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	<title>Nazione Indiana &#187; narrativa italiana</title>
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		<title>nel buio ogni cosa</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 10:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/monastero_di_torba/" rel="attachment wp-att-41335"></a><br />
di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>La copertina non annuncia nulla di buono e anche il titolo, <em>Soli</em>, riporta alla mente una canzone di Adriano Celentano del 1979, ma se queste sono le premesse esteriori del romanzo di Giovanni D’Alessandro <strong><em>Soli</em></strong>, il racconto sovverte del tutto la prima impressione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/">nel buio ogni cosa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/monastero_di_torba/" rel="attachment wp-att-41335"><img class="aligncenter size-medium wp-image-41335" title="monastero_di_torba" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/monastero_di_torba-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a><br />
di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>La copertina non annuncia nulla di buono e anche il titolo, <em>Soli</em>, riporta alla mente una canzone di Adriano Celentano del 1979, ma se queste sono le premesse esteriori del romanzo di Giovanni D’Alessandro <strong><em>Soli</em></strong>, il racconto sovverte del tutto la prima impressione.</p>
<p>Un impatto immediato con quella che sembra essere la storia; un intreccio di vite e di vicende che ruotano attorno ad un ateneo del nord. I protagonisti sono due ragazzi, non più giovani, più verso i quaranta che i trent’anni, che si vedono costretti a combattere con le baronie da cui la nostra università è sopraffatta. Sembra un racconto delle ingiustizie che i due ricercatori subiscono nel loro ateneo, per poi essere scalzati da qualcuno raccomandato, ai quali non viene riconosciuta la evidente competenza nelle loro materie. Una storia del precariato nella generazione di mezzo. Medievista lui alla cattedra di Storia dell’arte, ricercatore alla sola età di 33 anni, associato a 37 anni,  e “precaria contrattista” lei nello stesso campo, vivono una situazione al limite del paradosso, dovendosi fare largo attraverso un mondo accademico viziato dallo strapotere del rettore dell’Università, Gianandrea Zentilomo, e dei suoi adepti. La storia inizialmente sembra raccontare questo. Ma già dalle prime pagine c’è dell’altro; il racconto si distende attraverso eventi che nessuno si aspetterebbe di trovare in un romanzo che appare di denuncia.</p>
<p>I due protagonisti Luca e Manuela (Manu), sposati da qualche anno, combattono per la loro affermazione, non nel mondo scientifico, perché da tutti sono riconosciuti come intelligenti e preparatissimi ma, in quello delle carriere facili senza titoli accademici e competenze. Luca poliglotta e studioso capace, Manuela donna intelligente, studiosa attenta e raffinata, hanno una padronanza delle loro materie profonda; nell’Università che, anziché appoggiarli e sostenerli, li tratta come docenti di serie b, tentano un percorso naturale: lui come professore ordinario, lei come ricercatrice scontrandosi con la protervia dei più forti.</p>
<p>E’ qui che il romanzo prende una strada inaspettata: Giovanni D’Alessandro, con la sua scrittura colta, accompagnata alla passione per la storia, interseca due mondi apparentemente diversi e lontani: l’attuale e il Medioevo: lo fa con un racconto che diventa quasi psicologico, attraverso l’estraneazione dal contesto del XXI secolo. Due storie vissute dagli stessi protagonisti ma che hanno risvolti completamente diversi; è da quando i ragazzi salgono sul Monte Monaco, luogo vicino L’Aquila, dove sorge un monastero solitario, per degli studi commissionati loro dal professore Sinibaldi, titolare della cattedra di storia dell’arte medioevale, ed escluso dai giuochi di potere dell’ateneo, che il romanzo diventa forte, immaginifico, trascinante; non perde un colpo D’Alessandro, mentre accompagna il lettore in un altro tempo, dove altre verità alloggiano.</p>
<p>Un mondo che si avverte in maniera strisciante sin dall’inizio del romanzo; c’é un’inquietudine sotterranea, preludio di quello che sarà il cuore del racconto. Un filo rosso che sottende e trattiene il lettore in una sorta di allerta continua. I sensi rimangono vivi nella lettura, mai c’è un calo d’interesse, anche nelle pagine nelle quali D’Alessandro, con estrema cura e puntualità, si lascia andare a descrizioni tecniche di affreschi e reperti storici, entrando nella specificità delle materie studiate ed insegnate dai due protagonisti e dal loro mentore.</p>
<p>Le scene di vita si intrecciano con un cambio di paesaggio continuo; la storia che D’Alessandro ambienta nel Medioevo, epoca storica cara ai due protagonisti e al professor Sinibaldi, loro alleato, ha il volto della Madonna Triste; ma non venga tratto in inganno il lettore dalla definizione che viene data del soggetto dipinto negli affreschi che Luca e Manu vanno a visionare sul Monte Monaco, perché la Madonna Triste ha il volto di una madre; la storia è pulsante. Le descrizioni sono vertigini di dolore, che attraversano i protagonisti e il lettore, uno strazio che avvolge e accomuna gli uomini di oggi e quelli di dieci secoli prima. I colori vivaci degli affreschi si miscelano con quelli cupi, la solitudine di quei luoghi, lontani secoli dal nostro tempo, si diffonde nelle pagine del libro e come una macchia d’olio si allarga sino a permeare i giorni a noi prossimi.</p>
<p>Ed è facile per il lettore entrare ed uscire da secoli così diversi, come nella strada a curve che i due ragazzi percorrono per arrivare al Monastero. La speranza, la compassione, la <em>pietas</em>, sono i sentimenti che affiorano e si intrecciano nel racconto; quando poi si corre velocemente verso le pagine conclusive del romanzo, per sfuggire alle immagini cupe e dolorose, si ha l’impressione di stare all’interno di un’arena dove lo scontro tra i protagonisti e i baroni dell’Università diventa dialettico; presente e passato combaciano attraverso il riscatto di Luca e Manu; viene spontaneo fare il tifo per loro e per il professor Sinibaldi.</p>
<p>Riaffiorano nello scontro tra cattedratici del XXI secolo, le figure rarefatte che abbiamo trovato nel tempo Medioevale.</p>
<p>Ritorna D’Alessandro con questo romanzo ad incantare il lettore; si ha la sensazione che i protagonisti che si affacciano e compaiono nell’ambientazione del Medioevo, siano stati sempre presenti nelle pagine del libro; anche una volta finito di leggere il romanzo, si avverte una sorta di vivida presenza, come se il lettore stesso fosse entrato in quei luoghi e in quelle situazioni descritte. Il pragmatismo degli avvenimenti universitari si miscela con gli eventi metafisici, che attraverso lo studio degli affreschi dell’oratorio di Monte Monaco, dove si recano i due studiosi Luca e Manu per fare le loro ricerche storiche, si frappongono tra la vita reale e la vita percepita, forse anch’essa vissuta ma in un altro tempo.</p>
<p>Giovanni D’Alessandro sonda il bene e il male, ce li sbatte in faccia con ferocia ma anche con garbo, in questo modo permette a ciascuno di noi di avventurarsi nel proprio abisso al quale mi piace dare il nome di inconscio con un artificio molto astuto: il buio di un pozzo che segna il punto di non ritorno. “<em>La luce si ritirava piano piano dalla parete più alta delle pareti del pozzo. Tra un po’ sarebbe scomparsa del tutto e avrebbe fatto ricadere nel buio ogni cosa</em>”.</p>
<p><em>Soli </em>riporta al secondo romanzo dello scrittore abruzzese, I fuochi dei Kelt, uscito per Mondadori nel 2004, altra ambientazione sempre storica, la guerra tra i Celti e i Romani vista da un auriga al servizio del cugino di Vercingetorige, dalla parte dei celti, che scava nell’umanità dei protagonisti, e nelle loro sensazioni di uomini, se pur guerrieri e in una ferocia per noi inusitata.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/san_paolo_-_soli/" rel="attachment wp-att-41334"><img class="alignnone size-medium wp-image-41334" title="san_paolo_-_soli" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/san_paolo_-_soli-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>G. D&#8217;Alessandro, <em>Soli</em>, San Paolo (2011), pp. 328, 18 euro.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/">nel buio ogni cosa</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>l&#8217;amica geniale</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 08:30:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2_g.20091209221925.jpg"></a>di <strong>Luca Alvino</strong></p>
<p>Nella produzione narrativa di Elena Ferrante non è infrequente che si spalanchino subitanei abissi nella solida consistenza della materia. Tali voragini improvvise evidenziano nell’universo referenziale della sua scrittura una sfaldatura corporea che mette in crisi le certezze legate alla rassicurante compattezza della forma e palesa inquietanti scenari di confusione nel tessuto più profondo dell’individualità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/lamica-geniale/">l&#8217;amica geniale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2_g.20091209221925.jpg"><img class="size-medium wp-image-40938 alignleft" style="margin: 6px;" title="2_g.20091209221925" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2_g.20091209221925-300x240.jpg" alt="" width="283" height="226" /></a>di <strong>Luca Alvino</strong></p>
<p>Nella produzione narrativa di Elena Ferrante non è infrequente che si spalanchino subitanei abissi nella solida consistenza della materia. Tali voragini improvvise evidenziano nell’universo referenziale della sua scrittura una sfaldatura corporea che mette in crisi le certezze legate alla rassicurante compattezza della forma e palesa inquietanti scenari di confusione nel tessuto più profondo dell’individualità. Si tratta di una sorta di «catafania», ovvero di discesa nei recessi insondabili dello stato solido dell’universo volta al disvelamento della sua agghiacciante insensatezza al di fuori di una mente pensante, capace di incardinarne le casuali conformazioni in rigide coordinate di senso. I suoi lettori più affezionati ricorderanno, ne <em>L’amore molesto</em>, la liquida consistenza umorale di Delia, che impediva alla donna di vivere una sessualità normale, disciplinata da una riconoscibilità fisica dei corpi che ne rendesse possibile una mescolanza; oppure, ne I giorni dell’abbandono, l’incapacità di Olga di distinguere – nel momento della sua massima confusione – tra l’impalpabilità delle parole solamente pensate o dette e la ruvida consistenza dei fatti reali; o, ne <em>La figlia oscura</em>, la simbologia dei frutti troppo maturi, l’ambiguità della cicala che cela al di sotto di un esoscheletro chitinoso la consistenza molliccia del ventre, l’immagine suggestiva della manna della corteccia. La cosa più inquietante è che tali sfaldamenti non sembrano legati a fattori contingenti – di tipo storico o socio-economico – che pure si percepiscono sullo sfondo dei suoi libri. Essi riguardano la dimensione assolutamente imprescindibile della materia stessa, che da accidente diviene sostanza, e che con il suo subitaneo sgretolamento appare minacciare la stessa trascendenza dell’Essere.<br />
<span id="more-40937"></span><br />
Ne <em>L’amica geniale</em>, l’ultimo romanzo dell’autrice napoletana, gli sfasamenti improvvisi della materia vengono denominati «smarginature». Il libro – che a quanto si legge nella quarta di copertina costituisce il primo volume di «un vasto progetto di scrittura» – narra le vicende di un quartiere di Napoli negli anni Cinquanta, durante un periodo che passa per le difficoltà dell’immediato dopoguerra e per l’euforia economica della prima fase della ricostruzione. Tra i numerosi personaggi che gremiscono l’affollato rione partenopeo, Ferrante racconta, a partire dall’infanzia, l’amicizia tra Elena Greco – l’io narrante della storia – e Lila Cerullo, connotata per la sua scontrosa cattiveria e la sorprendente genialità.</p>
<p>L’attitudine più sorprendente di Lila è la sua capacità di apprendere e di inventare, la capacità di spingersi oltre il retaggio di una tradizione popolare antiquata e oppressiva per scoprire nel presente nuove e più proficue opportunità. Lila impara a fare velocemente qualunque cosa, ma solo per curiosità; quando ne comprende bene il funzionamento e si rende conto di essere diventata brava, se ne allontana in cerca di nuovi stimoli. Con questo spirito, prima impara da sola il latino e il greco per aiutare l’amica Elena nello studio, e in seguito coinvolge Rino, il fratello più grande, e poi anche il padre, in una coraggiosa impresa economica, trasformando la piccola azienda di famiglia da semplice bottega da calzolaio nell’ambizioso calzaturificio Cerullo. È Lila a disegnare i modelli di scarpe e a realizzarne il prototipo di nascosto insieme al fratello, contro l’iniziale volere del padre. Fino a quando un giorno non si trova a indossarne realmente un paio da lei stessa disegnate: «Sono brutte», afferma ridendo nervosamente. «I sogni della testa sono finiti sotto i piedi». È questo il destino dei sogni quando discendono dall’astrazione di un modello nella fallibilità della materia. La forma, pensata alla luce dell’intelligenza, definita con la pazienza dell’analisi, concepita grazie all’intuito del genio, di punto in bianco perde la forza aggregante che la tiene insieme, e all’improvviso si sfascia, perde ogni traccia di coerenza.</p>
<p>Come sperimenta Lila una sera, quando, rimasta alzata da sola per lavare i piatti, d’improvviso sente un boato assordante alle sue spalle: «S’era girata di scatto e s’era accorta che era esplosa la pentola grande di rame. Così, da sola. Era appesa al chiodo dove normalmente si trovava, ma al centro aveva un grande squarcio e i bordi erano sollevati e ritorti e la pentola stessa s’era tutta sformata, come se non riuscisse più a conservare la sua apparenza di pentola… “È questo tipo di cose” concludeva Lila, “che mi spaventa… E sento che devo trovare una soluzione, se no, una cosa dietro l’altra, si rompe tutto, tutto, tutto”». È per questo che Lila accetta, seppur temporaneamente, di entrare nelle forme tradizionali che aveva sempre rifiutato, nella speranza che cedendo a tale detestabile ricatto avrebbe trovato finalmente riposo alla faticosa e metamorfica irrequietezza della storia. Pur essendo sempre stata scontrosa e schiva, accetta di fidanzarsi con un uomo che non la merita; pur avendo sempre disdegnato le apparenze, inizia a vestirsi in modo elegante e raffinato; pur avendo un’intelligenza che le avrebbe consentito di affermarsi in qualsiasi lavoro avesse voluto scegliere, accetta di sposarsi giovanissima rinunciando a ogni tipo di ambizione professionale.</p>
<p>Ma nella notte di Capodanno del 1959 Lila vive per la prima volta un’esperienza di smarginatura: «Fu come se in una notte di luna piena sul mare, una massa nerissima di temporale avanzasse per il cielo, ingoiasse ogni chiarore, logorasse la circonferenza del cerchio lunare e sformasse il disco lucente riducendolo alla sua vera natura di grezza materia insensata». Il disco lunare è allo stesso tempo semplice forma – ovvero materia grezza, priva di significato – e fonte di luce, necessaria al disvelamento delle altre forme, fluido potenziale ermeneutico, gravido di interpretazione. In un certo senso è una metafora dell’uomo, inteso come essere materiale e insieme pensante: da un lato dotato di intelligenza, capace di imparare, di formulare astrazioni, di proiettare i dati grezzi dell’esperienza in raffinate categorie conoscitive che ambiscono alla permanenza; dall’altro composto di materia caduca, debole, destinata a una penosa e inevitabile consunzione. Nel momento in cui il suo aspetto luminoso – in grado di rivelare i contorni delle forme e dunque dare senso all’universo – viene oscurato dalla prepotenza della mediocrità, dalle tempeste dell’esistenza, dal ricatto dei vincoli antropologici e della tradizione, si sgretola improvvisamente il presupposto metafisico sul quale si basa ogni pretesa umana di persistenza; e insieme alla metafisica perde vigore l’ermeneutica che sempre a essa è sottesa: le forme, percepite e divulgate come sofisticati catalizzatori di senso, si rivelano sterili aggregazioni di materia grezza, un inutile monumento al nonsenso che sta lì a rammentare solamente l’insidioso ingombro della mortalità.</p>
<p>In attesa del prossimo romanzo, nel quale scopriremo come si evolveranno le vicende di Elena e Lila, questi due personaggi indimenticabili, una cosa l’autrice ce la anticipa già: «che nessuna forma avrebbe mai potuto contenere Lila e che presto o tardi avrebbe spaccato tutto un’altra volta».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/amica_geniale.jpg"><img class="size-medium wp-image-40939 aligncenter" title="amica_geniale" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/amica_geniale-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a><br />
<strong> Elena Ferrante, <em>L’amica geniale</em>, e/o (2011), pp. 336, 18,00 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/lamica-geniale/">l&#8217;amica geniale</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>l&#8217;amor tisico ai tempi di facebook [tracce 1/2]</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 08:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Gaetano Fiumi</strong></p>
<p>Io sono rimasto quel moccioso con le grinze in faccia che si stira il maglione in una mossa nevrotica e volge lo sguardo lontano. Sembra un duro. Non lo sarà. Purtroppo. Crescendo non è cresciuto, continua a guardare lontano, ma si potesse allargare la vista si noterebbe che non c&#8217;è nulla da quella parte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/09/lamor-tisico-ai-tempi-di-facebook-tracce-12/">l&#8217;amor tisico ai tempi di facebook [tracce 1/2]</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-40942" title="-1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/1-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></a></p>
<p>di <strong>Gaetano Fiumi</strong></p>
<p>Io sono rimasto quel moccioso con le grinze in faccia che si stira il maglione in una mossa nevrotica e volge lo sguardo lontano. Sembra un duro. Non lo sarà. Purtroppo. Crescendo non è cresciuto, continua a guardare lontano, ma si potesse allargare la vista si noterebbe che non c&#8217;è nulla da quella parte. L&#8217;invecchiamento senza passaggio dall&#8217;età adulta lo ha reso creatura inutile. Un vero peccato. Vero? Aveva una faccia simpatica. Sembrava promettere meglio. Da troppe intemperie è stato funestato. Ho messo questa foto della mia infanzia nel mio profilo di Facebook, sperando di farti pietà, ma tu non hai commentato. Tanti hanno commentato, anche femmine pedofile, è una foto commovente. Tanti hanno espresso simpatia per l&#8217;operazione. Non tu. Lui è il moccioso originale, precedente ad ogni mutazione. È lui che hai ferito a morte, puttana, il mio nucleo centrale, la mia parte pulita e indifesa. Come hai potuto non aver alcuna pietà di lui? Proprio tu che mi dicevi Io non sono come te, sterile egoista, io con il Promesso Sposo avrò dei figli. Storpi, poco muscolati, mi auguro. E molto pelosi fin dalla tenera età.<br />
A guardar meglio l&#8217;immagine il moccioso sembra sul punto di piangere. Forse una favola gli ha profetizzato della maledizione Baronale di Terronia. Fiabe nere. Dove nessuno visse felice e contento.<br />
Nemmeno tu.<br />
<span id="more-40936"></span><br />
Sulla tua pagina di Facebook hai postato 86 nuove foto. Tu e il Promesso cardiochirurgo vi siete concessi una settimana di vacanza a Parigi. Perché in questa fase della tua vita non vuoi oscenità, sesso estremo, ma rivendichi pulizia, nello spirito e nel corpo. È il resoconto del peggio turismo di massa. Monumenti, giardino zoologico, locali dove alzate il bordo di un piatto tipico per mostrarlo all&#8217;obbiettivo. Cose che danno un po&#8217; di fuoco ai vostri occhi spenti. Ma io mi sono preso il tempo di guardare bene quelle foto. Baronessina, il tempo non mi manca, i giorni senza te non hanno né capo né coda, sono interminabili.</p>
<p>Nelle coppie esauste in vacanza la gastronomia è sempre molto importante, il cibo è il surrogato di tutto. Le discussioni vertono sulla scelta del ristorante e su poco altro. L&#8217;appetito salva dalla noia, ma per poco. Quando si è sazi i problemi di fondo tornano al contrattacco, se poi si sbaglia locale il clima si guasta, il sistema nervoso non tollera un rapporto qualità prezzo svantaggioso. Poi le intossicazioni alimentari sono in agguato. Spero vi siate portati l&#8217;Enterogermina. Spero vi serva. Spero non sia sufficiente. Io per ritorsione nella mia bacheca ho messo la foto parigina di alcune vite fa. Era il 1984. Ero bello e dannato. Balle. Ero in un baratro di sfiga cosmica senza ritorno, ma nella foto sono piuttosto credibile in questo ruolo. A me allora importava solo dell&#8217;hashish marocchino comprato sotto il grattacielo di Montparnasse e di rendere omaggio alla tomba di Jim Morrison. Leggere la sua biografia mi aveva definitivamente dissestato l&#8217;esistenza. Nessuno uscirà vivo da qui dovrebbe essere vietato alla lettura adolescenziale. Io mi ero beccato un&#8217;epatite virale B alla tenera età di 16 anni, dimostrandone 12. In quelle pagine avevo trovato una legittimazione alle mie pessime abitudini di vita. Non volevo morire giovane. Piuttosto la morte non mi faceva nessuna paura. Questa immagine ha una sua estetica che solo la mia onestà intellettuale si permette di sgretolare. Qualunque sostanza mi apprestassi a fumare, sembrava essere la cosa più importante al mondo. Null&#8217;altro esiste. Non c&#8217;è passato, né futuro. C&#8217;è l&#8217;accendino. Barbara alle mie spalle attende un mio commento, un segno di vita. C&#8217;è l&#8217;accendino e i polmoni giovani ben disposti a corrompersi. Solo questo, non c&#8217;è nulla da mitizzare. Non cantavo, non suonavo la chitarra o la batteria, scrivevo poesie orrende solo se ero triste. Più triste del solito.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2.jpg"><img class="size-medium wp-image-40943 alignleft" style="margin: 6px;" title="-2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2-205x300.jpg" alt="" width="238" height="348" /></a><br />
Ma tutto è meglio del vostro turismo di massa. Hai fotografato la vetrina di un pornoshop, su fili stesi orizzontali sono appesi preservativi di buffe fogge, per mostrare la forma sono riempiti d&#8217;acqua. Una tua amica idiota ha commentato Bello quello a forma di coccodrillo. Rispondi alla sua idiozia Tornerei a comprartelo. Ricorda piccola idiota, il sesso e l&#8217;ironia non sono parenti mai. Il sesso non è gioia di vivere, leggerezza. Il sesso è parente stretto della morte. Solo in questa condizione esso potrà essere sublime.</p>
<p>È la solo foto vagamente trasgressiva. Nelle altre giocate con gli animali del giardino zoologico. Tu che accarezzi una lucertola enorme. Laghetti e barchette. Sembri una bambina sulla tua bicicletta in affitto. Tu sorridi. Guancia guancia al tuo promesso in autoscatto. Tu sei sempre in posa. Lui ti fotografa spesso. È fiero di te. Ma vorrei avere dei file audio, sentire le vostre parole, le pause soprattutto, i vostri silenzi tesi. Io non stavo mai zitto, era uno spettacolo di narrazione il senso delle nostre serate insieme.</p>
<p>A Parigi, due anni prima esatti dalla tua nascita, mangiavamo nei primi fast food globalizzati, in quell&#8217;anno erano la vera novità in Europa. In realtà al tempo non me ne fregava un cazzo di quello che mangiavo. Baronessina a te non ti salvano nemmeno le brasserie à la page. In fondo a quegli occhi verdi c&#8217;è un baratro che la tua idiozia non può colmare. Certo aiuta, ma hai flash di consapevolezza, e metti in conto che stai sbagliando tutto. E le foto aiutano a questa comprensione, se le fissi per ore iniziano a parlarti. Di certo la numero 19 e la numero 86 che naturalmente ho salvato in una cartella. Il tuo Promesso ha un sorriso malinconico, ti è fedele, è il migliore tra le persone di cui ti circondi, già ebbi modo di dirtelo, ma non ti basterà mai, e scappare in una città straniera non allenta la morsa in gola. Vorrei avere dei documenti filmati dei vostri rapporti sessuali, non per dare benzina alla mia frustrazione, sarebbe una semplice curiosità. Mi dicevi che il sesso non è importante. Ma il tuo corpo non aveva dubbi, progetti, paure. Non sa nulla di palazzi barocchi in Terronia, di nozze tra casate nobili, di shopping con Baronessa Mammà. La tua fichetta reagisce a stimoli precisi. Aveva scelto me. Mi stai dicendo che sbaglio? Vuoi dirmi che sei invece felice? Non pensarla nemmeno la parola Felicità. Non ti appartiene. Non riesco a odiare l&#8217;uomo che sarà tuo marito, come scritto nei Sacri Testi conservati alla Biblioteca di Palermo. La sua inconsapevolezza me lo rende fanciullo. Ti scopa poco, circa per sette minuti e trenta secondi ogni quarantacinque giorni. Come faccio a esserne geloso? Lo sono piuttosto verso certi bellimbusti che sulla tua pagina di Facebook si presentano con le credenziali pseudo artistiche con le quali mi presentai io. Il tuo Promesso dedica tutto se stesso a lavoro e studio, ha un progetto chiaro, anche tu in fondo. Quando sarete superlaureati e lanciati nelle vostre rispettive professioni penserete a sposarvi. Sarà un matrimonio favoloso, fuochi d&#8217;artificio sul Castello di Carini, in Terronia si parlerà per anni delle seicento portate a base di carne e pesce, del corteo nuziale aperto da saltimbanchi, nani e majorettes, pentiti di mafia, cavalli berberi dono di Gheddafi montati da amazzoni puttane.</p>
<p>Il tuo Promesso farà del bene, diventerà un grande cardiochirurgo, già ora tiene conferenze all&#8217;estero, e io ebbi modo di approfittarne. Lui è il vero bambino prodigio.<br />
Tu Baronessina sei della mia razza bastarda.<br />
Ci siamo trovati perché siamo due persone indecenti e oscene.<br />
Ci siamo persi per la stessa ragione.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/09/lamor-tisico-ai-tempi-di-facebook-tracce-12/">l&#8217;amor tisico ai tempi di facebook [tracce 1/2]</a></p>
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		<title>anarco test</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/07/anarco-test/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 07:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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		<category><![CDATA[test]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/domanda-300x201.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire</em><br />
Montaigne</p>
<p>1) Secondo voi, nell’attuale panorama geomentale dell’anarchia non è forse rimasto il meglio, l’anarchia non è oggi lo stato della mente di uno che dedica tutto se stesso, ci mette tutta l’energia, l’energia di una vita per un obiettivo che magari prima intuisce poi sa con certezza che è impossibile raggiungere, può essere la pace come l’eliminazione del male dal mondo, ma soprattutto è l’anarchia stessa come idea che se io sono capace di far pochi danni e dare poco fastidio devono esser capaci tutti gli altri, perché io non sono meglio e gli altri non sono peggio tranne che hanno obiettivi raggiungibili, cioè è un fatto di pigrizia mentale, ma come sa chi va in montagna lo sguardo continuo all’obiettivo fa perdere forza, cosí tale contezza invece di causargli emicranie o depressioni lo rende libero al massimo grado di quanto può esserlo uno che ha un corpo, cioè poco, perché solo quando non ci aspettiamo niente possiamo metterci tutta l’energia di cui, a quel punto in quello stato mentale usufruiamo soltanto, che però è moltiplicata rispetto a quando avevamo là avanti l’esca dei bei tornaconti, e la coscienza dell’inutilità del nostro agire invece di avvilirci non lo renderà forse invincibile?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/07/anarco-test/">anarco test</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/domanda-300x201.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/domanda-300x201.jpg" alt="" title="domanda-300x201" width="300" height="201" class="alignnone size-full wp-image-40935" /></a></p>
<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire</em><br />
Montaigne</p>
<p>1) Secondo voi, nell’attuale panorama geomentale dell’anarchia non è forse rimasto il meglio, l’anarchia non è oggi lo stato della mente di uno che dedica tutto se stesso, ci mette tutta l’energia, l’energia di una vita per un obiettivo che magari prima intuisce poi sa con certezza che è impossibile raggiungere, può essere la pace come l’eliminazione del male dal mondo, ma soprattutto è l’anarchia stessa come idea che se io sono capace di far pochi danni e dare poco fastidio devono esser capaci tutti gli altri, perché io non sono meglio e gli altri non sono peggio tranne che hanno obiettivi raggiungibili, cioè è un fatto di pigrizia mentale, ma come sa chi va in montagna lo sguardo continuo all’obiettivo fa perdere forza, cosí tale contezza invece di causargli emicranie o depressioni lo rende libero al massimo grado di quanto può esserlo uno che ha un corpo, cioè poco, perché solo quando non ci aspettiamo niente possiamo metterci tutta l’energia di cui, a quel punto in quello stato mentale usufruiamo soltanto, che però è moltiplicata rispetto a quando avevamo là avanti l’esca dei bei tornaconti, e la coscienza dell’inutilità del nostro agire invece di avvilirci non lo renderà forse invincibile?</p>
<p>□ può essere □ è una cazzata □ non so<br />
<span id="more-40934"></span><br />
2) Non è forse vero che, per farsi acquisire da tale stato mentale è opportuno sognare in grande, se devo sognare sogno in grande fin da principio, fin qui è normale pure un banchiere ci arriva, se uno fin dal principio si mette in testa di vedere dio, la faccia che ha, invece dell’idraulico per forza ha piú probabilità, con tutto il rispetto, se uno, solo per un esempio è nato che il mondo gli pare suo, ecco che ha molte ma molte probabilità, poi dopo può provare a pensarla al contrario, la pratica ostinata dell’inversione di valori può esser utile, fin qui pure un adolescente ci arriva, fin qui va bene ma poi c’è bisogno di allenamento, per fallire, perché se è vero che non occorre arte nella caduta, che la forza si trova da sé al termine di ogni faccenda, qui si tratta di corteggiare il fallimento non di buttarsi a terra tra l’immondezza, e per fallire è necessario esser falliti già all’inizio, e se questa pare una contraddizione vuol dire che non si è raggiunto lo stato mentale anarchico, che invece s’allena tutti i giorni sapendo solo che deve morire, si allena a vuoto come un pignone scatenato, però in un modo che s’è inventato lui e non glielo passa qualcun altro, e man mano scopre che un’intelligenza gli cresce che non si immaginava, quella che sgorga e tiene vivi, mentre se c’è lo scopo a portata di mano si declassa e rapidamente s’affloscia?</p>
<p>□ c’è del vero □ non è intelligente □ non so</p>
<p>3) Non so se vi ricordate che un politico nostrale di cui non facciamo il nome perché ci interessa niente, durante una visita in Chiapas ha avuto in regalo dal sub-comandante Marcos una copia del Chisciotte con la dedica tipo, Manuale di strategia politica moderna, ed è una vera intuizione!, perché tutti i libri importanti sono manuali di sopravvivenza tantopiú se ci insegnano a disimparare, si mette sempre l’accento sul fatto di imparare e sarà pure vero, ma ci sono cose che dobbiamo assolutamente disimparare tipo il servilismo e la seduzione per il potere soprattutto, lo stato servile della mente, quella sí è una malattia che ce l’hanno tutti pure chi pensa e dice di no, chi urla e sbraita in primo luogo, è una malattia endemica e capillare che se uno non se la cura in prima persona atomizzandola e distruggendola giorno per giorno tutto quello che fa va in fumo, vale meno di niente, e lui diventa in poco tempo l’ennesimo tentacolo pure se non se ne accorge, anzi oggi soprattutto se non se ne accorge, oggi non c’è peggior fascista di chi non sa di esserlo, di chi urla e sbraita e fa proclami e ci costringe in vita a vedere due milioni di volte lo stesso film dove c’è un perdente che vince, si fa strada, diventando quindi potente si vede costretto a difendersi con la forza, censura e omertà soprattutto come è piú adatto all’oggi, senza che mai si riesca a immaginare qualcosa di diverso, divertente, delinquente?</p>
<p>□ però c’è del vero □ non la finisce piú con le cazzate □ non me lo ricordo</p>
<p>4) Quindi, non è forse vero che, mettendo per forza l’anarchia a disposizione il mondo, bisognerà ascoltare tutti tranne i maestri vivi, nessun vivo può ammaestrare giacché solo in via di fallimento, se vi togliete il tappo dei maestri vivi praticamente tutto al mondo diventa utile insegnamento, da mattina a sera e da sera alla mattina, mentre i sedicenti maestri tocca guardarli da sotto in su con danni alla lunga alle cervicali, coi cosiddetti s’impara solo la postura della soggezione e lo strappo verso la trascendenza, insegnano che prima devi essere dopo puoi non essere, prima il successo poi la libertà, prima a scuola poi fai quello che vuoi, prima ti fai ricco e ti togli il pensiero, il senso di realtà cioè l’ipocrisia insegnano, per far parte del mondo devi accettare chi ti ruba, che una volta imparate vi confezionano come servo vita natural durante, invece le uniche leggi sono generate dall’interdipendenza necessaria e universale e si chiamano regole da-che-mondo-è-mondo, presempio troppe leggi moltiplicano i criminali dice Thoreau che è morto, questo sia chiaro, quindi per prima cosa toccherà sviluppare il fiuto utilizzando i maestri, abituarsi a sniffarli come cani anti-droga, evitarli al momento giusto, cosa che verrà utile dopo, una volta liberati dall’influenza dei maestri conclamati o peggio quelli occulti, quando si sentiranno persino le parole della natura che stanno dappertutto, che l’uomo è un incidente e a volte un accidente si impara, e alla fine si scopre che non è la libertà ha un prezzo la schiavitù è gratis, siccome costano quasi uguale non è forse meglio far bella figura, di fronte al fatto sicuro che devi morire?</p>
<p>□ c’è del vero □ è un provocatore senza dubbio □ non so</p>
<p>5) Non sarà che, se storicamente la differenza sostanziale tra comunisti e anarchici è che i primi pensano che l’uomo è fetente di natura bisogna stanarlo e educarlo, i secondi che è buono di natura bisogna lasciarlo stare a decantare, mentre l’anarchia odierna considera irragiungibile tale scienza se è fetente o buono da principio, ma credere il secondo magari è eccesso d’amore ma piú conveniente per fallire, considera, non sarà che per fallire bisogna essere spontanei, per essere spontanei bisogna perdere i pezzi inutili, per perdere i pezzi inutili bisogna sgangherarsi, per sgangherarsi basta lasciare le cose come stanno, che la prima cosa nell’arte del fallimento è imparare a lasciare le cose come stanno, perché sarà pure difficile capirlo a chi non dotato di stato mentale anarchico, ma da-che-mondo-è-mondo unica chance di cambiamento radicale sta nel lasciare le cose come sono, è il primo atto o meglio prologo, finché non si riesce a farci bastare quello che abbiamo, a essere almeno un po’ contenti di dove siamo, allenarsi a non agire per forza, saremo sempre in balìa della convenienza, sembra strano ma è vero, e come tutto quello che pare strano ma vero c’è poco da fare, voler essere in altro posto uccidere il posto dove ci si trova, cosí invece cambia la prospettiva, so di non sapere tanto per dirne una?</p>
<p>□ qualcosina di vero c’è □ è una cazzata madornale □ non so</p>
<p>6) Non so se sapete che a Phoenix (Arizona) c’è una caserma di pompieri dove hanno festeggiato una centenaria, una lampadina sta accesa ininterrottamente da cent’anni, mentre a noi ci danno quelle che scoppiano a comando, a orologeria, obsolescenza programmata si chiama, la fabbrica Telefunken è fallita perché faceva cose che duravano, potremmo avere accessori durevoli invece li programmano per rompersi a comando, e il tempo è sempre meno sennò non si va avanti, e allora io dico si può immaginare un futuro per una comunità mondiale che deve far cose sempre piú scadenti in senso letterale, pena il corto circuito economico, e poi ci si stupisce se la mondezza s’accumula e certe zone del mondo vengono vendute dai governanti per pattumiera, perfino il pane ci abituano che dura tre ore mentre da sempre croccava per settimane, ci sono dubbi ancora da dove viene la mondezza se non dal pensare che la sete di sapere muova un gargarozzo piú nobile che la sete di soldi, presempio, che i muscoli del cervello sono diversi se si vuole conoscere a tutti i costi o dominare, che la smania di viaggiare presempio non è la stessa identica di quella del potere, come già dicevano gli stoici che sono morti e Leopardi pure, e sta tutto lí il senso anarchico d’allenamento?</p>
<p>□ potrebbe essere □ è un ignorante □ non so</p>
<p>7) Secondo voi è la proprietà un furto come raccontano gli invidiosi, i pigri o invece la ricchezza, sempre, non lasciamoci ingannare che ci sono ricchi scesi dall’incubatrice e non hanno fatto niente, perché il furto l’ha fatto il padre o il nonno, poi per fartelo scordare dicono che lavorano, fanno l’economia per tutti, mentre oggi soprattutto o è la borsa o è la vita, questo sia chiaro, e l’economia vera la fanno i parsimoniosi, oggi esser parchi non è virtù come fino poco a fa ma un crimine quasi, forma moderna di luddismo che può scardinare la società fatta da pigri dritti in avanti, e per esser parsimoniosi veri bisogna esserlo senza volontà, sforzo o esercizio di virtù, essere generosi non avari, coltivare la filosofia delle cose che costano niente, se spendi poco ti piacciono di piú le cose è regola da-che-mondo-è-mondo, un’altra è la legge del minimo mezzo, cioè ottenere il massimo da ogni attività, ingrediente, ogni pensiero senza depredare le risorse però, lasciar crescere quello che è, e allora basta essere un po’ poveri e viene tutto meglio, si è parchi cioè luddisti senza saperlo e non solo, siccome oggi la galera dice McLuhan che è morto è fatta di comodità, allora basta mettersi un po’ scomodi, allenarsi a faticare, perché se alla vita togli la fatica è come l’acqua senza una valenza d’idrogeno, anche qui senza saperlo quasi, ché senza saperlo vengono meglio le cose se uno è un libertario, uno che fa una cosa alla volta, uno che sa mollare la presa che stringi stringi ti ritrovi in mano un pugno di mosche, molli invece e hai a disposizione tutte le mosche dell’universo pure senza esser bacato in testa, uno che si riallaccia alla tradizione che c’è da quando è nata la prima micragnosa sanguisuga?</p>
<p>□ questo può esser vero □ lo dice perché gli rode l’invidia □ non so</p>
<p>8) Non è forse vero che, se il futuro ci riserba i ladri sempre piú ricchi, la demarcazione sempre piú netta, per cui la maggior parte prova a diventar ricco o almeno famoso per dimenticare che è lusso da ricchi, mettersi al riparo dove è tutto deresponsabilizzato che è il modo sicuro di perpetuare il meccanismo infame, questo succede in ogni parte del mondo con le risorse che scompaiono, ma non sarà forse che la linea sempre piú netta tra chi sta Dentro e chi Fuori non è solo questione monetaria, che qui fuori insieme a una montagna di derelitti c’è chiunque è portatore di un minimo di pensiero originale, ogni piccolo ambito di pensiero indipendente viene messo al bando perché sennò dimostra che si può avere, che non importa tanto cosa si pensa ma come, e se è uguale all’oppressore non c’è scampo, cosí chi vuol star dentro d’una sola cosa può esser sicuro che è un fesso portatore di Pensiero Unico, altrimenti detto indifferente o rassegnato, che sta dentro sí ma a una Caserma pure se urla e sbraita di no, e magari l’entrismo cosiddetto in qualche caso sarà pure utile ma in questo momento è deficiente?</p>
<p>□ a farci caso è vero □ lo dice perché lui è fuori □ non so</p>
<p>9) Non so se sapete di un tale microbiologo giapponese, Fukuoka si chiamava perché è morto, che ha dedicato la sua vita a dimostrare coi fatti però che per fare l’agricoltura bisogna fare niente, ci ha messo vent’anni per portare il terreno alle qualità originarie e da allora per trent’anni a coltivare riso o frutta doveva fare un bel niente di niente, stava lí a guardare, nemmeno l’acqua gli dava al riso tanto per dire, faceva raccolti di gran quantità e soprattutto qualità superiore a quelli degli altri e per questo veniva cacciato dai congressi e tv, perché dimostrava che ci hanno raccontato 3000 anni di fandonie, la tristezza delle loro fatiche di miglioratori di futuro ci hanno raccontato, di vigliacchi esagitati, mentre pure certi indiani americani non facevano un bel cazzo di niente per coltivare, poi sono arrivati gli innovatori che hanno immiserito la terra e i raccolti li hanno resi intensivi, faticosi, laboriosi, anticrittogamici, ogm per poi distruggerli se no non guadagnano le multinazionali, e perché dimostrava Fukuoka che la vita c’è solo dove il dare eccede il prendere quindi noi non siamo messi male ma peggio, e invece si può sempre rivedere tutto e del tutto, ha pure dimostrato Fukuoka sopra ogni cosa, si può far piazza pulita in ogni momento, adesso riprendere i contatti, ora non domani mentre se si continua a vagheggiare una decrescita si diventa solo calvi?</p>
<p>□ interessante □ sono casi isolati □ non so</p>
<p>10) Essendosi che tutte le vite sono occasioni perse da qui si può cominciare, da qui la vita pare sontuosa, da difendere a ogni costo in quanto battaglia persa comunque, per statuto, per regola da-che-mondo-è-mondo, il nostro scopo nella vita non è riuscire ma continuare a fallire nella migliore delle intenzioni diceva Stevenson che lui pure è morto, e allora è la perfezione per chi ha lo stato mentale anarchico, allora difendere la vita è l’esercizio principale che racchiude tutti gli altri, cosí però rischia d’essere imputato di molti reati, tipo stalking per il mondo o spia come diceva di sé Diogene che è morto, vale a dire non esser lasciato in pace da un mondo di pazzi che dicono sempre sono serio, sono io e resto cosí è il motto dei morti o meglio fantasmi, sono lucidissimo è normale, del tutto, il mio stato mentale, che se dicessero non sto del tutto bene, forse non sono responsabile del tutto del mio stato mentale forse si potrebbe tentarla la guarigione, ma se dicono di essere seri ecco lí la pazzia incurabile, soprattutto che quel po’ di libertà è diminuire si scopre nello stato mentale anarchico, da-che-mondo-è-mondo libertà è perdere, disimparare, no come dicono i funzionari non aver regole, non è una licenza militare!?</p>
<p>□ non è pazzo come sembra □ è pazzo □ non so</p>
<p><strong>Risultati</strong></p>
<p>Se prevalgono le risposte 1: con ogni probabilità siete un fallito per cosí dire culturale, una persona dabbene a cui piacciono le trafile e la ricerca del ragionevole, vale a dire siete una vittima designata, forse colta, disposta a farsi gabbare dalle facce belle e la ricchezza del linguaggio, siete pronti per crescere, fare il militare, trovare un posto da piccolo funzionario, separarsi ma prima sposarsi e fare dei figli che viene sempre di moda, andare a votare e magari morirci in cabina, quindi nella condizione privilegiata di chi può usufruire dello stato mentale anarchico, all’inizio nel suo piccolo, poi allargando il cerchio del buon senso comune, quello che oggi è annientato come snob o demodé, pian piano ce la potete fare.</p>
<p>Se prevalgono le risposte 2: è quasi sicuro che siete un fallito del tipo per cosí dire naturale, e ci resterete vita natural durante, ancorati ai distinguo, coi denti affondati nei cavilli interpretativi che scambiate per serietà, sono io e resto cosí è il vostro motto a vita quasi, gli obiettivi per voi devono essere concreti nemmeno belle teleologie, non avete altra strada che farvi strada coi mezzucci i ricatti il peso politico e gli scambi di favori, calcolare e calcolare, azzannare il risaputo, lo stantio, adocchiare ad ogni istante chi secondo voi è il piú debole cioè meno protetto, finché se siete fortunati finirete vecchio e dimenticato quindi in condizione previlegiata per usufruire dello stato mentale anarchico, almeno per qualche anno e, com’è naturale, prima di morire e magari lasciarci il ricordo che tutto è possibile.</p>
<p>Se prevalgono i non so delle risposte 3: se avete letto la maggior parte delle domande senza sapere di che si tratta, siete il tipo di fallito molto vicino allo stato mentale anarchico, lo avete a portata di mano perché refrattari si nasce forse, ma è molto probabile, dicono i refrattari che hanno un po’ di maledetta esperienza, dicono che si vede già da presto, certi pure da piccoli si vede che saranno refrattari a vita, succeda quel che succeda, non conta se sei nato ricco o diseredato, e noi può essere che siamo d’accordo su questa diciamo cosí fortuna, perché un refrattario nato o pasciuto che obiettivo vuoi che abbia nella vita?, quello di tirarsi fuori dalla condizione fortunata cosa che non gli riuscirà mai, quindi lui sta già a posto e non deve fare altro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/07/anarco-test/">anarco test</a></p>
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		<title>scusate la polvere</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 07:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Daria Corrias</strong></p>
<p>La prima volta che la vidi, la riconobbi subito. Lo smalto giallo e i braccialetti di caucciù, tantissimi su per i polsi, non potevano ingannarmi: era come me, sapevo già che avremmo condiviso non solo il banco del ginnasio ma anni di amicizia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/01/scusate-la-polvere/">scusate la polvere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" src="http://24.media.tumblr.com/tumblr_lo6figUzSY1qdqhjko1_400.jpg" alt="" width="400" height="298" /></p>
<p>di <strong>Daria Corrias</strong></p>
<p>La prima volta che la vidi, la riconobbi subito. Lo smalto giallo e i braccialetti di caucciù, tantissimi su per i polsi, non potevano ingannarmi: era come me, sapevo già che avremmo condiviso non solo il banco del ginnasio ma anni di amicizia. Imbevute di anni 80, rapite da una popstar di cui raccoglievamo centinaia di fotografie, avevamo addosso i segni di chi si somiglia pur non essendosi mai visto prima. Succede così: ci si riconosce per caso, per fatalità, perché così vanno le cose. E poi si resta amiche forse per sempre, forse quanto basta, ma stabilendo quel rapporto di sorellanza squisitamente femminile. E questa sono io. <strong><em>Scusate la polvere</em> </strong>di <strong>Elvira Seminara</strong> (nottetempo, 2011) racconta pure di come le amiche si incontrino e si riconoscano prima ancora di conoscersi sul serio. La protagonista è una donna normale con un nome più impegnativo: si chiama Coscienza, ma viene chiamata Enza o Cosce ma anche Zen o Enzima. Coscienza è una donna comune, una di quelle che, come tante di noi, si trova spesso in un camerino a provare un vestito indecisa sulla taglia: la small tira sulla pancia, la medium lascia troppo spazio sul seno. Un classico. E che dire poi dell’eterna lotta con la lavastoviglie: una guerra all’ultimo pentolino per cercare di infilare nella lavapiatti tutto quello che resta sforzandosi di trovare l’equilibrio perfetto tra una tazza e un mestolo. <span id="more-39675"></span></p>
<p>Sempre in bilico queste donne tra qualcosa che manca e qualcosa che c’è fin troppo. Ha un marito, Coscienza, o meglio, aveva un marito, che scompare improvvisamente lasciandola con un vestito nuovo addosso e un lutto inatteso da smaltire senza sapere bene come fare. Per fortuna non è sola: con lei ci sono Mia e Alice, due amiche, due sorelle di quelle che, quando vengono a trovarti, si buttano sul divano, si tolgono le scarpe e si preparano il tè da sole. Coscienza è una ghost writer di assurde tesi di laurea tipo <em>Economie post-femministe: scambio di torte e di uomini in Desperate Housewives</em> o <em>Botox e Xanax: la crisi anagrafica ai tempi di Facebook</em> e, ancora, <em>La genealogia del dubbio, da Socrate a Charlie Brown</em>. Mia e Alice sono una creativa organizzatrice di catering, la prima e una counselor d’interni esperta in psicologia canina, la seconda. Tre amiche e i loro lavori comunemente straordinari, frutto di quella sottile fantasia tutta femminile che riesce a tirar fuori lo straordinario anche da ciò che sembra monotono e senza sale.</p>
<p><em>Scusate la polvere</em> è una storia di amicizia al femminile ma nulla di plasticoso e patinato alla <em>Sex and the city</em>, nessuna donna su tacchi vertiginosi da migliaia di euro o persa tra amanti fascinosi che mai la porteranno all’altare, forse. Qui l’altare c’è già stato e la perdita è annichilente, il dolore inaccettabile: come si fa a essere una giovane vedova di 44 anni?  Elaborare il lutto, trovare un posto alla mancanza, reagire. Incellofanare i ricordi. Ma come si fa se poi il tuo compleanno cade proprio a pochi giorni da una perdita tanto grande? Mia e Alice nel loro grondare pietà, nella loro sorellanza compassionevole sono l’ancora di salvataggio a tanto dolore: <em>Smettila di compiangerti, Enzina, hai ancora mezza vita intera davanti!</em></p>
<p>La storia di Coscienza sembra fin qui un romanzo rosa imbevuto di dolore, ma quando scopre che accanto al marito, morto in un incidente stradale, sedeva una donna misteriosa, allora tutto cambia e Seminara ci regala un’inaspettata svolta noir. Chi era quella donna, che faceva lì, qual era la vera vita del marito di Coscienza-Enza-Zen? Un mistero da svelare con l’aiuto e il sostegno delle amiche di sempre.<br />
Mia e Alice sono quello che ogni donna desidera e ha. Fedeli amiche, specchi deformi di se stesse anche quando l’una sembra una <em>necrologia vivente</em> e l’altra indossa <em>un fiotto di strass che sgorgava dalla spalla e scorreva fino al fianco destro, della solita serie La sobrietà è un furto</em>. Come si fa a non amare amiche così?</p>
<p><em>Scusate la polvere</em> è un libro divertente scritto con la penna lieve di una donna che tra una parola e l’altra ride e si diverte e che offre al lettore la stessa compagnia e levità che l’hanno, immaginiamo, attraversata nello scrivere. Elvira Seminara concede risate quando ti aspetti le lacrime e commozione quando credi sia uno scherzo. E’ un libro d’amore, certamente ma non solo: soprattutto, è un libro che ci ricorda quanto sia preziosa la compagnia che regalano le parole che siano di un libro o di un’amica sorella.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://cdn.libriebit.com/wp-content/uploads/2011/05/seminara.jpg" alt="" width="220" height="304" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>E. Seminara, <em>Scusate la polvere</em>, nottetempo (2011), pp. 212, 12 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/01/scusate-la-polvere/">scusate la polvere</a></p>
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		<title>pensami e tornerò</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 07:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Dopo la sciagura le parole duravano poco, venivano pronunciate solo per rimanere nell’aria, sparendo con il fiato senza lasciare traccia di sé</em>.  <em><strong>Nina dei lupi</strong></em> di <strong>Alessandro Bertante</strong> (Marsilio, 2011) è la storia di un abbandono. E come per tutti gli abbandoni, le ragioni sono nascoste, oscure, incomprensibili a tutti coloro che sono rimasti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/28/doveva-passare-ancora-dellaltro-tempo/">pensami e tornerò</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" style="margin: 8px;" src="http://ilvolodellanima.myblog.it/media/02/00/417751823.jpg" alt="" width="300" height="300" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Dopo la sciagura le parole duravano poco, venivano pronunciate solo per rimanere nell’aria, sparendo con il fiato senza lasciare traccia di sé</em>.  <em><strong>Nina dei lupi</strong></em> di <strong>Alessandro Bertante</strong> (Marsilio, 2011) è la storia di un abbandono. E come per tutti gli abbandoni, le ragioni sono nascoste, oscure, incomprensibili a tutti coloro che sono rimasti. Solo che l’abbandono di cui scrive Bertante è un addio all’umanità. In carne e ossa, perché il cielo improvvisamente s’è fatto indaco e lisergico e una peste incurabile e violenta è scesa sugli uomini e sulla loro progenie, e pure metaforica, perché è l’umanità, come sentimento di conoscenza e confronto, che ha disertato. Al centro di questa storia c’è un eroe, che come tutti gli eroi è solo, scazonte e fatica in sé stesso. L’eroe di Alessandro Bertante si chiama Nina, ha appena avuto le mestruazioni, è una sopravvissuta, vive in un paradiso nonostante, chiuso al resto della devastazione da una frana. <em>Da bambini non si notano certi cambiamenti, quando si è piccoli il mondo è sempre fermo. <span id="more-39664"></span></em></p>
<p>Nina non sa che quello in cui sta, e che è il diorama di nomi e abitudini perdute, è bello, dolente, e fragile come un giardino segreto. Tant’è che a un certo punto la frana che ostruisce il passaggio viene rimossa e da quella cervice scura che è la galleria salgono come furie i saccheggiatori.  Che stuprano, rovinano, posseggono, quello che era stato costruito come l’ultima umanità dell’umanità, quello cioè che era stato condiviso. <em>(…) le prede terrorizzate e scomposte cercavano disperatamente una via di fuga, trovando ogni volta sulla loro strada la ferrea organizzazione del branco. I predatori presidiavano ogni possibile direzione, loro stavano dove dovevano essere, avevano un ruolo</em>. Gli uomini muoiono per primi, le vecchie per seconde, poi i bambini. Le donne che non muoiono subito diventato un sollazzo e la memoria, non pericolosa, di quello che c’è da fare per trasformare quel paradiso tout court in un paradiso dei predatori, un’oasi, una stasi, un quartiere.</p>
<p>Nina, come tutti gli eroi, ha avuto in sorte, oltre ai propri limiti, dei doni. Uno di questi è il nonno. L’uomo oltre a segnare con un gesso su una lavagna la data, a volere e a stabilire che la percezione del tempo passi insieme al tempo, prima della sciagura, le ha insegnato la strada della montagna, oltre il ruscello. Il sentiero scuro che si addentra nella terra dei lupi. Quando i predoni arrivano, Nina corre verso la montagna. E trova Alessio. Anzi è lui che la prende in braccio dopo la fuga verso un altro pezzo di salvezza. I<em>l fucile lo teneva Alessio in camera, sempre chiusa a chiave. A Nina fu donato un coltello con il fodero, da cacciatore. Doveva portarlo sempre con sé. Per il resto poteva fare quello che voleva. Ovvero niente, l’inverno non le consentiva nulla, nemmeno la fantasia</em>. Perché il refrain antiepico di Nina dei Lupi è che la salvezza non è mai del tutto accessibile. I sentimenti che si intrecciano tra Alessio e Nina non hanno nome perché hanno il resto. Necessità, spensieratezza, protezione, incredulità, possesso, sangue, progetto, e tutto il futuro dato che il passato loro, degli uomini, degli animali e delle cose, è stato cancellato. <em>La lotta è una prova e un privilegio. </em></p>
<p>In questo riportare la storia dell’uomo a zero e con una scrittura che procede per paratassi e attraverso la fede nelle parole che i personaggi guadagnano con la percezione, se non del futuro, della possibilità – <em>Prima della battaglia pensami amore mio, pensami e tornerò…, Lo recitò tre volte per scacciare la malora, Le ferite non si rimarginano, vengono a ricordarti da dove vieni </em>– Alessandro Bertante racconta una educazione sentimentale avventurosa e schiva, violenta e magica, casta e carne. E anche per questo, <em>Nina dei lupi</em> è un romanzo post-apocalittico dove nel post-apocalittico non c’è la fine del tempo, ma ancora un tempo, umano e misurabile, che impone al lettore un laico atto di fede. <em>Purtroppo il coraggio non è una virtù affidabile. Cresce, si tempera, promette di poter durare e poi svanisce in un attimo come la peggiore delle illusioni</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://ultimabooks.simplicissimus.it/media/catalog/product/cache/1/image/9df78eab33525d08d6e5fb8d27136e95/e/d/xed-660fc41c9f1ca766c6d0594b4d38d29d_4.jpg.pagespeed.ic.glGcOi-6Rd.jpg" alt="" width="190" height="300" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>A. Bertante, <em>Nina dei lupi</em>, Marsilio (2011), pp. 223, 18,50 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/28/doveva-passare-ancora-dellaltro-tempo/">pensami e tornerò</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La letteratura, il trauma, l&#8217;estremo</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 11:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/senza-trauma.jpeg"></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Comprendere il senso di una costellazione di narrazioni, a prescindere da ogni giudizio di valore e dalla costruzione di un possibile canone. Prendere in esame una serie di libri per decifrarne il senso complessivo, che avrà qualche omologia di forma con lo spirito del tempo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/18/39580/">La letteratura, il trauma, l&#8217;estremo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/senza-trauma.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39581" title="senza-trauma" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/senza-trauma-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><span style="font-size: small;">Comprendere il senso di una costellazione di narrazioni, a prescindere da ogni giudizio di valore e dalla costruzione di un possibile canone. Prendere in esame </span><span style="font-size: small;">una serie di libri per decifrarne il senso complessivo, che avrà qualche omologia di forma con lo spirito del tempo. Capire in che rapporto sta una certa letteratura con il mondo di cui essa è prodotto. Così facendo si tralascerà la questione del valore da attribuire ai singoli testi, e in quest&#8217;opera di comprensione cartografica potrà accadere che libri scritti male siano più rilevanti di libri scritti bene. Perché non si tratta di dar vita a un canone. E&#8217; è questo il caso di Daniele Giglioli, nel suo saggio </span><span style="font-size: small;"><em>Senza trauma. Scrittura dell&#8217;estremo e narrativa del nuovo millennio</em></span><span style="font-size: small;"> (Quodlibet, pp. 115, euro 12)</span><span style="font-size: small;">. Non che il canone non debba esistere più, sia chiaro: semplicemente, a Giglioli non interessa partecipare alla sua stesura. </span><span style="font-size: small;">Con un atteggiamento spinoziano, fedele al motto “non ridere, non piangere e non detestare, ma comprendere”, Giglioli si concentra piuttosto sulla lettura dei testi della nuova narrativa italiana in quanto <em>sintomi</em>. <span id="more-39580"></span>La chiave per comprendere questa costellazione – nei due complementari corni della narrazione di genere e dell&#8217;autofinzione – è detta fin dal titolo: trauma. Il trauma è ciò che è troppo grande, smisurato, per essere tematizzato. E&#8217; un evento che ci accade e che è eccede le nostra capacità di accoglierlo nel linguaggio. E&#8217; quella dismisura, insomma, che negli anni recenti non abbiamo vissuto: guerre, epidemie, calamità, disastri. Qui è disinnescata dunque l&#8217;obiezione possibile alla tesi di Giglioli, quella che dice: “Ma chiunque continua ad avere traumi!”. Certo che sì. Ma qui stiamo parlando di traumi sociali, collettivi, non individuali: stiamo parlando di una condizione comune che abbia segnato un&#8217;epoca e dunque il modo in cui essa (si) pensa. La modernità – da cui la grande letteratura da Baudelaire a Beckett – è stata attraversata da una serie impressionante di traumi: “</span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;">industrializzazione, inurbamento, secolarizzazione, modernizzazione tecnologica, guerre mondiali, armi di distruzione di massa.” Oggi non è più così. La televisione è stato il nostro Vietnam, dice Giglioli &#8211; dove l&#8217;aggettivo possessivo indica lo spossessamento di un&#8217;intera generazione (e questo è anche un libro autobiografico, come si percepisce anche dall&#8217;intensità cristallina della scrittura), la sua mancata presa sul mondo, e dunque la sua incapacità di agire. Già, perché non si comprende la tesi dell&#8217;autore se non si capisce che la nozione di trauma ha qui, come “correlativo soggettivo” necessario, l&#8217;impotenza del soggetto nei confronti della realtà, ovvero “l&#8217;inoperabilità” della realtà stessa. Dove realtà e rappresentazione tendono a coincidere, dove il mondo tende a venire requisito dall&#8217;immaginario, dove siamo spettatori passivi di un mondo che sembra fare a meno di noi, viene meno l&#8217;autonomia pratica dell&#8217;uomo, e la sua responsabilità. Viene  meno, in una parola, la politica, nel senso ovviamente più ampio del termine. E&#8217; lo stesso Giglioli, nella penultima pagina, come fosse un romanzo a chiave, a dirci che narrativa di genere e autofinzione “sono il parto gemellare di un difetto di politica”. In un mondo senza traumi e senza politica, come rispondiamo? Immaginando traumi, che ricorrono di continuo nell&#8217;immaginario collettivo, nel linguaggio comune, e nella letteratura. </span></span>“Non vivendo traumi li immaginiamo ovunque”, scrive Giglioli. Di qui “la scrittura dell&#8217;estremo”, dove l&#8217;estremo è l&#8217;unico punto di fuga che si sa intravedere nell&#8217;assenza di mondo, quel “Reale” lacaniano che resiste a ogni tentativo di simbolizzazione, letteralmente <em>impossibile</em>. Dunque la predilezione per la violenza, il sangue, la morte, l&#8217;effrazione insomma, che dilagano nel genere e nell&#8217;autofinzione. Due modi di combattere la rappresentazione che ha requisito il mondo con le sue stesse armi. Il genere, da una parte, con la semplicità monologica della sua lingua da cui è bandita ogni ambiguità (non più la lingua in quanto luogo eminente, com&#8217;era per la grande narrativa novecentesca: oggi piuttosto la distinzione tra chi scrive bene e chi scrive male “tende a perdere pregnanza”),  la subalternità alla <em>pop culture</em> (prestiti intertestuali, intermedialità), le controstorie e il complottismo universale, la paranoia come segno estremo di impotenza (Giglioli si concentra su De Cataldo, per esempio, sulla sua ideologia intrinsecamente reazionaria, ché leggere la storia d&#8217;Italia come un&#8217;ininterrotta guerra per bande significa ridurre a nulla un concetto fondamentale della nostra modernità, quello di individuo autonomo e responsabile). L&#8217;autofinzione, dall&#8217;altra parte, in cui si rileva “un rapporto con la realtà in cui il soggetto più parla di sé e più sembra farsi da parte a stilare il verbale della sua marginalità, della sua impotenza, della sua inesistenza.” E sotto il segno di questo “eccesso di Io” si succedono lucidissime letture delle opere di Saviano e Moresco (due casi esemplari di “macchina mitologica vittimaria”, posto che la vittima è il più grande vettore di strutturazione identitaria dell&#8217;epoca presente, come Giglioli crede analogamente ad Alain Badiou), Babsi Jones, Emanuele Trevi, Walter Siti, Francesco Pecoraro, Aldo Nove, Giuseppe Genna. La scrittura dell&#8217;estremo, dunque, “ci mostra quale sia il terreno su cui poggiamo il piede. Il piede sinistro, quello debole. Ora si tratta di decidere dove mettere l&#8217;altro.” E forse questo è il giudizio di valore decisivo.</p>
<p><em> (una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata su </em>l&#8217;Unità <em>il 15-7-2011)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/18/39580/">La letteratura, il trauma, l&#8217;estremo</a></p>
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		<title>Giardini di loto</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 09:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/leonora-carrington.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Luca Alvino</strong></p>
<p>La complessità dei nostri pensieri è fortemente influenzata dalla lingua nella quale pensiamo ed ela-boriamo i dati della nostra esperienza. Non sto dicendo nulla di nuovo, ma probabilmente non ci ri-flettiamo abbastanza. A determinare la complessità del pensiero sono da un lato le risorse della lin-gua specifica – la sua ricchezza lessicale, le possibilità morfologiche, le volute sintattiche, la tradi-zione letteraria – e dall’altro le conoscenze individuali che della lingua si hanno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/18/linguaggio-complesita-e-resto/">Giardini di loto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/leonora-carrington.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-39322" title="leonora-carrington" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/leonora-carrington-300x248.jpg" alt="" width="300" height="248" /></a></p>
<p>di <strong>Luca Alvino</strong></p>
<p>La complessità dei nostri pensieri è fortemente influenzata dalla lingua nella quale pensiamo ed ela-boriamo i dati della nostra esperienza. Non sto dicendo nulla di nuovo, ma probabilmente non ci ri-flettiamo abbastanza. A determinare la complessità del pensiero sono da un lato le risorse della lin-gua specifica – la sua ricchezza lessicale, le possibilità morfologiche, le volute sintattiche, la tradi-zione letteraria – e dall’altro le conoscenze individuali che della lingua si hanno. Quanto maggiori sono le possibilità della lingua – le sue capacità di astrazione, di precisione semantica, di individua-zione delle sfumature – tanto maggiore è la complessità di pensiero che essa consente. Ed è proprio la complessità del pensiero a determinare la complessità della realtà, che di per sé non è né semplice né complicata. Essa si limita a sussistere, non si ripensa, non è consapevole di sé. È l’uomo che, nel suo innato desiderio di interpretarla, ne determina i viluppi o le pervietà. Da un punto di vista emi-nentemente gnoseologico, la complessità non è una qualità del reale, quanto del pensiero e della lingua nella quale esso viene concepito ed espresso.<br />
<span id="more-39321"></span><br />
Ne è certamente consapevole Andrea Melone, la cui peculiarità scrittoria maggiormente evidente consiste proprio nel linguaggio, e principalmente nel lessico. Quello che colpisce il lettore fin dalla prima pagina del suo romanzo <strong><em>Giardini di loto</em></strong> (Gaffi, 2010) è un’appassionata ricerca linguistica, e dunque una precisa intenzione di decifrazione puntuale e attenta della realtà. Melone rifugge tena-cemente il termine generico: animato da un’ammirevole acribia semantica, va sempre alla ricerca del vocabolo esatto, adeguato all’espressione di un significato il più preciso possibile. Nel riportare il discorso diretto, al termine «disse» – che esprime il semplice concetto di pronunciare parole – ne predilige altri che evidenzino l’intenzione di colui che dice: come «asseverò», a rimarcare un’enfasi affermativa; oppure «opinò», per esprimere un intento dubitativo.</p>
<p>Laureato in filologia classica e insegnante di latino e greco in un liceo, Melone attinge doviziosamente al proprio repertorio culturale, proponendo formule omeriche, citazioni dai tragici, rimandi alla lirica arcaica; o creando neologismi su prestiti latini (come «scortillo», sulla base del catulliano «scortillum», sgualdrinella). Ripropone parole italiane in un’accezione che riconduce piuttosto al loro etimo che non all’uso contemporaneo: come il termine «eminenza», utilizzato nel suo significato di superiorità, elevatezza (dal lat. e-mineo, sovrasto, sporgo in alto). Altrove, al termine usuale, logorato dall&#8217;impiego quotidiano, preferisce il termine desueto, letterario, in netta contrapposizione con la tendenza odierna a un minimalismo anche lessicale, che predilige nella narrativa piuttosto le forme colloquiali che non quelle più legate alla letterarietà. Anche la sintassi risente di una ricerca volta allo straniamento; non tanto nelle relazioni tra le diverse proposizioni all’interno del periodo, ove prevale una paratassi di più regolare strutturazione; quanto nell’ambito della singola proposizione, nella quale l’ordine delle parole spesso non coincide con quello dettato dalla logica interna alla lingua italiana (dalla sua tradizione e uso quotidiano), ma segue criteri più vicini alla poesia, o forse alle lingue classiche, in cui il significato viene garantito più dalla nitidezza semantica dei ter-mini utilizzati che non dalla sequenza dei predicati e dei complementi.</p>
<p>La trama del libro si articola in due parti non rigidamente connesse tra loro da un punto di vista nar-rativo. Nella prima parte si raccontano le vicende della famiglia Lorenzini, composta da individui drammaticamente soli, che sperimentano una serissima difficoltà di comunicazione: Alfonso, un appassionato melomane che ha fatto dell’arte e della bellezza una gabbia che gli impedisce di com-prendere i bisogni esistenziali della propria famiglia; sua moglie Liliana, delusa dal proprio matrimonio e desiderosa di spendere le opportunità che la vita ancora le riserva, con i suoi ultimi scampoli di bellezza; i loro figli, disorientati dal dissestato contesto familiare, continuamente in bilico tra una più strutturata condiscendenza naturale verso gli affetti e una spontanea, licenziosa cedevolezza a un seducente languore istintuale. Liliana confessa a suo marito (mentendo) di avere un amante, e incarica Raffaele Mensi, un investigatore privato, di cercarlo, non avendo più sue notizie da alcuni mesi. Con tale rivelazione inventata Liliana certifica una situazione di stallo esistenziale dalla quale tenta di affrancarsi nell’unico modo che ritiene possibile: imbrigliandosi in maniera ancor più costretta nel groviglio inestricabile delle strutture antropologiche in cui si ritrova tragicamente avviluppata.</p>
<p>Nella seconda parte del romanzo, partendo dai pochi indizi completamente inventati dalla donna, Raffaele Mensi inizia un’estenuante ricerca, che da insensata indagine poliziesca si trasforma ben presto in quest esistenziale. L’investigazione lo conduce dalla Toscana a Vienna, da Salisburgo a Budapest, da Berlino a Copenaghen, da Oslo fino a Helgebosta (uno sperduto fiordo finlandese), in un percorso nel quale la materia perde a poco a poco la propria consistenza e assume progressiva-mente la simbolica impalpabilità di una lenta destrutturazione culturale. Raffaele entra in contatto con un gruppo di ragazzi norvegesi, che lo conducono in una peregrinazione senza meta apparente. Lo ricevono nel proprio gruppo con una fredda e civile accoglienza sempre pronta a tramutarsi in sconcertante ostilità. La solitudine dei membri della famiglia Lorenzini – che il lettore aveva già avuto modo di conoscere – si ritrova amplificata nei rapporti che intercorrono tra i numerosi personaggi nordici della seconda parte del romanzo. Non si comprende in cosa consista il collante che li amalgama tra di loro: i loro dialoghi sono in realtà monologhi; nessuno riesce a entrare in un rap-porto reale con l’altro; la stessa sessualità sembra più uno strumento di divisione che di unione.</p>
<p>Anche il linguaggio in questa seconda parte appare più lineare, meno costruito, sia da un punto di vista lessicale che sintattico. L’iniziale complessità linguistica corrispondeva a una maggiore com-plessità sociale e culturale. Laddove nella prima parte i legami sociali pertengono in massima parte a strutture familiari stratificate, intricate, limacciose, nella seconda parte le dinamiche di formazione e separazione dei gruppi seguono traiettorie più fluide e meno definibili secondo paradigmi e rife-rimenti noti. Anche la concezione della musica (l’altra grande passione di Melone, insieme alla letteratura), che nella prima parte era sommamente aristocratica, alla ricerca dell’«interprete che nasce ogni tre generazioni», si rivela nella seconda parte più aperta a influenze popolari.</p>
<p>L’itinerario verso il Nord si configura come un ideale percorso di purificazione in cui la realtà esterna perde progressivamente colore e calore, fino a consistere in un algido, candido, cupio dissolvi, una fuga simbolica insieme fisica e metafisica, un cammino di liberazione dalle sovrastrutture ideologiche dell’esistenza. Raffaele cade in questo equivoco, credendo che la perdita di vitalità da parte dell’ambiente e dei personaggi sia dovuto a una semplificazione del mondo, la quale, partendo dall’espressione linguistica, investe progressivamente i referenti; e si illude così di poter beneficiare di una sorta di indulgenza plenaria dell’angoscia esistenziale: «avrò problemi inesplicabili in una lingua che non li contempla», fantastica Raffaele, immaginando una vita futura in Scandinavia irrorata dal balsamo della semplicità; una vita nella quale i suoi complessi problemi sembrano destinati ad annegare nelle gelide acque dell’inespressione.</p>
<p>Seguendo il proprio istinto, l’uomo viene condotto «in un luogo remoto, sconnesso dalla travatura del mondo», che assomiglia in maniera sorprendente a una sponda d’Acheronte, cui non è possibile accedere se non traghettati da un Caronte in forma femminina. Senza anticipare il finale sorprendente della storia, si può tuttavia rivelare una sua intenzionale inesplicabilità, che ne aumenta il potenziale di suggestione. Ma al lettore non è necessaria una coerenza onnisciente. L’ossessiva ricerca delle motivazioni è una stravaganza della modernità. In quanto archetipi, gli antichi temi della letteratura drammatica – quelli che informano anche le strutture profonde di Giardini di loto – non avevano bisogno di essere interpretati: incesto, tradimento, ingiustizia, crudeltà, vendetta, gelosia, rivalità, desiderio, perdita, disonore e lutto.</p>
<p>Incarnazione albina di straniati angeli della morte, i personaggi nordici di questo romanzo incarnano una superiore, coscienziosa necessità. Ma è una necessità che non si misura in una incomprensibile teleologia, quanto nei solchi lessicali di una appassionata tradizione linguistica, nelle volute elevate di una sintassi magniloquente, nel sentiero esistenziale che lega il segno linguistico alla realtà, distillata in esperienza tramite gli imprescindibili snodi del pensiero.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Melone2_primacop.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-39323" style="border: 1px solid black;" title="Melone2_primacop" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Melone2_primacop-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>A. Melone, <em>Giardini di Loto</em>, Gaffi (2011), pp. 283, 14,80 eu.</strong></p>
<p>[il dipinto in apice è di Leonora Carrington]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/18/linguaggio-complesita-e-resto/">Giardini di loto</a></p>
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		<title>i nodi del boia</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jun 2011 07:30:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/82rogo.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Laurent contò i nove scalini che portavano alla città alta. Nove passi dalla taverna alla bottega del fabbro. Nove passi dalla bottega alla porta azzurra. Nove passi dalla porta all’angolo della Rue des argentiers. Dall’angolo alla terza casa c’erano altri nove passi, se andava piano, e Laurent andò piano, contandoli sottovoce.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/06/i-nodi-del-boia/">i nodi del boia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/82rogo.jpg"><img class="size-medium wp-image-39103 alignleft" style="margin: 8px;" title="82rogo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/82rogo-278x300.jpg" alt="" width="278" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Laurent contò i nove scalini che portavano alla città alta. Nove passi dalla taverna alla bottega del fabbro. Nove passi dalla bottega alla porta azzurra. Nove passi dalla porta all’angolo della Rue des argentiers. Dall’angolo alla terza casa c’erano altri nove passi, se andava piano, e Laurent andò piano, contandoli sottovoce. Non sentiva i rumori della strada, non vedeva la gente che si scostava al suo passaggio. Laurent contava. Nove passi dalla terza casa alla finestra del forno di Maurice Pellissier. Nove passi dal forno di Pellissier alla nicchia invisibile tra la casa dei Germont e il forno dei Saunier e un passo indietro, sotto l’arcata che lo nascondeva. Adrienne era lì, nella bottega di fronte, al suo posto dietro il banco colmo di cesti e vassoi. Andava a spiarla dall’ombra dopo ogni esecuzione, perché guardarla vivere era l’unico modo di allontanare i suoi demoni. Doveva fare sempre lo stesso percorso, contando lo stesso numero di passi, e il tempo sarebbe tornato indietro, cancellando ogni sua colpa</em>. Laurent Deville è il protagonista di <strong><em>In nome di Dio e per mano del diavolo</em></strong> (Germana Fabiano, Robin edizioni, 2011), è il boia di Saint-Germain sulla Somme. Il padre era un boia, il fratello lo è diventato, tutti i parenti esercitano il medesimo mestiere. Laurent ha sposato la figlia del boia di Saint-Germain sulla Somme, dove è arrivato giovane apprendista e dove, a un certo punto e come è naturale, è diventato l’esecutore delle alte e basse opere. Forca, ruota, decapitazione, impiccagione, rogo, altro. <span id="more-39102"></span> Laurent Deville è sempre stato un bambino strambo e solo, toccato da uno di quei doni oscuri che capitano a certe indoli, e che possono essere in qualche maniera raccolti sotto la voce Compassione. Perché a Laurent non sfugge nemmeno una sfumatura della sofferenza, della miseria, della bellezza e dell’amore del mondo. Laurent è connesso, attraverso tutti i suoi silenzi con il mondo intero.</p>
<p>Che è mondo di ladri, di pazzi, di vendicatori, di violenti, ed è mondo di donne che se non danno via il corpo lo nascondono come fosse un peccato plenario. È mondo di bambini che crescendo hanno dovuto lasciarsi perché il boia è solo, è reietto, il boia è intoccabile dai taglieggiatori ma pure dall’amore o dall’amicizia. <em>Si deve essere migliori di molti altri per riuscire in una qualunque impresa – gli aveva insegnato il maestro. Lo sapevano i conciatori, i mercanti, i falegnami, i soldati e persino gli osti di taverna che restavano senza clienti se servivano il vino inacidito, e il boia non era diverso</em>. E mondo è pure la natura perché Laurent conosce le erbe, i funghi, gli alberi e i frutti, riconosce i muscoli degli uomini e i loro organi dopo aver studiato ed essersi esercitato per anni sulle carcasse dei maiali. Laurent così come uccide, secondo la legge, e con il cuore esatto di chi non vuole infliggere sofferenze ma eseguire una pena, salva, cura, guarisce, lenisce.</p>
<p>Se dal verso il mondo di Laurent Deville è quello dell’inquisizione, delle carestie e delle pesti, dal recto è quello delle streghe, della fandonia, della voce, di un’arte medica misconosciuta tanto da sembrare magia – è poi in fondo più semplice credere che capire. Germana Fabiano con una lingua piana e una storia che ha la concentrazione del romanzo storico ma il ritmo del giallo, costruisce un medioevo inventato e fascinoso dove il boia è anche il guaritore, dove il giorno e la notte avvicendandosi perennemente, seguono il chiaro scuro della vita del giovane Laurent, temuto, rispettato, invidiato e commiserato, più scienziato che aguzzino, intransigente tanto da non avere punti deboli oltre la compassione per tutto ciò che lo circonda. Per una diceria Laurent Deville potrebbe trovarsi sul patibolo e non essere il boia.</p>
<p>E così, in un paesino fluviale che è un calco di paesino fluviale, in una fine di medioevo che è un calco di fine mediovo, così come i personaggi di Germana Fabiano sono calchi di figure che ogni lettore in qualche modo si è immaginato, e coltivato, senza timori, sicura della penna e della storia, imbastisce un gioco di ruolo e di personaggi che tiene compagnia, diverte e cruccia e sulle quali si stacca la figura di Laurent Deville che pur non avendo colpe, espia a ogni passo. Nove sono i gradini del patibolo. <em>Non avrebbe mai cercato di sfuggire alla sua sorte, perché non c’era modo e quella inutile disperazione era l’unica cosa che ne sarebbe venuta</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/ba879f7a1155e9990f7562f5986f2703-3663335969f61e3d734904bff38419c3e698e4.png"><img class="size-medium wp-image-39224  aligncenter" title="ba879f7a1155e9990f7562f5986f2703-3663335969f61e3d734904bff38419c3e698e4" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/ba879f7a1155e9990f7562f5986f2703-3663335969f61e3d734904bff38419c3e698e4-300x300.png" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong> G. Fabiano, <em>In nome di Dio e per mano del diavolo. Vita del boia Laurent Deville, esecutore delle alte e basse opere a Saint-Germain sulla Somme dal 1497 al 1504</em>, Robin edizioni (2011), pp. 311, eu 14.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/06/i-nodi-del-boia/">i nodi del boia</a></p>
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		<title>fu la raccolta dei fiori nel giardino di cemento</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 07:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/prigione.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Affaticato ma soddisfatto, la osservò riversa sul pavimento tra i due piccoli letti sui quali gli venne in mente di adagiarla. Pareva appesa per i piedi, penzoloni. La più bella delle sue figlie era diventata l’impiccato delle carte magiche.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/23/fu-la-raccolta-dei-fiori-nel-giardino-di-cemento/">fu la raccolta dei fiori nel giardino di cemento</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/prigione.jpg"><img class="size-full wp-image-39088 alignnone" style="margin: 8px;" title="prigione" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/prigione.jpg" alt="" width="373" height="282" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Affaticato ma soddisfatto, la osservò riversa sul pavimento tra i due piccoli letti sui quali gli venne in mente di adagiarla. Pareva appesa per i piedi, penzoloni. La più bella delle sue figlie era diventata l’impiccato delle carte magiche. Lui stesso provò un brivido di inquietudine a vederla, ma se ebbe quel sentimento fu per aver ottenuto un risultato migliore del previsto. Ebbe la conferma che le motivazioni di tenerla tutta per sé non erano maligne, ma antiche, appartenenti a un mondo che si credeva perduto e suo quale lui invece era riuscito a trovare un portale. Allora forse non avrebbe dovuto condurci Elisabeth, come credeva; forse quel mondo si sarebbe mosso verso loro due: un universo vivo che premeva per ricongiungersi agli umani, ai loro cuori, ai loro desideri, per tornare reale</em>. <em><strong>Elisabeth</strong></em> (Einaudi, 2011) di Paolo Sortino racconta la storia di Elisabeth Fritzl, austriaca, segregata dal padre per ventiquattro anni in un bunker sotto la casa nella quale era vissuta fino ai diciotto anni.<br />
<span id="more-39085"></span><br />
Il padre è Josef Fritzl, elettrotecnico e molte altre cose. Quando Sortino comincia a raccontare, Josef è appena uscito dal carcere nel quale è stato rinchiuso per aver stuprato due donne, è forte e ossessionato dal pensiero che la figlia Elisabeth, amata e stuprata più volte, vada via, faccia come gli altri figli che una volta usciti dal suo universo perfetto e concentrazionario di violenza e ordine, sono diventati estranei. Quando Sortino comincia a raccontare, Elisabeth riempie una piccola sacca per una vacanza con un’amica, si prepara per un viaggio mancato che diventerà tutti i viaggi mancati per sempre. Dove per sempre significa molto tempo. E <em>molto tempo</em> significa ventiquattro anni trascorsi in un sotterraneo di pochi metri quadri senza sole, senza stelle ma con tutte le comodità di un appartamento. Letti, luce, acqua corrente, servizi sanitari, una cucina e, poco a poco, una ghiacciaia, un televisore, addirittura una piscina con la sabbia. Con tutte le eventualità di una relazione. Litigi, vacanze (solo di Josef), discussioni, riappacificazioni, pranzi, cene, figli. <em>Negli anni aveva lavorato sodo per togliere la confusione che lì sotto annullava la differenza tra adulti e bambini, tra passato e futuro, e ora aveva raggiunto una solida certezza: per capire non bastava avere un’idea del mondo come lo intendevano gli esseri umani. Bisognava aver amato come loro si amavano</em>.</p>
<p>Quando Sortino comincia a raccontare non esistono più le notizie di cronaca, i frammenti di processo, i ricordi di un altro giorno, l’indignazione, le immagini sfocate di Elisabeth, gli occhi allucinati di Josef, i nomi dei figli-fratelli, le vigliaccherie della madre-nonna, esiste solo il racconto, il desiderio potente di vedere dove va a finire la storia, gli echi di passato recente che mutano in premonizioni, i giudizi statistici o singolari che si affievoliscono come voci in un bosco di rovi. Esiste il bosco di rovi. Intrecciato dalle intenzioni e dalle possibilità di quei personaggi che, come Hansel e Gretel, come Rink Rank o Cappuccetto Rosso, sono persone. Senza speranza, ciascuna con il destino del proprio carattere, ciascuna che come <em>Elisabeth viveva immersa nella passione per le storie. Desiderava sapere come sarebbe andata a finire la sua</em>, ciascuna impegnata a ricostruire una versione dei fatti che renda la vita accettabile dunque raccontabile. Quando Sortino comincia a raccontare il mondo si capovolge, gli dei ctonii perdono l’aggettivo e se ne rimangono in piena luce, mentre la vita dei mortali continua sottoterra, e prosegue uguale alla superficie, come un esperimento a temperatura stabile e aria condizionata, si ripete identica, in una miniatura di mondo che lascia però la sicurezza che la miniatura sia il mondo intero e dunque la tranquillità di vivere da signori e padroni, di governare l’assoluto. L’assoluto bene e l’assoluto male, la vita e la morte, il tempo, lo spazio, le categorie. <em>Nel vederlo lei sorrise di più. Il paradiso era forse il tempo in cui il padre non le avrebbe fatto più male</em>.</p>
<p>In questo ribaltamento Paolo Sortino, con una prosa che è barocca e che, come il barocco, è millimetrica e parossistica nell’ostensione e nel controllo delle sensazioni di chi guarda, lascia incantati davanti a un amore che cerca di completare solo se stesso, a una violenza che si riproduce identica e invariata e alla quale gli anni impongono una requie che tuttavia è solo stanchezza, né ripensamento né redenzione. Davanti a ventiquattro anni che, per Elisabeth e i suoi figli-fratelli, oltre che un orrido, sono stati possibili e per Josef, oltre che un dolce fallimento, sono stati un paradiso terrestre. È una storia che conoscevamo, sulla quale forse abbiamo pensato e che la scrittura irriverente e sinuosa, di Paolo Sortino restituisce sotto forma di ossessione d’amore. Dove l’amore è sempre un punto di vista, perché la vita non ha attributi più oscuri, più convincenti e più epici della sopravvivenza. Dove la vita degli altri è sempre una avventura in fondo incomprensibile. <em>Non vide le stelle fluorescenti incollate al soffitto nella stanza dei bambini. Non vide le ditate sui muri sporchi di carboncino e pennarelli, non vide le impronte sui bicchieri, le scritte infantili alla base delle pareti. Non vide i giochi da tavolo e i libri delle fiabe. (…) Vide una finestra disegnata col gesso sul muro ma non vi si affacciò</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/elisabeth-sortino.jpg.opt299x479o00s299x479.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-39087" title="elisabeth sortino.jpg.opt299x479o0,0s299x479" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/elisabeth-sortino.jpg.opt299x479o00s299x479-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>P. Sortino, <em>Elisabeth</em> (Einaudi, 2011), pp. 224, 19,50 eu.</strong></p>
<p><strong>A latere</strong></p>
<p>Lo scorso anno ho scritto di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/26/i-cuori-infranti-di-rosetta-loy/"><em>Cuori Infranti</em></a> (nottetempo, 2010) di Rosetta Loy un dittico di favole nere, la prima sul delitto di Novi, la seconda sulla strage di Erba. Mentre leggevo <em>Elisabeth </em> non ho fatto che pensare, con una certa innaturale continuità, alla differenza tra la prosa lieve, paratattica, metaforica per difetto di Loy, e la narrazione per eccesso di Sortino, il suo far seguire a <em>Le cataratte del cielo sbiancavano sul mondo</em>, <em>Il paesaggio si misurava in diottrie perdute</em>, imponendo così oltre a una aberrazione, una quantificazione della stessa. Nonostante le differenze strutturali c’è qualcosa che li tiene vicini, qualcosa di immediato, tematico, musicale nel senso che ritmi differenti producono medesime eco, verbale nella misura in cui per entrambi <em>i segreti sono sogni realizzati</em>, per entrambi guardare e scrivere sono azioni che necessitano di <em>occhi privi di giudizio</em> ma pronti alla meraviglia e all’orrore. Ludovica Koch osservava nel suo <em>Favole di tenebra</em> (Donzelli, 1996) che Selma Lagerlof <em>si propone di non rifuggire dalle grandi parole, dalle semplificazioni, dall’inverosimile, dal patetico. A costo di apparire gonfia, o velleitaria, o sentimentale, o puerile</em>. Così ho capito di nuovo – come io capisco, attraverso le parole scritte – che il richiamo alla realtà in narrativa o il grido della critica che si lamenta che tutto/troppo ha forma di romanzo, non riguardano mai la letteratura, ma solo la produzione culturale coatta, di bassa lega e miseria immaginativa e dunque, essenzialmente, tolgono spazio e tempo ai libri. La letteratura non teme definizioni, artifici, occasioni, attesa, ombre. Non teme neppure il capriccio. Non teme la realtà e i suoi bisogni. Rosetta Loy e Paolo Sortino, in forma di autentico artificio, lontani dal reportage narrativo, con il bistrattato strumento del racconto – quasi orale, interrotto dai respiri, dallo sguardo di chi ascolta e chiede attesa – hanno dimostrato che la realtà è complessa in maniera asimmetrica e che per raccontarla è necessario tornare ai miti, alle favole, all’indice dei tipi, all’ossimoro barocco della tenebra che è luce. Se dunque una generazione esiste in letteratura è quella di coloro che scrivendo riproducono, incarnano con un pieno o un vuoto, l’aria di un certo tempo. Alla generazione di quest’aria – come altre arie ci sono, differenti o prossime – appartengono Loy e Sortino che, nel giro di un anno editoriale, hanno scritto delle sproporzioni magiche, violente ed egoiste, in mezzo alle quali cerchiamo la nostra normalità, pretendiamo il nostro non voler essere disturbati, la nostra realtà di mattoni e di aspettative, di lame e affezioni. <em>La magia è realtà solo per chi sogna la vita che vive</em>, la metafora è il mio richiamo al reale, le parole del mio tempo la mia generazione.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/23/fu-la-raccolta-dei-fiori-nel-giardino-di-cemento/">fu la raccolta dei fiori nel giardino di cemento</a></p>
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		<title>Lettera a un magistrato</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Feb 2011 11:09:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Aleksej Meshkov]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Aleksej Meshkov (Mosca, 1966). Da diversi anni in Italia, è musicista. È autore del thriller politico <a href="http://www.ilmelangolo.com/index.php?page=shop.product_details&#38;flypage=flypage.tpl&#38;product_id=3013&#38;category_id=388&#38;option=com_virtuemart&#38;Itemid=59" target="_blank"><em>Il cane Iodok</em></a>, romanzo che sarà pubblicato in Francia nel 2011.</p>
<p>di <strong>Aleksej Meshkov</strong></p>
<p style="padding-left: 240px;">Illustrissimo Kubacic,</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/chagall_grey_house.jpg"></a>da anni siamo vicini di casa. Probabilmente un magistrato del suo rango non si sarà neppure accorto della mia presenza, eppure abitiamo nello stesso palazzo: il condominio 14 costruito dalla <em>Cassa privata dei dipendenti del tribunale</em>, a cui tutti dobbiamo qualcosa per il privilegio concessoci di vivere in un ambiente tanto elegante e pulito.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/10/lettera-a-un-magistrato/">Lettera a un magistrato</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><small>Aleksej Meshkov (Mosca, 1966). Da diversi anni in Italia, è musicista. È autore del thriller politico <a href="http://www.ilmelangolo.com/index.php?page=shop.product_details&amp;flypage=flypage.tpl&amp;product_id=3013&amp;category_id=388&amp;option=com_virtuemart&amp;Itemid=59" target="_blank"><em>Il cane Iodok</em></a>, romanzo che sarà pubblicato in Francia nel 2011.</small></p>
<p>di <strong>Aleksej Meshkov</strong></p>
<p style="padding-left: 240px;">Illustrissimo Kubacic,</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/chagall_grey_house.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-38079" title="chagall_grey_house" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/chagall_grey_house-300x276.jpg" alt="" width="180" height="166" /></a>da anni siamo vicini di casa. Probabilmente un magistrato del suo rango non si sarà neppure accorto della mia presenza, eppure abitiamo nello stesso palazzo: il condominio 14 costruito dalla <em>Cassa privata dei dipendenti del tribunale</em>, a cui tutti dobbiamo qualcosa per il privilegio concessoci di vivere in un ambiente tanto elegante e pulito.<br />
Fra noi condomini, è ovvio, c’è chi più di altri si è impegnato nello studio della legge, meritando di assumere cariche prestigiose e di occupare i piani più alti all’interno della residenza. Questo è il suo caso, illustre collega. Quanto a me mi sono sempre arrangiato con cause civili di poca importanza, nulla che possa paragonarsi ai reati squisitamente ideologici sottoposti al giudizio della sua corte. Non per niente i dirigenti della nostra cassa di assistenza le hanno riservato l’ottantacinquesimo piano, mentre a me hanno concesso il più modesto privilegio di vivere al settimo, cosa che, comunque, mi riempie di orgoglio.<span id="more-38078"></span><br />
Un anno fa ho festeggiato il mio pensionamento e il direttore del tribunale mi ha ringraziato ufficialmente per l’obiettività dimostrata in quarant’anni di servizio.<br />
“Un giudice equanime ed esemplare” sono state queste le parole utilizzate per lodare il mio lavoro. Con le mie sentenze ho cercato sempre di correggere, mai di punire. In nessun caso ho provato piacere nel giudicare l’imputato e questi ha sempre goduto del mio incoraggiamento.<br />
“La punizione deve rivelare al colpevole una via di salvezza” è scritto sul banco della corte ed io non ho mai violato la deontologia magistratuale. Questo, però, fa parte dei ricordi di un giudice in pensione. Da un anno sono uscito dalle aule del tribunale e da allora non vi ho messo più piede. Nel tempo libero mi sono dedicato alla musica e alla perlustrazione della città.<br />
La necessità di materiale per i miei componimenti – questa affermazione le sembrerà strana al momento, ma comprenderà in seguito quanto sia importante la materia per un musicista della mia specie – mi ha spinto a cercare in ogni direzione, e il risultato delle indagini è stato sorprendente. Non crederà alla differenza tra il mondo esterno e ciò che di esso abbiamo immaginato per anni, restando seduti sullo scranno di un tribunale. La nostra giurisprudenza è in ritardo sui tempi. Ci impegniamo nella lotta a reati secondari, mentre trascuriamo i pericoli più gravi che minacciano la nostra società.<br />
Per quarant’anni ero rimasto in un’aula, pensando  alla salvezza dell’uomo e alla salvaguardia della sua immagine aurea come appariva nei testi della legge. Il giorno del mio pensionamento, tuttavia, ho scoperto che il mondo era cambiato al di là dei confini del foro. I vecchi modelli umani erano stati superati e, al loro posto, era comparsa un’umanità nuova.<br />
La cosa potrà sembrarle incredibile, illustre collega, ma l’elevata specializzazione della nostra società ci ha spinti a progredire in una sola direzione. Alcuni di noi sfiorano oggi le nuvole, mentre altri hanno sviluppato enormi cervelli  racchiusi dentro crani giganteschi. Nei quartieri P, Q, R, abitati dai nostri matematici, vivono impressionanti cefalopodi, che spiccano per il corpo minuscolo a sostegno dell’enorme testa calcolatrice.<br />
I nostri uomini altissimi, dalle gambe fragili e sottili che poggiano su deboli piedini, e i loro compagni di strada, i cefalopodi privi di baricentro e pericolosamente senza equilibrio, rappresentano il progresso della nostra società.<br />
Da millenni, avanzando nella ricerca e nell’utilizzo delle nostre scoperte, abbiamo raggiunto un’invidiabile specializzazione, sicché allampanati spilungoni si aggirano oggi numerosi per le nostre città. Anche da noi, lungo i viali della <em>Cittadella della legge</em>, s’incontrano questi debolissimi fuscelli che oscillano al soffio del vento.<br />
Sono certo, esimio Kubacic, che si affacciano alla sua finestra per curiosare nel suo appartamento e che anche lei, se il suo ruolo non la impegnasse totalmente, si accorgerebbe del pericolo che rappresentano. Basterebbe un po’ di vento o una leggera scossa tellurica per abbattere simili perticoni e con essi la nostra civiltà che, sul loro sapere, ha fondato la propria esistenza. Siamo giunti a un punto in cui la nostra forza si è trasformata nella nostra debolezza.<br />
Mentre élite specializzate affinano la loro intelligenza settoriale, vaste moltitudini sprofondano nell’ignoranza senz’altro sogno che il consumo delle merci. Nel caso di una grave recessione, greggi d’individui, già incantati dal populismo, solleverebbero le funeste bandiere dei fascismi. Scopriremmo allora d’essere incapaci di moderazione.<br />
Esca dal tempio e capirà che è giunto il momento di sognare un nuovo mondo, di liberare un grande spazio bianco in cui distendere l’anima e d’immaginarsi diversi. Abbiamo bisogno di nuovi miti, di nuovi colori e di una nuova lingua in cui forgiare la nostra immagine liberata. Occorre che l’uomo ritorni alla terra, agli animali e agli alberi e che germogli un nuovo essere armonioso. Uomini con ombre di gatti, di volpi, di cervi e cavalli, di cicogne e di albatri dovranno comparire nelle nostre città. Individui con ombre di lecci, di abeti, di frassini e platani dovranno germogliare ovunque se vogliamo che la Terra continui a vivere. È il momento di sognare l’uomo-albero, l’uomo-volpe, l’uomo-fiume. Non il vecchio, ma il nuovo uomo dall’anima di tigre e betulla garantirà la vita sul nostro pianeta.</p>
<p>Esimio collega, avrà capito che il suo vicino è una persona responsabile, sinceramente preoccupata per il mondo in cui vive.<br />
Il mio senso morale, il sentimento del mio dovere di cittadino è desto e sincero.<br />
Benché il mio strano caso e le vicende personali, di cui le parlerò fra poco, potrebbero indurla a considerazioni a me sfavorevoli, le assicuro che, in qualunque momento, troverà in chi le scrive un cittadino onesto, pronto a battersi per la difesa dell’uomo e della sua civiltà.<br />
A questo punto, pertanto, è il caso di chiarire un aspetto importante di questa lettera lunga e inattesa.<br />
Cosa c’entrano le mie argomentazioni con il nostro rapporto di vicinato? Per quale ragione il suo vicino, un ex magistrato di ottavo livello, un uomo col quale si è sempre limitato a un convenevole saluto, ha deciso di indirizzarle una simile lettera?<br />
Ebbene, le ragioni della presente stanno nella calunnia pronunciata contro di me dai nostri condomini. Si tratta di un’accusa d’immoralità e antipatriottismo che verrà presto inoltrata alla suprema corte per i reati ideologici.<br />
Nelle prossime ore qualcuno potrebbe depositare sul suo tavolo l’esposto formale con la richiesta della mia condanna. Questa lettera non è che il disperato tentativo di salvarmi dalle calunnie.<br />
Sono mesi che, nel condominio 14, qualcuno non fa che lamentarsi chiedendo l’intervento dell’amministratore per cacciarmi dal mio appartamento.<br />
Il caro signor Panfilov è stato da me alcuni giorni fa. È venuto a farmi visita e ha verificato lo stato dei luoghi. È suo dovere controllare che i beni immobiliari della <em>Cassa privata per i dipendenti del tribunale</em> non siano danneggiati dal cattivo comportamento dei suoi inquilini.<br />
Egli ha visitato il mio appartamento e non vi ha trovato nulla di indecente o pericoloso. È tutto in ordine e lo stabile non è a rischio di crollo a causa di quello che accade all’ottavo piano.<br />
Perché allora la signora Foca e gli altri condomini si sarebbero lamentati? Se lo starà certamente chiedendo. Ebbene glielo dirò, rischiando di mancare di buon gusto raccontandole i capricci di una donna.<br />
La signora Foca, che non è mai venuta nel mio appartamento e che io cerco saggiamente di evitare – considerato che in passato ha cercato di trascinarmi nella sua stanza e di violentarmi, saltandomi addosso con tutto il suo peso e cercando di schiacciarmi come un ippopotamo può schiacciare un gattino – questa donna, dicevo, sta cercando di vendicarsi di me.<br />
È vero. Davanti alla mia porta viene scaricato da più di un anno un quintale di verdure al giorno, e ciò crea un ingombro nel corridoio. A volte, alcune foglie di lattuga restano sul pianerottolo con un po’ di terra, ma l’immobile non crollerà per questo. La struttura di cemento armato è progettata per sopportare carichi maggiori.<br />
La signora Foca non è che un’importuna e le sue lamentele non andrebbero ascoltate. Questa seccatrice, tuttavia, verrà presto da lei, accompagnata da altri inquilini del nostro condominio, per chiederle la mia condanna.<br />
Ho pensato quindi di scriverle, affinché sappia da me, prima che il peso delle calunnie mi schiacci impedendomi di difendermi, quale individuo io sia e quale senso di responsabilità mi animi.<br />
Da quasi due anni ho lasciato la magistratura, ho ottenuto una pensione e sono uscito dalle aule dei tribunali.<br />
La musica e la creazione di opere sinfoniche occupano oggi il mio tempo.<br />
Interi fiumi, ponti, onde marine, grattacieli e montagne mi hanno nutrito con la loro visione e, proprio adesso, mentre le scrivo, le immagini dei sicomori del parco, depositatesi per giorni dentro di me, si stanno gonfiando come palloncini a elio e cercano una via d’uscita attraverso la musica.<br />
Della sorte di queste immagini sonore e degli effetti delle mie composizioni, una volta che queste si siano liberate nell’aria, non sono responsabile. Il loro effetto non dipende da me più di quanto non dipenda dal pubblico. Eppure, stimatissimo collega, c’è chi intende denunciarmi per la mia attività, ritenendola un tradimento ideologico e un reato morale contro lo spirito della nostra società.<br />
Di recente, a causa della grande quantità di verdure che la mia nuova dieta mi obbliga a consumare, hanno cercato di allontanarmi dal condominio 14 con l’accusa di sporcare i corridoi e gli spazi comuni, ma è ovvio che questo è semplicemente un pretesto.<br />
In realtà, mi accusano di non aderire al gran coro di coloro che celebrano le straordinarie imprese della nostra specie.<br />
I miei accusatori vorrebbero condannarmi perché mi rifiuto di seguirli sulla loro corda da funambolo, lungo la strada affollata e senza svolte che in massa stanno percorrendo.<br />
Una volta saliti su questo sottilissimo spago, né il primo né l’ultimo di loro sarà in grado di tornare indietro. Il primo è incalzato da una mandria enorme che gli impone di andare avanti e l’ultimo è immediatamente raggiunto da un altro che lo incalza privandolo della libertà di scendere.<br />
Con nasi striscianti come lunghi cappotti, orecchie deformi come vecchi cappelli, teste da cefalopode e gambe lunghissime, i nostri vicini e concittadini amatissimi s’incamminano ineluttabilmente su una strada stretta e senza uscita. Ma ecco che, nonostante le mie preoccupazioni per l’uomo e i pericoli che lo minacciano, qualcuno corre a lamentarsi di me.<br />
Proprio in questo momento, il signor Perosopo, l’inquilino del primo piano, sta andando dal portiere per affidargli l’ennesimo reclamo da consegnare all’amministratore.<br />
Il signor Perosopo ha sempre giudicato cause di scarsa importanza e il suo potere è stato inferiore al mio. Forse è per l’invidia maturata in un’intera carriera che egli si comporta così. Costui si lagna della mia attività di compositore. Sostiene che le vibrazioni della mia musica muovano le suppellettili del suo appartamento e che, per questo, non possa dormire.<br />
Il signor Perosopo e la signora Foca stanno spingendo l’amministratore a privarmi del mio alloggio all’ottavo piano e ad assegnarmi le stanze delle cantine dove il buio mi ammazzerebbe certamente.<br />
Caro collega, io amo il genere umano e la lontananza dai miei simili sarebbe fatale per me. Esiliato in una cantina, senza un balcone o una finestra da cui guardare il mondo, mi abbandonerei alla tristezza e cesserei di vivere. Eppure, nonostante i miei sentimenti, i vicini, che, meglio di altri, dovrebbero conoscere la mia innocenza, non fanno che calunniarmi e, nelle ultime settimane, il loro astio è aumentato. Un inquilino del quindicesimo piano, un giudice militare che ho incontrato rare volte durante i trent’anni trascorsi nel nostro condominio, ha scritto una lamentela al dirigente della <em>Cassa privata per i dipendenti del tribunale</em>, affinché il sottoscritto venga privato del privilegio di vivere nel nostro palazzo in quanto colpevole di antipatriottismo.<br />
Ebbene, stimatissimo collega, se potessi circolare per il mondo come un uomo libero, deciderei in questo istante di abbandonare il mio appartamento. Perché restare se i vicini non amano la mia compagnia, se sapere che vivo qui li spinge a scrivere lettere contro di me?<br />
Me ne andrei se potessi, ma la musica mi ha cambiato profondamente e finirei in un circo perdendo la protezione di una casa. Senza i miei diritti di magistrato, mi sbatterebbero in una gabbia e mi obbligherebbero a cibarmi di biada e altre porcherie secche che pungono il palato e mi riempirebbero la bocca di afte. Nello stato in cui mi trovo, sarebbe il minimo che mi potrebbe accadere.<br />
Il mio è stato un mutamento lento, impercettibile al principio, eppure inesorabile, totale.<br />
La musica mi ha appesantito. Con la sua leggerezza si è insinuata dentro di me, trasportando un’incredibile quantità di materiali.<br />
Chi non conosce la mia arte, ritiene che sia qualcosa di leggero. Non immagina quanta materia la musica richieda tutti i giorni. Essa deve penetrare nelle cose per sottrarre l’anima al corpo, ma per fare ciò deve nutrirsi di esso, cibarsi della realtà, masticare la vita.<br />
Il musicista è un essere pesante, grasso, con uno stomaco pieno di sassi, alberi e altre realtà, che digerisce trasformandole in immagini sonore.<br />
Sembra agli altri che sia leggero, che egli voli, saltando nel suo frac da un albero all’altro come un allegro uccellino, ma ciò è falso. Egli è pesante, inguardabile con la sua bocca spalancata, piena di braccia e di gambe, di teste di cavalli e di altri animali necessari al metabolismo musicale.<br />
Le gambe spesse come alberi, lo stomaco gonfio che lo rende incapace di correre, costui, spogliato della sua tuba e del tabarro che ne nasconde il corpo deforme, apparirebbe per quello che è: un uomo-elefante!<br />
Proprio così, eccellentissimo giudice. È di questo che si tratta. La musica mi ha trasformato in un essere pesante, incapace di inseguire la meta comune. Gli altri uomini si muovono speditamente seguendo l’odore e fiutando il comune traguardo della nostra razza.<br />
Eccoli allora che pretendono la mia condanna. Mi considerano intollerabile e osceno e, con l’uso di subdoli pretesti, cercano di spingermi in basso, di confinarmi nei piani sotterranei, privandomi del mio appartamento all’ottavo livello.<br />
Essi sono mostruosi. Possiedono occhi, nasi, dita e gambe deformi. Vivono pericolosamente, sbilanciati su un lato e privi di equilibrio, senza accorgersi della loro debolezza, eppure mi perseguitano per ciò che sono diventato. Inviano reclami per qualche foglia di lattuga abbandonata davanti alla mia porta e scrivono ai dirigenti della nostra cassa privata perché mi privino della pensione.<br />
Tutti i condomini, eccetto lei, hanno firmato la richiesta del mio allontanamento, concordando sulla necessità di concedere a persona più degna il diritto di occupare la mia abitazione.<br />
Così stanno le cose. Eppure, nonostante l’odio dei vicini, sono certo che proprio io, col mio stomaco gonfio e le mie gambe pesanti, con i miei sentimenti benevoli per l’essere umano, potrei dare un contributo importante alla salvezza di quest’essere in bilico.<br />
Proprio io, con questa lunga proboscide spuntatami all’estremità dell’encefalo, con la mia muscolosa e grassa appendice, potrei fornire un valido aiuto per la salvezza del mondo a un passo dalla catastrofe.<br />
Io, che passeggio con la mia tuba altissima, col mio copricapo fuori moda da maestro dell’opera, pesante e lento, con la bocca piena di faggi e di pini, di uomini e pecore che ingurgito nel mio cammino, potrei compiere un prezioso gesto d’amore.<br />
Quest’uomo-elefante potrebbe togliersi la tuba e, attraverso la sua lunga proboscide, potrebbe soffiare in alto una nuova immagine umana. Non la sua vecchia, falsa e inutilizzabile, scolpita nel marmo, aurea e perfetta, ma l’odierna e traballante.<br />
Potrei fermarmi al centro di una piazza e, dopo aver attirato milioni di spettatori esibendo il mio goffo strumento, soffierei in alto l’attuale, nefanda immagine dell’uomo. Con un feroce barrito la spingerei oltre la vetta dei più alti grattacieli, affinché tutti possano vederla: l’effigie di quest’essere deforme, sempre più debole, vacillante e fragile nonostante i suoi decantati progressi.<br />
Leggero sopra la piazza, visibile a chiunque, gigantesco come una Luna, egli apparirebbe con le sue lunghe gambe, la testa da cefalopode e il ventre da uomo-boa con cui vorrebbe divorare la Terra. Tutti lo ammirerebbero: insensato e triste, ebbro di sé e bisognoso d’aiuto, ma, a quel punto, la mia arte potrebbe rivelare la sua utilità. Nel magico gioco della ricomposizione musicale, da tante tessere assurde potrebbe formarsi una nuova immagine armoniosa.<br />
Per un brevissimo, folgorante momento, soffiati in alto dalla mia proboscide musicale, il verde degli abeti siberiani e l’azzurro dei mari del Sud, le pinne dei beluga e le ali dei gabbiani, di cui mi sono nutrito negli ultimi anni, colmerebbero, nell’illuminazione generale, gli spazi vuoti della poesia e dell’anima sul corpo dell’ingombrante inquilino del nostro pianeta. All’improvviso, sulla sua epidermide, comparirebbero prati, nuvole, ippocastani, e squame argentate di pesci colorerebbero le sue braccia. Una nuova immagine umana verrebbe proiettata nel cielo. L’uomo azzurro, dalla grande pinna di delfino sul dorso e dalle braccia alate, prenderebbe il posto dell’attuale cefalopode.<br />
L’umanità intera profitterebbe di questa visione, potrebbe esserci più amore fra gli uomini ed io, anch’io, con la mia proboscide e lo stomaco gonfio d’immagini, avrei dimostrato la mia utilità, il bisogno che c’è della mia musica. Potrei conservare il mio appartamento al condominio 14, e i vicini la smetterebbero di lamentarsi per qualche cavolo dimenticato sul pianerottolo; lei, esimio collega, non dovrebbe punirmi per i miei reati ideologici, come vengono definiti. Anche lei, reso deforme dalla carica ricoperta per anni, con le sue affilate tenaglie, oscuro e mostruoso scarafaggio, che, come me, non può uscire dalla sua casa senza il tabarro da giudice, la sciarpa e il cappello che nasconde le sue antenne, pure lei potrebbe mostrarsi comprensivo verso una creatura che ha provato ampiamente la propria lealtà verso l’essere umano. Poiché in quest’epoca triste, che sembra avviata verso un fatale declino, la musica e le fantasie di un essere così goffo, appesantito e col capo deformato da una pesante appendice, potrebbero rigenerare il mondo, offrirgli una possibilità, una nuova immagine mitologica, un sogno per il futuro…</p>
<p>Città di I, gennaio 2010</p>
<p style="padding-left: 60px;">Il suo affezionato vicino<br />
L’uomo-elefante</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/10/lettera-a-un-magistrato/">Lettera a un magistrato</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Una piccola nota sulla distribuzione</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Feb 2011 09:17:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Mi piacerebbe che questo intervento sulla distribuzione fosse letto tenendo d'occhio <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/02/03/per-la-liberazione-dei-lettori/">questo intervento</a> di Vincenzo Ostuni sulla qualità nell'editoria, ecc. a. i.]</em></p>
<p><strong>Enrico Piscitelli</strong></p>
<p>Qualche tempo fa, Andrea Inglese ha pubblicato su <a href="http://www.alfabeta2.it/"><em>Alfabeta2</em></a> una mia <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/11/08/una-piccola-nota-sullattuale-situazione-della-narrativa-in-italia/">piccola nota</a>, sulla situazione attuale della narrativa italiana – non di major.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/10/una-piccola-nota-sulla-distribuzione/">Una piccola nota sulla distribuzione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Mi piacerebbe che questo intervento sulla distribuzione fosse letto tenendo d'occhio <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/02/03/per-la-liberazione-dei-lettori/">questo intervento</a> di Vincenzo Ostuni sulla qualità nell'editoria, ecc. a. i.]</em></p>
<p><strong>Enrico Piscitelli</strong></p>
<p>Qualche tempo fa, Andrea Inglese ha pubblicato su <a href="http://www.alfabeta2.it/"><em>Alfabeta2</em></a> una mia <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/11/08/una-piccola-nota-sullattuale-situazione-della-narrativa-in-italia/">piccola nota</a>, sulla situazione attuale della narrativa italiana – non di major. Scrivevo, in quella nota: “la narrativa italiana ha un riscontro bassissimo. Al momento, il più basso degli ultimi anni. I librai prenotano pochissime copie dei libri di narrativa. Non si fidano. Sanno, o qualcuno ha detto loro, che venderanno solo un piccolissimo numero di romanzi italiani, e solo di alcuni autori. Qui stiamo parlando di numeri così bassi, che cinquecento copie vendute di un libro di una piccola casa editrice, sono un successo clamoroso, roba da brindare col prosecco”.</p>
<p>Questa nota è stata ripubblicata da molti. Per esempio da Loredana Lipperini, nel suo blog. Lì, nei commenti, Federico Guglielmi (Wu Ming 4), scrive: “quanto all’intervento di cui sopra, non mi sembra (più) vero che nessuno scrive questa verità. Forse non è sbandierata a titoli cubitali sui giornali, ma in realtà è risaputa e sotto gli occhi di tutti”. Ma, soprattutto, Guglielmi si chiede cosa fare e come agire. Domande impegnative, e importanti. Senza dubbio.<span id="more-38085"></span></p>
<p>Nicola Lagioia, invece, sempre negli stessi commenti, scrive: “tra le altre cose, lavoro da anni come editor in una piccola casa editrice, e cioè minimum fax e – dati alla mano – i numeri non sono quelli di Piscitelli. Quando vendiamo 500 copie di un esordiente, non brindiamo a champagne e nemmeno a prosecco, ci chiediamo in cosa abbiamo sbagliato, visto che nel libro mandato in libreria credevamo tutti”. Ma Minimum fax è, davvero, una piccola casa editrice? Spulciando il suo catalogo, si può vedere che ha pubblicato nel 2010 quarantatré titoli, in dieci collane. Quella di narrativa italiana, però, Nichel – diretta da Lagioia – pubblica solo sei libri all&#8217;anno. Sei libri su quarantatré. Dovrebbe far riflettere anche questo, secondo me.</p>
<p>Anche Mauro Baldrati ha ripreso il mio pezzo, su Nazione indiana: “come uscire dal Grande Terrore?”, scrive Mauro, “non facciamoci illusioni. Noi, e i nostri figli, non rivedremo le grandi pianure d’Africa di nuovo popolate di elefanti, leoni, rinoceronti e gazzelle che vivono in armonia con l’ambiente. Forse però continueremo a vederli nelle riserve e nei parchi naturali. Il Grande Terrore può causare l’estinzione della letteratura”. Baldrati invita a ragionare sui meccanismi della distribuzione, e prende come esempio Senzapatria, editore che si è inventato una modalità nuova di vendere i suoi libri.</p>
<p>Ecco, ha ragione Baldrati: è davvero il caso di esaminare questi meccanismi. O di provarci, almeno.</p>
<p>Il mercato del libro in Italia vede sempre più il predominio di posizioni consolidate e dominanti. I principali attori sono presenti in tutta la filiera. Ovvero, fanno tutto: sono editori, stampatori, distribuori, promotori, librai. Prendiamo, per esempio, il gruppo Mondadori, l&#8217;azienda più grande nel settore editoriale. Mondadori possiede i marchi Mondadori, Einaudi, Sperling &amp; Kupfer, Electa, Piemme, Harmony, EL, Frassinelli. Come distributore opera la Distribuzione Libri Mondadori, che distribuisce, oltre ai libri delle case editrici del gruppo, altri editori di primo piano come Rai-Eri, e Baldini Castoldi Dalai. Per la vendita diretta esistono nove Mondadori Multicenter (megastore), e 16 librerie Mondadori, di proprietà del gruppo, oltre a centinaia di punti vendita in franchising. Il gruppo Mondadori ha anche un suo sito di vendita on-line di libri e prodotti <em>media</em>, BookOnLine (BOL). A tutto questo, vanno aggiunti Mondolibri-Club degli Editori (di cui fanno parte, fra gli altri: Ok Musica, Junior Club, e Euroclub) e Piemme direct, che operano nelle vendite per corrispondenza tramite catalogo.</p>
<p>Mondadori, insomma, è in grado di riempire un&#8217;intera libreria. Anche con buoni libri, fra l&#8217;altro – basti pensare al catalogo Einaudi.</p>
<p>Ora, immaginiamo di voler creare una casa editrice. Secondo NielsenBookScan, nel 2009 l&#8217;on-line aveva una quota di mercato del 3,5 percento. Questo vuol dire che tutti gli altri libri – il 96,5 percento – si vendono ancora attraverso i canali di vendita “tradizionali”: librerie, di catena e indipendenti, edicole, grande distribuzione organizzata. E arrivare in libreria è difficile. Servono un distributore e un promotore. Il primo è quello che ha, fisicamente, gli scatoloni con i libri della nostra, ipotetica, nuova casa editrice. Il secondo, il promotore, convincerà il libraio a prendere – e si spera: vendere – i nostri libri. In alcuni casi i due ruoli coincidono, e alcuni distributori hanno anche una propria rete di agenti librari.</p>
<p>Per esempio, sul sito di Dehoniana Libri – un distributore meno noto di Messaggerie, Cda, Pde o Nda, ma anche parecchio efficiente – si legge: “la promozione degli editori rappresentati avviene attraverso una propria rete costituita da 18 agenti, coordinati da un Responsabile della rete promozionale coadiuvato da due Capi area (Nord e Centro/Sud). Secondo un calendario prestabilito nel corso dell&#8217;anno, sono previste visite periodiche alle librerie per la presentazione delle novità annunciate dall&#8217;Editore, delle strenne, delle riproposte di catalogo e delle iniziative promozionali concordate, quali, ad esempio, campagne ad hoc su particolari tematiche, collane, autori o altro”.</p>
<p>Distributore e promotore hanno un ruolo fondamentale. Un editore con cui collaboro, parlando del suo distributore, dice sempre “il mio socio di maggioranza”. Questo perché, per fare il suo mestiere, il distributore prende una grossa fetta del prezzo di copertina. Spesso, però, lo fa male, questo mestiere. Non propone i libri, non ha agenti, si limita a inviare qualche lista, qualche file excel, e a mandare poi i titoli su richiesta del libraio – nel peggiore dei casi: in ritardo, o dopo molti solleciti.</p>
<p>Oltretutto – oltre alla percentuale sul prezzo di vendita – il distributore reclama diverse condizioni, per accettare un editore nella sua <em>squadra</em>. Un certo numero di titoli all&#8217;anno, per esempio. O un nome di grido. Vorrà insomma partecipare alla programmazione editoriale della casa editrice. Spesso, senza conoscere davvero gli autori e i libri.</p>
<p>È un bel problema: senza distributore, una casa editrice dovrà piazzare i suoi libri direttamente, libreria per libreria, o venderli on-line, dal proprio sito. Con un distributore, invece, la parte propriamente commerciale <em>dovrebbe</em> essere coperta.</p>
<p>Ma ci sono soluzioni alternative alla distibuzione canonica?</p>
<p>Mi aveva incuriosito un&#8217;intervista di Andrea Cortellessa a Nanni Balestrini. Balestrini parlava di Area: “verso il 1976-77, poi, inventammo Area: una federazione di una dozzina di piccole iniziative editoriali come la Cooperativa scrittori, l’Erba voglio, Aut Aut, eccetera (molte erano espressione di aree politiche, appunto), che messe assieme componevano un’entità di medie proporzioni, con una buona distribuzione e ottimi risultati commerciali”.</p>
<p>Incuriosito, assai, ho cercato notizie in Rete, su Area. Ma ho trovato solo qualche informazione nell&#8217;Archivio Primo Moroni: “ chiudemmo anche la Cooperativa Area che rappresentava il più organico tentativo di creare una struttura editoriale produttiva che avesse la forza di confrontarsi con i grandi organismi di distribuzione editoriale che, com&#8217;è noto, sono da sempre uno dei nodi strategici della diffusione della cultura in Italia. Nell&#8217;Area avevamo riunito sotto un unica sigla editoriale una decina di case editrici autogestite (Squi/libri, Librirossi, Edizioni del No, Coop Scrittori, Edizioni delle Donne, Lavoro Liberato, ecc.) che, complessivamente, pubblicavano un numero di titoli sufficienti da permetterci l&#8217;accesso alle Messaggerie Italiane che era e rimane l&#8217;organismo distributivo più importante del panorama editoriale italiano” (Primo Moroni).</p>
<p>Insomma, cos&#8217;era Area? Io l&#8217;ho chiesto direttamente a Nanni Balestrini. Area – mi ha detto – era una struttura comune, una redazione unica, una alleanza di fatto fra un buon numero di case editrici vicine al Movimento [Nanni, quando gli ho chiesto di Area, l'ha usata spesso, questa parola: <em>Movimento</em>]. L&#8217;intento era dividere le spese, e fare blocco nei confronti dei distributori, delle tipografie, delle librerie. Fu chiusa nel 1978, dopo perquisizioni, e minacce niente affatto velate. Quei libri lì, pubblicati dai soci di Area, davano fasrtidio. Da quell&#8217;esperienza, nacque Alfabeta.</p>
<p>Un&#8217;idea semplice e, allo stesso tempo, <em>rivoluzionaria</em>. Della quale non v&#8217;è più traccia. Pare esista una tesi di laurea, sui due anni di vita di Area, e nulla più, a parte i ricordi di chi c&#8217;era.</p>
<p>E oggi, esistono idee “diverse”? Quali sono? La risposta è sì. Tra mille difficolta: sì. Ne cito tre, diverse fra loro.</p>
<p><a href="http://www.produzionidalbasso.com">Produzioni dal basso</a> sfrutta le potenzialità della Rete. Funziona così: chiunque lo voglia, può proporre un progetto. La Rete, gli iscritti al sito, possono sottoscrivere il progetto e pagarne una quota. Con questo sistema è stato finanziato, fra gli altri, il documentario <em>Una montagna di balle</em>, sull&#8217;emergenza rifiuti in Campania. 506 persone hanno prenotato una copia del DVD, pagando quasi sei euro a testa. Anche alcuni libri sono stati finanziati e prevenduti – e quindi: distribuiti – con questo sistema. Saltando quindi gli intermediari – editori inclusi. [Si veda anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/26/finanziare-il-lavoro-creativo-produzioni-dal-basso/">questa intervista</a> apparsa su NI.]</p>
<p>Un altra idea:<em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/01/perche-abbiamo-scelto-di-fare-i-libri-delle-murene/">Murene</a></em> di Nazione indiana. <em>Murene</em> è una collana che propone testi di  poesia, saggistica e narrativa. Un comitato di redazione sceglie i titoli. I libri sono autoprodotti e acquistati per abbonamento – tre libri l&#8217;anno per 20 euro. Sul sito di Nazione indiana si legge: “abbiamo calcolato che 200 abbonamenti dovrebbero permetterci di andare in pari con le spese vive della produzione (le uniche che abbiamo deciso di tenere in conto): impaginazione, stampa, spedizione e spese di gestione del sistema PayPal”. Un altro modo, insomma, di saltare a piè pari distribuzione e librerie. [Per una <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/la-vera-alternativa-e-lautoproduzione/">riflessione sull'autoproduzione</a> e <em>Murene</em>.]</p>
<p>Ultima idea: Senzapatria, ovvero la casa editrice di cui parla Baldrati, nel suo pezzo. Anche qui, incuriosito, ho chiesto direttamente all&#8217;editore, Carlo Cannella. Mi ha detto, Carlo, che i libri di Senzapatria, sono venduti negli Automatic Free Shop, ovvero quei negozietti pieni di ditributori automatici tutti arancioni, che vendono merendine, bevande, gelati, aperti ventiquattro ore su ventiquattro. E libri, ora, anche. Ma la rivoluzione, in questo, è soprattutto nel fatto che gli associati ad Automatic Free Shop <em>acquistano</em> i libri di Senzapatria. Non possono renderli, come invece possono fare le librerie. I libri, insomma, sono trattati come ogni altro bene di consumo.</p>
<p>Anche questa è un&#8217;ottima idea.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/10/una-piccola-nota-sulla-distribuzione/">Una piccola nota sulla distribuzione</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Settanta acrilico trenta lana. La crudeltà dei fiori</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 12:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Settanta-acrilico-trenta-lana.jpg"></a>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Camelia vive a Leeds, in una strada anonima, dove l’inverno non sa finire, anche se i giorni sul calendario si succedono, il sole smuove il ghiaccio. Ha il nome di un fiore appariscente, originario dell’Asia, bianco, rosa, rosso acceso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/21/settanta-acrilico-trenta-lana-la-crudelta-dei-fiori/">Settanta acrilico trenta lana. La crudeltà dei fiori</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Settanta-acrilico-trenta-lana.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Settanta-acrilico-trenta-lana-240x300.jpg" alt="" title="Settanta-acrilico-trenta-lana" width="240" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-37872" /></a>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Camelia vive a Leeds, in una strada anonima, dove l’inverno non sa finire, anche se i giorni sul calendario si succedono, il sole smuove il ghiaccio. Ha il nome di un fiore appariscente, originario dell’Asia, bianco, rosa, rosso acceso. Ma per lei i fiori non hanno diritto di voce: li recide, ne fa scempio, li calpesta con gli anfibi. Stessa cosa con i vestiti – getta quelli nuovi nel cassonetto da cui ne recupera altri, tutti sconvolti,  con file di bottoni nel punti più impensabili o maniche in sovrannumero, interviene sui suoi propri come una novella Dr Frankenstein, <span id="more-37869"></span></p>
<p>“Sulla sedia i vestiti storpi sembravano pelli di animali scuoiati.<br />
Presi quello con le maniche diverse e in uno slancio di creatività sadica ne amputai una con le forbici. Poi dimezzai la gonna e ricucii la parte tagliata su un altro vestito, di sbieco, come una cintura di sicurezza. Continuai per ore con sfrenato godimento a squarciare pantaloni, mutilare tasche, scambiare bottoni, innestare brutti colletti su altri vestiti ancora più brutti. Finché la bruttezza si fece folgorante, perfetta, e non bastavano più i vestiti del cassonetto, dovevo fare trapianti di stoffe dai vestiti del mio armadio. Così diventavano ancora più brutti, soprattutto quando facevo incroci di laboratorio tra gli orsacchiotti dei pigiami e gli strass dei vestiti da sera, dio che eccitazione”.</p>
<p>Indossa i suoi abiti solo per percorrere un breve tratto di strada, dalla sua casa al videonoleggio, dove per un qualche misterioso accidente le consegnano sempre il film sbagliato dentro la custodia giusta. Ed ogni volta che la realtà la incrocia, ne scaturisce un grigio permanente, una foschia di neve, ma di quella neve sporca, straziata dai gas di scarico e da ruote motrici, che fa male allo sguardo.  Nel <a href="http://www.edizionieo.it/catalogo_visualizza.php?Id=803">romanzo</a> di <strong>Viola Di Grado </strong>e nel mondo di Camelia tutto si è inceppato, dal giorno in cui il padre è morto insieme all’amante in un incidente d’auto. Livia, la madre, una flautista bella e algida, gira per la casa animalesca, usa lo sguardo per comunicare e fotografa ossessivamente buchi. O mancanze, voragini, precipizi. La ragazza ha rinunciato ad una vita propria, traduce dall’italiano in inglese manuali per lavatrici, istruzioni semplici su come introdurre fango e far uscire pulizia, che però non si applicano con altrettanta facilità alle persone. Ed anche lei cade nel mutismo, finché l’incontro e l’amore per Wen, suo insegnante di cinese, la farà ricominciare a parlare, vomitando i suoni come cibo, passando dall’anoressia alla bulimia, dal rifiuto del linguaggio all’ingorgo dei significati. Dal suono all’ideogramma, dalla parola svuotata ad un senso nuovo da trovare nel segno, nell’immagine, l’espressione visiva del sé e della lingua. Tuttavia anche Wen ha i suoi spettri: un segreto che non riesce a confessare, un’ex- ragazza con un altro nome di fiore, Lily, morta o forse scomparsa, uno strano fratello che indossa magliette con frasi ridicole, imitazioni di slogan giovanili già di per sé vuoti. L’atteggiamento autopunitivo di Camelia, con il quale tenta un’impossibile espiazione  delle colpe paterne e della morte, si rispecchia in tutti i personaggi, proseguendo verso una follia che è linguistica, prima che mentale. I vestiti, le parole soppresse, gli ideogrammi, il corpo tormentato, non sono infatti che linguaggio, l’unica arma per vivere, la più potente per ricrearsi anche in modo distorto, fino all’annullamento. Il linguaggio di Camelia e la scrittura dell’autrice, fatta di poesia, perché fatta di tagli, di asciuttezza, di trasformazioni improvvise degli oggetti più comuni, riadattano l’ambientazione urbana alla temperatura interiore, dove il freddo cristallizza e poi spacca in silenzio, come una moderna Bella Addormentata, il cui sonno invincibile genera rovi, o come un’Alice-Regina di Cuori, che nel paese del trauma non può essere compresa, parla con se stessa tentando di salvarsi nell’autoironia e taglia teste di papavero, pezzi di carne. </p>
<p>Proprio l’uso della lingua ci ricorda infine che un buon libro non è fatto solo della storia o delle storie che racconta, ma ne evoca altre, apre scatole riposte, fa intravedere ombre dietro le tende. In questo folgorante esordio narrativo sono fondamentali i dettagli, i richiami all’universo contemporaneo di mode, passioni e comportamenti, comuni a Viola e Camelia, come a tanti lettori e che proprio verso questi ultimi aprono brecce per l’immaginazione.<br />
La libertà dell’ abbigliamento nelle città inglesi, dove in pieno febbraio è possibile sedersi su di un autobus tra ragazze in ballerine e piedi scalzi, vecchi hippie, signore cinquantenni con i capelli azzurri e guardaroba misti che non tengono conto del clima; i negozi vintage colmi di stranezze, il desiderio di vagare senza metà per paesaggi di periferia, fatti di takeaway e noleggio-video, di niente che sia bellezza e che pure sa parlarci; la stupefacente solitudine di inverni costanti, in cui il migliore amico è il personaggio che tiriamo fuori dai nostri stracci, dalle sequenze di un film in una lingua aliena, che ci addormenta e ci fa esplodere  come la bomba  in un video di Björk, che devasta un intero luogo affollato per svegliare una sola persona.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/21/settanta-acrilico-trenta-lana-la-crudelta-dei-fiori/">Settanta acrilico trenta lana. La crudeltà dei fiori</a></p>
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		<title>FAQ: Come scegliere un buon romanzo (italiano)</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 09:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>È Natale, tempo di regalare o regalarsi qualche bel romanzo. Se per i romanzi stranieri è più facile, perché si va per area linguistica, e/o per tema, e/o per consacrata fama (già la traduzione è in qualche modo una garanzia, anche se non assoluta), scegliere invece un buon romanzo italiano contemporaneo è assai arduo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/22/faq-come-scegliere-un-romanzo-italiano/">FAQ: Come scegliere un buon romanzo (italiano)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>È Natale, tempo di regalare o regalarsi qualche bel romanzo. Se per i romanzi stranieri è più facile, perché si va per area linguistica, e/o per tema, e/o per consacrata fama (già la traduzione è in qualche modo una garanzia, anche se non assoluta), scegliere invece un buon romanzo italiano contemporaneo è assai arduo. Lo sappiamo tutti. Tutti noi abbiamo preso, spesso guidati da recensioni entusiaste, o dal fervore generale, abrasive cantonate. Non dimentichiamo che siamo il paese che ha inventato il bestseller non letto: centinaia di migliaia di persone comprano un libro e non lo leggono. La cosa è cominciata con <em>Il nome della rosa</em>, e poi è andata avanti.</p>
<p>È difficile per gli stessi addetti ai lavori, non si creda. Hai letto qualcosa di buono? si sente sussurrare in situazioni dove il predominio incontrastato della qualità dovrebbe essere piuttosto la regola aurea. Come si implorerebbe una dose di droga che finalmente ci faccia dimenticare l’orribile mondo dove viviamo. Figuriamoci allora il comune lettore, poveraccio, che entra in libreria e si trova davanti distese di nomi che non conosce, <span id="more-37588"></span>o che ha sentito vagamente nominare, rutilanti copertine che rivaleggiano per potenziale di adescamento, eleganza, o anche solo volgarità (tutti i mezzi sono permessi), senza sapere a che santo votarsi. Senza contare che molto spesso le perle si trovano solo negli scaffali di difficile accesso, rigorosamente in copia unica. O più spesso vanno ordinate.</p>
<p>Però qualche trucco che può aiutare in fondo c’è. Prima di tutto le classifiche. Le classifiche si trovano dappertutto, e sono uno strumento molto oggettivo e assolutamente affidabile: vanno seguite con la massima attenzione. O meglio, visto che le librerie piccole e grandi vi si adeguano ormai pedissequamente (il libraio, abdicando al suo ruolo di intelletto, si trasforma in dipendente di supermercato), a rigore le si può consultare anche solo indirettamente, per così dire sul campo. L’importante comunque è usarle bene. Vale a dire non comprare mai un libro presente in classifica. Ma proprio mai. Al limite, se proprio per sbaglio un romanzo buono o almeno passabile ci fosse cascato dentro, caso rarissimo, lo leggerete qualche anno dopo, ottenendolo per pochissimi soldi (dopo un paio d’anni i bestseller vengono sempre proposti a prezzi stracciati). Farete un affare, e vi risparmierete carrettate di parole che pensano e dicono tutti. Già partirete col piede buono.</p>
<p>Del resto la lettura di un romanzo è un atto molto intimo, una specie di amicizia, che in qualche caso può trasformarsi in amore. Voi vi prendereste per amico una persona che nel corso di una serata affollatissima e per certi aspetti antipatica, sorride a tutti, dice le cose che ammaliano tutti, fa le battute che fanno ridere tutti? Vi avvicinereste a quello sbruffone/commediante, gli chiedereste se ha voglia di passare un paio di lunghe serate, o anche una settimanella, a tu per tu con voi, nell’intimità del vostro salotto, se non addirittura nel vostro letto? Certamente no. Sapete benissimo, per esperienza, che l’amico che serve a voi non potrebbe brillare in una contingenza così volgare, e è anzi uno che con l‘umiltà più sconcertante tira fuori le cose che più vi interessano e più vi toccano, e che sa apprezzarvi come siete (la scrittura non è una relazione a senso unico: lui ha bisogno della vostra sensibilità e delle vostra intelligenza!), e che soprattutto durerà nel tempo, anche dopo anni di connubio non finirà mai di stupirvi.</p>
<p>Diffidate poi delle case editrici. Certo qualche rara casa editrice media o piccola, propone dei romanzi che in genere sono almeno passabili. Si potrebbe fare qualche nome. Ma sono mosche bianche. La maggior parte degli editori italiani pubblicano cani e porci, letteralmente. Capolavori e ciofeche, tutti assieme, tutti mescolati. Quindi voi non fidatevi. Mai. Avete già letto un bel libro in quella collana? Prima di comprarne un altro pensateci dieci volte. Una volta non era così, ma adesso sì.</p>
<p>Evitate poi come la peste le recensioni sui quotidiani nazionali e sui settimanali. Non leggetele, e se vi capita di scorrerle velocemente, non fidatevi, non tenetene conto. Nella stragrande maggioranza dei casi sono vacue, imprecise, autocompiaciute, tendenziose, se non addirittura tronfie, false, assurde, biecamente interessate. Sono spiacente di dire queste cose, e forse qualcuno potrebbe sentirsi offeso, ma questa è la mia esperienza e quella di tantissimi altri lettori. Prova ne sia cosa ne pensano della questione gli scrittori (pur sempre i diretti interessati!) coinvolti nell’inchiesta che ha realizzato l’anno scorso il blog collettivo di cui faccio parte (nazioneindiana.com): peste e corna. Ma in fondo lo sapete già anche voi, e le case editrici sanno che lo sapete (nel loro gergo le recensioni “non muovono il libro”), quindi era forse inutile dirlo.</p>
<p>Bisogna dedurne che i nostri recensori sono tutti incompetenti, o peggio ancora – si sente dire anche questo – dei prezzolati? Personalmente non lo credo, e per quel che ho potuto constatare si tratta spesso di persone oneste e intelligenti. Immaginiamoci però che voi vi ritroviate a dover giudicare una grande quantità di dolci prodotti dalla vostre zie, da vostri parenti e amici vari, dal vostro capufficio, e da altre persone che vi danno i soldi per vivere. Tutto ciò in loro presenza. Avete pochissimo tempo, e dovete dire quale dolce è più buono. Sapendo che ogni parola che pronuncerete potrà rivoltarsi contro di voi, potrà inimicarvi una o più delle vostre suscettibilissime zie, o peggio ancora rompere rapporti che sono fondamentali per la vostra stessa sopravvivenza. C’è molta confusione, perché tutti parlano, e proprio da quel gran parlare vedete che tutti si conoscono, tutti si omaggiano a vicenda (almeno in apparenza), tutti vi sollecitano. Voi quindi sudate, vi sentite confusi.</p>
<p>Talmente confusi che mettete in bocca macchinalmente pezzi di dolce, cominciando naturalmente da quelli delle zie più importanti, senza più poter capire se sono buoni o meno. Vi sembrano, anche se naturalmente non è vero, tutti uguali (il gusto è un senso molto delicato, non resiste a troppi strattonamenti), avete un po’ di nausea. E allora finite per votare la zia che deve lasciarvi l’eredità, o quel signore che vi da i soldi con cui pagate l’affitto, l’amico che non potete perdere. È umano. Insomma, è umano in Italia. Finiscono per fare così anche i critici più austeri, quelli che si circondano di un’aurea di ferrea esigenza. Anche loro, patapumfete, a dire che il tiramisù preparato dal loro amico, dal loro collega di università, o anche solo pubblicato dalla casa editrice per la quale lavorano, è il più buono di tutti. In perfetta buona fede. Insomma, la nostra versione della buona fede.</p>
<p>Per quanto riguarda i premi più importanti vale lo stesso discorso delle classifiche: vade retro italico conformismo. Ammesso che un osannato vincitore valga qualcosa, di solito il meglio si trova nelle opere precedenti, non in quella che ha trionfato. E delle migliaia di premi piccoli (“città di questo” e “città di quello” …) non vale nemmeno la pena di parlarne, nessuno se ne interessa. E i gruppi di lettura? Difficile giudicare, perché sono tantissimi e sparsi per ogni dove, ma la mia impressione è che ricalchino molto spesso, anche se forse in maniera meno immediata, e con qualche libertà in più, le stesse gerarchie che vanno per la maggiore. Sulla televisione stendiamo un velo pietoso, perché è sempre stata e sempre sarà la peggiore nemica della buona letteratura.</p>
<p>E internet? In effetti su internet si possono trovare ottime indicazioni. Paradossale, perché proprio sulla rete prevale il dilettantismo più spinto, spesso non immune da mitomania o indomita saccenza: si sa, ognuno può dire impunemente la sua. Il vantaggio però è la polifonia: è più facile farsi un’idea, almeno per me, quando ci sentono tante campane diverse. Qualche prezioso indizio salta pur sempre fuori. E poi sulla rete ci sono ottimi siti letterari dove si è abbastanza sicuri che prevalga la sincerità, spesso non sprovvista di competenza e gusto. Però mi sembrano rimedi adatti per i grandi lettori, più che per il lettore comune. È come se per comprarsi una ciabatta si dovesse ogni volta fare una ricerca sui modi di coltivazione del frumento.</p>
<p>E allora come si fa, a scovare questo benedetto buon romanzo italiano? Si fa con il vecchio e mai tramontato passaparola, tenendoci buoni i preziosissimi “passeurs” che in passato ci hanno dato ottime imbeccate. Un po’ come con la raccolta dei tartufi, per la quale si ha bisogno di un cane appositamente addestrato. Però non vorrei sembrare troppo pessimista, l’eccezione c’è sempre: il libraio che legge i libri e ha gusti raffinati, il critico che porta avanti con costanza la sua umile e certosina azione, magari su un quotidiano regionale, il programma radiofonico (la radio è spesso una grande alleata dei buoni libri), uno stralcio di testo presentato su un sito letterario. Bisogna munirsi di lanternino, ma ci si arriva.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sui quotidiani  "Trentino" ( 21.12.10) e "Corriere delle Alpi" (22.12.10)]<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/22/faq-come-scegliere-un-romanzo-italiano/">FAQ: Come scegliere un buon romanzo (italiano)</a></p>
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		<title>Intervista a Luigi Di Ruscio (un&#8217;integrazione)</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Oct 2010 12:04:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/di-ruscio2.jpg"></a></p>
<p>[questo è uno spezzone aggiuntivo, non pubblicato, dell'intervista di Roberta Salardi a Luigi Di Ruscio (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/09/da-cristi-polverizzati/"><em>Cristi polverizzati</em></a>), pubblicata sul numero 52 (aprile 2010) di <em>Nuova Prosa (Greco&#38;Greco), </em>e ripresa <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/09/intervista-a-di-ruscio/">qui</a> da NI; gs]</p>
<p>di <strong>Roberta Salardi</strong></p>
<p>1) Ho trovato in un’edizione rarissima un altro suo libro in prosa, L’allucinazione (Cattedrale, Ancona 2007).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/12/intervista-a-luigi-di-ruscio-unintegrazione/">Intervista a Luigi Di Ruscio (un&#8217;integrazione)</a></p>
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<p>[questo è uno spezzone aggiuntivo, non pubblicato, dell'intervista di Roberta Salardi a Luigi Di Ruscio (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/09/da-cristi-polverizzati/"><em>Cristi polverizzati</em></a>), pubblicata sul numero 52 (aprile 2010) di <em>Nuova Prosa (Greco&amp;Greco), </em>e ripresa <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/09/intervista-a-di-ruscio/">qui</a> da NI; gs]</p>
<p>di <strong>Roberta Salardi</strong></p>
<p>1) Ho trovato in un’edizione rarissima un altro suo libro in prosa, L’allucinazione (Cattedrale, Ancona 2007). Anche questo libro come gli altri romanzi viene da lontano, da molti anni addietro?</p>
<p><em>Ho preso in mano </em>L&#8217;allucinazione,<em> pubblicato solo due anni fa, e di questo libro non ricordavo nulla. Ricordo solo che diedi il manoscritto all’editore precisamente a Valentina Conti, che poi mi fece sapere che il libro voleva pubblicarlo ed io avevo cambiato idea, il libro non volevo più pubblicarlo. La Valentina Conti (molto bella e molto corteggiata), insisteva ed io alla fine dissi pubblicate anche questo, va bene, nel frattempo continuavo a scrivere corte prose immaginando che non si potesse scrivere poesia senza che la cattedrale dell’ultimo secolo abbia una sua centralità. La cattedrale dell&#8217;ultimo secolo è la fabbrica metallurgica. Il sottoscritto doveva diventare un chierico della grande cattedrale. Come comunista e come poeta <span id="more-36869"></span>dovevo diventare un operaio, questa è stata la mia &#8220;prospettiva” e la mia scelta operaia ha del comico, una specie di Chaplin di </em>Tempi moderni<em> che sventola la bandiera rossa per sbaglio e così mi presento come L&#8217;ULTIMO BUON POETA ITALIANO metto anche questa maschera e rimarrà impresso nella mia memoria quel convegno di poesie neorealiste nei primi mesi del 1953. Eravamo tutti giovanissimi, sui venti anni, con le tasche piene delle carte delle nostre prime poesie e poi tutte quelle polemiche contro il neorealismo, quello sparare contro un niente e quell&#8217;immagine di ragazzi con le camicette pulite, le prime cravatte, con le loro madri ancora giovani trepide per questi figli che volevano fare i poeti, ragazzi con la speranza intatta per un mondo migliore e all&#8217;immagine di questi ragazzi rimarrò fedele per tutta la vita. Ho lavorato sulle infernali trafilatrici per anni 37 e tutto il mio tempo libero è stato sacrificato per scrivere. La mia poesia è stata per decine d’anni nella emarginazione totale. Anche ora la mia poesia vive in una situazione di semiclandestinità. La poesia mi ha dato il dono della diversità e mi ripetevo questa frase: Non occupatevi della poesia del sottoscritto. &#8220;Tutto il credito di cui possiate godere è inutile nei miei confronti,  non spero nulla dal mondo,  non temo nulla,  non voglio nulla,  non ho bisogno grazie a Dio, né della ricchezza né dell&#8217;autorità di nessuno.  Quindi,  padre,  sfuggo ai vostri lacci. Non riuscirete a prendermi, da qualunque parte tentaste di farlo&#8221;. Citazione ricavata dalle </em>Lettere provinciali<em> di Pascal. Ci fu il periodo che Pascal, Rimbaud e Leopardi erano i miei autori quotidiani e proprio adesso sfogliando, </em>L&#8217;allucinazione<em> e leggendo a caso mi sono accorto che il libro è pervaso da una certa allegria, in quel periodo stavo bene, tutto filava bene, avevamo messo da parte una certa somma, riuscivamo a cenare tutte le sere, poi avvenne la catastrofe mentre mi pubblicavano </em>Cristi polverizzati<em> mi sono accadute una serie di disgrazie che mi hanno portato vicino alla morte e nella miseria. E’ bene tener conto che i miei romanzi </em>Palmiro<em> e </em>Cristi polverizzati<em> sono stati scritti più o meno come si scrivono romanzi. Invece </em>Le mitologie di Mary <em>e </em>L&#8217;allucinazione<em> si sono formati raccogliendo prose nei miei tanti documenti. La raccolta fu fatta velocemente, stranamente quel giorno che raccolsi le prose che avrebbero formato </em>L’allucinazione<em> dovevo essere molto allegro, anche il titolo </em>L&#8217;allucinazione<em> a me sembra un titolo buffo e mi fa sorridere ancora.</em></p>
<p>2) Nelle prime pagine si legge: “Ieri passeggiando pensavo a una possibile poesia per mia moglie, un elogio alla forza della sua debolezza, il superare le malattie più gravi con un’alzata di spalle, un girare nel labirinto delle piccole cose, nominare le crune degli aghi, un bottone staccato e perso, la telefonata che fa bruciare la frittata, ci perdiamo nel caos delle cose minuscole…” (p. 14). Mi sono piaciuti questi frammenti per una poesia in costruzione. Poi so che lei a sua moglie ha dedicato un intero volume, <em>Le mitologie di Mary</em>: vuole parlarcene (è un volume diverso dagli altri, mi pare, in cui si fa riferimento alla mitologia nordica)?</p>
<p><em>Io sino a poco tempo fa scrivevo tutti i giorni, scrivevo prosa come scrivevo poesie, in una raccolta di poesie non c&#8217;è la narrazione, ogni poesia è un mondo a se, stessa cosa con le mie prose, come sono nate </em>Le mitologie di Mary<em>? Un giorno ho immaginato che in mia moglie ci fossero dei punti fissi, qualcosa di mitologico nel profondo di sé. Con questa idea ho raccolta da tutte le mie prose tutti i documenti dove Mary era citata. Scrissi la prima cartella ed ho spedito all&#8217;editore LietoColle il manoscritto. Tempo addietro l&#8217;editore di LietoColle mi aveva cercato per alcune poesie che dovevano essere pubblicate in un libro calendario. Vivo con mia moglie da più di cinquant’anni, conoscere mia moglie mi ha aiutato molto a conoscere me stesso. Sposarci fu semplicemente una cosa burocratica, vivevamo già insieme e pensammo che fosse meglio formalizzare la nostra unione. Io e mia moglie ci amavamo molto, in </em>Cristi polverizzati <em>c&#8217;è un episodio amoroso che Andrea Cortellessa nella prefazione al volume dice che è la scrittura d&#8217;amore  più bella di questi ultimi anni.</em></p>
<p>3) Sono umanissimi e tenerissimi i ritratti contenuti in<em> Palmiro</em>. Oltre a quelli molto amati di Ciocca e di Roscetta a me pare molto interessante quello di Nettonici, il personaggio della sezione del Pci che cerca di far quadrare sempre la teoria con i fatti e consulta continuamente tonnellate di carte. “Quando si sfasciano tutti gli schemi e la realtà sputa l’imprevedibile, Nettonici rafforzava le lenti degli occhiali e ricontrollava le tonnellate di pagine teoriche (…) Quando Nettonici aveva ritrovato il punto di congiunzione tra i fatti e le carte, franava in una gioia totale, toglieva gli occhiali e rimaneva nella nebbia. Gli occhi vedevano la nebbia, e tutto avvolto in una nebbia d’oro se c’era il sole, e gli oggetti erano come se avessero un’aureola. Si dilatavano con tutta l’aureola, e senza gli occhiali piombava in un mondo marino, in un mondo profondo, e vagava felice in quel mondo che senza gli occhiali diventava sempre più indistinto e confuso tanto che la gioia lo plasmava, insomma se era franato nella gioia Nettonici toglieva gli occhiali quasi a mirare fuori di sé la sua gioia. A volontà plasmava tutte le parvenze, perché tutto senza occhiali gli diventava parvenza.” (pp. 95-96). Non c’è dubbio, quei personaggi della sezione del Pci di Fermo degli anni cinquanta erano molto più ingenui e sinceri, idealisti e altruisti di quanto noi oggi possiamo anche solo immaginare. I nostri sono anni più cinici… Cosa pensa e cosa si pensa in Norvegia degli scandali della politica italiana di oggi?</p>
<p><em>Sono un cittadino italiano e sono una persona anziana e a rischio e non ho avuto nessuna difficoltà a vaccinarmi, il primo ministro con tutto il governo norvegese non sono stati vaccinati perché non sono persone anziane e non sono a rischio. Poi l&#8217; età media del governo norvegese è di cinquant’anni e nel governo norvegese ci sono il cinquanta per cento di donne. Immagina il sottoscritto che vive in Norvegia però segue quello che avviene in Italia seguendo in internet il &#8220;Corriere della sera&#8221; insieme a &#8220;la Repubblica&#8221; e vede tre telegiornali al giorno. In un giornale norvegese c&#8217;era la foto del primo ministro con la moglie che andava a fare la spesa in un fruttivendolo turco. E&#8217; da notare poi che nella aule scolastiche norvegesi non ci sono e non ci sono mai stati crocifissi e mia moglie ha sul collo un piccolo crocifisso vuoto perché mia moglie mi dice che Cristo è risuscitato e la croce è rimasta vuota per sempre.</em></p>
<p>4) “Come poeta sono nato nel momento in cui la cultura italiana era nella massima apertura verso il mondo, verso i momenti più avanzati della cultura moderna, basta scorrere le pagine del Politecnico di Vittorini, Fortini eccetera, la freschezza di quelle pagine e perfino una specie di allegria evidente perfino nell’assetto tipografico, una allegria che scaturiva dalla speranza che era quasi una certezza in un mondo migliore.” (<em>L’allucinazione</em>, p. 35). Ora invece pensa che ci sia una chiusura delle lettere italiane rispetto al mondo?</p>
<p><em>Non seguo quello che avviene nella poesia italiana degli ultimi cinquant’anni, un giovane poeta mi ha scritto e domandato se leggevo la Marini, ho risposto dicendo scherzando che non leggo le poesie della Marini perché sono di un altro mondo ed io non sono un astronauta. Poi anche la maniera di essere poeta, io negato ad ogni forma di esibizionismo, per poter scrivere la mia seconda raccolta sono emigrato, nel senso che avere contatti con gli artisti con i poeti era diventato insignificante, dovevo emigrare, trovare un lavoro per scrivere e riscrivere in pace la seconda raccolta. Notare le date, la prima raccolta pubblicata nel 1953, la seconda nel 1967, la terza raccolta nel 1978 e attorno ad ogni mia raccolta è come se ci fosse un mare di silenzio. La cultura del primo dopoguerra con i famosi film del neorealismo </em>Ladri di biciclette<em> e </em>Roma città aperta<em> fu il mio punto di partenza, poi fu come un camminare in un corridoio, con sempre nuove porte da aprire sino ad arrivare a </em>L&#8217;Iddio ridente<em> che è la mia ultima raccolta.</em></p>
<p><em>[NB: abbiamo lasciato nella risposta di Di Ruscio "Marini", che sta ovviamente per "Merini"]</em><strong><br />
</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/12/intervista-a-luigi-di-ruscio-unintegrazione/">Intervista a Luigi Di Ruscio (un&#8217;integrazione)</a></p>
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		<title>Il farmaco</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Oct 2010 13:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/farmaco.jpg"></a>di <strong>Andrea Cortellessa</strong></p>
<p>Per una volta il risvolto va preso in parola: «uno dei più disturbanti romanzi di questi anni». Anche perché «disturbante» non è annoverato fra gli epiteti promozionali dell’editoria <em>glam</em> di oggi. E quale occasione più <em>glam</em> dell’esordio narrativo di una giovane donna, ispida critica letteraria per di più, che addirittura affronta il più abusato dei temi – l’amore?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/07/il-farmaco/">Il farmaco</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/farmaco.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/farmaco-204x300.jpg" alt="" title="farmaco" width="184" height="280" class="alignleft size-medium wp-image-36836" /></a>di <strong>Andrea Cortellessa</strong></p>
<p>Per una volta il risvolto va preso in parola: «uno dei più disturbanti romanzi di questi anni». Anche perché «disturbante» non è annoverato fra gli epiteti promozionali dell’editoria <em>glam</em> di oggi. E quale occasione più <em>glam</em> dell’esordio narrativo di una giovane donna, ispida critica letteraria per di più, che addirittura affronta il più abusato dei temi – l’amore?<br />
Ecco: se già vi state facendo un’idea, di che tipo di romanzo possa essere <strong><a href="http://www.fandango.it/default.asp?idlingua=1&#038;idContenuto=2078"><em>Il farmaco</em></a> </strong>di <strong>Gilda Policastro</strong>, mettetela subito da parte. Perché di <em>glamour</em>, qui, non ce n’è punto. Perché quest’amore è simile, piuttosto, al «brutto poter» evocato dal Leopardi estremo di<em> A se stesso</em> (evidente matrice ideologica del testo). È un veleno insomma, come appunto ogni farmaco nell’etimo: «dove la medicina e il male sono la stessa cosa». <span id="more-36835"></span>Ed è in una Casa della Vita, transito fra ciò che è vita e ciò che non lo è, che s’inscena <em>Il farmaco</em>. In un Ospedale senza luogo e senza tempo si muovono a tentoni, ciechi come dannati agli Inferi, medici ausiliari e pazienti. Senza volto, dalle inflessioni atone e irriconoscibili (fra loro mescolate in una ridda battente di rumori o voci, come davvero nell’<em>aere perso</em> dantesco), scatenano una fiera delle morbosità, un teatro dell’oscenità che non risparmia nulla e nessuno. Il primario, autoritario e sadico («non so se hai fatto il medico perché sei cattivo, o sei cattivo perché fai il medico»), si fa chiamare Bardamu come nel <em>Viaggio al termine della notte</em> di Céline: e pare in effetti concepito dal Dottor Semmelweiss quest’universo claustrofobico in cui ogni corpo è «pezzi che non funzionano», sentina di umori irrespirabili, amorfa costellazione di macchie ripugnanti («tutto è veicolo d’infezione»). Pochi testi al pari di questo mettono voglia, a chi legga, di correre a lavarsi le mani. Parrebbe di trovarsi in <em>The Kingdom</em>, il tormentoso serial di Lars Von Trier, ma deprivato d’ogni farsa metafisica: l’inferno è tale proprio perché spietatamente fisico – cioè <em>psichico</em> (l’esergo è da Groddeck).</p>
<p>Ma non è solo un testo «disturbante». Se Il farmaco ha questa straordinaria capacità di infettare l’immaginario di chi legge, è in quanto testo <em>disturbato</em>. Col coraggio e l’ostinazione che ha per insegna, Gilda Policastro s’è foggiata – s’è dovuta foggiare – una <em>lingua del disturbo</em>: fatta non solo dell’amato discorso indiretto libero, ma anche di un’orgia di interruzioni e ripetizioni che fanno sbocciare il monologo delirante in un’efflorescenza di muffe paraipotattiche. Come in Laura Pugno – narratrice diversissima ma come lei venuta dalla poesia (e si veda a p. 214 come, all’apice della tensione emotiva, irresistibile irrompa il prosimetro) – le domande che singhiozzano il dettato sono per lo più senza punto interrogativo: emergenza<em> tragica</em>, cioè senza soluzione («e che c’è da guardare. E adesso.»), che lascia ammirati quanto sconvolti.</p>
<p>Naturalmente, fra i molti possibili <em>farmaci</em>, uno ce ne sarebbe in grado di dare invece una soluzione, tragica in quanto inappellabile, alla malattia di tutti noi. Ma la coazione a ripetere su cui si conclude <em>Il farmaco</em> – il suo «sì», paradossale, a quest’inferno – conferma l’opinione di un maestro segreto di questo libro, Italo Svevo: se la vita è «la malattia della materia», alla malattia non potremo mai rinunciare. Perché malgrado tutto è quella, appunto, che ci tiene in vita.</p>
<p><em>Apparso su Tuttolibri de La Stampa, 25 settembre 2010</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/07/il-farmaco/">Il farmaco</a></p>
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		<title>sangue di cane</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Oct 2010 12:53:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sangue-di-cane.jpg"></a>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Che cos’è il sangue di cane. Che cos’ha di speciale la ferita, la cicatrice del randagio di strada, lo squarcio improvviso del compagno domestico aggredito da un altro cane, più forte. Il cane è l’amico leale, il servo, lo schiavo disprezzabile, e dunque l’insulto per chi sta sotto, umiliato dalla sua stessa fedeltà.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/05/sangue-di-cane/">sangue di cane</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sangue-di-cane.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sangue-di-cane-204x300.jpg" alt="" title="sangue-di-cane" width="194" height="290" class="alignleft size-medium wp-image-36827" /></a>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Che cos’è il sangue di cane. Che cos’ha di speciale la ferita, la cicatrice del randagio di strada, lo squarcio improvviso del compagno domestico aggredito da un altro cane, più forte. Il cane è l’amico leale, il servo, lo schiavo disprezzabile, e dunque l’insulto per chi sta sotto, umiliato dalla sua stessa fedeltà. Il figlio di. La creatura rabbiosa da sopprimere, la cosa storta che non si può giustificare. Il sangue di cane è la vita reietta, antieroica, le croste nere, la cancrena senza redenzione. È la non appartenenza, il male senza gloria che si concentra in un solo essere, ne fa capro e carnefice di se stesso prima di tutto. Si può amare  una cosa storta così, il sangue d’un cane? <span id="more-36816"></span>Lo si può fino a non vedersi più, fluire dentro la lordura che scorre dalle vene, esserne abbagliati, attratti, arrendersi alla miseria di fondo che è in tutte le vite, le richieste imperfette d’amore e l’amore imperfetto mischiato al desiderio di aiuto, conforto, stordimento, eccitazione?</p>
<p>Succede all’io narrante e succede al lettore, tirato senza fiato nella scrittura del primo potente romanzo di <strong>Veronica Tomassini</strong>, <strong><a href="http://www.laurana.it/libro_1.php"><em>Sangue di cane</em></a></strong>, appunto, appena uscito per la neonata casa editrice Laurana. Il sangue di cane è qui l’amore, “un amore polacco” e siracusano, sbagliato fin da subito, tra una ragazza siciliana della media borghesia, poco più che ventenne e un clandestino semaforista, alcolizzato, bellissimo, fragile, violento – la versione non addomesticata di un cane, un lupo, costretto in una città mai davvero conosciuta, sempre percorsa nei suoi rifugi più bui, nella sua indecenza: case sventrate di morti viventi, la caverne dove agonizzano gli immigrati senza dimora e i barboni, i covi di pidocchi e rogna, il parco senza respiro tra gli alberi, scenario delle voglie e disperazioni degli <em>ultimi</em>, il loro stallo infinito, ripetitivo, senza apparente sviluppo anteriore o futuro. Ma il sangue di cane è anche la qualità della scrittura, un vortice densissimo e carnale che torna più volte su se stesso, mirando al centro più che alla via d’uscita &#8211; una lunga lettera, un monologo delle passioni senza la ragione, o della ragione che delle passioni deve tener conto, che deve in qualche modo accettare il loro irrimediabile patetismo, la loro ostinazione, le piccole superstizioni con cui si puntellano all’osso dei sentimenti e della sopportazione. Veronica Tomassini scrive l’autenticità del dolore e del disagio, per niente garbato o assolutorio, scrive come quando si grida urgentemente, anche se il grido sta tutto dentro, chiuso dove di solito nessuno vede o ascolta, scrive con una voce che fonde altre voci, che non ha vergogna, non si vergogna di stare talvolta sopra le righe, farsi retorica e supplicante, rendere tutta la pazzia egocentrica di un certo amore, perfino se è tutto da biasimare, incomprensibile per i familiari, per l’opinione della gente.  </p>
<p>La scrittura si fa di volta in volta lirismo assurdo e famelico; frasi secche, definitive; personaggi sciagurati che ritornano con i soliti verbi, il languore commovente di spettri che non sanno di essere già stati (tra tutti Piak, cane ubriacone di ubriaconi); piani temporali sfasati dove il trascorso e il presente  si rincorrono nello spazio della narrazione come in chi cerca di venire a capo di un’esperienza cruciale e invisibile, che mette tutto a nudo – l’irrazionalità, la debolezza, la forza marcia e tenerissima del sesso, il bisogno dell’altro – che quasi toglie il senno in chi l’accoglie. Ed è così, con il coraggio di scrivere lasciando venir fuori la grana di vicende personali, di inferni dove l’abisso è più caro del bene, perché è tutto il bene a portata di mano, che questo libro diventa un feroce e mirabile spaccato sociale, che non ha niente delle cronache, del realismo da prima pagina, dei virtuosismi da intellettuale onnisciente, ma registra la pulsazione dell’umano, nel più infimo dei contesti, dove questo è meno delle mani tese con cui chiede spicci al semaforo, e il suo liquido prezioso si fa riga di fogna, materia infetta &#8211;  che non si riscatta e non perde tuttavia la possibilità illusoria dell’amore “di poter essere quello che vuoi, non quello che devi, tanto meno quello che sei”.</p>
<p>P.S. <em>(La prima notte ho dovuto interrompere la lettura per quella sensazione del cuore che sale per l’esofago e fa inceppare il respiro. Malinconia che diventa angoscia e pezzi acuti di tempo passato che premono come nuovi da sotto la pelle. Ho sognato i miei cani, i cani di mio padre, in una pozza di fango e acqua, agonizzanti, morti. Ho sognato che non sapevo salvarli né toccarli. Gli animali sono il pegno dell’amore. Sono la memoria del sangue anche se non vuoi ricordare. La sera dopo ho ripreso il libro, senza mollarlo, fino alla fine. Alla fine della storia, alla fine di quella me, che faceva male. Ed ho pensato che è vero – non si scopre niente nei libri che poi amiamo. Essi ci restituiscono qualcosa, piuttosto. Ci innamorano di nuovo di questo qualcosa, ce lo danno in pasto, ci fanno guardare ancora. Impietosi e vivi). </em></p>
<p><strong>Un estratto</strong></p>
<p>Al parco mi chiamavano la puttanella albanese. I barboni austriaci perlopiù. Ti cercavo tra i rovi da cui sbucavano i tuoi piedi e tu in orbita chissà dove, steso, finito. I soliti zelanti, in quel passeggio , perbene che costeggiava la via del Foro d’abitudine usavano maledirmi.<br />
Io mi limitavo a tirarti su, riportarti in questa terra e semmai reggerti la fronte. Loro, invece, gli zelanti, componevano numeri d’emergenza e maledicevano, me per l’appunto.<br />
Comunque tirarti su era un massacro, diavolo d’un polacco. Oppure ti trascinavo dai piedi finché non aprivi gli occhi, come facevi tu con Wojciech. Tu borbottavi, di norma, seduto innaturalmente, con il mento al collo; chiudevo la portiera dell’automobile, e imboccavo la via per l’ospedale. Pronto soccorso, bestemmia del medico di guardia, flebo disintossicante e fuori.<br />
Poi in te si svegliava la bestia. La tua rabbia alcolica era dura a smaltire. Era il pedaggio sul finale, il capestro che mi teneva al laccio, irrimediabilmente, sul finale. Dunque sul valore libertà avrei molto da dire, non è praticabile fino in fondo, trattiene infiniti nodi scorsoi.</p>
<p>Via, era facile, il tuo alito di vino sulla schiena, era facile.<br />
La libertà era perfino non piangere, dopo, non lavarmi, dopo, non coprirmi dopo. Soltanto anelli di fumo, lo sguardo fisso a Orione, il battito lontano di un languore notturno che emanava dal lungomare di levante.</p>
<p>Restava un mistero la relazione che stringeva l’uno all’altro. Cosa avevamo da fare insieme? Quale disegno bisognava completare?<br />
Perché invece di allontanarci, quello strano amore ci vinceva, fino a stordirci? Non si estinse, Slawek, per autocombustione. Dovevamo augurarcelo magari. Così mettevamo un punto e ognuno per la sua strada. Avrei smesso di sperimentare pericolose alchimie, avrei messo a tacere ogni pretesa non convenzionale. Si può stare al mondo senza dare o ricevere calci d’asino.<br />
Si può stare al mondo e basta.<br />
Cos’era il mondo, però? Bella domanda. Dov’era finito il mondo degli altri? Quello che poi avrebbe dovuto essere un poco mio. Il mondo normale, diciamo. Non il meta universo, l’enclave di uomini-fantasma che rantolavano nascosti da una siepe, da una montagna di escrementi, in una pozza di vomito.<br />
La vita degli altri mi appariva una pallida imitazione della mia medesima. Senza acrobazie, extrasistole, senza fiato corto e gambe veloci, cosa restava di niente? Niente. Per cui il mondo per me fino ad allora era niente? Sì, esatto. Era niente. Fino ad allora, fino a Slawek. A uno sputo da Slawek.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/05/sangue-di-cane/">sangue di cane</a></p>
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		<title>Il fascismo al Premio Strega</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/20/il-fascismo-al-premio-strega/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 07:32:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Motto.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><em>Canale Mussolini</em> di Antonio Pennacchi, che come è noto ha vinto il Premio Strega, e che è venuto in spiaggia con noi, è la saga di una famiglia contadina originaria del Polesine. Una famiglia fascista. Proprio per i meriti acquisiti in una mortifera azione squadrista, i Peruzzi (si chiamano così) vengono ricompensati con due poderi nella fascistissima bonifica agraria dell’Agro Pontino: di punto in bianco i mezzadri padani si trovano catapultati nel “deserto” pontino, tra i “marocchini”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/20/il-fascismo-al-premio-strega/">Il fascismo al Premio Strega</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Motto.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-36687" title="Motto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Motto-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><em>Canale Mussolini</em> di Antonio Pennacchi, che come è noto ha vinto il Premio Strega, e che è venuto in spiaggia con noi, è la saga di una famiglia contadina originaria del Polesine. Una famiglia fascista. Proprio per i meriti acquisiti in una mortifera azione squadrista, i Peruzzi (si chiamano così) vengono ricompensati con due poderi nella fascistissima bonifica agraria dell’Agro Pontino: di punto in bianco i mezzadri padani si trovano catapultati nel “deserto” pontino, tra i “marocchini”. E fascisti lo resteranno fino alla fine, quando si daranno da fare per contrastare lo sbarco inglese a Anzio, in attesa dei rinforzi nazisti.</p>
<p>Tutti i familiari, ed è questa la principale forza del romanzo, sono veraci e diretti: ciascuno incarna a modo suo una comune istrionica vitalità (molto veneta). Si esprimono rigorosamente in dialetto, un dialetto “veneto-pontino” colorito e efficace, iconoclasta e comico. Un dialetto fagocitante e pervasivo che è una lettura in chiave epica della realtà, un subdolo grandangolo linguistico che fa apparire Mussolini<span id="more-36681"></span> un uomo decisamente simpatico, anche se un po’ burbero e umorale (e impenitente donnaiolo), che ci presenta un Adolf Hitler bonaccione, che trasforma le malefatte delle squadracce fasciste in giuste e goliardiche scampagnate, e i massacri coloniali come tragicomici (fumettistici) corpo a corpo. Visti attraverso quella terragna e dissacrante lente tutti i fascisti sono persone, seppure con i loro difetti, molto umane. Nella vicenda di Canale Mussolini non ci sono fascisti malvagi, non c’è il Male, per il semplice motivo che per la filosofia veicolata da quella lingua contadina e ancestrale, pre-morale, gli uomini sono per definizione anche cattivi, come lo sono anche le bestie, il cui rango, come in tutte le civiltà agricole, non è poi così inferiore a quello umano.</p>
<p>La voce narrante che ci racconta la vicenda, intrattenendoci con continue e un po’ pedanti spiegazioni e digressioni, che spaziano dall’agronomia alla storia (dando per scontato, e probabilmente non a torto, che l’interlocutore contemporaneo abbia completamente scordato il mondo contadino che in otto casi su dieci era quello dei suoi nonni, e abbia completamente rimosso il Ventennio), non è però tenera nei confronti del fascismo. Nei suoi didascalici chiarimenti cita in particolare il delitto Matteotti (anche se l’assassinio sembra essere causato dall’ostinata reazione della vittima, più che a una volontà omicida), le violenze delle squadre fasciste (pur interpretate come una obbligata risposta), l’uso dei gas letali in Africa (senza nessuna scusante, in questo caso), l’emanazione delle leggi razziali e i loro effetti (pur sottolineando il contributo dato da tante personalità ebree al fascismo), e soprattutto le irresponsabilità e leggerezze che hanno portato alla disfatta militare, al 25 luglio, e alla successiva guerra civile. Anche se indulgono alla assolutoria vulgata della nefasta alleanza con la Germania come causa di tutti i mali, anche se spesso facilone, queste precisazioni fanno sì che <em>Canale Mussolini</em> non possa essere tacciato di apologia del fascismo. Sembrerebbe anzi che Pennacchi, servendosi del suo professorale io narrante (nelle ultime pagine si scopre chi è davvero), abbia fatto molta attenzione a non mostrarsi mai indulgente nei confronti delle colpe del fascismo, parandosi il fianco ogni qualvolta potrebbero sorgere sospetti di connivenza. Quando proprio i protagonisti la combinano troppo grossa, o si intestardiscono a sostenere l’insostenibile, la voce narrante (e Pennacchi), se la cava prendendo le distanze, vale a dire specificando che quelle idee e quelle frasi fascisteggianti sono le loro, quella raccontata è la loro verità (“la verità dei Peruzzi”), non la verità assoluta.</p>
<p>Protetti dallo sguardo sempre benevolo di chi racconta, immancabilmente pronto a trovare giustificazioni e scusanti, di ordine sociologico (la povertà, il ruolo di reietti) o altro, i personaggi sono liberi di comportarsi come vogliono, non sono chiamati a rispondere delle loro azioni, non hanno alcuna colpa. Sono solo vittime. E mano a mano che il tempo passa, e diventa più difficile, per la logica democratica del narratore, che è anche la nostra, di avallarli, di considerarli solo delle pedine della storia, la frase liberatoria “Ognuno gà le so razon” diventa sempre più frequente, fino a diventare, come ha già sottolineato Cordelli, un ritornello. “Ognuno gà le so razon” può giustificare tutto, dagli eccidi dei partigiani allo sterminio degli etiopi e degli ebrei. Il dilemma della banalità del male trova finalmente una soluzione: nel buon senso veneto.</p>
<p><em>Canale Mussolini</em> ci descrive insomma il fascismo dall’interno (come già per esempio il notevole <em>A cercare la bella morte</em> di Carlo Mazzantini), e lo fa servendosi dell’arma più potente, la lingua, ma  nello stesso tempo prende le distanze, collocando la vicenda nel quadro di una visione storica che si vuole oggettiva. A ben guardare non è così. La retorica delle gesta della famiglia Peruzzi, a cominciare dall’enfasi data alla giovinezza, al ruolo ambivalente della donna (fornello/bordello), alla forza fisica, alle imprese muscolari, al vitalismo guerriero, alla procreazione, alla “efficienza fascista”, è la tipica retorica, checché ne speculi il filtro della voce narrante, del fascismo. Ma soprattutto sono abilmente sottaciuti tutti i correlati aspetti negativi, tutte le implicazioni sul piano famigliare e personale, le conseguenze implicite, i traumi, le sofferenze, le miserie affettive, la violenza, l’irridimibile immaturità, che si celano dietro quei miti energici e apparentemente innocui e ariosi. Chiunque provenga come il sottoscritto da una famiglia fascista (anche nel mio caso erano persone oneste e integre e coraggiose, e perfino miti, anche nella mia famiglia circolano esilaranti aneddoti riguardanti la pace e la guerra), e abbia intrapreso un arduo percorso di maturazione e di emancipazione, sa di cosa parlo. Pennacchi bada invece, a scapito della verosimiglianza, a non gettare alcuna ombra sui suoi personaggi, a non metterli in contraddizione con la sensibilità del lettore attuale (si potrebbero fare molti esempi). Di qui l’impressione di fatuità, di mancanza di profondità, di stilizzazione fumettistica, di non completamente innocente idealizzazione, che, a dispetto di tanti aspetti positivi, finisce per costituirne a mio avviso la sua cifra ultima.<em></em></p>
<p><em>Canale Mussolini</em> ci mostra una sola faccia della medaglia. Non sovverte, come lo sanno fare i grandi romanzi, le mitologie convenzionali e le visioni precostituite. A differenza dei grandi romanzi, mente. Non credo che sia un caso. La visione spensierata e deresponsabilizzante che ci presenta è in perfetta sintonia con la mancata presa di coscienza delle implicazioni storiche o anche semplicemente umane, e degli effetti anche a lunga distanza, con la mancata ricerca di antidoti e rimedi (se non altro sul piano simbolico), con la subito abortita indagine delle responsabilità, che caratterizzano la storia italiana recente. La ricezione del libro, unanimemente e diamantinamente acritica, e succube dall’ammaliante ma grossolana retorica del testo, travestita da epopea, ne è una riprova. Solo Cordelli ha espresso le sue pesanti perplessità. A differenza della Germania, che ci si è messa soprattutto a partire dagli anni ’70, l’Italia non ha ancora fatto i conti con il fascismo, e questo romanzo – lasciando stare l’attuale situazione politica &#8211; ne è la prova lampante e irrefutabile. Non è il romanzo della pacificazione. Non ancora.</p>
<p><em>[questo testo è stato pubblicato su "Alias" del 18 settembre 2010]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/20/il-fascismo-al-premio-strega/">Il fascismo al Premio Strega</a></p>
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		<title>I bambini dei romanzi italiani</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 08:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>Se dio vuole noi romanzieri italiani non viviamo in uno di quei paesi noiosoni in cui non succede mai niente, quegli stati laconici e disciplinati dove il governo rubacchia con puntigliosa discrezione, la gente lavora pedissequa, i calciatori calciano, le mucche sonnecchiano, i treni sfrecciano in orario, senza mai rompersi e senza mai esplodere, la malavita è ancora tutta disorganizzata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/18/i-bambini-dei-romanzi-italiani/">I bambini dei romanzi italiani</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/ottica-per-bambini-foto2.jpg"><img class="size-medium wp-image-36443 alignleft" title="ottica-per-bambini-foto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/ottica-per-bambini-foto2-300x211.jpg" alt="" width="208" height="148" /></a></p>
<p>Se dio vuole noi romanzieri italiani non viviamo in uno di quei paesi noiosoni in cui non succede mai niente, quegli stati laconici e disciplinati dove il governo rubacchia con puntigliosa discrezione, la gente lavora pedissequa, i calciatori calciano, le mucche sonnecchiano, i treni sfrecciano in orario, senza mai rompersi e senza mai esplodere, la malavita è ancora tutta disorganizzata. Per fortuna da noi al governo ci vanno dei veri delinquenti, e intendono orgogliosamente continuare ad esserlo, si alleano con la fazione dei razzisti e con la mafia, si fanno pubblicamente le ragazzine, dettano i telegiornali, cercano in tutti i modi di schiaffare in prigione i magistrati e di inchiappettare i giornalisti, molti dei quali del resto sono consenzienti. Ne risulta una girandola di affari sesso corruzione crocifissi e ammazzamenti, con ogni giorno un diegetico colpo di scena. Per il comune cittadino non sarà il massimo, ma per noi romanzieri è una pacchia: proprio quello che ci vuole per non fare la fine di Claude Simon,<span id="more-36439"></span> che in ogni romanzo è riuscito a infilare solo un paio di evanescenti e desuete scenette, reiterate stancamente fino alla nausea, e poi ancora più a corto di ispirazione le ha riprese tutte in un esausto romanzo di sintesi. Il nobel poveraccio glielo hanno dato perché gli faceva pena, con quei suoi clorotici quadretti.</p>
<p>Ma anche geograficamente siamo privilegiati: abitiamo uno stivale di terra fieramente sismica e franosa, con lagune maleodoranti e frequenti alluvioni, e recidive siccità estive, anche se purtroppo mancano i tifoni tropicali, notoriamente romanzogenici. E abbiamo cesellate e nobili città, che hanno attirato e continuano a attirare le trame di insigni romanzieri esteri, i quali si comportano come quegli uccelli molto maleducati che si infilano nei nidi di altri uccelli, rovesciandoli senza cerimonie per terra. Per non parlare dei nostri suggestivi e unici paesaggi, anch’essi saccheggiati narrativamente da secoli, e da qualche decennio massacrati ad arte anche nella realtà, il che si addice alla perfezione con certe estetiche più recenti. Cosa potrebbe chiedere di meglio, un onesto romanziere italiano?</p>
<p>Certo, ci manca il Vietnam. Nemmeno il pacifista più incaponito, e sono tra questi, potrebbe negare che la guerra del Vietnam irriga come una linfa poderosa interi squadroni di intriganti romanzi americani. Anche quando non è in primo piano è pur sempre lì, folle e struggente: è come il peperoncino, anche se non si sente c’è, e fa la differenza. In mancanza di meglio noi abbiamo il fascismo, che comincia a datare, ma narrativamente si ricicla ancora egregiamente. Il nostro genocidio non può certo competere con quello tedesco, ma nel nostro piccolo ci siamo difesi bene. E poi abbiamo gli anni di piombo, che sono dietro l’angolo appena svoltato. I romanzieri americani se li sognano gli anni di piombo, con i figli che sparano sui padri e i governanti che tramenano sottobanco. E adesso abbiamo gli immigrati, con i loro danteschi annegamenti, i campi di concentrazione e il trattamento da bestie.</p>
<p>L’annoso dilemma della letteratura italiana, quindi, si pone oggi in una versione due punto zero: come mai <em>nonostante le materie prime comincino in fondo a non mancare </em>non riusciamo a sfornare dei convincenti e potenti romanzi, dei micidiali romanzi – per intenderci &#8211; americani? Perché tanti nostri romanzi sono così inoffensivi, così scontati, così stantii? Perché anche quando le trame sono più avvincenti e più efficaci, delle autentiche macchine da guerra, questi romanzi non ci dicono niente che non sappiamo già? Perché ai personaggi sembra mancare la terza dimensione? Perché perfino quando cercano di essere più efferati e più trasgressivi trasudano sentori di minestrina con il dado, di giroscale condominiale, di telefonata alla suocera, di balneare autocompiacimento, di commedia all’italiana? Cosa diavolo ci manca, se gli ingredienti di qualità li abbiamo?</p>
<p>Una prima risposta, non pretendo certo che sia la più essenziale, e quindi la questione andrebbe ripresa, è che nei nostri romanzi ci sono di gran lunga troppi bambini petulanti e troppe nonne impiccione. Molti nostri romanzi pullulano di protagonistini incompresi e bistrattati dai genitori o da chi ne fa le veci. Questi sventurati ragazzini cercano in tutti i modi di struggerci, approfittando del fatto che sono appunto negletti dai perfidi adulti, e spesso anche battuti, e/o abbandonati, o semplicemente orfani, mettendosi nei pericoli, ferendosi, entrando in coma, vivendo ogni sorta di mirabolanti avventure. Lo fanno beninteso con spigliata naturalezza, con un’arguzia controllata e sicura di sé, con accattivante umorismo e senso delle relazioni sociali: in una maniera cioè sotto tutti gli aspetti accettabile, moderna. A ogni paragrafo ci fanno capire che sono molto meglio dei loro aguzzini, più intelligenti, più lungimiranti, più spiritosi, più etici, e che anzi sono lì proprio per farci vedere il vero truculento volto di questi, per spiegarci cos’è e come funziona la vita. Sanno essere didascalici e molto convincenti, e quindi l’idea che ci facciamo del melodrammatico universo in cui si ritrovano a vivere è fin troppo vivida. Ma appunto un po’ uniforme.</p>
<p>Questi lucidissimi pinocchietti sono capaci delle peggiori spietatezze e assassinii, va da sé, ma sono fondamentalmente buoni. Anche quando non è detto nero su bianco, quando le loro azioni non parlano da sole, lo si capisce da tanti piccoli ma inequivocabili dettagli. Sono esattamente come i letterati del diciannovesimo secolo si immaginavano che fossero i bambini. Quasi sempre amano e si amano di passioni adulte e financo sessualmente mature (nemmeno l’ombra della freudiana fase di latenza!), furori amorosi beninteso in genere ostacolati dall’invariabile ma pur sempre varia malvagità adulta. In qualche caso ci lasciano attoniti discettando dottamente, molto attenti anche al lato formale e per così dire filosofico dei loro dialoghi (è evidente che hanno apprezzato <em>L’uomo senza qualità</em>). Per farci capire che ci considerano dei loro, o forse anche solo per evitare che ci distraiamo, ci danno spesso e volentieri delle aguzze gomitate, o anche solo ci fanno l’occhiolino. In questo, e forse solo in questo, restano dei normali bambini.</p>
<p>In molti casi non hanno nemmeno un ruolo da protagonisti, il che può essere visto come una perfidia quasi peggiore, un maltrattamento ancora più subdolo che devono subire: con la loro saggezza, nobilitata dall’umiltà della posizione subordinata, accettata con stoica benevolenza, con i loro interventi parchi ma precisi e pregnanti, con la loro evidente seppur misconosciuta superiorità umana e intellettuale, riescono pur sempre a tenere sui binari giusti la vicenda e il romanzo. Verrebbe da rimetterli al posto che si meritano, spingendo via quegli egoistoni, spesso quarantenni, che hanno messo le radici nei cerchi di luce dei riflettori.</p>
<p>Qualche volta, anzi spesso, hanno qualche annetto di più, e bazzicano l’adolescenza, ma appunto vista la loro connaturata maturità la differenza si nota appena. Qualche volta sono invece già adulti, o anche anziani, e quindi ci raccontano le loro triste vicende a ritroso, spennellando le piaghe dell’ingiustizia con un più o meno smanceroso unguento di nostalgia. Comunque vada non ci risparmiano alcun dettaglio del mondo truculento che gli adulti si sono costruiti e del quale non sembrano sentirsi responsabili. Comunque vada sanno conquistarsi le simpatie dei giurati dei premi (si veda la lista dei vincitori nell’ultimo decennio del Premio Strega) e del vasto pubblico. Sono contenti, lo si intuisce, quando riescono a farci sentire &#8211; noi che apparteniamo pur sempre al campo avverso &#8211; un po’diversi, migliori.</p>
<p>Le nonne di tanti romanzi purtroppo non sono da meno. Ognuna di queste nonne, con la sua fiera monumentalità di albero secolare, le sue imprevedibili e paralizzanti eccentricità, la sua anastomizzata prensilità di grande piovra, la sua inimitabile e carismatica maniera di socializzare, l’autorità di sovrano assoluto sui sentimenti del nipote, perché c’è sempre una nipote o un nipote che racconta, cercano in tutti i modi di ammaliarci. Le nonne dei romanzi italiani sono tutte diverse e tutte uguali, tutte egualmente accentratrici e invadenti. Ci troviamo quindi a allungare il collo sui lati, come quando al cinema capitiamo dietro a un armadio irto di indomiti capelli. A volte queste nonne sono di sesso maschile, ma la sostanza non cambia: lo straripamento egolatrico sembra fatto su misura per compensare la scontatezza che fa capolino dappertutto. Ci si domanda se per caso tutte queste nonne non si siano messe d’accordo con i bambini – e in molti romanzi agiscono in effetti di combutta – per nasconderci gli accadimenti banali e pedissequi, o anche solo opachi, assurdi, e proprio per questo inclassificabili e struggenti, eroici, della cosiddetta realtà. Ma sarebbe forse un lungo discorso.</p>
<p><em>[Questo articolo è apparso sul n. 1 di "Alfabeta2" (luglio-agosto 2010)]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/18/i-bambini-dei-romanzi-italiani/">I bambini dei romanzi italiani</a></p>
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		<title>Maledetti i Zorzi Vila!</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 08:30:58 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Zio Cesio in Libia, zio Treves che dalla Francia era passato in Russia insieme a mio zio Turati, zio Temistocle (…) che dalla Grecia era passato in Jugoslavia, mio cugino Paride tra la Dalmazia e l’Albania nella milizia portuaria e i fratelli del Lanzidei tutti in guerra pure loro (…) mio cugino Ampelio, era con la marina in Cina, pensi lei, su un incrociatore in Manciuria.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/21/le-paludi-degli-altri/">Maledetti i Zorzi Vila!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/4403767410_9f30baa92e_o.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-35926" title="4403767410_9f30baa92e_o" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/4403767410_9f30baa92e_o.png" alt="" width="250" height="388" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Zio Cesio in Libia, zio Treves che dalla Francia era passato in Russia insieme a mio zio Turati, zio Temistocle (…) che dalla Grecia era passato in Jugoslavia, mio cugino Paride tra la Dalmazia e l’Albania nella milizia portuaria e i fratelli del Lanzidei tutti in guerra pure loro (…) mio cugino Ampelio, era con la marina in Cina, pensi lei, su un incrociatore in Manciuria. Non c’era una parte del mondo in cui non ci fosse gente dei Peruzzi che si stesse giocando la pelle</em>. Il tono è quello di chi ti sta raccontando una storia. Apri gli occhi e ascolti. Resti fermo, impettito un poco, concentrato, con la schiena ritta, perché la storia è una scomoda e spinosa storia patria, dove c’è da ammettere, ad ascoltarla bene, che ognuno ha le ragioni sue, che <em>Per la fame. Siamo venuti giù per la fame</em>, altrimenti non si sarebbe mosso nessuno. <strong>Canale Mussolini </strong>(Mondadori, 2010) di Antonio Pennacchi è la storia della famiglia Peruzzi, che è nessuna famiglia, e quindi tutte, che dalla pianura ferrarese, e da chiari impeti marxisti, passa all’agro pontino, e a scuri indumenti d’orbace. Ma non è una storia che avanza per idee, per generali astratti, per masse, per processi economici e industriali. È una saga che lega persone, esitazioni, inimicizie giurate e nate per un pallone da bambini e che continuano, assolute come amori, per tutta una vita. È anche una storia di amore.<br />
<span id="more-35898"></span><br />
Per raccontare Antonio Pennacchi sceglie un punto di vista laterale ma non troppo, profondo ma non troppo, si protegge con un cunettone centrale di magra, detto anche savanella, si ombreggia di eucalipti. Per raccontare la nascita, la strutturazione, la fine e un poco pure la ritrattazione dell’idea di fascismo (prima che il gallo canti tre volte e <em>gli americani che poi sono inglesi</em> comincino a distribuire a tutti sacchi di <em>farina bianca bianca</em>) Pennacchi sceglie la storia del Canale Mussolini, rivo artificiale e spina dorsale della bonifica delle pianure pontine. <em>Canale Mussolini</em> è un romanzo, non ha intenti dimostrativi o didascalici, non fa apologia di reato, non mitizza un’epoca, non condanna e non assolve, non assume una posizione ideologicamente connotata rispetto alla materia trattata se non forse quella che perché ci sia se non democrazia, almeno uguaglianza, deve esserci ordine e l’ordine è qualcosa che dà a ogni uomo in base alle proprie necessità e possibilità.  Racconta ironico e mai greve del giovane Mussolini che occhieggia le donne, dell&#8217;antipatia di Balbo, del Papillon di Rossari, di contadini prima uniti contro il padrone e poi sempre contro il padrone ma divisi in rossi e neri, nemmeno fossero scacchi. Di come la pianura padana, poi la palude pontina, poi l&#8217;Italia, poi l&#8217;Europa tutta, si sia traformata in una schacchiera insanguinata. Senza retorica, solo giovani uomini partiti e che non tornano a casa. <em>Ora io non le voglio dire che questa è la verità di Dio. Questo è quello che diceva mio zio Cesio e io le posso dire solamente che mio zio Cesio il più giovane, quello che prima di partire studiava da geometra, non era uno che raccontasse balle, se diceva che lo avevano menato , lei può stare tranquillo che lo avevano menato. Poi se però lei mi dice che mio zio Cesio era più giovane di mio zio Iseo, e aveva ancora quindi più bollenti spiriti (…) e avrà risposto male agli inglesi – e allora quelli si sono fatti girare le scatole e giù botte – io questo non lo so e non le posso dire. “Ognuno gà le so razon” diceva sempre mio zio Adelchi, ma certo era un Fascist criminal Camp quello in cui stava mio zio Cesio in India tale e quale al Fascist Criminal Camp in cui stava mio zio Iseo in Kenya. Però a mio zio Cesio in India lo menavano e a mio zio Iseo in Kenya no. Questi sono i fatti e così glieli racconto</em>.</p>
<p><em>Canale Mussolini</em> è un racconto di terra, di bestie, di minuzie, di donne circondate e consigliate da api, come una favola, di uomini giovani, quasi bambini, che minacciano i preti col coltello, di rivoluzione e di dittatura. È un racconto di povertà nera, di figli fatti per lavorare i campi, di bambini mandati a spigolare dopo il raccolto per non lasciare niente o poco alle spigolatrici di professione, di vendette, di furbizie, di un bottone messo nei cappelletti di Pasqua, Natale e feste comandate per ricordarsi che la disgrazia è sempre in agguato, della meglio gioventù che finisce sotto terra, di Zio Pericle, l’eroe, che non torna dal continente nero come la camicia che porta nemmeno fosse a lutto, di zia Bissolata che quando parla avvelena come una biscia, di Paride che è bello e buono e manda tutto in rovina, di donne che amano uomini e uomini che amano donne e amano pure i fratelli morti in battaglia tanto da tornare e prendersi cura della moglie e dei figli che non sono i propri, come fossero i propri, <em>Can d’un Turati, canetto mio</em>, di piccole evasioni fiscali ai danni di uno stato distratto  e per continuare a percepire la pensione di guerra, del podere cinquecentodiciassette, degli incendi appiccati per vendicarsi di altri incendi, di forza e di morte, di vita e di debolezze. È il racconto della vanagloria urbanistica, sociale, statale che avrebbe potuto funzionare, le cui intenzioni erano ottime, migliori, sane e talvolta pure violente. È un racconto di casualità e di pervicacia. Ludovica Koch, nel saggio su <em>Beowulf</em>, osservava che là dove c&#8217;è epica non può esserci tragedia, perché l&#8217;epica celebra l&#8217;eroe mentre la tragedia ne celebra la morte. Antonio Pennacchi, in un romanzo di guerra e di giovinezza (dove anche la vecchiaia è sempre stata giovinezza e così viene raccontata) nonostante gli eroi talvolta muoiano, costruisce un&#8217;epica coinvolgente, che per i toni, le ambientazioni la <em>furia</em> dei personaggi che mai è rabbia, mi ha ricordato <em>Una terra chiamata Alentejo</em>.</p>
<p><em>Fu un esodo. Trentamila persone nello spazio di tre anni – diecimila all’anno – venimmo portati quaggiù dal Nord. Dal Veneto, dal Friuli, dal Ferrarese. Portati alla ventura in mezzo a gente straniera che parlava un’altra lingua. Ci chiamavano “polentoni” o peggio ancora “cispadani”. Ci guardavano storto. E pregavano Dio che ci facesse fuori la malaria</em>. Il mio preferito rimane Pericle Peruzzi, perché è biondo, perché è spavaldo, perché è <em>fumino</em>, perché sposa una donna che è tutta una seduzione, e che mentre aspetta un bambino cammina in mezzo a un campo minato per tracciare il percorso agli altri, perché un poco mi ricorda mio nonno che pure se è stato sette anni in Africa è tornato. Io non sono ferrarese, sono nata nell’estrema provincia di Latina e conosco da sempre quei posti descritti con il piglio scanzonato e necessario di Tom Sawyer e con un italiano inventato e increato che un poco echeggia le costruzioni parlate di Gadda e un poco non è altro che se stesso e che per tutte le pagine rimane una lingua riconoscibile, che segue e fa il ritmo della narrazione, che emoziona, strugge e infastidisce. Perché Antonio Pennacchi, con tutti i limiti e tutti gli eccessi, tutte le ossessioni e le distrazioni, è uno scrittore. E lo dico leggera, allegra, fiduciosa nella letteratura italiana e lo dico pure con qualche gratitudine, perché Canale Mussolini è un libro che mi ha fatto compagnia. E il Canale stesso, il punto di vista, è una metafora, umile e fattiva, di che cosa sia la scrittura, per sé e per gli altri. Qualcosa che non nasce da solo in natura e che pure ti permette di vivere in un posto, qualcosa che se per un motivo futile o mondiale viene distrutto, può essere ricostruito con le mani, con le intenzioni, con l’attenzione. Qualcosa che sta in qualche luogo prima di te e quindi con te e che rimarrà dopo di te e quindi anche grazie a te. <em>E che ragionamenti sono, è chiaro che l’ho accorciata. Mica mi posso mettere a raccontare tutto quanto, particolare per particolare</em>.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/costruzione-canale-mussolini_fondo-magazine.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-35927" title="costruzione-canale-mussolini_fondo-magazine" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/costruzione-canale-mussolini_fondo-magazine.jpg" alt="" width="480" height="372" /></a></p>
<p><strong>A. Pennacchi, Canale Mussolini, Mondadori (2010), pp. 460, eu 20,00.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/21/le-paludi-degli-altri/">Maledetti i Zorzi Vila!</a></p>
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		<title>Intervista a Luigi Di Ruscio</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 05:30:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Roberta Salardi</strong><strong><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/di-ruscio.jpg"></a></p>
<p>L’italiano è una lingua che non si parla nella sua famiglia a Oslo. Esprimersi in una lingua che non è quella quotidiana ma appartiene all’infanzia, un’infanzia per di più sgrammaticata e indisciplinata, un pezzo di vita lontanissima e perdutissima, rende l’operazione del suo scrivere fin dalle premesse un po’ surreale, fuori dall’ordinario.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/09/intervista-a-di-ruscio/">Intervista a Luigi Di Ruscio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberta Salardi</strong><strong><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/di-ruscio.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-35565" title="di ruscio" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/di-ruscio-300x267.jpg" alt="" width="300" height="267" /></a></p>
<p>L’italiano è una lingua che non si parla nella sua famiglia a Oslo. Esprimersi in una lingua che non è quella quotidiana ma appartiene all’infanzia, un’infanzia per di più sgrammaticata e indisciplinata, un pezzo di vita lontanissima e perdutissima, rende l’operazione del suo scrivere fin dalle premesse un po’ surreale, fuori dall’ordinario. Vuole dirci qualcosa a proposito di questa lingua tutta particolare?</p>
<p><em>Che posso dirvi della mia lingua, la lingua con cui scrivo si è formata naturalmente dentro di me frequentando giornalmente il norvegese. Qui da Oslo scrivo e leggo in italiano ma io l’italiano lo parlo raramente tanto che la lingua italiana diventa lingua letteraria, il norvegese lo leggo e lo capisco come un norvegese ma lo parlo molto male,  l’italiano è come l’anima mia, certamente non è un’anima candida. Si sporca continuamente e non sarà più l’italiano dell’Italia di oggi. Insomma la mia “lingua particolare”, il mio “italiano particolare” è venuto a formarsi naturalmente, essere “sbattuto” nel posto più appropriato per la mia formazione. Tenete sempre presente che vivo in Norvegia dal 1957, cinquantadue anni di vita in Norvegia e appena per ventisette anni sono vissuto in Italia, come ho già detto il mio italiano è quello di quando sono partito, più di mezzo secolo fa, e delle mie letture continue.<span id="more-35530"></span></em></p>
<p>A proposito dello stile sgrammaticato, ci sono in <em>Cristi polverizzati</em> almeno due frasi molto significative, una che rimanda al linguaggio familiare e una più propriamente politica: &#8220;Tutte le storie raccontate in maniera tanto diversa ed opposta, la menzogna del maestro espressa con un italiano illustre, dall&#8217;altra parte la verità che mi raccontava nonna con un linguaggio straziato che si sarebbe prestato solo all&#8217;irrisione, così ho intuito prestissimo che i linguaggi illustri, raffinati, aulici sono i linguaggi della menzogna, la verità si esprime con una verbalizzazione stritolata, inceppata e caotica, una verbalizzazione straziata.&#8221; (p. 41);</p>
<p>&#8220;Io avevo anni quattordici e sognavo di diventare partigiano, scappai via di casa e arrivai in un paese dove c&#8217;erano i partigiani che mi dettero un calcio in culo e mi rimandarono a casa: Vai a casa! Vai a casa, scemo! Ferito nell&#8217;orgoglio me ne tornai indietro, babbo mi chiese dove ero stato e io zitto, custodii il segreto del mio tentativo di essere anch&#8217;io tra i liberatori rossi e garibaldini. E nonostante il mio affabulare, mai sarò tra i liberatori. Allora mi chiudo qui, almeno a liberare le parole e poter dire come disse e scrisse il grandissimo poeta ho adoperato le parole che nessuno osava.&#8221; (p. 56).</p>
<p>La sgrammaticatura, conseguenza penalizzante di un profondo divario sociale d’origine, eletta a sistema, diventa consapevolmente eversiva, strumento di una battaglia culturale e politica portata avanti attraverso le <em>matte scritture</em>…</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>E&#8217; difficile dire qualcosa sul tema delle &#8220;trasgressioni” linguistiche perché quello che io scrivo ha una valenza poetica, non è una ideologizzazione, cioè è come fosse la voce di un personaggio, cioè quello che ho scritto sulle trasgressioni non sempre è vero, però è bello pensare in questa maniera. Insomma bisogna tenere presente che sono un poeta, poi è da tener presente il perenne conflitto con me stesso tanto da farmi scrivere che vedendomi improvvisamente nelle specchio ho avuto l&#8217;impressione di vedere il mio proprio assassino. Un professore universitario mi manda le sue poesie, non erano male e gli scrissi che la poesia è roba di disgraziati, come disse Montale in una sua intervista, basta un pezzetto di carta e una matita per scrivere dei versi, è meglio che uno dedichi la propria intelligenza in qualcosa di più utile a se stesso e alla società. Sono stato proprio io a scoraggiare un giovane poeta proprio io che avevo scritto questo: “Non disperate, mettetevi a scrivere le poesie, ne ricaverete rilassatezza, felicità gestuale, leggerezza nei contatti con il prossimo vostro, sentirete la presenza degli Dei in prossimità della tua ombra, gioia lavorativa, aumento vertiginoso nella creatività in tutti i campi, sviluppo della personalità. Leggermente folle correrai verso tutte le sciagure, ti crederai inseguito da bande antiblasfemiche armate di mazze ferrate, sfuggirai ai pericoli con rapidissime fughe, potrai metterti a volare come niente fosse, diminuzione vertiginosa della rigidità muscolare e anche mentale, diminuzione dei mali di testa, sarai in preda a dolcissimi spasimi sessuali. Iscrivere poesie a occhi chiusi, sgranare frasi una dietro  l’altra con la massima velocità sino al punto che la battitura segue perfettamente il ritmo delle pensate anche quelle più stravaganti, velocità massima nel concatenare libere associazioni, scrivere con la schiena bene appoggiata alla spalliera della sedia, tenere la testa non troppo reclinata sulla tastiera, da oggi tutte le ore sono le nostre mi disse un poeta, fa’ rimbalzare tutto sulla tastiera. Piove, nevica, suona il telefono alla porta tu inchiodato davanti alla tastiera della macchina da scrivere”. </em></p>
<p>La ribellione permanente contro la lingua ufficiale, ma anche contro i vari condizionamenti e mode di questo periodo storico particolarmente conformista, la rende discepolo autodidatta di un continuo sperimentalismo e apprendistato: “In questi problemi abbiamo lasciato il nostro, che chiamiamo dilettante e autodidatta perché è rimasto in un apprendistato sperimentalistico eterno. Insomma fa le prove, apprendendo in maniera permanente (…) Forse questo sperimentalismo o apprendistato è inevitabile per ogni scrittura, ma lui questa posizione la spinge fino alle ultime conseguenze ed è come perennemente sospeso, come sempre sul punto di, sempre nella predisposizione, ma mai oltre…” leggiamo in <em>Palmiro</em>, il suo primo romanzo (Baldini&amp;Castoldi, Milano 1996, p. 85; prima edizione Il lavoro editoriale, Ancona 1986). Oltre che per l’aspetto lessicale e sintattico, i suoi romanzi sono sperimentali anche come genere e struttura. A me pare che nascano e si sviluppino senza un’idea prestabilita…</p>
<p><em>I miei romanzi sarebbero sperimentali. Non è proprio vero, non faccio sperimenti, ho scritto nell&#8217;unica maniera che mi è possibile. Iniziai a scrivere il </em>Palmiro<em> verso il 1955 subito dopo aver scritto la prima raccolta nel 1953, avevo raccolto nella sezione del partito comunista di Fermo molti manifesti non adoperati, scrissi sul risvolto di quei fogli quello che sarebbe diventato il</em> Palmiro<em>. Emigrai in Norvegia nel 1957 e dopo alcuni anni ritornando per le ferie estive a Fermo a casa dei miei genitori ritrovai quei fogli dimenticati. Ritornai ad Oslo, decisi di ricopiare tutto, riscrivendo tutto mi liberavo, era come se fossi in una continua catarsi, ricopiavo, scrivevo e riscrivevo ridendo continuamente tanto che mia moglie pensava che fossi ammattito. Come vedi nessuno sperimentalismo, scrivo nell&#8217;unica maniera che in quel momento mi era possibile, non posso scegliere una maniera di scrivere, scrivo nelle sola maniera che mi è possibile.</em></p>
<p>Il nucleo originario di <em>Cristi polverizzati</em> è costituito dai ricordi d’infanzia e giovinezza (un’infanzia mitica, <em>assoluta</em>, secondo l’espressione di Andrea Cavalletti su “Alias” del 10-10-2009), che si addensano in un corposo memoriale “stravolto da furia espressionista” (Massimo Raffaeli su “La  Stampa-TuttoLibri” dell’1-7-2009), o vi sono ceppi romanzeschi diversi, di romanzi precedenti forse rimasti allo stato embrionale e cresciuti poi tutti insieme in un più grande progetto narrativo?</p>
<p>Cristi polverizzati<em> ha una gestazione estremamente complessa, negli anni settanta a Fermo c&#8217;era un foglio “Garofano rosso”, e i dirigenti di questo foglio decisero di dedicarmi un numero con il mio contributo, nel numero del 9 marzo 1977 compaiono in “Garofano rosso” 27 poesie, che verranno ripubblicate nella mia terza raccolta </em>Apprendistati<em> del 1978, e un racconto che verrà ristampato in </em>Cristi polverizzati<em>, stampato quest&#8217;anno nella collana “fuoriformato” diretta da Andrea Cortellessa. Cioè questo romanzo l&#8217;ho iniziato negli anni settanta e l&#8217;ultimo capitolo che ho scritto è proprio quello all&#8217;inizio di questo romanzo. Ho lavorato in questa maniera: rileggendo quello già scritto mi veniva in mente di fare aggiunte e queste aggiunte potevano capitare alla fine o all&#8217;inizio e nel mezzo del romanzo e tutto questo veniva fatto per impulsi rapidi, poteva venirmi in testa di adoperare un brano che avevo destinato per un racconto per esempio. Tutto questo insomma non per scelta ma per impulsi veloci. Il numero di “Garofano rosso” con le mie scritte è molto bello, è accompagnato anche da una serie di fotografie di Luigi Crocenzi che erano state pubblicate nel primo dopoguerra sul “Politecnico” di Elio Vittorini.</em></p>
<p>Il riferimento costante alle <em>matte scritture</em> (<em>Cristi polverizzati</em>) mi fa pensare allo <em>studio matto e disperatissimo</em> di Leopardi. Tra l’altro l’incipit di <em>Palmiro</em> contiene memorie leopardiane: “Nella biblioteca c’era un infinito tutto scritto. Si poteva anche riscrivere tutto. Quell’infinito emanava un grande odore di sudore seccato: da questo enorme odore venne fuori l’espressione le sudate carte leopardiane”(p. 13). In generale si trovano molte citazioni di poeti e filosofi nei suoi scritti. A quali poeti e prosatori si sente soprattutto legato?</p>
<p><em>Ero giovanissimo, avevo fatto solo la quinta elementare e verso i quattordici anni mi capita tra le mani la Divina commedia, iniziai a leggere con continuo entusiasmo tanto da imparare interi canti a memoria a forza di rileggerli. Veramente sono stato sempre un grande lettore, con i compagni d&#8217;infanzia ci scambiavamo i libri i fogli i fumetti che riuscivamo a trovare, solo verso i quattordici anni mi imbatto nella </em>Divina commedia,<em> non fu certo questo libro a farmi iniziare a scrivere le poesie, nello stesso periodo leggevo Leopardi e Foscolo ma chi mi fece diventare poeta fu la lettura dei </em>Lirici nuovi<em> di Luciano Anceschi del 1942, trovato nella biblioteca di Fermo che frequentavo molto spesso. Ho scoperto il verso libero, poi in questi lirici nuovi non trovai un verso che dicesse della nostra vera vita, della nostra miseria e così nacque la mia prima raccolta </em>Non possiamo abituarci a morire,<em> che venne pubblicata per puro caso nel 1953. Avevo spedito ad una rivista di giovani una mia poesia e venni invitato ad un convegno di giovani poeti a Pontedera, non potevo recarmi a Pontedera perché non avevo una lira per il viaggio, parlando di questo con Luigi Crocenzi ebbi da lui i soldi per il viaggio. (Luigi Crocenzi  è conosciuto per aver illustrato con le sue fotografie una edizione di </em>Conversazione in Sicilia<em> di Elio Vittorini). Durante il convegno fu letta una mia poesia e all&#8217;uscita mi fermò Arturo Schwarz che mi disse che dovevo mandargli tutte le mie poesie, ho spedito la raccolta che aveva per titolo semplicemente </em>Poesie per un vicolo<em>, fu Franco Fortini a trovare il titolo definitivo: </em>Non possiamo abituarci a morire<em>. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Lei è stato più volte associato allo scrittore ceco Bohumil Hrabal, i cui personaggi, dal punto di vista di umili lavoratori emarginati, riescono a vedere la realtà in una luce insolita e straniata, carnevalesca e rivelatrice. Pure lei rivendica una posizione <em>straniata</em> ed <em>emigrata</em> (&#8220;… qui c&#8217;è solo l&#8217;abbacinazione per la mia condizione disoccupata e straniata che diventerà anche emigrata…&#8221;, <em>Cristi polverizzati</em>, p. 151). Riconosce questa somiglianza con Hrabal?</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Disgraziatamente Hrabal non l&#8217;ho mai letto, anche Enrico Capodaglio mi disse di questo scrittore che non mi sono neppure preoccupato di cercare. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Nell’opera di Carlo Emilio Gadda la lingua non è mai accettata passivamente ma costantemente trasformata e reinventata (anche se Gadda lavora più sul lessico che sulla sintassi, mentre in Di Ruscio troviamo costruzioni <em>ad sensum</em>, anacoluti, una sintassi contorta e distorta, con frasi secondarie che si ribellano all’egemonia della principale, si sganciano e disarticolano, la lingua, sentita come carcere sociale e di classe, forzata il più possibile). Lei sente una vicinanza per esempio al Gadda del <em>Pasticciaccio</em>?</p>
<p><em>Gadda mi ha profondamente affascinato, lessi qui in Norvegia il</em> Ducato in fiamme<em>, soprattutto il racconto </em>L&#8217;incendio di via Keplero,<em> che considero uno dei capolavori della letteratura non solo italiana. Certo Gadda mi ha aiutato non certo ad imitarlo ma mi ha aiutato a rendermi più libero, nel senso che potevo andare oltre alla scrittura normale, potevo toccare anche argomenti scabrosi, insomma la lettura di Gadda mi diede vigore. Ho trovato Gadda in una biblioteca pubblica di Oslo, trovai uno scaffale di romanzi italiani, tutti i libri messi per ordine alfabetico, Bacchelli era il primo e mi lessi molti libri di Bacchelli, poi tutti gli altri, oltre a Gadda mi ha colpito anche un libro del fratello di De Chirico che in questo momento non mi ricordo come si chiama. Io di De Chirico ho appeso in cucina la riproduzione di un quadro metafisico che mi è caro perché mio figlio quando aveva quattro o cinque anni, indicandomi col ditino l&#8217;illustrazione, disse una cosa che non dimenticherò mai: “QUELLO E&#8217; IL POSTO DOVE ERAVAMO PRIMA DI NASCERE”.</em></p>
<p>[questo è un estratto (la parte centrale) dell'intervista di Roberta Salardi a Luigi Di Ruscio (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/09/da-cristi-polverizzati/"><em>Cristi polverizzati</em></a>), pubblicata sul numero 52 (aprile 2010) di <em>Nuova Prosa (Greco&amp;Greco)]<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/09/intervista-a-di-ruscio/">Intervista a Luigi Di Ruscio</a></p>
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		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/05/28/provincere-o-morire-marino-magliani/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 08:35:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Festa Indiana]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>[per l'appuntamento Provincere o morire (domenica alle 14) della Festa Indiana, avevamo invitato anche Marino Magliani, che purtroppo ha dovuto declinare, perchè impegnato altrove; ma ci ha mandato questo testo]</p>
<p>Peccato non essere lì per dirvi la mia su cosa significa scrivere da una valle senza vie d&#8217;uscite se non quella della fuga.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/28/provincere-o-morire-marino-magliani/">Provincere o morire: Marino Magliani</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>[per l'appuntamento Provincere o morire (domenica alle 14) della Festa Indiana, avevamo invitato anche Marino Magliani, che purtroppo ha dovuto declinare, perchè impegnato altrove; ma ci ha mandato questo testo]</p>
<p>Peccato non essere lì per dirvi la mia su cosa significa scrivere da una valle senza vie d&#8217;uscite se non quella della fuga. Abito in un posto da cui si vedono i ponti dell&#8217;autostrada, specie di cancello davanti al mare. Chi passa là sopra, guardando in lontananza le fiancate e gli affasciati e le pigne di case con le montagne a chiudere credo si faccia delle domande su chi vive in quelle case. A parte i crolli questa terra e questa lingua sono così da sempre, il centro rinnova, la provincia conserva diceva Mario Soldati.</p>
<p>Scrivo quando sono in Olanda, eppure scrittore lo sono soltanto tra queste pietre. Sopportato a fatica, in quanto uomo di lettere, poiché in vallata, si direbbe, non si legge mica, e allora non è neanche permesso parlarne di libri, senza che qualcuno ti faccia capire che sei fuori posto. Che la valle è casa loro, casa d&#8217; altri. Come quel mare, diventato mare d&#8217;altri.</p>
<p>Eppure ti amano, ti dici, ti salutano tutti, un tempo eri addirittura popolare, eri quello che scappavi, in fondo, e ne parlavano, ma poi ti sei rovinato. Come hai potuto? Volevi anche far scappare le storie, mollar la Liguria. Ma come si fa a non raccontare la Liguria? <span id="more-34991"></span>Ci hai provato attraverso i rovi, a far scappare le storie, poi attraverso le grotte carsiche, le bestie raccontate con Pardini e i tempi in cui da bambino eri in collegio. E&#8217; da allora che scappo dalla Liguria, ma le storie&#8230; forse quelle restano come compensazione.</p>
<p>Scrivere in provincia significa gettarsi nel vuoto, ti aggrappi di là &#8211; la sponda olandese per me &#8211; pianti le unghie come il ponte di Kafka, e hai imparato a non voltarti. Ma hai davvero imparato? Le pietre appuntite di sotto se la ridono.</p>
<p>Scrivere in Liguria significa averle sempre negli occhi le pietre appuntite, da sempre sotto gli occhi il sistema Scajola, dedicarci addirittura un libro che nessuno vedrà, raccontare di un mare che era il paradiso dei cetacei e ora non più, mare attraversato da battelli a tre piani e motoscafi, da moto acquatiche, da dragatori, mare predato dalle lobby, territorio pubblico regalato dal Comune ai Caltagirone affinché ci nasca il più grande porto turistico del mediterraneo, mare regalato ai furbi. La scrittura in provincia dovrebbe assomigliare a filo spinato, leggerla dovrebbe far male come se la mano stringesse il filo spinato e l&#8217;accompagnasse.</p>
<p>Scrivere in Liguria, coi suoi rischi ridicoli, qualche ubriacone fascista che si fa tenere quando ti incontra, il veto delle fiere, cosa da nulla.</p>
<p>Forse si può ancora scappare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/28/provincere-o-morire-marino-magliani/">Provincere o morire: Marino Magliani</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Assalto al centro</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 10:55:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>
		<category><![CDATA[Mozart pour l'art]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4.jpg"></a></p>
<p align="right"><em>Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia.</em></p>
<p align="right">Albert Camus</p>
<p>Sacchi di plastica si levano come gabbiani tra scogli d’asfalto, si gonfiano di vento e volteggiano sulle lamiere.<br />
Vitaliano li guarda salire in alto e poi cadere in picchiata tra il benzinaio e il baracchino di stigghiola.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/17/assalto-al-centro/">Assalto al centro</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-28814" title="c_mamma4" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4-300x296.jpg" alt="" width="300" height="296" /></a></p>
<p align="right"><span /><em>Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia.</em><span /></p>
<p align="right">Albert Camus<span /><span></span></p>
<p>Sacchi di plastica si levano come gabbiani tra scogli d’asfalto, si gonfiano di vento e volteggiano sulle lamiere.<br />
Vitaliano li guarda salire in alto e poi cadere in picchiata tra il benzinaio e il baracchino di stigghiola. Fissa il fumo bianco che s’alza dalla griglia di carbone e si spariglia in cielo, e ripete a mente le condizioni della promozione degli schermi LCD, dei videofonini e degli abbonamenti tv. L’odore insistente delle stigghiola viene appena smorzato da quello acre del sugo che la madre sta preparando di là in cucina. Dopo pranzo lo aspetta il lavoro, il terzo giorno del suo nuovo lavoro.<br />
Vitaliano sorride dietro il vetro della finestra socchiusa, sorride di soddisfazione. Pensa al suo nuovo lavoro ed è fiero di sé, di come sa dare ai clienti informazioni dettagliate con la sincerità di un amico, di come rispetta i superiori, anzi li stima senza ostentazione, e di quanto è rispettato dai colleghi.<br />
In strada, sotto il quinto piano del condominio di Brancaccio, i piccioni si avvicinano circospetti agli avanzi del baracchino di brace, e vespini e lapini s’incrociano rapidi. Vitaliano sorride e pensa al codice della cassa e ai ticket della mensa. Tra qualche ora inizierà il turno pomeridiano del suo terzo giorno di lavoro, quello più importante, il giorno della promozione. Al Centro di Roccella si aspettano centinaia di persone e Vitaliano è pervaso di un’autentica gioia.<br />
<span id="more-28811"></span><br />
Non vive questa sensazione di pienezza e aderenza alla vita da quando aveva tredici anni e suonava Mozart in modo “esemplare”, così disse il suo maestro, al saggio di violino di fine anno. Quella volta la gioia che seguì agli applausi fu indimenticabile, non l’emozione del palco, ma la sensazione di quando il piccolo Vitaliano tornò al leggio per prendere gli spartiti e rivolse lo sguardo fiero alla platea. In quel momento sentì lo stomaco riempirsi di leggerezza, della consapevolezza di essere parte di un gruppo, parte integrante della classe e della scuola e della borgata. Consapevolezza che però durò poco, sostituita subito dal solito senso di alienazione e distanza dai suoi compagni e dai borgatari, gente arrogante, capace di spaccarsi la faccia per una taliata di troppo.<br />
E adesso, davanti alla plastica che piroetta in aria e al fumo di stigghiola che sembra salire dalle ciminiere del traghetto dello Stretto, Vitaliano è pervaso dalla stessa leggerezza del saggio di fine anno e gli pare di risentire le note del violino e allarga lo stesso sorriso sornione.</p>
<p>Ma la musica non ha pagato, nonostante l’orecchio assoluto, la tecnica impeccabile col violino, la disinvoltura alla chitarra e al basso.  Anzi pagava troppo poco e quando voleva lei. Da anni Vitaliano ha lasciato il conservatorio, riservato a chi può studiare la musica, e ha provato a campare con la musica. Ci aveva provato anche a Roma, nell’orchestra del teatro dove lavorava la cugina. Ma anche lì i soldi erano pochi e arrivavano ogni tre mesi, mentre la padrona di casa non lasciava passare il tre di ogni mese senza sollecitare la mesata.<br />
E così Caronte, il traghetto lurido e sbuffante dello Stretto, aveva attraversato ancora quello sfavillante braccio di mare, lo Scill’e Cariddi che pare oceano, e lo aveva riportato nella sua terra. E qui Vitaliano aveva iniziato a suonare con una banda alle processioni, con un’orchestra ai matrimoni, con un quintetto barocco in chiesa e con una band heavy metal alle feste dell’Unità, senza riuscire a racimolare i soldi per lasciare quell’odioso condominio di Brancaccio. Odioso non per colpa della madre o della sorella, ma odioso in quanto cubo di cemento scolorito nel mezzo della periferia più scolorita e cagnola della città, una borgata di straccivendoli, ambulanti e lavoratori socialmente utili, dove i palazzi inghiottono antichi castelli arabi e giardini di palme, e dove i più non hanno la quinta elementare ma almeno un cugino all’Ucciardone.<br />
E i ragazzini urlano in continuazione, masticando e sputando per terra, e i fratelli maggiori si guardano l’un l’altro come cannibali abulici davanti all’unica preda disponibile.<br />
“Ma il Centro di Roccella può cambiare le cose”, pensa Vitaliano alla finestra, giocherellando con la montatura degli occhiali, “il Centro porterà un po’ di civiltà e di benessere in questa terra disgraziata”. E si sente investito di una grande responsabilità perchè lui adesso è del Centro, è parte attiva di questa rivoluzione. Lavora al Centro di Roccella, travaglia per il cambiamento, la salvezza. “Magari un giorno ci vado pure a suonare, al Centro”.</p>
<p>“Vitaliano”, strilla la madre, “a mangiare!”. Il ragazzo inforca gli occhiali e giunge a grandi falcate in cucina. Si siede a tavola, divora tutto con appetito e commenta il telegiornale con la solita rabbia per le disgrazie del mondo, le notizie incomprensibili di politica: “Finalmente ricostruito il grande centro”, proclama con entusiasmo il giornalista, “rinasce l’Italia del miracolo economico”. Vitaliano sbuccia un’arancia, la mangia con calma, spicchio dopo spicchio, e parla alla sorella delle promozioni al centro di Roccella, dei videofonini in offerta e della possibilità di avere un mega sconto sui televisori HD, questo pomeriggio stesso, per i primi cento avventori che si presentano al suo banco. La sorella lo riempe di domande e curiosità a cui Vitaliano risponde con esuberante sicumera, il sorriso beato sulle labbra e gli occhi luccicanti dietro le lenti. In realtà a Vitaliano non importa niente dei televisori e della tecnologia, ma gli piace la precisione, la corrispondenza geometrica dei segni con le cose, questioni che ha imparato ad apprezzare quando studiava violino, questioni fondamentali per un’esecuzione esemplare.</p>
<p>Dopo il caffè, Vitaliano si accende una sigaretta ed entra nell’ascensore. Scende sul marciapiede infestato di sacchetti abbandonati dal vento e scatena il motorino per andare al nuovo lavoro. È il giorno della promozione e lui vuole essere pronto dietro il banco almeno mezz’ora prima dell’apertura delle danze. Percorre la strada di Brancaccio fino alla rotonda della zona industriale, quattro capannoni arrugginiti in cui Vitaliano non è mai riuscito a capire cosa si fabbrichi. Poi gira da dietro lo Sperone, le case popolari che in nulla sono diverse dalle altre tranne per il colore bianco sporco e per il fatto di essere tutte uguali, e si ritrova sulla strada nuova che porta al Centro.<br />
Da lontano sembra un villaggio marziano disceso su quella terra tra le montagne e il mare, con pareti di vetro trasparenti, torri di acciaio e neon viola, muri obliqui di cemento e pilastri di un metallo vagamente grigio. Questa vista, per Vitaliano, è ogni volta una sorpresa, un miraggio che si fa realtà.<br />
Varca la soglia del grande Centro di Roccella e attraversa l’immenso parcheggio che pare un lago o un vallo intorno al palazzo reale. Lega il motorino nel parcheggio riservato ai lavoratori del Centro, e sale saltellando le scale che lo portano al suo banco.<br />
Alle 15 in punto si apriranno le porte della sala promozioni. Sono le 14.45 e al banco di Vitaliano giungono già le prime urla di impazienza. Loredana arriva di corsa dal corridoio, strillando di fare presto perché già ci sono più di cento persone dietro la saracinesca. Vitaliano non si scompone, va rapido all’impianto stereo, toglie Jenny Gonzales dal lettore e mette il cd che ha portato per le grandi occasioni: i capolavori di Mozart, magari così si rilassano un po’ là fuori.<br />
Arrivano anche Franco e Peppe a gestire il banco e vengono chiamati due energumeni della sicurezza a incanalare il flusso di persone.<br />
Sono le 14.55 e le urla si fanno più minacciose, qualcuno abbozza cori da stadio mentre ragazzi con capellini dorati strattonano bambini argentati, sospinti da ragazze con cinturoni di pelle e borchie e trucchi viola alla Jenny Gonzales. Dietro questa prima fila di ultras, spingono i padri, le madri, gli zii e le zie: signori panciuti che incitano gli altri con urla disumane e signore con lo sguardo perso nel vuoto e la bocca infuocata sempre aperta e petulante. La folla si fa rotulante come un fiume in piena, mandria impazzita in cui ognuno è rivale all’altro e cerca in tutti i modi di arrivare prima dell’altro e ha comunque un nemico comune: il banco della promozione, il forte da espugnare.<br />
La prima fila forza il blocco, alza la saracinesca di peso e si fionda sul banco. Vitaliano abbozza un sorriso, ma capisce subito che c’è poco da ridere, che deve dar loro quello che vogliono, e nel minor tempo possible.<br />
Franco e Peppe non riescono a placare l’orda che continua a ululare e ringhiare. In breve il banco è circondato come una mollica in uno stagno di pesci rossi e alle urla si aggiungono le offese, le minacce, le spinte.<br />
Vitaliano deve alzarsi in piedi sul bancone e brandisce un bastone per allontanare quegli assatanati, che pare un domatore di circo.<br />
Gli uomini della sicurezza alzano i manganelli e Loredana, cadaverica, continua a consegnare bollettini per il ritiro della promozione a quei mostri questuanti pronti ad aggredirla da un momento all’altro.<br />
Quando la ragazza dice con un filo di voce che sono finiti tutti i televisori, la bolgia si placa in un istante. Un silenzio incredulo e carico di odio scende sulla folla; ognuno amplifica la sua rabbia negli occhi del suo vicino e un mugugno collettivo si alza fino a diventare grido di battaglia, grido di strazio e di lotta ancestrale.<br />
È allora che Vitaliano viene preso alle spalle e gettato in mezzo alla scanna.</p>
<p>Si fa sera e la madre riceve una telefonata che la avvisa dell’incidente: Vitaliano è ricoverato, due costole fratturate e qualche graffio. La madre e la sorella si precipitano all’ospedale e trovano Vitaliano in una corsia su una barella fatiscente, la testa fasciata e la flebo. Il ragazzo ha una lesione al timpano, probabilmente perderà l’orecchio sinistro. Poco prima di Mezzanotte Vitaliano apre gli occhi, cerca gli occhiali con la mano e fa cadere un bicchiere di plastica. La madre si sveglia e lo bacia sulla fronte mentre lui scolla appena le labbra e sussurra che è stato suo l’errore, che non doveva, che ha sbagliato a dare Mozart in pasto a quelle bestie.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/17/assalto-al-centro/">Assalto al centro</a></p>
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		<title>RIPORTANDO TUTTO A CASA</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 05:04:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>&#8220;Al termine del viale principale, imboccando la strada laterale che avevo percorso tante volte da ragazzo, la villa dei Rubino conquistò il parabrezza come una dichiarazione di resa. Il cancello era aperto per metà su un giardino regredito a vegetazione spontanea.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/13/riportando-tutto-a-casa/">RIPORTANDO TUTTO A CASA</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Al termine del viale principale, imboccando la strada laterale che avevo percorso tante volte da ragazzo, la villa dei Rubino conquistò il parabrezza come una dichiarazione di resa. Il cancello era aperto per metà su un giardino regredito a vegetazione spontanea. (&#8230;)<br />
Scesi dalla macchina, attraversai il cancello e solo allora mi accorsi che, semiemerso tra le ortiche e le barbe di capelvenere, c’era lo stupor mundi di tanti anni prima. (&#8230;) Quando ancora non avevo mosso il primo passo sulla scalinata, si aprì la porta d’ingresso ed eccolo&#8230; Eccoci ancora insieme. (&#8230;) Sorrise – un pieno, reale, gentile sorriso d’amicizia e quindi disse: “Scommetto che se mi avessi visto per la strada, non saresti riuscito a riconoscermi”, disinnescando il mio imbarazzo e i miei sensi di colpa ma dando allo stesso tempo un colpo ben assestato alle certezze su chi dovesse consolare chi. Ci fu un abbraccio delicato e pieno di attenzione, durante il quale ognuno cercò di calcolare al millimetro quanto bisognava stringere per trasmettere calore umano ma non turbare l’altro.&#8221;</p>
<p><em>Nicola Lagioia</em></p>
<p><span id="more-26173"></span></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26174" title="Rtac picture" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/Rtac-picture.JPG" alt="Rtac picture" width="307" height="369" /></p>
<p><em>È stupendo questo nuovo romanzo di Nicola Lagioia. Gli stupori di una Bildung nella descrizione di un ventennio di storia italiana. Siamo a Bari, e sono gli anni ’80. I tre adolescenti che si aggirano per le strade si azzuffano e si attraggono come gatti selvatici, facendo di ogni cosa un contorto esercizio di combattimento.<br />
Giuseppe ha i capelli rossi, i brufoli e un’inesauribile riserva di denaro nel portafoglio. Vincenzo invece è bello e tenebroso, come ogni antagonista che si rispetti.<br />
Il terzo amico è quello che racconta: l’occhio inquieto che registra con precisione la vertigine dei loro quindici anni, la lunga inerzia del liceo, il precipizio dentro l’età adulta.<br />
Negli angoli dei quartieri periferici li aspetta il lato in ombra di quel tempo che luccica: qualcosa che li costringerà a mettere in discussione le loro famiglie, i loro sentimenti, e perfino se stessi.<br />
Ci metteranno vent’anni per venirne a capo.<br />
Con una scrittura tesa, alta, capace di precisione lenticolare e di accensioni vertiginose, Lagioia racconta una storia di amicizia, di tradimenti, di confitti generazionali – arrivando infine a rappresentare il germe dei giorni che stiamo vivendo, ovvero l’eterna adolescenza di un paese che diventa vecchio senza essere cresciuto.</em></p>
<p>Nicola Lagioia, <em>Riportando tutto a casa</em>, Einaudi, 2009.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/13/riportando-tutto-a-casa/">RIPORTANDO TUTTO A CASA</a></p>
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		<title>Su &#8220;L&#8217;età estrema&#8221; di Romano Luperini</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/08/16/su-leta-estrema-di-romano-luperini/</link>
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		<pubDate>Sun, 16 Aug 2009 05:55:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[L'età estrema]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Cavalera]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[romano luperini]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Nadia Cavalera</strong></p>
<p><em>L’anticamera della morte</em></p>
<p>Chi volesse solo distrarsi, svagarsi, non lo legga. “L’età estrema” (Sellerio, 2008) di Romano Luperini non è per nulla divertente, nel senso etimologico originario (e quindi poi nella comune accezione odierna), ma anzi è convergente, nel senso che  non storna, non allontana, ma concentra, in maniera spietata, l’attenzione del lettore sull’assillo principale di ogni essere umano (che ne abbia coscienza o no), e, secondo me, anche di ogni essere vivente (sebbene non si sia ancora in grado di dimostrarlo): la morte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/16/su-leta-estrema-di-romano-luperini/">Su &#8220;L&#8217;età estrema&#8221; di Romano Luperini</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> di <strong>Nadia Cavalera</strong></p>
<p><em>L’anticamera della morte</em></p>
<p>Chi volesse solo distrarsi, svagarsi, non lo legga. “L’età estrema” (Sellerio, 2008) di Romano Luperini non è per nulla divertente, nel senso etimologico originario (e quindi poi nella comune accezione odierna), ma anzi è convergente, nel senso che  non storna, non allontana, ma concentra, in maniera spietata, l’attenzione del lettore sull’assillo principale di ogni essere umano (che ne abbia coscienza o no), e, secondo me, anche di ogni essere vivente (sebbene non si sia ancora in grado di dimostrarlo): la morte. Inevitabile per tutti.  E così angosciante per qualcuno, come l’io narrante di questa storia, da volerla anticipare. «Mi agito mi muovo mi precipito in posti lontani. Fuggo la morte e mi accorgo di correrle incontro», (p.12)<br />
<span id="more-20445"></span><br />
È la morte  che aleggia stagnante, asfissiante tra le pagine di questo racconto lungo, diviso in tre parti (corrispondenti ai mesi di settembre, ottobre, novembre), e 20 quadri diaristici, composti da un anziano docente universitario in trasferta in America, nel decimo anniversario del crollo delle Torri gemelle.  Dove trova «le bandiere di un paese in guerra. Non più trionfali gonfie di orgoglio ferito», come dieci anni prima «ma come rassegnate a una testimonianza, a documentare un lutto e una necessità ». In una nazione che appare sempre più, secondo l’amico Robert, un «gigante caduto nelle sabbie mobili, con  il suo stesso peso che lo fa affondare sempre di più»<br />
È l’anno fittizio del 2011.</p>
<p>«Prima a Robert, poi tocca a te. Prima uno, poi l’altro. Prima i tuoi genitori, poi i tuoi fratelli, gli amici, i coetanei. A uno a uno. Sino al tuo turno», confermerà, in seguito più esplicitamente, dinanzi all’agonia di Robert stesso, il protagonista/autore (la componente autobiografica è innegabile), in piena crisi di ruolo (tant’è che, da insigne critico indulge sempre più a praticare l’ambito creativo), e fisica, per l’incalzare galoppante della senescenza, parte finale, estrema appunto, della vita, e anticamera della sua conclusione. Cui, nello sfondo, fa da perfetto pendant allegorico precostituito (incapace di sviluppi inattesi, dell’auspicato movimento rigenerativo), lo sfacelo ideale e materiale del mondo circostante. In preda, in questi anni tristi, al relativismo più bieco, alla globalizzazione più feroce, all’arroganza sfrenata delle classi dominanti, che contano sull’«efficienza del denaro e dell’organizzazione» per costruire, secondo loro, «l’eleganza, la raffinatezza della civiltà e della cultura» mentre permane  la soggezione impotente  delle classi succubi, in balia degli altrui giochi finanziari, stordite dal consumismo infiocchettato di perversi passatempi, manipolate costantemente nelle loro menti, e tenute sotto controllo con inoculazioni sistematiche del seme della paura. Antrace, influenza dei polli, terrorismo a gogò, pandemie varie, stragi di Stato, nubi tossiche. Come quella che compare anche in questo resoconto di viaggio, e che costringe tutti al  trasferimento nei centri appositi di isolamento.</p>
<p>Non il protagonista (per un «residuo di abitudine di andare contro corrente come un tic una sfida che ripeto da sempre»), che preferisce restare chiuso nel Residence EUGENIA, alle prese con l’invasione di resistentissimi forse onirici scarafaggi verdi («sopravivranno all’uomo») mentre  vede morire fuori, dopo una prima fase di supposta bellicosità, colombi  e gabbiani . Quando potrà uscire, scoprirà altri animali morti: topi, cani anche la foca che all’inizio del racconto s’aggirava tra i detriti del litorale. Saprà di uomini morti.</p>
<p>Orribilmente sfregiato nelle sue possibilità di sopravvivenza, sul baratro dell’ estinzione esso stesso, è un mondo irriconoscibile per chi, animato da una reale speranza di cambiamento, ha aderito agli ideali del Sessantotto, per vederli poi negli anni sfilacciarsi, sino a mutare e ridursi a forme egotistiche aberranti. Che non risparmiano certo il mondo accademico. Ne è esemplare conferma il “brillante” personaggio di Giorgio, il collega di  Los Angeles, che si fa scivolare tutto addosso («E la fine del mondo e io sto bene perché dovrei lamentarmi?»), anche la sparizione, ad opera della CIA,  di un suo valido assistente pakistano, pur di ottemperare al suo cinismo, fatto di rincorsa al successo, di partite a calcio nei campus (pur nel disastro incombente), moglie in carriera peraltro insoddisfatta, cene in ville con grandi vetrate, piscina e tuffi in discorsi razzistici, spruzzati da plateali dichiarazioni di non appartenenza politica, per la mancanza, si sostiene, di una proposta convincente, che comprenda tutta la realtà e spieghi con chi stare.</p>
<p>Di certo il protagonista non sta con Giorgio. I suoi discorsi lo inquietano in quanto lontani dalla sua sensibilità. «La voce di Giorgio mi attira e mi mette in allarme. Viene da un mondo che mi è estraneo che è cambiato senza di me in cui non riesco a riconoscermi. Un mondo con cui è impossibile competere o lottare perché non offre appigli e come una superficie liscia e compatta che sfugge ad ogni presa. ».</p>
<p>Rapportarsi con questa generazione che si posiziona al di là «della disperazione e della speranza » è impossibile. E se proprio costretto a un qualche pur minimale confronto, come nella gita in montagna con l’aitante collega,  meglio addirittura schermirsi  dietro la sua condizione di anziano: «Uno della mia età dovrebbe passeggiare in riva al mare leggere prendere il sole su una panchina». Che si direbbe accettata, mentre resta intollerabile Già dall’incipit: «La vecchiaia è un’appendice  in fondo al ventre. Un involto nei pantaloni, un ingombro rattrappito sul legno della panchina».  Tanto più che  si è insediata nel suo corpo subdolamente senza che lui se ne accorgesse: «Giorno dopo giorno impercettibilmente mi ero trasformato, a mia insaputa ero diventato un altro».</p>
<p>Tutto è cambiato nel soggetto interessato. La rappresentazione di sé, ancora giovanile non corrisponde alla percezione degli altri. «In me interno ed esterno non si corrispondevano più». E ancora: «Era cambiata l’idea che gli altri vedendomi si facevano di me era cambiato il modo in cui mi vedevano le donne e io ancora non mi ero accorto. Ero diventato vecchio e non lo sapevo. La mia vita non valeva più come prima invecchiando la vita perde valore».</p>
<p>Per gli altri, ma anche per lui. Si vede nudo allo specchio. Deformato: ventre gonfio, cazzo moscio pendulo incapace anche di pisciare, festoni qua e là di pelle vizza, capelli radi biancogiallastri come unti. La dentiera in mano. È la piena autosvalutazione. Ed è un fatto, la verità, non certo un’interpretazione con cui cincischiarsi futilmente.</p>
<p>L’autore, preso atto che il proprio orizzonte si è ridotto pericolosamente, vede la fine vicina.<br />
Di qui quell’aria pesante, plumbea di cui dicevo in apertura e che è, per me, l’elemento caratterizzante. Intossica tutte le pagine e non riesce ad essere rarefatta neppure dall’inserimento nella trama di un’avventura sessuale del vecchio prof con una giovane donna, già sua amante in passato ed ora moglie di Giorgio: Claudine, per lui «non solo la bellezza ma il coraggio non solo la ragione ma la passione», inseguiti per tutta la vita. Non giova ad alleggerire il clima neppure la conseguente procreazione di un’altra vita. </p>
<p>La figura di Claudine, sebbene l’autore le riservi, a piè sospinto, termini di luce, non schiarisce minimamente la scena. Non s’impone. Per fortuna. La banalizzerebbe. Rimane al racconto come la vecchiaia al protagonista: un elemento posticcio, un ingombro, il tributo pagato al bisogno di messaggi di speranza, tranquillizzanti, col rischio dell’avverarsi dell’incubo, ricorrente nel protagonista, di essere una scimmia che scrive o dipinge l’autoritratto: un altro narciso.</p>
<p>Il racconto si salva in positività nel suo essere realistica inclemente testimonianza personale. Nel suo tragico nichilismo sostanziale. Riaffermato dalla conclusione. Lui sulla spiaggia, inchiodato sul ramo di un albero contorto che cresce in orizzontale. Prostrato nella sabbia, come lui nella vita. Come la città alle spalle (nonostante le forme geometriche razionali), persa in un mondo che non riesce ad ergersi dalla sua condizione di degrado.</p>
<p>Sotto un cielo «vuoto e buio», il protagonista guarda l’oceano, futuro ignoto, in posizione apparente di resistenza estrema, ma in realtà senza più voglia di agitarsi, di fuggire, di lottare, ma solo di sparire. In flash tra Munch e Kirchner , il corpo è piegato in avanti, la testa fra le mani, i gomiti sulle ginocchia. Favorendo, come già l’America di Robert, l’affondo dei piedi nella «polvere di sabbia». Del presente nel suo continuum inarrestabile. È  pronto a morire. </p>
<p>(ROMAMO LUPERINI, <em>L’età estrema</em>, Palermo, Sellerio, 2008)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/16/su-leta-estrema-di-romano-luperini/">Su &#8220;L&#8217;età estrema&#8221; di Romano Luperini</a></p>
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