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	<title>Nazione Indiana &#187; padre</title>
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		<title>Nuovi autismi 9 &#8211; L&#8217;accanimento dei morti</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 09:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
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<p>Uno crede di essersi sbarazzato una volta per sempre dei suoi morti, e invece quando meno se lo aspetta loro tornano all’attacco. Contro la nostalgia e i complessi di colpa ci sono collaudate strategie, questo lo sanno più o meno tutti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/nuovi-autismi-9-laccanimento-dei-morti-2/">Nuovi autismi 9 &#8211; L&#8217;accanimento dei morti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/larionov_soldier_riding_a_horse.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-40812" title="larionov_soldier_riding_a_horse" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/larionov_soldier_riding_a_horse-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Uno crede di essersi sbarazzato una volta per sempre dei suoi morti, e invece quando meno se lo aspetta loro tornano all’attacco. Contro la nostalgia e i complessi di colpa ci sono collaudate strategie, questo lo sanno più o meno tutti. E anche tanti conti non regolati prima o poi finiscono per venire seppelliti per sempre in un armadio chiuso a chiave. A volte però i morti ti attaccano dall’interno, scegliendo beninteso il momento in cui meno te lo aspetti. Impossibile difendersi, se spuntano da dentro, giocando sulla sorpresa. Mio padre tanto per fare un esempio è uno specialista di questo genere di scherzetti. A volte quando sono molto stanco mi si abbassa la voce, e in quei frangenti mi accorgo che quel mio eloquio spossato e senza più spigoli non è più il mio, è il suo.<span id="more-40752"></span> Erano le sue frasi che con la complicità della stanchezza si facevano impastate e atone in quella particolarissima maniera. Ma anche mentre assisto tranquillamente a questo o quell’evento in mezzo a altra gente mi coglie spesso a tradimento. Io quando sono seduto tra altre persone posiziono le gambe un po’ divaricare, ma appena appena (al contrario di quei cow-boy che le squadernano in modo che il loro apparato genitale sia proiettato verso il conferenziere: sembra impossibile, ma sono ancora numerosi). Tengo i due piedi appoggiati per terra, e le mani allacciate nel cavo tra le cosce. Se mi guardo attorno sono però costretto a constatare che quasi tutti gli altri hanno invece le gambe accavallate in questa o quella maniera, tra il resto senza nemmeno rendersi conto del diversissimo significato di una supremazia della gamba destra o di quella sinistra. Secondo me una persona di una certa levatura si riconosce subito: i piedi li tiene ben aderenti al pavimento, a ricevere le forze che salgono dal centro della terra. Sa che quelle influenze sono fondamentali, e non possono essere ostacolate da assurdi ingorghi energetici forieri solo di scempi fisici e mentali. Insomma, a differenza di quanto mi accadeva in passato (non vedo perché dovrei nasconderlo), sorveglio il mio corpo perché se ne stia con le gambe ben parallele e piegate a angolo retto, non rigide ma nemmeno lasse. Appena però assumo questa postura mi rendo conto che è esattamente la stessa che aveva mio padre nelle situazioni simili. Mi rendo conto in poche parole che quella non è una mia posizione, è la sua. Mi sento lui. È scioccante. Certo succede anche coi cani: spesso il figlio ha la stessa inclinazione della testa sulla destra o sulla sinistra della madre, o lo stesso orecchio simpaticamente piegato in avanti, l’uguale guisa un po’ sghimbescia di sedersi. E spesso anche i figli del figlio hanno la stessa caratteristica, e così via. Loro però sono cani, non si preoccupano di queste cose, o almeno non lo danno a vedere. Io non sono un cane, ci tengo alla mia individualità di persona umana. E invece sono costretto a constatare che per molti aspetti sono solo la fotocopia di mio padre. Mio padre era fascista, e io naturalmente non sono fascista, ci mancherebbe solo questo, però in molti momenti mi rendo conto che non sono più io, sono lui. Mi succede anche quando sorrido. Parlo dei sorrisi di circostanza, quelli che si fanno per non dire a qualcuno che non ci interessa niente quello che sta dicendo, ma proprio niente. Mio padre amava provocare in modo pesante e politicamente scorretto (si piccava pubblicamente di essere appunto fascista), e era temuto per le sue frecciate assassine, ma in fondo non era cattivo, se vedeva che una persona che gli stava simpatica teneva a quello che diceva fingeva di ascoltarla e di sorridere. E il suo sorriso in quelle situazioni era identico al mio. O meglio, è il mio che è identico al suo. Un po’ storto da una parte, e come sovrappensiero. Una benevolenza a guardar bene contraddetta dal tedio sguarnito di illusioni nelle sorti dell’umanità annidato negli occhi. Anche questo è scocciante: in quei momenti non so più se sono io che sorrido o è lui: propendo quasi per il lui. Ma è quando passo dalla posizione seduta o sdraiata a quella eretta che la cosa si fa ancora più inquietante. Da un po’ di tempo a questa parte ogni volta che mi alzo senza volerlo emetto un breve gemito, o anche un sofferto sospiro. Io stesso non posso non constatare che sono gli identici gemiti e sospiri che faceva mio padre quando si alzava. Evidentemente a tanti anni di distanza i nostri corpi sono arrugginiti nella stessa maniera, e parlano la stessa lingua. Quelle sensazioni di greve intorpidimento che provo sono sue, non mie, così come sue a ben vedere sono le mie reazioni spontanee e per certi versi vittimistiche, forse un po’ autoironiche. Del resto anche quando sono in presenza di una bella donna mi metto sulla faccia quella sua aria timida ma anche sornionamente seduttrice, a ben guardare disgustosa. E pure quando faccio ridere gli amici con le mie battute paradossali e nichiliste, atroci, durante le cene innaffiate di densi vini rossi mi comporto come lui. E perfino mentre cammino con gli occhi fissi nel vuoto: anche lui passeggiava da solo con gli occhi sprofondati nella desolazione esistenziale. A fare bene mio padre dovrebbe starsene tranquillino nell’urna intrappolata sotto il pietrone incrinato della tomba della sua bislacca famiglia, lassù nel cimitero circondato dal cerchio di montagne, e invece mi segue dovunque io vada, qualsiasi cosa faccia. Lo ha sempre fatto, e temo che lo farà sempre. E purtroppo non è l’unico.</p>
<p><em>[l'immagine: Larionov, "Ussaro al galoppo", 1910-11, 87x99 cm)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/nuovi-autismi-9-laccanimento-dei-morti-2/">Nuovi autismi 9 &#8211; L&#8217;accanimento dei morti</a></p>
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		<title>Colpo di Stato in 5 mosse</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 10:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/ll.jpg"></a></p>
<p><em>a Luigi</em></p>
<p>-Mossa n. 0. Il re che cede alla tentazione di esistere, ha già compiuto il primo passo verso la propria caduta. La mossa numero zero del colpo di stato spetta al re in carica.<br />
-Mossa n. 1. L’inizio. All’inizio, la posizione del servo è la più vantaggiosa, oltre che la più pericolosa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/colpi-di-stato-in-5-mosse/">Colpo di Stato in 5 mosse</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/ll.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/ll-150x150.jpg" alt="" title="ll" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-32539" /></a></p>
<p><em>a Luigi</em></p>
<p>-Mossa n. 0. Il re che cede alla tentazione di esistere, ha già compiuto il primo passo verso la propria caduta. La mossa numero zero del colpo di stato spetta al re in carica.<br />
-Mossa n. 1. L’inizio. All’inizio, la posizione del servo è la più vantaggiosa, oltre che la più pericolosa. È anche tra le posizioni più difficili da raggiungere, poiché il vero servo è colui che è sempre accanto al re. Durante questa fase, bisogna agire solo quando il re lo ordina.<br />
-Mossa n. 2. La transizione. Nella fase di transizione, quando ci si prepara a diventare a propria volta re, è un continuo viavai di messaggeri, spie, amanti e traditori; è il momento della potatura, durante il quale la propria identità viene cancellata dal contatto abrasivo con la corte e con l’intrigo. La potatura è infinitamente più importante della corte o dell’intrigo che pure l’hanno provocata.<br />
-Mossa n. 3. La descrizione. Non c’è modo più sicuro per far precipitare un re che quello di descriverne con lucidità la tecnica di potere. Tentato da questa descrizione, il re vorrà talvolta correggerla, talaltra invece, come se fossero i fili che legano una marionetta, si atterrà alle parole che descrivono la sua potenza, giudicandole esatte. In tutti e due i casi, finirà comunque con il rivelare il proprio segreto, diventando vulnerabile.<br />
Sembra che allo stesso modo le tigri, se poste di fronte ad uno specchio, restino paralizzate.<br />
-Mossa n. 4. L’eliminazione. L’eliminazione del re deve avvenire per mano altrui, e per motivi del tutto estranei ai propri. (Del resto, dopo la mossa numero due qualsiasi motivo o fine deve per forza di cose diventare estraneo e indifferente.) (v. Appendice, infra).<br />
-Mossa n. 5. La fine. Una volta preso il posto del re, ogni attività deve cessare; ogni decisione, ogni azione, ogni esibizione, ogni macchinazione, ogni pensiero, ogni ordine, devono essere aboliti, perché ora sono diventati dannosi.<br />
Quest’ultima è la parte più ardua, quella dove quasi tutti si perdono.<span id="more-32305"></span></p>
<p>Appendice alla mossa n. 4 del Colpo di stato: <em>Lettera di un padre amorevole al proprio figlio</em>.</p>
<p>Molte volte, nell’arco della vita, l’uomo è colto dalla fantasia di sterminare un proprio simile, ma sono molto pochi, rispetto a quanti provano tale desiderio, coloro che in effetti lo portano a termine, e ancora meno sono quelli che vi si preparano con pensieri e ragionamenti, qualunque cosa possano significare, in simili turpi tempeste, parole come “pensiero” o “ragione”. Eccoti dunque, figlio amatissimo, dopo la lettera sui tacchi delle scarpe e quella sulla gomma da masticare, una nuova lettera, dove troverai riflessioni e indicazioni attorno all’assassinio, qualora tu voglia commetterne uno.<br />
Si può voler uccidere la persona che in un dato momento è stata o è oggetto di odio, tale che la si giudica meritevole di morte; anche chi prova odio per noi, lo vorremmo assassinare per timore che possa nuocerci in futuro; a volte, d’altro canto, vogliamo uccidere anche coloro che sono oggetto non dell’odio ma del nostro amore, o coloro del cui amore siamo noi l’oggetto; volentieri, pure, si immagina di uccidere chi ci appare del tutto indifeso, come un vecchio o uno storpio; infine, può succedere di voler uccidere chi ci è del tutto indifferente.<br />
Enumerate le vittime, passo a descrivere le specie dell’assassinio, e mi sembra che tali specie potranno essere solo due: e della prima specie saranno tutti gli assassinii la cui esecuzione sia di un qualche vantaggio a chi li compie, mentre alla seconda specie appartengono quelli che, portati a termine, non ne procurano nessuno; avrai cioè una specie di assassini che hanno un fine, e un’altra, in cui gli assassini eseguono il loro delitto senza un preciso scopo.<br />
Delle uccisioni sacrificali praticate durante i riti religiosi, non terrai alcun conto, considerandole estranee alla natura del nostro oggetto, anche se uno potrebbe dire che ogni assassinio è in realtà un sacrificio eseguito per placare l’ira di un qualche dio.<br />
Negli assassinii compiuti tenendo di mira un vantaggio, poi, occorrerà distinguere tre generi: quelli in cui il vantaggio è proprio, come in un assassinio per vendetta di un torto che tu abbia subito; quelli in cui il vantaggio è altrui, come in un assassinio che tu debba eseguire per conto di qualcun altro; e infine quelli compiuti contro uomini di comando, e in cui il vantaggio, dicono, andrà ai più: appartiene a quest’ultima specie l’assassinio politico. Tuttavia, tale sistemazione delle specie dell’assassinio dovrà tenere conto di un fatto che le rende in realtà tutte molto simili tra loro, ed è che, a quanto sembra, i più non possono eseguire alcuna azione senza che gliene venga un qualche premio: perciò vedrai che un uomo che uccida per conto di qualcun altro, vorrà sempre ricevere una ricompensa per il suo delitto, e d’altra parte l’omicidio politico è sempre eseguito o fatto eseguire dalla fazione che ne trarrà, o crede di trarne, il più immediato e consistente vantaggio. Pertanto, negli assassinii eseguiti con un preciso scopo, non si può dare che quello che compie materialmente l’assassinio non speri di ottenerne un qualche sia pur minimo vantaggio.<br />
Un’altra distinzione andrà fatta riguardo la natura di questo vantaggio, che potrà essere materiale, come nel caso che tu uccida un uomo per impossessarti dei suoi averi, o spirituale, come chi decida di assassinare un infante per trarre piacere dal terrore di quello, o di assassinare un tiranno per salvare la propria patria.<br />
Di tale genere spirituale dovette essere, per esempio, il vantaggio che venne dall’accoltellamento di Cesare da parte dei senatori, quale ci viene tramandato nelle storie della Roma antica. Di tali accoltellamenti probabilmente non se ne vedrebbero mai nelle odierne camere del Senato, sebbene i loro componenti continuino a fregiarsi del titolo di senatori. Anche se i nostri senatori avessero il timore che il governo della repubblica stia scivolando verso la tirannide, infatti, sarebbero mai capaci di una congiura che avesse come scopo il pugnalamento pubblico del tiranno, nella camera del governo, davanti a telecamere e riflettori? Credo di no, figlio mio, sebbene certo tali senatori odierni potrebbero, o forse già hanno potuto, organizzare una simile congiura, e provocare la morte del tiranno o di altri avversari: ma se ciò avvenne o avviene o avverrà, è sempre attraverso vie celate, e non pubblicamente. In tempi non lontani, si organizzavano le fucilazioni, che possono essere considerate un assassinio politico, ma che tuttavia non venivano quasi mai eseguite da quegli stessi che le avevano ordinate, e che pertanto sono anch’esse differenti dall’accoltellamento di Cesare.<br />
Per venire al secondo punto della divisione che ti ho indicato, cioè quello dell’assassinio la cui esecuzione non provoca alcun vantaggio, né materiale né spirituale, si può dire che esso avviene, nella maggior parte dei casi, per un puro accidente, come può essere il caso dell’omicidio che gli uomini di legge chiamano colposo, o di un assassinio che, pur dovendo procurare un qualsiasi vantaggio, non ne ha procurato alcuno, come avviene di molti assassinii politici: e ti confesso di ritenere che l’assassinio politico vada posto a metà strada tra gli assassinii che procurano un vantaggio, e quelli che non ne procurano alcuno. Similmente, dirai che ogni assassinio, anche il più apparentemente distante dai luoghi del potere, può, sotto un certo aspetto, essere considerato un assassinio politico.<br />
Sebbene la maggior parte degli assassinii privi di vantaggio sia dunque costituita da assassinii colposi o il cui scopo non è stato conseguito, all’interno della nostra divisione questi due generi sono da considerarsi di un tipo impuro, per così dire, inquantoché, sebbene effettivamente non abbiano prodotto vantaggi, tuttavia o furono eseguiti per un semplice errore, o furono concepiti per uno scopo, e se non l’hanno poi conseguito, ciò non significa che un tempo non l’abbiano avuto.<br />
Dovendo comunque stabilire quale tra questi due tipi di assassinio sia da ritenere più puro, e cioè quale sia maggiormente privo di scopo, credo che sceglierei quello che, pur avendo uno scopo, non lo conseguì. Sembra infatti che all’uomo non sia concesso di agire contro la propria volontà, e pertanto gli assassini involontari vanno considerati alla stregua di chi, pur senza avvedersene, aveva una celata volontà di uccidere. E se tale segreta volontà è di certo presente in coloro che assassinano qualcuno in preda ad una qualche insanità mentale che li colga improvvisa o che li vinca dopo un lungo assedio, lo può anche essere in coloro che, in preda a un qualche genere di distrazione, compiono un gesto che finisce con il provocare la morte di uno o più, quando non di loro stessi.<br />
Posta in tal modo la questione, è verosimile che l’assassinio che, una volta eseguito, non conseguì lo scopo per il quale era concepito, fosse stato, nel più profondo intimo di chi lo progettò, privo per l’appunto di tale scopo, e sia pertanto da giudicare più vicino al secondo punto della nostra divisione.<br />
Per quel che riguarda le armi da usare in un assassinio, e coloro che le fabbricano, poi, attendi quella, delle mie prossime lettere, dedicata alle chitarre.<br />
Rimane però ancora da stabilire cosa sia in effetti l’ultima specie di assassinio, quella cioè cui non è mai stato legato, fin dalla sua ideazione, non solamente nelle profondità dell’animo, ma anche alla sua superficie, alcuno scopo.<br />
Un assassinio senza uno scopo appartiene a quel tipo di atti i quali vengono compiuti senza volontà, e la cui esecuzione, se hai ben meditato sul contenuto di questa e altre mie lettere, è preclusa alla moltitudine; quest’ultimo tipo di assassinio, pertanto, è quello che più raccomando a te, figlio amatissimo, come il più difficile da conseguire, e il più necessario di una profonda disciplina spirituale.<br />
Gli alberi sanno forse delle loro foglie quando cadono? Eppure tutti i giorni moltissimi ne lasciano andare morte. Ecco, tu stesso sul flusso del tuo sangue non hai maggior controllo che sulla corrente di un fiume, e allo stesso modo dovrai regolarti nell’esecuzione dell’assassinio: dovrà accadere come a un fiume che precipiti in una cascata, e, come il fiume non sa nulla del proprio percorso, né il fiore alcunché della propria bellezza, così anche tu dovrai compiere l’assassinio senza sapere nulla del tuo cammino verso di esso, come se in ogni momento il pugnale che tieni in mano dovesse servire semplicemente per forzare un barattolo troppo serrato, piuttosto che piantarsi nel cuore della tua vittima. Per far questo considera in ogni momento, figlio mio, che la via che porta all’assassinio è ritorta e piena di false svolte, e che dunque ogni tuo passo, ogni tuo più piccolo gesto, anche quando tu non ci poni mente, possono essere passi e gesti che ti avvicinano all’esecuzione dell’assassinio senza che tu lo sappia o ne abbia memoria, o anche essere passi e gesti che al contrario ti faranno sboccare in uno di quei falsi sentieri che, in apparenza, non conducono a nulla.<br />
Solamente Dio, infatti, conosce la vera Via,<br />
tuo padre ti saluta e ti abbraccia.</p>
<p><em>(Traduzione dal francese e dal latino di A. Angera)</em><br />
Il testo è tratto da Lapin, &#8220;In cuniculum&#8221;, La Carmelina, Ferrara, 2009<br />
Foto di Marco Belli. Si ringrazia Viviana Piccolo</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/colpi-di-stato-in-5-mosse/">Colpo di Stato in 5 mosse</a></p>
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		<title>L’ossessione dell’Eiger</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/02/lossessione-delleiger/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/02/lossessione-delleiger/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 07:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>  di <strong>Alberto Pezzini</strong></p>
<p><strong>John Harlin Jr.</strong>, <em>L’ossessione dell’Eiger</em>, <a href="http://www.cdavivalda.it/Products/Letteratura_d.lasso?nav=n2&#038;keyID=683">Cda &#038; Vivalda Editori</a>, 2008, pagg. 320, euro 25,00, trad. di Mirella Tenderini.</p>
<p>Viene da pensare a quello che Elio Vittorini disse a Cesare Pavese quando ricevette da questi Paesi Tuoi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/02/lossessione-delleiger/">L’ossessione dell’Eiger</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/copertina.jpg" alt="" title="copertina" width="120" height="188" class="alignnone size-full wp-image-13004" />  di <strong>Alberto Pezzini</strong></p>
<p><strong>John Harlin Jr.</strong>, <em>L’ossessione dell’Eiger</em>, <a href="http://www.cdavivalda.it/Products/Letteratura_d.lasso?nav=n2&#038;keyID=683">Cda &#038; Vivalda Editori</a>, 2008, pagg. 320, euro 25,00, trad. di Mirella Tenderini.</p>
<p>Viene da pensare a quello che Elio Vittorini disse a Cesare Pavese quando ricevette da questi Paesi Tuoi. Era il giugno del 1941 e Vittorini disse all’uomo officina della Einaudi che occorrevano tre o quattro libri così all’anno per sfatare tutti quei pregiudizi secolari  posti alla base dei falsi libri.<br />
Se c’è un libro di montagna bello ed assoluto, per l’anno 2008, è questo. La storia di John Harlin e della sua famiglia narrata in prima persona dal figlio Junior. <span id="more-13003"></span><br />
Non è un libro di ricordi classico. Non ci sarebbe stato posto per un uomo come John Harlin. Amico di Gary Hemming, audace fino alla sconsideratezza, ardito quanto inquieto, uomo di punta di una nuova visione della montagna negli anni ’60. Scala per primo la parete sud del Fou e poi fa due vie dirette sulla Ovest del Dru. Si allontana poi da Hemming e comincia a sognare soltanto l’Eiger, la montagna più problematica ed interiore di tutte le Alpi. L’Eiger è una montagna assoluta, dove salgono soltanto gli dei o gli sciamani. Non gli alpinisti normali chè ci possono morire. Per questo motivo Harlin se ne innamora perdutamente. E’ un amore sventurato, il suo. Coinvolge da vicino ed anzi travolge tutta la sua famiglia. La moglie Marilyn Miler, ed i due bambini, John ed Andréa.<br />
“Subirete enormi pressioni per conformarvi agli altri, per cambiare il vostro percorso con un altro, per seguire quello più comodo. Non fatelo. Siate sempre fedeli ai vostri sogni”. Questo è quanto ricorda di John Harlin padre, detto il Dio Biondo, Bruce Bordett, un suo allievo di quando faceva l’insegnante di educazione fisica a Leysin in Svizzera.<br />
Fu per questo motivo che John Harlin non rinunciò mai all’Eiger. A costo della sua vita e del suo sogno.<br />
La parte dedicata ai suoi rapporti con Hemming è spassosa come è giusto che sia stata la vita dei primi alpinisti americani a tutto tondo negli anni 60’ in un parco a dismisura come quello delle Alpi. Sembravano una coppia di coniugi in perenne lite e tormento. Tranne unirsi come fanno tutte le coppie di età quando le difficoltà lo richiedono. Hemming rimproverava ad Harlin i ceppi del matrimonio e della vita borghese nonchè il fatto che non arrampicasse secondo una tecnica impeccabile su roccia. Harlin, invece, gli rimproverava la sua inesperienza ed il fatto che Hemming non fosse a suo agio sulla neve e ghiaccio. Di sicuro c’è che quei due americani, così diversi fisicamente ma così affini nel profondo della loro interiorità consumata da un drago in perenne estasi, portarono una vita nuova sulle Alpi durante gli anni ’60. Il loro fu un alpinismo magico, intriso di una ricerca del bello e della novità in senso assoluto. Harlin voleva scalare l’Eiger con la tecnica della “goccia d’acqua”. Una via diretta in maniera perfetta. Un capolavoro sulla roccia dell’impossibile. Una camminata sulla gola dell’assoluto guardando la morte negli occhi verdi che le sorridono quando ti piglia per la gola.<br />
Quando si ruppe la corda, nel 1966, Harlin lasciava una moglie bellissima, e due figli bambini. John aveva nove anni.<br />
Da questo momento il libro si incardina dentro un viaggio interiore che non ha eguali e non trova coincidenza alcuna in altri libri di montagna. Di qui inizia la strada verso la ricerca di cosa spinga un uomo a mettere in pericolo la propria vita. E di cosa ci sia dopo, per chi resta.<br />
Nell’introduzione al libro, tradotto da Mirella Tenderini con un italiano brillante come stelle su ghiaccio, la traduttrice ci dice che è forse la prima volta in cui un alpinista faccia <em>outing </em> in questo senso. Il termine è brutto, suona ancora meno bene ma può far capire la forza dirompente di una rivelazione fuori dai canoni a cui ci hanno abituati.<br />
Harlin Jr. ci porta per mano, senza paura di soffrire, all’interno della sua vita familiare. Quella dopo la tragedia. La madre e la sorella vengono viste senza veli. In presa diretta anche se con tatto e dolcezza psicologica. Ciò non toglie che Harlin ci dica come sia andata. Ci dice che le sue donne non hanno mai accettato la morte del marito e del padre. E che questi sembrava continuare a vivere insieme a loro. Soprattutto la sorella visse la morte del padre come un tradimento. Grande rabbia e grande amarezza per essere stata abbandonata a metà del guado.<br />
John Jr. sembra vivere in maniera più preziosa la morte del padre. Fa tesoro di quello che gli può avergli lasciato. Comincia a sciare, partecipa tante volte al trofeo Topolino, e cerca di prendere la montagna alla lontana. Cerca di capire perché suo padre fosse un animale assetato di montagna tanto da giocare con delle sirene che possono apparire fari assurdi agli altri uomini. Fari senza luce. A quelli di pianura che non conoscano la “fratellanza della corda”.<br />
Capisce crescendo che la sua catarsi interiore, la sua definitiva liberazione, non avrebbe mai potuto prescindere dalla scalata dell’Eiger, quella maledetta montagna che aveva disarticolato il padre. Spaccandone il corpo e maciullandolo come una marionetta di carne trafitta da milleduecento metri di caduta verticale. Ironia della sorte, a goccia d’acqua.<br />
Un’eredità pesantissima da trasportare sulla propria vita. E’ come l’anello di Frodo. Sai di portare addosso un tesoro che ti perderà se non saprai liberartene al momento giusto.<br />
Comincia quindi ad arrampicare in Nord America, dove si pensa che le vette siano meno acuminate delle Alpi. Cerca sempre di circumnavigare la sospettosità e l’inquietudine di sua madre già bruciata una volta come un’indiana dal fuoco.<br />
Comincia anche a scrivere. Oggi John Harlin Jr. dirige l’Alpine American Journal, la bibbia delle riviste di montagna americane. Anche per le dimensioni da <em>infolio</em>. E’ strano che la scrittura sia così compagna ed ancora più sorella di cordata dell’alpinismo. Forse perché lo scrivere equivale sempre a compiere un viaggio dentro quello che di più antico e primitivo si cela dentro alcuni anfratti interiori. Difficili da raggiungere come alcune vette innevate.<br />
Per Harlin Jr. scrivere diventa quindi un’occupazione fissa, un lavoro retribuito ed un modo per gettare un ponte sicuro e professionale tra la scalata e la vita di tutti i giorni. Un modo per distillare l’incubo quotidiano di una perdita costante. Una forma di antidoto capace di mitridatizzarla ogni giorno. La grande capacità terapeutica della scrittura a muso duro. Quel calarsi dentro di noi senza corde e con uno scheletro accanto.<br />
L’alpinismo è una delle manifestazioni nobili dell’uomo. L’ascensione è ascesa verso l’alto, è ascesi liberatoria. Forse è per questo che Harlin Jr. riesce a mettere in luce, isolandola, la definizione più toccante e più vera dell’alpinista in due pagine secche come ghiaccioli d’inverno: “Il vero alpinista segue il canto delle sirene perché ama danzare con loro e si illude di poter sfuggire alla loro stretta”.<br />
L’illusione è forse ciò che suo padre non riuscì a vincere. Fu una sirena talmente dolce da farlo perdere. Ma Harlin Jr. – e qui sta la bellezza del libro – ci dice anche che c’è un altro modo per diventare alpinisti: la passione per la bellezza della natura.<br />
E’ quella pulsione lontana e vicina per cui l’alpinista vuole a tutti i costi trovarsi al centro della natura per toccarla. Non vuole guardarla dalla finestra di uno chalet, vuole scalarla, la Natura. Ma c’è anche un mucchio di divertimento.<br />
La vita di Harlin Jr. sembra condannata ad essere soltanto quella del figlio del vero John Harlin. La IMAX, però, società che ha creato uno spettacolo originale consistente nella proiezione su maxi schermi di filmati d’avventura girati alla bisogna, gli commissiona la scalata dell’Eiger.<br />
E’ il momento verità che un uomo aspetta per una vita intera.<br />
Harlin Jr. si rende conto che ormai non può più rifiutare quello spettro ed accetta dopo aver superato la madre e la moglie ed i loro sentimenti di paura, terrore puro, ed amore ancora una volta ferito. La salita deve essere compiuta in sicurezza assoluta ed anzi avrà la piccola figlia Siena come spettatrice.<br />
Il figlio si libera del mostro scegliendo di guardare dentro gli occhi che videro il padre cadere. E’ una liberazione, un salto definitivo verso la luce e sopra un mondo folto di un buio denso come liquido.<br />
E’ il segno che un’attesa di vita si è consumata in bene e che il liquido denso della paura si trasformerà in una sostanza volatile. Infinitamente più leggera da portare.<br />
Scrive il libro e sembra che le sirene della montagna gli abbiano indicato una via di luce misteriosa. Quasi una fonte miracolosa da cui prendere a piene mani. Ciò che fa di questo libro un pezzo unico resta però quel dramma interiore vissuto per una vita. Sempre con un pensiero condiviso da una famiglia e subito da alcuni. Questo è un libro confessione. Una denuncia di ciò che l’alpinismo chiede a chi sta vicino alla persona che avverte le sirene dentro di sé. Una vita di sacrificio e di attesa.<br />
<em>L’ombra della montagna</em> non è un concetto astratto.<br />
E’ una realtà di vita che non lascia scampo a chi subisce una certa scelta e non ha armi per rifiutarla o in qualche modo cercare di batterla. Non c’è razionalità che tenga per i compagni dei fratelli di cordata. C’è attesa, malinconia serale continua, e poche cose da dire ai bambini quando le sirene si tramutano in orchi esigenti.<br />
Di solito un alpinista si dice sia un grande, inguaribile egocentrico. E questo è il dilemma. A volte è difficile perdonare una passione che non guarda in faccia alla famiglia. Qui Harlin Jr. ci lascia una grande testimonianza di verità senza timori e scacciando tutte le paure dell’alpinista moderno. Che non è più soltanto quella di cadere e morire. E’ quella di lasciare la famiglia nuda, spoglia di un padre e di un marito. Questo seme di dubbio comincia a dirci che una rivoluzione profonda è ormai sorta nell’alpinismo attuale. Lo spostamento verso il compagno ed i figli. Il tentativo difficile da morire di far coesistere una passione che divora i suoi figli ed il senso caloroso della famiglia. E’ la fissazione di un principio che prima nessuno ha mai avuto le palle di mettere sotto processo, o di denunciare pubblicamente. E’ un maledetto rovello, il vero problema dell’alpinista, quello che forse non si riuscirà mai a risolvere se non a prezzo di sacrificare l’alpinista all’uomo che preferisce scrivere e vivere in sicurezza assoluta ciò che può donargli una quiete silenziosa come certe vette soltanto. Lassù in alto c’è il vento. Ma l’uomo sa imparare. Anche a costo di uccidere le sirene.<br />
Però questo vale forse soltanto per chi ha udito le sirene uccidergli un padre. E per la sua vita – dopo – ha voluto crearsi una giustificazione capace di farlo dormire al riparo da quei canti così insidiosi. Soprattutto di notte. C’è voluto tutta una vita. La montagna è comunque sempre, per chi la pratica e per chi gli è compagno, una lunga attesa.</p>
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		<title>off/on</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Aug 2008 04:30:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>off</strong><br />
Con quella maglia di Snoopy<br />
versante calamaro<br />
mi viene da piangere Warhol<br />
minestra, da una siepe maestra<br />
nasconditrice di falsi.<br />
Sembri uscita da una lavatrice,<br />
da una confezione Zuegg<br />
o cornflakes, da una piramide<br />
di latte, da un fiore esploso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/11/versante-calamaro/">off/on</a></p>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>off</strong><br />
Con quella maglia di Snoopy<br />
versante calamaro<br />
mi viene da piangere Warhol<br />
minestra, da una siepe maestra<br />
nasconditrice di falsi.<br />
Sembri uscita da una lavatrice,<br />
da una confezione Zuegg<br />
o cornflakes, da una piramide<br />
di latte, da un fiore esploso.<span id="more-6997"></span><br />
Mi sembra di conoscerti:<br />
non giudiziosa, cadaverica,<br />
spongea, matrale, cutrunuta,<br />
ringhiosa e arbitrale.<br />
E arrabbattona, succulenta ai<br />
soldi, leccalecca ai non fastidi.<br />
Semplice da bere, come sciroppo<br />
d’acero abbattuto al breakfast.<br />
Mi sembri scemunita con scimmie<br />
da zoo calvo, da zio indegno,<br />
da Pino Insegno blatta &#8216;s speaking.<br />
Quando morì Stefano l’unico<br />
che mi scriveva lettere era un nazi.<br />
Non dimenticherò questo scherzo,<br />
che nel male c’è un pugno di bene<br />
a volte. Ascoltando Ladyhawke<br />
cantare, mi pareva di sentire<br />
una lavanderia a gettoni frinire<br />
male, con getti d’aria calda.<br />
La Nuova Zelanda è il paese<br />
del pesce bollito. Il brodo di serpente<br />
è il tuo prossimo beverone per pulirti.</p>
<p><strong>on</strong><br />
Come zio Renny, berrò beveroni al cacao<br />
prima del tennis, fino alla morte,<br />
lancio dell’anima nello spazio<br />
1999, a 80 anni, Stato di New York. Se ci sei<br />
batti un colpo, solleva una coscia<br />
al mare monstrum dei ricchi, allo yacht<br />
di George Clooney. Si alzi la matrace<br />
curvilinea mossa del mare sporco<br />
in una estate di scogli avanzati,<br />
di ciclopiche isole-davanzale, poste<br />
davanti a tramonti-mare estate 2008,<br />
con trent’anni di ricordi subissanti.<br />
Sei nell’oblio-mutanda fiore. Non hai<br />
che da scegliere il lingotto dove fondere<br />
le tue catene forza otto. La chiglia afro<br />
del mio orologio d’oro balena al sole,<br />
come orafo squillo di luce, nel ricordo<br />
d’un padre Nettuno, spoglio a falcata<br />
doppia dalle acque. Kalabrian sound<br />
nella sera sorda, rimembro il decollare<br />
dei sogni già finiti, confezione famiglia.</p>
<p>****</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/gianfranco-ferroni-autoritratto.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/gianfranco-ferroni-autoritratto-215x300.jpg" alt="" title="gianfranco-ferroni-autoritratto" width="215" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-7044" /></a></p>
<p>Era leggendo il vittimario blog,<br />
pieno di raspe leccanti e velenosi<br />
piccanti ambasciatori del nulla,<br />
che mi venne l&#8217;idea del taglio.<br />
Stop, finis, <em>Ende</em>, <em>The end</em>, il curtain<br />
velo pietoso, su tutto e anche tutti.<br />
<em>Tristesse bonjour</em>, arrivederci Poma<br />
nel senso della via del delitto<br />
della mela bacata d&#8217;ingiustizie<br />
di giudizi trancianti da robespierri<br />
letterali. In culo al kilo, tutti quanti,<br />
pieni di bile e di bava d&#8217;impotenti<br />
l&#8217;ultimo cazzo ritto fu quello del padre<br />
quando ve lo <em>sfaccimme</em><br />
a vostra madre.</p>
<p>E così, quando il libro fu scritto<br />
e pronto alla distribuzione,<br />
si riaccese la pera Osram della luce.<br />
<em>On</em>, su tutta la mia vita bigia<br />
altezzosa, bassofondalica.<br />
Venne dalle rocce papà, nero<br />
tedesco e muto, soldato fantasma<br />
d&#8217;acqua marina sorto dai mulinanti<br />
fiumi centroeuropei, scuri, duri,<br />
dall&#8217;Elba. Comignoli tra l&#8217;acque,<br />
fumo di ciminiere e nere coltri<br />
di passato esploso in una guerra.</p>
<p>Oggi lo sogno ancora. Faccio -così-<br />
a cazzotti con i morti, i miei.<br />
Picchio mio padre, e mio fratello<br />
che lo seguì, quasi dieci anni dopo,<br />
nel loro triste regno, triste per chi<br />
non c&#8217;era. Morti che sorridono<br />
oltre la schiuma della vita, e dentro<br />
piangono. Quei morti siamo noi.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/mi-calibro-9.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/mi-calibro-9-300x170.jpg" alt="" title="mi-calibro-9" width="300" height="170" class="alignnone size-medium wp-image-7051" /></a></p>
<p>****</p>
<p>Fino al peso morto, stecchito<br />
della storia. Fino ai noi, i tutti<br />
superstiti. Dai Sessanta io<br />
vago in pena per il quartiere. Ora<br />
polpa di estraneità, cuori soltanto<br />
neri, gialli Cina e Indocina,<br />
come pesci, tra i coralli e la gomma,<br />
e nei bar, verso San Siro, Marocco, Algeri<br />
gutturale. Voi non ci siete più, da tempo.<br />
E&#8217; una piramide di parole secche e di ciglia, di gesti,<br />
mentre le mani gonfie toccano michette dei frati,<br />
alla mensa dei poveri. Il venditore indiano di fiori,<br />
il barista cinese col nome italiano, mai vacanza,<br />
mai imparata la lingua, e il marocchino sbronzo<br />
alle sette: mi dice che siamo della stessa razza,<br />
chissà; e parla di Lampedusa, come di una storia<br />
a fumetti. Che pena il quartiere, polpa di vecchi<br />
che sputano artrosi dalle vene, di stranieri ubriachi<br />
nel giardino, urlanti a notte brilla, dove noi bimbi, al dribbling<br />
successivo, sognavamo Pelè. Tempi sgretolati,<br />
voi c&#8217;eravate, giovani e assolati. Ora non siete più.<br />
Quartieri senza più quartiere, stranieri e vecchi smessi,<br />
vino che piscia dai cartoni, rosso come il corallo falso<br />
del sole a picco su mani sbianchite. E voi niente,<br />
non vedete più, morti e ciechi rimproverati dal tempo<br />
che scorre, che è scorso, che è morto.  </p>
<p>Non voglio più morire, qui<br />
- qui non sono mai nato.</p>
<p><em>(La prima immagine è di Giovanni Cossu. La seconda è di Gianfranco Ferroni &#8211; Autoritratto. La terza: inquadratura da &#8220;Milano calibro 9&#8243;, di Fernando Di Leo, 1972. All&#8217;amica Nina Maroccolo.)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/11/versante-calamaro/">off/on</a></p>
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		<title>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 11:39:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" alt="opereitaliane.jpg" /></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).<br />
Nel primo romanzo, dedicato interamente al tuo paese d’origine, l’Albania, il paese in cui la parola «paura» è priva di significato – mentre la parola «umiltà» è perfino assente dal lessico –, dove la morte è «un processo estraneo» e dove il detto più diffuso è «Vivi che ti odio, e muori che ti piango», tu racconti l’educazione di Elona, di Ormira, di Ornela, di Ina, di Eva, molteplici eroine che ne formano una sola.<span id="more-5913"></span> Esplori il passaggio dall’infanzia all’adolescenza sotto una delle tante varianti del totalitarismo della seconda metà del XX secolo, quella rappresentata dal «timoniere» e camerata Enver Hoxha, che fondò nel 1941 il Partito comunista albanese e che governò la Repubblica popolare di Albania dal 1945 all’11 aprile del 1985, giorno della sua morte.<br />
La domanda che il lettore rincorre è la seguente: come ci si educa all’amore, al sesso, ai libri, all’amicizia, alla morte, cercando allo stesso tempo di sfuggire alla «rieducazione» fornita dalla «Madre-Partito»? E come si conserva la propria «squisita solitudine» in una società di delatori dove perfino i dialoghi notturni con una «stufa a legna» – amica segreta capace di riscaldare i sogni infantili – si rivelano un dono insperato dello Stato?</p>
<p><em>La lotta di classe è rimasta fuori, Ornela, la competizione che t’infligge la scuola anche, la mamma sta dormendo, non può vegliare sui tuoi pensieri attraverso gli occhi che cambiano animo. Lo Stato non è fatto così male se ci lascia dormire e gustare il torpore pacifico delle coperte, e poi questa conversazione. La notte è sempre la notte, purché il comunismo o il capitalismo non trovino il modo di abolirla.</em></p>
<p>Ovunque lo Stato. Un giorno il padre della protagonista dai molti nomi scompare nel nulla. Si dice che sia finito in carcere per motivi politici. Con quale accusa? Nessuno lo sa. Qualcuno afferma che la colpa è della moglie: la sua «bellezza folgorante» aveva reso insonne uno dei capi del Partito che voleva scoparla a tutti i costi.<br />
Il grande tema del tuo libro: la bellezza fisica è un’acerrima nemica del regime totalitario che non fa che spogliarla del suo fascino, elevando un inno di gloria moralizzatrice all’eguaglianza delle coscienze. Mistifica il suo potere di seduzione. E si vendica, trasformandola in un crimine. Chi è bello è contro la marcia della Storia verso una società comunista in grado finalmente di sbarazzarsi della lotta di classe e di ogni antagonismo estetico!<br />
La morale totalitaria è la vendetta della laidezza sulla bellezza.<br />
Tuttavia, tale vendetta non è inscritta soltanto nel codice genetico del regime. Essa è radicata in modo del tutto naturale, come afferma la protagonista nel primo capitolo del tuo romanzo, anche «nello spirito del popolo»: come una foglia su un ramo di un albero. Una delle questioni più importanti, anzi quasi vitale per il popolo albanese, è infatti quella della «puttaneria», la quale si fonda su una sola tesi: «una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è». La bellezza fisica è una «tara» sia per lo Stato comunista che vorrebbe estirparla attraverso i dogmi politici sia per il popolo che, grazie alle sue radici «machiste» e al suo «istinto di proprietà molto sviluppato» – paradossalmente contrario alla marcia della Storia –, vorrebbe che la donna, quando il marito è in viaggio d’affari o in prigione, avesse l’accortezza di farsi ricucire «un po’ là sotto» in modo da dimostrargli che «la sua dolorosa assenza» le ha ristretto «lo spazio tra le cosce».<br />
Le storie delle molteplici eroine che ne formano una sola sono raccontate talvolta alla prima persona, talvolta alla terza. Sempre al passato. La prospettiva è quella dell’epilogo del romanzo, intitolato «Terra promessa».<br />
La madre e la figlia, dopo aver venduto tutto quello che possiedono per comprare due biglietti d’aereo, partono per Roma: la terra dell’esilio, con tutto il suo carico di illusioni e felicità, le attende. Una volta scesa all’aeroporto, Eva, la figlia, è delusa: le donne «dell’altra riva» non assomigliano per nulla «a Sophia Loren o a Gina Lollobrigida. Dov’era la famosa bellezza delle donne italiane?». Dov’era il fascino di quelle mogli della televisione che «pur circondate da tre figli avevano corpi sontuosi e che stendendo il bucato fatto con il detersivo Dash stendevano a terra anche i cuori degli uomini?». La madre, mentre la figlia è dal tabaccaio – «un altro mondo», afferma estasiata la narratrice – è abbordata da un giovanotto: «A quanto scopi?». La madre, che non comprende l’italiano, arrossisce di piacere pensando che egli voglia portarle i bagagli.<br />
Nella «terra promessa» il coraggioso popolo albanese per il quale la morte è «un processo estraneo», comincia a comprendere che si può morire. E che la «bellezza folgorante», invece di essere una «tara» o un crimine, può essere, in questa terra demonizzata dalla morale comunista, una prerogativa indispensabile per discendere i cerchi altrimenti impenetrabili del suo inferno.</p>
<p>2</p>
<p>Nei racconti che formano il tuo secondo libro,<em> Buvez du cacao Van Houten!</em>, il paesaggio non è quasi più quello albanese, ma quello francese, di Parigi, della tua nuova «terra promessa» (sebbene la lingua che fin dal principio hai eletto per scrivere la tua opera resti l’italiano).<br />
La «terra promessa», nella tua novella <em>Il prezzo del thé</em>, è ora il paradiso del «principio attivo delle alghe blu», capace di rendere ogni volto privo di asprezze, puro e tonificato eternamente bello, giovane e in grado di eliminare dalle occhiaie e dalle prime rughe della protagonista ogni macchia dovuta alla migrazione. Qui si vende anche un tè contro ogni sorta di problemi: «contro l’invecchiamento, contro il tempo&#8230; Tè contro il cancro, contro l’obesità, contro le giornate tristi, contro l’amore, contro la morte». Contro tutto, salvo lo «spaesamento». Qui, nella nuova «terra promessa», la bellezza non è più un problema per persone in carne ed ossa, per esseri mortali alle prese con lo spaesamento e la morte. Si tratta, al contrario, di un paese meraviglioso dove si è già realizzato, grazie al «principio attivo delle alghe blu», il grande ideale un tempo chiamato «comunismo»: il mondo senza classi è il mondo in cui tutti possono essere belli.<br />
Ciò mi riporta al tuo primo libro, <em>Il paese dove non si muore mai</em>.<br />
Nel capitolo intitolato «Macchie», la narratrice si ricorda di una banale influenza che all’età di sei o sette anni l’aveva obbligata a letto per alcuni giorni. Leggendo un manuale di anatomia scopre per la prima volta il corpo umano: «Dunque, noi eravamo fatti così, dentro eravamo il miscuglio di quelle robe strane e colorate, al di fuori della nostra volontà, o meglio della mia volontà». Che fare? A chi chiedere aiuto? A Dio? Alla mamma? Stretta al corpo della madre, la bambina esclama: «Ho paura, ho paura, mamma, paura che siamo solo carne e ossa».<br />
In un altro capitolo, «Tuorli d’uovo», Ormira è nel gabinetto sporco e puzzolente della sua scuola, quando vede scritto sul muro con una materia di «colore pastoso di marrone scuro» il suo nome: «Ormira è la più carina della classe IV C perché ha delle grandi tette». La cosa le provoca una certa soddisfazione. Il piacere di essere bella, tuttavia, provato per la prima volta dentro le mura sporche e puzzolenti di un gabinetto, si scontrerà ben presto con le «gambe storte» della sua insegnante, la camerata Dhoksi, emblema ambulante dell’educazione comunista per la quale la bellezza è concepita come assenza di onestà: «Dài, Dhoksi – dirà la protagonista ribelle – insegnami il Partito, perché se no divento puttana. Salvami Dhoksi, con le tue gambe storte e oneste. Tu sei già salva, perché nessuno vuole scoparti».<br />
Ormira, la ragazzina che diventerà una bella ragazza di nome Ornela o Eva, sa che la sua bellezza, per il semplice fatto di essere stata scoperta tra le mura di un gabinetto sporco e puzzolente, deve fare i conti con la mortalità: la bellezza che dimentica la merda, dimentica, in fondo, da dove viene. E con la Storia, che può prendere diversi volti, come quello, ad esempio, di un’insegnante comunista che squadra Ormira dalla testa ai piedi come se fosse una puttana in erba.<br />
Ecco un aspetto poco esplorato dalla prosa romanzesca: la bellezza si dà in modo tanto più intenso quanto più la Storia bussa alla sua porta. Che cosa voglio dire? Quando la Storia si ritira, come nella «terra promessa» dove «il principio attivo delle alghe blu» ha come ideale la scomparsa di ogni invecchiamento, di ogni corruzione della materia, insomma, di ogni dimensione temporale, anche la bellezza perde il suo fascino profondo, cioè il suo essere sorella siamese della mortalità, e gira a vuoto.</p>
<p>3</p>
<p>In un racconto del tuo secondo libro, intitolato <em>Sulla bellezza</em>, un «ragazzo-immagine», frivolo ma sensibile, si stupisce quando alcune ragazze della discoteca dove lavora, gli annunciano, ridendo, la morte di Lolly, una pornostar di ventisette anni. Lolly aveva scelto di essere cremata. Sebbene non abbia mai conosciuto Lolly in carne e ossa, il ragazzo immagina «il suo corpo, le sue anche generose», «i suoi seni siliconati che bruciavano, quel corpo così ardentemente desiderato che bruciava». È sconcertato dalle risate delle ragazze. La morte di Lolly non le ha turbate: «Lolly è morta – continuano a dire e a ridere. Ha, ha, ha è m-o-r-t-a!». Perché stupirsi delle loro risate? Queste ragazze non hanno mai conosciuto Ormira, la ragazzina di sei o sette anni che aveva paura di essere soltanto «carne e ossa». Né il suo stupore alla scoperta della propria bellezza.<br />
Il riso delle ragazze che annunciano la morte di Lolly non possiede neppure alcuna forza desacralizzante. Ecco un altro aspetto poco esplorato: quando la Storia si ritira, anche la comicità – che è sorella siamese della sensualità – gira a vuoto.</p>
<p>4</p>
<p>Nel tuo terzo libro, <em>La mano che non mordi</em>, la protagonista intraprende un viaggio da Parigi a Sarajevo.<br />
Fin dall’inizio è perfettamente consapevole di non essere una vera viaggiatrice. Se con il pensiero ha sempre voluto «viaggiare l’intero mondo e al di là», il suo corpo le complica la vita: «Mi sono detta poi che se sforzo un po’ la mia carne, forse lei può trovare piacere unendosi al pensiero che ama viaggiare». Quando raggiunge dei luoghi sconosciuti, i suoi sensi si acuiscono, mentre le novità le richiedono un’attenzione che poi paga: la protagonista è qualcuno che si dà senza alcuna protezione.<br />
Il caso vuole che il suo corpo – come quello di tutte le tue eroine – sia piacente, assillato da quella «tara» che nessuna insegnante dalle gambe storte è riuscita a estirpare. Alla stregua di Ormira, di Ornela, di Eva, anche la protagonista de La mano che non mordi, è cresciuta nell’Albania comunista degli anni settanta e ottanta e perciò conosce a menadito il peccato originale di essere bella, fisicamente bella.<br />
A Sarajevo si ritrova in un appartamento con alcune donne del posto, «donne forti», dalle carni straripanti. L’argomento della discussione è «la bellezza interiore». Una voce si infiamma: «L’uomo vuole una donna col cervello! La bella se la scopano due sere e poi tornano a casa!». Tutte, fiere della loro bruttezza, «tirano pietre» sulla bellezza fisica offrendo ai loro mariti su un piatto d’argento i loro cervelli d’Einstein. La protagonista pensa: nulla è cambiato: «Essere belli [...] essere fragili ed eleganti, avere un’aria cagionevole non era comunista. Le anime è meglio non turbarle. Si deve essere uguali ma in possesso del valore vero: la bellezza interiore». Nella Tirana degli anni settanta come nella Sarajevo degli inizi del XXI secolo l’interiorità viene elevata a mito per rendere uomini e donne, belli e brutti, tutti uguali, tutti fieri di sapere che la bellezza non sarà mai in grado di salvare il mondo.<br />
Ciò che è cambiato è lo sguardo della protagonista. Fotografa con «lo spirito» ciò che le sta intorno, ma la durata dell’esposizione alla luce del mondo balcanico le produce una violenta compassione, a tal punto che il suo bel corpo, arranca, si muove a fatica, come se si trovasse in un vicolo cieco, come fisicamente ferito da <em>un eccesso di mortalità</em>. Scopre di essere diventata straniera alla sua gente. Ha probabilmente contratto la malattia del suo amico Mirsad. Anche lei è «diventata verde», «verde di migrazione»: «Il verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici in aria». La malattia della migrazione si insinua in chi ha abitato a lungo lontano dalla propria terra e vi fa ritorno. Da quel momento costui comincia a perdere «l’ovvio, l’ovvio di esistere». Comincia ad andare per il mondo «con il corpo messo a nudo», anzi, «senza pelle». «I miei organi – confida Mirsad alla protagonista – sono a vista d’occhio, fuori, come esposti a una mostra, tutti li possono toccare, curiosare, osservare, spostare, pizzicare».<br />
Una volta a Parigi, nella solitudine della sua casa, isolata da tutto, distesa sul pavimento, il bel corpo non esposto alla luce violenta della compassione, il suo viaggio finisce. La fine del viaggio è la presa di coscienza della protagonista che soltanto «lontano» da tutto ciò che le è «vicino», è possibile per lei pensare, ovvero viaggiare «l’intero mondo e al di là».</p>
<p><em>Post scriptum sulla bellezza degli animali</em></p>
<p>Quando la protagonista de <em>La mano che non mordi</em> giunge a Sarajevo si addolora nel vedere molti animali ridotti a pelle e ossa che si aggirano sanguinanti per le strade. Riflette: nei Balcani «gli umani non hanno tempo per gli animali. Li hanno persino cancellati dalla loro esistenza. A Tirana ai cani gettano le pietre, e ci sono delle leggi per sterminarli a colpi di rivoltella».<br />
Questo mi ha fatto pensare a <em>La vita degli animali</em> di J. M. Coetzee, e a Kafka, e a un commento di Elias Canetti su un suo racconto.<br />
Elizabeth Costello, l’anziana scrittrice protagonista delle due novelle che formano l’opera di Coetzee, tenta, nel corso delle sue conferenze all’Appleton College, di aprire una breccia nei cervelli e nei cuori dei suoi ascoltatori affinché costoro modifichino il loro inveterato atteggiamento nei confronti degli animali, il cui massacro condotto ai giorni nostri su scala industriale, giunge a paragonare per dimensioni ed efferatezza a quello perpetrato dal Terzo Reich nei confronti degli ebrei. Elizabeth Costello si appella a una delle più importanti facoltà umane: l’empatia. Ciascuno di noi, afferma la scrittrice, può grazie a questa facoltà condividere l’essere di un altro. Può, perciò, se solo si sforzasse di nutrire questo suo talento ricevuto in dote dalla natura, comprendere in che cosa consiste la vita di un animale. Soltanto se si giunge a percepire la sostanza dell’essere di un animale, si può sperare di sottrarre a noi stessi una parte del nostro potere su di lui e quindi godere con lui ciò che ci accomuna: la pienezza della vita.<br />
Ma in che cosa consiste il nostro potere sull’animale?<br />
In un racconto di Kafka, <em>Una vecchia pagina</em>, che fa parte della raccolta <em>Un medico condotto</em>, un calzolaio, che ha il suo laboratorio nella piazza dove si erge il palazzo dell’Imperatore, è impaurito dall’arrivo di un popolo nomade e barbaro. I costumi e le usanze di quelle genti gli sono incomprensibili. Non sembrano neppure possedere una lingua. Rubano e divorano tutto. Il calzolaio segue da vicino quello che il macellaio di fronte è obbligato a fare per salvarsi:</p>
<p><em>Ultimamente il macellaio pensò di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al mattino portò un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un’ora io rimasi disteso sul pavimento in un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva.</em></p>
<p>Nell’<em>Altro processo</em>, Canetti, commentando questo passaggio, si domanda: «Si può dire davvero che il narratore si sottrasse all’intollerabile?».<br />
Il calzolaio, durante il massacro del bue, si stende al suolo e cerca di sparire sotto una montagna di vestiti, di coperte e di guanciali. Desidera farsi piccolo – metamorfizzarsi in qualcosa di piccolo –, diminuire il suo peso corporeo per sottrarre potere a se stesso. Per questa ragione, afferma Canetti, nell’opera di Kafka l’uomo si trasforma spesso in piccoli animali inoffensivi che non riescono neppure a sollevarsi dal suolo. Kafka sa che cosa significa essere un piccolo animale perché conosce bene ciò che egli stesso ha definito una volta, in una lettera a Felice, «l’angoscia della posizione eretta», posizione che è a fondamento di ogni potere dell’uomo sugli altri animali.<br />
Di solito noi siamo fieri della nostra posizione eretta, ovvero non utilizziamo né la nostra empatia né la nostra capacità di metamorfosi.<br />
In questo modo cancelliamo colpevolmente dal nostro orizzonte la vita degli animali – gesto che tu, cara e angosciata Ornela, distesa sul pavimento, il bel corpo esposto alla luce violenta della compassione, fedele alla lettera e ai racconti di Kafka, hai il grande merito di non compiere mai. Cancelliamo il loro essere. Rifiutiamo di prendere il loro posto. Ma così facendo, una parte della bellezza del mondo ci resta preclusa.</p>
<p><em>Nota</em><br />
Con questo pezzo vorrei avviare una rubrica mensile dedicata a opere romanzesche, poetiche e saggistiche di lingua italiana: una finestra aperta sul presente, dove si potrà parlare allo stesso modo dei poeti più conosciuti del XX e del XXI secolo come del più sconosciuto degli autori, inedito perfino a se stesso. E&#8217; quasi inutile aggiungere, che la critica letteraria di uno scrittore è una forma di autobiografia, uno specchio della sua opera compiuta e da compiere. E ancora: di tutto ciò che si perde, che irrimediabilmente va perduto, il mio desiderio è quello di recuperare quelle opere capaci di strapparmi con violenza o con eleganza alle mie consuetudini, capaci di scuotere il corpo quando la mente sembra non poterne più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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		<title>Fun home</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Apr 2008 09:46:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/funhome.jpg' title='funhome.jpg'></a>  di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><strong>Alison Bechdel</strong>, <em>Fun home. Una tragicommedia familiare</em>, Rizzoli, 236 pag, 2007, € 18,00</p>
<p>Romanzo biografico, storie minimali, ricordi del passato. Quale che sia la forma scelta, il racconto di vita sembra essere diventata ossessione per il fumetto d&#8217;autore.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/08/fun-home/">Fun home</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/funhome.jpg' title='funhome.jpg'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/funhome.thumbnail.jpg' alt='funhome.jpg' /></a>  di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><strong>Alison Bechdel</strong>, <em>Fun home. Una tragicommedia familiare</em>, Rizzoli, 236 pag, 2007, € 18,00</p>
<p>Romanzo biografico, storie minimali, ricordi del passato. Quale che sia la forma scelta, il racconto di vita sembra essere diventata ossessione per il fumetto d&#8217;autore. Quanti autori e quante opere con queste caratteristiche, negli ultimi anni? Linda Barry, Harvey Pekar, Craig Thompson, Adrian Tomine, Gipi&#8230; l&#8217;elenco potrebbe continuare per chilometri. Proprio quando pensavamo di essere sazi – già si rimpiangeva il buon vecchio fumetto di genere, avventuroso, fantascientifico, horror – ecco apparire un nuovo <em>graphic novel </em>autobiografico, subito incensato dalla critica letteraria americana. <span id="more-5477"></span><br />
Nonostante <em>Fun Home</em> di Alison Bechdel fosse stato premiato come miglior libro dell&#8217;anno da <em>Time </em>– dopo aver sbaragliato la concorrenza di scrittori non certo di secondo piano come Dave Eggers e Cormack McCarthy – eravamo un po&#8217; prevenuti: un&#8217;altra autrice che racconta la sua adolescenza, che noia! Sarà la solita storia, qualche tragedia familiare condita con la scoperta del sesso&#8230;<br />
In effetti, la storia è questa: il padre di Alison muore, proprio mentre lei sta prendendo coscienza della sua identità sessuale di lesbica; ma la noia, quella non ci ha toccato nemmeno per un secondo. Perché questa autrice quarantenne originaria della Pennsylvania ha costruito un&#8217;opera sorprendentemente coinvolgente: mettendo in gioco tutta se stessa, spogliandosi di ogni pudore e intessendo il suo racconto di riferimenti letterari, l&#8217;autrice riesce a colpire allo stesso tempo cuore e cervello.<br />
Il sottotitolo recita: &#8220;una tragicommedia familiare&#8221;. Iniziamo dal secondo elemento: più che di famiglia, si tratta di un padre e una figlia, del loro rapporto. O meglio, non-rapporto; infatti il padre di Alison, Bruce, insegnante di lettere, è uomo bipolare, introverso, incapace di comunicare fisicamente le sue emozioni. Più che per la sua famiglia, vive per le sue ossessioni: i vestiti, la letteratura, soprattutto l&#8217;arredamento; tratta &#8220;i mobili come figli, e i figli come mobili&#8221;, nelle parole dell&#8217;autrice. Così come è rappresentato sulla pagina, il suo volto appare sempre straordinariamente calmo, nonostante alcuni improvvisi scoppi di ira. La tranquillità di facciata nasconde però un tormento interiore: l&#8217;uomo è segretamente gay, ma la piccola città della provincia americana in cui si trova a vivere non gli permette di ammetterlo; dunque, continua a vivere nella menzogna e nella paura, incatenato mani e piedi alla sua vita bugiarda e alla sua micro-comunità omofobica.<br />
La situazione inevitabilmente si riflette sulla piccola Alison: cresciuta in preda a ansie e frustrazioni, finisce per collezionare un campionario completo di psicosi, poi superate nel corso dell&#8217;adolescenza. Lo stesso, cruciale periodo della vita in cui la protagonista, finalmente lontana dalla casa paterna, giunge alla piena consapevolezza, come donna e lesbica. La scoperta della sua omosessualità potrebbe essere il punto di contatto capace di annullare la distanza con il padre, ma proprio poco dopo le prime, reticenti confessioni reciproche, lui muore, forse suicida. Dunque il nodo finisce per non essere mai sciolto del tutto: fioriscono, inevitabili, ricordi e rimpianti.<br />
I toni tragici non prendono però mai il sopravvento, perché di tragicommedia si tratta, come ricorda il sottotitolo sopra citato; nella vita le cose non sono mai bianche o nere, gli opposti sfumano e si fondono fra loro, e le apparenze ingannano. Il tema della contraddizione è sempre costantemente presente nel romanzo della Bechdel, a partire dal titolo: <em>Fun Home</em> è in realtà l&#8217;abbreviazione di <em>Funeral Home</em>. Già, perché il secondo mestiere del signor Bruce Bechdel era quello di becchino, e i suoi figli sono cresciuti fra bare e cadaveri. <em>Fun</em>, divertimento; <em>funeral</em>, funerale. Si possono immaginare due parole più distanti? Contraddittoria è anche la figura di Bruce, sempre sospesa tra assenza e presenza: un padre sempre lontano, inderogabilmente in altre faccende affaccendato; ora, da morto, è invece straordinariamente presente nel ricordo.<br />
La forma scelta dall&#8217;autrice è molto adatta a un percorso tortuoso attraverso la memoria: ogni vignetta – già di per sé estremamente curata, ricca di particolari grafici &#8211; è spiegata nei minimi dettagli da onnipresenti didascalie, ogni fatto commentato da lunghe chiose, forse frutto dell&#8217;ansia che il lettore possa perdersi qualcosa, che i passaggi non siano sufficientemente chiari. In questo modo, il testo finisce per pesare inevitabilmente più dei disegni, a volte perfino troppo: più che a un fumetto, alcune tavole sembrano appartenere a un racconto illustrato; ma nonostante la tendenza allo spiegone, la lettura rimane sempre piacevole, mai faticosa.<br />
<em>Fun Home</em> spinge, inevitabilmente, a riflettere sull&#8217;idea di normalità: già dalle prime pagine l&#8217;autrice dichiara quanto la irritasse, da bambina, l&#8217;idea che la sua famiglia fosse &#8220;strana&#8221;, pur ammettendo che indubitabilmente lo era. La domanda sorge dunque spontanea: come possono essere &#8220;anormali&#8221; dei personaggi tanto realistici, vivi, incorreggibilmente umani? </p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Linus, <em>luglio 2007</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/08/fun-home/">Fun home</a></p>
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		<title>Un padre, un secolo</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Mar 2008 18:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[marco lodoli]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/bers.bmp" title="bers.bmp"></a> </p>
<p>di <strong>Marco Lodoli</strong></p>
<p>Un uomo su un letto di cenere, lungo come un secolo<br />
E corto come un addio: ed è mio padre.<br />
Lui l&#8217;Etiopia e la Spagna, Lubiana e Salò<br />
Giovinezza giovinezza e morte morte<br />
Ma insieme a me poche cose, un&#8217;altalena<br />
Forse qualche afosa sfilata del due giugno<br />
Coi carri pesanti e i bersaglieri sudati<br />
Io piccolo accanto a lui e lui muto nei ricordi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/28/un-padre-un-secolo/">Un padre, un secolo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/bers.bmp" title="bers.bmp"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/bers.bmp" alt="bers.bmp" /></a> </p>
<p>di <strong>Marco Lodoli</strong></p>
<p>Un uomo su un letto di cenere, lungo come un secolo<br />
E corto come un addio: ed è mio padre.<br />
Lui l&#8217;Etiopia e la Spagna, Lubiana e Salò<br />
Giovinezza giovinezza e morte morte<br />
Ma insieme a me poche cose, un&#8217;altalena<br />
Forse qualche afosa sfilata del due giugno<br />
Coi carri pesanti e i bersaglieri sudati<br />
Io piccolo accanto a lui e lui muto nei ricordi.<span id="more-5602"></span><br />
E poi qualche litigata più avanti<br />
Rosso e nero attorno alla minestra<br />
E già ci sembrava tutto inutile, parole accese<br />
Che non significavano più niente<br />
Una miseria nei tovaglioli sporchi sulla tavola<br />
Una consapevolezza che faceva male.<br />
Lui in guerra e in galera, lui ovunque come il tempo<br />
Lui a costruire brutte case al sud e al nord<br />
sempre a fare e a dire, sempre fretta e basta<br />
e io che diventavo vecchio a vent&#8217;anni<br />
io che non volevo somigliargli in nulla<br />
e sono come lui, come un cane<br />
somiglia a un altro cane quando zoppica<br />
e quando il vento ruba gli odori della vita.<br />
Tutti a tredici anni sono fascisti, ma io di più<br />
E poi c&#8217;è pala e vergogna per coprire<br />
Ci sono i figli degli operai a Monfalcòn<br />
Che leggono Pavese e ascoltano Coltrane<br />
E hanno ragazze che bevono rosso e cantano piano<br />
Canzoni d&#8217;amore e di rivoluzione.<br />
E il libro mio di Malcom X me lo ricordo bene<br />
Strappato dal padre in mille pezzi sopra al tavolo<br />
Mille petali che dicono m&#8217;ama non m&#8217;ama<br />
E tutto era frammenti che non tornavano più insieme.<br />
Credimi sulla parola, ma credimi davvero<br />
Nulla è esaltante, disse mio padre, e fu per sempre vero.<br />
Il secolo si curva, rimpicciolisce, respira con la bombola<br />
Pronuncia frasi irreali, indifferenti, poi tace.<br />
Marco, sussurra, cerca di volere bene ai tuoi figli<br />
Portali al prato a giocare, portali via da qui.<br />
Fregatene di tutti, fatti la vita tua Marco, pensa ai soldi.<br />
Cent&#8217;anni di storia in un fiotto di merda nel pannolone,<br />
il Vecchio chiude gli occhi, s&#8217;addormenta, punta a domani.</p>
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		<title>La pausa pranzo è la merenda d&#8217;ogni morte</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/26/la-pausa-pranzo-e-la-merenda-dogni-morte/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Mar 2008 18:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
		<category><![CDATA[pausa pranzo]]></category>
		<category><![CDATA[tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/ugo.bmp" title="ugo.bmp"></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Quando puntualmente  tornai in sedia a rotelle dall&#8217;ultima presentazione del mio <em>Memorie di due vecchi blogger pentiti</em>, scritto in collaborazione con Loredana Lipperini, ero completamente sfinito.<br />
L&#8217;infermiera Korrada Iordanescu m&#8217;infilò la flebo in bocca per alimentarmi coi soliti quadrucci liofilizzati del Mulino Bianco.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/26/la-pausa-pranzo-e-la-merenda-dogni-morte/">La pausa pranzo è la merenda d&#8217;ogni morte</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/ugo.bmp" title="ugo.bmp"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/ugo.bmp" alt="ugo.bmp" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Quando puntualmente  tornai in sedia a rotelle dall&#8217;ultima presentazione del mio <em>Memorie di due vecchi blogger pentiti</em>, scritto in collaborazione con Loredana Lipperini, ero completamente sfinito.<br />
L&#8217;infermiera Korrada Iordanescu m&#8217;infilò la flebo in bocca per alimentarmi coi soliti quadrucci liofilizzati del Mulino Bianco.<br />
Una volta ripreso un po&#8217; di tono, Korrada mi condusse a letto. Con le ultime forze tentai di palparle la natica destra di bianco coperta, poi la mia piccola mano grinzosa cadde nel freddo vuoto bianco del letto ospedaliero. <em>Deve dormire dotore Kappa</em>, disse la simpatica sessantenne spiegando un sorriso transilvanico.</p>
<p><span id="more-5582"></span><br />
Dormii a sussurri e grida per buona parte della notte. Svegliatomi alle quattro, dettai alla mia segretaria Karinzia von Weisstrommel un capitolo di 1.212 battute spazi inclusi del mio prossimo libro &#8211; che spero sarà pubblicato postumo -, <em>Memorie del sottogola</em>.<br />
Alle otto, mio caro nipote Valdemaro (caro!) sei arrivato tu. Con l&#8217;ingenuità a spoiler carenato dei tuoi diciassette anni. Pensa Valdemaro (caro!): io alla tua età ero incastrato negli anni Settanta dello scorso secolo. Di quel periodo astronomicamente odioso si sono perse fortunatamente le fecali, vergognosissime tracce.</p>
<p>Ora tu, che stai per cominciare a lavorare nella ditta di tuo padre (mio figlio Aalvaro Aalto, per chi fosse in ascolto) mi chiedi cosa vuol dire vivere nel mondo del lavoro.<br />
Del mondo del lavoro di oggi non so nulla, Valdemaro (caro!). Ho ricordi foschi e bradi del mondo del lavoro di quando lavoravo io, prima di smettere, per cominciare a scrivere i miei libri, che lavoro proprio non sono, che di lavoro proprio non se ne parla. (A proposito, alla presentazione non sei venuto, e hai fatto bene: mi presentava la voce sintetizzata del povero Antonio D&#8217;Orrico, davvero niente di che; scherzava sulle stroncature che mi fece all&#8217;inizio del millennio, e a me è venuta a brancare alla ghiandola pineale una madida strizzata d&#8217;angoscia, pensavo a quell&#8217;uomo più vecchio persino di me che insiste da mezzo secolo ad occuparsi di libri che non aveva scritto lui, una cosa di una tristezza senza fondo, nipote mio, e tutto questo per fare paura ai pavidi, per essere incensato dai conigli, per provare a fottersi nell&#8217;orgia del potere.)</p>
<p>Bene, io del mondo del lavoro (1983-1997), insomma del periodo durante il quale feci lo sgobbone disperatissimo per uffici vari governati da delinquenti vari prima di decidere a fare il grande salto nel buio oltre la siepe oscura, non ricordo che pochi momenti, tutti parimenti orribili. Non voglio spaventarti, Valdemaro mio (caro!), ma lavorare non solo stanca, non solo annoia, ma, soprattutto, uccide. Il lavoro è un assassino a sangue freddo, e prezzolato; paga te, la vittima, che così diventi anche il mandante dell&#8217;omicidio.<br />
Del lavoro &#8211; di quando lavoravo, oh sì Valdemaro nipote (caro!), di quando buttavo i miei anni migliori giù per scarichi e bidoni e lavandini e scrivanie e attorno a volanti d&#8217;auto che scorrevano puzzolenti per autostrade intasate d&#8217;odio liturgico &#8211; ricordo soprattutto le mortifere pause. Cosa c&#8217;è di più triste di una pausa, in fondo a tutti i fondi? Il povero condannato ai lavori forzati agogna fermare il suo straziante lavorio inutile per concedersi il tozzo di pane dei suoi carcerieri&#8230; Eccolo, dunque, il momento della più atroce sconfitta, quando sei veramente, intimamente divenuto una vittima! Perché solo allora, nel breve spazio di distacco dalla tortura, dimostri, azzannando il pane concesso o il companatico o tirando di sguincio genuflesso dalla sigaretta, che sei divenuto un animale desiderante, e questo tuo desiderio s&#8217;è rimpicciolito fino a diventare di grado infimo, vicino allo zero mortale, e certifichi d&#8217;essere uno schiavo ancor più che nell&#8217;operare; è la <em>siesta</em> che ti dipinge schiavo, non il sudore della tua fronte.</p>
<p>Sì, è così, Valdemaro (caro!), e allora cosa posso raccontarti, ora che sono alle ultime flebo, alle ultime infilzate di catetere, alle ultime righe &#8211; non voglio nemmeno parlare più di paragrafi &#8211; dell&#8217;ultimo libro? Ti posso raccontare di quando, nei primi anni Ottanta del secolo scorso, andavo negli inflessibili <em>mesdì </em>col mio collega Nicola Monopoli della General Distribution S.r.l. per Sesto Marelli, nel grigiume dell&#8217;estrema periferia di Milano, a cercare qualcosa da mettere sotto i denti: la solita pizzeria <em>Marechiaro</em> dove durante i mondiali di <em>Messico 86</em> vidi addirittura Maurizio Mosca, un giornalista sportivo allora in tristissima auge, e dove soprattutto ordinavamo le due pizze margherite bruciaticce e contemporaneamente mezze flosce da portarci in ufficio, mentre il vecchio telex andava rapido ma non invisibile nella giaculatoria: &#8220;<em>pls reply, for libyan jamahirya, paper and printing sector benghazi, pls send us letter of credit for payment invoice nr. 78966 from proforma invoice nr. 67/a spare parts for printing machine nebiolo macchine spa. tkanks in advance. b.rgds</em>&#8220;.</p>
<p>Oppure a volte finivamo dal rosticcere più avanti, davanti alla fermata MM di Sesto Marelli, il Negri, coi suoi baffoni e la sua parlata milanesissima, a far fuori la vaschetta in alluminio di rane fritte, che consumavamo sempre alla scrivania, innaffiando il tutto con una triste Fanta, o con una Coca Cola povera e sola.<br />
Oppure, l&#8217;anno prima, con mio padre, il tuo caro bisnonno Carl, alla mensa della ditta, con il suo amico Paolo che gli diceva, al dessert, &#8220;<em>Te vist </em>Carlo, l&#8217;è il  taleggio che aumenta il tiraggio!&#8221;, e ci facevamo fuori quelle paste scotte &#8211; che a quel crucco del tuo bisnonno, Valdemaro, mica facevano schifo, però &#8211; e quelle bistecchine da malato cronico, da povero Corazzini prima del limite poetico gozzaniano del <em>mendel</em>.<br />
Finché col tuo bisnonno finimmo a mangiare negli spogliatoi, lui versava il suo tè dal thermos, e giù ad addentare panini al prosciutto Montorsi o al taleggio Mauri o Cademartori della tua bisnonna e focacce del Catelani, il prestinaio che incontravamo sulla strada, via Legioni Romane. Che algida tristezza, con di faccia a noi quei finestroni spalancati sul nulla, e le fabbriche intorno come lager del <em>benessere</em>, e le tangenziali squassanti di ferodi e gomma bruciata e benenzolparacetilenezyklonico compresso.</p>
<p>Oppure, anni e anni dopo, a Monza, quando stetti a lavorare per sei infiniti mesi da quel bastardo di baffo stinto dei vassoi in plastica, e all&#8217;ora della pausa saltavo sulla Citroen AX e via, sempre agli stessi posti, in quel bar con quei due imbecilli con la faccia brianzolante che mollavano panini a peso d&#8217;oro, o dal pizzaiolo <em>terunass</em> al trancio, a mangiarlo, il trancio, in mezzo ad altri disperati da Weimar <em>milanés</em> dell&#8217;ostia sconsacrata.</p>
<p>La pausa pranzo sul lavoro, caro nipote, è la merenda d&#8217;ogni morte, ricordalo. Ora che sto per togliermi una buona volta dai piedi <em>of life</em>, ho chiaro in testa che l&#8217;assaggio precoce ma vero della nostra fine lo abbiamo soltanto in quei truci momenti di azzannaggio, non quando va veramente tutto male. Quando va male si è più che mai infissi <em>a palomar</em> nella pulsazione indefessa della vita. E&#8217; la pausa pranzo, che è una sospensione in mezzo al fetido guado di una giornata perfettamente inutile, che rappresenta la nostra inutilità, e la nostra giusta fine. Se puoi, dunque, scappa. Se puoi salta il pranzo, lavora o ancor meglio corri per le strade, infilati un <em>monsteripod</em> alle orecchie e ascolta Wagner, Kalashnikov, Mauser Stahl, i Fucking Angels, gli Small Faces, i Joy Division, i Television, Michele, Dino, Robertino, Sara Bareilles, insomma ascolta il rumore di una musica. Che essa ti doni la distrazione dalla merenda mortale che tutti gli altri puntualmente consumano. Prova la fame, nipote. La fame è sempre meglio che masticare la propria fine.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/26/la-pausa-pranzo-e-la-merenda-dogni-morte/">La pausa pranzo è la merenda d&#8217;ogni morte</a></p>
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		<title>Inocenza e realtà</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/04/inocenza-e-realta/</link>
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		<pubDate>Mon, 04 Feb 2008 06:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[amore]]></category>
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		<category><![CDATA[memoria]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia dialettale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/trockel-ohne-titel-1983.jpg" title="trockel-ohne-titel-1983.jpg"></a> </p>
<p>di <strong>Fabio Franzin</strong></p>
<p><strong>(Innocenza e realtà) </strong>Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense</p>
<p><em>(a mio figlio Jacopo)</em></p>
<p><strong>‘A paròea “mort”</strong></p>
<p>E cussì, cussìta, fra noàntri<br />
dó te ‘à tocà pròpio de dirla<br />
par primo a tì chea paròea</p>
<p>chea paròea che senpre fa paura,<br />
che ne paréa de ‘vértea sconta<br />
par ben, pa’l tó ben.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/04/inocenza-e-realta/">Inocenza e realtà</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/trockel-ohne-titel-1983.jpg" title="trockel-ohne-titel-1983.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/trockel-ohne-titel-1983.thumbnail.jpg" alt="trockel-ohne-titel-1983.jpg" /></a> </p>
<p>di <strong>Fabio Franzin</strong></p>
<p><strong>(Innocenza e realtà) </strong>Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense</p>
<p><em>(a mio figlio Jacopo)</em></p>
<p><strong>‘A paròea “mort”</strong></p>
<p>E cussì, cussìta, fra noàntri<br />
dó te ‘à tocà pròpio de dirla<br />
par primo a tì chea paròea<span id="more-5272"></span></p>
<p>chea paròea che senpre fa paura,<br />
che ne paréa de ‘vértea sconta<br />
par ben, pa’l tó ben. Senpi sol<br />
a pensar che bastésse no’ usarla<br />
drento casa pa’ riussìr a seràrla<br />
davero fòra, fòra da tì par sempre<br />
magari, pa’ tègnerte tel bonbàso<br />
el pì possìbie, drento a ’na bèa<br />
bòzha de amór infrangìbie; che<br />
fin ‘dèss, co’ te portée co’ mì<br />
a mandarghe un basét co’a manina<br />
a chel nòno che varda in banda -<br />
tramèdho i fiori tel vaso &#8211; ai cancèi<br />
de l’entrata, sempre te ‘ò dita: <em>dai<br />
che andiamo a salutare il nonno Toni<br />
che fa la nanna</em>. E cussì, cussìta,<br />
te ‘sta sera de afa nanna la fa anca<br />
‘sta zhiìga co’e àe vèrte, schinzhàdha<br />
tel ‘sfalto macià de ojàzh de un parchéjo</p>
<p>e cussì, cussìta, te ‘à tocà de dirla<br />
par primo a tì chea paròea maédheta</p>
<p>e prima ‘ncora che scuminzhiésse<br />
a dirte su ‘e sòite senpiàdhe de rito<br />
tì, co’ tuta ‘a naturàezha dei tó dó<br />
àni, te me ‘a ‘à dita cussì, cussìta,<br />
come che te sì bon, senza‘a ère<br />
in mèdho, senza nianca un rizh<br />
de domanda tacà tea coda. Cussì, cussìta</p>
<p>che pa’ un momento ‘ò vussù credher<br />
che te ‘a ‘vesse scanbiàdha, che te fusse<br />
drio mostràrme ‘na moto, un modheìn</p>
<p>dei tui tut a tòchi, co’l dedhìn intrincà<br />
verso chel pòro grumét de péne, là,<br />
par tèra, tel parché de chel parchéjo.</p>
<p><strong>La parola « morte »</strong></p>
<p><em>E così, così, fra noi / due è toccato pronunciarla per primo / proprio a te quella parola // quella parola che sempre angoscia, / che ci sembrava di avertela celata / per bene, per il tuo bene. Sciocchi noi solo / a pensare che bastasse non pronunciarla / fra le mura di casa per poter chiuderla / davvero fuori, fuori da te, per sempre / magari, per continuare ad adagiarti nel cotone / il più a lungo possibile, dentro una bella / bolla di amore infrangibile; che / sinora, quando ti portavo con me / a soffiare un bacio con la manina / a quel nonno che guarda sempre di lato – fra i fiori nei vasi &#8211; ai cancelli dell’entrata, sempre ti ho detto</em>: dai /che andiamo a salutare il nonno Antonio / che fa la nanna. <em>E così, così, / in questa sera afosa fa la nanna anche / questo passero con le ali aperte, spiaccicato, / nell’asfalto chiazzato di oliaccio di un parcheggio // e così, così, è toccato pronunciarla / per primo a te quella maledetta parola // e prima ancora che iniziassi / a dirti le usuali baggianate di rito / tu, con tutta la naturalezza dei tuoi due / anni, me l’hai detta così, così / come ne sei capace, priva di erre / in centro, senza neanche il ricciolo / di un punto di domanda sulla coda. Così, così // che per un istante ho voluto pensare / che l’avessi scambiato, che stessi / indicandomi una moto, un modellino dei tuoi // tutto a pezzi, col tuo ditino teso / verso quel povero mucchietto di piume, lì, / in terra, nel perché di quel parcheggio.</em></p>
<p><strong>Ladri</strong></p>
<p>Cussì ne ‘à tocà anca a noàntri,<br />
stanòt, catàr ‘a porta in sfesa,<br />
‘a seradhùra scassàdha, schàje<br />
de ‘egno sparpagnàdhe tel zerbìn</p>
<p>e chel sòito casìn, tee càmare,<br />
de chi che tràfeghe, in pressa:<br />
cassée rebaltàdhe sora ‘l let,<br />
svodhà i armerόni tel palché</p>
<p>e chea sensazhiόn de barbarie<br />
te l’aria: profanazhiόn de nido;<br />
chel fià de oro portà via, caro<br />
parché fondù in carati de memoria.</p>
<p>Nostro fiòl vardàrse intorno,<br />
spaesà, provàr a capìr. <em>“I manda<br />
i putèi,‘dèss”</em>, ne ‘à dit i caranba<br />
vignùdhi, po’, pa’l soraluògo,</p>
<p><em>“ghi’n ven brincà zhinque, ieri<br />
nòt te ‘na viléta, zhinque fiòi<br />
dai sète ai quindese àni”. </em>E mì,<br />
pensàr a ‘sti pore bòce obligàdhi</p>
<p>dai sui a ‘ndar a robàr; ‘a scuòea<br />
del scasso, ‘a giografia de case,<br />
apartamenti, de stanze e cassée<br />
che ghe ‘à tocà inparàr invezhe</p>
<p>de sentàrse drio un banco, zogàr.<br />
E mé fiòl che vièn fòra daa sό<br />
camaréta, co’ una dee sό amate<br />
machinéte in man, ‘a fàvoea</p>
<p>che ‘l me conta, là, tel curidhòio:<br />
<em>“allora, c’era un ladro cattivo<br />
e uno buono, il ladro buono dice<br />
a quello cattivo: sai che i giochi<br />
del bimbo non si devono toccare”.</em></p>
<p><strong>Ladri</strong></p>
<p><em>Così è toccato anche a noi, / questa notte, trovare la porta semichiusa, / la serratura scassinata, schegge / di legno sparse sullo zerbino // e quel consueto scompiglio, nelle camere, / di chi frughi di furia: / cassettiere ribaltate sopra il letto, svuotati gli armadi nel parquet // e quel senso di barbarie / nell’aria: profanazione di un nido; / quella manciata d’oro trafugata, cara / perché fusa in carati di memoria. // Nostro figlio guardarsi intorno, / spaesato, tentare di comprendere.</em> “Mandano / i minori, ora”, <em>ci hanno detto i carabinieri / venuti, poi, per il sopralluogo, // </em>“ne abbiamo acciuffati cinque, ieri / notte in una villetta, cinque ragazzini / dai sette ai quindici anni”. <em>E io, / pensare a questi poveri bambini costretti // dai loro genitori ad andare a rubare; la scuola / dello scasso, la geografia di case, / appartamenti, di stanze e cassetti / che hanno dovuto imparare invece // di potersi sedere dietro un banco, giocare. / E mio figlio che esce dalla sua / cameretta, con uno dei suoi amati / modellini d’auto in mano, la favola // che mi racconta, lì, in corridoio: / </em>“allora, c’era un ladro cattivo / e uno buono, il ladro buono dice / a quello cattivo: sai che i giochi del / bimbo non si devono toccare”.</p>
<p><strong>Scondicuc</strong></p>
<p>Lo ‘vée fat pa’ zogàr,<br />
sol pa’ farghe un scherzo,<br />
una de chee monàdhe<br />
che a volte un pare ghe<br />
fa al sό putèl, cussìta…<br />
parché ‘l pensa che sie<br />
bèl, de farlo ridér… ma<br />
co’ lo ‘ò vist là, (mì scont<br />
drio un àlbaro) fermo, fra<br />
i sasséti dea stradhéa, co’<br />
‘e sό braghesséte curte,<br />
el baretìn, caro cèo mio,<br />
e ’ò capìo che ‘l se sintìa<br />
pers in mèdho al parco, pièn<br />
de paura, sol e ribandonà,<br />
‘i òci ‘ndar de qua e de ‘à,<br />
de ‘à e de qua, senza catàr<br />
‘a sόea figura ‘ndo’ che<br />
i varàe podhù sintirse sicuri…<br />
te che l’àtimo (parché no’<br />
l’é stat altro che un istante)<br />
‘ò sintìo ‘l cuòr sbregàrse,<br />
vèrderse come se ‘na lama…</p>
<p>e mì, e ‘a mé ànema, caro<br />
Dio, e tì, che tii vede òni<br />
minùt da tanti de chii àni<br />
i mé òci persi, te domande:</p>
<p>situ senza, o l’atu forse fat<br />
de pièra, de fèro el tό cuòr?</p>
<p><strong>Nascondino</strong></p>
<p><em>Lo avevo fatto per gioco, / solo per fargli uno scherzo, / una di quelle stupidaggini / che a volte un padre / fa a suo figlio, così… / perché pensa riesca / bene, di farlo ridere… ma / quando l’ho visto lì, (io nascosto / dietro un albero) fermo, fra / i sassolini del sentiero, con / i suoi pantaloncini corti, / il berrettino, caro piccolino mio, / e ho compreso che si sentiva / perso in mezzo al parco, impaurito, / solo e abbandonato, / gli occhi vagare qua e là, / là e qua, senza scorgere / l’unica figura dove / avrebbero potuto trovar sicurezza… / in quell’attimo (perché non / è stato altro che un istante) / ho sentito il cuore lacerarsi, / spezzarsi come se una lama… // ed io, e la mia anima, caro / Dio, e tu, che lo scorgi ogni / istante da così tanti anni / il mio sguardo perso, ti chiedo: // ne sei privo, o ce l’hai forse / di pietra, di ferro il tuo cuore?</em></p>
<p><em>(Immagine: Rosemarie Trockel &#8211; Ohne Titel, 1983)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/04/inocenza-e-realta/">Inocenza e realtà</a></p>
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		<title>Le rimembranze</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/03/le-rimembranze/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/03/le-rimembranze/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 03 Feb 2008 08:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[compleanno]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><br />
[<em>oggi pranzerò fuori con la famiglia. So che mi stanno organizzando una festa a sorpresa, dovrò quindi stupirmi, forse anche spegnere candeline. La cosa mi ha fatto venire in mente alcuni versi di qualche anno fa.</em>]</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>La notte ha movimenti tellurici<br />
che scoprono la vena pura,<br />
illesa, della memoria sepolta;<br />
sono come il geranio scosso<br />
dal folle<br />
nel mio mese più crudele<br />
abbarbicato come sto<br />
al mio futuro vergine.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/03/le-rimembranze/">Le rimembranze</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/level42.jpg' alt='level42.jpg' /><br />
[<em>oggi pranzerò fuori con la famiglia. So che mi stanno organizzando una festa a sorpresa, dovrò quindi stupirmi, forse anche spegnere candeline. La cosa mi ha fatto venire in mente alcuni versi di qualche anno fa.</em>]</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>La notte ha movimenti tellurici<br />
che scoprono la vena pura,<br />
illesa, della memoria sepolta;<br />
sono come il geranio scosso<br />
dal folle<br />
nel mio mese più crudele<br />
abbarbicato come sto<br />
al mio futuro vergine.<br />
<span id="more-5267"></span><br />
Dei campi di pannocchie virili<br />
che rubavamo canaglie<br />
nulla rimane in questo<br />
cavalcavia urbano dove<br />
in fondo si apriva un quartiere<br />
di baracche e cartongesso<br />
e di nuovi prefabbricati<br />
che il Comune regalava<br />
(civile concessione a meridionali invadenti)<br />
ai senza tetto e agli sfrattati.<br />
I nostri padri li occuparono<br />
in una bestiale corsa notturna<br />
e furono anni d&#8217;infanzia e di povertà.</p>
<p>Qui mi hai portato stanotte<br />
Virgilio domestico:<br />
vivo dei tuoi ricordi<br />
(sono un pessimo poeta)<br />
affido il mio passato<br />
al racconto degli amici.</p>
<p>Perfetti tuffatori<br />
ci si lanciava indomiti<br />
da un castello ad un matrimoniale<br />
che il mare mai<br />
avevamo visto<br />
eppure ne sapevamo<br />
già il sapore.</p>
<p>Avevo quattro anni e mio padre<br />
(come nelle favole) si vendette<br />
una radio o un nonsoché,<br />
per portarmi alla sera una torta<br />
con le quattro fiammelle<br />
(non ricordo se<br />
vendeva angurie<br />
o faceva il rottamaio);</p>
<p>non rimpiango nulla<br />
del mio passato se non<br />
<em>quelle </em>quattro fiammelle,<br />
<em>quella </em>gioia incontenibile<br />
di <em>quel </em>bambino<br />
che non riusciva a toccare<br />
per terra quand&#8217;era seduto<br />
sulla sedia di legno<br />
frusta e dignitosa&#8230;</p>
<p>(ho meno ricordi<br />
che se avessi un giorno)</p>
<p>ma a volte l&#8217;infanzia<br />
si presenta a brani, a tracce<br />
allunga il conto<br />
e chiede il resto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/03/le-rimembranze/">Le rimembranze</a></p>
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		<title>Paesaggi di un&#8217;anima</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/22/paesaggi-di-unanima/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/22/paesaggi-di-unanima/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 06:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
		<category><![CDATA[poesia civile]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/frau200.gif" title="frau200.gif"></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Quando un libro è importante? Soprattutto, direi, quando è necessario. E <em>Frau</em>, di Francesca Tini Brunozzi, Torino Poesia, pagg.107 euro 10, è un libro necessario. In un mercato editoriale &#8220;facile&#8221;, ovvero ricettivo a qualunque idea di qualunque <em>teddy boy </em>dalla penna dribblomane, è bene sostenere libri &#8211; in prosa e poesia, poco importa &#8211; davvero sentiti, molto ruminati, molto covati, molto scritti, in definitiva.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/22/paesaggi-di-unanima/">Paesaggi di un&#8217;anima</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/frau200.gif" title="frau200.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/frau200.gif" alt="frau200.gif" /></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Quando un libro è importante? Soprattutto, direi, quando è necessario. E <em>Frau</em>, di Francesca Tini Brunozzi, Torino Poesia, pagg.107 euro 10, è un libro necessario. In un mercato editoriale &#8220;facile&#8221;, ovvero ricettivo a qualunque idea di qualunque <em>teddy boy </em>dalla penna dribblomane, è bene sostenere libri &#8211; in prosa e poesia, poco importa &#8211; davvero sentiti, molto ruminati, molto covati, molto scritti, in definitiva.<span id="more-5194"></span> E il libro della poetessa vercellese ha avuto una lunghissima gestazione, poichè vi ritroviamo testi scritti addirittura nel 96. Alcune poesie di questa antologia personale sono state pubblicate su riviste, altre sul web (come nel caso del poemetto <em>Brevi danze</em>, uscito presso la benemerita Biagio Cepollaro E-dizioni e ripreso da noi <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/02/brevi-danze/">qui</a>). La Tini Brunozzi è attiva da anni nel campo della poesia civile e ha partecipato a numerosi poetry slam in giro per l&#8217;Italia. E la sua è spesso poesia civile: basti pensare al poema &#8211; inedito prima della pubblicazione in <em>Frau</em>- <em>Padre mio che sei in cielo</em>, sorta di lunga preghiera direi proprio religiosa diretta al padre defunto da qualche anno, un tentativo &#8211; a mio avviso riuscito &#8211; di chiudere i conti col genitore, ex volontario della Luftwaffe a diciassette anni, rispetto a quella scelta di campo infelice. Il grande amore per il padre si fonde con forza e asciutta partecipazione emotiva a un discorso allargato, per l&#8217;appunto di tipo civile; non è dato perdonare una scelta sbagliata solo perchè a farla è stato il nostro congiunto forse più decisivo per le nostre sorti, ma certo, in questo particolare e sofferto equilibrismo tra ragioni delle idee e del cuore, si può tentare, nel nome di una pace che è ricerca inesausta negli atti di tutta una vita, di mettere proprio il cuore di un padre in pace, stanandone le colpe e ripulendolo con il potere del racconto di una verità, nel bene e nel male: la verità letteraria diventa così l&#8217;unico mezzo per riportare alla pulizia di una visione infantile, vale a dire immacolata, la figura antica, antecedente alla nascita della figlia poetessa. Ecco, grazie a questa verità scomoda svelata, la poetessa dà al suo canto metricamente contenuto, severo e al contempo pieno di dolcezza, la valenza di un riscatto generazionale, così che le colpe dei padri vengono emendate dai figli tramite il potere &#8220;alto&#8221; della parola poetica, che diventa giocoforza parola di riscatto, oltre che personale, civile. Direi che già il poemetto di cui sopra vale il prezzo di copertina.</p>
<p>Altro interessante e importante capitolo di questa &#8220;commedia&#8221; tutta intima ma anche coinvolgente per il lettore più sensibile è la già citata <em>Brevi danze</em>; grazie alle rime e un incedere elegante e di grande scioltezza, la poetessa racconta fatti del suo sentimento e del suo essere donna che lavora e che scrive con sofferta leggerezza. La poesia della Tini Brunozzi, e in questo libro è sempre così, si muove dipanando- spesso con effetti incantatori- le immagini con velocità spesso abbagliante, ma sempre intessendo i mobilissimi quadri di un vero dramma, personale o di altri o dell&#8217;osservazione, come <em>In questa estiva triste e mattutina,</em> poesia nella quale chi scrive osserva una bambina marocchina addormentata sull&#8217;autobus in braccio alla sua mamma, in preda a un ipnotico incantamento.</p>
<p>Ne esce sempre fuori, dalle poesie moderne, a volte sensuali, a volte toccanti della Tini Brunozzi, una malinconia di fondo, che è forse la malinconia del mondo, o è forse quel sentimento di struggimento che hanno gli amanti spesse volte, sentendo nel momento più bello &#8211; per contrappasso d&#8217;un esistere perverso in una vita sempre più difficile &#8211; il guaire sempre più prolungato della fine.</p>
<p>Bello e particolarmente originale il poemetto <em>Poltrona Frau</em>, anche questo scritto poco prima della pubblicazione, fatto di &#8220;disegni&#8221; secchi e quasi volanti, che dimostrano come la poetessa sappia maneggiare un intero mondo dei sentimenti con pochissime frasi, dipingendo quasi degli acquarelli poetici che narrano i molteplici paesaggi di un&#8217;anima.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/22/paesaggi-di-unanima/">Paesaggi di un&#8217;anima</a></p>
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		<title>La strada</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/12/08/la-strada/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/12/08/la-strada/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 08 Dec 2007 16:32:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Cormac McCarthy]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Cormac McCarthy</strong>, <em>La strada</em>, 2007, Einaudi, traduzione di Martina Testa, 218 pag.</p>
<p>Non sono un capolavorista e Cormac McCarthy non ha certo bisogno dei miei peana per trovare nuovi lettori. Stiamo parlando di un autore che è riconosciuto, da decenni, come uno dei più lucidi e meglio rappresentativi della narrativa statunitense; il Pulitzer vinto proprio con questo romanzo, <em>La strada</em>, lo sta a dimostrare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/08/la-strada/">La strada</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/11/cormac_mccarthy.jpg' alt='cormac_mccarthy.jpg' /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Cormac McCarthy</strong>, <em>La strada</em>, 2007, Einaudi, traduzione di Martina Testa, 218 pag.</p>
<p>Non sono un capolavorista e Cormac McCarthy non ha certo bisogno dei miei peana per trovare nuovi lettori. Stiamo parlando di un autore che è riconosciuto, da decenni, come uno dei più lucidi e meglio rappresentativi della narrativa statunitense; il Pulitzer vinto proprio con questo romanzo, <em>La strada</em>, lo sta a dimostrare. Ma fatico davvero a non elogiare in modo esagerato questo libro che rasenta per me la perfezione.<span id="more-4843"></span></p>
<p>Un padre, un figlio, in un mondo postapocalittico, con un sole pallido, un’aria irrespirabile, una terra arsa, senza più vita &#8211; né animale, né vegetale &#8211; se non qualche sparuto disperato sopravvissuto, pronto a tutto per prevaricare, per continuare ad esistere, non ostante tutto, non ostante la evidente, disperata, devastazione. In questa terra desolata nulla ha senso se non la flebile speranza di un viaggio, verso sud, verso l’oceano. Il racconto è tutto qui. </p>
<p>Ma è, soprattutto, nelle cose e negli atti di quotidiana sopravvivenza: nello snervante cammino, nella ricerca del cibo, dell’acqua, del fortunoso riparo notturno. È nell’amore inviolabile, sacro, che lega l’uomo al bambino. È nel fuoco che portano con loro, che scalda le loro anime alla deriva. E il padre, che è tutti i padri del mondo, si fa latore di un’etica, di una indefessa, irredimibile, volontà d’esistere; che non potrebbe resistere se non fosse insistentemente alimentata dall’obbligo morale di mantenere accesa la fiamma nel cuore del figlio. Lui è il cucciolo da proteggere sotto l’ala, ma è anche la divinità a cui sacrificare la propria, altrimenti insensata, esistenza.</p>
<p><em>La strada</em> è un romanzo levigato, asciutto, dove non esiste parola fuori posto, inutile, ricattatoria. Un romanzo glaciale eppure profondamente emotivo, commuovente, che è riuscito a rendere opaca ogni scrittura che m’è capitato di leggere in questi mesi. Una metafora eterna dell’esistenza umana, crudele eppure inevitabilmente inarresa. È la vita che guarda ogni giorno in faccia la morte e che, cocciuta, non spegne mai la fiammella flebile della speranza.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione, <em>n° 45 del 6 novembre 2007</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/08/la-strada/">La strada</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il trono di Grazia</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Oct 2007 22:38:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio vasta</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Demetrio Paolin]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Demetrio Paolin</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/mathisgothartgrunewald1.jpg"></a></p>
<p><em>Ad Annalisa</em></p>
<p>Salirono in macchina. Il viaggio fu piacevole, l’aperta campagna s’apriva a un verde smagliante dintorno. Una primavera forsennata che aveva deciso dimostrare tutta la sua bellezza. Arrivarono a una chiesa. Non era niente di che, un edificio scarno e mezzo abbandonato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/23/il-trono-di-grazia/">Il trono di Grazia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Demetrio Paolin</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/mathisgothartgrunewald1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/mathisgothartgrunewald1.jpg" /></a></p>
<p><em>Ad Annalisa</em></p>
<p>Salirono in macchina. Il viaggio fu piacevole, l’aperta campagna s’apriva a un verde smagliante dintorno. Una primavera forsennata che aveva deciso dimostrare tutta la sua bellezza. Arrivarono a una chiesa. Non era niente di che, un edificio scarno e mezzo abbandonato.<br />
“E’ sconsacrata, sai?”<br />
“Ah…”<br />
“Ma un’associazione culturale vuole restaurarla. Facendo i lavori hanno trovato dentro una cosa molto interessante: una tela di dimensioni grandi, di fine Cinquecento, conservata in pessimo modo, ma che io sono riuscito dopo un anno di lavoro a salvare. Ecco volevo farla vedere a te per primo”.<br />
“Perché? Mica c’è un personaggio che mi somiglia”.<br />
“No, ma appena la vedrai credo che ti sarà tutto chiaro”.<br />
Entrarono, attraversarono la navata, salirono sull’ambone e si diressero dietro il grosso altare. Lì Silvio aveva allestito il suo studio di restauro. Vicino al muro appeso e tutto coperto, c’era il grosso quadro. Silvio accese le luci giuste: “Ora chiudi gli occhi e aprili solo quando te lo dico io”.<br />
“Se non fossi mio fratello – sorrise Tommaso – penserei che mi stai facendo la corte” e quindi chiuse gli occhi.<br />
“Ecco, aspetta, ora puoi aprirli”.<br />
<span id="more-4649"></span><br />
Un buio totale, che empiva ogni cosa. Pennellate dense, profonde, nere scendevano dall’alto del quadro e andavano fino in fondo. Sembravano la pece che i soldati &#8211; a difesa di qualche castello &#8211; facevano calare sulle mura contro gli assedianti. Era un nero saturo di grida, di pianti, di bestemmie a dio, di lamenti. Un nero di corpi liquefatti e feriti, che a guardarlo bene, però, aveva zone opache, come trasparenze dove s’indovina un paesaggio celato. Ci sono colline e una città sullo sfondo appoggiata sulla terra come un sudario. Al centro l’oscurità diventa veramente fitta come se ci fosse un buco nero a ingollare tutta la luce del mondo. Sopra un vecchio, la faccia rugosa e spaventata guarda giù. Tiene la mani sul viso e il corpo tutto è proteso verso il basso: quasi si volesse gettare da quell’altitudine. La bocca è spalancata larga e ne esce un piccolo sottile raggio, che cade a precipizio verso il basso. Scende giù, attraversa sottilissimo, come una particella di polvere, tutto quel nero e si trasforma in una colomba esile, smagrita dalla fame che si posa sul capo di un uomo dabbasso.<br />
Questi è crocifisso su due travi di legno mangiate da tarme, le dita sono contratte in uno spasimo che annuncia il rigor mortis, le gambe un tronco d’ulivo torto, il capo è penzolante come se il collo si fosse spazzato di colpo. Ai lati in quella notte oscura s’intravedono due altre croci con appese membra simili a fili di ferro combuste.<br />
Tutto dice che l’uomo è morto.<br />
Chinato il capo, spirato il respiro, finito il lavoro logorante del cuore, consumata la carne e dismesso il sangue.</p>
<p>Questo videro gli occhi di Tommaso appena aperti. Un quadro di una bellezza morbosa, un esempio di Trono di Grazia.<br />
“Hai visto?”<br />
“Sì, è stupendo… bellissimo”.<br />
“Sapevo che ti sarebbe piaciuto… e quando l’ho visto mi sono ricordato di quella volta che mi parlasti di questo Trono di Grazia…”<br />
“Te lo ricordi ancora?”<br />
“Non l’ho mai dimenticato”.<br />
Il trono di Grazia raffigurava dio che guardava suo figlio morire in croce. Lo guardava impotente morire sulla croce. Dio era un padre che vedeva il figlio morire, non c’era soluzione. Per essere padre dio doveva vedere la carne sua estinguersi. Il figlio per essere tale, per essere quello che è, deve morire. E tutto precipita nel buio naturale, è necessario.<br />
Abramo considerò suo figlio un tesoro, dio non fece lo stesso, non fermò la mano ma andò fino in fondo: ciò che fa di un figlio un uomo è l’essere abbandonato dal padre, ma è solo morendo che uno diventa padre e uno figlio. E solo così dio è dio, solo guardando se stesso, morire come figlio.</p>
<p>Ecco il padre di Tommaso uscire dalla memoria.<br />
E’ in cantina nella semiluce di una lampadina. Sta imbottigliando del vino rosso. C’è una damigiana, e una serie di bottiglie accanto, alcune piene altre vuote.<br />
La damigiana aveva un tubo di plastica verde, molto flessibile, suo padre succhiava appena e poi metteva il tubo nella bottiglia vuota. Faceva questo gesto per ore e ore.<br />
“Tu non hai niente da dirmi?” aveva chiesto Tommaso.<br />
“Su cosa?” aveva risposto il padre, non prima di aver dato una succhiata e mentre il vino scendeva guardava il giovane negli occhi fisso.<br />
“Sul fatto che vado via di casa, che vado a Torino, che me ne vado dal paese”.<br />
“E cosa devo dirti?”<br />
“Sei mio padre…”<br />
“Che vuoi che sia un padre. Io non ti considero figlio, ma uomo. Secondo me è più importante che, tu e Silvio, siate uomini che figli. Sai in paese c’è una tradizione: i giovani sono definiti come il “figlio di”. Io sono il figlio del ‘Genio il Tulè, e tu saresti il figlio del figlio del ‘Genio. E’ ingiusto: tu sei per me un uomo, che sia mio figlio è una specie d’accidente. E se sei un uomo, è normale che te ne vada da qui, da me da tua madre e da tutta questa terra. E’ naturale che tu diventi una cosa a sé bastevole e piccola, una nicchia, come questa cantina, dove sto. Io sono stato padre fino a quando ho aiutato te e tuo fratello negli studi, ora sono solo me stesso. E basta. Tua madre non lo capisce, ma sono donne. Le donne hanno ‘sta roba della carne addosso e s’oppone a tutto, mentre per noi è diverso. Sai quando tornerò padre, Tommaso?”<br />
“Non, io non lo so quando, forse quando io diventerò padre?”<br />
“No, io tornerò padre quando morirò: lì sarò nuovamente tuo padre e tu mio figlio”.<br />
“Ma…”<br />
“E’ così. Solo con la morte io tornerò a essere padre. Ma vale anche l’inverso, tu sarai mio figlio quando morirai. D’altronde me lo insegni tu che Gesù chiama dio ‘papà’ mentre muore. E così morendo diventiamo, nuovamente, padre e figlio. Questo per un attimo: poi si spegne tutto e <em>sciao</em>”. Aveva nuovamente tirato su il vino dalla damigiana e aveva messo il tubo in un’altra bottiglia, girandosi dall’altra parte a significare che ogni altra parola sarebbe stata superflua.<br />
“Fu una discussione tremenda” disse Silvio.<br />
“Sì, ma niente è come quell’amore lì, Silvio, niente. Non ci ha considerato un tesoro, non ci ha pensato come qualcosa da tenere gelosamente a sé. Ha scelto la solitudine per farci uomini”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/23/il-trono-di-grazia/">Il trono di Grazia</a></p>
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		<title>Il padre degli animali</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2007 09:17:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[andrea di consoli]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
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		<category><![CDATA[romanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Gianni Biondillo</strong> </p>
<p><em>Andrea Di Consoli, <strong>Il padre degli animali</strong>, Rizzoli, 2007</em> </p>
<p>Libro difficile quello di Andrea Di Consoli. Non certo per la scrittura, che, certo, non ammette sconti, è alta, nobile, per nulla sciatta ma che, allo stesso tempo, si distende senza mai davvero essere autoreferenziale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/03/19/il-padre-degli-animali/">Il padre degli animali</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img id="image3361" alt="andreadiconsoli.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/andreadiconsoli.jpg" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong> </p>
<p><em>Andrea Di Consoli, <strong>Il padre degli animali</strong>, Rizzoli, 2007</em> </p>
<p>Libro difficile quello di Andrea Di Consoli. Non certo per la scrittura, che, certo, non ammette sconti, è alta, nobile, per nulla sciatta ma che, allo stesso tempo, si distende senza mai davvero essere autoreferenziale. <em>Il Padre degli animali</em> è un romanzo difficile per la durezza, per la sensibilità, per la crudele onestà degli enunciati. È un libro sulla maledizione del ritorno. Il <em>nostos</em> greco, la sua inevitabilità e, perciò, il suo essere intimamente tragico.<span id="more-3360"></span></p>
<p>A parlare sono un padre e un figlio che non hanno nome perché sono figure mitiche, quasi maschere di un dialogo a metà fra il filosofico e il surreale. Perché la vita appare, in queste pagine, insensata eppure dolorosamente irripetibile. Libro teologico, dove nei suoi sogni deliranti il figlio parla con le parole delle scritture sacre e dove il padre viene visto come un Dio dalle sue bestie, in un Sud qualsiasi, senza luogo, eppure così evidente per chi come me l’ha conosciuto, così vivo nelle descrizioni, così antico da apparire barbaro e sacro.</p>
<p>Il padre torna col giovane figlio in quelle terre, su quelle colline maledette, dopo anni da emigrato in una Svizzera che non è mai stata nemica con lui, dove, in fondo stava anche bene. Ma che ha dovuto lasciare per coazione alla sconfitta. Perché era suo dovere tornare nella terra dove era nato, per poterci morire. Lo spaesamento del figlio, le figure ectoplasmatiche a contorno di questa storia, un sindaco improbabile, un assessore barbiere, un gatto guercio, e poi valligiani, zii, nonni, vecchi sfiniti, bambine, preti, sono gli appigli narrativi di un romanzo che piuttosto di dipanarsi in una trama lineare, si racconta per pulsazioni, per visioni.</p>
<p>Un autore che non si vergogna della sua scrittura decisamente letteraria, della sua prosa poetica, conscio di una tradizione del Novecento che fa continuamente capolino nelle sue pagine, dal Pavese di <em>Lavorare stanca</em>, passando per tutta la letteratura neorealista del sud Italia, fino alle ultime esperienze di Vincenzo Consolo. Un libro antico e perciò modernissimo.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione, <em>n.7, del 14.02.2007</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/03/19/il-padre-degli-animali/">Il padre degli animali</a></p>
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