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	<title>Nazione Indiana &#187; nord</title>
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		<title>I diari di Rubha Hunish. Anteprima</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Feb 2011 08:45:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em> Dall&#8217;11 febbraio 2011 torna in libreria<a href="http://www.davidesapienza.net/rubha.html"> <strong>I Diari di Rubha Hunish</strong></a>, pubblicato per la prima volta nel 2004 da Baldini e Castoldi e riproposto in versione aggiornata e accresciuta dalle <strong><a href="http://www.galaadedizioni.com/">Edizioni Galaad</a></strong>. Il libro, piuttosto anomalo per il panorama italiano, raccoglie esperienze di viaggi tra le Alpi, le Highlands Scozzesi, le Ande ed il Grande Nord, terra magnifica ed in estinzione, seguendo l&#8217;insegnamento per cui ogni viaggio è un momento sospeso: siamo sottratti nelle vite intorno che ci attraversano.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/07/i-diari-di-rubha-hunish-anteprima/">I diari di Rubha Hunish. Anteprima</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/I-DIARI-DI-RUBHA-HUNISH-2011-Galaad-Edizioni-201x300.jpg" alt="" title="I DIARI DI RUBHA HUNISH 2011 Galaad Edizioni" width="201" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-38005" /><em> Dall&#8217;11 febbraio 2011 torna in libreria<a href="http://www.davidesapienza.net/rubha.html"> <strong>I Diari di Rubha Hunish</strong></a>, pubblicato per la prima volta nel 2004 da Baldini e Castoldi e riproposto in versione aggiornata e accresciuta dalle <strong><a href="http://www.galaadedizioni.com/">Edizioni Galaad</a></strong>. Il libro, piuttosto anomalo per il panorama italiano, raccoglie esperienze di viaggi tra le Alpi, le Highlands Scozzesi, le Ande ed il Grande Nord, terra magnifica ed in estinzione, seguendo l&#8217;insegnamento per cui ogni viaggio è un momento sospeso: siamo sottratti nelle vite intorno che ci attraversano. Gli Inuit dicono che diventare sciamano significa diventare mezzo nascosto: metà umano, metà nel mondo degli spiriti, dove si osserva a lungo, prima di parlare. Succede anche a chiunque abbia viaggiato almeno una volta, con il pensiero-paesaggio terso nell&#8217;occhio, ancora prima di comprendere. Auguro a questo libro tutto il bene possibile.(f.m.)</em></p>
<p>di <a href="http://www.davidesapienza.net/"><strong>Davide Sapienza</strong></a></p>
<p><strong>10 aprile 2006. Iqaluit, Nunavut. Non sono invisibile.</strong></p>
<p>Ci siamo diretti da Iqaluit verso Tar Inlet, dunque verso Est. Da lì abbiamo proseguito verso Sud-Est. La pista era chiara nella mente di Lootie: dovevamo sfociare sulle acque ghiacciate del fiume Qiarrullituuq (“il posto delle foche”, come lo chiama lui), una volta percorsi circa cinquanta chilometri.<br />
E lì si aprì davanti a noi una visione sconvolgente e maestosa: niente può prepararti a questo dispiegamento di potenze bianche, le muraglie di ghiaccio create dalla marea sul Qiarrullituuq Inlet. Il nostro continuo è un zigzagare tra figure e profili impossibili, lastre di ghiaccio multicolore, fogli di vento divenuti neve e quindi il mare aperto – ancora ghiaccio solido – che diventa l’orizzonte, la strada aperta verso la Groenlandia.<span id="more-37997"></span><br />
Lootie ha fermato la carovana e mentre si faceva merenda ha preso il coperchio della scatola di legno che utilizza come baule per il suo <em>qamotiq</em> e lo ha usato come bersaglio per esercitarsi al tiro ma non prima di avermi passato il binocolo per vedere, in fondo all’insenatura, alcune foche solitarie che mai avrei riconosciuto da quella distanza, a occhio nudo. Solo allora mi è stato chiaro che stavo per partecipare a una battuta di caccia alla foca del figlioccio di Meeka, Lootie, il cacciatore Inuk di Iqaluit.<br />
Nessun nome, qui, viene dato per caso: perché è evidente che per questa gente muoversi con disinvoltura, senza ausili satellitari, significa conoscere la terra palmo a palmo. E la loro terra è andare sul mare ghiacciato verso l’<em>ice floe</em>, quella massa effimera e grandiosa, sfuggente ma tanto forte da farti da guida durante la caccia tra i ghiacci.<br />
L’Inlet è lunghissimo, e lo testimoniano i circa sessanta chilometri percorsi dalla partenza sino al bizzarro monumento di ghiaccio, compresso e schiacciato dalla forza immane della marea. Un percorso che abbiamo interrotto con un pranzo nell’ombelico del mare ghiacciato, in attesa di ciò che chi, come me, non è un cacciatore, non può capire. Eravamo ben coperti, in attesa che il sole arrivasse allo zenith. Era difficile vederlo, impossibile fissarlo e impossibile sfuggirne l’azione sugli occhi. E se il sole scalda, a meno trentacinque gradi stare coperti resta un affare necessario da concludere presto, quando sei fermo, in piedi sul mare ghiacciato. E mentre non mi accorgevo dell’errore madornale che avevo commesso lasciando a casa gli occhiali da ghiaccio, la <em>snow blindness</em> lavorava, come ho scoperto poi, prima di andare a dormire la sera e sino al giorno seguente.<br />
Una volta ripartiti, Lootie ha individuato un buco per la respirazione della foca ma, nonostante l’attesa, lei non è riemersa. Era come se sapesse. Poi è iniziata la caccia. Da lontano, sulla neve infinita, ogni punto nero è una foca. Ci si avvicina a centocinquanta metri e si cerca di sparare prima che si rituffi nel buco. Ma di buchi ce ne sono un’infinità e Lootie, come ogni cacciatore, conosce bene il metodo geniale escogitato dall’animale: «La foca ne prepara una certa quantità poco prima che il mare inizi a ghiacciare e tiene a mente dove li ha fatti per poter uscire a respirare».<br />
Dunque la foca cura il suo prezioso oblò nel ghiaccio per respirare, ne usa diversi per proteggersi dall’uomo, dagli orsi, dai corvi, dal lupo. C’è grande attività in queste infinite distese, apparentemente ferme e immote. I sessanta chilometri percorsi sino a queste piccole isole che sbucano a fianco della Baia di Frobisher erano tutti percorsi da altissime muraglie di neve, che sono il saliscendi della marea, la <em>sijja</em>, che ieri arrivava a un’altezza di circa dieci metri. Ma al ritorno, nel pomeriggio, la muraglia era già dimezzata. Questa sensazione di inesplicabilità e ineluttabilità è difficile da capire sino a quando non ci sei proprio sopra con il corpo. Improvvisamente ti senti marinaio di un vascello completamente fuori dal tuo controllo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ghiacci-d.s..jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ghiacci-d.s.-300x192.jpg" alt="" title="ghiacci d.s." width="300" height="192" class="alignright size-medium wp-image-38006" /></a></p>
<p>Con lo <em>skidoo</em> avverti il mutamento da come cambia la guidabilità del leggero mezzo su questo terreno piatto – che non è poi così piatto quando il mare torna nell’insenatura e alza il ghiaccio inerme e monumentale. Ecco perché ci sono punti meravigliosamente disastrati, dove sembra di osservare un sito archeologico fatto di ghiaccio: forme impensabili che sembrano disegnate – e volute – da una mano superiore.<br />
Lootie era molto concentrato sulla caccia. Da una certa distanza abbiamo visto i corvi aggirarsi su qualcosa che abbiamo intuito essere una carcassa e, quando Lootie si è avvicinato a bassa velocità per capire meglio, abbiamo visto un piccolo di foca, un <em>whitecoat</em>, ucciso sul ghiaccio.<br />
Questo animale era stato svuotato dai corvi ma anche e soprattutto (secondo Lootie) dal lupo artico, che ha lasciato le sue enormi impronte sulla neve. Nell’osservare per la prima volta in vita mia una scena simile, ho visto disegnata la mappa di una gerarchia naturale che non mi pare legittimo giudicare. Gli animali fanno con onestà ciò che noi umani facciamo utilizzando l’inganno e andando a caccia del superfluo.<br />
L’avvicinamento sino al mare aperto e queste prime ore sull’Inlet, dopo l’attesa delle settimane precedenti, che mi aveva preparato a non dare nulla per scontato, mi hanno immerso nel mistero della caccia e dell’uomo, del rapporto ancestrale con il cibo, qualcosa che per noi è così distante, remoto, teorico, da aver sovvertito ogni senso, creato opinioni supportate da elementi parziali e intrisi di nevrosi con le quali ognuno, nel mondo occidentale, si confronta ogni giorno pensando che siano la normalità. E normalità non sono.<br />
Ho pensato alle parole di Meeka quando, durante un’uscita <em>on the land</em> nel primo giorno che avevo trascorso sull’isola di Baffin, mi aveva spiegato la differenza del nome che si dà all’animale quando è vivo rispetto a quando <em>era</em> vivo: perché nello stato in cui abbiamo trovato quel <em>whitecoat</em> un Inuk lo vede solo come cibo, consapevole che lo spirito del giovane animale è rimasto con il mare. Pensando a queste e altre cose che Meeka mi aveva spiegato, non ho potuto evitare un profondo senso di straniamento. Ma non ce n’era il tempo. La vita doveva andare avanti.<br />
E quando Lootie ha avvistato un piccolo che la madre, dall’interno del buco nel ghiaccio ha cercato di trascinare sotto, la scena è stata repentina. Con un movimento rapido e preciso Lootie aveva già preso il cucciolo. Si è girato e senza cercare scuse mi ha detto: «Detesto fare questo»; poi ha cominciato a immergerlo nel buco per attrarre la madre. Ma la madre, guidata da un elementare istinto di sopravvivenza, aveva già capito che sarebbe stato inutile provare a salvare il suo cucciolo e si è rifiutata di uscire. Se lo avesse fatto, avrebbe trovato solo la canna del fucile del cacciatore e dunque la morte. Lootie, Meeka e la moglie di Lootie hanno iniziato a starmi vicino, come se volessero proteggermi ed essere sicuri che io potessi <em>condividere</em> questo momento così importante per la loro identità di Inuit nel terzo millennio.<br />
Ho ripensato alla sosta di pochi minuti prima. Durante il pranzo siamo rimasti in piedi, girando intorno alle slitte al traino per stare in movimento. Lootie mi ha offerto un pezzo di grasso di <em>caribou</em> congelato, che da principio ho scambiato per uno strano formaggio proveniente dal supermercato di Iqaluit. Invece, quel cibo buonissimo mi ha scaldato con un’energia impetuosa e insolita. Il gelo per combattere il gelo, come nelle terre del Sud si usano spezie e cibi piccanti per combattere il caldo.<br />
Lootie è un uomo davvero unico. Una persona semplice e molto intelligente, capace di vedere e capire tutto quello che accade intorno a lui. I suoi occhi si muovono tra le invisibili ondulazioni del terreno ghiacciato come i movimenti occulti del mare sottostante. Si muovono come l’acqua tra i coralli, trovando sempre una via per tornare.<br />
Osservando l’immensa implacabile distesa, a un certo punto ho notato un <em>crollo</em> di formazioni del ghiaccio di marea, il punto di incontro delle acque dell’Inlet con quelle del mare aperto. E allora ho anche pensato che intorno al promontorio poteva esserci il modo di rientrare a Iqaluit verso Ovest. L’ho chiesto a Lootie: «Giusto, bravo. Solo che non si può. È troppo pericoloso. Il ghiaccio ormai non è più affidabile e c’è troppa acqua aperta. La gente muore per queste cose». Poche parole sempre dritte al punto, sempre efficaci.<br />
Dopo aver ucciso il piccolo della foca che gli era sfuggita per la seconda volta, Lootie è rimasto attorno al <em>breathing hole</em> per alcuni minuti. Dopo un silenzio assorto, ha parlato alla foca, prima in Inuktitut e poi in inglese, guardandomi: «E allora va bene mamma, ci rivediamo qui alla stessa ora l’anno prossimo, te lo prometto». Mi ha guardato ed è scoppiato a ridere.<br />
Qui non c’è spazio per le sfumature dell’intelletto avulso dalle regole della Terra. Questi sono i momenti in cui ogni giorno si svolge la storia più antica dell’uomo dei ghiacci. È una situazione che ho il privilegio di vivere e che non riesco a condannare: fossi io a fare per il gusto di provarci quello che Lootie fa per sopravvivere, sarei certamente nel torto. Ma se vivessi qui, credo che mi adatterei a questa vita: ancora non ho visto crescere grano, sul ghiaccio.<br />
La caccia, con quel sorriso, per oggi era finita. Lootie ha indicato la via del ritorno, un grande bianco con la terra alle spalle. E poi ha cominciato a dirigere la carovana davanti all’isola di Nurataarusiq, <em>il posto della caccia buona</em>. Da lì ci siamo diretti a Est e dopo aver ritrovato la stretta pista in cima all’insenatura abbiamo ripreso la via del Nord. Il passaggio sulle rovine delle correnti che si incontrano proprio qui, dove lavorano incessanti al ritmo della <em>sijja</em>, è stato indimenticabile. E per qualche volontà misteriosa non ho scattato neppure una foto, nonostante le decine di scatti di questa lunga giornata che ha profondamente modificato i percorsi sui quali distendo i canali della mia percezione.<br />
Lootie si è poi fermato per farmi vedere un’isola, a una certa distanza da noi. Ha cominciato a raccontare, in quel modo che hanno loro, noncurante della cronologia e della consequenzialità temporale. Ha ricordato un drammatico episodio degli anni Settanta: «Eravamo qui al nostro <em>out post</em>, lo vedi laggiù? Si chiama Upingivik. Eravamo tanti Inuit in tanti campi diversi. Dall’Inghilterra e dalla Germania arrivavano sino a qui con le navi per comperare direttamente da noi le pelli di foca. Conosco ogni angolo di questo mare di ghiaccio, le sue montagne e ogni isoletta. Qualche giorno fa ho trovato moltissimi resti di piccoli di foca. Sono gli orsi che ne uccidono e ne mangiano in quantità. Questa è una zona di orsi polari. Una volta eravamo su quell’isola, e abbiamo mangiato carne di foca avariata. Siamo stati malissimo, svuotati dalla diarrea, quasi tutti morti. Solo uno non è sopravvissuto. Eh…». E questa volta il sorriso vispo si smorza in una lontana visione di gioventù. L’Inuk ha la vita davanti e intorno, mai alle spalle.</p>
<p><em><strong>Immagine da The White Journey. Altre fotografie di Davide Sapienza: <a href="http://www.facebook.com/album.php?id=1438517604&#038;aid=94374#!/album.php?fbid=1685638267652&#038;id=1438517604&#038;aid=94374">qui</a>.</strong></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/07/i-diari-di-rubha-hunish-anteprima/">I diari di Rubha Hunish. Anteprima</a></p>
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		<title>Inverni straordinari</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 14:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<blockquote><p>Questi sono i giorni amati dalla Renna<br />
appare luminosa la stella del Nord<br />
questo è l’obiettivo del sole<br />
e la Finlandia dell’anno<br />
<em>Emily Dickinson</em></p>
<p>Detto alla neve: “Non mi abbandonerai mai, vero?”<br />
<em>Andrea Zanzotto</em></p></blockquote>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda.jpg"></a><strong><em>Too-Ticki e le creature nascoste</em></strong></p>
<p>Tutto intorno il gelo ha seccato le foglie, percorso i rami in strati di brina.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/17/inverni-straordinari/">Inverni straordinari</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<blockquote><p>Questi sono i giorni amati dalla Renna<br />
appare luminosa la stella del Nord<br />
questo è l’obiettivo del sole<br />
e la Finlandia dell’anno<br />
<em>Emily Dickinson</em></p>
<p>Detto alla neve: “Non mi abbandonerai mai, vero?”<br />
<em>Andrea Zanzotto</em></p></blockquote>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda-254x300.jpg" alt="" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" width="254" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-37448" /></a><strong><em>Too-Ticki e le creature nascoste</em></strong></p>
<p>Tutto intorno il gelo ha seccato le foglie, percorso i rami in strati di brina. Il sibilo del vento è un ululato gigantesco, che spacca la pelle dei volti e fa volare i cappelli; l’oscurità ha ricacciato nelle tane gli animali del bosco, si staglia contro gli enormi sempreverdi gettando il mondo nell’ombra. È l’inverno del nord. Il sole non è che una striscia grigia che si leva appena all’orizzonte. Solo una creatura se ne va tranquilla a spasso per la foresta né triste né allegra, a suo agio. Ha un pesante maglione di lana, bianco a righe rosse che lo copre quasi fino ai piedi. Un berretto rosso con pon pon. Nel silenzio lo sentiamo che improvvisa una canzone su se stesso, solo nella neve, se la ripete a fior di labbra. <a href="http://www.ibs.it/code/9788877822840/jansson-tove/magia-inverno.html"><strong>Too-Ticki</strong></a>, questo è il suo nome, è un personaggio del mondo dei Mumin, piccoli troll gentili inventati dall’artista finlandese <strong>Tove Jansson</strong>, che, a differenza dei ben più noti e scorbutici troll della tradizione scandinava, amano il sole e cadono in letargo nel periodo invernale. <span id="more-37366"></span>Quando il troll Mumin si sveglia nel mezzo dell’inverno, spaventato dalla valle resa ostile e buia, Too-Ticki diventa la sua guida attraverso  la stagione, ma una guida del tutto particolare, in disparte, che dopo i primi avvertimenti, lascia che il troll impari a cavarsela e a riconoscere una bellezza in questo paesaggio. Too-Ticki racconta al troll che l’inverno non è affatto disabitato, ma è la dimora di tutti quegli </p>
<p><em>“esseri che non trovano posto in estate, in autunno o in primavera. Tutte quelle creature un po’ timide e strane. Un certo tipo di animali notturni, per esempio, e un genere di individui che non stanno bene in nessun posto e nei quali nessuno ha fede.  Così se ne rimangono nascosti per tutto l’anno e poi, quando il mondo è bianco e tranquillo, le notti sono lunghe e i più sono in letargo, allora osano mostrarsi”. </em></p>
<p>Nell’inverno non si è mai certi che le visioni nella nebbia siano reali o fantasmatiche, come il mistero dell’aurora boreale, verde e rosata nella notte, che indica strade invisibili, filtra voci perdute nel passato. Molti individui trovano tutto questo deprimente &#8211; vi riconoscono solo segni di morte e isolamento, qualcosa da sopportare con rassegnazione. Dimenticano che spesso questi stessi segni sono un’attesa, il più dolce dei momenti. L’inverno è il luogo dei solitari, del sonno che annulla la distanza tra le cose percepite e quelle immaginate. È il vero momento della luce: quella sperata, evocata nelle dodici notti del Natale, riempite di candele e intermittenze elettriche colorate. La luce intrappolata nel ghiaccio, nel tintinnio di cristalli, candelabri, lampadari, delle case del nord.  Quella minuscola che guarda incantato Too-Ticki quando lo incontriamo, seduto davanti ad una lampada di neve, costruita attorno ad una semplice candela, che brilla di tutti i colori dell’iride. Il nostro personaggio ha la saggezza della stagione: sa che nelle sue difficoltà  è nascosto un insegnamento prezioso e semplice. Non si ottiene nessun risultato materiale,  nessuna ricompensa per chi le supera, ma semmai una maggior comprensione, un’attitudine al sogno che riempie gli spazi, laddove ci sembravano vuoti e tetri. Capire l’inverno è capire che la solitudine può essere buona, ci dà il tempo di ritrovarsi piccoli ed inermi e non esserne delusi, ma solidali con l’altro &#8211; grati per ogni scoperta.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen-236x300.jpg" alt="" title="snow queen" width="236" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-37367" /></a><br />
<strong><em>l’amore, le nevi e una signora degli animali</em></strong></p>
<p>L’inverno, dunque, mi è sempre apparso un periodo magico: là fuori, oltre i vetri della finestra c’è una natura popolata di spettri, di fiori semi-trasparenti che scendono nell’aria prima del gelo. Noi stiamo dietro la tenda, nel rumore del bollitore, nella tazza di bevanda calda tra le mani. E da bambini, quando scendeva la neve, com’era bello stare nelle strade, improvvisare slittini con sacchetti di plastica, giocare a tirarsi palle sempre più giganti tra le auto parcheggiate e i cancelli. Come l’inverno del 1985, con il suo formidabile freddo. La neve coprì la mia città e buona parte dell’Italia: mi appuntai le date su biglietti natalizi, per non scordare mai quell’evento. 27 dicembre 1984, la prima neve; 4 e 8 gennaio 1985 le grandi nevicate. Il prato, le strade, i cortili imbiancati, pronti ad ospitare pupazzi sbilenchi di neve; tutto il nostro mondo fermo – le scuole chiuse, noi che di mattina ci appropriavamo di ogni discesa del quartiere, gli adulti che andavano a lavorare a piedi. Il cielo scomparso in una pallida densità, una nuvola, una coperta enorme sopra i nostri giochi e la mia casa  trasformata nel luogo impossibile e fatato del settentrione, dove abitavano le fiabe, con i loro pericoli estremi, il paesaggio difficile, ma pieno di fantastiche promesse per chi avesse avuto il coraggio di proseguire.  Nel mondo bianco, forse già mi suggerivo, si spinge la scrittura, si affondano le mani in quel mantello morbido che ben presto diventa lama di gelo, ferita – spacca il nostro involucro per temprarci lo spirito. Io credo che sia stato allora, nella mia infanzia, che l’inverno è diventato una fede, del tutto personale, il tempo nel quale misuro il divario tra un universo di cose amate, non scalfite dal passaggio degli anni, e tutto quello che sono gli altri, gli apprendistati, il commercio umano. Una scorza dura di rami spogliati, essenziali; una bellezza non esposta, che si trova solo attraversando in profondità quello che sembra un vuoto, un nemico. </p>
<p>Proprio dentro un inverno lungo e rigido del nord-Europa, <a href="http://www.andersen.sdu.dk/index_e.html"><strong>Hans Christian Andersen </strong></a>vide due finestre sotto i tetti appuntiti delle case, l’una di fronte all’altra, separate solo da una cassetta di rose. Dietro le due finestre una bambina, Gerda, e un bambino, Kay, amici inseparabili, nonché possessori delle rose. E una notte immaginò alcuni fiocchi di neve cadere e </p>
<p><em>“uno, il più grande di tutti, si posò sull’angolo della cassetta di fiori; quel fiocco di neve diventò grande, sempre più grande e alla fine si trasformò in una dama, avvolta in un bellissimo velo bianco tempestato di milioni di fiocchi lucenti come stelle. Era tanto bella e fine, ma di ghiaccio, di risplendente, scintillante ghiaccio, eppure era viva; gli occhi erano fissi come due stelle chiare, ma in essi non c’era pace e tranquillità; ammiccò alla finestra e fece un segno con la mano; il bambino si spaventò e saltò giù dalla sedia; allora fu come se, fuori, passasse volando un grande uccello davanti alla finestra”. </em></p>
<p>La fata è la Regina della Neve, una creatura inquieta e pericolosa. Per Andersen è la ragione priva di sentimenti, l’ambizione senza capacità di ricordo. Quando due frammenti invisibili di uno specchio incantato da un mago entrano nell’occhio e nel cuore di Kay, il bambino muta carattere, facendosi superbioso e insensibile e diventando la preda della Regina, che, arrivata in città su una magnifica slitta, lo porta via, volando verso il polo dove ha il suo palazzo di ghiaccio sorvegliato da orsi polari fantasma. Sarà Gerda, la bambina ad incamminarsi in cerca dell’amico perduto, intraprendendo un percorso di sacrificio e speranza. Quanto la Regina è innamorata del mondo da lei creato, tanto Gerda sembra incapace di pensare a se stessa, se non in funzione di ciò che può condividere con l’altro, degli affetti che la muovono. Molti personaggi di Andersen soffrono di questa sorta di piattezza, per cui sembrano non esistere incrinature nei loro caratteri: Gerda è assolutamente buona, fedele, affezionata/innamorata di Kay, pura, semplice … ed infine, per quanto la storia sia una delle mie preferite, spesso noiosa. Ben diversa, come osserva la scrittrice <strong>Antonia Byatt </strong>in un suo <a href="http://books.google.it/books?id=9qmaXlBNCKsC&#038;pg=PT70&#038;lpg=PT70&#038;dq=byatt+fairy+tales+women+explore&#038;source=bl&#038;ots=Kg663YMCnG&#038;sig=9s6OVBkU4b0x4bOurek7b8zPv0c&#038;hl=it&#038;ei=jAn1TMScKsuO4ga51-jWBw&#038;sa=X&#038;oi=book_result&#038;ct=result&#038;resnum=3&#038;ved=0CCwQ6AEwAg">saggio su questa fiaba</a>, è l’austera Regina, la donna che ha scelto la sua arte – quelle che sembrano freddezza e  distacco, non sono che il luogo impervio dove un io sceglie la famosa “strada non battuta” della poesia di Robert Frost. Cosa si affila, come un cristallo, nella persona della Regina? Cosa la rende incomprensibile e, suo malgrado, crudele? Chiuso nella grande stanza centrale del palazzo, quasi completamente assiderato, Kay ha un compito impossibile da assolvere per la signora della neve: comporre con un alfabeto di ghiaccio, il vocabolo Eternità. Le lettere e le sillabe sfuggono continuamente &#8211; non esiste per l’essere umano la dimensione eterna. Tuttavia, quando dopo molte peripezie e incontri, Gerda giunge finalmente dall’amico, scalza e senza alcuna protezione, le sue lacrime sciolgono l’incantesimo e all’inno: <em>“Le rose crescono nella vallata./ Laggiù parleremo al Bambino Gesù”</em>, la parola magica improvvisamente si compone. Il credo cristiano si unisce in Andersen ad una visione dell’infanzia innocente: essa è il luogo dove crescono le rose, dove la vita si dona, dove racchiudiamo la nostra parte migliore. Ed è soprattutto, stavolta in modo universale, la terra dove si impara, si è educati. Diventa evidente qui che l’unica educazione giusta sia quella volta alla ripetizione di un modello etico e sociale ben noto: l’amore reciproco, la generosità e infine la generazione, la famiglia. Ogni curiosità, ogni talento è volto a godere della compagnia l’uno dell’altro, al bene effimero delle rose – una bellezza tesa alla generazione di altri fiori, altri giardini, contro l’altrettanto effimero bagliore di un fiocco di neve: così geometrico, silenzioso, perfetto – ma sterile. Questo contrasto tra due diverse scelte  è espresso, come in molta fiabesca, da figure femminili. Scrive Antonia Byatt: “Scienza e ragione sono negative, la gentilezza è buona. È un’opposizione frequente, ma non necessaria.” E tuttavia capace di riflettere quel conflitto “tra un destino femminile, il bacio, il matrimonio, la gravidanza, e la morte e la spaventosa solitudine dell’intelligenza, la fredda distanza del vedere il mondo attraverso l’arte, mettendo una cornice attorno alle cose”. Ad interessare la Byatt è il contrasto tra una figura d’artista e quello di un esistere “qualunque” in una comunità, accentuato dal genere delle due protagoniste. Eppure, come la stessa scrittrice nota, la Regina e Gerda incarnano anche due differenti, ma consecutivi miti della vegetazione: le piante, le esistenze preservate nel ghiaccio come in un’ostinazione a durare, la forza del ciclo stagionale che irrompe, riempie la nudità di colore, e così inesorabile detta il trascorrere del tempo. È l’inizio formidabile de <em>La Terra Desolata </em>di <strong>T.S.Eliot</strong>, <em>La sepoltura dei morti</em>, </p>
<p><em>Aprile è il più crudele dei mesi, genera<br />
Lillà da terra morta, confondendo<br />
Memoria e desiderio, risvegliando<br />
Le radici sopite con la pioggia della primavera.<br />
L&#8217;inverno ci mantenne al caldo, ottuse<br />
Con immemore neve la terra, nutrì<br />
Con secchi tuberi una vita misera.</em></p>
<p>dove l’inverno protegge e l’inizio della primavera scoperchia, seppellisce nuovamente, condanna a morte nel divenire. L’inverno è questa nostra desolazione, dove ricuciamo una vicenda povera, dettata dai limiti umani,  su quella che giace al di sotto &#8211; non scritta, senza bisogno di essere raccolta o inventata. L’arte non è allora lo stare con più forza nelle cose, ma al contrario, la capacità di estrarle dal mondo – dall’io, dal momento di cui pure portano i segni, in una mappa bianca dove ognuno può seguire una sua traccia. Ma la sorte dell’arte non è facile da abitare. La Regina ha un ego impenetrabile: in lei il quotidiano si allontana mentre si affonda nella crudezza del ghiaccio, nell’inconsistenza dell’essere di cui solo un calco sopravvive.<br />
Dall’altra parte c’è Gerda, l’attaccamento all’universo sensoriale, al moto di bene, desiderio, bisogno che unisce a coloro che amiamo, nonostante i sogni e le aspirazioni.<br />
Come si possono ricongiungere le due figure, esiste un’alternativa o una mediazione tra lo sguardo indagatore, puntato su tutto e la volontà di un amare senza troppe domande, gli amici, i familiari, le persone care?<br />
Sopravvivenza, eternità, solitudine &#8211; sono parole fin qui incontrate, legate all’idea dell’inverno. C’è poi la salvezza: ognuno, nella sua terra ostile, trova ciò che occorre difendere. Sia l’inverno di Gerda, da sconfiggere, che l’inverno della Regina, da preservare ammirati, sono due tentativi di salvare un significato dell’essere.<br />
Gerda e l’idea di bontà, la Regina e l’io solitario. Come si possono mettere insieme queste due spinte, queste due diverse devozioni? Perché, prima o poi dovremo confessarcelo, nessuna delle due coincide con la pienezza, può tutt’al più finire in un torpore, una miopia dello spirito che ci lascia quieti nella via scelta, come chi sostando nella neve troppo a lungo ne venga inconsapevolmente ammansito e infine ucciso, sciolto nel bianco o indurito fino ai nervi. Avrò sempre bisogno che qualcuno mi risponda al di là dell’inverno. Che ci sia per guardarmi ed essere visto, che voglia essere consolato, che mi consoli di ogni pena inesprimibile. Il palazzo forgiato dal ghiaccio vuole un ospite che non sia io, ma che come me sia fragile. E tuttavia ogni volta che amo, l’altro dovrà in qualche modo mostrare il difetto &#8211; crescere ad esempio, nel caso sia un bambino,  non comprendere, chiedermi di essere conforme e a lui simile, incapaci sempre di stare al pari con le nostre distinte nature, le nostre voci singole. </p>
<p>C’è, a questo punto un’altra figura femminile nella fiaba, un’altra via rispetto alla donna della neve e alla bambina. È la più piccola di una banda di briganti, la figlia della brigantessa che li guida. Gerda ha appena fatto amicizia con un principe ed una principessa, che l’hanno rivestita di tutto punto, con indumenti caldi per affrontare il freddo del polo, e le hanno regalato una carrozza d’oro per il viaggio, quando viene assalita dai briganti, nel mezzo del bosco. La Ragazza Brigante chiede alla madre di risparmiarle la vita, così che possa diventare sua compagna di giochi, ma poi l’afferra, la strattona, si diverte a tormentarla, esattamente come fa con tutti gli animali che tiene nel suo rifugio, tra cui una grande renna, impaurita dai modi e dalle minacce della bambina. Gerda le racconta la sua storia e alla fine la Ragazza Brigante si decide a lasciarla andare, le presta perfino la renna, l’unica che sappia dove vivono la Donna Lappone e la Donna Finlandese, che le indicheranno l’ultima via verso la dimora della Regina. Questa bambina selvaggia e tuttavia famelica d’affetto, capace di atti generosi senza però condividere l’aura sacrificale di Gerda – che sa parlare con tutti gli animali, è il personaggio più interessante e imprevedibile della fiaba. Se la Regina è l’inverno e Gerda la primavera, la Ragazza Brigante è una piccola Signora degli Animali, quella figura che nei miti sciamanici d’Eurasia e dell’Artico agisce  secondo un ordine naturale del tutto indipendente, pre-esistente agli esseri umani. La Madre-Renna, ad esempio, avvolta in pelli, nascosta  tra le distese siberiane, circondata da uno stuolo di spiriti teriomorfi che guidano l’anima al di là, spezzano e cuociono il corpo dello sciamano, lo divorano, lo spingono a rinascere dalle ossa, con una nuova conoscenza del mondo. Così Gerda incontra la Ragazza proprio prima di recarsi nell’altrove stregato dei ghiacci. Ne viene rapita e minacciata, ma infine aiutata in maniera decisiva. Questa bambina feroce e dispensatrice di “doni”, incarna forse, proprio come una Madre Animale, quella legge di natura a cui tutti siamo sottoposti, non particolarmente benigna né in sé malvagia, che ci chiede di accettare di essere qualcosa di molto piccolo nel sistema in cui viviamo, di non avere su di noi i segni di nessuna predestinazione, ma di poter tuttavia attingere a ciò che ci è necessario, trovandosi, se non compresi, almeno rispecchiati e talvolta ascoltati. C’è inoltre un altro aspetto che in lei mi ha sempre affascinato: la sua totale libertà. Quando Gerda e Kay si incamminano per tornare a casa, la ritrovano sulla loro strada e si fermano a raccontarle tutto, prima dell’ultimo congedo. La bambina ha lasciato la banda dei briganti e viaggia per suo conto, diretta a nord, o verso qualsiasi altra parte di mondo le venga voglia di visitare. Noi immaginiamo già il destino di Gerda e di Kay – diventare adulti, fare figli -, così come ci immaginiamo la Regina nella strenua ricerca di una forma perfetta e senza cuore, ma nessuno può  dire cosa sarà della bambina, della sorpresa continua che le riserva la sorte. È lei il nume tutelare della fiaba. La possibilità che le avventure si ripetano, che altri racconti ci stupiscano. È l’infanzia che si allontana nel bianco ideale, con la fantasia inesauribile, il filo ininterrotto delle storie. </p>
<p><em>(continua)</em></p>
<p><em>Immagini tratte da Hans Christian Andersen, The Snow Queen di <a href="http://www.booksillustrated.com/en-UK/the-snow-queen">Christian Birmingham </a>e <a href="http://www.snowqueen.us/">Vladyslav Yerko</a>. </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/17/inverni-straordinari/">Inverni straordinari</a></p>
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		<title>Il giorno pericoloso</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 08:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tove_Jansson"><strong>Tove Jansson</strong></a></p>
<p><em>(Un&#8217;isola nel mar Baltico. Una vecchia casa. Tre generazioni &#8211; nonna, babbo, bambina &#8211; che la abitano. Una nonna e una nipote che s&#8217;insegnano a vicenda la piccola meraviglia del mondo. Come se tutto fosse sempre nuovo. Come se chi è nuovo si portasse dentro ogni cosa antica.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/19/il-giorno-pericoloso/">Il giorno pericoloso</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tove_Jansson"><strong>Tove Jansson</strong></a></p>
<p><em>(Un&#8217;isola nel mar Baltico. Una vecchia casa. Tre generazioni &#8211; nonna, babbo, bambina &#8211; che la abitano. Una nonna e una nipote che s&#8217;insegnano a vicenda la piccola meraviglia del mondo. Come se tutto fosse sempre nuovo. Come se chi è nuovo si portasse dentro ogni cosa antica. Il nord del sole intramontabile dei mesi caldi. Un racconto di segreti, di amuleti naturali per ricordarsi la storia di ogni stagione, ora che è la fine di questa lunga estate. F.M.)</em></p>
<p align="justify"> <img alt="" src="http://farm4.static.flickr.com/3442/3997914278_fd95b2c155_m.jpg" class="alignleft" width="154" height="240" />Verso mezzogiorno di una giornata molto calda i pappataci incominciarono a danzare sopra la cima del pino più alto dell&#8217;isola. I pappataci, che non si devono confondere con le zanzare, danzano in nugoli verticali e sempre al passo, milioni e miliardi di pappataci microscopici si alzano e si abbassano in perfetta sincronia mentre cantano con toni da soprano. Danza nuziale, disse la nonna cercando di guardare in su senza perdere l&#8217;equilibrio, Mia nonna diceva che quando i pappataci danzano e c&#8217;è la luna piena bisogna stare molto attenti.<br />
In che modo? domandò Sofia. <span id="more-23762"></span><br />
È la grande giornata dell&#8217;accoppiamento, e allora non c&#8217;è niente di sicuro. Bisogna stare molto attenti a non sfidare il destino. Non si deve rovesciare il sale o rompere specchi, e se le rondini abbandonano la casa è meglio andarsene prima di sera. Un bel fastidio, nel complesso. Come poteva tua nonna credere a queste idiozie? chiese Sofia stupefatta.<br />
Mia nonna era superstiziosa.<br />
E che cosa vuol dire essere superstiziosi?<br />
La nonna ci pensò su e poi rispose che vuol dire evitare di trovare spiegazioni per le cose inspiegabili. Per esempio, preparare un filtro magico quando c&#8217;è la luna piena e poi riuscire a farlo funzionare davvero. La nonna era sposata con un prete che non credeva alle superstizioni. Ogni volta che era ammalato o depresso, la nonna gli preparava un decotto, ma la poverina era costretta a farlo di nascosto. E quando guariva, lei doveva dire che era soltanto merito delle gocce di Innosemtseff. A lungo andare ci fece l&#8217;abitudine.<br />
Sofia e la nonna sedettero sulla spiaggia per approfondire l&#8217;argomento. Era una bella giornata con onde lunghe, e senza vento. Proprio in giornate del genere, nella canicola, può succedere che le barche si allontanino da sole dalla riva. Grandi oggetti sconosciuti giungono dal mare, qualcosa affonda e qualcos&#8217;altro emerge, il latte inacidisce e le libellule danzano disperatamente. Le lucertole non hanno più paura. Quando sorge la luna, i ragni rossi si accoppiano sulle isole disabitate, dove le rocce assumono l&#8217;aspetto di un unico tappeto di minuscoli ragni incantati.<br />
Forse dovremmo mettere in guardia il babbo, disse Sofia.<br />
Non credo che lui sia superstizioso, rispose la nonna. Del resto, la superstizione e ormai superata, e tu dovrai sempre credere prima di tutto al tuo babbo.<br />
Naturalmente, assicurò Sofia.<br />
Al tramonto, sull&#8217;acqua comparve un vasto movimento circolare, come se un animale gigantesco stesse camminando lentamente sul fondo del mare. L’aria era immobile e vibrava di calura sopra la roccia.<br />
Tua nonna non aveva mai paura? volle sapere Sofia.<br />
No. Anzi, provare spavento le piaceva. Per esempio, sedeva al tavolo della prima colazione e diceva che qualcuno sarebbe morto prima del calar della luna perché i coltelli si erano sovrapposti in forma di croce. Oppure perché aveva sognato uccelli neri.<br />
Io stanotte ho sognato un porcellino d&#8217;India, disse Sofia. Mi prometti di stare attenta e di non romperti qualche osso prima del calar della luna?<br />
La nonna promise.<br />
La cosa strana fu che il latte inacidì davvero. Trovarono nella rete uno scorpione di mare quadricorne.<br />
Una farfalla nera entrò in casa e andò a posarsi sullo specchio. E verso sera il coltello e la penna stilografica formavano una croce sul tavolo del babbo!<br />
Sofia li separò più in fretta che poté, ma ormai era fatta, naturalmente; così corse alla stanza degli ospiti e picchiò sulla porta con entrambe le mani, e la nonna aprì subito.<br />
È successo qualcosa, sussurrò Sofia. Il coltello e la stilografica sul tavolo del babbo erano incrociati.<br />
No, non dire niente, perché non serve cercare di consolarmi!<br />
Ma non capisci che mia nonna era solamente superstiziosa, disse la nonna. S&#8217;inventava queste cose perché si annoiava, e per tiranneggiare Ia famiglia…<br />
Zitta, disse Sofia con voce grave. Non dire niente.<br />
Non dirmi niente. E se ne andò, lasciando la porta aperta.<br />
La prima frescura notturna era arrivata, e i pappataci danzanti erano scomparsi. Le rane uscirono all&#8217;aperto e incominciarono a gracidare; le libellule erano finalmente morte. In ciclo le ultime nubi rosseggianti sprofondavano nella striscia gialla dell&#8217;orizzonte creando sfumature arancioni. Il bosco era pieno di segni e di presagi, aveva il suo linguaggio segreto scritto dappertutto, ma come si poteva aiutare il babbo? Tracce dove nessuno poteva essere passato e ramoscelli incrociati, e un’unica macchia di mirtilli rossi in mezzo a tutto quel verde. La luna sorse e parve rimanere in equilibrio sopra i cespugli di ginepro. Ora le barche scivolavano lontano dai loro approdi. Grossi pesci misteriosi facevano cerchi sull’acqua e i ragni rossi si radunavano dove avevano stabilito d’incontrarsi.<br />
Oltre l’orizzonte era in agguato un destino inesorabile. Sofia si mise in cerca di erbe per preparare un decotto al babbo, ma tutte quelle che riusciva a trovare somigliavano a erbacce assolutamente comuni. È difficile stabilire quali erbe si possano effettivamente considerare tali. Probabilmente le vere erbe sono molto piccole, hanno steli teneri e pallidi, meglio se coperti di muffa, e nascono nei luoghi paludosi. Come lo si può sapere? La luna si levò alta nel cielo e iniziò il suo ineluttabile cammino.<br />
Sofia gridò attraverso la porta: Che genere di erbe cuoceva quella tua nonna? L’ho dimenticato, rispose la nonna. Sofia entrò. Dimenticato, disse a denti stretti, dimenticato? Come puoi aver dimenticato una cosa simile? Come vuoi che faccia a salvarlo prima che la luna sia tramontata?<br />
La nonna mise da parte il libro che stava leggendo, e si tolse gli occhiali.<br />
Sono diventata superstiziosa, disse Sofia. Sono ancora più superstiziosa di tua nonna. Fai qualcosa! Allora la nonna si alzò e incominciò a vestirsi.<br />
Lascia perdere le calze, disse Sofia impaziente.<br />
E niente busto, c’è troppa fretta!<br />
Ma anche se adesso raccogliamo quelle erbe, disse la nonna, se le raccogliamo e prepariamo un decotto, lui non lo berrà di certo.<br />
È vero, ammise Sofia. Si potrebbe forse versarglielo nell’orecchio?<br />
La nonna infilò gli stivali e si mise a riflettere.<br />
Improvvisamente, Sofia incominciò a piangere.<br />
Aveva visto la luna spostarsi sul mare e con la luna non si può mai sapere, quella può calare del tutto inaspettatamente secondo i suoi tempi bizzarri. La nonna aprì la porta e disse: Adesso tutti zitti. Tu non dovrai starnutire, piangere o ruttare, non una sola volta prima che abbiamo raccolto tutto quello che ci occorre. Poi lo sistemiamo nel posto più sicuro e lasciamo che faccia effetto a distanza. È la cosa migliore da fare in questo caso.<br />
L’isola era rischiarata dalla luna, e la notte era calda. Sofia vide che la nonna raccoglieva la cima di un garofano selvatico, due pietruzze e un ricciolo di alga secca, e poi se li infilava in tasca. Andarono avanti. Nel bosco, la nonna mise insieme un pezzetto di muschio di corteccia, uno di felce e una falena morta. Sofia la seguiva in silenzio. Ogni volta che la nonna infilava in tasca qualcosa, lei si sentiva più tranquilla. La luna era rossastra e luminosa quasi quanto il cielo, e la scia del suo chiarore arrivava fino alla spiaggia. Proseguirono attraversando l’isola fino alla riva opposta; a tratti la nonna si chinava e trovava in terra qualcosa d’importante. Camminava tenendosi al centro della scia di luce della luna, grande e nera; le gambe rigide e il bastone andavano avanti e la sua figura diventava sempre più imponente. La luna le inondava col suo chiarore il cappello e le spalle, e lei vegliava sul destino di tutta l’isola. Non c’era il minimo dubbio che la nonna avrebbe trovato ciò che occorreva a scongiurare le disgrazie e la morte. Tutto trovò posto nella sua tasca. Sofia la seguiva passo passo; pareva che la nonna portasse la luna sul capo, e la notte si era fatta perfettamente calma. Quando ritornarono a casa, la nonna disse che si poteva di nuovo parlare.<br />
No, non parlare, sussurrò Sofia. Sta’ zitta! Lascia tutto nella tua tasca!<br />
Bene, disse la nonna. Staccò un pezzetto di legno dalla scala che marciva e lo aggiunse al resto; poi andò a coricarsi. La luna affondò nel mare e non c’era più motivo di sentirsi inquieti.<br />
Da quel giorno, la nonna tenne sigarette e fiammiferi nella tasca sinistra, e tutti vissero felici e contenti fino all’autunno. Allora il soprabito della nonna fu mandato in tintoria, e quasi subito il babbo di Sofia si slogò un piede. </p>
<p><img src="http://farm3.static.flickr.com/2549/3997294247_802d2b1f7f.jpg" alt="" /></p>
<p><em>Da: <a href="http://www.iperborea.com/web/libri/0008.htm">Il libro dell&#8217;estate (Iperborea, 1989)</a></em></p>
<p><em>Illustrazioni dell&#8217;autrice</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/19/il-giorno-pericoloso/">Il giorno pericoloso</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Quando mi innamorai di un orso polare</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2009 09:42:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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</p><p>di <strong>Francesca Matteoni </strong></p>
<em>la forma dell’amore&#8230;</em>
 
Mai fidarsi delle apparenze. Questa è la prima regola che si impara frequentando il mondo della fiaba. L’assiduo lettore saprà presto che una casetta di cioccolato nel bosco non è tanto un invito a banchettare con le sue tegole, quanto uno specchietto per allodole, che nasconde qualche strega cannibale pronta a mangiarsi lo sprovveduto Hansel del caso; che il modo più veloce di superare le nuvole non è prendere un aereo, ma piantare un seme di fagiolo; che una mela rossa al giorno leva il medico di torno, eliminando alla radice il problema della salute; e soprattutto che l’amore si traveste: è grottesco, ostile, terribile al suo apparire.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/02/quando-mi-innamorai-di-un-orso-polare/">Quando mi innamorai di un orso polare</a></p>
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<div><em></em></div>
<div><em></em></div>
<div><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; TEXT-ALIGN: center" src="http://img.dailymail.co.uk/i/pix/2007/04_03/1arcticRTRS_468x598.jpg" alt="" /></span></span></em></div>
<div><em></em></div>
<p>di <strong>Francesca Matteoni </strong></p>
<div><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">la forma dell’amore</span></span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Mai fidarsi delle apparenze. Questa è la prima regola che si impara frequentando il mondo della fiaba. L’assiduo lettore saprà presto che una casetta di cioccolato nel bosco non è tanto un invito a banchettare con le sue tegole, quanto uno specchietto per allodole, che nasconde qualche strega cannibale pronta a mangiarsi lo sprovveduto Hansel del caso; che il modo più veloce di superare le nuvole non è prendere un aereo, ma piantare un seme di fagiolo; che una mela rossa al giorno leva il medico di torno, eliminando alla radice il problema della salute; e soprattutto che l’amore si traveste: è grottesco, ostile, terribile al suo apparire. È la pelle del totalmente altro che tocchiamo sfidando il senso comune, il pericolo, il pregiudizio. Noi troviamo un amore, entriamo in un corpo. Chi dice che l’amore libera è impreciso: ci spinge semmai in una forma che non può essere standardizzata &#8211; quando avviene l’amore è già altrove, viaggia nella nerezza del sangue, dove germinano i sogni e le illusioni. Le fiabe abbondano di amori intrappolati o racchiusi nei luoghi più improbabili, una melagrana, una torre senza porte, ma soprattutto una pelliccia animale che rende difficile il riconoscimento. <span id="more-16119"></span></span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"><br />Di queste una delle fiabe che preferisco è senz’altro la norvegese, <em><a href="http://www.surlalunefairytales.com/eastsunwestmoon/index.html" target="_blank"><strong>A oriente del sole, a occidente della luna</strong></a>,</em> dove i temi dell’amore e della metamorfosi si presentano in una variante nordica di Eros e Psiche. È una sera d’autunno nel settentrione. Immaginate: la pioggia incessante che fa del cielo una foschia, i laghi stagnati nelle foglie, nel primo strato di ghiaccio percorso da linee irregolari come vecchi volti eternati, il verde scuro ed il legno della taiga che emergono tra funi d’acqua grigia. Tra poco sarà inverno - la neve compatta sulle cose, qualche scia leggera di sangue che indicherà una lotta: una lince che raggiunge la preda stremata. Ma per ora è il vento a regnare, separando le luci dei focolari nelle rare abitazioni sparse nella sera. Alla finestra di una casa modesta di un taglialegna, con troppi figli a cui provvedere, si sente bussare tre volte. Tutta la famiglia è raccolta attorno al fuoco, in attesa forse di una storia da ascoltare. Il padre esce per vedere chi mai sia, là fuori nell’uragano, chi ha attraversato la foresta, la terra artica e perfino il mare per giungere alla sua porta. Davanti a sé trova l’<em>isbjörn</em>, un enorme, imperscrutabile orso bianco. L’orso, come se fosse la più naturale delle azioni, parla,  chiedendo all’uomo di dargli la più giovane delle sue figlie come sposa in cambio di ricchezza e benessere. Tornerà la prossima settimana per sapere cosa è stato deciso. Dopo un iniziale, comprensibile, rifiuto, la ragazza accetta per il bene dei suoi cari, lava e rammenda i suoi vecchi vestiti, raduna i pochi possedimenti ed il giovedì seguente esce dalla casa paterna, per avventurarsi nel mondo con il misterioso compagno. Le porte non vanno in nessun luogo, ma una volta varcate il mondo non è più lo stesso.  La ragazza non ha più niente tranne la concretezza dei suoi stracci, della pelliccia della bestia a cui tenersi. Ora la casa è scomparsa, è già un altro io che si appiattisce sul fondo del pensiero. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">la malinconia dell’orso</span></span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><em></em></div>
<div><em><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; TEXT-ALIGN: center" src="http://www.surlalunefairytales.com/illustrations/eastsunwestmoon/images/ford_east1.jpg" alt="" /></span></em></div>
<div><em></em></div>
<div><em><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Quando ebbero percorso buona parte della strada, l’Orso Bianco disse:</span></em></div>
<div><em><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">“Hai paura?”</span></em></div>
<div><em><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">“No, non ne ho”, disse la ragazza</span><a name="_ftnref1" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftn1"><span><span><strong><span style="FONT-SIZE: 12pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[1]</span></span></strong></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">.</span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Nel libro dove ho conosciuto questa fiaba, <span style="color: #0000ff;"><strong><em>The Blue Fairy Book</em></strong> </span><span style="color: #000000;">(il</span> primo dei dodici volumi arcobaleno del folklorista <strong>Andrew Lang), </strong>compare a questo punto una delle illustrazioni in bianco e nero di Henry Ford: la ragazza seduta sull’orso che avanza sul limitare di un bosco, poco lontano un gregge e la figura stilizzata di un pastore rivolta verso l’insolita coppia. Un’aria di malinconia pervade l’immagine, riempie il silenzio dei due protagonisti. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">L’orso, come osserva lo storico Michel Pastoureau, è l’animale malinconico per eccellenza. Di tutti gli animali d’Europa il più solo. Il più simile all’uomo. Animale archetipico delle culture boreali, antenato mitico capace di sostenere la posizione eretta, venerato in ere primitive nel continente e ancora investito di una certa sacralità nella tradizioni sciamaniche dell’Eurasia, l’orso fu detronizzato durante l’Alto Medioevo, messo alla berlina e considerato l’esempio più aberrante di bestialità a partire dagli esponenti della Chiesa cristiana, che stabilendo il primato dell’uomo, a immagine e somiglianza di Dio, non poteva tollerare culti ursini. Eppure anche alle origini della lingua volgare scritta sta un orso: il <strong><span style="color: #800000;">Beowulf</span></strong> dell’omonima epopea anglosassone è, etimologicamente, il “lupo delle api”, “uno dei soprannomi talvolta attribuiti all’orso dai Germani, per i quali pronunciare il vero nome dell’animale costituiva un tabù.”</span><a name="_ftnref2" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftn2"><span><span><span style="FONT-SIZE: 12pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[2]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> L’immagine possente del guerriero scandinavo corazzato, capace di strappare nello scontro un arto al mostruoso Grendel, è probabilmente un’antropomorfizzazione dell’orso, capace di usare le zampe anteriori come braccia umane. Svilito e perseguitato l’orso assume su di sè i tratti dell’umore malinconico: ignoranza, nostalgia di un passato di potenza ormai perduto, stoltezza in ugual misura alle sue proporzioni. Abita un mondo di brutalità ed inganno, la mente rabbuiata dalla sua apparente parentela con l’uomo, una demoniaca perversione. In questo “errore”, che ne determina la natura, non è raro che egli si innamori di una donna umana, la rapisca, possa avere da lei una progenie ibrida. Attraverso i simboli della ferocia, le passioni insane e promiscue, ma più di tutto il suo corpo straordinario - quasi un uomo gigantesco rivestito di pelo spesso, con occhi piccoli e muso che si affila - il pericolo che l’orso ha incarnato per l’Europa cristiana è evidente: il sospetto troppo vivo che sia piuttosto vero il contrario &#8211; non l’orso è come l’essere umano, ma quest’ultimo, infine, non è altro che una delle tante variazioni possibili nel regno animale. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">D’altra parte era un uso antico travestirsi da animale, indossandone la pelle, o berne il sangue e mangiarne la carne per impadronirsi della sua forza. “Le saghe e i racconti della mitologia nordica ci presentano infatti guerrieri che andavano a combattere indossando la pelle dell’animale che avevano ucciso. Era quel rivestimento peloso che conferiva lor poteri della bestia, li proteggeva dalle avversità e donava loro un vigore straordinario.”</span><a name="_ftnref3" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftn3"><span><span><span style="FONT-SIZE: 12pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[3]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Quando l’orso parlante ritorna nella fiaba è sempre una maschera che chiude l’uomo dentro la pelliccia, una cucitura magica, una zip invisibile, che solo il coraggio o l’amore di una donna potrà aprire. Così ad esempio in quella che forse è la fiaba ursina più famosa, <em>Fiocchin di Neve e Rosardente</em> dei <strong>Grimm</strong>, dove figura come il migliore amico delle due sorelle ed è in realtà un principe vittima di un sortilegio. Non è tuttavia imponente, triste e irresistibile come il gigante polare di questa storia. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Perché l’orso di cui parliamo qui non ha nulla di comune: ha in sé, senza l’aiuto di particolari incantesimi, tutto il fascino ed il richiamo di una terra di confine, lontanissima.</span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">L’Europa occidentale non seppe dell’orso bianco fino al tardo Medioevo. Una creatura enorme, familiare e straniante nel suo biancore, la dimensione degli arti. Un ritratto scritto appare nella seconda metà del sedicesimo secolo, nella <em><span style="color: #003366;"><strong>Historia de Gentibus Septentrionalibus</strong></span></em> (il primo libro a tentare una descrizione esaustiva delle terre nordiche e dei loro abitanti), opera di <strong>Olaus Magnus</strong>, l’ultimo vescovo cattolico di Uppsala, in esilio a Roma. Probabilmente Olaus non aveva mai visto un orso bianco nel suo ambiente naturale, ma già li aveva rappresentati, galleggianti sugli iceberg, tra i mostri meravigliosi della sua <a href="http://mappingthemarvellous.files.wordpress.com/2007/06/olaus-magnus-carta-marina.jpeg" target="_blank"><span style="color: #008080;"><strong><em>Carta Marina</em> </strong></span></a>(1539). Nella <em>Historia </em>lo presenta come un animale islandese: “Grandi, potenti orsi bianchi si trovano in Islanda, un’isola che ho avuto spesso occasione di nominare. Rompono il ghiaccio con i loro artigli e fanno molti buchi, attraverso i quali s’immergono nel mare per catturare i pesci sotto il ghiaccio. Li trascinano fuori e li portano a riva, poiché questo è ciò di cui si nutrono per vivere, e ripetono l’azione ogni volta che ne hanno bisogno, per provvedere a se stessi e ai loro cuccioli.”</span><a name="_ftnref4" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftn4"><span><span><span style="FONT-SIZE: 12pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[4]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">In realtà l’orso bianco vive centinaia di kilometri più a nord,  ma può talvolta apparire sulle coste islandesi, grazie alle sue doti di forte nuotatore o viaggiando su di un iceberg. L’orso che arriva così a sud generalmente si è perso, anche se in periodi recenti, è la fame, lo scioglimento dei ghiacci, la necessità di adattarsi alla nuova difficile situazione a condurlo in terre a lui straniere, abitate dall’uomo. Da dove viene allora l’orso bianco della fiaba norvegese? Dove conduce la ragazza? Probabilmente dalle isole Svalbard, le “coste fredde”, a 1000 kilometri dal polo. Isole remote e ostili all’essere umano; avamposto polare dell’Europa: le terre marginali del regno in dissolvenza, di cui l’orso è sovrano. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">È lì che stanno andando. Alla fine del mondo, dentro una montagna magica, che è in realtà un castello d’oro e d’argento, i colori della luce, una casa dell’immaginario, resistente all’esplorazione. Coloro che credono che non vi siano più spazi da scoprire sulle rotte terrestri si sbagliano: ne esiste almeno uno, ancora, che si incontra nelle zone estreme, quando non è possibile spingersi oltre, avvertendo allo stesso tempo una vastità senza demarcazioni e la propria ineluttabile finitezza. Allora siamo dove l’essere umano conosce il suo nulla, immerso nel paesaggio: un luogo traumatico ed esaltante, di cui non impariamo mai abbastanza. Qui il destino umano torna del tutto simile a quello dell’animale, anzi, l’uomo fa esperienza addirittura di terre che gli sono precluse, non addomesticabili, della sua più grande paura &#8211; non di morire, ma di svanire. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">L’animale che vive in questi luoghi dovrà essere quasi soprannaturale. Racconta un mito <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Yupik" target="_blank">Yupik</a></strong> che un cacciatore persosi sul pack, affrontò e sconfisse un orso polare che correva su ben dieci zampe! Quando lo ebbe ucciso le tagliò, riportandole nel villaggio, ma nessuno volle credere che appartenessero ad un solo orso. La creatura dagli arti molteplici è un’incredibile visione della fine, che il singolo nel suo intimo tenta di sconfiggere, annullare, mentre la comunità dichiaratamente rifiuta. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Il <em>mio </em>orso bianco è il protagonista di una vicenda più complessa di quella del suo cugino nordamericano. Ha infatti un non indifferente problema di identità: vive in una fiaba che non ne riconosce più la forza, ma solo il mistero e la tristezza; vuole ‘riscattarlo’ per sempre in una forma umana. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">orso di giorno, di notte essere umano</span></span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">La vita nel castello scorre serena, se non fosse che ogni notte, quando la ragazza si ritira nella sua stanza e l’orso scompare, un estraneo viene a dormirle accanto nel buio più assoluto e se ne va prima che ritorni la luce del giorno. Il lettore attento avrà già capito che sussiste un legame tra l’orso e l’ospite misterioso, ma forse si chiederà anche perché questa situazione di incertezza, di possibile pericolo e di costante dubbio non spinga la ragazza a fare domande, a tentare di scoprire la magia dell’orso e del castello. La risposta non è difficile: non c’è niente di così vivo e vitale in noi come l’inquietudine, non esiste stato di pace raggiunto che non sia presto scosso da altri desideri o soffocato nella noia. L’altro, anche quando è un conforto, mantiene sempre un aspetto indecifrabile, qualcosa di segreto che potrebbe portarlo a mutare d’improvviso, così come in noi resiste sempre al fondo un io incomunicabile a chi ci è accanto. Noi possiamo interrogarci sul significato delle nostre relazioni, ma raramente troveremo una soluzione esaustiva, fuori da quelle dettate da modelli sociali prestabiliti e costrittivi, così come all’intensità del pensiero non è necessario che segua una verità d’approdo. Dunque la ragazza non fa domande, finché non sopraggiunge la nostalgia dei familiari e l’orso acconsente a riaccompagnarla per un breve periodo alla casa paterna, raccomandandosi di non parlare a nessuno di ciò che avviene nel castello. Ma ovviamente la promessa sarà infranta. Convinta dalla madre, che teme il visitatore notturno sia una creatura mostruosa, un orribile ‘troll’, accetta la candela che le viene donata, per illuminarne il volto nella notte.  Tornata al castello e tormentata dalla nuova curiosità, attende che il compagno si addormenti ed accende la candela per scoprire accanto a sé un bellissimo principe. Dimentica di tutto vorrebbe baciarlo, ma è allora che tre gocce di cera cadono sulla camicia dell’uomo, scottandolo e svegliandolo.</span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><em><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">“Che cosa hai fatto? disse lui; “hai portato la sciagura su di noi! Se avessi resistito per un solo anno io sarei stato libero. Ho una matrigna che mi ha gettato un incantesimo così che sono un orso bianco di giorno ed un uomo di notte; ma ora è tutto finito tra me e te, e devo lasciarti e andare da lei. Vive in un castello che si trova a est del sole e ad ovest della luna, e là c’è anche una principessa con un naso lungo un metro e dieci, che ora dovrò sposare.”</span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Per quanto poi lei pianga e supplichi, al mattino si ritrova sola dentro una fitta foresta: l’orso, il principe, la montagna – tutto scomparso, risucchiato nel regno che sorge prima dell’alba e dopo il tramonto della luna.  Un luogo impossibile, oltre l’orizzonte dove abita una principessa troll, che è pari al protagonista solo nel rango, ma non nell’aspetto e nel carattere essendo una creatura ctonia, dal corpo sgraziato e di scarsa intelligenza. Il naso abnorme è un attributo piuttosto comune dei <a href="http://www.satsdunkensgang.no/images/Trolltegninger/kattens-far-moter-trollet.jpg" target="_blank">troll norvegesi</a>: nelle illustrazioni di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Theodor_Kittelsen" target="_blank"><strong>Theodor Kittelsen</strong></a> essi appaiono chiaramente come esseri grossolani, quasi formati dal fango, dalla materia lacustre assemblata in fretta nei corpi, lontano dal sole che li pietrifica. Ma la mostruosità non ha il solo compito di spaventare o disgustare: indica soprattutto che stiamo abbandonando il mondo conosciuto, che entriamo nei territori della morte, dove tutto è capovolto. Allora l’orso è anche questo: una guida, lo psicopompo, lo spirito <em>animale</em> contenuto nell’<em>anima</em>, che chiude il cerchio, ci toglie tutto quello che noi crediamo umano: parola, proprietà, conoscenza, illusioni – ci riconsegna al tempo. Nella pelliccia dell’orso un essere vivente, ormai oltre la definizione di specie, attraversa l’artico, scompare. Dentro questa fragilità la morte ritrova il suo vecchio fratello amore, non per esserne sconfitta, ma, piuttosto, compresa. Perché l’amore non eterna niente - ripete semmai di volta in volta la storia di esseri che imparano i sogni dalle macerie. Ci dice che conoscere l’altro (e l’altro in noi) è infine questo: sapere che non lo si potrà mai interamente possedere. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Mentre la ragazza cerca il principe orso, spingendosi in un luogo che non c’è, anche l’amato ha un suo proprio rinnovamento: è nascosto, non più orso né uomo, dove si sgretola la forma esteriore, <em>si dimentica</em>, resta l’essenza degli uguali, priva di passato.</span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; TEXT-ALIGN: center" src="http://www.touchstonemag.com/archives/darius/images/illustrations/15-01-041-10.jpg" alt="" /></span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">correre sul vento</span></span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Lungo il sentiero sono tre vecchie sorelle, con tre cavalli magici, le prime aiutanti della protagonista. Le tre dame della sorte con tre doni per quando arriverà a destinazione. Il cavallo della più anziana delle tre la condurrà dai venti, i nomadi immateriali della terra, che possono a volte raggiungerne la fine, dove precipita la materia e sopravvive poco più a lungo il soffio dell’intuizione. Questo è l’ultimo luogo dell’esperienza e anche il meno descrivibile. Quando il vento del nord vi arriva, portando la ragazza in volo, è stremato, capace solo di muovere una foglia e posarsi. Immagino che tutto e tutti, tranne i troll, qui siano vento. Nell’aria isolati e scomposti &#8211;  senza suono, contorni, capacità di presa sugli ogetti: attendono di divenire, di tornare nel limite del corpo, omologandosi ad un modello diffuso oppure scegliendo di essere qualcosa d’altro, del tutto autonomo e indipendente. Il paese dei troll, come le isole delle fate, la casa dell’orco, i boschi di altre fiabe, è un luogo di passaggio, dove l’essere vivente non può sostare a lungo. Luoghi che ci ricordano che tutto viene consumato e noi non possiamo testimoniare di ciò che avviene dopo la fine: possiamo solo averne percezione in quella natura a cui le creature magiche sono generalmente associate, come resiste ed esiste oltre di noi, come noi costantemente la miniamo a forza di inventarci eterni. Nel testo reale della fiaba, che nasce dall’ibridazione ed il sovrapponimento di materiali e credenze attraverso il succedersi delle epoche, le cose stanno diversamente. I troll sono demonizzati, una manifestazione del disordine pagano a contrasto con la morale cristiana che porterà all’esito positivo. Dopo essersi introdotta nel castello, comprando l&#8217;avida  principessa con i doni delle tre sorelle, la ragazza apprende dall’amato che c’è un unico modo per liberarlo dalla sposa mostruosa: sfidarla in una gara di bucato, nel giorno fissato per le nozze. La donna e la principessa troll dovranno lavare via dalla camicia del principe la macchia di cera, causata dalla curiosità della protagonista nella notte in cui è scomparso l’orso. Essendo la candela un simbolo della luce che sconfigge la tenebra, della purezza cristiana contro l’ottusità e l’ignoranza di un mondo ferino, la principessa non potrà raschiare via la cera, ma solo peggiorare la macchia, allargandola per tutto il tessuto, mentre la ragazza ci riuscirà con una sola immersione nell’acqua. Lavando via la macchia è l’incantesimo che si spezza ed è anche l’orso che viene per sempre annullato nelle fattezze dell’uomo. È a questo punto che la fiaba non mi appartiene più. I due amanti perdono tutta la loro originalità e bellezza, si confondono nell’insieme indistinto delle coppie umane sul pianeta. Avrei preferito, confesso, un individuo in cui l’orso e l’uomo fossero finalmente riuniti, in cui la pelliccia non fosse una maledizione magica, ma un aspetto dell’io: quello indomabile, inquieto, votato all’estinzione, finalmente lasciato emergere.  O una versione della storia in cui l’animale fosse, invece che sconfitto, accettato nella stessa terra della compagna. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">nel paese sotto il ghiaccio</span></span></em></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">Altrove, in una tradizione lontana da quella europea, presso gli Inuit dell’artico, gli animali nelle fiabe hanno la loro società e le loro dimore, proprio come gli esseri umani, e come loro hanno sentimenti. Non esiste tra il gruppo umano ed i gruppi animali un rapporto pacifico - l’uno o l’altro sono infatti preda o cacciatore -, ma piuttosto paritario davanti ad un comune destino. L&#8217;uomo spesso impara dall’animale cose straordinarie sullo spirito e sulle tecniche di sopravvivenza. Nelle fiabe Inuit abbondano gli orsi polari che si sposano o si innamorano di donne e uomini, ma pur essendo pieni di magia non sono vittime di qualche incantesimo che li abbrutisce. Ce n’è in particolare una, dove l’orso polare è la sposa di un cacciatore umano timido e solitario.</span><a name="_ftnref5" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftn5"><span><span><span style="FONT-SIZE: 12pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[5]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> La incontra durante il periodo di caccia, mentre siede nella sua capanna di zolle e d’erba in cima ad una collina. Entra come una donna, ma ben presto, quando i genitori di lui si fanno troppo curiosi, fugge verso la fine del ghiaccio e l’acqua, tuffandosi in forma d’orso e rivelando allo sposo la sua origine. L’uomo la segue tra la sua gente, che ha doppia natura: umana e animale. Le pellicce usate come <em>parka</em> permettono la mutazione e la convivenza delle due forme. La pelle dell’orso conferisce poteri eccezionali e anche il protagonista, raggiunta la sposa nella sua terra natale, può indossarla, diventando l’animale polare. Nel paese della ragazza gli abitanti chiamano se stessi uomini, ma come orsi cacciano e si affrontano in duelli magici. Tra i due modi di essere non c’è confine preciso né una forma è migliore dell’altra: rispondono semplicemente ad esigenze diverse e non esiste un riscatto che cancella uno dei due sembianti. Ciò che fa fuggire la donna-orso polare sono appunto le domande dei suoceri sospettosi, la loro richiesta implicita di sottostare al loro mondo. Ciò che la fa tornare è la scelta dello sposo di seguirla, di affrontare il più potente e crudele degli uomini-orso polare per lei, di vivere, anche se temporaeamente la sua condizione. </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> </span></div>
<div><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"><br />Allora l’amore ha davvero un potere autentico di trasformazione che avviene all’interno della persona ed ha a che fare con il <em>vedere</em> in sé e nell’altro tutto ciò che è indice di differenza, che nella sua singolarità è inadeguato alla legge della maggioranza, fragile, portato ad estinguersi – e tuttavia protetto da chi ama, lasciato essere, andare. </span></div>
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<p> </p>
<hr size="1" />
<div id="ftn1">
<div><a name="_ftn1" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftnref1"><span><span><span style="FONT-SIZE: 10pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[1]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> Andrew Lang, <em>The Blue Fairy Book</em>, (New York: Dover Publications, 1965), p. 20</span></div>
</div>
<div id="ftn2">
<div><a name="_ftn2" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftnref2"><span><span><span style="FONT-SIZE: 10pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[2]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> Michel Pastoureau, <em>L’orso</em> (Torino: Einaudi, 2008), p.95</span></div>
</div>
<div id="ftn3">
<div><a name="_ftn3" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftnref3"><span><span><span style="FONT-SIZE: 10pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[3]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> Michel Pastoureau, <em>L’orso</em>, pp. 46-47</span></div>
</div>
<div id="ftn4">
<div><a name="_ftn4" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftnref4"><span><span><span style="FONT-SIZE: 10pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[4]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> Olaus Magnus, <em>Historia de Gentibus Septentrionalibus</em> (Roma, 1555), Vol. XVIII, Cap. XXIV</span></div>
</div>
<div id="ftn5">
<div><a name="_ftn5" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckblank.html#_ftnref5"><span><span><span style="FONT-SIZE: 10pt"><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;">[5]</span></span></span></span></a><span style="font-size: medium; font-family: Times New Roman;"> L’uomo che sposò la donna-orso polare (Inuit alaskani) in <em>Il tamburo magico. Miti e leggende dei popoli artici.</em> A cura di Mario Marchiori (Milano: San Paolo, 1997)</span></div>
</div>
</div>
<p><em>Immagini di Henry Ford e Kay Nielsen </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/02/quando-mi-innamorai-di-un-orso-polare/">Quando mi innamorai di un orso polare</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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