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	<title>Nazione Indiana &#187; paolo nori</title>
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		<title>La meravigliosa utilità del filo a piombo</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 13:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<strong> Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Scrivere, oppure far dritti i muri delle case, del luogo che si abita, perché sia uno spazio il più possibile a nostra misura, dare una direzione alle idee sghembe, come un impasto che si solidifica, talvolta si fa pure sasso che si scaglia contro i vetri, apre brecce per respirare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/19/la-meravigliosa-utilita-del-filo-a-piombo/">La meravigliosa utilità del filo a piombo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Scrivere, oppure far dritti i muri delle case, del luogo che si abita, perché sia uno spazio il più possibile a nostra misura, dare una direzione alle idee sghembe, come un impasto che si solidifica, talvolta si fa pure sasso che si scaglia contro i vetri, apre brecce per respirare. <strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/gli-specchi/"><em>La meravigliosa utilità del filo a piombo</em></a></strong> di <strong>Paolo Nori</strong> (Marcos y Marcos, 2011) è un libro di discorsi, scritti e “parlati”, nei luoghi più vari, dal sedile di un treno alla propria casa sommersa nel brusio delle seghe elettriche degli operai al lavoro all’esterno, ad un appartamento romano a cui suonano visitatori imprevisti (un po’ come l’uomo di Porlock per il Coleridge del Kubla Khan, con la differenza che qui il disturbatore diventa parte integrante del processo di scrittura e non causa di smarrimento, perdita dell’ispirazione), alla voce interna dove affiorano le parole, sfogliando e acquistando libri da una bancarella, o cercando il giusto paio di calzoni, “braghe” in cui stare a proprio agio, con tutto  il tempo per le molteplici distrazioni/rivelazioni che nutrono il lavoro letterario.<span id="more-38828"></span> Infatti <strong>“per scrivere, per fare arte, in generale, più che sapere, è importante dimenticare, più che abbassare la testa a lavorare, è importante alzarla a guardar delle cose che di solito non guardiamo mai, che diam per scontate, e invece appena le guardiamo ci accorgiamo che non sono scontate per niente, perché l’arte, secondo me, il punto da cui viene, e quello che produce, ha veramente a che fare con lo stupore, ha la sua radice, io credo, in quel momento che il mondo ti prende di sorpresa”</strong>. Un libro sul come si scrive e sulle vie che si percorrono cercando di raggiungere un nucleo di senso, o semplicemente di rispondere ad una richiesta, preparare una riflessione sugli argomenti più disparati. Così facendo si può scoprire che la strada più sicura per arrivare alla meta non è sempre la più veloce né tanto meno quella dritta, che non prevede deviazioni, interruzioni brusche ed un po’ d’inventiva per aggirare gli ostacoli. Lo scrittore e con lui il lettore si perdono, sembrano dimenticarsi l’oggetto principale, solo per comprendere alla fine che ciò che importava davvero non era il risultato, ma la ricerca, che a volte la bellezza dell’arte non sta nella fruizione diretta di un quadro o di un libro, ma nell’<em>aura</em>, un’atmosfera fortissima e inspiegabile in cui siamo immersi, in comunione con altri, sebbene sconosciuti e distanti, un mistero che nessun esperto può svelare. Che scrivere prevede qualcosa in più del descrivere, un funambolismo con cui si interroga sempre sia la fune su cui si cammina che l’aria smossa dal passo e chi dice poi che sia proprio una fune? E non un sentiero, una stradicciola periferica, un ponte. Allora, con un tono stupito e disincantato, autoironico e lontano dalle grandi verità, Nori discute di frontiere, per esempio, non per spingersi oltre, ma per recuperare, pure attraverso i luoghi nuovi come la Russia prima del muro, la propria infanzia e adolescenza, le piccole vicende significative della propria famiglia che ci fanno essere quello che siamo, perché il più lungo e difficile è sempre un viaggio di ritorno. Che le nostre scelte nascono da qualche parte molto concreta, da un vincolo affettivo che non sappiamo mai quando saremo in grado di dire. O che quello che ci commuove è ciò che ci illude &#8211; di essere eterno, sicuro, <em>infrangibile</em> &#8211; nel momento in cui si mostra fragile e contingente come tutto il resto. Che non tutto ha un’intenzione e la letteratura ce lo ricorda, la letteratura che <strong>“secondo me, ammesso che esista, tra le tante cose, uno dei vantaggi che ha, è il fatto di non essere sottomessa alla dittatura dell’attualità, di non dover per forza parlare delle cose di cui parlano tutti,di poterle ignorare, quelle cose, per occuparsi di cose apparentemente meno interessanti”</strong>, ma presenti alla nostra natura umana. O infine, nel bellissimo saggio conclusivo <em>Noi e i governi</em>, dove l’autore dialoga con i russi Charms e Chlebnikov, da lui stesso tradotti, ma anche con Brodskij, Wallace, lo stoico Epitteto e Simone Weil, che la letteratura è quella finestra infranta, quella strana frattura di luce per cui si distingue la nostra parte, la nostra responsabilità da quelle altrui, si saggia il terreno intorno senza troppa fretta di aderire a questo o a quell’altro ideale o partito, si corre il rischio della libertà autentica, dell’anarchia. Di stringersi al pensiero e al dubbio, anche se portano il marchio della minoranza, della sconfitta, perché in fondo ad ogni essere umano non resta che la sua anima, il suo paio di braghe da indossare, meglio che siano comode, che siano sue proprie.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/19/la-meravigliosa-utilita-del-filo-a-piombo/">La meravigliosa utilità del filo a piombo</a></p>
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		<title>Gli specchi</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 07:25:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/La_merav.jpg"></a>[<em>Prime pagine del nuovo libro di <a href="http://www.paolonori.it">Paolo Nori</a>. </em>La meravigliosa utilità del filo a piombo. <em>Un grazie a MarcosyMarcos. che pubblica libri così.</em> G.B.]</p>
<p>di <strong>Paolo Nori</strong></p>
<p>Ecco, a me è successa una cosa che secondo me un po’ c’entra, con il discorso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/gli-specchi/">Gli specchi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/La_merav.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/La_merav.jpg" alt="" title="La_merav" width="196" height="308" class="alignleft size-full wp-image-38742" /></a>[<em>Prime pagine del nuovo libro di <a href="http://www.paolonori.it">Paolo Nori</a>. </em>La meravigliosa utilità del filo a piombo. <em>Un grazie a MarcosyMarcos. che pubblica libri così.</em> G.B.]</p>
<p>di <strong>Paolo Nori</strong></p>
<p>Ecco, a me è successa una cosa che secondo me un po’ c’entra, con il discorso. Cioè io, nel 2009, dopo sei o sette anni che non ci andavo, sono andato alla fiera del libro a Torino. Il giorno prima di andare a Torino sono andato a Parma, con mia figlia, abbiamo dormito a Parma, da mio fratello, e poi son tornato a Bologna, ho lasciato mia figlia a sua mamma, in stazione e, senza passare da casa (abito lontano dalla stazione), ho preso un treno che mi ha portato a Torino. Era tutto calcolato andava bene. Solo che, a Parma, a casa di mio fratello, mi sono macchiato i pantaloni. Allora non potevo andare a Torino star via due giorni coi pantaloni macchiati, e mio fratello mi ha prestato un paio dei suoi. Solo che erano dei pantaloni con la vita bassa, che io non mi ero mai messo, e, il mattino dopo, nel tragitto che, in autobus, porta da casa di mio fratello alla stazione di Parma, mi sono accorto che mi sembrava che mi cascassero continuamente, mi sono trovato a tirarmeli su una ventina di volte, e ho pensato che non potevo star via di casa due giorni con quella sensazione lì che ti caschino le braghe che per me è proprio una sensazione sgradevolissima. <span id="more-38741"></span><br />
Allora quando siamo arrivati nel piazzale della stazione,  era giorno di mercato, con mia figlia siamo andati in una bancarella di cinesi, ho comprato un paio di braghe cinesi. Cinque euro. Un affare. Siamo andati nel bagno della stazione, mi sono cambiato le braghe, con mia figlia che mi guardava. Siamo usciti, era tutto a posto, tranne che, d’un tratto, mi è venuto in mente che avevo lasciato lo zaino sull’autobus. Noo, ho detto a mia figlia, ho lasciato lo zaino sull’autobus. Lei mi ha guardato mi ha detto Noo. Mia figlia ha cinque anni, allora ne aveva quattro. Mi ricorderò sempre il modo in cui mi ha detto Noo. Non so perché, è stata una cosa memorabile. Fatto sta che poi mi sono tastato le spalle, lo zaino ce l’avevo sulle spalle. Allora niente. Eravamo così contenti. Dopo è andato tutto come previsto, sono andato a Bologna, ho lasciato mia figlia a sua mamma, ho preso il treno, sono andato a Torino, son stato a Torino e son venuto indietro. Solo che, quelle braghe cinesi lì, che mi era sembrato che mi avessero salvato, e in un certo senso mi avevan salvato davvero, devo dire che mi sentivo a disagio, con quelle braghe lì. Con le tasche sui fianchi, e un elastico in vita e dei lacci, sia in alto che in basso, per stringerle. Ma che braghe ho? mi chiedevo continuamente. Tutti gli specchi e le superfici riflettenti eran l’occasione per veder come stavo, non ero nelle mie braghe, e continuamente pensavo a come sarebbe stato bello tornare a casa e rimettermi nelle mie braghe.<br />
Ecco io, di solito, quando vado in giro, prendo con me dei taccuini, per scriverci sopra le cose che vedo. E uno ce l’avevo anche lì a Torino, e pensavo che mi avrebbero colpito un mucchio di cose, eran degli anni che non andavo a Torino, alla fiera del libro, ero curioso. Ecco, quando son tornato a casa, mi sono accorto che sul mio taccuino non avevo preso neanche un appunto. Ero così concentrato sulle mie braghe, e sull’effetto che facevo, che l’effetto che il mondo faceva a me non aveva quasi importanza. Ecco. Io ho l’impressione che, per scrivere, sia abbastanza importante trovar delle braghe.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/gli-specchi/">Gli specchi</a></p>
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		<title>Verifica dei poteri 2.0</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 10:41:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/def-1.gif"></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>[Verifica dei poteri 2.0<em> prova a ricostruire la storia del “web letterario” italiano, o meglio: delle pratiche di militanza letteraria che si sono sviluppate in Internet da una decina d’anni a questa parte. Oltre a dar conto dei luoghi, degli attori e delle discussioni principali, è un primo tentativo, necessariamente parziale e provvisorio, di mettere a fuoco gli interessi e le poste in gioco che li hanno animati.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/verifica-dei-poteri-2-0/">Verifica dei poteri 2.0</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/def-1.gif"><img style="background-image: none; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto; padding-top: 0px; border-width: 0px;" title="def 1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/def-1_thumb.gif" border="0" alt="def 1" width="500" height="228" /></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p>[Verifica dei poteri 2.0<em> prova a ricostruire la storia del “web letterario” italiano, o meglio: delle pratiche di militanza letteraria che si sono sviluppate in Internet da una decina d’anni a questa parte. Oltre a dar conto dei luoghi, degli attori e delle discussioni principali, è un primo tentativo, necessariamente parziale e provvisorio, di mettere a fuoco gli interessi e le poste in gioco che li hanno animati. L’articolo, che esce in questi giorni sul n. 61 di «Allegoria», è stato inviato a scrittori e critici insieme ad alcune domande. Le loro risposte saranno pubblicate nei prossimi giorni su NI. La versione pdf è disponibile <strong><a href="http://www.leugenio.com/Verifica%20dei%20poteri%202.0.pdf" target="_blank">qui</a></strong>.</em>]</p>
<h2><span style="font-weight: normal;"><em> </em></span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;"> </span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;"> </span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;">Verifica dei poteri 2.0 </span></h2>
<p><span style="font-weight: normal;"> </span></p>
<h4><span style="font-weight: normal;"><em>Critica e militanza letteraria in Internet (1999-2009)</em></span></h4>
<p>di <strong>Francesco Guglieri</strong> e <strong>Michele Sisto</strong></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Si tratta di registrare gli strumenti critici,</span></em><br />
<em><span style="font-size: xx-small;">di verificarne i poteri, di decidere a quale livello<br />
del mare cominciano i nostri calcoli,<br />
entro quale arco di meridiani e di paralleli<br />
consideriamo validi i nostri discorsi. </span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">Franco Fortini, <em>Verifica dei poteri</em></span></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Produrre degli effetti in un campo,<br />
non foss’altro che semplici reazioni di resistenza<br />
o di esclusione, significa già esistervi.</span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">Pierre Bourdieu, <em>Le regole dell’arte</em></span></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Tutto ciò che so l’ho imparato da google.</span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">anonimo web</span></p>
<p>«I luoghi dell’opinione e del gusto letterario», scriveva Fortini nel 1960,</p>
<blockquote><p>sono stati sorpresi nel giro di pochi anni dall’insorgere ed estendersi di forme per noi nuove di industria della cultura che hanno mutato aspetto e funzione ai tradizionali organi di mediazione fra scrittori e pubblico, come l’editoria, le librerie, i giornali, le riviste, i gruppi politici e d’opinione. Alla motorizzazione la società letteraria ha resistito anche meno dei nostri storici centri urbani.[1]</p></blockquote>
<p>Rileggendo oggi viene naturale chiedersi come abbia reagito “la società letteraria” all’informatizzazione. E prima ancora alla progressiva concentrazione dell’editoria e dell’informazione sotto il controllo di pochi grandi gruppi.<a name="_ftnref2_8741"></a></p>
<p>Sì, ma quale società letteraria?</p>
<p><span id="more-38514"></span></p>
<h4>1. La crisi della critica negli anni ’90, tra industria culturale e “tradimento dei critici”</h4>
<p>Per provare a capire cosa ha rappresentato Internet nel campo letterario italiano, bisogna tenere ben presente il contesto in cui la rete ha fatto irruzione. Il panorama dei tardi anni ’90 appariva, a chi ci viveva, tanto desolante da far scrivere ad uno sconsolato Alfonso Berardinelli che, addirittura, «di industria culturale e dei danni connessi alla sua influenza non si parla quasi più». La situazione è così grave che «arrivato a un certo grado di inefficacia permanente, il pensiero critico e la cosiddetta <em>Kulturkritik </em>si arrendono. Non ci sono più né rimedi né alternative».[3] Se la “macchina” dell’industria culturale pervade tutto, ogni anfratto, ogni piega sociale e immaginaria, se neutralizza, perché la prevede e anzi la richiede, ogni critica e ogni tentativo di resistenza, allora non resta che abbandonarsi (non senza un pizzico di <em>ressentiment</em> o di cinica euforia) allo spettacolo del crollo (altri, parafrasando Žižek che a sua volta parafrasava un film di fantascienza,[4] qualche anno dopo avrebbero detto «al deserto del reale»). Questo il clima intellettuale, verrebbe da dire <em>emotivo</em>, che respirava chi, in quegli anni, faceva o si apprestava a fare critica.</p>
<p>Quello di cui si faceva dolorosa esperienza era (ed è tuttora) la progressiva erosione degli spazi nei quali classicamente si esercitava l’autonomia della critica. Chiariamoci: autonoma in senso bourdieusiano, ovvero che risponde principalmente alle regole del campo di produzione ristretta, a quelle che il sociologo francese chiamava le “regole dell’arte”. Ma allora a quale autonomia appellarsi se non solo non ci sono più i luoghi in cui esprimerla, ma sembra venuta meno l’idea stessa di un “campo di produzione ristretta”? In altri termini ci si può chiedere, come faceva appunto Bourdieu all’inizio degli anni Novanta, «se la divisione in due mercati, che è caratteristica dei campi di produzione culturale dopo la metà del XIX secolo – con, da un lato, il campo ristretto dei produttori per i produttori, e, dall’altro, il campo della grande produzione e la “letteratura industriale” – non sia minacciata di scomparire, dal momento che la logica della produzione commerciale tende sempre più a imporsi sulla produzione d’avanguardia (nel caso della letteratura, per esempio, attraverso i vincoli che gravano sul mercato dei libri)».[5] Le concentrazioni editoriali e le ristrutturazioni interne delle case editrici maggiori alleggeriscono il peso delle redazioni nelle scelte di indirizzo e ricerca. Le riviste letterarie (e cioè il veicolo principale del dibattito critico e militante del Novecento) scompaiono, e le poche superstiti sopravvivono a stento, scontando una marginalità a volte sofferta, a volte rivendicata. La critica militante, quella sui quotidiani e sui settimanali, è tollerata solo nella forma della recensione, o, peggio ancora, della ciclica polemica: ovvero come passaggio – e oltretutto sempre meno necessario – della vita commerciale del prodotto-libro. Una critica come guida all’acquisto, orientamento del gusto, che a volte fa assomigliare le terze pagine dei giornali a poco più che propaggini degli uffici stampa delle case editrici. Quando un giovane Tiziano Scarpa nel 1997 ironizzava sui recensori dei giornali (i vari D’Orrico, Pacchiano, ecc.) riproducendone i tic e i vezzi in un’irresistibile parodia, spernacchiava un giornalismo culturale con cui sentiva, come scrittore, di condividere poco o nulla.[6]</p>
<p>La critica accademica, per contro, riesce a sottrarsi a questo abbraccio solo al prezzo di un isolamento che a volte rischia di tradursi in uno sdegnato arroccamento. Negli anni ’90 appare cristallizzata soprattutto in dolenti analisi del proprio stato. Non solo in Italia, certo: da <em>Vere presenze</em> di Steiner al <em>Canone occidentale</em> di Bloom, fino al recente Todorov della <em>Letteratura in pericolo</em>, la bibliografia (anche limitandosi ai nomi più importanti e ai testi divulgativi) è lussureggiante. Nel nostro paese si passa dalle <em>Notizie dalla crisi </em>di Cesare Segre (1993), all’<em>Eutanasia della critica </em>di Mario Lavagetto (2005), fino al caso di un Ferroni che <em>Dopo la fine</em> (sottotitolo: <em>Sulla condizione postuma della letteratura</em>, 1996) torna a lamentare l’«evaporazione di una cultura critica» in <em>Scritture a perdere</em> (2010).</p>
<p>Sta di fatto che gli unici libri di critica ancora in grado di accendere un minimo di discussione pubblica, di smarcarsi dalla pubblicistica concorsuale e finire in mano a un lettore non specialista (o quantomeno ad arrivare alle pagine dei giornali e da lì a un più vasto “dibattito”), sono proprio quelli che hanno come oggetto la critica stessa: quasi che la critica possa darsi ormai solo in forma crepuscolare, nel suo venire meno.</p>
<p>Insomma, era questo clima che spingeva un giovane Emanuele Trevi sull’orlo di una crisi di nervi a scrivere:</p>
<blockquote><p>Avevamo di fronte un’“ufficialità” culturale, incarnata dall’Università e dal giornalismo di prestigio, dai salotti e dai premi letterari… In quella dimensione, la letteratura e l’esperienza estetica avevano (come continuano ad avere) la fissità marmorea e un po’ demente delle istituzioni. Macchine sociali produttrici di consenso, di prestigio, di modelli di affermazione esclusivamente individuali. Disperatamente, molti di noi cercavano altro.[7]</p></blockquote>
<p>Cercare altro, allora. E questo altro, per alcuni, è stato Internet.</p>
<p>(<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/verifica-dei-poteri-2-0/2/">segue alla pagina successiva</a>)</p>
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<p><strong> </strong></p>
<p>[1] F. Fortini, <em>Verifica dei poteri</em>, in Id., <em>Verifica dei poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie</em>, nuova edizione accresciuta, il Saggiatore, Milano 1969, p. 41.</p>
<p>[2] I riferimenti d’obbligo per questo processo che, avviatosi negli Stati Uniti, ha investito Inghilterra, Francia e Germania prima di acuirsi anche in Italia, sono P. Bourdieu, <em>Une révolution conservatrice dans l’édition</em>, in «Actes de la recherche en sciences sociales», 126/127, 1999, pp. 3-32, e i due volumi di A. Schiffrin, <em>Editoria senza editori</em> e <em>Il controllo della parola</em> (Bollati Boringhieri, Torino 2000 e 2006).</p>
<p>[3] A. Berardinelli, <em>Dov’è finita l’industria culturale</em> [2004], in Id., <em>Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione</em>, Quodlibet, Macerata 2007, p. 83.</p>
<p>[4] Un film, <em>Matrix</em>, che, guarda caso, ipotizzava un’umanità segregata in un’illusoria realtà virtuale, schiava di un’acefala “macchina mondiale” computerizzata…</p>
<p>[5] P. Bourdieu, <em>Le regole dell’arte. Genesi e struttura del campo letterario</em>, il Saggiatore, Milano 2005, p. 434.</p>
<p>[6] T. Scarpa, <em>Fantacritica (nel senso dell’aranciata)</em> [1997], in Id., <em>Che cos’è questo fracasso?</em>, Einaudi, Torino 1999, pp. 27-30.</p>
<p>[7] E. Trevi, <em>Istruzioni per l’uso del lupo</em>, Castelvecchi, Roma 2002, p. 10. La prima edizione – a cui queste parole della nuova <em>Introduzione</em> fanno riferimento – è del 1993.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/verifica-dei-poteri-2-0/">Verifica dei poteri 2.0</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 12:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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<p>LIBERTA&#8217;</p>
<p><strong>Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può</strong></p>
<p><strong>collaborare con giornali non allineati? La polemica</strong></p>
<p><strong>infuria sul web.</strong></p>
<p><em>A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare per Mondadori.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/14/lo-scrittore-solo-il-fatto-quotidiano-sabato-13-febbraio-2010/">Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</a></p>
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<p><span style="color: #ff0000;">LIBERTA&#8217;</span></p>
<p><strong>Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può</strong></p>
<p><strong>collaborare con giornali non allineati? La polemica</strong></p>
<p><strong>infuria sul web.</strong></p>
<p><em>A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare per Mondadori. nella speranza che il suo esempio venga seguito da altri scrittori. Helena Janeczek (scrittrice ed editor di Gomorra) il 20 gennaio scrive un articolo sul blog «Nazione Indiana» dal titolo «Pubblicare per Berlusconi?» in cui difende le ragioni di chi lavora e pubblica con il gruppo Mondadori, facendo una distinzione tra lavorare per un gruppo editoriale e collaborare con un organo di stampa che abbia una precisa linea editoriale, come il quotidiano «Libero», inserendosi così nella polemica tra il critico letterario Andrea Cortellessa e lo scrittore Paolo Nori riguardo alla scelta di Nori di collaborare con «Libero». Polemica che ha suscitato commenti molto duri su diverse testate («Libero», «il Giornale», «il Corriere della Sera»). Lo scrittore Vincenzo Consolo ha deciso di non partecipare a un’iniziativa einaudiana in favore di Roberto Saviano per via di un’intervista rilasciata dallo stesso Saviano a «Panorama», in cui dice di essersi formato su Jünger, Pound, Celine.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>In una conferenza tenuta nel 1976 all’Amherst College Calvino, cercando di definire gli usi politici giusti e sbagliati della letteratura, avviava quel suo discorso dicendo che «la funzione pubblica più richiesta in Italia» in quegli anni sembrava essere «la provocazione», consacrata «dalla vita, dalla morte e dalla vita postuma di Pasolini». E non aveva alcuna remora nel sostenere di non essere d’accordo con quell’idea invalsa nel «vasto pubblico nazionale» di concepire lo scrittore come un «provocatore». <span id="more-30366"></span>Ora, quel riferimento al «vasto pubblico per il romanzo italiano» e quella libertà di giudizio con cui Calvino si esprime su un altro scrittore e intellettuale della statura di Pasolini (al di là di qualsiasi altra considerazione di merito) toccano due aspetti essenziali in cui si iscrive il ruolo sociale dello scrittore: l’attenzione del pubblico e l’indipendenza di giudizio, la radicale libertà di non ritenere niente e nessuno insindacabile.</p>
<p>Se guardiamo al nostro tempo e alle nostre circostanze, probabilmente la gran parte di noi vedrebbe nell’«andamento intellettuale» e culturale qualcosa di molto simile alla vertiginosa alienazione sintetizzata da Bradbury in Fahrenheit 451, dove tutto è ridotto a indistinto «pastone» mass mediatico in cui non è nemmeno contemplata l’idea che si possa persino dissentire.</p>
<p>In un mondo del genere (o molto simile), parole come quelle espresse da Calvino, quel modo stesso di ragionare e argomentare, di sicuro non avrebbe diritto di cittadinanza, non perché qualcuno non potrebbe anche pronunciarle, ma perché non ci sarebbe quasi nessuno in grado o interessato ad ascoltarle. E questa circostanza, che definisce il nostro tempo, è una debolezza di cui non si può non tener conto, volendo interrogarsi sul ruolo e le responsabilità che attengono agli scrittori nell’odierno spaesamento e sradicamento (sociale, economico, culturale).</p>
<p>Così, mentre da una parte lo scrittore è percepito dalla stragrande maggioranza del pubblico di romanzi come un intrattenitore o un qualsiasi produttore di beni di consumo, dall’altra, e di contro, chi vorrebbe scrittori più coraggiosi, più combattivi, più calati nel corpo delle nostre contraddizioni, anzi delle nostre specifiche anomalie, finisce per delegare ogni responsabilità etica, politica, culturale a uno solo, fatto simbolo. Una condizione aberrante per uno scrittore, anche se lo scrittore si chiama Roberto Saviano, con tutto il coraggio, l’impegno che evoca un libro come Gomorra. Pure di questo bisogna tenere conto per fare un discorso sul ruolo sociale dello scrittore nel tentativo di comprendere in che modo si possa spezzare, intanto, questa doppia solitudine: dell’unico, trasformato in simbolo dell’idea stessa di impegno, e dei tanti, noti a cerchie più o meno ristrette di cultori, fan, lettori e, per il resto, macinati in quella centrifuga lì, che tende all’indistinto.</p>
<p>In questo stato di cose, la prima considerazione che verrebbe da fare ha a che vedere proprio con l’irrilevanza sociale dello scrittore nella sua specificità. «La letteratura, – dice Calvino in quello stesso intervento, – è necessaria alla politica prima di tutto quando essa dà voce a ciò che è senza voce&#8230; le tendenze represse negli individui e nella società», ed è necessaria, in modo più indiretto, in quanto «capacità di imporre modelli di linguaggio, di visione, d’immaginazione».</p>
<p>Ora, quel che oggi, più che mai, «non ha voce» sembra proprio questa peculiarità. Non è che non ci siano scrittori in grado di concepire e dar forma a visioni o immaginazioni capaci di interrogare il proprio tempo, il fatto è che le loro visioni, le loro immaginazioni o intuizioni non riescono quasi mai a collegarsi in una sorta di circuito, in una sorta di discorso più vasto e intrecciato, anche contraddittorio, quel genere di discorso-a-più-voci che costituisce, e dà anche rilevanza sociale a una società letteraria, intellettuale, artistica soprattutto se riesce a innestarsi in altri discorsi non specificatamente letterari: discorsi politici, discorsi sociali, discorsi identitari&#8230; tutti quei discorsi insomma di cui dovrebbe esser fatta la vita civile di un paese civile, e che definiscono nel loro complesso lo spazio pubblico.</p>
<p>Invece, quel che oggi possiamo registrare, senza nemmeno voler entrare nel merito specifico delle questioni, va tutto nella direzione opposta: 1) qualsiasi accenno a una divergenza di vedute riguardo, ad esempio, al ruolo e alle responsabilità di uno autore (come è accaduto nel caso delle obiezioni mosse dal critico Andrea Cortellessa allo scrittore Paolo Nori sulla scelta di collaborare con il quotidiano «Libero», per via della sua linea editoriale) viene tacciato da una parte non irrilevante della stampa («Libero», «il Corriere della Sera») di «ostracismo», ostracismo smentito dallo stesso Paolo Nori, che, essendo scrittore attento all’uso delle parole, sa quale responsabilità implichi un loro uso distorto; né questo suscita un qualche dibattito; 2) qualsiasi dissenso riguardo ai modelli culturali di riferimento (come quello espresso da Vincenzo Consolo nei confronti di Roberto Saviano quando questi evoca autori non tanto di destra ma espressione di una visione discriminatoria dell’umanità), qualsiasi dissenso del genere, espresso in modo radicale da parte di uno scrittore nei confronti di un altro scrittore è ugualmente tacciato più o meno dalle stesse testate di «ostracismo» e, per il resto, come nel caso precedente, sostanzialmente lasciato cadere nell’indifferenza. E questo mentre, da più parti, parti anche molto diverse tra loro, anzi opposte, (dal «Giornale» a «Libero», ai firmatari dell’Appello a Saviano perché lasci la Mondadori) si sollevano accuse, obiezioni, dubbi che, al di là di ogni altra considerazione, entrano nel merito di una questione fondamentale e più vasta: la libertà e autonomia di espressione rispetto a qualsiasi proprietà editoriale, contro quella che Helena Janeczeck ha definito una «visione padronale dei rapporti aziendali».</p>
<p>Questioni del genere che riguardano la funzione stessa dello scrittore come radicale espressione di un pensiero libero e irriducibile, esigerebbero quel discorso più vasto di cui si diceva prima, non questo solitario, episodico levarsi di voci, ora zittite ora destinate a cadere vittime di quella forma di censura, o meglio di autocensura, che accompagna il senso della propria irrilevanza, in un momento, tra l’altro, in cui ci vorrebbero non solo visioni, ma appunto trame, narrazioni capaci di riannodare i fili dispersi di un paese che sembra aver perso se stesso, il proprio retroterra, la propria stessa ossatura.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/14/lo-scrittore-solo-il-fatto-quotidiano-sabato-13-febbraio-2010/">Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Non c&#8217;è altro tempo da perdere</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 21:04:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/trivio.jpg"></a>di <strong>Daniele Giglioli</strong></p>
<p>Se sia lecito a un intellettuale di sinistra collaborare con un giornale di destra è una questione, visti i tempi, che ha il sapore delle innocue <em>quaestiones</em> assegnate come esercitazioni agli studenti nelle antiche scuole di retorica (si doveva o no fare la guerra per Elena?), o dei casi di coscienza (è lecito mangiare di grasso il venerdì?) su cui si accapigliavano nel diciassettesimo secolo gesuiti e giansenisti: roba vecchia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/28/non-ce-altro-tempo-da-perdere/">Non c&#8217;è altro tempo da perdere</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/trivio.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-29596" title="trivio" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/trivio-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Daniele Giglioli</strong></p>
<p>Se sia lecito a un intellettuale di sinistra collaborare con un giornale di destra è una questione, visti i tempi, che ha il sapore delle innocue <em>quaestiones</em> assegnate come esercitazioni agli studenti nelle antiche scuole di retorica (si doveva o no fare la guerra per Elena?), o dei casi di coscienza (è lecito mangiare di grasso il venerdì?) su cui si accapigliavano nel diciassettesimo secolo gesuiti e giansenisti: roba vecchia. Troppo mutati i termini, troppo lontana una certa idea di intellettuale come rappresentante dell’universale obbligatoriamente schierato dalla parte giusta, da troppo tempo defunta ogni pretesa e speranza di un’egemonia culturale della sinistra (concetto mal compreso, peraltro: chi ne parla oggi cita Gramsci ma in realtà ha in mente Paolo Mieli. <span id="more-29595"></span>A Gramsci di &#8220;dettare l’agenda&#8221; non poteva importargliene di meno). E puerile, perciò, oltre che dannosa, la polemica che si è scatenata intorno al caso di Paolo Nori che collabora con Libero, dove alla malafede di chi di queste beghe ha fatto una professione (il solito processo stalinista!, cfr. l’esemplare articolo di Pierluigi Battista sul Corriere di qualche giorno fa) si è purtroppo affiancato lo zelo degno di miglior causa di chi ha sostenuto l’argomento che, fatta salva la libertà individuale di chiunque, a collaborare con certi fogli si offre loro una legittimazione culturale. Roba da matti: come se ne avessero bisogno. Sono i padroni del paese, navigano da vent’anni con il vento in poppa della più compatta e incontrastata egemonia culturale reazionaria mai vista in epoca moderna (una miscela di razzismo e liberismo, amoralità ipocrita e pragmatismo maneggione, nichilismo e genuflessioni baciapile), intercettano e informano ogni giorno un senso comune largamente maggioritario: sai che se ne fanno della nostra legittimazione. Bene hanno fatto perciò Marco Bascetta e Benedetto Vecchi a riportare il problema alla sua vera altezza: che ne è in concreto del ruolo, della funzione e delle possibilità di vita e di autonomia di chi lavora nella vasta, sfrangiata e contraddittoria galassia della produzione di sapere, linguaggio, immaginario, ideologia? Il &#8220;caso Nori&#8221; avrebbe dovuto essere discusso solo dai suoi amici intimi: ma davvero vuoi andare a cena lì, non vedi cosa mangiano? Dopo cena cosa fate, il Karaoke o osteria numero venti? Contento te. Rilevanza politica e culturale ce l’ha però il fatto che tante persone intelligenti e benintenzionate siano cadute nella trappola di confermare chi già ne era convinto nell’idea che gli intellettuali sono un ceto terminale e superfluo capace solo di beccarsi come i capponi di Renzo Tramaglino mentre li portano al macello. In questo ha ragione Pierluigi Battista: davvero non hanno di meglio da fare (come lui, che infatti non fa altro da vent’anni)? Un vecchio precetto reazionario suona più o meno: nella disputa vince sempre l’inferiore, perché il superiore si è abbassato a disputare. E’ da respingere, perché non c’è niente di buono da aspettarsi da chi si crede in diritto di essere superiore, fosse pure di sinistra. Però… Però, visto che la modalità retorica dominante dell’ideologia retriva che ci ammorba è il battibecco, un consiglio di prudenza per tutti da ricavare da questa triste faccenda potrebbe essere questo: meno reattività, meno fretta, meno ansia di presenza, non accettare il terreno del nemico (o avversario, come si dice in questi tempi putibondi), il cellulare è spento, il signore non è in casa: se li facessero da soli i battibecchi. Poi bisogna davvero dimostrare di avere altro da fare. Mica facile, vista la situazione, ed è per questo che non c’è proprio tempo da perdere.</p>
<p><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"><em>(pubblicato su il manifesto 24/01/2010)</em></span></p>
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		<title>Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 12:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: “Voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Su letteratura e politica (la penso proprio come George Orwell e Danilo Kiš)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: “Voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare. </em><br />
George Orwell</p>
<p style="padding-left: 60px;"><em>Se non puoi dire la verità – taci.<br />
Guardati dalle mezze verità.</em><br />
Danilo Kiš</p>
<p>C’è qualcosa di male se, nell’Italia di oggi, uno scrittore che si ritiene di sinistra pubblica su di un quotidiano come “Il Giornale” o come “Libero”? Piuttosto che sopportare il silenzio, si può anche cominciare una discussione con una domanda brusca. Intorno a questa domanda, dapprima in rete, nella forma del frammentario dibattito per commenti, e poi in contesti più tradizionali e codificati, si è avviato un dibattito pubblico intorno a una vecchia questione, quella della responsabilità dello scrittore. Si è partiti dalla notizia della collaborazione di Paolo Nori a “Libero”, ma le occasioni di porsi certe domande sono state diverse. Un articolo di Tiziano Scarpa proposto a un giornale di sinistra e mai da questo pubblicato, che finisce anch’esso su “Libero”. Ma anche le scelte di coloro, come Berardinelli, che già da anni scrivono per giornali quali “Il Foglio” o“Il Domenicale”. Nonostante molte persone – scrittori, giornalisti o semplici lettori comuni – siano ormai convinti che qualsiasi forma di dissenso, scontro d’idee, discussione critica equivalga ad un puro attacco alla libertà individuale, riprendere in mano la questione della responsabilità dello scrittore, partendo da situazioni così concrete, può essere molto più fecondo che lanciare un astratto dibattito sull’<em>impegno</em> dell’intellettuale o sul rapporto tra lo scrittore e la realtà. Per me si tratta di un’occasione importante per chiarire innanzitutto le mie posizioni, cercando di dissipare un po’ di malintesi e confusioni. Il confronto critico con le posizioni altrui non è tanto mirato a distribuire colpe, quanto a mostrare la bontà di posizioni alternative.<br />
<span id="more-29385"></span><br />
Se uno scrittore come Paolo Nori scrive per “Libero”, e così facendo dimostra, alla fine, che non è uno scrittore “di sinistra”, o che non è un cittadino con una consapevolezza politica “di sinistra”, non per questo cessa di essere un valido scrittore. Ma è sempre possibile dire che, sul piano politico, Paolo Nori non sta difendendo gli ideali di sinistra o la lotta politica promossa dalle forze di sinistra. Forse, addirittura, il solo fatto di essere uno scrittore, e di credere nei valori veicolati dalla letteratura, dovrebbe rendere consapevole Nori dell’errore che egli commette fornendo legittimità culturale a un quotidiano la cui linea politica si accorda con i programmi governativi di demolizione della cultura, partendo proprio dalle istituzioni che ne garantiscono la trasmissione e lo sviluppo (la scuola e la ricerca). Ma ripeto, il caso Nori o casi affini, ci impongono di riconsiderare in modo esplicito i rapporti tra letteratura e politica.</p>
<p><em>Scrittori di quale sinistra?</em><br />
Io su letteratura e politica la penso esattamente come George Orwell. Mi sembra, infatti, che settant’anni fa, Orwell, durante gli anni Quaranta, abbia chiarito meglio di chiunque altro i rapporti tra letteratura e politica, in un’ottica di sinistra, ma di sinistra “eretica”. È importante scegliersi i propri autori, le proprie fonti, a maggior ragione quando vige la gran confusione, e diventa difficile tracciare confini politici tra destra e sinistra, ma anche semplicemente definire <em>quale</em> sinistra. In Italia, da un decennio ormai, non sembra essere rimasto più che Pasolini come autore di riferimento, e questo sia per chi parla da destra sia per chi parla da sinistra. Ovviamente è innanzitutto responsabilità degli scrittori, di coloro cioè che hanno una qualche funzione elementare nella circolazione delle idee, porre in primo piano la questione delle eredità ideologiche, dei filoni intellettuali ancora fecondi e da valorizzare. Per parte mia posso solo consigliare di leggere senza particolari apriori i seguenti saggi di Orwell: <em>Perché scrivo</em> (1946), <em>La letteratura e la sinistra</em> (1943), <em>Come mi pare (14)</em> (1944), <em>Gli scrittori e il leviatano</em> (1948). Questi interventi di Orwell potrebbero poi essere correlati ad alcuni articoli dello scrittore ebreo montenegrino Danilo Kiš come <em>Homo poeticus, malgrado tutto</em> o <em>Consigli ad un giovane scrittore</em> – dall’anno scorso reperibili nell’edizione Adelphi che raccoglie una parte della sua opera saggistica (ahimè solo una parte!).</p>
<p>Perché proprio Orwell e Kiš? Sono due tra i più importanti scrittori del XX secolo. Sono due scrittori d’esperienza: hanno vissuto direttamente i traumi storici della loro epoca (Orwell partecipò alla guerra civile spagnola e Kiš ebbe membri della sua famiglia assassinati nei lager nazisti). Sono due scrittori che hanno messo al centro della loro opera l’orrore totalitario. Sono due scrittori profondamente anti-fascisti e profondamente anti-stalinisti. Sono due scrittori che hanno sempre creduto nella funzione veritativa della letteratura. Sono due scrittori che non hanno mai rinunciato ad un atteggiamento libertario, in grado di preservare la capacità critica del singolo dai conformismi ideologici delle masse (o delle maggioranze del momento).</p>
<p><em>L’articolazione fondamentale</em><br />
In un saggio del 1948 (<em>Gli scrittori e il leviatano</em>), Orwell pone in termini estremamente lucidi il rapporto tra letteratura e politica. Mi limito a riportare di seguito alcuni passaggi chiave.</p>
<p>“La lealtà di gruppo è necessaria, ma è veleno per la letteratura, fintanto che quest’ultima continuerà ad essere prodotta individualmente.<br />
(…)<br />
E quindi? Dovremmo concluderne che ogni scrittore ha il dovere di non ‹‹immischiarsi di politica››? Certo che no! In ogni caso, come ho già detto, in un’epoca come la nostra nessuno che abbia un cervello riesce a tenersi, o si tiene in pratica, fuori dalla politica.”</p>
<p>[Interrompo la citazione. Quando Orwell scrive: “un’epoca come la nostra”, pensa ovviamente al secondo dopoguerra, con alle spalle i milioni di morti della guerra e dello sterminio nazista, e di fronte a sé il fosco delinearsi della guerra fredda. Ma noi, siamo forse in un’epoca definitivamente “normale”, fuoriuscita dai grandi pericoli che hanno devastato il secolo scorso: disoccupazione di massa, crisi economiche e finanziarie, razzismi e nazionalismi esasperati? Io credo che non ci sia bisogno di gridare al pericolo fascista, per constatare, dal nostro osservatorio nazionale, una grave e progressiva degenerazione della democrazia, tanto nelle sue forme di vita culturali che materiali. Un segno di questa degenerazione, anche se molti non l’hanno ancora pienamente inteso, è una triplice battaglia che in questi anni è stata ingaggiata da realtà molto diverse tra loro, una battaglia che non può essere confinata esclusivamente a sinistra. La lotta per il rispetto della costituzione (ossia, salvaguardia della separazione dei poteri, del pluralismo dell’informazione, della laicità dello stato, ecc.), la lotta per il rispetto della legalità e la lotta contro le varie forme di razzismo sono oggi battaglie condivise da persone che sono (o dovrebbero essere) trasversali alle appartenenze politiche. Questo che cosa significa? Che non ci sono più battaglie di sinistra? Io credo che ciò stia solo ad indicare una gerarchia nelle priorità politiche: prima di dividersi su politiche di destra o di sinistra, è necessario difendere – nel rispetto di un comune e condiviso orizzonte istituzionale – le istituzioni stesse da forme di deriva e degenerazione pericolosissime per tutti. Questo non esclude che ci siano battaglie che sono invece propriamente di sinistra, come quelle relative alla garanzia delle minoranze e delle fasce popolare più deboli, e sopratutto quelle contro le varie forme di sfruttamento diffuse nel mondo del lavoro. In ogni caso la nostra epoca richiede una responsabilità <em>anche</em> sul piano politico che lo scrittore, proprio in veste di semplice <em>cittadino</em>, non può ignorare.]</p>
<p>“Quando uno scrittore s’impegna in politica dovrebbe farlo come cittadino, come essere umano, ma non <em>come scrittore</em>. Non penso che egli abbia il diritto, solo a motivo della sua sensibilità, di sottrarsi alle quotidiane bassezze della politica.”</p>
<p>[In queste due frasi, è individuata l’articolazione decisiva per una discussione odierna sulla responsabilità dello scrittore. Voglio riportare qui un brano di un articolo che scrissi per NI il 14 aprile 2006,<em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/17/postumi-lo-scrittore-dopo-la-sbronza-della-fine-della-storia/">Postumi. Lo scrittore dopo la sbronza della fine della storia</a> </em>. Mentre lo scrivevo, avevo in mente Consigli ad un giovane scrittore di Kiš, ma non conoscevo il saggio di Orwell che ho citato più sopra. Eppure sono giunto per una mia strada alla stessa conclusione di Orwell. Da <em>Postumi</em>:</p>
<p>“Da tutto ciò ricavo un principio elementare, che pongo a piè di pagina dei <em>Consigli ad un giovane scrittore</em> di Danilo Kiš. Il fatto che vi sia una riconosciuta incompatibilità tra <em>l’homo poeticus</em> e <em>l’homo politicus</em>, non può costituire un alibi valido per qualsiasi circostanza storica. Potrebbero sempre presentarsi della situazioni, in cui continuare a voler essere <em>homo poeticus</em>, a costo di qualsiasi compromesso e sudditanza con il mondo circostante, può significare solo vigliaccheria, o addirittura infamia morale.</p>
<p>Se c’è uno scrittore novecentesco più alieno da posture da intellettuale impegnato, quello è Samuel Beckett. Eppure proprio lui, dal 1941 al 1942, nella Francia occupata dai nazisti, entra nella Resistenza. Una scelta che implicava, ovviamente, di mettere a rischio la propria vita. Quell’<em>homo poeticus</em> che, durante gli anni Trenta a Parigi, aveva tradotto una notevole quantità di testi in prosa e in versi dal francese all’inglese, si trasformò in <em>homo politicus</em>, dedicandosi alla trascrizione, all’ordinamento e alla traduzione dei dispacci informativi che provenivano da una vasta rete di resistenti nella Francia occupata e che erano indirizzati in ultima istanza allo <em>Special Operations Executive</em> britannico. Sappiamo poi che Beckett e sua moglie sfuggirono di poco alla cattura da parte della Gestapo e che molti componenti della sua cellula di resistenti morirono nei campi di concentramento.</p>
<p>Tornando ora ai postumi della mia sbronza relativa alle figure eroiche dell’intellettuale dissidente, il mio attuale modo di procedere è il seguente. Quando mi tolgo i panni dell’uomo poetico, cerco di assumere quelli del cittadino attivo e consapevole, che per me significa riprendere l’unica battaglia democratica fondamentale, quella per l’<em>autonomia</em>. In termini generali, l’autonomia si realizza quando le persone sono in grado di agire liberamente e consapevolmente sul proprio destino. In termini più concreti, l’autonomia riguarda la possibilità per ognuno di conoscere tutti gli aspetti importanti della realtà sociale all’interno della quale studia, lavora, usufruisce d’informazioni, di prodotti. Conoscenza che può, eventualmente, tradursi in interventi, in modifiche, correzioni, rivendicazioni, ecc. Insomma, “autonomia” è per me termine che lega strettamente la consapevolezza di sé e del mondo alla capacità di progettare per sé e per il mondo<br />
(…)<br />
Strumento e fine dell’autonomia è la promozione di un sapere critico, che sia capace di insinuare il dubbio e insidiare dogmi culturali vigenti. Questo è quanto mi sforzo di fare nel mio lavoro di insegnante, ma anche nelle sporadiche attività giornalistiche o nei miei interventi su un blog letterario come Nazioneindiana. Tutto questo potrebbe, ma non necessariamente deve avere un rapporto evidente e diretto con la mia scrittura, poesie o racconti. Insomma, i rischi e la libertà che mi prendo pubblicamente su questioni politiche non dipendono in nessun modo dal mio statuto di scrittore, ma da quello molto più comune di cittadino. In tutto ciò il blog ha un ruolo fondamentale, in quanto è il mezzo che mi permette di accedere liberamente, come cittadino tra gli altri, ad uno spazio pubblico.”]</p>
<p>Torniamo al saggio di Orwell:</p>
<p>“Non c’è alcun motivo per cui [uno scrittore], se lo desidera, non debba scrivere di politica anche nei termini più rozzi. Solo che dovrebbe farlo come individuo, come outsider, al massimo come sgradito guerriero al fianco di un esercito regolare. Questo atteggiamento è pienamente compatibile con l’utilità della politica nel suo uso quotidiano.”</p>
<p>[Si riconosce qui la figura dell’<em>ospite ingrato</em>, da sempre difesa da Fortini, uno dei nostri intellettuali più lucidi. Ed è importante evitare una diffusa confusione: l’ospite ingrato non è lo scrittore di sinistra in casa della destra, l’ospite ingrato innanzitutto è lo scrittore di sinistra a casa sua. Si può certo immaginare la funzione dell’ospite ingrato, come l’ha svolta lo stesso Fortini, ad esempio, sulle pagine del “Corriere della sera”. Ma come si può leggere nel resoconto di questa esperienza, <em>Scrivere per il Corriere</em>, poi raccolto in <em>Extrema ratio</em>, Fortini nei momenti più difficili degli anni della cosiddetta “emergenza” NON scriveva nella pagina culturale, NON scriveva di libri, ma – come già Pasolini su quello stesso quotidiano alcuni anni prima – scriveva di politica, di cronaca, di mentalità. Insomma, si esponeva in termini apertamente politici, ossia metteva davvero in pratica l’ingratitudine dell’ospite – lui marxista eretico sulle pagine del quotidiano della borghesia liberale.]</p>
<p><em>Quale responsabilità?</em><br />
Concludo questa riflessione, con un breve articolo che ho scritto domenica scorsa per “il manifesto”. Lo riprendo qui in una forma più esplicita, non avendo limite di battute. Benedetto Vecchi, sempre sul “manifesto”, in un lucido articolo apparso sabato 23, s’interrogava sulle “forme di alterità, opposizione, financo antagonismo, di chi lavora in un’industria culturale segnata da una egemonia della destra” – tema, per altro, affrontato anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">qui</a> da Helena Janeczek. Vecchi ad un certo punto scrive: “per quanto lo si possa auspicare, è impensabile che gran parte di quella intellettualità diffusa che lavora nelle case editrici si diriga verso le pur vivaci case editrici indipendenti che della qualità, della sperimentazione e della ricerca di autori nuovi vogliono fare la loro ragione sociale. Impensabile perché la piccola editoria indipendente è spesso caratterizzata da una diffusa e radicata precarietà nel rapporto di lavoro che certo non favorisce la scelta di lavorarci. Impensabile per la fragilità imprenditoriale che non sempre riesce a garantire la continuità di una produzione diversa da quella proposta dalle case editrici mainstream”. Insomma, il compromesso tra lo scrittore e l’industria culturale è spesso <em>obbligato</em>, in quanto le alternative ad essa – rimanendo nell’ambito di un’attività culturale – non offrono le garanzie (economiche, contrattuali) necessarie per vivere decentemente. Insomma Vecchi tocca qui una contraddizione centrale: coloro che come cittadini difendono il pluralismo delle idee, l’autonomia intellettuale, il valore d’uso della cultura si trovano spesso, in quanto scrittori o critici letterari, a dover lavorare per un industria culturale sempre più monopolistica, gerarchica e orientata alla pura mercificazione.</p>
<p>L’unica cosa che non condivido nell’articolo di Vecchi è però il modo in cui mette fuori gioco il principio di responsabilità dello scrittore: “le scelte di un singolo – visto che la cultura è una merce che contribuisce alla formazione dell&#8217;opinione pubblica – non sono mai neutre, né trovano legittimazione in un indefinito principio di responsabilità individuale, ma sono sempre inserite in contesti produttivi, economici, ideologici”.</p>
<p>Data la complessità della questione delimiterò il campo al principio di responsabilità dello scrittore nei confronti di un’idea forte di letteratura, nel momento in cui sceglie di scrivere per la pagina culturale di un quotidiano nazionale. Vorrei mostrare come, seriamente inteso, tale principio non debba sfociare in una semplice dissociazione tra sfera culturale e politica, che rende tanto tranquilla la coscienza degli scrittori, quando collaborano alle pagine culturali di certi quotidiani nazionali. Lo scrittore – non il semplice produttore di merce culturale – si trova a casa del nemico nella pagina culturale di qualsiasi quotidiano nazionale, di partito o no, di destra o meno. “Un artista si preoccupa solo di raggiungere una sua perfezione. E alle <em>sue condizioni</em>, sue e di nessun altro”, questo principio espresso da Salinger in <em>Franny e Zooey</em> – che è poi un principio libertario – dovrebbe essere condiviso da ogni scrittore degno di questo nome. (Danilo Kiš: “Non scrivere per il “lettore medio”: tutti i lettori sono medi. Non scrivere per l’élite, l’élite non esiste, l’élite sei tu”.)</p>
<p>Ora, un’opera letteraria riscuote l’interesse delle pagine culturali di un quotidiano a condizione di essere convertibile in “merce culturale”. Tutta la letteratura che non è immediatamente riconducibile a questa forma, non ha semplicemente diritto d’accesso alle pagine culturali. È il caso eclatante della poesia, che l’ipocrisia imperante è arrivata a distinguere dalla letteratura (si parla di “letteratura e poesia”, oppure di “scrittori e poeti”). Questo semplice fatto rende lo scrittore nemico dell’industria letteraria e delle sue appendici giornalistiche. Una tale inimicizia implica diverse modalità di convivenza con i principi della convertibilità, ma non può mai estinguersi o passare sotto silenzio. (Qualcuno potrebbe accusarmi a ragione di essere schematico, quando evoco in questi termini le pagine culturali. Ma rimane una prova evidente a favore di questo schematismo: la sparizione della poesia da queste pagine. E non solo in Italia, ovviamente. Uno dei più importanti poeti contemporanei francesi, Jacques Roubaud, che ovviamente quasi nessuno in Italia conosce, essendo “un poeta”, ha scritto un lungo articolo sull’ultimo numero di “Le monde diplomatique”, sostenendo la medesima tesi: la poesia è sparita dai giornali perché priva di valore commerciale. Noi abbiamo da anni, sulla stampa quotidiana, pagine di letteratura amputate. Naturalmente ci si potrebbe mettere il cuore in pace, sostenendo con una notevole faccia tosta che questa è la conseguenza di una totale mancanza di buona poesia in circolazione (problema che sarebbe ovviamente europeo… ). Non solo sarebbe facile mostrare il contrario, ma fin troppo facile riportare giudizi autorevoli (?) che sostengono la stessa cosa per il romanzo. Quanti becchini di romanzo si fanno avanti periodicamente? Eppure non per questo le pagine culturali si svuotano di recensioni, segnalazioni, dibattiti, intorno ad opere narrative anche molto modeste.)</p>
<p>Un secondo motivo d’inimicizia tra letteratura e giornalismo culturale nasce dalla responsabilità che lo scrittore sente nei confronti di una verità possibile. Nonostante certe mode letterarie postmoderne, la maggior parte degli scrittori importanti del secolo scorso hanno creduto nella funzione conoscitiva della letteratura. Ci hanno creduto, come gli scienziati attuali credono nelle loro teorie sulla realtà: non saranno in grado di certificare la loro definitiva adeguatezza, ma hanno ottimi motivi per preferirle a teorie precedenti o antagoniste dal potere esplicativo minore. Lo scrittore insegue la verità attraverso il lungo apprendistato della menzogna individuale e collettiva. La letteratura non è affermativa, la sua strategia sono il dubbio e la domanda, ma anche lo smascheramento e la critica delle identità definite, anche e soprattutto quelle ideologiche. Per questo motivo uno scrittore è nemico innanzitutto della proprie ideologia, così come lo scienziato – in un certo senso – è sempre nemico di ogni teoria vincente. Ma se questo è vero, si può ben capire come lo scrittore sia più di tutto nemico delle ideologie che non si presentano come tali, quelle che passano sotto silenzio, in abiti trasparenti: le ideologie del <em>dopo</em> l’ideologia e della <em>fine</em> dell’ideologia.</p>
<p>A questo punto, però, si fanno avanti direttori di pagine culturali che dicono: “Noi non siamo nemici degli scrittori, cediamo ad essi i nostri spazi, lo facciamo più generosamente di quanto lo facciano altri giornali, lo facciamo noi giornalisti di destra nei confronti degli scrittori di sinistra! E soprattutto NON li censuriamo”. Quasi immediatamente compaiono alcuni individui, presentandosi come scrittori di sinistra, e dicono: “Noi non la pensiamo come voi, non c’entriamo un fico secco con voi, ma veniamo da voi per parlare a un pubblico diverso, e nessuno di voi ci censura!”.</p>
<p>Tutti escludono l’esistenza della censura, ma la forma di censura più diffusa che riguarda i regimi democratici – è risaputo – si chiama autocensura. E l’autocensura, ancor meglio della più efficace censura, non lascia traccia. Bisognerebbe capire poi da dove nasce l’esigenza dello scrittore di sinistra di scrivere per un lettore che legge un quotidiano come “Libero” o “il Giornale”. Di cosa vuole parlare a questo lettore? Di “merce culturale”? Che cosa potrà dire, lui scrittore di sinistra, di <em>diverso</em> da quanto potrebbe dire un buon giornalista culturale di destra, parlando di uno qualsiasi degli ultimi prodotti culturali? Ma lo scrittore di sinistra va su “Libero” perché ha un discorso <em>diverso</em> da fare rispetto a quello che si attendono di leggere i lettori del quotidiano. È allora probabile che questo scrittore – anche se <em>non</em> fosse di sinistra ma semplicemente consapevole del ruolo politico che ha questo centrodestra nel disfacimento delle istituzioni culturali –, vorrà utilizzare quello spazio per denunciare non tanto la mercificazione della cultura, ma la mercificazione dell’odio, della paura, dell’ignoranza che la destra videocratica ha portato avanti, seppure in modo “resistibile”. Riuscirà a fare tutto questo sulle pagine di quei quotidiani? È poco plausibile che glielo si lasci fare. Di certo, che si sappia, nessuno ci ha ancora tentato.</p>
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		<title>Yes, I Ken &#8211; prima parte</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 13:37:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="right"><em>Risulta ora estremamente chiaro ciò che si era venuto preparando già nel corso del secolo diciannovesimo; l’epoca si esprime assai più sensibilmente nella tecnica meccanica e nelle manifestazioni sportive che nell’architettura delle città e nelle opere d’arte.</em></p>
<p align="right">Hermann Broch, Poesia e Conoscenza, Lerici editore, Milano 1965, trad.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/21/yes-i-ken-prima-parte/">Yes, I Ken &#8211; prima parte</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><span /><em>Risulta ora estremamente chiaro ciò che si era venuto preparando già nel corso del secolo diciannovesimo; l’epoca si esprime assai più sensibilmente nella tecnica meccanica e nelle manifestazioni sportive che nell’architettura delle città e nelle opere d’arte.</em><span /></p>
<p align="right">Hermann Broch, Poesia e Conoscenza, Lerici editore, Milano 1965, trad. di Saverio Vertone.<span /><span></span></p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/n8LB3g7sQQU&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/n8LB3g7sQQU&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>C&#8217;è una breve sequenza sul sito dell&#8217;INA<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/21/yes-i-ken-prima-parte/#footnote_0_28375" id="identifier_0_28375" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Institut national de l &amp;#8216;audiovisuel, che corrisponde al nostro Istituto Luce">1</a></sup> in cui si può vedere e ascoltare <a href="http://www.ina.fr/art-et-culture/litterature/dossier/1541/albert-camus.20090331.AFE85007615.non.fr.html#containerVideo">Albert Camus</a> che commenta dal vivo una partita del Racing contro Monaco al Parc des Princes. C&#8217;è un passaggio che merita una particolare attenzione ed è quando alle critiche che il commentatore rivolge al portiere della squadra parigina, colpevole del primo gol della rimonta del Monaco, il filosofo, da poco insignito del Nobel, risponde che  <em>è solo quando si è tra i pali che ci si rende conto di quanto sia difficile!</em><br />
<span id="more-28375"></span><br />
Quando ho assistito al secondo tempo dell&#8217;<a href="http://georgiamada.splinder.com/post/22074300/Paolo+Nori+e+Andrea+Cortelless">incontro di Roma</a> organizzato da <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/17/memoria-del-presente/">Andrea</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/la-legge-delle-altalene/">Paolo</a>,<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/21/yes-i-ken-prima-parte/#footnote_1_28375" id="identifier_1_28375" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="incontro in cui l&amp;#8217;ordine del giorno era: io scrittore, intellettuale, artista, posso collaborare a un giornale di cui non condivido la linea editoriale?">2</a></sup> ho provato la stessa sensazione ovvero mi sono reso conto di una cosa. Insieme alla consapevolezza che gran parte delle persone presenti alla serata fosse gente tra i pali, ho avuto la conferma di quanto sia difficile e per certi versi, scomodo, essere lì. Ho ammirato così la brillante parata di armamentari con cui quasi tutti gli atleti si sono presentati, attrezzati al peggio, alcuni, tipo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/11/a-gamba-tesa-in-fondo-a-destra/">Francesco</a>, o straordinariamente sereni di fronte ai penalty ( la moviola deciderà poi quanto giusti) come <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/14/nella-stanza-separata/">Emanuele </a>. C&#8217;è poi chi ha abbandonato il campo prima del tempo, come <a href="http://www.la7.it/blog/post_dettaglio.asp?idblog=TETRIS_19&#038;id=1883">Giampiero </a> che sul più bello &#8211; o sul più brutto- s&#8217;è visto sfilare la palla sotto al braccio e andare in rete, esattamente come lo sfortunato portiere del Racing. Ho perfino provato imbarazzo, a un certo punto quando ha preso la parola <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/05/i-nostri-stessi-sottosopra-g-prima-plurale/">Vincenzo</a> che esibiva la propria purezza, sul da farsi, poetico e politico, in tal guisa da farmi pensare immediatamente alla storiella zen raccontata da Giorgio Agamben, quella vi ricordate, dell&#8217;aspirante filosofo che  avendo chiesto al maestro come e cosa fare per divenire filosofo questi gli aveva risposto che si doveva far bastonare senza dire nulla, lamentarsi, gridare. L&#8217;aspirante accetta e quando ebbe superata la prova con successo, rivolgendosi al maestro chiede se da qual momento in poi si poteva considerare filosofo. &#8220;Lo saresti stato&#8221; replicò il maestro &#8221; se non avessi detto nulla!&#8221;</p>
<p>Era come se <em>l&#8217;estrema purezza del fare</em> o non fare secondo coscienza, si macchiasse, <em>s&#8217;impurasse</em>, attraverso quel <em>dire purezza</em>, e allora perdere ogni forza e vigore, nella parola esibita. Ecco perché un testo come quello di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena</a> disturba, infastidisce, oltre a colpire nel segno dei tempi. Perché senza indietreggiare di fronte a colui che è stato incaricato di battere &#8220;il rigore&#8221; ne analizza, rigorosamente i movimenti, le pulsioni, le finte. </p>
<p>A differenza di quanto ho letto e visto in questi ultimi mesi sull&#8217;argomento, all&#8217;<a href="http://georgiamada.splinder.com/post/22074300/Paolo+Nori+e+Andrea+Cortelless">incontro di Roma</a> organizzato da <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/17/memoria-del-presente/">Andrea</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/la-legge-delle-altalene/">Paolo</a> non ho visto &#8220;finte&#8221; in campo, né tanto meno il &#8220;processo&#8221; invocato dagli imputati, ma un assoluto, autentico stare tra i pali.  Non ho visto, questo è vero,il portiere sganciarsi da lì e correre per fare gol, come a volte capita, come sempre ci piace sperare che accada.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/nxJJX7t5VUY&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/nxJJX7t5VUY&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>Certo qualcuno si starà chiedendo : ma cosa si sono detti, in conclusione? Lo saprete nella seconda  puntata. (tags: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=bTq6aApCBnA&#038;feature=PlayList&#038;p=D49EFC1183E292E3&#038;playnext=1&#038;playnext_from=PL&#038;index=10">eric cantona, se è per soldi allora sì, Libero/Stopper, ken loach, SUV alla berlina, il ricambio, spazio ai giovani che ormai abbiamo cinquant&#8217;anni, la ballata del treno perso</a>) </p>
<p><strong>(à suivre &#8211; continua)</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/21/yes-i-ken-prima-parte/">Yes, I Ken &#8211; prima parte</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_28375" class="footnote">Institut national de l &#8216;audiovisuel, che corrisponde al nostro Istituto Luce</li><li id="footnote_1_28375" class="footnote">incontro in cui l&#8217;ordine del giorno era: io scrittore, intellettuale, artista, posso collaborare a un giornale di cui non condivido la linea editoriale?</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Pubblicare per Berlusconi?</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 11:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Pubblicare per Mondadori, Einaudi o altre case editrici appartenenti al gruppo di cui Berlusconi detiene la maggioranza delle azioni, è sbagliato se un autore non simpatizza col presidente del consiglio? E’ una decisione equiparabile a quella di collaborare alle pagine culturali di quotidiani come “il Giornale” e “Libero” – quest’ultimo non di proprietà del premier- o si tratta di una scelta differente?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Pubblicare per Berlusconi?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Pubblicare per Mondadori, Einaudi o altre case editrici appartenenti al gruppo di cui Berlusconi detiene la maggioranza delle azioni, è sbagliato se un autore non simpatizza col presidente del consiglio? E’ una decisione equiparabile a quella di collaborare alle pagine culturali di quotidiani come “il Giornale” e “Libero” – quest’ultimo non di proprietà del premier- o si tratta di una scelta differente? Chi lavora dentro o per quelle case editrici è ancora più stigmatizzabile? Sarebbe il caso di boicottare la produzione di queste aziende per far valere economicamente il proprio dissenso?<br />
Ho visto tornare con insistenza queste domande nelle discussioni che si sono svolte su questo blog, ma anche altrove- in rete soprattutto. Le ho viste rimbalzare sia da sinistra che da destra, lì soprattutto negli articoli apparsi sui sopranominati giornali, dove più volte Evelina Santangelo, membro di <em>Nazione Indiana </em>e insieme editor Einaudi, è stata bersagliata come chi sputa nel piatto dal quale mangia. Dato che faccio press’a poco lo stesso lavoro con posizione analoga &#8211; quella del collaboratore a progetto &#8211; e come Evelina ho pubblicato con l’editore per il quale presto servizio, mi è venuta spontanea la voglia di rispondere. Quel che avrei voluto ribattere di pancia è un concetto elementare: “ce lo dicano loro se non siamo più gradite per ragioni di dissenso, se siamo a questo punto ci sbattano fuori loro”. Cosa che nel mio caso e pure in quello di Evelina sarebbe, tra l’altro, molto semplice.<span id="more-29002"></span></p>
<p>Però le cose ovviamente sono più complicate di così e quindi meritano un po’ più di riflessione. Riflessione che credo diventa credibile solo dopo aver chiarito alcuni preliminari personali. Sono quindici anni che lavoro per la casa editrice che ormai è diventata per antonomasia “di Berlusconi”: identificata con la proprietà al punto che c’è persino chi pensa che sia stato il cavaliere ad aver creato la Mondadori.<br />
Ricordo che presentandomi al primo colloquio a Segrate, c’era una di quelle rare nebbie talmente fitte che il palazzo di Niemeyer con le sue arcate ogivali assumeva un aspetto gotico. Non ero entusiasta di finire in quel cattedrale di cemento difficilmente raggiungibile, per giunta espugnata da Berlusconi non da moltissimo. Venivo dall’Adelphi che stava a due passi dal Castello Sforzesco, dalla quale con Renata Colorni ce ne eravamo andate per motivi di dissenso con la linea editoriale. Avevamo ravvisato nella pubblicazione del pamphlet di Leon Bloy <em>Dagli Ebrei la Salvezza</em> una sorta di sdoganamento nobilitante dell’antisemitismo, anche se la posizione dell’autore ultracattolico poteva essere intesa di contorta simpatia per il verminoso popolo biblico attraverso il quale si propaga suo malgrado la redenzione. Cerco di sintetizzare, giusto perché mi pare che la questione con quella che sto per affrontare c’entri qualcosa. Non tanto per darmi credenziali di persona capace di compiere scelte coerenti, ma soprattutto per mostrare un’altra differenza. Una casa editrice come Adelphi aveva una linea editoriale: culturale, e in questo senso anche politica. Linea che non bisognava abbracciare in toto, ma almeno apprezzare e condividere fino a un certo punto. Sennò continuare a relazionarsi al suo direttore editoriale significava rinunciare a far valere le proprie idee, passare sotto silenzio la propria storia, accettare la propria subalternità intellettuale. E’ per questo, soprattutto, che non ho mai messo in discussione la mia scelta di allora.</p>
<p>In Mondadori le cose si presentavano diversamente, anche quando Berlusconi divenne per la prima volta capo del governo. Forse è inutile dire che in quindici anni non l’ho mai visto nemmeno da lontano. Il massimo cui sono arrivata è Bruno Vespa. Con le persone che lì sono diventati i miei interlocutori e diretti superiori, mi sono subito trovata benissimo. Manco uno che avesse- abbia- simpatie per Forza Italia, cosa che varie volte è pure stata sottolineata dai giornali di cui sopra. Come a dire: guardate che bravo Silvio che fa lavorare tutta sta banda di comunisti.<br />
In Mondadori si pubblicava – e si pubblica &#8211; dai <em>Meridiani </em>al libro degli <em>Amici </em>di Maria de Filippi. Non esiste linea editoriale perché la produzione è troppa e troppo diversa e la vocazione di fondo è soprattutto commerciale. La casa editrice non si aspetta uguali profitti da ogni collana e continua a mandarne avanti alcune più per prestigio, contando magari pure di rientrare nelle spese con le edizioni economiche. Ma anche chi, come me, si è sempre solo occupata delle collane letterarie, deve misurarsi con il mercato. Nessuno si aspetta che ogni libro diventi un bestseller, ma la regola di fondo è quella del guadagno. Guadagno che non deve essere sempre e solo immediatamente economico, ma contempla pure il ritorno d’immagine o l’investimento su un autore. Gli spazi per scelte di maggiore rischio o per semplicemente fare libri in cui si crede, stanno diventando sempre più ristretti, ma il problema riguarda l’editoria e l’industria culturale nel suo insieme, nemmeno solo quella italiana.</p>
<p>Quel che mi premeva sottolineare è che in Mondadori come altrove vige molto di più l’imposizione del mercato che quella di una linea editoriale “politica”. Non che manchi del tutto questo tipo di interferenza. Difficile immaginare che possa uscire un libro virulentemente contro Berlusconi. Mentre dall’altra parte vengono pubblicati alcuni libri scritti da ministri, giornalisti di una certa parte e pure da qualche “amico” puro e semplice. Ah, vedi! forse direte voi a questo punto. Ma è davvero qualcosa di così rivelativo, di così specifico? Non tocca prima scremare i titoli che possiedono una loro dignità di libro, anche se rispecchiano certe idee – quelli di Tremonti per esempio &#8211; da quelli che spiccano soprattutto per zelo militante o, peggio ancora, sono in odor di raccomandazioni? E da altre parti non esistono marchette e mezze marchette, favori e favoritismi, il far passare il libro di qualcuno più per rango ricoperto altrove o affiliazione politica che per merito? Si è mai visto che il gruppo Rizzoli pubblichi un saggio feroce sugli Agnelli o un’indagine sulle malefatte del <em>Corriere della Sera</em>? Non è l’Italia nel suo insieme che funziona così?</p>
<p>Salvo le eccezioni nominate sopra, in Mondadori in questi anni vigeva grosso modo la libertà del liberismo. Perché? Perché non hanno torto quelli di “Libero” e del “Giornale” ad affermare che Silvio ci tiene tanto a questo tipo di libertà? E se in questo ambito fosse – o fosse stato- più o meno così, riconoscerlo inficerebbe ogni ragionamento critico su Berlusconi e sul berlusconismo?</p>
<p>Bisogna allargare lo sguardo per capire dove si colloca l’editoria di libri nella strategia di comunicazione e persuasione dell’Italia berlusconiana. Il berlusconismo è stato propagato attraverso altri canali, soprattutto quello che arriva – come l’interessato ripete sempre &#8211; nelle case di tutti gli italiani. Non soltanto nelle poche che affiancano all’altare televisivo una libreria usata come tale, tantomeno in quelle dove i libri si espandono dappertutto. Tenendo conto che centomila, duecentomila, trecentomila copie per un libro sono un risultato enorme, mentre sulla scala del consenso di massa si tratta di una cifra trascurabile, non stupisce che come strumento abbia contato molto più il Milan della Mondadori.<br />
Infatti, quel che di prepotentemente “berlusconiano” Mondadori ha prodotto,- da Bruno Vespa al libro di “Amici” ecc,- nasce quasi sempre dal principale calderone che ha cucinato il suo populismo. Il fenomeno dei bestseller televisivi però non è solamente italiano. Pure in Germania – paese che conosco meglio &#8211; oggi le classifiche sono invase da libri scritti da comici, conduttrici, giornalisti televisivi ecc. Il nostro specifico non è quantitativo, ma qualitativo anche se alcuni aspetti delle nostra tv “videocratica” non si prestano a diventare libro. Comunque l’equivalente tedesco o francese di Bruno Vespa non è uguale a Bruno Vespa, né come conduttore tv né come autore di libri. Ma tocca al tempo stesso ricordare che Vespa o gli “Amici” di Maria de Filippi, autori premiati dal mercato in seguito alla loro popolarità, non avrebbero difficoltà a trovare un altro editore.</p>
<p>Vorrei tornare ora alla questione di prima. La libertà di Mondadori – di Einaudi a maggior ragione &#8211; era in qualche modo proporzionata alla scarsa incidenza sul consenso di massa cercato da Berlusconi. I libri sono prodotti di nicchia o di elite, destinati a un consumatore in genere appartenente allo schieramento politico avversario, minoranza della minoranza. L’azionista poteva guadagnare con le aziende gestite secondo normali criteri di mercato – meno che con altre sue attività &#8211; senza rischiare nulla sul piano politico. O almeno l’idea che i libri siano innocui e ininfluenti era un corollario del populismo, in tempi in cui la strategia berlusconiana era soprattutto quella di assicurarsi l’approvazione di una maggioranza.<br />
Poi accade che un esordio come <em>Gomorra </em>stampato in cinquemila copie superi i due milioni, che in più il suo autore acceda anche lui alla tivù, e lì le cose, forse, cominciano a cambiare. Ma a parte questo esempio clamoroso, cambiano i tempi. Cambiano, in modo evidente, con l’ultima legislazione.</p>
<p>Nelle televisioni sia pubbliche che private le trasmissioni critiche sono sempre più ridotte a mo’ di riserve indiane, il resto gestito secondo il criterio che più un programma è popolare, più è richiesto l’allineamento (provare a confrontare il Tg1 di Minzolini a uno di Rai Sat). Dà più fastidio chi è moderato e quindi all’opinione pubblica appare oggettivo come Enrico Mentana che lascia Mediaset che chi è apertamente “da quella parte lì” come Santoro.<br />
Anche per gli scrittori esprimere un dissenso minimo, diventa problematico. Finiscono bersagliati da “Il Giornale” e “Libero”, oltre a Saviano, anche altri autori Einaudi e Mondadori che hanno firmato l’appello in difesa della libertà di stampa di Repubblica: Paolo Giordano, Andrea Camilleri, Margaret Mazzantini, Niccolò Ammanniti, Carlo Lucarelli. Vale a dire: i più popolari. E anche: quelli che contribuiscono di più agli utili aziendali. Ma evidentemente la libertà liberista non è più così scontata.<br />
Il cambiamento che in tivù mostra soprattutto un volto di censura soft (editoriali di Minzolini a parte) – non dare certe notizie, darle male o in fondo &#8211; si appalesa invece sui quotidiani in modi molto più aggressivi. Le prime pagine grondano come non mai di titoli e articoli razzisti, omofobi, cattolici integralisti perché tale è, appunto, l’attuale linea del governo Pdl-Lega. In più, quei giornali passano dal rispecchiare posizioni di destra, anche molto di destra, a sparare con ogni mezzo, diffamazione passabile di querela inclusa, contro la parte avversa. Che tale neomaccartismo coinvolga persino redattori di cultura che si affrettano a ritracciare i nemici in sedi marginalissime come il nostro blog, sembra indicativo.</p>
<p>Sembra anzi un indizio non indifferente per mettere in discussione la libertà e neutralità di quelle pagine culturali, in apparenza non dissimile a quella delle case editrici di proprietà del premier. Senz’altro va detto che in origine molti scrittori hanno deciso di mandare recensioni e altri pezzi di cultura a questi giornali, perché quelli maggiori sono inaccessibili e quelli molto a sinistra pagano poco o niente. Non è che un testo sia meno bello perché esce su &#8220;Libero&#8221;, su &#8220;il Giornale&#8221; o su &#8221; il Domenicale&#8221;, e non è neppure detto che non possa trovare dei lettori in grado di apprezzarlo. Però mi sembra una falsa analogia. Perché anche di fronte alla più profonda disquisizione sul nuovo saggio di Harold Bloom o alla più brillante recensione del nuovo romanzo di Nicola Lagioia, le prime, seconde e terze pagine con i loro contenuti, i loro metodi, e i loro toni non svaniscono nel nulla.<br />
Il discorso su altro – sugli alberi direbbe Bertolt Brecht – che uno scrittore fa su uno di quei giornali, equivale oggi al dichiararsi ininfluenti o indifferenti sotto il profilo politico e persino- direi &#8211; sotto quello semplicemente civile. La parte di me cittadino che non è d’accordo con certe leggi, l’attacco a certe istituzioni, la riduzione di date libertà, è completamente scollata dal mio personale contributo di natura solo “culturale”. A me questo pare, prima di tutto, un avallare in prima persona il ruolo di marginalità che viene attribuito alla cultura. Detto in altre parole: dare poco valore al proprio lavoro. Accontentarsi della libertà del giullare che confina con quella del buffone di corte. Con il rischio, in più, che tale libera e spensierata contribuzione possa essere strumentalizzata ai fini politici, come dimostrano, appunto, gli articoli usciti sulla vicenda Paolo Nori. Dove l’aspetto – per me &#8211; più sconcertante non era che venissero aditati tutti i comunisti e persino un “commissario politico”, ma che il collaboratore di “Libero” venisse ostentato con fotografia come “il nostro Paolo Nori”.<br />
Aggiungo che l&#8217;aver cercato di far passare la discussione di ieri a Roma come un processo stalinista, portando lo stesso Nori a chiarire sul suo blog come è stato organizzato quell&#8217;incontro, mi sembra una dimostrazione ulteriore che credere in una neutralità possibile sia illusorio. E’ illusorio cercare di chiamarsi fuori da una linea editoriale che ormai è assai più propagandisticamente pervasiva e aggressiva di una normale linea politica con la quale potersi confrontare: pur dissentendo e ritenendo che la cultura rappresenti davvero uno spazio a parte in qualche modo inviolabile.</p>
<p>Il discorso sull’editoria a mio avviso presenta caratteristiche assai diverse. In primo luogo perché il lettore che va a comprarsi Antonio Moresco o Concita de Gregorio non deve sorbirsi insieme Bruno Vespa o Filippo Facci. L’autore è il solo responsabile del suo testo, inclusi gli eventuali compromessi che è disposto a fare. La sua scelta di pubblicare con una casa editrice “di Berlusconi” non rappresenta un avallo da parte sua della sua marginalità, foss’anche solo perché si tratta di grandi editori.<br />
Non regge neppure l’accusa ribadita continuamente dalla destra che uno scrittore di sinistra pubblicando con Mondadori “si fa pagare da Silvio” o addirittura che sia “uno suo stipendiato” come ha detto recentemente Vittorio Feltri paragonando se stesso a Saviano. Semmai è il contrario. Eppure è un’idea tipica, una concezione padronale dei rapporti di potere, anche e soprattutto aziendali.<br />
La logica normale del capitalismo di mercato vorrebbe che tu azienda mi paghi per il prodotto che ti fornisco e sul quale vorresti ricavarci il tuo guadagno, così come mi retribuisci se ti fornisco una prestazione lavorativa. Il contratto dovrebbe stare in questi termini: senza prevedere fedeltà o gratitudine al padrone, né da parte del dipendente, tantomeno dell’autore, ossia da chi non entra in nessun ruolo subordinato.<br />
L’accusa da parte opposta spesso ripete lo stesso schema. Altre volte, giustamente, lo rovescia. Ossia critica che chi pubblica per la tal casa editrice, contribuisce ad arricchire il suo “padrone”. Questo è indiscutibile. Mentre già più bisognoso di interpretazione è l’idea che una simile scelta lo legittimi. Legittima chi rispetto a che cosa? Legittima il azionista di maggioranza perché l’azienda sforna prodotti di persone che sono con lui in disaccordo politico? Legittima Berlusconi perché non richiedendo dichiarazioni di voto per il Pdl alle persone che lavorano in editoria o che pubblicano con le “sue” case editrici, si dimostra tanto generoso e buono? Com’è possibile che una persona “di sinistra” o anche solo “democratica” avalli un simile ragionamento che rispecchia una visione autoritaria e padronale?</p>
<p>Torno al punto di partenza. Vorrei che fosse l’azienda a dire a me, umile <em>cocopro</em>, o agli autori di cui mi occupo che anche questa nicchia di capitalismo di mercato e dunque liberismo non può più essere considerata tale. Che è preferibile un collaboratore fedele alla linea che uno che sappia fare bene il suo lavoro. Vorrei che mi venisse detto, di modo che fosse evidente a che punto siamo. Se questo invece non avviene, ma diventa comunque chiaro che è richiesta fedeltà e sottomissione padronale, sarò io stessa ad andarmene il prima possibile.<br />
Ma l’idea del boicottaggio di Mondadori o l’invito agli scrittori di abbandonare le case editrici del premier non mi convince, perché non siamo ancora arrivati a questo punto. Perché il catalogo Mondadori, quello dei classici Oscar, di Einaudi, Frassinelli e di altre case editrici continua a rispecchiare molto più il lavoro che autori e “editoriali” hanno fatto nei decenni per i lettori, che qualsiasi altra istanza. Credo che ogni danno inferto peserebbe assai meno sulle tasche e tantomeno sul potere di un certo azionista che sugli assetti della cultura di questo paese. E’ altamente irrealistico che possa esserci qualcosa che somigli a un travaso senza perdite. Se Mondadori si riducesse a una serie di autori stramorti in edizione economica, Bruno Vespa, Filippo Facci, “Amici”, libri di comici e calciatori, rievocazioni più o meno apologetiche del fascismo, ci saremmo epurati noi da soli. E’ questo ciò che vogliamo? Vogliamo anche noi dare un contributo al perfezionamento del modello culturale unico?</p>
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		<title>Inchiostro Simpatico!</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 10:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/bianchetto1.jpg"></a></p>
<p><a href="http://www.ilgiornale.it/cultura/il_professor_cortellessa_sbianchetta_fotografie_paolo_nori/16-01-2010/articolo-id=414193-page=0-comments=1">Essi scrivono</a></p>
<p></p>
<p>&#8230;e io canto.<strong> effeffe</strong><br />
</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/18/inchiostro-simpatico/">Inchiostro Simpatico!</a></p>
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<p><a href="http://www.ilgiornale.it/cultura/il_professor_cortellessa_sbianchetta_fotografie_paolo_nori/16-01-2010/articolo-id=414193-page=0-comments=1">Essi scrivono</a></p>
<p><span id="more-28889"></span></p>
<p>&#8230;e io canto.<strong> effeffe</strong><br />
<object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/cL_ZgMqDv30&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/cL_ZgMqDv30&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
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		<title>Talmente noi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/23/talmente-noi/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 07:01:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Zavattini]]></category>
		<category><![CDATA[fuoriformato]]></category>
		<category><![CDATA[paolo nori]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>Il 13 ottobre 1989 moriva Cesare Zavattini. Sono diverse le manifestazioni che lo ricordano, a vent&#8217;anni di distanza. È appena uscita da </em>fuoriformato<em>, la collana di testi italiani contemporanei diretta da Andrea Cortellessa per Le Lettere di Firenze, la prima riedizione integrale - dopo la </em>princeps <em>Bompiani del &#8217;70 &#8211; del libro più singolare ed eccessivo, dell&#8217;opera più &#8220;fuoriformato&#8221; di Zavattini: </em>Non libro più disco<em>, per le cure della studiosa Stefania Parigi e con una prefazione di Paolo Nori.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/23/talmente-noi/">Talmente noi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il 13 ottobre 1989 moriva Cesare Zavattini. Sono diverse le manifestazioni che lo ricordano, a vent&#8217;anni di distanza. È appena uscita da </em>fuoriformato<em>, la collana di testi italiani contemporanei diretta da Andrea Cortellessa per Le Lettere di Firenze, la prima riedizione integrale - dopo la </em>princeps <em>Bompiani del &#8217;70 &#8211; del libro più singolare ed eccessivo, dell&#8217;opera più &#8220;fuoriformato&#8221; di Zavattini: </em>Non libro più disco<em>, per le cure della studiosa Stefania Parigi e con una prefazione di Paolo Nori. La registrazione della voce dell&#8217;autore, all&#8217;epoca riportata in un 45 giri contenuto insieme al libro in un cofanetto, è ora ascoltabile in un <a href="http://www.lelettere.it/site/e_Product.asp?IdCategoria=&amp;TS02_ID=1483" target="_blank">cd allegato</a>. Si riproduce qui la prefazione di Nori.</em></p>
<p>di <a href="http://www.paolonori.it/" target="_blank"><strong>Paolo Nori</strong></a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Zavattini-non-libro-più-disco.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-25010" title="Zavattini, non libro più disco" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Zavattini-non-libro-più-disco-192x300.jpg" alt="Zavattini, non libro più disco" width="192" height="300" /></a>Di Zavattini, l’ho già scritto anche qualche altra volta, ho l’impressione di non saper niente. Ma non perché io non ne so niente, perché lui ha scritto tanta di quella roba che saper tutto, aver letto tutto, aver visto tutto, aver ascoltato tutto, di quel che ha fatto lui, delle volte anche senza firmarlo, certi soggetti cinematografici, dicono, certe sceneggiature, essere, come si dovrebbe, documentati, essere degli specialisti, di Zavattini, è un mestiere, faticosissimo, è un autore che non conviene, sceglierlo, per far delle tesi, per fare dei dottorati, per scriverci su dei libri; meglio dedicarsi, non so, allo scrittore russo Venedikt Erofeev, che di film non ne ha mai scritti nella sua vita ha scritto praticamente solo due romanzi uno dei quali, sulla vita di Šostakovič, se non ricordo male, l’ha perso nella metropolitanta di Mosca prima ancora che fosse stampato<span id="more-25007"></span>, ne resta uno, basta leggere quello, è un romanzo anche corto, dopo averlo letto uno può già dire di essere uno specialista, di Erofeev, oppure se no scegliere un evangelista, non so, san Marco, che dev’essere anche il vangelo più corto, uno legge tre volte il vangelo di San Marco, sceglie un atteggiamento critico di formalismo duro (Tutto quel che si deve sapere lo si trova nel testo), be’, in un certo senso, senza voler esagerare, uno può dire che nel giro di quattro cinque ore lui è già diventato uno specialista di San Marco, con Zavattini, altro che quattro cinque ore, solo per radunare l’opera omnia ci voglion degli anni, e poi sono delle robe anche tutte diverse, bisogna intendersi di prosa, di poesia, di pittura, di cinema, di radio, e del contrario di tutto, di non prosa, di non poesia, di non pittura, di non cinema, di non radio, che, da un certo punto di vista, per un critico, veramente, Zavattini è una specie di condanna, ma da un altro punto di vista, proprio questo aspetto, le non cose, secondo me sono tra le cose più interessanti delle quali uno si possa occupare, al giorno d’oggi, ammesso che ci sia un giorno d’oggi.</p>
<p>Non so. A me è successo, come a tutti, di andare a dei matrimoni. Devo averlo anche già scritto, da qualche parte. Tutti questi matrimoni a cui sono andato, li ricordo tutti, tranne uno, come delle esperienze faticosissime.</p>
<p>Ma perché ci mettono tanto tra l’antipasto e il primo? O forse quello là non era l’antipasto era il primo? E allora perché ci mettono tanto tra il primo e il secondo? E perché la gente è vestita così? E perché io sono vestito così? E chi sono questi qui, seduti di fianco a me? Ma che discorsi fanno? E cosa mi interessano, a me, questi discorsi? E cosa interessano, a loro, i miei? E perché questa musica così alta? E chi è che ha scelto queste canzoni? E perché non ci dan niente da mangiare? E perché c’è così tanto da bere? E cosa vuol dire millesimato? E così via.</p>
<p>Mi è successo anche, una volta, tornato a casa da un matrimonio, che con mio fratello ci siam fatti una pasta olio e parmigiano, alle 11, prima di andare a letto. E non che fossimo, non so come dire, dei grandi mangiatori, non eravamo, per dire, come il nonno dello scrittore russo Sergej Dovlatov, che era altro più di due metri, e pesava più di 100 chili, e beveva la vodka nei bicchieri alti, quelli che i bambini usavano per le limonate, e che quando andavano a cena fuori la moglie lo faceva cenare anche a casa, prima di uscire, perché se no, con quello che mangiava, l’avrebbe fatta vergognare, no, non abbiamo quell’appetito lì, mio fratello pesa meno di settanta chili, io meno di ottanta, non siamo noi, non siamo io e mio fratello, sono i matrimoni che, in un certo senso, sono contronatura.</p>
<p>Be’, mi è successo, un’altra volta, devo averlo già scritto, di andare a un matrimonio dove la gente ballava, dei valzer, se non ricordo male. Una grande sala rotonda, illuminata bene, non c’era un grande rumore, camerieri gentili, si respirava, si mangiava, dei piatti di pasta, io ero vestito normale, gli altri eran vestiti normali, solo la sposa e lo sposo erano un po’ eccentrici ma, poveretti, non so come dire, li si compativa, insomma, quel che volevo dire, è che, tornando a casa, quella volta lì avevo pensato che ero stato così bene, non sembrava neanche un matrimonio, quello dov’ero stato.</p>
<p>Io, devo averlo già scritto, a me, ma forse sono io, eh, le cose che mi piacciono, sono quelle lì, i matrimoni che non sembran matrimoni, i libri che non sembrano libri, i film che non sembrano film, le domeniche che non sembrano domenica, le vacanze che non sembrano vacanze, i cantanti che non sembrano cantanti, i musicisti che non sembran musicisti, i pittori che non sembrano pittori e anche il contrario, però.</p>
<p>C’era una mia amica che aveva un cugino che, mi ha raccontato, andava in autobus con un basco e delle tele bianche sotto il braccio, era uno che non aveva mai dipinto niente nella sua vita voleva però che gli altri pensassero che era un pittore ecco, queste cose qua, son delle cose che hanno un verso, mi viene da dire, dove l’essenza, ammesso che esista, non si manifesta, ma si nasconde, non ha bisogno di manifestarsi, è tutta nella pratica, o nella non pratica, e Zavattini, mi viene da dire, è uno così.</p>
<p>A guardar Zavattini, a incontrarlo per strada, quella faccia rotonda, quegli occhi rotondi, quel mento così, come dire, importante, e anche un po’ di traverso, uno, io credo, avrebbe detto piuttosto di aver davanti un prete, anziché uno scrittore, non aveva il fisico, diversamente da altri, come Moravia, o Pasolini, o  non so chi, che invece loro sì, portavano in giro dappertutto, e anche sugli autobus, le loro tele, e il loro basco di traverso, e tutti appena li vedevano, anche quelli che non leggevano, e non andavano al cinema, pensavano Ma questo qua è un intellettuale, e intanto Zavattini si faceva fotografare con un forcone in mano, come un prete contadino.</p>
<p>Ecco, Zavattini, mi viene da dire, io non l’ho mai incontrato, ma secondo me sembrava tutto tranne che un intellettuale, anche la sua voce, anche quella ce l’aveva di traverso, che ogni tanto sembrava che si incagliasse, che si ingolfasse, sembrava una voce con le ridotte, che uno che la sentiva l’ultima cosa che pensava era che quella era la voce di uno che lavorava alla radio, era una non voce, più che una voce, e, per questo, forse, inconfondibile, unica, ce l’aveva solo lui, una voce così, e quando la sentivi una volta, te la ricordavi per sempre, e ti ricordavi quel che diceva, anche le singole parole che usava, che le usava solo lui, per esempio la parola culano, che si trova in questo non libro, è una parola che nella mia infanzia io l’ho sentita dire un miliardo di volte ma in letteratura non l’avevo mai trovata scritta da nessuna parte, l’ho trovata qui dentro insieme a un sacco di frasi come Un figlio si può fare anche in piedi, o Papa, inventa, fai qualcosa di inatteso, bestemmia e mi converto, bestemmia o ti percuoto, o Che minuto, ieri, seduto in poltrona che sapevo ancora di caffè, o Da noi avvengono cose prive di noi oppure talmente noi che non c’è margine per considerarle, o Sotto gli elmetti da minatore i giovani carabinieri con gli occhi innocenti aspettano l’aumento, o Allungo la mano per slacciarmi il bottone della camicia, respirare meglio, e mi accorgo che è già slacciato, o Più vacca è, meglio è, o Mi cacciano a calci e un giorno faranno la fila davanti al mio mausoleo, o A piazza Venezia il terrore d’essere accusato di retorica solo a fermarmi, mi fa correre fino a Piazza Colonna, o Più di Kant mi convinse l’attaccapanni, o Mi tengo su con iniezioni di cemento, o E se fossi destinato a essere soltanto un artista? Mi si accappona la pelle, o Il capo dello stato riposa, gli ho mandato miei libri con la speranza di essere fatto senatore a vita, o Spese l’ultimo fiato per dirmi Guardati dai comunis, o Ho pieno i cogl di commuovere il prossimo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/retro-zavattini.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-25013" title="retro zavattini" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/retro-zavattini-657x1024.jpg" alt="retro zavattini" width="236" height="368" /></a><em><br />
</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>copertina: edizione Bompiani 1970; controcop.: &#8220;Crocifissione con microfoni&#8221;, tecnica mista su compensato, 90 x 69 cm, 1977</em></p>
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		<title>Setaccio: la farina buona che nutre la vita. Laboratori di scrittura a Porretta Terme</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/19/la-farina-buona-che-nutre-la-vita-laboratori-di-scrittura-a-porretta-terme/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 16:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Le associazioni culturali <strong>Matrioske</strong> e <a href="http://www.sassiscritti.wordpress.com"><strong>Sassiscritti</strong></a> in collaborazione con la <strong>casa editrice Fernandel, il Centro Turistico La Prossima e il Comune di Porretta Terme (Bo)</strong> presentano per il terzo anno <strong>Sdâc-setaccio</strong>: residenze creative sui crinali dell’Appennino Tosco-Emiliano. Durante i laboratori intensivi i partecipanti risiederanno in agriturismo assieme all’artista.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/19/la-farina-buona-che-nutre-la-vita-laboratori-di-scrittura-a-porretta-terme/">Setaccio: la farina buona che nutre la vita. Laboratori di scrittura a Porretta Terme</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le associazioni culturali <strong>Matrioske</strong> e <a href="http://www.sassiscritti.wordpress.com"><strong>Sassiscritti</strong></a> in collaborazione con la <strong>casa editrice Fernandel, il Centro Turistico La Prossima e il Comune di Porretta Terme (Bo)</strong> presentano per il terzo anno <strong>Sdâc-setaccio</strong>: residenze creative sui crinali dell’Appennino Tosco-Emiliano. Durante i laboratori intensivi i partecipanti risiederanno in agriturismo assieme all’artista. Il lavoro verrà svolto tra le sale comunali di Porretta Terme (Bo) e gli spazi nel verde. <span id="more-24654"></span></p>
<p><strong>LABORATORIO CON GIANLUCA MOROZZI</strong></p>
<p><strong>30_31 Ottobre / 1 Novembre<br />
LABORATORIO PRATICO SUL RACCONTO</strong></p>
<p><em>Il romanzo necessita di parti di raccordo funzionali<br />
alla trama ma magari più deboli del resto, mentre il racconto non ha punti deboli. </em>(T. Scarpa)</p>
<p>Un laboratorio sulla forma-racconto: come scrivere un racconto partendo da un incipit, come scrivere un racconto incentrato sul finale, come scrivere un racconto a tema, con esercizi pratici e esempi concreti. Inoltre, come pubblicare: i contatti con le case editrici, il modo di presentarsi, e tutto quello che riguarda il “mestiere pratico di aspirante scrittore”.<br />
 <em>Gianluca Morozzi  </em> </p>
<p><strong>GIANLUCA MOROZZI</strong> ha pubblicato i romanzi “Blackout”, “L’era del porco”, “Despero”, “Colui che gli dei vogliono distruggere” (tutti per Guanda), “Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte”, “Accecati dalla luce” e “L’abisso” (tutti per Fernandel). Ha pubblicato inoltre i volumi di racconti “Luglio, agosto, settembre nero” e “Le avventure di zio Savoldi” (in collaborazione con Paolo Alberti), entrambi con Fernandel. Per Guanda ha pubblicato il saggio semiserio “L’Emilia o la dura legge della musica”. Nel campo dei fumetti ha sceneggiato le graphic novel “Il vangelo del coyote” (Guanda) e “Pandemonio” (Fernandel), oltre alla maxiserie “FactorY” in uscita per Fernandel. Come curatore, ha collaborato ai volumi “Suicidi falliti per motivi ridicoli” (Coniglio), “Quote rosa” (Fernandel), “Dylan revisited” (Manni), “Le radici e le ali- La storia dei Gang” (Fernandel), “Byron a pezzi” (Fernandel).  </p>
<p><strong>LABORATORIO CON PAOLO NORI</p>
<p>6_7_8 Novembre</p>
<p>SCUOLA ELEMENTARE DI SCRITTURA EMILIANA IN MONTAGNA</strong></p>
<p>I semicolti e le loro scritture, il letterario e il non letterario.<br />
Il suono e il senso, la paura e il riso.<br />
Andare fuori tema, straniarsi, non sapere.<br />
Le liste, le fattografie, la storia delle cose.<br />
I riassunti, le sostituzioni, il cosiddetto cut up.<br />
La frase, la ripetizione della frase, diversi modi di ripetere la frase.<br />
La trama e la non trama, il tutto e il niente.<br />
Le biografie, le agiografie e l’incontrario delle agiografie. Le poesie, il suono nelle poesie e l’incontrario delle poesie.<br />
L’editoria, le pubblicazioni, il senso dello scrivere. E delle altre cose.<br />
<em>Paolo Nori</em></p>
<p>Orari laboratorio:<br />
Venerdì 6 dalle 20 e 30 alle 23; Sabato 7 dalle 9 alle 12 e dalle 14 e 30 alle 18; Domenica 9 dalle 9 alle 12. I partecipanti alloggeranno in miniappartamenti misti.</p>
<p><strong>PAOLO NORI</strong> ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi “Le cose non sono le cose”, “Grandi ustionati”, “Si chiama Francesca, questo romanzo”, “La vergogna delle scarpe nuove” e “Pubblici discorsi”. Ha tradotto e curato l&#8217;antologia degli scritti di Daniil Charms “Disastri”, l&#8217;edizione dei classici di Feltrinelli di “Un eroe dei nostri tempi” di Lermontov e delle “Umili prose” di Puškin e “Anime morte” di Gogol&#8217;. È fondatore e redattore della rivista “L&#8217;Accalappiacani”.</p>
<p><strong>Info: setaccio@gmail.com; <a href="http://www.sassiscritti.wordpress.com">www.sassiscritti.wordpress.com</a>;<br />
mob. 349 5311807 / 392.3199820</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/19/la-farina-buona-che-nutre-la-vita-laboratori-di-scrittura-a-porretta-terme/">Setaccio: la farina buona che nutre la vita. Laboratori di scrittura a Porretta Terme</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La legge delle altalene</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/la-legge-delle-altalene/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/la-legge-delle-altalene/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 08:42:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Nori</strong><br />
<em>[I brani sono presi dal <a href="http://www.paolonori.it/">blog dell'autore</a>]</em></p>
<p><em>Esprit de l&#8217;escalier</em><br />
martedì 3 marzo 2009<br />
Stanotte, prima di addormentarmi (ammesso che poi mi addormenti ma credo di sì), adesso, tre minuti fa, ho pensato a una cosa che avrei potuto dire per radio oggi pomeriggio, in diretta dal ridotto del Teatro Regio di Parma quando mi hanno chiesto cosa pensavo della letteratura russa del novecento, se era vero che era un po&#8217; schiacciata, nella nostra percezione, dall&#8217;ottocento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/la-legge-delle-altalene/">La legge delle altalene</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Nori</strong><br />
<em>[I brani sono presi dal <a href="http://www.paolonori.it/">blog dell'autore</a>]</em></p>
<p><em>Esprit de l&#8217;escalier</em><br />
martedì 3 marzo 2009<br />
Stanotte, prima di addormentarmi (ammesso che poi mi addormenti ma credo di sì), adesso, tre minuti fa, ho pensato a una cosa che avrei potuto dire per radio oggi pomeriggio, in diretta dal ridotto del Teatro Regio di Parma quando mi hanno chiesto cosa pensavo della letteratura russa del novecento, se era vero che era un po&#8217; schiacciata, nella nostra percezione, dall&#8217;ottocento. Avrei potuto dire, come ho detto, che era vero, ma prima avrei potuto dire anche Intanto grazie per avermi invitato, che io vivo a Bologna ma sono di Parma, e il mio commercialista ce l&#8217;ho a Parma, e ho approfittato di questo viaggio per portare al commercialista tutte le spese del duemilaeotto, che era una cosa che eran due mesi che pensavo che la dovevo fare adesso l&#8217;ho fatta son molto contento.<span id="more-15375"></span></p>
<p><em>Parma</em><br />
martedì 17 febbraio 2009<br />
Poi mi scrive Mattia Filippini una cosa che metto qua sotto:<br />
Da quando abito a Bologna, verso ora di cena, mi capita di vedere spesso il tg regionale e di solito le notizie più originali sono quelle che riguardano la città di Parma e i parmigiani in generale. Per esempio, qualche anno fa avevano parlato di uno che si chiamava Giuseppe Incatasciato, palleggiava col pallone, una roba incredibile da vedere, tacco coscia testa, tum tum tum, come una goccia sulla pietra. Era il figlio di un ex-trapezista del circo Orfei, arrivato dalla provincia di Siracusa, s&#8217;era messo davanti ai cancelli del Parma calcio a chiedere di fargli un provino, che lui non s&#8217;era mai allenato ma sapeva di valere di più di tutti i giocatori professionisti messi assieme, che lui aveva le articolazioni speciali. Aveva scritto tutte le sue richieste su dei cartelli, lui palleggiava in silenzio da giorni, dormiva nell&#8217;aiuola davanti al cancello della società.<br />
Oppure c&#8217;era un altro servizio bellissimo su un museo di Parma; non parlava di una mostra, ma di una poiana messa dentro questo museo infestato dai piccioni e se li mangiava. Lanciava il suo urletto da rapace e poi si tuffava in picchiata sopra gli ignari piccioni, una roba incredibile da vedere, come li squartava col becco.<br />
Poi, l&#8217;altro ieri, c&#8217;era un gruppo di parmigiani che aveva fatto una petizione da mandare al ministro della cultura Bondi con l&#8217;esplicita richiesta di far passare in radio almeno tre ore di liscio al giorno, che a loro avviso il liscio da anni ormai subisce un processo di ghettizzazione musicale inarrestabile che non gli fa bene per niente.</p>
<p><em>Ne travaillez jamais</em><br />
giovedì 12 febbraio 2009<br />
Nella biblioteca Sala borsa di Bologna, nel bagno degli uomini, qualcuno ha scritto sulla porta la traduzione di una frase che era, se non sbaglio, una specie di manifesto dei situazionisti. Non lavorate mai, c&#8217;è scritto con un pennarello nero, e di fianco un cerchio attraversato da una freccia piegata che dev&#8217;essere il simbolo dell&#8217;autonomia. E sotto qualcun altro ha scritto, sempre con un pennarello nero: E chi ci ha mai pensato.</p>
<p><em>Anticiclone (sulla razza)</em><br />
giovedì 29 gennaio 2009<br />
Galton fa una scoperta importante nel campo della meteorologia, scopre l&#8217;anticiclone, che è una parola bellissima, ma forse lì c&#8217;entra la mia educazione, forse lì c&#8217;entra il fatto che a Parma, quand&#8217;ero giovane, nel posto dove andavo io, che era un piazzale con un bar, dove ho passato non so quanti pomeriggi, innumerevoli, quando uno si ubriacava dicevamo che aveva preso un ciclone. Ho preso un ciclone, ieri. C&#8217;erano anche degli altri modi, di dirlo, la ciotola, ho preso una ciotola, la scimmia, Ciavevo una scimmia, ma ciclone per me resta il più suggestivo, con tutti i suoi derivati, Inciclonarsi, Inciclonata, e anticiclone, nella mia testa, suona come derivato di quel ciclone lì e indica una sobrietà irremovibile e cieca.</p>
<p><em>Non funziona</em><br />
sabato 24 gennaio 2009<br />
Šklovskij, anche se è un critico, appartenente alla corrente chiamata Formalisti russi, che i critici, e i formalisti russi, non so, io, delle volte, se penso ai critici in generale e ai formalisti russi in particolare mi vengono in mente delle immagini, come un ventilatore con il filo della corrente staccato, oppure un orologio fermo, su un muro scrostato, o delle veneziane, verdi, semichiuse, impolverate, o degli scartafacci, lì, sopra un tavolo, con dello spago intorno, o delle librerie, ma di quelle tristi, con le grate fatte di quella retina che usano anche per i pollai, come se i libri non fossero libri ma galline in prigione, non lo so come mai, mi vengono in mente queste cose, non lo so, è un&#8217;idea che si vede che ho dentro la mia testa quando penso ai critici e ai formalisti russi, e un po&#8217; mi piace, devo anche dire, il disastro, le cose messe lì, in un angolo, le cose che non funzionano, a me della Russia, della Russia sovietica, per esempio, quando ci son stato, il cartello che più spesso si trovava in giro, appeso ai telefoni, ai distributori di acqua gassata, sulle porte dei bagni, era Ne rabotaet, Non funziona, e un po&#8217; faceva venire il nervoso un po&#8217; era bellissimo, in un certo senso.<br />
Solo che poi, i formalisti russi, in generale, e anche Šklovskij, in particolare, a leggerli, ci son delle idee, lì dentro, che io secondo me, non solo funzionano, ma io, da quando le ho lette, io secondo me non me le dimentico fintanto che scampo.</p>
<p><em>Horror</em><br />
domenica 25 gennaio 2009<br />
Adesso, è normale, io ho studiato letteratura russa, mi succede spesso, che le cose che penso, e che vedo, mi fan venire in mente dei russi, anche se, mi rendo conto, in parte succede anche a me, la Russia, e i russi, sono un posto e della gente che fanno un po&#8217; paura. Io conosco della gente che mi dicono Sì, i romanzi russi, va bene, però, ci sono quei nomi, così lunghi.<br />
Non leggono i romanzi russi perché ci sono dei nomi lunghi, che è una cosa, a pensarci, che succede davvero, dentro i romanzi russi c&#8217;è un giro di nomi, cognomi, patronimici, soprannomi, vezzeggiativi, dispregiativi, gradi, che uno a un certo momento se non stai attento non capisci chi è il personaggio che sta parlando, deve andare indietro pagine e pagine, si fa una fatica, delle volte, a leggere i romanzi russi, che veramente poi uno quando li vede prende paura e in un certo senso, mi viene in mente adesso, la letteratura russa potrebbe essere anche una specie di sottogenere della letteratura horror; i romanzi russi, anche quelli che parlan d&#8217;amore, per dire, o della rivoluzione, o dei nichilisti, o di Napoleone, o del tradimento, hanno un qualcosa che li si potrebbero mettere tutti negli scaffali della letteratura horror, nelle librerie occidentali.</p>
<p><em>Comincio</em><br />
giovedì 22 gennaio 2009<br />
Si sente? Si sente se parlo così? Anche là in fondo? Bene.<br />
Io tutte le volte che devo dire qualcosa, anche che devo leggere, in pubblico, comincio sempre così, dico Si sente?<br />
Per rompere il ghiaccio.<br />
Non è che mi interessi tanto, sapere se si sente, cioè, mi interessa, se non si sentisse sarebbe inutile che parlassi per quaranta minuti, ma quello che mi interessa di più, è rompere il ghiaccio. Per me, in queste occasioni, dire Si sente? equivale in un certo senso a prendere uno e dirgli Ascolta, hai quaranta minuti che ti devo dire una cosa?<br />
E se la gente risponde, come avete fatto voi, che si sente, vuol dire che ce li avete, i quaranta minuti.<br />
Un piccolo, non so come dire, scivolo, per cominciare.<br />
Uno scivolo che ti porta, velocemente, in medias res, come si dice con un&#8217;espressione latina, dentro la vicenda, nel nostro caso dentro il discorso, un piccolo scivolo che ti fa saltare l&#8217;inizio, che l&#8217;inizio, di solito, è la cosa più complicata, più complicata ancora che della fine.<br />
Che finire, quando hai cominciato, finisci per forza, cominciare, invece, delle volte stai lì un sacco a pensarci, comincio o non comincio, comincio o non comincio?</p>
<p><em>Enantiosemie</em><br />
venerdì 16 gennaio 2009<br />
Mi scrive Paolo Albani:<br />
Caro Paolo, non vorrei sembrarti pedante ma in termini linguistici il fenomeno delle parole che significano due cose opposte si chiama enantiosemia, strano fenomeno di una parola che possiede significati opposti, un ossimoro condensato in un solo vocabolo, come la parola «STORIA» che può voler dire egualmente «resoconto vero di fatti reali» e «bugia», ed è perciò una parola bifida che coabita con il suo contrario, che racchiude in sé un «sosia perverso», un doppio negativo. Naturalmente, qui lo dico e qui lo nego. Ciao</p>
<p><em>Raddoppiamenti che dimezzano</em><br />
venerdì 16 gennaio 2009<br />
Scrive Massimo Tallone:<br />
È un bel tema, quello delle parole che dicono la cosa e il suo opposto, proprio un bel tema. C&#8217;è anche una bella variante, quella per così dire del &#8216;raddoppiamento che dimezza&#8217;. Esempio: se dico che una cosa è &#8216;così&#8217; fornisco un livello di precisione alto, ma se dico che è &#8216;così così&#8217; non raddoppio la precisione, ma la dimezzo. Poi c&#8217;è &#8216;forse&#8217;, che indica un livello di incertezza, ma se dico &#8216;forse forse&#8217; non raddoppio l&#8217;incertezza, perché &#8216;forse forse&#8217; vuol dire &#8216;quasi sicuro&#8217;. Poi c&#8217;è anche una &#8216;certa età&#8217;, che è indefinita e non proprio &#8216;certa&#8217;.</p>
<p><em>Oggi invece</em><br />
mercoledì 14 gennaio 2009<br />
Oggi invece, alla scuola materna, una compagna di mia figlia mi ha detto Ti abbiam visto sul giornale. E mia figlia ha detto Sì, è vero, cantavi.</p>
<p><em>Makarenko</em><br />
mercoledì 14 gennaio 2009<br />
Rivedere le bozze di un libro complicato, e lungo, come le Anime morte, è un po&#8217; come andare in fabbrica, e io in questi giorni faccio così.<br />
Al mattino mi alzo, mi lavo, mi metto la tuta, e vado in fabbrica, come quando lavoravo alla Star, in via Budellungo.<br />
Viene in mente la pedagogia di Makarenko: al mattino a scuola, al pomeriggio in fabbrica. Le Anime son un po&#8217; tutte e due le cose insieme.</p>
<p><em>Di tutte le poesie</em><br />
giovedì 8 gennaio 2009<br />
Poi, dopo, per dire, di tutte le poesie di Chlebnikov che ho letto, quella che, forse, mi è tornata in mente più spesso, da quando l&#8217;ho letta, è questa qua:</p>
<p>La legge delle altalene prescrive<br />
Che si abbiano scarpe ora larghe, ora strette.<br />
Che sia ora notte, ora giorno.<br />
E che signori della terra siano ora il rinoceronte, ora l&#8217;uomo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/11/la-legge-delle-altalene/">La legge delle altalene</a></p>
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		<title>Reale, troppo reale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 14:45:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[ Riprendiamo editoriale e apertura del dossier che A. Cortellessa ha curato per lo «Specchio» (novembre 2008). Di G. Pedullà e D. Giglioli gli interventi critici; Antonio Scurati, Laura Pugno, Tommaso Ottonieri, Andrea Bajani gli scrittori invitati a esprimersi sul campo di forze del <em>Reale</em> e sulla possibilità di una sua rappresentazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">Reale, troppo reale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #808080;">[ Riprendiamo editoriale e apertura del dossier che A. Cortellessa ha curato per lo «Specchio» (novembre 2008). Di G. Pedullà e D. Giglioli gli interventi critici; Antonio Scurati, Laura Pugno, Tommaso Ottonieri, Andrea Bajani gli scrittori invitati a esprimersi sul campo di forze del <em>Reale</em> e sulla possibilità di una sua rappresentazione. È possibile leggere tutto l'inserto <a href="http://issuu.com/passi.falsi/docs/cortellessa" target="_blank">qui</a> DP]</span></p>
<p>di <strong>Andrea Cortellessa</strong></p>
<p>«Il genere umano non può sopportare troppa realtà». Non lo ha detto qualche oscuro sofista della derealizzazione postmoderna. Lo ha detto, e più d’una volta, un grande della modernità più «eroica», quella più esposta al vento della storia, <strong>Thomas Eliot</strong> (si veda <em>Burnt Norton</em>, primo dei <em>Quattro quartetti</em>). Ciò malgrado – e anzi proprio per questo, data la coazione al citazionismo di noi postmoderni – sembrano queste le parole perfette per dar corpo all’evasività superstiziosa, all’esorcismo terrorizzato che ci ha iscritto d’ufficio, come scrive <strong>Antonio Scurati</strong>, a un <em>apprendistato all’irrealtà</em>. L’oroscopo funesto di quel suo libro intelligente, <em>La letteratura dell’inesperienza</em>, non era troppo diverso da quello formulato da <strong>Walter</strong> <strong>Benjamin </strong>nel celebre saggio sul <em>Narratore</em> di <em>Angelus Novus</em>. Se il racconto per antonomasia, in tutta la storia umana, era quello del guerriero che una volta tornato cantava le gesta e le ambagi, il peregrinare e la nostalgia di casa, si accorgeva Benjamin che ora «la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile».<span id="more-10225"></span> Solo che l’<em>ora </em>di Benjamin era il 1936; e la guerra restata muta, sigillata in gola a quegli uomini tornati cogli occhi sbarrati, era la Prima guerra mondiale. La grande narrativa della modernità è stata il tentativo strenuo, eroico, di combattere quell’ammutolimento: di premere sulle mascelle, sulla glottide. Per forzare quel blocco. Cosa sono stati Musil e Kafka, Gadda e Céline, se non lo sforzo di alzare la voce (in tutti i sensi) per risvegliarsi e risvegliarci – come diceva un altro di loro, Joyce – dall’incubo della storia? La forza di <em>quella</em> narrativa si scatenava di fronte a interdetti tragici. Più si alzava il livello dello scontro, più quegli scrittori innalzavano se stessi. A fronte di <em>quei </em>veti, i nostri sono barzellette. <em>Quel </em>silenzio era tragico: spezzarlo faceva sanguinare lingua e orecchie. Il nostro è annoiato: interromperlo produce solo rumore di fondo.<br />
E allora l’<em>inesperienza</em> di cui parla Scurati è molto simile, ma è anche molto diversa, da quella diagnosticata da Benjamin. Le assomiglia, certo: come assomiglia, a un padre guerriero, il figlio che (per sua fortuna) non ha dovuto mai sparare un colpo. È vero, siamo una generazione di <em>traumatizzati senza evento traumatico</em>: l’unica esperienza che conosciamo a menadito, l’unico evento che ci ha penetrati in modo capillare, che sappiamo riconoscere – e, ammettiamolo, apprezzare – in tutte le sue sfumature, è proprio l’inesperienza. Per usare la metafora di <strong>Andrea Bajani</strong>, il dente che ci duole davvero è quello che <em>ci hanno già tolto</em>: l’arto fantasma.<br />
È per questo che sempre più di frequente, nei decenni seguiti a quel versante immenso e crudele, gli scrittori si sono trasformati in reporter. Apro <em>Il poeta postumo</em> di <strong>Franco Cordelli</strong> appena riedito, prima pagina: «Il reportage rappresenta l’irruzione del dogmatismo nel processo di organizzazione della realtà e del lessico della realtà». Pare oggi, e invece sono passati esattamente trent’anni: già allora a discutere di «dogmatica dell’iper-realismo». Se «qui» non succede più niente, allo scrittore un mandato sociale resta, in effetti: quello di trasformarsi in bracconiere di atrocità, collezionista di disagi, sommelier di efferatezze. Proprio come dice <strong>Daniele Giglioli</strong>: lo scrittore come qualcuno che va dove noi non andiamo, che ci va <em>al posto nostro</em>. In questo senso non cambia (non cambia qualitativamente) se <em>va</em>, questo scrittore, sulle montagne dell’Afghanistan durante l’invasione sovietica, tra i camorristi che gestiscono i traffici del porto di Napoli, o a seguire Joyce (Michael Joyce) nel tour tennistico ATP. A spartiacque si possono indicare due libri degli anni Sessanta, <em>A sangue freddo</em> di <strong>Truman Capote</strong> e <em>Guerre politiche</em> di <strong>Goffredo Parise</strong> (uscito nel ’76 ma in gran parte scritto e pubblicato in precedenza). Ma erano più o meno gli stessi anni anche quando uscì quel film, <em>Mondo cane</em>, di <strong>Gualtiero Jacopetti</strong>: lì dentro, in fondo, c’erano già (al di là del valore specifico di ciascuno di loro) <strong>William Vollmann</strong> o <strong>Michel Houellebecq</strong>. Per non parlare di <strong>Jonathan Littell</strong>.<br />
Il punto è che tutto questo, in sé, non né un bene né un male. Il punto è <em>cosa succede</em> quando quello scrittore torna, e ci proietta l’horror movie del suo safari nel Reale. Ci lascia indifferenti, ci trasforma in voyeurs, ci fa invidia? È moralistico? È pornografico? È le due cose insieme? Oppure è <em>davvero </em>conoscitivo? <em>Incide </em>sulla nostra mente, come dice Laura Pugno? Ci scoperchia la testa, ci opera a cranio aperto? Sono risposte che può dare solo il singolo lettore, ogni volta che apre un libro. È per questo che mi sento di dar ragione soprattutto a <strong>Gabriele Pedullà</strong>, che una volta avrebbe rischiato di apparire tautologico nel richiamare gli scrittori all’agone con lo <em>stile</em>, a confrontarsi con quell’Altro, quell’oggetto alieno e minaccioso che è vicino, vicinissimo a loro e che, se non stanno attenti, è capace di strozzarli (come capitò a Mallarmé): la loro stessa lingua. Mentre oggi tale richiamo, ai più, appare un vezzo <em>rétro</em>.<br />
Dice bene <strong>Tommaso Ottonieri</strong>: la letteratura sconta un handicap, rispetto ad altre arti. Meno immediata, difficilmente ci metterà di fronte all’<em>astanza </em>del Reale. Provate a dire, di fronte a un <em>Sacco </em>di <strong>Burri</strong>, che «non è realistico»: <em>è lì</em>. La letteratura quel Reale lo può bensì rappresentare, cioè stare in suo luogo. Simboleggiarlo, allegorizzarlo, emblematizzarlo. La storia della letteratura è la storia dei progressivi allontanamenti e dei repentini avvicinamenti, a quel Tremendo: senza mai toccarlo <em>davvero</em>. Il che non toglie, però, che le foto di alcuni di quei safari effettivamente ci <em>tocchino</em>. Ma se lo fanno, spiace dover ribadire simili ovvietà, è per la loro qualità. Sono assolutamente certo che fra trent’anni, quando ripenserò a <em>Gomorra </em>di <strong>Matteo Garrone</strong>, non mi indignerò – come non manco di fare ora, insieme a tutti – per le malefatte dei Casalesi, non solidarizzerò con le disgrazie di <strong>Saviano</strong>. Quello che ricorderò sarà la luce della scena in cui i ragazzi, seminudi nell’acqua, giocano coi mitra. È la scommessa di ogni arte, stavolta senza distinzione: essere presente <em>ora</em>, nell’urgenza e nella rappresentatività dei suoi contenuti. Ma insieme, e soprattutto, esserci domani, cioè idealmente <em>sempre</em>: nella potenza con cui esprime contenuti che, un giorno, ci lasceranno di per sé indifferenti.<br />
Piuttosto che l’11 settembre 2001 – massimo inganno dell’iper-realtà, il suo convincerci di non essere tale – forse un giorno, e più modestamente, vedremo una data epocale, per la letteratura, nel 12 settembre 2008. Se ha dimostrato qualcosa la morte di <strong>David Foster Wallace</strong> è che, moderni o postmoderni che si sia, scrivere e leggere può lasciarci perfettamente indifferenti o, al contrario, fare <em>un’enorme differenza</em>. Mi sono riletto quel che DWF scrisse di <strong>David Lynch</strong>, il cui «vero e unico obiettivo», secondo lui, era «entrarti nella testa». DWF era uno che sapeva spiegare le cose, e spiega benissimo <em>come </em>Lynch in effetti ci entri in testa. Naturalmente, così facendo c’è entrato anche lui, DWF. Con le sue euforie e i suoi ripiegamenti, con la malinconia impaurita di chi è sempre in fuga dal silenzio, col bruciore degli occhi ipercinetici quando sono stanchi, la sera. Con la tentazione di chiuderli, una buona volta, e mandare tutto al diavolo. Scrittore postmoderno? Facciamo scrittore, e basta.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La rivincita dell’inatteso</strong></p>
<p>È come con la crisi finanziaria. Non si può dire non ce ne fossero indizi, eppure ha preso tutti di sorpresa. Anche in letteratura è successo un po’ lo stesso. Era un po’ che se ne stava lì in latenza, inibito, ogni tanto qualche timido tentativo di sortita. E poi, un giorno, eccolo improvvisamente tornato parola d’ordine. Quale? Il caro vecchio <em>realismo</em>, certo. L’industria culturale ha sempre bisogno di formule semplici da ridurre a slogan. È già pronta la saga: <em>Il ritorno del realismo</em>, Il realismo colpisce ancora, Il realismo contro tutti. Invocare il realismo – mai specificando di <em>quale realismo si tratti</em>, cioè di quale livello di realtà sia chiamato a dar conto – ha fatto sempre gioco alle rivincite del buon senso.<br />
Prima è venuto il cinema, rispolverando l’album di famiglia del neorealismo delle annate buone. Poi l’invasione degli scrittori, all’ammasso dell’eterna fame di <em>storie</em>, fame di identificazione, fame di <em>fatti</em>. Basta con l’autoreferenzialità, l’intellettualismo, il bellettrismo di modernità e posmodernità per una volta unite nell’esecrazione. La pressione sociale sugli autori è massima. Qualche indizio, a un livello un po’ più sofisticato? Qualche settimana fa a Sarzana <strong>Walter Siti</strong> legge un suo testo sul realismo, lo riprende «Il Foglio», gli rispondono <strong>Alfonso Berardinelli</strong> e altri. Poi la rivista «Allegoria» esce con un questionario sul tema <em>Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno</em>. Il postulato è che alla fine degli anni Novanta sia emersa una generazione di scrittori che «hanno sciolto il nodo delle ossessioni teoriche e autoreferenziali postmoderne come Alessandro il nodo di Gordio: tagliandolo». Il curatore dell’inchiesta, <strong>Raffaele Donnarumma</strong>, sa di usare a sua volta l’accetta ma non rinuncia a infarcire il suo intervento di slogan come i seguenti: questi scrittori riscoprono «personaggi credibili […]. Le loro storie vanno prese per buone, cioè per vere – anche se sappiamo bene che si tratta di finzioni»; bisogna «scavalcare la prigione del linguaggio». Punti di riferimento sono individuati nello stesso Siti, in <strong>Antonio Franchini</strong>, in <strong>Mauro Covacich</strong>, ovviamente in <strong>Roberto Saviano</strong>: il quale, brandendo lo stemma di Pasolini, «rivendica una parola diretta».<br />
Conosco Donnarumma, so che non è tipo da falò di Borges in piazza del Campo; però quando leggo che «il realismo è serietà del quotidiano» cioè una «misura di igiene», un certo sentore di <em>arte degenerata</em> non riesco a non avvertirlo. Più che altro mi pare strano questo discorso su una rivista che si chiama <em>Allegoria</em>. Se la pensano così, mi dico, dovrebbero cambiare nome in <em>Tautologia</em>. Poi però vedo che gli scrittori, a questo discorso, non ci stanno proprio. C’è chi è simpatico e chi decisamente meno, ma insomma «la fine del postmoderno è, in realtà, una ripresa lisergica del moderno e della storia, in un’assenza di dimensioni e appiattita sul presente» (<strong>Aldo Nove</strong>); «la vera resistenza oggi è nello stile» (<strong>Antonio Pascale</strong>)… <strong>Vitaliano Trevisan</strong> rivendica addirittura, impavido, la «fuga dalla realtà» (dato il contesto, lo abbraccerei). Certo, c’è <strong>Giuseppe Genna</strong> a spiegarci che «la letteratura è sempre fantastica», mentre per <strong>Nicola Lagioia</strong> «ogni romanzo che ha qualcosa da dire si occupa della realtà» (si vede che qualche tautologo c’è pure da queste parti).<br />
Non starò a ripetere il mantra di Barthes, Baudrillard, Gentile, Cabrini ecc. (Donnarumma – che come s’è visto propone categorie di radicale innovazione – avrebbe buon gioco a definirli «motivi francamente datati»), piuttosto prendo il numero di «Riga» che <strong>Marco Belpoliti</strong> e <strong>Marco Sironi</strong> hanno dedicato a <strong>Gianni Celati</strong>. Uno che non so quanto sia considerato serio e credibile, igienico poi… (però posso testimoniare che a 72 anni ha un aspetto invidiabilmente sano). Fra l’altro c’è un’intervista a Sarah Hill sul documentario (Celati da qualche anno sembra preferire la macchina da presa a quella da scrivere, i precedenti illustri com’è noto non mancano); mi spavento, mi dico, certo che se pure Celati si butta da questa parte siamo al regime, è di nuovo tempo di Ždanov… invece lo sguardo «documentaristico» dei grandi neorealisti, per lui, è la capacità di «guardare tutto, dove tutto diventa singolare, come quando si visita una città in stato di innamoramento». In otto pagine d’intervista la parola <em>realtà </em>viene pronunciata cinque volte, e sempre in accezione negativa. All’inizio la «realtà» è quella guardata alla televisione negli Stati Uniti durante l’invasione dell’Iraq («una realtà tutta fatta di parole e decisa in partenza, che non doveva essere perturbata da niente»). Poi: «non credo che filmando il mondo esterno qualcuno mi documenti  la cosiddetta realtà. Mi mostra delle cose che esistono, ma non per questo evade dalla finzione. Una macchina da presa porta con sé tutto un modo di immaginare il mondo, e trasforma ogni cosa osservata» (ecco, è precisamente questo che mi succede quando leggo uno scrittore vero – più o meno celebre, sia egli Walter Siti o <strong>Paolo Nori</strong>, <strong>Franco Arminio</strong> o <strong>Leonardo Pica Ciamarra</strong> o, si vedrà fra poco, <strong>Francesco Pecoraro</strong> – che mi racconta <em>la sua realtà</em>). Al posto di realtà, parola equivoca fra tutte anche senza le virgolette di Nabokov, Celati preferisce usare una ben differente categoria, <em>contingenza</em>: «questa mi pare l’essenza stessa del documentario: l’esposizione all’inatteso, al fuori, a una situazione contingente che diventa come una dimensione esterna dell’inconscio», insomma «qualcosa che allarghi il pensiero». <em>Contingente</em>, <em>inatteso</em>, altre volte Celati ha predicato l’<em>impensato</em>. Sono tutte forme di contatto, nel suo stile certo, con quella cosa che <strong>Lacan </strong>chiamava <em>Reale</em>, di cui <strong>Hal Foster</strong> già a metà anni Novanta constatava il <em>ritorno </em>(sottotitolo: <em>L’avanguardia alla fine del Novecento</em>). Si capisce che non è ciò che già sappiamo; non è quello che ci hanno raccontato secoli di realismo. Senz’altro non ha niente a che fare con ciò che ci ammanniscono industrie culturali e uffici di propaganda. Al contrario è proprio quello che <em>ancora non sappiamo</em>. Che magari non avremmo alcuna intenzione di sapere. Ma che sta lì, sulla pagina. Se apri il libro, <em>quel </em>libro, lo sai che sei perduto. D’altra parte è proprio per questo che lo hai scelto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">Reale, troppo reale</a></p>
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		<title>Scrivere sul fronte occidentale</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Mar 2003 18:47:55 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><center><a href="http://www.feltrinelli.it/SchedaLibro?id_volume=1741920" target="_new"><img src="/archives/fronte_occid.jpg" class="blogbody" border="0" height="156" width="100" /></a></center>Dopo l&#8217;attentato dell&#8217;11 settembre che ha colpito le &#8220;Torri Gemelle&#8221; a New York e il Pentagono a Washington, scrittori e uomini di cultura italiani si sono confrontati in un convegno a Milano, il 24 novembre 2001, discutendo su che cosa significa scrivere e operare &#8220;in tempo di guerra&#8221;.Da quel convegno deriva questo libro, curato da Antonio Moresco e Dario Voltolini, che raccoglie riflessioni, interrogativi, testimonianze presentate a Milano, ma anche scritte dopo quell&#8217;incontro (nei sette mesi successivi all&#8217;11 settembre).</p>
<p><strong>sommario</strong></p>
<p>Antonio Moresco: Lettera &#8211; Dario Voltolini: Inizio dei lavori &#8211; Carla Benedetti: Il pieno &#8211; Tiziano Scarpa: Circolare segretissima da diffondere di nascosto fra gli autori italiani di finzione &#8211; Antonio Moresco: L&#8217;occhio del ciclone &#8211; Piersandro Pallavicini: Romanzi polimaterici, anzi: eterocellulari &#8211; Marco Drago: Disturbare l&#8217;universo &#8211; Christian Raimo: Poco acuto, così poco acuto &#8211; Mauro Covacic: L&#8217;orecchio immerso &#8211; Raul Montanari: Due cose per dire che non cambierà  niente (anzi è già  tutto di nuovo come prima) &#8211; Marosia Castaldi: L&#8217;insaziabilità  &#8211; Ivano Ferrari: I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo &#8211; Antonio Piotti: Nostalgia del simbolico &#8211; Marco Senaldi: Il Ground Zero del godimento &#8211; Giuliano Mesa: &#8220;Dire il vero&#8221;. Appunti &#8211; Paolo Nori: Il quadro &#8211; Andrea Bajani: Il grande spot &#8211; Giuseppe Genna: Scrivere sul fronte occidentale: scrivere sulla fronte occidentale &#8211; Giorgio Mascitelli: Ma le nostre parole saranno scritte invano? &#8211; Marina Mander: Undici pensieri dopo l&#8217;11 settembre &#8211; Andrea Inglese: L&#8217;estraneità  e la festa &#8211; Mostrare le sbarre (Teatro Aperto: Federica Fracassi e Renzo Martinelli) &#8211; Giulio Mozzi: Parlare della verità  &#8211; Donata Feroldi: Per interposte persone. I tessitori &#8211; Gian Mario Villalta: Dalla mia postazione alla periferia dell&#8217;impero &#8211; Federico Nobili: Esplodersi. Lettera ad Antonio Moresco &#8211; Helena Janeczek: Una gonna per l&#8217;11 settembre.</p>
<p>Stiamo organizzando un incontro che si terrà  nel mese di novembre a Milano, in data e luogo da destinarsi, perché sentiamo la necessità  e l&#8217;urgenza di confrontarci dopo quanto è successo nelle ultime settimane.</p>
<p>Non ci interessa un incontro rituale, una sfilata di anime belle, lanciare proclami. Non ci interessa darci conferma l&#8217;un l&#8217;altro delle nostre buone intenzioni e della bontà  e necessità  della nostra attività  di scrittori. Non ci interessa ragionare per simboli e schemi, né una vuota unanimità  di posizioni. Ci interessa un incontro, reale e senza cerimonie, di posizioni e di riflessioni, in cui ciascuno porti la sua umanità , diversità , sensibilità  e libertà , perché mi sembra che molte consuetudini mentali che hanno dominato la vita culturale degli ultimi decenni si rivelino sempre più insostenibili se non grottesche:</p>
<p>che viviamo nell&#8217;epoca della virtualità  e dell&#8217;irrealtà<br />
che l&#8217;unica dimensione possibile è ormai quella della ripetizione del déjà  vu<br />
che la storia è finita<br />
che l&#8217;attività   umana in generale e quella culturale, artistica e spirituale in particolare possono svolgersi ormai solo all&#8217;interno di giochi chiusi, terminali, dentro universi culturali chiusi che non contemplano più la possibilità  dell&#8217;imprevisto<br />
che si può solo riciclare, combinare e rivisitare materiali culturali ormai inerti e codificati in un malinconico gioco di specchi senza fine<br />
che tutto è interscambiabile e depotenziato nell&#8217;universo orizzontale della &#8220;comunicazione&#8221; totale e della rete<br />
che la vita non si richiude e si riapre continuamente attraverso lacerazioni<br />
che non possono esistere più &#8211; nel bene come nel male &#8211; il conflitto, l&#8217;alterità<br />
che abbiamo dominato completamente la natura, il caso, l&#8217;ignoto<br />
che non esiste più la tragedia, ma solo la parodia<br />
ecc&#8230;<br />
E&#8217; terribilmente triste dover riflettere su queste cose dopo un simile orrore. Ma non si può far finta che non sia successo niente e mi sembra che tutto questo non possa che avere ripercussioni profonde nell&#8217;attività  umana e in quella culturale di decifrazione, interpretazione, invenzione e riapertura di spazi.<br />
In questo terribile inizio di secolo e di millennio è forse venuto il momento di confrontarci su queste cose, con sincerità , profondità  e radicalità .</p>
<p>Milano, settembre 2001</p>
<p>Antonio Moresco</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/01/scrivere-sul-fronte-occidentale/">Scrivere sul fronte occidentale</a></p>
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