriera, contatti, know how maturato, le ferie, le pause pranzo, le mense aziendali, l’iphone per gestire i contatti, una recensione su Rolling Stone, le domeniche pomeriggio che arrivano come uno scalpello nel cervelletto, come un trapano, la depressione, due anni sembrano un cazzo e invece.</p>
<p>Insomma, in due ore ci siamo detti tutto.<br />
Anche se, naturalmente non ce lo siamo detti così: ci siamo detti invece che la Bolivia è bellissima e che bisogna viaggiare. Che se non ci siamo presi l’aids stavolta, siamo tranquilli per tutta la vita (risate). Che la televisione è un serbatoio d’intelligenza, bisogna solo scavare un po’. E che essere pagati per scrivere è una ficata, una soddisfazione impagabile eccetera.<br />
Ci siamo detti, in sostanza, che tutti e due abbiamo avuto quello che volevamo: il che tra parentesi è vero. Come due rette parallele siamo andati avanti ognuno verso i propri obiettivi, a chilometri di distanza. Quello che è restato degli anni ottanta siamo noi, e francamente poteva andare peggio.</p>
<p>Naturalmente Stefano non mi ha chiesto com’è che mi sono lasciato con la mia fidanzata se stava andando tutto così bene; né ha voluto indagare sul mio colorito, sulla panzella che s’indovina anche sotto la camicia Volcom da fighetto, sulle occhiaie, sulle mani che tremavano rendendo imprecise le raglie – su tutto quel complesso di cose insomma che in questi due anni ha trasformato il mio corpo in una costellazione di sintomi. E io da parte mia ho glissato sui motivi del suo ritorno in Italia per un mese – che con tutta probabilità diventeranno tre mesi – e la sua decisione di non tornare in Bolivia (c’è una scuola elementare da mettere in piedi urgentemente in una landa sperduta dell’Eritrea).<br />
Non ci siamo chiesti queste cose non perchè non ci interessassero o perché non sentissimo tutti e due puzza di bruciato. La sentiamo benissimo la puzza, visto che nonostante tutto siamo rimasti gli stessi identici di dieci anni fa. Diciamo – ma questa è solo una mia idea – che c’è stato un piccolo, reciproco patto di non belligeranza. Gli ho fatto vedere i miei libri e i giornali con il mio nome sopra, lui mi ha fatto vedere il suo tatuaggio dell’America latina sulla schiena e la foto di una negra bella come un’aurora boreale che tiene nel portafoglio. Certe volte, tra persone felici, è meglio così.</p>
<p>E’ l’una e mezza e siamo sveglissimi. Ora che ci siamo detti tutto, da qualche minuto la stanza ha cominciato a comprimersi.</p>
<p>– Pè.<br />
– Stefano.<br />
– Senti una cosa.<br />
– Dimmi.<br />
– Ma qua in zona puttane ce ne sono?<br />
– Be’. C’è la Colombo. Perché?<br />
– Niente, così.<br />
– Veramente sono più trans che puttane. Però qualche puttanone c’è.<br />
– Ah, pure i trans.<br />
– Non pensarci nemmeno.<br />
– Chi ha detto niente. Era giusto per sapere.<br />
– Sì, come no. Giusto per sapere.<br />
– Senti, piuttosto. Ma Andrea?<br />
– Andrea che?<br />
– Che ne so. Come sta? Vi siete visti? Che combina?<br />
– Prendo le chiavi.<br />
– Come stai a soldi?<br />
– Facciamo bancomat.<br />
– Via.<br />
–	Via.</p>
<p>QUESTO RACCONTO FA PARTE DEL VOLUME MISCELLANEO “NAPOLI PER LE STRADE” CURATO DA MASSIMILIANO PALMESE PER LE EDIZIONI AZIMUT. Gli autori inclusi sono:<br />
Alessio Arena, Luigi Romolo Carrino, Stella Cervasio, Fabrizio Coscia, Carla D’Alessio, Maurizio de Giovanni, Luca De Pasquale, Peppe Fiore, Francesco Forlani, Antonio Iorio, Simone Laudiero, Marilena Lucente, Giusi Marchetta, Marco Marsullo, Paolo Mastroianni, Rossella Milone, Davide Morganti, Marco Palasciano, Massimiliano Palmese, Angelo Petrella, Massimiliano Virgilio.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/07/piazza-fuga/">Piazza Fuga</a></p>
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		<title>Qui non lo lascio</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2009 16:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>“Qui non lo lascio. No!” ha detto Mirela, la moglie di Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno, ucciso dai killer della camorra il 26 maggio scorso, vittima innocente durante un’azione di rappresaglia criminale nel pieno centro di Napoli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/17/qui-non-lo-lascio/">Qui non lo lascio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>“Qui non lo lascio. No!” ha detto Mirela, la moglie di Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno, ucciso dai killer della camorra il 26 maggio scorso, vittima innocente durante un’azione di rappresaglia criminale nel pieno centro di Napoli. Una settimana fa, Mirela è fuggita in Romania con i due figli e ha disposto che le spoglie del suo caro siano rimpatriate al più presto, lamentando così il duplice oltraggio subìto: l’assurdo ferimento di Petru durante la sparatoria e la sua agonia davanti ai tornelli di un’affollata stazione ferroviaria dove si era rifugiato malgrado fosse stato raggiunto da due proiettili. E’ rimasto a terra per quasi mezz’ora Petru, senza che i treni nemmeno fermassero le loro corse, mentre le immagini del sistema di videosorveglianza riprendevano la gente che fuggiva via da Mirela che urlava disperata, cercando un aiuto che nessuno le ha dato fino all’arrivo dell’ambulanza da un ospedale, il vecchio Pellegrini, distante appena 20 metri.<span id="more-18618"></span> La telecamera esterna mostra che solo alcuni minuti prima, Petru attraversava con Mirela piazza Montesanto, davanti alla stazione della linea cumana che ogni giorno serve migliaia di pendolari e turisti. Ambedue appaiono con il passo stanco di una giornata di fatica, la fisarmonica al collo con cui spesso li avevo visti girare tra i vicoli, suonando melodie che molti ripagavano lanciando monete dalle finestre. Eppure, lì, in un momento cruciale, non hanno trovato nessuna carità, nessuna compassione. Non credo sia stata indifferenza quella di chi li ha evitati, erano persone spaventate, forse raggiunte dal rumore degli spari appena trascorsi, forse semplicemente assuefatte al vortice di una città violenta e abbandonata a se stessa da politiche che guardano prevalentemente all’immagine turistica e culturale. Non è stata indifferenza ma piuttosto ignavia, un’incapacità ad agire secondo valori dignitosi ed umani, il prevalere di quella viltà con cui si tira a campare, con cui si dice: tengo famiglia, cucendosi addosso mille giustificazioni e diritti, omettendo ogni discorso sui propri doveri, come ha esasperatamente imparato a fare l’Italia di oggi, non solo Napoli. Secondo alcuni, lo sguardo di chi ha tirato dritto aveva compreso che si trattasse di un immigrato, di uno che conta zero, che qui non ci dovrebbe stare, forse per questo, durante la commemorazione del 4 giugno voluta dai centri sociali, una mano ha scritto provocatoriamente su un biglietto: un fiore per te Petru, questa era la tua città. Non sono del tutto convinto di questa posizione che, sebbene al passo con i tempi, fa salve ancora delle possibilità di solidarietà diffusa in una nazione dove invece la cultura prevalente istiga alla “furia agonistica” tra tutti. Quando nelle immagini a circuito chiuso, si assiste allo svuotamento del piccolo andito da cui tutti sono fuggiti e Mirela resta sola con il suo uomo agonizzante, si prova paura, una paura che va ben oltre quella della camorra e del degrado, la paura di ciò verso cui stiamo andiamo: un enorme vuoto disumanizzante, su uno sfondo metallico e impietoso, dove il sangue e le vittime del reale non riescono a provocare vergogna e indignazione se non per effetto di uno scoop. Inoltre, per quanto ancora i problemi di una città italiana, terza metropoli della nazione, dovranno essere isolati dal contesto generale e trattati come emergenze ed eccezioni che si affrontano con l’esercito, le misure speciali o con ridondanti dissimulazioni? Forse per sempre Napoli resterà “il ritratto di Dorian Gray” per un’Italia che non vuole vedere quanto è culturalmente e antropologicamente mutata, in peggio.</p>
<p><em>riporto qui la versione integrale dell&#8217;articolo pubblicato oggi sul &#8220;Corriere della Sera&#8221;.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/17/qui-non-lo-lascio/">Qui non lo lascio</a></p>
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		<title>Come muore ognuno di noi</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2009 06:44:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p><em>Maurizio Braucci ne parla <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/">qui</a>. e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/17/qui-non-lo-lascio/">qui</a> hj</em></p>
<p><strong>Napoli, Montesanto, 26 maggio 2009, ore 19.</strong><br />
Un uomo con una fisarmonica in spalla, accanto a lui una ragazza. Camminano verso la stazione Cumana di Montesanto.<br />
Un corteo di 4 centauri sfilano contromano davanti alla telecamera della video sorveglianza all’esterno di quella stessa stazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/17/banalita-del-male/">Come muore ognuno di noi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/dYMdHtHqEQI&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/dYMdHtHqEQI&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p><em>Maurizio Braucci ne parla <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/">qui</a>. e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/17/qui-non-lo-lascio/">qui</a> hj</em></p>
<p><strong>Napoli, Montesanto, 26 maggio 2009, ore 19.</strong><br />
Un uomo con una fisarmonica in spalla, accanto a lui una ragazza. Camminano verso la stazione Cumana di Montesanto.<br />
Un corteo di 4 centauri sfilano contromano davanti alla telecamera della video sorveglianza all’esterno di quella stessa stazione. Non c’è l’audio, ma si capisce che i motori rombano nel traffico cittadino dell’ora di punta.<br />
Nella controluce, s’intravedono l’uomo e la ragazza correre verso le porte d’ingresso.<br />
L’uomo avanza piegato, arranca fino ai tornelli della stazione, cerca di appoggiarsi all’obliteratrice. Non c’è l’audio, ma si capisce, si vede che la ragazza sta chiedendo aiuto alla folla accalcata in uscita e in entrata lì, a un passo da lei e da quell’uomo, che deve essere il suo compagno o suo marito.<br />
L’uomo è piegato su se stesso. Si stringe la mano al ventre o al petto. È ferito. Si capisce anche dal video che è ferito. La ragazza prova a sorreggerlo. L’uomo scivola piano, si accascia vicino ai tornelli.<span id="more-18599"></span><br />
La gente intanto si è diradata. Quella che è ancora lì o sta arrivando in quel preciso momento non si volta nemmeno. Si vede che sente la morte lì a un passo, e non vuole vedere, vuole obliterare al più presto, andarsene. Solo qualcuno rimane per qualche istante a guardare atterrito o spaesato, poi si allontana, tornando indietro verso i binari o avviandosi in fretta verso l’uscita.<br />
La moglie ragazza grida, si dispera. I pochi rimasti si accalcano sul tornello vicino come animali terrorizzati, spingono, incerti se andare verso i treni o uscire fuori dalla stazione.<br />
La moglie ragazza si guarda intorno. E intorno non c’è più nessuno.<br />
Davanti alla telecamera della video sorveglianza adesso c’è una ragazza che si dispera nella più assoluta solitudine. L’uomo, esanime, accasciato ai suoi piedi.</p>
<p>Queste le immagini che molti di noi, ieri sera, hanno visto nei vari telegiornali o in qualche rubrica di informazione. Queste le immagini che oggi molti vedranno replicate in decine di siti. Una sequenza sconcertante.</p>
<p>Così è morto Petru Birladeandu, cittadino rumeno, musicista di strada, colpito a una gamba e al torace da una pioggia di proiettili di camorra destinati a qualcun altro (il camorrista Salvatore Mariano).<br />
Petru Birladeandu non è stato ucciso né per odio razziale né per un qualche regolamento di conti. Petru Birladeandu è stato ucciso perché si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una vittima innocente, come si dice, o meglio, un vittima casuale. Come lo potrebbe essere ognuno di noi.<br />
Ed è proprio questo che sconcerta. La consapevolezza che Petru Birladeandu poteva essere ognuno di noi.<br />
E <em>ognuno di noi</em> – dinanzi a un uomo e a una donna che chiedono disperatamente aiuto – vuoi per paura, per orrore, per sospetto nei confronti dell’altro (di chiunque altro che non ci assomigli), per diffidenza dinanzi alla pregiudiziale malvagità umana, per il terrore che può suscitare la violenza camorrista, per spirito di auto conservazione, per tutte le mille ragioni che si possono sviscerare nel tentativo di dare un senso a un evento così inoppugnabile e inquietante, ha lasciato che tutto ciò accadesse senza sentirsi minimamente chiamato in causa, senza nemmeno pensare che quell’uomo lì accasciato a terra poteva benissimo essere ognuno di noi, con tutta l’innocenza e l’umana sollecitudine che ognuno di noi prova per se stesso o per un suo simile.</p>
<p>Dico questo, non per generico spirito umanitario o per quel facile esercizio di pietà umana propria di chi giudica a posteriore gli eventi, senza essersi trovato lì in quel preciso momento, in balia di quella stessa paura, di quello stesso orrore, di quegli stessi gesti inconsulti o intenzionali o semplicemente indotti, ma perché quelle sequenze mi sembra diano la misura di una sconfitta che ci riguarda tutti, indistintamente.</p>
<p>Una sconfitta che di sicuro si annida in diverse radici. E, se le dovessimo sviscerare, dovremmo di certo tenere in considerazione il modo in cui è percepito lo Stato e, di contro, il modo in cui sono vissuti quotidianamente l’arroganza e il potere della camorra (come della n’drangheta o della mafia) in realtà come quelle, il modo in cui si è radicalizzato in questo paese il sospetto nei confronti di alcune etnie e, in genere, nei confronti di tutto ciò che non ci assomiglia, o addirittura, come nota Zygmunt Bauman, nei confronti degli «esseri umani e delle loro intenzioni» tout-court&#8230; il modo in cui in questo paese si smantella quotidianamente il senso stesso di solidarietà sociale&#8230;</p>
<p>Ma, tener conto di tutto questo, non può in nessun modo nascondere un dato di fatto filmato sequenza dopo sequenza in tutta la sua evidenza: nessuno, quel 26 maggio alle ore 19,00 in quella stazione, ha prestato soccorso a un uomo, Petru Birladeandu, e a sua moglie.</p>
<p>Non prestare soccorso non è solo un reato sanzionato dall’articolo 539 del Codice Penale, è un reato contro la persona, contro la vita e l’incolumità individuale che nessuno di noi, se solo lo considerasse nella sua natura, penserebbe mai di poter commettere, o di potersi perdonare.</p>
<p> Ora, la casualità che ha sancito quella morte, l’innocenza della vittima, la sconcertante evidenza di quel dolore senza soccorso non possono non suscitare sgomento: <em>ognuno di noi </em>non ha soccorso <em>ognuno di noi</em>.<br />
Qualunque ne sia la ragione, non possiamo che costatare una terribile verità: la sconfitta di quella fiducia e solidarietà umana che è il fondamento stesso dell’umana convivenza.<br />
<em>Ognuno di noi</em> ha avuto paura di <em>ognuno di noi</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/17/banalita-del-male/">Come muore ognuno di noi</a></p>
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		<title>Clan a Montesanto</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 17:40:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno, è stato commemorato giovedì scorso da un presidio di associazioni e collettivi che si è tenuto nello stesso quartiere Montesanto dove il 33enne è stato ucciso dai killer della camorra il 26 maggio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/">Clan a Montesanto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/agguato_04.jpg" alt="agguato_04" title="agguato_04" width="576" height="324" class="alignleft size-full wp-image-18526" /></p>
<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>Petru Birladeandu, il suonatore ambulante rumeno, è stato commemorato giovedì scorso da un presidio di associazioni e collettivi che si è tenuto nello stesso quartiere Montesanto dove il 33enne è stato ucciso dai killer della camorra il 26 maggio. E’ morto con ancora addosso la sua fisarmonica, per alcune ore si è pensato che fosse lui l’obiettivo del raid, Petru invece era uno che si guadagnava da vivere suonando insieme alla moglie per i vicoli del centro di Napoli.<span id="more-18523"></span> Il rumeno è l’ennesima vittima innocente di una sparatoria di camorra, la cui dinamica, tuttavia, se ricostruita, racconta di una morte assai più che incidentale: col suo aspetto dimesso Petru potrebbe essere stato subito identificato dai killer, furiosamente impegnati in una rappresaglia in territorio nemico, come un morto che non si paga, un disgraziato su cui si può sparare per creare ancora più clamore. Quella sera infatti, 6 esponenti del clan Ricci-Sarno, tra cui alcuni a volto scoperto, a bordo di tre scooter hanno attraversato i Quartieri Spagnoli seminando il terrore e sparando presso alcune basi di spaccio per intimare loro di non osare cambiare fornitori di droga. Nell’ultima tappa, i killer hanno ucciso Petru e ferito un 14enne che cercava riparo dall’improvvisa pioggia di proiettili caduta su una piazza come sempre affollata di gente. L’azione si inserisce all’interno dello strisciante conflitto del clan Ricci contro i Mariano, e che vede i primi alleati con la potente famiglia Sarno che dalla periferia est di Ponticelli domina varie zone dell’hinterland napoletano, un conflitto, questo, destinato a non placarsi. I killer sono arrivati in piazza Montesanto, nel territorio di appartenenza dei loro avversari, sparando all’impazzata per ribadire che il quartiere deve ubbidire a loro e dando l’ennesimo avviso ai Mariano dopo la recente scarcerazione di uno dei loro leader storici, Marco Mariano, intorno al quale temono che il clan possa ritrovare il prestigio dei primi anni ‘90. Questo sebbene, un mese fa, “Marcuccio” abbia fatto pubblicare una forbita e sorprendente lettera sul quotidiano “Il Giornale di Napoli”  in cui afferma che i Quartieri Spagnoli non gli interessano. La dinamica dell’azione del 26 maggio è stata da far west, dopo i primi colpi sparati in aria i killer si sono aggirati in moto tra la gente che fuggiva, urlando che stavano cercando i guappi del quartiere. “Quelli a volto scoperto avranno avuto al massimo 20 anni e si capiva da come erano esaltati che erano fatti di coca” racconta uno degli involontari testimoni “ Io credo che intendessero dare un avviso anche agli abitanti di Montesanto, soprattutto ai giovani, affinché non sostengano il clan locale, come se poi la camorra fosse un esercito di leva regolare”. Strategia della deterrenza, applicata ad un quartiere socialmente misto del centro, e che poteva facilmente diventare una strage. Petru Birladeandu ha avuto la sola colpa di non essersi accorto della sparatoria, ritrovandosi di fronte ai killer che quindi gli hanno sparato, forse allarmati dalla sua incauta traiettoria, forse perché “fare un morto”avrebbe dato più lustro alla loro operazione militare, ma questo non lo sapremo mai. Napoli trema ancora per la sua catastrofe più distruttiva, la camorra, proprio mentre molti lamentano che il fenomeno Gomorra abbia reso un’immagine distorta della città.  Le forze dell’ordine hanno risposto a questa tragica sparatoria con una maxi retata di ben 64 esponenti del clan Sarno, nella notte successiva al 26 maggio, accelerando i risultati dell’inchiesta che viene dal primo pentito del clan, Nunzio Boccia. Ma gli scontri non si sono fermati, lunedì notte, ai Quartieri Spagnoli, un transessuale è stato ferito durante un’altra sparatoria tra camorristi. Oltre alla contesa del territorio e al timore dei Ricci per una riorganizzazione dei Mariano, la guerra è dovuta anche al recente blitz contro il clan dei narcotrafficanti di Scampia, gli Amato-Pagato, che con la loro corsia preferenziale dal Sudamerica attraverso la Spagna rifornivano di droga la città e la provincia napoletana. Gli arresti dei narcos, infatti, stretti alleati dei Sarno, hanno infranto una condizione di monopolio e aperto altri scenari, scompigliando gli equilibri e le forniture delle piazze di spaccio. Tutto ciò avviene sull’inquietante sfondo che vede i boss, data la morsa della magistratura e l’inasprirsi delle pene, ricorrere ad una manovalanza sempre più giovane, ragazzi armati e mandati ad uccidere, desiderosi di fama e denaro, esaltati dalla coca e dalla fiducia dei loro capi. Giovani, corrotti dagli adulti, che sparano ad altri giovani rinforzando l’inevitabile binomio tra criminalità organizzata e disagio giovanile che solo le istituzioni ormai sembrano trascurare e contro cui la sola repressione è insufficiente. Forse, se non verranno arrestati, quei giovanissimi killer di Petru che hanno agito incautamente a volto scoperto, ormai troppo scomodi, moriranno per mano dei loro mandatari.<br />
Intanto, la faida di Scampia del 2004-2005 ha creato un nuovo parametro di azione per la criminalità organizzata: attaccare il consenso territoriale degli avversari, distruggerne l’economia, esercitare una violenza che incuta terrore e impedisca il normale svolgimento di ogni attività quotidiana lì dove i nemici sono arroccati. Una logica da guerriglia di cui bisogna prendere atto, dove ormai le vittime innocenti possono fare gioco alle strategie militari dei clan che difendono i loro monopoli milionari di droga. Narcotraffico internazionale, strategie del terrore, sfruttamento della marginalità giovanile, sono queste tre chiavi di lettura del presente delle criminalità organizzate, l’altra faccia di quello sviluppo senza progresso, del neoliberismo selvaggio e di un’ignorata emergenza giovanile che caratterizzano i nostri tempi. Eppure, già il magistrato Alessandro Pennasilico, componente del pool anticamorra, aveva di recente lanciato un appello alle istituzioni affinché agiscano con delle politiche sociali ed economiche nei territori in mano alla camorra, riconoscendo che la sola azione giudiziaria non basta. L’omicidio dell’innocente Birladeandu, che deve far riflettere le nostre coscienze, non ha avuto nessuna eco sui media nazionali. Alla base di tanta indifferenza ci sarà il tentativo di proteggere l’immagine turistica della città, l’investimento politico del governo Berlusconi su una Napoli “riportata in occidente” oppure la nostra assuefazione all’orrore che ci circonda? </p>
<p>pubblicato su &#8220;Repubblica&#8221;, Napoli, 6.6.2009.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/13/clan-a-montesanto/">Clan a Montesanto</a></p>
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		<title>Cinque minuti di Napoli</title>
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		<pubDate>Fri, 29 May 2009 10:31:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p></p>
<p>Hanno fatto l’intero percorso, da sant’Anna di Palazzo, a cento metri da piazza Plebiscito, tagliando trasversalmente lungo il pezzo finale dei Quartieri, e infine giù, verso la Pignasecca, circa un chilometro, con le pistole già in mano, in mezzo alla gente che girava tra i negozi del centro, le buste umide con le orate per la cena e gli involti molli di petto di pollo, i sacchetti trasparenti di unto delle friggitorie pieni di zeppole e crocchè, i rettangoli plastificati delle ricariche telefoniche appena comprati, la riga argentata che copre il pin per l’accredito ancora integra, otto a bordo di quattro moto, uno scooter 150 in apertura, un altro in chiusura, e al centro una Kawasaki e un Hornet Honda, tutti con i caschi integrali, il passeggero della Kawasaki con la maglia azzurra del Napoli,<br />
</p>
<p>hanno scarrellato i <em>ferri </em>quando i motori erano ancora freddi, i primi colpi, in aria, li hanno sparati già a Galleria Toledo, poi su via Pasquale Scura, infine, hanno aperto il gas e si sono fatti a velocità pazzesca e contromano il vicolo dei Pellegrini, la gente s’è fatta secca contro i portoni dei palazzi per non essere investita, in piazzetta Montesanto, nello spiazzo che si allarga davanti alla facciata di vetro e acciaio della nuova stazione della Cumana, hanno abbassato le braccia e sparato sui corpi, proiettili potenti, 9&#215;19 e 9&#215;21, usati solo in Italia e conosciuti come <em>Imi</em>, acronimo di <em>Israel Military Industry</em>, la gente è scappata dove ha potuto, si è buttata sotto alle macchine ferme, ha sollevato le buste sopra alla testa nel tentativo di nascondercisi dietro, il flusso sparso dei viaggiatori in uscita dalla Cumana si è riaggregato immediatamente dentro, come una riga di mercurio fuori da un termometro rotto, <strong>Marco</strong>, 14 anni, stava giocando a pallone, correndo si è messo una mano sul braccio, una <em>botta </em>gli ha sfasciato la spalla, <strong>Petru Birleandu</strong>, 33 anni, il rumeno suonatore di organetto che tutti in zona conoscevano, ha cercato pure lui di ripararsi, una delle centocinquanta telecamere di zona lo ha filmato mentre sollevava la fisarmonica a proteggersi il tronco, ma coi pantofoloni  di gomma zigrinata che portava ai piedi era lento, impacciato, un proiettile gli ha sfondato lo strumento,  è riuscito finalmente a voltarsi quando un altro colpo, da dietro, gli ha bucato l’ascella e si è piantato nel cuore, Petru è corso verso i binari, ha sbattuto contro una colonna, forse negli attimi della fuga non l’ha vista, forse aveva già la vista annebbiata, è sbattuto contro la colonna e si è accasciato a terra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/29/cinque-minuti-di-napoli/">Cinque minuti di Napoli</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/montesanto8.jpg" alt="montesanto8" title="montesanto8" width="333" height="470" class="alignnone size-full wp-image-18092" /></p>
<p>Hanno fatto l’intero percorso, da sant’Anna di Palazzo, a cento metri da piazza Plebiscito, tagliando trasversalmente lungo il pezzo finale dei Quartieri, e infine giù, verso la Pignasecca, circa un chilometro, con le pistole già in mano, in mezzo alla gente che girava tra i negozi del centro, le buste umide con le orate per la cena e gli involti molli di petto di pollo, i sacchetti trasparenti di unto delle friggitorie pieni di zeppole e crocchè, i rettangoli plastificati delle ricariche telefoniche appena comprati, la riga argentata che copre il pin per l’accredito ancora integra, otto a bordo di quattro moto, uno scooter 150 in apertura, un altro in chiusura, e al centro una Kawasaki e un Hornet Honda, tutti con i caschi integrali, il passeggero della Kawasaki con la maglia azzurra del Napoli,<br />
<span id="more-18091"></span></p>
<p>hanno scarrellato i <em>ferri </em>quando i motori erano ancora freddi, i primi colpi, in aria, li hanno sparati già a Galleria Toledo, poi su via Pasquale Scura, infine, hanno aperto il gas e si sono fatti a velocità pazzesca e contromano il vicolo dei Pellegrini, la gente s’è fatta secca contro i portoni dei palazzi per non essere investita, in piazzetta Montesanto, nello spiazzo che si allarga davanti alla facciata di vetro e acciaio della nuova stazione della Cumana, hanno abbassato le braccia e sparato sui corpi, proiettili potenti, 9&#215;19 e 9&#215;21, usati solo in Italia e conosciuti come <em>Imi</em>, acronimo di <em>Israel Military Industry</em>, la gente è scappata dove ha potuto, si è buttata sotto alle macchine ferme, ha sollevato le buste sopra alla testa nel tentativo di nascondercisi dietro, il flusso sparso dei viaggiatori in uscita dalla Cumana si è riaggregato immediatamente dentro, come una riga di mercurio fuori da un termometro rotto, <strong>Marco</strong>, 14 anni, stava giocando a pallone, correndo si è messo una mano sul braccio, una <em>botta </em>gli ha sfasciato la spalla, <strong>Petru Birleandu</strong>, 33 anni, il rumeno suonatore di organetto che tutti in zona conoscevano, ha cercato pure lui di ripararsi, una delle centocinquanta telecamere di zona lo ha filmato mentre sollevava la fisarmonica a proteggersi il tronco, ma coi pantofoloni  di gomma zigrinata che portava ai piedi era lento, impacciato, un proiettile gli ha sfondato lo strumento,  è riuscito finalmente a voltarsi quando un altro colpo, da dietro, gli ha bucato l’ascella e si è piantato nel cuore, Petru è corso verso i binari, ha sbattuto contro una colonna, forse negli attimi della fuga non l’ha vista, forse aveva già la vista annebbiata, è sbattuto contro la colonna e si è accasciato a terra. È morto. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/29/cinque-minuti-di-napoli/">Cinque minuti di Napoli</a></p>
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		<title>Il ritorno della munnezza</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 04:15:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><em>Questo video che documenta il primo carico di rifiuti tal quale finito nell&#8217;inceneritore di Acerra, mi è stato segnalato da Maurizio Braucci. Il movimento campano <a href="http://www.rifiutizerocampania.org">Rifiuti Zero</a> da appuntamento per il 25 e 26 marzo affinché la truffa non si consumi in silenzio.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/18/il-ritorno-della-munnezza/">Il ritorno della munnezza</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/qPSWQq3e8S4&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/qPSWQq3e8S4&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p><em>Questo video che documenta il primo carico di rifiuti tal quale finito nell&#8217;inceneritore di Acerra, mi è stato segnalato da Maurizio Braucci. Il movimento campano <a href="http://www.rifiutizerocampania.org">Rifiuti Zero</a> da appuntamento per il 25 e 26 marzo affinché la truffa non si consumi in silenzio. hj</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/18/il-ritorno-della-munnezza/">Il ritorno della munnezza</a></p>
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		<title>Marmo</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Feb 2009 07:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[1946]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p></p>
<p>                                                                   <em> Il Signore sorregge tutti quelli che cadono<br />
                                                                    e rialza tutti quelli che sono piegati</em></p>
<p>                                                                                                              Salmo 145</p>
<p>   Nello stesso ospedale dove per molti anni aveva lavorato a tirare fuori dalle pance di donne sofferenti bambini vivi e bambini morti, Lina, la moglie di Carlo, stava morendo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/17/marmo/">Marmo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/viamedina.jpg" alt="viamedina" title="viamedina" width="525" height="350" class="alignnone size-full wp-image-14500" /></p>
<p>                                                                   <em> Il Signore sorregge tutti quelli che cadono<br />
                                                                    e rialza tutti quelli che sono piegati</p>
<p>                                                                                                              Salmo 145</em></p>
<p>   Nello stesso ospedale dove per molti anni aveva lavorato a tirare fuori dalle pance di donne sofferenti bambini vivi e bambini morti, Lina, la moglie di Carlo, stava morendo. Il cielo sopra gli Incurabili era grigio e stropicciato come il foglio di alluminio che avvolgeva il pollo arrosto che Carlo si era comprato per pranzo in una rosticceria sotto i portici di via Tribunali. Era uscito su via Duomo e aveva fatto il pezzo finale della strada, prima di uscire su via Foria, con la busta che gli ballava sulla gamba a ogni passo. A porta San Gennaro si era fermato davanti all’edicola votiva del martire e si era fatto due volte il segno della croce. Qualcuno aveva messo un pupazzetto a forma di delfino troppo vicino alla cappella, e Carlo l’aveva spostato quel tanto che bastava per non dare fastidio al santo. Sulla pancia del delfino, a pennarello, una mano aveva scritto <em>ti prego guarisci Davide</em>.<br />
Carlo l’aveva rimesso dove stava prima, facendosi il terzo segno della croce.<br />
<span id="more-14499"></span></p>
<p>Era la metà di gennaio, nel mezzo di un giorno pieno di vento, ma nella stanza del reparto l&#8217;aria era densa e calda, resa bollente dalle macchine che gestivano le funzioni del corpo di Lina. Il cuore, ormai poco più che un pugno sfatto di carne malmessa, pompava di malagrazia, come se avesse avuto di meglio da fare che non spingere il sangue su per le arterie della donna. Nei giorni e nelle ore precedenti, i dottori che l’avevano in cura avevano generosamente esibito spalle scrollate e mani scosse nell’aria a esprimere dubbi e incertezze e perplessità, come se ogni volta stessero maneggiando degli invisibili <em>shaker </em>pieni di ghiaccio tritato e alcol. Nessuna delle loro manovre impronunciabili o dei loro protocolli misteriosi, nessuna fila di pillole colorate che le infermiere portavano a spasso allineate su vassoi d’acciaio, nessuna polvere incapsulata nei cilindretti smaltati di plastica vegetale e non un grammo dei liquidi chimici che le spingevano giù per la gola o che le lasciavano sgocciolare in vena attraverso la punta cava della flebo sembravano funzionare granché.<br />
 A intervalli di un’ora il braccialetto avvolto al braccio di Lina si stringeva preceduto da piccoli sbuffi e registrava l’andamento della pressione. Poi si sgonfiava con un lungo sibilo stanco. Un’infermiera passava sei volte al giorno a segnare i dati su un foglio quadrettato. I medici arrivavano due volte al giorno, qualche volta da soli, altre con un codazzo di giovani assistenti o specializzandi, spesso così piccoli che a Carlo sembravano ragazzini vestiti da dottore per una festa di Carnevale, che registravano mentalmente ogni gesto e ogni parola che quelli dicevano di fronte al corpo morente della moglie. Ma nonostante i trionfalismi delle posture diritte dei dottori e i giochini di dita e mani con il disco gelato del fonendoscopio che gli sballonzolava sul petto a ogni movimento, nonostante le parole rassicuranti e il luccichio dei macchinari sempre più all’avanguardia, le cose andavano malissimo. Nei reparti di quell’ospedale si consumava, giorno dopo giorno, sulla  pelle di una donna sofferente, la sconfitta silenziosa della Tecnologia. A Carlo sembrava tutto una perdita di tempo. Era stato comunista una vita intera. Era un uomo pratico, credeva solo a quello che vedeva. Solo negli ultimi anni aveva cominciato a chiedere in silenzio le sue cose a Dio. Ma tuttora non era troppo convinto che Dio lo sentisse. E poi, a dirla sinceramente, molte cose proprio non le capiva. Era un uomo semplice. Gli veniva facile al massimo comprendere il funzionamento di un frullatore. Infili una cosa solida, premi un tasto, esce una cosa liquida. Tutto il resto gli dava la nausea: la promessa di felicità che la Tecnica porta con sé; l’idea di un futuro migliore. In una parola, <em>l’immortalità</em>. Per quel che ne sapeva lui, quella massa di stregoni che tutti i giorni armeggiavano attorno al letto di sua moglie avrebbero anche potuto pinzarle l’attaccatura dei polsi con le virgole scure e viscide di una manciata di sanguisughe tirate fuori da un barattolo, o squartare un capretto sacrificale e scrutarne le viscere fumanti, e il risultato non sarebbe cambiato. Sua moglie stava per morire, e questo era quanto.</p>
<p>Carlo guardò la televisione fissata in un angolo in alto della stanza. Su Rai uno il papa &#8211; non quello nuovo, il tedesco, qualunque fosse il suo nome, ma l’altro, il polacco col sorriso dolce, stava inginocchiato a lavare i piedi del suo attentatore, un tizio con la faccia e i capelli color topo che molti anni prima gli aveva sparato addosso. Il suono era smorzato, e Carlo non capiva cosa stavano dicendo. Forse era l&#8217;anniversario della morte del polacco, o l&#8217;anniversario dell’attentato. O il compleanno del turco. Chi lo sapeva? Però era un bel gesto, lavare i piedi di qualcuno che ha provato a riempirti il corpo di <em>botte</em>; soprattutto perché era un vecchio che si portava appresso un corpo vecchio, e stanco. Pensò per un momento a padre Filomeno, che era passato due volte a vedere come stava Lina, e la seconda volta, quando aveva infilato le dita nell’ampollina d’olio per l’estrema unzione, mentre le impiastricciava la fronte disegnando una piccola croce lucida, aveva detto <em>accogli o Signore la nostra sorella </em>Pina <em>tra le schiere dei tuoi beati</em>. Lina dormiva. Carlo guardava fuori. Ogni tanto si fissava a guardare il sondino che le usciva dal naso, e si chiedeva che cosa sarebbe successo se Lina si fosse messa a starnutire.</p>
<p>Lina aveva ottantacinque anni e aveva vissuto una vita lieta nella quale, testardamente, si erano infilati dei dolori sfrenati che poco a poco avevano segnato quei solchi e quelle incrinature che adesso le percorrevano il cuore in lungo e in largo, come i segni delle lame di un pattino sulla pista di ghiaccio. Il più profondo di questi dolori era venuto molto tempo fa, così tanto tempo fa che a Carlo e Lina sembrava proprio un’altra vita vissuta in un’altra epoca. Erano giovanissimi. Vivevano in una casa minuscola sopra ai Cristallini alla Sanità, e avevano un figlio, Stefano, un bambino di tre anni pieno di capelli ricci che una sera, quando Lina era passata dalla signora Anna a prenderlo, dopo essere tornata dall’ospedale coi piedi gonfi a causa della lunga giornata passata in piedi, aveva salutato la donna portandosi una mano alla testa e lamentando un dolore che nemmeno i baci della mamma erano riusciti a sopire.<br />
Lina lo aveva messo a letto prima. Aveva mangiato poco, qualche cucchiaio di brodo e due sorsi di latte. Lina aveva rovesciato un po’ di ghiaccio in un fazzoletto di Carlo e aveva fatto un nodino agli angoli. Poi lo aveva messo sulla fronte di Stefano, e uscendo dalla stanza aveva lasciato la porta socchiusa.  La mattina, il fazzoletto era scivolato sul cuscino, dove una piccola macchia di acqua bagnava la federa. Carlo era uscito presto, quando lei ancora dormiva, per andare a lavorare. In ospedale, Lina aveva il turno di pomeriggio. C’era tutto il tempo per preparare il pranzo e sistemare un po’ la casa. Quando, alle nove e mezzo, aveva messo la testa nella stanza di Stefano, il bambino era nella stessa identica posizione della sera prima. Si era seduta sul letto e gli aveva passato una mano sul viso, che era freddo. Lina aveva pensato che era per il ghiaccio sciolto. Aveva chiamato Stefano, lo aveva accarezzato di nuovo, e di nuovo. Gli aveva preso la faccia con una mano e aveva cominciato a scuoterla piano. Poi un po’ più forte. Gli aveva schiuso le palpebre scollandole con due dita. Lo aveva chiamato un’altra volta. Gli aveva scosso le spalle e dato due schiaffi, ma temeva di fargli male, e si era limitata a colpirlo con la punta delle dita sulle guance, piano. Solo quando aveva acceso la luce nella stanza e aveva visto il blu delle labbra che spiccava sul bianco della faccia gelata, aveva preso il bambino in braccio ed era corsa fuori pronunciando il nome di Dio invano.</p>
<p>Carlo si era sistemato sul tavolino di formica vicino alla finestra e aveva aperto l’involto col pollo. Mangiava direttamente dalla vaschetta, staccando i pezzi ancora ricoperti di pelle sugosa. Sulle patate che accompagnavano la carne c’era troppo rosmarino. I primi tocchetti li aveva liberati spolverandoli con le dita e ammucchiando gli aghi del condimento nell’alluminio che teneva caldo il pollo, poi l’operazione s’era rivelata lunga e faticosa e aveva rinunciato, stringendo nel pugno il foglio oleoso fino a ridurlo a una palla compatta che aveva rimesso nella busta. Masticando, guardava Lina addormentata nel letto. Nella controra era tutto tranquillo. Nemmeno i rombi dei motorini che dalla Stella scendevano a piazza Cavour o i clacson impazziti delle macchine su via Foria arrivavano ad allagare di rumore la stanza. Se teneva la finestra chiusa gli sembrava addirittura di sentire il gocciolìo della flebo in vena. </p>
<p>Un anno dopo la morte di Stefano, nel giugno del 1946, in città c’erano stati scontri e rivolte. Le prime avvisaglie si erano già qualche tempo prima, quando, a maggio, da un balcone di via Foria qualcuno s’era messo a lanciare bombe a mano su una manifestazione di monarchici. Il due giugno era filato tutto liscio. Carlo e Lina avevano votato convinti per la Repubblica. Di quella giornata ricordavano una strana euforia che pervadeva le cose e le persone. Usciti dal seggio avevano passeggiato fino a piazza Carlo III, dove si erano fermati a mangiare un gelato. Poi erano tornati indietro lungo via sant’Antonio Abate, tagliando per vicolo dei Lepri, ed erano sbucati su via Cesare Rosaroll. C’era un sole bello e caldo. All’altezza di quello che una volta era stato il teatro san Ferdinando, adesso c’erano piccoli ammassi di pietre sfondate e macerie. Nella zona ci si passava di bocca in bocca una storia che nessuno sapeva dire con certezza se fosse leggenda o realtà, e cioè che dopo i bombardamenti sulla città, sopra i cumuli di polvere che una volta erano stati palchi, platea e palcoscenico del teatro, sorrideva, inspiegabilmente intatto e beffardo, un ritratto ad olio di re Ferdinando IV, dipinto da un autore ignoto.<br />
 Il PCI, nella cui federazione di via Medina Carlo e Lina si erano conosciuti da ragazzi, aveva votato in massa contro la monarchia. I comunisti andavano in giro assemblati in piccole pattuglie festose. Stringevano mani sorridendo. Per la prima volta dalla fine della guerra, l’Italia aveva in mano gli strumenti per venire fuori dal <em>pantano</em>. Così lo chiamavano. A loro volta, da subito, i monarchici avevano cominciato a parlare di brogli. Da prima ancora che le urne si chiudessero. Umberto II era stato in città pochi giorni prima del 2 giugno. In piazza, ad accoglierlo, c’erano trecentomila persone. Allo spoglio, Napoli aveva dimostrato la sua fedeltà alla corona anche nelle urne, votando compatta a favore della monarchia.<br />
Il sei giugno Lina era tornata a casa assai scossa. A Carlo aveva raccontato che all’ospedale avevano portato un ragazzo in fin di vita. All’altezza della chiesa di sant’Antonio a Capodimonte, come in via Foria, qualcuno s’era messo a lanciare bombe a mano contro un corteo di monarchici che, a quanto sembrava, s’era messo in testa di assaltare una caserma dei carabinieri per impadronirsi delle armi. Una di queste era esplosa ai piedi di un ragazzo che si chiamava Ciro Martino. Lina l’aveva visto in barella, una gamba strappata e uno squarcio all’altezza della pancia. Era morto in poche ore. L’avevano portato giù nell’obitorio dell’ospedale, e il direttore aveva dato ordine di coprire con un telo tutti i cadaveri presenti nella sala. Visto il clima rovente, non bisognava far trapelare in nessun modo la notizia che quel corpo morto, diventato immediatamente e pericolosamente un simbolo, stava in quell’ospedale. C’era il rischio di assalti o chissà che. Ma in poche ore si era rivelata una precauzione vana. Accanto al corpo di Ciro Martino era stato portato anche quello di Carlo Russo. Quattordici anni. Immediatamente, fuori dall’ospedale s’era formata una folla silenziosa che pretendeva di rendere omaggio ai morti. C’era così tanta gente, fuori, che Lina non ce l’aveva fatta nemmeno a uscire. Quando il direttore dell’ospedale aveva dato ordine di aprire la sala mortuaria, trasformandola così in camera ardente, nel giro di poche ore la bara di Carlo Russo s’era riempita di fiori, così tanti che solo il viso del giovane spuntava a malapena dallo strato morbido di rose e margherite.<br />
Ascoltando le parole di Lina, Carlo s’era acceso una sigaretta e aveva fumato a lungo. Poi, senza una parola, se n’era andato a dormire. </p>
<p>Il cuore di Lina si era fermato qualche giorno dopo.<br />
“Non ha sofferto” gli aveva detto un medico con i capelli rossi che non aveva mai visto prima.<br />
Quando la curva del monitor s’era schiacciata sul fondo dello schermo, e aveva cominciato a produrre un suono acuto e continuo, Carlo stava a casa con le mani immerse nella schiuma. Puliva il piatto e il bicchiere e la forchetta che aveva sporcato a pranzo. Il telefono aveva squillato tre volte, lui aveva smanacciato la mano in aria staccandosi dal dorso i ciuffi spumosi che il detersivo al limone faceva nell’acqua. Aveva detto “Pronto”, senza tono interrogativo; come un’affermazione. Poi aveva ascoltato una voce che gli chiedeva se era lui il marito di Lina, e lui aveva risposto di sì, e senza nemmeno lasciarla finire, aveva detto alla voce all’altro capo “vengo”, e s’era tolto il grembiule.</p>
<p>Lina non occupava già più il suo letto. Quando Carlo era entrato in stanza, aveva trovato un’infermiera che pareggiava le estremità del lenzuolo pulito infilandole sotto il bordo del cuscino. In obitorio non si poteva entrare, ma visto che in quell’ospedale Lina era stata un’infermiera conosciuta e amata da tutti, per Carlo avevano fatto un’eccezione.<br />
“Non ha sofferto” gli aveva detto un medico con i capelli rossi che non aveva mai visto prima, mentre scostava il lenzuolo dal corpo morto di sua moglie, fermo e già un po’ freddo sul tavolo di marmo. “Vi lascio soli un minuto”, a bassa voce aveva detto uscendo. </p>
<p>Il 12 giugno, Carlo era nella federazione del PCI di via Medina. In tutta la città c’era un clima pesantissimo. I morti e i feriti crescevano in continuazione. Nel corso di una riunione del partito, alla quale partecipava anche il sottosegretario Giorgio Amendola, a Carlo avevano dato una bandiera repubblicana in mano e gli avevano detto di appenderla fuori al balcone. A guardarla, faceva uno strano effetto con quel rettangolo bianco immacolato al centro, senza lo stemma sabaudo. Carlo aveva frugato qui e là nei cassetti alla ricerca di un po’ di spago col quale legare la bandiera all’inferriata. Aveva dato una voce ai compagni di là, ma nessuno gli aveva risposto. In un angolo della sala c’era un piccolo armadietto metallico con tre cassetti. Nell’ultimo, in basso, c’era un pacco di volantini e qualche graffetta. Quello al centro era chiuso a chiave. Nel primo, in fondo, gli era sembrato di indovinare la forma tonda di un rotolo di scotch, ma il cassetto era lungo e profondo, e non riusciva ad arrivarci. Aveva posato per terra la bandiera e, con entrambe le mani aveva fatto scivolare fuori dai binari il cassetto. Aveva visto giusto, era un tondino di scotch quasi esaurito, ma con sufficiente nastro per incollare la bandiera. Mentre rimetteva il cassetto nelle guide, qualcosa aveva attirato la sua attenzione. Sul fondo del secondo cassetto, quello chiuso a chiave, c’era una pistola. Un’arma piccola e corta su cui Carlo, dopo averla tirata fuori con attenzione, aveva letto, inciso nell’acciaio brunito della canna, <em>Browning 1903</em>. L’aveva tenuta in mano qualche secondo, poi l’aveva rimessa dov’era, aveva sistemato tutti i cassetti  e senza una parola era uscito sul balcone con il rotolo di scotch in una mano e la bandiera della repubblica italiana nell’altra. Il vento di quel giorno gli aveva un po’ complicato le operazioni, ma poi, dopo che aveva fatto girare l’ultimo pezzo della fettuccia collosa attorno al tessuto, si era sporto dal balcone e, soddisfatto, aveva contemplato il risultato. La bandiera, piena di vento, vibrava vigorosa. Carlo era rientrato dopo qualche minuto.</p>
<p>Quando Lina era uscita dal lavoro e si era incamminata giù per via Duomo, e poi lungo il corso Umberto fino a via Medina, la città sembrava attraversata da una vibrazione sotterranea di corrente. Ancora più del solito. Arrivata con gran difficoltà sotto la federazione aveva trovato un inferno. Guardie armate, ambulanze, gente dovunque. Tram messi di traverso sulla strada, rovesciati non si sa come. Chiasso. Voci. Fumo. Grida. E sangue. Per terra. In rivoli secchi o in pozze brillanti. L’ingresso della federazione sembrava il centro di tutto. Lì proprio non si riusciva nemmeno a buttare gli occhi. Poco più giù, all’altezza di via Sanfelice, contro un muro si reggevano tre persone che sanguinavano dalla bocca e dalle braccia. Un bambino si era annodato un pezzo strappato della maglia attorno alla testa e veniva portato via sorretto da due uomini. Da un capannello di gente era spuntato Carlo, che l’aveva afferrata per un braccio trascinandosela dietro.<br />
“Che è successo?” gli aveva chiesto.<br />
Lui aveva continuato a guardare dritto davanti a sé.<br />
“Andiamocene. Ci hanno assaltato”.<br />
“Chi?”<br />
“Non so. Camorristi. Delinquenti. Una folla enorme. Stavano tentando di entrare nella sede dal balcone. Avevano appoggiato una scala al muro e si stavano infilando dentro”.<br />
Lina non sapeva che dire. Erano gli unici in tutta la città che si stavano allontanando da via Medina. Contro di loro, Lina vedeva affluire un fiume impressionante di corpi. Fare un chilometro si era rivelata un’impresa.<br />
In piazza Garibaldi si erano fermati a rifiatare. Carlo era pallido e sudato.<br />
“Un compagno, non so chi, a un certo punto ha staccato la scala dal muro. I tre che si stavano arrampicando sono caduti con le schiene a terra. Quello che stava più vicino alla ringhiera non si rialzava. Poi sono arrivate le guardie, e hanno cominciato a sparare”.<br />
Lina gli aveva passato due dita dietro al collo.<br />
“Tu dov’eri?”<br />
Carlo si era guardato l’unghia di un pollice e aveva addentato una pellicina, tirandola via e lasciando scoperto uno spazio di mezzo centimetro su cui, immediatamente, era affiorata una piccola riga di sangue.<br />
“Dentro”.<br />
Tornando a casa, quasi erano stati messi sotto da un autoblindo impazzito che a tutta velocità si dirigeva verso via Marina.<br />
Lina voleva tornare in ospedale a tutti i costi. Probabilmente c’era bisogno di personale. Carlo non voleva lasciarla sola, e l’aveva accompagnata. In giro adesso si vedevano solo i carabinieri e la polizia militare americana. La situazione sembrava tornata tranquilla.<br />
 Da via Foria avevano girato su via Maria Longo. Un medico aveva detto a Lina che, se voleva, poteva dare una mano giù nella sala mortuaria. C’erano un sacco di cadaveri ancora aperti, bisognava tamponare, richiudere, cucire. Mettere una mano pietosa sullo scempio di quei corpi bucati e schiacciati.<br />
Mentre aspettava fuori e fumava una sigaretta dopo l’altra, Carlo aveva sentito due infermieri, o due medici, non sapeva distinguerli bene, che parlavano tra di loro.<br />
“I comunisti” aveva detto uno.<br />
L’altro s’era portato una mano al mento e aveva cominciato a grattarsi coi polpastrelli quel velo di barba che gli muschiava la pelle.<br />
“E tu che ne sai?”<br />
“Ha visto un sacco di gente. Dalla finestra è uscita una pistola. Hanno sparato da dentro”.<br />
“Dalla federazione?”<br />
“Eh”.<br />
“Impossibile”.<br />
“E tu che ne sai?”<br />
L’altro aveva smesso di pizzicarsi le guance.<br />
“Impossibile” aveva ripetuto.</p>
<p>Il minuto era passato. Forse anche di più. Il medico coi capelli rossi era rientrato. Dal taschino del camice gli spuntavano due penne e un righello con una piccola croce rossa alla sommità.<br />
“Dovrebbe uscire, adesso” gli aveva detto con gentilezza.<br />
Carlo era rimasto con le dita sul marmo freddo. A così tanti anni di distanza, non sapeva dire se quel marmo dove ora giaceva Lina era lo stesso marmo sul quale avevano messo i corpi morti di quelli che avevano assaltato la federazione.<br />
Lo stesso tavolo dove stava il corpo morto di Mario Fioretti, un foro tondo e preciso all’altezza del cuore. Un colpo solo.<br />
<em>Sparato dall’interno della federazione</em>, aveva detto quello. </p>
<p>“Davvero, qui non può stare più, mi spiace. Abbiamo già fatto un’eccezione. Perché non va un po’ a casa a riposarsi?”.<br />
Carlo aveva scollato i polpastrelli dal marmo e aveva messo la schiena dritta guardando fisso l’uomo.<br />
 “E voi perché non rimanete un poco zitto, per favore?”<br />
Con quella domanda Carlo voleva essere antipatico, duro, scostante; voleva ferire quell’uomo importuno e invadente; voleva cercare lo scontro, il litigio, la discussione e chissà che altro, forse anche arrivare alle mani: ma il tono della voce gli uscì placido, stanco, sussurrato: più come una richiesta, più come una preghiera alla fine di un giorno molto lungo.</p>
<p>(pubblicato nell&#8217;antologia <em>Quaderni del teatro san Ferdinando</em>, a cura di Valeria Parrella, Lorenzo Pavolini, Francesco Saponaro)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/17/marmo/">Marmo</a></p>
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		<title>Photoshoperò#12- sed ent aria</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 09:06:03 +0000</pubDate>
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		<title>Luciano Cilio, l&#8217;Assente</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jan 2009 07:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p><em>“La felicità umana non sempre è inclusa nel disegno della Creazione. Siamo solo noi, con la nostra capacità di amare, che diamo significato all’universo indifferente”</em><br />
Woody Allen, “Crimini e misfatti”</p>
<p>Sono passati ormai ventisei anni dalla morte di Luciano Cilio, musicista d’avanguardia che si tolse la vita nel 1983.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/21/luciano-cilio-lassente/">Luciano Cilio, l&#8217;Assente</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/cilio21.jpg" alt="" title="cilio21" width="454" height="279" class="alignnone size-full wp-image-13028" /><br />
di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p><em>“La felicità umana non sempre è inclusa nel disegno della Creazione. Siamo solo noi, con la nostra capacità di amare, che diamo significato all’universo indifferente”</em><br />
Woody Allen, “Crimini e misfatti”</p>
<p>Sono passati ormai ventisei anni dalla morte di Luciano Cilio, musicista d’avanguardia che si tolse la vita nel 1983. Ormai è chiaro che non soltanto la cultura italiana, ma neanche la sua città – Napoli – intendono omaggiare il suo lascito. Luciano Cilio è stato ignorato in vita e non gli è toccato neanche quel riconoscimento tardivo, che a volte bacia gli artisti colpiti dalla maledizione d’essere troppo avanti sul proprio tempo. Niente. <span id="more-13024"></span><br />
Cilio non l’abbiamo raggiunto neanche adesso che sono trascorsi 40 anni da quando il musicista ideò i “Dialoghi del presente”. Un titolo che suona ironico e beffardo, visto che quel presente non è arrivato mai.<br />
Cilio fu un pezzo importante della Napoli underground degli anni ’70, straordinariamente fertile e ansiosa. Suonò nel primo album di Alan Sorrenti, “Aria”, risalente al ‘72. Sorrenti non era ancora quello di “Tu sei l’unica donna per me”. Era un pioniere formidabile del pop italiano, “Aria” si avvaleva dell’apporto del violinista Jean-Luc Ponty. A voler tracciare delle linee di delimitazione di quell’area stilistica,  potremmo citare la Mahavishnu Orchestra, Tim Buckley, Claudio Rocchi. Più tardi appariranno sulla scena italiana gli Area (il loro esordio “Arbei Macht Frei” è dell’anno dopo, il ’73). Cilio di questo coacervo rappresentava l’avamposto più irrequieto e avanzato. Lui cercava una musica che non fosse stata ancora ascoltata mai, che non si potesse trovare già pronta in scatola. Composti già nel ’69 (giusto quarant’anni fa), i suoi “Dialoghi del presente” videro la luce soltanto nel ’77 per la EMI; rimarranno l’unica pubblicazione in vita di Luciano Cilio. Ovviamente introvabili, sono stati ripubblicati qualche anno fa in un cofanetto ch’è una vera e propria perla: “Dell’universo assente” (ed. Die Schachtel), a cura di Girolamo De Simone, allievo di Cilio, pianista e direttore della rivista di musiche contemporanee “Konsequenz”.<br />
Il cofanetto contiene tutto di Cilio, il suo corpus d’opere, e quindi i “Dialoghi” ridigitalizzati, con i suoi cinque movimenti (che l’autore chiamava “Quadri”) e alcuni brani mai incisi prima su disco. Altre sei tracce, tra le quali l’ultima composizione del musicista, risalente al 1982, un anno prima della morte, dal titolo “Liebeslied”, che oggi suona come un anelito agghiacciante verso l’auto-annichilimento.<br />
Cilio non era assolutamente rinchiudibile dentro generi, e questo creava problemi già trent’anni fa. Lui era troppo scorbutico, nella sua eccessiva onestà intellettuale. Cercò di portare il soffio dell’avanguardia nei sepolcri della tradizione. Di contaminare la classicità per avvicinare anche i giovani a un’idea di musica non pre-confezionata, lontana dal pop, dal rock, dalla musica colta. Lontana da tutto, verso una convergenza psichedelica, che partiva dal folk, dalla musica da camera, dal progressive, per approdare a un punto lontano, ancora inascoltato. Lui suonava la chitarra e il sitar e nelle sue composizioni utilizzava strumenti come il flauto, il pianoforte, le voci, ma sempre in chiave innovativa, trasformatrice. Cilio non era gradito alle accademie perché andava troppo al di là della musica colta e classica doc; non si arruffianava le avanguardie perché sosteneva che la fase dello sperimentalismo (“inespressivo”) era morta, che John Cage era superato. Men che meno cercava consenso in quel che lui definiva sprezzantemente “la retorica delle fabbriche occupate”. Non si riconosceva in alcuna scena e infine la sua voce inascoltata è come se gli fosse  scoppiata dentro.<br />
Cilio accostava la sua idea della “melodia dei timbri” di Schoenberg alla pittura informale del primo Novecento. In un’intervista al giornalista Lucio Seneca nel 1979, dichiarò che non aveva senso una ricerca musicale senza coscienza storica. Perché la ricerca diventa gratuita, pretestuosa. “È un’avanguardia accademica, di maniera, che non svolge alcun ruolo storico.” Lui rivendicava un’incidenza della ricerca sul tessuto sociale. Per questo visse con dedizione assoluta e spirito di servizio la direzione artistica di alcuni eventi che il Comune di Napoli gli affidò: “Estate a Napoli”, “Incontri nazionali della Nuova Musica”. Uno di questi eventi fu “Aspetti della musica a Napoli”, tenutosi nella chiesa sconsacrata di Donnaregina Vecchia, nel 1980. Lì Luciano presentò insieme a Eugenio Fels la “Suiff”, un’opera non incisa allora e recuperata nel preziosissimo cofanetto “Dell’universo assente”. Era un tempo in cui ancora il musicista si illudeva di poter avere voce e di farla ascoltare. Era divenuto un punto di riferimento in una Napoli ribollente. Ma era considerato dagli sperimentatori “colti” un autodidatta dilettante, magari geniale, ma senza pedigree. “Era diventato uno straordinario architetto del suono”, ricorda Girolamo De Simone, “capace di fondere in uno stile inconfondibile le diverse anime della città di Napoli. Poi, l&#8217;incontro con l&#8217;Accademia (segnatamente con il San Carlo, e con alcuni compositori di cosiddetta ‘nuova musica’) ne minò la salute, portandone contemporaneamente la vena artistica e creativa a un progressivo prosciugamento”.<br />
Quando il cantante degli Area Demetrio Stratos era in un letto d’ospedale a New York – dove sarebbe morto – anche Luciano Cilio partecipò al celebre concerto di Milano il cui scopo era raccogliere fondi. “Aspetti musicali italiani degli anni Settanta” diventò anche un disco, pubblicato dalla Cramps. Sulla copertina c’era pure il nome di Luciano. Ma il brano era stato tagliato. “Una musica troppo trasgressiva”, dice De Simone, “lontana dal rock ma diversa dalla colta contemporanea. Troppo anticipatrice per poter essere riprodotta sul vinile della Cramps”.Ecco perché Girolamo De Simone – uno dei pochi che tuttora non si stanca di ricordare il suo maestro, e al quale si deve se oggi qui ancora parliamo di Cilio – chiama con un gioco di parole “memorie <em>inconciliate</em>” l’eredità controversa e rimossa del musicista napoletano. De Simone, riferendosi all’ambivalenza di Napoli, alla sua solarità e però anche al suo gelo, alla sua iper-esposizione e poi alla sua sotterraneità, paragona Cilio per certi aspetti al matematico Renato Caccioppoli. Citando l’Ermanno Rea di “Mistero Napoletano” afferma che “Napoli e Caccioppoli [e Cilio] si amano perché non si rassomigliano in niente. Si attraggono per forza di contrasto”.<br />
In “Dell’universo assente”, il cofanetto nel quale è raccolta la laconica opera omnia di Cilio, v’è una fetta irripetibile di fusione, un tentativo di mettere insieme una musica contemporanea per ostinate menti aperte, anti-retorica. Una ambient ante-litteram, atmosfere da jungla che ereditano la svolta africana di Miles Davis, schegge di prog suonato però con strumentazioni acustiche. Insomma, un punto d’incontro di varie evoluzioni virtuose, senza etichette. Le intuizioni ciliesche di quella nuova avanguardia napoletana hanno germogliato la cosiddetta “border music” dello stesso Girolamo De Simone e di Eugenio Fels, che è parente stretta delle esperienze di musicisti come Ludovico Einaudi, Arturo Stalteri, Cecilia Chailly, Carlo Boccadoro. La “border music”, nelle definizioni che ne dà De Simone, orienta la ricerca di senso “verso i contenuti piuttosto che verso il vuoto formalismo dei linguaggi”. Proprio la direzione intrapresa da Cilio che usava strumenti tradizionali con intenti allucinatori, dentro strutture deformate.<br />
Ci suona pure Toni Esposito, in “Dell’universo assente”. Toni Esposito che proprio in quegli anni veloci, dal ’75 al ’78, sfornava un capolavoro all’anno (“Rosso napoletano”, “Processione sul mare”, “Gente distratta”, “La banda del sole”), con il compositore inglese Paul Buckmaster, ma ancora di più con la novelle vague partenopea (Gigi De Rienzo, Ernesto Vitolo, Francesco Bruno, Robert Fix, Karl Potter, Stefano Sabatini, Alfio Antico).<br />
Le note di copertina di “Dell’universo assente” le ha scritte il musicista post-rock americano Jim O’Rourke. Tra le altre cose, O’Rourke riconosce a Cilio la capacità di “cogliere quell’attimo sospeso nel tempo”, “qualcosa da tenersi vicino al cuore” come il “profumo di cenere umida” che si ritrova in una stanza in cui non è entrato più nessuno da tanto tempo. Secondo O’Rourke, che paragona per certi aspetti “Dell’universo assente” a “Pink Moon” di Nick Drake, la musica di Cilio sembra emanata dall’autore mentre dormiva, ossia nel momento in cui si è meno furbi e più indifesi, più vicini a se stessi che mai, in “un momento nel quale si può chiaramente percepire una necessità che raramente si sente nella musica”.<br />
La stessa aria si può percepire nelle composizioni di Bill Frisell per chitarra e violoncello, in alcuni lavori ancestrali di Jon Hassell, in certo ambient che gioca a sottrazione. Ma in Cilio quello che sconcerta è ciò che De Simone definisce “la disgregazione, la vaporizzazione delle armonie”. L’intento destruens delle impalcature rassicuranti. Con la  scelta radicale di togliersi la vita, nella prima parte degli anni Ottanta, Cilio ha portato alle conseguenze più estreme l’afonia creativa.<br />
 Nessuno si è reso così simbolicamente definitivo come Luciano Cilio.</p>
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