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	<title>Nazione Indiana &#187; Nathalie Quintane</title>
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		<title>Poesia in prosa e arti poetiche. Una ricognizione in terra di Francia (2)</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 06:24:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>4. L</em><em>&#8216;esplorazione dell&#8217;ovvio</em></p>
<p>Siamo davvero all&#8217;opposto dell&#8217;attitudine del “prosatore lirico”. Quest&#8217;ultimo si dirige verso la prosa con l&#8217;intento d&#8217;iniettare in essa quel <em>surplus </em>stilistico che la innalzerà ai livelli d&#8217;intensità e autenticità del dettato poetico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/poesia-in-prosa-una-ricognizione-in-terra-di-francia-2/">Poesia in prosa e arti poetiche. Una ricognizione in terra di Francia (2)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>[La prima parte di questo saggio è apparsa<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/poesia-in-prosa-e-arti-poetiche-una-ricognizione-in-terra-di-francia/"> qui</a>]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>4. L</em><em>&#8216;esplorazione dell&#8217;ovvio</em></p>
<p>Siamo davvero all&#8217;opposto dell&#8217;attitudine del “prosatore lirico”. Quest&#8217;ultimo si dirige verso la prosa con l&#8217;intento d&#8217;iniettare in essa quel <em>surplus </em>stilistico che la innalzerà ai livelli d&#8217;intensità e autenticità del dettato poetico. <strong>Cadiot</strong> e gli altri autori citati, invece, abbracciano la prosa per meglio liberarsi dell&#8217;eredità lirica nel suo complesso (codice e ideologia di genere). Qui la lezione decisiva, all&#8217;interno del panorama francese, viene ancora una volta da <strong>Ponge</strong>. Fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, il programma pongiano è definito e si pone in uno strano rapporto di continuità <em>e </em>di rottura con la poesia come genere. Leggiamo due diversi passaggi su questo tema:</p>
<p><span id="more-32513"></span></p>
<p>&#8220;Le jour où l&#8217;on voudra bien admettre comme sincère et <em>vraie </em>la déclaration que je fais à tout bout de champ que je ne me veux pas poète, que <em>j&#8217;utilise</em> le magma poétique <em>mais</em> pour m&#8217;en débarasser, que je tends plutôt à la conviction qu&#8217;aux charmes, qu&#8217;il s&#8217;agit pour moi d&#8217;aboutir à des formules <em>claires</em>, et <em>impersonnelles</em>, on me fera plaisir (&#8230;).&#8221;<a href="#_ftn1">[1]</a></p>
<p>&#8220;Pour nous, comme pour Malherbe, ce qui nous intéresse, on le voit, ce n&#8217;est donc pas tellement la <em>Poésie</em> (au sens où l&#8217;on entend généralement ce mot) que la <em>Parole</em>. Quoi, la <em>Parole</em>? Eh bien, ce phénomène mystérieux – mystérieux dans son origine : les raisons de parler et d&#8217;écrire; mystérieux aussi dans ses effets : l&#8217;accord qui se fait grâce à lui, la communication qui se réalise, le pouvoir temporel et intemporel qu&#8217;il procure.<a href="#_ftn2">&#8220;[2]</a></p>
<p>Ponge illustra un movimento fondamentale capace di ridefinire il senso dell&#8217;attività poetica. Si tratta di un movimento che non è il solo a intraprendere nel Novecento. Per certi versi, esso è inaugurato da <strong>Gertrude Stein</strong> a partire dalla pubblicazione di <em>Tender Buttons</em> (1914), una raccolta di prose considerate come composizioni poetiche. Anche per la Stein la scelta della prosa è vista come l&#8217;occasione per fare poesia al di fuori di un paradigma dominante di genere. L&#8217;attenzione si sposta dalla pregnanza espressiva della parola isolata o enfatizzata dalla cesura del verso ai meccanismi di formazione della frase. Ciò implica una riorganizzazione gerarchica che porta in primo piano la dimensione sintattica e grammaticale rispetto a quella semantica ed espressiva. La scoperta che esista uno splendore nella tautologia e nella contraddizione, nell&#8217;anacoluto e nel non-senso, permettono di cogliere un&#8217;espressività interna alla grammatica stessa, all&#8217;uso ordinario della lingua, ancor prima che quest&#8217;ultima venga elaborata secondo le finalità di uno stile individuale. La frase è il luogo di affioramento del mondo, non il tentativo di tradurre un vissuto attraverso dei nomi. Nell&#8217;impossibilità di stabilire un senso e di rinviare a un referente, il mondo emerge come fatto linguistico opaco, sfuggente, e nello stesso tempo capace di sprigionare proprie fantasmagorie inedite e sorprendenti. Vi è un sogno interno alla lingua comune così come vi è uno stupore intorno alle forme proposizionali, prima ancora che una tradizione letteraria abbia ritagliato in esse delle zone privilegiate.</p>
<p>Questa concezione si riallaccia a quanto detto da Ponge sulla <em>parole</em>, da intendere come “eloquio”, come atto linguistico, discorso indirizzato a qualcuno in un determinato contesto. Per la Stein come per Ponge non si tratta di spingere il discorso poetico verso misteriosi territori della realtà o verso esperienze ineffabili. È proprio il movimento opposto che interessa loro. Si tratta di rivelare il carattere misterioso dell&#8217;evento linguistico più ordinario. E da qui costruire un&#8217;esperienza nuova della scrittura e del godimento cui essa attinge. Scrive Luigi Ballerini in una nota della sua preziosa antologia poetica della Stein apparsa da Marsilio nel 1998: “La Stein ebbe per le rifrazioni del banale una vera e propria predilezione. Trattò stereotipi e formule fàtiche come Schwitters i chiodi arriginiti o Severini i ritagli di giornale”<a href="#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p>Per meglio muoversi sul terreno del banale, la Stein prima e Ponge più tardi scelgono la scrittura in prosa. La Stein tra poetica dell&#8217;<em>objet trouvé</em>, del <em>ready-made</em> e del cubismo letterario focalizza la sua attenzione sulle infinite virtualità della struttura sintattica, togliendo ovvietà alla frase più semplice (“Tra un momento sorridono tra un momento e un due tre sorridono per un momento tra un momento un sorrisetto con cui sorridere per un momento e quando gli piace che sia com&#8217;è ogni tanto riguardo al tempo in cui con cui sorridono. Certo che può sorridere e ogni sorriso è come e quando è tempo di sorridere”, da <em>Prima che sfiorissero i fiori dell&#8217;amicizia sfiorì l&#8217;amicizia</em><a href="#_ftn4">[4]</a><em>, </em>1931). Quanto a Ponge, il suo principale interesse consiste nello strappare gli oggetti più familiari a quella patina d&#8217;ovvietà (e quindi d&#8217;<em>invisibilità</em>), in cui l&#8217;uso quotidiano e le formule linguistiche abituali li sprofondano. Egli afferma: “Rien n&#8217;est plus réjouissant que la constante insurrection des choses contre les images qu&#8217;on leur impose”<a href="#_ftn5">[5]</a>. E la sua prosa ha come scopo, appunto, di porsi al servizio di questa insurrezione, realizzata dalle cose più umili: il fico secco, il sapone, il pane, la sigaretta, la candela, ecc.</p>
<p>Mi si permetta ora di richiamare il punto di vista di un filosofo che, seppure riflettendo a questioni di natura diversa da quelle qui affrontate, esprime con grande chiarezza come il lavoro sull&#8217;ovvio sia in filosofia – come in arte, aggiungo io – decisivo e particolarmente difficile. Mi riferisco all&#8217;importante libro di <strong>Ferruccio Rossi-Landi</strong> del 1961 dedicato alla formulazione del concetto di “parlare comune”. In <em>Significato, comunicazione e parlare comune</em>, l&#8217;autore notava ad un certo punto:</p>
<p>&#8220;l&#8217;indagine rivolta a ciò che si presenta come ovvio può essere di una difficoltà estrema, giacché la familiarità con l&#8217;ovvio ci tiene per così dire attaccati ad esso, ci impedisce di staccarcene quanto basta per assumere verso di esso un punto di vista descrittivo (ne siamo permeati, ci viviamo in mezzo, non sappiamo liberarcene e decondizionarcene); la storia delle idee in Europa mostra come alcune delle più grandi rivoluzioni intellettuali siano state iniziate proprio in quanto si è riusciti a indagare l&#8217;ovvio: il moto di Galileo, l&#8217;analisi della merce di Marx, i sogni e la psicopatologia della vita quotidiana di Freud, il simultaneo di Einstein sono illustri esempi.&#8221; <a href="#_ftn6">[6]</a></p>
<p>Questo discorso può essere fatto anche per l&#8217;arte e la letteratura. In particolar modo, esso riguarda proprio una famiglia di autori, che pur sparpagliata geograficamente e attiva in momenti diversi, individua nella poesia in prosa l&#8217;occasione per uscire radicalmente dal paradigma lirico, non semplicemente per negarlo o deformarlo, ma per esplorare con nuovi strumenti il regno dell&#8217;ordinario e del banale, sia esso da intendersi come “parlare comune”, come oggetto familiare, o come vita qualsiasi. Anche in Italia esiste un capostipite di questo atteggiamento: <strong>Camillo Sbarbaro</strong>.  Un autore importantissimo, la cui opera purtroppo non ha agito con sufficiente forza sulle generazioni successive di poeti. Già nella prima serie di testi che compongono <em>Trucioli</em>,<em> </em>scritti tra il 1914 e 1918, troviamo tutta una serie di indicazioni eloquenti: “Ma gli aspetti meno notevoli sono quelli che m&#8217;impugnano” o “<em>Si fanno a un tavolo d&#8217;osteria i più meravigliosi viaggi</em>”. Per non parlare di quella frase in apertura di libro che anticipa di un trentennio la poetica pongiana: “<em>Aspetti di cose mi toccano come nessun gesto umano potrebbe</em>”. Si ricordi cosa scrive Ponge, sempre in <em>Méthodes</em>:</p>
<p>&#8220;Tous les livres de la bibliothèque universelle depuis des siècles traintent de l&#8217;homme, de la femme, des rapports entre les hommes et les femmes (&#8230;). Souhaitons donc, une fois seulement, quelque chose de profondément respectueux, simplement un peu d&#8217;attention, de pitié peut-être ou de sympathie, pour ces rangs, ces rangées de choses muettes (&#8230;).&#8221;<a href="#_ftn7">[7]</a></p>
<p>L&#8217;intera opera di Sbarbaro, d&#8217;altra parte, è proprio un monumento alla “pietà” e alla “simpatia” per l&#8217;oggetto muto e umile. Si metta a confronto con il programma di Ponge appena evocato, questa descrizione tratta da uno dei primi paragrafi di <em>Trucioli</em>: “Accendo il gas e dal nero calice di ghisa mi si sprigiona sotto gli occhi un ronzante fiore di fuoco. Ha forma di ninfea: due corolle, l&#8217;una nell&#8217;altra; l&#8217;esterna, fluida, di petali lilla, percorsi a tratti dall&#8217;oro della fiamma; l&#8217;altra di linguette, fisse e vivide come làmine, d&#8217;una tinta fra il topazio e il verderame”.<a href="#_ftn8">[8]</a> Una cosa appare adesso chiara: la forza del testo di Sbarbaro, lo splendore della sua parola, è inversamente proporzionale alla nobiltà del suo oggetto. La sua lingua risalta quanto più il suo oggetto è privo di tutti i caratteri che normalmente suscitano l&#8217;attenzione poetica. E questo perché, innanzitutto, la sua parole ci rivela un mondo che era sotto i nostri occhi, ma che <em>non vedevamo</em>. Qui la parola non giunge laddove una stratificazione di discorsi poetici e letterari l&#8217;ha preceduta. La parola non si apre la strada, per l&#8217;ennesima volta, tra il repertorio di descrizioni della “rosa”. Essa si avventura in un territorio deserto, sgombro da ogni esercizio di stile, nel silenzio dei nostri gesti quotidiani, guidati da necessità pratiche (l&#8217;accensione e lo spegnimento del fornello a gas). Nonostante le distanze d&#8217;epoca e cultura, allora, troviamo ancora una volta una costellazione di elementi che vanno quasi a definire i tratti tematico-formali di un genere: la prosa intesa come prosecuzione della poesia con altri mezzi, la fascinazione per il banale e l&#8217;ordinario, la prevalenza del mondo oggettuale su quello umano.</p>
<p><em>5. L</em><em>&#8216;invenzione della frase</em></p>
<p>Anche in<strong> Nathalie Quintane</strong> è riscontrabile la lezione della Stein e di Ponge. Il suo libro d&#8217;esordio, <em>Remarques</em>, è del 1997. Ad una prima occhiata si potrebbe avere la sensazione di essere confrontati a dei versi, ma ci si rende presto conto che si tratta di frasi isolate, sospese nel bianco della pagina. La disposizione delle parole richiama l&#8217;organizzazione grafica della poesia, solo per smentire immediatamente ogni intento lirico. La rottura dell&#8217;aspettativa è tanto più efficace, in quanto la poesia che presenta versi isolati è frutto di un&#8217;opzione stilistica precisa, spesso legata a tradizioni orfiche, all&#8217;idea dell&#8217;immagine baluginante, improvvisa, ricca di ambiguità e di potenza metaforica. Ora Quintane rovescia tutti i luoghi comuni legati alla nominazione poetica, alla parola disarticolata che affiora dal silenzio, all&#8217;indecifrabilità dell&#8217;evocazione lirica, per esporre all&#8217;attenzione del lettore frasi di senso compiuto, tratte da contesti impoetici e banali, ma che si rivelano particolarmente enigmatiche o sorprendenti: “En balayant, on fait l&#8217;expérience concrète de la superficie”, “Une maison qui s&#8217;effondre est la même maison, dans un autre ordre”, “Si on abat une cloison entre un salon et une chambre, que reste-t-il: le salon, ou la chambre?”, ecc. Ancora una volta, è la frase, non il verso, a costituire il motore della perdita d&#8217;ovvietà del quotidiano. Ma il quotidiano ancor prima di essere un&#8217;esperienza interiore, un vissuto individuale, è costituito da un patrimonio di frasi fatte, su cui la Quintane va ad agire producendo piccoli spostamenti dai grandi effetti semantici.</p>
<p>Questa strategia si radicalizzerà con il suo secondo libro, <em>Chaussure</em> (1994). Qui si manifesta, assieme all&#8217;insorgenza pongiana dell&#8217;oggetto muto e trascurato, anche un&#8217;ironia metafisica, che proprio sulla familiarità (apparente) con il mondo fa leva per mettere a distanza abitudini linguistiche e mentali. La struttura frammentaria del libro segue la logica delle prese parziali e costantemente rinnovate, senza che vi sia un&#8217;architettura argomentativa di tipo saggistico che governa la progressione del discorso verso un suo compimento. Ma questi frammenti non possiedono neppure nessuna incompiutezza lirica, si tratta piuttosto di note sparse, in cui prevale costantemente il salto di tono e di registro, il cambio di prospettiva, lo slittamento dalla superficie alla profondità. Se dunque non sono pagine di poesia, quelle della Quintane, non sono neppure brillanti pagine saggistiche, piene di richiami eruditi, o di osservazioni eleganti, che tentano d&#8217;intrecciare patrimonio letterario e vita vissuta con l&#8217;intento di mantenere una continuità di stile nello snodarsi anche più erratico del pensiero. Dalla poesia, Quintane trae comunque la diffidenza rispetto al <em>conforto della continuità</em>, continuità nella concatenazione concettuale e continuità di tono, che sono generalmente ricercate nelle forme di scrittura saggistica. Riporto qualche passaggio del libro:</p>
<p>&#8220;Dans un soulier pénètre peu la lumière.</p>
<p>(L&#8217;intérieur du soulier est obscur, car son ouverture a une dimension à peine supérieure à la circonférence de la cheville.)</p>
<p>Le fonde de la botte est encore plus noir.</p>
<p>Ainsi, mes pieds logent dans un lieu sombre et rigide, qui ne voit pas la lumière.</p>
<p>Bien qu&#8217;en réalité je ne puisse voir l&#8217;intérieur de mes chaussures, une fois qu&#8217;elles sont chaussées, j&#8217;imagine qu&#8217;il y règne un noir presque parfait.&#8221;<a href="#_ftn9">[9]</a></p>
<p>Anche soltanto in questo breve estratto è percepibile il modo di lavorare della Quintane, che dalla constatazione più banale, procede ad allargare il raggio dell&#8217;attenzione e della riflessione, finendo per lasciare emergere una cosmologia minore, clandestina, non priva di una sua inaspettata bellezza.</p>
<p>Ad oggi, Quintane ha pubblicato una dozzina di libri, ognuno dei quali su un tema diverso.  Ad ogni nuovo tema, che sia la figura di Giovanna d&#8217;Arco in <em>Jeanne Darc </em>(1998), il romanzo adolescenziale in <em>Antonia Bellivetti</em> (2004) o l&#8217;ingombrante ricordo del passato coloniale algerino in <em>Grand ensemble</em>, la scrittrice sembra costruire un genere peculiare, adattando al suo oggetto l&#8217;uso del linguaggio, dei procedimenti narrativi, della disposizione dei materiali. Quintane ironizza sullo stile individuale, sullo “stile d&#8217;autore” considerato come un marchio di qualità. Ciò che conta, per lei, è l&#8217;ottenimento di un punto di vista inusuale su quanto è più prossimo e familiare. E questo implica, da un lato, lavorare su modelli saggistici, narrativi, di <em>reportage </em>giornalistico, per smontarli, travisarli o esasperarli. Come ho già detto, a farla da padrone è quell&#8217;ironia metafisica che la Quintane ammira nel <em>Jacques le fataliste</em> di Diderot e che si accompagna a variazioni su registri comici o sarcastici. Oltre, però, a questo continuo distanziamento di fronte alle pretese sia del genere istituzionale che del talento individuale, Quintane opera sulla struttura della frase, sulla sintassi. È infatti a questo livello che si concentra il lavoro peculiare dell&#8217;autrice. Non è un caso che <strong>Pierre Alferi</strong>, anch’egli poeta e quasi coetaneo della Quintane, in un saggio teorico del 1991 intitolato <em>Chercher une phrase</em> (Louis Bourgois, 1991), avesse messo a fuoco l&#8217;importanza dell&#8217;invenzione sintattica rispetto a preoccupazioni di altro tipo (metriche per i poeti, d&#8217;intreccio narrativo per i romanzieri).</p>
<p>&#8220;La letteratura non ha come compito l’imitazione di qualcosa – nemmeno la “rappresentazione di se stessa”. (…) Il solo compito della letteratura sta nell’inventare delle nuove forme sintattiche, delle nuove organizzazioni ritmiche, nell’estensione del linguaggio. Il dire, in questo senso, non lascia più spazio al fantasma dell’indicibile; quest’ultimo, come l’orizzonte, retrocede ad ogni frase.&#8221;</p>
<p>Ogni libro della Quintane, allora, diviene un esercizio di estensione del dicibile, che non implica  però una gerarchia tra una lingua <em>superiore </em>– più<em> </em>“essenziale” o “espressiva” – e una lingua <em>inferiore –</em> piatta, densa di stereotipi, funzionale alla pura comunicazione. L&#8217;efficacia della sua prosa è dovuta alla frizione, al salto, al continuo <em>shock </em>che si realizza accostando lingue <em>diverse</em>. La purezza stilistica di un registro classico o la potenza stilistica di un registro barocco non costituiscono dei valori in sé, ma solo <em>in relazione</em> a registri diversi con i quali entrano in conflitto, da quello basso-comico dell&#8217;oralità giovanile di strada a quello freddo dell&#8217;analisi scientifica. Pur considerando che non esistano valori assoluti, Quintane non si riduce al <em>pastiche</em> secondo una certa opzione postmodernista. La confusione delle lingue e dello stile o il riuso ideologicamente “neutrale” di generi della tradizione letteraria sono estranei al suo lavoro, che trae forza semmai dall&#8217;impossibilità di armonizzare lingue e stili, giocandoli uno contro l&#8217;altro. Nessuna euforia iperletteraria nei suoi libri, nessuna “parodia bianca” – secondo la definizione che Fredric Jameson dà del <em>pastiche</em>. Una dimensione polemica, propria dell&#8217;autentica parodia, attraversa l&#8217;intera opera della Quintane, e rimanda all&#8217;inevitabile carattere ideologico che ogni forma letteraria porta con sé. In lei, la lingua comune demistifica la lingua letteraria e viceversa, in un continuo operare per  distanziamenti e scarti. Ed è dunque attraverso quest&#8217;andatura altalenante, per diversioni tematiche e contrapposizioni di registri, incespicando continuamente nelle proprie forme provvisorie e mutevoli, che la sua prosa amplia lo spettro del dicibile.</p>
<p><em>5. La grammatica dell&#8217;idiozia</em></p>
<p><em> </em>La prosa di <strong>Tarkos</strong> sembra interessata, a differenza di quella della Quintane, ad una sorta di continuità ossessiva e martellante: come se l&#8217;enunciazione fosse sottoposta ad un principio d&#8217;inerzia, tale da non potersi concludere una volta che sia stata avviata. Gli enunciati paiono susseguirsi con   l&#8217;intento di non interrompere il flusso della voce o del serpente tipografico, per prolungare indefinitamente l&#8217;atto del dire, l&#8217;accadere della frase, il suo ripresentarsi variando e risolvendosi in altra frase. Quando l&#8217;enunciato o la serie di enunciati che costituiscono un blocco di testo, un paragrafo, infine si arrestano, non si tratta di una conclusione, di un senso compiuto e realizzato, ma di un esaurimento dello slancio, come se forze contrarie avessero alla fine frenato il moto tendenzialmente perpetuo della frase. I testi di Tarkos si costruiscono secondo una <em>dinamica </em>dell&#8217;enunciazione: non vi è mai uno specifico “voler dire”, l&#8217;intenzione di produrre un significato o di usare la lingua per parlare del mondo o del vissuto. Ciò che davvero conta è la manifestazione della <em>forza</em> del dire, che va inteso qui come evento del mondo, evento materiale, che si snoda e realizza nella propria sostanza linguistica, ad un tempo puramente sonora e semantica. Non vi è una storia da raccontare né un io che si deve esprimere, ma vi è un&#8217;enunciazione da prolungare, una lingua da far vivere, da mettere in moto, da lanciare in una direzione piuttosto che in un&#8217;altra. Parlare, e riprodurre la parola orale sulla pagina, sono innanzitutto operazioni <em>energetiche</em>, operazioni che implicano la circolazione di una certa energia attraverso l&#8217;uso della parola<a href="#_ftn10">[10]</a>. Questo non deve far pensare che Tarkos sia particolarmente interessato a quei procedimenti di matrice avanguardista finalizzati alla frantumazione sintattica e alla distruzione del significato nell&#8217;intento di sovvertire la lingua sclerotizzata della comunicazione sociale. Questa atteggiamento, infatti, implica un esodo troppo repentino dalla lingua comune e dal suo patrimonio di stereotipi. In essa bisogna invece indugiare, inoltrarsi, senza abbandonarsi all&#8217;urgenza di stravolgerne la sintassi. La banalità della lingua deve essere accolta, in prima istanza, in quanto la frase più semplice e comune può scatenare un processo imprevisto, tra variazioni ed invenzioni.</p>
<p>Due sono i caratteri salienti della prosa di Tarkos: la pura musicalità o plasticità (il testo non insegna e non informa, viene scritto per essere “eseguito”, letto o ascoltato come sequenza sonora, grafica), il trascorrere dei significati (i significati emergono e si susseguono in continuazione, ma come una serie di motivi divergenti che mai si organizzano in un tema organico, un&#8217;area semantica coerente). Predominano effetti di accelerazione o indugio, a seconda dell&#8217;articolazione più o meno complessa della sintassi; effetti d&#8217;ispessimento o rarefazione, tramite variazioni tipografiche, mobilità delle spaziature, blocchi di testo di diversa lunghezza, atomizzazione delle componenti grammaticali.</p>
<p>In Tarkos è possibile individuare una molteplice eredità letteraria, ma non come nelle opere degli epigoni, in cui sono rintracciabili ma diminuite di forza le caratteristiche dei precursori. Un intreccio vario d&#8217;influenze sembrano aver generato in lui una sintesi inedita e estremamente vitale. Possiamo, innanzitutto, cogliere la lezione della poesia sonora e, seppure in proporzione minore, quella della poesia visiva. I testi di Tarkos nascono fortemente caratterizzati da una modalità “orale”. Egli concepisce inizialmente i suoi testi come un canovaccio, una sorta di organismo elementare da disaggregare e ricomporre, amplificare e sviluppare nel corso della lettura. Se il momento della scrittura può inevitabilmente essere influenzato dall’esperienza (l’ascolto della frasi fatte, delle formule ricorrenti, ecc.) e fissare su carta un materiale linguistico qualsiasi, il momento della lettura diventa l’occasione di un corpo a corpo con i limiti della sintassi. Non si tratta di dare sviluppo lirico e narrativo ad una frase semplice, ma di creare a partire da essa una lingua “parallela”. L’espansione del dicibile deve realizzarsi attraverso il già-detto. È l’opposto di quanto avviene nei tanti poeti ossessionati dall’indicibile. Tarkos libera possibilità inedite di dire, muovendo dalle frasi più trite. Riconosciamo qui la passione di Gertrude Stein per le virtualità offerte dalla combinatoria sintattica. Non è un caso che una figura ricorrente in Tarkos sia il polittoto (“le pot a ruisselé ruissellait ruisselle” o “Je vais t&#8217;aimer d&#8217;un amour amoureux”).</p>
<p>Il gioco di “esaurimento” delle virtualità sintattiche di una frase semplice richiama una celebre analisi di Deleuze dell’opera di <strong>Beckett</strong>. In <em>L’Épuisé</em> (in Samuel Beckett, <em>Quad, et autres pièces pour la télévision</em>, Minuit, 1992), Deleuze coglieva nell’invenzione sintattica una chiave di volta dell’<em>opus </em>beckettiano, ma anche della grande letteratura in genere. Da <em>Watt</em> sino alle prose brevi degli anni Ottanta, Beckett è un maestro degli effetti di sintassi, che acquisiscono un ruolo sempre maggiore nella sua opera. Per inciso, vale la pena sottolineare che il lavoro sulla struttura della frase porta non solo poeti, ma anche romanzieri come Beckett, ad uscire da una forma codificata di genere, per approdare ad una prosa breve come genere intermedio tra la poesia lirica e la narrazione. Ma vi è un altro elemento che in Tarkos richiama l&#8217;opera beckettiana. Nella <em>Trilogia </em>romanzesca, Beckett sperimenta le possibilità elocutorie dei suoi personaggi dementi, creando un effetto estremamente comico dal contrasto tra l&#8217;apparato retorico sofisticato e la futilità o la scurrilità degli argomenti a cui si applica. Sappiamo poi come nell&#8217;<em>Innominabile</em>,<em> </em>l&#8217;ultimo romanzo  della <em>Trilogia</em>, il personaggio demente venga del tutto cancellato per dare spazio unicamente alla sua torrenziale vociferazione.</p>
<p>Nei testi di Tarkos, noi troviamo traccia di questa <em>voce idiota</em>, che s&#8217;inoltra nella lingua come in una materia densa, da percorrere e agitare senza un piano preciso, senza un&#8217;intenzione architettonica, un bisogno espressivo determinato. I vertici tragicomici, però, così come le continue oscillazioni tra gli estremi del sublime e del grottesco, che tanto caratterizzano la prosa beckettiana, sono elementi del tutto assenti in Tarkos. Quest&#8217;ultimo privilegia semmai l&#8217;esplorazione dell&#8217;ovvio, come già la Quintane, ma in modo più impulsivo, infantile, allucinatorio. La “voce idiota”<em> </em>è sintagma da intendere in senso etimologico, ossia voce di colui che è <em>escluso</em> dalla piena competenza linguistica del parlante, in seno all&#8217;universo della comunicazione pubblica. Questa esclusione è un&#8217;esteriorità al linguaggio, che permette alla voce idiota di prendere ogni volta la parola, su un motivo qualsiasi, per farsi condurre da esso fino all&#8217;esaurimento di ogni combinazione, catalogazione, variazione possibile. Leggiamo in <em>Processe</em> (1997), ad esempio, cosa può trarre Tarkos da un motivo assai abusato come l&#8217;acrobata:</p>
<p>&#8220;Boy saute en l&#8217;air et fait des pirouettes et des simagrées, grimace et se cache derrière ses yeux qu&#8217;il rend globuleux, tourne sur lui-même, autour de la table, autour de sa main et sa main autour de sa tête et ses pieds sur eux- mêmes, sort sa langue et tire sa langue et montre sa langue et fait le bruit d&#8217;un moteur avec ses lèvres pour grimacer à nouveau et marcher comme un canard nage sur l&#8217;eau et comme une grenouille saute dans l&#8217;eau et comme un crabe marche sous l&#8217;eau et comme un pingouin sur la neige et dit je suis l&#8217;ours polaire puis applaudit en otarie avant de s&#8217;élancer en hauteur en lançant une jambe puis l&#8217;autre sur le côté et en faisant s&#8217;entrechoquer ses pieds en l&#8217;air avant de retomber pour faire des calquettes un quart d&#8217;heure.<a href="#_ftn11">&#8220;[11]</a></p>
<p>Qui abbiamo un chiaro esempio di come un singolo atto d&#8217;enunciazione, una frase che si apre con una maiuscola e si chiude con un punto, sia prolungata per otto righe prima di concludersi. Nell&#8217;inventario della gestualità dell&#8217;acrobata, che è già una parodia dell&#8217;autentica arte acrobatica, s&#8217;inserisce poi, divergente, un bestiario. E sono questi repentini passaggi tra universi figurativi remoti tra loro che costituiscono il pregio della prosa di Trakos, in cui fluidamente trascorrono motivi eterogenei, come in una specie di universo bruniano dove ogni punto può essere centro e periferia, pretesto o tema specifico, primo piano o sfondo, in un continuo annullamento delle gerarchie.</p>
<p><em>6. Scorcio italiano</em></p>
<p>La poesia in prosa, dunque, da circa vent&#8217;anni costituisce in Francia l&#8217;ambito di una sperimentazione letteraria innovativa, che non presenta grandi somiglianze con i tanto celebrati poeti che, in Italia, s&#8217;incamminano <em>verso </em>la prosa. Se vi sono casi come quello di <strong>Valerio Magrelli</strong> (<em>Nel condominio di carne</em>, 2003), in cui l&#8217;abbandono del verso ha suscitato un ampliamento e un&#8217;intensificazione delle possibilità espressive, una loro maggiore efficacia, a fronte sopratutto delle immediatamente precedenti o successive prove poetiche, vi sono anche casi in cui la scelta della prosa segna una sorta di regresso. Mi sembra si possa dire questo, ad esempio, di <em>Cronaca perduta</em> (2006) di <strong>Tiziano Rossi</strong>, il cui andamento descrittivo e prosastico, nei libri in versi, è felicemente contrastato dalle interruzioni strofiche, da interpolazioni improvvise, da discontinuità oniriche. Ora, in <em>Cronaca perduta</em> appare, invece, fin troppo evidente e programmatico la tensione stilistica a fronte appunto di “cronache”, il cui blando copione si vuole riscattare ad ogni frase. Discorso a parte andrebbe poi fatto per <strong>Angelo Lumelli</strong>, poeta assai trascurato dalla critica anche perché assai appartato nell&#8217;ambiente poetico. Le prose senza punteggiatura di <em>Seelenboulevard</em> (1999) richiamano esperimenti degli anni Settanta, e un&#8217;istanza enunciativa che ha i tratti generali del monologo interiore-flusso di coscienza. Ma proprio per questo sarebbe interessante un raffronto tra il lavoro di Lumelli e quello dei francesi già citati, che appartengono alla generazione successiva.</p>
<p>Le vere novità, però, sulla poesia in prosa in Italia, mi sembrano venire da autori più giovani. Ne cito solo tre, di cui conosco bene il lavoro, e che stanno elaborando modalità e itinerari di grande interesse. Si tratta di <strong>Gherardo Bortolotti</strong>, di <strong>Alessandro Broggi</strong> e di <strong>Marco Giovenale</strong>. Innanzitutto, per tutti e tre, la scrittura è concepita nell&#8217;ottica delle “arti poetiche” ben più che in quella della lirica moderna. Per Bortolotti è essenziale la forma saggistica e il patrimonio dei linguaggi tecnici, per Broggi l&#8217;arte concettuale, per Giovenale il va e vieni tra testo, fotografia, poesia visiva. Per tutti la frequentazione di una certa poesia francese e statunitense è stata fondamentale per abbordare la prosa, eludendo qualsiasi tentazione lirica.</p>
<p>Bortolotti è una sorta di indagatore dei resti, dei residui biografici, non tanto dei pezzi di “lingua morta” di cui parlava Cadiot, ma dei pezzi di <em>tempo morto</em>. I suoi testi si presentano in forma seriale, che abolisce in realtà qualsiasi idea di intreccio, sviluppo narrativo, <em>explicit</em>. Si tratta  di<em> </em>frammenti ordinati secondo una numerazione progressiva, di lunghezza variabile, dalla semplice frase alla dozzina di righe. In queste biografie seriali avviene una sorta di rovesciamento: a farsi resto è l’esistenza stessa, con tutte le sue “grandi questioni”, mentre l’automatismo delle abitudini, il tremolìo delle immagini artificiali e l’alone ideologico delle merci occupa interamente il campo. Così, in <em>Tecniche di basso livello</em> (in uscita presso Lavieri, 2009).</p>
<p>&#8220;<strong>114.</strong> Ragionando sull’esaurimento delle risorse energetiche, <strong>bgmole</strong> andava in ufficio, superando un breve interregno tra il suo tempo libero e l’orario salariato. Il tragitto completava un brevissimo ciclo formativo che, partendo dal suono della sveglia, lo riaddestrava ogni giorni ai termini della vita adulta e del lavoro.</p>
<p>115. Scegliendo capi o accessori d’abbigliamento, mancavamo il centro del nostro gusto privato e, spesso, ci trovavamo ad indossare scarpe od occhiali da sole che ci tenevano in disparte, come parenti poveri. Vestiti da padroni affollavamo le birrerie dell’hinterland. Ai matrimoni, ci aggiravamo come guardie del corpo, chiamando amici assenti con cellulari tribanda.&#8221;</p>
<p>Quanto a Broggi, egli produce due tipi di testi: quartine secondo una logica seriale e combinatoria, e prose brevi. In entrambi i casi, un&#8217;interesse per l&#8217;<em>anodino</em>, che ne testi in prosa si traduce in dialoghi, iponarrazioni, resoconti telegrafici. Più di tutti, Broggi si pone l&#8217;obiettivo di ridurre gli effetti stilistici al grado zero. Ancora una volta l&#8217;efficacia dell&#8217;operazione poetica non è da ricercare prevalentemente nella maestria stilistica o lessicale, ma in quella architettonica (tagli, accostamenti, prelievi), che opera su materiali esplicitamente extraletterari. L&#8217;informazione più povera e ripetitiva, allora, se tolta dal suo tessuto abituale, rivela aspetti inquietanti, enigmatici, rinvia all&#8217;enorme scarto che sussiste tra i significati locali e parziali, e l&#8217;orizzonte di senso globale delle nostre vite. Ed ecco, allora, che il resoconto più piatto, opportunamente isolato e reso nitido, può suscitare tutta una serie di sorprese – e non sempre buone. Si legga dai <em>Quaderni aperti </em>(in <em>Nono quaderno italiano</em>, Marcos y Marcos, 2007):</p>
<p>&#8220;SITUAZIONE</p>
<p>I.</p>
<p>Dico quello che penso, tu appartieni a me. Quando sono con te la vita mi sembra più intensa, le cose mi vanno bene. Quando vuoi qualcosa lo voglio anch’io. Quando ti ho invitato, hai accettato subito. Oggi quasi tutti sanno perché vale la pena stare al mondo. La gente va avanti. È già qualcosa.</p>
<p>II.</p>
<p>Non voglio farlo più questo gioco, ho capito subito che era un errore. Vengo trattata con troppo distacco. Sei contento adesso? quello che dici non mi interessa. Sono stati i miei giorni più infelici. Ne ho avuto abbastanza.&#8221;</p>
<p>Marco Giovenale, infine, pur essendo da anni impegnato in un esercizio della versificazione innovativo e sofisticato, ha introdotto nel suo ultimo libro di versi (<em>La casa esposta</em>, Firenze,<em> </em>Le Lettere, 2007) un&#8217;intera sezione in prosa <em>Tranne un oggetto</em>. Giovenale, nei suoi paragrafi compatti, attraverso la tecnica sistematica del montaggio, ci fa fare l&#8217;esperienza del discorso come <em>stock</em>, accumulo, disponibilità di senso, più o meno inerte, più o meno significativo. In questo sedimentarsi tendenzialmente asintattico, le singole frasi eccedono sempre la fisionomia semantica del discorso, così come le singole parole in una frase eccedono la possibilità di assegnare ad essa un significato preciso. Ma il montaggio, con il suo lavoro d&#8217;interpolazione e disarticolazione, non è un semplice espediente di sottrazione del <em>senso</em>. Anche in forma di puro deposito, di latenza, rispetto all&#8217;uso che se ne potrebbe fare, il discorso e le sue singole componenti <em>chiamano</em> costantemente un senso, rinviano a campi semantici virtuali ma onnipresenti, si caricano di valori semantici comunque. Allora l&#8217;esperienza che forse Giovenale compie, e fa compiere al suo lettore, è quella di un&#8217;impossibile fuoriuscita dall&#8217;universo dei significati, in un mondo che produce vertiginosamente e accumula informazioni, discorsi, saperi. Il mondo è dentro questa morsa di parole e frasi, che anche atomizzate veicolano uno spettro di senso, e pare esercizio impossibile ritrovare quel “regno muto delle cose”, a cui Sbarbaro e Ponge tanto aspiravano. In compenso un sordo dolore tutto <em>umano</em> pare innervare questi depositi verbali, anche i più opachi e caotici.</p>
<p>Dalla sezione citata de <em>La casa esposta</em>:</p>
<p>&#8220;io ne ho sei, preme la N ma non esce niente. come ti chiami? alessio ma non funziona. quello che ha desidera. martirio marito mesto. gruppi diretti nello stesso posto. gruppi di quaranta senza avvisi, senza avvocati o avvertimenti, garanzia, polizze. le giacche da contadino, che covano. senza lavoro, se lavora è anche peggio. si china per vedere questa lingua strana che cos&#8217;è che dice, nelle tabelle del bus, dov&#8217;è, dov&#8217;è diretto, chi entra ora, dove scendere, e perché&#8221;</p>
<p>Vi è dunque anche da noi una pratica della poesia in prosa, e che si discosta da eredità esclusivamente italiane, per nutrirsi delle riflessioni teoriche e delle opere prodotte in altre lingue e paesi. Se mi sembra opportuno cominciare un&#8217;esplorazione critica di autori quali Bortolotti, Broggi e Giovenale, per citare alcuni tra i più validi, è però importante conoscere più approfonditamente l&#8217;evoluzione della poesia francese degli ultimi vent&#8217;anni. È dunque in quest&#8217;ottica comparativa che ho proposto questa prima ricognizione della poesia in prosa in Francia.</p>
<p><em>[Questo saggio è scomparso su una fantomatica rivista "Trivio", numero zero, di un fantasmatico editore partenopeo.]</em></p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Francis Ponge, <em>Méthodes</em>, Paris, Gallimard, 1961, pp. 41-42.</p>
<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> Francis Ponge, <em>Pour un Malherbe</em>, <em>op. cit.</em>, p. 204.</p>
<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> Gertrude Stein, <em>La sacra Emilia e altre poesie</em>, a cura di Luigi Ballerini, Venezia, Marsilio, 1998, p. 29.</p>
<p><a href="#_ftnref4">[4]</a><em> Ivi</em>, p. 303.</p>
<p><a href="#_ftnref5">[5]</a> Francis Ponge, <em>Méthodes</em>, <em>op. cit.</em>, p. 304.</p>
<p><a href="#_ftnref6">[6]</a> Ferruccio Rossi-Landi, <em>Significato, comunicazione e parlare comune</em>, Venezia, Marsilio, 1998, p. 56.</p>
<p><a href="#_ftnref7">[7]</a> Francis Ponge, <em>Méthodes</em>, <em>op. cit.</em>, p. 275.</p>
<p><a href="#_ftnref8">[8]</a> Camillo Sbarbaro, <em>L&#8217;opera in versi e in prosa</em>, Milano, Garzanti, 1999 e 2001, p. 131.</p>
<p><a href="#_ftnref9">[9]</a> Nathalie Quintane, brani di <em>Chaussure</em> (P.O.L., 1997) in <em>Pièces détachées. Une anthologie de la poésie française aujourd&#8217;hui</em>, a cura di Jean-Michel Espitallier, Paris, Pocket, 2000, pp. 37-38.</p>
<p><a href="#_ftnref10">[10]</a> Ovviamente, Tarkos giunge dopo Denis Roche, e in qualche modo si può pensare che porti a compimento un processo già avviato da Roche. Sulla “dinamica” dell&#8217;enunciazione in Tarkos, si pensi a quanto scrive Roche: “Récupérer l’idée de scansion. Celle-ci ne serait plus l’art d’évaluer le mesure de vers, dans leurs quantités (latines) ou dans leurs syllabes (françaises), mais la science par tous les moyens des modes d’alternances pulsionnels (la pulsion pouvant désigner <em>l’unité d’énergie dans le poétique</em>)” in Denis Roche, prefazione a <em>Éros énergumène</em>, Paris, <em> Tel Quel</em>, 1968; Gallimard, Poésie, 2001, pp. 15-6.</p>
<p><a href="#_ftnref11">[11]</a> Christophe Tarkos, <em>Écrits poétiques</em>, Paris, P.O.L., 2008, p. 133.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/poesia-in-prosa-una-ricognizione-in-terra-di-francia-2/">Poesia in prosa e arti poetiche. Una ricognizione in terra di Francia (2)</a></p>
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		<title>Passi nella poesia francese contemporanea. Resoconto di un attraversamento (2)</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 07:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Presento qui un intervento apparso su "Poesia 2007-2008. Annuario" a cura di Paolo Febbraro e Giorgio Manacorda. L'ho diviso in tre parti. Nella <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/02/passi-nella-poesia-francese-contemporanea-resoconto-di-un-attraversamento-1/">prima parte</a>, sopratutto documentaria, si guarda alla ricezione in Francia della poesia italiana contemporanea e si documenta un dialogo particolare, di un gruppo di amici poeti e traduttori, con una certa poesia francese.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/06/passi-nella-poesia-francese/">Passi nella poesia francese contemporanea. Resoconto di un attraversamento (2)</a></p>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong><br />
<em><br />
4. Ponge, Beckett e la questione dei generi</em></p>
<p>Ho citato in precedenza una serie di autori francesi che alcuni poeti giovani stanno traducendo in questi anni in italiano o che, comunque, costituiscono un punto di riferimento importante per il loro percorso poetico. Ora mi soffermerò in modo particolare su alcuni di essi, cercando di mostrare quali aspetti della loro scrittura possono risultare per noi degni d’interesse. Per prima cosa, però, vorrei fare il punto sullo stato della nostra conoscenza della poesia francese contemporanea. Mi accontenterò di utilizzare il questionario che proprio «Po&#038;sie» ha sottoposto ai poeti italiani viventi, laddove si indaga dei loro rapporti con la poesia francese. Se escludiamo i riferimenti ai padri della lirica moderna francese del XIX secolo, i nomi che ritornano più spesso sono Char, Michaux, Ponge, Bonnefoy, Jaccottet, e più raramente o una volta sola Noël, Maulpoix, Bosquet, Deguy, Guillevic, Alferi, Du Bouchet. Tranne gli ultimi tre, tutti gli altri autori sono stati più volte tradotti e pubblicati in volume in Italia. Questo significa, però, che l’attuale panorama della poesia francese visto dai poeti italiani è perlomeno fossilizzato: i poeti meno tradotti sono poco conosciuti, e quelli non tradotti, sono quasi del tutto sconosciuti. Anche in questo caso, dobbiamo concludere che o soltanto i poeti viventi oggi tradotti rappresentano la poesia francese, oppure intere zone delle “arti poetiche” francesi sono lasciate in ombra.<br />
<span id="more-16397"></span><br />
Per illuminare alcuni di questi paesaggi, dobbiamo tornare a <strong>Ponge</strong> e ripartire da lui. Ponge è senz’altro conosciuto in Italia, ma in definitiva è stato tradotto poco. E quanto esiste non è minimamente proporzionale alla sua importanza nella poesia francese del secolo scorso, importanza che non ha fatto che crescere dalla sua morte, avvenuta nel 1988. (In Italia, <em>Vita del testo,</em> un’edizione curata da Bigongiari per Lo Specchio e apparsa nel 1971, è ormai introvabile. Rimane disponibile solo l’edizione einaudiana del<em> Partito preso delle cose</em> a cura di Jacqueline Risset del 1979. E per gli amatori, due testi pubblicati per le Edizioni l’Obliquo, in una sessantina di esemplari: <em>Testo sull’elettricità</em> nel 1997 e <em>Il sole in abisso</em> nel 2003).</p>
<p>	Non è mia intenzione presentare in poche righe una figura come Ponge, che ha attraversato l’intero XX secolo, accostandosi alle esperienze artistiche e politiche più decisive, ma conservando sempre un’indipendenza estrema di percorso e pensiero. Da Braque ai surrealisti, dalla rivista «Tel Quel» di Sollers negli anni Sessanta a «TXT» di Christian Prigent all’inizio degli anni Settanta, Ponge è presente, ma sempre come interlocutore curioso e critico, pronto immediatamente a fare un passo indietro, o a denunciare esplicitamente ogni tipo di dogmatismo intellettuale ed estetico. Ovunque c’è un’esigenza risoluta di mettere in questione forme ed idee ereditate, Ponge si affaccia, ma pronto a ritrarsi appena le posizioni s’irrigidiscono e acquistano il carattere indiscutibile delle credenze religiose. Non esiste in lui un pregiudizio nei confronti delle avanguardie e delle correnti che ad esse si rifanno. Delle avanguardie Ponge condivide il rifiuto della tradizione letteraria con il suo corredo di convenzioni sedimentate. Ma in modo altrettanto radicale rifiuta quel tipo di costruzione dottrinaria, che le avanguardie usano per garantire la loro prassi artistica, che per Ponge rimane sempre <em>non garantita</em>. Tanto meno Ponge può sopportare ogni volontaristico rinvio ad un uomo nuovo, ad un mondo liberato e utopico. Questo fa di lui una figura intellettuale anomala, difficilmente collocabile tra le posizioni canoniche del conservatore e del progressista.</p>
<p>	Per la sua visione telescopica delle civiltà umane, coinvolte in una successione di cicli che comportano sempre tre fasi – sperimentazione e innovazione, cristallizzazione dogmatica, decadenza e dissoluzione – Ponge potrebbe essere avvicinato a <strong>Robert Musil</strong>. Per altri aspetti, considerando l’operazione di decentramento che egli fa dell’essere umano, subordinandolo al mondo naturale e alla sua impenetrabile estraneità, Ponge ricorda <strong>Leopardi</strong>. Da queste premesse, consegue anche una certa idea del poeta, ben espressa in questo passo di <em>Il mondo muto è la nostra sola patria</em> (1952):</p>
<p>I poeti non devono in nessun modo occuparsi delle loro relazioni umane, ma di sprofondare nel trentaseiesimo piano al di sotto. La società, d’altronde, s’incarica bene di metterveli, e l’amore delle cose ve li tiene; sono gli ambasciatori del mondo muto. Come tali, balbettano, mormorano, sprofondano nella notte del logos – fino a quando infine si ritrovano a livello delle RADICI, dove si confondono le cose e le formulazioni. (1</p>
<p>Il riferimento al “balbettio” e alla “notte del logos” richiama un nostro poeta, <strong>Andrea Zanzotto</strong>. E molti tratti si potrebbero tirare, per condurre dall’uno all’altro e viceversa. Qui mi concentrerò su un elemento di somiglianza-dissomiglianza. In una nota di <em>Fosfen</em>i (1983), secondo volume della “pseudotrilogia” iniziata con<em> Galateo in bosco</em>, troviamo un’indicazione relativa al termine “Logos”, che ritorna negli ultimi tre componimenti del libro. Scrive l’autore: «Logos: sempre più rimpicciolito , arriva a miniaturizzarsi in alquanto bisbetica indicazione del logaritmo. E con questo valore investe poi nomi, situazioni, sensazioni, li escava o li aggancia». Il logos funge qui da strumento elementare di calcolo, calcolo appunto degli elementi, quelli primi, del paesaggio e dell’umano. Ma esso viene evocato anche in questi termini, nella seconda parte di <em>Tavoli, giornali, alba pratalia</em>, «– come al gettare amo e filo nella neve». Il logos è la pronuncia ridotta e sminuzzata del poeta, che tenta di cucire insieme tutti i più disparati oggetti ed esseri che costituiscono il paesaggio. E affinché ci sia cattura, il logos deve essere indebolito, spogliato di ogni eloquenza, stratificazione concettuale e compattezza sintattica. È riscontrabile in questo atteggiamento un’eco precisa della “notte del logos” di Ponge, con il suo carattere di lingua di “rasoterra” e di “scavo”.</p>
<p>Vi è però una differenza tra Zanzotto e Ponge. Il primo aspira sempre alla totalità, di cui il paesaggio è figura paradigmatica. Una totalità in cui siano compresenti il sublime naturale e la stratificazione storico-culturale. Ma una totalità, anche, in cui cerca di raggrumarsi un io disperso e frantumato, che come un’ombra risorge ad ogni accostamento verso le cose. Proprio in <em>Fosfeni</em>, poi, se ha ragione Fernando Bandini, «logos e natura sembrano associarsi in un patto di lieta alleanza»(2), a confermare l’aspirazione di Zanzotto alla ricostituzione di un’unità tra io e mondo, in cui tutto sia inglobato come per un ricominciamento, per un nuovo avvio.</p>
<p>In Ponge quest’aspirazione alla totalità, al paesaggio come figura unificante di natura e cultura, di io e mondo, non esiste. Essa rappresenta, probabilmente, il portato dell’iniziale ermetismo di Zanzotto, e dell’ingrediente platonico insito in quell’ermetismo. Il materialismo radicale di Ponge non può realizzarsi, in termini poetici, che attraverso delle <em>prese parziali</em>, ma non dello stesso oggetto, come se si trattasse di un itinerario asintotico, in cui la successione di espressioni imperfette finirà per condurre all’espressione compiuta e definitiva. Ciò che interessa a Ponge è semmai il corpo a corpo tra l’espressione e l’oggetto, il gioco di sostituzioni, permutazioni e varianti, le avanzate e i ripiegamenti tattici, le esplorazione preliminari, insomma tutto il lavoro di laboratorio che conduce a un momentaneo compromesso tra poeta e mondo, ossia alla versione definitiva di un testo. Nell’intervento citato, Ponge dice che la poesia «è ciò che non si dà come poesia. È nelle minute accanite di qualche maniaco della nuova stretta». Ed in effetti in Ponge, ad un certo punto, ogni distinzione tra testo e avantesto, scritto preparatorio e versione definitiva, appunti e componimento, viene ad essere cancellata.</p>
<p>Vi è un unico gesto espressivo, che costantemente si rinnova, ma non inseguendo la chimera della totalità, bensì investendo ogni volta un settore determinato e molto circoscritto della realtà (un oggetto d’uso comune, un animale, un minerale). Ma il lavoro di Ponge non si riduce ad una sorta di esercizio dell’attenzione, capace di immergersi nell’oggetto con sguardo innocente. L’innocenza dello sguardo è ottenuta solo attraverso una dissoluzione dello schermo linguistico e culturale, che si è già da sempre frapposto tra l’oggetto e noi. Così si esprime Ponge, in <em>My creative method (1947-1948)</em>:</p>
<p>Per quale ragione le definizioni dei dizionari ci appaiono così penosamente carenti di concretezza, e le descrizioni (dei romanzi o delle poesie, ad esempio) così incomplete (o, al contrario, troppo particolareggiate e dettagliate), così arbitrarie, così casuali? Non si potrebbe immaginare un tipo di scritti (nuovi) che, situandosi quasi tra i due generi (definizione e descrizione), mutuerebbe dal primo la sua infallibilità, la sua indubitabilità, anche la sua brevità, dal secondo il suo rispetto per l’aspetto sensoriale delle cose…(3)</p>
<p>Qui emerge quella lotta costante nei confronti della lingua letteraria ereditata, che situa Ponge in una posizione remota nei confronti dell’atteggiamento prevalente tra i poeti italiani. Questi ultimi, diciamo un buon numero di essi, sono tesi costantemente a un esercizio di assimilazione-invenzione dell’eredità poetica concepita nel modo più ampio (dal XIII secolo in poi). Sappiamo che un tale atteggiamento si manifesta sia presso autori volti alla restaurazione di ordini perduti sia presso autori legati direttamente o indirettamente all’esperienza della neoavanguardia. Ancora oggi sembra che un richiamo più o meno diretto a un illustre e grande predecessore sia una prerogativa obbligata per chi voglia scrivere poesia in Italia. La corporazione, e i critici per primi, hanno visto con grande favore il ritorno di forme chiuse, secondo le più varie logiche del riutilizzo parodico o serio. Il neometricismo emerso durante gli anni Novanta ha potuto assicurare gli addetti ai lavori che, a fronte di tanta poesia amatoriale, e alla tremenda monotonia di certo verso libero, era possibile tracciare un confine netto, basandosi su competenze tecniche. Poeti qualificati («Sanno fare i sonetti, e pure “aggiornati”, “pop” o “sperimentali”!»), da un lato, e poeti non qualificati, dall’altro («Poco citazionismo, riutilizzo degli istituti metrici scarso»).</p>
<p>In Francia, Ponge ha indicato ai poeti venuti dopo di lui, e specialmente a quelli emersi negli anni Novanta, tutt’altra strada. Egli ha mostrato che il modo migliore per liberare l’espressione dai tranelli della lingua letteraria era quello di assumere la prosa come dimensione fondamentale della propria scrittura. Non c’è in questo senso nessun tentennamento o gradualismo da parte di Ponge, nessun travaso minuzioso della prosa nel verso, come nel caso da noi di un <strong>Sereni</strong>, ma neppure il romanzo in versi, o la prosa d’arte. Lo schema è definito dai due poli individuati in <em>My creative method</em>: definizioni e descrizioni. Il primo elemento funge da vincolo tematico, e possiede un aspetto spersonalizzante. Può ricordare, per certi versi, le costrizioni formali che si imponevano scrittori come George Perec, e in genere i membri dell’OULIPO. La “definizione” mette fuori gioco la “biografia” del soggetto, le sue fissazioni e la sua storia. La “descrizione”, invece, sollecita la sua singolarità, in quanto soggetto percettivo che risponde all’incontro con una particolare porzione di mondo. Insomma, non si narra, non si esprimono i propri interiori stati d’animo, non si ordinano riflessioni e ricordi attraverso la cadenza regolare del verso; si danno in compenso resoconti di esplorazioni nei confronti di oggetti spesso banali (il sapone, la brocca, il fico secco, ecc.), in una prosa dimessa e precisa che sembra oscillare tra insignificanza e fantasmagoria. (In un saggio intitolato <em>Per una critica telescopica: lirica moderna e sfondi antropologici</em>, apparso sulla rivista «Incroci», n. 16, luglio-dicembre 2007, ho cercato di riflettere su quella che costituisce una delle modalità fondamentali del genere lirico, ossia l’articolazione tra l’estraneità del mondo e la singolarità del soggetto che lo percepisce. La lirica moderna non ha come unico scenario l’interiorità, pur intesa nelle sue più diverse accezioni: sentimentali, espressioniste, inconsce, profetiche, ecc. Essa, e Ponge ne è una delle principali dimostrazioni, apre la strada anche a un’esperienza della radicale anteriorità del mondo alla mente, e dell’impenetrabilità di quello rispetto agli strumenti conoscitivi di questa. E tutto ciò in una logica che non è quella della riflessione e della scrittura filosofica).</p>
<p>Un brano di un altro autore italiano può aiutarci a comprendere ulteriormente questo nesso tra dimensione poetica e descrizione. Alludo a un saggio di <strong>Giorgio Caproni</strong> quasi contemporaneo alla stesura di<em> My creative method</em>. Si tratta de <em>Il quadrato della verità</em> (1947). Caproni dice:</p>
<p>la forma più alta e libera del linguaggio (la poesia) è una realtà distinta dalla natura – una vera e propria altra realtà che pur essendo indotta da quella originale (o meglio originaria) è destinata a rimanere parallela ad essa – a non collimare mai, nemmeno un punto del linguaggio (una parola), con un solo punto della natura (una cosa). […] Un fatto che si può perfino sperimentare, e proprio in corpore di quella che è comunemente ritenuta la forma più aderente di letteratura: quella descrittiva, ch’è invece la più impossibile delle forme letterarie possibili.(4)</p>
<p>La scelta della prosa, dunque, nasce dall’idea di non facilitare in alcun modo l’impresa poetica <em>impossibile</em> (la descrizione) attraverso l’uso di forme (il verso, la narrazione) che portano inevitabilmente con sé degli stereotipi figurativi e lessicali, così come degli automatismi retorici. Descrivendo il mondo, il poeta combatte con la lingua, ma non nel senso che lotta per un’espressione autentica di sé (la traduzione di un suo vissuto), ma nel senso che si trova in una posizione di <em>doppia esteriorità</em>, rispetto all’oggetto <em>che</em> descrive e rispetto all’oggetto<em> con cui</em> descrive, ossia le parole. Questo è un punto fondamentale per capire Ponge e anche lo scarto che lo separa da una concezione del lavoro poetico largamente condivisa nell’universo della poesia italiana. La lingua letteraria, e in particolar modo quella poetica, con le sue figure di stile e le sue forme metriche, costituisce da noi un passaggio obbligato per rompere gli automatismi insiti nel linguaggio ordinario. L’immagine che sempre ricorre, tra critici e poeti, è quella dell’uso comune, comunicativo, e oggi mediatico, che fossilizza il linguaggio, lo impoverisce, ecc. Per guarire il linguaggio, ritrovare la sua forza espressiva, la sua intimità con il mondo o i nostri vissuti, è necessario distanziarlo attraverso il “macchinario lirico” (metri e retorica). Questa è la dottrina più in voga, alla quale si aggiunge una clausola restrittiva: “macchinario lirico” sì, ma senza abusarne. Altrimenti si casca nel “poetese”, quel gergo della poesia contro cui Berardinelli, tra gli altri, ha lanciato e a ragione tanti strali.</p>
<p>Per Ponge, il “macchinario lirico” è una trappola, o una cura inefficace. Da qui il suo slogan: bisogna periodicamente <em>désaffubler</em> la poesia, ossia spogliarla di tutto il suo corredo ornamentale. Ma questo atteggiamento non deve essere minimamente confuso con quell’esasperante e noioso gioco, che consiste nell’installarsi pienamente nel macchinario lirico, per irriderlo, dissacrarlo, mostrarne la vanità, <em>dall’interno</em>. Penso a quel tipo di contorcimenti di cui, almeno da trent’anni, un <strong>Sanguineti</strong> ci ha abituati, e che molti suoi nipotini, consapevoli o meno, ripropongono. Si tratta, invece, di ridefinire l’espressione poetica, giocando di volta in volta l’uso ordinario del linguaggio (il ricorso ai dizionari) contro la lingua poetica (il lessico selettivo e le figure), e vice versa, senza limitarsi ad un inseguimento unilaterale del parlato e della narratività, ma neppure ignorando la ricchezza delle convenzioni linguistiche esistenti.</p>
<p>Per compiere fino in fondo questa ridefinizione della lingua poetica, Ponge è costretto a portare avanti un ben più ambizioso progetto: ridefinire il genere stesso. Non basta indicare un generico versante prosastico della poesia, è necessario articolarlo secondo un doppio binario, tematico e formale. Inventare individualmente una convenzione, che è poi un paradosso. Ma è proprio muovendo da questo paradosso, che si coglie la portata più ampia del percorso di Ponge. Non siamo, infatti, di fronte all’ennesima celebrazione (teoricamente nebulosa) dell’indistinzione o del superamento dei generi. Ponge come <strong>Beckett</strong>, un altro grande innovatore della letteratura del Novecento, è in realtà un moltiplicatore di generi. Egli raccoglie i suoi testi sotto categorie del tutto inedite:<em> proêmes, conceptacle, sapate, momon</em>. Ciò spiega anche l’esigenza di Ponge di nutrire costantemente l’opera con la riflessione sull’opera, secondo un procedimento dell’avanzare a tastoni, per ipotesi ed esperienze provvisorie che non poggiano mai sui punti fermi della convenzione letteraria. Questo <em>modus operandi</em> lo ritroviamo anche in Beckett, e specialmente in seguito all’adozione del francese nell’immediato secondo dopoguerra. Come ha notato Bruno Clémént, uno dei suoi più attenti critici francesi, neppure la scrittura di Beckett annuncia la scomparsa dei generi, ma la loro sapiente e originale riarticolazione. Ecco allora titoli che fungono da definizioni di genere o definizioni di genere che accompagnano titoli: <em>textes pour rien, dramaticules, pochades, foirades, mirlitonnades</em>… E in Beckett, come in Ponge, la poetica è già sempre inscritta nell’opera, motivo per cui entrambi gli autori non si sono consacrati ad un’attività critica separata e parallela (se si eccettuano i saggi giovanili di Beckett).</p>
<p>È certo che, in Ponge come in Beckett, non ci troviamo di fronte a dei generi davvero nuovi (alla creazione individuale di una convenzione collettiva), ma entrambi impongono al lettore un nuovo tipo di tensione tra le sue aspettative e le regole di lettura implicite sia nella singola opera che nell’intero <em>corpus</em>. Leggendo quello che si presenta a lui come “letteratura” (poesia o romanzo), il lettore è portato anche ad apprendere progressivamente che cosa l’autore intenda con tale termine. Siamo, per certi versi, in una continuazione coerente e radicale del progetto artistico della modernità: perché si possa parlare di “originalità” dell’autore, di individualismo pienamente realizzato, bisogna abbandonare l’ossessione dello <em>stile personale</em> per giungere al tentativo individuale di ridefinire la prassi letteraria in quanto tale. Conta poco poi che i generi di Ponge come quelli di Beckett siano a metà immaginari ed operino da pseudo-convenzioni; essi costituiscono soglie della loro opera, che fungono già da spazi<em> interni </em>ad essa. Chi comincia con accettarne le premesse, è già catturato dal gioco di seduzione delle conseguenze.</p>
<p>Se Ponge e Beckett inaugurano un rapporto nuovo con i generi, che si distingue sia dall’assimilazione automatica sia dalla restaurazione delle forme desuete sia dalla negazione avanguardistica, gli scrittori che vengono dopo, come <strong>Perec</strong> a partire dagli anni Sessanta e <strong>Antoine Volodine</strong> oggi, danno ormai per acquisita questa libertà d’azione. Essi muovono dall’esigenza di subordinare il codice di genere all’oggetto specifico dell’espressione. Questo oggetto può porsi nell’ambito di ciò che è “definibile-descrivibile” (Ponge) o in quello di ciò che è “immaginabile-costruibile” (Beckett), ma in ogni caso l’esito del percorso espressivo sarà un tipo di libro difficilmente riconducibile ad un genere già esistente. Un simile atteggiamento non è, però, assimilabile a un atteggiamento diffuso in anni recenti, specie nell’ambito della narrativa: intendo il gusto “post-moderno” per l’<em>ibridazione</em> dei generi, che si ottiene semplicemente sovrapponendo codici di generi già esistenti, in modo da creare narrazioni che, per esempio, siano contemporaneamente poliziesche, storiche e gotiche. Qui non vi è nessuna interrogazione critica della convenzione, ma semmai convenzione al cubo.</p>
<p>Libri come <em>Espèces d’espaces</em> (1974) o <em>Tentative d’épuisement d’un lieu parisien</em> (1975) di Georges Perec non sono costruiti secondo aprioristici precetti letterari, ma a partire da esigenze conoscitive ed espressive specifiche. Introducendo <em>Tentative</em>, che appartiene al filone delle “descrizioni” di Ponge, Perec spiega su che cosa concentrerà i suoi sforzi:</p>
<p>Un gran numero di queste cose, se non la maggior parte, sono state descritte, inventariate, fotografate, raccontate o recensite. Il mio proposito nelle pagine seguenti è stato piuttosto quello di descrivere il resto: ciò che generalmente non si nota, ciò che non ha importanza: ciò che accade quando non accade niente, se non del tempo, delle persone, delle automobili, delle nuvole.(5)</p>
<p>Di fronte al tipo di testo che Perec realizza in questo libro, tutte le forme di narrazione esistenti (brevi o romanzesche) appaiono inadeguate. Esse richiedono infatti un materiale di eventi ben più “importanti” (significativi), di quelli selezionati dall’autore. Ma la scrittura dei resti, dei residui – da non confondere con la scrittura eliotiana delle rovine – è divenuta oggi un aspetto importante per molti poeti francesi e anche italiani. Si tratta di lavorare sui margini, sui ritagli, sulle scorie di ciò che l’industria dello spettacolo considera come non pertinente, povero, esaurito da un punto di vista dei significati, delle narrazioni possibili, degli investimenti ideologici. Questo interesse è rintracciabile in un poeta non giovane come <strong>Giampiero Neri</strong>, ma si ritrova sopratutto in quell’esplorazione dell’anodino, attraverso dialoghi, iponarrazioni, resoconti telegrafici, di un autore come <strong>Alessandro Broggi</strong> (si leggano i <em>Quaderni aperti</em>, in Nono quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2007). Altro indagatore dei resti è <strong>Gherardo Bortolotti</strong>, che scrive prevalentemente in prosa. Nel caso di Bortolotti si tratta di frammenti numerati di lunghezza variabile, dalla semplice frase alla dozzina di righe. In lui, però, avviene una sorta di rovesciamento: a farsi resto è l’esistenza stessa, con tutte le sue “grandi questioni”, mentre l’automatismo delle abitudini, il tremolìo delle immagini artificiali e l’alone ideologico delle merci occupa interamente il campo (<em>Soluzioni binarie</em>, La Camera Verde, 2007).</p>
<p>Quanto a Volodine, egli inscrive la sua intera opera narrativa non all’interno di uno pseudo-genere ma addirittura di un’intera pseudo-letteratura, il post-esotismo, «una letteratura partita dall’altrove e diretta verso l’altrove, una letteratura straniera che accoglie molteplici tendenze e correnti, di cui la maggior parte rifiuta l’avanguardismo sterile» (da<em> Le post-exotisme en dix leçons, leçon onze</em>, Gallimard, 1998). In Volodine convergono le esperienze degli eteronimi di Pessoa e delle voci “innominabili” di Beckett, così come l’eredità della letteratura distopica del XX secolo. Da qui l’organizzazione di un universo-fantasma di autori, opere e generi. Questi ultimi comprendono: <em>romånce, shaggå, entrevoûtes, narrats</em>. Ognuno di essi è caratterizzato da una serie di criteri tematici e formali. Leggiamo nuovamente in Le post-exotisme: «La distorsione delle voci e la confusione dei nomi reali di coloro che danno e di coloro che prendono la parola è così una caratteristica del romånce» oppure «La dinamica del romånce si articola in una maniera che non potrebbe iscriversi nell’universo romanzesco tradizionale, perché si fonda interamente su una concezione dei contrari dove i contrari si confondono». (Come Danilo Kiš giunse a storicizzare Borges, così Volodine storicizza Beckett e Pessoa. Ed è attraverso queste eredità singolari, che viaggiano ai margini della riproduzione dei codici di genere, che il paradosso delle convenzioni istituite individualmente sfuma: le radicali innovazioni di alcuni autori si cristallizzano gradualmente attraverso il riutilizzo critico che ne fanno, in seguito, altri autori).</p>
<p><em>5. Diramazioni contemporanee</em></p>
<p>La lezione di Ponge e Beckett è stata determinante per tutta una serie di autori che vanno da <strong>Denis Roche</strong>, spalleggiatore dell’impresa neoavanguardista di <em>Tel Quel</em>, ad alcuni poeti emersi soprattutto negli anni Ottanta e Novanta. Cito solo quelli di cui parlerò più approfonditamente:<strong> Liliane Giraudon</strong> (1946), <strong>Olivier Cadiot</strong> (1956),<strong> Cristophe Tarkos</strong> (1964-2004), <strong>Nathalie Quintane</strong> (1964), <strong>Caroline Dubois</strong>,<strong> Éric Suchère</strong> (1967). Di ognuno di questi autori esistono dei testi tradotti in italiano, di cui darò indicazione in appendice all’articolo. I traduttori sono alcuni dei poeti italiani citati in precedenza: Raos per Giraudon, Zaffarano per Cadiot e Tarkos, Sannelli per Suchère, io stesso per Dubois e Quintane.</p>
<p>Il primo libro di Olivier Cadiot, <em>L’art poetic’ </em>(1988), ha avuto un ruolo determinante nel panorama della poesia francese dell’ultimo decennio del secolo scorso. Inoltre, con Pierre Alferi, Cadiot fonda nel 1995 la «Revue de littérature générale», che propone un campione di diverse “arti poetiche” considerate in un’ottica di sperimentazione non avanguardistica. Si tratta, in sintesi, di una riflessione teorica che si accompagna ad una serie di proposte concrete. Il fulcro della questione consiste in uno spostamento dell’attenzione dagli spettri dell’esperienza e della voce autentica ai solidi e umili procedimenti. (Il primo numero ha infatti come titolo “la meccanica lirica”.) Ciò significa esautorare il poeta da privilegi che riguardano il modo di percepire la realtà (sospetto nei confronti della sensibilità, dei vissuti, di tutti i materiali “psichici” che dovrebbero circoscrivere una zona franca nei confronti della banalità e degli stereotipi). Se questi privilegi non esistono e non esistono zone franche, esistono dei procedimenti, delle tecniche, più o meno efficaci a seconda dei contesti in cui vengono utilizzate, e queste tecniche ci permettono di transitare costantemente dal banale all’eccezionale, dallo stereotipo alla singolarità, dal comico al sublime, dal casuale al necessario. La poesia non è un genere costruito su di un nucleo di valori che si oppone a tutto ciò che attraversa la lingua comune, o imperversa nello spazio della comunicazione sociale e tecnologica, ma è un meccanismo che sorprende costantemente ogni attribuzione di valore (senso/non senso, rarità/frequenza, serialità/unicità, idiozia/intelligenza, ecc.).</p>
<p>Possiamo ridefinire il problema di Cadiot in questi termini: inutile assegnare al poeta un compito, e ai sui testi una funzione precisa, quasi che egli custodisse un’esperienza del linguaggio incontaminata dal non-senso oppure, secondo le tesi avanguardistiche, un’esperienza del linguaggio potenzialmente rivoluzionaria. Chi si presenta come poeta possiede un’arte del linguaggio, e quest’arte gli permette di disporre di un’ampia gamma di procedimenti, che vanno ben al di là delle forme chiuse e degli istituti metrici tradizionali. Il modernismo e le avanguardie hanno lasciato in eredità agli autori contemporanei una pluralità di tecniche che vanno dalla parodia al cut-up, passando per tutte le forme di sconfinamento inerenti alla poesia visiva, sonora, seriale, ecc. </p>
<p>L’esigenza di mettere l’accento sui procedimenti piuttosto che sull’esperienza o sulla funzione del poeta, è riscontrabile da noi anche nelle riflessioni teorico-critiche di un poeta come <strong>Marco Giovenale</strong>, oltre che in certi suoi testi. (Si veda in particolare la quinta sezione, <em>Tranne un oggetto</em>, del libro <em>La casa esposta</em> – Le Lettere, 2007 –, in cui scompare definitivamente il verso e si fa sistematico l’uso del montaggio.) Ma vorrei chiarire su questo punto una cosa. Appena si parla di procedimenti, alcuni sostenitori della poesia (quella unica e vera) insorgono a dire che “queste cose sono già state fatte”, come se la questione della forma fosse una volta per tutte risolta e qualsiasi recupero di pratiche minoritarie o divergenti fosse definitivamente sterile. D’altra parte, chi esibisce i procedimenti, rischia costantemente il feticismo, quasi che un buon procedimento garantisse di per sé un esito testuale convincente. Così non è, come hanno dimostrato molti esempi di “avanguardismo sterile”, per riprendere la formula di Volodine. La bontà, l’efficacia e il senso di un procedimento vanno sempre definiti e verificati all’interno dell’opera complessiva di un autore. Ma questo è proprio quello che, in genere, i sostenitori della poesia non fanno: se il procedimento è già stato usato anche una volta sola, allora è screditato per sempre. (Portando alle estreme conseguenze questa logica, il fatto di scrivere utilizzando un metro come l’endecasillabo, che esiste da circa otto secoli, dovrebbe essere considerato la peggiore delle aberrazioni letterarie.)</p>
<p><em>L’art poetic’</em> di Cadiot è incentrata su un’intuizione che è ad un tempo burlesca e filosofica: prendere un eserciziario di grammatica e sfruttare tutta la sua portata comica ed enigmatica, imponendogli un’organizzazione ritmica e versale. Detto in altri termini, e con le parole stesse di Cadiot, bisogna fare in modo che «un esempio di grammatica abbia l’opportunità di diventare “l’autobiografia di ognuno”». L’intento del libro richiama in qualche modo anche il lavoro sui “resti” di Perec: le frasi di un manuale di grammatica dovrebbero incarnare l’apoteosi della banalità. E la scommessa di Cadiot diventa quella di utilizzare un materiale linguistico pregiudizialmente considerato come piatto e privo di ogni interesse, per far emergere da esso lampi di comicità, lirismo e stupore metafisico. (Esibire un gioco linguistico, diceva Wittgenstein, significa indicare una forma di vita. E una forma di vita non ha fondamento che in se stessa).<br />
	Leggiamo Cadiot, nella traduzione che ne ha fatto Zaffarano (<em>David Crockett o Billy the Kid avranno sempre un po’ di coraggio</em>, Arcipelago, 2005 – estratto da L’art poetic’):</p>
<p>Io esco dal momento che è bello = Io esco, perché è bello – Io esco: è bello – È bello; allora esco. Come è bello! Io esco. – esci! – Io esco: non è bello?</p>
<p>				Tu avere (Futuro) freddo, e nessuno spirito ti dare (Futuro) pelli per coprirti. – Oh! Bisogna che io affrettarsi (Cong. pres.) a raggiungerti per cantarti delle canzoni</p>
<p>Il caso di Cadiot è esemplare anche per il rapporto ai generi. <em>L’art poetic’</em> esce per P.O.L, presentandosi come un libro di poesia. Ma il genere “poesia” diventa qui un pretesto per far circolare un tipo di prosa che i generi della narrativa tradizionale difficilmente accoglierebbero. Cadiot conosce la poesia, ne conosce storia, limiti, procedimenti, ma non è particolarmente interessato a presentarsi come “poeta”. Egli non s’inventa generi, ma decide di muoversi tra di essi, slittando, a seconda dei diversi libri, dall’uno all’altro. Prevalente in lui è una passione per il collage parodico, che ricorda moltissimo un’operazione come quella svolta da <strong>Alberto Arbasino</strong> in <em>Super-Eliogabalo</em> (Einaudi 1969 e 1978). I successivi libri di Cadiot sono costruiti con procedimenti simili a quelli esposti da Arbasino nella nota del 1978 a Super-Eliogabalo e riguardanti anche <em>La bella di Lodi</em>, <em>Specchio delle mie brame</em> e <em>Il principe costante</em>: «tutti ugualmente strutturati non in capitoli di tipo narrativo, legati in qualche modo dalla ‘continuity’ di un racconto, bensì in “frammenti mobili” isolati e compiuti in sé, come piccole rappresentazioni (sketches, cartoons, cataloghi) prevalentemente visive e disponibili secondo un diverso ordine di successione».</p>
<p>	Cadiot mostra, in Francia, la vitalità di un itinerario che per noi è rimasto confinato ad un periodo e ad un autore specifico, e non ha trovato eredi sufficientemente capaci. Invece in Cadiot, in libri come <em>Futur, ancien, fugitif</em> (1993) o <em>Fairy queen</em> (2002), la fantasmagoria da immaginario cinematografico, l’accelerazione comica, il montaggio straniante, gli inserti lirici producono risultati di grande godimento, che nemmeno il nostro Arbasino, per certi versi troppo programmatico e documentario, ha spesso raggiunto.</p>
<p>	Nathalie Quintane è ancora meno interessata di Cadiot al genere poesia. Anche lei pubblica da P.O.L libri scritti esclusivamente in prosa. Ma come per Cadiot, e in modo più meditato, i modelli narrativi sono attentamente smontati, travisati, esasperati. Quintane è meno briosa e burlesca di Cadiot, e anche meno istintiva. Il passo della sua prosa è più freddo, sospeso, cerebrale, ma costantemente sotteso da un’ironia metafisica, che può sfociare sia in situazioni propriamente comiche sia in visioni estremamente sarcastiche. È difficile dire di cosa parlino i libri della Quintane, perché intrecci e personaggi sono palesemente pretestuosi. Di certo, essi ci spingono a guardare il mondo sotto ottiche del tutto inusuali ed è forse proprio nei suoi effetti sul lettore che la prosa della Quintane è apparentabile alla miglior poesia. Non è un caso, quindi, che il suo pubblico in Francia sia in gran parte quello di una certa poesia e che, lei stessa, partecipi più spesso a letture con poeti che con romanzieri. Inutile dire che, da noi, una scrittrice così troverebbe molto difficilmente degli interlocutori: sia dai poeti sia dai romanzieri sarebbe considerata come un’aliena.</p>
<p>	Se la Quintane, nel suo modo stralunato e nel contempo anatomico, esplora soprattutto il tessuto linguistico del nostro vivere quotidiano, Liliane Giraudon predilige nei suoi testi in prosa una sorta di peregrinazione nei territori dell’inusuale e dell’anomalo. Si può trattare del “diario afgano” di <em>Les talibans n’aiment pas la fiction</em> (Inventare / Invention, 2005), del romanzo di fantascienza eterodossa <em>La fiancée de Makhno</em> (P.O.L, 2004) o della serie di scorci narrativi che costituiscono <em>Greffe de spectres</em> (P.O.L, 2005), ma sempre abbiamo scenari di estrema dislocazione geografica e storica, una dislocazione verso zone del mondo e del tempo dove si sono giocate o si giocano partite crudeli e traumatiche. E anche in Giraudon il rapporto con i generi risulta assai ambiguo. La sua esperienza di scrittrice ha fin dall’inizio un orientamento multiforme. Dominante è la scrittura poetica, ma accompagnata da un’intensa attività di traduttrice e romanziere. Ed è senza dubbio la lunga pratica della poesia, che ha permesso alla Giraudon di elaborare dei congegni narrativi molto particolari. In essi colpisce questo incessante alternarsi di modalità distinte: il diario, il reportage, la finzione. Uno sguardo a <em>Les talibans n’aiment pas la fiction</em> rende immediatamente evidente questa circolazione di elementi intimi, documentari e immaginari, che si alimentano di continuo l’uno con l’altro. Piuttosto che sforzarsi di separare gli impulsi, di articolare le esperienze attraverso categorie ben distinte, la Giraudon costruisce una mosaico in cui all’invadenza dell’evento attuale, di carattere sociale e politico, non è mai permesso di cancellare la relativa sordità dell’individuo di fronte ad esso. L’individuo, infatti, appare sempre coinvolto in un filo di memorie, affetti e fantasie che divergono dalle circostanze della realtà presente. Ma la forma stessa del diario, per come la concepisce la Giraudon, è idonea a “organizzare” queste divergenze, senza le quali ogni pretesa esperienza si falsificherebbe proprio inseguendo un’ideale di purezza (la purezza della sensazioni e dei sentimenti privati, la purezza del documento o del dato di realtà, la purezza della libera costruzione immaginaria, la purezza inconscia del quaderno dei sogni). Un diario come un reportage non è mai un’occasione di registrazione fedele della realtà, ma neppure un’occasione per raccogliere in via preliminare un materiale grezzo che l’invenzione romanzesca raffinerà. Il lavoro realizzato in un testo come <em>Les talibans n’aiment pas la fiction</em> consiste proprio nel comporre dei possibili itinerari attraverso varie dimensioni (il politico, l’intimo, l’onirico, il fantastico) che rifiutano di essere amalgamate ed ordinate gerarchicamente in vista di un’attribuzione di senso specifica. La narrazione non si pone come un percorso compiuto, così come il diario non risponde a nessuna cronologia determinata, ma ogni evento può essere pertinente, nel momento stesso in cui non si pretende di trovare la chiave di lettura per leggere la realtà del proprio io o del mondo. I mosaici in prosa della Giraudon neppure rischiano la tentazione dell’esotismo, magari nella forma oggi dominante dell’estetizzazione dell’orrore. Lo stile da lei scelto rifugge da ogni enfasi, alla ricerca di una lingua precisa, scarna, addirittura cruda. D’altra parte, una certa crudezza della lingua riflette l’asprezza e la crudeltà che ricorrono nelle sue narrazioni, emergendo tanto dai fatti più personali ed affettivi delle biografie quanto da quelli storico-politici, che riguardano intere collettività (guerre, persecuzioni, esodi).</p>
<p>	La strategia di Caroline Dubois è per certi versi diametralmente opposta a quella della Giraudon. In lei, ogni rimando ad un possibile referente, ogni ipotesi di significato, ogni avvisaglia di senso, ordine, gerarchia è sistematicamente eluso. Le sequenze pseudonarrative della Dubois sollecitano la comprensione del lettore, la sua “coazione” interpretativa, solo per esibire l’impossibilità di ogni tipo di riconoscimento, identificazione, giudizio. Viene meno, infatti, ogni richiamo univoco a fatti appartenenti sia all’universo biografico più banale sia a quello storico e collettivo più violento. Rimangono tracce di oggetti e personaggi, fisionomie sfuocate di eventi, che subiscono però un montaggio minuzioso, quasi che da esso fosse possibile trarre uno sviluppo narrativo, una sequenza intelligibile, con tanto di conclusione e valutazioni. I testi simulano, insomma, una continuità narrativa e una coerenza tematica che sono in realtà assenti. Ci troviamo di fronte ad un’operazione che ricorda quella realizzata da Beckett in libri come<em> L’innommable</em> o i <em>Textes pour rien</em>. Il testo è costruito su slittamenti continui, tali da sollecitare ad ogni passo un’attribuzione di significato, per poi puntualmente negarla. Si tratta di storie che, propriamente, non vogliono significare nulla, ma che sono costruite utilizzando tracce di un ampio materiale figurativo e tematico in grado di suscitare attese. Favole o squarci narrativi che promettono rivelazioni o scioglimenti, e che immancabilmente naufragano nel non senso e nell’indecifrabile.</p>
<p>L’ultimo libro, <em>c’est toi le business </em>(P.O.L, 2005), è costituito da 7 sequenze o serie di testi, ognuna delle quali preceduta da un titolo (<em>talala</em>, <em>on s’embrasse chez les Americains</em>, <em>pose-moi une question difficile</em>, <em>c’est toi le business</em>, <em>touche là touche</em>, <em>Simon Simon</em>, <em>Sweet Potatoe</em>). Ogni serie è costituita da un certo numero di testi e da una loro organizzazione tipografica precisa. Si tratta di testi in prosa, ma tipograficamente organizzati secondo criteri poetici: disposizione del testo per strofe, stesso numero di righe per ogni strofa o per ogni testo della serie, ecc.<em> Simon Simon</em>, ad esempio, è una serie costituita da tredici testi, ciascuno dei quali diviso in due blocchi di righe, con tre righe per blocco. Altri segnali “poetici” in questa serie sono l’assenza di punteggiatura e di maiuscole. Unica eccezione, la maiuscola della parola iniziale del primo blocco e il punto alla fine dell’ultima parola del secondo blocco. È come se questa prosa fosse abitata oltre che dagli spettri del senso, da quelli della poesia (simmetrie, parallelismi, ambiguità sintattiche, tagli versali). Inoltre, ciascuna serie si richiama ad ogni altra, per via di motivi ricorrenti (formule, nomi propri, giochi di parole), rafforzando i rimandi interni, senza per questo accrescere il livello d’intelligibilità dell’insieme. </p>
<p>Della serie che s’intitola <em>pose-moi une question difficile</em> (“ponimi una domanda difficile”), riporto i primi due testi:</p>
<p>Mi chiedo se nel momento in cui si prende il sintomo di un altro l’altro perde il suo sintomo o se l’altro conserva tuttavia il suo sintomo e se in questo caso il sintomo si sdoppia e perché. Perché il sintomo si sdoppia se al di fuori di lui si decide – tra di noi di dividerselo o di scambiarselo o di cederselo o di confidarselo o di darselo o di prestarselo o di rubarselo o di ri o di pre.</p>
<p>Se io prendo il suo sintomo per esempio una tosse lacerante lui conserverà tuttavia la sua tosse lacerante o la sua tosse lacerante lo abbandonerà o sarà per lui un po’ meno lacerante. E se la tosse per lui non è meno lacerante se il sintomo si sdoppia vale la pena di prendere il sintomo dell’altro – vale la pena se la tosse per lui non è meno lacerante.</p>
<p>È evidente, d’altra parte, che per lavori come quello della Dubois il singolo testo acquista una piena funzione solo all’interno dell’intera sequenza, mentre isolatamente appare come un frammento avulso. (Siamo agli antipodi di quella concezione della poesia, che vede nel verso memorabile il punto culminante della scrittura. In questa prosa, la progressione è tutto, considerando che non si tratta di un movimento lineare e cumulativo, ma per scarti continui e ricomposizione delle aspettative).</p>
<p>	Anche per Cristophe Tarkos l’insensatezza, come smarrimento del linguaggio, costituisce una fonte d’ispirazione costante. A differenza della Dubois, però, che opera per sottrazione e sospensione del senso, Tarkos opera per accumulo e moltiplicazione. Ma l’esito è simile. Il non-senso e il delirio aleggiano costantemente sull’enunciato apparentemente più ordinario e banale. Anzi, la scelta di banalizzare il linguaggio, di appiattirlo, è il passo preliminare all’idiozia. Nell’idiozia il linguaggio s’inceppa, ma ciò sembra essere la conseguenza di un’eccessiva semplificazione. Detto altrimenti, l’idiozia in Tarkos è un delirio di tipo sintattico e grammaticale, e non semantico. Nessuna eco di Rimbaud, di surrealismo, di Michaux. Nessun esotismo psichico. Siamo di fronte a una sorta di balbuzie minimalistica, che si sviluppa per permutazione e variazione ossessiva a partire da frasi semplici.<br />
	Si legga questo brano tratto da <em>Anachronisme</em> (P.O.L, 2001), nella traduzione di Michele Zaffarano:</p>
<p>La realtà non inventa nulla, sono io che invento tutto, sono io che devo inventare tutto, lei non sa fare nulla, sono io che devo farle tutto, lei è molle, faccio tutto io, mi devo far carico di lei, quello che sa fare, ma non fa nulla, non sa fare nulla, si lascia andare, sono obbligato a ripercorrerla, a riprenderla, a riempirla, a rimetterla in piedi, a inventare, a scoprire le sue leggi, a creare le sue leggi di sana pianta, lei non è capace di siglare la più piccola delle sue leggi, di creare da sola il più piccolo aspetto, il più piccolo rilievo, il minimo suono, sono obbligato ad articolarla tutta, lei è completamente inarticolata, molle, invertebrata, scivolosa, stupida, non ha inventiva, sono obbligato a fare il collegamento, lei non collega, resta ebete, e molle, e stupida, segna, non sa segnare, sono obbligato a segnare tutto, lei non produce nulla, scivola, non si mette a dire, non sa dire nulla, mi metto io a dire tutto, io a ripetere, io a formare, io a costruire, io a dire, io a modulare, io a farla piegare, lei non si piega, non inventa, non ha inventiva, non è estranea, non sa cosa sia l’estraneità, bisogna dirle tutto, mi metto io a dirle tutto, io a farla tutta, ripercorrerla, riempirla, ripeterla, la realtà non sa da che parte andare.</p>
<p>I testi di Tarkos nascono fortemente caratterizzati da una modalità “orale”. Non parlo qui di “poesia sonora”, ma di lettura e improvvisazione. Tarkos concepisce inizialmente i suoi testi come un canovaccio, una sorta di organismo elementare da disaggregare e ricomporre, amplificare e sviluppare nel corso della lettura. Se il momento della scrittura può inevitabilmente essere influenzato dall’esperienza (l’ascolto della frasi fatte, delle formule ricorrenti, ecc.) e fissare su carta un materiale linguistico qualsiasi, il momento della lettura diventa l’occasione di un corpo a corpo con i limiti della sintassi. Non si tratta di dare sviluppo lirico e narrativo ad una frase semplice, ma di creare a partire da essa una lingua “parallela”. L’espansione del dicibile deve realizzarsi attraverso il già-detto. È l’opposto di quanto avviene nei tanti poeti ossessionati dall’indicibile. Tarkos libera possibilità inedite di dire nelle frasi più trite. Ma per fare questo egli rinuncia a trattare immagini, figure, significati, per concentrarsi sulla sintassi. </p>
<p>Il gioco di “esaurimento” delle virtualità sintattiche di una frase semplice richiama una celebre analisi di Deleuze dell’opera di Beckett. In <em>L’Épuisé </em>(in Samuel Beckett, <em>Quad, et autres pièces pour la télévision</em>, Minuit, 1992), Deleuze coglieva nell’invenzione sintattica una chiave di volta dell’opus beckettiano, ma anche della grande letteratura in genere. E questa attenzione rivolta alla frase, più che ai modelli narrativi o alle forme metriche, sembra essere condivisa anche dalla generazione di scrittori di cui stiamo parlando. Non è un caso che <strong>Pierre Alferi</strong>, anch’egli poeta, in un saggio teorico del 1991 intitolato <em>Chercher une phrase</em> (Louis Bourgois, 1991), scriva:</p>
<p>La letteratura non ha come compito l’imitazione di qualcosa – nemmeno la “rappresentazione di se stessa”. […] Il solo compito della letteratura sta nell’inventare delle nuove forme sintattiche, delle nuove organizzazioni ritmiche, nell’estensione del linguaggio. Il dire, in questo senso, non lascia più spazio al fantasma dell’indicibile; quest’ultimo, come l’orizzonte, retrocede ad ogni frase.</p>
<p>Rompere, ricombinare, esaurire le possibilità insite in una frase semplice è un modo di suscitare di continuo nuovi significati, ma anche di precipitare in zone di non senso. Senso e non senso sono così valori provvisori, fasi di passaggio, stati momentanei che il discorso di Tarkos attraversa, nel suo dispiegarsi per imprevedibili scansioni ritmiche.</p>
<p>	Un altro poeta che porta un’attenzione ossessiva alla sintassi è Éric Suchère. Egli è anche, degli autori fin qui citati, quello che più s’inscrive nella tradizione della lirica francese moderna, con riferimento particolare al grande modello ottocentesco di Mallarmé. Ma Suchère ha anche preso atto di quanto è avvenuto di decisivo nella seconda metà del Novecento, da Ponge fino a Cadiot. In Suchère l’interesse per la contemplazione paesaggistica è evidente e riflette uno dei nuclei tematici della lirica moderna. Ma in lui il paesaggio diventa l’occasione di ribadire un’esteriorità definitiva tra io e mondo, un’esteriorità che sembra perfino infiltrarsi tra l’io e se stesso e tra il paesaggio e le proprie componenti (oggetti, figure). Il paesaggio, quindi, paradigma dell’unificazione tra io e mondo, tra mente ed oggetto, tra descrizione e narrazione, si propone in lui come luogo della divisione e dell’atomizzazione. Un’atomizzazione che avviene, innanzitutto, a livello sintattico. Ma diversamente da altri autori, che prediligono la disseminazione dei frammenti, con effetti di vortice, condensazione, o dispersione sulla pagina, in Suchère rimane fissa la cornice “visiva” o “pittorica” che organizza la disposizione-sequenza degli elementi spaziali. Se abbiamo parlato di “spettri metrici” per la Dubois, dovremmo parlare di uno “spettro fotografico” per Suchère. Persiste in lui l’ombra della delimitazione all’interno del paesaggio, dello scorcio all’interno del visibile. Ma lo spettro fotografico è in fondo metafora di un io spettrale, un io che guarda il mondo e si guarda da una posizione di completa esteriorità, come se fosse divenuto egli stesso macchina capace di registrare gli sguardi solo nella forma “postuma” dell’impressione sulla pellicola o sulla memoria digitale.</p>
<p>	Dentro la forma del fotogramma o della sequenza di fotogrammi si realizza poi quella scomposizione e ricomposizione, i cui atomi ultimi sono particelle linguistiche e germi narrativi. Così come le particelle possono comporsi a formare frasi, anche i germi narrativi giungono a delineare eventi e sagome, ma immediatamente sono destinati a disaggregarsi di nuovo per ricomporsi diversamente. Si leggano questi due testi, della sequenza <em>Fissa, desola in inverno</em>, nella traduzione di Sannelli (Cantarena, 2006):</p>
<p>06.</p>
<p>Unisce, unisce, séguito</p>
<p>una via allinea alberi in bianco, colore, colore bianco, linea lunga di colore, nuvole o passano sul grigio di ulivi molto blu scuriscono, consumano.</p>
<p>[…]</p>
<p>08.</p>
<p>Prima impressione per via di grigio bianco, la riva misura, compone conforme bianco a verde impregna il, si imprime in lingue d’acqua, ri-bianco all’acqua inerte, delle tonalità cielo dove, senza nuvola, l’acqua stagnante in, umida in, petrolio in, costante acida, giroscopio rallentato.</p>
<p>In Suchère il paesaggio non è né cancellato né dissolto. Ma esso rimane allo stato potenziale, disperso in elementi atomici che sostano in un “piano fotografico” senza amalgamarsi in una figura riconoscibile. È il lettore che, attraverso la lettura, è sollecitato a fare di tali microscopie una possibile sequenza globale, ipotizzando un’insieme, dei personaggi, magari persino un abbozzo di narrazione.</p>
<p>	Anche Suchère, come tutti gli altri poeti di cui ho parlato, non utilizza quasi più il verso. Anch’egli ha concentrato il proprio lavoro poetico sull’innovazione sintattica, accettando come dimensione naturale la scrittura la prosa. Ma è una prosa abitata da spettri, ricordi, echi di poesia: strofe, spaziature, parallelismi, giochi sui caratteri tipografici. Più spesso la prosa si articola piuttosto in partiture o in lunghe sequenze o, addirittura, secondo un modello cartografico. Il testo diviene, così, un paesaggio da percorrere e comporre, senza la via maestra di una narrazione o di una voce lirica individuata.</p>
<p>La rinuncia alla voce lirica, al racconto in versi, al contorcimento nelle antiche forme, al personaggio drammatico, corrisponde da noi alla rinuncia alla poesia come genere. Questo attraversamento in direzione francese ha invece mostrato che esistono sentieri alternativi, che si realizzano direttamente in prosa, ma “ricordando” le vecchie forme e i vecchi temi – ricordo non nostalgico, ma spettrale e straniante. Non, quindi, quell’avvicinarsi indefinito del verso alla prosa, ma quell’allontanarsi della prosa da ogni diretto automatismo poetico (musicalità, rime, ritmo regolare). Questa prosa, poi, permette di esplorare tutta una serie di possibilità che sono precluse alle forme della narrazione breve e lunga. Siamo comunque al di fuori di quelle scritture che cercano un’aderenza al reale, nella forma sia dell’invenzione grottesca o ironica, sia in quelle della fedeltà documentaria. Da Cadiot a Suchère, l’io e il mondo, ossia la loro possibilità di esprimere e significare qualcosa di autentico, sono posti tra parentesi, a distanza. Ciò che emerge in primo piano è il rapporto di un io anonimo con gli stereotipi del linguaggio. Stereotipi che, dall’ambito della frase ordinaria, si estendono fino alle macro-strutture figurative dei personaggi e degli intrecci. Per questo il baricentro dell’invenzione, per tutti questi autori, più che portarsi sul verso, sul singolo componimento poetico, o sul modello narrativo, si concentra innanzitutto sulla frase.</p>
<p>Il resoconto di questo attraversamento non può che concludersi su di un’osservazione che, dopo quanto detto, dovrebbe suonare ovvia. Cercare quello che ci manca, esplorare nuove possibilità poetiche, avvicinare problematiche artistiche inedite, non significa adottare, in maniera automatica, quanto di importante si è compreso e conosciuto nell’incontro con un&#8217;altra esperienza. Ma dei contraccolpi sono certo inevitabili. Delle contaminazioni sono immediatamente all’opera, anche in maniera inconsapevole. Tutto ciò, io credo, non dovrebbe rafforzare le proprie ragioni, ma semmai passarle risolutamente al vaglio del dubbio. Gli esiti finali di un tale processo non sono mai prevedibili. Di certo, continuo ad essere convinto dell’enorme presunzione di coloro che, pregiudizialmente, senza compiere reali attraversamenti, ma occhieggiando malamente da angusti spiragli, si convincono che dall’ignoranza delle scritture altrui, in altre lingue, c’è tutto da guadagnare.</p>
<p><em>[Dove non segnalato diversamente, le traduzione degli autori francesi sono mie.]</em></p>
<p><strong>Nota biblio e blog-grafica</strong></p>
<p>Per quanto riguarda le traduzioni italiane dei poeti francesi considerati nel saggio, ecco alcune indicazioni.</p>
<p>Olivier Cadiot: alcuni testi nella rivista «Materiali di estetica» (2004), dossier sulla poesia francese curato da Michele Zaffarano e Gherardo Bortolotti (saggi di Jérôme Game, Christophe Hanna, Jean-Marie Gleize, poesie di Pierre Alferi, Olivier Cadiot, Jean-Marie Gleize, Jean-Michel Espitallier, Christophe Tarkos); David Crockett o Billy the Kid avranno sempre un po’ di coraggio, trad. di Michele Zaffarano, Arcipelago, 2005.</p>
<p>Nathalie Quintane: alcuni brani da Formage (P.O.L, 2003) da me tradotti in «Nazioneindiana» [11.01.08, nella rubrica “dispatrio”] e in «L’Ulisse (Rivista di poesia, arti e scrittura)» n. 10, marzo 2008 [www.lietocolle.com/ulisse].</p>
<p>Liliane Giraudon: tutte le traduzioni sono di Andrea Raos e sono state pubblicate in «Nazioneindiana»; un capitolo da La fiancée de Makhno (P.O.L, 2004) [3.04.04, “dispatrio”], Poesie pentite da Homobiographie (Éditions Farrago, 2000) [15.08.05, “dispatrio”] e Il mio Beckett da Mes bien-aimé(e)s (Inventaire / Invention éditions, 2007) [31.12.06, “dispatrio”].</p>
<p>Christophe Tarkos: tutte le traduzioni sono di Michele Zaffarano; alcuni testi nella rivista «Materiali di estetica» (2004), altri in «Nuovi Argomenti» (n. 32, 2005) nel dossier intitolato Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità e curato da Andrea Inglese e Andrea Raos; altri ancora in GAMMM [gammm.org].</p>
<p>Caroline Dubois: alcuni testi da me tradotti da Je veux être physique (Farrago, 1999) in «Nuovi Argomenti» (n. 32, 2005) nel dossier intitolato Le macchine liriche.</p>
<p>Éric Suchère: Fissa, desola in inverno, (Quaderni di Cantarena, 2006) traduzione di Massimo Sannelli; alcuni testi sempre tradotti da Sannelli in «Nuovi Argomenti» (n. 32, 2005) nel dossier intitolato Le macchine liriche e altri testi ancora disponibili sul sito personale dell’autore [pageperso-orange.fr/poesie.suchere/index.htm] tradotti da Andrea Raos.</p>
<p>Pur essendo un romanziere, vanno segnalate almeno la traduzioni esistenti in rete di Antoine Volodine: su «Nazioneindiana» un lungo brano da Lisbonne dernière marge (Minuit, 1990) tradotto da Raos [15.10.05, “dispatrio”] e brani da Des anges mineurs (Seuil, 1999) tradotti da me [11.11.06 e 16.11.06, “dispatrio”].</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/06/passi-nella-poesia-francese/">Passi nella poesia francese contemporanea. Resoconto di un attraversamento (2)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Da &#8220;Formatura&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jan 2008 05:55:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/images-orangina.jpg" title="images-orangina.jpg"></a> di <strong>Nathalie Quintane</strong></p>
<p>traduzione di Andrea Inglese</p>
<p><em>[II : parte politica]</em></p>
<p>Un mattino, mentre suo marito appena sveglio aveva posato il piede sul parquet e sembrava osservare il suo primo volto della giornata nello specchio dell’armadio di pino, la signora Ro, grandemente sorpresa, lo sentì mormorare la parola Orangina.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/11/da-formatura/">Da &#8220;Formatura&#8221;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/images-orangina.jpg" title="images-orangina.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/images-orangina.jpg" alt="images-orangina.jpg" /></a> di <strong>Nathalie Quintane</strong></p>
<p>traduzione di Andrea Inglese</p>
<p><em>[II : parte politica]</em></p>
<p>Un mattino, mentre suo marito appena sveglio aveva posato il piede sul parquet e sembrava osservare il suo primo volto della giornata nello specchio dell’armadio di pino, la signora Ro, grandemente sorpresa, lo sentì mormorare la parola Orangina. Credette di primo acchito che avesse sete – eppure non aveva l’abitudine di fare colazione con bibite gassate – ma appena gli comunicò che in frigo non c’era che del latte e un resto di succo di pomodoro, non per questo suo marito cessò di ripetere: Orangina.</p>
<p>– Faresti meglio a limitarti al caffè, che riscalda, e scosse la testa infilandosi le pantofole.<br />
<span id="more-5152"></span></p>
<p>Per quelli che fossero meno interessati a questo personaggio, mi permetto di mettere qui un riassunto della sua esistenza:</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/cartadelcielo.jpg" title="cartadelcielo.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/cartadelcielo.thumbnail.jpg" alt="cartadelcielo.jpg" /></a></p>
<p>Gli altri non sono obbligati ad aiutarmi</p>
<p>eppure dispongono sempre di qualche racconto adatto a sostenere l’azione: quello degli uomini maledetti di cui solo la maledizione conta in quanto lascia una traccia</p>
<p>: un prigioniero in una cella spoglia e che non mangia, un cane ma bastardo abbandonato sul ciglio di una provinciale da un impiegato di estrema destra, una ragazza vedova a vent’anni che sorride nel buio.</p>
<p>Il Taj Mahal non è il Taj Mahal ma una storia.</p>
<p>Una cosa sui cui questa storia insiste è la parola or (parolor), ma è senza insistenza che chiamo il mio personaggio <em>Ro</em>ger, che lo attrezzo di sessantatre anni, che lavora a lungo da mezzanotte alle sette ad immagazzinare le derrate alimentari destinate alla distribuzione nei mercati, che una mattina si alza e probabilmente brutalizzato per il ribaltamento del sistema d’irrigazione quando si passa dalla posizione sdraiata a quella in piedi, non dice altro che Orangina.</p>
<p>− È in questo modo che raccogliendo delle risposte, mi hanno permesso (mia suocera) di truccare questo passaggio (il solito primo capitolo: nel conto delle righe disposte sulle pagine consiste il suo equilibrio, perciò la prosa non è nient’altro che un conto, il sistema decimale la gestisce bene – dieci parole a riga, dieci righe a pagina.)</p>
<p>*</p>
<p>− Tu faresti meglio a limitarti al caffè (e scuote interiormente la testa).</p>
<p>Non si vede mai sul momento quello che il momento cambia. Dopotutto, basta poco – mettetevi a quattro zampe per più di due giorni di fila e vedrete immediatamente che nuovo aspetto assume il mondo.</p>
<p>Avremmo dovuto farci carico diversamente (che attraverso una capriola) di questa moglie: ha poi vissuto cinque anni con il paziente, rifiutando che un’infermiera (o un’assistente concessa dal comune) l’aiutasse nei compiti più pesanti, cercando invano ciò che lui tentava di dire. Non c’è nulla che non abbia senso – pensa lei – dal momento che persino i sogni che hanno l’aria scema lasciano emergere più verità di quanta ne accumulino su di voi vostra madre, vostro padre, la vostra parentela. Ci doveva quindi essere un codice, e questa parola era lì al posto di un’altra o di altre. E suo marito, che era stato spossato durante tutta la sua vita per via di orari inverosimili, non aveva inventato quello stratagemma per farla partire. Eppure nulla aveva annunciato una svolta così radicale: lui non era un cultore della battuta e trovava la maggior parte dei film di spionaggio idioti. E si abbandonava abbastanza poco agli entusiasmi verbo-affettivi, chiamandola raramente <em>coniglietta</em> e una volta sola di seguito. Un tale fenomeno non era forse spiegabile che a causa dell’afflusso brutale di sangue nel cervello in un punto b grande? I centri del linguaggio forse sono periferici. Una bocca di meno di sette anni si adatta a qualsiasi lingua. Perché avvicinare l’attività di una mosca immobile alla pulitura delle mani? Quale gesto soppresse l’invenzione del trombone? La somma sborsata per un affitto equivale a quella che rimborsa il mutuo contratto per comprare una casa. Il giardinaggio permette di aprire meno libri. Gli apparecchi elettrici, meccanici, non sono proprio dei mobili. Come e quando si mette in opera la distinzione quadretti grandi-quadretti piccoli? La premessa (e il fatto che per tutto ci sia una premessa) è la buona notizia. Il commercio è una categoria immediatamente estetizzabile.</p>
<p>*</p>
<p>Ottimista, pensa che leggendo molto eviterà l’afasia (quel silenzio che non viene da un’incapacità di parlare ma dalla consapevolezza istantanea o progressiva che le parole vi cadono dalla bocca e che più niente e nessuno si occupa di recuperarle. Qualcuno che trasporta dei frutti e degli ortaggi sa bene che cos’è un “grido di guerra”, ma è altrettanto timorato di un soldato quando si tratta di trovare o fabbricare il proprio. S’immagina qualcosa che, proiettato verso un superiore gerarchico (in questo caso, il suo gestore), lo annienterebbe.</p>
<p>In posizione eretta, le gambe divaricate, una mano sull’anca come una cantatane di saloon, con alle spalle un cielo buio, lancia una frase che mette l’altro in ginocchio, una mano sul ventre, e poi per terra. Dopo, non riprende a lavorare, ma si eclissa verso un territorio raggiunto dagli aerei.</p>
<p>*</p>
<p>Emissione, captazione, istrice da combattimento: ecco un buon motivo, sonoro. L’istrice evoca immediatamente un’arma del Medio Evo: quella palla pungente che, lanciata all’estremità di una catena all’estremità d’un manico, sfigura l’avversario, bucandolo come il vetriolo; ma istrice e basta non ci direbbe molto di più che piccola bestia spalmata da un pneumatico – bisogna quindi aggiungere: da combattimento, così come dobbiamo aggiungere ciclista a fungo, se parliamo di allucinazione, o forbici a prosciutto, se parliamo di operazione chirurgica. Numerose metafore raffigurano la letteratura come una grande guerra, una grande guerra clandestina (sebbene pubblicata), un simpatico (buon) mezzo di venire alle mani.</p>
<p>*</p>
<p>Roger ha avuto le papille arrostite da un caffè bollente?</p>
<p>Il suo cane già lo tirava per la manica. Avevano aperto la porta per lui. Questo cane camminava troppo in fretta, lo chiamò.</p>
<p>Lo chiamò.</p>
<p>Lo chiamava,<br />
ma più lo chiamava, più l’altro accelerava, le orecchie basse.</p>
<p>*</p>
<p>Non ha niente d’inquietante – ecco quello che gli rimproverarono. Indovino il sorriso all’angolo della bocca dei vicini o dei nipoti e le loro provocazioni quando, scorgendolo seduto al sole nel suo giardini, gli chiedono l’ora o come sono le pernici quest’anno, e lui risponde. Immagino quale sarebbe stata la loro reazione se avesse detto: <em>ugualmente</em>, o: <em>dio</em>! Si deve fare bene attenzione: non è l’esempio innanzitutto che è ridicolo, è la situazione di Roger, immobilizzato e ridicolizzato cinque anni in una parola. Ciò nonostante, quando si alzava tutti i giorni a mezzanotte per impilare cassette fino all’alba, nessuno rideva. Se ci riflettete, nessuno vi ha preso in giro nel momento preciso in cui si sarebbe dovuto farlo – e voi avete riso troppo quando tutti gli altri ridevano. Se i moralisti sono i soli filosofi autorizzati ad avere dello humour, bisognerebbe moralizzare questo esempio (che non è filosofico), e ridere dell’esistenza di Roger <em>prima</em> che pronunci Orangina.</p>
<p>− Per favore, bevilo finché è caldo perché non lo rimetterò nella caffettiera.</p>
<p>*</p>
<p>La ripetizione di Orangina non suscita che scherzi, allusioni spiacevoli, insulti, lanci di pomodori o d’urina, di cui voi stessi e i vostri parenti fate le spese; ed essi non pensano più che a una cosa: rinchiudervi in modo che voi non vi manifestiate più agli occhi e alle orecchie di nessuno, poiché <em>come produrre una parola adeguata</em>? Diventa allora la loro sola preoccupazione : una tale sregolatezza, e così improvvisa, nella famiglia, non può non portare ad una riflessione sulla propria capacità di parlare sempre nel buon senso, senza perdere colpi, senza fantasie eccessive. Non sperano più che una cosa: che questo non succeda a me, e nel caso succedesse, quale sarebbe <em>la mia parola</em>? E come sapere che mi è successo? C’è sempre chiaramente un momento in cui l’altro, a una vostra parola, vi guarda sconcertato, ma non è una prova sufficiente: ognuno un giorno ha guardato l’altro così per aver capito male.</p>
<p>*</p>
<p>Mia nonna era convinta di tenere in allenamento il cervello facendo le parole crociate. Il cruciverba, la soluzione di operazioni alla televisione, gli scacchi al computer, il lipogramma. E poi, in termini di linguaggio, che cos’è una <em>fantasia</em>? In che modo essa interviene in una conversazione? Una fantasia può essere una semplice improprietà ? O si tratta di ciò che continuiamo a chiamare vagamente «assurdità» (questo coniglio aveva la taglia di un elefante, le ciliegie non portano le orecchie – eppure è vero –, il manganese rende immortali)? Esiste una tipologia di fantasie (improprietà grammaticali, paralogismi, glossolalie…)? In quale classe di fantasie – supponendo che si scarti almeno provvisoriamente la nosografia psichiatrica – si dovrebbe includere l’atto di non dire che una sola parola? Seppure non sia così evidente l’adattare sempre ciò che si dice o ciò che si pensa alla situazione vissuta in comune (gruppo almeno di due), è quanto riusciamo a fare la maggior parte del tempo, e non c’era in tutta l’esistenza di Roger, prima di questo momento in cui non dice più che Orangina, un ricordo da parte dei suoi parenti di una sua fantasia.</p>
<p>– Dopo tutto, non era nato con una macchia di scimmia sul braccio, come la povera Sonia, perché sua madre incinta aveva guardato troppo gli oranghi allo zoo di Varsavia: un vero quadrato di peli che è stata costretta a radere tutti i giorni prima che in Francia le facessero una depilazione definitiva.</p>
<p>*<br />
Il brano è tratto da <em>Formage</em>, P.O.L, 2003.</p>
<p><strong>Nathalie Quintane</strong> ha pubblicato per le edizioni P.O.L i seguenti libri : <em>Cavale</em> (2006), <em>Antonia Bellivetti </em>(2004), <em>Formage</em> (2003) , <em>Les Quasi-Monténégrins</em> (2003), <em>Saint-Tropez &#8211; Une Américaine</em> (2001), <em>Mortinsteinck</em> (1999), <em>Début</em> (1999), <em>Jeanne Darc</em> (1998), <em>Chaussure </em>(1997)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/11/da-formatura/">Da &#8220;Formatura&#8221;</a></p>
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		<title>Les monstres et les couillons &#8211; 2</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2007 06:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eric Suchère</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em></em><em>[Articolo originariamente apparso sul sito francese <a href="http://www.sitaudis.fr/Excitations/monstres-et-couillons-la-partition-du-champ-poetique-contemporain.php">www.sitaudis.fr</a></em>]</p>
<p>di <strong>Nathalie Quintane</strong></p>
<p>Le lecteur aura compris que ce qui se joue derrière la parabole des Monstres et des Couillons, c’est une opposition tranchée (et erronée) entre émotion et pensée. Antoine Emaz place, en épigraphe d’un texte éclairant dans lequel il explique, entre autres, que l’émotion est “motrice du poème et enjeu de sa réception”, cette phrase de Reverdy: “Je ne pense pas, je note.” Je ne vais pas ressusciter Reverdy pour l’informer que noter, c’est penser, mais je peux, en revanche, rappeler à Antoine Emaz qu’il n’y a pas si longtemps vivait un écrivain, dont les initiales sont G et P, qui est à présent publié chez Gallimard dans la collection “L’imaginaire” et donc largement disponible, et que cet écrivain, à l’époque, prit la peine d’écrire quelques textes à ce propos, réunis sous l’intitulé “Penser, classer”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/03/02/les-monstres-et-les-couillons-2/">Les monstres et les couillons &#8211; 2</a></p>
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<p>di <strong>Nathalie Quintane</strong></p>
<p>Le lecteur aura compris que ce qui se joue derrière la parabole des Monstres et des Couillons, c’est une opposition tranchée (et erronée) entre émotion et pensée. Antoine Emaz place, en épigraphe d’un texte éclairant dans lequel il explique, entre autres, que l’émotion est “motrice du poème et enjeu de sa réception”, cette phrase de Reverdy: “Je ne pense pas, je note.” Je ne vais pas ressusciter Reverdy pour l’informer que noter, c’est penser, mais je peux, en revanche, rappeler à Antoine Emaz qu’il n’y a pas si longtemps vivait un écrivain, dont les initiales sont G et P, qui est à présent publié chez Gallimard dans la collection “L’imaginaire” et donc largement disponible, et que cet écrivain, à l’époque, prit la peine d’écrire quelques textes à ce propos, réunis sous l’intitulé “Penser, classer”. Evidemment le livre de Perec (et d’autres) a l’inconvénient de fragiliser cette belle opposition entre émotion et pensée, de même que le travail de Gilles Deleuze, en remodelant de fond en comble la notion philosophique de concept, en inventant par exemple le “personnage conceptuel”, apporte sa contribution à la remise en cause de cette opposition fondatrice de la philosophie classique (Descartes, pour simplifier). Le problème du poète “lyrique”, c’est qu’il travaille <em>ante</em> Deleuze, ante Foucault, ante Derrida, ante Perec &#8211; ou avec un Derrida tronqué, un Deleuze tronqué, un Foucault tronqué; mais nous reviendrons sur ce point. Le “Lyrique” travaille avec ce qui précède la période “structuraliste”: il a décidé que cette période n’avait existé que dans l’esprit fumeux de quelques imposteurs, et comme on lui rappelle sans cesse que cette époque a bel et bien existé (la preuve, c’est que Derrida vient de mourir, précédé par Deleuze et par Foucault, sans parler de Perec qui est mort aussi), ça l’énerve. Lui, il est obligé de travailler avec Descartes, puisqu’il veut pouvoir continuer à travailler contre lui (au feu Descartes! Je sens donc je suis!), et quand on lui explique que Descartes, ça y est, c’est intellectuellement mort, ça l’agace &#8211; parce que l’intellect, vous comprenez, c’est l’esprit, et que moi je sens.<span id="more-3404"></span></p>
<p>Cette opposition entre émotion et pensée s’articule sur une conception différente du déploiement du logos dans le temps &#8211; logos souvent indissociable de l’Être, d’une ontologie, chez les « Lyriques », mais pas toujours, logos débarrassé de tout ontologisme chez les « Formalistes », mais pas toujours aussi pleinement qu’on le croit. Alors que la langue est, chez les « Formalistes », simultanément une modalité émotive et intellectuelle et que l’expression de l’émotion/pensée est inséparable de son impression, qu’elle est, d’une manière ou d’une autre, toujours représentée, l’émotion est, chez les « Lyriques », un antérieur &#8211; un alogon venu d’un réel « brut » &#8211; que l’expérience va devoir resaisir avant de pouvoir, enfin, l’exprimer. On comprend alors la raison pour laquelle le maintien de la conscience au sens classique du terme, et au-delà, la conservation du Sujet, aussi dégradé soit-il, et celle de l’individu, vécus comme des absolus après la « mort de Dieu », s’imposent, de même qu’on comprend pourquoi les « Lyriques » sont dans l’impossibilité de suivre jusqu’au bout les conséquences de la réflexion de leurs prédécesseurs immédiats : certes, le sujet n’est plus ce qu’il était, il n’est plus que l’ombre de lui-même &#8211; et cela, nous l’acceptons, ou plutôt, nous ne pouvons faire autrement, dans l’état actuel de la pensée, que de l’accepter -, mais cela n’empêche pas qu’il y ait Sujet, quand même, <em>malgré tout</em>. Même raisonnement concernant l’image : d’accord, l’image est un piège stupéfiant auquel nous ne pouvons plus, nous ne devons plus nous laisser prendre, mais cela n’empêche pas qu’il y ait image, quand même, <em>malgré tout</em> &#8211; il suffit de lire Jaccottet pour constater que son soupçon à l’égard des images poétiques ne l’embarrasse guère pour réutiliser et retraiter &#8211; tradition moderne oblige &#8211; les images canoniques de la Poésie. Même chose quant au pataquès qu’est devenu la métaphysique sous nos climats: d’accord, Dieu est mort et pas de transcendance, mais nous gardons la Foi, tout de même, <em>malgré tout</em>; d’ailleurs, c’est simple: il suffit de remplacer Dieu par Autrui, et le tour est joué, on peut continuer à gambader dans l’arrière-pays, explorer la clairière de l’Être, se poser une demi-douzaine d’horizons à l’horizon, et se faire un petit matelas confortable des ruines du cogito. C’est pourtant, crénom, bien simple, de gagner le beurre et l’argent du beurre &#8211; sans parler des félicitations de toutes les crémières universitaires. Ah ! le Sujet pensant n’existe pas, ça c’est sûr, au feu Descartes! (je sens donc je suis), mais le Sujet existant, hein, hé hé, vous allez quand même pas zigouiller le Sujet existant, ce serait pas sympa, d’autant plus que du coup j’aurais du mal à le signer, mon petit poème, parce que vous comprenez, mon petit poème, il vient de mon expérience incompressible, il vient du sentiment de mon sentiment, il vient du cœur de mon cœur &#8211; vous allez pas me la voler, mon expérience extatique de moi-même, bordel ! Faites gaffe ou j’appelle Bataille &#8211; et là vous serez bien emmerdés, parce que Bataille, c’est justement notre point de rencontre, c’est le meeting point de toute la poésie contemporaine, et de l’art ! et de la philosophie ! et de la sociologie ! et de l’ethnologie ! et du cinématographe ! Seulement Bataille, si je me souviens bien, quand il escamote, il fait pas semblant. Lui, il accepte de bouffer son pain sec. « Enlevons Dieu comme objet de la foi, mettons <em>autrui</em> comme l’autre sujet » (page 87, in <em>Europe</em>, op. cité), ben tiens mon colon, petit escamotage, petite substitution, et l’essentiel est sauvé: le possible extatique, l’autre comme monde et le monde comme grand Autre; bref, la transcendance. Quelle importance, d’ailleurs, il récupère tous les attributs de la divinité (l’Autre est mon « infini », mon « Absolu », il est la possibilité d’une “vérité de la parole”, etc.) &#8211; un petit ajustement et le tour est joué.</p>
<p>Et nous voilà rendus, en poésie « terre d’écoute et de partage » &#8211; ce n’est pas un tract salutiste, c’est le syntagme roi de la poésie en territoire indigène et au journal de vingt heures. Car le poète croit <em>en</em> la Terre &#8211; puisqu’il ne peut plus croire en Dieu (c’est ringard). Oui mais comment faire coexister immanence et transcendance sans qu’elles se chamaillent ? Fastoche ! sinon à quoi ça servirait, le Réel ? Autrui ne vous satisfait pas comme supplétif divin ? Eh bien y a qu’à prendre l’objet ! le Sensible ! le Concret ! Ce type d’immanence là, c’est de la transcendance en barre. Et pourquoi ? Parce que <em>ça ne parle pas</em>. Mon petit père, jamais l’intellect, le dégoûtant intellect humain, n’a frôlé la « certitude sensible ». On pourra bien tous crever dans l’atome, le Sensible nous enterrera et plantera son myosotis sur le tertre, impeccable. La « chose humble », c’est la nouvelle « autorité absolue » (Yves Bonnefoy). Une anecdote: à Digne-les-Bains, en pleine nature (Digne-les-Bains est pleine de nature), l’artiste Hermann de Vries a planté une hallebarde assez semblable à celles qui forment la grille du jardin des Tuileries; sur cette hallebarde est gravé en lettres d’or le mot SILENCE. Quand le promeneur, bon gré mal gré, tombe sur cette pièce, il ne peut pas ne pas comprendre : Ferme-la. Chez certains « Lyriques », l’attention au réel semble dépendre d’une auto-humiliation, d’une conduite à la Thérèse de Lisieux (« se vider, réduire la vanité, ne plus savoir », écrit Antoine Emaz dans le texte évoqué plus haut). C’est que la dévotion est une &#8211; que ce qui importe, dans cette dévotion aux petites choses et aux petits (Autrui, en poésie, ce sont les vrais gens), c’est la dévotion, c’est la reconquête d’un monde perdu par l’institution (ou du moins la mention, la citation) d’une posture apprise, celle du regret, ou plutôt, ici, de la contrition. Les « Lyriques » sont d’authentiques repentis et la négativité n’est pas du côté qu’on croit. On saisit alors un peu mieux le malentendu que peut susciter l’œuvre de Ponge : un poète « lyrique » en retiendra l’attention au sensible avant toute chose ; un « Formaliste » y lira que l’accès au sensible est, du même coup et au même titre, accès au sensible de la langue &#8211; ce que dit Ponge.</p>
<p>C’est à se demander si, du fait de cette négativité lyrique, les pôles ne se sont pas inversés, si les Monstres ne sont pas devenus des Couillons (ne se disent-ils pas « idiots », dans cette bataille autour du « réel » où chacun veut la victoire ?) et les Couillons des Monstres. Il y a, ces dernières années, chez certains ex-Monstres promus Couillons, dans le copié/collé, un air assertif qui paraît substituer avec plus ou moins de bonheur le politisme au poétisme. À vouloir à tout prix « parler dans la langue de l’ennemi », on finit par lui ressembler, à l’ennemi, par choper son côté couillon. Alors qu’il peut y avoir une saine couillonnerie à incarner, une vraie de vraie couillonnerie formaliste, une bien brave et bien violente couillonnerie ; allez, nouveaux Couillons, pas de quartier, sus aux Monstres !</p>
<p>(<a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/28/les-monstres-et-les-couillons-1/">qui</a> la prima parte)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/03/02/les-monstres-et-les-couillons-2/">Les monstres et les couillons &#8211; 2</a></p>
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		<pubDate>Wed, 28 Feb 2007 06:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eric Suchère</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Articolo originariamente apparso sul sito francese <a href="http://www.sitaudis.fr/Excitations/monstres-et-couillons-la-partition-du-champ-poetique-contemporain.php">www.sitaudis.fr</a>]</em></p>
<p>di <strong>Nathalie Quintane</strong></p>
<p>Une rumeur tenace, puisque rumeur, laisse entendre qu’il n’y aurait plus depuis longtemps en France de tendances poétiques nettement marquées, que toute trace théorique aurait été perdue corps et bien avec la mise en vente de pavés berlinois et non plus germanopratins, que l’idéologie rampante mais toujours renaissante aurait rendu gorge à l’entrée de Philippe Sollers comme pigiste au <em>Monde des Livres</em>, que poètes et lecteurs baigneraient dans une sorte de liquide post-amniotique où ni styles ni formes ne seraient clairement identifiables, où régneraient la diversité, l’inclassabilité, le multiple, le composite et le varié dans leur lutte victorieuse contre l’esprit de chapelle, l’infâme revue doctrinale, la doxa textuelle et le collectif autoritaire.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/28/les-monstres-et-les-couillons-1/">Les monstres et les couillons &#8211; 1</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Articolo originariamente apparso sul sito francese <a href="http://www.sitaudis.fr/Excitations/monstres-et-couillons-la-partition-du-champ-poetique-contemporain.php">www.sitaudis.fr</a>]</em></p>
<p>di <strong>Nathalie Quintane</strong></p>
<p>Une rumeur tenace, puisque rumeur, laisse entendre qu’il n’y aurait plus depuis longtemps en France de tendances poétiques nettement marquées, que toute trace théorique aurait été perdue corps et bien avec la mise en vente de pavés berlinois et non plus germanopratins, que l’idéologie rampante mais toujours renaissante aurait rendu gorge à l’entrée de Philippe Sollers comme pigiste au <em>Monde des Livres</em>, que poètes et lecteurs baigneraient dans une sorte de liquide post-amniotique où ni styles ni formes ne seraient clairement identifiables, où régneraient la diversité, l’inclassabilité, le multiple, le composite et le varié dans leur lutte victorieuse contre l’esprit de chapelle, l’infâme revue doctrinale, la doxa textuelle et le collectif autoritaire. Qu’enfin bref on serait peinards, et que tout le monde trouverait poème à son pied dans la supérette à taille humaine de la poésie contemporaine d’expression française. Qu’argument économique, puisque presque personne ne vend rien dans la dite poésie, ce ne serait ni logique ni gentil de se tirer la bourre pour si peu et qu’on pourrait au contraire tous se retrouver pour un jamboree convivial au sous-sol de Beaubourg ou sur le plateau de Millevaches, selon les parties organisatrices, et qu’on aurait certainement, à défaut de choses à se dire, des verres à boire.<span id="more-3403"></span></p>
<p>Hélas trois fois ou heureusement, qui connaît même de très loin le terrain poétique actuel sait qu’il n’y a là que fumée de pacification derrière laquelle brûlent frénétiquement les feux de joie allumés par chacun des camps: celui des Monstres et celui des Couillons. Bien entendu, le Monstre n’est considéré comme Monstre que par le Couillon et le Couillon n’est appelé Couillon que par le Monstre, mais chaque petit Couillon ne rêve que d’une chose: balancer le Monstre qui lui fait face dans son feu, tandis que chaque petit Monstre ne pense qu’à une chose : observer la complète carbonisation d’un Couillon. Officiellement, Monstres et Couillons parviennent à faire preuve d’une espèce de politesse &#8211; le Monstre ira jusqu’à nommer le Couillon « Couillon non dénué d’intelligence », et le Couillon qualifiera le Monstre de « Monstre non dénué d’humanité »; en privé, le Monstre pourra lancer à un camarade Monstre l’injure suprême : « Tu n’es qu’un Couillon ! », et le Couillon jettera à un compagnon Couillon l’insulte ultime : « Va donc, Monstre ! ». Les Rencontres Poétiques Internationales sont les lieux d’expression favoris du Couillonisme et de la Monstruosité. Délocalisés, Monstres et Couillons font le point: le Monstre constate avec angoisse et bientôt terreur qu’il est entouré d’une foule de Couillons qui ne songent qu’à lui faire la peau &#8211; il apprendra, soulagé, qu’il lit devant un petit parterre de Monstres indigènes déplacés tout exprès et qui ne lui veulent aucun mal, au contraire. Le Couillon, quant à lui, connaît son heure de gloire &#8211; avant de retomber rapidement dans son pessimisme chronique, ou nostalgie, ou mélancolie, ou tristesse, ou morosité, ou cafard, ou pénibilité. De retour au pays, le Monstre se console en comptant le nombre d’apparition de son nom dans le réseau des Monstres, cependant que le Couillon soigne sa déprime en additionnant les apparitions de son nom sur la toile des Couillons. Comme Couillons et Monstres sont tous des professionnels du langage, ils tentent parfois la synonymie : le Couillon appelle le Monstre <em>Formaliste</em>; le Monstre appelle le Couillon <em>Lyrique</em>.</p>
<p>Cette fable n’est pas un délire exagératif; elle essaie de rendre compte d’une division si ancrée depuis trente ans qu’elle tend à fossiliser les imaginaires &#8211; ainsi de la paire antithétique chaud/froid : le Monstre, forcément « froid », produit une écriture à la même température. Du théâtre dégarni d’Albiach à l’humour post-beckettien de Pennequin en passant par le vernis beckien, le diagnostic est kif kif : c’est la banquise. Plus : la philosophie dont il se soutient est elle aussi une création arctique &#8211; on parle de la « féroce campagne » d’un Derrida contre l’humaine humanité (cf. <em>Europe</em> n° 890/891, juin/juillet 2003). Évidemment, les « Formalistes »” ne sont pas étrangers à cette catégorisation, puisqu’ils font, ou ont fait, la promotion d’une écriture « plate », « désaffublée », « objective », etc. De manière identique, les « Lyriques », en revenant dès les années cinquante, contre la pyrotechnie surréaliste, à la « simplicité », à l’« origine », voire à une naïveté revendiquée, auraient mauvaise grâce de reprocher au camp adverse l’accusation sans cesse reprise de cuculterie, de sulpicianisme, etc : un Couillon a le droit d’être gnan gnan.</p>
<p>Cela dit, entendons-nous bien: je ne viens pas ici prêcher la réconciliation. Je sais qu’elle est esthétiquement, éthiquement, philosophiquement, poétiquement impossible. Parce qu’elle est esthétiquement, éthiquement, philosophiquement, poétiquement motivée. J’aimerais seulement que ceux et celles qui sont amenés à travailler avec les poètes le fassent en connaissance de(s) cause(s) et que les poètes qui connaissent parfaitement et de l’intérieur l’état de chose cessent de faire comme si ce qui est n’était pas et comme si ce qui n’est pas était, en particulier lorsqu’ils ont à communiquer avec le monde non-poétique. J’aimerais également que les caricatures se nuancent, à défaut de s’estomper, qu’on arrête de couvrir les uns de givre et les autres de bons points. J’aimerais avant tout énoncer ceci : « Lyriques » et « Formalistes » sont, qu’ils le veuillent ou non, porteurs d’une idéologie ; qu’il n’y ait plus d’« écoles » identifiables n’a pas entraîné la dilution des anciennes « causes » dans le No Man’s Land brouillon des années 80/90. Sans que cela reprenne systématiquement l’allure de l’engagement à la mode Aragon, bien sûr. En conséquence, lire Valérie Rouzeau plutôt que Jean-Michel Espitallier, c’est acquiescer à une certaine vision du monde et à une certaine conception de l’homme; ce n’est pas « innocent ». Acheter à ses enfants les livres de la collection jeunesse du <em>Dé Bleu</em>, c’est les préparer &#8211; presque aussi sûrement qu’en les envoyant au catéchisme &#8211; à une saisie orientée de la société et de ses enjeux.</p>
<p>D’autre part, il ne faudrait pas croire, parce qu’elles sont deux, que les parties sont numériquement équilibrées, représentées avec la même régularité, ni qu’elles luttent à armes égales: l’esthétique (et donc l’idéologie) dominante dans le domaine poétique est gérée par la maison Gallimard &#8211; c’est ce que Jean-Michel Maulpoix définit pudiquement par l’oxymore « tradition moderne ». Publiée chez Gallimard, l’œuvre zutiste et charnelle de Jean-Pierre Verheggen est pacifiée; tout comme les poètes du Chat Noir, anthologisés en poche par la même maison, avait été pacifiés &#8211; il suffit de lire le Chat Noir vu par Gallimard et le Chat Noir vu par Arnaud Labelle-Rojoux pour constater la différence. Évidemment, on peut toujours espérer que quelques égarés lecteurs vont comprendre et continuer par eux-même le travail&#8230; On peut aussi se féliciter de ce qu’ENFIN un poète vivant d’une autre obédience puisse être lu par un plus grand nombre, simplement parce que ses livres seront mieux diffusés, mieux commentés par la presse, commentés tout court &#8211; parce que c’est Gallimard. Et puis, en tant que « Formaliste », on peut aussi s’en foutre, dire que tout ça, c’est plus mon histoire, qu’on s’en bat les couilles d’être poète ou pas : il n’empêche, Formaliste, que ton dernier opus, que ton petit DVD, que ton cdrom multimédia, que tes affichettes politiques, que tes brûlots incendiaires diffusés sur le Net, que ta revue photocopiée à trente exemplaires, entrent dans le genre Poésie, que tu pourras, sans problèmes et sans états d’âme de sa part, être sollicité par le Printemps des Poètes, qui a toujours besoin d’un petit animateur chez lui, d’un petit gars qui va faire rigoler le public avant le passage aux choses sérieuses. Et quand tu seras invité à l’étranger, Formaliste, ce sera pire, parce que là tu t’apercevras que la poésie et la pensée françaises, du Pérou au Kamchatka, c’est les autres, et tu te retrouveras, une fois de plus, dans un groupe ultraminoritaire qui peinera à se faire entendre. Mais bon, tu peux aussi faire l’animateur dans l’art contemporain : il y a plus de monde et c’est mieux payé. Et là, au moins, les « Lyriques », on les voit pas: ils ont peur de se salir.</p>
<p>(continua <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/03/02/les-monstres-et-les-couillons-2/">qui</a>)</p>
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		<title>«Ceci n&#8217;est pas une traduction» (1)</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jun 2006 04:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a title="quine2.jpg" class="imagelink" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/quine2.jpg"></a>di <strong>Éric Houser</strong></p>
<p>Chaque nouvelle traduction (d&#8217;ampleur) amène à se reposer, en grandes largeurs, la question de la traduction. Pourquoi ? Parce qu&#8217;il est bien évident qu&#8217;une telle question dépasse de loin le problème technique de la traduction en particulier, de tel texte A de langue A&#8217; (langue-source) en tel texte B de langue B&#8217; (langue-cible).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/01/%c2%abceci-nest-pas-une-traduction%c2%bb-1/">«Ceci n&#8217;est pas une traduction» (1)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="quine2.jpg" class="imagelink" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/quine2.jpg"><img align="left" title="quine2.jpg" alt="quine2.jpg" id="image2170" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/quine2.thumbnail.jpg" /></a>di <strong>Éric Houser</strong></p>
<p>Chaque nouvelle traduction (d&#8217;ampleur) amène à se reposer, en grandes largeurs, la question de la traduction. Pourquoi ? Parce qu&#8217;il est bien évident qu&#8217;une telle question dépasse de loin le problème technique de la traduction en particulier, de tel texte A de langue A&#8217; (langue-source) en tel texte B de langue B&#8217; (langue-cible). Problème technique au demeurant passionnant, qui n&#8217;a pas fini de faire écrire. Des tombereaux de thèses sur le sujet, chaque époque produisant sa propre axiomatique. C&#8217;est qu&#8217;on touche, là, à quelque chose de tellement vertigineux&#8230; <span id="more-2136"></span>Inutile de faire un dessin. La thèse dite de «l&#8217;indétermination de la traduction», développée par Willard Van Orman Quine (2), tombe à pic pour étayer une intuition simple, à savoir qu&#8217;il y a peu de sens à dire que ceci est une bonne et ceci une mauvaise traduction. Que dit cette thèse ? <em>«Des manuels pour traduire une langue dans une autre peuvent être élaborés selon des principes divergents, tous compatibles avec la totalité des dispositions à parler et cependant incompatibles entre eux. Dans un nombre incalculables d&#8217;endroits, ces manuels divergeront. Les traductions qu&#8217;ils donneront respectivement d&#8217;une phrase d&#8217;une langue seront des phrases de l&#8217;autre langue ne se trouvant les unes envers les autres en aucune sorte de relation d&#8217;équivalence plausible, pour lâche qu&#8217;elle soit. Bien entendu, plus ferme est le lien qui unit directement une phrase à sa stimulation non verbale, moins radicalement ses diverses traductions pourront-elles diverger de manuel à manuel.»</em> La réception de la thèse a été (demeure) problématique. Tant dans le champ proprement philosophique que dans celui de la littérature, la traduction-en-littérature pouvant être considérée comme une région de la traduction-tout-court, comme l&#8217;ontique est une région de l&#8217;ontologie. Problématique, peut-être déjà en raison des aléas de la réception de la philosophie analytique (pour dire très vite, sans rentrer dans le détail), dont elle émane. Réception dont on sait qu&#8217;elle est, sur le continent, affectée d&#8217;un indice de soupçon qu&#8217;il est encore difficile (mais non impossible ; certains, dont Jacques Bouveresse en France notamment, s&#8217;y emploient depuis fort longtemps) de ne pas confondre avec un simple préjugé idéologique. Au niveau lexical, Quine avait, déjà avant l&#8217;exposé de sa thèse, formulé nettement quelque chose qui va dans le même sens. Je cite Paul Gochet : «Quine imagine un lexicographe au travail dans un pays lointain, aux prises avec les données de son informateur et essayant, à l&#8217;aide d&#8217;hypothèses, d&#8217;établir des corrélations sémantiques entre les deux idiomes. &#8220;Le lexique achevé, écrit Quine, est un cas de <em>ex pede Herculem</em>. Mais il y a une différence. En reconstituant Hercule par projection à partir de son pied, nous risquons de commettre des erreurs, mais nous pouvons au moins nous consoler en pensant qu&#8217;il y avait tout de même quelque chose à propos de quoi nous pouvons être dans l&#8217;erreur. Dans le cas du lexique, en l&#8217;absence d&#8217;une définition de la synonymie, nous ne pouvons même pas poser la question ; il n&#8217;existe rien à propos de quoi le lexicographe puisse être dans le vrai ou dans l&#8217;erreur&#8221;.» (<em>Meaning in linguistics</em>, dans <em>From a logical point of view</em>, Harper Torchbooks 1953). Certes, il en va différemment en présence d&#8217;une définition de la synonymie (autrement dit, en présence d&#8217;hypothèses analytiques, corrige le commentateur), mais cette nuance posée la signification ne peut plus être isolée de ces hypothèses, exactement «comme une lettre de son enveloppe» (Gochet). Autrement dit, il existe des significations, mais elles ne sont pas en soi. À l&#8217;opposé, complètement, d&#8217;une proposition de Jacques Derrida (dans <em>L&#8217;écriture et la différence</em>, donc à une époque proche de la publication des thèses de Quine, sept années plus tard pour être précis) selon laquelle «il n&#8217;y a de traduction que si un code permanent permet de substituer ou de transformer les signifiants en gardant le même signifié». À tout le moins (bénéfice secondaire), les idées du philosophe américain offrent un solide rempart à la fois contre la croyance au mythe de la traduction définitive, unique (inique), et contre un juridisme ou exclusivisme de la propriété (ceci, tel domaine de traduction &#8211; les américains, les russes&#8230; &#8211; est ma propriété, ma chasse gardée). Ce qui n&#8217;empêche bien évidemment pas de préférer, pour son usage personnel, telle ou telle traduction à telle ou telle autre. Pour la récente traduction des 12 livres de Jack Spicer (3), évoquée ici même tout récemment, je ne puis que recommander de s&#8217;y plonger corps et âme. D&#8217;abord parce que c&#8217;est la première traduction intégrale de cet écrivain. Ensuite parce que le parti pris d&#8217;Éric Suchère est d&#8217;une grande cohérence et que son travail a l&#8217;insigne mérite de ressembler à une traduction (Quine : «plus la traduction sera littérale, plus elle semblera être littéralement une traduction»), c&#8217;est-à-dire, veuillez m&#8217;excuser, de nous aider à ne pas prendre des vessies pour des lanternes. Enfin (corrélat du point précédent), parce qu&#8217;il nous incite, nous invite fermement veux-je dire, à la lecture en V.O. et&#8230; à la traduction. Une pièce, de poids, à verser au dossier.</p>
<p>(1) Ce texte constitue une version remaniée d&#8217;une chronique à paraître en septembre 2006 dans la revue <em>Action poétique</em></p>
<p>(2) W.V.O. Quine, <em>Le mot et la chose</em>, Flammarion 1978, traduction par Joseph Dopp et Paul Gochet de <em>Word and object</em>, The Mit Press 1960 : probablement, soit dit en passant, un des grands livres de la philosophie américaine du siècle XXème. Pour une présentation condensée, voir <em>La poursuite de la vérité</em>, Seuil 1993, traduction par Maurice Clavelin de <em>Pursuit of truth</em>, Harvard University Press 1990. Pour une vue d&#8217;ensemble de la philosophie de Quine, y inclus un chapitre sur l&#8217;indétermination de la traduction, voir <em>Quine en perspective &#8211; essai de philosophie comparée</em>, par Paul Gochet, Flammarion 1978</p>
<p>(3) <em>C&#8217;est mon vocabulaire qui m&#8217;a fait ça &#8211; les livres de Jack Spicer</em>, traduction d&#8217;Éric Suchère, préface de Nathalie Quintane, Le bleu du ciel, Bordeaux, 2006</p>
<p>[Foto dell'Autore.]</p>
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