<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Partito Democratico &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/partito-democratico/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 11 Jan 2023 18:09:16 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>1922-2022: tre piste di riflessione dopo il voto del 25 settembre in Italia # 2</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/12/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-2/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/12/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-2/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Jan 2023 06:17:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[elettori italiani all'estero]]></category>
		<category><![CDATA[estrema destra]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[norma rangeri]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[stragi]]></category>
		<category><![CDATA[voto 25 sedttembre 2022]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=100715</guid>

					<description><![CDATA[di <strong> Giuseppe A. Samonà </strong> <br /> La democrazia italiana è solida. Giudicare sulla base di un aggettivo (solido o il suo contrario) implica inevitabilmente un certo grado di soggettività – mi limitero dunque a elencare alcuni fatti: le trame nere di cui si diceva poco sopra; i tentativi di golpe; le stragi, nelle piazze, nei treni...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>[La prima parte di questo intervento si può leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/01/05/tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-1/">qui</a>.]</p>
<ol start="2">
<li><strong>La democrazia</strong></li>
</ol>
<p>Ancora formule ricorrenti.</p>
<p><em>La democrazia italiana è solida</em>. Giudicare sulla base di un aggettivo (solido o il suo contrario) implica inevitabilmente un certo grado di soggettività – mi limitero dunque a elencare alcuni fatti: le trame nere di cui si diceva poco sopra; i tentativi di golpe; le stragi, nelle piazze, nei treni, a tutt’oggi rimaste irrisolte; le organizzazioni criminali (Mafia, Sacra Corona Unita, ‘Ndrangheta, Camorra) che controllano ampie zone del territorio nazionale, in modo incomparabile con gli altri paesi europei; la corruzione, anch’essa incomparabilmente più alta rispetto agli altri paesi d’Europa. La storia della cultura italiana consta di molti secoli, quella della Repubblica di pochi decenni, e costruita sulle basi fragili di un antifascismo che in realtà non è mai stato condiviso consapevolmente dalla maggioranza della popolazione. Ne avevano ben coscienza i cosiddetti Padri Costituenti, che crearono un testo, un quadro, la Costituzione appunto, che aveva fra altri compiti quello di disinnescare le possibili tentazioni autoritarie del paese – e che adesso, anche con alcune sponde al di fuori della propria maggioranza, Renzi in particolare ha già dato la sua piena disponibilità, come anche Calenda, la destra si appresta a riformare.</p>
<p><em>Ma gli italiani hanno votato democraticamente</em>. Appunto: in certo senso non è proprio questo voto “democratico”, liberamente espresso, la nota dolente? (sulle virgolette dirò qualcosa più sotto) Non voglio tanto ritirar fuori l’antico ritornello sulle peggiori dittature del Novecento arrivate al potere <em>democraticamente</em> (ma sarà bene comunque non dimenticarlo), quanto sottolineare come queste elezioni siano solo il riflesso del profondo mutamento che si è maturato nella società civile negli ultimi due o tre decenni. È per così dire “la banalità” del voto – come e chi ha votato questa destra, come ha reagito, o per meglio dire non reagito, chi non l’ha votata – che colpisce, inquieta, più del voto stesso.</p>
<p><em>L’esito di un copione già scritto da anni&#8230; ce lo aspettavano&#8230; il risultato era già annunciato da tempo&#8230; </em>Così diversi amici abbacchiati hanno appunto spiegato, a volte persino giustificato, la sostanziale indifferenza, apatia, distrazione con cui ampi settori storicamente, culturalmente a sinistra, o almeno, opposti alla destra, hanno accolto il suo trionfo. Ma il fatto che non sia stata una sorpresa, che questi risultati maturassero da tempo dentro la società, non mi sembra possa costituire un’attenuante, anzi: indica appunto, al di là del voto, l’esistenza di alcuni spostamenti profondi. Ed è quel che avvilisce di più. La mia impressione è che anche l’apatia, se non la depressione, in cui versa l’un tempo combattiva società italiana sia&#8230; un copione già scritto da anni.</p>
<p><em>La destra è divisa&#8230; è a pezzi.. non ha la maggioranza</em>&#8230; <em>il governo non durerà&#8230; è solo un voto di protesta&#8230; la rissossità e il trasformismo pasticcione all’italiana ci proteggeranno anche dalla destra</em>,  sino all’iperbolico: &#8230; <em>le forze democratiche, progressiste e di sinistra, che sono maggioranza in Italia&#8230; </em>– secondo le parole, riportate alla lettera, di un editoriale del &#8220;Manifesto&#8221; a firma <strong>Norma Rangeri</strong> nei giorni immediatamente successivi al voto. E confesso che ho dovuto rileggerle due o tre volte, queste parole, perché non riuscivo a crederci: ma poi, in diverse varianti, le ho rincontrate anche in altri autorevoli e stimabilissimi rappresentanti della sinistra, ad esempio il segretario della CGIL Maurizio Landini. Intendiamoci, diversi giornalisti del &#8220;Manifesto&#8221; – per altro il quotidiano che da sempre più seguo e sostengo – e la stessa Norma Rangeri, come anche Landini, hanno espresso altrove piena coscienza della gravità della situazione; e del resto le parole che mi hanno fatto per così dire sussultare fanno parte di un ragionamento più complesso, sfumato, sulla composizione della società, il poco democratico meccanismo elettorale, il grado di astensione record etc., per molti versi condivisibile. Ma dal mio punto di vista lontano-vicino restano sbalorditive – e non sono altro che la punta di diamante di un’attitudine diffusa, tendente a sminuire la vittoria della destra, a farne una mera questione elettorale, dovuta ad accidentali circostanze, che non rifletterebbe in nulla <em>il paese reale</em> (altra mini-formula misteriosa); o ancora, secondo questa stessa attitudine, il problema della sinistra, appunto molto più in salute di quanto non si creda, sarebbe solo di non sapere trovare uno sbocco politico-istituzionale&#8230; O forse, questo continuo parlare delle debolezze dell’avversario, anche esaltando le presunte virtù del proprio campo politico, è una sorta di rovescio del <em>non c’è pericolo fascista</em> di cui si diceva prima, sia pur questa volta con lodevoli intenzioni: rianimare le proprie truppe, incitarle, sottrarle alla depressione, mostrando il bicchiere mezzo pieno. Resta comunque una percezione molto diversa, al di là della politica, della società italiana, a seconda che la si guardi dal di dentro o dal di fuori: perché a me, come a molti altri italiani che da anni non abitano più in Italia, quel bicchiere appare quasi interamente vuoto – è innanzitutto proprio il “paese reale” a inquietarci. La lontananza-vicinanza ci indurrebbe a prendere un abbaglio?</p>
<p>Non si tratta comunque di parlare male dell’Italia, né di spiegarla in qualche frase o ancor meno di metterle un voto: le società, le culture sono sempre organismi complessi, intrecciano qualità e difetti in una percentuale più o meno equivalente, con fasi alterne, tendenze e controtendenze, e ci vorrebbe un libro per mettere a nudo Il Belpaese. Per altro tutte le formule sopra riportate sono anche in parte vere; ed è vero in particolare che la nuova legge elettorale – il cosiddetto Rosatellum, fortemente voluto da Renzi quando era a capo del Pd – è ingiustamente viziata, se non del tutto incostituzionale: impossibilità di scegliere i candidati, che sono imposti dalle segreterie dei partiti; quasi il 40% dei seggi determinato con il maggioritario secco, il che per altro – con un invisibile meccanismo perverso – falsa anche il circa 60% determinato con il proporzionale; penalizzazione dei piccoli partiti, in nome del mito della governabilità che tende a favorire le coalizioni (anche se poi i partiti di queste coalizioni sono liberi dopo le elezioni di rompere e di allearsi con altri, persino con i loro avversari!). Concretamente, da un lato la destra già ampiamente vittoriosa è stata ulteriormente gonfiata, vedendosi attribuire un 16% in più per via dell’uninominale, di fatto un premio di maggioranza nascosto; dall’altro la ridimensiona ancor più radicalmente il livello record di astensione – oltre il 36%, cui va aggiunto poco meno d’un milione di schede bianche fra Camera e Senato e quasi due milioni di schede nulle, sintomo anche questo, probabilmente, di un sistema elettorale poco attraente, democraticamente parlando. Ma bastano questi elementi a banalizzare il suo inarrestabile avanzare anno dopo anno? e soprattutto l’avanzare delle sue idee, della sua visione del mondo <em>dentro</em> la società?  I giornali, la televisione, la gente, sembrano non interessarsi che alla crosta, discutendo all’infinito sulla longevità o meno del governo, di questa o quella alleanza, etc. Quasi nessuno tuttavia sembra soffermarsi più di tanto sul diffondersi  dentro la società del razzismo e dell’estero-diffidenza, dell’omofobia e della transfobia, dell’antifemminismo; e questo, benché la lotta a questi atteggiamenti sia oramai parte del discorso ufficiale delle democrazie occidentali, Italia compresa, e nonostante il fatto – i paradossi della politica non finiscono mai – che sia proprio una donna, per la prima volta, a guidare la destra come Presidente del Consiglio. E nessuno, soprattutto, sembra inquietarsi della letargia-dissoluzione della sinistra, cui accennavo prima.</p>
<p>In questo senso vorrei indicare un “piccolo” fatto concernente le elezioni estere, che intreccia il problema del vizio democratico e quello appunto di questa particolare forma di distrazione.  Breve ma necessaria premessa. Avevo deciso di votare, qui a Parigi, per l’Unione Popolare. Non che condivida tutto di questo progetto, anzi: diverse sono le cose che non mi convincono, o di cui almeno mi piacerebbe discutere, a cominciare dal nome. Ritenevo giusto però, dal mio punto di vista, contribuire a far superare la soglia di sbarramento a un movimento federatore esplicitamente di sinistra con un reale programma alternativo: che l’Italia fosse l’unico paese europeo a non avere nel suo parlamento neanche un rappresentante di tale sinistra mi sembrava infatti molto pericoloso, non per la sinistra in sé ma per la società tutta, un ulteriore sprofondamento nella crisi sociale e democratica che va avanti da molti anni. Sia chiaro: di sinistra, sono diversi stimabili candidati del Partito Democratico – sempre meno numerosi, a dire il vero – come anche ovviamente i candidati di Sinistra Italiana e Verdi – ma il PD che ha oramai da tempo perso qualunque carica alternativa mi sembrava, mi sembra oramai irriformabile, e la scelta di Sinistra Italiana di aggregarsi al carro proprio del PD, invece di rischiare un’alleanza con Unione Popolare, non mi ha persuaso. Ero e resto convinto che per rilanciare una prospettiva di alternativa viabile, che metta di nuovo insieme le battaglie per l’ecologia e i diritti civili con quelle da troppo tempo dimenticate contro le disuglianze sociali, sia necessaria una sorta di rivoluzione culturale dentro la società, e che per questa servano nuove aggregazioni politiche.</p>
<p>(Gli storici dei movimenti politici fra qualche anno studieranno probabilmente l’originale processo tutto italiano che ha fatto sì che la rifondazione di quello che fu il Partito Comunista si sia trasformata nella rifondazione della fu Democrazia Cristiana, magari a partire dalla sua ala più democratica: una sorta di compromesso storico che tuttavia ha condotto alla progressiva espulsione della ex-componente comunista&#8230; Espulsione mi verrebbe da dire quantitativa e anche qualitativa: il PD, oltre a funzionare a fasi alterne persino sui diritti civili, oramai da molti anni non comprende più nulla di quel avviene negli strati più bassi, <em>popolari</em>, della società – in questo senso il paradosso di cui dicevo prima, e cioè che a guida della destra ci sia una donna, o meglio, una donna del<em> popolo</em>, almeno in apparenza, è tutt’altro che anodino&#8230;)</p>
<p>Devo per altro precisare che in questa scelta ero anche confortato da un lato (molto) dal fatto che per la prima volta il contesto generale, già fermamente orientato a destra, paradossalmente restituiva la libertà appunto di <em>scegliere</em>, sottraendo gli elettori al ricatto del voto “utile”, o almeno, facendo apparire quel voto utile come “inutile” in una prospettiva di reale alternativa; dall’altro, dal quadro internazionale e nazionale che sosteneva e sostiene il programma di Unione Popolare (Podemos, Union Populaire, Friday for Future, etc; ma curiosamente – ed è stata un po’ una delusione – il Manifesto, invece di dare spazio a tutte le componenti della sinistra, ha espresso una decisa simpatia per Sinistra italiana e Verdi, o persino per i pochi esponenti di sinistra dentro il PD, e dentro i 5 Stelle: di fatto Unione Popolare è stata oscurata). Infine vorrei sottolineare che a questa scelta ero arrivato, a torto o a ragione, più per un personale calcolo di prospettive che per un autentico senso di appartenza: del resto non ho mai cercato di convincere né ho contestato gli amici che in Italia avevano scelto di votare l’Alleanza Sinistra Verdi, o anche il Pd, o il Movimento 5 Stelle – su cui sarebbe necessario fare un discorso a parte – perché anzi vorrei che tutti quelli, molti, che votando per difetto questi partiti sono orientati a sinistra animassero questo nuovo soggetto politico.</p>
<p>Ma ecco – per arrivare finalmente al “piccolo” fatto di cui dicevo sopra – che ho ricevuto a casa le mie due schede elettorali: le ho aperte, le ho esaminate e riesaminate, per constatare con sorpresa che il simbolo di Unione Popolare non c’era. Di fronte all’ignoranza degli amici più politici in Italia, ho cercato nei giornali nazionali, e anche là non ho trovato nulla. Il solo aiuto è stato uno scheletrico articolo sull’Indipendente [<a href="https://www.lindipendente.online/2022/09/09/elezioni-5-milioni-di-italiani-allestero-non-potranno-votare-per-i-partiti-anti-sistema/">Elezioni: 5 milioni di italiani all&#8217;estero non potranno votare per i partiti anti-sistema &#8211; L&#8217;INDIPENDENTE (lindipendente.online)]</a>, per mezzo del quale ho rintracciato diverse norme e decreti legge principalmente sulla Gazzetta Ufficiale. Molto velocemente, la storia è questa: per presentarsi alle elezioni ogni partito doveva raccogliere, in una trentina di giorni a cavallo fra luglio e agosto, poco meno di 37000 firme per la Camera e quasi 20000 per il Senato; tuttavia una disposizione del testo unico delle leggi elettorali prevedeva che <em>i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all’inizio della legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi </em>fossero dispensati dalla raccolta – solo che in seguito, di emendamento in chiarimento, di chiarimento in cavillo, etc., di tale esenzione hanno finito per beneficiare tutti i gruppi che avessero anche solo un deputato in parlamento, anche se nel frattempo avevano cambiato di nome e collocazione, all’esclusione di tutti gli altri – cioè i diversi partiti e formazioni frettolosamente ammucchiati sotto l’etichetta di “antisistema”. L’allora presidente del Consiglio Draghi è stato anche insistentemente sollecitato perché fossero autorizzate, come succede già per i Referendum, le firme elettroniche, per almeno attutire questa iniqua disparità di trattamento; ma non c’è stato niente da fare: è stato necessario, fra luglio e agosto, che i cittadini tornassero al loro comune di residenza e firmassero di persona, e che le firme fossero autenticate da un pubblico ufficiale, nel pieno del periodo estivo, con le città deserte e gli uffici non di rado chiusi &#8230; Così, alcuni partiti (ad esempio i radicali dell’Associazione Luca Coscioni) non ce l’hanno fatta; altri, fra cui appunto Unione Popolare, sì. Ma, per rendere il tutto ancor più ingiusto, questi nuovi gruppi, pur essendosi finalmente guadagnati il diritto di partecipare alle elezioni sul territorio nazionale, dovevano andare a caccia di firme anche nella circoscrizione Estero – apparentemente  poche (250 per ripartizione), ma in tempi ristrettissimi e in condizioni ancora più proibitive: come allestire la raccolta in piena estate in un paese straniero?  Risultato: nella lista elettorale estera europea c’erano solo i partiti già con un piede in Parlamento, comprese le miniformazioni come quella di Di Maio, morta prima ancora di nascere. <em>What more is there to say?</em></p>
<p>Eppure quel che sarebbe dovuto suonare come uno scandalo flagrante, sia pur all’interno di una legge elettorale di per sé già scandalosa anche se in modo diciamo più garbato, è filato via nella più totale indifferenza. Se gli italiani con cui ne ho parlato a Parigi erano effettivamente indignati (e per altro già sapevano), la maggior parte di coloro con cui ne ho parlato in Italia, anche i più di sinistra, hanno accolto la notizia con sostanziale disinteresse, ed erano peraltro all’oscuro di tutta la faccenda. Non è un caso: l’apatia è stata appunto il sentimento predominante con cui la maggior parte della sinistra italiana – nel senso della base, di coloro che continuano a essere orientati in tal senso – ha vissuto il voto del 25 settembre e la nuova situazione che questo ha determinato. <strong>Ed è proprio questa apatia generale, questa indifferenza, alternata con un’intristita rassegnazione,</strong> questa mancanza di entusiasmo, che mi ha spinto a scrivere queste righe: perché mi sembra la caratteristica più saliente e peculiare, la più dolente, della società italiana oggi, a sinistra e anche al di là.</p>
<p>Ora si potrebbe dire – me lo hanno già detto – che la destra estrema avanza ovunque in Europa e che ovunque, parallelamente, la sinistra è in crisi: l’Italia insomma non farebbe altro che inserirsi nella scia e non meriterebbe una particolare attenzione. Ma non è così, e ci sono diversi motivi per guardare con un occhio particolarmente attento quel che succede in Italia. Certo, la progressione della destra più radicale è indiscutibilmente fenomeno europeo – persino la civilissima Svezia&#8230; – anzi mondiale; ma che, ben al di là di una crisi, la sinistra, la sua gente, si sia trasformata e assopita, dissolta, in modo altrettanto radicale, è un fenomeno più originale e tutto italiano, e che molto ha a che fare con il mutamento profondo che ha rimodellato il partito che tradizionalmente ne raccoglieva, nelle istituzioni, buona parte delle aspirazioni: nel PD, il governismo come nuova cultura politica, il progressivo ma convinto appropriarsi della prospettiva neoliberista, la timidezza se non peggio persino per quel che riguarda i diritti civili (includendo anche la posizione sui migranti, sullo <em>ius soli</em> etc.), fino all’assunzione di una gestione unicamente normativa della crisi covid (che ha permesso alla destra di assumere strumentalmente quella vigilanza sulla democrazia e la libertà che negli altri paesi è stata patrimonio della sinistra) sono andate di pari passo con lo spegnersi della sua base dentro la società. E forse lo snodo decisivo che anche spiega l’ascesa irresistibile di questa destra e delle sue idee è la crescente perdita di senso dell’antifascismo cui negli ultimi anni ha contribuito anche una parte della dirigenza progressista. (Fra i tanti episodi di questa perdita di senso e del revisionismo storico che l’accompagna vorrei ricordarne almeno uno, di cui mi sono occupato da vicino ne <em>La frontiera spaesata </em>[<a href="http://www.exormaedizioni.com/catalogo/la-frontiera-spaesata/">La frontiera spaesata &#8211; Exorma (exormaedizioni.com)</a>]: la riscrittura semplificata e parziale delle complesse vicende del confine orientale, oramai diventata storia ufficiale della Repubblica, che è sfociata nel subdolo avvicinamento del Giorno del ricordo al Giorno della memoria, con l’aberrante equiparazione, sempre più proposta, tra foibe e Shoah). Ma appunto – ripensando a Piero Gobetti, a Carlo Levi – l’antifascismo che ha fondato la Repubblica italiana è qualcosa che va al di là di questa o quella stagione politica: è l’antidoto strutturale, culturale prima ancora che politico, fondante appunto, a una tentazione ricorrente, e anch’essa ahimè strutturale, della storia nazionale. E poi c’è la capacità che l’Italia possiede di farsi nel bene e nel male laboratorio, contagiando con le sue idee l’Europa, il che è ancor più vero oggi che nel passato, considerando l’importanza che detiene di suo come paese fondatore del progetto europeo: l’hanno ben capito i governi di Ungheria e Polonia, e poi il Rassemblement National, Vox, Alba Dorata, che hanno festeggiato la vittoria di Fratelli d’Italia come se fosse la propria. Insomma, le elezioni italiane più che essere nella scia tracciano un percorso e valgono il doppio, hanno avuto da subito una dimensione internazionale. E vale il doppio anche la dolorosa apatia che le ha accompagnate, e ne accompagna il seguito.</p>
<p>Quando sui miei vent’anni sono arrivato per i miei studi a Parigi mi ha molto colpito una frase di Cocteau: <em>les italiens sont des français de bonne humeur</em>. Per qualche tempo è diventata per me una sorta di mantra, che mi confortava non solo sull’incontenibile allegria e spontaneità dei miei compatrioti italiani, ma anche sulla scontrosità, sulla formalità ingessata dei francesi: la battuta insomma si era gonfiata in una sorta di minianalisi sociologica. Attraverso questo e altri simili stereotipi, positivi o negativi, ho felicemente viaggiato per anni, per piano piano, inconsapevolmente, eroderli, sfumarli, da un lato e dall’altro. E oggi, se dovessi fotografare con un’istantanea la mia  percezione dei due paesi – ma questa volta so che si tratta di una battuta, di uno stimolo di partenza, non di un’analisi sociologica: le culture sono come si è detto organismi complessi e pieni di contraddizioni – mi verrebbe da rovesciarla, la frase di Cocteau: sono gli italiani a risultarmi tristi, a volte cinici, i francesi, tra i quali vivo, più gioiosi, più sognatori e pugnaci – soprattutto i giovani, che costituzionalmente rappresentano il futuro: la Francia del resto, come altri paesi d’Europa, è piena di centinaia di migliaia di ragazzi italiani, che in Italia mancavano appunto di prospettiva.</p>
<p>(Donne, uomini e bambini che escono dall’Italia, donne, uomini e bambini che ci entrano: ho passato giorni e giorni a leggere statistiche, numeri, uno diverso dall’altro e tutti meritevoli di essere analizzati. Tutti comunque, impietosamente, arrivano a una stessa conclusione: l’emigrazione italiana è in costante crescita, e sfiora oramai i livelli dell’immediato dopoguerra, ma soprattutto è di gran lunga superiore, anno dopo anno, all’immigrazione – il che, anche considerando il costante calo demografico che fa dell’Italia uno dei paesi più vecchi al mondo, spiega bene, al di là della propaganda, quale sia la vera emergenza del paese e come questo avrebbe bisogno non di respingere ma di accogliere, di più e meglio, se si vuole rilanciare, se non vuole scomparire&#8230;).</p>
<p>Dei tanti aspetti di questa apatia, di questa distrazione, uno mi stupisce e mi interroga particolarmente: a parte qualche salutare eccezione, gli intellettuali italiani tacciono. O meglio, alcuni si sono specializzati a dibattere nei talkshow, la cui portata si esaurisce per definizione all’interno della chiacchiera teletrasmessa, altri si occupano delle loro cose, cioè del loro lavoro, e magari si isolano, si barricano dentro di quello, alcuni esercitando una sorta di antifascismo interiore. Intendiamoci, quel lavoro sa ancora essere di grande qualità, la cosiddetta letteratura critica continua a produrre opere, articoli originali che sorprendono, fanno riflettere – tuttavia, non a caso, da qualche anno a questa parte ha accentuato la propria tendenza necrofila: si moltiplicano le commemorazioni e i tour per celebrare questo o quello scrittore dei bei tempi andati, ma non per proiettarlo nella vita – come i bravi professori cercavano di fare a scuola –  ma per trincerarcisi dentro, come per sfuggire, difendersi dal tempo presente. Quasi mai infatti la parola degli intellettuali, che sia direttamente o indirettamente politica, è concepita per uscire dal cerchio dei propri pari e adepti, il loro legame con la società è sostanzialmente spezzato, persino il sapere critico elaborato dentro le università, che dovrebbero essere luoghi aperti per eccellenza, resta confinato tra le mura sempre più ispessite dell’accademia, separato dal mondo di fuori. Fuori circolano invece fra la gente, con inesauribile vitalità, le imitazioni, le satire, i guizzi dei comici, alcuni geniali: ma possono i comici sostituire la riflessione e la politica? Insomma, vista dalla Francia, l’Italia mi sembra un paese che si chiude in se stesso, nutrendosi di un edonismo stanco, per cui l’aperitivo con gli amici diventa l’obiettivo della giornata: come se la famosa dolce vita italiana, la capacità di perdere tempo e di scherzare, di ridere, lo straordinario senso dell’umorismo, quello star seduto al bar, quel passeggiare chiacchierando liberamente, gratuitamente, rivelassero improvvisamente il loro lato tragico, anche oscuro&#8230; L’Italia si diverte ed è depressa, i giovani sognano di scappare. E a volte, sempre di più, tornandoci mi sembra che sia stato un sogno, un’illusione, il paese che mi ha formato ed educato, quello che mi hanno trasmesso i miei genitori: e che comunque non esista più. (Scrivendo questo paragrafo avevo per così dire l’impressione che Leopardi stesse seduto sulla scrivania e soggiungesse: <em>lo vedi? già scrivevo più o meno le stesse cose, esattamente due secoli fa&#8230;</em>)</p>
<p>Qualche eccezione, lo dicevo, qualche scintilla c’è, fra gli intellettuali come fra la popolazione in generale, ma il quadro complessivo – rispetto al resto d’Europa – è singolarmente avvilente, esangue: basti pensare a com’erano diversamente reattivi la sinistra, i sindacati – sia pur sulla via dell’evaporazione – ancora durante il ventennio berlusconiano. E credo che chi aspira a riorganizzare una sinistra frantumata, o appunto evaporata, dovrebbe poter nominare questo problema, guardarlo in faccia, e partire da là. A me, a ogni ritorno, o semplicemente ogni volta che ci ho a che fare attraverso i tentacoli di un’amministrazione che non di rado perseguita i suoi <em>soggetti</em> anche all’estero, la società italiana appare come una palude (Pontiggia&#8230;), avvolta da una sospensione incantata, e strangolata dall’eterno labirinto legislativo della sua ipertrofica burocrazia (Manzoni&#8230;): sembra che nulla succeda – succedono in realtà molte cose, ma subìte – mentre sotto avanzano, s’infiltrano le idee velenose, come se niente fosse&#8230; Comunque mai come adesso, in questo ragionamento, sarei felice di sbagliarmi, di essere appunto vittima di un’illusione ottica prodotta dal mio lontano-vicino, e scrivo anche nella speranza che qualche amico mi dica, mi dimostri, che le eccezioni, le scintille, sono molto più numerose e vivaci, e che le buone idee escono fuori dai luoghi del sapere e circolano nella società molto di più di quel che vedo io, dalla Francia. In ogni caso non scrivo per parlar male, o lamentarmi, ma perché credo che sia necessario, dentro e fuori l’Italia, riannodare tutti i fili che possano animare un progetto di resistenza e di speranza.</p>
<h3 style="text-align: center;">⇓</h3>
<p style="text-align: center;"><em>Continua&#8230;</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/12/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-2/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La difficile manutenzione social-liberale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/04/16/la-difficile-manutenzione-social-liberale/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2013/04/16/la-difficile-manutenzione-social-liberale/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2013 15:01:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[economisti sgomenti]]></category>
		<category><![CDATA[francia]]></category>
		<category><![CDATA[Francois Hollande]]></category>
		<category><![CDATA[governabilità]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[Jérome Cahuzac]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Socialista francese]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=45421</guid>

					<description><![CDATA[di Andrea Inglese In Italia, c’è l’ingovernabilità, l’antipolitica e tutto quanto. Ma, si sa, noi abbiamo il baco antropologico, il guasto nazionale ereditario. La Francia, però, difetta di questo alibi. I francesi mica hanno patito vent’anni di fascismo, quaranta di democrazia cristiana, venti di berlusconismo e due mesi di Grillo. Essi si godono un presidente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><!--[if gte mso 9]><xml>
<w:worddocument>
<w:view>Normal</w:view>
<w:zoom>0</w:zoom>
<w:hyphenationzone>14</w:hyphenationzone>
<w:punctuationkerning></w:punctuationkerning>
<w:validateagainstschemas></w:validateagainstschemas>
<w:saveifxmlinvalid>false</w:saveifxmlinvalid>
<w:ignoremixedcontent>false</w:ignoremixedcontent>
<w:alwaysshowplaceholdertext>false</w:alwaysshowplaceholdertext>
<w:compatibility>
<w:breakwrappedtables></w:breakwrappedtables>
<w:snaptogridincell></w:snaptogridincell>
<w:wraptextwithpunct></w:wraptextwithpunct>
<w:useasianbreakrules></w:useasianbreakrules>
<w:dontgrowautofit></w:dontgrowautofit>
</w:compatibility>
<w:browserlevel>MicrosoftInternetExplorer4</w:browserlevel>
</w:worddocument>
</xml>< ![endif]--></p>
<p><!--[if gte mso 9]><xml>
<w:latentstyles DefLockedState="false" LatentStyleCount="156">
</w:latentstyles>
</xml>< ![endif]--><!--[if !mso]><object classid="clsid:38481807-CA0E-42D2-BF39-B33AF135CC4D" id=ieooui></object>



<style>
st1\:*{behavior:url(#ieooui) }
</style>

< ![endif]--><!--[if gte mso 10]>



<style>
 /* Style Definitions */
 table.MsoNormalTable
	{mso-style-name:"Tabella normale";
	mso-tstyle-rowband-size:0;
	mso-tstyle-colband-size:0;
	mso-style-noshow:yes;
	mso-style-parent:"";
	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
	mso-para-margin:0cm;
	mso-para-margin-bottom:.0001pt;
	mso-pagination:widow-orphan;
	font-size:10.0pt;
	font-family:"Times New Roman";
	mso-ansi-language:#0400;
	mso-fareast-language:#0400;
	mso-bidi-language:#0400;}
</style>

< ![endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">In Italia, c’è l’ingovernabilità, l’antipolitica e tutto quanto. Ma, si sa, noi abbiamo il baco antropologico, il guasto nazionale ereditario. La Francia, però, difetta di questo alibi. I francesi mica hanno patito vent’anni di fascismo, quaranta di democrazia cristiana, venti di berlusconismo e due mesi di Grillo. Essi si godono un presidente della Repubblica socialista e un governo a guida socialista nelle due camere dal maggio 2012. Inoltre Hollande, come ha ribadito fin dall’inizio del suo mandato, è un presidente <i style="mso-bidi-font-style: normal;">normale</i>, che non dice parolacce né urla ai microfoni. <span id="more-45421"></span>Tutto sembrerebbe quieto sul fronte della governabilità. Il progetto di legge sul matrimonio e l’adozione per tutti/e continua il suo iter parlamentare, nonostante le convulsioni della destra cattolica e l’occupazione delle piazze da parte di famiglie omofobe e per bene. Naturalmente, qualche incidente di percorso ha turbato l’attuale governo. C’è stato il caso dell’ex Ministro del Bilancio, Jérome Cahuzac, rivelatosi un evasore fiscale di tutto rispetto e un convinto spara palle di fronte al parlamento. Il solito fulmine a ciel sereno per i socialisti francesi, che sembravano usciti dalla lunga convalescenza del caso Strauss-Kahn. E un vero peccato, per una personalità così idonea ad un governo socialista in tempo di austerità e crisi. (Cahuzac non è stato solo un chirurgo estetico di successo, che ha creato con la moglie una clinica per impianti capillari, ma anche un brillante consulente di industrie farmaceutiche. Ed è forse in un contesto professionale così disinvolto, che è nata l’esigenza di mettere al riparo dalle tasse i propri copiosi guadagni.) D’altra parte, l’ombra del crimine finanziario e dell’evasione fiscale si prolunga sull’intero arco parlamentare, inclusa l’estrema destra lepenista, come risulta da alcune inchieste recenti. Hollande da presidente non solo normale, ma anche onesto – come gli si riconosce unanimemente – ha reagito con misure atte ad aumentare la trasparenza e il controllo sul patrimonio della classe politica, cominciando dai ministri del governo. Misure che se non potranno ristabilire una generale e definitiva onestà, si spera ritardino almeno l’insorgenza dell’antipolitica.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Quanto alla politica vera, quella che vola ben più alto di queste faccende d’ordine puramente morale, non sembra fornire al governo socialista particolari opportunità di successo. I sondaggi dicono che il Presidente è sempre meno amato dai francesi e, soprattutto, le statistiche indicano un tasso di disoccupazione prossimo al record storico del paese, toccato nel gennaio del 1997. A fronte di queste torve notizie, il 28 marzo Hollande ha deciso di giustificare in televisione gli esiti e gli obiettivi della sua politica. In tale occasione, la sua volontaristica fede nel sistema si è tradotta nella ripetizione frequente di formule apotropaiche quali “il nostro obiettivo è la crescita” o di metafore tecnocratiche quali “tutti gli attrezzi sono sul tavolo”. Si tratta, insomma, di preghiere laiche, che presuppongono il rito della buona manutenzione al fine di realizzare la salvezza produttiva ed economica del paese. Per consolidare la fede degli elettori, però, Hollande e il suo governo dovrebbero potersi appoggiare sugli officianti del rito, gli economisti in cattedra, scientifici e inappellabili. Ed è proprio questa alleanza che, in Francia, sembra essere oggi particolarmente fragile. I carismatici esperti di economia, di varie scuole e tendenze, stanno disertando in massa il fronte della produzione del consenso. In alcuni casi si tratta di una diserzione attiva e militante, come quella dei 630 firmatari del <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Manifesto degli economisti sgomenti</i>, pubblicato nel 2010 e venduto a 80.000 copie. Questi ultimi non cessano di ricordare che nessun autentico governo della crisi sarà possibile senza aumento della spesa pubblica e dei salari, ovvero senza una ridiscussione radicale dei vincoli del trattato europeo di stabilità. (Sul sito <a href="http://www.sbilanciamoci.info/"><i style="mso-bidi-font-style: normal;">Sbilanciamoci</i></a> è disponibile una versione e-book del loro ultimo lavoro, <i style="mso-bidi-font-style: normal;">L’Europa maltrattata</i><!--[if gte mso 9]><xml>
<w:worddocument>
<w:view>Normal</w:view>
<w:zoom>0</w:zoom>
<w:hyphenationzone>14</w:hyphenationzone>
<w:punctuationkerning></w:punctuationkerning>
<w:validateagainstschemas></w:validateagainstschemas>
<w:saveifxmlinvalid>false</w:saveifxmlinvalid>
<w:ignoremixedcontent>false</w:ignoremixedcontent>
<w:alwaysshowplaceholdertext>false</w:alwaysshowplaceholdertext>
<w:compatibility>
<w:breakwrappedtables></w:breakwrappedtables>
<w:snaptogridincell></w:snaptogridincell>
<w:wraptextwithpunct></w:wraptextwithpunct>
<w:useasianbreakrules></w:useasianbreakrules>
<w:dontgrowautofit></w:dontgrowautofit>
</w:compatibility>
<w:browserlevel>MicrosoftInternetExplorer4</w:browserlevel>
</w:worddocument>
</xml>< ![endif]--><!--[if gte mso 9]><xml>
<w:latentstyles DefLockedState="false" LatentStyleCount="156">
</w:latentstyles>
</xml>< ![endif]--><!--[if gte mso 10]>



<style>
 /* Style Definitions */
 table.MsoNormalTable
	{mso-style-name:"Tabella normale";
	mso-tstyle-rowband-size:0;
	mso-tstyle-colband-size:0;
	mso-style-noshow:yes;
	mso-style-parent:"";
	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
	mso-para-margin:0cm;
	mso-para-margin-bottom:.0001pt;
	mso-pagination:widow-orphan;
	font-size:10.0pt;
	font-family:"Times New Roman";
	mso-ansi-language:#0400;
	mso-fareast-language:#0400;
	mso-bidi-language:#0400;}
</style>

< ![endif]-->, che analizza gli effetti economici, sociali e politici dell’introduzione del “Fiscal compact”.) Ma in Francia sono davvero molteplici le figure che portano avanti anche in ordine sparso e non da una prospettiva esclusivamente marxista una critica delle istituzioni economiche europee e dei suoi presupposti ideologici: dai seguaci della decrescita a personaggi anomali come Paul Jorion, antropologo di formazione, o Emmanuel Todd, sociologo e demografo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">In conclusione, la manutenzione politica social-liberale della crisi – quella condotta da Hollande in Francia e quella che sogna il PD in Italia – pare sempre più difficile, per via degli elettori reticenti o protestatari, o per la dissidenza degli esperti in economia, che contribuiscono all’indebolimento del dogma liberista, o semplicemente per l’andamento della realtà sociale stessa, che scivola verso miseria e disoccupazione, e non verso il rilancio produttivo ed economico. Intanto, però, in Italia si può ancora sperare. Si può sperare che tutto dipenda solo da Grillo, come ieri dipendeva tutto da Berlusconi. Questo vale soprattutto per la sinistra istituzionale, che si appella al senso di responsabilità e di normalità, mirando a svolgere una buona manutenzione del disastro, e in forme ben educate, se l’atavico carattere italiano glielo permettesse. Forse, guardando al di là dalle nostre frontiere, appare più chiaro che non c’è buona manutenzione della follia e del sopruso che tengano. Dall’inizio di questa crisi cinque anni or sono, la civiltà capitalistica sembra non essere stata in grado di perseguire altro obiettivo che il prolungamento della propria agonia. Questo fatto non determina, d’altra parte, né la scomparsa della fede nei miracoli né la sicurezza che un qualche destino migliore ci attende a fine corsa.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2013/04/16/la-difficile-manutenzione-social-liberale/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;articolo 18: la vera posta in gioco</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/larticolo-18-la-vera-posta-in-gioco/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/larticolo-18-la-vera-posta-in-gioco/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 09:30:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[articolo 18]]></category>
		<category><![CDATA[licenziamenti]]></category>
		<category><![CDATA[luciano gallino]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[sergio chibbaro]]></category>
		<category><![CDATA[sindacati]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=41407</guid>

					<description><![CDATA[di Sergio Chibbaro Nella concitazione creata da una crisi bancaria rapidamente addossata ai cittadini, e in particolare ai lavoratori dipendenti, in Italia si è ritornati a parlare con vigore di flessibilizzazione del mercato del lavoro (ovvero di ulteriore facilitazione al licenziamento) e dell’eliminazione del famigerato art. 18 dello statuto dei lavoratori. Queste discussioni si svolgono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Chibbaro</strong></p>
<p>Nella concitazione creata da una crisi bancaria rapidamente addossata ai cittadini, e in particolare ai lavoratori dipendenti, in Italia si è ritornati a parlare con vigore di flessibilizzazione del mercato del lavoro (ovvero di ulteriore facilitazione al licenziamento) e dell’eliminazione del famigerato art. 18 dello statuto dei lavoratori. Queste discussioni si svolgono all’interno di un più ampio dibattito a livello europeo incoraggiato dai grandi gruppi finanziari e industriali e ripreso nelle varie istituzioni che di fatto li rappresentano a livello politico, BCE, Commissione Europea, FMI (la Troika). Interventi in tal senso sono già stati realizzati nei paesi ora più indeboliti, quali Spagna (riforma del 2010: Ley n. 35/2010) e Grecia.</p>
<p>Inizialmente, queste riforme sono state difese da Confindustria e accoliti in quanto considerate necessarie per liberare un mercato descritto come eccessivamente rigido, e la cui rigidezza incideva in modo esiziale sulle capacità economiche del paese. Prescindendo dal fatto che la flessibilità del lavoro non è mai stata dimostrata essere un fattore né di crescita né di miglioramento della qualità della vita (almeno sul medio-lungo termine), questo quadro è smentito dai fatti e dai dati. La visione dei paladini del licenziamento è talmente grottesca e irrispettosa del dramma inflitto alla vita di migliaia di persone licenziate negli ultimi anni (senza che in alcun modo essi avessero una qualche colpa nel cattivo andamento economico) che anche gli ideologi più estremisti stanno cautamente abbandonando questa strada. Luciano Gallino (uno dei pochissimi studiosi con una certa visibilità rimasti a difendere la verità e i diritti dei lavoratori) ha descritto argutamente e in maniera stentorea, con chiare cifre, questa situazione in due recenti articoli su Repubblica (L. Gallino, I paladini dei diritti cancellati — 31 ottobre 2011; Licenziamenti falso problema — 05 gennaio 2012). Per essere più precisi ed esaustivi, ci si può riferire a documenti redatti da studiosi di diritto anche in merito all’annosa questione del “contratto unico”, e in particolare il <em>Seminario ELLN di Francoforte sul licenziamento individuale in Europa: una sintesi a cura dell&#8217;ufficio giuridico CGIL</em> che si può trovare in rete. Nella sintesi si sottolinea con chiarezza che l’Italia è uno dei paesi più flessibili d’Europa, superata praticamente solo dalla Danimarca (perciò presa a campione come modello d’eccezione). L’Italia risulta addirittura caratterizzata da un mercato del lavoro più aperto di paesi quali l’Ungheria, Repubblica Ceca e la Polonia! Dunque, la diffusa convinzione che quello italiano sia un regime iperprotettivo è totalmente smentita dai dati dell’OCSE; nonché dal licenziamento perentorio di centinaia di migliaia di lavoratori a causa di motivi economici avvenuti in questi ultimi anni. Questo spesso a fronte di enormi benefici per gli azionari alla fine dell’anno, sovente ottenuti proprio grazie ai licenziamenti.</p>
<p>La nuova tattica per ottenere l’eliminazione dell’art. 18 consiste nel sottolineare come tale articolo sia di fatto utilizzato in pochissime vertenze giudiziarie e sia un unicum italiano. Questi due punti sono stati drammaticamente integrati anche da parte del centro-sinistra.</p>
<p>Il secondo punto è semplicemente falso. In altri paesi europei il lavoratore può chiedere al giudice di reintegrarlo nel posto di lavoro a seguito di un giudizio “sommario” di bilanciamento degli interessi in gioco (così in Germania e, in termini simili, in Austria, Grecia, Belgio e Irlanda). In molti altri paesi questo non è possibile, ma delle tutele speciali sono previste contro il licenziamento illegittimo. Si legga la sintesi del seminario CGIL per informazioni più precise.</p>
<p>Il primo punto è più sottile. E’ vero che in pochi casi si fa riferimento all’articolo 18 in cause tra lavoratori e imprese e che talora, in Italia come all’estero, il procedimento di può concludere ugualmente con un indennizzo anche qualora il reintegro sia formalmente possibile. Ciò che si rileva, in realtà, è <strong>la funzione di deterrente </strong>che la sanzione della reintegrazione prospetta: e questa non appare diversa in Italia rispetto agli altri paesi che la prevedono. Al contrario ciò che è anomalo in Italia è la soglia che caratterizza le piccole imprese, la quale risulta ben troppo elevata: 15 dipendenti, cifra basata sullo stabilimento e non sull’intera impresa. Negli altri paesi questa soglia è o assente o molto inferiore, per esempio in Francia è 10, considerando l’impresa. Del resto, se veramente l’art. 18 non fosse che un orpello ideologico del sindacato vuoto di senso, perché tanto accanimento nel volerlo eliminare?</p>
<p>Riassumendo, le imprese in Italia hanno la possibilità di assumere in un mercato del lavoro tra i più flessibili dell’occidente, in cui il ricorso a contratti atipici è la regola dall’approvazione della cosiddetta “legge Biagi” 2003. I licenziamenti si fanno in maniera massiccia, sia grazie alle inesistenti coperture di legge sui contratti atipici, sia grazie ai motivi economici, veri o presunti tali.</p>
<p>Perché allora le istituzioni finanziarie, la Confindustria e i loro rappresentanti politici (governo Monti) continuano a martellare sulla necessità di eliminare l’articolo di 18?</p>
<p>Ecco la risposta. Una sola cosa, sostanzialmente, non è ancora possibile nella giungla del lavoro italiano,<strong> licenziare individualmente</strong>: nome e cognome.</p>
<p>E’ vero che questo <em>grande passo in avanti</em> sarebbe possibile grazie a quell&#8217;obbrobrio giuridico che è il famigerato art. 8 inserito nella c.d. manovra-bis di agosto (in tal senso, si veda il sempre lucido L. Gallino che riassume l’effetto di questo articolo con “<em>A ben vedere, il legislatore poteva condensare l&#8217;intero articolo 8 in una sola riga che dicesse &#8220;i contratti collettivi nazionali sono aboliti e con essi tutte le norme concernenti il diritto del lavoro</em>&#8221; in “Come abolire il diritto del lavoro”, Repubblica 5 settembre 2011; si veda anche “La minaccia dell’articolo 8” Repubblica 15 settembre 2011). Tuttavia, tale norma rimane solo una bomba a orologeria, in quanto il suo impatto dipende dall’attuazione che di esso ne verrà data nelle singole aziende e nei singoli contesti territoriali. E le parti sociali con l’accordo del 21settembre 2011 hanno escluso di volere attuare la norma proprio in relazione a tale materia.</p>
<p>Quindi per il momento le aziende non possono licenziare tranquillamente un singolo individuo perché “rompiballe”, senza il timore di rivederselo tornare reintegrato da un bieco giudice. Questo è quanto è successo, per esempio, nel famoso caso dei tre operai sindacalisti dello stabilimento FIAT di Melfi. Si comprende allora il vero interesse intorno a tale questione. Pur in un momento di globale crisi della classe lavoratrice, con un arretramento continuo e, per ora, inesorabile delle condizioni di vita e di lavoro, alcuni sindacati e alcuni sindacalisti tentano di difendere quel poco che rimane dei diritti dei lavoratori e aiutano i loro compagni a non piegarsi ai diktat delle aziende.</p>
<p>Eliminando l’art. 18, le imprese potranno finalmente “dar sfogo alla loro turpe voglia” e licenziare in tronco tutti gli operai ritenuti indomiti (sindacalizzati e non) per poi attuare una dura politica antisindacale; come del resto fanno le grandi aziende europee quando si trasferiscono in paesi dalla legislazione più arretrata, quali gli Stati Uniti. In tal modo avranno stroncato ogni tipo di residuale opposizione alla loro politica neo-schiavistica e la regressione a condizioni di lavoro da inizio 1900 sarà finalmente ultimata. Probabilmente con il plauso del Pd.</p>
<p><em>(Sergio Chibbaro è &#8220;Maître de conférences&#8221; all&#8217;Università &#8220;Paris 6&#8221;, e è delegato della Confédération Générale du Travail, CGT)</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/larticolo-18-la-vera-posta-in-gioco/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>10</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Progressismo e sottocultura</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/12/08/progressismo-e-sottocultura/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2010/12/08/progressismo-e-sottocultura/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 15:30:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[guy debord]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Lenzini]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[massimiliano panarari]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[Quaderni rossi]]></category>
		<category><![CDATA[situazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[società dello spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[sottocultura]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
		<category><![CDATA[videocrazia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=37443</guid>

					<description><![CDATA[di Luca Lenzini “Dove sono stati per tutto questo tempo i progressisti?” La domanda posta da Massimiliano Panarari a p.122 di L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip (Einaudi) riguarda l’ultimo trentennio di storia patria, e merita attenzione. Secondo l’autore, docente di “analisi del linguaggio politico” all’università, quel periodo ha visto il trionfale instaurarsi nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Lenzini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Cadillac-Drive_In.jpg"><img loading="lazy" title="Cadillac-Drive_In" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Cadillac-Drive_In-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a></p>
<p>“Dove sono stati per tutto questo tempo i progressisti?” La domanda posta da Massimiliano Panarari a p.122 di L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip (Einaudi) riguarda l’ultimo trentennio di storia patria, e merita attenzione.</p>
<p>Secondo l’autore, docente di “analisi del linguaggio politico” all’università, quel periodo ha visto il trionfale instaurarsi nel corpo sociale della sottocultura dell’intrattenimento e del gossip, funzionale all’“episteme della contemporaneità postmoderna” (p.9): diffusa in modo molecolare attraverso i media e coerente con il progetto reazionario del “pensiero unico neoliberale” ovvero del “fondamentalismo di mercato” (p.5), per Panarari essa ha saputo conquistare quegli ampi strati della popolazione che la sinistra non è stata più capace di coinvolgere, a partire dagli anni ottanta, e che perciò dell’ideologia neoliberista – con il suo corredo di individualismo, darwinismo sociale e primato assoluto dell’economia – hanno subito l’incontrastata egemonia.</p>
<p><span id="more-37443"></span>Nel nostro paese, in questa prospettiva la data di svolta non è il 1989, bensì il più prosaico 1983: l’anno in cui, sulla rete privata Italia 1, andò in onda la trasmissione Drive In, a cui il libro dedica diverse pagine. Ora, si dirà che identificare in un programma televisivo il momento di una rottura epocale equivale a scambiare gli effetti con le cause (e per di più in chiave localistica); ma il libro di Panarari non è un saggio di storia contemporanea, quanto un pamphlet – lo dimostra con evidenza il linguaggio, fin troppo mimetico rispetto al gergo mediatico-modaiolo il cui background ideologico è sottoposto a critica – e, come tale, si muove per schemi polemici finalizzati a promuovere un dibattito, a provocare la riflessione su un tema che non è affatto di solo costume, ma tocca l’oggi e il futuro stesso della sinistra (non a caso nell’Epilogo è chiamata in causa direttamente l’attuale leadership del Partito democratico). Gli si possono concedere, quindi, alcune ruvide semplificazioni o approssimazioni, come il troppo rapido consuntivo delle vicende del Partito comunista italiano (e della cultura della sinistra italiana in genere); mentre assai più efficaci (e condivisibili) sono le parti dedicate all’analisi dei singoli programmi, da Striscia la notizia ad Amici e via dicendo, che costituiscono i bracci armati della vincente sottocultura. Del resto, non mancano i contributi in grado di confermare il quadro delineato da Panarari sul ruolo centrale giocato dai media nella storia recente del nostro paese (anzi forse ce ne sono fin troppi).<br />
In base all’interpretazione proposta da L’egemonia sottoculturale, che mette in primo piano, come recita il risvolto editoriale, la “costruzione del nostro immaginario contemporaneo”, Drive In è la spia o il sintomo locale di un progetto globale, che fuori d’Italia prendeva piede negli anni di Reagan e Thatcher, ma che poi si distingue, da noi, per alcuni fenomeni specifici e porta infine a rovesciare il senso della egemonia gramsciana. Se quest’ultima, in quanto progetto politico, vedeva negli intellettuali i portatori di “un’ideologia liberatoria e di emancipazione che potesse innescare la rivoluzione, una visione con ambizioni altissime, universali, in grado di sgombrare le teste degli individui dalle ‘idee spontanee’, corrispondenti in realtà al software che vi era stato introdotto lungo i secoli e i decenni, e vi si era sedimentato e stratificato al punto da dare la sensazione che così andassero, da sempre, le cose” (p.16), ecco che con l’avvento della dilagante sottocultura la funzione degli intellettuali è “scaltramente recuperata e reinventata” (p.129) per fare di essi gli agenti di una “distrazione di massa” che veicola la visione essenzialmente cinica della società propria del Pensiero Unico, società in cui la disuguaglianza è appunto una di quelle cose che vanno così “da sempre” (e in realtà si amplifica a dismisura, a livello planetario). Non più emancipazione, ma adesione ai palinsesti del potere dominante, in una versione aggiornata (o “ironica”) del “panem et circenses” (p.68): la libertà è ormai solo quella del Mercato e del Consumo e l’emancipazione, semmai, consiste nel poter fruire dello spettacolo serale delle procaci “ragazze-fast food”, aspirare a un quarto d’ora da divo o più semplicemente poter irridere senza complessi coloro che hanno avuto una sorte peggiore della propria.<br />
L’occhio di Panarari è rivolto agli intellettuali e agli operatori culturali che in questo rovesciamento hanno svolto un ruolo di primo piano, inaugurando una Modernità il cui luccichio fin dall’inizio è sotto il segno del trash. Finalmente distanti sia dai modelli tradizionali proposti dall’establishment conservatore (cattolico e pre-catodico), sia da quelli di una sinistra in cronico ritardo, ancorata alla cultura crocio-gramsciana e capace sì di amministrare città e regioni, ma non di padroneggiare in senso innovativo gli strumenti dei media, a cui la nuova stagione delle tv private apriva (in Italia) territori inesplorati, i prodotti della sottocultura che spiazza e rimpiazza la seriosa, noiosa e statalizzata cultura della società vetero-televisiva vengono confezionati da una “pattuglia” di “inventori (e pensatori) italiani di Tv” (p.59) la cui genealogia culturale è fatta risalire al Situazionismo (che ufficialmente nasce nel ’58, in quel d’Imperia, per poi svilupparsi soprattutto in Francia, ma non solo, intorno al Maggio). E qui il discorso – chiaramente esplicitato sin dalla Premessa eroicomica (pp.4-5) – si fa interessante e paradossale, perché se tali sono le origini dei nuovi “pensatori di Tv”, ci troviamo di fronte a un ambito politico e di pensiero dichiaratamente di sinistra e consapevolmente sovversivo (di colorazione anarchica), erede delle Avanguardie storiche, che diventa lo strumento di una restaurazione in piena regola.<br />
Il legante di ordine teorico e concettuale tra i Situazionisti veri e propri e le loro propaggini post-moderne e peninsulari di fine secolo non è tuttavia l’oggetto di L’egemonia sottoculturale, che si concentra sull’operazione psicosociale dispiegatasi a partire dagli anni ottanta (a p.123 si parla di “guerra psichica”) e giunta a piena fioritura con le due cooperanti Fini, delle Ideologie e della Storia, motivi ipnotici il cui stretto rapporto con la manipolazione dei media è giustamente sottolineato da Panarari (p.127). Nel libro viene comunque evidenziato come il capitale di conoscenza critica sulla “società dello spettacolo” fornito dai padri ribelli sia messo a frutto dai brillanti successori nostrani per confezionare spettacoli “carnevaleschi” (p. 68) e parodie (p. 69) capaci di sedurre e vellicare i gusti del pubblico televisivo, usando spregiudicatamente la “bassa cultura” in ordigni mediatici che presuppongono lo sguardo disincantato del lucido manipolatore. In proposito è lecito avanzare qualche riserva: non tanto sulla frequentazione, da parte della “pattuglia”, dei testi dei Situazionisti storici, e nemmeno sulla spregiudicatezza dell’operazione, quanto sul fondamento storico-culturale dell’approccio “parodico” e “carnevalesco”, che appartiene a una tradizione di lunga durata, e quindi a una zona ben più ampia e collaudata della Modernità. E più in generale, è davvero così imprescindibile l’apporto dei Situazionisti per ribaltare il progetto di emancipazione che fu di Gramsci (e prima di lui, di numerosi altri), o appunto di ciò i professionisti della distrazione si sono da sempre occupati? Ma accettiamo senza ulteriori cautele il discorso di Panarari: chi sono, allora, gli scaltri e tralignanti eredi di Debord e Vaneigem?<br />
Tralasciando soubrettes, divetti e entertainers di vario ordine e grado, i “pifferai magici al servizio dell’egemonia sottoculturale” (p.9) sono indicati da Panarari in alcune figure esemplari: Antonio Ricci, Carlo Freccero, Alfonso Signorini, tutti ideatori e promotori di trasmissioni e pubblicazioni di largo successo (naturalmente al servizio del “Cavaliere”: di chi altro?). Pare, per inciso, che qualcuno degli interessati si sia risentito, a leggere il libro: ma non si capisce perché, a ben vedere, essendo loro complessivamente accordato, nelle pagine dell’Egemonia sottoculturale, un’importanza e uno spessore culturale persino eccessivi, per chi ha lavorato esclusivamente di seconda o terza mano e sfruttato elaborazioni critiche di almeno trent’anni prima. Nondimeno, essi restano senz’altro personaggi assai significativi del mutamento e del crinale storico di cui si occupa il libro, e un ampio numero di esponenti della stessa generazione (ognuno ne conosce qualche dozzina, famosi o meno, assessori o meno) ha condiviso i redditizi sviluppi dell’“episteme della contemporaneità postmoderna”: non conta quindi il cocktail di disinvolte banalità e aggiornati luoghi comuni che i Freccero e i Ricci, nelle interviste o negli interventi in qualità di esperti della “comunicazione”, hanno dispensato e continuano a dispensare; contano, invece, l’operazione culturale e l’armamentario ideologico che ne costituisce (non senza dosi omeopatiche di Foucault, Deleuze o Baudrillard) il lievito fondante e pervasivo, capace di attrarre soprattutto i giovani (l’ampliamento costante del target in tal senso è strutturale nella società di massa, e gioca un ruolo decisivo). Conta il bilancio finale, per cui l’elemento “liberatorio” e il dominio, la finta trasgressione e la corruzione vanno a braccetto.<br />
È a questo punto che si può tornare alla domanda citata all’inizio: “Dove sono stati per tutto questo tempo i progressisti?” Panarari risponde che la Sinistra non c’era e se c’era, dormiva (“ma non il sonno dei giusti”), oppure “condivideva responsabilità poco commendevoli” (p.123). Non molti anni fa, a chi avesse discusso di Sinistra e di Progressismo in termini così generici, senza distinguo e precise pezze d’appoggio, non sarebbero mancati aspri rimproveri: i tomi con le diatribe storiche e ideologiche sui due ambiti occupano, in effetti, intere biblioteche. Quelle biblioteche, però, sono state sommerse dai detriti del Crollo del Muro, e se un libro che sin dal titolo si richiama a Gramsci può identificare tout court Sinistra e Progressismo e allo stesso tempo sperare, a buon diritto, in un rinnovamento della cultura che renda ognuno “protagonista della propria esistenza secondo un sistema di valori che non si fondi sull’individualismo selvaggio e la dittatura del consumo” (p.130), è perché la rimozione è stata così vasta da seppellire qualsiasi alternativa, e da far sì che il presente rimodelli il passato a sua immagine e somiglianza. Proprio questo, anzi, rappresenta il vero successo di quel che Panarari chiama la “congiura” dei “conservatori” (pp.122-123), necessario risvolto dell’affermazione capillare del Pensiero Unico e della visione aziendalistica del mondo. Di nuovo, però, restiamo al tema, e mettiamo meglio a fuoco l’osservazione secondo cui la Sinistra Progressista (ovvero, “di governo” e “riformista”) ha condiviso con i propri avversari “responsabilità poco commendevoli”.<br />
Il discorso, qui, sarebbe lungo e il catalogo assai ricco di titoli (vedi “liberalizzazioni”, “privatizzazioni”, “scuola e università”, “guerra umanitaria”…), e lo stesso Panarari non nasconde di essersi espresso in termini eufemistici. Non ha invece il rilievo che merita, nel libro, l’annotazione secondo cui si è data in Italia una “Bicamerale dell’immaginario televisivo” (p.93): una verità per nulla scontata né di ordine incidentale. Come non è certamente casuale né secondario che della pattuglia le cui gesta hanno allietato i nostri uggiosissimi anni (tra Balcani, Golfo, Cecenia, Twin Towers, Afghanistan, Gaza e tanti altri reality di consumo globale) non facessero parte i soli Freccero e Ricci, ma anche, come ricorda l’autore (p.59), Enrico Ghezzi e Marco Giusti, i numi tutelari della programmazione colta di Rai 3, “la rete più sperimentale” (ibidem) del bistrattato “servizio pubblico” (in quanto tale, almeno in Italia, rigorosamente lottizzato). Si noti bene: nel capitolo La controrivoluzione televisiva Panarari cita Il processo del lunedì (1980) di Aldo Biscardi come il programma che, appunto su quella rete, “allo scoccare del fatidico decennio (…) legittimava in maniera solenne (…) gli animal spirits del tifo calcistico” (pp.24-25). Vale qui ricordare che precisamente dal calcio ebbe inizio l’irresistibile pubblica ascesa di Silvio Berlusconi? Il passaggio è esemplare, in quanto fa da apripista a tutta una serie di analoghe operazioni, fondate sul principio così descritto da Panarari: “Stop a sensi di colpa superflui e fuori luogo, il Super-Ego è mio e me lo gestisco io, e quindi via libera alla visione di qualsiasi prodotto televisivo mi aggradi” (p.25). Il gergo è intenzionalmente “sessantottesco”, e infatti una delle tesi del libro è che “il neocapitalismo ha trasformato in pulsione irrefrenabile al consumo e in bisogno di affermazione (più o meno vitalistica) a ogni costo” per l’appunto “il nostro desiderio illimitato, sdoganato e celebrato dal Sessantotto” (p.126): dove, per inciso, l’interpretazione della cesura rappresentata da quel momento storico coincide con la versione (interessatamente parziale, ma non senza legittimazioni da sinistra) che ne viene data dal qualunquismo conservatore; ma il punto, in chiave mediatica, è che nella nuova edizione del Nazional-Popolare lo sdoganamento dell’“Arcitaliano” – nel senso precisato nel libro: del ragionier Fantozzi di Paolo Villaggio (p.25), indiscusso alfiere del trash –, poteva sfruttare la scia dei programmi di larghissima audience del monopolio televisivo per aggiungervi (decisivamente) il format processuale, sbracato-pluralista, destinato a straordinarie fortune negli anni successivi.<br />
Questo è tuttavia soltanto un lato della medaglia, in quanto la sperimentazione della Sinistra Televisiva non si è mossa su un solo terreno: mentre con Biscardi si puntava al bersaglio grosso, inseguendo miti e passioni di larghissimo consumo, l’altro filone che caratterizza la produzione di Rai 3 è quello colto-ironico che, oltre a patrocinare la “satira”, ha la sua espressione più efficace e giustamente famosa in Blob (1989): programma che, scrive Panarari, “si avvale direttamente della tecnica debordiana del détournement, ossia del recupero di materiali culturali e del loro reindirizzamento verso un fine differente da quello di partenza” (p.59). Infatti Blob (titolo di un film di dozzinale fantascienza del ’58, sottotitolo Il fluido mortale) riassume in sé, come un manifesto o forse, più propriamente, come un’allegoria, il duplice sperimentalismo di Rai 3: la melassa invadente (la “bassa cultura”) trattata con ironia, e l’ironia condannata a convivere per sempre con la melassa, che infine tutto – alto e basso, sotto e sopra, kitsch e cult – senza scampo avvolge e travolge. Ed anche qui, all’operazione arride il successo: in pochi anni lo “share” del Terzo canale Rai passa dal due al dieci per cento. Sono gli anni (1987-1994) della direzione di Angelo Guglielmi, personalità per nulla assimilabile – lui proveniente dalle fila del Gruppo 63 e della cosiddetta Neoavanguardia – alle grigie eminenze del sottogoverno o dell’ingessato giornalismo che prima avevano occupato le poltrone dirigenziali della televisione di stato (durante la sua direzione sono prodotti Quelli che il calcio, La TV delle ragazze, Avanzi, Samarcanda, Blob, Telefono giallo, Mi manda Lubrano, Chi l’ha visto? e Un giorno in pretura). Che nel libro di Panarari non se ne parli, stupisce assai e fa pensare che lo strapotere del trash e l’annesso primato spettacolare delle reti private abbiano finito per mettere in ombra, nella prospettiva del critico, il ruolo e il progetto di una parte tutt’altro che trascurabile della Sinistra erede del partito di Gramsci. Il fatto che quella Sinistra si presentasse (e tuttora si presenti) attraverso un canale pubblico e ufficialmente appaltato all’Opposizione va letto in stretto parallelo con il vittorioso affermarsi della “congiura” sul versante delle tv commerciali, il cui appeal pseudo-emancipante era molto più funzionale al “nuovo ordine” fondamental-liberista – o meglio “neoliberalista”, secondo l’importante correzione di Luciano Gallino, p.5 – ormai diventato ideologia di massa: la dialettica che s’instaura tra i due poli tende infatti alla legittimazione reciproca, ma alla parte “statale” tocca la carta perdente proprio perché situata nel blocco conservatore, connotato nel senso della “vecchia politica”. Dir questo non significa, però, equiparare semplicisticamente l’operazione culturale tentata dalla Sinistra al “colpo di stato perfetto, soft e postmoderno” (p.4) dell’ideologia trionfante, né sottovalutarne l’importanza, quanto piuttosto rimarcarne i limiti, le complicità e le debolezze costitutive.<br />
La sinistra non dormiva: guardava la televisione. L’enfasi esclusiva posta da Panarari sui mass-media ripete la centralità e insieme riflette specularmente, in chiave critica, l’appiattimento del discorso (non solo teorico ma fattuale) del riformismo post-comunista e (per l’appunto) progressista su forme e contenuti della “modernizzazione”. All’esclusività dell’attenzione rivolta ai media qui corrispondono zone sempre più vaste di rimozione, alla cui riuscita contribuisce non poco l’entusiasmo dei neofiti che cercano una sanzione pubblica del proprio disincantato superamento delle arcaiche, deprimenti ideologie del Secolo Breve: l’identificazione del fronte dei mass-media come l’unico decisivo consente, d’altronde, di saldare la vecchia concezione “dall’alto” della politica (intesa come lotta per il Potere) con i nuovi strumenti di manipolazione e mistificazione della sfera pubblica, in una spirale di auto-accecamento che toglie il terreno sotto i piedi a una vera pratica riformista. Così mentre la società cambiava in profondo, mentre il lavoro si trasformava e con esso le forme dello sfruttamento, mentre la democrazia italiana assumeva tratti per un verso sudamericani (vedi l’origine argentina della P2), e per un altro inseguiva confusamente la caricatura del modello statunitense, la sinistra non trovava di meglio che farsi complice preterintenzionale dei propri avversari. Neanche il fenomeno che nell’Egemonia sottoculturale è visto come proprio dell’ambito televisivo, l’opinionismo, è stato infatti un’invenzione dei congiurati di destra, bensì uno dei prodotti di punta del Progressismo: la patria dei “fast thinkers” (per sfruttare la citazione di Panarari da Pierre Bourdieu), in altre parole degli “intellettuali produttori di idee precotte e confezionate, da consumare velocemente come in un fast food” (p.116), non sono soltanto i salotti televisivi; anzi essi, con la loro mimica del conflitto, sono il corrispettivo “animato” di quanto viene quotidianamente offerto (e sempre più “gridato”) sulla stampa. Anche in questo la Sinistra ha svolto una funzione di aggiornamento a cui solo in un secondo tempo la Destra italiana, attardatasi a lungo su moduli legati a vecchi schemi di comportamento, ha finito per adeguarsi.<br />
Opinionismo, intrattenimento, gossip e quant’altro non sono, del resto, fenomeni locali, né recenti. Nonostante nel suo libro il contesto globale e la circostanza storica in cui tutto ciò si colloca sia indicato a chiare lettere in apertura – cioè il momento di “sbarazzarsi (da parte dell’‘establishment’ obbediente alle ‘élite’ e alle ‘superclassi’) del vecchio compromesso socialdemocratico e dello Stato sociale”, p.5 – l’ottica prevalentemente nazionale di Panarari finisce per evitare alcune scomode domande: per esempio, in quanti paesi le varie sinistre hanno saputo proporre un uso dei media, e in particolare della televisione, tale da opporsi validamente a quella che egli chiama Sottocultura? Quante emittenti si sono dimostrate capaci di fornire un’informazione non conforme agli standards e ai format spacciati su scala globale? E non è forse vero che le eccezioni positive si sono date per lo più nell’ambito dei “servizi pubblici” meno condizionati dalle partitocrazie? Quest’ultima osservazione dovrebbe pur indurre a qualche ragionamento, e magari a ripensare la nozione stessa di Sottocultura (si ricordi la Teoria della Halbbildung di Adorno, 1959, di recente riproposta da Giancarla Sola per Il Melangolo). A farla breve: poco c’entra, in questa storia, il sonno della ragione che genera mostri evocato da Panarari (p.123), e c’entra molto di più, invece, l’assenza di un progetto riguardante la società nel suo complesso, così come la mancata riflessione su cosa esattamente sia la democrazia nell’era dei media: di qui, l’adesione ai modelli dell’avversario con l’ingenua pretesa di volgerli a proprio vantaggio, insediandosi negli spazi concessi e accettando come naturali la pratica della spartizione e del compromesso. Alla caduta del Muro, era già troppo tardi: il Pensiero Unico non aveva rivali e nemmeno veri interlocutori, ma solo cauti produttori di sfumature, lodatori del tempo andato e ilari liquidatori dell’eredità di qualche secolo di lotte per l’uguaglianza. Non sarà unicamente per questo che la deriva del liberismo ha finito per travolgere i progressisti, ma parlare di “congiura” – espressione usata da Panarari con giudiziosa riserva – può essere un modo per non approfondire le ragioni e i micidiali sviluppi di un fallimento tanto vasto quanto pericoloso, che ha riaperto le porte alle forme più arcaiche di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.<br />
Non è davvero il caso, pertanto, di farsi prendere in giro dai nipotini dei Situazionisti e dai loro trucchi da apprendisti stregoni, assai meno originali di quanto dica la leggenda. Una volta riconosciute le complicità come i meriti (quando ci sono: per esempio il giornalismo d’inchiesta di ambito Rai, che ha una sua solida tradizione), sarebbe più istruttivo rivisitare gli scenari storici offerti dal secolo trascorso, traguardando dal crinale attuale gli altri crinali della nostra eternamente incompiuta, feroce e tragica modernizzazione. Omettendo l’apporto del nostranissimo Fascismo, tra l’epoca di “Politecnico” (“nata nel 1945 e defunta nel giro di poco, nel 1947, lasciando un segno tuttavia rilevante”, scrive en passant Panarari, p.18) e quella di Drive in, un passaggio cruciale è negli anni sessanta, l’epoca del primo Neocapitalismo: è lì che alcuni dei nodi ideologici di fondo sul tema dello “sviluppo”, sulla “industria culturale” e sul riformismo affiorano e s’intrecciano in modo esemplare tra equivoci, intuizioni e contraddizioni tuttora irrisolte (chi oggi volesse farsi un’idea tanto delle qualità che dei limiti del progetto progressista italiano in materia di Comunicazione, può farlo rileggendo Apocalittici e integrati di Umberto Eco, 1965, assai più influente per la Sinistra in questione che non Debord). A quegli anni risale anche un’altra ambigua e interessata rimozione, operata da sinistra mediante la citazione a titolo di aristocratico e nichilista rifiuto del progresso: quella del pensiero critico e di tutta una straordinaria tradizione di pensatori che aveva vissuto l’avvento della società di massa e visto dispiegarsi la potenza dei media, tra l’Europa degli anni trenta e gli Usa dei quaranta e oltre; non solo la Scuola di Francoforte ma Simmel, Kracauer, Benjamin, Arendt, Anders e numerosi altri, molti dei quali allenati a lavorare in équipe, soggetti di un lavoro collettivo che si sviluppò a stretto contatto di insigni istituzioni capitalistiche e all’interno di non meno famose imprese statunitensi. Se si prova a pensare a qualcosa di analogo, in Italia, bisogna fare i casi di esperienze tra loro diverse, ma entrambe ignorate o addirittura ostracizzate dalla sinistra ufficiale: il lavoro intellettuale svolto nell’ambito di “Comunità” e della Olivetti, e quello del gruppo di “Quaderni Rossi” di Renato Panzieri. In questo senso, va preso sul serio l’appello conclusivo del libro di Panarari a riabilitare la funzione degli intellettuali (“coloro la cui sola esistenza desta la reazione rabbiosa e la bava alla bocca del neopopulismo che si è pesantissimamente insinuato nel corpo sociale nazionale”, p.128); ma non basta ora, come non è mai bastato, saper fare “in maniera capace e creativa il (…) lavoro di inventori di architetture simboliche alternative a quelle vittoriose e tracotanti dell’egemonia sottoculturale” (p.130). Più che alle architetture (e alle “narrazioni” tanto di moda), è alle fondamenta che si deve lavorare, nei luoghi visibili e invisibili dove i segni della contraddizione vanno conosciuti e interpretati ex novo, lontano dalle abbaglianti locations del potere e dai suoi giullari di destra e sinistra, così simili tra loro.<span id="_marker">  </p>
<p><em>[pubblicato su &#8220;Lo straniero&#8221;, N. 126-127, dicembre-gennaio 2010/11]</em></span></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2010/12/08/progressismo-e-sottocultura/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>21</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Uguaglianza for dummies</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/09/27/uguaglianza-for-dummies/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2010/09/27/uguaglianza-for-dummies/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Sep 2010 05:55:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[uguaglianza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36733</guid>

					<description><![CDATA[di Christian Raimo Mentre Berlusconi nella sua maschera di lifting e biacca che gli riduce gli occhi a due fessure e lo fa assomigliare sempre di più a una parodia di un imperatore del terzo secolo dopo Cristo, a un trimalcione sessuomane, a un fratello vecchio di Lele Mora, a Jabba the Hutt di Star [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/documenti.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/documenti-150x150.jpg" alt="" title="documenti" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-36734" /></a></p>
<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Mentre Berlusconi nella sua maschera di lifting e biacca che gli riduce gli occhi a due fessure e lo fa assomigliare sempre di più a una parodia di un imperatore del terzo secolo dopo Cristo, a un trimalcione sessuomane, a un fratello vecchio di Lele Mora, a Jabba the Hutt di Star Wars, va alle feste dei giovani e dice: “Diffidate da coloro che non vi fanno ridere” (i leader di sinistra), raccontando una barzelletta su Hitler redivivo che ci lasciava gelidi già vent’anni fa, la prima volta che l’abbiamo sentita; mentre sul suo settimanale di famiglia Chi tra agosto e settembre, sono usciti due profili agiografici di Piersilvio e Marina, ossia di quelli che sembrano davvero (in nome di una dawkinsiana conservazione del gene egoista) i futuri candidati premier del Pdl, corredati da foto a petto nudo e – notare bene – un paio di schede del papirologo Aristide Malnati che così commentava le immagini dei corpi palestrati: “Selvaggia bellezza a cavallo di una tecnologica moto d’acqua tra le acque cristalline di Bermuda ricorda Galatea, la più bella fra le Nereidi, dalla pelle bianco latte” (Marina) e “Il suo fisico da atleta ricorda Achille, il famoso eroe greco, un semidio invidiato dagli umani e temuto dagli dei. A capo del popolo dei mirmidoni, si distinse per imprese epiche, che culminarono con il trionfo sul rivale Ettore a Troia” (Piersilvio); mentre all’interno del patto di sindacato del Corriere della Sera acquista sempre più potere il padrone di cliniche filo-berlusconiano Giuseppe Rotelli, e ogni tanto sulle pagine del Corsera si possono trovare interviste come quella a Marina Berlusconi del 10 settembre che si scaglia contro gli eroismi a tassametro (di Vito Mancuso) e rivendica un ruolo per sé da manager che sta salvando l’Italia; mentre insomma pare sempre di più che gli ultimi fuochi di questo reame di tycoon de’ noantri non saranno gli ultimi, cosa fa la sinistra? Scrive documenti.<span id="more-36733"></span></p>
<p>Nelle ultime settimane (dopo la breve moda delle lettere) ne sono usciti un bel po’. Se ve li siete persi e avete un pomeriggio libero, potete rimettervi in pari e recuperarli in rete o in libreria: c’è il discorso finale di Bersani alla festa democratica, c’è il manifesto dei “giovani turchi” intitolato Tornare avanti, c’è il documento dei 75 della non-siamo-una-corrente di Veltroni, è appena uscito il libro di Sergio Chiamparino per Einaudi, La sfida; e ne seguiranno a breve degli altri, è abbastanza prevedibile.</p>
<p>L’aspetto comune più evidente a tutti e quattro (facciamo anche quattro e mezzo, se ci mettiamo il discorso di Fini a Mirabello, che per tempi e forme assomiglia molto a un proclama d’opposizione al governo) è proprio l’aver preso atto dell’oscurarsi ulteriore dei tempi bui, e quindi la convergenza delle analisi: il momento che stiamo vivendo, si dice e si scrive, non mostra solo i tratti di una crisi di maggioranza, ma lo stadio terminale dell’età berlusconiana. Ergo, in una specie di gara d’enfasi per descrivere l’apocalissi imminente, si cita ovunque come immagine simbolo del disgusto per questo impero in sfacelo il recente circo di Gheddafi, e si parla di crisi di sistema, di crisi conclamata, di crisi strategica, di crisi antropologica, di crisi arrivata a un punto di non ritorno&#8230;</p>
<p>In questo senso, ma quindi per fortuna, la discussione politica a sinistra sta provando a fare un salto di livello, pur con tutti i limiti delle capacità retoriche (il lirismo veltroniano, il partitismo bersaniano, il politichese dei giovani turchi&#8230; ). La progettazione politica non può riguardare solamente alleanze e emergenze parlamentari, ma deve darsi un orizzonte teorico e storico più ampio; questo lo si è capito. E allora un altro elemento di convergenza presente nelle analisi è proprio quello che evidentemente non può sfuggire allo sguardo di chiunque: l’Italia è un paese mortalmente diviso. Tra giovani e vecchi, Nord e Sud, poveri e ricchi, dipendenti pubblici e lavoratori autonomi, uomini e donne&#8230; Giustapposta all’unità centocinquantenaria che va festeggiata da qui all’anno venturo, la frantumazione sociale e civile non fa proprio una bella figura; e i richiami a un progetto comune, a un risveglio italiano, a una condivisione d’intenti, a una co-decisione, si sprecano.</p>
<p>Fatta la tara di queste convergenze forse un po’ generiche, va segnalata anche la non-ovvietà di certe posizioni. Il richiamo forte a una tradizione politica, per esempio, che si contrappone a quel gusto “nuovista”, da reset della storia, che aveva contaminato il Pd alla fondazione: non solo la Costituzione di Bersani, ma anche il dibattito politico degli anni ’70 per Chiamparino, o la Prima Repubblica per quelli di Tornare avanti. O l’attenzione magicamente risorta per la giustizia sociale, sempre un po’ adombrata a dire il vero dall’accento dato alla rivendicazione dei diritti civili, ma sufficiente per esempio, per fare pronunciare il sindaco di Torino (nel capitolo prima del peana a Marchionne&#8230;) in favore di una specie di reddito di cittadinanza. O anche l’insistenza per un recupero di una politica che sia anche critica economico-sociale piuttosto che semplice indignazione à la Grillo su questioni di sovrastruttura, si sarebbe detto un tempo. Grumi di marxismo, per dire, sparsi qua e là, che fanno sottolineare ai giovani turchi, per esempio, come il centro della loro analisi politica parta da un dato inaggirabile: “Negli ultimi venti anni, in tutti i paesi occidentali, si è assistito a un gigantesco spostamento di ricchezza dai salari ai profitti. In Italia, i redditi da lavoro sono cresciuti del 4 per cento, i redditi da capitale del 44”.</p>
<p>Ci sarebbero dunque alcuni piccoli motivi di conforto; al di là del fastidio per i protagonismi alle volte patologici (non solo Veltroni tornato a gamba tesa, ma che dire anche di un Matteo Orfini che rilascia sul Fatto un’intervista in cui proclama di non aver mai perso le primarie: quali scusa?) e al di là dello sconcerto rispetto allo pseudo-stalinismo della segreteria Pd, per cui alle critiche di Renzi da parte dei dirigenti si risponda con dei questionari inviati per e-mail sul gradimento di Bersani. Comunque, ci sono questi piccoli segnali di incoraggiamento; perché forse sta cominciando a avvenire un confronto sulle diverse visioni della società che non è stato molto possibile ai tempi della fondazione del Lingotto e delle primarie Bersani vs Franceschini e Marino. E devono arrivare ancora i contributi più pesanti: quelli di Renzi e Civati e compagnia, che si incontreranno a Firenze il primo weekend di novembre, la campagna delle primarie che organizzerà in un modo o nell’altro Vendola, e forse – buttiamola là – anche la discesa in campo di un “papa straniero”, una personalità della società civile (Altrimenti perché Veltroni ne avrebbe evocato l’avvento se non aveva già un nome in mente da investire al momento giusto? Si tratta di Montezemolo? Si tratta allora di Roberto Saviano, con cui farà un’iniziativa a Pollica il 25 settembre, accompagnato anche da Fini?)</p>
<p>Questo cauto ottimismo però si spegne nel momento in cui si è finito di leggere tutte queste pagine. Ci si ferma un momento, si riflette su quello che ci ha convinto e quello che si potrebbe obiettare, e si prova alla fine un senso inequivocabile di insoddisfazione, una perplessità radicata. Che cos’è? A che cos’è dovuta? L’impressione è che la lucidità con cui si faccia diagnosi della crisi politica non sia altrettanto utile per la terapia. Detta in modo molto spiccio, a leggere le parole di Veltroni, Fioroni, Bersani, Orfini, Fassina, Orlando, Chiamparino&#8230; un po’ ci si annoia, ci si emoziona poco, sembra roba già rifritta, non riesce a scattare un’immedesimazione empatica. Ci si fa l’idea che nonostante i tentativi di cercare di andare oltre, di iniettare speranza, di richiamarsi a un risveglio italiano, a un “tornare avanti”, non si riesca a trovare il modo di scalfire quel senso comune per cui Berlusconi e Bossi incarnano perfettamente un ideale condiviso. Primum, ma anche secundum et tertium: se stessi. Pensare al proprio benessere, fregarsene se il mio collega sta male e non si può curare, il mio vicino di casa ha un lavoro pessimo o è disoccupato, il maestro di mio figlio è sfruttato da vent’anni anni da una scuola che non ha i fondi. E se non mi interessa quello che fa il mio prossimo, perché dovrei fregarmene di chi vive in un’altra regione d’Italia? Perché dovrei sentirmi affratellato ai destini comuni dell’umanità? Perché dovrei pensare al futuro delle prossime generazioni? Perché dovrei preoccuparmi di popoli che subiscono l’incubo della desertificazione o del riscaldamento globale?</p>
<p>Su questo la destra italiana, cinica, cafona, impudicamente razzista, egoista, “territoriale”, è tuttora vincente. E lo sarà per molto. Se non si riesce a comprendere che l’elemento essenziale che manca a un discorso di sinistra è un altro: è la dimensione utopica. Un’utopia che spezzi, rovesci, cancelli l’ideale reazionario di un mondo esclusivo in cui ci si possa fare con comodità e indifferenza i fatti propri. Paradossalmente il vegliardo barzellettiere e l’uomo del popolo vestito di verde ancora incantano gli italiani proponendo ad libitum le repliche della realtà immaginaria di due regni utopici (regni appunto, in cui la successione avviene come per le casate dinastiche: Marina, Piersilvio, e il Trota). Uno è il sogno della televisione, la Fantasilandia delle barche in Costa Smeralda e delle luci degli studi di Cologno Monzese, barzellette volgari e risate registrate a gò gò, un’atmosfera da Repubblica Sociale in fondo (vi ricordate Salò o le 120 giornate di Sodoma, in cui i gerarchi fascisti raccontavano compulsivamente barzellette e si sbellicavano dalle risate? E non avete presente quel gioco pervertito che protraevano fino alla morte: non vi ricorda il sadismo dei reality?); l’altro è quella terra da fantasy di quart’ordine che si chiama Padania, con le scuole costellate di simboli druidici, le tradizioni degli aneddoti del bergamasco che dovrebbero sostituire i programmi di storia, una popolazione di immigrati da considerare come casta di cittadini di riserva. Sono cieli fatti di specchietti per le allodole, fate morgane di serie c, in certi casi assomigliano a delle distopie post-apocalittiche, ai mondi nuovi huxleyani: ma i sogni di Berlusconi e Bossi conservano la capacità di affascinare, di muovere consenso, di persuadere ancora.</p>
<p>La dimensione che allora la sinistra dovrebbe recuperare è quella di un’utopia meno ingannevole e cheap, ma che si basi su due valori banalmente progressisti che sono invece dolorosamente latitanti in tutti questi documenti: l’uguaglianza e l’internazionalismo. Un’uguaglianza di tutti i cittadini, che non sia solamente parità dei diritti, maggiore accessibilità ai servizi, etc…, ma sia anche quel principio in nome del quale, per esempio, si può trovare rivoltante che Marchionne guadagni 400 volte di più di un dipendente Fiat. E un internazionalismo per cui, sempre per fare un esempio facile, si potrebbe cominciare a capire che le battaglie per la scuola o per il lavoro sono lotte di tipo globale, e lo sfruttamento di un operaio indonesiano mi riguarda sia quando compro un paio di sneakers a 10 euro sia quando delocalizzano lì la produzione della fabbrica in cui lavoro.</p>
<p>Il vero punto dolente allora è tutto qui: è che per riuscire a convincere qualcuno della realtà di un sogno occorre che prima io stesso ne sia ammaliato. Berlusconi e Bossi sono i testimonial più  credibili del sogno bijou che mi stanno vendendo. I leader della sinistra dovrebbero cominciare a credere loro per primi che un mondo (un intero mondo) con più uguaglianza è, oltre che possibile e giusto, anche meraviglioso.</p>
<p><em>(pubblicato sul </em>manifesto<em> il 27/09/2010)</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2010/09/27/uguaglianza-for-dummies/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>13</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>carta st[r]amp[al]ata n.8</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/18/carta-strampalata-n-8/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/18/carta-strampalata-n-8/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 09:50:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[carla bruni]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[commissione femminile del partito democratico]]></category>
		<category><![CDATA[fabrizio tonello]]></category>
		<category><![CDATA[il giornale]]></category>
		<category><![CDATA[mondine]]></category>
		<category><![CDATA[paparazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi bersani]]></category>
		<category><![CDATA[sarkozy]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=31988</guid>

					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Il Giornale di lunedì 15 marzo, riferendo in una corrispondenza da Parigi sul risultato delle elezioni regionali, scrive: “In vista delle presidenziali del 2012, Sarkozy deve insomma darsi molto da fare. Rischia seriamente di perdere il posto”. E anche la moglie, aggiungiamo noi: documenti in possesso di Nazione Indiana rivelano che ben [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/carla-bruni-nicholas-sarkozy.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/carla-bruni-nicholas-sarkozy.jpg" alt="" title="carla-bruni-nicholas-sarkozy" width="404" height="350" class="aligncenter size-full wp-image-31989" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/carla-bruni-nicholas-sarkozy.jpg 404w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/carla-bruni-nicholas-sarkozy-300x259.jpg 300w" sizes="(max-width: 404px) 100vw, 404px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p><em>Il Giornale </em>di lunedì 15 marzo, riferendo in una corrispondenza da Parigi sul risultato delle elezioni regionali, scrive: “In vista delle presidenziali del 2012, Sarkozy deve insomma darsi molto da fare. Rischia seriamente di perdere il posto”. E anche la moglie, aggiungiamo noi:  documenti in possesso di Nazione Indiana rivelano che ben presto la compagna Carla Bruni tornerà in Italia. Per fare cosa? Ebbene, sembra che Pierluigi Bersani (supplente di matematica nel liceo svizzero dove la giovane Carla studiava) l’abbia convinta a prendere la guida della Commissione Femminile del Partito Democratico.<br />
<span id="more-31988"></span><br />
Ciò  spiega anche la criptica battuta riservata ai fotografi lunedì  sera da Gilberta (questo il suo vero nome), a cena da sola in un bistrò  di Belleville, il quartiere più proletario di Parigi. Ai fotografi che scattavano foto da tutte le angolazioni ha detto, palesemente emozionata: “Finitela, non sono un oggetto sessuale! Aspettate qualche giorno e potrete fotografarmi in Italia, in compagnia delle mie amiche, le mondine di Lugo che sono all’avanguardia nella lotta per difendere i diritti della donna”.</p>
<p>I paparazzi francesi pensavano che “Mondine” fosse un nuovo marchio di moda, e che Carla annunciasse la sua partenza per l’Italia al fine di lanciare una collezione: nessuno è stato però in grado di rintracciare il ristorante “l’Ugo” a Milano, dove si aspettava che l’evento avesse luogo. </p>
<p>A mezzanotte, abbassata la serranda del bistrot, gestito da Vladimiro Bordiga, conosciuto da tutti come “Robespierre”, Carla ha accettato di aprirsi con Nazione indiana: “Con i giornali borghesi ci ho parlato anche troppo, ora voglio scambiare quattro chiacchere fra compagni”. E così, di fronte a un bicchiere di grappa (una bottiglia speciale inviata da Montebelluna) Carla ci ha detto perché torna in Italia e cosa intende fare nel suo nuovo ruolo.</p>
<p>“Non potevo restare a Parigi, men che meno con quel mostro che in un momento di pazzia avevo deciso di sposare e che, fortunatamente ora ha perso le elezioni. Come politico, Sarkozy è quanto di peggio la Francia abbia prodotto dai tempi del governo Thiers e del massacro dei comunardi. Come uomo è un maniaco, che mi ha fatto venire un principio di scoliosi costringendomi a camminare curva tutto il tempo perché non sopportava che, senza tacchi, fossi 10 centimetri più alta di lui”</p>
<p>E l’Italia? “Quando ho visto cosa stava facendo il governo Berlusconi mi ha preso l’indignazione e ho deciso che dovevo fare qualcosa. Sono molto grata alle mondine di Lugo di Romagna e al compagno Bersani che ha deciso di riportare il partito al suo ruolo di opposizione intransigente: mi batterò con tutte le mie forze per difendere i diritti delle donne. Ho sfilato per vent’anni sulle passerelle della moda, d’ora in poi sfilerò tutti giorni nelle piazze italiane. Mi sono comprata delle scarpe comode.”</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/18/carta-strampalata-n-8/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>12</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>BERSANI E LA &#8220;QUESTIONE&#8221; OMOSESSUALE</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/08/bersani-e-la-questione-omosessuale/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/08/bersani-e-la-questione-omosessuale/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2009 04:21:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[dignità]]></category>
		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
		<category><![CDATA[laicità]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[parità]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=19106</guid>

					<description><![CDATA[di Andrea Berardicurti Il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli commenta le parole di Pierluigi Bersani, candidato a nuovo segreterario del Pd, in riferimento alla “questione omosessuale”. Che fosse d’accordo sulla regolamentazione delle coppie di fatto omosessuali era proprio il minimo sindacale. Speravamo anche che non avesse remore sul matrimonio e sulle adozioni delle coppie [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Andrea Berardicurti</p>
<p>Il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli commenta le parole di Pierluigi Bersani, candidato a nuovo segreterario del Pd, in riferimento alla “questione omosessuale”.</p>
<p>Che fosse d’accordo sulla regolamentazione delle coppie di fatto omosessuali era proprio il minimo sindacale. Speravamo anche che non avesse remore sul matrimonio e sulle adozioni delle coppie omosessuali. E invece si, eccome.</p>
<p>Pierluigi Bersani, intervistato su questi temi, concede una tiepidissima apertura sulle coppie di fatto e null’altro. Troppo poco per chi si candida a diventare il nuovo segretario del Pd senza nessuna seria e convincente posizione in tema di diritti civili.</p>
<p>Esattamente come i suoi predecessori, laici nelle parole e non nei fatti, per quanto ci riguarda egli è destinato a fallire se la nuova linea politica del Partito Democratico non affermerà in maniera netta i valori portanti di laicità e parità di tutti i cittadini.</p>
<p>Nelle sue parole cogliamo non solo l’opinione personale ma il dazio che anche Bersani dovrà pagare a quella componente vetero cattolica che ostacola la crescita di una vera opposizione alternativa nel nostro Paese, punto di riferimento per la comunità lgbtq.</p>
<p>Andrea Berardicurti<br />
Segreteria politica Circolo Mario Mieli<br />
065413951/ 348770843</p>
<p>www.mariomieli.org</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/08/bersani-e-la-questione-omosessuale/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>29</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ictu oculi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/02/26/ictu-oculi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/02/26/ictu-oculi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2009 08:13:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[lanfranco caminiti]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=14938</guid>

					<description><![CDATA[di Lanfranco Caminiti Forse, come dice Berlusconi – a cui piace ricorrere al suo repertorio di latino salesiano – parlando della crisi economica, non è evidente ictu oculi cosa fare. Ma a colpo d’occhio, la stravittoria elettorale di Berlusconi in Sardegna e la crisi apertasi nel Partito democratico con le dimissioni di Veltroni segnano il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lanfranco Caminiti</strong></p>
<p>Forse, come dice Berlusconi – a cui piace ricorrere al suo repertorio di latino salesiano – parlando della crisi economica, non è evidente <em>ictu oculi</em> cosa fare. Ma a colpo d’occhio, la stravittoria elettorale di Berlusconi in Sardegna e la crisi apertasi nel Partito democratico con le dimissioni di Veltroni segnano il completamento di un processo e l’instaurazione di una nuova fase, di un nuovo periodo. Il berlusconismo – ormai è senso comune – è stato, è per sua costituzione e suoi strumenti invasivo e pervasivo, assoluto. Non è solo un partito, né solo una coalizione ma la progressiva costruzione di un regime intorno un uomo. Quest’uomo ha sinora stravinto e conquistato gli italiani. Ha stravinto nei periodi di vacche grasse, stravince nei periodi di vacche magre, quando, per paura, insicurezza sull’oggi e il domani e per mancanza di credibili alternative, gli si affolleranno intorno, come sempre accade, con consenso convinto o riluttante, delega assoluta o relativa, fede plaudente o ritrosa.<br />
<span id="more-14938"></span></p>
<p>Berlusconi è il re dei nostri tempi, di una democrazia italiana ormai logorata. Lo era già prima in forma di immaginario sociale prevalente, maggioritario, di <em>imitatio</em>, lo è di più adesso in forma di consultazione elettorale e rappresentanza. Il bipolarismo rimane sulla carta, una velleità, in un processo di composizione e scomposizione continua di una opposizione impossibile. Non c’è mai stato in Italia, in tutta la storia del novecento – se si esclude il fascismo, che però era una dittatura con una lista uninominale –, un uomo con i suoi numeri parlamentari, con i suoi voti, dalle Alpi allo Stretto, e isole comprese. Quantunque la sua coalizione sia il risultato di una composizione di forze radicate diversamente in territori diversi, solo la sua persona ne è il collante indissolubile e la vera forza motrice.</p>
<p>La crisi del Partito democratico è sostanzialmente la forma propria in cui la crisi della rappresentanza si è espressa in Italia, una crisi della sinistra – la destra ne sembra immune. Forse anche perché è stata la forma propria in cui la democrazia parlamentare a suffragio universale si è instaurata in questo paese, contro la destra – la destra ha sempre coltivato tentazioni autoritarie, e fino a non molto tempo fa, anzi, operava in tal senso. O, per meglio dire: a sinistra si è più radicata convintamente che la democrazia parlamentare, rinvigorita o difesa a seconda dei momenti, fosse la strada della modernità, della buona gestione e del cambiamento: il Partito democratico, d’altronde, con la congiunzione delle due componenti fondative, «costituzionali» di questa democrazia, quella cattolica moderna e quella comunista riformata, rappresenta e conclude proprio visivamente questa storia. Rimane il convincimento, anche nelle sue componenti più estreme, cioè la forma e le parole, ma non c’è più la «forza», né di persuasione né di dissuasione.<br />
Alla crisi della democrazia rappresentativa in Italia, già scoppiata con Tangentopoli, la destra si è fatta avanti con un nuovo progetto e un uomo nuovo, Berlusconi; la sinistra si è affidata in buona misura ai magistrati e comunque non è mai riuscita a mettere in campo un progetto credibile in grado di reggere e modificare i tempi. Veltroni conclude Martinazzoli.<br />
La scomparsa di una pratica d’opposizione credibile parlamentare, di una vita democratica del parlamento e delle istituzioni, sotto i colpi del berlusconismo trionfante e della crisi della sinistra, configura una situazione davvero nuova. Che affonda nella nostra storia specifica, italiana, così come specifiche sono state e sono sempre le crisi e le risposte d’ogni nazione.<br />
Berlusconi è un sovrano, e non il presidente di consiglio d’una democrazia parlamentare. Non esercita il potere come il presidente d’un consiglio d’amministrazione d’una azienda come la si immagina nei manuali di management, ma – come già in Mediaset, e come in buona parte e ovunque di questo tipo ‘particolare’ di industria della comunicazione – secondo i suoi umori, le sue intuizioni, i suoi capricci, le sue determinazioni. Un sovrano «costituzionale», che non si perita peraltro di esternare le sue scalpitazioni in tal senso.<br />
La sua monarchia democratica si esercita attraverso alleanze con «piccoli regni» territoriali: la Lega lombarda di Bossi, il Mpa di Lombardo in Sicilia, principati e granducati qui e là. Il ciclo non è compiuto del tutto: resta, importante, la Campania – peraltro già governata come un protettorato locale, ma tutti gli indicatori lasciano credere che la conquisterà. E restano enclavi: Torino, Venezia, il triangolo economico e politico delle Cooperative rosse, tra l’Emilia-Romagna, la Toscana e l’Umbria. Isolate e circoscritte – e molto lascia pensare che loro stesse oggi preferiscano così –, come circondate da dazi doganali, possono anche sopravvivere come sono, o forse no, non è importante. Non cambia la situazione generale.</p>
<p>È una situazione geo-politica simile a quella precedente l’unità d’Italia, a personaggi e condizioni più «ammodernate». Ma, in più, c’è, eccome, un sovrano.<br />
Che tutta la costituzionalità e la democrazia e la rappresentanza elettiva di questo paese possano gravare sulle spalle dell’attuale presidente della Repubblica, è davvero una «trincea» politica di nessuna consistenza: i suoi poteri sono limitati a dei rituali di «garanzia» – come d’altronde la costituzione redatta dai suoi padri fondatori si preoccupò di fare, dopo l’esperienza del fascismo, concentrandosi piuttosto sulle forme e le regole di una democrazia larga e partecipata. Ma quando i poteri sono indeterminati più che squilibrati, quali mai garanzie possono esercitarsi?<br />
Berlusconi potrebbe già modificare la Costituzione, ne ha la forza e progressivamente ne potrebbe avere il sostegno di popolo; potrebbe già convocare <em>ad horas</em> il parlamento e cambiare l’inno nazionale, in qualcosa di più ottimista e meno cupo. Che so, sull’eco attuale di Sanremo, e dell’iniziativa rigorosamente bipartisan di annoverare tra i padri della patria anche Mina, potrebbe sostituire l’inno di Mameli con <em>Le mille bolle blu</em>, di sicuro più adatto ai tempi.<br />
Per chi, come me, è convintamente repubblicano, e repubblicano di un nuovo repubblicanesimo a petto di una nuova monarchia, si prospettano non poche difficoltà. Un potere così «nudo e crudo», così dispiegantesi in una forma di vita nazional-popolare, è sconcertante.<br />
Ecco, si potrebbe dire così, e di sicuro a Berlusconi piacerebbe: <em>hoc opus, hic labor</em>: questo il da fare, qui la fatica.</p>
<p><em>(Roma, 20 febbraio 2009)</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/02/26/ictu-oculi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>10</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-10 18:59:58 by W3 Total Cache
-->