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	<title>Nazione Indiana &#187; narrativa italiana 2008</title>
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		<title>Giri di parole per rovistare nell’abisso</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Sep 2008 15:54:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p><strong>di Chiara Valerio</strong></p>
<p>Mario Desiati, <em>Il paese delle spose infelici</em>, romanzo, Mondadori (2008), pp. 227.</p>
<p><em>Ciascuno di noi poteva contare nel proprio albero genealogico una sposa infelice. Una zia, una bisnonna, un’ava con le stimmate dell’insoddisfazione. La depressione per reazione o ribellione ai destini di nozze e dunque di morte.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/03/giri-di-parole-per-rovistare-nell%e2%80%99abisso/">Giri di parole per rovistare nell’abisso</a></p>
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<p><strong>di Chiara Valerio</strong></p>
<p>Mario Desiati, <em>Il paese delle spose infelici</em>, romanzo, Mondadori (2008), pp. 227.</p>
<p><em>Ciascuno di noi poteva contare nel proprio albero genealogico una sposa infelice. Una zia, una bisnonna, un’ava con le stimmate dell’insoddisfazione. La depressione per reazione o ribellione ai destini di nozze e dunque di morte. La ragnatela di relazioni che ci univa tutti era in quell’insondabile maledizione: ho conosciuto, ho saputo, ho visto, ho stretto il cuore di una sposa infelice. Ogni figurina del mio album era unita all’altra da tutto questo</em>. <em>Il paese delle spose infelici</em> di Mario Desiati è un romanzo di voci e circostanze, un incrocio. È plurale nonostante ogni personaggio abbia un nomignolo e ogni nomignolo una titubanza e ogni titubanza una variazione. E ogni variazione suppuri ancora in una nostalgia o in un fallimento. La voce che racconta, e che tradisce, perché come sottolinea Desiati, riordina, è quella di Veleno. Se Veleno racconta è sopravvissuto e se è sopravvissuto allora qualcuno si è perduto. In qualche modo. Quando il romanzo si spagina e la sposa incede nel Taras, nei piccoli rivoli tumefatti dagli scarichi del mostro di industrializzazione, chi legge sa già che qualcuno si è perduto. In qualche modo. Perché Desiati racconta i presagi come certi uomini incantano serpenti e i topi. <em>In un paese in cui le spose erano infelici la volontà di illudersi era più forte di qualunque cosa, dare per un breve periodo un senso ai propri sogni, alla propria vanagloria</em>.<br />
<span id="more-7921"></span><br />
L’incrocio, affollato, talvolta di uomini, talvolta di fantasmi è l’intersezione di un gruppo di ragazzi e di una donna. I ragazzi sono reali tanto da avere le ginocchia incrostate di terra e sudore, le gengive ferite dalle brecciole e la testa rintronata di palloni calciati. Annalisa invece, è più una diceria, un vanto e una scomparsa che tutto il resto. Dalla caviglie al pube. Dalle carezze ai singhiozzi di reni. <em>Fu la prima, e per molti anni unica, persona con cui riuscii a deragliare conversazioni, a parlare di minuscoli dettagli o di assoluto</em>. L’incrocio non è metafora, perché le strade tagliano e percorrono il fiocco di nervi intorno all’Ilva e portano a quartieri falansterio o al mare o alle gravine o scivolano sulle specchie di pietra. L’incrocio non è metafora perché le gambe di Annalisa si annodano a quelle di Veleno, a quelle di Zazà, a quelle di chi passa, e le mani di Annalisa arrivano fino da Fedele perduto dietro a una polvere bianca. Neve chimica, candore insperato in una città soffocata dalla polvere rossa delle acciaierie e dai reflussi dell’arsenale. <em>I cigli della strada che univa la Statale e la Circumarpiccolo erano riempiti di ragazzi, con l’odore dei corpi che riempiva quell’aria notturna e per una volta l’odore di uomo superava l’odore di macchina, di carbone e di coke</em>. </p>
<p><em>Il paese delle spose infelici</em> comincia come una visione, prosegue come una educazione sentimentale incantata dall’avvento del sesso via cavo, si impernia su Annalisa, favola e ossessione, si impila su una donna con le ginocchia nude, gli anfibi duri e le sottane scivolose come sabbia tra le dita. Annalisa impalpabile eppure caduca, aureolata di baluginii dorati di piscio è il <em>Cantico de’ Cantici</em> postmoderno e postromantico, spesso inginocchiato, che Desiati orchestra con una lingua puntinata di termini dimenticati e sonori, indurita dalle incursioni dialettali, coccolata da certi sogni di giovinezza, assordata dalle scosse dei generatori elettrici . <em>Solo nel nostro ultimo viaggio in pullmino capii un mucchio di cose. Si chiama contesto. In un certo contesto non esistono vie di mezzo</em>. </p>
<p><em>Il paese delle spose infelici</em> è una storia preziosa ed evocativa di colori e incantamenti meridiani. Di follie collettive e frodi singole. Di vociare di popolo e solitudine di individui soffocati, come insetti, dietro un vetro di intenti.</p>
<p>La scrittura di Desiati è oziosa e circonflessa a proteggere le vocali di un italiano nel quale spiegare la rabbia di un dialetto e di un tavoliere di esiliati da un altrove qualsivoglia. </p>
<p>La scrittura di Desiati è quella di questi <em>vinti</em>, talvolta grotteschi senza pietà o riso, se stessi anche in trasferta, capri espiatori imperfetti, e perciò sacrificati, in una pozza di innamorata e inclemente misericordia. <em>Il paese delle spose infelici era un paese di innamoramenti inadempienti</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/03/giri-di-parole-per-rovistare-nell%e2%80%99abisso/">Giri di parole per rovistare nell’abisso</a></p>
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