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	<title>Nazione Indiana &#187; patrik ourednik</title>
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		<title>Scaffali nascosti (8) &#8211; :duepunti edizioni</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 07:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>«Scaffali nascosti», senza pretese di completezza, vuole disegnare una mappa dell’editoria indipendente dei nostri tempi. Medio-piccoli, piccoli, piccolissimi editori, spesso periferici, con idee e progetti ben precisi, che timidamente emergono, o forse emergeranno, o si spera che emergano, fra gli scaffali delle librerie.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/scaffali-nascosti-8-duepunti-editore/">Scaffali nascosti (8) &#8211; :duepunti edizioni</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>«Scaffali nascosti», senza pretese di completezza, vuole disegnare una mappa dell’editoria indipendente dei nostri tempi. Medio-piccoli, piccoli, piccolissimi editori, spesso periferici, con idee e progetti ben precisi, che timidamente emergono, o forse emergeranno, o si spera che emergano, fra gli scaffali delle librerie. A cura di Andrea Gentile (andreagentilenazione_at_libero.it).</em></p>
<p><strong>di Andrea Gentile</strong></p>
<p>Nelle fiere del libro li vedi da lontano anche se non hanno lo stand più grande. Partono da Palermo e portano con loro una grande botte di vino, una di quelle che si trovano facilmente nelle cantine dei nostri nonni o bisnonni. Ogni tanto scatta l’happy hour. Ti offrono un bicchiere e ti parlano di Platone o Ourednik, Aristotele o Le Clézio. Tu sei attento e ti lasci convincere.</p>
<p>Il progetto <a href="www. duepuntiedizioni.it" target="_blank">:duepunti </a>nasce nel 1997 da Andrea L. Carbone, Roberto Speziale e Giuseppe Schifani. Parte come rivista letteraria fotocopiata in proprio e distribuita nei ferventi corridoi dell’università palermitana ma parallelamente è un sito internet (<a href="http://www.duepunti.org/">www.duepunti.org</a> ancora attivo).<span id="more-31764"></span></p>
<p>Nel 2004 – col motto <em>intus legere</em>, «leggere dentro», e con un pesce radiografato, derivazione manuziana, come marchio – nasce la casa editrice :duepunti, con l’obiettivo ambizioso – ci dice Schifani – di tessere un «dialogo serrato con i lettori inteso alla costruzione di una “biblioteca ideale”, selettiva e non esaustiva, nutrita di rimandi e connessioni, che sfugga all’ottica del libro come “bene di consumo” <em>veloce </em>e punti invece sul <em>catalogo </em>come spazio inesauribile di vitalità e promozione della cultura».</p>
<p>Il richiamo ad Aldo Manuzio, l’idea di «biblioteca ideale», la guerra al libro come bene di consumo: caratteristiche, obiettivi volutamente lontani dalle consuetudini contemporanee, toni che quasi richiamano alcuni carteggi di intellettuali-editori degli anni ’50-’60 (da Vittorini a Sereni fino a Niccolò Gallo, che pure lavoravano in grandi aziende).</p>
<p>Del tutto in linea con il progetto allora la pubblicazione, per esempio, della <em>Settima lettera </em>di Platone (2005) e della <em>Vita, attività e carattere degli animali </em>di Aristotele (2008), nella collana «Terrain Vague». Nella stessa collana, la più attiva, compare <em>Il verbale </em>(2005) di Le Clézio, uscito in Italia solo nel 1965 nella «Ricerca letteraria» einaudiana, varata da Guido Davico Bonino.</p>
<p>«Questo caso – ci dice Schifani – è illuminante per comprendere uno dei filoni del nostro piano editoriale che attraversa i vecchi cataloghi e riscopre inediti assoluti in Italia, tra le grandi pagine della letteratura europea».</p>
<p>Nel 2005 esce anche <em>Europeana </em>di Patrik Ourednik, intervistato da Giorgio Vasta nel 2007 su <em>Notable </em>e su <em>Nazione Indiana</em>, mentre nel corso degli anni la collana si infittisce di gemme come <em>Alla deriva </em>di Karl Huysmans (2007), gli <em>Scritti pornografici </em>di Boris Vian (2007), gli <em>Scritti patafisici </em>di Alfred Jarry (2009), fino a <em>Rue de l’Odeon </em>di Adrienne Monnier (2009), la storia della grande libreria frequentata da Joyce, Beckett, Rilke e Proust: un libro che ha ricevuto anche l’attenzione di Stefano Salis sul <em>Domenicale </em>del <em>Sole 24 Ore</em>, Gabriella Bosco su <em>Tuttolibri </em>e Gian Paolo Serino sulla <em>Repubblica</em>. Sarà poi Ourednik a curare il <em>Trattato sul buon uso del vino </em>di Rabelais (2009), inedito sfuggito all’editoria italiana.</p>
<p>Il tutto in una veste grafica raffinata, con «oggetti-feticcio» che col passare del tempo» i bipuntinisti hanno raccolto e che «entrano in simpatia armonica con le suggestioni offerte dal libro.</p>
<p>Più specifiche e giovani anagraficamente le altre collane. Il 2006 è l’anno della «Dossier», dedicata alla saggistica letteraria, con titoli come <em>Il romanzo e la storia </em>a cura di Michela Sacco Messineo (2008) o <em>Letteratura, identità, nazione </em>a cura di Matteo Di Gesù (2009).</p>
<p>Nel 2008 nasce l’«Argo», diretta da Michele Cometa, che «si propone come uno strumento indispensabile per la ricerca in un ambito multidisciplinare in piena espansione (estetica, storia dell’arte, semiotica, letteratura)» e ha cinque titoli all’attivo.</p>
<p>Il 2009 è poi l’anno delle «Cronografie» su politica e sociologia, collana inaugurata da <em>Mondo bastardo </em>dell’europarlamentare Giusto Catania; sempre nel 2009, con la pubblicazione di <em>Miracoli contemporanei di Santa Rosalia </em>di Serena Giordano, sembra ripartire con intenti programmatici («immagine e immaginario») la collana «Punti di fuga» – di graphic novel, rivolta a un pubblico di lettori giovani  –  avviata nel 2005 con <em>Una giornata nera </em>di Claudio Morici e Marco Failla, e fermatasi nel 2006 con <em>Progetto isole 2005</em>.</p>
<p>Con sede in via Siracusa, a pochi passi da via Notarbartolo lì dove abitò Giovanni Falcone, con un catalogo <em>raffinato </em>e con una veste grafica riconoscibile, così cresce la casa editrice :duepunti, distribuzione Pde, sei anni di attività, e – ci dice ancora Schifani &#8211; «un’ottica eccentrica che ci permette di mettere a fuoco con il giusto distacco alcuni fenomeni in atto nel nostro paese o in Europa», abbattendo la «limitazione» del regionalismo siciliano.</p>
<p>Tra le prossime uscite il <em>Grande romanzo europeo </em>di Koen Peeters, la <em>Filosofia del cane </em>di Diogene e un misterioso e anonimo <em>Elogio del nulla / Elogio di qualcosa.</em></p>
<p><strong>Andrea Gentile (Isernia, 1985) ha lavorato con Enrico Deaglio a <em>Patria 1978-2008</em> (il Saggiatore, 2009), ha curato, con Aurelio Pino, <em>Mala storie </em>di Piero Colaprico (il Saggiatore, 2010). Collabora con «Alias», supplemento settimanale del «manifesto», e con il mensile «Il Bene Comune».</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/scaffali-nascosti-8-duepunti-editore/">Scaffali nascosti (8) &#8211; :duepunti edizioni</a></p>
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		<title>Intervista a Patrik Ourednik</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/26/intervista-a-patrik-ourednik/</link>
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		<pubDate>Tue, 25 Sep 2007 22:09:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio vasta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giorgio Vasta]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Vasta</strong></p>
<p><a title="ourednik1_b.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/ourednik1_b.jpg"></a></p>
<p><em>[Seconda parte dell'articolo su </em>Europeana <em>di Patrik Ourednik, pubblicato sull'ultimo numero della rivista <a href="http://www.notable.it/">Notable</a>. Questa volta, intervista all'autore. <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/24/europeana-e-la-polvere-della-storia/">Qui</a> la recensione al libro]</em></p>
<p><strong>In <em>Europeana</em>, la particolare morfologia del linguaggio – il fatto di eliminare del tutto le virgole e collegare le parti della frase tramite la congiunzione “e” – determina nel lettore la percezione di un tempo “morbido” e permanente, di un larghissimo presente nel quale la Storia, tutta insieme, accade e continua ad accadere.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/26/intervista-a-patrik-ourednik/">Intervista a Patrik Ourednik</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Vasta</strong></p>
<p><a title="ourednik1_b.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/ourednik1_b.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/ourednik1_b.jpg" alt="ourednik1_b.jpg" /></a></p>
<p><em>[Seconda parte dell'articolo su </em>Europeana <em>di Patrik Ourednik, pubblicato sull'ultimo numero della rivista <a href="http://www.notable.it/">Notable</a>. Questa volta, intervista all'autore. <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/24/europeana-e-la-polvere-della-storia/">Qui</a> la recensione al libro]</em></p>
<p><strong>In <em>Europeana</em>, la particolare morfologia del linguaggio – il fatto di eliminare del tutto le virgole e collegare le parti della frase tramite la congiunzione “e” – determina nel lettore la percezione di un tempo “morbido” e permanente, di un larghissimo presente nel quale la Storia, tutta insieme, accade e continua ad accadere.<br />
Qual è la ragione di questa scelta?</strong></p>
<p>L’ha appena formulata: si trattava di abolire i riferimenti temporali. Abolire, invalidare i riferimenti temporali – mi sono detto – permetterà che altri riferimenti appaiano. Riferimenti incerti, vacillanti. È in questo vacillare che possono trovare rifugio frammenti di verità altri, altrettanto incerti.<span id="more-4502"></span></p>
<p><strong>La Storia del Novecento che viene fuori dalla lettura del suo libro è lontana e piccolissima. È come osservare un luogo – il mondo – e un tempo – il secolo appena passato – da una distanza immensa. L’effetto è meravigliosamente straniante.<br />
Qual è l’idea di Storia che ha voluto concentrare in <em>Europeana</em>?</strong></p>
<p>Non avevo l’ambizione di imporre, o anche solo di proporre una qualche visione di alcunché. Quello che mi interessa nella scrittura è provare nuove forme. <em>Europeana</em> è la risposta alla domanda: è possibile esprimere un lasso di tempo, un periodo storico dato, circoscritto tanto in date-limite quanto in cliché e in stereotipi di ogni sorta, in modo diverso rispetto ai mezzi narrativi tradizionali, siano essi diretti o allusivi, romanzo storico o racconto intimista? Trovare una forma che permetta al testo – come accade alla Storia stessa – di essere spaventosamente banale facendo finta al tempo stesso di essere interessante. Credo profondamente nella banalità delle cose: ma perché la banalità diventi verosimile, bisogna metterla in forma. È questa – la forma – ciò che rende il <em>vero simile</em>. Una banalità che non sia stata messa in forma è a tal punto banale che nessuno ci crede. È banale a tal punto da divenire singolare, quindi mendace.</p>
<p><strong>Abbiamo appena detto, riferendoci al Novecento, “il secolo appena passato”. Affermazione profondamente opinabile. In che modo il Ventesimo secolo continua e – così sembra – continuerà a rivestire un ruolo centrale nella nostra esperienza e nel nostro immaginario?</strong></p>
<p>La suddivisione del tempo in sezioni regolari è una cosa molto comica, che si tratti del secolo, della settimana, della giornata. Eppure vi abbiamo fatto l’abitudine senza sforzi: ci permette di avere fretta, e avere fretta vuol dire sentirsi importanti. Che il tempo sia una creazione psicologica? Altrimenti, a che serve? Nell’Abbazia di Thélème l’orologio è vietato perché, come riassume Gargantua, «non c’è perdita di tempo più grande che contare le ore».<br />
Detto questo, personalmente ho un debole per l’arbitrarietà: è l’arbitrarietà che ci permette di mettere <em>in forma </em>le cose che finora erano state difformi. Mettendo le cose in forma, possiamo <em>informarci</em> l’un l’altro. «Che tempo orribile!» «Sì, ma si ricorda nell’ottantacinque?» «Da quand’è che lei è morto?» «Sarà esattamente da un mese domani».<br />
Il Ventesimo secolo continua? Vale a dire: è sempre all’opera? Personalmente, sono un hobsbawmiano per quanto riguarda l’inizio del secolo: 1914, sì, è una buona data per salire sul treno di quello che diventerà il Ventesimo secolo. Quanto alla fine, che Hobsbawm ha decretato nel 1989, non ne sono convinto: la fine del comunismo è di certo la fine di un mondo – ne so qualcosa – ma il cambiamento delle mentalità non si è prodotto, contrariamente a quanto accadde nel ‘14-‘18. Opterei forse per l’11 settembre 2001, perché quel giorno si ebbe conferma, fino ai confini estremi del mondo televisivo, del processo che aveva avuto inizio tre o quattro decenni prima, cioè l’avvento del post-umanesimo in quanto sostituzione dell’immagine e dell’immediatezza allo scritto e alla presa di distanza. Le parole non colpiscono più: d’ora in poi, a ciascuno la sua videocamera digitale. Solo che, secondo il Washington Post, il 30% degli americani sono oggi incapaci di dire in che anno quel <em>nine eleven </em>ha avuto luogo. È un bel problema se si vuole far cominciare il secolo precisamente da quell’anno.</p>
<p><strong>Nel suo libro non ricorrono mai i nomi propri dei cosiddetti grandi personaggi della Storia. Non c’è Hitler, non c’è Mussolini, non c’è Stalin, eppure ci sono i conflitti che a questi personaggi sono legati. Ci sono i soldati, ci sono i popoli e ci sono gli uomini. Tutti minuscoli. Da questo punto di vista, la Storia del Novecento raccontata in <em>Europeana</em> è una storia “anonima”, una storia di persone e non di personaggi. Una storia dei minuscoli. Si delinea una prospettiva intensissima sulle cose, una specie di nuovo umanesimo.<br />
Da cosa discende la scelta di raccontare a partire da un coro e non dalla canonica individuazione di uno o più personaggi sempre riconoscibili?</strong></p>
<p>Per me non si trattava di proporre un narratore “anonimo”, ma di stabilire, in qualche modo, l’assenza di un narratore. Il coro impedisce di identificare chi parla. Ma qui si tratta di un narratore che è sempre lo stesso, unico (o della sua assenza) – quindi non è un coro.<br />
In ogni caso, la questione ha provocato nei critici un profluvio di interpretazioni. Si tratta di un extraterrestre? Di un professore di discorsività particolarmente perverso? Di Bouvard senza Pécuchet, di Pécuchet senza Bouvard? Del “buon selvaggio” rousseauviano? Di Candido redivivo? Del Benjy di Faulkner con qualche punto percentuale di QI in più. Di uno storico completamente impazzito?<br />
Personalmente, non l’ho mai incontrato… non so chi sia.</p>
<p><strong>La prospettiva “dall’alto” che caratterizza <em>Europeana</em> non dà mai luogo a uno sguardo altezzoso. Tutt’altro. Man mano che la lettura procede sentiamo il generarsi di una solidarietà fortissima verso tutto ciò che di umano viene raccontato. Incontriamo qualcuno di cui ci viene narrata una scheggia di esistenza, lo perdiamo e lo ritroviamo venti pagine dopo oppure non lo ritroviamo più. Sembra quasi che ci sia come una “deriva”, uno slittare di pezzi di mondo verso qualcosa di difficilmente definibile. Ogni tanto qualcosa riaffiora ma prevalentemente si perde.<br />
Cosa sta succedendo alla nostra percezione del mondo?</strong></p>
<p>Tre o quattro secoli or sono, la nostra percezione del mondo si è fatta a sua immagine: plurale, multipla, opzionale, in attesa di diventare, più di recente, spezzettata, frammentata. Poi il frammento è diventato brano. La storia del genere umano, come la letteratura la istituisce fin dal giorno in cui un pentadattilo si è messo a scrivere, è costituita da milioni di frammenti di frasi che corrispondono a milioni di brani di vita – e di carne. Non so quale sia o quale debba essere la nostra percezione del mondo. L’immagine dei “pezzi di qualcosa” che ritornano a galla di tanto in tanto in una specie di marea, in fin dei conti, è piuttosto seducente.</p>
<p><em>Per questa intervista si ringraziano Francesca Togni, Andrea Carbone e la casa editrice :duepunti.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/26/intervista-a-patrik-ourednik/">Intervista a Patrik Ourednik</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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