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	<title>Nazione Indiana &#187; Palestina</title>
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		<title>Solution 196-213. United States of Palestine-Israel</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 09:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/israele-palestina-storia-della-guerra-infinit-L-sTk6Z.jpeg"></a>di <strong>Lucia Tozzi</strong></p>
<p>Se non fosse il sesto volume della serie <em>Solution</em> curata dallo scrittore Ingo Niermann per Sternberg Press, il titolo di questo libro sarebbe sufficiente a fare esplodere qualsiasi conversazione senza neppure bisogno di aprirlo. Ma ricollocandolo nel contesto delle soluzioni paradossali proposte per la Scozia, Dubai, il Giappone, l’America e soprattutto per la Germania – con il libro dello stesso Niermann sulla Grande Piramide tedesca, la tomba più monumentale del mondo – le parole assumono immediatamente un senso più mite.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/26/solution-196-213-united-states-of-palestine-israel/">Solution 196-213. United States of Palestine-Israel</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/israele-palestina-storia-della-guerra-infinit-L-sTk6Z.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-40156" title="israele-palestina-storia-della-guerra-infinit-L--sTk6Z" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/israele-palestina-storia-della-guerra-infinit-L-sTk6Z-300x198.jpg" alt="" width="180" height="119" /></a>di <strong>Lucia Tozzi</strong></p>
<p>Se non fosse il sesto volume della serie <em>Solution</em> curata dallo scrittore Ingo Niermann per Sternberg Press, il titolo di questo libro sarebbe sufficiente a fare esplodere qualsiasi conversazione senza neppure bisogno di aprirlo. Ma ricollocandolo nel contesto delle soluzioni paradossali proposte per la Scozia, Dubai, il Giappone, l’America e soprattutto per la Germania – con il libro dello stesso Niermann sulla Grande Piramide tedesca, la tomba più monumentale del mondo – le parole assumono immediatamente un senso più mite.<br />
«Le soluzioni in questo libro usano il pensiero e l’invenzione come tattiche critiche al fine di destabilizzare le solite identità antagoniste e di suggerire nuove alleanze e nuovi orizzonti» spiega il curatore, Joshua Simon. «Se si pensa al fatto che Theodor Hertzl, il padre fondatore del Sionismo, era uno sceneggiatore romantico, è facile vedere Israele come una fantasia gettata sul palcoscenico della storia». Un “décor” che prevedeva l’espulsione dei palestinesi, l’afflusso di ebrei e la costruzione di scenografici insediamenti turriti – prosegue Simon – e che ha creato una realtà fatta di occupazione e di separazione, i due elementi chiave dell’evoluzione storica della regione.<span id="more-40155"></span><br />
Per smantellare la rigidità dello schema geopolitico originato da questi elementi il ricorso al diritto internazionale, alla diplomazia e alla forza militare si è rivelato ugualmente inutile. L’esigenza politica di uscire dai vincoli che si sono cristallizzati negli ultimi decenni diventa sempre più urgente, e la risposta di questo libro appartiene a un genere molto diffuso nei circuiti globali dell’arte e della cultura, dalle mostre e dalle riviste ai dipartimenti universitari. Alla pura analisi critica viene sostituita una collezione di nuove narrazioni, differenti nella forma e in diverso grado paradossali, utopiche, metaforiche. Come in un padiglione di una qualche Biennale, autori spesso serissimi, attivisti, professori, mischiati a scrittori, cineasti, artisti vengono sollecitati ad abbandonare il piano letterale del discorso e a proporre un progetto o un’idea, indipendentemente dalla loro relazione con il reale. Quella che viene richiesta è una performance, uno sconfinamento più o meno profondo nel simbolico.<br />
Tra le 18 soluzioni per gli “United States of Palestine-Israel” quelle di Ingo Niermann interpretano in maniera più esuberante di qualunque altra il ruolo provocatorio e immaginifico evocato da Joshua Simon: costruire insediamenti riservati a gay e lesbiche palestinesi su territorio israeliano servirebbe a mettere alla prova lo sciovinismo palestinese e contemporaneamente l’eterna immagine di Israele come unico paladino a difesa delle libertà civili in medioriente. O, meglio ancora, la fondazione di un secondo stato Israelo-palestinese speculare al primo su territorio tedesco abbatterebbe in un colpo solo lo spopolamento in Germania e la pressione demografica in Israele, trasfigurando lo stato nazione in una nazione-mondo.<br />
Il Jewish Renaissance Movement in Poland dell’artista e attivista Yael Bartana è un progetto visionario iniziato nel 2007, ora in esposizione nel padiglione polacco alla Biennale di Venezia: una trilogia video che utilizza il classico linguaggio della propaganda anni Trenta allo scopo di riportare 3 milioni di ebrei in Polonia, sperimentando un incontro in grado di procurare nuovo ossigeno a una società europea sempre più reazionaria e soprattutto agli stessi ebrei finalmente trasferiti al di fuori dei confini israeliani e delle loro dinamiche opprimenti.<br />
Ma la maggior parte delle proposte lavora all’interno dei confini, producendo scenari in cui a essere decostruiti sono i meccanismi della discriminazione. Noam Yuran pensa a uno stato ebraico in cui tutti i cittadini “di sinistra” si convertano burocraticamente all’islam, boicottando in questo modo la schedatura governativa dei cittadini per “affiliazione nazionale”, che identifica i potenziali nemici (arabi) in base all’etnia e gli amici ebrei secondo l’appartenenza religiosa. Sari Hanafi si spinge a concettualizzare un nuovo modello di stato-nazione fondato sulla flessibilità dei confini e della cittadinanza, negando perciò il principio territoriale che esclude il ritorno dei rifugiati. Nel “Decolonizing architecture” di Alessandro Petti, Sandi Hilal ed Eyal Weizman, si sperimentano nuovi modi di abitare e riutilizzare le costruzioni degli insediamenti sgomberati. Asma Agbarieh-Zahalka tenta di costruire un’alleanza solida tra lavoratori ebrei e palestinesi contro le forze del capitale, che hanno concentrato la ricchezza nazionale nelle mani di pochissime famiglie, e lo stesso Joshua Simon insieme a Ohad Meromi immagina di ripopolare i Kibbutz in rovina e trasformarli in laboratori di vita comune in vista della transizione anticapitalista: tentativi questi di svincolare il problema dalle strettoie etniche, religiose e securitarie per ricondurlo al discorso di classe e alle questioni proprietarie, cioè al diritto dei rifugiati del 1948 e del 1967.<br />
Di fronte a un sostrato critico radicale come quello contenuto in questo libro, dove la politica israeliana viene apertamente equiparata all’apartheid sudafricana, e in cui Arielle Azoulay dichiara in modo esplicito che “i cittadini di origine ebrea hanno trasformato la cittadinanza in una proprietà personale”, viene da chiedersi quale sia l’utilità del ricorso al simbolico, e quali gli elementi che hanno sancito il successo di un format che tende nella maggior parte dei casi a stemperare la forza degli argomenti, a nasconderli in una trama allusiva, associativa, nella sfera della <em>smartness</em> a scapito della chiarezza.<br />
Perché a un certo punto si è deciso che un’idea creativa è più costruttiva di un discorso razionalmente articolato? Perché un gruppo sempre più esteso di intellettuali politicamente impegnati, pur consci del costante affievolirsi del proprio ruolo e dell’influenza che riescono a esercitare sulla società, scelgono di affidarsi a una stratificazione di linguaggi sempre più autoreferenziali? Sono domande che in un momento storico come questo, in cui l’industria culturale novecentesca agonizza riversando le sue ultime energie in sistemi di scuole ed eventi completamente asserviti a un marketing a sua volta boccheggiante, vanno poste senza tregua.</p>
<p><strong>Joshua Simon (ed.)</strong>,<em> Solution 196-213. United States of Palestine and Israel</em>, 2011 Sternberg Press</p>
<p>[pubblicato su Domus, sett. 2011]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/26/solution-196-213-united-states-of-palestine-israel/">Solution 196-213. United States of Palestine-Israel</a></p>
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		<title>Riflessioni su un documentario israelo-palestinese</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Sep 2011 05:25:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Mi sono rivisto una parte del documentario <em>Route 181. Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele</em>. È un lavoro realizzato nel 2002 dal cineasta palestinese Michel Khleifi e dal cineasta israeliano Eyal Sivan. Il duplice sguardo garantisce una esplorazione della realtà palestinese e israeliana all’insegna della complessità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/23/riflessioni-su-un-documentario-israelo-palestinese/">Riflessioni su un documentario israelo-palestinese</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Mi sono rivisto una parte del documentario <em>Route 181. Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele</em>. È un lavoro realizzato nel 2002 dal cineasta palestinese Michel Khleifi e dal cineasta israeliano Eyal Sivan. Il duplice sguardo garantisce una esplorazione della realtà palestinese e israeliana all’insegna della complessità. Per qualcuno che non è mai stato fisicamente in Israele e in Palestina è un documento fondamentale. Ma dentro questa complessità è possibile cogliere delle gerarchie, toccare dei nodi fondamentali. In un’intervista realizzata da Sergio Di Giorgi per “il manifesto” (13 gennaio 2994), Khleifi dice ad un certo punto questa frase:</p>
<p>“D’altra parte, penso che il vero trauma degli israeliani non sia la Shoah: credo che il loro trauma collettivo, ma inespresso, sia di sapere che hanno commesso un abuso incancellabile nei confronti del popolo palestinese.”</p>
<p>Ad una prima lettura, questa può sembrare quasi una frase ad effetto, ed invece – il documentario lo conferma – è una frase molto precisa. Ma per comprenderla appieno, bisogna riformularla, attraversando nuovamente le immagini e le voci che i due registi hanno raccolto. <span id="more-40152"></span>In ogni momento, il discorso dei palestinesi, giovani o vecchi, donne o uomini, disperati o baldanzosi, ha una sua limpidità. Essi <em>non devono mai cercare le loro parole</em>. In qualche modo le loro parole suonano sempre giuste, arrivano così come dev’essere, portate da una spontanea necessità. Anche quando una donna palestinese sulla cinquantina parla dei giovani che diventano kamikaze, spiegando perché ciò avvenga, ossia cercando di dare senso a qualcosa che lei per prima considera orripilante, ebbene anche in questo caso il discorso ha una sua schiettezza e coerenza. Diversamente stanno le cose per le tante e diverse voci degli israeliani – fatte alcune eccezioni. Per lo più il discorso israeliano è un discorso che non può stare nella <em>verità</em>, ma non per una semplice esigenza di propaganda, di consapevole falsificazione. La verità è insopportabile, indicibile, si basa su un fatto mai davvero giustificabile. È ancora Khleifi a riassumerlo in una frase: “la Palestina non sarà mai in Israele, ma Israele sarà sempre in Palestina”.</p>
<p>Il corpo dei palestinesi è interamente un corpo politico, così come le loro parole. La sofferenza dell’occupazione concede loro almeno un vantaggio: quello di aderire interamente alla loro condizione storico-politica, anche quando tutti allegri e sciccosi, con le scarpe di vernice calzate in mezzo a terra e macerie, partecipano a un matrimonio, noncuranti dei posti di blocco, delle ronde e dei divieti. Gli israeliani, invece, devono creare il loro spazio di vita normale e decente al di fuori della politica. La politica segna una continua e spiacevole soglia tra un discorso “normale” e un discorso che includa, in qualche modo, la questione palestinese (e la vergogna che tale questione suscita). La politica è un discorso che si può affrontare o meno, ma non è il discorso che uno spontaneamente vuole fare. Tutti sappiamo quanto il discorso di propaganda, fazioso, manipolatorio, occupi lo spazio politico, da parte israeliana(1). Ma questo tipo di discorso iper-aggressivo o iper-ipocrita, nasconde l’enorme fragilità del discorso “normale”, apolitico, che il privato cittadino israeliano è costretto a costruire nelle pieghe del discorso ufficiale. E in fondo l’uno è l’altra faccia dell’altro. L’israeliano sembra sapere, infatti, che non esiste una divisione netta, un sistema isolante, tra il discorso apolitico e quello politico: sa che inevitabilmente, da un momento all’altro, la politica e le sue ombre potranno fare irruzione nel mondo sereno della vita quotidiana.</p>
<p>Un altro modo, attraverso cui gli israeliani, soprattutto i più giovani, sfuggono al discorso politico, è indossando la mimetica, assumendo il ruolo di soldati, adottando il discorso <em>militare</em>. Il discorso <em>militare</em>, che si ritrova in modo più o meno convinto sulle bocche dei ragazzi armati ai posti di blocco in Cisgiordania, è un discorso che, per definizione, si basa sull’<em>obbedienza</em>, sull’autorità, sul segreto. Al discorso apolitico delle vecchie generazioni di israeliani corrisponde quello militare delle nuove generazioni, in divisa.</p>
<p>Naturalmente, esiste un discorso politico israeliano non di propaganda. È ad esempio quello del Collettivo Breaking the Silence, costituito dai soldati ed ex-soldati che decidono di rompere il silenzio, ossia di abbandonare i ritornelli del discorso militare, per affrontare le vie difficili del discorso politico (<a href="http://www.breakingthesilence.org.il/">www.breakingthesilence.org.il</a>).</p>
<p>La Nakba, la catastrofe del popolo palestinese, che è ravvivata dalle umiliazioni quotidiane che l’occupazione israeliana infligge, è qualcosa di traumatico anche per gli israeliani. Khleifi tocca davvero un nodo psicologico enorme. Com’è possibile, per una persona normale, per un israeliano normale, né più buono e né più cattivo di un qualsiasi altro essere umano normale, accettare il dolore della Nakba? Comprendere che la propria salvezza in quanto ebreo, la sua possibilità di avere una patria, e uno stato che lo difenda, mettendo fine a immemorabili ingiustizie e crudeltà, si è costruita sulla catastrofe di un altro popolo, scacciato, perseguitato e sottoposto a occupazione militare?</p>
<p>Il trauma è tanto più forte perché il torto è ormai avvenuto, e comporta un aspetto irrimediabile. È giusto che Israele esista, nonostante l’ingiustizia che gli ha permesso di esistere. Non si pone qui la questione della legittimità all’esistenza di Israele in quanto stato, che è una questione “esteriore”, già risolta nei fatti. Si pone qui un problema di ordine “morale”, intimo, ossia la capacità del popolo israeliano di assumere fino in fondo la sofferenza inflitta ai palestinesi, riconoscendoli quindi come esseri umani a tutti gli effetti, e non come minacciosi nemici, che è lecito umiliare, torturare, uccidere. Finché questa assunzione, estremamente difficile, non sarà realizzata da una maggioranza di israeliani “normali”, il loro discorso si porterà sempre dietro un&#8217;ingombrante zona d’ombra, l’enorme artificio della memoria negata. E sarà a loro preclusa ogni autentica dimensione politica. E senza dimensione politica è impossibile immaginare, all&#8217;interno di una società pur formalmente democratica, alcuna svolta, mutamento, correzione di rotta.</p>
<p>*</p>
<p>1) Non voglio con questo sostenere che non esista anche un discorso di &#8220;propaganda&#8221; nel campo palestinese. E come ogni discorso propagandistico di natura politica, anch&#8217;esso si porterà dietro falsificazioni e ipocrisie. Ma per quanto i diversi leader politici palestinesi possano, all&#8217;occasione, fare della schematica propaganda, nella bocca del loro popolo il discorso politico ritrova sempre una sua limpidezza.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/23/riflessioni-su-un-documentario-israelo-palestinese/">Riflessioni su un documentario israelo-palestinese</a></p>
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		<title>L&#8217;Israeliano Napolitano</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 13:34:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<strong> </strong><strong>Luca Galassi</strong></p>
<p style="font-weight: bold;"> &#8230;</p>
Elevare lo status del rappresentante palestinese in Italia a quello di &#8216;ambasciatore&#8217; può essere un mero escamotage formale. Perchè, in sostanza, lo Stato palestinese non esiste. Che la formula sia “riconosciuta dal governo israeliano” è una conferma al gattopardesco rituale degli incontri diplomatici.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/17/lisraeliano-napolitano/">L&#8217;Israeliano Napolitano</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> </strong><strong>Luca Galassi</strong></p>
<p style="font-weight: bold;"><span style="font-weight: normal;"> </span></p>
<div>Elevare lo status del rappresentante palestinese in Italia a quello di &#8216;ambasciatore&#8217; può essere un mero escamotage formale. Perchè, in sostanza, lo Stato palestinese non esiste. Che la formula sia “riconosciuta dal governo israeliano” è una conferma al gattopardesco rituale degli incontri diplomatici. Napolitano è stato ieri in visita in Israele e in Cisgiordania. Se al presidente palestinese ha promesso un nuovo rango per la sua feluca – “un altro regalo che ci fa l&#8217;Italia”, ha commentato in modo assai infelice Abu Mazen – agli israeliani Napolitano, nel corso dell&#8217;incontro a Gerusalemme dal titolo “Italia e Israele, da 150 anni insieme”, ha ricordato i legami storici tra Mazzini e Herzl. Perché Italia e Israele dovrebbero essere legati da 150 anni di storia, cultura, politica comune? Che c&#8217;entra il patriota italiano con il teorico e fondatore del sionismo?</div>
<div id="_mcePaste">Chi conosce la storia del sionismo e dello Stato di Israele risponderebbe senza esitazione: c&#8217;entrano molto poco. Eppure, metterli insieme, accomunarli in modo arbitrario, deliberato e sgangherato, sancire una comunità di ideali e di aspirazioni tra Mazzini e Herzl – oltreché far correre parallele le storie di due nazioni il cui processo di costruzione è agli antipodi – ha un suo preciso significato.<span id="more-39059"></span></div>
<div id="_mcePaste">Per legittimarsi, il potere ha da sempre avuto bisogno di una genealogia. Se una comunità, un popolo, una nazione, non hanno forza, credito, sostegno, necessari a garantirsi l&#8217;esistenza (e il mantenimento di tale esistenza, ovvero la sopravvivenza), deve entrare in gioco una narrazione storica che si richiami a una mitologia. Genealogia e mitologia sono il lievito che, impastato alla teoria e all&#8217;ideologia politica, rende commestibile un pane altrimenti azzimo.</div>
<div id="_mcePaste">Ebbene, suo malgrado, Napolitano obbedisce a questo: alla fondazione di un mito e alla sua propaganda. Suo malgrado perché non sa quel che dice. Suo malgrado perché dice quello che gli dicono di dire. Nelle stanze delle istituzioni italiane si sta imponendo un processo di legittimazione dello Stato di Israele e della società israeliana che parte da una colossale mistificazione. E Napolitano è voce forse inconsapevole di tale processo.</div>
<div id="_mcePaste">Il presidente della Repubblica italiana ieri ha detto che la storia d&#8217;Italia e quella di Israele sono “intrecciate in modo speciale e ineludibile”, che “alla radice di entrambi i processi unitari c&#8217;è la coscienza di un&#8217;identità mai sopita”, che i &#8216;nostri&#8217; sono “due popoli il cui destino appare intrecciato in nome di una storia così alta e ricca di idealità”, ha sostenuto che sia “la nazione mazziniana che il sionismo di Theodor Herzl sono ben lontani dagli esiti disastrosi dei nazionalismi del XX Secolo”. Ma soprattutto Napolitano ha detto che “il nostro Risorgimento fu fonte di ispirazione e di incoraggiamento per l&#8217;evolversi della coscienza ebraica nel senso della consapevolezza di rappresentare non più solo una comunità religiosa, ma un popolo e una nazione, e di dover mirare al Ritorno nella terra di Palestina. Ma importante – conclude, come se non bastasse, il capo dello Stato italiano – agli albori del sionismo, fu la lezione, soprattutto, di Giuseppe Mazzini per suggerire un approccio alla questione nazionale che presentasse la più limpida impronta umanistica e universalistica&#8221;.</div>
<div id="_mcePaste">Non si capisce in che modo possano essere intrecciate le storie di due nazioni che si sono formate in modo completamente diverso: la prima con i moti carbonari, le Cinque giornate di Milano, la guerra di indipendenza contro gli occupanti borboni, austriaci, spagnoli, francesi. La seconda con l&#8217;acquisto e la presa di possesso violenta di una terra abitata da altri, con l&#8217;immigrazione illegale e la colonizzazione. La &#8216;storia&#8217; così &#8216;alta e ricca di idealità&#8217; che accomuna i due popoli è, per Israele, una storia di invasione e di occupazione. Esattamente il contrario di quella italiana, che è stata di liberazione. Se il sionismo di Herzl è “lontano dagli esiti disastrosi dei nazionalismi del XX Secolo”, chi potrà contestare che la costruzione della nazione israeliana ha avuto esiti disastrosi per settecentomila (secondo la moderna storiografia israeliana) palestinesi che abitavano la Palestina? Come poté il &#8216;nostro Risorgimento&#8217; essere &#8216;ispirazione e incoraggiamento&#8217; per l&#8217;evolversi di una coscienza ebraica intesa come rappresentazione di un &#8216;popolo&#8217; e di una &#8216;nazione&#8217;, e di &#8216;dover mirare al Ritorno nella terra di Palestina&#8217;? In che modo il nostro Risorgimento – che ha combattuto gli occupanti – avrebbe incoraggiato gli ebrei a diventare essi stessi occupanti, a mettere in fuga gli indigeni palestinesi, a diventare d&#8217;incanto un &#8216;popolo&#8217; solo per ius soli, a formare la propria nazione su un territorio solo biblicamente &#8216;promesso&#8217; (fatte salve le &#8216;rassicurazioni&#8217; di Lord Balfour nel 1917), a plasmarlo in seguito a un&#8217;immigrazione continua e illegale, a generare una &#8216;nazione&#8217; cosmopolita totalmente artificiale e ad espellerne con massacri i legittimi abitanti? Avrebbe Mazzini appoggiato tale operazione?</div>
<div id="_mcePaste">Non è difficile individuare gli ispiratori del discorso di Napolitano. Uno si chiama Luigi Compagna, è un senatore del Pdl e nel 2010 ha scritto un libro intitolato “Theodor Herzl. Il Mazzini d&#8217;Israele”, in cui sostiene pari pari le tesi enunciate da Napolitano. Compagna, presidente dal 2001 al 2006 del Comitato interparlamentare di amicizia Italia-Israele, è stato il relatore, nel 2005, di un Ddl per la &#8216;salvaguardia culturale del patrimonio ebraico&#8217;, poi diventato legge: un finanziamento di cinque milioni di euro nell&#8217;arco di tre anni. L&#8217;altro è Francesco Nucara, segretario del Pri e oggi nel Gruppo dei Responsabili, che affiancava Herzl a Mazzini nel suo discorso “La nascita dell&#8217;Italia indipendente e quella dello Stato di Israele”, tenuto al municipio di Sderot nel 2007. Tale discorso si concludeva così: “Gli occidentali hanno il dovere di difendere Israele, perché, come diceva lo scomparso leader La Malfa, &#8216;la libertà dell&#8217;occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”. Durante la visita del sindaco di Sderot alla sede del Pri, Nucara disse: “Noi difendiamo Israele perché è l&#8217;unica democrazia in tutto il Medio Oriente”. Nucara e Compagna sono entrambi esponenti della lobby ebraica in Italia. E sono entrambi massoni. Anche Mazzini era massone. Ma auspicava &#8211; riprendendo il discorso di Napolitano di ieri &#8211; “l&#8217;aspirazione a realizzare condizioni di pacifica e cooperativa convivenza fra nazioni”. Parole paradossali, se applicate allo Stato di Israele. Ma anche parole pericolose.</div>
<div id="_mcePaste">Pericolose perché mistificano. Pericolose perché, provenendo dalla più alta carica dello Stato italiano in missione diplomatica, rappresentano la linea di politica estera di un Paese e l&#8217;opinione del popolo di questo Paese. Avvalorando tesi che affratellano uno dei padri della patria italiana con l&#8217;ideologo del sionismo – in una subdola operazione di hasbara, di propaganda –, non solo si giustifica il sionismo, quello originario di Herzl e quello degenerato fino ai giorni nostri in forme ben più perniciose. Ma si reca ingiuria al pensiero liberale, democratico, laico, solidale e progressista di Mazzini. Al suo ossequio per i principi di giustizia sociale, di libertà, di pace. Alla sua fede nella autodeterminazione dei popoli. Di tutti i popoli, e non di uno soltanto.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/17/lisraeliano-napolitano/">L&#8217;Israeliano Napolitano</a></p>
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		<title>Poesia per Vittorio Arrigoni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/04/29/poesia-per-vittorio-arrigoni/</link>
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		<pubDate>Fri, 29 Apr 2011 04:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[carlo cuppini]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Arrigoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Carlo Cuppini</strong></p>
<p style="text-align: right;">18 aprile 2011</p>
<p style="text-align: left;">
</p><p>Caro Andrea,<br />
lo choc e il dolore per l&#8217;assassinio di Vittorio Arrigoni, dopo ore e giorni di mutismo incredulo, mi ha imposto di cercare le parole.<br />
come scrivere una poesia &#8220;in memoria&#8221;, che sia vera, ma non sia orrendamente retorica, e che soprattutto sia una poesia e non un proclama?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/29/poesia-per-vittorio-arrigoni/">Poesia per Vittorio Arrigoni</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carlo Cuppini</strong></p>
<p style="text-align: right;">18 aprile 2011</p>
<p style="text-align: left;">
<p>Caro Andrea,<br />
lo choc e il dolore per l&#8217;assassinio di Vittorio Arrigoni, dopo ore e giorni di mutismo incredulo, mi ha imposto di cercare le parole.<br />
come scrivere una poesia &#8220;in memoria&#8221;, che sia vera, ma non sia orrendamente retorica, e che soprattutto sia una poesia e non un proclama?<br />
si può scrivere una poesia con uno scopo e un contenuto?<br />
non lo so.<br />
per me la poesia è lo scontro tra la necessità soggettiva, corporale, umorale, di dire qualcosa (&#8216;quel&#8217; qualcosa, e non altro) e l&#8217;oggettività e l&#8217;estraneità del piano del linguaggio, ogni segmento del quale vive di vita propria, e ci è riconsegnato così com&#8217;è dalla società e della storia, e anche dalla natura, e noi non possiamo governarlo, ma solo combatterci cercando di spuntarla in qualche modo&#8230;<br />
vabbe&#8217;, non so perché mi sono lanciato in queste considerazioni di poetica.<br />
in ogni caso vorrei farti leggere questa cosa che è uscita, non fosse altro che per condividerla anche con te<br />
un caro saluto<br />
Carlo</p>
<p><span id="more-38849"></span></p>
<p>*</p>
<p>mettono una accanto all&#8217;altra le teste</p>
<p>le nostre poi le fanno scoppiare che dice</p>
<p>dice non si va dal veterinario che i bimbi</p>
<p>i bambini non si curano ormai i bambini</p>
<p>i pezzi di bimbi non si rimettono a posto i bambini</p>
<p>dovranno giocare al dottore da soli che dice che</p>
<p>neanche parlare si può oramai ché una volta</p>
<p>scoppiate le teste non ha senso il parlare non ha</p>
<p>non ha voce la storia non ha lessico</p>
<p>il cuore o la mente e quei pezzi di testa</p>
<p>scoppiati nel vuoto ronzio di telecamere rotative</p>
<p>che non ricordano l&#8217;odore dello zolfo né sanno</p>
<p>chi è stato e noi qui non</p>
<p>se una corda o un sacchetto di plastica o cosa</p>
<p>se chiediamo perché o chi mai o</p>
<p>chi altri mai se non</p>
<p>noi rimasti senza chi senza</p>
<p>l&#8217;ombra di di un uomo che era</p>
<p>la voce di un uomo che buono e coraggio e</p>
<p>scelta che scelta di vita la vita che voce che volto</p>
<p>che umile buono coraggio non è affatto poco</p>
<p>nel fare nel dire non è</p>
<p>affatto poco che ora qui non</p>
<p>non sappiamo che dire che fare che noi</p>
<p>ricordare non basta ma che</p>
<p>ricordare Vittorio non basta</p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Per non dimenticare Vik</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 10:57:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo galbiati]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Arrigoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Lorenzo Galbiati﻿</strong></p>
<p>Vedo tutto dall’alto della platea, seduto in un posto quasi d’angolo dietro all’altare. La palestra è gremita dalle 15,30. Siamo sicuramente più di 2000. Molte persone hanno dovuto adattarsi a sedersi nel prato circostante l’edificio. Su ogni vetrata della palestra è appesa una bandiera della pace, l’unica consentita, come ha più volte dichiarato al microfono una rappresentante della famiglia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/28/per-non-dimenticare-vik/">Per non dimenticare Vik</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=10,0,0,0" width="640" height="390"><param name="movie" value="http://tv.repubblica.it/static/swf/z_adv_player.swf"></param><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param value="bgColor=black&amp;autostart=false&amp;keyT=&amp;key=&amp;baseURL=http://tv.repubblica.it/static/images/player/&amp;file=repubblicatv/file/2011/04/arrigoni200411_cap.mp4&amp;repeat=false&amp;logo=0&amp;strip=0&amp;nielsenBrand=repubblicatv_&amp;brand=brand_repubblicaradio&amp;dState=normal&amp;scaleMethod=fit&amp;rel=false&amp;fsType=fl&amp;baseURL=http://tv.repubblica.it/static/images/player/&amp;videoTitle=Vittorio Arrigoni, il video-testamento&amp;streamURL=http://tv.repubblica.it/edizione/milano/vittorio-arrigoni-il-video-testamento/66739?video&amp;nielsenBrand=repubblicatv_&amp;pub=edizione###milano" name="flashvars"><embed src="http://tv.repubblica.it/static/swf/z_adv_player.swf" allowScriptAccess="always"  type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" width="640" height="390" flashvars="bgColor=black&amp;autostart=false&amp;keyT=&amp;key=&amp;baseURL=http://tv.repubblica.it/static/images/player/&amp;file=repubblicatv/file/2011/04/arrigoni200411_cap.mp4&amp;repeat=false&amp;logo=0&amp;strip=0&amp;nielsenBrand=repubblicatv_&amp;brand=brand_repubblicaradio&amp;dState=normal&amp;scaleMethod=fit&amp;rel=false&amp;fsType=fl&amp;baseURL=http://tv.repubblica.it/static/images/player/&amp;videoTitle=Vittorio Arrigoni, il video-testamento&amp;streamURL=http://tv.repubblica.it/edizione/milano/vittorio-arrigoni-il-video-testamento/66739?video&amp;nielsenBrand=repubblicatv_&amp;pub=edizione###milano"></embed></param></object><br />
di <strong>Lorenzo Galbiati﻿</strong></p>
<p><!-- p { margin-bottom: 0.21cm; } -->Vedo tutto dall’alto della platea, seduto in un posto quasi d’angolo dietro all’altare. La palestra è gremita dalle 15,30. Siamo sicuramente più di 2000. Molte persone hanno dovuto adattarsi a sedersi nel prato circostante l’edificio. Su ogni vetrata della palestra è appesa una bandiera della pace, l’unica consentita, come ha più volte dichiarato al microfono una rappresentante della famiglia.</p>
<p>Le bandiere della Palestina ci sono, ma tenute ammainate o fuori dalla palestra.<span id="more-38897"></span></p>
<p>Alle 16,20 arriva il corteo funebre. La bara di Vittorio ha sopra, al centro, la bandiera della pace, e ai lati le bandiere della Palestina e dell’Italia. Dietro ci sono la madre, Egidia Beretta, la sorella di Vittorio, i familiari e gli amici più cari.</p>
<p>Applaudiamo per un minuto.</p>
<p>Molti di noi solo ora iniziano a capire, realmente, che Vittorio è morto.</p>
<p>Ha inizio il funerale religioso, che è prima ancora una messa pasquale. Il  parroco di Bulciago, don Roberto Crotta, ricorda che Vittorio non era ispirato da motivazioni cristiane, e che la Chiesa non intende farne un suo martire. E tuttavia, il suo essere stato “pronto a donare la vita per il popolo palestinese”, come scrisse Vittorio in una lettera alla madre, unito alla sua tragica sorte, rende la sua testimonianza di scottante pregnanza cristiana.</p>
<p>Al termine della funzione, due preti concelebranti prendono la parola. Il primo ricorda com’era Vittorio da ragazzo, a Bulciago, toccando le corde dei cuori, già sensibili, dei partecipanti. Ma è il discorso del secondo prete a segnare, in modo sorprendente e definitivo, la cerimonia. Il vescovo emerito di Gerusalemme, monsignor Hilarion Capucci, molto anziano, si avvicina lentamente al pulpito, e inizia a parlare con un filo di voce. Gli sistemano il microfono. Ma anche le frasi successive arrivano stentoree e spente. Finché, d’un tratto, pronunciando “popolo palestinese”, la sua voce si leva forte e chiara, piena. Il pubblico è scosso; il vescovo pare accendersi. “Questo popolo sofferente!”, pronuncia con una veemenza che da sola ci restituisce l’ingiustizia che i palestinesi stanno subendo. Applaudiamo. E il vescovo si sente investito a parlare a nome di tutta la Palestina, forse anche a nome di Dio, poiché non ha indugi a dichiarare Vittorio “martire della Palestina e santo”, e lo ripete più volte, in mezzo a uno scrosciare di applausi. Un uomo palestinese, in divisa e con la kefiah che gli scende sulle spalle, si alza e mentre il vescovo parla, si dirige all’altare, si ferma davanti alla bara di Vittorio e vi appoggia sopra la sua kefiah. Un altro uomo, che dall’inizio della funzione ha tenuto in mano, avvolta, la bandiera palestinese, si sente ora in dovere di sventolarla. Il vescovo declama il suo discorso tra gli applausi: “il mio gregge è il popolo palestinese e anche Vittorio è stato il pastore di questo gregge; è morto come Cristo per un popolo maltrattato!”</p>
<p>Ancora qualche parola del parroco, giusto il tempo di dare la benedizione e uscire, e dalla platea, poco dietro di me, viene intonata “O bella ciao”. Il pubblico si lancia in un canto liberatorio.</p>
<p>Ha inizio il funerale civile, finalmente. Il coro della messa, molto attivo durante la cerimonia religiosa, lascia il posto alla Banda degli ottoni, che sale sul palco e intona di nuovo “O bella ciao”.</p>
<p>Viene proiettato un filmato con Vittorio, girato nel cimitero di Gaza. E’, di fatto, il suo videotestamento. Molti di noi lo avevano già visto, altri lo vedono ora per la prima volta. Intorno a me le persone piangono.</p>
<p>Al microfono parlano, ricordano. Un sindaco del casertano. Il rappresentante dell’ANPI. Un’amica di infanzia di Vittorio, a nome dei bulciaghesi che lo conoscono dai tempi della scuola. Il vicesindaco di Bulciago, che esprime la sua riconoscenza per quanto gli ha insegnato la famiglia Arrigoni in fatto di impegno e umiltà, una famiglia di partigiani, da cui Vittorio ha più volte detto di aver preso il DNA per combattere in nome degli oppressi. Maria Elena Delia, coordinatrice della Freedom Flotilla Italia, e amica di Vittorio, lo ricorda a nome del Free Gaza Movement, il movimento che lo ha portato a Gaza nel 2008. Un altro amico, che viveva con Vittorio a Gaza da un anno. Appartiene all’International Solidarity Movement (ISM), l’associazione internazionale con cui Vittorio a Gaza andava a difendere i pescatori e i contadini palestinesi facendo da scudo umano per i cecchini dell’esercito israeliano, che da 3 anni si esercitano a fare il tiro al bersaglio mentre questi cercano semplicemente di pescare o di raccogliere il prezzemolo. I militanti dei movimenti italiani di solidarietà con la Palestina. Don Nando Capovilla, prete di Pax Christi, che esprime lo sdegno per la mancanza alla cerimonia di un rappresentante del governo.</p>
<p>Per ultima la mamma di Vittorio. Egidia ricorda che suo figlio non era né eroe né martire. Era  un attivista per i diritti umani, diritti che occorre rispettare ovunque. Ammette soltanto, la signora Arrigoni, che Vittorio ha avuto una “vita un po’ speciale”. Forgiata, da quel che ci è dato vedere, in una famiglia speciale. Vittorio aveva solo la sua presenza e la sua parola come armi, ricorda ancora Egidia. Il suo inno di battaglia era: “Restiamo umani”.</p>
<p>Si intona di nuovo “O bella ciao”, questa volta in versione palestinese.</p>
<p><em>E’ questo il fiore del partigiano, </em></p>
<p><em>morto per la libertà.</em></p>
<p>Un partigiano, sì, ma disarmato, pacifista, nonviolento. Partigiano dei popoli oppressi.</p>
<p>Sono già fuori dalla palestra quando parla la signora Egidia. Ho dovuto alzarmi e uscire, dopo più di 4 ore seduto in platea. Non è solo stanchezza e voglia di respirare a pieni polmoni. Sono ormai saturo di emozioni e ho bisogno di liberarmene. C’è in me una commozione che mi sta logorando da 10 giorni e che ha da poco toccato il suo apice. Voglio lasciarla andare. Decido di non entrare più nella palestra, dove il servizio d’ordine ha aperto le porte per consentire l’accesso a quello che subito diventa un lungo corteo di persone che vogliono avvicinarsi alla bara per dare l’ultimo saluto a Vittorio.</p>
<p>Anch’io do il mio ultimo saluto.</p>
<p>Ti abbraccio, <em>hermano</em>, ti ricorderò per i tuoi sogni, li porto dentro di me.</p>
<p><em>Io che non credo alla guerra</em></p>
<p><em>Non voglio esser seppellito sotto nessuna bandiera</em></p>
<p><em>Semmai voglio essere ricordato per i miei sogni</em></p>
<p><em>Dovessi un giorno morire – fra cent’anni</em></p>
<p><em>Vorrei che sulla mia lapide fosse scritto</em></p>
<p><em>Quello che diceva Nelson Mandela</em></p>
<p><em>Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare</em></p>
<p><em>Vittorio Arrigoni, un vincitore</em></p>
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		<title>Restiamo Umani</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 14:07:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[attivista dell'International Solidarity Movement]]></category>
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		<category><![CDATA[Vittorio Arrigoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/images1.jpg"></a>Hanno giustiziato Vittorio Arrigoni.</p>
<p>(Era stato rapito  nella Striscia di Gaza da un commando estremista salafita non meglio identificato. Il suo corpo senza vita è stato trovato in un appartamento di Gaza City dai miliziani di Hamas diverse ore prima della scadenza dell’ultimatum che i sequestratori avevano fissato alle 16 di oggi).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/restiamo-umani/">Restiamo Umani</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/images1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-38796" title="images" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/images1.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a>Hanno giustiziato Vittorio Arrigoni.</p>
<p>(Era stato rapito  nella Striscia di Gaza da un commando estremista salafita non meglio identificato. Il suo corpo senza vita è stato trovato in un appartamento di Gaza City dai miliziani di Hamas diverse ore prima della scadenza dell’ultimatum che i sequestratori avevano fissato alle 16 di oggi).</p>
<p>Sconcerta e fa riflettere quanto si legge su <a href="http://invisiblearabs.com/?p=3100" target="_self">Invisible arabs </a>in merito alla morte di Vittorio Arrigoni e di Juliano Mer Khamis. Tanto più che: «Fonti ufficiali del governo di Gaza hanno dichiarato alla nostra redazione (<a href="http://www.infopal.it/leggi.php?id=18080">infoPal</a>) che non esiste alcuna organizzazione legata ad al-Qa&#8217;ida a Gaza»</p>
<p>Perché è stato ucciso questo giovane intellettuale italiano, attivista per i diritti umani dell&#8217;International Solidarity Movement?<br />
Che il lutto per questo assassinio non sia anche il lutto della verità.</p>
<p>Vittorio Arrigoni: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=GDAuedAbb-8&amp;feature=related">Restiamo Umani</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/restiamo-umani/">Restiamo Umani</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/27/diritto-allo-studio-e-liberta-accademica-in-palestina/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 27 Mar 2010 07:03:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[università italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>Lettera aperta ai docenti universitari italiani sulla discriminazione universitaria e culturale del popolo palestinese</strong></p>
<p>Pisa, 5 marzo 2010 (<a href="http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/">link</a>)</p>
<p>Cari colleghi,</p>
<p>siamo un gruppo di docenti universitari italiani particolarmente sensibili alla situazione universitaria e scolastica del popolo palestinese, sia nei territori occupati (Gaza e Cisgiordania), sia all’interno dello Stato israeliano, in particolare in Galilea, dove vivono oltre un milione di “arabi-israeliani”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/27/diritto-allo-studio-e-liberta-accademica-in-palestina/">Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lettera aperta ai docenti universitari italiani sulla discriminazione universitaria e culturale del popolo palestinese</strong></p>
<p>Pisa, 5 marzo 2010 (<a href="http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/">link</a>)</p>
<p>Cari colleghi,</p>
<p>siamo un gruppo di docenti universitari italiani particolarmente sensibili alla situazione universitaria e scolastica del popolo palestinese, sia nei territori occupati (Gaza e Cisgiordania), sia all’interno dello Stato israeliano, in particolare in Galilea, dove vivono oltre un milione di “arabi-israeliani”. Per esperienza diretta e sulla base di ricerche effettuate da centri studi palestinesi e israeliani possiamo denunciare gravi violazioni del diritto all’istruzione, della libertà di insegnamento e della libertà di pensiero del popolo palestinese. Poiché l&#8217;Italia nel 2009 è diventata primo partner europeo nella ricerca scientifica e tecnologica dello Stato di Israele, responsabile delle violazioni di cui sopra, riteniamo necessario che la comunità accademica italiana prenda coscienza delle discriminazioni in atto. <span id="more-31779"></span></p>
<p>Il livello culturale e scientifico nelle 11 università palestinesi è stato fortemente condizionato dall&#8217;occupazione e dalle restrizioni alla mobilità di docenti e studenti, in violazione della IV Convenzione di Ginevra. Dopo la chiusura di scuole e università palestinesi da parte del governo israeliano durante la Prima Intifada (1987-93), gli accordi di Oslo hanno consentito la creazione di un Ministero dell&#8217;Istruzione dell&#8217;Autorità Nazionale Palestinese, ma le violazioni da parte dell&#8217;esercito israeliano sono continuate. In termini di perdita di vite umane, dall&#8217;ottobre 2000 al giugno 2008, 658 studenti sono stati uccisi, 4852 feriti (di cui 3607 minorenni) e 738 imprigionati. Tra i docenti, 37 sono stati uccisi, 55 feriti e 190 detenuti. Nello stesso periodo il danno totale alle università (edifici, attrezzature ecc.) a causa delle invasioni israeliane ammonta a 7.888.133 USD, mentre per le scuole il danno è di 2.298.389 USD. Tutto questo comporta una bassa percentuale di studenti iscritti e una scarsa presenza di docenti. A Gaza, in particolare, la situazione è drammatica: il 50% degli studenti è assente e lo è anche il 40% dei docenti. Qui durante l&#8217;operazione militare Piombo Fuso (dicembre 2008 – gennaio 2009) l&#8217;aviazione israeliana ha bombardato, distruggendo o danneggiando gravemente, 280 scuole/asili e 16 edifici universitari. In pochi giorni sono stati uccisi 164 studenti e 12 docenti.</p>
<p>La privazione della libertà di movimento di studenti e docenti palestinesi è inoltre una violazione del diritto allo studio e all&#8217;attività accademica. I check-point militari che costellano la Cisgiordania rendono difficile raggiungere scuole e università, e nei periodi in cui si svolgono esami scolastici e universitari i controlli si fanno particolarmente severi. A Gaza invece è l&#8217;assedio a impedire l&#8217;entrata e l&#8217;uscita dalla striscia di docenti palestinesi che volessero svolgere attività di ricerca presso università estere, di docenti stranieri che volessero visitare le università di Gaza, e degli oltre 1000 studenti che ogni anno fanno domanda per studiare all&#8217;estero. E non dovrebbero essere dimenticati i casi di discriminazione degli studenti arabi da parte di università israeliane, ampiamente denunciati da rappresentanze studentesche e sindacati di docenti palestinesi ma anche da organizzazioni israeliane per i diritti umani. Più generalmente, le principali istituzioni accademiche israeliane non hanno assunto una posizione neutrale e apolitica nel conflitto e rivendicano il sostegno della ricerca scientifica alle istituzioni governative e militari israeliane, giungendo persino a tollerare il riconoscimento dello status di “centro universitario” al College di Ariel, situato in un insediamento illegale nei territori occupati. Consigliamo la lettura del dossier curato da Uri Y. Keller, <a href="http://www.alternativenews.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=2223:the-economy-of-the-occupation-23-24-academic-boycott-of-israel&amp;catid=172:economy-of-the-occupation&amp;Itemid=930">Academic boycott of Israel and the complicity of Israeli academic institutions in the occupation of Palestinian territories</a>.</p>
<p>La prospettiva che si fa sempre più probabile è un vero e proprio etnocidio del popolo palestinese ed arabo-israeliano: le nuove generazioni sono esposte ad una radicale perdita della conoscenza della propria storia e della propria identità culturale e linguistica.</p>
<p>Che cosa intendiamo fare e vi stiamo proponendo? Vorremmo anzitutto chiedervi di rispondere positivamente a questa nostra “Lettera aperta” e di aderire al nostro progetto di intervento a favore delle università palestinesi. Una volta ottenuto un numero sufficiente di adesioni al nostro documento vorremmo organizzare dei seminari in sedi universitarie italiane con la presenza di docenti universitari italiani, palestinesi e israeliani. L’obiettivo sarebbe l’individuazione e l’impostazione degli strumenti di intervento concreto a favore delle università e delle nuove generazioni di studenti e studiosi palestinesi e arabo-israeliani. Molto utile potrebbe essere la firma di convenzioni di cooperazione culturale, scientifica e didattica fra atenei italiani e atenei palestinesi. Un ulteriore passo avanti potrebbe essere l’organizzazione di un primo convegno nazionale su questi temi, con la collaborazione di istituzioni nazionali e internazionali, non solo accademiche, disposte a sostenere il nostro progetto: aiutare le nuove generazioni palestinesi a raggiungere in assoluta autonomia un buon livello di scolarizzazione e acculturazione universitaria nonostante l’occupazione, l&#8217;assedio e la repressione in corso.</p>
<p><strong>Firme dei proponenti:</strong></p>
<p>Danilo Zolo (Filosofo del diritto, Università di Firenze)</p>
<p>Angelo Baracca (Fisico nucleare, Università di Firenze)</p>
<p>Giorgio Gallo (Informatico, Università di Pisa)</p>
<p>Giorgio Forti (Biologo, Università di Milano)</p>
<p>Martina Pignatti Morano (Scienza per la pace, Università di Pisa)</p>
<p>Cinzia Nachira (Storica, Università del Salento)</p>
<p>&#8230;</p>
<p>e altri 220 &#8211; leggi <a href="http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/category/lettera-aperta/firme-dei-proponenti/">tutte le firme</a> dei proponenti.</p>
<p>Per adesioni all&#8217;iniziativa scrivere a: diritto.studio.palestina@gmail.com</p>
<p><a href="http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/">http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/27/diritto-allo-studio-e-liberta-accademica-in-palestina/">Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (2)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper-2/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 06:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
<em>[La prima parte di questa intervista è apparsa <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper">qui</a>]</em></p>
<p>a cura di <strong>Lorenzo Galbiati</strong> &#8211; traduzione di <strong>Daniela Filippin</strong></p>
<p><strong><br />
Jeff Halper</strong>, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e  insegna all’Università Ben Gurion del Negev.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper-2/">Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (2)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/jeff-halper-11-300x261.jpg" alt="jeff-halper 1" title="jeff-halper 1" width="300" height="261" class="aligncenter size-medium wp-image-22726" /><br />
<em>[La prima parte di questa intervista è apparsa <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper">qui</a>]</em></p>
<p>a cura di <strong>Lorenzo Galbiati</strong> &#8211; traduzione di <strong>Daniela Filippin</strong></p>
<p><strong><br />
Jeff Halper</strong>, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e  insegna all’Università Ben Gurion del Negev.<br />
In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, <em>Israeli Committee Against House Demolitions</em> ( <a href="http://www.icahd.org">www.icahd.org</a> ), associazione di persone che per vie legali e con la disobbedienza civile si oppongono alla demolizione delle case palestinesi, e che  forniscono supporto economico e materiale per  la loro ricostruzione.<br />
<strong><br />
Quali responsabilità ha l&#8217;Europa verso la condizione dei palestinesi di Gaza e l&#8217;attuale situazione politica che si è venuta a creare in Israele? Se non possiamo aspettarci molto in futuro dai nostri politici in relazione al raggiungimento di una soluzione pacifica, giusta e dignitosa per la questione israelo-palestinese, che cosa possiamo fare noi cittadini europei?</strong></p>
<p>Halper: “Di seguito trovate dei commenti che ho fatto recentemente in Germania riguardo a questo argomento.”<br />
<span id="more-22722"></span><br />
<strong>REDIMERE ISRAELE E L&#8217;EUROPA ATTRAVERSO I DIRITTI UMANI</strong><br />
(Pensieri di Jeff Halper alla ricezione del Premio 2009 Kant World Citizen, presso Friburgo in Germania)</p>
<p>Il mondo dell&#8217;attivismo politico è molto diverso da quello accademico (sebbene si spererebbe in una maggiore integrazione di questi due mondi). Prendendo in considerazione la rilevanza di Immanuel Kant per il nostro lavoro di pacifisti, la questione non riguarda se i suoi concetti, argomenti o proposte siano &#8220;datati&#8221;, la maggiore preoccupazione degli ambienti accademici. Piuttosto riguarda se possano portare a delle analisi che possano a loro volta poi essere applicate a situazioni nuove, comprese quelle politiche. Alla luce di questo, il lavoro di Kant &#8211; e per i nostri scopi, il suo trattato del 1795, &#8220;Per la pace perpetua&#8221; in particolare &#8211; può essere molto utile come guida. Fra le altre cose, Kant individua due principali questioni di grande rilevanza anche per i nostri tempi, questioni con le quali noi che cerchiamo la pace in Israele/Palestina facciamo i conti quotidianamente: (1) come fare in modo che gli stati accettino le proprie responsabilità nel perseguire la giustizia e opporsi alle ingiustizie; (2) come mobilitare la società civile nella causa della giustizia. </p>
<p><strong>L&#8217;irresponsabilità degli stati</strong></p>
<p>Nella mia esperienza di quasi mezzo secolo come attivista nella società civile, gli stati, sebbene possiedano la responsabilità e l&#8217;autorità del sistema mondiale moderno, non faranno la cosa giusta se lasciati a decidere per sé. Anche nei casi in cui la pace mondiale viene palesemente minacciata o quando esiste un&#8217;ingiustizia che influisce sulle vite di milioni di persone, i governi troveranno dei pretesti per perseguire qualche propria agenda politica, una combinazione di interessi interni e internazionali, che non hanno granché da spartire con il bene né dei cittadini (anche se poi le campagne sono invariabilmente impostate in quel modo), né per il bene della comunità globale. Il fatto che Israele ignori, e che gli sia permesso dagli stati amici di ignorare i diritti umani, le leggi internazionali, dozzine di risoluzioni ONU e una Corte di Giustizia Internazionale che sentenzia contro la costruzione del Muro durante l&#8217;occupazione degli ultimi 43 anni, la dice lunga sui fallimenti dei governi (in questo caso, quelli europei con quello americano alla loro guida). Racconta del loro fallimento nel costringere Israele a rispettare i propri obblighi. Se in agosto del 2008 ho dovuto rischiare la mia vita per portare una vecchia barca da pesca da Cipro a Gaza, sfidando la Marina Israeliana per rompere il crudele ed illegale assedio di due anni imposto ad una popolazione già impoverita e traumatizzata, era solo perché i governi, il cui lavoro dovrebbe essere di far rispettare le leggi internazionali e garantire un ordine mondiale pacifico, hanno abdicato nei confronti delle proprie responsabilità.</p>
<p>Il nostro pericoloso viaggio ha rappresentato ciò che viene chiamata la &#8220;politica della vergogna&#8221;, cioè il cercare di imbarazzare i governi mettendoli in una posizione di dover per forza fare il proprio dovere. Kant ipotizza una struttura sociale per la &#8220;pace perpetua&#8221; che, in effetti, contiene molti degli elementi del sistema mondiale attuale: stati liberi con costituzioni repubblicane come ideale condiviso da molti e, in molti luoghi, come realtà politica; una federazione di stati sovrani; infine, l&#8217;importanza assoluta della legge internazionale. Ma nell&#8217;ordine razionale di Kant manca l&#8217;elemento della buona fede da parte degli stati, che dovrebbe essere imposta dai cittadini organizzatisi in una società civile.  </p>
<p><strong><br />
Mobilitare la società civile</strong></p>
<p>L&#8217;irresponsabilità degli stati non è mai stata così evidente come col conflitto israelo-palestinese, che già da 60 anni sarebbe dovuto essere risolto, risparmiando in tutti questi anni decine di migliaia di vite e di case, e contemporaneamente evitando l&#8217;attuale tensione e polarizzazione fra relazioni islamiche e occidentali, portando dunque ad un crescente senso d&#8217;insicurezza percepito da tutti nel mondo. Quindi l&#8217;assioma che ho appena proposto &#8211; che gli stati di loro iniziativa non faranno la cosa giusta &#8211; ha una clausola: a meno che non vengano punzecchiati, spinti e, alla fin fine, costretti dalla gente ad agire. Ma come si fa a fare in modo che la gente spinga, e poi nella direzione giusta? Dopotutto, la società civile nel suo insieme è lontana dall&#8217;essere progressista. E&#8217; il contrario, se si considerano i governi che vengono spesso eletti. Israele è un esempio perfetto. Il 1948 segna il nostro anno d&#8217;indipendenza. Cosa importa se è anche l&#8217;anno della <em>nakba</em>, una catastrofe per il popolo palestinese, anno nel quale più di 700 000 abitanti indigeni che non presero parte ai combattimenti (almeno la metà della popolazione palestinese) furono cacciati dalle proprie case, che vennero poi demolite. Questa fu vista dagli ebrei come una cosa buona, e tutto ciò solo tre anni dopo l&#8217;olocausto. Oggi si testimonia come in Israele un&#8217;occupazione durata senza tregua per più di quattro decenni possa essere trasformata in una non-questione. Vien fuori che la gente, non meno i governi, ha la capacità di guardare l&#8217;ingiustizia dritta negli occhi e continuare comunque a negarla o minimizzarla, persino giustificarla o non vederla affatto. Questa capacità ricorda l&#8217;evocativa descrizione di Ralph Ellison su come i neri d&#8217;America furono resi invisibili:</p>
<p><em>Sono l&#8217;uomo invisibile&#8230; invisibile, capiscimi, semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi. E&#8217; come se io fossi circondato da specchi di duro vetro distorto. Quando mi si avvicinano vedono solo ciò che mi circonda, se stessi o immagini provenienti dalle loro immaginazioni. In effetti, vedono tutto e qualsiasi cosa fuorché me&#8230;</em><br />
 <br />
Questa descrizione potrebbe essere applicata ai palestinesi, per non parlare dei miliardi di altri poveri, immigrati e persone &#8220;illegali&#8221; sparite dalla vista.</p>
<p>Dunque, perché non mobilitare l&#8217;Europa? Non è un compito facile, soprattutto visto che è un continente ancora tormentato dai sensi di colpa per l&#8217;olocausto e risucchiato dagli interessi politici di una grande potenza mondiale, Israele. Io non ho mai capito come l&#8217;espiazione per l&#8217;olocausto, che tutt&#8217;oggi sussiste in molte parti d&#8217;Europa, sia collegata alla nascita di un&#8217;Europa nella quale la lezione sia stata appresa &#8211; in particolare, che nell&#8217;ambito della politica estera sia resa una priorità assoluta alla traduzione sotto forma di leggi per il rispetto per i diritti umani e degli accordi internazionali a protezioni dei popoli. Questo è un punto cruciale, visto che l&#8217;Europa avrà un ruolo costruttivo nel risolvere il conflitto israelo-palestinese. Se l&#8217;Europa confonderà il sostegno per le politiche di occupazione d&#8217;Israele con l&#8217;espiazione, diventerà al contrario un ostacolo alla pace. </p>
<p>L&#8217;Europa, con la Germania logicamente in testa, è davvero arrivata lontano in ciò che io chiamo un processo di &#8220;redenzione&#8221;, fase che ogni stato precedentemente coloniale e oppressivo dovrebbe attraversare. Ha riconosciuto la terribile ingiustizia inflitta al popolo ebraico (fra gli altri) ed ha accettato le proprie responsabilità. La comunità internazionale ha riconosciuto che la Germania nazista ed i suoi alleati avessero perpetrato questi crimini; sotto forma di giustizia ristoratrice, la nuova Europa si è ricostituita come unione democratica assumendo un ruolo di responsabilità negli affari mondiali. L&#8217;Europa ha anche offerto un notevole sostegno ad Israele dal giorno della sua concezione (sebbene a volte sia stata persino troppo notevole, come nel caso della Germania che ha provveduto a far avere ad Israele dei sottomarini trasportatori di testate nucleari). L&#8217;Europa costituisce il principale compagno di scambi commerciali, donando ad Israele uno status privilegiato. Tuttavia, ad un certo punto del processo di redenzione, un paese, un continente dovrebbe raggiungere un momento nel quale poi evolvere, momento in cui il bisogno di provare sensi di colpa per passate azioni sia poi sostituito dall&#8217;assunzione di un ruolo negli affari internazionali, in cui le lezioni apprese e le responsabilità accettate saranno tradotte nel contributo a perseguire un ordine mondiale più giusto e basato sui diritti umani.</p>
<p>Scegliere di aiutare Israele a districarsi da un conflitto sempre più in deterioramento, che mette sempre di più a repentaglio la propria stessa sicurezza, suggerirebbe il più vero e significativo atto di espiazione e redenzione. Un atto di tale portata e significato richiederebbe, tuttavia, che l&#8217;Europa indirizzi con fermezza, ma anche con spirito costruttivo le violazioni di diritti umani subite dai palestinesi per mano israeliana. In effetti, la redenzione di Israele e dell&#8217;Europa dipende allo stesso modo dal riuscire a far raggiungere l&#8217;autodeterminazione palestinese. Per i primi perché risolverebbe una volta per tutte le paure per la sicurezza d&#8217;Israele, rimuovendo proprio la fonte delle proprie paure, cioè l&#8217;oppressione dei palestinesi da parte di Israele. Per i secondi perché l&#8217;Europa avrebbe finalmente mantenuto le promesse fatte al mondo intero dopo l&#8217;Olocausto: che avrebbe assicurato la giustizia, la riconciliazione fra i popoli e un ordine mondiale pacifico. Assicurarsi del bene di Israele e contemporaneamente assumere un ruolo centrale come voce post-Olocausto per una moralità degli affari politici si avvicina alla visione di Kant della Germania e anche dell&#8217;Europa, una forza motrice dietro ad un nuovo ordine politico dedicato alla pace perpetua. </p>
<p>Ma Israele deve ancora iniziare il suo processo di redenzione, assumendosi la responsabilità per la terribile distruzione della società palestinese e la sua perpetua occupazione, durante la quale ha distrutto 24 000 case di civili innocenti (le case NON vengono distrutte per motivi di sicurezza!). Al contrario, Israele si trova ancora in uno stato di esaltazione nel suo tentativo di imporre uno stato esclusivamente ebraico sull&#8217;intero territorio d&#8217;Israele &#8211; cioè la Palestina &#8211; con crimini perpetui di pulizia etnica, occupazione, guerra e oppressione per i quali dovremmo prima o poi cercare la redenzione. Dunque, questa diventerebbe l&#8217;Europa dall&#8217;approccio diverso che io, come ebreo israeliano, spero di poter vedere, portando la pace fra la mia gente ed i palestinesi. Suggerisco quindi all&#8217;Europa che se ha davvero un &#8220;rapporto speciale&#8221; con Israele, non più basato sul ricatto dell&#8217;Olocausto, occupi dunque una posizione privilegiata per aiutarci a superare la sua ideologia dell&#8217;occupazione, aiutandoci ad adottare i valori post-Olocausto di rispetto per i diritti umani.</p>
<p>Anche Israele deve chiudere con l&#8217;Olocausto. Nelle mani di cinici politici, che lo usano per giustificare le proprie politiche di oppressione e ammutolire qualsiasi critica, soprattutto quella europea, il retaggio stesso dell&#8217;Olocausto diventa un pericolo da non sottovalutare, dissacrare o distorcere. Quanto sarebbe orribile se i giovani, in Israele, Europa e altrove venissero a considerare l&#8217;Olocausto come poco più che un pretesto per impedire ogni critica mossa contro Israele, svuotandolo del reale significato e potenziale per crescere come popolo. Come Avraham Burg, un ex speaker del parlamento israeliano e capo della Jewish Agency asserisce nel titolo del suo recente libro: <em>L&#8217;Olocausto è finito: solleviamoci dalle sue ceneri</em>. </p>
<p>Marc Ellis, un teologo della liberazione, ebreo, asserisce che l&#8217;ebraismo moderno è definito da ciò che ci è avvenuto durante l&#8217;Olocausto e ciò che stiamo facendo ai palestinesi. Questo si potrebbe dire anche dell&#8217;Europa. La prova per vedere se essa ha veramente superato il suo passato olocaustiano si determina constatando se sta sostenendo Israele nel suo compito più urgente, cioè quello di mettere fine a ogni conflitto con i palestinesi. Ecco come riconcilierebbe le responsabilità che le sono state imposte dall&#8217;Olocausto col suo ruolo di difensore e fautore dei diritti umani e della legge internazionale. Affinché la visione di Kant per una federazione di stati repubblicani sostenitori della Legge delle Nazioni possa avere un significato, la comunità internazionale &#8211; guidata dall&#8217;Europa, che si è mossa per redimersi dal proprio passato &#8211; deve salvare Israele da se stesso. Lo spettro dello stato ebraico che impone qualcosa che somigli anche solo vagamente ad un olocausto (o semplicemente a uno stato di oppressione permanente) su una popolazione palestinese indifesa è semplicemente troppo orribile da immaginare. Eppure gli ebrei israeliani eleggono ripetutamente dei governi che non solo espandono e rafforzano l&#8217;occupazione di Israele, ma senza fare di loro iniziativa ciò che sarebbe necessario per cessare il conflitto. Risolvere il conflitto israelo-palestinese richiederà una ferma asserzione di volontà e primato dei diritti umani da parte della comunità internazionale. L&#8217;Europa sarà fondamentale nel portare avanti le proprie responsabilità verso Israele e la comunità internazionale, o alternativamente tradirà e fraintenderà i propri obblighi post-Olocausto verso il popolo ebraico, sostenendo le politiche di occupazione di Israele a detrimento di tutti i coinvolti, prima di tutti gli ebrei israeliani stessi. Questo è il Categorico Imperativo Kantiano del giorno.   <br />
<strong><br />
Come valuti la pratica del boicottaggio verso Israele? E, se la sostieni, quali tipi di boicottaggio auspichi? </strong>  </p>
<p>Halper: “Noi dell&#8217;ICAHD sosteniamo il Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni (BDS); in effetti, siamo stati il primo gruppo israeliano ad appoggiarlo. Ecco la nostra dichiarazione.”</p>
<p>27 gennaio, 2005</p>
<p><strong>SANZIONI CONTRO L&#8217;OCCUPAZIONE ISRAELIANA: SAREBBE ORA</strong></p>
<p>Dopo anni di sforzi diplomatici e politici atti a indurre Israele a interrompere la propria occupazione, mentre al contrario la si osserva diventare più forte e radicata, ICAHD sostiene un&#8217;articolata campagna di strategiche sanzioni contro Israele <em>finché non cesserà l&#8217;occupazione</em>; in altre parole, una campagna che prenda di mira l&#8217;occupazione israeliana e non Israele stesso.  Noi crediamo che nella maggior parte dei casi, semplicemente applicare leggi esistenti, internazionali ma anche interne, renderebbe l&#8217;occupazione inattuabile e porterebbe Israele in linea con gli accordi sui diritti umani. Noi favoriamo anche un selettivo disinvestimento e boicottaggio come strumenti di pressione economica e morale.</p>
<p>Visto che le sanzioni sono un mezzo potente, non-violento e popolare per contrastare l&#8217;occupazione, una campagna di sanzioni ci sembra il prossimo e più logico passo da compiere fra i tentativi internazionali per far cessare l&#8217;occupazione. Sapendo che il processo sarà articolato nel tempo, attualmente l&#8217;ICAHD sostiene i seguenti elementi:<br />
Vendita e trasferimento di armi ad Israele devono essere condizionati dall&#8217;uso che ne verrà fatto e in modo che non perpetrino l&#8217;occupazione o violino i diritti umani e le leggi umanitarie internazionali, violazioni che sarebbero interrotte se il governo applicasse leggi e regolamenti esistenti riguardanti l&#8217;uso delle armi, in concordia coi diritti umani;  <br />
Le sanzioni di commercio contro Israele dovute alle sue violazioni dell&#8217;“Association Agreements”, firmato con l&#8217;UE, che proibisce la vendita di prodotti fabbricati negli insediamenti come “Made in Israel”, come anche per le violazioni di altre clausole sui diritti umani; <br />
Disinvestimento da compagnie che traggono profitto dal proprio coinvolgimento nell&#8217;occupazione. In questa vena l&#8217;ICAHD dà il proprio sostegno a iniziative come quelle della Chiesa Presbiteriana degli USA, che prende di mira le aziende offerenti contributi materiali verso l&#8217;occupazione. Certamente sosteniamo la campagna contro i bulldozer Caterpillar, che demoliscono migliaia di case palestinesi. <br />
Boicottaggio dei prodotti provenienti dagli insediamenti e delle aziende che danno alloggio ai coloni o che hanno un ruolo di rilievo nel perpetrare l&#8217;occupazione; <br />
Boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane che non hanno adempiuto alle proprie responsabilità per sostenere la libertà d&#8217;espressione dei loro omologhi palestinesi, comprese le università, le facoltà e gli studenti. Il nostro invito ad un boicottaggio accademico delle università israeliane si oppone all&#8217;organizzazione di conferenze accademiche internazionali in Israele e collaborazioni internazionali in progetti di ricerca. Non si applica però al boicottaggio di studiosi individuali o ricercatori.<br />
Individui quali politici e amministratori, personale militare che obbedisce ad ordini altrui, ma personalmente responsabili per violazioni di diritti umani, compresi processi davanti a tribunali internazionali e proibizioni a viaggiare in altri paesi.   </p>
<p>L&#8217;ICAHD lancia un appello alla comunità internazionale: i governi, i sindacati, le comunità universitarie, religiose e più in generale la società civile deve fare tutto il possibile per far gravare il peso della responsabilità dell&#8217;occupazione su Israele. Mentre invitiamo anche le autorità palestinesi ad aderire alle convenzioni per i diritti umani, la nostra campagna per l&#8217;applicazione di sanzioni selettive contro l&#8217;occupazione si concentra in particolar modo su Israele, che da solo ha il potere di mettere fine all&#8217;occupazione ed è il solo a violare le leggi internazionali riguardo alle responsabilità che spettano ad una potenza colonizzatrice.  </p>
<p>Noi crediamo che una delle più efficaci mire del BDS dovrebbe essere quella del commercio di armi fra i Paesi di tutto il mondo e Israele. Se i popoli del mondo potessero vedere fino a che punto i loro governi e le loro corporazioni sono coinvolte nell&#8217;aiutare Israele a mantenere militarmente l&#8217;occupazione, e soprattutto quante armi e tattiche di &#8220;contro-insorgenza&#8221; sviluppate e sperimentate da Israele nel proprio &#8220;laboratorio palestinese&#8221; arrivano anche ad essere applicate dalle forze dell&#8217;ordine dei propri Paesi, ne sarebbero sconvolti. Questo è un modo efficace per rendere il conflitto una questione anche propria, locale, mostrando come penetri anche all&#8217;interno delle proprie comunità, minacciandone le libertà civili. </p>
<p><strong>In quali modi la diffusione del sionismo dalla creazione di Israele in poi ha cambiato la percezione della propria identità di ebreo negli ebrei appartenenti alle comunità della diaspora? E in quali modi, di conseguenza, ha cambiato le forme di partecipazione degli ebrei diasporici alla vita civile e politica europea e americana?</strong></p>
<p>Halper: “Di seguito riporto l&#8217;articolo scritto dopo che mi fu negato il permesso di parlare in una sinagoga di Sydney, Australia. Parla esattamente degli argomenti di cui chiedi.”<br />
<strong><br />
GLI EBREI DELLA DIASPORA DEVONO SMETTERLA DI IDEALIZZARE ISRAELE</strong><br />
Jeff Halper<br />
(Pubblicato nel <em>Sydney Morning Herald</em>, 10 Aprile, 2009)</p>
<p>Una cosa buffa mi è accaduta mentre mi dirigevo verso la sinagoga di Sydney; la conferenza in programma è stata annullata. Lo scandalo alla sola idea che io parlassi di fronte ad una comunità ebraica in Australia, risultava veramente scioccante per un israeliano. Se è assai vero che io sono molto critico dell&#8217;occupazione da parte d&#8217;Israele e che metto in discussione la soluzione dei due stati (considerando fino a dove si estendono gli insediamenti israeliani), non è comunque una giustificazione per la demonizzazione a cui sono stato sottoposto nelle pagine dell&#8217;altrimenti rispettabile <em>Australian Jewish News</em>. Dopotutto, opinioni simili alle mie si possono prontamente trovare nei maggiori media israeliani. In effetti, io stesso scrivo spesso per la stampa israeliana e parlo regolarmente alla TV e la radio israeliane.</p>
<p>Qual è dunque il motivo per questa reazione isterica? Perché sono stato bandito dal tempio Emmanuel di Sydney, una sinagoga auto-definita progressista? Perché io, un israeliano, dovrei indirizzarmi alla comunità ebraica da una chiesa? Perché sono stato invitato a parlare in ogni università dell&#8217;Australia orientale eppure, alla Monash University, la cosiddetta università ebraica d&#8217;Australia, ho dovuto tenere una riunione clandestina con i professori ebrei in una stanza buia, lontano dalle sale dei discorsi degli intellettuali? E poi, perché gli israeliani che hanno partecipato alle mie conferenze, assieme agli ebrei australiani, quando i capi delle comunità ebraiche condannavano me e le mie posizioni, hanno al contrario espresso apprezzamento per il fatto che un &#8220;vero&#8221; israeliano stesse finalmente rendendo accessibile agli australiani le proprie vedute, anche nel momento in cui non le condividevano? Tutto ciò solleva delle domande inquietanti sul diritto degli ebrei della diaspora di poter ascoltare vedute divergenti sul conflitto degli israeliani con i palestinesi, i punti di vista spesso sostenuti dagli stessi israeliani. Questo è un fenomeno di censura che gli israeliani critici sopportano da parte degli auto-eletti paladini dell&#8217;ebraicità in altre parti del mondo.</p>
<p>La controversia australiana solleva una questione ancora più grave, comunque. Quale dovrebbe essere la natura del rapporto degli ebrei della diaspora con Israele? Ho il sospetto che qualsiasi genere di minaccia io possa rappresentare, ha meno a che fare con Israele e tutto a che vedere con la paura che io possa mettere in discussione l&#8217;immagine idealizzata d&#8217;Israele, che io chiamo l&#8217;immagine “Leon Uris” d&#8217;Israele che, ammesso che sia mai esistita, certamente non esiste oggi. Ma loro vi si aggrappano con trasporto, direi anche disperazione, nonostante ciò che appare nei notiziari. Può sembrare una strana cosa da dirsi, ma non credo che gli ebrei della diaspora abbiano elaborato il fatto che Israele è un paese a loro straniero, lontano dalla loro versione idealizzata quanto l&#8217;immagine dell&#8217;Australia come un&#8217;unica, allegra terra dei canguri. </p>
<p>I paesi cambiano, evolvono. Cosa penserebbero i padri fondatori dell&#8217;Australia, persino quelli che fino al 1973, perseguendo una politica per un&#8217;Australia bianca, potessero vedere la società multi-culturale che è diventata oggi l&#8217;Australia? Beh, si dà il caso che quasi il 30% di cittadini israeliani non siano ebrei, e potremmo ben aver incorporato altri quattro milioni di palestinesi (i residenti dei territori occupati). Per di più, è chiaro che la stragrande maggioranza degli ebrei del mondo non emigrerà in Israele. Questi dati di fatto, in aggiunta al bisogno urgente che Israele faccia pace coi suoi vicini, vogliono dire qualcosa. Vogliono dire che Israele deve cambiare con modi che Ben Gurion e Leon Uris non avevano previsto, anche se è difficile da accettare per gli ebrei della diaspora. </p>
<p>Il problema pare essere che gli ebrei della diaspora usano Israele come pilastro della propria identità etnica, diffondendo l&#8217;immagine di un Israele perseguitato come modo di mantenere intatta la comunità. Ma questo non crea presupposti per delle relazioni sane. Israele non può continuare a essere concepito come un voyeuristico ideale da un popolo che, sebbene professi un impegno affinché Israele sopravviva, in realtà necessita di un Israele in guerra per la sopravvivenza interna della propria comunità. Ecco perché io, in qualità di israeliano critico, appaio così minaccioso. Posso sia concepire un Israele molto diverso dallo &#8220;stato ebraico&#8221; così affettuosamente accarezzato a distanza dagli ebrei della diaspora, sia concepirne uno pacifico. Paradossalmente, è proprio l&#8217;idea di uno stato normale che viva in pace coi propri vicini che pare così minaccioso agli ebrei all&#8217;estero, perché li lascia senza una causa esteriore contro cui galvanizzarsi.</p>
<p>Ma Israele non può incarnare questo ruolo. Gli ebrei della diaspora devono costruirsi una vita propria, rivalorizzare la cultura della diaspora (che il sionismo ha scaricato come effimera e superficiale), ritrovare dei reali, affascinanti motivi per i quali i loro figli dovrebbero voler restare ebrei. Sostenere ciecamente le politiche militari di estrema destra d&#8217;Israele non è affatto il modo di ottenere tutto ciò. Questo sostegno privo di qualsiasi forma di critica è in contraddizione con i valori liberali che definiscono l&#8217;essere ebreo della diaspora, allontanando la nuova generazione di ebrei pensanti.</p>
<p>Ecco la minaccia che io rappresento. Ciò che mi è accaduto in Australia è solo un minuscolo episodio in una triste saga di reciproco sfruttamento a danno sia degli ebrei della diaspora, che di Israele. Le lezioni sono tre: gli ebrei della diaspora devono lasciare andare Israele, costruirsi una vita (ebraica) indipendente, e tornare ad assumere un impegno storico a favore della giustizia sociale e dei diritti umani. Possono augurare il meglio a Israele, ma sperando in una cessazione dell&#8217;occupazione, sperando in una giusta pace per i palestinesi. Per quel che mi riguarda, io torno a casa mia a Gerusalemme per continuare la giusta lotta.</p>
<p>Jeff Halper, 24 luglio 2009</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper-2/">Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (2)</a></p>
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		<title>I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 05:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p><em>[Invito tutti coloro che s'interessano alla questione israelo-palestinese a leggersi senza pregiudizi questa intervista a Jeff Halper. A me sembra di una straordinaria lucidità e onestà intellettuale. Non solo ma, in mezzo a tanta anti-politica, apre delle reali prospettive politiche. A I] </em></p>
<p>a cura di <strong>Lorenzo Galbiati</strong> &#8211; traduzione di <strong>Daniela Filippin</strong></p>
<p><strong><br />
Jeff Halper</strong>, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e  insegna all’Università Ben Gurion del Negev.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper/">I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)</a></p>
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<p><em>[Invito tutti coloro che s'interessano alla questione israelo-palestinese a leggersi senza pregiudizi questa intervista a Jeff Halper. A me sembra di una straordinaria lucidità e onestà intellettuale. Non solo ma, in mezzo a tanta anti-politica, apre delle reali prospettive politiche. A I] </em></p>
<p>a cura di <strong>Lorenzo Galbiati</strong> &#8211; traduzione di <strong>Daniela Filippin</strong></p>
<p><strong><br />
Jeff Halper</strong>, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e  insegna all’Università Ben Gurion del Negev.<br />
In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, <em>Israeli Committee Against House Demolitions</em> ( <a href="http://www.icahd.org">www.icahd.org</a> ), associazione di persone che per vie legali e con la disobbedienza civile si oppongono alla demolizione delle case palestinesi, e che  forniscono supporto economico e materiale per  la loro ricostruzione. Per questa attività, e per il suo attivismo pacifista, Halper è stato arrestato dal governo israeliano una decina di volte, ed è ora considerato uno dei più autorevoli attivisti israeliani per la pace e i diritti civili. </p>
<p>In questi giorni Halper è in Italia per un giro di conferenze e per promuovere il suo libro “Ostacoli alla pace”, Edizioni “una città”. Il programma delle sue conferenze è consultabile su: <a href="http://www.unacitta.it ">www.unacitta.it </a>.<br />
<span id="more-22237"></span><br />
*</p>
<p><em>Tu sei un cittadino dello &#8220;stato ebraico&#8221; di Israele, uno stato fortemente voluto nel Novecento dal movimento sionista e ottenuto dopo 50 anni di grande emigrazione degli ebrei europei nel 1948, sulla spinta della fine della Seconda guerra mondiale e del terribile crimine della Shoah. Che cos&#8217;è per te oggi, concretamente, il sionismo?</em></p>
<p>Halper: “Il sionismo fu un movimento nazionale che ebbe un senso in un determinato tempo e luogo. Mentre i popoli d’Europa cercavano un’identità come nazioni rivendicando i loro diritti all’autodeterminazione, allo stesso modo si comportavano gli ebrei, considerati all&#8217;epoca dalle nazioni d&#8217;Europa stesse un popolo separato. Tuttavia, due problemi trasformarono il sionismo in un movimento coloniale che oggi non può più essere sostenuto. Innanzitutto, il sionismo adottò una forma di nazionalismo tribale, influenzato dal pan-slavismo russo e dal pan-germanismo del centro Europa, culture dominanti nei territori dove la maggior parte degli ebrei vivevano in Europa, rivendicando la terra d&#8217;Israele fra il Mediterraneo e il fiume Giordano come fosse un diritto esclusivamente ebraico. Questo creò i presupposti per un inevitabile conflitto con i popoli indigeni, quelli della comunità araba palestinese, che ovviamente rivendicavano un proprio Paese dopo la partenza dei britannici. Se il sionismo avesse riconosciuto l&#8217;esistenza di un altro popolo nel territorio, &#8220;alloggiare&#8221; tutti in una sorta di stato bi-nazionale sarebbe stato ancora possibile. Ma pretendere la proprietà esclusiva, pretesa che anche oggi sussiste dai sionisti e da Israele, rende non fattibile uno stato &#8220;ebraico&#8221;. Il secondo problema fu che il paese non era disabitato. Una proprietà esclusiva del territorio avrebbe potuto funzionare se fosse stato completamente privo di abitanti. Ma visto che la popolazione palestinese esisteva ed era in effetti in maggioranza, cosa che sta avvenendo anche oggi, una realtà bi-nazionale esisteva già allora e doveva essere gestita come tale.” </p>
<p><em>Molti anni fa tu ti sei trasferito dagli USA in Israele: è stata una scelta dovuta a motivi contingenti, personali, o spinta da una motivazione ideologica?</em></p>
<p>Halper: “Sono cresciuto negli Stati Uniti negli anni ‘60. Sono sempre stato coinvolto nelle attività politiche della sinistra (o perlomeno la nuova sinistra): i movimenti per i diritti civili di Martin Luther King, il movimento contro la guerra in Vietnam ecc. Dunque, dopo il 1967 sono diventato critico dell&#8217;occupazione d&#8217;Israele (Israele non fu mai un argomento politico di grande rilievo prima di quel momento). Ma gli anni ‘60 furono anche un periodo in cui molti di noi cittadini americani bianchi di classe media rifiutavamo il materialismo americano e la conseguente superficialità della sua cultura, cercando significati più profondi attraverso la ricerca delle nostre radici etniche. Man mano che divenivo più distaccato dalla cultura americana, la mia identità di ebreo diventò centrale &#8211; ma in senso culturale e viscerale, non religioso. Ho viaggiato attraverso Israele nel 1966, mentre ero in transito per andare ad effettuare delle ricerche in Etiopia, e il paese mi &#8220;parlò&#8221;. Provai un senso di appartenenza che risultò soddisfacente alla mia ricerca di un&#8217;identità, pur restando conscio a livello politico dell&#8217;occupazione, a cui mi opponevo. Quando mi sono trasferito in Israele nel 1973, mi sono immediatamente unito ai movimenti pacifisti di sinistra.</p>
<p>Le mie vedute negli anni sono cambiate coi tempi e le circostanze. Ormai non sono più un sostenitore della soluzione dei due stati, visto che non ritengo che Israele sia realizzabile come stato &#8220;ebraico&#8221;, sostenendo al contrario la soluzione dello stato bi-nazionale. Però credo ancora che gli ebrei abbiano legittimamente diritto a un posto in Israele/Palestina, anche come entità nazionale. Non siamo stranieri in questa terra e non accetto la nozione che il sionismo sia semplicemente un movimento coloniale europeo (sebbene si sia effettivamente comportato come tale).” </p>
<p><em>In Europa, e segnatamente in Italia, sta passando l&#8217;equazione antisionismo uguale antisemitismo; infatti, il nostro presidente Napolitano durante la Giornata della Memoria del 2007 ha detto che va combattuta ogni forma di antisemitismo, anche quando si traveste da antisionismo, e qualche mese fa, il presidente della Camera Fini ha detto in tivù, di fronte all&#8217;accondiscendente presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, che oggi l&#8217;antisionismo è la nuova forma che ha assunto l&#8217;antisemitismo. Come spieghi questo fenomeno? Che significato ha a livello politico internazionale?</em></p>
<p>Halper: “Questo è il risultato di una campagna martellante da parte del governo israeliano per mettere a tacere qualsiasi critica contro Israele o le sue politiche. Diversi anni fa, in una riunione di strategia tenutasi al ministero degli affari esteri, un &#8220;nuovo antisemitismo&#8221; fu inventato, che sfruttava in modo conscio e deliberato l&#8217;antisemitismo per fini di pubbliche relazioni israeliane. Il &#8220;nuovo antisemitismo&#8221; affermava che ogni critica mossa contro Israele era anche antisemita. Tutto ciò non è solo falso e disonesto da un punto di vista politico, ma pericoloso per tutti gli ebrei del mondo. L&#8217;antisemitismo è effettivamente un problema che andrebbe combattuto assieme ad altre forme di razzismo. Definirlo solo in termini israeliani lascia altri ebrei della diaspora senza protezione. E&#8217; quindi considerato accettabile essere antisemiti, vedi Fini e gli evangelisti americani come Pat Robertson, ad esempio, purché si è &#8220;pro-Israele&#8221;. Loro lo sono per vari motivi (principalmente perché Israele si è allineata con elementi destrorsi e fascisti ovunque nel mondo). Ma se sei critico di Israele come Paese, ed abbiamo tutti il diritto di esserlo, non sei antisemita però vieni condannato e zittito secondo la dottrina del &#8220;nuovo antisemitismo&#8221;. E&#8217; conveniente per Israele ma pericoloso sia per gli ebrei della diaspora che per chiunque si batta a favore dei diritti umani e contro il razzismo.”  <br />
<em><br />
In Israele hai fondato l&#8217;Icahd, l&#8217;Israeli Committee Against House Demolitions, con il quale ti sei opposto, anche fisicamente, alla demolizione di molte case palestinesi, finendo più volte in carcere per questo. Come giudichi le politiche israeliane per l&#8217;assegnazione della terra e per i permessi edilizi? Credi si possa parlare di apartheid?</em></p>
<p>Halper: “I governi israeliani più recenti hanno tentato di istituzionalizzare un sistema di apartheid, basato su un &#8220;Bantustan&#8221; palestinese, prendendo a modello ciò che fu creato nell&#8217;era dell&#8217;apartheid in Sud Africa. Quest&#8217;ultima creò dieci territori non-autosufficienti, per la maggioranza abitati da neri, ricoprenti solo l&#8217;11% del territorio nazionale, in modo da dare al Sud Africa una manovalanza a buon mercato e contemporaneamente liberandola della sua popolazione nera, rendendo quindi possibile il dominio europeo &#8220;democratico&#8221;. Questo è esattamente ciò che intenderebbe fare Israele – il proprio &#8220;Bantustan&#8221; palestinese comprenderebbe solo il 15% del territorio della Palestina storica. In effetti, dai tempi di Barak come primo ministro, Israele ha proprio adottato il linguaggio dell&#8217;apartheid. Quindi il termine usato per definire la politica di Israele nei confronti dei palestinesi è hafrada, che in ebraico significa &#8220;separazione&#8221;, esattamente come lo fu in Afrikaans. Apartheid non è né uno slogan, né un sistema esclusivo del Sud Africa. La parola, come viene usata qui, descrive esattamente un regime che può aver avuto origine in Sud Africa, ma che può essere importato e adattato alla situazione locale. Alla sua radice, l&#8217;apartheid può essere definita avente due elementi: prima di tutto, una popolazione che viene separata dalle altre (il nome ufficiale del muro è &#8220;Barriera di Separazione&#8221;), poi la creazione di un regime che la domina definitivamente e istituzionalmente. Separazione e dominio: esattamente la concezione di Barak, Sharon e eventualmente, Olmert e Livni, per rinchiudere i palestinesi in cantoni poveri e non autosufficienti.</p>
<p>La versione israeliana dell&#8217;apartheid è tuttavia persino peggiore di quella sud africana. In Sud Africa i Bantustans erano concepiti come riserve di manodopera nera a buon mercato in un&#8217;economia sud africana bianca. Nella versione israeliana i lavoratori palestinesi sono persino esclusi dall&#8217;economia israeliana, e non hanno nemmeno un&#8217;economia autosufficiente propria. Il motivo è che Israele ha scoperto una manodopera a buon mercato tutta sua: all&#8217;incirca 300 000 lavoratori stranieri provenienti da Cina, Filippine, Thailandia, Romania e Africa occidentale, la pre-esistente popolazione araba in Israele, Mizrahi, etiope, russa e est europea. Israele può quindi permettersi di rinchiuderli là dentro persino mentre gli vengono negate una propria economia e legami liberi con i paesi arabi circostanti. Da ogni punto di vista, storicamente, culturalmente, politicamente ed economicamente, i palestinesi sono stati definiti un&#8217;umanità di troppo, superflua. Non gli resta che  fare da popolazione di &#8220;stoccaggio&#8221;, condizione che la preoccupata comunità internazionale sembra continuare a permettere a Israele di attuare. </p>
<p>Tutto ciò porta oltre l&#8217;apartheid, a quello che può essere definito lo &#8220;stoccaggio&#8221; dei palestinesi, una della popolazioni mondiali &#8220;di troppo&#8221;, assieme ai poveri del mondo intero, i detenuti, gli immigrati clandestini, i dissidenti politici, e milioni di altri emarginati. “Stoccaggio” rappresenta il migliore, e anche il più triste dei termini per definire ciò che Israele sta creando per i palestinesi nei territori occupati. Siccome lo &#8220;stoccaggio&#8221; è un fenomeno globale e Israele è stato pioniere nel creare un modello di questo metodo, ciò che sta accadendo ai palestinesi dovrebbe essere affare di tutti. Potrebbe costituire una forma di crimine contro l&#8217;umanità completamente nuovo, e come tale essere soggetto a una giurisdizione universale delle corti del mondo come qualsiasi altra palese violazione dei diritti umani. In questo senso &#8220;l&#8217;occupazione&#8221; di Israele ha implicazioni che vanno ben oltre un conflitto locale fra due popoli. Se Israele può confezionare e esportare la sua articolata &#8220;matrice di controllo&#8221;, un sistema di repressione permanente che unisce una amministrazione kafkiana, leggi e pianificazioni con forme di controllo palesemente coercitive contro una precisa popolazione mantenuta entro i limiti di comunità murate con metodi ostili (insediamenti in questo caso), mura e ostacoli di vario tipo contro qualsiasi libero spostamento, allora, in questo caso, come scrive lucidamente Naomi Klein nel suo libro The Shock Doctrine, altri paesi guarderanno ad Israele/Palestina osservando che : &#8220;Un lato sembra Israele; l&#8217;altro lato sembra Gaza&#8221;. In altre parole, una Palestina Globale.”</p>
<p><em>Ti abbiamo visto in alcuni filmati descrivere la situazione di Gerusalemme est, spiegare quante e quali case palestinesi sono state distrutte: che cosa sta succedendo a Gerusalemme est? Si può parlare di pulizia etnica per Gerusalemme est, come fa Ilan Pappé?</em></p>
<p>Halper: “Concordo con Pappé nell&#8217;affermare che la pulizia etnica non stia avvenendo solo nella Gerusalemme est, ma anche nel resto dei territori occupati e in tutto Israele stesso. L&#8217;anno scorso il governo israeliano ha distrutto tre volte più case dentro Israele &#8211; appartenenti a cittadini israeliani che naturalmente, erano tutti palestinesi o beduini &#8211; rispetto al numero che ha distrutto nei territori occupati. L&#8217;ICAHD ha come scopo quello di resistere all&#8217;occupazione opponendosi alla politica di Israele di demolire le case dei palestinesi. Dal 1967 Israele ha distrutto più di 24 000 case palestinesi &#8211; praticamente tutte senza motivo o giustificazioni legate alla &#8220;sicurezza&#8221;, oltre ad aver dato decine di migliaia di ordini di demolizione, che possono essere messi in atto in qualsiasi momento.”</p>
<p><em>Israele negli ultimi 4 anni ha sostenuto due guerre di invasione sanguinarie, quelle contro il Libano e la Striscia di Gaza. Ha ricevuto da molte parti accuse di crimini di guerra, sia per il tipo di armi che ha usato sia per la volontà deliberata di colpire la popolazione e le strutture civili, impedendo in molti casi i soccorsi medici. Come spieghi l&#8217;apparente consenso di una grande maggioranza di cittadini israeliani nei confronti di queste guerre? Come spieghi l&#8217;adesione a queste soluzioni politiche da parte di intellettuali considerati “pacifisti” come Grossmann e Oz?</em></p>
<p>Halper: “In Israele, la popolazione ebraica è ben poco interessata sia all&#8217;occupazione che al più universale principio della pace. Sono entrambi non-argomenti in Israele (non credo che siano stati menzionati una sola volta durante la passata campagna elettorale). Gli ebrei israeliani stanno attualmente vivendo una vita piacevole e sicura, e Barak e gli altri leader sono riusciti a convincere la gente che non esiste soluzione politica, che agli arabi non interessa la pace (siamo bravissimi a dare la colpa ad altri per evitare le nostre responsabilità di grande potenza colonizzatrice degli ultimi 42 anni!). Finché tutto sarà tranquillo e l&#8217;economia andrà bene, nessuno vuole sapere nulla degli &#8220;arabi&#8221;. Credo che dobbiamo rinunciare a sperare di vedere il pubblico israeliano come elemento attivo del cambiamento verso la pace. La maggior parte degli israeliani non si intrometterebbero in una soluzione imposta se la comunità internazionale dovesse insistere nell&#8217;imporne una, ma non farebbero alcun passo significativo da soli in quella direzione. Alla stessa maniera dei bianchi in Sud Africa, che accettarono e in alcuni casi dettero il benvenuto alla fine dell&#8217;apartheid, e che al tempo stesso non sarebbero mai insorti contro di essa. Invece per quel che riguarda gli &#8220;intellettuali&#8221;, anche loro non vedono. E&#8217; la dimostrazione che si può essere estremamente sensibili, intelligenti, ricettivi come Amos Oz e alcuni dei nostri professori, che tuttavia rimangono al sicuro nella loro &#8220;nicchia&#8221;.”</p>
<p><em>Tu da qualche anno sostieni che non è più praticabile sul campo la soluzione due nazioni due stati, poichè Israele ha ormai occupato con il Muro, le colonie e le strade gran parte della West Bank. Sostieni quindi la soluzione di uno stato laico binazionale. Oggi, dopo la carneficina di Gaza, e dopo le elezioni israeliane, è ancora immaginabile questa soluzione?</em></p>
<p>Halper: “Noi dell&#8217;ICAHD crediamo che la soluzione dei due stati sia irrealizzabile &#8211; a meno che si accetti una soluzione da apartheid, un mini-stato palestinese sovrano solo a metà sul 15% del territorio palestinese storico, spezzettato in ciò che Sharon chiama quattro o cinque &#8220;cantoni&#8221;. Non li vediamo né come fattibili né giusti o pratici, sebbene Israele li veda come una soluzione e stia spingendo in questa direzione al processo di Annapolis. Per noi la questione non è solo di creare uno stato palestinese, ma uno stato autosufficiente. Non solo questo minuscolo stato palestinese dovrà sopportare il ritorno dei rifugiati, ma un 60% di palestinesi sotto l&#8217;età di 18. Se emerge uno stato che non ha alcuna possibilità di offrire un futuro ai suoi giovani, una economia autosufficiente che può svilupparsi, rimane semplicemente uno stato-prigione, un super-Bantustan.<br />
Credo che se non si materializzerà la soluzione dei due stati, e la soluzione per uno stato bi-nazionale (che io preferisco) verrà effettivamente impedita da Israele e la comunità internazionale, allora preferirei una confederazione economica medio orientale che comprenda Israele, Palestina, Giordania, Siria e Libano, nella quale tutti i residenti della confederazione abbiano la libertà di vivere e lavorare all&#8217;interno della stessa. Israele/Palestina è semplicemente un territorio troppo piccolo per poterci infilare tutte le soluzioni necessarie &#8211; la sicurezza, lo sviluppo economico, l&#8217;acqua, i rifugiati. E alla fine, quanto sarà grande lo stato palestinese sarà importante solo se verrà concepito come un&#8217;entità indipendente, economicamente autonoma. Se ai palestinesi sarà concessa la sovranità anche solo di un piccolo stato, più ristretto rispetto ai confini del &#8217;67, ma comunque avente l&#8217;intera confederazione per sviluppare la propria autonomia economica, credo che questo potrebbe rivelarsi lo scenario migliore. Ma questa è una proposta ambiziosa e campata in aria per il momento, e resta finora senza sostenitori (sebbene Sarkozy stia anche pensando in termini regionali). Quando si vedrà che la soluzione dei due stati è fallita, credo che allora la gente inizierà a cercare una nuova soluzione. E credo proprio che allora l&#8217;idea della confederazione risulterà sensata.”<br />
<em><br />
Credi che esistano forze politiche parlamentari, in Israele, in grado di sostenere un accordo autentico con i Palestinesi, in vista di una pace e della creazione di uno stato palestinese?</em></p>
<p>Halper: “L&#8217;unico ostacolo a un&#8217;autentica soluzione dei due stati (cioè uno stato palestinese disteso su tutti i territori occupati, con pochissime modifiche agli attuali confini) è nella volontà di Israele di permettere che avvenga. Giudicando dai fatti che si vedono sul terreno, la costruzione di nuovi insediamenti in particolare, nessun governo israeliano, né di destra né tanto meno di sinistra o centro, ha mai veramente considerato la soluzione dello stato palestinese come fattibile. Per rendere le cose ancora più difficili, se un simile governo dovesse mai emergere (e non ve n&#8217;è uno in vista), non avrebbe alcun mandato, alcuna autorità per evacuare gli insediamenti e &#8220;rinunciare&#8221; ai Territori Occupati Palestinesi considerato l&#8217;estrema frammentazione del sistema politico israeliano.</p>
<p>Semplicemente, fra i partiti politici non vi è alcuna unità d&#8217;intenti per concordare veramente una soluzione di pace e di due stati. Ecco perché, se la comunità internazionale dovesse forzare Israele a ritirarsi per una vera pace, il pubblico israeliano la sosterrebbe. Israele non è destrorso quanto la gente immagina. Ho quindi una formula per la pace: Obama, l&#8217;ONU o la comunità internazionale dovranno dire a Israele: 1) Vi amiamo (gli israeliani se lo devono sentir dire); 2) Garantiremo la vostra sicurezza (QUESTA è la preoccupazione maggiore del pubblico israeliano); 3) ora che è finita l&#8217;occupazione, sarete fuori da ogni centimetro cubo dei Territori Occupati Palestinesi entro i prossimi 2-3-4 anni (e noi, la comunità internazionale, pagheremo per il dislocamento). </p>
<p>Credo che ci sarebbe gente a ballare per le strade di Tel Aviv se tutto ciò avvenisse. Questo è esattamente ciò che vorrebbero gli israeliani, ma non possono sperarci, visto il nostro sistema politico. E&#8217; altamente improbabile che ciò avvenga.” </p>
<p><em>Che giudizio dai all&#8217;azione politica dei dirigenti palestinesi di Fatah ed Hamas dalla morte di Arafat a tutt&#8217;oggi?</em></p>
<p>Halper: “Ovviamente l&#8217;andamento della leadership palestinese è altamente problematico. Dobbiamo ricordare, tuttavia, che negli ultimi 40 anni Israele ha sostenuto una sistematica campagna di omicidi, esili e incarcerazioni dei capi di governo palestinesi, quindi la leadership attuale è mutilata (si potrebbe essere ingenerosi e, alla luce delle campagne condotte dall&#8217;autorità palestinese contro la sua stessa gente, affermare che l&#8217;attuale leadership di Fatah sia ancora viva e funzionante perché Israele sa bene chi deve eliminare e chi risparmiare).</p>
<p>Una delle mie maggiori critiche rivolte all&#8217;attuale leadership di Fatah riguarda la sua inefficacia nel veicolare la causa palestinese all&#8217;estero. Nonostante un cambiamento dell&#8217;opinione pubblica ormai più a favore dei palestinesi, soprattutto dopo l&#8217;invasione di Gaza, la leadership non ha saputo sfruttare il momento propizio per inviare i propri portavoce presso le popolazioni ed i governi del mondo (in effetti, nell&#8217;ultimo anno, incluso il cruciale periodo della transizione verso l&#8217;amministrazione Obama, non vi è stato un solo rappresentante palestinese a Washington &#8211; e i rappresentanti palestinesi all&#8217;estero, con qualche rara eccezione, sono generalmente inefficaci). Al contrario di Israele, pare che la leadership palestinese si sia quasi ritirata dal gioco politico. </p>
<p>In questo vuoto lasciato da Fatah, Hamas è giunto sulla scena come il &#8220;salvatore&#8221;, la forza/partito/leadership che resisterà ad Israele, resisterà alla &#8220;soluzione&#8221; dell&#8217;apartheid, manterrà l&#8217;integrità palestinese e combatterà la corruzione. Mentre la sua ideologia religiosa ed il suo programma dovrebbero essere considerati inaccettabili per qualsiasi persona minimamente progressista, si dovrebbe perlomeno ammirare la resistenza di Hamas e ammettere che stia effettivamente controbilanciando ciò che è stata percepita come la collaborazione di Fatah con Israele.”</p>
<p><em>Credi che se la classe politica palestinese usasse dei metodi di lotta nonviolenta, quali il digiuno pubblico, e se convincesse la popolazione palestinese israeliana o che lavora in Israele a forme di sciopero generalizzato potrebbe ottenere dei risultati concreti?    </em></p>
<p>Halper: “I metodi non-violenti sarebbero potuti essere efficaci. Se la leadership palestinese fosse più portata alla strategia, potrebbe usare a proprio vantaggio metodi non-violenti, come il movimento BDS (Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni) e altre campagne analoghe con gruppi di pressione efficaci. Ma non lo fanno.” </p>
<p>*</p>
<p>Oltre alle sue attività accademiche e per l’ICAHD, Halper scrive libri ed è un conferenziere internazionale.<br />
Nel 2006 è stato candidato al Premio Nobel per la Pace dall’American Friends Service Committe.<br />
Nell’agosto del 2008 Halper ha partecipato alla spedizione per Gaza del “Free Gaza Movement”*. La spedizione era costituita da un gruppo internazionale di attivisti dei diritti umani, tra i quali l’italiano Vittorio Arrigoni, e ha raggiunto Gaza a bordo di un peschereccio partito da Cipro, rompendo così per la prima volta l’embargo marittimo imposto da Israele alla Striscia di Gaza. </p>
<p>* Qui si può leggere il comunicato stampa con cui Halper ha annunciato la sua adesione alla spedizione: http://<a href="http://www.freegaza.org/uploads/media/italiantexts.pdf">www.freegaza.org/uploads/media/italiantexts.pdf</a><br />
 </p>
<p>Questo percorso su NI attraverso voci minoritarie in Israele è cominciato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/">qui</a>. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper/">I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)</a></p>
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		<title>Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 07:30:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Testo e fotografie di <strong>Lorenzo Bernini</strong>. La prima parte è stata pubblicata <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/08/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-prima-parte">qui il l&#8217;8 settembre</a>.</p>
<p><br />
<em>l’enorme insediamento ebraico di Gilo circondato dal muro</em><br />
</p>
<p><br />
<em>un militare israeliano di guardia su un tetto a Hebron</em></p>
<p><br />
<em>bandiere palestinesi presso il mausoleo di Yasser Arafat a Ramallah</em></p>
<p>Come ti ho anticipato poco fa, l’impressione che ho tratto da questo viaggio in Palestina e Israele non è stata soltanto di una situazione estremente intricata, ma anche di una realtà inimmaginabile per un europeo, a cui io stesso stenterei a credere se non ne avessi fatto esperienza diretta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/15/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-seconda-parte/">Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (seconda parte)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Testo e fotografie di <strong>Lorenzo Bernini</strong>. La prima parte è stata pubblicata <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/08/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-prima-parte">qui il l&#8217;8 settembre</a>.</p>
<p><img class="size-full wp-image-21532" title="p1020715-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020715-450.jpg" alt="l’enorme insediamento ebraico di Gilo circondato dal muro" width="450" height="337" /><br />
<em>l’enorme insediamento ebraico di Gilo circondato dal muro</em><br />
<span id="more-21556"></span></p>
<p><img class="size-full wp-image-21531" title="p1020548-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020548-450.jpg" alt="un militare israeliano di guardia su un tetto a Hebron" width="450" height="338" /><br />
<em>un militare israeliano di guardia su un tetto a Hebron</em></p>
<p><img class="size-full wp-image-21533" title="p1020347-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020347-450.jpg" alt="bandiere palestinesi presso il mausoleo di Yasser Arafat a Ramallah" width="450" height="600" /><br />
<em>bandiere palestinesi presso il mausoleo di Yasser Arafat a Ramallah</em></p>
<p>Come ti ho anticipato poco fa, l’impressione che ho tratto da questo viaggio in Palestina e Israele non è stata soltanto di una situazione estremente intricata, ma anche di una realtà inimmaginabile per un europeo, a cui io stesso stenterei a credere se non ne avessi fatto esperienza diretta. Un’esperienza che mi ha costretto ad abbandonare ogni immagine stereotipata della guerra intesa – alla maniera dei teorici della guerra giusta della prima modernità – come combattimento tra eserciti regolari. Il conflitto israelo-palestinese non soltanto miete nella maggior parte dei casi vittime civili (come la maggior parte delle guerre asimmetriche contemporanee) ma è un conflitto combattuto in gran parte dai civili, che investe quotidianamente, “microfisicamente” la vita di uomini e donne qualunque, potenziali vittime in ogni momento della loro esistenza di soprusi e di violenze, oltre che di proiettili, ordigni esplosivi e attentati suicidi.</p>
<p>A sorprendermi sono state anche le divisioni che percorrono quello che nell’immaginario della sinistra italiana è rappresentato come un unico popolo palestinese: per tutta la durata del viaggio è sembrato che l’assedio di Gaza fosse una realtà presente soltanto nelle nostre menti. Nessuno (a eccezione di Mustafa Barghouti, di cui ti dirò tra poco), né i rappresentanti delle associazioni in difesa dei cittadini arabi israeliani, né le autorità governative e le organizzazioni non governative che abbiamo incontrato in West Bank, ha menzionato di propria iniziativa la condizione dei palestinesi di Gaza. È difficile azzardare previsioni su quale sarà il futuro della West Bank: la condizione attuale, di un territorio percorso dal muro, diviso da 93 checkpoint (75 permanenti e 18 temporanei) e da 97 cancelli, punteggiato da 48 basi militari israeliane e da 149 insediamenti abitati da 300.000 coloni, rende molto difficile immaginare uno Stato dotato di integrità territoriale. Però la speranza non deve morire: i sindaci e i governatori che abbiamo incontrato sono concordi nel sostenere che negli ultimissimi tempi, forse anche in virtù delle dichiarazioni di Obama, la pressione dell’esercito israeliano si è fatta meno violenta. Su un punto tuttavia mi sembra che Israele abbia già vinto: vittime di un’efficace politica del “divide et impera”, ognuno dei tre gruppi in cui si trova scomposta la popolazione palestinese – cittadini israeliani, abitanti della West Bank governati dal partito nazionalista laico Fatah e abitanti della Striscia di Gaza governati dal partito islamico integralista Hamas – sembra troppo occupato dai propri immediati problemi di sopravvivenza quotidiana per poter pensare alla causa di un unico popolo. Difficilmente sanabile sembra essere soprattutto il conflitto tra Fatah e Hamas, che nel 2007 – quando Hamas ha assunto con la forza il controllo delle Striscia di Gaza e in West Bank è stato espulso dal governo e messo fuori legge –  ha preso la forma di una vera e propria guerra civile tra gruppi dirigenti.</p>
<p><img class="size-full wp-image-21544" title="p1020383-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020383-450.jpg" alt="Salam Fayyad, Primo Ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese" width="450" height="337" /><br />
<em>Salam Fayyad, Primo Ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese</em></p>
<p>A Ramallah ci ha ricevuti il primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Salam_Fayyad">Salam Fayyad</a>, appartenente non a Fatah ma al partito centrista “La terza via”. A suo avviso dal 2007 la West Bank, o almeno i territori della West Bank che per gli accordi di Oslo sono amministrati dall’ANP, sta gradualmente rifiorendo: “Negli ultimi mesi abbiamo portato l’elettricità in alcuni villaggi tra Betlemme ed Hebron. A Nablus sono stati aperti un cinema e un centro ricreativo. Sono piccoli passi verso la fine dell’occupazione militare. Nei prossimi due anni il governo intende consolidare le istituzioni dell’ANP e progettare lo Stato palestinese: uno Stato progressista, culturalmente aperto al mondo, ispirato ai valori dell’uguaglianza e della tolleranza”. Anche Fayyad non fa cenno ad Hamas e ai palestinesi della Striscia di Gaza. Fino a quando non gli rivolgiamo una domanda diretta, a cui risponde: “L’occupazione israeliana deve finire, a Gaza come in West Bank. A Gaza 1.400.000 persone vivono in uno stato di prigionia. In seguito agli accordi di Oslo, l’ANP deve dimostrare la propria capacità di autogoverno e di costruzione di istituzioni, ed è quello che sta facendo. Israele invece non rispetta i propri impegni, in particolare quello di fermare gli insediamenti in West Bank. Occorre sperare nel processo diplomatico internazionale che sembra essersi aperto negli ultimi tempi, ma prima ancora è necessario che siano fermati gli insediamenti. Per quanto riguarda Hamas: il prossimo gennaio dovremmo avere nuove elezioni: è un diritto costituzionale che deve essere esercitato. Almeno su questo punto, spero, dovremo trovare un accordo”.</p>
<p>Parole di speranza, quindi. Che però non tutti condividono. Il giudizio di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Barghouti">Mustafa Barghouti</a>, Segretario Generale del partito di sinistra <a href="http://www.almubadara.org/new/english.php">Al Mubadara – Palestinian National Initiative</a>, è ad esempio molto pessimista: “Vi assicuro che non mi sarei espresso con queste stesse parole venti anni fa: oggi il popolo palestinese – tanto in Israele, quanto in West Bank, quanto ancora nella Striscia di Gaza – vive sotto un feroce regime di apartheid e subisce violente pratiche di pulizia etnica a opera dello Stato di Israele, con la complicità di fatto della comunità internazionale. E oggi è complice di Israele anche l’ANP, che contribuisce a reprimere la resistenza palestinese. È una situazione paragonabile a quella del regime collaborazionista di Vichy, instauratosi nel 1940 in Francia sotto l’occupazione nazista”.</p>
<p><img class="size-full wp-image-21543" title="p1020352-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020352-450.jpg" alt="Mustafa Barghouthi, Segretario Generale di Al Mubadara" width="450" height="337" /><br />
<em>Mustafa Barghouthi, Segretario Generale di Al Mubadara</em></p>
<p>Anche la popolazione israeliana, del resto, è segnata da fratture e contraddizioni. All’atavica contrapposizione tra ebrei aschenaziti e sefarditi e alla tradizionale subordinazione sociale della minoranza degli ebrei etiopi, si aggiungono oggi nuovi problemi di integrazione conseguenti alla nuova massiccia ondata di immigrazione dalla Russia e nuove tensioni sociali causate dall’integralismo religioso (il 2 agosto, mentre a Gaza Hamas celebrava un matrimonio collettivo costringendo le giovani vedove dell’operazione Piombo fuso a riprendere marito, a Tel Aviv un uomo con il volto coperto, armato di una mitraglietta, ha fatto irruzione nella sede dell’associazione lesbica-gay-trans Agudah: ha ferito 18 persone e ucciso una ragazza di 17 anni e un ragazzo di 26. Già durante il gay-lesbian-transgender pride di Tel Aviv del 2005, del resto, tre manifestanti erano stati pugnalati da estremisti ebrei ultraortodossi). Dominata dalla paura del lancio dei razzi Qassam e degli attentati suicidi (l’ultimo dei quali è avvenuto nel 2005), secondo il giudizio di Paola Caridi, “la società israeliana ha oggi perso i propri cardini morali. Ma non dovremmo essere noi a stupirci dell’ampio consenso ricevuto dall’operazione Piombo fuso (approvata dal 91% dei cittadini israeliani). Gli israeliani hanno votato Netanyahu e Lieberman e sostengono le loro imprese militari, gli italiani hanno votato Berlusconi e Bossi e gradiscono le loro politiche sull’immigrazione. Ma in Israele come in Italia non si può costruire la democrazia sulla sicurezza”.</p>
<p>Dello stesso avviso è Zvi Shuldiner, intellettuale ebreo noto in Italia come corrispondente del manifesto: “Per analizzare il voto del popolo israeliano non si può prescindere dal sentimento della paura: il voto è determinato esclusivamente dalla questione palestinese, non dalle politiche economiche dei diversi partiti. L’attuale governo non è in realtà molto diverso dai precedenti, se non per il suo radicalismo anti-arabo, per il suo dichiarato razzismo. Come in Italia, in Israele è in corso una legittimazione culturale del fascismo. L’opinione pubblica è più avanzata della leadership politica, ma al tempo stesso è segnata da un’evidente schizofrenia: secondo i sondaggi un’ampia maggioranza di israeliani è favorevole alla soluzione ‘due Stati per due popoli’, ma al tempo stesso vorrebbe ‘allontanare’ il popolo palestinese dalla terra di Israele. La verità è che a nessuno è simpatico il proprio nemico, ma se si è in guerra e si vuole la pace è con il nemico che si deve trattare. Questo vale oggi anche per Hamas, che rappresenta una parte importante della società palestinese: non è pensabile una pace con Fatah che non coinvolga anche Hamas”. Al conflitto arabo-israeliano sono state applicate molte differenti letture in differenti momenti storici: negli anni della guerra fredda la Palestina/Israele è diventata anche una posta in gioco del tentativo di controllo del mondo arabo da parte del blocco liberale e del blocco socialista, dopo l’11 settembre 2001 ha acquisito un’importanza geopolitica centrale nel cosidetto “scontro di civiltà”. Tuttavia, come ci ha spiegato Morgantini, il conflitto arabo-israeliano resta innanzitutto un conflitto “locale”: “Il problema fondamentale è la mancanza di un reciproco riconoscimento. Palestinesi e Israeliani non si incontrano, non si conoscono. Ad esempio – a parte rare eccezioni, come Shuldiner – sono pochi gli accademici e gli intellettuali israeliani che studiano seriamente il mondo arabo. In generale sono pochi gli israeliani che dialogano con i palestinesi e i palestinesi che dialogano con gli israeliani. Sono pochi e rappresentano un punto di vista minoritario, ma esistono: e questo basta perché meritino tutta la nostra attenzione e il nostro sostegno”.</p>
<p><img class="size-full wp-image-21545" title="p1020622-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020622-450.jpg" alt="Yehuda Shaul, fondatore di Breaking the Silence. " width="450" height="338" /><br />
<em>Yehuda Shaul, fondatore di Breaking the Silence. </em></p>
<p>Lo stesso Shuldiner, ad esempio, appartiene all’associazione <a href="http://rete-eco.it/it/home/archivio/1085-israele-palestina-un-po-dottimismo.html">Taarabut (insieme)</a>, in cui arabi israeliani ed ebrei comunisti militano uniti contro le politiche economiche liberiste dello Stato di Israele, nella convinzione che “Netanyahu ha già realizzato in Israele uno Stato per due popoli: i ricchi e i poveri”. Esistono poi gruppi giovanili non violenti, associazioni di avvocati democratici, persino un gruppo di rabbini pacifisti, <a href="http://www.imamsrabbis.org/">Rabbis for Peace</a>, che dialoga con gli Imam moderati per favorire la pace, sfidando l’interpretazione delle Scritture data dai coloni ebrei ortodossi. Ebreo ortodosso, con barba e kippah, è però anche Yehuda Shaul, fondatore di Breaking the Silence, l’organizzazione di veterani israeliani che da cinque anni denuncia le violazioni dei diritti umani operate dal proprio esercito. Di recente Breaking the Silence ha pubblicato un opuscolo di <a href="http://www.shovrimshtika.org/index_e.asp">testimonianze</a> sull’operazione Piombo fuso in cui  54 soldati, per buona parte di leva e spesso tuttora impegnati nei territori palestinesi occupati, hanno rivelato le regole d’ingaggio ricevute durante l’offensiva condotta da Israele nella Striscia di Gaza: non fare differenza tra combattenti e civili, bombardare anche aree densamente popolate, utilizzare munizioni al fosforo bianco (bandite dalle convenzioni internazionali sulle armi chimiche), demolire abitazioni civili anche prive di importanza strategica. Denunce come queste, pur venendo screditate da una certa stampa israeliana per il carattere anonimo delle testimonianze, hanno una grande importanza per il consolidarsi del movimento dei refusnik, riservisti ma anche soldati di professione israeliani che scelgono il carcere piuttosto che il servizio nei territori occupati. Particolarmente significativa è poi l’esperienza di <a href="http://www.combatantsforpeace.org/">Combatants for Peace</a>, associazione nata nel 2004 anche grazie all’iniziativa di Morgantini. Attualmente è composta da 600 persone, in maggior parte refusnik israeliani ed ex combattenti palestinesi che hanno abbandonato le armi e ora lottano assieme per la pace, organizzando veglie di solidarietà per le vittime del conflitto, manifestazioni non violente, conferenze nelle scuole e nelle università. Due di loro, Bassam Aramin, uno dei fondatori palestinesi, e Avner Wishnitzer, attuale coordinatore della sezione israeliana, ci hanno raccontato le loro storie.</p>
<p>Per aver tentato di aggredire un soldato israeliano, per 7 anni, dal 1985 al 1992, Aramin è stato in carcere: “È lì che ho maturato una posizione pacifista. Prima non conoscevo nulla del popolo ebraico. Ad esempio non sapevo nulla della Shoah: me ne hanno parlato i miei carcerieri israeliani. La prima volta che ho visto un film sui campi di concentramento nazisti ho provato un senso di rivalsa. Oggi invece comprendo il dolore degli ebrei, ma so anche che i palestinesi non ne hanno alcuna colpa. I palestinesi sono vittime di un popolo di vittime, ma il messaggio che voglio dare al mio popolo è che dobbiamo essere forti abbastanza per non essere più vittime di nessuno. L’8 febbraio 2007 mia figlia Abir è stata uccisa da un proiettile israeliano mentre usciva da scuola ad Anata (Gerusalemme Est). Aveva 11 anni. Mia moglie mi disse che per lei la politica della pace era morta assieme a nostra figlia. Non avrei potuto continuare a militare in Combatants for Peace senza il sostegno di mia moglie… Le ho chiesto, allora: ‘Che cosa devo dire ai nostri fratelli israeliani in veglia fuori dall’ospedale?’. La sua risposta è stata: ‘Hai ragione: loro sono nostri fratelli. Ma gli altri israeliani no’. Io so che quel soldato non voleva uccidere mia figlia: voleva uccidere un palestinese qualunque. Non voglio vendetta, perché so che se anche il colpevole fosse ucciso, la sua morte non avrebbe nulla a che vedere con il mio dolore. Non voglio vendetta: voglio giustizia”. Prosegue Wishnitzer: “Io ero lì, a vegliare per Abir. La sua morte è stata la nostra più grande sconfitta. Ma coltivare la sua memoria ora significa continuare a difendere le ragioni della pace. Sono cresciuto in un kibbutz, non avevo mai conosciuto persone palestinesi prima di aver compiuto 18 anni, quando ho fatto il servizio militare. Se allora avessi incontrato Bassam, avrei sparato. A lui, come a qualsiasi altro combattente palestinese. Semplicemente allora non pensavo, come la maggior parte degli israeliani non pensano e lasciano che la propaganda pensi per loro. Ma nel 2004, assieme a due mie amici, ho rifiutato di servire di nuovo nell’esercito nei Territori occupati. Mi sono reso conto allora che non si tratta di una situazione alla pari: i palestinesi sono vittime dell’occupazione israeliana, e gli israeliani sono incommensurabilmente più forti. Ma anche se sono vittime, non per questo i palestinesi non hanno responsabilità. So che molti israeliani mi considerano un traditore, ma io al contrario mi considero un patriota. Se milito in Combatants for Peace non è solo per altruismo o generosità: lo faccio per la mia società. Combatants for peace non è un gioco a somma zero”. Gli fa eco Aramin: “Non schieratevi con un popolo o con l’altro. Non prendete parte per gli israeliani o per i palestinesi. Prendete parte per l’umanità. E per la Palestina libera”.</p>
<p><img class="size-full wp-image-21546" title="p1020377-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020377-450.jpg" alt="Bassaam Aramin, tra i fondatori di Combatants for Peace." width="450" height="337" /><br />
<em>Bassaam Aramin, tra i fondatori di Combatants for Peace.</em></p>
<p>L’appello a un comune senso di umanità ci è stato rivolto più e più volte dai pacifisti palestinesi e israeliani e dai volontari internazionali che abbiamo incontrato. “Restiamo umani” è anche il titolo di una <a href="http://guerrillaradio.iobloggo.com/1789/restiamo-umani-di-vittorio-arrigoni">raccolta di articoli di Vittorio Arrigoni</a>, volontario dell’International Solidarity Movement e corrispondente da Gaza per il manifesto durante l’operazione Piombo fuso, che molti di noi avevano letto per prepararsi alla missione. “Prendiamo parte per l’umanità”, dunque, “restiamo umani”: questi sono stati gli imperativi che hanno accompagnato il nostro viaggio. Imperativi di cui mi è chiaro il significato, ma sulla cui forma ho qualche dubbio. Che cosa significa infatti essere umani? È sufficiente preservare la propria umanità per operare una scelta pacifista? La storia dell’umanità, di cui il conflitto israelo-palestinese è uno dei tanti dolorosi capitoli, non è forse da sempre una storia di guerre? E in fondo quale carattere è specifico dell’umano, se confrontato agli altri animali, più della capacità di organizzare lo sterminio sistematico dei propri simili? La vendetta, la volontà di sopraffazione, il sadismo perfino, non sono forse sentimenti propri dell’umano?</p>
<p>Al tempo stesso l’umano è anche quell’essere dotato di senso morale che, di fronte ai propri simili, si pone la domanda “che cosa è giusto che io faccia?”. Umana è quindi anche la possibilità della giustizia: non solo della giustizia intesa coma “riparazione di un torto” – quella a cui pensavano i teorici cristiani della guerra giusta – ma anche di quella giustizia che mai potrebbe prendere la forma della guerra, perché consiste nell’astenersi dalla violenza sull’altro, e addirittura nel dedicarsi alla cura dell’altro. L’umano è un essere fragile e vulnerabile, esposto alla ferita dell’altro e assieme capace di ferire l’altro, potenzialmente soggetto e oggetto di omicidio. Proprio per questa ragione ogni essere umano è chiamato a una scelta tra violenza, indifferenza o cura ogni volta che incontra la vulnerabilità dell’altro. Ad esempio quando è in corso una guerra ogni singolo deve scegliere se negare l’umanità del suo nemico e godere delle sue sofferenze, oppure compiangere la perdita di ogni vita umana, superando la distinzione tra amici e nemici, come è stato capace di fare Avner vegliando Abir e portando conforto a Bassam e a sua moglie. Operare una scelta radicalmente pacifista (come Avner, come Bassaam, come Luisa e Barbara e molti altri e altre che abbiamo incontrato nel nostro viaggio) significa attribuire valore all’esistenza di ogni essere umano, ritenerlo meritevole della nostra cura non solo e non tanto quando ci è facile riconoscerlo uguale a noi, ma soprattutto quando lo riconosciamo diverso da noi, non solo e non tanto quando proviamo per lui un’istintiva simpatia, ma soprattutto quando suscita in noi un’istintiva diffidenza (l’antipatia verso il nemico di cui ci ha parlato Shuldiner). A caratterizzare l’umano sono, quindi, tanto la violenza, quanto l’indifferenza, quanto ancora la cura. La domanda sulla giustizia (“che cosa è giusto che io faccia”?) si pone a ogni essere umano ogni volta che incontra un suo simile, ma la storia insegna che la scelta della giustizia, soprattutto nelle situazioni estreme di conflitto, non è affatto comune tra gli umani. Optare per un’etica pacifista, fare della non violenza e della cura delle regole di condotta non equivale quindi semplicemente a “restare umani”, ma significa al contrario rinunciare a parte della propria umanità, attribuendo un valore aggiunto a ciò che ne resta.</p>
<p>Nel XVI secolo, quando gli ebrei furono perseguitati dall’Inquisizione cattolica e cacciati dalla Spagna, il rabbino Isaac Luria, rileggendo le Scritture, sostenne che la creazione del mondo fu un evento traumatico che turbò l’ordine dell’infinito. Esito del trauma fu l’avvento del male. Secondo la tradizione (cabala) inaugurata da Luria, il popolo ebraico sarebbe stato scelto da Dio appunto per riparare l’ordine dell’infinito: non nel senso di riparare i torti subiti dal popolo ebraico nella storia, ma nel senso di riparare tutto il male della storia umana, di cogliere nella persecuzione del popolo ebraico l’occasione per superare il male nella direzione di un’evoluzione spirituale. Nel XX secolo, dopo la Shoah, il filosofo ebreo Emmanuel Lévinas affermò che ogni essere umano è massimamente responsabile non solo del male che compie, ma anche e soprattutto di quello che subisce: la vittima è sempre responsabile della scelta tra vendetta e giustizia. Il messaggio universale contenuto in quell’eresia dell’ebraismo che è il cristianesimo non mi sembra poi molto diverso: il cristianesimo invita l’intero genere umano a “porgere l’altra guancia”, a seguire l’esempio di Gesù, morto per riparare il male, “in remissione dei peccati”. Analogamente l’islam prescrive a ogni fedele nel mondo lo sforzo (il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jihad">jihad</a>, nel suo significato originario) verso la perfezione morale: entrambe le religioni hanno quindi esteso a ogni essere umano uno degli insegnamenti che la tradizione ebraica riservava ai soli appartenenti al popolo eletto. Come sa ogni fedele, le tre grandi religioni monoteiste, che hanno offerto e continuano a offrire mille pretesti per la guerra, contengono in verità un comune imperativo di pace. Per chi crede in Dio, si tratta di riconoscere l’elemento divino presente nella propria umanità, di assecondarlo nel tentativo di divenire “giusti” o “santi”. Ma io non credo in Dio. E tuttavia ritengo che a chi voglia comprendere lo scenario politico contemporaneo, soprattutto se è uno studioso di filosofia, occorra prendere le ragioni della fede molto sul serio. Con serietà posso allora dirti che da sempre, e ancora di più in seguito all’11 settembre 2001, anche se non credo in Dio, quell’imperativo di pace ha risuonato in me nella sua immediatezza e universalità ogni volta che ho incontrato un volto umano. Astenersi dal male, fare il bene. Di fronte alla vulnerabilità dell’altro, non assecondare la propria umanissima pulsione al sadismo o all’indifferenza, ma adoperarsi piuttosto per la cura. Di fronte alla violenza subita, non assecondare la propria umanissima pulsione alla vendetta, ma trasformare l’indignazione in desiderio di giustizia. Riconoscere l’altro anche a costo di mettere in discussione parti importanti di sé – l’appartenenza a un popolo, l’adesione all’educazione ricevuta, l’obbedienza a quelle che si riconoscono come le proprie autorità.</p>
<p>Agli albori della filosofia occidentale, Aristotele definì l’umano come “animale politico”: a partire dalla nascita, infatti, gli esseri umani hanno bisogno della cura dei propri simili, sono coinvolti in relazioni di potere, dipendono per la loro sopravvivenza da una comunità politica che li protegga dalle altre comunità politiche. Per Aristotele non gli esseri umani, ma solo le bestie brute, oppure gli dei, possono fare a meno di un’appartenenza politica. Per Aristotele non gli esseri umani, ma soltanto gli esseri impolitici – in questo caso, gli dei – possono fare a meno della logica di guerra che sembra essere iscritta come un destino nella storia dell’umanità. Su questo punto filosofia e religioni possono quindi trovare un accordo: ai fini della pace non è sufficiente restare umani, ma occorre essere disposti a sacrificare parte della propria umanità: sforzarsi, ogni volta, di diventare “altro-che-umani” pur sapendo di non essere altro che umani. È un compito arduo, e tuttavia possibile: questo mi ha insegnato chi, in Palestina, nonostante tutto, con coraggio e determinazione “combatte” per la pace. E questo, cara lettrice, caro lettore, è il messaggio che sentivo l’urgenza di portare anche a te.</p>
<p><img class="size-full wp-image-21552" title="p1020488-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020488-450.jpg" alt="Un aquilone con i colori della pace, un simbolo di speranza per le strade di Hebron." width="450" height="338" /><br />
<em>Un aquilone con i colori della pace, un simbolo di speranza per le strade di Hebron.</em></p>
<p>fine</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/lorenzo-bernini">Altri articoli</a> di Lorenzo Bernini su Nazione Indiana</p>
<p>Link:</p>
<p><a href="http://www.assopace.org/">www.assopace.org</a></p>
<p><a href="http://www.ochaopt.org/">www.ochaopt.org</a></p>
<p><a href="http://www.combatantsforpeace.org/">www.combatantsforpeace.org/</a></p>
<p><a href="http://www.shovrimshtika.org/index_e.asp">www.shovrimshtika.org/index_e.asp</a></p>
<p><a href="http://www.imamsrabbis.org/">www.imamsrabbis.org/</a></p>
<p><a href="http://guerrillaradio.iobloggo.com/1789/restiamo-umani-di-vittorio-arrigoni">http://guerrillaradio.iobloggo.com/1789/restiamo-umani-di-vittorio-arrigoni</a></p>
<p><a href="http://www.cpt.org/work/palestine">www.cpt.org/work/palestine</a></p>
<p><a href="http://www.operazionecolomba.com/">www.operazionecolomba.com/</a></p>
<p><a href="http://www.humansupporters.org/">www.humansupporters.org</a></p>
<p><a href="http://www.mossawacenter.org/">www.mossawacenter.org/</a></p>
<p><a href="http://coalitionforjerusalem.blogspot.com/"><span lang="de-DE">http://coalitionforjerusalem.blogspot.com/</span></a></p>
<p><a href="http://www.standupforjerusalem.org/">www.standupforjerusalem.org/</a></p>
<p><a href="http://www.icahd.org/eng">www.icahd.org/eng</a></p>
<p><a href="http://palsolidarity.org/">http://palsolidarity.org/</a></p>
<p><a href="http://www.hebronrc.org/">www.hebronrc.org</a></p>
<p><a href="http://www.almubadara.org/new/english.php">www.almubadara.org/new/english.php</a></p>
<p><a href="http://rete-eco.it/it/home/archivio/1085-israele-palestina-un-po-dottimismo.html">http://rete-eco.it/it/home/archivio/1085-israele-palestina-un-po-dottimismo.html</a></p>
<p><a href="http://invisiblearabs.blogspot.com/">http://invisiblearabs.blogspot.com</a></p>
<p><a href="http://www.reteblu.org/adesso/pezzi/SOCIETA%27%20E%20CHIESA/INTERVISTA%20PADRE%20IBRAHIM.htm">www.reteblu.org/adesso/pezzi/SOCIETA&#8217;%20E%20CHIESA/INTERVISTA%20PADRE%20IBRAHIM.htm</a></p>
<p><a href="http://www.rachelcorrie.org/">www.rachelcorrie.org/</a></p>
<p><a href="http://www.geocities.com/dr_b_goldstein/kever.htm">www.geocities.com/dr_b_goldstein/kever.htm</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/15/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-seconda-parte/">Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (seconda parte)</a></p>
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		<title>Di Stormy Six e di popoli fratelli</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/09/13/di-stormy-six-e-di-popoli-fratelli/</link>
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		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 06:53:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Paolo Ragnoli]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Stormy Six]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/stormy-six-1974.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Gian Paolo </strong><strong>Ragnoli</strong></p>
<p>Era il &#8217;73, io ero spesso a Milano, dove mia figlia Marta sarebbe nata l&#8217;anno dopo, gli Stormy Six stavano passando da Wooody Guthrie a Stalingrado, tutto sembrava in movimento. Era anche l&#8217;anno in cui nella mia città, La Spezia, conobbi Rudi Veo e Giovanni Sturmann, assieme ai quali avrei fondato un gruppo di folk &#8220;militante&#8221;, il Collettivo Franceschi, ispirato dal primo Dylan, da Guthrie e dagli stessi Stormy Six.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/13/di-stormy-six-e-di-popoli-fratelli/">Di Stormy Six e di popoli fratelli</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/stormy-six-1974.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-22013" title="stormy-six-1974" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/stormy-six-1974-150x150.jpg" alt="stormy-six-1974" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Gian Paolo </strong><strong>Ragnoli</strong></p>
<p>Era il &#8217;73, io ero spesso a Milano, dove mia figlia Marta sarebbe nata l&#8217;anno dopo, gli Stormy Six stavano passando da Wooody Guthrie a Stalingrado, tutto sembrava in movimento. Era anche l&#8217;anno in cui nella mia città, La Spezia, conobbi Rudi Veo e Giovanni Sturmann, assieme ai quali avrei fondato un gruppo di folk &#8220;militante&#8221;, il Collettivo Franceschi, ispirato dal primo Dylan, da Guthrie e dagli stessi Stormy Six. Di lì a poco avremmo incrociato le nostre storie con tutti quelli che giravano nel microcosmo della sinistra alternativa, che in fondo tanto micro allora poi non era. <span id="more-22012"></span>L&#8217;estate &#8220;importai&#8221; il pezzo a Levanto, dove i miei genitori avevano una casa per l&#8217;estate, e Palestina, come successivamente anche Compagno Franceschi, diventarono patrimonio comune dei compagni locali.<br />
Nel settembre &#8217;78 andai in Germania con alcuni di loro, eravamo come sempre senza una lira e allora ogni tanto ci piazzavamo in Marienplatz, a Monaco, io e Federico Ulivi, grande chitarrista e kindred spirit, attaccavamo con tutto il nostro repertorio militante, che bizzarramente gli indigeni trovavano divertente, e tiravamo su qualche marco indispensabile alla sopravvivenza, nonostante la calda ospitalità dei compagni tedeschi. Tutti loro all&#8217;epoca erano fissati con la nuova sinistra italiana, che vedevano come un modello, noi, già in pieno riflusso dopo le fiammate dell&#8217;anno precedente, cercavamo di spiegare che sì, era stato bello, a volte meraviglioso ma che ora c&#8217;erano solo macerie, carcere, repressione e depressione. Niente da fare, non ci credevano&#8230; In queste performance di strada l&#8217;unica eccezione rock, in una set list che andava da Rosso a levante e ponente a Stalingrado e ritorno (Palestina compresa), era costituita da Wish You Were Here, che a un certo punto Federico invariabilmente attaccava, e che attraeva ragazzine come mosche sul miele, visto che lui era bello, giovane, capellone, musicista e&#8230; italiano. Contraddizioni, certo, ma se ne potrebbe concludere che le nostre contraddizioni le abbiamo sempre vissute in pubblico, a viso aperto, spesso sfidando le incomprensioni e i rancori (o le invidie) del militanti &#8220;duriepuri&#8221;.<br />
Avevo fatto girare una ventina di copie della Busta, la rivistina maodadaista che facevamo nel &#8217;77 tra i compagni del circolo Rudi Dutschke di Levanto, tutti o quasi più giovani di noi e le menti più lucide e aperte, alcuni di loro a Monaco con noi, l&#8217;avevano apprezzata. Il nostro motto, preso in prestito da A/traverso, la rivista che Bifo e altri facevano a Bologna, era: &#8220;non sarà la paura della follia a farci ammainare la bandiera dell&#8217;immaginazione&#8221;.<br />
Non fu quello infatti, ma furono i compagni morti o in galera, quelli diventati tossici o pseudo-guru arancioni, o peggio quelli velocemente riciclatisi in solerti, ancorché &#8220;creativi&#8221;, guardaspalle del potere. Fu il voltarsi indietro un giorno, ad un corteo, e vedere che le facce sorridenti e arrossate dei compagni che amavamo non c&#8217;erano più, erano rimasti solo quattro gatti decisi a far pagare a qualcuno, poco importava chi, la loro disperazione.</p>
<p>Sono passati trentasei anni da quando Umberto Fiori, il cantante degli Stormy Six, scrisse Palestina. Molto è cambiato, e non in meglio, compresa Al Fatah, ma le ragioni per cui fu scritta e cantata mi sembrano ancora dolorosamente attuali, così come il verso:<br />
&#8220;al di là di questo mare c&#8217;è un popolo fratello<br />
ogni lotta aiuta un&#8217;altra lotta&#8221;.<br />
Ora che i popoli al di là di questo mare spesso sono condannati ad annegarci dentro, o a vivere da schiavi se arrivano vivi ai nostri confini sarebbe forse il caso di ricantarla, anche solo metaforicamente, e cercare di agire di conseguenza. Altrimenti, come ha scritto Woody Guthrie, succederà ancora, e ancora, e ancora che<br />
&#8220;Radio said: They are just deportees&#8221;.</p>
<p><em>Palestina venne scritta nel 1973 da Umberto Fiori, allora un giovane militante del Movimento Studentesco milanese</em> <em>e apparve su un e.p. 45 giri della commissione artistica del Movimento  Studentesco milanese. Ovviamente la bandiera rossa che è stata messa come immagine su Youtube, che è quella del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, non c&#8217;entra nulla col testo della canzone che parla di quella di Al Fatah, (&#8220;abbiamo alzato il rosso, il verde, il bianco, il nero&#8230;&#8221;).</em><br />
<strong>Palestina</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/-OrMC1K_DS4&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/-OrMC1K_DS4&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>&#8220;Laggiù nel Medioriente, come un bufalo ferito infuria il pirata americano<br />
Ma nei campi, sulle dune, sono armati anche i bambini e ogni donna impugna il suo fucile<br />
No, non fan paura i carri armati d&#8217;Israele: la tua terra tu la devi liberare&#8230;<br />
Abbiamo alzato il rosso, il verde, il bianco e il nero, stretto in pugno la bandiera: i colori di Al Fatah.<br />
Abbiamo alzato la bandiera partigiana della rossa Palestina accanto a quella del Vietnam!<br />
Li chiamano &#8220;banditi&#8221; i giornali dei padroni che chiamavano &#8220;assassini&#8221; i partigiani,<br />
Noi non crederemo ai bollettini israeliani, al tiranno giordano traditore.<br />
Quante volte ci hanno detto &#8220;E` finita in Palestina.&#8221; e ancora cantavamo la canzone&#8230;<br />
Abbiamo alzato il rosso, il verde, il bianco il nero, stretto in pugno la bandiera coi colori di Al Fatah<br />
Abbiamo alzato la bandiera partigiana della rossa Palestina accanto a quella del Vietnam!<br />
Al di là di questo mare c&#8217;è un popolo fratello: ogni lotta aiuta un altra lotta,<br />
Ogni colpo sparato sul nemico sionista in Italia colpisce chi comanda.<br />
Coi popoli in rivolta si muove oggi la Storia, Rivoluzione, fino alla vittoria!&#8221;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/13/di-stormy-six-e-di-popoli-fratelli/">Di Stormy Six e di popoli fratelli</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (prima parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 07:30:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[banksy]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo bernini]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Testo e fotografie di <strong>Lorenzo Bernini</strong></p>
<p>Dove ti trovavi l’11 settembre 2001? Io ero a New York. Alle 8.46, quando il primo aereo si è schiantato contro la torre nord del World Trade Center, stavo facendo colazione. L’impatto ha fatto tremare i muri del mio appartamento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/08/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-prima-parte/">Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (prima parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Testo e fotografie di <strong>Lorenzo Bernini</strong></p>
<div id="attachment_21283" class="wp-caption alignnone" style="width: 460px"><img class="size-full wp-image-21283" title="p1020695-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020695-450.jpg" alt="Uno stencil di Banksy a Betlemme" width="450" height="338" /><p class="wp-caption-text">Uno stencil di Banksy a Betlemme</p></div>
<p>Dove ti trovavi l’11 settembre 2001? Io ero a New York. Alle 8.46, quando il primo aereo si è schiantato contro la torre nord del World Trade Center, stavo facendo colazione. L’impatto ha fatto tremare i muri del mio appartamento. Ho visto il crollo delle torri dalla mia finestra, come immagino tu lo abbia visto dallo schermo della tua televisione. A poca distanza da me sono morte 2.974 persone, dicono le stime ufficiali, di 90 diverse nazionalità. Più i 19 dirottatori. Sono tanti 2.993 esseri umani. Mi ci è voluto un po&#8217; di tempo per capire la differenza tra avere assistito alla loro fine trovandomi così vicino a loro piuttosto che guardando la tv – oltre ad aver avvertito la forza d’urto, oltre alla paura. <span id="more-21528"></span>Non dimenticherò mai New York nei giorni successivi: le veglie di preghiera in riva al fiume, i primi gadgets venduti agli angoli delle strade (le magliette e i cappellini con la scritta “America under attack”, la bandiera a stelle e strisce in tutti i formati che riesci a immaginare), e anche le prime manifestazioni pacifiste in Washington square. Ma soprattutto i parenti, gli amici, i mariti le mogli gli amanti che cercavano i propri cari, la città tappezzata di manifestini fotocopiati con i volti delle vittime disperse e i loro nomi: missing John, missing Judith, missing Abdul. Sono tanti 2.993 esseri umani, e trovarmi lì vicino a loro mi ha fatto sentire (che è diverso da “capire”) che ognuno e ognuna di questi 2.993 esseri umani è scomparso portando con sé il suo nome proprio, il suo corpo, il suo volto, lasciando a chi è rimasto un immenso, incolmabile vuoto. Anche quando si muore insieme a tanti altri, si muore uno per uno. E uno per uno si viene compianti dai propri cari.</p>
<p>Esistono poi celebrazioni collettive, ma solo per alcuni lutti, non per tutti. Così, se le vittime degli attentati dell’11 settembre sono state ampiamente ricordate dai mass media, troppe morti vengono accolte con indifferenza dall’opinione pubblica occidentale. Per cercare di sottrarmi a questa indifferenza, negli ultimi anni ho tentato, non solo nella mia attività accademica (si vedano, ad esempio su Nazione Indiana: <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/10/maschio-e-femmina-dio-li-creo-il-binarismo-sessuale-visto-dai-suoi-zoccoli-1/">Maschio e femmina Dio li creò</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/30/luoghi-di-confino-linee-di-confine/">Luoghi di confino, linee di confine</a>) ma anche attraverso l’esperienza diretta, di occuparmi di quelle linee di confine simbolica e materiale che ancora nel presente distinguono chi è riconosciuto pienamente umano (e quindi degno di pubblico lutto), da chi è bandito dalla piena umanità (e la cui morte passa quindi sotto silenzio). Per questa ragione ho intrapreso il <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/06/istanbul-turchia-i-curdi-di-istanbul/">viaggio tra i curdi di Istanbul</a> e le visite <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/17/il-razzismo-e-la-burocrazia-la-costruzione-del-nemico-pubblico-zingaro/">ai campi rom di Milano</a> e al <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/lampedusa-europa-la-fabbrica-della-clandestinita/">centro di accoglienza per migranti di Lampedusa</a> – ora di nuovo centro di identificazione ed espulsione – di cui, grazie a Jan Reister e a Giovanni Hänninen, ho lasciato tracce anche su Nazione Indiana. E per questa ragione ho partecipato quest’anno alla missione di pace in Palestina e Israele organizzata dall’<a href="http://www.assopace.org">Associazione per la pace</a> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luisa_Morgantini">Luisa Morgantini</a>, fondatrice della rete internazionale delle <a href="http://www.donneinnero.it/">Donne in nero contro la guerra e la violenza</a> e vicepresidente uscente del Parlamento europeo. Quanto segue è il mio punto di vista su quello che ho visto, su quello che ho udito dalle vive voci di chi, in una situazione di conflitto e di lutto che potrebbe sembrare rendere obbligatoria la scelta della violenza, sulla pulsione della vendetta ha fatto prevalere il desiderio della giustizia.</p>
<div id="attachment_21287" class="wp-caption alignnone" style="width: 460px"><img class="size-full wp-image-21287" title="p1020185-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020185-450.jpg" alt="Mediatori di pace: Luisa Morgantini e Ibrahim Faltas, parroco di Gerusalemme. " width="450" height="338" /><p class="wp-caption-text">Mediatori di pace: Luisa Morgantini e Ibrahim Faltas, parroco di Gerusalemme. </p></div>
<p><em>Foto: Nel 2002, nel corso della seconda intifada, Betlemme fu assediata dall’esercito israeliano, e 200 palestinesi si rifugiarono nella basilica della natività. L’esercito israeliano tentò di incendiare l’edificio. Faltas si distinse per la sua capacità di mediazione, e convinse i miliziani palestinesi alla resa ottenendo che fossero consegnati a forze internazionali anziché detenuti nelle carceri israeliane. cfr <a href="http://www.reteblu.org/adesso/pezzi/SOCIETA'%20E%20CHIESA/INTERVISTA%20PADRE%20IBRAHIM.htm">http://www.reteblu.org/</a></em></p>
<p>Prima del consolidarsi dello stato Moderno, prima dei massacri delle guerre di religione tra cattolici e protestanti del 1600, in Europa filosofi cristiani come Tommaso d’Aquino e Francisco de Vitoria, dimentichi del pacifismo radicale del messaggio evangelico, elaborarono teorie della “guerra giusta”, tese a giustificare la guerra quando è volta alla riparazione di un torto subito. Dopo la caduta del muro di Berlino il 9 novembre 1989, e con maggiore intensità dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, alcuni intellettuali americani, a partire da John Rawls e Michael Walzer, hanno riabilitato quest’antica tradizione per legittimare interventi di “polizia internazionale” quali la prima guerra del Golfo nel 1991, la guerra contro il terrorismo in Afghanistan, iniziata nel 2001, e persino la seconda guerra del Golfo iniziata nel 2003 (com’è noto, una guerra preventiva basata su pretesti). Oggi come allora, a quanto pare, c’è chi crede nell’esistenza di un unico ordine mondiale (impersonato allora dal Papa di Roma, e oggi garantito dall’ONU) e quindi nella possibilità di determinare con certezza chi ha ragione e chi ha torto nell’arena internazionale. Tale possibilità è a dire il vero piuttosto remota in un conflitto come quello arabo-israeliano dove, data la complessità degli eventi coinvolti, è molto facile per le parti in causa fare un uso strumentale della storia. Ma anche chi credesse nell’esistenza di un punto di vista neutrale sulla storia, e anche chi volesse accordare fiducia all’ONU come garante della giustizia internazionale (vorrei ricordarti che l’ONU è espressione dell’ordine mondiale stabilitosi dopo la seconda guerra mondiale e infatti i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, l’organismo preposto a stabilire sanzioni contro gli Stati colpevoli di aggressione, sono le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale), dovrebbe riconoscere l’inadeguatezza della teoria della guerra giusta nello scenario contemporaneo.</p>
<p>Infatti – anche se, mentre scrivevano, non esistevano strumenti di distruzione di massa e le guerre tra gli Stati europei non avevano la struttura asimmetrica che caratterizza le guerre contemporanee – i teorici della guerra giusta furono molto attenti a stabilire non solo criteri di legittimità della guerra (la riparazione di un torto subito), ma anche criteri di legalità: una reazione sproporzionata rispetto ai danni subiti, e in ogni caso il massacro di civili innocenti, la distruzione ingiustificata dei campi, l’avvelenamento delle acque rendevano, secondo loro, illegale la guerra, e quindi ingiusta anche se mossa da causa legittima. Anche chi ancora credesse nella possibilità di definire “giusta” una guerra, dovrebbe quindi tener conto del fatto che la maggior parte delle guerre combattute oggi dagli USA e dalle potenze occidentali, dato l’alto numero di vittime civili, sarebbero state considerate illegali dai filosofi cristiani della prima modernità – a prescindere dai pareri dell’ONU che, tra l’altro, com’è noto, sono sovente disattesi da chi è nella posizione di poterlo fare. E lo stesso giudizio sarebbe stato applicato anche alle pratiche di guerra, di embargo, di occupazione, di apartheid e di pulizia etnica perseguite dallo Stato di Israele sul proprio territorio e nei territori occupati della West Bank (Cisgiordania) e della Striscia di Gaza: le presunte ragioni dello Stato di Israele e del suo nuovo governo di destra non sarebbero state ritenute sufficienti a giustificare il suo operato che rende invivibile l’esistenza di uomini, donne e bambini palestinesi e pressoché impossibile una soluzione pacifica del conflitto. Allo stesso modo, naturalmente, in alcun modo sarebbero stati giustificati gli attentati suicidi e il lancio dei rudimentali missili <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Qassam">Qassam</a> sui civili israeliani da parte di organizzazioni armate palestinesi.</p>
<p>La sproporzione delle forze tra una popolazione occupata e male armata e una potenza occupante con uno degli eserciti meglio equipaggiati del mondo è comunque evidente: durante la seconda intifada (dal settembre 2000 al 2004, quando Hamas ha dichiarato la cessazione degli atti terroristici) sono morti circa 5.000 palestinesi e circa 1.000 israeliani. E soprattutto durante l’operazione Piombo fuso, tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009, l’esercito israeliano, infierendo su una popolazione (di circa 1.400.000 persone) già affamata da due anni di rigido embargo, ha ucciso 1.417 palestinesi della Striscia di Gaza (la maggior parte dei quali civili, tra cui più di 400 bambini), distrutto 4.000 case e 1.500 tra fabbriche e laboratori artigiani. Le vittime israeliane sono state invece 13, di cui 3 civili. 1.430 morti in 22 giorni, quindi: uccisi insieme, uno per uno.</p>
<p>Di fronte a questo quadro, lascio ad altri la valutazione delle giustificazioni dell’una o dell’altra parte belligerante. La scelta dell’Associazione per la pace, che sottoscrivo pienamente, è invece di dare sostegno a chi, nella società civile palestinese e in quella israeliana, alle ragioni della guerra e della violenza ha preferito quelle della pace e della resistenza non violenta. Sono queste le voci che ho ascoltato, e che adesso ti vorrei riferire.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-21305" title="p1020477-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020477-450.jpg" alt="p1020477-450" width="450" height="337" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-21306" title="p1020492-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020492-450.jpg" alt="p1020492-450" width="450" height="338" /> <em> </em></p>
<p><em>Manifesti commemorativo di due “shuhada” (plurale di “shahid”, testimone, martire) a Hebron. Il titolo di “shahid” è attribuito dai palestinesi a tutti gli arabi che muoiono nel conflitto con Israele: civili, guerriglieri, “suicide bombers”.</em></p>
<p>La missione dell’Associazione per la pace avrebbe inizialmente dovuto svolgersi ad aprile nella Striscia di Gaza, ma le autorità israeliane consentono l’ingresso nella zona soltanto a pochi giornalisti e diplomatici. Più di una nave organizzata da reti di ONG ha tentato di violare l’embargo e di sbarcare nella Striscia per portare aiuti umanitari, ma le imbarcazioni sono state intercettate dalla flotta israeliana e i cooperanti arrestati – e in breve tempo rilasciati. Ad aprile Morgantini, allora vicepresidente del parlamento europeo, è riuscita a organizzare una visita a Gaza di una delegazione di parlamentari. Ci ha descritto scene di devastazione, e ci ha spiegato che non a caso i famosi tunnel che collegano la striscia di Gaza all’Egitto, da cui entrano clandestinamente beni di prima necessità, motorini, armi e anche l’esplosivo necessario alla fabbricazione dei razzi Qassam sono stati risparmiati dai bombardamenti. Servono a “calmierare la disperazione”, ha commentato Paola Caridi, socia fondatrice dell’associazione di giornalisti indipendenti <a href="http://www.lettera22.it/">Lettera 22</a> e autrice dei libri <a href="http://invisiblearabs.blogspot.com">Arabi Invisibili</a> e Hamas. Ma la disperazione di chi non è considerato pienamente umano, per quanto possa essere tatticamente “calmierata”, a quanto pare non deve essere mostrata più di tanto all’opinione pubblica internazionale: così la missione dell’Associazione per la pace nella Striscia di Gaza progettata per aprile non è stata possibile. Il nostro viaggio ha invece avuto luogo dal 17 al 24 luglio: in quaranta (un gruppo eterogeneo per genere, età, professione) guidati dall’energica Luisa e dalla sua gentilissima assistente Barbara Antonelli, abbiamo visitato alcune significative città israeliane e la West Bank, dove ci siamo scontrati con una realtà che nessuno di noi, per quanto ben informato, poteva immaginare.</p>
<div id="attachment_21307" class="wp-caption alignnone" style="width: 460px"><img class="size-full wp-image-21307" title="p1020119-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020119-450.jpg" alt="p1020119-450" width="450" height="338" /><p class="wp-caption-text">Ali M. Jiddah, ex terrorista e ora “guida alterativa” a Gerusalemme est. </p></div>
<dl id="attachment_21307" class="wp-caption alignnone" style="width: 460px;">
<dt class="wp-caption-dt">
</dt>
</dl>
<p>A farci da guida a Gerusalemme est è stato Ali M. Jiddah, membro della comunità “afro-palestinese” di Israele: figlio di migranti sudanesi, come gli altri africani musulmani che vivono in Israele, si considera parte del popolo palestinese in virtù delle comuni discriminazioni riservate ai musulmani dallo Stato di Israele. Negli anni sessanta Jiddah entrò nel Fronte popolare di liberazione della Palestina, gruppo di ispirazione marxista-leninista poi confluito nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e nel 1968 fu tra gli esecutori di un attentato a Gerusalemme che ferì 9 israeliani, per cui ha in seguito scontato 17 anni di carcere. Pur non rinnegando il suo passato, oggi ha optato per una scelta di resistenza non-violenta, di cui la sua attività di “guida alternativa” di Gerusalemme è parte integrante. “Non mi sono mai divertito a mettere bombe: è stata una reazione all’ingiustizia – ci ha spiegato – essere nero a Gerusalemme significa essere costantemente vittima dei maltrattamenti dei coloni e dei soldati. Voglio un futuro diverso per i miei figli, vorrei che facessero gli avvocati, i dottori, e non che perdessero i migliori anni delle loro vite in galera. Perché questo sia possibile è importante che il mondo sappia che cosa succede qui”.</p>
<p>Ad Haifa Jafar Farah, direttore di <a href="http://www.mossawacenter.org/">Mosawa, The Advocacy Center for Arab Citizens of Israel</a>, ci ha illustrato la vasta gamma di discriminazioni a cui sono sottoposti i cittadini arabi israeliani (circa 1.400.000 su un totale di 7.100.000 israeliani): ai profughi palestinesi è impedito il ritorno alle loro terre, pochi palestinesi scelgono di fare il servizio militare (che è invece obbligatorio per gli israeliani, 3 anni per gli uomini e 2 per le donne) e questo li penalizza nella ricerca del lavoro, il governo non costruisce servizi e infrastrutture nelle zone abitate dai palestinesi (ti garantisco ad esempio che le bellissime spiagge di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jisr_az-Zarqa">Jisr az-Zarqua</a>, l’unico vilaggio palestinese in territorio israeliano che si affaccia sul Mediterraneo, potrebbero diventare un’ambita zona turistica se solo fossero raggiungibili con l’autostrada), i maltrattamenti da parte di fanatici ebrei ortodossi, complici le forze dell’ordine, sono all’ordine del giorno. A giugno il nuovo parlamento ha discusso, e fortunatamente non approvato, una legge che intendeva punire con tre anni di reclusione chiunque celebri la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Naqba">Naqba</a> (la “catastrofe” del popolo palestinese che coincise con la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, quando circa l’80% dei palestinesi che abitavano i territori che sarebbero poi diventati Israele furono costretti all’esodo) e proprio nei giorni della nostra permanenza, ha approvato una legge che proibisce alle istituzioni pubbliche di finanziare qualsiasi organizzazione che celebri la Naqba e inoltre di nominare la Naqba nei testi scolastici. Segno evidente che la catastrofe non è mai finita.</p>
<div id="attachment_21308" class="wp-caption alignnone" style="width: 460px"><img class="size-full wp-image-21308" title="p1020286-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020286-450.jpg" alt="p1020286-450" width="450" height="338" /><p class="wp-caption-text">Jafar Farah, direttore di Mosawa, The Advocacy Center for Arab Citizens of Israel.</p></div>
<p>Allarmante, ad esempio, è la questione abitativa: le amministarazioni giudicano abusivi tutti gli edifici palestinesi costruiti prima della formazione dello Stato di Israele, tanto sotto la dominazione ottomana quanto sotto il mandato inglese, e non autorizza i palestinesi a costruire nuove case. Con questo pretesto le famiglie palestinesi vengono costrette ad abbandonare o addirittura a demolire le proprie case, e al loro posto si insediano solitamente famiglie di ebrei integralisti armati e scortati dall’esercito (per informazioni sugli sgomberi rimando ai seguenti siti: <a href="http://coalitionforjerusalem.blogspot.com/">coalitionforjerusalem.blogspot.com/</a>; <a href="www.icahd.org/eng">www.icahd.org/</a>; <a href="http://www.standupforjerusalem.org/">ww.standupforjerusalem.org/</a>). Ad esempio Silwan, un intero quartiere di Gerusalemme edificato prima della Guerra dei sei giorni del 1967 su quello che gli israeliani presumono essere il sito della tomba di David, che conta 88 case e 1.500 abitanti, è attualmente sotto minaccia di sgombero: al suo posto sorgerà un “parco biblico”. Sotto sfratto sono anche gli abitanti di Sheikh Jarrah, altro quartiere di Gerusalemme abitato da 28 famiglie (500 persone) di profughi del 1948 che si sono insediate nella zona nel 1956, su autorizzazione dell’amministrazione giordana. Nonostante queste famiglie posseggano regolari atti di proprietà, un gruppo di coloni ha iniziato a reclamare le loro abitazioni in base a documenti falsificati che i tribunali isaraeliani hanno ritenuto validi.</p>
<p>Una donna sfrattata il 16 luglio 2008, Um Kamel, è diventata il simbolo della protesta: da più di un anno vive in una tenda vicina alla sua casa, protetta dai volontari dell’<a href="http://palsolidarity.org/">International Solidarity Movement</a>. Siamo andati a trovarla sotto la sua tenda, dove ci ha accolto assieme alle famiglie Hanoun e Al Ghawi, entrambe sotto sfratto. Con la dignità di una regina, senza abbandonarsi ad alcuna commiserazione, ci ha raccontato i soprusi che ha dovuto subire dai coloni israeliani quando ancora aveva una casa: l’immondizia gettata dalle finestre, i pavimenti inondati di liquame, una pistola provocatoriamente lasciata sull’uscio… Poco pù di una settimana dopo il nostro ritorno in Italia, all’alba del 2 agosto, lo sfratto è stato eseguito: le famiglie Hanoun e Al Ghawi sono state evacuate con la forza, e al loro posto si sono insediate due famiglie di coloni, protette dalle forze dell’ordine israeliane. Due palestinesi e 11 volontari internazionali sono stati arrestati, la tenda di Um Kamel è stata spianata da un bulldozer.</p>
<div id="attachment_21309" class="wp-caption alignnone" style="width: 460px"><img class="size-full wp-image-21309" title="p1020204-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020204-450.jpg" alt="p1020204-450" width="450" height="338" /><p class="wp-caption-text">Um Kamel e Nasser Al Arhawi sotto la tenda a Sheikh Jarra</p></div>
<p>Maltrattamenti come questi sono purtroppo all’ordine del giorno anche in West Bank, territorio occupato militarmente da Israele, assieme alla Striscia di Gaza, durante la guerra dei sei giorni. Come ci ha spiegato Ray Dolphin, responsabile dell’<a href="www.ochaopt.org">OCHA</a>, l’ufficio dell’ONU per le questioni umanitarie nei territori occupati, in West Bank vivono 2.350.000 palestinesi e 462.000 coloni israeliani protetti da un ampio numero di militari. Recentemente, in seguito alle pressioni del presidente Americano Barack Obama, il premier israeliano Banjamin Netanyahu ha promesso che interverrà sugli insediamenti illegali in West bank, intendendo con questa espressione gli outpost di nuova formazione, costituiti da camper e roulotte o container, ma in realtà per il diritto internazionale tutti i 149 insediamenti israeliani (a cui si aggiungono 48 basi militari) in West Bank sono illegali, atti di colonizzazione operati da una potenza occupante su un territorio occupato. La maggior parte dei coloni sono religiosi integralisti che si sentono legittimati dalla Bibbia ai peggiori comportamenti nei confronti della popolazione palestinese che, a loro avviso, semplicemente non ha diritto di vivere nella terra di Israele. Il loro leit-motiv è: “Questa è l’unica terra assegnata da Dio al popolo di Israele, i palestinesi hanno 22 Stati arabi dove andare”. Ma a dire il vero fino ad ora gli Stati arabi hanno dimostrato di strumentalizzare la questione palestinese più che di preoccuparsi davvero delle condizioni in cui versa il popolo palestinese, e in ogni caso i palestinesi preferiscono continuare a vivere nelle proprie case piuttosto che in un campo profughi in uno dei “22 Stati arabi dove possono andare”.</p>
<p>Inizialmente i coloni costruiscono abitazioni di fortuna, solitamente sulla cima delle colline da cui possono controllare meglio le valli. Questi outpost in breve tempo vengono riforniti di elettricità, acqua e gas, e poi si espandono: ai container si sostituiscono gradualmente case a un piano, poi a due e tre piani, fino all’edificazione di ampi agglomerati abitativi. Gli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Oslo">accordi di Oslo</a> del 1993, dividendo la West Bank in zone controllate dall’Autorità Nazionale Palestinese e in zone (corrispondenti agli insediamenti) controllate dal’esercito israeliano, ha aperto la strada alla realizzazione dei checkpoint interni alla West Bank. La costruzione della “barriera”, cioè del muro di separazione, iniziata nel 2002 con lo scopo uffciale di “proteggere” la popolazione israeliana dagli attentati suicidi dei palestinesi, ha peggiorato la situazione. Secondo Ray Dolphin “il problema non è tanto il muro, quanto il suo percorso, che non coincide con i confini del 1967, e che per l’86% è costruito all’interno della West Bank. A Gerusalemme il muro penetra in West Bank per 14 km, più a nord per 25 km: la barriera traccia nuovi confini che di fatto annettono il 10% della West Bank a Israele”. Naturalmente a essere annesse a Israele sono le terre più fertili e quelle dotate di risorse idriche. A essere protetta dal muro è anche la rete autostradale, dove possono correre solo le auto israeliane con la targa gialla e non quelle palestinesi con la targa verde (l’infrazione è punita con sei mesi di reclusione). Il muro e i circa 90 checkpoint in West Bank sono in realtà una barriera eretta contro la dignità umana dei palestinesi e contro la loro sopravvivenza. I checkpoint rendono infatti difficile ogni spostamento e danneggiano la già fragile economia palestinese. ll muro separa gli agricoltori dalle loro terre, gli studenti dalle scuole e dalle università, l’intera popolazione da ospedali e da servizi sanitari: in seguito alla costruzione della “barriera”, decine di donne hanno perso i loro bambini durante il parto o sono morte di parto perché il travaglio “non ha rispettato” gli orari stabiliti per il varco dei checkpoint.</p>
<div id="attachment_21310" class="wp-caption alignnone" style="width: 460px"><img class="size-full wp-image-21310" title="p1020220-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020220-450.jpg" alt="p1020220-450" width="450" height="337" /><p class="wp-caption-text">La protesta degli abitanti di Silvan. </p></div>
<p>Un caso esemplare è il distretto di Hebron. Come Gerusalemme, anche Hebron è divisa in due. Un tempo vitale centro di commercio nel sud della West Bank, ora è ridotta a una città-fantasma: alcune strade sono state interrotte da cancelli, blocchi di cemento e checkpoint (per un numero complessivo di 101 sbarramenti), in altre strade è stato proibito ogni accesso ai palestinesi. Tutto è iniziato poco dopo la guerra dei sei giorni, quando un manipolo di ebrei ortodossi si introdusse nella città fingendo di essere un gruppo di turisti. I coloni fondarono un primo insediamento a Kyriat Arba, appena fuori Hebron. Poi arrivarono i rinforzi, che con la consueta violenza occuparono cinque edifici all’interno della città. In seguito agli accordi di Oslo, la città è stata ufficialmente divisa in due zone, denominate H1 (la Hebron palestinese) e H2 (la Hebron ebraica), ma non per questo la violenza è finita.</p>
<p>Nel 1994 Baruch Goldstein, ebreo di origine americana, aprì il fuoco su una folla di fedeli musulmani inginocchiati in preghiera nella moschea di Ibrahim: riuscì a uccidere 29 persone e a ferirne 150 prima di essere a sua volta ucciso dalla folla superstite. La sua tomba a Kyriat Arba, su cui si legge “Il santo Baruch Goldstein, che ha dato la vita per il popolo ebraico, la Torah e la nazione di Israele” è oggi <a href="http://www.geocities.com/dr_b_goldstein/kever.htm">luogo di pellegrinaggi</a>. Attualmente vivono a Hebron 220.000 palestinesi, 400 coloni ebrei e circa 1.300 militari israeliani, la cui presenza salta subito all’occhio: sui tetti delle case sono disseminate numerose postazioni di guardia. Sentendosi ben “protetti”, non di rado i coloni sfilano per la città brandendo armi e intonando canzoni antiarabe, lanciano uova contro i pullman di turisti, pietre e immondizia contro i palestinesi.</p>
<p>Dal 2000 al 2003 Hebron è stata uno dei centri della seconda intifada: ha subito 583 giorni di coprifuoco, e la chiusura per ordine miitare di 500 negozi. In seguito altri 1.141 negozi hanno chiuso per fallimento. Come a Gerusalemme est, i pochi esercizi commerciali rimasti si proteggono dai frequenti lanci di oggetti contundenti dai tetti delle case con reti metalliche che ricoprono i vicoli da parte a parte. In tale situazione, una delle forme che ha assunto la “resistenza non violenta” palestinese è l’<a href="www.hebronrc.org">Hebron Rehabilitation Committee</a>. Si tratta di un’associazione finanziata da aiuti internazionali, fondata nel 1996 allo scopo di preservare l’identità culturale della città, a partire dal restauro della città vecchia, dei suoi mercati e della sue infrastrutture. “Resistenza non violenta” significa infatti, per i palestinesi, innanzitutto sfidare i coloni e l’esercito occupante tentando un ritorno a una vita “normale”.</p>
<p>Un altro significativo esempio di resistenza non violenta è rappresentato dal movimento dei pastori, delle donne e dei bambini delle colline a Sud di Hebron. Abbiamo incontrato Hafez Hurain, che ne è il portavoce, nel villaggio di At-Tuwani, un piccolo centro abitato da 300 pastori, circondato da tre insediamenti ebraici e situato in una zona che, per gli accordi di Oslo, è interamente amministrata dalle autorità israeliane. Ad At-Tuwani l’elettricità è presente tre ore al giorno, grazie a un generatore (il 30 luglio, pochi giorni dopo la nostra visita, l’esercito israeliano ha dato ordine di fermare i lavori di costruzione dei pali della luce), e le riserve d’acqua sono molto scarse, mentre i vicini insediamenti godono di ogni confort. Ma oltre al peso di questa ingiustizia, il villaggio patisce varie forme di violenza: i coloni inquinano le acque gettando polli morti nelle cisterne, avvelenano i pascoli, sgozzano il bestiame e, come se non bastasse, lanciano pietre contro i bambini dei villaggi vicini quando tentano di raggiungere la scuola di At-Tuwani, l’unica scuola della zona.</p>
<p>Il movimento non violento dei pastori, delle donne e dei bambini delle colline a Sud di Hebron invita le famiglie del villaggio a non abbandonare la terra, a continuare a pascolare il proprio bestiame, a continuare a mandare i bambini a scuola. Il lavoro più difficile, ci ha spiegato Hurain, è convincere i giovani della superiorità non solo etica ma anche pragmatica della scelta non violenta: “Cerco di far capire loro che di fronte ai coloni armati e alle forze dell’esercito israeliano rispondere alla violenza con la violenza è la reazione più facile, ma anche la meno utile. Se tutte le malefatte dei coloni restano impunite in nome di un pretestuoso diritto di autodifesa, per il lancio di una pietra un ragazzo palestinese rischia anni e anni di carcere, e ancor prima la propria vita”. (Parole simili ci sono state dette anche a Nablus dai volontari dell’associazione <a href="www.humansupporters.org">Human Supporters</a> che tra le altre cose organizza campi-gioco estivi per bambini: “Quando i bambini tirano pietre contro l’esercito non compiono un’azione politica, ma cercano di esprimere qualcosa. Noi cerchiamo di ascoltarli e di parlare con loro: cerchiamo di far capire loro che il lancio delle pietre li porta solo alla prigione, o alla morte”).</p>
<p>Anziché lanciare pietre, il movimento nonviolento risponde a ogni ordine di sgombero o di demolizione con manifestazione pacifiche, con preghiere e canti. Particolarmente preziosa è stata la collaborazione con organizzazioni pacifiste israeliane che hanno fornito assistenza legale gratuita, e soprattutto con il movimento internazionale <a href="http://www.cpt.org/work/palestine">Christian Peacemaker Teams</a> e con i volontari di <a href="http://www.operazionecolomba.com/">Operazione Colomba</a>, che hanno organizzato un presidio permanente nel villaggio e che ogni giorno accompagnano i bambini a scuola e i pastori ai pascoli. “Purtroppo – ci hanno spiegato – da queste parti le vite degli esseri umani non hanno lo stesso valore. Come insegna il tragico caso di <a href="http://www.rachelcorrie.org/">Rachel Corrie</a>, soltanto quando i coloni o l’esercito mettono in pericolo la vita di un volontario occidentale, l’opinione pubblica mondiale si mobilita, e allora persino il parlamento israeliano deve tenerne conto”. Dopo il ferimento di un volontario ad opera dei coloni, infatti, su pressioni della Corte israeliana per i diritti dell’infanzia, il parlamento ha deliberato che ogni giorno i militari israeliani scortino i bambini all’andata e al ritorno da scuola. Non per questo il lavoro dei volontari di Operazione Colomba è terminato: non solo perché i soprusi dei coloni proseguono, ma anche perché occorre vigilare sugli stessi militari, che talvolta spintonano e maltrattano i bambini.</p>
<div id="attachment_21311" class="wp-caption alignnone" style="width: 460px"><img class="size-full wp-image-21311" title="p1020755-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020755-450.jpg" alt="Il muro di Betlemme" width="450" height="338" /><p class="wp-caption-text">Il muro di Betlemme</p></div>
<div id="attachment_21529" class="wp-caption alignnone" style="width: 460px"><img class="size-full wp-image-21529" title="p1020734-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020734-450.jpg" alt="p1020734-450" width="450" height="600" /><p class="wp-caption-text">un&#39;altra immagine del muro di Betlemme</p></div>
<div id="attachment_21530" class="wp-caption alignnone" style="width: 460px"><img class="size-full wp-image-21530" title="p1020341-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020341-450.jpg" alt="un checkpoint di ingresso a Gerusalemme" width="450" height="338" /><p class="wp-caption-text">un checkpoint di ingresso a Gerusalemme</p></div>
<p>Continua <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/15/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-seconda-parte">marted&#8217; 15 settembre</a>.</p>
<p>L&#8217;autore:</p>
<p>Le pecore e il pastore &#8211; Critica, politica, etica nel pensiero di Michel Foucault<a href="http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=4495">Liguori editore</a><br />
La decostruzione filosofica del binarismo sessuale. Dal Freudomarxismo alle teorie transgender<a href="http://books.google.com/books?id=kuOUvzS9Y_oC&amp;pg=PA49&amp;lpg=PA49&amp;dq=%22Lorenzo+Bernini%22#v=onepage&amp;q=%22Lorenzo%20Bernini%22&amp;f=false">ebook via Google books</a><br />
Differenza e relazione L&#8217;ontologia dell&#8217;umano nel pensiero di Adriana Cavarero e Judith Butler <a href="http://www.ombrecorte.it/more.asp?id=208&amp;tipo=anticipazioni">Ombrecorte editore</a><br />
Intervista: Io gay vi racconto Milano <a href="http://www.arcigaymilano.org/dosart.asp?ID=21892">Arcigay</a><br />
Intervista: riforma Gelmini dell&#8217;Università <a href="http://www.c6.tv/component/library?task=view&amp;id=2165">C6 TV</a><br />
Conversazione #23: <a href="http://www.fuoriaula.com/fuori-aula-network/news/romeo-love-23-chi-siamo">Romeo in Love &#8211; Il podcast sulla cultura gay, lesbica, bisessuale e transessuale (GLBT*)</a></p>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">om’è noto, sono sovente disattesi</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/08/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-prima-parte/">Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (prima parte)</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/15/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-seconda-parte/' rel='bookmark' title='Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (seconda parte)'>Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (seconda parte)</a> <small>Testo e fotografie di Lorenzo Bernini. La prima parte è...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/' rel='bookmark' title='Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione'>Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione</a> <small>[Questo articolo è apparso su Giornalismo partecipativo] di Gennaro Carotenuto...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/04/02/variazioni-meridiano-7-andrea-raos/' rel='bookmark' title='Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos'>Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos</a> <small> “L’entytà maffiosa”. Una storia da ridere. (KarmaRoma remix) (Questa...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/' rel='bookmark' title='L&#8217;altra faccia di Israele (una lista di autori)'>L&#8217;altra faccia di Israele (una lista di autori)</a> <small>(Questa vuole essere una proposta di un dossier dedicato alla...</small></li>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sullo Shema e il profeta martire</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Sep 2009 04:52:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Pubblico il saggio di un teologo dell'ebraismo apparso sull'ultimo numero della <a href="http://www.quiappuntidalpresente.it/ultimo_numero.html">rivista Qui</a>. Vi si toccano questioni importanti, come la guerra civile interna ai monoteismi, tra la religione costantiniana – la religione dell'impero – e la religione della comunità. Di questa guerra civile, in Italia pare che non ci sia traccia.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/05/sullo-shema-e-il-profeta-martire/">Sullo Shema e il profeta martire</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblico il saggio di un teologo dell'ebraismo apparso sull'ultimo numero della <a href="http://www.quiappuntidalpresente.it/ultimo_numero.html">rivista Qui</a>. Vi si toccano questioni importanti, come la guerra civile interna ai monoteismi, tra la religione costantiniana – la religione dell'impero – e la religione della comunità. Di questa guerra civile, in Italia pare che non ci sia traccia. In ogni caso, essa dovrebbe interrogare anche i non credenti, così come il concetto di martirio, il più estraneo dei concetti per una persona che, come me, non crede se non nell'unica vita. A I]</em></p>
<p><strong>Una riflessione ebraica nel 26° anniversario del martirio dell’arcivescovo Oscar Romero</strong></p>
<p>di <strong>Marc H. Ellis</strong></p>
<p>Ogni mattina inizio la giornata pregando: un’eclettica serie di versetti tratti da preghiere tradizionali ebraiche. Concludo con lo Shema, l’affermazione che gli ebrei, che io, abbiamo udito la parola di Dio e Dio è uno. “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.”<br />
Lo Shema è la cosa più vicina a un credo che gli ebrei abbiano; si trova in Deuteronomio 6,4-9. È un testo a fondamento dell’offerta dell’alleanza; sigilla l’alleanza nella memoria e nell’abbraccio. Come la maggior parte degli ebrei, lo recito da quando ero bambino. E oggi la mattina, quando i miei figli si svegliano, lo recito di nuovo con loro:<br />
“Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.”<br />
<span id="more-21413"></span><br />
L’affermazione di Dio, l’affermazione dell’alleanza è anche, ironicamente, la preghiera del martire, la preghiera che gli ebrei recitano poco prima della morte. Essendo cresciuto all’ombra dell’Olocausto, ho saputo che lo Shema era la preghiera del martire prima di sapere dove trovarlo nella Torah; il suo contesto originario era in qualche modo trasposto in un tempo e un momento differenti. Questa preghiera mi fu insegnata come un atto in memoria di coloro che erano morti nell’Olocausto e qualora io, Dio non volesse, mi fossi trovato nella stessa situazione. Come per coloro che morirono nell’Olocausto, potrebbero essere queste le mie ultime parole sulla terra.</p>
<p>E non solo: io penso a questa preghiera come a una preghiera che sarà con me nel corso del mio cammino, che mi impegna alla giustizia e alla riconciliazione, anche a un costo personale. Anche per i miei figli penso alla preparazione a un impegno e alle sue conseguenze. Uno strano pensiero: preparare i propri figli a impegni che possono avere un costo.</p>
<p>Nel 1980 pensai a questa preghiera quando seppi che l’arcivescovo Romero era stato assassinato e, senza rifletterci, la recitai. A quel tempo mi trovavo nell’epicentro della teologia della liberazione in Nordamerica, la congregazione di Maryknoll, due religiose della quale erano state martirizzate in Salvador appena qualche mese prima.</p>
<p>La gente di Maryknoll conosceva bene quelle donne come compagne e amiche. Io avevo studenti in Salvador e alcuni di loro conoscevano l’arcivescovo Romero. Avevo appena incontrato Gustavo Gutierrez e altri che facevano parte del movimento. Iniziavo a immergermi nel mondo della teologia della liberazione, un mondo che poneva l’accento sul Dio della Vita. </p>
<p>Esso era anche un mondo di morte. C’era un Dio della Morte? Come alcuni hanno scritto, il Dio della Morte è un non-essere adorato dai potenti, una forma di idolatria. Il Dio della Vita, il Dio reale e vivente, era quello che spingeva i poveri e gli emarginati a lottare per una vita che fosse più vita e migliore. Coloro che morivano in questa lotta sfidavano la morte; erano abbracciati e fatti risorgere dal Dio della Vita; anche nella morte seminavano il mondo di più vita.</p>
<p>Lì a Maryknoll recitai la preghiera del martire come un bambino, come un lamento per coloro che erano morti e per la mia stessa vita, come un atto di memoria e di possibilità. Ma quale ebreo era preparato al sorgere del martirio nel nostro tempo e, cosa ancora più sorprendente, all’interno di una religione che per oltre mille anni aveva inflitto il martirio al popolo ebraico?</p>
<p>La difficoltà concettuale a capire questa drastica metamorfosi era controbilanciata dalla partecipazione alle liturgie per coloro che venivano ora chiamati martiri, liturgie presiedute e seguite da persone che li conoscevano.</p>
<p>Il vortice di pubblicità, la politicizzazione della morte delle suore di Maryknoll e di Romero, fu immediata in quei primi giorni della presidenza di Ronald Reagan e di escalation delle politiche di repressione in America centrale, sponsorizzate e finanziate dal governo degli Stati Uniti. Ben presto quelli di Maryknoll e altri preoccupati per il destino dei religiosi e del popolo del Salvador presero le distanze dalla politica. Dopotutto la Chiesa aveva il compito di predicare il Vangelo, non di fare politica. Altri, contrari alla nascente presa di posizione della Chiesa a favore dei poveri, parlavano criticamente dell’ingresso della Chiesa in politica. Presto la discussione vide contrapposti coloro che vedevano nelle suore di Mayknoll e in Romero dei martiri, e coloro che li consideravano dei sognatori utopisti che avevano oltrepassato la linea rossa della politica.</p>
<p>Non mi feci trasportare da questo dibattito. Mi interrogai invece sulle incredibili trasformazioni del cristianesimo negli ultimi decenni, prima riguardo agli ebrei, ora riguardo alla difesa dei poveri. Il cristianesimo costantiniano era stato semplicemente una fase della storia cristiana, una fase che, durata oltre mille anni, era parsa intrinseca alla sua stessa esistenza? Quella fase del cristianesimo era finita o ciò cui ci trovavamo di fronte ora era una nuova guerra civile in seno al cristianesimo, una guerra sul significato stesso della testimonianza cristiana? Fase o guerra che fosse, l’esito era incerto. Dopotutto, i governanti governavano; e coloro che stavano all’opposizione venivano celebrati come martiri.</p>
<p>Dio riceveva la loro testimonianza? Era, la loro, una testimonianza resa alla profondità della loro fede e all’umanità? Poteva il cristianesimo celebrare i propri martiri con lo stesso trionfalismo di quanti celebravano il cristianesimo nelle sue conquiste?</p>
<p>Il trionfalismo nella morte è un atto d’orgoglio praticato in prossimità dei potenti. I potenti ne sono di conseguenza screditati proprio mentre il loro potere può trovarsi ulteriormente consolidato. Il potere della morte del martire, almeno nella sua affermazione, è che il potere materiale e politico è transitorio, sempre instabile e destinato a crollare. Il martire è una testimonianza resa a questa idolatria che crolla, un segnale sulla strada piantato come una croce sulla morte dell’impero.</p>
<p>Seduto a messa a Maryknoll, m’interrogavo meravigliato su questo senso di trionfo. La certezza della resurrezione, la rivendicazione troppo facile della fedeltà di Dio toccavano un tasto sbagliato. Come se quelle morti venissero ripulite dalla brutalità a esse toccata: alle donne, stuprate, avevano sparato a bruciapelo; Romero era stato assassinato mentre invocava la protezione e la grazia di Dio. </p>
<p>I miei ricordi corsero all’Olocausto e alla domanda, nonostante la recitazione dello Shema, se, lì, c’erano state vittime o martiri. Dopotutto, si pensa che i martiri abbiano una scelta, nella testimonianza di fede, la possibilità di abiurare e persino convertirsi. Coloro che morirono nell’Olocausto non ebbero questa possibilità e furono uccisi che avessero fede o no. Furono uccisi perché erano ebrei. Era, Dio, con gli ebrei che morirono a milioni? </p>
<p>Era Dio con le suore e con Romero quando furono brutalmente assassinati?<br />
Per Romero è chiaro; la sua visione religiosa lo guidò sino alla fine. Se Dio fosse con lui non lo sappiamo. Egli affermava, in modo meraviglioso, tragico, ossessivo, di sapere che Dio era con lui e con il popolo del Salvador. Lo aveva detto spesso nei suoi ultimi giorni: “Devo aggiungere che non credo nella morte, ma nella resurrezione. Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno”. </p>
<p>Non era un pensiero vano, mistificante, che trasformava la morte in vita senza costi; non era un pensiero di seconda istanza. La premessa era, anzi, vigorosa, profondamente politica e nello stesso tempo religiosa, un’affermazione della sua autorità e dell’autorità della Chiesa: “Ammoniamo il governo a prendere sul serio il fatto che riforme ottenute a prezzo di tanto sangue non servono a nessuno. Nel nome di Dio, allora, e nel nome del popolo sofferente, il cui grido sale al Cielo ogni giorno più forte, io vi supplico, vi chiedo, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione”.</p>
<p>C’è mai stata un’affermazione più ossessiva di speranza in un mondo in cui le divisioni di classe e cultura cessino e gli imperi crollino mutandosi in una comunità presagita in alcune parti della Torah e del Nuovo Testamento? In queste parole non sembra esserci neppure divisione di religione; l’impero che il cristianesimo seguiva e benediceva è ripudiato. La storia è a un punto morto, anche il processo di riforma è chiamato a rendere conto.</p>
<p>È questo il momento dell’offerta dell’Alleanza, ripetuta e allargata in un tempo e un luogo diversi? O è il momento dell’Alleanza che non cambia mai, l’offerta di fedeltà sempre disponibile nel qui e ora? “Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore.”<br />
“Li ripeterai ai tuoi figli.” Questa trasposizione: allora, gli ebrei martiri nell’Europa cristiana; ora, i cristiani martiri nell’America centrale cristiana.<br />
Che cosa dire ai miei figli ora che i martiri sono cristiani, per la loro fede e per l’umanità, e gli ebrei, con il potere che abbiamo di recente ottenuto, stanno creando martiri?<br />
La verità di ciò è chiara in Israele e Palestina; essa si stava appena affacciando in me all’epoca in cui iniziavo a conoscere la teologia della liberazione. La morte delle suore di Maryknoll e di Romero contribuirono, paradossalmente, al mio personale risveglio come ebreo. Viaggiando per l’America latina, l’Asia e l’Africa negli ambienti della liberazione cristiana, fui riportato al significato della testimonianza ebraica oggi. Non avevamo abbracciato noi, ora, un costantinianesimo che aveva infettato il cristianesimo, portando in ultima istanza al martirio di cui oggi sto parlando? Era arrivato un ebraismo costantiniano, anche se le parole per descriverlo sarebbero venute più tardi.</p>
<p>Il martirio delle donne e di Romero era in stretta prossimità con l’ebraismo costantiniano. Mentre iniziavo a scrivere ciò che sarebbe divenuto <em>Toward a Jewish Theology of Liberation</em> (“Verso una teologia ebraica della liberazione”), divenni consapevole del ruolo a livello militare e di forze di sicurezza di Israele nelle dittature delle Americhe. E scoprii anche lo stretto rapporto di Israele con l’apartheid sudafricano, all’interno del quale Israele e il Sudafrica studiavano e sviluppavano insieme armi atomiche e nucleari.<br />
Scoprii queste alleanze mentre svolgevo ricerche sulle origini dello Stato di Israele, la cacciata dei palestinesi e la continua espansione israeliana dopo il 1967. Se rivelare questi fatti imbarazzanti a metà degli anni Ottanta era difficile, a posteriori essi appaiono un’epoca quasi innocente. Oggi l’espansione di Israele è sul punto di farsi completa, come il Muro che segmenterà, circonderà e ghettizzerà il popolo palestinese. Gli anni Ottanta erano prima della politica della potenza e del pugno duro, prima dell’uso degli elicotteri da combattimento che prendono di mira paesi e città indifesi, prima della espansione e stabilizzazione degli insediamenti, prima che la speranza di una vera soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese svanisse. O ero io, nonostante tutto ciò che avevo da poco imparato, a essere semplicemente ingenuo?<br />
Negli anni Ottanta visitai inoltre più volte Israele, e fu allora che iniziai a muovermi fra i palestinesi. La vita palestinese sotto l’occupazione era segnata dalla violenza perpetrata da ebrei in Israele. L’establishment ebraico in America legittimava tale violenza con una narrazione di innocenza e redenzione ebraiche. Era la stessa innocenza e redenzione che i cristiani avevano usato come scudo per la loro violenza contro gli ebrei europei ma anche nella conquista, tra altre regioni del mondo, delle Americhe?</p>
<p>Fui portato, a Gaza e nella West Bank, in case dove avevano perso dei bambini, uccisi da soldati israeliani per avere lanciato pietre, per avere resistito alla demolizione delle case o persino per avere urlato contro l’uccisione di un familiare. Lì mi sedetti con le famiglie, spesso numerose e povere, circondato dai ritratti incorniciati dei figli, uccisi &#8211; e, sì, martirizzati &#8211; da Israele. Mi chiesi se quelli che i palestinesi chiamavano martiri erano martiri anche per me. Erano inscritti nella mia storia, parte della narrazione ebraica che professo, tanto che ora la separazione fra ebreo e palestinese è preclusa?</p>
<p>Stava tutto accadendo nello stesso momento: le suore di Maryknoll e Romero; il mio rendermi conto di una svolta radicale nella vita ebraica; i martiri palestinesi. La trasformazione del cristianesimo e dell’ebraismo in direzioni opposte; la guerra civile, emergente all’interno del cristianesimo come dell’ebraismo, tra coloro che perseguono l’impero e coloro che lottano per la comunità; l’estendersi del martirio e quindi della fedeltà a una tradizione più ampia di fede e di lotta. Questa tradizione più ampia includeva coloro che, lungo la storia e oggi, lottavano, con e senza fede, contro l’impero e per un altro modo di vivere. Era questa la tradizione cui davvero appartenevo, una tradizione che comprendeva induisti, musulmani, buddisti, cristiani, agnostici ed ebrei? Era questa la mia tangibile particolarità, quella che avrei trasmesso ai miei figli?</p>
<p>“Li scriverai sugli stipiti.” Sullo stipite della mia porta, la mezzuzah [il rotolo di pergamena con iscritti i versetti del Deuteronomio che gli ebrei appendono in un piccolo astuccio allo stipite della porta di ingresso] contiene tutto lo Shema, e riporta così all’Esodo, a quando le case degli israeliti furono contrassegnate perché si passasse oltre, e la morte mandata da Dio agli egiziani li lasciasse indenni. Quando, entrando e uscendo da casa, passo e tocco la mezzuzah, sono ammonito a essere giusto e compassionevole; le porte della mia casa sono segnate da questo intento. Nel mondo dell’impero devo tendermi verso lo straniero, la vedova e l’orfano, il povero e l’emarginato, come segno dell’Alleanza e segno della presenza di Dio. Devo muovere verso la comunità insieme ad altri che muovono nella stessa direzione: questa è la mia comunità.<br />
Coloro che perseguono l’impero, qualunque sia la loro appartenenza, cooperano anch’essi a uno sforzo congiunto. Anch’essi attraversano confessioni e religioni. Anch’essi sono parte di una tradizione, una tradizione che produce martiri, ancora una volta trasversali rispetto ai confini religiosi ed etnici. La divisione grande, fondamentale, direi fondativa, viene ora chiamata per nome. La questione del perché ci abbiamo messo tanto tempo per discernere queste divisioni autentiche, e del perché abbiamo accettato così a lungo l’unicità istituita di fede e nazione è un mistero, coperto dal sangue dei martiri.</p>
<p>Eppure, a prescindere da questo riconoscimento della più ampia tradizione di fede e di lotta, la Croce resta per me un simbolo di violenza; rabbrividisco quando mi si avvicina. Ora anche la Stella di Davide, ornamento di un esercito che soggioga un altro popolo, provoca lo stesso brivido nei palestinesi, e in me.<br />
Qui sta il grande crimine di coloro che perseguono l’impero in nome della religione. Gli stessi simboli che producono significato e nutrono un popolo, anche e soprattutto nella sua sofferenza, sono sviliti nel ciclo di violenze e atrocità da essi generato. Quegli stessi simboli, la Croce e la Stella, divengono infetti di atrocità. Così funziona la religione costantiniana, nella sua variante cristiana, ebraica o musulmana.</p>
<p>Salvano, i martiri, questi simboli e quindi la tradizione da tale infezione, allontanando il virus dalla religione e restituendo così quest’ultima alla salute e al benessere? Un altro sviluppo: coloro che uccidono lo fanno in nome di quella religione; uccidono anche i dissidenti al loro interno, o li consegnano, o li riducono al silenzio nel nome di quella stessa religione.</p>
<p>I martiri sono i profeti tacitati, circondati da violenza, condannati. Il profeta condannato è un altro modo di guardare alle donne cattoliche e allo stesso Romero, o al profetico incarnato in loro, in lotta per formulare una verità che continuerà a vivere nella storia, nella storia del popolo, come un seme per le generazioni di profeti ancora a venire. </p>
<p>Lo comprese bene Martin Buber, grande figura religiosa ebraica, che parlò del cerchio di profeti che si muove a spirale nella storia, circoscrivendo una storia alternativa che si identifica con la sofferenza e con la speranza che un giorno il mondo ruoterà attorno alla giustizia e alla comunità, invece che alla violenza e all’impero. Come i testimoni del fallimento di Israele vivono per vederne la visione e la missione, i profeti hanno lottato contro l’inerzia, l’avidità e il cedimento. Attraverso le epoche, essi continuano a tenere alto un destino iscritto su Israele dall’inizio, quello di un popolo liberato e liberante e un Dio che è con Israele in questa lotta per un nuovo tipo di comunità.</p>
<p>Prima di morire Martin Luther King definì tale visione la comunità amata. Il suo linguaggio era bellissimo, nella sua fiducia in un universo il cui arco tende verso la giustizia.<br />
Attraverso il fallimento e il martirio?<br />
Le comunità ebraiche tedesche e più in generale europee da cui Buber proveniva e che serviva sono state annientate. La Palestina in cui egli entrò da profugo fuggendo il nazismo, la patria ebraica che lì cercò di edificare accanto agli arabi stava già fallendo nel corso della sua vita. La visione di King di un’America fondata sui valori e sul carattere invece che sulla razza, un’America smilitarizzata che incarnasse la giustizia e la libertà di cui parlava, era, nel corso della sua vita, messa duramente in discussione da un razzismo radicato e dalla guerra americana in Vietnam. L’assassinio di King fu il toccante sigillo di questo senso di fallimento.</p>
<p>Il profetico come fallimento, allora. Il fallimento del profetico diviene più profondo nella morte?<br />
Per certi versi sì. Per altri no.<br />
Sì nel senso che la vita che incarna il profetico non è più; la visione fattasi chiara è sospesa, per così dire, a metà della frase. Le parole che vogliamo e abbiamo bisogno di udire, la presenza che tanto illumina il nostro proprio destino, possono essere trovate ora solo in immagine, immagine che rappresenta il profeta che non è più.</p>
<p>No perché la vita che si è spenta è anche salvata dal rischio dei momenti successivi, una durata frustrante nella sua ordinarietà e nel fatto che la visione profetica non riuscirà a passare. Vivo, il profeta sente il dolore del suo impegno, dato che ogni soluzione sarà parziale, limitata, contenuta e revocata. Vivo, il profeta può persino scorgere la terra promessa quale diverrà davvero.<br />
Così nella morte al profeta martire è risparmiato il futuro e forse anche la sua perdita del profetico. Immaginate oggi Buber con gli elicotteri da combattimento con la Stella di Davide che pattugliano i territori palestinesi. O King con la vittoria dei diritti civili così parziale e, a suo modo, conforme al potere. Immaginate King con il suo successore, Jesse Jackson, e la delusione che proverebbe. Immaginate le suore di Maryknoll e Romero con un Salvador allo stesso tempo mutato e immutato.</p>
<p>Nel martirio è risparmiata al profeta una realtà che taciterebbe e inaridirebbe la sua anima.<br />
Le suore di Maryknoll e Romero, Buber e Martin Luther King, e cristiani ed ebrei e musulmani di coscienza, di ogni fede e comunità in tutta la storia, sono la voce dei profeti condannati e del profetico che non morirà mai. Ricordarli come sono stati e sono consegnati da ogni autorità politica e religiosa per essere disciplinati, derisi e giustiziati è una necessità. Rappresenta il nostro contributo alla voce profetica e il fondamento della nostra chiamata.</p>
<p>La nostra chiamata a essere profeti? Nel corso della storia sono stati solo pochi a poter essere davvero detti profeti. Perché alcuni sono profeti è un mistero. Sono chiamati? È il loro un destino che hanno sentito in se stessi? Se è così, da dove viene questo destino? Come emerge? Li separa dal resto di noi? O è semplicemente che, all’ora fissata, essi resistono mentre altri indietreggiano?</p>
<p>Forse in altri momenti essi stessi si sono tirati indietro o lo faranno in futuro. Il punto è che hanno resistito, per un momento o per tutta la vita, per cause o persone invise al potere, qualunque sia. I profeti che dicono “no” al potere ingiusto e per questo muoiono, dicono insieme “sì” a un altro tipo di vita. La loro morte è un momento profetico, un martirio, una testimonianza resa alla vita.</p>
<p>Eppure, a ergersi soli, i profeti martiri non sono nulla, e non si ergono né lo possono soli. I profeti martiri vengono da tradizioni che, per quanto profondamente illividite e abusate, rimangono come memorie sovversive; memorie di una chiamata e di un destino, memorie di un’altra via.<br />
Queste memorie sono quelle della comunità, e in questo modo chiamano altri a quella chiamata e a quel destino. Sempre, si raccoglie attorno al profeta martire una comunità, testimone al di là della sua morte. I suoi membri si uniscono per portare avanti la missione. </p>
<p>Forse c’è ancora un altro legame che ci accompagna, anche se, per ora, privo di chiara espressione. Se la morte in una parte del mondo del profeta martire proveniente da una specifica tradizione rispondesse a e avviasse la guarigione di una sofferenza in un altro tempo e luogo, o addirittura precorresse un tempo futuro in cui sarà necessaria una guarigione, o le basi di un’altra nella stessa linea?<br />
Penso qui in Italia a Primo Levi che, nella sua lotta e nella lotta del suo popolo, ha vissuto un rovesciamento di speranza così terribile che persino lo Shema non poteva essere recitato immutato. Da qui la sua ossessionata poesia, Shema:</p>
<p>Voi che vivete sicuri<br />
Nelle vostre tiepide case,<br />
Voi che trovate tornando a sera<br />
Il cibo caldo e visi amici: </p>
<p>Considerate se questo è un uomo,<br />
Che lavora nel fango<br />
Che non conosce pace<br />
Che lotta per mezzo pane<br />
Che muore per un sì o per un no.<br />
Considerate se questa è una donna,<br />
Senza capelli e senza nome<br />
Senza più forza di ricordare<br />
Vuoti gli occhi e freddo il grembo<br />
Come una rana d’inverno. </p>
<p>Meditate che questo è stato:<br />
Vi comando queste parole.<br />
Scolpitele nel vostro cuore<br />
Stando in casa andando per via,<br />
Coricandovi alzandovi:<br />
Ripetetele ai vostri figli.<br />
O vi si sfaccia la casa,<br />
La malattia vi impedisca<br />
I vostri nati torcano il viso da voi.</p>
<p>Da una parte, lo Shema di Levi funge da celebrazione retrospettiva della vita del martire. I morti non sono ripuliti; essi restano senza nome e speranza. Qui la memoria è la narrazione che non ha trasformato il racconto o la morale. Il racconto è da narrare; invece di un rinnovato coraggio d’azione nel futuro, s’invoca soltanto una punizione per non raccontare la storia. Lo Shema di Levi rifiuta una resurrezione e una simbolica semina della terra. Il sangue è sangue; la lotta per una crosta di pane resta; gli occhi sono vuoti.<br />
Romero avrà mai letto lo Shema di Levi?<br />
Ne dubito.</p>
<p>Romero non crede nella morte. La sua resurrezione è all’interno della storia del suo popolo, ma questa storia, almeno nella sua visione, sarà diversa: sarà redenta. In effetti la morte di Romero, accanto a quella delle donne di Maryknoll e di migliaia di altri salvadoregni, è una preparazione a tale momento di redenzione. In questo senso i morti sono già redenti, il profeta martire fra loro.<br />
Lo Shema di Levi ferma la resurrezione di Romero? La resurrezione di Romero aggiunge una strofa alla poesia di Levi, un finale non diverso da Giobbe? O Romero e Levi si ergono semplicemente fianco a fianco, senza commenti o teorie?</p>
<p>Decenni dopo, c’è chi lotta ancora. La nostra fedeltà è alla loro visione, una visione che dovrebbe essere scritta su tutti gli stipiti delle nostre porte. Lo Shema dentro la mezzuzah, la mezzuzah ora estesa a includere i testi di tutti i profeti, anche le parole di Romero: “Io vi supplico, vi chiedo, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/05/sullo-shema-e-il-profeta-martire/">Sullo Shema e il profeta martire</a></p>
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		<title>La storia degli altri</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jul 2009 06:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[Da sempre ritengo che il conflitto tra lo stato d'Israele e il popolo Palestinese non avrà fine finché gli scolari israeliani impareranno a scuola che i palestinesi sono brutti e cattivi e reciprocamente gli scolari palestinesi impareranno a scuola che gli israeliani sono brutti e cattivi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/la-storia-degli-altri/">La storia degli altri</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>[Da sempre ritengo che il conflitto tra lo stato d'Israele e il popolo Palestinese non avrà fine finché gli scolari israeliani impareranno a scuola che i palestinesi sono brutti e cattivi e reciprocamente gli scolari palestinesi impareranno a scuola che gli israeliani sono brutti e cattivi. Dovrei dire "a scuola e in famiglia", naturalmente, ma già se a scuola sentissero una storia diversa qualcosa cambierebbe. Con questo tema inizia questa breve intervista, pubblicata sul numero di giugno 2009 di <em>Peace Reporter</em>, la rivista di <em>Emergency</em>. La cartina sottostante l'ho copiata io da <a href="http://storiadiierioggidomani.blogspot.com/">questo</a> sito. <em>a.s.</em>]</p>
<p>di <strong>Christian Elia</strong><br />
<div id="attachment_19403" class="wp-caption aligncenter" style="width: 546px"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/cartina-palestina_israele.jpg" alt="perdita progressiva di territorio palestinese dal 1948 al 2000." title="cartina-palestina_israele" width="536" height="509" class="size-full wp-image-19403" /><p class="wp-caption-text">perdita progressiva di territorio palestinese dal 1948 al 2000.</p></div></p>
<p><strong>Ilan Pappé</strong> è uno storico israeliano che insegna all&#8217;Università di Exeter, in Inghilterra. Insegnava a Haifa, ma non gli è stato rinnovato il contratto. I suoi libri, in particolare <em>La pulizia etnica in Palestina</em> del 2007 edito in Italia da Fazi, hanno suscitato tante polemiche. Viene ritenuto il principale esponente dei cosiddetti <em>nuovi storici</em>, impegnati nel riesame della storia israeliana e del conflitto palestinese.</p>
<p><em>Lei ha dichiarato di essersi imbattuto nella questione palestinese solo quando si è recato a Oxford per il dottorato. Quale storia studiano i ragazzi in Israele?<br />
</em></p>
<p>Tanti israeliani sono stati istruiti a pensare che i palestinesi hanno abbandonato volontariamente le loro terre nel 1948 e che all&#8217;epoca il governo israeliano ha fatto di tutto per convincerli a restare. Nella storiografia ufficiale passa una tragica farsa: Israele è nato su una terra che non era di nessuno prima. Ma allora come si spiega la vulgata che invitava i palestinesi a restare? In questa versione Israele non ha alcuna responsabilità storica e politica. I giovani israeliani vengono istruiti a pensare che oggi come nel 1948 combattono un nemico barbaro. Non gli vengono dati gli strumenti per capire per quale motivo un palestinese si fa esplodere,<span id="more-19400"></span> perché l&#8217;Olp combatteva Israele o perché Hamas lancia i razzi Qassam. Senza un&#8217;analisi dei fatti, tutto quello che accade viene percepito dai giovani israeliani come una gratuita aggressione, si sentono odiati solo per il fatto di essere ebrei.</p>
<p><em>Il risultato delle ultime elezioni ha premiato Avigdor Lieberman, in odore di xenofobia verso gli arabi israeliani. Ritiene che si corra il rischio di una nuova pulizia etnica?<br />
</em></p>
<p>Dopo il 1948 i palestinesi sono stati dispersi: Cisgiordania, Gaza, dentro Israele e i campi profughi. Il problema demografico resta una priorità strategica assoluta per Israele. Per Gaza e Cisgiordania la soluzione è sotto gli occhi di tutti: creare delle grandi prigioni dove rinchiudere i palestinesi con la forza. Rimane da decidere cosa fare dei palestinesi in Israele. Su questo tema Lieberman ha costruito la sua popolarità e la maggior parte degli israeliani è stata convinta a guardare ai cittadini arabi con sospetto. L&#8217;unica soluzione possibile è una pulizia etnica. Avverrà in maniera graduale ed è una politica che è già iniziata. Il governo chiede agli arabi israeliani attestazioni di fedeltà, gli impone limitazioni economiche e commerciali, mette in discussione la loro cittadinanza.<br />
Si creano le circostanze che ti spingono ad andare via. Questa è la strategia dell&#8217;attuale governo verso gli arabi israeliani. Bisogna&#8217; vigilare con la massima attenzione.</p>
<p><em>In passato ha dichiarato che il memoriale dell&#8217;Olocausto è costruito sulle. macerie di un villaggio palestinese. Ritiene che l&#8217;orrore della </em><em>Shoah</em> venga strumentalizzato?</p>
<p>La memoria dell&#8217;Olocausto, per il governo d&#8217;Israele, è importante per giustificare la sua politica néi confronti dei palestinesi. Nel nome della memoria dell&#8217;Olocausto si dice al mondo di tacere. E&#8217; come uno scudo tattico contro qualsiasi critica. I palestinesi vengono dipinti come i nuovi nazisti, un pericolo per la sopravvivenza d&#8217;Israele. Rispetto alla percezione e alla strumentalizzazione della Shoah va fatto poi un discorso a parte per gli Stati Uniti e l&#8217;Europa. In particolare nel Vecchio Continente, è come se l&#8217;Olocausto avesse generato un&#8217;apertura di credito illimitata. Ogni personaggio politico deve ribadire di non essere antisemita, per lavare la coscienza sporca, rispetto a quello che è successo agli ebrei. Ecco, verso Ue e Usa la manipolazione consiste nel far passare il messaggio che quello che è accaduto allora e quello che accade oggi siano fenomeni collegati.</p>
<p><em>Tanti intellettuali israeliani, negli ultimi anni, hanno mutato punto di vista sul conflitto. Non è più di moda criticare la politica dello Stato d&#8217;Israele? </em></p>
<p>Personaggi come Grossman e Oz finiscono per rappresentare un pericolo maggiore per i palestinesi degli stessi Netanhyau e Lieberman. Rappresentano un sionismo rassicurante. Sono gli esponenti di un sionismo tattico, che punta a raccontare una realtà particolare, fatta di convivenza e condivisione, un sionismo che fa cominciare tutti i problemi con l&#8217;occupazione del 1967. Questa visione rimuove il problema principale, il sionismo ideologico, che ha generato il sistema vigente di apartheid. Il problema d&#8217;Israele è l&#8217;ideologia stessa che è alla base della sua nascita. Un&#8217;ideologia etnica, che vuole un Paese solo di ebrei.</p>
<p><em>Non crede che la sua posizione sul boicottaggio accademico sia rischiosa? Ci sono tanti intellettuali israeliani nell&#8217;ambiente universitario che rappresentano voci critiche.<br />
Perché non ha boicottato anche quest&#8217;edizione dedicata all&#8217;Egitto,che molti ritengono complice d&#8217;Israele rispetto all&#8217;ultimo conflitto a Gaza?</em></p>
<p>Il mondo accademico israeliano è parte del sistema di occupazione. Il boicottaggio vuole essere uno stimolo per questi intellettuali, non una chiusura verso di loro. L&#8217;idea è quella di fare in modo che il boicottaggio spinga queste persone a ribellarsi, non è un modo per isolarli. Non penso che il boicottaggio accademico sia la soluzione a tutti i mali, ma credo che possa essere una spinta anche per i personaggi critici, invitandoli a prendere posizioni più nette contro l&#8217;occupazione. Per quel che riguarda l&#8217;Egitto, nessuno lo ritiene una democrazia. Tanti, invece, sono convinti che Israele lo sia. I presupposti, come vede, sono completamente differenti dall&#8217;edizione dello scorso anno. Il boicottaggio della Fiera era un segnale, per promuovere una riflessione sull&#8217;occupazione e la democrazia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/la-storia-degli-altri/">La storia degli altri</a></p>
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		<title>Non c&#8217;è modo d&#8217;essere bambini</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2009 11:01:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>di <a href="http://psydb.herts.ac.uk/staff_list/FMPro?-db=staff_list_email&#038;-format=recorddetail.html&#038;-lay=details&#038;-sortfield=surname&#038;-max=2147483647&#038;-recid=33642&#038;-findall="><strong>Mohamed Altawil</strong></a></p>
<p>Sono un palestinese la cui famiglia è vissuta per generazioni nel villaggio di Al-Maghar. Sessant’anni fa, durante la <strong><a href="http://www.nakbah1948.org/">Nakbah</a> </strong>(catastrofe), i miei nonni furono espulsi con tutta la loro famiglia da Al-Maghar, sradicati e mandati tra le capanne e le stradine di un campo profughi distante 100 miglia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/25/non-ce-modo-dessere-bambini/">Non c&#8217;è modo d&#8217;essere bambini</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3384/3475735121_36eb9904bd.jpg" alt="" /></p>
<p>di <a href="http://psydb.herts.ac.uk/staff_list/FMPro?-db=staff_list_email&#038;-format=recorddetail.html&#038;-lay=details&#038;-sortfield=surname&#038;-max=2147483647&#038;-recid=33642&#038;-findall="><strong>Mohamed Altawil</strong></a></p>
<p>Sono un palestinese la cui famiglia è vissuta per generazioni nel villaggio di Al-Maghar. Sessant’anni fa, durante la <strong><a href="http://www.nakbah1948.org/">Nakbah</a> </strong>(catastrofe), i miei nonni furono espulsi con tutta la loro famiglia da Al-Maghar, sradicati e mandati tra le capanne e le stradine di un campo profughi distante 100 miglia. A tutt’oggi assaporano l’amarezza di quella perdita e restano a guardare inermi mentre le fiamme di quella tragedia bruciano ancora. Quando ero molto piccolo ero abituato a vivere in una delle capanne del campo, ma non appena crebbi e compresi l’infelicità della mia famiglia iniziai a tempestare mio padre di domande:<br />
<span id="more-17104"></span><br />
Perché non abbiamo un giardino?</p>
<p>Perché dal tetto piove in continuazione durante l’inverno?</p>
<p>Perché andiamo a scuola senza la colazione o qualche spicciolo in tasca?</p>
<p>Perché dormiamo tutti e dieci nella solita stanza?</p>
<p>Perché non abbiamo riscaldamento né a casa né a scuola?</p>
<p>Perché nella nostra classe ci sono 50 studenti costretti in uno spazio minimo?</p>
<p>Perché non abbiamo un cortile per giocare?</p>
<p>Dove posso avere dell’acqua pulita?</p>
<p>Perché non andiamo mai in viaggio da nessuna parte?</p>
<p>Perché sentiamo rombi e suoni d’esplosioni tutta la notte?</p>
<p>Oggi il ruggito dei bulldozer ci raggiungerà?</p>
<p>Chi è stato ucciso oggi?</p>
<p>Perché lasciate che i soldati ci umilino ai checkpoint?</p>
<p>Tutti gli esseri umani vivono come noi?</p>
<p>Perché il nostro paese è stato cancellato dalla mappa in biblioteca?</p>
<p>Spesso mi rispondeva con le lacrime agli occhi: “Siamo le vittime di un’occupazione violenta. Si diffonde come un cancro su tutti gli aspetti della nostra vita.  Figlio mio, stai attento! Non provocare la violenza altrimenti ti ricadrà addosso.”</p>
<p>Sono nato nel 1973 e gradualmente ho preso coscienza di tutta la sofferenza dei vicoli stretti del mio campo. A quattordici anni non sopportavo più che i soldati che ci occupavano portassero una distruzione tremenda nella mia terra natia. Ignorai i consigli di mio padre e cercai vendetta per la nostra umiliazione.<br />
Così presi l’abitudine di tirare pietre ai bulldozer che rombavano lungo la strada. Con i miei fratelli ed i miei amici davamo la caccia alle auto corazzate e ai soldati da un posto all’altro, illudendoci, in quel modo. di espellerli dalla nostra terra. Non appena sentivamo il rombo dei loro motori raccoglievamo pezzi di macerie e li impilavamo in varie parti del campo. Poi ci nascondevamo e quando i soldati arrivavano uscivamo di corsa, aggredendoli con le pietre. </p>
<p>Questo era il nostro gioco preferito. Non avevamo nessun luogo dove organizzare giochi e giocare a pallone per la strada era troppo pericoloso. I membri più anziani della nostra famiglia ed i vicini ci ricordavano continuamente che loro non erano in grado di proteggerci dai pericoli dell’occupazione. “Non abbiamo una polizia o un esercito nazionale”, dicevano. Allora nelle nostre menti, diventammo noi l’esercito nazionale; eravamo “I Bambini delle Pietre” che proteggevano il campo e resistevano ai soldati dell’occupazione. Eravamo come Robin Hood che combatteva per la giustizia, o i Nativi Americani che difendevano la frontiera dagli invasori bianchi. Non era soltanto un gioco; era a tutti gli effetti un Gioco Mortale, che dava sfogo alla nostra rabbia e ci dava il brivido e l’orgoglio di sentire che stavamo proteggendo la nostra comunità mentre la generazione precedente non ci riusciva. Ero troppo giovane per comprenderne le conseguenze, sebbene alcuni miei amici venissero uccisi o feriti o rimanessero invalidi per il resto della vita.</p>
<p>Accadde così che durante una di queste azioni giornaliere di bombardamento di pietre, i soldati iniziarono a darmi la caccia. Li avevo bersagliati e grazie alla pratica avevo una buona mira. A quel punto mi voltai e fuggii, tentando di evitare sia i proiettili che la cattura. In un attimo fui colpito alle spalle e alla schiena in diversi punti. Avevano sparato un proiettile di plastica che, per fermarmi, si era poi frantumato per ferirmi senza uccidermi. Caddi, ma mi rialzai immediatamente. Continuai a correre nonostante sentissi la camicia impregnarsi del sangue che mi usciva dalla schiena e dalla testa. Non sentivo dolore, la paura e l&#8217;orgoglio mi costringevano a resistere e così corsi verso il recinto di una fattoria che si trovava al limitare del nostro campo. Saltai e mi arrampicai, ma la mia gamba rimase intrappolata nello steccato di legno e filo spinato grossolanamente assemblato. Una mano mi afferrò la camicia, fui tirato fuori e gettato per terra. Urlai e scalciai ma i soldati mi picchiarono con violenza. Le mie ferite peggioravano, ma loro continuavano a colpirmi. Ero debole e la rabbia delle mie proteste si affievolì in un gemito. Stavo per perdere coscienza ma a quel punto le mie braccia vennero strattonate verso l’alto,  un soldato mi tirò per le mani, mi trascinò  dall’ufficiale in carica che stava di guardia. Nel frattempo la gente nel campo guardava impotente. Alcuni gridavano oltraggiati da quello che stava accadendo e questa rabbia mi aiutò a smettere di piangere ed urlare di dolore mentre le mie caviglie sbattevano e si scorticavano lungo la strada dissestata.  All’improvviso, uomini, donne e bambini iniziarono a tirare pietre tentando di costringere i soldati a rilasciarmi. Fui gettato nel mezzo del campo e colpito ancora per scoraggiare quella sassaiola. Ma le donne della mia famiglia prima e tutto il vicinato poi si fecero avanti e attaccarono i soldati a mani nude. Alcune donne raggiunsero l’ufficiale e gli gridarono: “Rilascia il ragazzo! Rilascialo! Se non lo fai morirà e sarà tutta colpa tua!” Questo sortì l’effetto desiderato perché i colpi e le botte cessarono all&#8217;improvviso e poco dopo mi ritrovai in ospedale. </p>
<p>Guarii in qualche settimana e quando tornai al campo i miei amici mi trattavano da eroe. Mio padre, tuttavia, non era contento. Gli avevo disubbidito, avevo ignorato i suoi avvertimenti. Quando, più tardi, i miei fratelli maggiori uscirono per tirare le loro pietre ai soldati, mio padre mi chiuse a chiave in una stanza di sopra. Mi rendevo conto che lo faceva perché mi amava e temeva per la mia incolumità, ma nonostante questo scavalcai la finestra, scivolai lungo la grondaia e corsi ad unirmi ai miei fratelli per la strada. Quella notte quaranta persone furono ferite e durante il coprifuoco strisciai per le vie attraverso l’oscurità evitando di essere arrestato. Dato che ero minorenne se fossi stato catturato avrebbero multato mio padre. Quando tornai a casa, mi arrampicai fino all’apertura sopra la porta e mi gettai dentro silenziosamente, sperando che tutti stessero dormendo. Ma mio padre e mia madre erano rimasti svegli  ad aspettarmi. Non erano andati a letto. Proteggere me e i miei otto fratelli per loro era diventato un lavoro a tempo pieno. Avevo ignorato i loro consigli durante le ore del coprifuoco. Quella notte mi dettero un ultimo, severo avvertimento. Quando riprovai ad uscire per unirmi agli attacchi con le pietre mio padre mi trattenne e poi, per la prima e unica volta nella sua vita, mi picchiò. </p>
<p>Crescendo iniziai a stancarmi dei nostri giochi. Inoltre ero bravo a scuola e più imparavo più capivo che il sapere era un altro tipo d’arma. Mi faceva sentire forte. Rinforzava la mia identità. L’aumento della mia comprensione delle cose mi faceva vedere la possibilità di aiutare la nostra gente e di resistere all’occupazione in modi più sottili ed efficaci del tirare sassi. Tuttavia non posso biasimare quei bambini che ancora tirano sassi. La loro rabbia e le loro azioni costituiscono una qualche forma di terapia e in tutto il mondo sono diventati il simbolo della rivolta degli innocenti contro l’ingiustizia. La radice del problema non è nel tirare sassi, ma nell’occupazione che ha rubato loro l&#8217;infanzia. </p>
<p>Iniziai a studiare con impegno e trovai la strada che mi avrebbe permesso di svolgere un ruolo attivo per aiutare il popolo palestinese a rimanere integro nonostante l’umiliazione e l’oppressione.  La conoscenza della storia e la ricerca nella disciplina della psicologia hanno già prodotto dei risultati materiali a Gaza. Così intrapresi questo lavoro e continuai per molti anni a venire. </p>
<p>Dato che avevo raggiunto risultati eccellenti nella scuola superiore e poiché la mia famiglia non aveva molto denaro, mi fu conferita una borsa di studio dall’<a href="http://www.un.org/unrwa/">UNRWA</a> per poter diventare un insegnante. La mia speranza era che in seguito avrei potuto avere abbastanza denaro per sostenere i miei genitori. Per completare i miei studi avrei dovuto trasferirmi a Ramallah sul versante occidentale, ma a causa dell’Occupazione, ogni volta che decidevo di partire incontravo una serie di ostacoli. Viaggiare tra Gaza e il versante occidentale è sempre stato difficile e durante la prima Intifada (la rivolta tra il 1987 ed il 1993) non riuscii a lasciare Gaza. </p>
<p>Spostarsi è una delle principali restrizioni che dobbiamo affrontare in Palestina. A causa del muro, delle recinzioni, i checkpoint e l’infinita burocrazia per ottenere un pass, c’è una barriera tra Gaza ed i nostri parenti o amici che vivono nella parte ovest. Si può arrivare ad attendere un’ora o un giorno,  una settimana o  un mese o un anno per ottenere il permesso di viaggiare in un’altra regione o nel nostro stesso paese. Un soldato può fermare migliaia di persone che attraversano un checkpoint. Ad un solo soldato viene dato il controllo sulle vite giornaliere di migliaia di persone che devono recarsi al lavoro o raggiungere un ospedale o andare a scuola. Una volta vidi un vecchio che stava morendo ad un checkpoint poiché era fermo nella calura e aspettava il permesso di attraversare per far ritorno a casa. Un’altra volta vidi una donna incinta partorire di lato alla strada dopo che un soldato si era rifiutato di lasciar passare chiunque tra il nord e le zone mediane della Striscia di Gaza.</p>
<p>Non fui sorpreso, quindi, che l’occupazione rallentasse i miei studi. In seguito, quando superai gli esami a Ramallah nel 1993, non  riuscii ad ottenere il permesso di rientrare a casa. Così provai ad attraversare il checkpoint con il documento d’identità di un amico. Il piano fallì e mi arrestarono. Quando mi presero in custodia, cercarono di farmi firmare qualcosa scritto in ebraico. Dissi loro che non sapevo leggere l’ebraico. Mi dissero, “Firma comunque”. Risposi, “No!” perché pensavo che fosse probabilmente una confessione. Allora uno di loro mi colpì sulla testa e mi disse di firmare. Rifiutai e mi colpì di nuovo. Ancora oggi ho problemi all’orecchio sinistro a causa di questa aggressione. Trascorso un mese in prigione, dissero che avrebbero potuto rilasciarmi per una cauzione di 500 dollari. Sapevo che la mia famiglia avrebbe dovuto vendere molti dei nostri beni per accumulare questa somma. Non permisi che ciò accadesse e rimasi dentro altri due mesi.</p>
<p>Il periodo che seguì fu molto duro. Lavoravo come insegnante presso le scuole dell’UNRWA per mantenere sia me che i miei genitori mentre, allo stesso tempo, portavo avanti i miei studi post-laurea in salute mentale ad un&#8217;università egiziana. Dovevo imparare il più possibile sulla psicologia perché i ragazzi a cui insegnavo a Gaza avevano terribilmente sofferto a causa dell’Occupazione, volevo essere in grado di aiutarli. Durante il mio impiego di consigliere scolastico nella Striscia di Gaza, vidi molti bambini palestinesi esposti quotidianamente ad esperienze traumatiche dall’inizio della seconda Intifada nel 28 Ottobre del 2000. Soffrivano chiaramente di disturbi psicologici, sociali ed educativi quali insonnia, paura del buio, fobie varie, depressione, incontinenza, isolamento, interazioni sociali distruttive, comportamento aggressivo, disturbi cronici della memoria e assenze ingiustificate da scuola. Questi erano tutti indicatori allarmanti delle difficoltà che si hanno in un’infanzia normale attualmente in Palestina e che il futuro benessere psicologico dei bambini palestinesi era compromesso dal protrarsi dei traumi di una simile realtà. </p>
<p>Cominciai a studiare per lunghe ore dopo la scuola e durante le vacanze estive mi recavo in Egitto per incontrare il mio supervisore. Una volta completato il Master, iniziai anche a lavorare come lettore part-time in un’università di Gaza. La mia vita era così piena di impegni che non avevo più tempo per incontrare gli amici; loro mi vedevano così raramente che spesso pensavano mi fossi trasferito.</p>
<p>Nel 2001 iniziai il dottorato. Ma la mia famiglia era preoccupata. Avevo quasi 28 anni e loro pensavano che per me fosse giunta l&#8217;ora di sposarmi. Cercai di dir loro che non avevo tempo per questo. Stavo ancora seguendo il mio sogno di imparare il più possibile per riuscire a sanare almeno in parte quelle ferite causate dall’Occupazione. Era come se la rabbia che mi aveva fatto gettare sassi si fosse trasformata nel bisogno di studiare. Non avevo tempo di guidare la macchina, figuriamoci di sposarmi – la mia situazione avrebbe gravato in modo ingiusto su mia moglie. Tuttavia,  gradualmente, realizzai che la mia vita non doveva essere solo lavoro e, avendo incontrato la persona giusta con l’aiuto della mia famiglia, mi sposai nell’agosto del 2002. Nel settembre del 2003, verso mezzanotte intrapresi il cammino fino all’ospedale dove era nata mia figlia, attraversando il fuoco delle sparatorie durante gli ultimi due chilometri.</p>
<p>Il Programma Internazionale della <a href="http://www.fordfound.org/">Fondazione Ford</a> garantisce poche borse di studio ma io fui fortunato: dopo un lungo e difficile periodo di selezione, fui una delle dieci persone a cui venne offerta una borsa nel 2004. Questa mi servì per fare un altro dottorato, stavolta in psicologia clinica, una qualifica rara e necessaria a Gaza. Certo, ora dovevo prendere una decisione gravosa. Dovevo andare a studiare all’estero, lasciando mia moglie e mia figlia a casa con la famiglia di lei. Inoltre sapevo che sarebbe stato duro per i miei genitori, specialmente per mia madre che era malata. Pensai, tuttavia, che sarei riuscito a tornare di tanto in tanto a farli visita e che, quando mia moglie avesse completato il suo corso di studi, la mia famiglia sarebbe stata in grado di raggiungermi in Inghilterra. Ma gli sviluppi della situazione di Gaza avrebbero presto reso impossibile questa speranza.</p>
<p>Dalla <a href="http://www.nakbah1948.org/">Nakbah</a> del 1948 ad oggi nel mio paese sono passati solo nove anni senza una guerra o un conflitto o una rivolta. Nel 2000, dopo l’attacco dei soldati dell’Occupazione alla sacra moschea di Al-Aqsa, si diffuse nella popolazione palestinese una seconda Intifada che spinse i soldati israeliani a creare ancora più ostacoli e difficoltà. Così, sebbene fossero stati stipulati accordi per permettere a tre studenti della Fondazione Ford di lasciare Gaza attraverso l’AMIDEAST (America-Mideast Educational and Training Services), gli Israeliani si rifiutarono di rispettarli. A causa dell’Intifada la Striscia di Gaza si trovava adesso sotto un blocco militare. Fu uno shock per tutti e tre. Il valico di Rafah era l’unico punto che univa la popolazione di Gaza al resto del mondo. Non avevamo più un aeroporto. Il blocco fermava le navi in mare. Una recinzione di filo spinato, un muro alto e torri di controllo ci ingabbiavano dividendoci da Israele. Nel 2004 a Rafah ci tennero fermi per tre settimane, dormimmo sul pavimento di una casa costruita per metà e poi abbandonata. Non aveva  tetto né porte o finestre. Tornare a Gaza avrebbe molto probabilmente significato perdere l’eventuale apertura del confine e quindi  dormimmo lì per 21 giorni aspettando il momento in cui, a seconda del capriccio di un giovane soldato israeliano, ci avrebbero lasciato passare. Quell&#8217;attesa indegna ci riempì di rabbia. Venivamo trattati peggio delle bestie. Dov’erano rispetto e decenza? Non c&#8217;è da stupirsi se molti diventano violenti di fronte a umiliazioni simili. Per via dei ritardi avevo quasi perso la speranza  di ricevere la borsa di studio: dovevamo essere a Londra nel settembre 2004, ma fino a novembre ci fu impossibile.</p>
<p>Alla fine, comunque, riuscimmo a volare dall’aeroporto del Cairo fino a Londra. A Gaza veniva recapitata pochissima posta e l’accesso a internet era limitato, quindi avevo scarse informazioni riguardo all’università in cui sarei entrato. Riuscii a raggiungerla comunque e, appena arrivato all’Università dell’Hertfordshire cambiai il mio argomento di ricerca: non più da uno studio generale  sulla depressione ma una ricerca specifica su i traumi e le ripercussioni della guerra sui bambini palestinesi. In questo modo avrei potuto sviluppare dei programmi da applicare immediatamente per venire in soccorso ai bambini di Gaza. </p>
<p>Negli uffici per l’iscrizione dell’università ebbi uno shock: mi avevano registrato come cittadino israeliano. Feci le mie rimostranze e mostrai il passaporto che mi identificava chiaramente  palestinese. Si scusarono, ma tutto ciò che poterono fare fu sostituire “Israele” con “Nazionalità o Nazione Sconosciuta”. E così è ancora oggi. La ragione è che il sistema informatico non include la Palestina. Incontrai il solito problema quando aprii un conto in banca e mi resi conto ancora una volta che un paese chiamato Palestina sembrava proprio non esistere. Il nome del mio paese e la mia nazionalità erano stati cancellati. Riferii ad un compagno d&#8217;università quanto tutto ciò fosse frustrante e lui mi dette un mappamondo in cui la parola Palestina era scritta a chiare lettere. Per un attimo me ne rallegrai, ma poi lui mi disse: “È un mappamondo vecchio ed è per questo  che c’è ancora scritto Palestina.”</p>
<p>Per venire a studiare in Inghilterra avevo abbandonato mia moglie e la mia bambina di appena un anno. Per un breve periodo riuscii  ad andarli a trovare solo durante le vacanze.  Ma nel giugno del 2006 il soldato israeliano Gilad Shalit fu catturato dai militanti palestinesi ed il blocco fu intensificato. Non potevo più recarmi in visita. Mio figlio nacque nel gennaio del 2007, ma riuscii a vederlo solo un anno più tardi. </p>
<p>Nel frattempo la mia famiglia mi diceva che la vita a Gaza era diventata ancora più dura di prima e che non sembrava esserci via di fuga: in farmacia non si trovavano più medicine neanche se si era in grado di pagarle. Mancavano frutta e latte per i bambini. C’erano continui problemi e tagli energetici, spesso c’erano solo quattro ore di elettricità al giorno, a volte nessuna. Gli ammalati morivano apettando il permesso di passare ai checkpoint israeliani per raggiungere l’ospedale. Quando qualcuno moriva, diventava spesso impossibile procurargli una bara o il cemento per la tomba. Il personale dei servizi medici scarseggiava. I bambini giocavano sulle macerie di case demolite. Nuotavano in spiagge dove il mare era inquinato da scorie e liquami. Imitavano gli scontri usando armi reali fatte in casa e spesso si facevano del male. La vita a Gaza si stava trasformando in un&#8217;agonia. </p>
<p>Mia moglie aveva bisogno di cure per un problema all&#8217;occhio. Presentai una richiesta per farla venire a Londra da Gaza per motivi umanitari. Né l&#8217;autorità palestinese né la Croce Rossa riuscirono a persuadere gli israeliani a concedere il permesso. Allora chiesi aiuto all’UNRWA e mi dissero che avevo bisogno di ottenere un’approvazione per passare attraverso la Giordania. Dopo un&#8217;attesa di due mesi ricevemmo il permesso dalla Giordania, ma ancora una volta Israele rifiutò la nostra richiesta. Come ultima speranza mi misi in contatto con l&#8217;ambasciata israeliana a Londra, spiegando la situazione di mia moglie, ma ancora una volta l’aiuto fu rifiutato. La situazione sembrava senza speranza-</p>
<p>A quel punto successe qualcosa che avrebbe cambiato tutto. Sentii al notiziario che la rabbia della gente di Gaza era infine esplosa. Non potevano più sopportare fame e privazioni. Nessuno stava offrendo alcun tipo di aiuto &#8211; neppure i paesi arabi limitrofi, che se ne stavano senza far nulla mentre la gente moriva. In preda alla disperazione le persone avevano iniziato a scavare buche nel muro di confine tra Gaza e l&#8217;Egitto. Per prima cosa fecero esplodere parecchie bombe per creare delle crepe; più tardi impiegarono i bulldozer per ingrandirle in modo che la gente potesse attraversarle. Crearono molte aperture lungo una parete di dodici chilometri così da impedire agli egiziani di ripararla velocemente. Fu come la fine di una maledizione. Diecimila palestinesi rifluirono inarrestabili nelle città egiziane di Rafah e di Al-Arish lungo la frontiera per comprare medicine e beni essenziali.</p>
<p>Questo accadeva il 23 gennaio del 2008. Era notte, ero nel mio ufficio all’università dell’Hertfordshire e stavo lavorando al computer quando giunse la notizia. E d’improvviso ecco la mia opportunità – dovevo  partire e, se tutto fosse andato bene avrei rivisto mia moglie e mia figlia dopo diciotto mesi,  avrei potuto finalmente conoscere mio figlio ad un anno dalla sua nascita. Ascoltai le notizie di radio di Al Jazeera tutta la notte e la mattina contattai mia moglie dicendole di andarsene al più presto, di lasciare Gaza e dirigersi in Egitto, come tutti gli altri. Era importante che lo facesse immediatamente perché l’America e Israele insistevano nel richiudere il confine. </p>
<p>Fui fortunato visto che avevo una Visa valida e trovai subito un posto su un volo per l’Egitto. Mi misi in contatto con la mia famiglia, che si era fatta strada con grande difficoltà attraverso le macerie del confine, camminando insieme ad alte migliaia di persone fin dove avessero potuto prendere un’auto che avesse potuto portarli fino ad Al-Arish. </p>
<p>Giunsi nell’aeroporto del Cairo la sera stessa. Non osai rischiare e non dissi alle autorità il vero motivo del mio viaggio. Dissi che viaggiavo come studente, ma nonostante questo mi trattennero per oltre due ore. Alla fine riuscii a raggiungere un hotel del Cairo e parlai con i miei familiari che si trovavano al sicuro nella casa di un parente ad Al-Arish, incredibilmente affollata. Con tre ore di macchina avrei potuto raggiungerli. Ma non era così facile.</p>
<p>Non appena s&#8217;era aperta una breccia nei confini, erano stati istituiti più di quindici checkpoint controllati dalle forze di sicurezza egiziane lungo la strada che va dal Cairo a Al-Arish, per impedire ai rifugiati di Gaza di raggiungere la capitale. Chiunque veniva scoperto in quel tratto sarebbe stato arrestato. Ed era ugualmente difficile viaggiare nella direzione opposta. Come avrei potuto raggiungere la mia famiglia? Le autorità palestinesi del Cairo mi dissero che era impossibile passare, ma io non avevo nessuna intenzione di tornare indietro.</p>
<p>Pensai a diverse possibilità per superare i checkpoint. Avrei potuto sfruttare la malattia di mia moglie per avere un’autoambulanza che mi portasse da lei, ma si rivelò inattuabile – a nessun palestinese era permesso viaggiare per incontrarsi con un parente profugo, per nessuna circostanza. Passarono tre giorni ed ero sempre più arrabbiato e depresso soprattutto quando seppi che ad Al-Arish le condizioni di mia moglie stavano peggiorando. C’era un tale affollamento che le persone dormivano per le strade nonostante l&#8217;inverno fosse freddissimo. Anche mio figlio si era ammalato. Mia moglie era scoraggiata e preoccupata e stava pensando di tornare a Gaza. Non avevo più idee per risolvere la situazione, ma riusciì a convincerla a restare per un’altra notte – se non avessi trovato una soluzione entro il giorno seguente, avrebbe potuto lasciar perdere tutto e tornare indietro.</p>
<p>Fino a quel momento ero stato onesto e avevo dichiarato la mia nazionalità palestinese. Ora capii che dovevo provare un’altra via: presi la metropolitana per raggiungere una stazione di minibus fuori dal Cairo, calcolando che, se volevo che il mio piano funzionasse, dovevo viaggiare su un autobus affollato per tutta la notte. Avrei finto di essere un egiziano, avrei dovuto parlato il meno possibile per evitare che il mio accento mi smascherasse, e avrei dovuto sedermi in mezzo alla moltitudine di gente così che potessero solamente dare un&#8217;occhiata veloce al documento falso che avevo intenzione di usare. fosse possibile lanciare solo un’occhiata al documento falso che volevo usare (si trattava del mio cartellino dello staff dell’università dell’Hertfordshire).</p>
<p>Ci fermarono a sette checkpoint e, miracolosamente, il mio piano sembrava funzionare. Gli altri palestinesi furono identificati e fatti scendere, ma in qualche modo io ce la feci. Poi raggiungemmo l’ultimo e più rigido dei checkpoint e inorridii quando ci fu chiesto di uscire dall’autobus per   una perquisizione e identificazione  individuale. Il mio falso documento di identità ‘egiziano’ non avrebbe superato un controllo attento, dovevo inventarmi qualcosa. Avrei tentato di dichiararmi cittadino britannico, sfruttando il mio amato cartellino universitario. Gli ufficiali accettarono di buon grado il documento, ma mi dissero che avevano bisogno di un passaporto. Così mostrai loro velocemente il mio permesso di soggiorno inglese e mi lasciarono passare. Ce l’avevo fatta! Delle undici persone che erano partire con quell’autobus ne erano rimaste solo sette, sei delle quali erano davvero egiziane. </p>
<p>Quando arrivai ad Al-Arish, capii in che condizioni si trovava mia moglie. I campi profughi erano affollati come non avevo mai visto prima. Decisi di affittare una stanza d’albergo o un appartamento ancora prima di contattare la mia famiglia. In quei giorni nessuno avrebbe mai affittato una camera ad un palestinese, così continuai a fingermi inglese e alla fine trovai un posto dove nascondere i miei familiari e trascorrere alcuni giorni in pace mentre sbrigavamo tutte la carte di cui avevano bisogno per andarcene. I prezzi erano aumentati vertiginosamente da quando era stata aperta la breccia nel confine. Un giorno in una stanza costava quanto tre mesi.</p>
<p>Alla fine mi misi in contatto con la mia famiglia.  Chiesi loro di venire a piedi nella piazza della città dove poi ci saremmo incontrati. Come ogni altro posto la piazza era così affollata che non riuscivo a vederli. Aspettai. Dopo tutti questi ostacoli, li avrei finalmente ritrovati. Che aspetto avrebbero avuto ora?  Come mi avrebbero salutato? La mia bambina si era rifiutata di parlarmi al telefono per tutto il tempo che ero stato via – non riusciva a capire perché suo padre non si fosse fatto vedere per così tanto tempo. Ed il figlio che no avevo mai incontrato – la mia mente fantasticava su come mi sarei sentito nel tenerlo in braccio. Ma per lui sarebbe stato come essere tenuto da un estraneo. </p>
<p>Ebbi l&#8217;impressione di scorgerli attraverso la folla mentre incontro. Poi ne fui certo: erano loro. Iniziai a correre pieno di gioia. Presi il mio bambino dalle braccia di mia moglie e lo strinsi come desideravo fare da tanto tempo. Fu un momento di grande felicità, ma anche di tristezza e rabbia bruciante. Non mi era stato possibile andare da loro per diciotto mesi ed ora mio figlio non mi conosceva e non voleva che lo abbracciassi; la mia bambina era intimidita dalla mia presenza e mia moglie era stanca e malata.</p>
<p>La tradizione voleva che trascorressimo una notte nella casa affollata dei miei parenti prima di andare nel nostro appartamento. La cosa migliore di quel giorno avvenne più tardi quando potei uscire per una piccola passeggiata con i miei figli che avevano iniziando ad accettarmi. Parlai con loro, comprai dei regali e gradualmente iniziai a sentirli più vicini. Ma questo mi ricordò anche di un viaggio ancora più importante che dovevo compiere – non avevo visto i miei genitori per diciotto mesi; erano entrambi troppo fragili per viaggiare e questa avrebbe potuto essere l&#8217;ultima occasione di vederli.</p>
<p>Mia moglie e tutti i parenti erano contrari alla mia decisione di andare a Gaza – entrarci sarebbe stato abbastanza facile, ma  c’era una presenza massiva di soldati egiziani sul confine ad impedire che altri palestinesi uscissero da Gaza. Dalla frontiera arrivavano storie di violenze ed omicidi. La situazione era rischiosissima: dovevo considerare ogni imprevisto, ogni rischi. Sarebbe stato orribile se mia moglie e la mia famiglia fossero fuggiti da Gaza ed io fossi poi rimasto intrappolato là, ma sarebbe stato ugualmente terribile arrivare così vicino a Gaza senza rivedere mia madre e mio padre.</p>
<p>Dovevo percorrere a piedi gli ultimi due chilometri fino alla frontiera tra la polvere e le macerie,  in mezzo alle folle di persone che tornavano con pecore e cibo e lattine di petrolio e medicine. Al confine vidi qualcosa a cui non avevo mai assistito in tutta la mia vita: il buco nel muro si era talmente allargato che le macchine lo attraversavano in entrambe le direzioni. Per la prima volta dal 1967, e per solo due giorni, le auto furono in grado di superare la frontiera. Camminai oltre il buco nel muro e toccai di nuovo la terra del mio paese. Avrei voluto baciare il suolo, ma non ce n’era né il tempo né lo spazio per farlo in mezzo a quella massa di persone. </p>
<p>Mentre procedevo per raggiungere il campo dei miei genitori la presenza della gente diminuiva – il luogo era quasi deserto – chiunque fosse giovane e robusto sembrava essersene andato in Egitto – erano rimasti soltanto i vecchi. L’incontro con i miei genitori fu felice e triste allo stesso tempo. Avevamo così tanto da dirci e così poco tempo per farlo. Nessuno sapeva per quanto la frontiera sarebbe rimasta aperta e per ogni ora che restavo per me aumentava il rischio di non poter tornare dalla mia famiglia.  Così dopo due ore, con le lacrime agli occhi, mio padre mi disse che era arrivato il momento di andarmene. E questa volta fui fortunato: la frontiera era ancora aperta e le macchine stavano ancora viaggiando. Così, con grande sollievo di mia moglie, riuscii a rimediare un’auto e tornare sano e salvo ad Al-Arish.</p>
<p>Andai a vivere con mia moglie ed i miei figli nell’appartamento che avevo affittato e nel frattempo cercai un modo per portarli via dall’Egitto. Il confine di Gaza, che era rimasto aperto per una settimana, era stato chiuso  e le forze di sicurezza stavano arrestando ogni palestinese trovato nelle città di frontiera, indipendentemente dalle circostanze. Potemmo restare nell’appartamento solo per un giorno o due perché la proprietaria sospettava che non fossimo egiziani e aveva paura della polizia. Così ci chiese di andarcene. Ci spostammo in un altro appartamento, ma, durante la prima notte le forze di sicurezza vennero a bussare alla nostra porta. Mia moglie ed i miei bambini erano molto spaventati e, se fossero stati scoperti, sarebbero stati rimandati a Gaza. Mi preparai a nasconderli cercando di non allarmarli, ma mentre aspettavamo nel buio sentimmo la polizia che se ne andava credendo che l’appartamento fosse vuoto. Così ora non avevamo scelta. Dovevamo tornare a nasconderci nella casa dei miei parenti, che era meno affollata, dato che molti palestinesi erano stati costretti a far ritorno a Gaza.</p>
<p>Avevo registrato i nomi di mia moglie e dei bambini alla Direzione della Sicurezza di modo che i loro passaporti fossero pronti e validi per il viaggio dall’Egitto alla Gran Bretagna. Ma visto che dopo tre settimane non c’era stato nessun progresso, decisi di usare ancora una volta il mio cartellino identificativo dell’università e i miei visti inglesi ed egiziani. Adattai i miei metodi a seconda di chi controllava i checkpoint e di quanto erano in grado di capire l’inglese scritto di alcuni dei documenti. Fu un’altra grande avventura – a volte fingevo di essere un egiziano del luogo e altre di essere un cittadino britannico che lavorava in Inghilterra. Alla fine riuscimmo a raggiungere Il Cairo e prima di ottenere il permesso di lasciare l’Egitto trascorsero altre due settimane.</p>
<p>Erano passate cinque settimane da quando ero arrivato in Egitto a quando tutti e quattro partimmo. Finalmente alla fine del febbraio 2008 lasciammo Il Cairo alla volta di Londra. Avemmo qualche problema nel far salire la mia bambina sull&#8217;aereo. Tutto ciò che lei sapeva degli aeroplani era che lanciavano bombe e uccidevano le persone. Non fu affatto semplice  convincerla che questo aereo non portava nessuna bomba. Da quando siamo arrivati in Inghilterra lei ha ancora paura di cose come i fuochi d’artificio, le luci abbaglianti delle auto e anche della posta lasciata cadere attraverso la nostra buca delle lettere nella porta. È proprio una di quei bambini traumatizzati che sono stati l’oggetto della mia tesi di dottorato.</p>
<p>Quando lasciai Gaza per venire a studiare in Inghilterra, mi lasciai tutto alle spalle, ma le persone sono rimaste incise nel mio cuore e nella mia memoria. Nonostante sia lontano da casa, non ho mai dimenticato la bandiera del mio paese ed il dolore dei suoi bambini che si rinnova specialmente quando vedo le aree verdi ed i campi da gioco di questo paese dove i bambini giocano senza paura dei cecchini o  dei carri armati o delle restrizioni del blocco. Non invidio ai bambini di qui i loro giocattoli. Semplicemente vorrei che anche quelli del mio paese avessero qualcosa di simile a questo, o per lo meno la metà, o anche solo una parte. Sono uno dei bambini della Palestina e nessuno di noi ha avuto un’infanzia. Siamo tutti nati adulti e la nostra infanzia ci è stata rubata davanti agli occhi del mondo libero. Per quanto a lungo questa sofferenza, questa tragedia continuerà? Dove sono le persone di coscienza? Dov’è davvero il mondo libero? Dove sono giustizia e libertà?</p>
<p><em>Traduzione di Francesca Matteoni e Marco Simonelli</em></p>
<p>Versione originale: ‘No Space to Be a Child’ in  <em>Children in War. The International Journal of Evacuee and War Child Studies </em>(Feb.2009, Vol. 1, No.6): pp. 57-63</p>
<p>Immagine di <a href="www.banksy.co.uk">Banksy</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/25/non-ce-modo-dessere-bambini/">Non c&#8217;è modo d&#8217;essere bambini</a></p>
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		<title>Paradise Lost</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 17:12:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Al campus di Gerusalemme andava forte il <em>wonder- pot</em>, una pentola a forma di ciambella in cui si potevano cuocere dei dolci senza il forno. Andavano forte le torte al cioccolato- suppongo pure all’hashish, ma non ho avuto occasione di assaggiarle- la musica che anni dopo sarebbe diventata world, il tè a litri, succhi di frutta, birra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/02/paradise-lost-2/">Paradise Lost</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-13964" title="waltzwithbashir41" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/waltzwithbashir41.jpg" alt="waltzwithbashir41" width="312" height="208" /><br />
di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Al campus di Gerusalemme andava forte il <em>wonder- pot</em>, una pentola a forma di ciambella in cui si potevano cuocere dei dolci senza il forno. Andavano forte le torte al cioccolato- suppongo pure all’hashish, ma non ho avuto occasione di assaggiarle- la musica che anni dopo sarebbe diventata world, il tè a litri, succhi di frutta, birra. Dormivo nella stanza della mia amica che vi era approdata dopo la maturità e, finito il corso di ebraico intensivo, aveva cominciato i suoi studi alla Hebrew University. Era la vita libera, la vita adulta dalla quale mi divideva solo l’anno che mancava pure a me per lasciare la Germania, anche se non sarei tornata dalla terra dei carnefici alla terra dei miei avi.<span id="more-13961"></span><br />
Quei tre giorni a Gerusalemme, mentre i miei continuavano a stare in albergo a Tel Aviv, ne erano stati l’assaggio. La città era tersa nell’aria mai troppo calda di inizio estate, morbida dal colle del campus fino giù al centro, di materia antica anche negli edifici nuovi perché costruiti in <em>Jerusalem stone</em>, pietra calcarea dal colore di pelle dorata.<br />
C’era sempre gente che veniva a trovarci. Parlavamo fino a tardi, di letteratura, cinema, politica, storie personali. C’erano Zvi, un ragazzo americano che studiava arabo, e Pepita, la room-mate da me sfrattata che veniva dall’Olanda. Tutti iscritti a facoltà di orientamento sociale, tutti animati da uno spirito sionista teso verso un futuro di libertà, fraternità, uguaglianza, pace. Nessun israeliano, ma forse era dovuto al fine settimana. Il ragazzo di Pepita lo era, però palestinese, come mi venne confidato con l’orgoglio di chi, pur non essendo che un gruppo di studenti al primo anno, si sente una sorta di avanguardia.<br />
Il terzo giorno, la pentola dei miracoli al centro della stanza veniva sostituita dalla radio. Dal campus sparivano i ragazzi, tranne quelli stranieri come Zvi. Stava per scoppiare la guerra, era già scoppiata. Libano, 1982. Sentivamo quel che dicevano sull’avanzata, le notizie sulle manifestazioni che si stavano organizzando. <em>Shalom Achshav, Peace Now</em>. Io ripartivo, loro ci sarebbero andati.<br />
Mi è tornato in mente vedendo <em>Valzer con Bashir </em>quando vengono nominati gli oltre vent’anni in cui Ari Folman dice di aver rimosso la guerra in Libano. Quel tempo mi è parso un’enormità: rispetto al punto di partenza geografico che forse mi ero trovata a spartire con qualche suo compagno d’armi, al senso di appartenenza che quell’ipotesi mi confermava. Johnny Rotten, il patchouli, le citazioni dei grandi film americani sul Vietnam: riferimenti in cui mi ritrovavo. Ma soprattutto questo: la dimensione caserecca che hanno tutti i discorsi sul trauma, la rimozione, la colpa, la shoah. Per chi come me o Folman è figlio di gente che ne è scampata, certe nozioni psicoanalitiche sono come la cassetta degli attrezzi per affrontare i fantasmi ereditati, lontanissimi dalla chaiselongue dello strizzacervelli di Woody Allen o di altro arguto psicologismo ebraico. Quel che ne viene fuori in questo caso, è una docufiction animata di forza straordinaria che sembra un incontro fra <em>Apocalype Now</em> e <em>Maus</em>. Folman dice che il suo sarebbe un film “assolutamente impolitico” e per quanto simili dichiarazioni siano diplomatiche, ritengo che in questo caso sia la verità. Pur mostrando alla fine le immagini oscene, tremendamente attuali, dei palestinesi uccisi a Sabra e Chatila di modo che, come sostiene, nessuno possa uscirne pensando di aver visto una figata, non lascia mai il punto di vista israeliano. Del resto, chissà se è possibile fare un film di guerra credibile stando da tutte due le parti? Clint Eastwood ha girato contemporaneamente <em>Lettere da Iwo Jiwa </em>e <em>Flags of Our Fathers </em>e poi li ha separati.<br />
Ma <em>Valzer con Bashir </em>non è impolitico soltanto perché sono sempre occhi israeliani che guardano la distruzione materiale e fisica dell’avversario. Lo è soprattutto perché una matrice preesistente fa da filtro a quello sguardo. Da un lato il film sposa la tesi della non partecipazione dei soldati israeliani al massacro, dall’altro fa cadere per Sabra e Chatila la parola-scandalo, la parola- chiave: genocidio. Deve essere impolitico per poter dire: il nostro Vietnam, la nostra perdita di innocenza &#8211; e di memoria &#8211; origina dal nostro esserci sentiti nazisti, e questo non cambia sposando una versione dei fatti che esclude ogni diretto coinvolgimento. Quel “nostro”, tuttavia, non è nemmeno posto come sentire condiviso da una nazione. Riguarda solo un gruppo di ex commilitoni della stessa generazione e provenienza: askenaziti, coi familiari sopravvissuti o morti nei lager.<br />
Ne sono lontanissimi i ragazzi che nel 2000 devono lasciare l’ultimo avamposto occupato nel 1982, di cui racconta Ron Leshem nel romanzo <em>Tredici Soldati</em>. Ne è stato tratto il film <em>Beaufort</em>, premiato alla Berlinale giusto mezz’anno dopo che per la seconda volta il Libano veniva invaso dall’esercito israeliano. Qui i soldati non sono più di leva, ma di carriera: ultraortodossi delle colonie, figli di russi e soprattutto di <em>mizrahim</em>, ebrei espulsi dai paesi arabi. Nessuno che possa essere parente dei protagonisti di <em>Valzer con Bashir</em>. Quelli là, i privilegiati, anzi hanno rotto i coglioni con le loro storie lacrimevoli di poveri palestinesi e nonni sterminati. Dover lasciare il bunker all’ombra di un castello dei Crociati in cui aspettavano i razzi di Hezbollah, per quei nuovi soldati è privazione di prospettive e identità, cacciata dal giardino di Eden, come afferma provocatoriamente il titolo originale del romanzo.<br />
Anche <em>Il giardino di limoni </em>che una vedova palestinese cerca di difendere dal decreto israeliano di sradicarlo ha all’inizio un aspetto edenico. Film molto più convenzionale e leggero di <em>Valzer con Bashir</em>, è capace tuttavia di trafugare il politico nel privato, a partire da quel che l’immaginario –anche israeliano- associa con la coltivazione degli agrumi, essendo quel giardino in realtà un limoneto. Qui dove non c’è guerra, i palestinesi sono comprimari: cominciando da Hiam Abbass, attrice nata a Nazareth, cui il ruolo di Salma Zidane è stato cucito su misura. Ma oltre alla sua splendida faccia antica, il regista Eran Riklis mostra pure qualcosa dello squallore della Cisgiordania, la difficoltà di muoversi coi posti di blocco e altri aspetti di vita quotidiana sotto occupazione. Salma ha una figlia a Ramallah, l’altra a Gaza, il maschio oltreoceano che nella sua camera ha lasciato come traccia dei suoi sogni il manifesto del omonimo Zizou, ma per il momento fa lo sguattero a Washington. La prima è raggiungibile con difficoltà, la seconda è quasi come fosse in America, forse è persino più difficile parlarle.<br />
Sta in un college statunitense anche la figlia della vicina israeliana oltre al recinto che diventerà muro di divisione, la moglie del ministro della difesa che, confrontandosi con le angherie di Salma, si scopre <em>Desperate housewife</em>. Più importante dell’abbozzata, consolatoria solidarietà tra donne, è il ritratto della loro solitudine speculare. Del loro dover restare dove sono, murate da ragioni di stato e società, mentre altri se ne vanno. Palestinesi e israeliani, sparsi per una diaspora che permette più facilmente di campare, formarsi, sentirsi persone e basta, come per motivare la sua scelta di vivere in Francia, spiega nelle interviste Hiam Abbass che ha recitato e fatto da consulente per <em>Munich</em> di Spielberg, però anche interpretato la madre di uno shahid nel controverso film palestinese <em>Paradise now</em>.<br />
Il giovane avvocato che porterà la causa di Salma fino alla corte suprema israeliana e si innamorerà della sua bellezza e del suo coraggio, è anche lui rientrato da poco in patria. Nel primo incontro, mangia nostalgico una scatoletta di pesci affumicati portati da Mosca dove ha lasciato una figlia bionda. E non è a caso il figlio di Salma quello più indifferente a tutta la questione dei limoni piantati da suo nonno. “Vieni in America, mamma”, dice, “starai come una regina” e riattacca. In alternativa alla solitudine o allo sradicamento non solo dei limoni, non resta che cantare in coro come alla festa del ministro con catering kosher gestito da arabi vestiti con fez e pantaloni a sbuffo: rientrare nei ruoli e nei ranghi. Alla fine l’avvocato rilascia dichiarazioni sulla vittoria ottenuta per la causa palestinese e si fidanza con la figlia di un ministro di Al-Fatah. Ed è col nome che le deriva dal figlio maschio- “Um Nassar”- che pure Salma viene apostrofata quando qualcuno vuole rimetterla al suo posto.<br />
Umm Khaltoum, la Callas della musica araba, sparge invece la sua voce per uno squallido fast-food nel film <em>La Banda </em>(2007) di Eran Kolirin. La banda della polizia di Alessandria doveva esibirsi in un centro arabo di Petah Tikvah e invece finisce a Bet-ha-Tikva, città dormitorio dove non vivono che ebrei sfigati. Dina, gestrice dell’unico bar-tavola calda, sistema gli arabi smarriti per la nottata. Di nuovo il motore è una figura femminile di bellezza ed energia orientale. E sola: single in questo caso. Vedovo invece è Tawfik, il direttore della banda al quale Dina dedica la canzone della defunta diva, dopo averlo paragonato ad Omar Sharif, l’eroe dei melodrammi egiziani che, visti in tivù, da ragazza l’avevano fatta sognare. Attraverso un linguaggio sghangerato alla Tati o Kaurismaki, Kolirin recupera uno struggimento per l’oriente cui il suo paese appartiene per geografia e origine di gran parte dei suoi abitanti, mentre i casermoni nel deserto più che occidentali sono lo stesso schifo in tutto il mondo. E’ questa la cosa che va più a fondo nella sua garbata commedia sentimentale. O il fatto che una giornalista abbia chiesto a Sasson Gabai, l’attore israeliano che interpreta il rigido Tawfik, se avesse avuto difficoltà a entrare nel ruolo di un colonnello arabo. “Per niente”, fu la risposta, “sono nato in Iraq, l’arabo è la mia lingua madre”.<br />
Quelli che erano i ragazzi riuniti intorno al wonder-pot, continuano a svolgere lavori dal risvolto sociale, ma non più in Israele. Sono finiti a Ginevra, Amsterdam, New York. Chi resta invece, sono gli abitanti di posti come Bet-ha-Tikva, o quelli che furono i <em>Tredici Soldati </em>nel Libano occupato. Pure i registi hanno un piede dentro e uno fuori, non foss’altro che per le platee e i premi internazionali che li hanno gratificati. Colpisce che pur distanti l’un dall’altro di circa dieci anni, sono tutti e tre maschi e di origine askenazi. Come se fosse ancora necessaria una provenienza privilegiata per riuscire a raccontare un conflitto attraverso volti, storie, sguardi pienamente individuali. Cosa che magari aiuta pure a capire un’altra disparità: come mai il conflitto israelo-palestinese o -arabo giunga a noi soprattutto attraverso il cinema israeliano. Non si tratta forse solo delle maggiori facilità di girare, né dell’astuzia usata nel contrabbandare il veleno della realtà dentro prodotti godibili o parzialmente edulcorati. Quel che pare più difficile per un palestinese è trovare la sufficiente dose di libertà artistica fra le esigenze di mediazione e militanza. Il film sui due aspiranti attentatori suicidi <em>Paradise now</em>, ha un produttore israeliano ed è riuscito a vincere il Golden Globe, nonché accedere a una nomination agli Oscar per un paese di nome “Palestina”. Il suo regista Hany Abu-Assad vive in Olanda da trent’anni. Rispetto a una terra così ferocemente amata da produrre paradisi accessibili grazie al tritolo, forse è necessario cominciare a costruire dalla distanza.</p>
<p>pubblicato su &#8220;Il Riformista&#8221;, il 25.1.2009.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/02/paradise-lost-2/">Paradise Lost</a></p>
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		<title>La dissipazione di Israele &#8211; Lettera aperta per gli ebrei italiani</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jan 2009 12:21:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Si riprende la lettera pubblicata dal <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20090118/pagina/20/pezzo/239878/?tx_manigiornale_pi1">manifesto </a></em><em>il 18.01]</em></p>
<p>di <strong>Franco Lattes Fortini</strong></p>
<p><em>Quello che segue è un testo scritto quasi 20 anni fa da Franco Fortini. «Il manifesto» lo pubblicò il 24 maggio del 1989. Rileggerlo fa una certa impressione.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/21/la-dissipazione-di-israele-lettera-aperta-per-gli-ebrei-italiani/">La dissipazione di Israele &#8211; Lettera aperta per gli ebrei italiani</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Si riprende la lettera pubblicata dal <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20090118/pagina/20/pezzo/239878/?tx_manigiornale_pi1">manifesto </a></em><em>il 18.01]</em></p>
<p>di <strong>Franco Lattes Fortini</strong></p>
<p><em><span class="grey-l">Quello che segue è un testo scritto quasi 20 anni fa da Franco Fortini. «Il manifesto» lo pubblicò il 24 maggio del 1989. Rileggerlo fa una certa impressione. Perché i problemi e gli interrogativi che pone rimangono ancora oggi aperti e sostanzialmente immutati. Semmai «solo» aggravati.</span></em></p>
<p>Ogni giorno siamo informati della repressione israeliana contro la popolazione palestinese. E ogni giorno più distratti dal suo significato, come vuole chi la guida. Cresce ogni giorno un assedio che insieme alle vite, alla cultura, le abitazioni, le piantagioni e la memoria di quel popolo e &#8211; nel medesimo tempo &#8211; distrugge o deforma l&#8217;onore di Israele. In uno spazio che è quello di una nostra regione, alle centinaia di uccisi, migliaia di feriti, decine di migliaia di imprigionati &#8211; e al quotidiano sfruttamento della forza-lavoro palestinese, settanta o centomila uomini &#8211; corrispondono decine di migliaia di giovani militari e coloni israeliani che per tutta la loro vita, notte dopo giorno, con mogli, i figli e amici, dovranno rimuovere quanto hanno fatto o lasciato fare. <span id="more-13591"></span>Anzi saranno indotti a giustificarlo. E potranno farlo solo in nome di qualche cinismo real-politico e di qualche delirio nazionale o mistico, diverso da quelli che hanno coperto di ossari e monumenti l&#8217;Europa solo perché è dispiegato nei luoghi della vita d&#8217;ogni giorno e con la manifesta complicità dei più. Per ogni donna palestinese arrestata, ragazzo ucciso o padre percosso e umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre israeliano che dovranno dire di non aver saputo oppure, come già fanno, chiedere con abominevole augurio che quel sangue ricada sui propri discendenti. Mangiano e bevono fin d&#8217;ora un cibo contaminato e fingono di non saperlo. Su questo, nei libri dei loro e nostri profeti stanno scritte parole che non sta me ricordare.<br />
Quell&#8217;assedio può vincere. Anche le legioni di Tito vinsero. Quando dalle mani dei palestinesi le pietre cadessero e &#8211; come auspicano i &#8220;falchi&#8221; di Israele &#8211; fra provocazione e disperazione, i palestinesi avversari della politica di distensione dell&#8217;Olp, prendessero le armi, allora la strapotenza militare israeliana si dispiegherebbe fra gli applausi di una parte dell&#8217;opinione internazionale e il silenzio impotente di odio di un&#8217;altra parte, tanto più grande. Il popolo della memoria non dovrebbe disprezzare gli altri popoli fino a crederli incapaci di ricordare per sempre.<br />
Gli ebrei della Diaspora sanno e sentono che un nuovo e bestiale antisemitismo è cresciuto e va rafforzandosi di giorno in giorno fra coloro che dalla violenza della politica israeliana (unita alla potente macchina ideologica della sua propaganda, che la Diaspora amplifica) si sentono stoltamente autorizzati a deridere i sentimenti di eguaglianza e le persuasioni di fraternità. Per i nuovi antisemiti gli ebrei della Diaspora non sono che agenti dello stato di Israele. E questo è anche l&#8217;esito di un ventennio di politica israeliana.<br />
L&#8217;uso che questa ha fatto della diaspora ha rovesciato, almeno in Italia, i rapporto fra sostenitori e avversari di tale politica, in confronto al 1967. Credevano di essere più protetti e sono più esposti alla diffidenza e alla ostilità.<br />
Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana e ebraismo. Va detto anzi che proprio la tradizione della sinistra italiana (da alcuni filoisraeliani sconsideratamente accusata di fomentare sentimenti razzisti) è quella che nei nostri anni ha più aiutato, quella distinzione, a mantenerla. Sono molti a saper distinguere e anch&#8217;io ero di quelli. Ma ogni giorno di più mi chiedo: come sono possibili tanto silenzio o non poche parole equivoche fra gli ebrei italiani e fra gli amici degli ebrei italiani? Coloro che ebrei o amici degli ebrei &#8211; pochi o molti, noti o oscuri, non importa &#8211; credono che la coscienza e la verità siano più importanti della fedeltà e della tradizione, anzi che queste senza di quelle imputridiscano, ebbene parlino finché sono in tempo, parlino con chiarezza, scelgano una parte, portino un segno. Abbiano il coraggio di bagnare lo stipite delle loro porte col sangue dei palestinesi, sperando che nella notte l&#8217;Angelo non lo riconosca; o invece trovino la forza di rifiutare complicità a chi quotidianamente ne bagna la terra, che contro di lui grida. Né mentiscano a se stessi, come fanno, parificando le stragi del terrorismo a quelle di un esercito inquadrato e disciplinato. I loro figli sapranno e giudicheranno.<br />
E se ora mi si chiedesse con quale diritto e in nome di quale mandato mi permetto di rivolgere queste domande, non risponderò che lo faccio per rendere testimonianza della mia esistenza o del cognome di mi opadre e della sua discendenza da ebrei. Perché credo che il significato e il valore degli uomini stia in quello che essi fanno di sé medesimi a partire dal proprio codice genetico e storico non in quel che con esso hanno ricevuto in destino. Mai come su questo punto &#8211; che rifiuta ogni «voce del sangue» e ogni valore al passato ove non siano fatti, prima, spirito e presente; sé che partire da questi siano giudicati &#8211; credo di sentirmi lontano da un punto capitale dell&#8217;ebraismo o da quel che pare esserne manifestazione corrente.<br />
In modo affatto diverso da quello di tanti recenti, e magari improvvisati, amici degli ebrei e dell&#8217;ebraismo, scrivo queste parole a una estremità di sconforto e speranza perché sono persuaso che il conflitto di Israele e di Palestina sembra solo, ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per l&#8217;indipendenza e la libertà nazionali che il nostro secolo conosce fin troppo bene.<br />
Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come il braccio armato di una nazione, come la Francia agì in Algeria, gli Stati uniti in Vietnam o l&#8217;Unione Sovietica in Ungheria o in Afghanistan. Ma, come la Francia era pur stata, per il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy e gli Americani quelli del 1775 e i sovietici quelli del 1917, così gli ebrei, ben rima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei nostri vasi sacri, una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza, delle nostre parole e volontà. Non rammento, quale sionista si era augurato che quella eccezionalità scomparisse e lo stato di Israele avesse, come ogni altro, i suoi ladri e le sue prostitute. Ora li ha e sono affari suoi. Ma il suo Libro è da sempre anche il nostro, e così gli innumerevoli vivi e morti libri che ne sono discesi. E&#8217; solo paradossale retorica dire che ogni bandiera israeliana da nuovi occupanti innalzata a ingiuria e trionfo sui tetti di un edificio da cui abbiano, con moneta o minaccia, sloggiato arabi o palestinesi della città vecchia di Gerusalemme, tocca alla interpretazione e alla vita di un verso di Dante o al senso di una cadenza di Brahms?<br />
La distinzione fra ebraismo e stato d&#8217;Israele, che fino a ieri ci era potuta parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in forse proprio dall&#8217;assenso o dal silenzio della Diaspora. E ci ha permesso di vedere meglio perché non sia possibile considerare quel che avviene alle porte di Gerusalemme come qualcosa che rientra solo nella sfera dei conflitti politico-militari e dello scontro di interessi e di poteri. Per una sua parte almeno, quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è dentro di noi.<br />
Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell&#8217;immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e per la cultura d&#8217;Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea cristiana, Simone Weil ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere. Ogni giorno di guerra contro i palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena, un sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria. Un poeta ha parlato del proscritto e del suo sguardo «che danna un popolo intero intorno ad un patibolo»: ecco, intorno ai ghetti di Gaza e Cisgiordania ogni giorno Israele rischia una condanna ben più grave di quelle dell&#8217;Onu, un processo che si aprirà ma al suo interno, fra sé e sé, se non vorrà ubriacarsi come già fece Babilonia.<br />
La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazione palestinese; lo è, ripeto, dalla dissipazione che Israele viene facendo di un tesoro comune. Non c&#8217;è laggiù università o istituto di ricerca, non biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di compensare l&#8217;accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica della sopraffazione induce nella vita e nella educazione degli israeliani.<br />
E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici. Uno dei quali sono io. Se ogni loro parola toglie una cartuccia dai mitra dei soldati dello Tsahal, un&#8217;altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei palestinesi.<br />
Parlino, dunque.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/21/la-dissipazione-di-israele-lettera-aperta-per-gli-ebrei-italiani/">La dissipazione di Israele &#8211; Lettera aperta per gli ebrei italiani</a></p>
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		<title>Ipotesi per la tonnara di Gaza</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jan 2009 09:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.pistorius.splinder.com/" target="_blank"><strong>Lorenzo Galbiati</strong></a></p>
<p class="MsoNoSpacing">Il 17 settembre 1948, mentre era in corso la guerra arabo-israeliana, l’emissario dell’ONU <strong>Folke Bernadotte</strong> fu ucciso a Gerusalemme da alcuni terroristi israeliani.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Durante la II Guerra mondiale Bernadotte era stato molto attivo nella Croce Rossa svedese per salvare gli ebrei dai campi di concentramento nazisti e per questo motivo Israele lo aveva accettato come mediatore ONU: evidentemente, il governo sionista non si aspettava che si sarebbe prodigato per salvare i palestinesi dalla <em>pulizia etnica</em> israeliana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/19/ipotesi-per-la-tonnara-di-gaza/">Ipotesi per la tonnara di Gaza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.pistorius.splinder.com/" target="_blank"><strong>Lorenzo Galbiati</strong></a></p>
<p class="MsoNoSpacing">Il 17 settembre 1948, mentre era in corso la guerra arabo-israeliana, l’emissario dell’ONU <strong>Folke Bernadotte</strong> fu ucciso a Gerusalemme da alcuni terroristi israeliani.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Durante la II Guerra mondiale Bernadotte era stato molto attivo nella Croce Rossa svedese per salvare gli ebrei dai campi di concentramento nazisti e per questo motivo Israele lo aveva accettato come mediatore ONU: evidentemente, il governo sionista non si aspettava che si sarebbe prodigato per salvare i palestinesi dalla <em>pulizia etnica</em> israeliana. Bernadotte arrivò in Palestina il 20 maggio 1948 e in breve tempo riuscì a ottenere una tregua nella guerra arabo-israeliana e a porre le fondamenta per l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’assistenza ai rifugiati palestinesi, l’UNRWA. Nell’indifferenza generale degli osservatori ONU, Folke Bernadotte non rimase a guardare con le mani in mano la popolazione civile palestinese minacciata e terrorizzata dai bombardamenti, espulsa dalle proprie case, dai propri villaggi, molti dei quali poi rasi al suolo, e propose alle Nazioni Unite di ridividere la Palestina in due, e di dare il diritto di ritorno ai profughi palestinesi. Fu dopo il suo assassinio che l’ONU, nel dicembre 1948, deliberò la risoluzione 194 sul ritorno incondizionato di tutti i profughi espulsi da Israele &#8211; risoluzione che è stata sistematicamente disattesa dallo stato ebraico dal 1948 a tutt’oggi.<span id="more-13448"></span></p>
<p class="MsoNoSpacing">Gli uccisori di Bernadotte erano terroristi dei <strong>Combattenti per la Libertà d’Israele</strong> (Lehi), una formazione paramilitare sionista che si distinse per la sua ricerca di una guerra totale all’impero britannico, tanto che già nel 1941 tentò di allearsi formalmente con la Germania nazista al fine di liberare la terra di Israele dal nemico inglese &#8211; i nazisti non risposero alle loro richieste.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Israele condannò alcuni dei capi del Lehi e gli attentatori, ma l’amnistia del 1949 li rese subito liberi. Alla cospirazione per uccidere Bernadotte prese parte anche <strong>Yitzhak Shamir</strong>, uno dei capi del Lehi, che più tardi ammise di non averla ostacolata. Shamir sarebbe diventato poi Primo ministro israeliano.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Sessant’anni dopo questi fatti, il 14 dicembre 2008 l’inviato speciale dell’ONU nei territori palestinesi <strong>Richard Falk</strong> è stato arrestato al momento del suo arrivo all’aeroporto di Tel Aviv, incarcerato senza accuse e poi espulso dallo stato ebraico per volontà del Primo ministro <strong>Olmert</strong>. In un articolo per il «Guardian», Falk ha scritto che: “Israele avrebbe potuto o rifiutarsi di accettare i visti o comunicare alle Nazioni Unite che non mi avrebbero permesso di entrare, ma non è stata presa nessuna delle due misure. Sembra che Israele abbia voluto impartire a me, e in modo assai più significativo alle Nazioni Unite, una lezione: non vi sarà nessuna collaborazione con coloro che esprimono forti critiche sulla politica di occupazione israeliana. Dopo che mi è stato negato l’ingresso, sono stato tenuto in custodia cautelare insieme a circa altre 20 persone con problemi d’ingresso. Da questo momento, sono stato trattato non come un rappresentante delle Nazioni Unite, ma come una sorta di minaccia per la sicurezza, sottoposto ad una perquisizione corporale minuziosa e alla più puntigliosa ispezione dei bagagli che abbia mai visto.<br />
Sono stato separato dai miei due colleghi delle Nazioni Unite, a cui è stato permesso di entrare in Israele, e condotto nell’edificio di detenzione dell’aeroporto, distante circa un miglio. Mi è stato chiesto di mettere tutti i miei bagagli, insieme al cellulare, in una stanza e sono stato portato in un piccolo locale chiuso a chiave che puzzava di urina e di sudiciume. Conteneva altri cinque detenuti e costituiva uno sgradito invito alla claustrofobia. Ho passato le successive 15 ore rinchiuso in questo modo, il che è equivalso ad un corso intensivo sulle miserie della vita carceraria, inclusi lenzuola sporche, cibo immangiabile e luci che passavano dal bagliore all’oscurità, controllate dall’ufficio di guardia.”<span> </span>
</p>
<p class="MsoNoSpacing">Richard Falk è un professore di diritto internazionale della Princeton University che nell’estate del 2008 ha accusato Israele di violare la legge internazionale, le leggi umanitarie internazionali e la convenzione di Ginevra; ha descritto le politiche di Israele contro i palestinesi e l&#8217;assedio di Gaza come &#8221; crimini di guerra&#8221;, &#8220;tendenze genocide&#8221;, &#8220;risvolti da Olocausto&#8221; e &#8221; Olocausto in corso&#8221;; ha esortato il Tribunale Criminale Internazionale ad indagare sulla possibilità di incriminare i leader israeliani per crimini di guerra. Falk è insomma una persona non gradita a Israele in quanto “ebreo antisemita”, ossia “ebreo che odia se stesso” – queste le accuse rivoltegli da vari ambienti sionisti, come ha spiegato lo stesso Falk in un’intervista recente.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Quello che ha denunciato Falk all’ONU, sessant’anni dopo Bernadotte, è il continuo del crimine della pulizia etnica del popolo palestinese compiuta dallo stato ebraico, crimine che comprende eccidi cronici come la carneficina appena compiuta a Gaza. Non si possono capire le ragioni profonde che guidano una siffatta politica criminale se non si comprende approfonditamente l’ideologia sionista, che costituisce il movente della nascita di Israele e del suo operato dal 1948 a oggi.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Per esempio, perché Israele dichiarando la “tregua unilaterale” ha affermato – esattamente come fece nel 2006 dopo la guerra di invasione al Libano &#8211; di aver raggiunto gran parte dei suoi obiettivi?</p>
<p class="MsoNoSpacing">C’è da chiedersi innanzi tutto quali fossero questi obiettivi.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Di certo tra essi non c’era la fine del lancio di <strong>razzi Qassam</strong>. Del resto, la guerra anzi il massacro compiuto da Israele a Gaza non è iniziato come risposta al lancio dei Qassam. È stato infatti inequivocabilmente dimostrato che Israele ha rotto per primo la tregua con <strong>Hamas </strong>a novembre, con le incursioni militari via terra e via mare nella <strong>Striscia di Gaza</strong> che hanno provocato l’uccisione di sei miliziani di Hamas (49 palestinesi in totale, tra Gaza e Cisgiordania) e il sequestro di 15 pescatori palestinesi e tre volontari dell’<strong>ISM</strong>, tra cui l’italiano <strong>Vittorio Arrigoni</strong>, rapito in acque palestinesi da un’operazione israeliana di pirateria internazionale, condotto in Israele, incarcerato in condizioni al limite della tortura e poi espulso.</p>
<p class="MsoNoSpacing">L’aggressione israeliana alla Striscia di Gaza, per ammissione del ministro della Difesa israeliano <strong>Barak </strong>alla conferenza stampa di sabato notte, è stata premeditata e giustificata come “<strong>guerra di opportunità</strong>”. Una chiara <strong><em>guerra elettorale</em></strong>, quindi. Lo aveva già dichiarato il pacifista israeliano <strong>Uri Avnery</strong> in un suo ficcante articolo del 3 gennaio, in cui tra l’altro scriveva: “qualche tempo fa ho scritto che la chiusura di Gaza è stato un esperimento scientifico progettato per capire in quanto tempo si può far morire di fame una popolazione giocando con la sua vita in un girone dantesco prima di farla collassare. Questo esperimento è stato condotto con il generoso aiuto di Europa e Stati Uniti. Fino ad ora, non ha avuto successo. Hamās è diventata più forte e la gittata dei Qassam è diventato più lunga. L&#8217;attuale guerra è la continuazione di questo esperimento con altri mezzi.”</p>
<p class="MsoNoSpacing">Uri Avnery denuncia cioè le stesse cose che riportava all’ONU Richard Falk, senza fare riferimenti al genocidio della Shoah. Cambiano le parole, ma la sostanza è la stessa: crimini contro l’umanità. Avnery fornisce anche un elenco delle tante guerre elettorali sostenute da Israele, facendo capire come il consenso degli israeliani lo si conquista colpendo e umiliando il popolo palestinese: in questo senso, Barak e Livni non vogliono essere da meno di Netanyahu.</p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>Possibile che vi sia la volontà di uccidere e distruggere a prescindere dall’obiettivo della sicurezza nazionale?</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing">Possibile.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Infatti, il lancio di razzi è stato interrotto dall’aggressione sionista? No, è aumentato e ha provocato subito 4 morti tra i civili israeliani. La minaccia del terrorismo è più lontana ora che milletrecento persone sono state uccise? No, è più vicina. Il consenso ad Hamas si è indebolito? Al contrario, si è rafforzato sia tra la popolazione civile palestinese sia all’estero e, se si fosse indebolito, lascerebbe ora spazio a movimenti terroristici integralisti. Se Israele avesse come primo obiettivo la propria sicurezza, non avrebbe provocato una emergenza umanitaria a Gaza chiudendo i valichi, non avrebbe infranto la tregua con incursioni, uccisioni e rapimenti per provocare la prevedibilissima reazione di Hamas e avere così il pretesto per compiere la carneficina da poco – forse – conclusasi nella Striscia di Gaza.</p>
<p class="MsoNoSpacing">È possibile quindi<span> </span>che l’aggressione e la distruzione della Striscia di Gaza siano state pianificate da anni, per esempio dal governo Sharon, quello che ha posto fine all’occupazione costringendo al ritorno i coloni. E’ quanto sostiene <strong>Michel Chossudovsky</strong> in un articolo in cui scrive che: &#8220;Fonti dell&#8217;establishment della difesa hanno dichiarato che il ministro della difesa Ehud Barak ha ordinato alle Forze Aeree Israeliane di prepararsi per l&#8217;operazione più di sei mesi fa, anche mentre Israele iniziava a negoziare un accordo per il cessate il fuoco con Hamas&#8221; […]. L&#8217;operazione &#8220;Piombo Fuso&#8221; è intesa, del tutto deliberatamente, a provocare vittime civili. Ciò con cui stiamo trattando è un &#8220;disastro umanitario pianificato&#8221; a Gaza in un&#8217;area urbana densamente popolata. L&#8217;obiettivo a più lungo termine di questo piano, come formulato dai funzionari politici israeliani, è l&#8217;espulsione dei palestinesi dalle terre palestinesi: &#8220;Terrorizzare la popolazione civile, garantendo la massima distruzione delle proprietà e delle risorse culturali&#8230; La vita quotidiana dei palestinesi deve essere resa insopportabile: dovrebbero essere bloccati in città e villaggi, impediti ad esercitare una normale vita economica, rimossi dai luoghi di lavoro, dalle scuole e dagli ospedali. Questo incoraggerà l&#8217;emigrazione ed indebolirà la resistenza a future espulsioni&#8221;. <span lang="EN-GB">(Ur Shlonsky, citato da Ghali Hassan, Gaza: <em>The World’s Largest Prison, Global Research</em>, 2005). </span>L&#8217;operazione &#8220;Piombo Fuso&#8221; fa parte della più ampia operazione militare e di intelligence iniziata nel 2001 al principio del governo di Ariel Sharon. È stato sotto l&#8217;&#8221;<strong>Operazione Vendetta Giustificata</strong>&#8221; di <strong>Sharon</strong> che sono stati inizialmente utilizzati quegli aerei da caccia F-16 per bombardare le città palestinesi. L&#8217;&#8221;Operazione Vendetta Giustificata&#8221; è stata presentata nel luglio del 2001 al governo israeliano di Ariel Sharon dal capo di stato maggiore dell&#8217;IDF Shaul Mofaz, sotto il titolo &#8220;La distruzione dell&#8217;Autorità Palestinese ed il disarmo di tutte le forze armate&#8221;.</p>
<p class="MsoNoSpacing">&#8220;Lo scorso giugno [2001] è stato redatto un piano di contingenza, dal nome in codice di Operazione Vendetta Giustificata per rioccupare tutta la Cisgiordania e forse la Striscia di Gaza al costo probabile di &#8220;centinaia&#8221; di vittime israeliane&#8221; («Washington Times», 19 marzo 2002).”</p>
<p class="MsoNoSpacing">Secondo altri analisti, Gaza potrebbe essere annessa dall’Egitto e la Cisgiordania dalla Giordania, o diventare uno stato <em>bantustan </em>sotto il controllo israeliano.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Come andrà a finire?</p>
<p class="MsoNoSpacing">Staremo a vedere.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Personalmente, non credo possibili i suddetti esiti, almeno in tempi brevi, né tanto meno ritengo possibile uno stato palestinese in Cisgiordania, viste le numerosissime enclave israeliane presenti e il rifiuto israeliano di cedere Gerusalemme est ai palestinesi – senza contare il problema del ritorno dei profughi.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Allo stato attuale, cioè, non vedo nessuna possibile soluzione a breve termine alla fine dell’oppressione del popolo palestinese; <strong>forse, la soluzione di uno stato binazionale, laico e democratico, per quanto a tutt’oggi inverosimile, è la più praticabile “sul campo”</strong> oltre a essere, per certi versi, la soluzione ideale per una riconciliazione tra ebrei e palestinesi.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Peraltro, non vedo nemmeno all’opera un piano israeliano lungimirante volto a eliminare ogni possibilità di dare uno stato ai palestinesi, credo anzi che l’agire sionista poggi su basi irrazionali, che non rendono possibile il raggiungimento di obiettivi a lungo termine. È l’effetto della <em>follia morale</em> che pervade la classe dirigente israeliana; ne parla Uri Avnery in un articolo pubblicato su Il Manifesto il 13 gennaio a proposito del massacro di Gaza, in cui si legge: “Nell&#8217;atto della morte, ogni bambino si trasformava in un terrorista di Hamas. Ogni moschea bombardata diventava istantaneamente una base di Hamas, ogni palazzina un deposito di armi, ogni scuola una postazione terroristica, ogni edificio dell&#8217;amministrazione pubblica un «simbolo del potere di Hamas». Così l&#8217;esercito israeliano manteneva la sua purezza di «esercito più morale del mondo». La verità è che le atrocità sono un risultato diretto del piano di guerra. Questo riflette la personalità di Ehud Barak &#8211; un uomo il cui modo di pensare e le cui azioni sono una chiara esemplificazione di quella che viene chiamata «follia morale», un disturbo sociopatico. […] Chi dà l&#8217;ordine di una simile guerra, con tali metodi, in un&#8217;area densamente popolata, sa che causerà il massacro di civili. A quanto pare, ciò non lo ha toccato. O forse credeva che loro avrebbero «cambiato modo» e la guerra avrebbe «marchiato a fuoco la loro coscienza», per cui in futuro non oseranno resistere a Israele. […] Le persone affette da follia morale non riescono a capire le motivazioni delle persone normali, e devono indovinare le loro reazioni. «Quante divisioni ha il papa?» se la rideva Stalin. «Quante divisioni hanno le persone con una coscienza?» potrebbe chiedersi oggi Ehud Barak. Ma, come stiamo vedendo, ne hanno qualcuna. Non tante. Non molto veloci a reagire. Non molto forti e organizzate. Ma a un certo momento, quando le atrocità dilagano e masse di persone si uniscono per protestare, questo può decidere di una guerra. […] Nella coscienza del mondo, resterà impressa a fuoco l&#8217;immagine di Israele come un mostro lordo di sangue, pronto in qualunque momento a commettere crimini di guerra e non intenzionato a rispettare alcun freno morale. Questo avrà gravi conseguenze a lungo termine per il nostro futuro, per la nostra posizione nel mondo, per la nostra chance di raggiungere la pace e la tranquillità. In fondo, questa guerra è anche un crimine contro noi stessi, un crimine contro lo stato di Israele.”</p>
<p class="MsoNoSpacing">“Follia morale”, un disturbo sociopatico. Avnery lo attribuisce solo a Barak, non ha il coraggio di dire che è presente in molti governanti sionisti e in larghi strati della società civile, altrimenti non si spiegherebbe l’appoggio di gran parte dei cittadini israeliani all’operazione “Piombo fuso”, benché occorra considerare anche il condizionamento della censura governativa e della propaganda mediatica sulla formazione delle opinioni del popolo israeliano.<span> </span></p>
<p class="MsoNoSpacing">Che cosa sta alla base di questo fenomeno che Avnery chiama follia morale? O, in altre parole,<strong> perché Israele fa quello che fa</strong>, con il consenso della maggior parte della sua cittadinanza, di molte comunità ebraiche delle diaspora e, in generale, dell’Occidente?</p>
<p class="MsoNoSpacing">Credo che la radice di questa diffusa distorsione del senso morale sia da ricercarsi nel meccanismo psicologico della <em>negazione</em> del crimine della pulizia etnica, crimine senza il quale probabilmente<span> </span>Israele non sarebbe nato come stato ebraico, visto che la popolazione palestinese residente<span> </span>all’interno dei suoi confini era, alla fine del 1947, il 45% del totale &#8211; per poi ridursi a meno del 20% alla fine del 1948, a pulizia etnica completata. Per lo più, l’opinione pubblica israeliana nega, rimuove il fatto che Israele è stato creato<span> </span>distruggendo interi quartieri di città e villaggi palestinesi, per poi edificare abitazioni per soli ebrei e parchi nazionali sulle rovine della civiltà palestinese. Circa ottocentomila persone, gran parte di un popolo inerme è stata sradicata dalla terra in cui viveva da secoli, la sua cultura distrutta o ghettizzata. È quella che i palestinesi chiamano la Nakba, la “Catastrofe”, termine che solo da pochi anni sta diventando, confusamente, patrimonio linguistico dell’Occidente perché la politica e la storiografia hanno commesso, e per lo più stanno ancora commettendo, un crimine contro la storia e la cultura, il suo memoricidio.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Chi sa, per esempio, che le città di Ashkelon e di Sderot, le più colpite dai razzi Qassam, sono state costruite rispettivamente sulle rovine dei villaggi di Al-Jura e Najd, distrutti nel 1947-49 per mano dei sionisti, come documenta lo storico palestinese Walid Khalidi nel suo libro <em>All that remains</em>?</p>
<p class="MsoNoSpacing">Scrive Ilan Pappe che conoscere “il “trattamento” riservato ai palestinesi in quegli anni è collegato con l’emergere di questioni spiacevoli rispetto alla legittimazione del progetto sionista nel suo complesso. Per gli israeliani è quindi fondamentale sostenere e rafforzare il meccanismo della negazione, non solo per far fallire le rivendicazioni palestinesi nel processo di pace, ma &#8211; molto più importante &#8211; per ostacolare ogni discussione significativa sulla natura e sui fondamenti morali del sionismo. Per gli israeliani, riconoscere i palestinesi come vittime delle azioni di Israele è fonte di profondo turbamento, almeno per due motivi. Sia perché dovrebbero fare i conti con l’ingiustizia storica che metterebbe Israele sotto accusa per la pulizia etnica della Palestina del 1948 e in dubbio gli stessi miti fondanti dello Stato di Israele, sia perché […] scatenerebbe anche ripercussioni morali ed esistenziali sulla psiche degli ebrei israeliani: dovrebbero riconoscere di essere divenuti l’immagine speculare dei loro incubi peggiori.”</p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>In ultima analisi, alla domanda sul perché del crimine contro l’umanità commesso da Israele nella Striscia di Gaza si può rispondere almeno in due modi</strong>, a seconda di quanto si voglia scavare nel presente e nel passato della storia israeliana per trovare le risposte. Le cause prossime del crimine risiedono senz’altro nella ricerca del consenso elettorale da parte dei governanti israeliani. Ma questa causa non spiega la “follia morale” con cui la leadership israeliana ha compiuto questo crimine. Per poter rendere conto di un tale complesso di superiorità morale credo occorra considerarlo come l’effetto di un ossessivo rafforzamento del meccanismo di negazione sul peccato originale che ha contraddistinto la nascita dello stato ebraico, ossia la pulizia etnica del popolo palestinese.<span> </span></p>
<p class="MsoNoSpacing">
<p class="MsoNoSpacing">
<p class="MsoNoSpacing"><strong>Fonti:</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span lang="EN-GB"><span> </span></span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong><span lang="EN-GB">Su Richard Falk:</span></strong></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span lang="EN-GB">1) <a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5479&amp;mode=&amp;order=0&amp;thold=0 " target="_blank">http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5479&amp;mode=&amp;order=0&amp;thold=0 </a></span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span lang="EN-GB">2) <a href="http://pensatoio.ilcannocchiale.it/post/2132534.html " target="_blank">http://pensatoio.ilcannocchiale.it/post/2132534.html </a></span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span lang="EN-GB">3) <a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5391" target="_blank">http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5391</a></span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span lang="EN-GB"><span> </span></span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>Sugli obiettivi raggiunti da Israele e su chi ha violato la tregua:</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing">1) <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/13786/La+reputazione+%26egrave%3B+tutto" target="_blank">http://it.peacereporter.net/articolo/13786/La+reputazione+%26egrave%3B+tutto</a></p>
<p class="MsoNoSpacing">2)<a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5455" target="_blank"> http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5455</a></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span> </span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>L&#8217;articolo di Michel Chossudovsky:</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing"><a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5436" target="_blank">http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5436</a></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span> </span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>Su Ashkelon e Sderot:</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing"><a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5423" target="_blank">http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5423</a></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span> </span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>Gli articoli di Avnery:</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing"><a href="http://www.peacelink.it/palestina/a/28335.html" target="_blank">http://www.peacelink.it/palestina/a/28335.html</a></p>
<p class="MsoNoSpacing"><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090113/pagina/05/pezzo/239282/" target="_blank">http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090113/pagina/05/pezzo/239282/</a></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span> </span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>Lo scritto di Ilan Pappé:</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing">Da Ilan Pappé, <em>La pulizia etnica della Palestina</em>, Fazi editore, pag. 292.</p>
<p class="MsoNoSpacing">
<p class="MsoNoSpacing">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt;">
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/19/ipotesi-per-la-tonnara-di-gaza/">Ipotesi per la tonnara di Gaza</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jan 2009 21:34:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Questo articolo è apparso su <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/5528-michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/" target="_blank">Giornalismo partecipativo</a>]</em></p>
<p>di <strong>Gennaro Carotenuto</strong></p>
<p>Giovedì sera è andata in scena ad “Anno Zero”, in una trasmissione dedicata ai giovani e Gaza, una rappresentazione chiara del bivio di fronte al quale si trova il più di massa dei media, la televisione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/">Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo articolo è apparso su <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/5528-michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/" target="_blank">Giornalismo partecipativo</a>]</em></p>
<p>di <strong>Gennaro Carotenuto</strong></p>
<p>Giovedì sera è andata in scena ad “Anno Zero”, in una trasmissione dedicata ai giovani e Gaza, una rappresentazione chiara del bivio di fronte al quale si trova il più di massa dei media, la televisione. Non è in questa sede <a href="http://valentini.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/01/16/fra-santoro-e-annunziata/" target="_blank">importante</a> <a href="http://news.google.it/nwshp?client=firefox-a&amp;rls=org.mozilla:it:official&amp;hl=it&amp;tab=wn&amp;ncl=1271641867&amp;topic=h" target="_blank">riprendere</a> <a href="http://mosquitofsky.wordpress.com/2009/01/16/tivu-di-pupu/" target="_blank">le</a> <a href="http://ilbuoncaffe.blogspot.com/2009/01/viva-santoro.html" target="_blank">polemiche</a> <a href="http://solleviamoci.wordpress.com/2009/01/16/fini-su-annozero-superata-la-decenza-santoro-indecente-e-chiedere-censure-palermi-pdci-uno-splendido-e-commovente-anno-zero/" target="_blank">e</a> <a href="http://sorvegliato.wordpress.com/2009/01/16/quel-porco-di-santoro/" target="_blank">giudicare</a> <a href="http://linotype.wordpress.com/2009/01/16/santoro-sei-un-cretino/" target="_blank">il</a> <a href="http://arciprete.ilcannocchiale.it/post/2144342.html" target="_blank">plotone</a> <a href="http://www.articolo21.info/4791/editoriale/annozero-su-gaza-solidarieta-allannunziata.html" target="_blank">di</a> <a href="http://www.articolo21.info/4792/editoriale/il-problema-non-e-lucia-annunziata-o-michele.html" target="_blank">esecuzione</a> <a href="http://lapennachegraffia.blogspot.com/2009/01/faziosit.html" target="_blank">schierato</a> <a href="http://www.tvblog.it/post/12234/bufera-su-annozero-santoro-litiga-con-la-annunziata-che-si-va-israele-protesta-e-il-mondo-politico-attacca" target="_blank">in</a> <a href="http://spaziamente.blogspot.com/2009/01/politicatelevisiva.html" target="_blank">queste</a> <a href="http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2009/01/17/spettacoli-indecenti" target="_blank">ore</a><a href="http://zerovirgolaniente.blogspot.com/2009/01/santoro-e-le-polemiche-su-israele.html" target="_blank">contro</a> <a href="http://lapulcedivoltaire.blogosfere.it/2009/01/con-lucia-annunziata-contro-santoro.html" target="_blank">Michele</a> <a href="http://4mfnews.blogspot.com/2009/01/pcknews-annozero-sul-massacro-di-gaza.html" target="_blank">Santoro</a> e gli arcangeli e i serafini in fila a santificare Lucia Annunziata. Ma è importante fare un altro tipo di riflessione che concerne il medium.</p>
<p>Chi va in televisione può fare tre tipi diversi di cose. Può <strong>performare</strong>, ovvero dimostrare cosa sa fare o cosa conosce, ballare, cantare, far ridere, rispondere a quiz come a “Lascia o Raddoppia”. Può <strong>narrare</strong>, raccontando fatti reali o inventati, in un reportage o in una telenovela. O infine può <strong>conversare</strong>, dei massimi sistemi, in maniera aulica o del più e del meno, giù giù fino a “Porta a porta”.<span id="more-13433"></span></p>
<p>L’imbarbarimento della vita televisiva è dato dal disequilibrio tra questi tre grandi filoni. La performance è di fatto scomparsa. Nell’impoverimento culturale della società i quiz sono diventati idioti perché è fastidioso e controproducente far vincere dei soldi a qualcuno <em>solo</em> perché sa. Per far ridere poi in genere bastano quattro parolacce e qualche allusione sessuale. Perfino nelle vecchie tribune politiche si performava, si sciorinavano dati, si mostrava un eloquio da retori oggi sostituito dalle torte in faccia.</p>
<p>Anche la narrazione in tivù è in crisi. I documentari sono confinati sul satellite e i reportage li fa solo quel comunista di Riccardo Iacona. D’altra parte anche le storie ce le siamo finite e non si può fare una nuova edizione di “Guerra e pace” o “I promessi sposi” ogni 10 anni. Del resto “il pubblico non capirebbe”. Le soap poi sono un surrogato di conversazione tanto che molti format e reality sono delle soap camuffate.</p>
<p>La conversazione quindi trionfa in tutte le sue forme. Chiacchiere più o meno vuote nelle isole dei famosi, chiacchiere rigorosamente vuote nei programmi di approfondimento giornalistico, Porta a porta, Ballarò eccetera. Oramai i politici vanno in tivù (probabilmente imbottiti di stupefacenti) aspettando solo il momento di alzare la voce e avventarsi sulla controparte perché è sul wrestling che ritengono che il popolo bue li giudichi.</p>
<p>In questo modo tutto può passare, si può far passare come esperto un fanatico destinato al girone degli iracondi come Edward Luttwak, oppure trattare come statisti personaggi con condanne gravi come Marcello dell’Utri. Basta far sparire i fatti, anche se si parla di argomenti serissimi. In questo modo una ragazza messa lì ad accavallare le gambe può essere chiamata a parlare (sic) di genetica o di Resistenza e il suo punto di vista essere anteposto a quello di Rita Levi Montalcini o Claudio Pavone che hanno dedicato ai rispettivi campi di studio tutta la vita.</p>
<p>Il meccanismo è perverso. Per poter far credere ai telespettatori che la guerra è bella, che la precarietà è un bene, che gli immigrati sono cattivi o che la mafia non esiste devono sparire i fatti, la narrazione dei fatti. Solo così possono essere contrapposte su un piano di parità tesi che pari non sono.</p>
<p>Cosa c’entra con tutto ciò Michele Santoro?</p>
<p>Michele Santoro, nella trasmissione di giovedì sera non fa bella figura e forse non ha nemmeno il pieno controllo sull’evoluzione della stessa. Fa un errore marchiano dicendo all’Annunziata “stai acquisendo dei meriti nei confronti di qualcuno”, ha ragione ma la fa passare da vittima, ma soprattutto commette (il secondo probabilmente in maniera preterintenzionale) due peccati capitali.</p>
<p><strong>Il primo peccato capitale</strong> è che ha proposto dei frammenti di narrazione giornalistica in un contesto che è percepito come destinato solo alla conversazione. Ha mostrato le immagini. E le immagini parlano, non sono neutre. Se i fatti narrano, come ha dimostrato il <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/5440-gaza-se-guardano-vedono/" target="_blank">reportage</a> di Lorenzo Cremonesi sul “Corriere”, o il <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/5518-nellultimo-mese-il-blog-di-vittorio-arrigoni-da-gaza-il-pi-letto-ditalia/" target="_blank">successo</a> del blog di Vittorio Arrigoni da Gaza, ipotecano il dibattito che non può più prescindere da esso. A quel punto non esistono più due realtà virtuali contrapposte per par condicio. Ci sono i fatti che pendono da un lato, piuttosto che dall’altro. Non puoi più cambiare argomento, alzare la voce, tergiversare. Devi commentare quello che vedi senza eluderlo. Questo per lo stato attuale dell’informazione in Italia è intollerabile.</p>
<p>Di cosa è accusato Santoro? Di strumentalizzazione. Di cosa? Dei fatti. Come se si potesse prescindere da essi. Come ha calcolato <a href="http://www.agoravox.it/Annozero-prove-tecniche-di-censura" target="_blank">Elia Banelli</a> su Agoravox gli ospiti di Santoro giovedì erano perfettamente in equilibrio tra pro-israeliani e filo-palestinesi. Nel paese della par condicio è indispensabile che così sia anche se si parla di calcio. Nello specifico, se si mostra come ha fatto Santoro il fatto che i morti in Medio oriente sono in una proporzione di cento palestinesi per ogni israeliano e che un terzo di tali morti sono bambini si viene accusati di fare un’operazione di propaganda filopalestinese o addirittura filo-Hamas (che non è lo stesso ma tutto serve per estremizzare i toni). In realtà i palestinesi in trasmissione, a partire da Rula Jebreal, erano contro Hamas o agnostici.</p>
<p>Il problema allora non era nel dibattito; era nei fatti con i quali i politici e (quel che è peggio) i giornalisti non sono più abituati a fare i conti. Se i fatti, la proporzione di 100 morti contro uno, pendono a favore di una parte, i fatti stessi sono considerati una intollerabile deviazione rispetto alla par condicio che serve a dire tutto e il contrario di tutto. Quando crollò l’Argentina neoliberale l’unica maniera di difendere le politiche del Fondo Monetario Internazionale era prescindere dai fatti: sul dilagare della povertà, sulle morti per fame, sulla disoccupazione strutturale in un paese abituato alla piena occupazione, su un paese deindustrializzato dal modello bisognava glissare. Anche allora i fatti infastidivano chi voleva negare l’evidenza. Oppure leggete le dichiarazioni degli avvocati difensori dei manager della Thyssen Krupp su cosa pensano del “clamore mediatico”, ovvero dei fatti?</p>
<p>Con i fatti, i bambini morti, diviene impresentabile un Andrea Nativi che magnifica la straordinaria efficacia delle bombe a frammentazione o al fosforo o che ci vuol convincere che è normale per chi guida un elicottero d’assalto far tante vittime civili. Chi ha visto la trasmissione ha osservato la stizza di Nativi stesso ogni volta che veniva mostrato un frammento di narrazione su quello che si vede che è successo a Gaza, i fatti.</p>
<p>Sembrava dire, Nativi, “ma se mostrate i fatti le mie chiacchiere perdono peso, nessuno crede più che le armi siano bellissime. Non è giusto, se narrate i fatti allora il dibattito non è più equilibrato”. Squilibrato dai fatti. Nessuno infatti ha messo in dubbio gli effetti nefasti e criminali dei razzi sul Neghev. Il problema è che i razzi su Sderot o Ashkelon restano intollerabili solo fino a che non vengono paragonati a quanto sta accadendo a Gaza, fino a quando una narrazione artificiosa dei fatti fa credere che i tre (3) morti causati dai razzi di Hamas in tre settimane siano equivalenti (o addirittura più gravi) agli oltre mille causati da Tsahal.</p>
<p><strong>Il secondo peccato capitale</strong> di Michele Santoro è di aver sostituito per la conversazione i soliti navigati politici, giornalisti, docenti universitari, pronti a mettere in scena il solito teatrino stando alle regole del gioco, con dei ragazzi. Dei ragazzi italo-israeliani e dei ragazzi italo-palestinesi. Dei ragazzi, soprattutto le due ragazze, che hanno scatenato la reazione di Lucia Annunziata, che hanno usato i mezzi conversazionali del XXI secolo: hanno strillato come matte.</p>
<p>Entrambe presentabili, parlando un ottimo italiano, sufficientemente colte, carine, sicuramente entrambe in buona fede, hanno sbattuto l’una sulla faccia dell’altra gli argomenti di un conflitto irrisolvibile con le armi, dove non tutto è bianco né nero (come sostengono la Annunziata o Claudio Pagliara o in maniera speculare i fan italiani di Hamas, “intifada fino alla vittoria”).</p>
<p>A quel punto, con quelle due oneste ragazze, l’italo-israeliana e l’italo-palestinese, completamente fuori controllo a rinfacciarsi l’una all’altra 60 anni di conflitto e di pregiudizi il re era nudo. Il re della televisione. La tivù, quando sostituisce la narrazione con la conversazione, quando si mostra equidistante, in realtà sta solo prendendo le parti di chi è più distante dai fatti, per farsi strumento di dominio e di falsificazione della realtà stessa.</p>
<p>Il palesamento di questa realtà, per una ex-presidente della RAI come l’Annunziata, non era accettabile: “Michele, questo conflitto in mano a due ragazze non si può mettere”. L’unica conversazione possibile è un minuetto tra cicisbei che urlano, strepitano ma stanno al gioco. Se si sostituiscono con due ragazze in buona fede il castello di carte cade. E, di nuovo, restano i fatti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/">Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione</a></p>
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		<title>In difesa di Vittorio, un bersaglio facile</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 08:51:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Si riprende l'editoriale del <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/" target="_blank">manifesto</a> apparso ieri, 13.01.09]</em></p>
<p>di<strong> Maurizio Matteuzzi</strong></p>
<p>Vittorio Arrigoni è il pacifista italiano dell&#8217;International solidarity movement (Ism) che racconta in diretta da Gaza per il manifesto il tragico giorno per giorno della «spedizione punitiva» (parole di Massimo D&#8217;Alema) che Israele sta infliggendo al milione e mezzo di palestinesi intrappolati nella striscia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/in-difesa-di-vittorio-un-bersaglio-facile/">In difesa di Vittorio, un bersaglio facile</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Si riprende l'editoriale del <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/" target="_blank">manifesto</a> apparso ieri, 13.01.09]</em></p>
<p><span class="grey-l">di<strong> Maurizio Matteuzzi</strong></span></p>
<p>Vittorio Arrigoni è il pacifista italiano dell&#8217;International solidarity movement (Ism) che racconta in diretta da Gaza per il manifesto il tragico giorno per giorno della «spedizione punitiva» (parole di Massimo D&#8217;Alema) che Israele sta infliggendo al milione e mezzo di palestinesi intrappolati nella striscia. Basta leggere i giornali, a cominciare dal Corriere della Sera &#8211; il numero uno &#8211; o guardare il Tg1 &#8211; la portaerei dell&#8217;informazione «pubblica» -, per capire che Vittorio Arrigoni, e quelli come lui (sfortunatamente troppo pochi), è un testimone scomodo di fronte ai silenzi e alla (clamorosa) disinformazione della stampa italiana e, in genere, internazionale. Per questo la notizia che un sito web americano ha messo in rete il nome e la foto di Arrigoni proclamandolo «il bersaglio N.1» dell&#8217;esercito israeliano provoca rabbia ma non meraviglia. <span id="more-13285"></span><br />
È possibile che il sito www.stoptheism.com non sia, come dicono, troppo attendibile, che il suo animatore &#8211; tale Lee Kaplan, sedicente «giornalista investigativo» &#8211; sia un ciarlatano. Ma con il clima di impunità goduto dalle nefandezze israeliane e di omertà garantito dalla politica e dalla stampa, bisogna stare molto attenti. Fu a Gaza nel marzo 2003, durante la seconda intifada, che una pacifista Usa dell&#8217;Ism, Rachel Carrie, fu (deliberatamente)schiacciata da un bulldozer militare israeliano mentre tentava di impedire la distruzione di una casa palestinese.<br />
A quel che si sa Stop the Ism è un sito statunitense dell&#8217;estrema destra ebraica, furiosamente anti-palestinese e anti-comunista, che sembra sia legato a Radio Arutz7, l&#8217;emittente dei coloni ebrei, i più fanatici in genere provenienti dagli Usa, insediati nelle terre palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme est. Per Kaplan e soci per fermare l&#8217;International solidarity movement qualsiai mezzo è buono purché sia «definitivo». Per loro l&#8217;Ism è «un consorzio di gruppi di anarchici e comunisti americani alleati dell&#8217;Olp», ovvero «un&#8217;idra dalle molte teste» il cui obiettivo è di «aiutare l&#8217;Olp a distruggere Israele» e di «finanziare anarchici e comunisti americani a espandere le basi per la rivoluzione mondiale». E gente come Vittorio Arrigoni e altri volontari che vengono dagli Stati uniti, dall&#8217;Irlanda, dalla Spagna, dall&#8217;Australia, dalla Polonia, sono dei «terroristi alleati di Hamas».<br />
Sembrerebbe da ridere ma non c&#8217;è niente da ridere. Vittorio Arrigoni è un bersaglio «facile». È uno di quei matti che vanno a mani nude in posti infami come Gaza per difendere i civili palestinesi. Gli israeliani lo conoscono bene e lo hanno già intercettato, arrestato ed espulso due volte prima che Arrigoni il 23 agosto tornasse a Gaza dal mare a bordo della barca Free Gaza che aveva rotto il blocco israeliano (la vera causa della fine della tregua, non certo i razzetti di Hamas come vi stanno raccontando).<br />
Per cercare di evitare che anche Arrigoni divenga un «tragico errore» o un «danno collaterale» abbiamo chiesto alle autorità politiche e diplomatiche italiane di attivarsi urgentemente con quelle israeliane. Nell&#8217;inferno di Gaza Vittorio Arrigoni non è solo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/in-difesa-di-vittorio-un-bersaglio-facile/">In difesa di Vittorio, un bersaglio facile</a></p>
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		<title>Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/</link>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 07:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><ins datetime="2009-01-15T18:57:39+00:00">[pubblichiamo un testo che riteniamo importante - Andrea Inglese, Mattia Paganelli, Domenico Pinto, Jan Reister, Marco Rovelli, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta]</ins><br />
di <strong>Naomi Klein</strong> &#8211; <a title="l'articolo originale in inglese" href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">the Nation</a> &#8211; via <a title="la traduzione intaliana originale" href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&#38;op=viewarticle&#38;artid=8517">Megachip</a></p>
<p>È ora. Un momento che giunge dopo tanto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele il bersaglio del tipo di movimento globale che pose fine all&#8217;apartheid in Sud Africa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/">Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><ins datetime="2009-01-15T18:57:39+00:00">[pubblichiamo un testo che riteniamo importante - Andrea Inglese, Mattia Paganelli, Domenico Pinto, Jan Reister, Marco Rovelli, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta]</ins><br />
di <strong>Naomi Klein</strong> &#8211; <a title="l'articolo originale in inglese" href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">the Nation</a> &#8211; via <a title="la traduzione intaliana originale" href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&amp;op=viewarticle&amp;artid=8517">Megachip</a></p>
<p>È ora. Un momento che giunge dopo tanto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele il bersaglio del tipo di movimento globale che pose fine all&#8217;apartheid in Sud Africa.</p>
<p>Nel luglio 2005 <a href="http://www.bdsmovement.net/?q=node/52#Italian">una grande coalizione di gruppi palestinesi</a> delineò un piano proprio per far ciò. Si appellarono alla «gente di coscienza in tutto il mondo per imporre ampi boicottaggi e attuare iniziative di pressioni economiche contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica all&#8217;epoca dell&#8217;apartheid». Nasce così la campagna “Boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni” (<a href="http://www.bdsmovement.net/">Boycott, Divestment and Sanctions</a>), BDS per brevità.<span id="more-13266"></span></p>
<p>Ogni giorno che Israele martella Gaza spinge più persone a convertirsi alla causa BDS, e il discorso del cessate il fuoco non ce la fa a rallentarne lo slancio. Il sostegno sta emergendo persino tra gli ebrei israeliani. Proprio mentre è in corso l&#8217;assalto, circa 500 israeliani, decine dei quali artisti e studiosi rinomati, hanno inviato una <a href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&amp;op=viewarticle&amp;artid=8516">lettera</a> agli ambasciatori stranieri di stanza in Israele. La lettera chiede «l&#8217;adozione immediata di misure restrittive e sanzioni» e richiama un chiaro parallelismo con la lotta antiapartheid. «Il boicottaggio del Sud Africa fu efficace, Israele invece viene trattato con guanti di velluto&#8230;. Questo sostegno internazionale deve cessare.»</p>
<p>Tuttavia, molti ancora non ci riescono. Le ragioni sono complesse, emotive e comprensibili. E semplicemente non sono abbastanza buone. Le sanzioni economiche sono gli strumenti più efficaci dell&#8217;arsenale nonviolento. Arrendersi rasenta la complicità attiva. Qui di seguito le maggiori quattro obiezioni alla strategia BDS, seguita da contro-argomentazioni.</p>
<p><strong>1. Le misure punitive alieneranno anziché convincere gli israeliani.</strong> Il mondo ha sperimentato quello che si chiamava “impegno costruttivo”. Ebbene, ha fallito in pieno. Dal 2006 <strong>Israele accresce costantemente la propria criminalità</strong>: l&#8217;espansione degli insediamenti, l&#8217;avvio di una scandalosa guerra contro il Libano e l&#8217;imposizione di <strong>punizioni collettive</strong> su Gaza attraverso un blocco brutale. Nonostante questa escalation, Israele non ha dovuto far fronte a misure punitive, ma anzi, al contrario: armi e <strong>3 miliardi di dollari annui in aiuti</strong> che gli Stati Uniti inviano a Israele, tanto per cominciare. Durante questo periodo chiave, Israele ha goduto di un notevole miglioramento nelle sue relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con moteplici altri alleati. Ad esempio, nel 2007, Israele è diventato il primo paese non latino-americano a firmare un accordo di libero scambio con il Mercosur. Nei primi nove mesi del 2008, le esportazioni israeliane verso il Canada sono aumentate del 45%. Un nuovo accordo di scambi commerciali con l&#8217;Unione europea è destinato a raddoppiare le esportazioni di Israele di preparati alimentari. E l&#8217;8 dicembre i ministri europei hanno “rafforzato” <strong>l&#8217;Accordo di Associazione UE-Israele</strong>, una ricompensa a lungo cercata da Gerusalemme.</p>
<p>È in questo contesto che i leader israeliani hanno iniziato la loro ultima guerra: fiduciosi di non dover affrontare costi significativi. È da rimarcare il fatto che in sette giorni di commercio durante la guerra, l&#8217;indice della Borsa di Tel Aviv è salito effettivamente del 10,7 per cento. Quando le carote non funzionano, i bastoni sono necessari.</p>
<p><strong>2. Israele non è il Sud Africa.</strong> Naturalmente non lo è. La rilevanza del modello sudafricano è che dimostra che tattiche BDS possono essere efficaci quando le misure più deboli (le proteste, le petizioni, pressioni di corridoio) hanno fallito. Ed infatti permangono <a title="da The Indipendent, Israeli occupation reminiscent of apartheid" href="http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/civil-rights-group-claim-israeli-occupation-is-reminiscent-of-apartheid-1056546.html">reminiscenze dell&#8217;apartheid</a> profondamente desolanti: documenti di odentità con codici colorati e permessi di viaggio, case rase al suolo dai bulldozer e sfollamenti forzati, strade per soli coloni. Ronnie Kasrils, eminente uomo politico sudafricano, ha detto che l&#8217;architettura della segregazione da lui vista in Cisgiordania e a Gaza nel 2007 è “<a title="Israeli occupation in 2007 worse than apartheid" href="http://www.mg.co.za/article/2007-05-21-israel-2007-worse-than-apartheid">infinitamente peggiore dell&#8217;apartheid</a>”.<strong></strong></p>
<p><strong>3. Perché mettere all&#8217;indice solo Israele, quando Stati Uniti, Gran Bretagna e altri paesi occidentali fanno le stesse cose in Iraq e in Afghanistan?</strong> Il boicottaggio non è un dogma, è una tattica. La ragione per cui la strategia BDS dovrebbe essere tentata contro Israele è pratica: in un paese così piccolo e così dipendente dal commercio potrebbe effettivamente funzionare.<strong></strong></p>
<p><strong>4. Il boicottaggio allontana la comunicazione, c&#8217;è bisogno di più dialogo, non di meno.</strong> A questa obiezione risponderò con una mia storia personale. Per otto anni i miei libri sono stati pubblicati in Israele da una casa editrice commerciale chiamata Babel. Ma quando ho pubblicato “Shock Economy” ho voluto rispettare il boicottaggio. Su consiglio degli attivisti BDS, ho contattato un piccolo editore chiamato <a title="Andalus publishing" href="http://www.andalus.co.il/">Andalus</a>. Andalus è una casa editrice attivista, profondamente coinvolta nel movimento anti-occupazione ed è l&#8217;unico editore israeliano dedicato esclusivamente alla traduzione in ebraico di testi scritti in arabo. Abbiamo redatto un contratto che garantisce che tutti i proventi vadano al lavoro di Andalus, e nessuno per me. In altre parole, io sto boicottando l&#8217;economia di Israele, ma non gli israeliani.</p>
<p>Mettere in piedi questo programma ha comportato decine di telefonate, e-mail e messaggi istantanei, da Tel Aviv a Ramallah, a Parigi, a Toronto, a Gaza City. A mio avviso non appena si dà vita ad una strategia di boicottaggio il dialogo aumenta tremendamente. D&#8217;altronde, perché non dovrebbe? Costruire un movimento richiede infinite comunicazioni, come molti nella lotta antiapartheid ricordano bene. L&#8217;argomento secondo il quale sostenendo i boicottaggi ci taglieremo fuori l&#8217;un l&#8217;altro è particolarmente specioso data la gamma di tecnologie a basso costo alla portata delle nostre dita. Siamo sommersi dalla gamma di modi di comunicare l&#8217;uno con l&#8217;altro oltre i confini nazionali. Nessun boicottaggio ci può fermare.</p>
<p>Proprio riguardo ad ora, parecchi orgogliosi sionisti si stanno preparando per un punto a loro favore: forse io non so che parecchi di quei giocattoli molto high-tech provengono da parchi di ricerca israeliani, leader mondiali nell&#8217;Infotech? Abbastanza vero, ma mica tutti. Alcuni giorni dopo l&#8217;assalto di Israele a Gaza, Richard Ramsey, direttore di una società britannica di telecomunicazioni, ha inviato una e-mail alla ditta israeliana di tecnologia MobileMax. «A causa dell&#8217;azione del governo israeliano degli ultimi giorni non saremo più in grado di prendere in considerazione fare affari con voi né con qualsiasi altra società israeliana.»</p>
<p>Quando è stato interpellato da The Nation, Ramsey ha affermato che la sua decisione non è stata politica. «Non possiamo permetterci di perdere neppure uno dei nostri clienti: è stata pura logica difensiva commerciale.»</p>
<p>È stato questo tipo di freddo calcolo che ha portato molte aziende a tirarsi fuori dal Sud Africa due decenni fa. Ed è proprio questo tipo di calcolo la nostra più realistica speranza di portare giustizia, così a lungo negata, alla Palestina.</p>
<p>Traduzione di Manlio Caciopo per <a href="http://www.megachip.info">Megachip</a> 10 gennaio 2009<br />
Articolo orginale del 7 gennaio 2009: <a href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">http://www.thenation.com/doc/20090126/klein</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/">Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</a></p>
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		<title>Caro bimbo ti penso</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jan 2009 01:23:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/childna0.jpg"></a></p>
<p>Molto di quel che c&#8217;è da sapere è nelle fotografie di <a href="http://guerrillaradio.iobloggo.com/" target="_blank">Vittorio Arrigoni</a>.</p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Forse il nostro pensiero è semplice e ci mancano le sfumature sempre così necessarie nelle analisi, ma per noi, zapatisti e zapatiste, a Gaza c’è un esercito professionista che sta assassinando una popolazione indifesa.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/11/caro-bimbo-ti-penso/">Caro bimbo ti penso</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/childna0.jpg"><img class="size-full wp-image-13197 aligncenter" title="childna0" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/childna0.jpg" alt="" width="408" height="500" /></a></p>
<p>Molto di quel che c&#8217;è da sapere è nelle fotografie di <a href="http://guerrillaradio.iobloggo.com/" target="_blank">Vittorio Arrigoni</a>.</p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Forse il nostro pensiero è semplice e ci mancano le sfumature sempre così necessarie nelle analisi, ma per noi, zapatisti e zapatiste, a Gaza c’è un esercito professionista che sta assassinando una popolazione indifesa. (Subcomandante Insorgente Marcos. Messico, 4 gennaio 2009). </em></p>
<p>Un commentatore di Nazione Indiana ha tradotto <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/10/gaza-chi-ha-iniziato/#comment-103593" target="_blank">l&#8217;intervento</a> da cui sono prese queste parole.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/11/caro-bimbo-ti-penso/">Caro bimbo ti penso</a></p>
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		<title>Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Apr 2008 05:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/falcone2.jpg" title="falcone2.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/arafat.jpg" title="arafat.jpg"></a><strong> “L’entytà maffiosa”. Una storia da ridere. (KarmaRoma remix)</strong></p>
<p>(Questa storia da ridere si svolgeva tanti, tanti anni fa:)</p>
<p>Alcuni Stati stranieri si rifiutavano persino di utilizzare il nome ufficiale, Ytalya, e insistevano a chiamarla “l’entytà maffiosa”, semplicemente, come a negarne l’esistenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/02/variazioni-meridiano-7-andrea-raos/">Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/falcone2.jpg" title="falcone2.jpg"><img border="0" width="140" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/falcone2.jpg" alt="falcone2.jpg" height="190" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/arafat.jpg" title="arafat.jpg"><img border="0" width="140" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/arafat.jpg" alt="arafat.jpg" height="190" /></a><strong> “L’entytà maffiosa”. Una storia da ridere. (KarmaRoma remix)</strong></p>
<p>(Questa storia da ridere si svolgeva tanti, tanti anni fa:)</p>
<p>Alcuni Stati stranieri si rifiutavano persino di utilizzare il nome ufficiale, Ytalya, e insistevano a chiamarla “l’entytà maffiosa”, semplicemente, come a negarne l’esistenza. Insistevano bene su ogni sillaba nel pronunciare quel nome, fino a farlo soffiare come un serpente in trappola. Il fatto stesso che la “democrazia” detta “Ytalya” esistesse era per loro – quelle democrazie compiute, perfette in virtù del fatto stesso di essere coscienti della propria imperfezione – una “catastrofe”. Si fregiavano di buoni sentimenti nei confronti di un pugno di dannati, di straccioni, che alla nascita di quello Stato si erano visti espropriati delle loro terre e gettati a marcire in qualche <em>no man’s land</em> dalle condizioni di vita indicibili. Rifiutavano di ammettere che quei quattro pulciosi erano loro i primi a disprezzarli, a odiarli, a ignorarli (salvo farsene una bandiera, nel caso, trasformandoli nell’oggetto di una strumentalizzazione politica delle più abiette).</p>
<p>Ma d’altra parte:<span id="more-5549"></span></p>
<p>Era sotto gli occhi di tutti che la “maffia” era il vero motore del Paese-Ytalya, che lo governava e pensava per lui. Peraltro, in alcune regioni addirittura era stata democraticamente eletta; l’opposizione vi vivacchiava fra sogni di gloria e interminabili lotte intestine.</p>
<p>Strano Paese, sospiravano all’estero, negli ambienti meglio informati.</p>
<p>Strano Paese, analizzavano nelle cerchie intellettuali, in cui l’illegalità è il vero valore fondante dello Stato e dove, ciononostante, i rari oppositori non si impegnano in una semplice denuncia integrale, 24 ore su 24, dell’intollerabile scandalo che è, in fondo, la loro stessa esistenza, e insistono malgrado tutto a disperdersi in azioni palesemente inutili quali la scrittura di romanzi, di poesie (“sperimentali”, certo, fondate sul rovesciamento dei valori fondanti della società) e di altre finzioni non immediatamente finalizzate all’azione diretta.</p>
<p>Era quella la prova del loro FASCISMO profondo, sapevano i critici letterarî distaccati presso la stampa di tutti i regimi, il culturame parcheggiato in una qualche università, in prepensionamento mentale dall’età di trent’anni, i balbuzienti (“opposizione frontale!”) a spese del contribuente, quelli, insomma, per cui la vita degli uomini è solo un aspetto degli ETERNI DISCORSI sulla politica internazionale (il <em>must</em> di qualunque <em>dinner party</em> che si rispetti), e la politica a malapena un ramo minore dell’Albero delle lettere (nel corso dei <em>brunch</em> più esclusivi). Persone come voi e come me.</p>
<p>A volte, gli oppositori emigravano. Si allontanavano dall’Ytalya, si rifugiavano leggeri, felici, in Paesi vicini e ben più civili; c’erano molti <em>dinner parties</em>, anche lì. Quale non era il loro stupore, all’inizio, come descrivere in seguito la loro delusione, la loro amarezza, quando constatavano che il malcelato disprezzo che circondava il loro Paese era destinato anche a loro.</p>
<p>Erano diversi, ma come spiegarlo? In quante parole dire sé stessi, quando non si hanno a disposizione che trenta secondi tra un salatino e l’altro, o venti minuti appena di fronte al pubblico distratto di un giovedì sera di pioggia? Si vedevano quindi respinti loro malgrado nelle trincee di un’identità nazionale, un’etichetta quale che fosse. “Tutti maffiosi, vero? Tutti usciti dalla maledetta entytà! Tutti complici!”. Il volto oscuro di quello stesso spettro identitario che li inseguiva dalla nascita. E tutto ciò ti veniva detto con il sorriso complice di quello che ti fa l’onore di ammetterti alla tavola dei Giusti. Constatavano la povertà intellettuale, l’incapacità di autoanalisi, di coloro che avrebbero dovuto salvarli dalla rovina. Scoprivano che il problema concreto che avevano affrontato fino ad allora – l’abnorme e incessante presenza nelle loro vite dell’”entytà maffiosa” che li aveva visti nascere – era solo un velo gettato a nascondere, e con quale goffaggine!, una questione ben più seria, più radicale ancora: perché essere in <em>questo</em> mondo, e come? A quanta buona coscienza avrebbe dovuto rinunciare, a quale lucidità senza crepe (a che disperazione integrale e serena, dunque) sarebbe stato destinato colui che, proveniente da un qualunque Paese, avesse scelto di portare sempre su di sé lo scandalo della non-appartenenza?</p>
<p>(Perché tanto poi, sai, in Occidente nessuno ti ammetterà mai da nessuna parte; mai un Occidentale rinuncerà ad essere ciò che è, cioè a dire il centro del mondo, nevvero, con tutta l’arroganza intellettuale che sta alla base del diritto di bombardare, opprimere, affamare e <em>al tempo stesso</em> essere la coscienza critica di questi stessi atti; non sarai mai niente di più della foglia di fico, della prova supplementare del loro integralismo illuminato: il maffioso “buono” che capisce di cosa si parla quando in sua presenza si discute di lui, dei suoi amici, della sua infanzia, del suo (non-)futuro).</p>
<p>Ma non bastava mai: la non-appartenenza stessa era un inganno, una negazione istintiva e primaria dei processi storici e delle complessità del campo politico. Il vero dramma essendo, in fondo, che malgrado tutto bisognava vivere. Che – <em>the age demanded!</em> – bisognava essere Ytalyani, parte integrante di questa onnipresente “entytà”.</p>
<p>E lì, due strade si aprivano:</p>
<p>Alcuni restavano all’estero. Si integravano poco a poco, imparavano la nuova lingua, dimenticavano, meticciavano la propria, sviluppavano gli anticorpi al pensiero unico (alle certezze sia di destra che di sinistra, al razzismo dei buoni sentimenti) che solo i veri esiliati – e sono pochi – possono avere. Si condannavano a capirsi soltanto fra di loro, e nemmeno del tutto – perlomeno da vivi. Ne andavano fieri, e facevano bene. Scrivevano libri minoritarî, esploravano piste inattese, non scrivevano neanche una frase come si deve. Oppure si lanciavano nella più febbrile delle paratassi, nella crisi di rabbia, nel pamphlet. O non parlavano di “quello”, o parlavano soltanto di “quello”. In Ytalya, gli oppositori interni all’”entytà maffiosa” li rispettavano senza davvero leggerli (ma è già qualcosa, il rispetto, non è vero?, è già essere qualcosa, è un’”entytà”).</p>
<p>Altri tornavano nel loro Paese. Il doppio ricatto dell’identità nazionale e dell’appartenenza al “corpo” intellettuale aveva agito molto in profondità su di loro. L’affermazione e la negazione del “dover essere”, della sensazione di doversi fissare in un atteggiamento da avere nei confronti di una questione concreta, presente fino all’ossessione, coabitavano in loro in un’identità duale, una normalità schizofrenica, una fragilità di ogni giorno. Il che andava ad aggiungersi al rapporto normalmente conflittuale con il mondo che ogni scrittura implica, ogni scrittura essendo alla base un conflitto con sé stessa, con la sintassi in quanto potere: poter scrivere, poter dire. Essere in un’attitudine di contraddizione nei confronti della necessità di sempre contraddire la contraddizione: questo era, in sintesi, il loro compito quotidiano. Non dei più riposanti, ammetterete.</p>
<p>Alcuni di loro avevano successo. “Si vendono, le mie scribacchiature!”. La trappola mondana – la tenaglia del mondo – si richiudeva su di loro. I loro libri si somigliavano sempre di più, tutto vi diventava sottile all’infinito: un dettaglio qui, una virgola lì. La tentazione del Libro (il dramma borghese, l’allegoria dagli echi pesantemente metafisici, il poliziesco) diventava sempre più forte. Si dicevano: “Non saranno forse la normalità della creazione, il bacio glaciale della Norma, a custodire la possibilità, per un artista, di sfuggire al <em>compito in classe</em> del faccia a faccia con un’identità nazionale nata come cenere, come rovina, come crimine? Perché noi? Perché <em>io</em>?”. Ebbene, dato che la loro opera per questo motivo diventava sempre più, e frontalmente, monolitica e muta, è lì che nasceva e permane la necessità imperiosa per chiunque di ascoltarli. Perché il silenzio delle loro migliaia di pagine aveva il sentore, una volta e per sempre, della negazione assoluta. Era il gelo intersiderale di un’arte che, a forza di ripetere i proprî presupposti ideologici, finisce col non dirli più, col renderli inaudibili, sommersi – che paradosso! – dal piccolo rumore bianco (come una “piccola musica”) della saliva al momento della loro emissione sonora. In poltiglia i carcami dei lupi del Verbo scesi in mute dalle montagne, come anche le colate di lava dell’odio per l’altro che racchiudevano – anche loro, anche noi – in sé.</p>
<p>Ascoltarli leggere le loro pagine era ascoltare i rumori infinitesimali prodotti da un Muro che, man mano che il denaro e la cecità degli uomini lo innalzavano più alto e più forte, si incrinava come sabbia secca.</p>
<p>Il <em>loro</em> Muro di merda, non certo il nostro, che stamattina ancora, al contrario, ci incantava con le sue sonorità di albero cavo e le sue trasparenze di diamante.</p>
<p><small>[“Il meridiano locale, o impropriamente meridiano, è il cerchio massimo della volta celeste passante per i poli celesti e per i poli dell’orizzonte.” (Wikipedia)</small></p>
<p><small>E così il mio meridiano è stato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/12/lentyta-maffiosa-une-histoire-drole/">scrivere in francese</a>, e poi tradurre in italiano, questa storiella da ridere.]</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/02/variazioni-meridiano-7-andrea-raos/">Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;altra faccia di Israele (una lista di autori)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 21 Mar 2008 11:45:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>(Questa vuole essere una proposta di un dossier dedicato alla dissidenza intellettuale in Israele. Di esso fanno già parte alcuni pezzi postati su NI &#8211; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/dossier-israele-paese-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino/">qui</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/vattimo-sul-dibattito/">qui</a>.)</em></p>
<p>Di <strong>Francesco Forlani</strong>, <strong>Lorenzo Galbiati</strong>, <strong>Daria Giacobini</strong>, <strong>Diego Ianiro</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Fabio Orecchini</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/">L&#8217;altra faccia di Israele (una lista di autori)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Questa vuole essere una proposta di un dossier dedicato alla dissidenza intellettuale in Israele. Di esso fanno già parte alcuni pezzi postati su NI &#8211; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/dossier-israele-paese-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino/">qui</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/vattimo-sul-dibattito/">qui</a>.)</em></p>
<p>Di <strong>Francesco Forlani</strong>, <strong>Lorenzo Galbiati</strong>, <strong>Daria Giacobini</strong>, <strong>Diego Ianiro</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Fabio Orecchini</strong>.</p>
<p>È passato più di un mese dalla proposta – pubblicata <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/ancora-sulla-fiera-del-libro-di-torino/">qui </a>su Nazione Indiana – che intendeva essere un’alternativa sia al pieno sostegno della Fiera del libro di quest’anno sia al suo boicottaggio. Da allora non molto è cambiato se si eccettua l’escalation della violenza fuori e dentro gli incerti confini del Paese ospite della Fiera. Violenza che fa rumore e scuote solo quando raggiunge certi picchi ciclici di mostruosità, ma che lascia generalmente indifferenti nel suo costante – e del tutto asimmetrico – stillicidio quotidiano.</p>
<p>Violenza che giorno dopo giorno ha reso quella proposta  anacronistica e, per certi versi, quasi offensiva, se non si finge di considerare il carico di morte e di lutto che un mese e più ha lasciato a un pugno di famiglie israeliane e a decine e decine di famiglie palestinesi, già provate dalla sistematica distruzione fisica e morale della loro esistenza.<br />
<span id="more-5542"></span><br />
Mentre noi si discuteva, si precisava l’azione, a Gaza si crepava trasportando Qassam artigianali a dorso di mulo, perché di benzina non ce ne sta più neanche una goccia. Peggio, si crepava magari solo perché il rifugio scelto era quello sbagliato: ma dove scappare quando si è in una prigione? Circa centodieci vittime civili in un giorno solo non sono poche, in effetti.</p>
<p>Ma non è quello che fa montare la rabbia, che spinge a desistere nelle proposte, nei tentativi di conciliazione – a fronte di un’amarezza soverchiante. Sconfortano i dettagli dell’invasione israeliana di Gaza, quegli eventi sul campo che difficilmente sfondano nei media il muro spettacolare che il sangue delle vittime di morte violenta garantisce sempre e comunque: l<a href="http://www.forumpalestina.org/news/2008/Marzo08/07-03-08MessaggioDiPace.htm">’uso delle scuole palestinesi</a> come postazioni militari israeliane, per esempio; la violazione di spazi, cultura, memoria e fiducia dei bambini che si tradurrà giocoforza in odio verso quel nemico alieno in divisa; odio che, in mancanza di esperienze di contatto umano presaghe d’un futuro di pace, sfocerà poi nella corsia preferenziale della vendetta futura.</p>
<p>Qualsiasi entusiasmo verso la nostra proposta è ora destinato a scemare e a spegnersi, per manifesta impotenza nell’opporsi a una catena di eventi che appare ineluttabile e inarrestabile, ma che in verità potrebbe essere fermata se intervenissero i garanti del diritto internazionale in modo appropriato nei confronti delle violazioni dei diritti umani, e dei crimini contro l’umanità, che continuano a perpetrarsi. Quei garanti sono colpevolmente ciechi, sordi e muti – oggi più che mai.</p>
<p>Per continuare a credere a un dibattito a tutto tondo, alla Fiera del libro, sul sionismo, sulla democrazia in Israele, e sulla questione israelo-palestinese, si può mantenere una certa dose di lucidità solo se ci si rende conto che gli eventi dell’ultimo mese non sono l’eccezione ma la norma (in scala più visibile di altre occasioni), e che la nostra proposta avrebbe voluto rompere le regole di questa situazione mettendo in luce chi dall’interno percepisce quanto le radici di questa “normalità” insensata e folle affondino in “equilibri” storici, economici e geo-politici che vanno ben oltre la geografia attuale di Israele e di quella terra sempre più esigua che chiamiamo Palestina.</p>
<p>Avremmo voluto che alla Fiera ci fosse spazio per tutti quei poeti, scrittori, intellettuali e giornalisti israeliani realmente critici nei confronti del sionismo e in grado di riconoscere – fuori dalla propaganda – l&#8217;emergenza democratica di uno stato, lo “stato ebraico”, che volendo configurarsi in base a una precisa appartenenza identitaria, tende ad escludere dal pieno riconoscimento di diritti e doveri una parte consistente di popolazione presente sul suo territorio, nonché l’intera popolazione imprigionata su quello che ancora occupa, in spregio al diritto internazionale.</p>
<p>Ma questi autori per lo più non avranno spazio, sopratutto in occasioni ufficiali come le Fiere del Libro, e continueranno ad essere assenti dai dibattiti sulla stampa italiana ogniqualvolta si discute di Israele e si documenta il punto di vista di qualche scrittore o intellettuale israeliano.</p>
<p>Avremmo voluto inaugurare, con il supporto di alcuni redattori/lettori di NI e dei promotori del boicottaggio, la mobilitazione per l&#8217;inclusione, nel contesto della Fiera, di tutte quelle voci ebraiche nate, cresciute o residenti in Israele che sono messe a tacere da una precisa strategia di marketing politico che mette in vetrina gli scrittori organici alle politiche sioniste presentandoli, però, come critici dell’operato del governo, e magari anche come progressisti laici e pacifisti, al fine di mostrarci un solo volto di Israele, quello moderno, buono e luccicante di &#8220;unica democrazia del Medioriente&#8221;.</p>
<p>Gli eventi dell’ultimo mese, e il silenzio della maggior parte dei soggetti che volevamo coinvolgere, non ci hanno permesso di inaugurare la mobilitazione, e crediamo sia troppo tardi, ora, per sperare che si concretizzi.</p>
<p>Però nulla vieta a Nazione Indiana di fare in modo che il presente articolo, con relativa lista di autori, dia il via a un dossier che voglia rendere visibile la letteratura e il giornalismo israeliani critici del sionismo.</p>
<p>Da parte nostra è stato aperto, con l&#8217;apporto fondamentale di  Hawiyya, <a href="http://othersideofisrael.blogspot.com">un sito</a> per continuare a far luce su questa faccia pochissimo conosciuta, almeno qui in Europa, di Israele, e abbiamo ultimato la lista delle principali personalità che riteniamo avrebbero dovuto essere degne d’attenzione, al pari delle altre ufficialmente invitate, da parte della Fiera del Libro di Torino.</p>
<p>ECCO LA LISTA (e perdonateci per quanto puo&#8217; essere lacunosa.)</p>
<p><strong>Roy Arad</strong><br />
Poeta e musicista israeliano, nato nel 1977. Tra i fondatori del periodico letterario Maayan, ha pubblicato tre libri tra cui “The nigger”. Il suo stile poetico, chiamato “Kimo”, è stato definito “l’adattamento ebraico degli haiku giapponesi”. Autore di una canzone contro la guerra in Libano, Arad è un attivista per i diritti civili dei palestinesi.<br />
Una sua poesia, scritta per l&#8217;esposizione dell&#8217;artista Michal Helfman alla Biennale di Venezia del 2003, è disponibile in inglese <a href="http://www.geocities.com/chickyplus/owle.doc">qui</a>.</p>
<p><strong>Gilad Atzmon</strong><br />
Nato a Gerusalemme nel 1963 da famiglia dalle &#8220;solide e orgogliose convinzioni sioniste&#8221;, Atzmon comincia un lungo e<br />
complesso percorso di &#8220;allontanamento&#8221; dal sionismo grazie alla musica:<br />
&#8220;Scoprire che Parker era nero è stata una rivelazione: nel mio mondo, le cose buone erano involontariamente associate solo ad ebrei. Bird è stato l&#8217;inizio del viaggio&#8221;.<br />
Nel 1982 si trovò a combattere in Libano durante il servizio militare obbligatorio: l&#8217;esperienza maturò nel distacco dal suo paese, che lasciò definitivamente nel 1993, in una sorta di autoesilio. Oggi vive a Londra con la sua famiglia, e si autodefinisce &#8220;palestinese di lingua ebraica&#8221;.<br />
Atzmon è un sassofonista e compositore jazz di fama internazionale: con il gruppo <em>The Orient House Ensemble</em> ha realizzato sei album, l&#8217;ultimo dei quali è uscito a fine 2007. Ma è conosciuto anche come scrittore e attivista politico, una delle voci più critiche nei confronti del governo israeliano e dell&#8217;ideologia sionista, al vertice delle &#8220;balck list&#8221; stilate dai gruppi ultraortodossi (e non solo). Il suo è un attacco frontale all&#8217;artificio identitario di cui il sionismo è stato vettore attraverso una rifondazione posticcia dell&#8217;ebraismo confessionale:</p>
<p>&#8220;Il Sionismo ha fondato una lingua (l’ebraico), ha fornito l’ebreo di una concreta dimensione geografica (Eretz Israel), ha trasmesso l’immagine di una cultura (il nuovo folklore ebraico) ed è riuscito persino a presentare una falsa immagine di una polarizzazione politica ed etica (sinistra e destra). Se i fondatori del Sionismo tentarono di salvare l’ebreo diasporico dalla sua condizione anomala, ebbene dobbiamo ammettere che allora il Sionismo è riuscito nei suoi intenti e ha adempiuto alla sua missione. Il successo del Sionismo non ha nulla a che vedere con l’ideologia, la politica o le sue pratiche devastanti. Ovviamente, non sono molti gli ebrei che comprendono che cosa rappresenti il Sionismo (ideologicamente, politicamente, eticamente e praticamente). Non sono molti gli ebrei diasporici che cedono apertamente alla scuola di pensiero sionista e alla sua prassi amorale. Al contrario, essi aderiscono al “folklore israeliano”, alla bizzarra parola ebraica, al falafel e all’humus che erroneamente identificano con Israele (piuttosto che con la Palestina). Cantano al ritmo di musica israeliana, che si tratti di Hava Nagila, Yafa Yarkoni o Yeuda Poliker. Per quelli che non comprendono, la “cultura israeliana” è un diretto prodotto del progetto sionista. Ovviamente, la cultura ebraica moderna è riuscita a depredare il mondo del simbolismo ebraico. Il Sionismo ha fondato una nuova forma di affiliazione tribale ebraica.&#8221; [da <em>Lo Tzabar (Sabra) e il Sabbar (Fico d’india): riflessione su Memoria e Nostalgia</em>, tradotto da <strong>Diego Traversa</strong> <a href="http://www.tlaxcala.es/pp.asp?lg=it&amp;reference=4429">qui</a>].<br />
Atzmon è autore di due romanzi (mai tradotti in italiano)  di &#8220;satira fantapolitica&#8221; dal discreto successo: <em>A Guide to the Perplexed</em> (Serpent&#8217;s Tail, 2002), tradotto in molte lingue, e <em>My One and Only Love</em> (Saqi Books, 2004). La versione ebraica di <em>A Guide to the Perplexed </em>fu vietata in Israele poche settimane dopo l&#8217;uscita (2001), anche se oggi ne è disponibile una nuova ristampa.<br />
Un&#8217;intervista a Gilad Atzmon tradotta in italiano: http://<a href="http://www.kelebekler.com/occ/talens.htm">www.kelebekler.com/occ/talens.htm</a><br />
Il sito ufficiale: http://<a href="http://www.kelebekler.com/occ/talens.htm">www.gilad.co.uk</a></p>
<p><strong>Meron Benvenisti</strong><br />
Nato nel 1934 a Gerusalemme da padre sefardita e madre ashkenazita, è uno scienziato e uomo politico israeliano. Svolse mandati amministrativi a Gerusalemme fra il 1971 e il 1978, con particolare riferimento alla zona Est e alle sue vicinanze arabe. E&#8217; un critico acuto della politica israeliana riguardo la Striscia di Gaza, e più in generale della linea Sharon. Sostiene l&#8217;idea di uno stato &#8220;binazionale&#8221;, scrive per <em>Ha&#8217;aretz</em>, <em>The guardian</em> e <em>Le Monde Diplomatique</em> e ha pubblicato diversi libri sul tema: <em>West Bank Data Project: A Survey of Israel&#8217;s Policies</em> (1984), <em>Intimate Enemies: Jews and Arabs in a Shared Land</em>(1995), <em>City of Stone: The Hidden History of Jerusalem</em> (1996). L&#8217;ultimo è <em>Sacred Landscape: Buried History of the Holy Land Since 1948</em> (University of california press, 2002) più la recentissima autobiografia <em>Son of the Cypresses: Memories, Reflections, and Regrets from a Political Life</em> (2007).<br />
Con Benny Rubenstein ha pubblicato <em>The West Bank Handbook: a Political Lexicon</em> (1986).<br />
Da un articolo del <em>Manifesto</em> di M. Giorgio (24/11/2006):<br />
&#8220;Meron Benvenisti […] punta l&#8217;indice contro il pacifismo di maniera. Benvenisti, in un commento su <em>Haaretz</em>, ha accusato Grossman di aver parlato a nome di quella parte della popolazione ashkenazita, laica, nazionalista e vagamente socialista &#8211; che continua a pensare che il modello israeliano era perfetto ma si è rovinato dopo l&#8217;occupazione di Cisgiordania e Gaza nel 1967. L&#8217;intellettuale ha sottolineato che Grossman non ha condannato la decisione del governo Olmert di scatenare una guerra contro il Libano (nella quale peraltro lo scrittore ha perduto un figlio, Uri) ma la sua gestione. «In ciò la sinistra si è unita a coloro che lamentano la perdita della capacità di deterrenza, in modo da preparare Israele per nuovo round di battaglie», ha scritto Benvenisti. «Dove era (nel discorso di Grossman) l&#8217;appello alla lotta contro l&#8217;ingiustizia provocata dal muro, dall&#8217;assedio attuato con posti di blocco in Cisgiordania e contro Gaza, dove era l&#8217;appello contro l&#8217;uccisione di donne e bambini, la distruzione delle istituzioni dell&#8217;Anp, la deportazione di famiglie palestinesi perché prive di documenti?», ha concluso.&#8221;<br />
<strong><br />
Avraham Burg</strong><br />
Nato presso Gerusalemme nel 1955, sua madre fu tra i sopravvissuti del massacro di Hebron del 1929. Ha ricoperto la carica di Speaker alla Knesset (equivalente pressappoco al nostro Presidente della Camera) dal 1999 al 2003, ed è stato presidente dell&#8217;Agenzia Ebraica per Israele; oggi è parlamentare laburista. Nel 2007 ha scritto <em>Lenazeach et Hitler</em> (Vincere Hitler), testo con cui si &#8220;congeda&#8221; dal sionismo, sottolineando la contraddizione nel definire uno Stato contemporaneamente &#8220;ebraico&#8221; e &#8220;democratico&#8221;, cosa che lo porta a individuare nel paese &#8220;la versione contemporanea della Germania degli anni &#8217;30&#8243;. Online è disponibile un suo articolo in italiano <em><a href="http://www.hakeillah.com/4_03_16.htm">La morte del sionismo</a></em>. Dati e commenti in italiano, qui: http://<a href="http://www.metaforum.it/forum/showthread.php?t=1172%20.">www.metaforum.it/forum/showthread.php?t=1172 .</a></p>
<p><strong>Uri Davis</strong><br />
Nato a Gerusalemme nel 1943, è un intellettuale e attivista israeliano. I suoi interessi principali sono l&#8217;apartheid e la democrazia nel Medio Oriente e in Israele; si è distinto per la lotta a favore dei diritti umani in Palestina. E&#8217; stato vicepreseidente della <em>Israeli League for Human and Civil Rights </em>e ha pubblicato numerose opere di geopolitica, fra cui <em>Israel: An Apartheid State</em> (1987), <em>Citizenship and the State in Middle East</em> (2000) e <em>Apartheid Israel: Possibilities for the Struggle Within</em> (2003). Membro del <em>Palestine National Council</em>, si descrive come &#8220;Ebreo palestinese antisionista&#8221;. È disponibile online il suo <a href="http://www.canpalnet-ottawa.org/Uri%20Davis%20Canada%20Park%2024.9.04.pdf">Apartheid in Israele and the jewish national fund of Canada</a>.</p>
<p><strong>Lev Luis Grinberg</strong><br />
Nato a Buenos Aires nel 1953. Sociologo ed economista, è direttore dell&#8217;<em>Humphrey Institute per la Ricerca Sociale</em> alla Ben Gurion University. Nel 2004 ha esortato la comunità europea ad intervenire direttamente per fermare il &#8220;genocidio simbolico&#8221; dei palestinesi e &#8220;salvare&#8221; Israele da se stesso:<br />
&#8220;Incapable of getting beyond the trauma of the Shoah and the insecurity that it caused, the Jewish people, supreme victim of genocide, is currently inflicting a symbolic genocide on the Palestinian people. Because the world will not permit a total elimination, it is a partial annihilation that is going on. As a child of the Jewish people, and as an Israeli citizen, I condemn this abominable act and appeal to the international community to save Israel from itself; specifically, I exhort the European community to intervene in a direct and forceful manner to stop this blood bath. The complex ties between the Jewish people and Europe have not yet been severed, and it is time to act; not because Europe should exorcize its guilt, but indeed because it is also responsible for the future of the world&#8221;.<br />
Autore dello studio sulle politiche del lavoro e del mercato in Israele <em>Split Corporatism in Israel</em> (SUNY Series in Israeli Studies, 1991). In Italia è stato pubblicato un suo articolo nel volume <em>Parlare con il nemico. Narrazioni palestinesi e israeliane a confronto</em> (Bollati Boringhieri, 2004).</p>
<p><strong>Jeff Halper</strong><br />
Jeff Halper, ebreo nato negli Stati Uniti, è stato attivista per i diritti umani sin dagli anni ’60-’70 (contro la guerra del Vietnam) ;  si è trasferito in Israele nel 1973, dove oggi vive con la famiglia. Urbanista, antropologo, già docente alla<br />
Ben Gurion University, nel 1997 è il co-fondatore (oggi coordinatore) dell&#8217;<em>Icahd</em>, il <em>Comitato israeliano contro la demolizione delle case dei palestinesi</em>. Per questo suo immenso lavoro di raccolta fondi e ricostruzione l’ AFSC lo ha nominato per il Nobel per la Pace nel 2006.<br />
Per saperne di più sull’ ICAHD: http://<a href="http://www.icahd.org/eng/">www.icahd.org/eng/</a><br />
Nel suo libro più conosciuto, <em>Obstacles to Peace: A Reframing of the Palestinian-Israeli Conflict</em> (Paperback, April, 2005), Halper fornisce un’analisi sul campo di come l’avanzata degli insediamenti israeliani, abitazioni e vie di comunicazione, stia soffocando la vita, le aspirazioni del popolo palestinese, riducendo al minimo la prospettiva di sicurezza nell’area. E al tempo stesso è il superamento della teoria enunciata nel 2003 all’Onu di un solo stato ebraico e palestinese. Di imminente pubblicazione <em>An Israeli in Palestine: Resisting Dispossession, Redeeming Israel</em> (PlutoPress, 2008)</p>
<p><strong>Yitzhak Laor</strong><br />
Yitzhak Laor è nato nel 1948 a Padres Hannah, in Palestina, un anno prima che diventasse territorio israeliano. Si è laureato all&#8217;Università di Tel Aviv in Letteratura e Teatro. Lavora e scrive a Tel Aviv, come poeta, drammaturgo, romanziere. È critico letterario del quotidiano <em>Haaretz</em>. Ha pubblicato più di dieci volumi di poesia, commedie e novelle; il suo lavoro è tradotto in più di nove lingue, tra cui l&#8217;arabo. Nel 1972 ha scontato sei mesi di detenzione, per diserzione dalle armi (<em>refusing</em>), durante le azioni di occupazione militare. Negli anni &#8217;80 ha scritto una poesia che condanna la guerra israeliana in Libano.<br />
Nel 1985 la censura israeliana ha impedito la diffusione del suo lavoro <em>Ephraim Goes Back to the Army</em>. Laor ha portato il caso alla Corte Suprema dello Stato d&#8217;Israele, che disporrà all&#8217;istituto <em>Film and Play Censorship Board</em> la cancellazione del provvedimento. Nel 1990 il primo ministro Yitzhar Shamir ha rifiutato di firmare il <em>Prime Minister&#8217;s Prize of Poetry</em>, che sarebbe stato vinto da Laor.<br />
Tra i suoi scritti, <em>Reflection on the Study of History</em> è un  saggio satirico sul perché i generali responsabili della prima guerra in Libano non dovrebbero più partecipare ad altre azioni militari; il testo è stato scritto nel 2006, quattro mesi prima dell’ultima, devastante guerra di Israele in Libano.</p>
<p><strong>Smadar Lavie</strong><br />
Smadar Lavie si definisce un&#8217;ebrea araba residente in Israele. Vive a Tel Aviv dove studia e denuncia gli elementi di discriminazione  all’interno dell&#8217;ideologia sionista. Nel 1990 scrive un classico dell&#8217;antropologia, <em>The Poetics of Military Occupation</em> (University of California Press, 1990) e nel 1996 pubblica, insieme a Ted Swedenburg, <em>Displacement, Diaspora and Geographies of Identity</em> (Duke University Press). Dal 1994 al 1996 tiene la cattedra di Antropologia e Teoria critica all&#8217;Università di Denver che abbandona, poi, per questioni personali.<br />
Tornata in Israele è bandita dal sistema universitario che reputa  &#8220;incompatibili&#8221; con le proprie linee interne i suoi studi sul sionismo  come sistema discriminatorio basato sull&#8217;intreccio di classe, razza e genere. E’ membro della direzione nazionale del gruppo <em>Ahoti</em>, movimento  femminista formato da donne ebree arabe di colore (<em>mizrahim</em>) che si battono per il riconoscimento pubblico delle colpe dello stato di  Israele contro le comunità immigrate dai paesi arabi, per la parità di  diritti tra tutti i cittadini dello Stato, contro ogni discriminazione in base al genere, alla provenienza e al colore della pelle.</p>
<p><strong>Yael Lerer</strong><br />
Yael Lerer nasce a Tel Aviv. Si è specializzata in Storia e Cultura israeliana presso l&#8217;Università di Tel Aviv e ha studiato Lingua Araba  e Letteratura moderna all&#8217;Università Americana del Cairo. E&#8217; stata, inoltre, portavoce ufficiale del filosofo palestinese Azmi Bishara, membro del Parlamento israeliano (Knesset).<br />
Nel 2001 fonda la casa editrice Al-Andalus che si occupa di tradurre in ebraico testi di  letteratura araba come quelli della scrittrice libanese Hoda Barakat o del marocchino Mohammed Choukri.<br />
Nel 2006 l&#8217;esperieza di Al-Andalus si conclude con due soli successi di pubblico: tremila copie vendute di Bab el Shams, la Porta del Sole di Elias Khouri, e  poco più di mille copie per il libro di versi del poeta palestinese Mahmoud al Darwish.<br />
&#8220;Da noi vige un apartheid culturale. Un muro delle menti molto più  alto di quello di cemento armato che ormai corre nella Cisgiordania e attorno a Gerusalemme&#8221;. Y.L.</p>
<p><strong>Gideon Levy</strong><br />
Giornalista israeliano per il quotidiano <em>Ha’aretz</em>, di cui è membro del comitato di redazione. Nato nel 1955 a Tel Aviv, ha dichiarato che da adolescente era membro a pieno titolo dell&#8217;orgia religiosa nazionalista del suo paese. E&#8217; stato portavoce di Shimon Peres per quattro anni, dal 1978 al 1982, dopo i quali ha iniziato a lavorare per <em>Ha’aretz</em>, sulle cui colonne, dal 1986, descrive in modo approfondito che cosa significhi per i palestinesi vivere sotto l&#8217;occupazione militare israeliana. Il quotidiano francese <em>Le Monde</em> lo ha definito &#8220;una spina nel fianco di Israele&#8221;.<br />
Levy considera il suo lavoro di informazione come un modesto contributo affinché il popolo israeliano non si trovi nella condizione di dire: &#8220;Non sapevamo&#8221;. Un tema ricorrente nei suoi articoli è la descrizione della &#8220;cecità morale&#8221; della società israeliana di fronte alle conseguenze degli atti di guerra e di occupazione militare verso i palestinesi. Levy ha criticato il suo governo per il rifiuto di fermare la costruzione di insediamenti israeliani in terra palestinese, e ha giudicato la sua politica “l&#8217;impresa più criminale” nella storia di Israele. Nei suoi articoli, Levy sostiene che nella società e nella stampa israeliane si rifletta un atteggiamento di sistematica disumanizzazione dei popoli vicini a Israele. Come soluzione per la questione israelo-palestinese, Levy ha proposto il ritiro unilaterale dell&#8217;esercito israeliano dai territori occupati, senza alcuna richiesta di concessioni:<br />
&#8220;Israel is not being asked &#8220;to give&#8221; anything to the Palestinians; it is only being asked to return &#8211; to return their stolen land and restore their trampled self-respect, along with their fundamental human rights and humanity. This is the primary core issue, the only one worthy of the title, and no one talks about it anymore. No one is talking about morality anymore. Justice is also an archaic concept, a taboo that has deliberately been erased from all negotiations. Two and a half million people &#8211; farmers, merchants, lawyers, drivers, daydreaming teenage girls, love-smitten men, old people, women, children and combatants using violent means for a just cause &#8211; have all been living under a brutal boot for 40 years. Meanwhile, in our cafes and living rooms the conversation is over giving or not giving. . . . Just as a thief cannot present demands &#8211; neither preconditions nor any other terms &#8211; to the owner of the property he has robbed, Israel cannot present demands to the other side as long as the situation remains as it is. &#8221; (Gideon Levy, ‘Demands of a thief,’ <em>Ha’aretz</em>, 25/11/2007)</p>
<p><strong>Moshe Machover</strong><br />
Nato a Tel Aviv nel 1935, fu uno dei fondatori del Matzpen, la storica &#8220;Organizzazione Socialista Israeliana&#8221; famosa per il suo antisionismo dichiarato, nel 1962. Attualmente insegna filosofia (e logica matematica) al King&#8217;s College di Londra. Con una formazione &#8220;matematica&#8221;, Machover si occupa di &#8220;econofisica&#8221;, branca sperimentale della ricerca economica che applica modelli statistici e dinamica non lineare alle scienze politiche, sociali ed economiche. Le sue pubblicazioni in merito sono molto numerose. La sua posizione in merito alla questione israelopalestinese è definita molto bene in <a href="http://www.labournet.net/other/0205/moshe1.html">questo articolo del 2002</a>. Machover è contro l&#8217;ipocrisia della soluzione &#8220;a due stati&#8221; ritenendo indispensabile la creazione di un solo stato democratico.<br />
Oltre alla sua vasta produzione scientifica, Machover ha scritto alcuni volumi insieme ad <strong>Akiva Orr</strong> ed un gran numero di articoli sulla politica israeliana e il sionismo. Online è disponibile <em><a href="http://www.amielandmelburn.org.uk/articles/moshe%20machover%20%202006lecture_b.pdf">Israelis and Palestinians: Conflict and Resolution</a></em> del 2006.<br />
E’ attivista del movimento <em>HOPI</em>, “Hands off the people of Iran!” (http://<a href="http://www.hopoi.org/index.html">www.hopoi.org/index.html</a>).</p>
<p><strong>Susan Nathan</strong><br />
Scrittrice israeliana nata in Inghilterra (1949) da padre sudafricano.<br />
Ha dapprima lavorato come <em>counselor</em> dei malati di AIDS, poi, da convinta sionista, nel 1999 decide di andare a vivere in Israele, condividendo così la legge israeliana del diritto al ritorno, l&#8217;<em>Aliyah</em>. Nel 2003 si sposta da Tel Aviv a Tamra, città israeliana abitata da soli arabi, per vedere &#8220;l&#8217;altra faccia di Israele&#8221;. Da lì prende forma la sua presa di posizione fortemente critica verso le pratiche discriminatorie della società israeliana nel libro: <em>The Other Side of Israel: My Journey Across the Jewish/Arab Divide</em> (2005), pubblicato in Italia con il titolo <em>Shalom fratello arabo</em> dalla Sperling &amp; Kupfer (2005 e, in versione economica, nel 2007).<br />
In questo testo, Nathan ci fornisce una testimonianza importante su come gli spazi vitali in Israele, già ristretti, siano distribuiti in modo di penalizzare la popolazione araba, a cui spesso sono negati servizi e possibilità. Ma la scrittrice non ha mai smesso di pensare che ebrei e arabi sono figli della stessa terra, e che l&#8217;unica strada verso l&#8217;armonia sia &#8220;riconoscere se stesso nell&#8217;altro&#8221;. Secondo Rabbi Eliyahu di Gerusalemme, &#8220;lei sta mettendo in atto la forma più estrema di giudaismo &#8230; il suo comportamento racchiude l&#8217;intima essenza della nostra fede&#8221;.<br />
Ecco uno stralcio del libro <em>Shalom fratello arabo</em>, in cui la voce narrante è quella di un soldato israeliano: &#8220;&#8230;Quel mattino a Hebron è arrivato un gruppo piuttosto numeroso, composto da una quindicina di ebrei provenienti dalla Francia, tutti osservanti. Erano di buonumore, si stavano divertendo e ho trascorso il mio intero turno di servizio a seguirne gli spostamenti e a cercare di evitare che distruggessero la città. Se ne andavano in giro raccogliendo pietre e lanciandole contro le finestre delle abitazioni arabe; oppure rovesciavano qualunque cosa capitasse loro sulla strada. Non è successo nulla di orrendo: non hanno dato la caccia a qualche arabo uccidendo o altre cose del genere, ma a disturbarmi era l&#8217;idea che qualcuno aveva parlato loro dell&#8217;esistenza di un luogo in cui un ebreo può sfogare la sua rabbia contro il popolo arabo e lasciarsi andare ad ogni intemperanza, recarsi in una città palestinese e fare qualsiasi cosa gli passi per la testa, tanto ci saranno i soldati israeliani ad appoggiarli. Perché quello era il mio lavoro, proteggerli e fare in modo che non succedesse loro niente&#8221;.</p>
<p><strong>Adi Ophir</strong><br />
Nato nel 1951, Ophir insegna filosofia alla Tel Aviv University.<br />
La sua opera principale è <em>The Order of Evils &#8211; Toward an ontology of morals</em>  (MIT Press/Zone books, 2005). Ophir ha messo al centro della sua &#8220;ontologia della morale&#8221; la riflessione sul male, che ha natura sociale e politica. Gli estremi storici da cui si muove il discorso di Ophir sono la Shoah da un lato e l&#8217;occupazione della Palestina dall&#8217;altro.<br />
Una sua citazione in merito all&#8217;&#8221;anomalia democratica&#8221; di Israele:<br />
&#8220;&#8230;Questo corrisponde al ruolo ideologico del discorso filosemita: la costruzione di un muro linguistico intorno ad Israele, la sola democrazia &#8211; non del Medio Oriente, ma del mondo intero &#8211; in cui più di un terzo di quelli che dipendono dal suo governo non ne sono cittadini&#8230;.&#8221; (da &#8220;Le nouveau philosémitisme&#8221; in <em>De l&#8217;autre côté</em>, La fabrique, 2006)</p>
<p><strong>Akiva Orr</strong><br />
Nato a Berlino nel 1931. Scampato alla Shoah, ha combattuto giovanissimo per la costituzione dello stato d&#8217;Israele nel &#8217;48. Vive a Tel Aviv dove conserva un vasto archivio di memorie. Marxista nel movimento <em>Matzpen</em>, ha maturato una profonda riflessione sulla democrazia, quella diretta in particolare, poi confluita nel saggio <em>La politica senza i politici</em> (fruibile integralmente in italiano qui: http://<a href="http://www.abolish-power.org/pwp_italy.html">www.abolish-power.org/pwp_italy.html</a>).<br />
Autore insieme a <strong>Moshe Machover</strong> di <em>Peace, Peace and No Peace</em> (1962). Autore di T<em>he unJewish State: The Politics of Jewish Identity in Israel</em> (1983) e dello studio <em>Israel: Politics, Myths and Identity Crisis</em> (Pluto Press, 1994). E&#8217; scaricabile online il suo ultimo <em><a href="http://www.world-wide-democracy.net/books/DIY-final.pdf">Revolution, The D.I.Y. Version</a> </em>(2007).</p>
<p><strong>Ilan Pappe</strong><br />
Nato a Haifa nel 1954, figlio di ebrei tedeschi, ha studiato storia all´Università ebraica di Gerusalemme e quindi a Oxford, dove si è laureato con una tesi sulla guerra di “indipendenza” del 1948. Su questo tema ha pubblicato vari studi, sostenendo, contrariamente alla versione canonica del sionismo, che quella guerra fu un&#8217;autentica operazione di pulizia etnica, con l´espulsione della stragrande maggioranza della popolazione palestinese dai villaggi distrutti, per guadagnare territori allo Stato d´Israele. In base a quelle ricerche, Ilan Pappe è giunto alla convinzione, duramente osteggiata nel suo Paese, che Israele debba ammettere la responsabilità di quella spoliazione, riconoscendo il &#8220;diritto al ritorno&#8221; dei profughi palestinesi come presupposto alla pace.<br />
Docente di storia mediorientale all´università di Haifa, è stato protagonista di uno scandalo per aver aderito al boicottaggio del mondo accademico britannico contro le università di Haifa e di Bar-Ilan, a causa delle vessazioni e discriminazioni dei due atenei ai danni di Teddy Katz, autore di una tesi sul massacro nel 1948 degli abitanti di Tantura (ndr. un villaggio palestinese vicino Haifa). Tanto è bastato ad alimentare forti pressioni in Israele per l´espulsione dello stesso Pappe dall´università. Ma a Pappe è giunto il sostegno degli ambienti accademici europei e statunitensi, dove il suo prestigio ha basi solide (a chi desideri conoscere il suo rigore intellettuale raccomando il suo libro<em> A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples</em>, Cambridge University Press 2004, tradotto in italiano come <em>Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli</em>, Einaudi 2005). Pappe,  attivista del Partito comunista, nel suo libro affianca le narrazioni degli sfruttatori (israeliani) e degli sfruttati (palestinesi) con il suo metodo rigoroso (basato su documenti originali in ebraico e arabo), non mancando di sottolineare che oppressi e oppressori non possono mai essere messi sullo stesso piano. Il suo ultimo libro, che verrà tradotto in italiano quest’anno,  è <em>The ethnic cleansing of palestine</em>, uscito nel 2007.<br />
Una <a href="http://www.hawiyya.org/wordpress/2007/05/27/una-reinterpretazione-della-storia-disraele-di-ilan-pappe/">intervista in italiano</a>.<br />
Il sito ufficiale: http://<a href="http://Il%20sito%20ufficiale:%20http://www.ilanpappe.org">www.ilanpappe.org</a></p>
<p><strong>Nurit Peled-Elhanan</strong><br />
Nata nel 1949 in Israele, scrittrice, attivista per la pace e professoressa di “Linguaggio ed educazione” alla Hebrew University, è diventata una pensatrice critica verso Israele e l’occupazione della West Bank dopo la morte della figlia Smadari, nel 1997, vittima di un attentato suicida palestinese. Secondo Peled-Elhanan sua figlia è stata uccisa a causa dell’oppressione e dell’umiliazione che ogni giorno devono subire milioni di palestinesi sotto occupazione, tanto da reagire con gesti disumani quali gli attentati suicidi, che dal punto di vista morale possono essere paragonati al comportamento di un soldato israeliano dislocato nella West Bank che costringa una donna palestinese a partorire e a perdere il bambino in un check point.<br />
Come docente di Linguaggio ed educazione, Peled-Elhanan ha pubblicato vari studi su come alcuni libri scolastici israeliani dipingano in modo stereotipato e negativo gli arabi o descrivano le colonie in Giudea e Samaria come parti integranti dello stato di Israele.<br />
Nurit Peled-Elhanan ha vinto nel 2001 il premio Sakharov per i diritti umani e la libertà di parola assegnato dal Parlamento europeo.</p>
<p><strong>Danny Rubenstein</strong><br />
Nato nel 1937 a Gerusalemme, è editorialista e membro del direttivo del quotidiano <em>Ha&#8217;aretz</em>. Insegna presso il dipartimento di storia mediorientale dell&#8217;Università Ben Gurion. Si è dedicato allo studio del mondo arabo-palestinese fin dalla guerra del 1967 e di Arafat quasi ogni giorno negli ultimi trent&#8217;anni della sua vita incontrandolo e intervistandolo varie volte, da cui il libro, tradotto in italiano, <em>Il Mistero Arafat </em>(UTET, 2003).<br />
Il 30 agosto 2007 Rubenstein dichiarò,  nel corso di una conferenza sponsorizzata dalle Nazioni Unite, che Israele è uno &#8220;Stato d&#8217;apartheid&#8221;.</p>
<p><strong>Shlomo Sand</strong><br />
Il Prof. Sand insegna all’ Università di Tel Aviv. Il suo libro, <em>Quando e come fu inventato il popolo ebraico?</em> (pubblicato in ebraico da Resling), vuole sostenere l’idea per cui Israele dovrebbe essere “uno stato con tutti i suoi cittadini – ebrei, arabi e altri – al contrario della sua dichiarata identità di stato ‘Ebraico e democratico’.”<br />
Con le parole di Tom Segev (Un&#8217;invenzione chiamata &#8216;popolo ebraico&#8217;, http://<a href="http://www.infopal.it/testidet2.php?id=7793">www.infopal.it/testidet2.php?id=7793</a> ): secondo lo storico Shlomo Sand “non c’è mai stato un popolo ebraico, ma una religione ebraica, e anche l’esilio non è mai avvenuto – pertanto non ci fu ritorno. Sand rifiuta la maggior parte delle storie sulla formazione di un’identità nazionale della Bibbia, compreso l’esodo dall’Egitto, ancor di più, gli orrori della conquista di Giosuè.<br />
Secondo Sand, i Romani non esiliarono l’intero popolo, e alla maggior parte degli Ebrei fu permesso di rimanere nel territorio. Coloro che furono esiliati erano al massimo decine di migliaia. Quando la regione fu conquistata dagli Arabi, molti ebrei si convertirono all’Islam e si mescolarono con gli invasori. Ne consegue che gli antenati degli arabi palestinesi siano ebrei. Sand non si è inventato questa teoria; trent’anni prima della Dichiarazione di Indipendenza, fu esposta da David Ben-Gurion, Yitzhak Ben-Zvi e altri.<br />
Se la maggior parte degli ebrei non sono stati esiliati, come mai se ne trovano molti quasi in ogni parte del mondo? Sand sostiene che siano emigrati di loro spontanea volontà oppure, se erano tra coloro che furono esiliati a Babilonia, scelsero di rimanerci. Al contrario di quel che comunemente si crede, l’ebraismo ha cercato convertire seguaci di altre fedi, il che spiega come mai ci siano milioni di ebrei nel mondo.<br />
Come è riportato nel Libro di Esther: “Molti appartenenti ai popoli del paese si fecero Giudei perchè il timore dei Giudei era piombato su di loro”.<br />
Sand cita molti studi attuali, alcuni dei quali condotti in Israele ma messi da parte nelle discussioni importanti. Parla molto anche del regno ebraico di Himyr a sud della penisola arabica e degli Ebrei berberi in Nord Africa. La comunità ebraica in Spagna discendeva dagli Arabi, i quali divennero Ebrei e giunsero con gli eserciti che sottrassero la Spagna ai Cristiani e ad altre genti di origine europea che si erano convertite a loro volta all’ebraismo.<br />
Il primo ebreo di Ashkenaz (Germania) non proveniva dalla Terra di Israele e non raggiunse l’Europa dell’Est dalla Germania, bensì divenne ebreo nel Regno di Khazar nel Caucaso. Sand spiega le origini della cultura Yiddish: non fu importata dagli ebrei in Germania, ma fu il risultato delle relazioni tra i discendenti dei kuzari e dei tedeschi che viaggiarono verso l’est, alcuni dei quali come mercanti.<br />
Ha notato poi che un gran numero di persone di nazionalità e razze diverse si è convertito all’ebraismo. Secondo Sand, il bisogno sionista di pensare per queste persone un’etnicità condivisa e una continuità storica ha prodotto una lunga serie di artifici e invenzioni, accanto all’invocazione di teorie razziste. Alcune furono architettate da coloro che avevano ideato il movimento Sionista, altre furono presentate come i risultati di studi genetici condotti in Israele.”<br />
Su <em>Haaretz</em> del 10 ottobre 2000, nell’articolo “To Whom Does the State Belong?”, Shlomo Sand ha scritto: “The very definition of the state as a Jewish state is inherently an anti-egalitarian, alienating factor. It is doubtful that it can sustain a properly functional liberal democracy. Certainly, in the historical conditions prevailing in 1948, three years after the Holocaust, it is understandable why the Declaration of Independence was formulated as the declaration of the Jewish people. However, we must recognize that 52 years later the rigidly Jewish identity of the state has become an anachronistic, permanent and dangerous anomaly. According to this definition, the state belongs to an anti-Zionist rabbi in New York much more than to an Arab member of the Knesset, and even more than to the Druze soldier who died … [in the battle at] Joseph’s Tomb.”<br />
<strong><br />
Tom Segev</strong><br />
Nato a Gerusalemme nel 1945. Storico e giornalista israeliano. I genitori lasciarono la Germania nazista nel 1935 e si stabilirono in Palestina, dove il padre fu ucciso nel 1948 durante la guerra tra Israele e i paesi arabi. Segev si è laureato in storia all&#8217;Università ebraica di Gerusalemme e ha preso il dottorato all&#8217;Università di Boston; fa parte del gruppo di storici di sinistra chiamato &#8220;Nuovi storici&#8221; (<em>New Historians</em>), che ha prodotto tante pubblicazioni controverse su Israele e il sionismo. Ha scritto vari libri, tra cui il molto discusso <em>The Seventh Million: The Israelis and the Holocaust</em>, (Holt Paperbacks, 2000), l&#8217;unico pubblicato in Italia (<em>Il settimo milione. Come l&#8217;Olocausto ha segnato la storia di Israele</em>, Mondadori, 2001), in cui esprime giudizi molto critici verso il comportamento degli ebrei di Palestina durante la seconda guerra mondiale. Il suo ultimo libro è <em>1967: Israel, the War and the Year That Transformed the Middle East</em> (Metropolitan Books, 2006). Come giornalista, Segev scrive per il quotidiano di sinistra <em>Ha’aretz</em>, dalle cui colonne, durante l&#8217;ultima guerra tra Israele e Libano ha così giudicato l&#8217;appello che Grossman, Oz e Yehoshua lanciarono per chiedere un cessate il fuoco bilaterale, pur ribadendo la legittimità della guerra da parte di Israele: &#8220;I tre scrittori hanno preparato il loro appello come se stessero lavorando nell&#8217;ufficio legale del Ministero degli Esteri&#8221; (&#8220;The three writers worded their ad as though they were working in the legal department of the Foreign Ministry&#8221;, <em>Ha’aretz</em>, 2006/08/11, &#8220;Someone to fight with&#8221; by Tom Segev).</p>
<p><strong>Aharon Shabtai</strong><br />
Nato nel 1939 è uno dei maggiori poeti israeliani contemporanei. Ha studiato Greco e Filosofia alla Hebrew University, alla Sorbona e a Cambridge. Insegna letteratura ebraica all’Università di Tel Aviv. Shabtai, il più accreditato traduttore di drammi greci in ebraico, ha ricevuto nel 1993 il premio del Primo Ministro per la Traduzione. Dal suo primo volume di versi apparso nel 1966, Shabtaï ha pubblicato più di sedici libri di poesia. Influenzato da fonti diverse, come William Carlos Williams e la mitologia greca, è un poeta che ha spesso mescolato reale e irreale. Egli prende ispirazione dalla filosofia, dagli eroi e dall’immaginario erotico greco per esprimere uno dei suoi temi ricorrenti: l’esaltazione e la totalità sono raggiunti attraverso la morte e la profanazione. Traduzioni dei suoi lavori in inglese sono apparsi in numerose riviste, incluse la “American Poetry Review”, la “London Review of Books”, e “Parnassus in Review”; un’ampia selezione delle sue poesie, <em>Love and Other Poems</em>, è stata pubblicata in lingua inglese nel 1997 da Sheep Meadow Press. Nel 2003, per le edizioni New Directions, è uscita la traduzione inglese del volume intitolato<em> J’Accuse</em>, vincitore del premio del PEN American Center. Molte delle poesie contenute in <em>J’Accuse</em> sono state pubblicate precedentemente nel supplemento letterario settimanale del quotidiano israeliano <em>Ha’aretz</em> e hanno provocato lettere di sdegno all’editore e minacce di cancellazione degli abbonamenti. Richiamandosi alla famosa lettera in cui Emile Zola denunciava l’antisemitismo del governo francese durante l’affare Dreyfus, in <em>J’Accuse</em> Shabtai accusa il suo Paese di crimini contro l’umanità, rifiutando di abbandonare la sua fede nei valori morali della società Israeliana e di tacere di fronte agli atti di barbarie. Pur essendo uno dei quaranta scrittori israeliani invitati alla Fiera del libro di Parigi nel 2008, Shabtaï si è rifiutato di essere presente. In un’intervista concessa a Silvia Cattori e pubblicata sul sito francese <em>Free Palestine</em>, Shabtaï afferma: “Questo salone del libro, così come ogni altro tipo di manifestazioni dove lo Stato d’Israele è invitato, non è un mezzo per promuovere la pace in Medio Oriente, né un mezzo per portare la giustizia ai Palestinesi. Si tratta solamente di propaganda, che mira a dare di Israele un’immagine di paese liberale e democratico”. Non è la prima volta che il poeta boicotta una manifestazione culturale israeliana per ragioni politiche. Atteggiamento simile ebbe anche nel 2006, quando rifiutò di partecipare al <em>Poetry International Festival</em>, che si tenne a Gerusalemme. In quell’occasione scrisse pubblicamente: “Io mi oppongo a un festival internazionale di poesia in una città dove gli abitanti arabi sono sistematicamente e brutalmente oppressi”.</p>
<p><strong>Avi Shlaim</strong><br />
Nato a Baghdad nel 1945, ha cittadinanza israeliana e britannica.<br />
Storico appartenente al gruppo dei cosiddetti &#8220;Nuovi Storici&#8221; (di cui facevano parte Pappé e Morris), scrive regolarmente su <em>The Guardian</em>. Sostiene che attualmente il sionismo sia il vero e unico &#8220;nemico&#8221; degli ebrei.<br />
Il suo ultimo libro è <em>Lion of Jordan: The Life of King Hussein in War and Peace</em> (2007). In italiano è disponibile <em>Il muro di ferro. Israele e il mondo arabo</em> (Casa Editrice Il Ponte, 2003), che descrive come l&#8217;opzione &#8220;muro di ferro&#8221; (&#8220;secondo la quale ogni negoziato con gli arabi avrebbe dovuto essere condotto da una posizione di forza militare&#8221;) sia il filo conduttore di tutte le &#8220;trattative&#8221; israeliane. A cura di Shlaim il volume <em>La guerra per la Palestina. Riscrivere la storia del 1948</em> (Casa Editrice Il Ponte, 2004).<br />
<strong><br />
Ella Habiba Shohat</strong><br />
Nata in Israele da famiglia di ebrei iracheni. Professoressa alla New York University e autrice del saggio <em>The Mizrahim in Israel. Zionism from the perspective of its Jewish victims</em> ripubblicato in <em>Dangerous Liaisons: Gender, Nation, and Postcolonial Perspectives</em> (University of Minnesota Press, 1997). I suoi studi si concentrano sulla ricostruzione/ridefinizione dell&#8217;identità degli ebrei di cultura &#8220;araba&#8221; (i Mizrahim) nella vulgata eurocentrica apportata dal sionismo all&#8217;intero ebraismo. Tra gli articoli scientifici da segnalare: &#8220;The Invention of the Mizrahim&#8221; del 1999.<br />
<strong><br />
Michel Warschawski</strong><br />
Ebreo di origine francese nato nel 1949, Michel (alias Mikado) Warschawski ha ricevuto un’educazione ebrea ortodossa dal padre rabbino. Cresciuto a Strasburgo, nel 1965 va a Gerusalemme, dove studia in un seminario talmudico; nel 1967 è al lavoro al kibboutz Sha Alvin e quando scoppia la &#8220;Guerra dei sei giorni&#8221;, assiste all&#8217;esodo palestinese. Dopo la guerra aderisce a un gruppo di estrema sinistra, &#8220;Matzpen&#8221;, prima organizzazione israeliana a opporsi apertamente all&#8217;occupazione. Completati gli studi di filosofia e scienze politiche, organizza incontri tra universitari israeliani e palestinesi, dal <em>Comité de Solidarité de l&#8217;Université Bir Zeit </em>di Ramallah, al <em>Comité anti-guerre du Liban</em>. Diviene poi un attivista di primo piano dell’AIC, <em>Alternative Information Center</em> (<a href="http://www.alternativenews.org">www.alternativenews.org</a>), un&#8217;organizzazione israelo-palestinese contraria all’occupazione israeliana, che diffonde informazione, ricerca e analisi politica sulle società palestinese e israeliana e sul conflitto israelo-palestinese. L’AIC, inoltre, promuove una cooperazione tra palestinesi e israeliani sulla base della giustizia sociale e della solidarietà, e fornisce sostegno diretto alla popolazione palestinese e ai Refuseniks israeliani. Nel 1988, dopo aver organizzato manifestazioni pubbliche israelo-palestinesi in memoria dei massacri nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, Warschawski viene arrestato dal Shin Beth e, dopo un processo di quattro anni, condannato a 30 mesi di carcere.<br />
Tra i suoi libri tradotti in italiano, ricordiamo: <em>Sionismo e questione ebraica. Storia e attualità</em> (con <strong>Moscato Antonio</strong>, <strong>Taut Jakob</strong>), Ed. Sapere 2000 Ediz. Multimediali, 1983; <em>Israele Palestina. La sfida binazionale. Un «sogno andaluso» del XXI secolo</em>, Ed. Sapere 2000 Ediz. Multimediali, 2002; <em>Sulla frontiera</em>, Ed. Città aperta, 2003; <em>A precipizio. Crisi della società israeliana</em>, Boringhieri, 2004.<br />
Da “Israele-Palestina. La sfida binazionale”:<br />
&#8220;Il Terzo Millennio vedrà la nascita di uno stato palestinese. La cosiddetta Seconda Intifada non è altro che la guerra d’indipendenza palestinese, così come la violenza commessa dall’esercito israeliano e dai coloni non è che l’espressione sanguinaria dell’odio coloniale e vendicativo di fronte ad una rivoluzione di cui ben conosciamo gli inevitabili risultati. E non è la prima volta in mezzo secolo che una forza occupante si rivela sconfitta”.</p>
<p><strong>Shmuel Yerushalmi</strong><br />
Nato a Bila Tserkva in Ucraina nel 1972, vive in Israele dal 1988. Yerushalmi è coinvolto nel &#8220;foro Civile&#8221; di Hadash, mirante a sollecitare la nascita di un&#8217;identità civile non-sionistica israeliana (da Wikipedia: http://<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hadash">en.wikipedia.org/wiki/Hadash</a>). Scrive e pubblica poesie in ebraico, gestisce un sito personale: http://<a href="http://www.kvistrel.page.tl/">www.kvistrel.page.tl/</a>.</p>
<p><strong>Oren Yiftachel</strong><br />
Dal 1994 è professore di geografia e politica pubblica alla Ben Gurion University del Negev a Beer-Sheva, in Israele. Autore di svariate pubblicazioni scientifiche, tra le quali <em>Planning a Mixed Region in Israel: The Political Geography of Arab-Jewish Relations in the Galilee</em> (Avebury, Gower Publishing Limited, Aldershot, Hampshire, UK, 1992) e <em>Ethnocracy: Land, and the Politics of Identity Israel/Palestine </em>(PennPress &#8211; the University of Pennsylvania, 2005). Un suo saggio, &#8220;&#8216;Etnocrazia&#8217;: la politica della giudaizzazione di Israele/Palestina&#8221;, fa parte del volume collettaneo <em>PARLARE CON IL NEMICO. Narrazioni palestinesi e israeliane a confronto</em>, curato da Jamil Hilal e Ilan Pappe (Bollati Boringhieri, Torino 2004, pagg. 96-131). Ha insegnato presso la Pennsylvania University e la Columbia University, negli Stati Uniti. Dal 1999 al 2003 e&#8217; stato preside del Dipartimento di geografia della Ben Gurion University. Ha fondato e dirige la rivista &#8220;Hagar/Hajer: International Social Science Review&#8221;. In <em>Etnocrazia</em>, l&#8217;autore propone lo studio comparato dei regimi etnocratici, ossia quei regimi che fanno prevalere l&#8217;appartenenza etnica sulla cittadinanza, e che subordinano a tale appartenenza la distribuzione di risorse e potere. I regimi etnocratici risultano dalla combinazione di tre elementi: il colonialismo, l&#8217;etnonazionalismo e la logica etnica del capitale. Regimi di questo tipo si trovano in Estonia, in Sri Lanka, e in Malesia. Anche il caso di Israele illustra questo processo di fabbricazione di uno stato etnocratico, attraverso il lungo processo di giudeizzazione del territorio.<br />
Alcune pubblicazioni online qui: http://<a href="http://www.geog.bgu.ac.il/members/yiftachel/papers.html">www.geog.bgu.ac.il/members/yiftachel/papers.html</a></p>
<p><strong>Benny Ziffer</strong><br />
Nato a Tel Aviv nel 1953 da famiglia di origini turche. Ha studiato letteratura francese e scienze politiche, è l&#8217;attuale responsabile della rubrica letteraria del quotidiano Ha&#8217;aretz. Ha scritto un volume di poesie, <em>Tsipor Mekanenet Ba-bait</em> (&#8220;A bird nests at home&#8221;, Martef 1978), e tre romanzi: <em>Marsh Turki </em>(Am Oved 1995), <em>Tziffer U-Bnei Mino</em> (&#8220;Ziffer and his Kind&#8221;, Am Oved 1999) e <em>The Literary Editor&#8217;s Progress</em> (2005). Nei suoi romanzi affronta il tema dell&#8217;omosessualità nella società israeliana. Tra i principali attivisti contro la costruzione del muro nel villaggio palestinese di Bil&#8217;in, è autore di numerosi articoli estremamente critici nei confronti della politica e della società israeliana.<br />
<strong><br />
Moshe Zuckermann</strong><br />
Nato a Tel Aviv nel 1949, insegna sociologia e storia all&#8217;Università della stessa città.  Dal 2000 al 2005 ha diretto il dipartimento di Storia Tedesca. Zuckermann studia da anni le forme e le modalità di costruzione dei miti identitari, nello specifico del caso israeliano, per comprendere come si sia potuta creare una &#8220;etnocrazia colonizzatrice e  segregazionista&#8221;. Uno dei suoi ultimi lavori, <em>Zweierlei Holocaust</em> (&#8220;Il doppio Olocausto&#8221;,  Göttingen 1998) affronta di petto il tema della Shoah nella sua doppia qualità di memoria mitica e sapere storico, incrocio che lo pone al di là dell&#8217;analisi &#8220;razionale&#8221; e che spinge all&#8217;indifferenza verso altri tipi di sofferenza (quella palestinese).<br />
La maggior parte dei suoi testi principali sono pubblicati in tedesco, come <em>Gedenken und Kulturindustrie. Ein Essay zur neuen deutschen Normalität</em> (Berlin u. Bodenheim b. Mainz 1999). In italiano è pubblicato l&#8217;articolo &#8220;Aspetti dell&#8217;Olocausto nella cultura politica israeliana&#8221; nel volume collettivo <em>Parlare con il nemico </em>(Bollati Boringhieri 2004).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/">L&#8217;altra faccia di Israele (una lista di autori)</a></p>
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		<title>L’uomo comune: viaggio in Palestina</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Mar 2008 11:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/hebron-bambino.jpg" title="hebron-bambino.jpg"></a></p>
<p>(<em>Giangiacomo Degli Esposti è un ragazzo pistoiese di 33 anni. Fa l’ educatore in un centro socio-educativo gestito dalla cooperativa Pantagruel di Pistoia in un quartiere popolare con forte presenza di immigrati. Al polso porta vari braccialetti, di filo, cuoio, perline: ogni braccialetto è un luogo che ha visitato, un paese che porta con sé come un affetto, una persona.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/01/l%e2%80%99uomo-comune-viaggio-in-palestina/">L’uomo comune: viaggio in Palestina</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/hebron-bambino.jpg" title="hebron-bambino.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/hebron-bambino.thumbnail.jpg" alt="hebron-bambino.jpg" /></a></p>
<p>(<em>Giangiacomo Degli Esposti è un ragazzo pistoiese di 33 anni. Fa l’ educatore in un centro socio-educativo gestito dalla cooperativa Pantagruel di Pistoia in un quartiere popolare con forte presenza di immigrati. Al polso porta vari braccialetti, di filo, cuoio, perline: ogni braccialetto è un luogo che ha visitato, un paese che porta con sé come un affetto, una persona. Paesi europei, ma soprattutto il nord ed il sud del Chiapas, dove è stato  tramite associazioni non governative come osservatore internazionale; il Guatemala, esplorato autonomamente girando in autobus, ancora il Messico. Nell’agosto del 2006 si è recato in Palestina: al suo ritorno abbiamo trascorso un’intera serata (e mezza nottata) a vedere fotografie, a parlare, a ritornare su certe immagini. La Palestina entra nelle nostre case con cadenza più o meno quotidiana. Siamo talmente abituati, anestetizzati dai media riguardo l’esistenza di un conflitto arabo-israeliano, da rischiare di perdere il senso di realtà su quanto succede. Ma quando a raccontare l’evidenza è un amico, qualcuno che appartiene alla nostra storia personale, un comune occidentale  proprio come noi, verità ed ignoranza si fanno consistenti: immagini di carne e sangue nel nostro presente. Per mesi mi sono rimaste impresse alcune fotografie di Giangiacomo: la spazzatura di Hebron, il bambino minuscolo sotto l’occhio del mitra, le catapecchie grigie, di terra inaridita sulle colline, come le case di cartapesta di un presepe di quarant’anni fa. Insieme abbiamo provato a raccontare la sua esperienza, nel modo più lucido e ordinato possibile, così che le parole diventassero anche il mio ricordo, la  parte di memoria di qualcuno che non c’era, ma vuole ascoltare, come se vedesse.   f.m.</em>)<span id="more-5430"></span></p>
<p><em>Ciao Giangiacomo. Per prima cosa vorrei chiederti come è maturata la decisione di un viaggio in Palestina, se è stata meditata a lungo, se hai avuto modo di parlarne con qualcuno e  infine a quali enti ti sei rivolto.</em></p>
<p>Molte delle mie esperienze si radicano negli insegnamenti, l’atmosfera, le storie del mio ambito familiare. Mio nonno materno era autodidatta e partigiano. Venne in Italia dall’ex Jugoslavia nel 1947 e visse nei campi profughi per quasi due anni a La Spezia. In seguito al boom della Fiat si trasferì per lavoro a Torino, dove è morto quattro anni fa. Fin da quando ero piccolo la mia famiglia mi ha trasmesso la necessità di uno sguardo critico e possibilmente autonomo sul nostro mondo. Mio nonno da socialista vecchio stampo mi raccontava dei popoli sottomessi o dimenticati e la Palestina è sempre stata centrale, fin dai tempi della prima Intifada negli anni Ottanta. Io poi ho coltivato questo interesse, cercando di documentarmi, ma anche frequentando certi luoghi dell’associazionismo laico pistoiese. Libri per me fondamentali sono stati I bambini dell’intifada di Marisa Musu e Ennio Polito (Editori Riuniti, 1991), <em>La rabbia del vento</em> dell’israeliano S.Yizhar (Einaudi, 1989), <em>Jenin. Un campo palestinese</em> (Bompiani, 2002) del marocchino Tahar Ben Jelloun.<br />
Dopo il Messico avevo voglia di fare un altro viaggio simile, al centro di certe realtà: e così eccola, la Palestina della mia memoria e delle mie letture. È stato anche un modo per ricordare mio nonno. Nel 2006 ho preso contatti con varie associazioni italiane che operano in Palestina (CGL, Arci di Firenze, Assopace di Padova) per ricevere più informazioni possibili. Volevo viaggiare all’interno dei territori occupati della Cisgiordania, cercando di entrare in contatto con la popolazione e con i villaggi palestinesi. Infine ho trovato l’associazione cattolica Comunità Papa Giovanni XXIII  di Rimini che ha dato vita all’Operazione <a href="http://www.operazionecolomba.org">Colomba</a> , (cfr. anche  <a href="http://www.operationdove.org">Corpo Non Violento di Pace</a>). Aver scelto questa particolare associazione ha un significato estremamente personale: io sono ateo e mi sono ritrovato tra volontari cattolici praticanti. Quindi è stata una sorta di sfida, ma l’esperienza si è rivelata un forte collante tra di noi, capace di superare le reciproche e permanenti divergenze.<br />
C’è stato un incontro preliminare con il responsabile del progetto ed un corso di formazione di tre giorni per volontari a breve e lungo termine che si è svolto a giugno 2006, dove abbiamo discusso la motivazione, il concetto di non-violenza, questioni storiche ed abbiamo preso parte a varie simulazioni di interposizione non violenta durante eventuali scontri. Il primo agosto sono partito dall’aeroporto di Fiumicino con la compagnia di bandiera israeliana <em>El-Al</em>.<br />
Ho optato per questa compagnia perché era la più economica, ma la scelta si è rivelata nefasta :infatti questa compagnia è stata la più bersagliata dagli attentati negli anni Ottanta e dunque vige un controllo capillare fin dal <em>check-in</em> in territorio italiano.</p>
<p><em>Continuando su quanto hai appena raccontato, puoi dirci qualcosa sui controlli all’aeroporto in Israele e sulla diffidenza di fondo verso i volontari diretti in Palestina di cui mi parlasti al rientro?<br />
</em><br />
Prima di tutto devo specificare che ufficialmente io non ero un volontario, ma un pellegrino. Questo perché durante il corso di formazione ci avevano spiegato che se non c’è il supporto di una delegazione “importante”, è vivamente sconsigliato presentarsi come singolo e volontario, se non si vuole rischiare la non ammissione come soggetto indesiderato, a causa dei controlli antiterrorismo del governo israeliano.<br />
Per quanto mi riguarda ho avuto una particolare sfortuna: sono diventato quasi un soggetto campione dei controlli! Prima di fare il check-in, sono stato interrogato in italiano per 2 ore da due diversi addetti israeliani alla sicurezza della compagnia aerea, che mi hanno fatto le solite domande per vedere se cadevo in contraddizione. Dopo questo primo interrogatorio sono stato accompagnato in un locale dove in presenza di un poliziotto italiano armato di mitra, sono stato perquisito interamente e lasciato in mutande. Mi hanno poi chiesto di aprire il mio bagaglio per una minuziosa perquisizione. In seguito mi sono accorto che, contravvenendo alle norme internazionali, hanno loro stessi riaperto e ricontrollato i miei oggetti personali. Ugualmente, nonostante sia proibito, hanno portato il mio passaporto in una stanza diversa da quella in cui mi trovavo. Alla fine di tutto questo hanno attaccato sullo zaino e sulla mia agenda personale un bollino di colore arancione che poi ho saputo essere un segno distintivo che indica la presunta pericolosità del soggetto viaggiatore. L’arancione significa soggetto sospetto… Dopo il bollino sono stato accompagnato in bagno da un altro addetto che ha controllato addirittura la carta igienica che ho usato e che alle mie perplessità ha risposto che ciò avveniva per la mia sicurezza. Non ho fatto il check-in, ma sono stato accompagnato direttamente dal solito addetto dentro il velivolo. E sono partito!  Aggiungo solo che all’aeroporto Ben Gourion di  Tel Aviv i controlli sono durati 5 ore nelle quali sono stato interrogato da tre persone diverse in inglese e spagnolo (essendo il mio inglese scarso a differenza dello spagnolo), ma per lo meno non sono stato nuovamente perquisito!</p>
<p><em>Quali luoghi hai visitato? Per quanto tempo?<br />
</em><br />
Sono rimasto in Palestina per trentacinque giorni complessivi. Ho trascorso i primi tre giorni a Gerusalemme Est dove ho conosciuto il resto del gruppo: eravamo in tutto quattro persone, tre uomini e una donna di età compresa tra i venticinque ai trentaquattro anni. Ho visitato diversi territori occupati… parlerò di quelli che più mi sono rimasti impressi. Il primo è senz’altro Hebron, dove si trova la presunta tomba di Rachele, attorno alla quale è stato costruito un muro. Hebron è una delle città più grandi e popolose a maggioranza arabo-palestinese. Appare subito come una città occupata:  all’interno della città vecchia e del suk (il mercato), ai piani alti degli edifici sono situate le postazioni militari israeliane. La cosa che non dimenticherò sono le reti: grandi reti metalliche posizionate dai palestinesi tra una casa e l’altra nei vicoli a protezione dei passanti e delle abitazioni sottostanti. In alcune vie infatti dai piani alti delle case, tolte ai palestinesi e occupate dai coloni, come gesto di totale disprezzo vengono gettati rifiuti di ogni sorta e dimensione. Dal tampax alla lavatrice guasta. Di tutti forse questo è il gesto più disumanizzante che ho visto.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/hebron-spazzatura-3.JPG" title="hebron-spazzatura-3.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/hebron-spazzatura-3.thumbnail.JPG" alt="hebron-spazzatura-3.JPG" /></a><br />
È come dire ai palestinesi: non siete nemmeno bestie, siete spazzatura. Tutto questo sottintende inoltre una precisa volontà strategica: il mercato arabo, il cuore economico, viene spostato sempre di più verso la periferia, lasciando la città vecchia, con tutto quello che culturalmente e storicamente significa, ai coloni. A Hebron inoltre siamo stati vittime di una sassaiola di bambini israeliani, degli insulti di una colona, abbiamo assistito alle minacce subite da una bambina palestinese da un soldato per essere semplicemente uscita di casa durante il passaggio di una pattuglia. Si respira l’occupazione, la rabbia, l’assurdo dell’uomo contro l’uomo fin dall’età più innocente. Vorrei ricordare che non a caso Hamas qui è molto forte.<br />
Sono stato anche a Haifa in Galilea, a nord. È una città industriale, la Mestre israeliana.<br />
Ho soggiornato là durante il conflitto tra gli <em>hezbollah</em> libanesi e Israele. L’atmosfera era quindi surreale: strade parzialmente deserte, ogni attività interrotta, gli uffici chiusi. Durante la nostra presenza Haifa è stata raggiunta dai razzi Katiusha dal Libano ed in due occasioni siamo stati coinvolti in azioni di guerra, dovendoci nascondere e rifugiare: una volta nei sotterranei di un ufficio postale, un’altra ci siamo semplicemente sdraiati dietro un muro. Il rumore delle sirene d’allarme antimissile è sconvolgente per chi non ha mai conosciuto la guerra – se ci penso non riesco ancora a capacitarmi che questo esista. Così come il volto delle donne israeliane con noi nel rifugio. La loro paura. E allo stesso tempo l’ottusa fierezza dei cittadini israeliani, con cui ho parlato a Haifa, nell’ammettere la necessità della distruzione dell’altro per preservare lo stato, rischiando le vite dei loro stessi figli. Ho attraversato il quartiere arabo con le case bombardate. Sono stato nell’ospedale dei reduci israeliani, dove mentre venivano ricoverati i feriti, altri cantavano canzoni inneggiando all’amor di patria e all’eroismo.<br />
Naturalmente c’è poi il passaggio obbligato per Ramallah, il muro ed il famoso <em>check-point</em> di Kalandia. Un episodio: una donna è stata fatta scendere da un pullman sotto il sole cocente e durante la perquisizione con il fucile puntato le è stata sollevata la gonna per vedere se aveva esplosivi. Sono stato anche nel deserto del Nagev: qui ci sono i beduini, in teoria cittadini israeliani riconosciuti, che combattono contro i palestinesi, ma nell’effettivo cittadini di serie B. Nessun finanziamento per le attività, compresa la scuola, condizioni sanitarie molto scarse, e lo scandalo dell’acqua, che qui assume connotati paradossali. Infatti i beduini non hanno provviste d’acqua che pure è presente nel sottosuolo, ma viene sottratta dallo stato israeliano. Dunque gli israeliani rubano l’acqua ad altri israeliani.</p>
<p><em>Puoi descriverci le persone e le famiglie che ti hanno ospitato, le loro condizioni di vita quotidiana, per quanto hai potuto vedere, i rapporti con te e gli altri volontari ed eventualmente qualcuno che ti è rimasto particolarmente impresso?<br />
</em><br />
Ho trascorso la maggior parte del mio tempo in Palestina nel villaggio di At-Tuwani a sud-est di Hebron. Nel villaggio vivono circa centocinquanta persone, suddivise in cinque clan familiari. Provengono da stirpi di pastori di origine beduina. At-Tuwani è un luogo simbolo della situazione palestinese perché in tempi recenti a cinquecento metri è sorto un outpost israeliano, ovvero un insediamento di coloni che gradualmente si espande e viene riconosciuto dallo stato, sottraendo terra e risorse agli autoctoni. Ad At-Tuwani non esistono energia elettrica e reti fognarie: c’è solo un generatore a gasolio che fornisce energia per tre ore al giorno. Io ero ospite insieme ad altri tre volontari in una baracca presso una famiglia composta da marito, moglie e quattro figli maschi di età compresa tra uno e sei anni. Il capofamiglia Nasser ha la mia età, ha lavorato a lungo come manovale, ma dopo lo scoppio della seconda intifada non ha più ottenuto il permesso dall’autorità militare israeliana di entrare liberamente in Israele, perdendo il lavoro. Quando l’ho conosciuto io quindi faceva il pastore aiutato dai suoi bambini. È un personaggio di rilievo nella comunità: una persona estremamente consapevole ed equilibrata nonostante i limiti della sua istruzione. È stato arrestato e picchiato dall’esercito diverse volte a causa dell’opposizione all’occupazione e alla costruzione del muro. Mi preme sottolineare che in villaggi simili la resistenza non è armata, ma viene applicata la formula della resistenza passiva e della non violenza. Durante le manifestazioni, a cui partecipano tutti, i palestinesi preferiscono lasciarsi picchiare o portare via di peso che non lanciare sassi o attaccare. Tutte le sere siamo stati ospiti a cena della famiglia di Nasser: al compleanno del bimbo più piccolo abbiamo pure cantato Bella ciao… cercando di spiegare, grazie ad una volontaria che parla un po’ d’arabo, il significato della canzone per noi italiani. Noi accompagnavamo quotidianamente i pastori nel loro lavoro per garantire loro una qualche tutela: infatti spesso l’esercito impedisce l’accesso al pascolo, con la scusante della “zona militare”, mentre non è raro che i coloni sparino alle pecore o le avvelenino. A volte sparano anche ai pastori o fanno rincorrere i bambini dai cani. Questa è quella che viene definita “guerra a bassa intensità”. Nei mesi precedenti il mio arrivo anche alcuni volontari sono stati percossi: uno in particolare ha riportato gravi lesioni ad un rene.  Mentre i pastori erano al pascolo noi ci sistemavamo in alto, con il ruolo di vedette, controllando i movimenti della vicina colonia. È stato durante queste giornate che abbiamo fatto la conoscenza di un personaggio singolare, di<br />
cui preferisco non dire il nome per una sorta di rispetto per la sua condizione di rischio quotidiano, ancora più estrema di quella degli altri abitanti di At-Tuwani. Questo pastore di età indecifrabile, ma credo attorno alla quarantina, vive isolato dalla comunità, dentro ad una grotta, insieme alla moglie e ai tre figli. Ogni mattina ci portava il taboon (il pane arabo cotto su braci e sassi ardenti), i fichi, il formaggio. La sua famiglia vive di pastorizia da generazioni: nonostante le violenze subite dai coloni lui ha scelto di restare sulle colline e non trasferirsi nel villaggio, dove sarebbe più protetto, perché, come ci ha ripetuto, quella è la sua casa. Molti altri pastori invece hanno deciso di spostarsi in villaggi, città e campi profughi. I pastori vivono quasi in simbiosi con i loro animali, ne assumono le caratteristiche. Non sono fatti per la guerriglia o la ribellione. L’aggressività degli israeliani insediati in queste terre li spinge sempre più ai margini, ad abbandonare terra e mestiere, causandone la distruzione identitaria. Il 25% dei coloni appartengono a correnti religiose estremiste che vedono la riconquista della terra  legittimata da dio: non è raro trovare cartelli in inglese con su scritto “Land and Redemption”. Le città o i villaggi palestinesi che entrano nel raggio di questa mappatura, perdono i loro nomi: cosicché attraverso la toponomastica si sferra un altro attacco alla sopravvivenza di una cultura.  Il “mio” pastore è indimenticabile non solo per questo suo coraggio di restare, ma anche per l’umanità e la sorprendente allegria che ci ha regalato. Ho vari scatti fotografici di lui che gioca a fare il colono, imitandone le pose o l’abbigliamento… parlava arabo, però con i suoi quattro vocaboli di inglese riuscivamo a dialogare per ore, scambiandoci la lingua (l’italiano, l’arabo, l’inglese), attraverso l’ambiente attorno. Così una discussione basata sulla parola “collina” o “arbusto” o “pecora”, nei tre diversi idiomi, ci portava l’uno più vicino all’altro. Nella carrellata di straordinari “sfigati del villaggio” (considerando che lo sono tutti…), c’è poi “la famiglia dagli occhi verdi”. Questa famiglia abitava nella casa più isolata del villaggio e la più vicina all’insediamento israeliano. Il capofamiglia si chiama Yuma, anche lui ha poco più di quarant’anni. La sua casa è stata più volte oggetto di incursioni da parte dell’esercito e dei coloni: lui stesso oltre ad essere stato picchiato e minacciato frequentemente,  ha subito attacchi con armi da fuoco mentre era al pascolo con il figlio di circa dieci anni, che fu ferito di striscio. Il bambino gli sta sempre attaccato, parla pochissimo &#8211; per via dello shock subito, dice il padre. Yuma a differenza degli altri personaggi di cui ho parlato è imponente, trasmette autorità, tanto che nel villaggio girano storie leggendarie che lo vedono protagonista di una rivolta contro i coloni…</p>
<p><em>Non tutti gli israeliani appoggiano il loro governo o lo subiscono in silenzio. Mi dicevi di associazioni israeliane che operano all’interno delle comunità palestinesi. Che rapporti hai avuto con loro, che impressioni? Un ricordo particolare di qualcuno?<br />
</em><br />
All’interno del villaggio di At-Tuwani ho avuto modo di conoscere alcuni membri dell’associazione pacifista israeliana <a href="www.taayush.org">Ta’ayush</a>, che collabora con l’Operazione Colomba e con la popolazione palestinesi all’interno dei territori occupati. Gli appartenenti lavorano a difesa dei diritti umani, organizzano manifestazioni contro la costruzione del muro e soprattutto fanno opera di sensibilizzazione presso la comunità palestinese, fornendo anche servizi gratuiti di assistenza legale. Tra di loro ho conosciuto Ezra, un ebreo iracheno, arrivato in Israele a metà degli anni Sessanta. Dopo aver svolto il servizio militare nei territori occupati ha iniziato a conoscere la realtà palestinese, cominciando il suo impegno di lotta e informazione. Durante la sua militanza per i diritti del popolo palestinese è stato più volte minacciato di morte ed è stato costretto ad allontanarsi dal paese per tutelarsi, vivendo per qualche tempo nell’isola di Cipro. Ezra di professione fa l’idraulico e dà lavoro a molti palestinesi. Essendo israeliano può viaggiare liberamente sulle strade, così di volta in volta si porta sul camioncino diversi palestinesi: alcuni sono veramente suoi operai, altri sono semplici cittadini che devono raggiungere i centri abitati per fare commissioni di vario tipo e che altrimenti non saprebbero come fare. Ma per i militari dei posti di blocco sono tutti suoi dipendenti… E’ stato anche in Italia e infatti mi cantava sempre brani di motivetti sanremesi! Ezra è la memoria storica vivente del conflitto arabo-palestinese nella regione di Hebron, poiché oltre a fare attivismo là da anni è l’unico israeliano ad averci comprato una baracca dove trascorre ogni momento libero dal lavoro.</p>
<p><em>So che hai partecipato a due manifestazioni. Puoi raccontarcele?<br />
</em><br />
Poco dopo il mio arrivo da Gerusalemme ci siamo spostati ad Alkhader, un piccolo paese dove abbiamo preso parte alla prima manifestazione non violenta contro la costruzione del muro intorno a Gerusalemme. Qui c’è stato il primo contatto reale con il conflitto e la resistenza palestinese. Infatti la manifestazione era organizzata dal comitato cittadino palestinese ed appoggiata dalle varie realtà pro-Palestina della società israeliana (tra cui Ta’ayush e Rabbini per la Pace), e la disposizione dei manifestanti corrispondeva ad uno schema tipico che prevede i bambini in prima fila, per scoraggiare una reazione violenta dell’esercito. La manifestazione si è conclusa dopo un tragitto di nemmeno cinquecento metri: le forze di sicurezza israeliane avevano infatti sbarrato il passaggio e divelto l’impiantito della strada con i bulldozzer. Dalle retrovie dei manifestanti sono partiti alcuni sassi dopo la provocazione verbale dei militari e dalla parte opposta i lacrimogeni, ma non ci sono stati feriti. Questa è ordinaria amministrazione.<br />
L’altro episodio è avvenuto a sud di Gerusalemme a Bilin. Questa manifestazione si ripete tutti i venerdì: il ritrovo è la mattina, all’uscita dalle moschee. L’antefatto: il venerdì precedente era stato ferito gravemente un attivista israeliano, raggiunto alla testa da un proiettile di gomma. I proiettili di gomma sono considerati proiettili antisommossa e dunque legali: ma non per questo fanno meno male. Ho visto le fotografie dell’attivista: credo che sia rimasto paralizzato. C’era quindi un clima di timore. La manifestazione non solo era, come tutte, contro la costruzione del muro, ma anche per impedire lo sradicamento di alcuni ulivi secolari che si trovano proprio dove il muro dovrebbe sorgere. Dopo meno di seicento metri dalla partenza siamo stati fermati da uno schieramento imponente di militari i quali prima ci hanno minacciato e dopo ci hanno caricato spaccando un ginocchio ad un volontario della mia associazione e ferendo altri manifestanti. Io me la sono cavata bene: ho preso solo un calcio nella schiena, mentre cercavo di portare via il mio amico. Da lì è iniziata un’accesa sassaiola con uso di fionde. Ho potuto sentire la rabbia di queste persone, per lo più bambini e giovani palestinesi, e non saprei come biasimarla. I confini tra violenza e difesa diventano molto labili in questo paese: quando si è a casa, guardando la televisione, è molto facile immaginare categorie come palestinesi-vittime, israeliani-usurpatori, palestinesi-terroristi e israeliani-pacifisti o vittime a loro volta… ma quando si è qui tutto svanisce. È comunque impressionante la differenza tra difesa e offesa: se i palestinesi tiravano sassi, l’esercito rispondeva sparando ad altezza uomo. In quel momento ho sentito solo la scarica adrenalinica: ero in una posizione privilegiata di osservatore, trovandomi dalla parte dell’esercito, vicino all’auto-ambulanza della Mezzaluna (la Croce Rossa araba) dove stavano medicando l’altro volontario.  Ho riflettuto dopo, quando ero nel pullman, su quanto era accaduto, accorgendomi che stavo tremando.</p>
<p><em>Qual è per te, se c’è, il simbolo della tua esperienza in Palestina?<br />
</em><br />
Sì, ce n’è uno, che mi è particolarmente caro non solo per la Palestina, ma perché come sai ho sempre lavorato con i bambini ed i minori in situazioni di disagio. È Handala, un bambino palestinese “piccolo, spelacchiato, a piedi nudi e dai vestiti rattoppati” che dà la schiena allo spettatore. Lo ha disegnato Naji al Alì, un artista palestinese, ucciso a Londra da un sicario nel 1987. Questo simbolo l’ho visto rappresentato molte volte sul muro di Ramallah, nell’atto di orinare e al check-point di Kalandia. Handala viene da una terra dove la dignità della vita è negata, ma conserva la forza irriverente ed ostinata della coscienza palestinese e umana.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/handala_muro-kalandia.JPG" title="handala_muro-kalandia.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/handala_muro-kalandia.thumbnail.JPG" alt="handala_muro-kalandia.JPG" /></a></p>
<p><em>Una domanda strettamente personale: quanto ha inciso in te quest’esperienza? Hai continuato a documentarti in seguito? Pensi di tornare in Palestina?</em></p>
<p>Mi domando ancora se le cose che ho visto sono vere, se possono davvero esistere. E tuttavia mi ripeto che ne ho conosciuto solo una minima parte… Non è tanto la violenza a generare questa sorta di sentimento dell’assurdo, ma il fatto che essa sia la dimensione quotidiana: qualcosa di lontano e pressoché incomprensibile per noi occidentali. Mi sconvolge come nell’informazione globale tutto questo insieme di vite e disperazioni (palestinesi, ma anche israeliane) possa essere risolto ed allontanato nella parola “terrorismo”. Continuo a leggere tutto ciò che posso di autori palestinesi ed israeliani, vedere film, cercare notizie, ed ho mantenuto i miei contatti con Operazione Colomba. Nel futuro, anche se non so ancora quando sarò pronto, vorrei tornare in Palestina e recarmi nei campi profughi della striscia di Gaza, la più grande prigione a cielo aperto attualmente esistente.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/01/l%e2%80%99uomo-comune-viaggio-in-palestina/">L’uomo comune: viaggio in Palestina</a></p>
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