<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Nazione Indiana &#187; pace</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/tag/pace/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione beta 3.0</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Feb 2012 10:08:44 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Un mondo a parte</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/12/un-mondo-a-parte/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/12/un-mondo-a-parte/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 17:08:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Auschwitz]]></category>
		<category><![CDATA[braccianti]]></category>
		<category><![CDATA[clandestini]]></category>
		<category><![CDATA[Desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[gobalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[modernità]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[presente]]></category>
		<category><![CDATA[profitto]]></category>
		<category><![CDATA[Puglia]]></category>
		<category><![CDATA[schiavismo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=13237</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/pomodori-ammassati.jpg"><br />
</a>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Al cimitero di Orta Nova, in Puglia, c’è’ un piccolo mausoleo di marmo bianco simile a quelli dedicati al Milite Ignoto. Ma il ragazzo che vi è sepolto non è caduto in guerra. E’ morto nei tempi di pace che hanno generato l’Europa unita, è morto perché credeva che potessero circolarvi non solo merci e capitali, ma anche le persone come lui che vogliono scambiare la forza delle loro braccia con qualche soldo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/12/un-mondo-a-parte/">Un mondo a parte</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/pomodori-ammassati.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/pomodori-ammassati-300x225.jpg" alt="" title="pomodori-ammassati" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-13239" /><br />
</a>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Al cimitero di Orta Nova, in Puglia, c’è’ un piccolo mausoleo di marmo bianco simile a quelli dedicati al Milite Ignoto. Ma il ragazzo che vi è sepolto non è caduto in guerra. E’ morto nei tempi di pace che hanno generato l’Europa unita, è morto perché credeva che potessero circolarvi non solo merci e capitali, ma anche le persone come lui che vogliono scambiare la forza delle loro braccia con qualche soldo. E’ morto, in qualche modo, perché ignorava il legame antico che unisce guerre e lavoro.<br />
Ne serba invece memoria una vedova che andando tutti i giorni al cimitero, una volta capita davanti a un rettangolo di terra segnato solo da una croce di ferro con scritto sopra SCONOSCIUTO.<span id="more-13237"></span> La donna ha fatto la bracciante per tutta la vita, i figli sono immigrati al nord, ma in quel momento deve essersi resa conto di essere privilegiata. Possiede un indirizzo che corrisponde a una casa del suo paese e un nome registrato all’anagrafe. Così Incoronata di Nunno va a scoprire quel che può su quel ragazzo venuto a faticare nei campi come faceva lei, trovato morto sul bordo di una strada, la testa – soltanto quella- cancellata dalle ruote di un camion passato sopra. Una fine sospetta, però in mesi nessuno si è presentato all’obitorio, per cui ogni possibile verità su quella morte va a finire sottoterra.<br />
Ma tanto basta a Incoronata per andare a trovare anche quel morto e poi decidere di commissionargli una tomba a proprie spese. Per l’iscrizione, la sua pietà le suggerisce il sinonimo che dà la giusta dimensione storica a quella fine: IGNOTO m 20-9-2006.<br />
Dopo circa un anno, alcuni connazionali fanno saltare fuori una foto e un nome. Il morto si chiamava Miroslaw, veniva da una cittadina vicino a Lodz, però non sanno più di questo neppure loro. Quindi il ragazzo polacco resta nel involontario monumento ai caduti nei campi di pomodoro offerto da una vecchia pugliese che lo ha adottato in morte .<br />
Si apre così <em>Uomini e Caporali</em> di Alessandro Leogrande (Strade Blu, Mondadori, p.253). Passato e presente, vicende globali e memorie locali si intrecciano come avviene in modo esemplare nell’incontro fra Incoronata e il ragazzo morto. Il libro è qualcosa in più di una semplice indagine su una realtà economica e sociale di vergognosa attualità come la nuova schiavitù globalizzata che prolifera nelle campagne meridionali. Si situa quasi all’estremo opposto dei reportage di Fabrizio Gatti,  camuffato da “negro bianco” per poter raccontare dall’interno l’esperienza dei braccianti africani nelle stesse terre. Leogrande invece visita cimiteri e casolari sequestrati dove ormai non si accampa più nessuno, calca le orme sicure di inchieste sfociate in processi e sentenze, parla con familiari di persone morte, con testimoni che viene spontaneo definire superstiti. Anche la parte più di inchiesta (come la vicenda dei braccianti polacchi nel Tavoliere fra il 2000 e il 2006 e il centinaio di <em>desaparecidos</em> cui la polizia polacca ha dedicato un<a href="http://www.policja.pl/portal/pol/221/Zaginieni_we_Wloszech.html"> sito</a>), si declina al passato.<br />
Ma proprio questa riduzione del campo di indagine, con il suo distacco dai fatti ricostruiti, consentono uno sguardo che raggiunge una profondità diversa. E questo per Alessandro Leogrande sembra più facile perché a quelle terre e alle sue memorie lui stesso appartiene. Reduce dalla Grande Guerra, il suo bisnonno, diventato da poco proprietario di una masseria, era stato implicato in modo oscuro in una ritorsione violenta contro i braccianti di allora. A Massafraglia, gli stessi proprietari terrieri avevano aperto il fuoco contro i cafoni raccolti nell’aia con la promessa della paga, dato la caccia ai fuggitivi, infierito sui cadaveri dei sei uomini che avevano ucciso. La ricostruzione di quell’episodio corre come un contrappunto alla vicende delle odierne “vite di scarto” imprigionate in mezzo alle distese di campi in cui non sanno orientarsi.<br />
Perché quei polacchi, sottolinea Leogrande, – oggi i romeni- non sono gli ultimi della terra, i più miseri, i più disperati. La loro povertà è di altra natura. Sono reclutati in ogni angolo del loro paese grazie ad annunci in rete o sui giornali, partono spesso da soli. Non hanno legami fra di loro, non vogliono nemmeno mettere radici nella terra dove si trovano, ma solo svolgere un lavoro temporale, concedere uno scarto di tempo e spazio per racimolare un po’ di soldi e ritornare. Tutto questo li rende più vulnerabili e spiega come mai al livello più basso dello sfruttamento si trovino oggi non i clandestini africani, ma i braccianti bianchi, europei, perfino comunitari. Loro prendono – se li prendono, visto che spesso non vedono un centesimo di paga- 3.50 all’ora o anzi più spesso a cassone che prevedono una sottrazione dai cinquanta agli ottanta centesimi per i loro caporali; gli africani un euro in più. Loro finiscono per essere consegnati direttamente dai pullman nei casolari mefitici dove si trovano sotto il controllo costante dei loro caporali connazionali che li sorvegliano persino quando vanno a fare la spesa. Gli africani spesso riescono ad offrire giorno per giorno le loro braccia agli angoli delle strade, come prevede il caporalato classico, e a trovare alloggi miseri, però non vigilati.<br />
Nelle intercettazioni seguite alle denunce dopo un blitz dei carabinieri in un maxi accampamento allestito in un ex ristorante-discoteca dal nome sinistro “Paradise”, i caporali polacchi si riferiscono a se stessi col termine “kapò”.<br />
“Ci sono stati dei controlli a San Severo. Nei confronti dei kapò, di quelli che…li chiamavano così ad Auschwitz, no?”<br />
I caporali incontrati in questo libro sono un’accozzaglia di gente strana. Alcuni corrispondono perfettamente al tipo dell’avanzo di galera, al criminale comune che rivestiva un rango di preminenza nelle gerarchie capovolte dei lager sia nazisti che staliniani. Altri, specie i veri capi, presentano l’aspetto algido, curato e ben vestito di è diventato imprenditore di vite umane. Altri ancora sembrano sdoppiati, come Jacek che sta a un grado intermedio fra il bracciante e il caporale e in preda a una crisi di coscienza telefona disperato alla madre.<br />
“Mamma, io voglio scappare di qua, perché qui sono come i maiali…”<br />
[…]<br />
“Torna, Jacek”.<br />
“Mamma qui hanno picchiato così tanto un ragazzo che stava qui con me che l’ambulanza ha dovuto portarlo via. Prima gli hanno detto che non l’avrebbero pagato per il lavoro fatto[…] Alla fine ha guadagnato solo 300 euro, ma dopo aver sottratto tutte le spese volevano dargli soltanto 50 euro. Lui si è arrabbiato e ha dato una spinta a quell’ucraino, quello di cui ti ho parlato, presso il quale lavoriamo. Siccome il ragazzo è alto e grosso, l’ucraino non ha potuto fare niente, così ha chiamato degli altri, Erano bulgari o albanesi…Sono venuti qui in quattro con i bastoni e l’hanno picchiato di brutto.”<br />
Ma Jacek non scappa, non torna, continua a svolgere il suo ruolo. Così come pure Andrzej Wnuk, il primo pentito del moderno caporalato, decide di collaborare con la giustizia solo dopo essere stato arrestato.<br />
Le vicende dei polacchi in Puglia così come sono ricostruite in questo libro, evocano l’ombra dell’universo concentrazionario facendo balenare l’ipotesi di un qualche nesso privilegiato fra la modernità “solida” totalitaria e quella “liquida” descritta dal loro connazionale Zygmunt Bauman. L’autore ne è consapevole e, a differenza di qualche giornalista locale che, toccando il nervo scoperto dell’opinione pubblica polacca, in un articolo aveva usato la parola “lager”, si limita a un più cauto e incontestabile “campi di lavoro”. Ma ritradotto in gergo nazista pure quel termine diventerebbe Arbeitslager, ovvero la forma di schiavismo cui milioni di polacchi erano stati assoggettati durante l’occupazione.<br />
Tra le rovine benjaminiane che Leogrande scruta nella postmodernità globalizzata approdata alla propria terra d’origine, sembrano compresenti alla rinfusa, ripetuti come le canzoni di epoche diverse presenti nel medesimo jukebox, diverse forme storiche di schiavitù. La tradizione autoctona che ratifica l’esistenza di “sovrastanti” e di cafoni, lo schiavismo colonialista dove sorveglianti “arabi” controllano la forza lavoro di braccianti neri e soprattutto quello totalitario con la sua disumanizzazione che passa non solo attraverso la violenza arbitraria, ma anche la dissoluzione di ogni legame fra uomo e uomo.<br />
Eppure quell’ordine carcerario è più fragile di quanto appare. Per romperlo, per trarre addirittura in giudizio gli aguzzini, ci è voluto relativamente poco. Qualche ragazzo col coraggio di scappare nella terra incognita che è per lui la Puglia e soprattutto la presenza di una figura capace di intermediare fra le autorità italiane e i braccianti schiavizzati. Colui che nel libro viene ricordato come una sorta di Schindler dei polacchi sfruttati nel Tavoliere, si chiama Domenico Centrone, è titolare di un’azienda che produce sottolii e sottaceti e riveste la carica di console onorario di Polonia a Bari. Ma se è vero che &#8211; insieme alla grande attenzione mediatica suscitata in Polonia- questo è stato sufficiente per ridurre la presenza dei polacchi oggi sfruttati in Puglia a poche centinaia, non basta certo a sconfiggere il modello economico che funziona su uomini e caporali.<br />
Per questo ci vuole una cosa sola: che l’applicazione delle norme si ripercuota sulla legge dell’economia. Che, in pratica, non convenga più far raccogliere i pomodori dagli schiavi, ma dalle macchine, come in questi ultimi anni sta cominciando ad avvenire grazie a maggiori controlli e sanzioni.<br />
Una sessantina di anni prima di quando l’IGNOTO sepolto ad Orta Nova veniva scempiato dalle ruote di un camion, 50.000 soldati polacchi sbarcarono a Taranto per dare il loro contributo alla liberazione dell’Italia. Anche quegli uomini erano stati schiavi, anche loro venivano da <em>Un mondo a parte </em>come si intitola il libro sulla prigionia nei gulag di Gustaw Herling che era uno di quei soldati. Avere memoria e coscienza di ciò che è stato non basta a evitare che la sopraffazione si rigeneri in sempre nuove forme. Ma senza averne più, si rischia di vedere solo la parte emersa di quel che il fiume lavico della storia vomita fuori a intermittenza e a frantumi. Mentre sotto, innaffiate dalla logica del profitto, alimentate dalla matrice eterna che, come giustamente osserva Leogrande, è la violenza e non la povertà, restano intatte le radici. Seguendo le tracce di chi è finito sottoterra o di chi è sparito senza nemmeno approdarvi, Alessandro Leogrande cerca di afferrarle, compiendo con questo libro un gesto analogo a quello della sua anziana conterranea che ha offerto un piccolo mausoleo a un morto senza nome e senza volto.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;Il Riformista&#8221;, il 11.1.2009.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/12/un-mondo-a-parte/">Un mondo a parte</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/' rel='bookmark' title='Le ragioni del ritorno'>Le ragioni del ritorno</a> <small>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante Massimo Rizzante Comincerei da...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/i-limiti-dellarte/' rel='bookmark' title='I limiti dell&#8217;arte'>I limiti dell&#8217;arte</a> <small>di Massimo Rizzante A Definire i contorni delle parole è...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/18/i-miracoli-di-spike-lee/' rel='bookmark' title='I &#8220;miracoli&#8221; di Spike Lee'>I &#8220;miracoli&#8221; di Spike Lee</a> <small> di Gaetano Liguori [oltre a essere uno dei jazzisti...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/omicidi-bianchi/' rel='bookmark' title='Omicidi bianchi'>Omicidi bianchi</a> <small> di Marco Rovelli Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/01/28/le-citta-visibili/' rel='bookmark' title='Le città visibili'>Le città visibili</a> <small>Spazi urbani in Italia, culture e trasformazioni dal dopoguerra a...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/12/un-mondo-a-parte/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il punto vulnerabile</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[altri]]></category>
		<category><![CDATA[canzoni]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[mano]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Neri]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[penso]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[poveri]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[speranza]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
		<category><![CDATA[taxi]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[visioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/</guid>
		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos.jpg"/></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.</p>
<p>Tu sei la pianta del loto<br />
e io sono il loto<br />
che matura lentamente<br />
ma una volta maturo<br />
muore di disgusto.<span id="more-10997"></span></p>
<p><strong>Qui giace</strong></p>
<p>Mi guardo attorno come se<br />
fossi appena tornato<br />
da un funerale<br />
con il fazzoletto impregnato<br />
di profumi acri.<br />
Non seppelliscono<br />
i loro morti?<br />
Non ci sono cimiteri qui<br />
né cipressi<br />
né oleandri<br />
né mirti</p>
<p><strong>Morte sotto chiave</strong></p>
<p>La mia controparte,<br />
un collezionista di chiavi<br />
medievali,<br />
vive altrove,<br />
in Lituania, penso,<br />
o forse a Samarcanda.</p>
<p>Non commetterà<br />
un suicidio<br />
finché non ci incontreremo di nuovo<br />
a Edimburgo</p>
<p><strong>Sradicato</strong></p>
<p>Ricordi, lasciatemi in pace!</p>
<p>L’umida,<br />
terra ostile odora<br />
come la fossa<br />
appena scavata<br />
della pallida fanciulla<br />
dei nostri ricordi.</p>
<p>La salamandra<br />
compone la canzone<br />
della timidezza<br />
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi<br />
per il tuo album</p>
<p><strong>Abbandonato</strong></p>
<p>Non posso camminare più a lungo<br />
su questo viale del Tempo<br />
senza indossare<br />
i miei guanti gialli<br />
e la maschera della severità.<br />
Poiché ci sono migliaia<br />
di occhi sospettosi<br />
che mi osservano<br />
da dietro i cespugli.</p>
<p>Sono stato gettato<br />
nell’era sbagliata,<br />
ma attendo pieno di speranza<br />
che venga il giorno<br />
in cui i girasoli<br />
e le magnolie<br />
fioriranno per sempre.</p>
<p>Quel giorno dovrò punire<br />
il serpente che ha iniettato<br />
il suo veleno nella mia carne</p>
<p><strong>La sinfonia della nebbia</strong></p>
<p>Amo essere amico<br />
della nebbia,<br />
sebbene senta<br />
un chiaro fardello<br />
di disgusto in gola<br />
quando parlo con lei.</p>
<p>Eppure, quando si ritira,<br />
in silenzio, a passi svelti e evasivi<br />
tra le rovine,<br />
è il momento in cui soffro<br />
davvero,<br />
e in ansia attendo<br />
che ritorni<br />
con nuove visioni<br />
e una nuova musica</p>
<p><strong>L’uomo con il cilindro</strong></p>
<p>Sono sempre più sicuro<br />
che durante una notte triste,<br />
mentre vagabondavo da solo<br />
in una strada immersa nella nebbia,<br />
una mano si è sporta<br />
dal finestrino di un taxi nero,<br />
gettandomi<br />
in un fatale,<br />
irreparabile errore.</p>
<p>Ma quell’errore<br />
forse è stata la cosa più bella<br />
della mia vita,<br />
la migliore<br />
e l’ultima<br />
esperienza</p>
<p><strong>Ospedali vuoti</strong></p>
<p>Il crepuscolo è grigio<br />
nella squallida via Aftoktonias.<br />
Tutte le banderuole<br />
indicano la tomba<br />
dell’usignolo<br />
che è stato ucciso la notte scorsa<br />
e sono prese da attacchi isterici.</p>
<p>C’è un occhio terrestre<br />
in un angolo remoto di questo<br />
desolato parco che spia<br />
le statue d’acciaio<br />
e le figure solitarie<br />
che s&#8217;aggirano senza scopo<br />
lungo i sentieri nebbiosi<br />
fischiettando canzoni funebri.</p>
<p>Quando mi sbarazzerò<br />
di questo testimone<br />
dovrò comprare una pistola<br />
per uccidere il fantasma<br />
che è appollaiato sul mio cranio<br />
e che mi accusa quando sono assente.</p>
<p>A mezzanotte i poveri poeti,<br />
con i manoscritti nelle tasche<br />
dei loro frusti abiti neri,<br />
stanno intorpiditi dal gelo<br />
sulla banchina di marmo<br />
del porto<br />
in attesa disperata dell’Uomo<br />
che viene da un luogo misterioso<br />
e che non giungerà mai<br />
perchè non esiste.</p>
<p>Quando ero giovane<br />
odiavo una ragazza magra<br />
e avrei voluto torturarla tutto il tempo<br />
dentro il mio giardino.</p>
<p>Dopo un terribile terremoto<br />
che ha scosso l’ospedale<br />
e l’intera città,<br />
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,<br />
gli specchi, i vasi,<br />
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi<br />
e il vento porta<br />
bare di ferro dall’orizzonte.</p>
<p>Qualcuno tende la mano giallognola<br />
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata&#8230;<br />
ma invano: non può raggiungerla</p>
<p><strong>Il punto vulnerabile</strong></p>
<p>Da un capo all’altro di questo vasto<br />
palmo di Tempo<br />
la superficie terrestre ha cominciato<br />
a sgretolarsi a causa della corrosione,<br />
mentre la sua orbita continua<br />
a sibilare furiosamente<br />
nel Caos.</p>
<p>E non smetterà mai,<br />
a meno che un architetto<br />
non martelli la Terra<br />
sul suo punto più vulnerabile.</p>
<p>Ma fino ad allora<br />
c’è tempo in abbondanza,<br />
gli edifici sono costruiti<br />
con ossa umane<br />
senza finestre,<br />
la gente rompe gli orologi<br />
per fermare il tempo<br />
e si spalma sul volto<br />
creme variopinte<br />
per proteggersi<br />
dal caldo incipiente.</p>
<p>Così gli anni passano,<br />
si cresce nel terrore<br />
ma illudendosi sempre di più<br />
che si sopravviverà<br />
al disastro finale. </p>
<p>(traduzione di Massimo Rizzante)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, <em>Vulnerable Point </em>(la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo <em>O exostis</em> (tradotto in francese con il titolo <em>Hôtel Atlantique</em>, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo <em>O eroes tes Gandes</em> (<em>L’eroe di Gand</em>) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/' rel='bookmark' title='Le ragioni del ritorno'>Le ragioni del ritorno</a> <small>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante Massimo Rizzante Comincerei da...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/' rel='bookmark' title='Tre personaggi in cerca d&#8217;amore'>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a> <small> di Sergio Garufi Nicole vive col marito Martino e...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/07/03/mariti-di-donne-dagli-occhi-grandi/' rel='bookmark' title='Mariti di donne dagli occhi grandi'>Mariti di donne dagli occhi grandi</a> <small> di Franz Krauspenhaar Angeles Mastretta è una brava scrittrice...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/un-ricordo-improbabile/' rel='bookmark' title='Un ricordo improbabile'>Un ricordo improbabile</a> <small> di Massimo Rizzante Dirò subito che ho incontrato una...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/' rel='bookmark' title='La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi'>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a> <small> di Massimo Rizzante 1 Cara Ornela, ho letto Il...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>11</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Inediti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/15/inediti/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/15/inediti/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 15 Aug 2008 06:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antonella pizzo]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=7025</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/antonio-nunziante-luce.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Antonella Pizzo</strong></p>
<p>Da: <em>Di lievi deliqui e smarrimenti</em></p>
<p>I</p>
<p>Regina madre che al castello sgravasti<br />
cuore di tortora e leone<br />
beati i poveri di spirito<br />
che non hanno visto il pozzo di petrolio<br />
e l’oro ricoprire gli abiti delle donne bionde<br />
brune rosse passionarie<br />
ossa d’anoressiche donzelle<br />
sulle passerelle coi trampoli<br />
non hanno raccolto il passo<br />
in minimal style valentino<br />
l’ultima moda di tatuaggi e pearcing<br />
che non hanno segnato le nuche sottili ed il profumo<br />
dalla traslucida ampolla non hanno mai leccato<br />
miscuglio micidiale che arriva in gola  e strozza<br />
il pensiero di una terra  a zolle e di una semina<br />
di sudori sparsi e di occhi di pernice spessi<br />
che non hanno mai discusso sui massimi sistemi<br />
che non hanno mai avuto un contatore e un blog </p>
<p>V</p>
<p>Ma il pesce ha il ventre gonfio<br />
il costato da parte a parte passato<br />
le branchie di sangue confuse,<br />
gli azzanni di lupi nei polpacci<br />
dei bambini che nelle spiagge<br />
correvano con i denti di latte spezzati<br />
solo sapevano di fossi e castelli<br />
di conchiglie che al collo tintinnavano<br />
fecero in tempo ad aprire le mani<br />
leggere le linee torte e svariate<br />
ce n’era una che portava lontano<br />
arrivava al polso e poi girava<br />
dietro il gomito e poi risaliva<br />
fino a perdersi nelle pieghe in fronte<br />
in mezzo agli occhi bendati di lino<br />
nel sudario sulla testa poggiato<br />
raccontava di mandorle malate<br />
d’albicocche senza nocciolo dentro<br />
d’uva amara, d’uva nera<br />
appassita.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/15/inediti/">Inediti</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/antonio-nunziante-luce.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/antonio-nunziante-luce-297x300.jpg" alt="" title="antonio-nunziante-luce" width="297" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-7029" /></a></p>
<p>di <strong>Antonella Pizzo</strong></p>
<p>Da: <em>Di lievi deliqui e smarrimenti</em></p>
<p>I</p>
<p>Regina madre che al castello sgravasti<br />
cuore di tortora e leone<br />
beati i poveri di spirito<br />
che non hanno visto il pozzo di petrolio<br />
e l’oro ricoprire gli abiti delle donne bionde<br />
brune rosse passionarie<br />
ossa d’anoressiche donzelle<br />
sulle passerelle coi trampoli<br />
non hanno raccolto il passo<br />
in minimal style valentino<br />
l’ultima moda di tatuaggi e pearcing<br />
che non hanno segnato le nuche sottili ed il profumo<br />
dalla traslucida ampolla non hanno mai leccato<br />
miscuglio micidiale che arriva in gola  e strozza<br />
il pensiero di una terra  a zolle e di una semina<br />
di sudori sparsi e di occhi di pernice spessi<br />
che non hanno mai discusso sui massimi sistemi<br />
che non hanno mai avuto un contatore e un blog <span id="more-7025"></span></p>
<p>V</p>
<p>Ma il pesce ha il ventre gonfio<br />
il costato da parte a parte passato<br />
le branchie di sangue confuse,<br />
gli azzanni di lupi nei polpacci<br />
dei bambini che nelle spiagge<br />
correvano con i denti di latte spezzati<br />
solo sapevano di fossi e castelli<br />
di conchiglie che al collo tintinnavano<br />
fecero in tempo ad aprire le mani<br />
leggere le linee torte e svariate<br />
ce n’era una che portava lontano<br />
arrivava al polso e poi girava<br />
dietro il gomito e poi risaliva<br />
fino a perdersi nelle pieghe in fronte<br />
in mezzo agli occhi bendati di lino<br />
nel sudario sulla testa poggiato<br />
raccontava di mandorle malate<br />
d’albicocche senza nocciolo dentro<br />
d’uva amara, d’uva nera<br />
appassita.</p>
<p>Da: <em>Di fuochi in fuochi</em></p>
<p>I</p>
<p>Fuoco che  ardi il piede e la pece squagli<br />
che sotto la terra sembri dormire<br />
invece spilli e infliggi<br />
e gli aghi fini ci configgi<br />
e ai palmi, ai calli del contadino stanco<br />
che la zolla spacca e il seme sparge<br />
con movimento risoluto<br />
non mente il quadro ad olio pitturato<br />
dove il fuoco, il sole, brucia<br />
e la fronte di sudore imperla.</p>
<p>Canto I</p>
<p><em>Con la falce l’uomo taglia il grano biondo<br />
pari alla morte che falcia i nati vivi<br />
chiede perdono per il male fatto<br />
e per la guerra dei grani dissoluti.</em> </p>
<p>II</p>
<p>Fuoco che pari pace<br />
e invece<br />
le lingue lunghe in radici ci dirami<br />
nelle metropoli e nei caseggiati<br />
le fondamenta stritoli<br />
di poco cemento e ferro rugginoso<br />
ci infiammi e ci disciogli<br />
ogni angolo reggente ci sgoverni.</p>
<p>III</p>
<p>Aria che è arsura e arde e arrossa<br />
e arida i palati, ci accendi e ci divampi<br />
in desideri che di sabbia asciutta e di granelli<br />
in fuoco si fanno vetro rifrangente e vele bruciano<br />
le navi affondano nei mari ribolliscono<br />
le pentolacce acquose dove il cucchiaio nulla trova e nulla fame placa<br />
alla gola scende e vuoti impiega. </p>
<p>IV</p>
<p>Grande la sete alla lingua appiccicata e bianca<br />
la pietra e la calce viva morire duole<br />
o suicidarsi vuole in acque fluorescenti  o chiare<br />
dove sanguette sguazzano incoscienti<br />
cercando solo un piede, un’anca da sgozzare.</p>
<p>Canto II</p>
<p><em>E il fuoco sotto è linguacciuto e lecca<br />
lecca le ossa e succhia le carene<br />
svuota le orbite intinge il suo pennello<br />
passa dal rosso al grigio morto cenere.</em></p>
<p>***</p>
<p>Da: <em>Il tuo diletto</em></p>
<p>IX</p>
<p>Forse era scritto<br />
inciso a punteruolo, scolpito nel legno tenero<br />
nella balsa,  nella corteccia dell’albero al centro del campo<br />
forse qualcuno decise che così doveva essere la storia<br />
che così doveva accadere<br />
che il giorno si slegasse<br />
che ruzzolasse in fiume in piena e in letto aperto<br />
lenzuola al vento, guanciali di tiglio e maggiorana<br />
ma spezzate le travi, le assi catapulta ed il fossato<br />
e i calcinacci sul pavimento bianco<br />
calpestati, e che la tempesta è folle che<br />
la tempesta è cieca, che proveniente<br />
da un paese che nessuno<br />
mai ha visitato, che si abbattesse sul paese che sta<br />
in cima  a questo colle<br />
lassù, dove mio padre ha costruito per me una stanza di pietre e legno<br />
ha innalzato il muro sotto il sole, un cappello di paglia<br />
in testa, le mani alla malta all’impasto, l’intonaco a calce<br />
il pavimento liscio, lisciate di parte, le tegole, il vaso<br />
di rosmarino e la menta sul davanzale<br />
i gerani rossi gelavano la notte e il vento sparpagliava i petali<br />
nell’aria e poi si infilavano fra i capelli delle donne<br />
che andavano alla fontana alta a riempire il secchio<br />
mia madre impastava la farina e l’acqua<br />
mormorava una canzone che diceva di polenta<br />
in sole tre parole<br />
la prima fame, la seconda vuoto, la terza morte.</p>
<p>X</p>
<p>La spiga di grano recide la falce, le sette piaghe appaiono<br />
scritte sul libro aperto poggiato sulla mensola<br />
coperto di cenere e di passaggi di topi della notte<br />
un passaggio di colombe inaspettato<br />
solleva i fili per ricamare i fiori, i gigli, le foglie lanceolate<br />
nei telai le donne fanno la spola<br />
da una parte all’altra dei sostegni poi si legano a fili stretti<br />
nelle dita s’appuntano spilli<br />
i tessuti grezzi ingialliscono nelle casse<br />
aspettando di essere stesi al sole<br />
nelle inferriate di ferro battuto dove i ghirigori<br />
si confondono con gli intrecci<br />
ricordo il gelsomini che cresceva vicino<br />
all’acanto, vi fecero il nido le vespe<br />
pronte ad accogliere le vergini<br />
i martiri mostrano il costato, s’aprono il petto<br />
si flagellano, fustigazioni immense<br />
lode lode al creatore<br />
i martiri vengono arrostiti sulle graticole<br />
odore di carne bruciata<br />
di acquolina in bocca<br />
quando lo stomaco reclama il pane<br />
quando le stelle tutte insieme<br />
in quella stessa notte<br />
caddero che sapevano di festa di paese<br />
di giochi di fuoco<br />
di incanti e di malie.</p>
<p>Canto III</p>
<p><em>Oh vermiglio rubino<br />
rosso meraviglia, olocausto ancora da venire<br />
doglie rosso cardinale, doghe di stupore e placenta<br />
torpore la non concupiscenza e la non brama<br />
rosso che si fa spazio fra roveti e campi<br />
slargo che si fa via e vita<br />
morbido cranio in fontanella<br />
rosso che ti inchina, rosso di rovina<br />
libera nos a malo<br />
libera nos domine.</em></p>
<p><em>(Immagine: Antonio Nunziante &#8211; Luce)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/15/inediti/">Inediti</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/un-ricordo-improbabile/' rel='bookmark' title='Un ricordo improbabile'>Un ricordo improbabile</a> <small> di Massimo Rizzante Dirò subito che ho incontrato una...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/' rel='bookmark' title='La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi'>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a> <small> di Massimo Rizzante 1 Cara Ornela, ho letto Il...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/10/09/franzwolf-unautobiografia-in-versi/' rel='bookmark' title='Franzwolf. Un&#8217;autobiografia in versi'>Franzwolf. Un&#8217;autobiografia in versi</a> <small> di Franz Krauspenhaar DALLA CLINICA PSICHIATRICA Scriverò un’altra sfilza...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/lo-stato-delle-cose-in-occidente-ii/' rel='bookmark' title='Lo stato delle cose in Occidente II'>Lo stato delle cose in Occidente II</a> <small>di Massimo Rizzante «All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/12/16/%e2%99%ab-dei-poeti-le-voci-3-maria-valente/' rel='bookmark' title='♫ dei poeti le voci [3]: MARIA VALENTE'>♫ dei poeti le voci [3]: MARIA VALENTE</a> <small>&nbsp; [ img © ,\\' ] &nbsp;&nbsp;Maria Valente DISCONNECT THE...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/15/inediti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>13</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I limiti dell&#8217;arte</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/i-limiti-dellarte/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/i-limiti-dellarte/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 08:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Aristotele]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[aveva]]></category>
		<category><![CDATA[Baudelaire]]></category>
		<category><![CDATA[comune]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[cose]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[joyce]]></category>
		<category><![CDATA[Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[laboratorio]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[London]]></category>
		<category><![CDATA[luce]]></category>
		<category><![CDATA[modernità]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[Omero]]></category>
		<category><![CDATA[opera]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[potere]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[responsabilità]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[sanguineti]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[sfida]]></category>
		<category><![CDATA[sfondo]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6366</guid>
		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>A</strong><br />
Definire i contorni delle parole è diventato un compito difficile, soprattutto da quando le specializzazioni e i gerghi hanno invaso ogni campo, confondendo le frontiere delle arti e in particolare dell’arte letteraria. Parole come «contaminazione», «riscrittura», «riuso», «intertestualità» hanno fatto il giro del mondo in bocca a critici raffinati, precipitando poi nei manuali, per diventare, infine, luoghi comuni nelle tesi degli studenti più scaltri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/i-limiti-dellarte/">I limiti dell&#8217;arte</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>A</strong><br />
Definire i contorni delle parole è diventato un compito difficile, soprattutto da quando le specializzazioni e i gerghi hanno invaso ogni campo, confondendo le frontiere delle arti e in particolare dell’arte letteraria. Parole come «contaminazione», «riscrittura», «riuso», «intertestualità» hanno fatto il giro del mondo in bocca a critici raffinati, precipitando poi nei manuali, per diventare, infine, luoghi comuni nelle tesi degli studenti più scaltri. Danilo Kis diceva che la letteratura dovrebbe essere «l’ultimo bastione del buon senso». Che cos’è, si chiedeva, un sonetto d’amore se non «un isolotto sul quale possiamo posare il piede» in mezzo alla palude dei gerghi?<span id="more-6366"></span> </p>
<p><strong>B</strong><br />
Una parola a cui tengo è la parola «atelier». Significa «bottega» o «officina» ed è tanto antica quanto l’arte. Forse per questa ragione è così piena di mistero e allo stesso tempo suona alle nostre orecchie di mercanti del XXI secolo un po’ démodé. Questa parola ci ricorda che l’opera è il prodotto di una <em>τεχνη</em>, di un saper fare. La storia di un’arte è la storia di un sapere, di una «messa in opera» su una materia definita. Ora, il sapere implica un potere, e questo potere è il concentrato di due forze: del «talento», altra parola un po’ démodé, di colui che si è messo all’opera e del suo sforzo di superare la resistenza della materia. Il poeta non è qualcuno che ricerca, ma piuttosto qualcuno che inventa, nel senso che i latini davano alla parola «invenzione», cioè quello di «scoperta»: egli scopre in atto un aspetto ignoto di ciò che «in potentia» appartiene alla «natura umana».<br />
La litania della «poesia di ricerca» che in Italia non ha mai smesso di suonare come una campana a morto nei confronti della poesia cosiddetta «tradizionale», io non riesco ad ascoltarla. Non ho mai personalmente compreso questa nozione. Non mi appartiene. Per me non c’è una distinzione tra poesia «tradizionale» e «poesia di ricerca». La «poesia di ricerca» è quella che cerca alleanze fuori dalla pagina, mentre quella «tradizionale» è serva dei suoi ristretti confini? La «poesia di ricerca» è quella che confonde le frontiere delle arti, mentre quella «tradizionale» solfeggia su un solo monotono pentagramma? Cavalcanti è meno sperimentale di Amelia Rosselli? Sanguineti è più sperimentale di Guido Gozzano? Si tratta di una nozione ideologica, che ha una sua storia e una sua giustificazione storico-critica, ma che è stata ed è – oggi ancor più che negli anni sessanta e settanta del secolo scorso – un’arma spuntata. La sua vicenda è analoga a quella della nozione di «scrittura». Quando qualcuno mi chiede: «Come va? La scrittura procede?», «Come la mettiamo con la scrittura?», mi spunta un eczema. Le persone che mi pongono le domande sono innocenti. Tuttavia, la parola che pronunciano non lo è – così come ben sapeva colui che coniò alla fine degli anni cinquanta la parola «écriture». Ormai la nozione di «écriture» di Barthes non ha più corso. Quello che è rimasto, grazie alle nefaste ricezioni della nozione di <em>écriture</em> non di Barthes, ma di Derrida, è una parola passe-partout, che ha soppiantato la distinzione tra i diversi generi, tra le diverse arti. Poesia, romanzo, novella, saggio: tutto è scrittura. Non si scrive qualcosa. Si scrive e basta. Ci si mette a scrivere. Tanto che, come ha detto Lakis Proguidis, direttore della rivista francese «L’Atelier du roman», scrivere ha smesso di essere «un verbo transitivo». Perché me la prendo tanto? Perché questa parola duttile, senza spigoli, usata fino all’insignificanza, è il peggior nemico dell’opera, in quanto sfida umana e formale al caos dell’uomo e delle forme. Riduce l’opera a occupazione, a pura attività, a spreco di forze. L’affranca dalle responsabilità che la legano alla storia dell’arte nella quale vuole inscriversi. Liberandosi dalle catene della sua storia specifica, che cosa diventa un’arte? Nel migliore dei casi un best seller, nei peggiori grafomania: in entrambi i casi ci troviamo fuori dalla storia di quell’arte e quindi impossibilitati a giudicare. Ciò che misura la qualità estetica di un’opera è quello che Jean Clair, il grande critico d’arte, ha chiamato una volta il suo «coefficiente d’attrito». Aggiungerei che tale coefficiente, oltre che per la materia, vale anche nei confronti del tempo storico: più un’opera appartiene al suo tempo, ovvero non è in grado di superare le resistenze del momento in cui è prodotta, più il suo valore è infimo. In fondo, qui non faccio che ripetere ciò che Baudelaire ha affermato cento cinquant’anni fa, e cioè che la modernità, con tutto il suo senso del transitorio e dell’irripetibile, non è che «la metà dell’arte», essendo l’altra metà «l’eterno e immutabile». Per lui solo quest’ultima metà può permettere all’arte moderna di aspirare alla dignità delle arti antiche. Il presente dell’arte non si oppone al suo passato, ma vi è incastonato come un diamante che fa risplendere della sua luce fuggevole tutta la sua storia. D’altra parte, per quale bizzarro masochismo molta arte e molta poesia del presente aspirano voluttuosamente a farsi divorare da Cronos, invece di rispettare il loro compito antico di divincolarsi dalla sua presa mortale? Con buona pace di tutte le avanguardie di questo mondo, lo ignoro.<br />
La critica è un atto di umiltà nei confronti di qualcosa che ha un «coefficiente d’attrito» enormemente superiore a quello che ogni sua lettura può mettere in campo. <em>Nihil interpretandum sine admiratio.</em> Questo atto di umiltà è l’unica forma di «militanza» critica e politica che mi sento di condividere.<br />
Ciò non significa che l’opposizione tra <em>Homo politicus</em> e <em>Homo poeticus</em> non possa essere superata. Chi è vissuto, anche per un breve periodo, nel XX secolo, ha conosciuto direttamente o indirettamente il controllo che il potere politico ha esercitato sull’individuo. Bisogna tuttavia constatare che se il secolo dei totalitarismi, come gli storici hanno spesso definito il secolo passato, è finito, il margine di manovra dell’individuo non ha finito di restringersi. La forza che ha permesso di sequestrare la vita degli individui – il loro corpo come il loro pensiero – non è scomparsa con il XX secolo, ma, al contrario, è sempre in auge. Concepisce, oggi più di ieri, il mondo come un laboratorio e l’uomo come un esperimento. Ciò che è in atto è un’animalizzazione artificiale della natura umana. Attraverso tecnologie sempre più sofisticate essa erode il pudore, il senso della vergogna, la responsabilità, il senso del tempo, la dimensione privata dell’uomo per lasciargli un solo grande desiderio: quello di ritornare alla violenza di <em>Homo sapiens</em><em>.</em> Con le parole di Friedrich Dürrenmatt: «L’uomo moderno è caduto vittima della barbarie della sua civiltà».<br />
Mi chiedo: che cosa significa oggi cercare di difendere l’essere umano in quanto <em>Homo politicus</em> e allo stesso tempo <em>Homo poeticus</em>? Tutti ricorderanno gli atteggiamenti di alcuni grandi scrittori del XX secolo. Kafka, nei suoi <em>Diarii</em>, annota: «2 agosto 1914. La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. – Nel pomeriggio scuola di nuoto». Joyce, uno dei <em>maîtres à penser</em> di tutti gli impegnati sperimentatori di questo mondo, il giorno in cui scoppia la seconda guerra mondiale si infuria con un amico perché l’evento gli avrebbe procurato un mucchio di noie con l’editore in vista della pubblicazione della sua opera: per lui,  <em>Finnegans Wake</em> (1939, Faber &#038; Faber, London) era molto più importante della guerra. Nabokov, che aveva una grande esperienza del mondo e poteva fare qualcosa di importante per la politica del suo paese di origine, la Russia, si è sempre vantato di non aver alcun interesse per la cosa pubblica. Nulla, affermava, lo annoiava tanto quanto i romanzi politici, a chiave, e la letteratura a sfondo sociale (come dargli torto!). Pur non potendo condividere il disinteresse di questi grandi maestri, li comprendo. Una possibile risposta alle mie ansie l’ho trovata rileggendo alcuni saggi di Cornelius Castoriadis, un grande filosofo di origine greca, esule a Parigi dagli anni settanta e morto nel 1997. Quando abitavo a Parigi, qualche volta andavo ad ascoltare le sue conferenze. Il loro denominatore comune era l’arte, la funzione cosmica dell’opera d’arte, nel senso greco di figlia di «Cosmos». Cosmo, da Omero a Aristotele, vuol dire un mondo in cui le parti si tengono reciprocamente insieme: un ordine precario fatto di elementi eterogenei sospesi nel «Caos». «Cosmos» significa l’emergere della forma di fronte alla presenza incessante, e quasi sempre vittoriosa, del Caos. Che cos’è che ci fa emergere dal Caos? L’immaginazione, risponde Castoriadis. Ogni creazione nasce dall’immaginazione, che ha tuttavia le sue radici nel Caos, come se il Caos attendesse una volontà immaginativa capace di trasformarlo in Cosmo. Quanto alle società, questa volontà si chiama «politica»: quando l’uomo immagina e instaura il Cosmo, afferma Castoriadis, egli compie l’atto fondatore della politica e allo stesso tempo l’atto che lo autorizza a considerarsi come un creatore. L’opera d’arte, in questo senso, non giunge in una società dopo che questa si è costituita. Essa partecipa alla sua costituzione: <em>Homo poeticus  è Homo politicus</em>. Con una differenza. Mentre l’atto politico è assorbito dall’azione e dall’agitazione intorno alle leggi da applicare, l’opera d’arte ha la funzione di richiamarci permanentemente all’atto della creazione: ripete su scala ridotta l’emergere del Cosmo dal Caos; rappresenta perciò il solo osservatorio dal quale noi, con tutte le nostre realizzazioni, possiamo scorgere dove presto o tardi andremo a finire. Certo, non da tutte le opere d’arte ci possiamo affacciare sul Caos. Secondo Castoriadis, le opere d’arte autentiche testimoniano con la loro sola presenza il fatto che ogni creazione rifiuta il Caos, ma accettano allo stesso tempo la sua paternità. Provare piacere per un’opera d’arte è perciò ammirare la sua forma, presentendone in filigrana la sua origine e fine, il Caos.      </p>
<p><strong>C</strong><br />
Nel corso degli ultimi decenni la parola «opera» è stata sostituita da altre, come «testo», «scrittura». A una certa altezza degli anni ottanta del secolo scorso il mondo era diventato un «logogrifo», un grande Testo. Non c’era via di scampo. Un vero fiasco per tutti i materialismi e i realismi d’Occidente! Nel frattempo le cose non sono molto migliorate. Grazie alla testualizzazione del mondo, l’opera d’arte è stata talmente spogliata del suo potere che oggi <em>i cacciatori di testi</em> divorano le loro prede in un angolo di deserto. La parola «opera» incute ancora uno strano timore. O forse, più semplicemente, non è merce di scambio alla borsa dei titoli universitari. Ho una mia idea a questo proposito. Anzi l’idea è di Schopenhauer, io la ripeto con alcune variazioni. Il filosofo tedesco distingueva le «opere» dagli «atti». Per lui le opere non erano puri avvenimenti, «atti» che dipendevano dalla concomitante azione del caso, della Storia, della politica o di altre cause oscure, bensì il frutto cosciente di un’attività deliberata su determinati materiali.  Da troppo tempo ormai il <em>voler fare</em> dell’artista ha preso il posto del <em>poter fare</em>, per cui oggi la cosiddetta arte contemporanea, al culmine delle sue pretese romantiche si è completamente dimenticata del mestiere e dello sforzo che è necessario per superare le resistenze della materia. Ecco un’altra cosa che ho dovuto imparare con fatica: la disaffezione dell’arte, della poesia, rispetto al loro habitus artigianale è una grandiosa mistificazione che ha impoverito il mondo.<br />
Da questa povertà si può rinascere, a patto che si ricominci dai rudimenti di ogni singola arte. A patto che la <em>libido</em> della scrittura non prenda il posto del piacere per l’opera. A patto che si abbia l’umiltà di riconoscere i limiti di ogni arte.	</p>
<p>Nota<br />
Il breve testo doveva essere letto lo scorso maggio nell&#8217;ambito di una tavola rotonda organizzata durante i giorni dell&#8217;&#8221;Absolutepoetry Festival&#8221; di Monfalcone. Ma poi non c&#8217;è stato tempo.  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/i-limiti-dellarte/">I limiti dell&#8217;arte</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/un-ricordo-improbabile/' rel='bookmark' title='Un ricordo improbabile'>Un ricordo improbabile</a> <small> di Massimo Rizzante Dirò subito che ho incontrato una...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/' rel='bookmark' title='Le ragioni del ritorno'>Le ragioni del ritorno</a> <small>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante Massimo Rizzante Comincerei da...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/' rel='bookmark' title='Lo stato delle cose in Occidente'>Lo stato delle cose in Occidente</a> <small>di Massimo Rizzante Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/' rel='bookmark' title='Tre personaggi in cerca d&#8217;amore'>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a> <small> di Sergio Garufi Nicole vive col marito Martino e...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/' rel='bookmark' title='La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi'>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a> <small> di Massimo Rizzante 1 Cara Ornela, ho letto Il...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/i-limiti-dellarte/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>11</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Palestina: istruzioni per l&#8217;uso</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/15/palestina-istruzioni-per-luso/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/15/palestina-istruzioni-per-luso/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 15 Feb 2008 22:50:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/02/15/palestina-istruzioni-per-luso/</guid>
		<description><![CDATA[<p><br />
<strong>La promessa incondizionata</strong><br />
di<br />
<strong>Tiziana de Novellis</strong></p>
<p>Questo testo è stato scritto pensando a ciò che sta accadendo a Gaza, con l’intento di evidenziare gli avvenimenti principali del conflitto israelo-palestinese, di cui troppo spesso si discute partendo da “petizioni di principio” anziché dalle reali conseguenze che tale conflitto ha avuto e ha su chi ne subisce gli effetti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/15/palestina-istruzioni-per-luso/">Palestina: istruzioni per l&#8217;uso</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/bimbi-razzi-pistole-1pic.gif' alt='bimbi-razzi-pistole-1pic.gif' /><br />
<strong>La promessa incondizionata</strong><br />
di<br />
<strong>Tiziana de Novellis</strong></p>
<p>Questo testo è stato scritto pensando a ciò che sta accadendo a Gaza, con l’intento di evidenziare gli avvenimenti principali del conflitto israelo-palestinese, di cui troppo spesso si discute partendo da “petizioni di principio” anziché dalle reali conseguenze che tale conflitto ha avuto e ha su chi ne subisce gli effetti. La diplomazia internazionale, al di là della retorica di cui può fare sfoggio, è attentissima agli “equilibri” nel cosiddetto scacchiere mediorientale, molto meno attenta alle vittime di questi “equilibri”. </p>
<p><em>Ora dunque, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, perché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso del paese che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi.<br />
</em><br />
Deuteronomio 4,1<br />
<span id="more-5365"></span></p>
<p>Che certi caratteri nazionali durino nel tempo è, alla prova dei fatti, indubitabile. Il 5 giugno del 1950, il neonato Stato d’Israele (Ben Gurion ne aveva annunciato la nascita il 14 maggio 1948) vara in parlamento la “legge del ritorno”, secondo la quale “ogni ebreo ha diritto a immigrare nel paese”. Il diritto d’insediarsi “è di ciascun ebreo, nella misura in cui è ebreo”. Tale diritto sarebbe un diritto acquisito nel XIV secolo a. C., quando Mosè, errando nel deserto del Sinai, riceve da Dio i Dieci Comandamenti e guida il popolo ebraico in Palestina, la terra promessa da Dio stesso. Sulla base di tale diritto nasce, alla metà del XIX secolo, il sionismo, insieme a numerosi movimenti nazionalisti dell’epoca (bulgari, serbi, polacchi, ucraini, estoni). Sion è la collina di Gerusalemme ed è anche il simbolo del “ritorno” alla Terra promessa. Il movimento sionista fondato da Theodor Herzl, che predica la creazione di uno Stato ebraico in Palestina (Lo Stato degli ebrei, 1896), nasce come risposta all’antisemitismo dei pogrom antiebraici dell’impero zarista e alla deriva antisemita in Francia (caso Dreyfus). L’antisemitismo a sua volta è figlio della “scienza delle razze”, scienza inventata nel XIX secolo per giustificare il colonialismo e la dominazione dei bianchi (1885, Jules Ferry: “Ripeto che esiste per le razze superiori un diritto perché esse hanno un dovere. Hanno il dovere di civilizzare le razze inferiori”). La “scienza delle razze” separa gli ariani dai semiti. </p>
<p>Il sionismo s’inserisce perfettamente nella logica coloniale e si collega al movimento di colonizzazione britannica. Senza la Gran Bretagna, infatti, l’insediamento degli ebrei in Palestina e la loro organizzazione autonoma (1917, conquista di Gerusalemme ed insediamento di un’amministrazione indipendente sionista a fianco di quella britannica) non sarebbe stata possibile. Dal 1917 al 1939, l’Yishuv – comunità ebraica in Palestina &#8211; dà avvio alla politica di acquisto dei terreni, che è uno degli obiettivi e dei mezzi del movimento sionista. L’Yishuv impone l’uso della lingua ebraica, in sostituzione dello yiddish parlato dalla gran parte degli emigrati, e forma una sua milizia, la Haganah. Rispetto a tutto questo i palestinesi non hanno molte difese, a parte l’essere più numerosi, ma l’intensificarsi del “ritorno” degli ebrei della diaspora toglierà loro anche questo vantaggio. Fin dalle origini il pensiero sionista afferma il concetto del “popolo senza terra per una terra senza popolo”. Tale idea viene avallata nella letteratura del sionismo laburista dagli anni Trenta agli anni Settanta. L’esistenza di una popolazione araba già presente sul territorio viene del tutto trascurata.</p>
<p>La presa del potere di Hitler in Germania produce un rapido incremento dell’immigrazione e radicalizza l’opposizione fra palestinesi ed ebrei. Tra il 1936 e il 1939, la Palestina è teatro della grande rivolta araba. Il 17 maggio 1939 la Gran Bretagna fa marcia indietro sulla Dichiarazione Balfour (2 novembre 1917) e adotta la politica del Libro bianco, che limita l’immigrazione ebraica e vieta l’acquisto di terreni. Ben Gurion si rivolge allora agli Stati Uniti e chiede la creazione di uno Stato ebraico. Nel 1945, Harry Truman concederà 100.000 visti supplementari agli ebrei diretti in Palestina. Intanto, le rivolte dei palestinesi creano uno stato di tensione altissima e spingono gli inglesi, nel 1947, a portare la questione della Palestina alle neonate Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l’assemblea dell’Onu voterà, con una maggioranza dei due terzi dei rappresentanti, la risoluzione 181, che prevede la spartizione della Palestina in due Stati: uno ebraico e uno palestinese, con Gerusalemme “sotto egida internazionale”. Dalla risoluzione 181 nasce lo Stato ebraico e 700-800 mila palestinesi si trasformano in rifugiati. Su questo voto grava, come un macigno, il peso dello sterminio degli ebrei operato dai nazisti e l’incapacità delle grandi potenze d’impedirlo. Ma saranno i palestinesi a pagare il prezzo di un crimine che non hanno mai commesso e del quale non hanno alcuna responsabilità. </p>
<p>La risoluzione Onu 181 è la premessa alla guerra. In seguito alla dichiarazione d’indipendenza israeliana del 14 maggio, gli eserciti arabi di Transgiordania, Egitto e Siria, con l’appoggio di contingenti libanesi e iracheni, che rifiutano il piano di spartizione, invadono la Palestina. Il 25 maggio 1949 la guerra termina con la vittoria d’Israele. Ben Gurion ridelinea a suo vantaggio i confini stabiliti dalla risoluzione Onu e ai palestinesi non resta nulla. La Palestina scompare dalla carta geografica e il popolo palestinese si trasforma in un popolo di profughi, disperso tra i confini d’Israele, della Giordania e dei campi di esilio. Nel 1967, il presidente egiziano Nasser decide un nuovo attacco ad Israele, con il risultato che in soli sei giorni (5-10 giugno) gli eserciti siriano, egiziano e giordano saranno sgominati. Tutto il territorio storico della Palestina passa sotto controllo israeliano: “Territori occupati”. In seguito al conflitto le Nazioni Unite approvano la risoluzione 242, che stabilisce il principio “territori in cambio di pace”, principio che da allora sarà utilizzato per tutte le proposte di soluzione del conflitto. (I paesi arabi tenteranno senza successo un’ultima offensiva nel 1973 e solo grazie alla successiva mediazione di Henry Kissinger si giungerà al Trattato di Camp David, del 17 settembre 1978, in cui Israele restituisce il Sinai all’Egitto.)</p>
<p>Nel 1977 inizia la colonizzazione su vasta scala dei Territori da parte di Israele. Il numero degli insediamenti nei Territori raddoppia rapidamente e gli stessi insediamenti vengono trasformati da avamposti militari in città e villaggi. Lo scoppio della prima Intifada nel 1987, la sconfitta di Saddam Hussein nella prima guerra del Golfo e la svolta pacifica di Arafat favoriscono la pacificazione dei primi anni Novanta (13 settembre 1993, Dichiarazione dei Princìpi sulle disposizioni temporanee di autonomia, firmata da Yitzhak Rabin e Yasser Arafat). Nel 1995 viene definito l’accordo di Oslo II, che prevede la creazione di tre aree: zona A sotto totale controllo palestinese, zona B a controllo misto e zona C a controllo israeliano. L’assassinio di Rabin (gli subentrerà Shimon Peres) del 4 novembre 1995 da parte di uno studente israeliano di estrema destra, provoca come primo effetto negativo, l’arresto del ritiro d’Israele dalle città palestinesi, salvo Hebron. L’elezione del premier Benyamin Netanyahu &#8211; coalizione fra destra, estrema destra e religiosi – nel maggio 1996, blocca nuovamente il processo di pace fino al 1999, quando il leader laburista Ehud Barak vince le elezioni e riavvia le trattative. Lo scoppio della seconda Intifada nel settembre del 2000 e la vittoria del candidato di destra Ariel Sharon alle elezioni del febbraio 2001 bloccano nuovamente il processo di pace. Nel 2002 Sharon riprende il progetto ideato da Rabin della costruzione del Muro in Cisgiordania (nel 2007 sono realizzati 406 Km dei 790 previsti dal progetto).</p>
<p> Il Muro ingloba parte dei Territori a favore di Israele, andando ben oltre la linea verde tracciata per il confine, con il risultato che molti palestinesi si trovano dalla parte sbagliata del Muro. Il 13 marzo 2002 il Consiglio di Sicurezza adotta la risoluzione 1397, che per la prima volta menziona la prospettiva dei “due Stati: Israele e Palestina”. Il 27-28 marzo 2002, il vertice arabo di Beirut adotta il piano di pace saudita, che prevede “la fine del conflitto arabo-israeliano” in cambio del ritiro del ritiro di Israele da tutti i territori arabi occupati nel 1967. Nel marzo-aprile dello stesso anno Israele scaglia una violenta offensiva militare su tutti i Territori della Cisgiordania, giustificandola come una risposta all’attentato di Netanya. Il 6 settembre 2002, Sharon annuncia che gli accordi di Oslo non hanno più valore, mentre l’esercito israeliano prosegue l’occupazione della maggior parte delle città della Cisgiordania. Il 30 aprile 2003 viene pubblicata la Road Map elaborata dal Quartetto (Stati Uniti, Russia, Europa, Nazioni Unite) che prevede un processo di pace in tre fasi: fine del terrorismo, nascita dello Stato palestinese provvisorio entro il 2003 e di quello definitivo entro il 2005. Il progetto non sarà mai realizzato.</p>
<p>La guerra dei Sei giorni rappresenta il punto di partenza della ridefinizione dei confini politici e sociali dei Territori realizzata tra il 1967 e il 2007, anno in cui esplode lo scontro tra Hamas e Fath ed il conseguente fallimento del progetto di un governo di unità nazionale, previsto dagli Accordi della Mecca del febbraio 2007, firmato da Fath e Hamas sotto gli auspici della monarchia saudita e durato solo poche settimane. La rivalità tra la popolazione palestinese dei Territori e la leadership dell’Olp di Yasser Arafat &#8211; con base a Tunisi e rientrata nei Territori grazie al processo di Oslo, tra il 1993 e il 2000 -, che culmina nella seconda Intifada, e la graduale ascesa al potere di Hamas fino al successo elettorale del 2006 sono alla base dell’attuale conflittualità intrapalestinese, ma rappresenta soprattutto il tentativo da parte d’Israele e dei suoi alleati di impedire, sulla base del divide et impera di stampo coloniale, l’unificazione del demos palestinese sparpagliato in almeno cinque Stati del Medio Oriente.</p>
<p>L’Olp (Organizzazione di liberazione della Palestina) nasce per volontà del presidente egiziano Nasser nel corso di una riunione della Lega Araba al Cairo nel maggio 1964, con lo scopo di riconquistare i territori persi dai paesi arabi nel 1948. Solo nel 1969, con la nomina di Arafat come presidente e l’ascesa ai vertici dell’organizzazione del partito nazionalista Fath (Movimento per la liberazione della Palestina, fondato da Arafat nel 1959 in Kuwait) l’Olp si libera della tutela dei governi arabi. La nuova leadership dell’Olp mira a costituire un proprio Stato dall’esterno, prima dalla Giordania, poi dal Libano e infine da Tunisi, dove l’Olp trova rifugio. La proclamazione di Arafat ad Algeri nel novembre 1988, poco dopo l’inizio della prima Intifada (1987-93), di uno Stato indipendente palestinese serve a proclamare l’Olp e il suo partito Fath come unici rappresentanti del popolo palestinese. La stessa dichiarazione serve, inoltre, ad ostacolare i tentativi israeliani di promuovere una leadership palestinese nei Territori più “malleabile”, oltre che di indebolire e dividere l’opposizione palestinese. Allo stesso scopo, negli anni Ottanta, il governo di Ariel Sharon finanzia e sostiene il gruppo islamico egiziano dei Fratelli Musulmani di Mahdi Akif, presente nei Territori. Nel 1989, da questo stesso gruppo nascerà Hamas, Movimento della resistenza islamica.</p>
<p>L’Olp di Arafat, fin dalla prima Intifada, si contende con gli altri partiti di ispirazione marxista (Fplp, Fdlp e Ppp) e con i due nuovi gruppi islamisti (Hamas e Jihad islamica) la leadership del movimento di liberazione palestinese, ma la distanza dai Territori e la marcata burocratizzazione dell’organizzazione producono una progressiva perdita del controllo diretto dell’Olp sulle iniziative nazionaliste dei residenti in Cisgiordania e nella Striscia. La prima Intifada porta infatti sulla scena politica una nuova generazione di militanti (gli insiders) che, anziché un esercito docile nelle mani dell’Olp, tende a divenire leadership autonoma dei Territori. Per questo motivo Arafat crea un canale segreto bilaterale Olp-Israele, in modo da riposizionare la sua organizzazione al centro della scacchiera politica palestinese. Da un giorno all’altro, infatti, l’intero movimento palestinese che ruota intorno alla Conferenza di Madrid (30 ottobre 1991) viene messo in disparte.</p>
<p> Da qui origina la grave frattura fra i returnees dell’Olp, che ritornano a partire dal luglio 1994 (i cosiddetti Plo-returnees, esponenti dell’Olp rientrati in massa dopo gli accordi di Oslo con Israele, da distinguere dai returnees, vale a dire semplici cittadini palestinesi rientrati nei Territori sia durante la guerra del Golfo del 1991 che durante il processo di Oslo, e dai deportees, combattenti dei Territori che, per avervi organizzato la resistenza, sono deportati da Israele) e gli insiders, cioè la stragrande maggioranza della popolazione palestinese dei Territori che combatte nella prima Intifada contro l’occupazione israeliana. Di fatto, sono proprio i Plo-returnees (Nabil Sa’t, Ahmad Qurai, Mahamud Abbas, Yasir Abd Rabbó), nonostante la scarsa conoscenza della situazione sul territorio, a negoziare con Yizhak Rabbin la Dichiarazione dei princìpi di Washington del 1993 e gli accordi di Oslo I (1993) e di Oslo II (1995). Questo modo di procedere rappresenta una vera e propria sfida della leadership dell’Olp a quella dei Territori e permette il massiccio rientro dei membri della stessa organizzazione, quasi centomila, promossi a cariche locali di poliziotti o di dipendenti dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), nata dagli accordi di Oslo.</p>
<p> In sostanza, i Plo-returnees monopolizzano il potere e si pongono al centro di una vasta rete patrimoniale destinata alla redistribuzione delle risorse e della ricchezza. Se si considerano i governi palestinesi nel periodo di Oslo (1994-2004) si evidenzia come Fath mantenga il controllo costante dei tre Ministeri chiave dello Stato (Interni, Esteri e Finanze). Fino alla morte di Arafat la proporzione di Plo-returnees nel ruolo di ministri rimane altissima. Arafat, inoltre, fin dalle prime elezioni del 1996, redige personalmente le liste del suo partito favorendo un’elevata presenza di Plo-returnees, soprattutto a Gaza ma anche in Cisgiordania. </p>
<p>L’intreccio tra economia e politica, tra potere militare e potere economico messo in atto da Arafat crea le basi per la nascita della seconda Intifada (settembre 2000). La popolazione, stanca della corruzione e dei privilegi di una piccola casta di partito, fa esplodere una rivolta non solo contro l’occupante ma anche contro la propria leadership. Con la seconda Intifada va in pezzi il sistema di privilegi della classe dirigente palestinese e si prepara la vittoria di Hamas alle elezioni del 2006. Le Brigate al-Aqsà, oggi note come braccio armato di Fath, sono il movimento armato che nel 2001 si rivolta contro la corruzione locale (in particolare, molti Plo-returnees vengono assassinati) e molte proteste sono dirette contro lo stesso Arafat. </p>
<p>Queste proteste, però, non possono essere interpretate solo come la rivolta degli insiders contro i Plo-returnees. La linea di frattura è anche generazionale, tra i nuovi combattenti e la vecchia guardia. Ma non solo. Anche tra le zone più periferiche e povere della Palestina rispetto a quelle centrali e più ricche. Infine lo scontro esprime il tentativo di riportare la lotta nazionale, e non gli interessi economici corrotti, al centro del processo politico palestinese. La delusione della generazione dei combattenti locali per il modo in cui Arafat e Fath concentrano il proprio potere aiuta a comprendere la rivolta popolare e il successo di Hamas a Gaza. La morte di Arafat nel 2004 rappresenta l’inizio della fine del sistema di Oslo.</p>
<p>Dopo aver rifiutato per anni ogni tipo di partecipazione alle strutture politiche dell’Anp, a seguito della seconda Intifada Hamas cambia rotta e partecipa alle elezioni municipali del 2005 dove ottiene quasi la metà dei consensi, fino alla maggioranza assoluta ottenuta nelle elezioni legislative del gennaio 2006. Questa vittoria rappresenta la protesta della popolazione contro l’ordine di Fath e di Arafat da una parte, ma soprattutto il rifiuto netto degli accordi Oslo. In Hamas la proporzione di attivisti della società civile è molto alta e costituisce un tratto sociologico significativo del movimento. L’anima “sociale” di Hamas è quella più legata alle origini del Movimento, come branca della Fratellanza musulmana egiziana, una forma di islamismo istituzionalizzato. Hamas è un movimento complesso, con un profondo radicamento territoriale e una pratica di “rappresentanza dal basso” che rompe i vecchi equilibri dell’era di Arafat. </p>
<p>Infatti, la struttura di Hamas funziona con l’elezione dei rappresentanti al Consiglio consultivo – maglis al-sura –, incaricato di delineare la strategia generale, da parte dei membri locali di Hamas. Il Consiglio a sua volta elegge i componenti dell’Ufficio politico che si occupa di questioni di ordinaria amministrazione. Consiglio consultivo e Ufficio politico formano commissioni ad hoc che regolano le diverse attività di Hamas, anche quelle di assistenza sociale, di pubbliche relazioni, educative, finanziarie e religiose. Ed è attraverso la “selezione dal basso” che Hamas definisce il suo gruppo dirigente diffuso. Una diffusione che arriva fin dentro le prigioni di massima sicurezza israeliane. In sostanza, Hamas rappresenta l’espressione di una nuova conflittualità politica palestinese contro il vecchio modello clientelare rappresentato da Fath-Arafat-Plo-returnees. Israele, da parte sua, ha sempre provato a mettere in crisi la leadership palestinese nella speranza di dividerla, se non di distruggerla. (È interessante notare, inoltre, come dopo la presa del potere di Hamas a Gaza nel giugno 2007, sia Israele che la comunità internazionale stiano cercando di replicare le misure prese a Oslo. In particolare con la creazione, il 20 giugno 2007, di un governo di emergenza diretto da Abu Mazen, con cui Israele “dialoga”, collabora per la sicurezza, e a cui concede il rilascio dei prigionieri. Contemporaneamente taglia elettricità e gas alla popolazione di Gaza, colpevole di aver votato Hamas.)</p>
<p>Dopo la formazione del suo primo governo nel marzo 2006, Hamas crea un organismo militare, noto come Forza esecutiva (Tanfezia), che diviene il perno del nuovo regime e l’organo esecutivo del golpe del giugno 2007. Haniyya, in qualità di primo ministro, nomina un nuovo capo della polizia e smantella la Forza preventiva, braccio armato dell’Autorità palestinese. Le sedi delle forze di sicurezza controllate da Fath vengono sbaragliate e l’edificio presidenziale di Abu Mazen passa in mano alle milizie di Hamas. I capi di Fath si trasferiscono in Cisgiordania e Abu Mazen dichiara lo stato di emergenza, liquidando il governo di unità nazionale guidato da Hamas, mentre un nuovo esecutivo viene insediato a Gaza. Hamas, che non disconosce il diritto del presidente di sciogliere il governo, contesta però la facoltà di Abu Mazen di fomarne uno d’emergenza. Hamas ha dichiarato che il governo rimarrà in carica fino a che una nuova compagine non otterrà il voto in parlamento. E questo è praticamente impossibile sia per Hamas che per Fath, senza un sostegno reciproco (i parlamentari di Hamas, che sono più della metà, al momento sono incarcerati in Israele, mentre quelli di Fath, anche se momentaneamente di più, non raggiungono il 50 per cento dei membri del parlamento, quota necessaria per il funzionamento della struttura parlamentare).</p>
<p> Di fatto, dopo il golpe di Hamas il mandato del presidente dell’assemblea è scaduto e il parlamento non è in grado di eleggerne un altro. Così il paese è ora composto da due territori geograficamente distinti governati da due governi. Grazie alla sua autorità di fatto, Hamas governa Gaza e Fath governa la Cisgiordania, con il sostegno della comunità internazionale e l’aiuto finanziario dei paesi arabi. Fallito sul campo, un governo di “unità nazionale” parallelo si è mantenuto invece nel fronte delle carceri, con i quattro leader Marwan Barguti (Fath), ‘Abd al-Halid al-Natsa (Hamas), ‘Abd al-Rahim Malud (Olp, scarcerato nel luglio 2005) e Sayd Bassam al-Sa’di (Jihad islamica): dalla loro convergenza scaturisce il Documento dei prigionieri. </p>
<p>Dopo il golpe, Hamas rafforza il suo potere potenziando le sue forze di sicurezza e di polizia e disarmando le milizie fedeli ad Abu Mazen. Il rafforzamento dell’apparato militare, inoltre, sta modificando gli equilibri interni al movimento, con il rafforzamento del “capo di Stato maggiore” delle Forze armate, Ahmad Gabiri, sotto cui operano quattro comandanti di brigata, a cui si affiancano le milizie dei Comitati di resistenza popolare (Crp) che godono del sostegno del clan più potente della Striscia (Abu Ris). I due referenti politici di Gabiri sono oggi i cosiddetti “superfalchi di Gaza”, Mahmud al-Zahar e Sa’id Syam (che si proclamano nemici non solo del “traditore Abu Mazen”, ma anche del “pragmatico Haniyya”). Al-Zahar, ex ministro degli esteri, è tra i più oltranzisti del movimento, ed è il principale referente di Teheran e viene considerato come l’organizzatore, di concerto con l’Iran, del golpe a Gaza del giugno 2007. A Gaza, oggi, vi sono crescenti avvisaglie di una tendenza a instaurare un regime a partito unico. La libertà di espressione è stata spesso violata e sono state messe in atto persecuzioni di esponenti di Fath. Per il momento Hamas ha dichiarato che non intende instaurare una repubblica islamica a Gaza e che rispetta il sistema politico esistente. Ciò nondimeno esiste la tendenza ad imporre la piena osservanza delle leggi islamiche nella vita pubblica.</p>
<p>Nella frammentazione politica e sociale palestinese s’inseriscono i clan, vere e proprie fazioni armate, capaci d’influenzare gli equilibri di potere tra Fath e Hamas. Mumtaz Dugmus è il capo di una delle hama’il (clan familiari) più potenti di Gaza, che controlla il territorio insieme ad altri clan – Sawwa, Hillis, Masri, Kafarna, al-Astal, Abu Taha, Barbah -, e con lui lo stesso Arafat dovette scendere a patti. Oggi anche Hamas deve fare i conti con gli appartenenti al clan di Abu Ris, la famiglia che controlla i tunnel di Rafah. I sotterranei (oltre 200) sono un affare redditizio. Il proprietario del tunnel preleva il 25 per cento del prezzo di acquisto di ogni arma che transita nella sua proprietà. Se a transitare sono persone o somme di danaro, il costo va dai 30 ai 50 mila dollari.</p>
<p> Ai clan-fazioni armate si aggiungono le famiglie influenti a Gerusalemme e in Cisgiordania e i clan armati di Nablus (la città più popolata della Cisgiordania), di Hebron e di altre città, che esercitano la loro influenza su Fath, in particolare i clan Hillis, Saqura, Sawwa e Abu Sa’ban. Quello dei clan è un potere reale che resiste all’occupazione israeliana e alla resa dei conti tra Fath e Hamas. Un esempio è quello di Muhammad Dahlan, capo clan e leader dell’Anp, costretto a scappare da Gaza dopo la sconfitta di Fath nella Striscia, con l’accusa di aver usato per fini personali gli ingenti fondi provenienti dagli Usa e da altri paesi per addestrare truppe di Fath (una fortuna intorno ai 100 milioni di dollari). Accanto ai clan c’è anche Gays al-Islam, gruppo qaidista, responsabile dei rapimenti del caporale israeliano Ghilad Shalit e del corrispondente della Bbc nella Striscia Alan Johnston (liberato dopo 113 giorni grazie alla pressione armata di Hamas).</p>
<p>La narrazione araba della nakba (catastrofe) sottolinea la fuga di circa 900 mila persone dai territori degli scontri nel corso della guerra del 1948, rimaste del tutto senza casa e senza mezzi. Attualmente, i rifugiati di Palestina residenti nelle cinque aree sono 4,5 milioni: 735 mila in Cisgiordania, oltre 1 milione nella Striscia di Gaza, 410 mila in Libano, 446 mila in Siria, 1,8 milioni in Giordania. In media, solo il 30 per cento di questi risiede nei 59 campi per rifugiati, con percentuali variabili da Stato a Stato (18 per cento in Giordania, 47 per cento nella Striscia, 53 per cento in Libano). Proiezioni demografiche stimano i palestinesi residenti in aree diverse da quelle operative dell’Unrwa intorno a 1,2 milioni, distribuite fra Egitto, Libia, Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e altri paesi del Golfo, oltre che negli Usa. Sessant’anni dopo la catastrofe, i campi rimangono aree di sovraffollamento con cattive condizioni abitative. L’Unrwa (agenzia specializzata nell’assistenza ai rifugiati palestinesi, prevista dalla risoluzione 302 dell’Onu) fornisce servizi di istruzione primaria e di assistenza sanitaria, ma non svolge funzioni di amministrazione o di polizia. Nei territori occupati da Israele le condizioni di vita nei campi sono pessime, soprattutto nelle zone ai confini con il Muro. </p>
<p>Gli individui di origine araba rimasti all’interno dei confini di Israele e che hanno poi acquisito cittadinanza israeliana sono oggi 1,3 milioni, il 20 per cento della popolazione. La popolazione ebraica-israeliana, anche se maggioranza, percepisce la minoranza araba come una minaccia. La minaccia sarebbe soprattutto legata al rischio demografico, al rapido aumento della popolazione araba, dovuto all’alto tasso di natalità che raddoppia ogni vent’anni, contrapposto alla fine del ritorno degli ebrei. E la richiesta della minoranza araba di coesistere nello Stato d’Israele, trasformando lo Stato del popolo ebraico, fondato sulla “legge del ritorno” e sulla lingua ebraica come idioma dominante, in uno Stato bilingue e biculturale – in sostanza in uno Stato arabo-ebraico – è vissuta dagli ebrei-israeliani come una vera e propria minaccia.</p>
<p> Un fatto innanzitutto salta agli occhi: fino al XX secolo la politica coloniale è stata strumento e mezzo di dominio su vaste aree del mondo. Lo stesso Stato d’Israele non sarebbe sorto senza l’espropriazione dei territori palestinesi realizzata dal movimento sionista grazie all’appoggio dell’impero britannico. Questo fatto è indiscutibilmente significativo solo se si tiene presente, invece di dimenticarlo come oggi si è soliti fare, che l’oppressione e il dominio e i conflitti sanguinosi che li accompagnano non sono una cosa nuova o inaudita. La vecchia storia si ripete senza differenze considerevoli rispetto a quella di uno, due o quattro secoli fa. E il massacro dei non combattenti, delle donne e dei bambini, si inscrive nella stessa storia senza rappresentare una novità. Israele è un fenomeno coloniale quanto lo sono l’Australia e gli Stati Uniti, nati dalla conquista e dall’espropriazione degli autoctoni. E il cosiddetto “diritto al ritorno” conferma la dimensione coloniale del movimento sionista.</p>
<p>È concepibile risalire a tremila anni or sono per determinare quale terra appartenga a chi? E in nome di un presunto diritto “naturale” o “religioso” – la promessa incondizionata sulla terra d’Israele – è concepibile l’esercizio cruento del potere da parte di uno Stato su milioni di persone? Oggi il popolo israeliano dispone da sessant’anni di uno Stato mentre il popolo palestinese vive in esilio forzato o sotto occupazione. E questa espulsione, effettuata soprattutto tra il 1948 e il 1950, anche se a lungo negata o rimossa – da Israele così come dall’Occidente – è un fatto ormai assodato anche dalla nuova generazione di storici israeliani (ad esempio, la più recente, e fortemente contestata, storiografia post-sionista di Ilan Pappe ammette l’esistenza di un piano di guerra finalizzato a espellere la popolazione araba dal territorio palestinese e di atrocità commesse a tal fine durante il conflitto). Questa espulsione non può continuare a essere occultata o rimossa. L’ingiustizia fatta ai palestinesi necessita, ora più che mai, di essere riconosciuta. Il riconoscimento di questa ingiustizia, così come di molte altre ingiustizie dell’epoca coloniale, rappresenta il primo passo verso la riconciliazione fra israeliani e palestinesi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/15/palestina-istruzioni-per-luso/">Palestina: istruzioni per l&#8217;uso</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/03/27/diritto-allo-studio-e-liberta-accademica-in-palestina/' rel='bookmark' title='Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina'>Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina</a> <small>Lettera aperta ai docenti universitari italiani sulla discriminazione universitaria e...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper/' rel='bookmark' title='I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)'>I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)</a> <small> [Invito tutti coloro che s'interessano alla questione israelo-palestinese a...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/02/02/paradise-lost-2/' rel='bookmark' title='Paradise Lost'>Paradise Lost</a> <small> di Helena Janeczek Al campus di Gerusalemme andava forte...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/11/caro-bimbo-ti-penso/' rel='bookmark' title='Caro bimbo ti penso'>Caro bimbo ti penso</a> <small> Molto di quel che c&#8217;è da sapere è nelle...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/ancora-sulla-fiera-del-libro-di-torino/' rel='bookmark' title='Ancora sulla Fiera del Libro di Torino'>Ancora sulla Fiera del Libro di Torino</a> <small> Una proposta, nel nome dell&#8217;onestà intellettuale, di Diego Ianiro...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/15/palestina-istruzioni-per-luso/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>58</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Paesaggio italiano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/paesaggio-italiano/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/paesaggio-italiano/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 24 Jan 2008 11:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[paesaggio italiano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/paesaggio-italiano/</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/sughi-il-prete-nella-scatola-69.jpg" title="sughi-il-prete-nella-scatola-69.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Anna Setari</strong></p>
<p>Come stracci, non come &#8220;coriandoli&#8221;,<br />
stiamo già (basta leggere il giornale)<br />
svolazzando, eminente cardinale,<br />
noi di questo paese che soltanto<br />
se umiliato e a pezzi, sfilacciato,<br />
vi conforta al sorriso. <br />
Voi, ilari come i banchieri,<br />
festeggianti come i condannati<br />
che vi baciano i piedi,<br />
o i <em>prigionieri</em> che dai finestrini<br />
salutano con gesto da regine<br />
i vassalli, gli osannanti fedeli,<br />
voi, nei secoli sempre tra i potenti,<br />
voi, stabili e radicati nel paese<br />
come i furbi e i protervi<br />
che benedite complici e materni,<br />
lieti dell&#8217;ignoranza e del karma<br />
o vocazione antica a trovar pace<br />
nella livrea di servi e battistrada,<br />
voi non volate.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/paesaggio-italiano/">Paesaggio italiano</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/sughi-il-prete-nella-scatola-69.jpg" title="sughi-il-prete-nella-scatola-69.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/sughi-il-prete-nella-scatola-69.thumbnail.jpg" alt="sughi-il-prete-nella-scatola-69.jpg" /></a></p>
<p>di <strong>Anna Setari</strong></p>
<p>Come stracci, non come &#8220;coriandoli&#8221;,<br />
stiamo già (basta leggere il giornale)<br />
svolazzando, eminente cardinale,<br />
noi di questo paese che soltanto<br />
se umiliato e a pezzi, sfilacciato,<br />
vi conforta al sorriso. <span id="more-5205"></span><br />
Voi, ilari come i banchieri,<br />
festeggianti come i condannati<br />
che vi baciano i piedi,<br />
o i <em>prigionieri</em> che dai finestrini<br />
salutano con gesto da regine<br />
i vassalli, gli osannanti fedeli,<br />
voi, nei secoli sempre tra i potenti,<br />
voi, stabili e radicati nel paese<br />
come i furbi e i protervi<br />
che benedite complici e materni,<br />
lieti dell&#8217;ignoranza e del karma<br />
o vocazione antica a trovar pace<br />
nella livrea di servi e battistrada,<br />
voi non volate. Nemmeno un tremito<br />
vi scuote. Stabili tra i crolli,<br />
immuni tra bufere e recessioni,<br />
inamovibili punti di riferimento<br />
identitario nel paesaggio, quali<br />
forse soltanto le ecoballe,<br />
vi divertite al peggio, e dai balconi<br />
sorridete allo sfascio, confidando<br />
nel regno vostro, qui, di questo mondo.</p>
<p><em>(Immagine: Alberto Sughi &#8211; Il prete nella scatola, 1969)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/paesaggio-italiano/">Paesaggio italiano</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/12/un-mondo-a-parte/' rel='bookmark' title='Un mondo a parte'>Un mondo a parte</a> <small> di Helena Janeczek Al cimitero di Orta Nova, in...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/' rel='bookmark' title='Il punto vulnerabile'>Il punto vulnerabile</a> <small> di Nikos Kachtitsis Non voglio l’eternità, ho solo chiesto...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/15/inediti/' rel='bookmark' title='Inediti'>Inediti</a> <small> di Antonella Pizzo Da: Di lievi deliqui e smarrimenti...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/i-limiti-dellarte/' rel='bookmark' title='I limiti dell&#8217;arte'>I limiti dell&#8217;arte</a> <small>di Massimo Rizzante A Definire i contorni delle parole è...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/02/15/palestina-istruzioni-per-luso/' rel='bookmark' title='Palestina: istruzioni per l&#8217;uso'>Palestina: istruzioni per l&#8217;uso</a> <small> La promessa incondizionata di Tiziana de Novellis Questo testo...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/paesaggio-italiano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>24</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Dynamic page generated in 1.383 seconds. -->
<!-- Cached page generated by WP-Super-Cache on 2012-02-12 14:30:52 -->
<!-- Compression = gzip -->
