<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Nazione Indiana &#187; Paul Jorion</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/tag/paul-jorion/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione beta 3.0</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Feb 2012 18:19:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/la-vera-alternativa-e-lautoproduzione/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/la-vera-alternativa-e-lautoproduzione/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 04:37:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia]]></category>
		<category><![CDATA[autoproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[battaglia politica]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconismo]]></category>
		<category><![CDATA[boicottaggio]]></category>
		<category><![CDATA[campagna moralizzatrice]]></category>
		<category><![CDATA[caso Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[mercato editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[murene]]></category>
		<category><![CDATA[nazioneindiana]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Jorion]]></category>
		<category><![CDATA[responsabilità del lettore]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=36535</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1.jpg"></a></p>
<p>[La prima parte di questo post è uscita su "il manifesto" del 5/09/2010]</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="padding-left: 330px;">di <strong>Andrea Inglese</strong><em> </em></p>
<p style="padding-left: 330px;"><em>Battaglia politica e battaglia culturale: una confusione.</em></p>
<p>Il grande tema di fine estate (“Scrittori e lettori Mondadori: che fare?”), capace di suscitare massicce discussioni in rete e sulla carta stampata non è certo nuovo né scoperto da Vito Mancuso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/la-vera-alternativa-e-lautoproduzione/">Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-36565" title="rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1-300x129.jpg" alt="" width="300" height="129" /></a></p>
<p>[La prima parte di questo post è uscita su "il manifesto" del 5/09/2010]</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="padding-left: 330px;">di <strong>Andrea Inglese</strong><em> </em></p>
<p style="padding-left: 330px;"><em>Battaglia politica e battaglia culturale: una confusione.</em></p>
<p>Il grande tema di fine estate (“Scrittori e lettori Mondadori: che fare?”), capace di suscitare massicce discussioni in rete e sulla carta stampata non è certo nuovo né scoperto da Vito Mancuso. Difficile, certo, definirlo questo tema, che deve la sua forza catalizzatrice forse al suo carattere ambiguo: questione politica, etica, letteraria, o di costume? Di certo, questa volta, esso ha suscitato prese di parola da parte dei più diversi e autorevoli tra scrittori, critici, intellettuali, oltre che da parte di una combattiva popolazione di commentatori in rete. Nonostante alcuni effetti di spossante monotonia, sono state dette, in tale occasione, anche cose interessanti, intelligenti, a volte persino molto divertenti (la scena di Luca Casarini accolto a Segrate rimarrà memorabile, quanto i primi passi di Marcel nel salotto dei duchi di Guermantes).<span id="more-36535"></span></p>
<p>Sacrificando molte sfumature, verrebbe da dire che il dibattito ruota sull’opportunità o no di boicottare da parte di scrittori ad essa affiliati la casa editrice Mondadori. Alcuni si spingono a sostenere un boicottaggio nei confronti di ogni prodotto editoriale Mondadori (purché il consiglio di classe del loro figlio non adotti il libro di matematica o italiano di una casa editrice scolastica facente capo a Segrate!). Se si parla di boicottaggio, si parla di una campagna politica. Un boicottaggio, per avere senso, deve darsi degli obiettivi pratici, ben definiti e ad esso adeguati.</p>
<p>Immagino io, che se si lancia una campagna contro la Mondadori, essa fa parte della più ampia battaglia politica che una fetta importante di italiani ha ingaggiato contro il governo e la politica di Silvio Berlusconi, una battaglia che ha un chiaro obiettivo: non farlo rieleggere, sottrargli quei poteri politici, che gli permettono, ad esempio, di creare leggi per depenalizzare frodi fiscali che qualche sua azienda ha potuto o potrebbe realizzare. Questa battaglia politica si può concretizzare di volta in volta in campagne specifiche: la campagna per il ritiro della legge-bavaglio, la campagna contro i tagli alla scuola e alla ricerca universitaria proposti dalla riforma Gelmini, e così via. Di ogni campagna politica, così come della battaglia più generale in cui essa confluisce, si può chiaramente dire 1) se abbia raggiunto o meno i suoi scopi; 2) se abbia adottato o meno le forme più efficaci e adeguate per essere perseguita. Quali sono gli scopi verosimili, plausibili, di una campagna per il boicottaggio della Mondadori propugnata da autori che, fino a ieri, erano nel suo catalogo? L’indebolimento (magari il crack) dell’impero economico di Berlusconi? Ma il rendere Berlusconi un po’ meno ricco, non sembra un obiettivo politico, a meno di immaginare che le pressioni esercitate dalla campagna di boicottaggio su una delle sue aziende non lo inducano ad abbandonare il governo o a cambiare politica. Tattica alquanto tortuosa e, date le circostanze, poco realistica nei suoi esiti.</p>
<p>Ma qualcuno dirà che, in effetti, non si tratta di una campagna politica, bensì di una campagna moralizzatrice. Non contano più gli obiettivi concreti, conta la capacità degli autori Mondadori di fare dei gesti esemplari, che hanno valore in sé, in quanto testimoniano di un’opposizione intransigente, capace di giungere sino al sacrificio di vantaggi materiali. Qui sembra che il nemico non sia più Berlusconi, ma “il berlusconismo”, ossia il lato Berlusconi di ognuno di noi. Il significato di una campagna moralizzatrice è grosso modo questo: se Berlusconi ha vinto è perché <em>tutti noi</em> (elettori o meno di Berlusconi) abbiamo ceduto al “berlusconismo”. Qui siamo passati, però, dalla battaglia politica (non fare rieleggere Berlusconi, bloccare i provvedimenti del suo governo) a una battaglia culturale (cacciare fuori dalla nostra pelle e dalle nostre menti il “berlusconismo”). Ma che cos’è questo “berlusconismo”? Non è la forma propriamente italiana, quella più aggiornata, della mercificazione sempre più estesa della vita che tutti i paesi del capitalismo avanzato conoscono? O meglio, il “berlusconismo” non è che uno dei nomi di questa cultura da tutti condivisa – una volta si diceva “ideologia dominante” – in quanto essa, nonostante le differenze negli stili di vita, ha permeato la nostra formazione o il nostro invecchiamento sociale sia a destra che a sinistra. Non siamo tutti quanti a bagno nella merce, sia essa solida o digitale, in forma di beni o di servizi? Così va il nostro mondo, nell’epoca in cui siamo venuti al mondo. E questo non significa certo né che questa cultura del tardo capitalismo sia l’unica cultura di riferimento né che sia impossibile, per noi che vi siamo nati in mezzo, sottoporla a critica anche radicale.</p>
<p>Se comunque è questa la battaglia culturale in cui siamo ingaggiati, è evidente che è altamente difficile definire obiettivi circoscritti e verificabili. A questo punto diventa arduo decidere se sia più opportuno ed efficace, per uno scrittore, realizzare la sua battaglia contro la mercificazione abbandonando la casa editrice Mondadori o scrivendo per la Mondadori un libro che manifesta, nell’onda lunga della ricezione, altri valori, altre possibilità di vita più degne e umane di quelle offerte dalla società presente. L’esemplarità riguarda sia il gesto concreto di un individuo, al cospetto del gruppo sociale che ne legge il senso, sia il messaggio complesso e stratificato di un testo letterario che agisce sulla visione del mondo di ogni lettore.</p>
<p>Molti scrittori, intervenuti nel dibattito in corso, si sono mostrati convinti, pur in maniera diversa, che boicottare la Mondadori non è un passo decisivo nella battaglia culturale per una società meno mercificata. (L’argomento più sensato fatto al riguardo segnala gli svantaggi di un tale atteggiamento: accelerare un processo di omogeneità ideologico-culturale forse già avviato ai vertici dell’azienda.) Io aggiungerei una cosa soltanto. Boicottare l’editoria capitalista sarebbe un passo decisivo in questo senso, dedicandosi interamente a forme di editoria digitale autoprodotta e finanziata da lettori altrettanto impegnati in tale boicottaggio. Se esistono scrittori, che hanno convinzioni anticapitalistiche radicali, essi senz’altro staranno battendo questa strada. Un gesto davvero utopico e di sfida non potrà limitarsi, per chi è un autore noto, al passaggio da un’azienda del capitalismo tracotante ad un’azienda del capitalismo temperato. Dove starebbero, in tal caso, il coraggio e il sacrificio esemplari? Che un autore da 50.000 copie decida di autoprodursi il proprio libro in rete, finanziandosi con una sottoscrizione di lettori, questo sì che sarebbe un gesto capace di scuotere le coscienze e di sconvolgere le odierne pratiche editoriali.</p>
<p><em>Autonomia dello scrittore e logica di mercato</em></p>
<p>La confusione tra battaglia politica e campagna moralizzatrice (o battaglia culturale) fa girare non poco a vuoto la discussione. Se il problema della Mondadori è Berlusconi, allora il conflitto deve giocarsi chiaramente sul terreno politico. (E questo vuol dire salvaguardare ogni voce dissenziente, tanto più se viene da autori dell’azienda di cui è Berlusconi è proprietario.) Se il problema della Mondadori riguarda una serie di atteggiamenti, riconducibili alla logica dell’odierna azienda culturale, che pone il profitto e i mezzi per realizzarlo al di sopra di qualsiasi altra considerazione, allora la Mondadori non è l’unico problema, in quanto tutte le grandi case editrici adottano la medesima logica. La campagna moralizzatrice, nata intorno alle peggiori ombre che si addensano sulla casa editrice di Berlusconi (casa editrice fraudolenta, monopolista, acquisita illegalmente, macchina ulteriore di consenso), dovrà investire alla fine lo statuto più generale dello scrittore al cospetto del mercato editoriale e porgli la domanda cruciale: tu che sei giunto ad un vasto pubblico grazie a una casa editrice che riconosce economicamente il tuo mestiere, ti permette di essere presente nelle librerie e ti offre una sufficiente pubblicità, sei nonostante tutto <em>autonomo</em>, <em>indipendente</em>, <em>libero</em> in quello che scrivi?</p>
<p>Questione non di poco conto, perché è sicuramente vero che lo scrittore, in un certo senso, è responsabile solo delle sue parole, ma ciò non va inteso in maniera riduttiva. Non credo sia sufficiente dire: “Nel mio libro non c’è stata censura, nel mio libro dico peste e corna del capo del governo”, ecc. Questo discorso vale finché si parla di battaglia politica, ma se la battaglia in cui uno scrittore degno di questo nome è ingaggiato riguarda soprattutto la cultura dominante e la mentalità che essa favorisce, allora vale l’osservazione che fece Giulio Mozzi in un’intervista su NI proprio sul tema della responsabilità dell’autore: “mi convinco che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria non solo frena la pubblicazione di opere non adatte a essere pubblicate da un’editoria caratterizzata da una tendenza verso un’industrializzazione crescente, ma ne frena addirittura l’apparizione, e prima ancora il concepimento, e prima ancora il desiderio”.</p>
<p>La campagna moralizzatrice contro il “berlusconismo” si scontra qui con la battaglia solitaria che ogni aspirante scrittore realizza, fin da giovanissimo, per adeguare la sua vocazione agli standard della merce editoriale di largo consumo, in quanto è l’assimilazione di tali standard che promette di ridurre ampiamente i rischi di rifiuto editoriale. Ciò non deve stupirci, in quanto una battaglia culturale è sempre una battaglia contro un nemico che è innanzitutto <em>interno</em>: un habitus mentale e pratico.</p>
<p>Il grande sospetto che la compagna moralizzatrice suscita verte su questo inevitabile compromesso tra scrittore e mercato del libro. Pur di raggiungere il pubblico, e confezionare come gli è richiesto un prodotto commerciale, e trarne tutti i vantaggi conseguenti, lo scrittore non rischia di rinunciare alla propria opera, alle proprie ossessioni, alla propria sintassi, al proprio pensiero? Possibile che un tale sospetto cada solo su quegli scrittori che pubblicano per Mondadori, e che potrebbero autocensurarsi nel momento in cui stanno utilizzando o hanno utilizzato una figura come “nano peronista”?</p>
<p>Gli effetti di censura di carattere politico, quando davvero esistono sulla scrittura di un autore contemporaneo, almeno in Italia, sono senz’altro quantitativamente molto limitati rispetto agli effetti di censura che derivano da altri imperativi, come quello della vendibilità e della leggibilità, della leggerezza e della facilità. Peggio di un libro scomodo politicamente, che vende bene, c’è solo un libro, politicamente indecifrabile, che non vende.</p>
<p>Ora, se davvero si vuole porre in modo radicale la questione dell’<em>autonomia dell’autore</em>, non si può fare a meno di legarla alla questione dell’<em>autoproduzione</em>. Ma ciò tira in ballo non più solo lo scrittore e la sua “coscienza”, ma anche il <em>lettore</em> e le sue <em>responsabilità</em>. Tutto questo risulta chiaro per chi sia familiare con il genere della poesia. La poesia è un tipo di scrittura che non riesce ad elevarsi al cielo della merce editoriale. Poiché gli estimatori di poesia non costituiscono un numero sufficiente di compratori per essere qualificati come pubblico, si dice che la poesia non ha pubblico. Ed è vero che un poeta può avere, in certe circostanze, non più di otto o dieci lettori. Questi lettori non saranno tanti quanto quelli di cui un editore ha bisogno per pubblicare un libro senza perderci, ma possono essere sufficienti a legittimare l’esistenza del genere poetico e, in alcuni casi, di opere poetiche molto importanti. Mi rendo conto che è divenuto impossibile ai più concepire l’idea che qualcosa valga, nell’ambito dell’arte della parola scritta, anche se non interessa immediatamente (nel giro di sei mesi) un numero cospicuo di persone. Chi si trova a frequentare l’universo delle scritture poetiche è portato più facilmente di altri a infrangere il tabù che assegna valore a un testo scritto in proporzione alla quantità di pubblico che è disposto ad acquistarlo in forma di libro. (Naturalmente nessuno si sogna di difendere l’idea che sia vera l’equazione inversa: meno pubblico = più valore. Forse le equazioni di questo tipo non sono semplicemente pertinenti.) [Si veda su questo argomento, quanto scritto <a href="http://slowforward.wordpress.com/2010/09/04/precisando/ ">qui</a> da Marco Giovenale, poeta e, come altri poeti, impegnato in forme di autoproduzione.]</p>
<p>Se esiste qualcosa come l’autonomia di uno scrittore, deve poter consistere anche nel voler scrivere un testo, nonostante si corra il rischio che esso non corrisponda a un prodotto editoriale immediatamente vendibile (i famosi sei mesi). E qui l’esame di coscienza degli autori – è ciò cui abbiamo assistito durante queste settimane –, pur non essendo inutile non è sufficiente. L’esame di coscienza lo facciano anche i <em>lettori</em> e partendo dalla stessa questione: che cosa favorisce l’autonomia, in ambito culturale e letterario?</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>La responsabilità dei lettori </em></p>
<p>L’onda lunga delle battaglie politiche altermondialiste, inaugurate a Seattle nel 1999, ha preso la forma di una campagna moralizzatrice, che ha influito sulle abitudini pratiche e mentali dei cosiddetti consumatori. Gli obiettivi politici più ambiziosi come la Tobin tax sono rimasti per ora lettera morta, ma alcuni obiettivi culturali sono stati realizzati: dalle forme di commercio equo e solidale alle pratiche inerenti allo Slow Food. Insomma, una fetta di consumatori si è fatta <em>responsabile</em> almeno quando mangia o acquista una lavatrice. Non sarebbe possibile estendere questa responsabilità anche al consumo dei prodotti culturali? Il tema della <em>bibliodiversità</em> dovrebbe essere all’ordine del giorno, quando si discute di scrittori e di editoria oggi. Ma facciamo un passo avanti: può questo discorso ricadere esclusivamente sulle spalle degli autori più intransigenti e innovativi, o degli editori indipendenti e audaci? Il discorso sulla bibliodiversità è ovviamente complesso e tira in causa diversi fattori, da quello della produzione del libro sino a quello della sua distribuzione e vendita. Oggi, inoltre, ampliando la visuale a tutto il mondo occidentale, nuovi giganti del monopolio (Amazon e Google) si affacciano sul mercato editoriale, pronti ad occuparlo nella sua forma più avanzata, elettronica e telematica.</p>
<p>Una cosa è certa. Qui ed ora esistono pratiche che permettono l’estensione dell’indipendenza e dell’autonomia dello scrittore, e degli stessi progetti editoriali. Ma tale estensione non può che farsi in forma di reale cooperazione tra i diversi soggetti implicati: autori, editori, traduttori, grafici, lettori. Il lettore che voglia “far la morale” è poi disposto, lui per primo, a cambiare alcune abitudini, a compiere qualche sacrificio?</p>
<p>Voglio concludere questa riflessione con due casi molto concreti, uno riguarda un autore francese che in Italia è quasi sconosciuto, l’altro riguarda Nazione Indiana. In entrambi i casi, le scelte e il coinvolgimento dei lettori è decisivo per promuovere l’autonomia e l’indipendenza degli autori.</p>
<p>Partiamo da Paul Jorion. Jorion ha una formazione multidisciplinare, in antropologia e filosofia, ma anche nelle scienze cognitive e nell’economia. Unisce riflessione teorica ed esperienza sul campo. È autore di diversi libri importanti, quali  <em>Investing in a Post-Enron World </em>(McGraw-Hill 2003), <em>La crise du capitalisme américain </em>(La Découverte 2007), <em>La crise. </em><em>Des subprimes au séisme financier planétaire</em> (Fayard 2008) e <em>Comment la vérité et la réalité furent inventées </em>(Gallimard 2009). Sul mondo della finanza statunitense, Jorion ha conoscenze di prima mano. Dal 2005 al 2007, ad esempio, ha lavorato presso Countrywide, l’azienda principale dei prestiti ipotecari negli USA. Dal 2007 Jorion dirige un <a href="http://www.pauljorion.com/blog/">blog,</a> attraverso il quale ha realizzato una sorta di diario della crisi finanziaria statunitense ed europea giorno per giorno, spostandosi continuamente dal piano dell’attualità a quello dell’analisi critica. Ma gli argomenti in esso trattati spaziano dalla filosofia della scienza all’ecologia, dalla letteratura all’intelligenza artificiale.</p>
<p>A mio parere Paul Jorion incarna la figura di quello che definirei un intellettuale post-universitario, riallacciandomi ad una riflessione fatta in <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/20/voci-sulla-scomparsa-dell’intellettuale/">questo articolo</a> sull’eclissi dell’intellettuale universitario. Jorion, pur avendo insegnato in diverse università (Bruxelles, Cambridge, Paris VIII, l’Università di Californie a Irvine), ha deciso alla fine di collocarsi al di fuori dell’istituzione accademica. I materiali del blog, che confluiscono nei suoi libri, hanno per certi versi le caratteristiche di corsi universitari. Rispondono ad una doppia esigenza: quella di far circolare dei saperi, impegnandosi in un lavoro serio di esposizione e divulgazione, e quella di approfondire questi saperi, nel rispetto del rigore scientifico e di una piena indipendenza intellettuale.</p>
<p>Ciò che permette al lavoro di Jorion di realizzarsi in completa autonomia sono le libere sottoscrizioni dei suoi lettori. In una sezione del blog intitolata “Donazione”, l’autore scrive: “Voi avete la bontà di affittare la mia indipendenza: non lavoro infatti per un’azienda, non insegno neppure più, né voglio beneficiare della pubblicità. Vivo esclusivamente dei miei diritti d’autore e dei vostri contributi. Rifiuto di operare tra di voi una selezione in funzione dei soldi: voglio che l’accesso ai miei testi resti gratuito, perché continuerò a rivolgermi a coloro per i quali tutto ciò che non è gratuito è troppo caro. E ciò mi obbliga a contare su altri, che potrebbero contribuire di più, ma su una base strettamente volontaria. Perché non ci sia abuso da parte mia, pubblicherò i miei conti tutti i mesi, in modo che possiate valutare come utilizzo i miei fondi.”</p>
<p>Jorion ha anche chiarito che la cifra mensile ottimale, che gli permette di dedicarsi interamente al suo lavoro, è pari a 2.000 euro mensili. Tutto ciò che raccoglie in più, è utilizzato per finanziare altri autori indipendenti, associandoli al suo progetto. Abbiamo qui una pratica realmente alternativa di produzione e circolazione del sapere, che è interamente funzionale a rafforzare l’autonomia e l’indipendenza dell’autore. Essa si basa sulla cooperazione instaurata con i lettori, che gli permette di salvaguardare il principio etico della gratuità e la necessità materiale di finanziare le proprie ricerche e il proprio lavoro. Il blog di Jorion continua ad essere a tutt’oggi attivo e a richiamare un pubblico deciso a scegliere come spendere il denaro in strumenti di conoscenza del mondo.</p>
<p>Veniamo ora a Nazione Indiana. Le motivazioni che animano un blog collettivo come il nostro possono essere diverse, ma tra di esse la spinta a realizzare uno spazio di espressione autonomo e indipendente si è rivelata nel tempo fondamentale. Questa autonomia si è per altro rafforzata nel confronto spesso rude e impietoso con i gruppi di commentatori, che nel contesto orizzontale della rete non si ponevano certo in un atteggiamento di ricezione passiva e docile. Va però chiarito meglio in che senso un blog letterario come il nostro amplia gli spazi di pensiero autonomo. Spesso si tende a sottolineare che i membri di un blog investono tempo ed energie, cioè lavoro, al fine di proporre dei materiali d’interesse collettivo, e ciò avviene gratuitamente, in una forma che ricorda il volontariato o la militanza politica. Tutto ciò è vero. Dietro ogni post di Nazione Indiana c’è del lavoro, e del lavoro non remunerato. Ma il punto cruciale non è ancora questo. La maggior parte di noi, anche al di fuori degli articoli nati esclusivamente per il blog, nelle collaborazioni a riviste specializzate, convegni, o addirittura pagine culturali sui quotidiani, ha scritto molto spesso, e in molti casi continua a scrivere, gratuitamente o quasi. Il problema è generale: i soldi investiti nella cultura sono pochi, e quei pochi, quando ci sono, possono ridurre drasticamente gli spazi di autonomia. La novità del blog non sta quindi nel lavoro gratuito che lo tiene in piedi, ma nel lavoro gratuito <em>autogestito</em> dagli autori, fuori dalle mediazioni e dai vincoli imposti dalle redazioni, dalle firme autorevoli, da qualche autore influente o redattore privilegiato. Questa situazione ha rotto parecchi equilibri, almeno su due fronti: quello delle riviste specializzate, molte delle quali legate all’università, e quello delle pagine culturali dei quotidiani o di altri periodici nazionali. Entrambe queste realtà, che funzionano in base a gerarchie abbastanza rigide, sono state costrette a fare i conti con una serie di soggetti, che si sono costituiti un’identità culturale e un’autorevolezza soprattutto in rete, nel confronto diretto con i lettori.</p>
<p>Non tutti i membri di un blog come Nazione Indiana possono essere considerati dei <em>parvenu</em>, dei nuovi arrivati, in quanto molti autori sono presenti anche in contesti diversi e più tradizionali, come appunto redazioni di riviste specializzate o pagine culturali di quotidiani. Ciò che però li accomuna è una certa insofferenza verso questi contesti, e la convinzione che il lavoro in rete sia in qualche modo più appagante e più libero, <em>a parità di svantaggi materiali</em>.</p>
<p>Oggi però il nostro blog si propone di realizzare un passo ulteriore, richiamando anche i suoi lettori ad un esercizio di responsabilità. La decisione di inaugurare <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">“Murene”</a>, ossia una collana legata al blog e inizialmente autofinanziata dai suoi membri, auspica una piccola rivoluzione nel rapporto con i fruitori del blog. Anche in questo caso diverse sono state le motivazioni a spingerci su così perigliosa china. Di certo le nostre ambizioni non sono quelle di creare una nuova piccola casa editrice. L’aver poi optato, invece che per un e-book, per il vero e proprio libro, con tutta la cura e l’arte (di Mattia Paganelli) che ciò comporta, credo sia da ascrivere ad uno spirito provocatorio. Non vogliamo prendere scorciatoie tecnologiche, ma accettare la sfida di produrre il più classico degli oggetti culturali: il libro. E non ci accontentiamo soltanto del fatto che il libro sia materialmente bello, vogliamo anche che sia espressione di un’arte della parola intransigente, audace, intelligente, come quella che esercitano i primi tre autori da noi scelti. (Non proponiamo pane, ma brioches. E brioches a prezzi popolari.)</p>
<p>Qual è il senso ultimo di questa provocazione? Io, rispondendo anche per gli altri indiani, lo riassumerei in una frase: <em>smettiamola con il lamento, e cominciamo a costruire la nostra autonomia</em>. Ma un progetto come questo non può funzionare senza la complicità e il sostegno dei lettori. È un progetto rischioso, ma assolutamente realistico. Con 200 abbonamenti copriamo le spese di stampa e spedizione. Oggi siamo a quota 87, e questo è un segnale già molto positivo; 87 persone hanno contribuito a realizzare una pratica culturale inedita. Una pratica che è parte della battaglia contro il “berlusconismo”, i monopoli editoriali, la mercificazione estrema della nostra vita. Sottoscrivere un abbonamento di 20 euro per tre titoli è un atto di fiducia, ma fondamentalmente un atto di fiducia nei confronti della nostra autonomia di scelta. Vi proponiamo dei testi che nascono da un innamoramento forte, e che giungono a voi passando per il difficile corpo a corpo della traduzione. Abbiamo infatti privilegiato autori stranieri, sempre più convinti che il confronto con altre lingue esperienze culture sia per noi, oggi, fondamentale. Infine, abbiamo scelto di dare spazio a generi diversi, quali la poesia, il saggio e il racconto, consapevoli della complessità del fatto letterario, che tende ad essere ricondotto troppo spesso all’unico genere redditizio per il mercato editoriale, ossia il romanzo.</p>
<p>Aggiungo solo che la nostra piccola proposta, pur andando nella direzione dell’autoproduzione, resta imperfetta riguardo ad un’importante questione. Se raggiungiamo i 200 abbonamenti la nostra scommessa è vinta. Significa che non esiste solo “il lettore medio”, il “pubblico”, “il mercato del libro”, ma che esistono singoli lettori consapevoli e capaci di modificare le loro abitudini, di sperimentare forme di produzione culturali diverse e indipendenti. Ciò nonostante non abbiamo ottenuto ancora quella situazione pienamente soddisfacente, per cui la forza-lavoro intellettuale presente in un prodotto culturale viene adeguatamente ricompensata. Affinché si riuscissero non solo a coprire le spese di stampa e spedizione, ma anche a retribuire il lungo lavoro dei traduttori e curatori (in questo caso Raos, Rizzante, Zangrando), gli abbonamenti dovrebbero almeno raggiungere il numero di 400. Ma <em>a parità di svantaggi materiali</em>, la proposta di una collana attraverso degli abbonamenti per sottoscrizione ci sembra davvero il modo migliore per buttare la palla nel campo di voi lettori e di misurare anche la vostra di responsabilità.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/la-vera-alternativa-e-lautoproduzione/">Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/12/09/ce-la-crisi-ma-abbonatevi-a-murene/' rel='bookmark' title='C&#8217;è la crisi, ma abbonatevi a &#8220;Murene&#8221;!!!!!!'>C&#8217;è la crisi, ma abbonatevi a &#8220;Murene&#8221;!!!!!!</a> <small> SPUTA SU HEGEL, SCRIVI SU MARX, ABBONATI A MURENE!...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/10/01/perche-abbiamo-scelto-di-fare-i-libri-delle-murene/' rel='bookmark' title='Perché abbiamo scelto di fare i libri delle Murene'>Perché abbiamo scelto di fare i libri delle Murene</a> <small>di Jan Reister Con l&#8217;uscita imminente del secondo volume della...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/01/13/effusissime-delectati/' rel='bookmark' title='&lt;i&gt;effusissime delectati&lt;/i&gt;'><i>effusissime delectati</i></a> <small>di Antonio Sparzani Vi sarete chiesti senz’altro, voi, fedeli o...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/fare-lobby/' rel='bookmark' title='Fare lobby'>Fare lobby</a> <small>Un labirintico sproloquio sulle classifiche del premio Dedalus di Gianni...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/murene-abbonarsi-e-semplice/' rel='bookmark' title='Murene: abbonarsi è semplice'>Murene: abbonarsi è semplice</a> <small>È già in funzione il negozio elettronico che consente di...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/la-vera-alternativa-e-lautoproduzione/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>196</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Radio Kapital &#8211; M.A.U.S.S.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/05/radio-kapital-mauss/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/05/radio-kapital-mauss/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 05 Oct 2008 04:33:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[François Fourquet]]></category>
		<category><![CDATA[marx]]></category>
		<category><![CDATA[MAUSS]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Jorion]]></category>
		<category><![CDATA[radio kapital]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=9067</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/brionvega-radio-rr227_2.jpg"></a></p>
<p><em>L&#8217;articolo che segue si può trovare sul <a href="http://www.journaldumauss.net/spip.php?article404">Journal du Mauss</a>. Mi auguro soltanto che la traduzione che porgo ai lettori sia all&#8217;altezza dei propositi contenuti nel testo.</em><br />
e<strong>ffeffe </strong>(Francesco Forlani)</p>
<p><em>François Fourquet  risponde all&#8217;articolo di  Paul Jorion : « L’après-capitalisme s’invente aujourd’hui », Le débat, n°151, septembre 2008 di cui si propone qui una sintesi</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/05/radio-kapital-mauss/">Radio Kapital &#8211; M.A.U.S.S.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/brionvega-radio-rr227_2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/brionvega-radio-rr227_2-300x200.jpg" alt="" title="brionvega-radio-rr227_2" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-9175" /></a></p>
<p><em>L&#8217;articolo che segue si può trovare sul <a href="http://www.journaldumauss.net/spip.php?article404">Journal du Mauss</a>. Mi auguro soltanto che la traduzione che porgo ai lettori sia all&#8217;altezza dei propositi contenuti nel testo.</em><br />
e<strong>ffeffe </strong>(Francesco Forlani)</p>
<p><em>François Fourquet  risponde all&#8217;articolo di  Paul Jorion : « L’après-capitalisme s’invente aujourd’hui », Le débat, n°151, septembre 2008 di cui si propone qui una sintesi</em>.</p>
<p><strong>Il pomo della discordia</strong></p>
<p>La crisi dell&#8217;immobiliare, definita il 12 settembre « crisi dei mutui subprime » è una crisi finanziaria assortita con un&#8217;inflazione dei prezzi delle materie prime e delle derrate alimentari, e contemporaneamente,  « crisi di civiltà ». Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, ormai privo di avversari (il capitalismo di Stato dell&#8217;impero sovietico), il capitalismo di mercato resta il solo vincitore e l&#8217;ultraliberalismo libero di riversarsi nel mondo.<br />
<span id="more-9067"></span><br />
Oggi questo capitalismo comincia a incrinarsi: crisi delle compagnie aeree e dei costruttori di automobili, indeboliti dall&#8217;aumento del prezzo del petrolio e crisi finanziaria maggiore. Il sistema capitalista è sempre oscillato tra fasi di prosperità e momenti di crisi.<br />
L&#8217;ipotesi ottimista è: <em>tutto  si sistema sempre, dopo la pioggia ritorna il sereno</em>; l&#8217;ipotesi pessimista: il capitalismo è votato alla distruzione, destinato al crollo. Era quella di Marx, con la teoria dell&#8217;abbassamento del tasso di profitto, ma la storia non ha confermato la sua analisi. Siccome lo Stato interviene sempre all&#8217;ultimo momento, non si può &#8220;tagliare in modo netto&#8221; tra le due ipotesi: 1° Il sistema capitalista è autoregolato; 2° Esso non sopravvive che grazie all&#8217;intervento dello Stato. In effetti, una volta intervenuto lo Stato, non possiamo sapere se il sistema ce l&#8217;avrebbe fatta,  da solo.</p>
<p> <em>Eppure, altri fattori confortano l&#8217;ipotesi pessimista</em>:</p>
<p>1) <em>L&#8217;assenza di autoregolazione </em>del capitalismo costringe lo Stato a intervenire per farsi carico della &#8220;messa in comune&#8221; delle perdite (socialisation des pertes);</p>
<p>2) <em>L&#8217;assenza di auto-adattamento</em> impedisce di trarre le lezioni da una crisi (censura sulla vera origine  delle crisi);</p>
<p>3) <em>Il progresso della conoscenza delle crisi</em> fa convergere le anticipazioni, crea una reazione speculativa incontrollata e porta al disastro. </p>
<p>1) L&#8217;assenza di autoregolazione: la <em>deregulation</em> intrapresa alla fine degli anni &#8217;70 era ispirata dalla fede nell&#8217;autoregolazione del capitalismo, giustificata dalle alte autorità della scienza economica (Scuola di Chicago). Si è finito con il credere che l&#8217;autoregolazione andasse da sé. Anche in caso di crisi, il capitalismo è sempre rinato dalle sue ceneri grazie &#8220;a interventi massicci dello Stato&#8221; per socializzare le perdite. Ma questi fanno parte  dell&#8217;autoregolazione del capitalismo? E&#8217; importante saperlo. Se fosse il caso, allora occorrerebbe che i partigiani di tale tesi giustificassero la coppia &#8220;privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite&#8221;, a maggior ragione del fatto che ne traggono spesso beneficio  essi stessi in veste di azionisti. Se al contrario li si considera come esterni all&#8217; autoregolazione dei mercati, allora le crisi sono potenzialmente fatali per il capitalismo.</p>
<p>2) I mercati non sono nemmeno &#8220;auto adattabili&#8221;: nessuno trae lezioni dalle crisi, nemmeno da quella del 1929: le analisi che denunciavano la speculazione e l&#8217;effetto di <em>leva</em> ( prendere in prestito del capitale per speculare con esso) sono state dissimulate dalle interpretazioni monetariste degli anni &#8217;50, che coprivano così le cause reali della crisi. L&#8217;ignoranza è coscientemente coltivata da coloro che ne approfittano.</p>
<p>3) Il progresso della conoscenza delle crisi è fattore di crisi: all&#8217;inizio di una fase, gli spettatori sono ignoranti e si dividono tra chi &#8220;gioca&#8221; sul rialzo e chi sul ribasso, creando una situazione di stabilità; ma quando uno dei due campi, meglio informato, diventa maggioritario, elimina i feed back negativi che avrebbero corretto la tendenza, la credenza collettiva diventa autorealizzante, produce una reazione incontrollata e scatena in conclusione, quando è al ribasso, una crisi del sistema. </p>
<p>Il disastro diventa allora ineluttabile. Si è paragonata a ragione la crisi del 2008 con quella del 1929. Si è lasciato libero corso alla finanza ultraliberale e la crisi che si è innestata lascerà nell&#8217;ombra il ricordo del 1929. Contraddice il credo di Adam Smith che è a fondamento della dottrina liberale, secondo cui gli individui, perseguento i propri interessi, realizzano senza saperlo l&#8217;interesse collettivo. Cosa fare allora?<br />
Promulgare regolamenti giudiziosi che inibiscano o controllino le cause delle crisi: la speculazione, l&#8217;effetto di leva e l&#8217;uso di prodotti derivati; integrare queste regole in una regola suprema, &#8220;una costituzione dell&#8217;economia&#8221;, in cui un articolo sancirebbe : &#8220;le commesse relative all&#8217;evoluzione dei prezzi sono proibite&#8221;</p>
<p><strong>La replica di François Fourquet</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/radio-thumb.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/radio-thumb-209x300.jpg" alt="" title="radio-thumb" width="209" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-9182" /></a></p>
<p><em>25 tesi sul capitalismo</em></p>
<p><strong>1</strong>. Quel che chiamiamo &#8220;capitalismo&#8221; non si riduce a un&#8217;entità economica, ovvero a un ordine sociale distinto dagli altri ordini, un sistema economico, come lo fanno i marxisti, i trotskysti (Nuovo Partito Anticapitalista), gli altermondialisti (un tempo antimondialisti); eppure Marx, che ha inventato il &#8220;modo di produzione capitalista&#8221; (un sistema), parlava di &#8220;società borghese&#8221; o capitalista: il capitalismo o l&#8217;economia non possono essere separati dalla società di cui sono solo un aspetto, e non un ordine autonomo; il capitalismo come sistema economico è una visione dello spirito;</p>
<p><strong>2</strong>. L&#8217;economia non si riduce al mercato; il capitalismo moderno (dagli anni &#8217;20) non è il solo mercato, ma l&#8217;insieme formato dai mercati, dalle imprese, e dallo Stato; lo storico Fernand Braudel afferma che il capitalismo dell&#8217;età Moderna non si confonde con l&#8217;economia di mercato; è la parte superiore dell&#8217;economia, dove regna il monopolio e non la concorrenza, collocato nella zona centrale delle economie -mondi (cf tesi 16);</p>
<p><strong>3</strong>. Il capitalismo non è pensabile senza lo Stato; un capitalismo senza Stato, è come un topo senza gatto; non si può nemmeno parlare di &#8220;simbiosi&#8221; come se si trattasse di due entità distinte: l&#8217;una economica e l&#8217;altra politica, che si sarebbero formate separatamente e deciso un&#8217;alleanza o di vivere insieme; c&#8217;è inerenza reciproca: dalla nascita nel Medio Evo, lo Stato è nel capitalismo e il capitalismo nello Stato; insieme formano una sola e medesima entità sociale;</p>
<p><strong>4</strong>. Lo stato rappresenta l&#8217;aspetto politico di questa entità; il suo campo d&#8217;azione è il territorio, che sarà in seguito nazionale; il capitalismo ha come orizzonte il mondo; rappresenta l&#8217;aspetto mondiale, è collegato con l&#8217;esterno del territorio;</p>
<p><strong>5</strong>. Il capitalismo è confuso con l&#8217;Europa nella sua esplorazione, conquista e sfruttamento del mondo; è l&#8217;Europa, ovvero il capitalismo, che ha messo in comunicazione le diverse parti del mondo; capitalismo e mondializzazione, in fondo , sono la stessa cosa; nel XIX secolo, si è estesa agli altri &#8220;Paesi nuovi&#8221; ( i reietti europei: USA, Canada o Australia) per formare l&#8217;Occidente;</p>
<p><strong>6</strong>. Il capitalismo, in fondo, è la parte cattiva dell&#8217;Europa, quella che sfrutta e colonizza, che noi aborriamo e respingiamo moralmente, per quanto europei; la assimiliamo a una specie di chimera avida e malefica a cui attribuiamo la potenza di espansione dell&#8217;Europa; la proiettiamo al di fuori di noi e la denominiamo &#8220;Capitalismo&#8221;;</p>
<p><strong>7</strong>. Non c&#8217;è capitalismo se non esiste una istituzione che possa parlare e agire in nome suo, e che ne faccia un &#8220;quasi soggetto&#8221; (idea prossima al &#8220;soggetto come se &#8221; di Alain Caillé) ; in assenza di questa quasi soggettività che gli offre l&#8217;apparenza di un attore della storia, il capitalismo resta un&#8217; entità astratta, una categoria economica vuota, pratico-inerte, senza consistenza storica; e a fare del capitalismo un quasi soggetto, è lo Stato americano e i dirigenti che fanno parte di quello che Stigliz chiama &#8220;la comunità finanziaria mondiale&#8221;, di fatto principalmente americana poiché con sede a New York;</p>
<p><strong>8</strong>. Questo quasi soggetto esercita un potere; solo questo potere è capace di farsi carico della regolazione dell&#8217;economia; allo stesso tempo è sia parte dell&#8217;economia sia nella parte alta dell&#8217;economia, quella superiore, che corrisponde al capitalismo braudélien ;</p>
<p><strong>9</strong>. Il potere di un&#8217; entità sociale è di natura quasi soggettiva; è situata nella parte alta dell&#8217;entità, ma non se ne separa mai: si getta in essa attraverso una miriade di radici ramificate che gli permettono a giusto titolo di esercitare questo potere; la frontiera è porosa tra il potere e quello che non è tale; dall&#8217;alto verso il basso della scala, si passa insensibilmente dalla sua punta estrema alla base; il che rende difficile il compito di distinzione e di definizione dell&#8217;economista, del sociologo o del politologo;</p>
<p><strong>10</strong>. L&#8217;economia americana è più larga dell&#8217;economia del solo territorio americano, misurato dal suo PIL (prodotto Interno Lordo); si confonde quasi con l&#8217;economia mondiale tutta intera, per i prolungamenti planetari delle sue grandissime imprese o società multinazionali, delle grandi banche internazionali, perfino quelle in difficoltà in questo momento:  Citigroup, Merrill Lynch, Lehman Brothers, ecc&#8230; degli investitori istituzionali e degli investimenti diretti all&#8217;estero; più della metà delle società multinazionali sono d&#8217;origine e di cultura americane;</p>
<p><strong>11</strong>. Lo Stato federale  americano ( e i suoi organismi economici, la Fed [Federal Reserve Bank ] e il Tesoro (ministero delle finanze) come del resto la cultura americana, hanno un&#8217;influenza, una presa sulle istituzioni ufficiali dell&#8217;economia mondiale (FMI, BM, OMC) ; nulla d&#8217;importante si decide senza il loro avallo;</p>
<p><strong>12</strong>. Il potere mondiale non si riduce all&#8217;istituzione &#8220;potere degli USA (definito costituzionalmente sul piano politico- Stato Federale- o giuridicamente sul piano economico &#8211; multinazionali, gandi banche, ecc.), in ragione dell&#8217;assenza di una frontiera netta che separi il potere da ciò di cui è costituito tale potere, proprio in virtù dei prolungamenti planetari delle istituzioni, delle imprese e delle banche americane; la potenza americana in senso largo può essere considerata come l&#8217;istanza concreta del potere mondiale, per quanto il mondo non gli obbedisca come soldati al loro capo o magari, gioco forza, lo contesti;</p>
<p><strong>13</strong>. Lo Stato federale americano e i suoi annessi (Fed, Tesoro, FMI) incarna di fatto il potere quasi soggettivo del mondo; il regolatore dell&#8217;economia mondiale, è lui; in mancanza di un&#8217;istanza ufficiale debitamente eletta o nominata, fa le veci del &#8220;regolatore in ultima istanza&#8221; dei mercati mondiali e notoriamente dei mercati finanziari; in caso di crisi, da quando ha elargito prestiti al mondo, durante e dopo la guerra  del 1914-18, svolge la funzione di &#8220;prestatore in ultima istanza&#8221; ;</p>
<p><strong>14</strong>. Il capitalismo mondiale non esiste senza lo Stato mondiale che gli conferisce un potere e un&#8217;esistenza quasi soggettiva; e questo Stato, è al momento lo Stato federale americano, per quanto esso sia contestato in ogni dove, seppure si giudichi ineluttabile a termine la sua sostituzione con un&#8217;altra istanza;</p>
<p><strong>15</strong>. Esistono due forme ideal-tipiche dell&#8217;esercizio del potere: il potere attraverso il comando, a immagine e somiglianza del generale, del papa o del segretario generale del Partito comunista in epoca stalinista (potere gerarchico; immagine della piramide) , e il potere per captazione (immagine della rete) ovvero attraverso una combinazione di violenza, attrazione, seduzione, soggiogazione  ( si è soggiogati dalla violenza ma anche dal fascino) ; nella storia, le città-mondo hanno diretto l&#8217;economia-mondo europea attraverso la captazione dell&#8217;energia dei suoi componenti, ma raramente attraverso la violenza pura esercitata dal di fuori; un forza superiore assimila, pompa o capta sempre l&#8217;energia delle forze subordinate e ottiene la loro riconoscenza; la leadership riposa su questa assimilazione, captazione;</p>
<p><strong>16</strong>. Nella storia dell&#8217;Occidente, dall&#8217;anno Mille, il capitalismo (come inteso da Braudel) è sempre stato localizzato, posto al centro dell&#8217;economia mondo, o anche delle successive capitali o città mondo: Venezia, Anversa, Genova, Amsterdam, Londra; negli anni &#8217;20 la testa del capitalismo ha lasciato Londra per attraversare l&#8217;Atlantico e  sistemarsi in una città bicefala, New York-Washington; le precedenti capitale europee erano state contemporaneamente economiche e politiche;</p>
<p><strong>17</strong>. Questa capitale bicefala degli USA è anche quella del mondo; accoglie la direzione degli Stati Uniti; ma quando il tesoro US nazionalizza Fanny Mae e Freddie Mac, quando nel 1998 la Fed salva LTCM e nel 2008 la banca Bear Sterns per evitare la propagazione planetaria di una crisi del sistema, viene presa una decisione regolatrice per conto della comunità mondiale, senza aver avuto alcun mandato ufficiale per questo; le elezioni presidenziali americane ci concernono, ci appassionano proprio come se si trattasse dell&#8217;elezione attraverso il popolo americano del presidente del mondo, com&#8217;è il caso se non giuridicamente almeno di fatto;</p>
<p><strong>18</strong>. Nella misura in cui non si può distinguere assolutamente l&#8217;economia americana dall&#8217;economia mondiale, né il potere da ciò che detiene questo potere, né la testa del capitalismo dal suo corpo planetario, si potrà affermare che il capitalismo è gli Stati uniti; è vero che il termine Stati Uniti è anch&#8217;esso un&#8217;entità fittizia, ma il suo inserimento nelle relazioni internazionali, l&#8217;esistenza di uno Stato riconosciuto da tutti e di un governo che può parlare e agire in suo nome rende questa esistenza istituzionale e quasi soggettiva, ovvero più o meno reale;</p>
<p><strong>19</strong>. La crisi delle sub prime annuncia in effetti una crisi di civiltà; già la crisi del 1929 era l&#8217;ultimo sussulto di una lunga agonia della <em>civiltà del XIX secolo</em>, come la definiva Polanyi, o della civiltà liberale, come dice Hobsbawm, <em>l&#8217;età degli estremi</em>; la civiltà in crisi oggi sarebbe nata negli anni &#8217;70, sarebbe la civiltà dell&#8217;<em>età neo liberale</em>, i cui promotori pretendevano di annullare gli effetti della grande trasformazione descritta da Polanyi, proibire le pratiche interventiste degli stati e ritornare al mercato autoregolatore  di prima del 1914, cioé al capitalismo liberale;</p>
<p><strong>20</strong>. Non ci sono due civiltà, da una parte la civiltà liberale o neo-liberale, e dall&#8217;altra una civiltà interventista, dirigista o fordista, come la definirebbero i nostri amici regolazionisti (se adottassero la nozione di civiltà), che ha funzionato dalla prima guerra mondiale fino agli anni &#8217;70;</p>
<p><strong>21</strong>. C&#8217;è una sola civiltà, la nostra, tanto liberale quanto dirigista; liberalismo e dirigismo sono due forme di organizzazione che la civiltà occidentale contiene in potenza dal Medioevo; tanto l&#8217;una si attualizza più dell&#8217;altra, quanto il contrario: non si oppongono come due entità chiuse e separate, ma sono due forme sociali complici che hanno bisogno l&#8217;una dell&#8217;altra per esistere; </p>
<p><strong>22</strong>. La civiltà mondiale in gestazione è dominata dalla civiltà occidentale che ha soggiogato le altre ma senza distruggerle: le attira, le influenza, le affascina o al contrario le respinge e suscita il loro rifiuto, per quanto chi si oppone faccia comunque parte della cosa a cui fanno opposizione; espande la sua cultura (l&#8217;utilitarismo, la sete di guadagno, <em>il sempre di più</em>, l&#8217;individualismo) e la sua religione (la religione laica occidentale, caratterizzata dal culto della democrazia, dei diritti dell&#8217;uomo e dell&#8217;individuo), della proprietà privata (fondamento del mercato) e della ragione ( fonte della scienza); </p>
<p><strong>23</strong>. C&#8217;è una sola società mondiale, plurinazionale, che in questo stesso momento rimesta e mescola le società nazionali, le cui pareti sono sempre più porose; il capitalismo, mondiale di nascita, mille anni fa in Europa occidentale, non è che una parola per designare l&#8217;aspetto economico di questa società mondiale; nel XIX secolo , l&#8217;economia mondo europea ha assorbito le altre economie mondo per formare l&#8217;economia mondiale, <em>tout court</em>; al XX secolo, il Socialismo ha bloccato per 75 anni la realizzazione di questo assorbimento, ma si è infine dissolto in esso tra il 1978 (apertura della Cina) e il 1989 (caduta del muro di Berlino); da allora l&#8217;unificazione  dell&#8217;economia mondiale si accelera fin quando un giorno, forse, una nuova divisione non sopraggiungerà a fermarla;  </p>
<p><strong>24</strong>. Il sistema capitalista non crollerà mai grazie all&#8217;assenza di regolazione; poiché ci sarà sempre un&#8217;istituzione politica per regolare una crisi finanziaria, per quanto grave essa sia; e quale altro sistema potrebbe sostituirlo, dopo il fallimento del socialismo? Del resto, ai nostri giorni, non c&#8217;è nessun candidato, pretendente credibile; tutto quello che si può prevedere, è che di tanto in tanto il dirigismo riaffiorerà: perché nel profondo non è mai scomparso; il capitalismo condannato a crollare è un mito; e un mito non può crollare, si dissolve e resuscita quando se ne ha bisogno;</p>
<p><strong>25</strong>. Al contrario la società mondiale, quella sì che può distruggersi, se non risponde alla principale sfida del nostro tempo, che è ecologica; la sua forma più urgente è la sfida al surriscaldamento climatico; e se la risposta giusta non viene data in tempo, la società mondiale scomparirà, e con essa l&#8217;intera umanità, ovvero: noi.</p>
<p>le 14 septembre 2008<br />
Nota<br />
Per chi volesse saperne di più sul M.A.U.S.S. ne abbiamo parlato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/02/mauss/">qui</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/05/radio-kapital-mauss/">Radio Kapital &#8211; M.A.U.S.S.</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/02/15/radio-kapital-bernard-de-mandeville/' rel='bookmark' title='Radio Kapital: Bernard de Mandeville'>Radio Kapital: Bernard de Mandeville</a> <small> La favola delle api (Vizi privati pubbliche virtù) di...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/11/20/giovanni-arrighi/' rel='bookmark' title='I tortuosi sentieri del capitale / Giovanni Arrighi intervistato da David Harvey (2)'>I tortuosi sentieri del capitale / Giovanni Arrighi intervistato da David Harvey (2)</a> <small>Il Tribunale brasiliano concede l&#8217;estradizione a Battisti. Prime pagine dei...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/23/l%e2%80%99interesse-e-usura/' rel='bookmark' title='L’interesse è usura'>L’interesse è usura</a> <small>di Pino Tripodi Interesse zero e nuove forme d’usura. Che...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/omicidi-bianchi/' rel='bookmark' title='Omicidi bianchi'>Omicidi bianchi</a> <small> di Marco Rovelli Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/04/23/cenetta-familiare-mi-raccomandoa-tavola-non-parliamo-di-elezioni/' rel='bookmark' title='Cenetta familiare: mi raccomando, a tavola, non parliamo di elezioni!!'>Cenetta familiare: mi raccomando, a tavola, non parliamo di elezioni!!</a> <small>dedicato a Jean Claude Michéa Questo &egrave; un articolo pubblicato...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/05/radio-kapital-mauss/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>62</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Dynamic page generated in 0.660 seconds. -->
<!-- Cached page generated by WP-Super-Cache on 2012-02-13 04:56:12 -->
<!-- Compression = gzip -->
