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	<title>Nazione Indiana &#187; piero vereni</title>
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		<title>Language is a virus + Less is more?</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Sep 2007 04:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[daniele salvini]]></category>
		<category><![CDATA[distinzione sociale]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Piero Vereni</strong></p>
<p>[riprendo questo scritto in due parti dal <a href="http://pierovereni.blogspot.com/">blog di Piero Vereni</a>, che ringrazio. a.r.]</p>
<p><strong>1. Language is a virus</strong></p>
<p>Premessa-Disclaimer: Non ce l’ho con <a href="http://daniele.freeshell.org/">Daniele Salvini</a>, giornalista e film-maker che non conosco e che quindi rispetto di default.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/12/language-is-a-virus-less-is-more/">Language is a virus + Less is more?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Vereni</strong></p>
<p><small>[riprendo questo scritto in due parti dal <a href="http://pierovereni.blogspot.com/">blog di Piero Vereni</a>, che ringrazio. a.r.]</small></p>
<p><strong>1. Language is a virus</strong></p>
<p>Premessa-Disclaimer: Non ce l’ho con <a href="http://daniele.freeshell.org/">Daniele Salvini</a>, giornalista e film-maker che non conosco e che quindi rispetto di default. Anzi, i video che ho visto di lui mi sembrano interessanti e si accavallano per tanti aspetti al mio lavoro di antropologo delle identità. Ma le cose che lui dice e che commento in questo post potrebbe averle dette chiunque, le dico anch’io in altre forme (vedi il titolo del post). E comunque, non intendo “criticare” quel che dice Salvini, semmai iniziare a riflettere grazie allo spunto delle sue riflessioni (Fine del disclaimer).</p>
<p>Nell’ultimo numero di <em>Nòva24</em>, il bellissimo inserto del giovedì del <em>Sole24ore</em>, Daniele Salvini scrive un pezzo, a pagina 6, titolato (lo so, non è opera sua, i titolatori sono una professione a sé nel mondo del giornalismo) “Comunità aperta (ma non per tutti)”. Si parla del ventennale di Sdf (Super dimensional fortress).<span id="more-4430"></span> Ora, non chiedetemi precisamente cosa sia <a href="http://sdf.lonestar.org/index.cgi">Sdf</a> (leggete direttamente il pezzo, semmai) dato che non l’ho capito del tutto, ma più o meno è una community di circa 30.000 membri che “incentiva un uso evoluto e sapiente degli strumenti informatici”. In pratica, è una community che se ne frega bellamente dell’interfaccia grafica e continua a tenersi unita con il protocollo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Telnet">Telnet</a> e con il vecchio <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gopher">gopher</a>, protocolli di comunicazione in buona parte superati perché troppo rigidi (soprattutto gopher, con la sua struttura ad albero) oppure “inglobati” quanto a funzioni nella struttura grafica del “www”. Le ragioni per mantenere viva una comunità che ha deciso di rifiutare esplicitamente un’interfaccia grafica possono essere le più varie (un po’ come varie sono le motivazioni per cui gli <a href="http://www.800padutch.com/amish.shtml">Amish</a> non usano corrente elettrica, ad esempio) ma a me pare interessante quella che segnala Daniele Salvini nel suo pezzo:</p>
<p><small>Per servirsene [di Sdf] bisogna utilizzare la riga di comando: ogni attività si svolge scrivendo parole in un terminale, senza l’ausilio di una Gui, dell’interfaccia grafica, la quale, come dice <a href="http://www.nealstephenson.com/">Neil [sic] Stephenson</a> nel suo saggio <em>In principio era la linea di comando</em>, altro non è che una metafora e sappiamo tutti che il terreno di gioco delle metafore non è un ambito leale.</small></p>
<p>Provando a tradurre, e pensando anche al forte potere evocativo del titolo del saggio citato a supporto della sua tesi, Salvini ci dice che la riga di comando, non essendo metaforica come invece è l’interfaccia grafica, ci consente un rapporto più vero (con chi, è difficile dirlo: con la Rete in quanto nodi di accesso informativo o con gli utenti della rete in quanto terminali umani, soggetti bio-reali?). Conferma questa mia interpretazione quel che Salvini aggiunge subito dopo:</p>
<p><small>Scrivere invece che cliccare rappresenta una interazione <strong>meno mediata</strong> e un canale di comunicazione <strong>più diretto</strong>. [enfasi aggiunta da me, pv]</small></p>
<p>Mi pare bellissimo: dopo secoli di riflessione (da Platone in giù) sui rischi della scrittura come eccesso di mediazione del reale, ecco finalmente che la Gui si addossa tutta la colpa e possiamo elogiare per la sua “immediatezza” quel che avevamo sempre condannato come segno (attenti alle parole che uso, lettori; attento alle parole che usi, Piero) dello scollamento tra noi e la realtà. Il gusto che si ottiene, è in effetti qualcosa di simile a un remake attuale di <em>Blade Runner</em>. Oggi, nel trionfo di internet e della civiltà dell’immagine, Deckard non userebbe più il televisore per sondare la foto che lo porterà alla caccia dei “lavori in pelle”, probabilmente farebbe un accesso con Telnet, con la riga di comando su un monitor a fosfori verdi…<br />
Ecco in proposito le parole di Salvini, che chiudono il suo bel pezzo svelando l’ideologia profonda di Sdf: “Oltretutto sembra fantascienza ma è <em>vintage</em>”. Ecco la parola chiave: <em>vintage</em>. Qualunque sia la nostra condizione tecnologica, quel che sembra contare veramente, oggi, sono due cose:<br />
1. essere <em>uptodate</em> (di questo atteggiamento ho parlato altre volte, sul mio <a href="http://pierovereni.blogspot.com/">blog</a>, vedi i post taggati social distinction).<br />
2. provare una sottile nostalgia per il passato, spesso evocato come un’epoca in cui la comunicazione era più vera, “meno mediata”.</p>
<p>Credo ci sia una correlazione diretta tra questi due atteggiamenti: più si ha modo di esprimere il secondo, e più si conferma che si vive nel primo. Se cioè non fossimo maledettamente protesi verso un futuro sempre più prossimo che accorcia la durata del presente, non avremmo così tanta nostalgia, e se abbiamo nostalgia è un buon segnale indiretto (ma socialmente apprezzato) del fatto che siamo aggiornati, con un sacco di passato già dietro le spalle.<br />
Tant’è che neppure un mondo così inevitabilmente recente come quello della Rete ce la fa a non generare i suoi tradizionalismi, i suoi lefebvriani che vogliono internet in latino (perché questo a me pare Sfd: la rete che avanza traballando e biascicando una lingua che possono capire solo gli <em>happy few</em>). (Un caso simile mi sembra quello recente del panegirico per i telefonini che non fanno altro che telefonare e, al massimo, mandare sms: ecco i buoni e sani cellulari di una volta, mica le sconcezze ipertecnologiche che abbiamo oggi, signora mia).</p>
<p>Credo che la nostalgia sia un sentimento rispettabile (per quanto io ne rifugga il più possibile) e quindi non è contro questo aspetto psicologico della faccenda che sto argomentando. Mi interessa, in chiusura, puntare al cuore dell’argomentazione: che la metafora del Gui, in quanto metafora, è sleale, e che quindi la riga di comando è più onesta.</p>
<p>Rileggete il modo in cui Salvini lo dice, lo scrive. Rileggete con calma, per favore, e ditemi se non vi viene in mente quello schiavo orientale (citato da Wittgenstein, mi pare) che immerso nelle sabbie mobili si tirò fuori afferrandosi per i capelli legati a coda e tirando forte:</p>
<p>“…sappiamo tutti che il terreno di gioco delle metafore non è un ambito leale”</p>
<p>“…il terreno di gioco delle metafore…” è una metafora! Come tutto il linguaggio che usiamo, che altro non è che un modo MEDIATO (né meno né più di qualunque altro canale comunicativo) di comunicare. Per contestare la sleale metaforicità del Gui, Salvini usa metaforicamente quell’altro strumento (il linguaggio verbale, in questo caso scritto) che dovrebbe essere “più esente” dall’accusa. Questo approccio ribalta secoli di riflessioni filosofiche sull’estetica. Si credeva infatti, fino a poco fa, che quello figurativo (cioè quello delle GUI) fosse un linguaggio meno mediato del linguaggio verbale, dato che si credeva che l’iconismo (cioè la capacità di imitare il reale visibile) fosse una qualità naturale del linguaggio figurativo, fin quando non abbiamo scoperto, con la semiotica moderna, che l’iconismo, come ogni sistema semiotico, ha la sua grammatica e la sua sintassi, e quindi se ne fotte della natura e delle sue regole, per seguire esclusivamente le sue, che sono create dagli uomini.</p>
<p>Ma più di questo, è per me interessante che la posizione di Salvini sembri dare credito all’utopia delle utopie, a quella chimera che perseguita i filosofi e gli antropologi (e ossessivamente i massmediologi, che su questo mito hanno costruito un’intera disciplina) e cioè la speranza che un giorno, forse (nel più remoto passato o nel futuro) gli uomini siano stati o saranno in grado di afferrare la realtà direttamente, im-mediatamente, senza bisogno di un medium (sia questo il linguaggio verbale, quello scritto disprezzato da Platone o quello grafico considerato sleale da Salvini). Ecco allora che, nel momento in cui esiste la Gui, la “linea di comando” vagheggiata, pur essendo a tutti gli effetti una metafora (pensate a dove potete arrivare pensando a “linea di comando”: corpi militari, da un lato, simboli fallici, dall’altro) si presenta come un barlume di quell’utopia, una fiammella da tenere accesa nella speranza che prima o poi divampi il sacro fuoco della comunicazione DIRETTA, senza mediazioni.<br />
La radice di questa utopia, il suo eterno fascino, forse sta nella nostra profonda (nel senso che sta lì, in fondo, onnipresente qualunque cosa facciamo) consapevolezza della solitudine e nel nostro disperato desiderio di uscirne. Ma per uscire “veramente” dalla solitudine dobbiamo sperare che quel che sentiamo anche altri lo sentano, e se mettiamo di mezzo qualunque medium rischiamo di perdere la garanzia che la comunicazione sia stata tale, e di scoprire che è solo un trucco dei segni che si parlano tra di loro, alle nostre spalle. Vogliamo da sempre comunicare senza avere un canale di comunicazione, facendo passare direttamente il messaggio da corpo a corpo, senza linguaggio. È per questo che scopiamo, ed è per questo che gli innamorati balbettano ciuppi cippi e ciccio ciccia: cercano di comunicare sperando di saltare la necessità del medium.</p>
<p>Invece di ammettere che quel che proviamo e che esperiamo (a qualunque livello) esiste solo nella misura in cui viene mediato dal linguaggio (e di lì mediato altrove, dalla tv a internet), ci illudiamo che vi sia un’esperienza e una percezione prelinguistica, che potremmo in qualche modo recuperare se solo non fossimo così dannatamente civilizzati, se fossimo finalmente più naturali. Ecco, il mito di Sdf è il mito dell’ultima Thule, un posto dove ricominciare, finalmente. Peccato che, come tutti i miti, si fondi inevitabilmente proprio su quel che come mito intende negare, e cioè sul potere metaforico del linguaggio, che è così potente da illuderci, in certi momenti, che lui metaforico non è, come ci ha mostrato il pezzo di Daniele Salvini, che scriveva metaforicamente della non metaforicità del linguaggio scritto.</p>
<p><strong>2. Less is more?</strong></p>
<p>Tanto per ribadire il concetto del post qui sopra (grazie a Daniele Salvini per l’intelligenza e la leggerezza con cui ha accolto i miei rilievi), vorrei tornare con altri elementi attorno alla questione del minimalismo (non solo in rete), che fa preferire ad alcuni le vecchie interfacce di testo alle moderne GUI.<br />
<a href="http://www.exibart.com/profilo/autoriv2/persona_view.asp?id=1244">Luigi Serafini</a> in un’intervista che compare sul numero odierno <small>[6 settembre 2007, n.d.c.]</small> di <em>Nòva24</em> articola una posizione interessantissima, che aggiunge (dal mio punto di vista) un’ulteriore sfaccettatura alla questione del rapporto tra utenti e rete come pratica di posizionamento sociale in senso bourdiano (vedi altri post taggati social distinction).<br />
Luigi Serafini contrappone, alla fine dell’allestimento della sua <em>Luna Pac</em>, al <a href="http://www.exibart.com/profilo/sedev2.asp/idelemento/499">Padiglione d’Arte Contemporanea</a>, due concezioni estetiche.<br />
Da un lato c’è la visione della mostra (che ne include una più vasta, dell’arte in quanto tale) come <em>white box</em>, scatola tendenzialmente vuota che l’artista deve limitarsi a riempire quanto meno possibile, secondo il principio del <em>less is more</em>.<br />
All’opposto, l’arte sarebbe la versione socializzata dell’<em>horror vacui</em> e tenderebbe a occupare tutto lo spazio disponibile. Non solo inteso come spazio disponibile per quella mostra o per quell’opera, ma proprio TUTTO lo spazio e basta, in una pulsione espansionista che è in realtà semiogenetica: occupando lo spazio con la sua concezione del mondo, l’arte dà senso al mondo.<br />
Mentre la prima versione sarebbe un retaggio del protestantesimo, che toglie dalle chiese gli stimoli percettivi visibili per condurre il fedele alla riflessione su di sé, lasciandogli come unico canale di ingresso sensorio l’udito della musica sacra, arte eterea quante altre mai, la visione espansionista dell’arte visiva, che pretende di occupare lo spazio colonizzandolo di senso e che porta il soggetto fuori di sé, è un derivato della cultura barocca (e dello spirito Controriformista che la abita, ovviamente). Impossibile, per un italiano, non associare quindi il <em>less is more</em> all’intimità del singolo borghese (weberianamente intento a scavarsi un cunicolo nel monte infinito della produttività) e i cascami barocchi alla caciarona estetica “popolare”, un po’ zingaresca e un po’ puttaneggiante.<br />
Impossibile, soprattutto, non associare l’estetica del <em>less is more</em> al raffinato gusto delle classi superiori (che usano la stringa di comando, non il <em>mouse</em>, vanno ai concerti e se proprio devono godere visivamente si fanno una “vernice”) e l’estetica barocca alle classi televisivamente strumentali e subalterne, protese tra siti porno, YouTube, <em>Un posto al sole</em> e <em>L’isola dei famosi</em>.<br />
Non è improbabile, infine, che molta della critica televisiva (ma anche tanta della critica del “visuale” in genere) sia tuttora scritta sulla base dell’estetica del <em>less is more</em> (mentre il prodotto e la sua fruizione sono di impostazione barocca, ovviamente) segnando quel paradossale scollamento tra critici e pubblico che tutti ormai accogliamo con rassegnazione.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/12/language-is-a-virus-less-is-more/">Language is a virus + Less is more?</a></p>
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		<title>Centocinque mistico</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2004 14:51:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Piero Vereni</strong></p>
<p>Non sono ancora le sei di mattina, e aspetto il <strong>105</strong> all’altezza di <strong>Torpignattara</strong>. Ho sonno, sono come al solito un po’ scocciato per questa gestione casuale dei tempi. Vengo dalla terraferma veneziana degli anni Settanta, dove gli orari di autobus e vaporetti erano filastrocche che imparavamo da bambini (cinque-venticinque-quaranta-cinquantacinque, sei-ventuno-trentasei-cinquantuno) e che ci hanno addestrati all’idea che ci sia una correlazione tra i nostri fini (arrivare in orario) e i mezzi (pubblici) per ottenerli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/03/centocinque-mistico/">Centocinque mistico</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Vereni</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/ATAC-Bus.jpg" alt="ATAC-Bus.jpg" align="left" border="0" height="160" hspace="4" vspace="2" width="240" />Non sono ancora le sei di mattina, e aspetto il <strong>105</strong> all’altezza di <strong>Torpignattara</strong>. Ho sonno, sono come al solito un po’ scocciato per questa gestione casuale dei tempi. Vengo dalla terraferma veneziana degli anni Settanta, dove gli orari di autobus e vaporetti erano filastrocche che imparavamo da bambini (cinque-venticinque-quaranta-cinquantacinque, sei-ventuno-trentasei-cinquantuno) e che ci hanno addestrati all’idea che ci sia una correlazione tra i nostri fini (arrivare in orario) e i mezzi (pubblici) per ottenerli. Trasferitomi a <strong>Roma</strong> a metà degli anni Ottanta, ricordo lo sbigottimento irritato dell’addetto <strong>Atac</strong> cui mi rivolsi per sapere quale fosse l’orario dello zerouno: “Orario de che? Quanno ce sta, parte”.<br />
<span id="more-558"></span><br />
Non mi sono mai abituato ad elargire il mio tempo alla città eterna: se è eterna, che se ne fa dei dieci minuti abbondanti che mi ruba ogni volta che devo prendere un autobus e non posso programmare in modo preciso la mia uscita di casa? Una città eterna, dalla mia ingenua prospettiva, dovrebbe coincidere con una città puntuale.</p>
<p>Mi consolo pensando che questo ritardo sta rendendo più probabile l’eventualità di incontrarle di nuovo. Mi immagino dall’alto <strong>via Casilina</strong> (è facilissimo: è tutta dritta) con le capoccelle delle personcine in attesa alle fermatucce degli autobussini. Vedo i miniassembramenti farsi via via più consistenti mentre si affollano i minuti tra un autobus e l’altro. Le vedo, due fermate dopo la mia: dall’alto sono solo uno spruzzetto di bianco sul marciapiede. Scendo in picchiata ma l’immaginazione non regge. Mi schianto al suolo mentre provo a ricordare quante sono le linee azzurre sull’orlo della divisa di lino bianco. Due? Tre? Non riesco a mettere a fuoco l’immagine, ma intanto il mio 105 è arrivato.</p>
<p>Saliamo tutti smadonnando tra i denti. Un po’ l’autobus che non passa mai, un po’ che non sono ancora le sei di mattina e a quell’ora ci si sente legittimati a smadonnare “a prescindere”, un po’ che la vita che facciamo contiene un alto tasso di smadonnabilità oggettiva. Sul 105, in qualunque orario, gli italiani sono in netta minoranza, come in quasi tutti i mezzi pubblici di Roma. La cosa che più mi dà da pensare è però che non esistono maggioranze, in questi autobus, qualunque sia il criterio usato: colore della pelle, lingua, credo religioso. <strong>Siamo tutti minoritari</strong>. Ma ho poco tempo per pensare. Eccoci alla loro fermata. Ci sono. Salgono.</p>
<p>Sono venti suore di <strong>Madre Teresa</strong>, forse novizie, certamente giovani (nessuna raggiunge i 25, direi). Sopra la divisa, molte indossano golfini di lana blu, o sciarpe nere, utili a proteggere gola e spalle dal pizzicore di queste mattine di tarda estate traditrice. Salgono da tutte le porte, timbrano i biglietti (le uniche a farlo, ovviamente). Poi iniziano a pregare.</p>
<p>Stupidamente, la prima volta che le ho sentite cercavo di ricostruire il senso di quel loro mormorare immaginandolo comunque un biascichio italiano. Certo, dicevo, dal tono generale, dal ritmo, sembra la recita di un rosario. E poi molte il rosario lo tengono in mano. Cercavo le “piena di grazia”, i “ventre tuo Gesù”, i “morteamen”. Italiano? Ma perché mai dovrebbero pregare in italiano? Nessuna di loro è italiana: molte sono <strong>nere africane</strong> e <strong>asiatiche meridionali</strong>. Altre, meno numerose, sono <strong>europee dell’Est</strong>, qualcuna <strong>sudamericana</strong>. Hanno tutti i colori del genere umano, tranne il giallo, e forse non è un caso. Sono alte e basse, bruttine e belle, tondette e segaligne: qualunque cosa facciano, riescono a scardinare sistematicamente la forza uniformante della divisa che indossano. La loro eterogeneità sfacciata, affacciata sui volti, nei colori delle mani e nelle specificità “etniche”, impedisce allo sguardo di spersonalizzarle fino in fondo, come invece sono abituato a fare con le suore “normali”.</p>
<p>Cerco allora di indovinare che lingua parli con Dio questa Babele in movimento. Come dubitarne? È l’inglese. <strong>Dio ha imparato l’inglese</strong>, mi pare evidente, e lo riconosce come lingua veicolare.</p>
<p>Mentre pregano (e alcuni di noi smadonnano ulteriormente del loro pregare, quasi la cosa ci distraesse dal nostro malumore) vedo salire al cielo dall’autobus gli sbuffi delle lodi e delle preci. Il nostro diventa un mezzo pubblico a propulsione mistica, procediamo a forza di Pater (<strong>Father</strong>) e Gloria (<strong>Glory</strong>).</p>
<p>Per quanto la scena mi affascini e coinvolga di suo, non posso fare a meno di pensarla anche in termini metaforici. Siamo una terra di missione, come lo sono state le terre da cui vengono queste donne. Siamo andati, bianchi, puliti e convinti, a raccontare Dio e la modernità in giro per il mondo. E oggi il mondo ci ripaga il favore, ci viene incontro, prova ancora a farci vedere la faccia di Dio. Un Dio multiforme e <strong>colored</strong>, forse poco <strong>united</strong> ma stranamente speranzoso. Non so se ci salveremo, ma se succederà non sarà perché ci siamo pentiti dei nostri peccati. Sarà per le preghiere che salgono dagli autobus delle nostre periferie.</p>
<p>________________________________</p>
<p>Per inserire commenti vai a <strong>Archivi per mese &#8211; settembre 2004</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/03/centocinque-mistico/">Centocinque mistico</a></p>
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		<title>La soapizzazione dell’anima</title>
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		<pubDate>Tue, 06 May 2003 17:56:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Piero Vereni</strong></p>
<p>Cos’è che fa sì che <strong>Maria De Filippi</strong> sia così amata dal pubblico generalista e così detestata dai cosiddetti intellettuali? Prima di stracciarci le vesti e balzare popperianamente sul carro dei mosconi detrattori del catodo, forse vale la pena di capire come funziona un meccanismo narrativo che ha implicazioni antropologiche letteralmente sconvolgenti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/05/06/la-soapizzazione-dell%e2%80%99anima/">La soapizzazione dell’anima</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Vereni</strong></p>
<p>Cos’è che fa sì che <strong>Maria De Filippi</strong> sia così amata dal pubblico generalista e così detestata dai cosiddetti intellettuali? Prima di stracciarci le vesti e balzare popperianamente sul carro dei mosconi detrattori del catodo, forse vale la pena di capire come funziona un meccanismo narrativo che ha implicazioni antropologiche letteralmente sconvolgenti.<br />
<span id="more-33"></span><br />
Gli sceneggiatori televisivi, gente pratica, divide il mondo della fiction in due grandi categorie: <strong>low concept</strong>, e <strong>high concept</strong>. A scanso di malintesi, gli aggettivi stanno ad indicare più l’impegno economico dell’eventuale investimento produttivo che il valore intrinseco delle opere prodotte, per cui <strong>low concept</strong> fa il paio con <strong>low budget</strong>. Comunque sia, <strong>high concept</strong> indica quel tipo di fiction in cui i caratteri dei protagonisti sono nettamente definiti e coincidono con un fare specifico: la caccia al colpevole, la scoperta di nuovi mondi, la ricerca di una via di fuga. <strong>Low concept</strong> è invece quella fiction che ruota strutturalmente attorno alla definizione stessa dei personaggi, perennemente alla ricerca di una loro collocazione sociale o affettiva. Si intuisce quindi dalle definizioni sommariamente presentate che il tipo principe di fiction <strong>high concept</strong> è il telefilm poliziesco, mentre la fiction <strong>low concept</strong> trova la sua massima espressione nel <strong>serial</strong> (nella variante soap opera quando il finale è dilazionato all’infinito; telenovela se il finale per quanto ritardato, è previsto nella sceneggiatura di base). <strong>Low</strong> e <strong>high</strong> sono due idealtipi o caratteri estremi, che delimitano piuttosto i margini di un continuo narrativo entro il quale è possibile collocare le specifiche fiction. Così, per fare un esempio a me caro, la serie <strong>Star Trek</strong> è una fiction <strong>high concept</strong> (&#8220;alla scoperta di nuovi mondi… lì dove l’uomo non è mai stato prima&#8221;), ma il conflitto tra la razionalità vulcaniana del <strong>Dr. Spock</strong> e l’emotività dell’umanissimo <strong>Dr. McCoy</strong> è un tipico caso di sviluppo <strong>low concept</strong> che fa da bordone a tutta la serie. Specularmente, il telefilm <strong>Ally McBeal</strong> è pensato come un <strong>low concept</strong> (l’avvocatessa in perenne crisi sentimentale e identitaria) sul quale si innestano di volta in volta plot basati su casi legali più o meno <strong>high</strong> (ma mai alla <strong>Perry Mason</strong>).</p>
<p>Detto altrimenti, una narrazione è <strong>high</strong> quando punta sulle azioni dei protagonisti (&#8220;Presto, insegua quell’auto!&#8221;) che non hanno bisogno di definizioni dato che quello che sono sta tutto nel loro fare (il <strong>tenente Colombo</strong>), mentre è <strong>low</strong> quando si incentra sulla definizione dei personaggi (&#8220;Devo dirti qualcosa, Pedro: tua madre in realtà è la figlia di tuo padre, quindi tuo padre è tuo nonno, e tua madre è tua sorella&#8221;), attività che di fatto costituisce lo scopo primario della fiction di questo tipo.</p>
<p>Stabilite queste coordinate, è utile ricordare che l’opposizione si può applicare al mondo della letteratura in generale, che costituisce ovviamente il terreno dove l’opposizione si è anzi originariamente sviluppata. Ma è proprio quando viene restituita a questo campo di applicazione che l’opposizione tra <strong>high</strong> e <strong>low</strong> dimostra inaspettate implicazioni, dato che è proprio qui che le implicite connotazioni valutative che mi ero premunito di evitare all’inizio di questa discussione sembrano tornare prepotentemente all’assalto, ma invertite di segno. Intendo dire che la letteratura <strong>high</strong> coincide abbastanza bene con quella che si chiama &#8220;di genere&#8221; (polizieschi, fantascienza, erotici, ecc.) mentre quella <strong>low</strong> sembra sovrapporsi con una certa precisione alla Letteratura con la maiuscola, a quella che – beata lei – arriva a toccare le vette dell’arte.</p>
<p>Anche se cioè un plot <strong>high concept</strong> può strutturare la trama di molta Letteratura con la maiuscola, mi pare indubitabile che ciò che ha fatto di un pezzo di &#8220;prosa letteraria&#8221; un’opera d’arte è stato, per generazioni di critici, il tono irrimediabilmente <strong>low</strong> della struttura ideologica soggiacente. Possiamo cioè dire che senza la ridicola crisi dell’<strong>Innominato</strong> (e gli stravizi conventuali della <strong>monaca di Monza</strong>, e i trascorsi ribaldi di <strong>fra’ Cristoforo</strong>) i <strong>Promessi Sposi</strong> non sarebbero entrati nel canone con il fragore che li ha contraddistinti. Ciò che per due secoli (l’Ottocento e il Novecento) ha costituito il fattore discriminante della Grande Letteratura è stata proprio la capacità degli autori di comunicare gli intimi sommovimenti dell’anima del protagonista, dimostrandone così l’esistenza in un mondo sempre più secolarizzato. La borghesia (classe sociale di cui il romanzo è la più compiuta espressione estetica, com’è noto) ha costruito la propria percezione di sé attraverso la rappresentazione narrativa di un soggetto dotato canonicamente di due fondamentali caratteristiche: è consapevole dei propri stati d’animo, più importanti per la sua vita di qualunque condizione materiale; i suoi stati d’animo mutano nel corso del tempo a seguito di diversi motivi, non ultimo il caso. Non è necessario indicare in questa sede le ragioni strutturali che hanno condotto a una simile concezione del soggetto, mentre è estremamente importante sottolineare l’aspetto <strong>distintivo</strong> di questa identità borghese, che si oppone (tramite la sua interiorità) all’esteriorità della nobiltà e (tramite la sua profondità) alla superficialità inconsapevole delle classi subalterne e strumentali. Dal <strong>Werther</strong> di <strong>Goethe</strong> all’<strong>Agostino</strong> di <strong>Moravia</strong>, il protagonista del romanzo moderno è uno stronzetto che non ha nulla da fare se non struggersi per una qualche relazione (affettiva o di potere) che gli crea dei problemi di identità. Ora, imparare ad apprezzare le qualità estetiche di un simile modello narrativo è procedimento estremamente complicato, che necessita di uno specifico e lungo addestramento: i giovani devono essere educati a identificarsi con soggetti in crisi il cui scopo ultimo non è fare delle cose con il proprio corpo (vangare, scopare, mangiare, defecare) ma elaborare una qualche concezione raffinata del proprio sé come espressione desomatizzata e vagamente nevrotica di un qualche malessere di vivere. Per poter giungere a incorporare questo modello erano necessari – finora – rigorosi strumenti educativi e rigide pratiche di esclusione. <strong>Pierre Bourdieu</strong>, nel suo saggio sulla <strong>Distinzione</strong>, ha illustrato i passaggi necessari per elaborare una concezione estetica che garantisca un’adeguata appartenenza di classe. Ma quel potente saggio è stato scritto prima di <strong>Maria De Filippi</strong>, cioè prima della soapizzazione dell’anima. La <strong>Maria</strong> riprende in maniera industriale, portandolo alla perfezione, il modello del <strong>Maurizio</strong>, che si può riassumere in uno slogan: democratizzare la crisi borghese del soggetto.</p>
<p>In tutti i programmi di Maria De Filippi (<strong>Amici</strong>, <strong>Saranno famosi</strong> – ora ribattezzato <strong>Amici di Maria De Filippi</strong> per ragioni di copyright –, <strong>C’è posta per te</strong>) qualunque sia il concept (dichiaratamente <strong>low</strong> in <strong>Amici</strong> e <strong>C’è posta per te</strong>, falsamente <strong>high</strong> in <strong>Saranno famosi</strong>, in cui si finge che i protagonisti debbano battersi per una vittoria finale) la spina dorsale dell’audience, il detonatore dello share, è sempre e comunque un soggetto qualunque in crisi affettiva e/o identitaria: la madre snaturata che a settant’anni vuole rivedere le figlie; il panettiere demotivato che cerca la fidanzata della sua adolescenza; l’atletico, apollineo e afasico ballerino adolescente che deve superare la crisi che lo contrappone al padre benzinaio che l’ha ostacolato nella sua carriera (ma che a sua volta è in crisi perché ora, pressato dalle telecamere, riconosce il &#8220;talento&#8221; del figlio ed è costretto a rivedere la sua equazione ballerino = frocio).</p>
<p>Credo che il successo di <strong>Maria De Filippi</strong> consista proprio in questa sua capacità di popolarizzare un’immagine a lungo elitaria del soggetto occidentale, rendendola fruibile alle masse che, esposte per troppo breve tempo alla pratica <strong>distintiva</strong> dell’educazione formale, hanno fatto in tempo a cogliere l’<strong>allure</strong> del soggetto borghese senza riuscire veramente a farlo proprio. Gli ex liceali distratti, i geometri con il panico da compito d’italiano, i forzati delle 150 ore e i coatti del <strong>Cepu</strong> hanno con <strong>Maria De Filippi</strong> l’opportunità irrinunciabile di prendersi una clamorosa rivincita di classe, potendo esprimere con tutto il loro corpo quel che la Cultura ha fatto loro solo assaggiare. Lacrime e sudore, aloni ascellari e scarmigliature, posture goffe e voci roche da scarsa pratica telegenica, assieme al calcolato vizio della conduttrice di non guardare mai verso la telecamera, costituiscono lo stile &#8220;realista&#8221; della televisione di <strong>Maria De Filippi</strong> (non per nulla il genere cui appartiene, oggi dominante nelle televisioni di tutto il mondo, è detto <strong>reality</strong>) che garantisce a chi guarda la certezza della partecipazione e dell’identificazione. Le classi popolari, che non hanno tempo da perdere a leggersi pallosissimi <strong>Bildungsroman</strong> senza sugo per giungere a quel raffinamento della coscienza necessario a percepirsi come &#8220;soggetto fragile&#8221;, possono attraverso il tubo catodico fare un corso accelerato di pensiero occidentale, e condensare in un paio d’ore la filosofia del soggetto da <strong>Hegel</strong> a <strong>Heidegger</strong>.</p>
<p>Gli stessi motivi che fanno di <strong>Maria De Filippi</strong> un vero guru delle classi subalterne stanno alla base del disprezzo che verso di lei ostentano i colti, quelli appunto che sono in qualche modo riusciti a incorporare il modello del soggetto fragile per via letteraria o filosofica. Costoro subiscono il gravissimo dispetto di vedersi svelare il trucco sotto il naso, il trucco – si badi bene – fondativo della loro identità. <strong>C’è posta per te</strong> (ma l’argomentazione si può estendere ai <strong>reality show</strong> in generale) costituisce infatti l’anello di congiunzione tra <strong>L’Ulisse</strong> e <strong>Un posto al sole</strong>, svelandone così la comune matrice <strong>low concept</strong>. Prima del <strong>reality</strong> i cultori della cultura alta (che abbiamo visto essere in effetti <strong>low concept</strong>) potevano ribadire la distanza del loro modello narrativo dal serial insistendo sulla patemizzazione esasperata di quest’ultimo, che invece non sarebbe presente nei romanzi d’Arte. A parte il fatto che l’argomentazione è alquanto speciosa (che cos’è il flusso di coscienza di <strong>Molly</strong> se non un effettaccio paragonabile allo <strong>slow motion</strong> in un film di <strong>Zeffirelli</strong>?), la messa in scena dei corpi proletari invasi da anime fragili dimostra senza possibilità di smentita che quel soggetto raffinato che si supponeva frutto di un incessante lavorio interiore può esistere anche in contesti del tutto incongrui, vanificando quindi il processo di distinzione.</p>
<p><strong>Maria De Filippi</strong> quindi è la profetessa della vera laicizzazione della crisi laica del soggetto, la divulgatrice di un modello che era nato per essere elitario. Inevitabile quindi che si attirasse gli strali e gli anatemi di chi di quel modello è vissuto (in senso letterale). Ma ci importa poco delle piccinerie invidiose della borghesia, mentre ci sembra più interessante seguire gli sviluppi antropologici e politici di questo modello identitario. Cosa succede cioè nelle pratiche sociali quando il soggetto non è più raccontabile per il suo fare, ma solo definibile per il suo sentire? Quando il narcisistico modello strutturalista (il soggetto è un fascio di relazioni) diviene pratica quotidiana? Cosa succede veramente quando Luisa non è più quella che fa i vestiti, ma la &#8220;madre degenere&#8221;; Lucio non è più il barbiere ubriacone, ma il &#8220;padre in crisi&#8221;; Antonella non è più la finta verginella che fa impazzire i tardoni, ma la &#8220;ballerina&#8221;? Il passaggio da un concetto <strong>high</strong> (basato sulla narrazione) a uno <strong>low</strong> (basato sulla definizione) del soggetto occidentale è avvenuto circa duecento anni fa (era già compiuto con <strong>Fichte</strong>), ma la divulgazione alle masse di questo modello sta avvenendo ora, sotto i nostri occhi. Il revival etnico, la smania delle radici, il culto del farro e della cucina biologica sono le ricadute ideologiche e mercantili più evidenti di questo mutamento ontologico radicale. Se io non sono più quello che sono per quello che faccio, ma per quello che sento e per come mi rappresento di fronte agli altri, se insomma non ha più alcuna importanza raccontare chi sono, mentre diventa fondamentale definirmi (gay, skater, trans, pacifista, liberal, scrittore, artista, del Cancro), il <strong>badge</strong> &#8220;dello schermo&#8221; è comunque troppo esile per darmi sicurezza, spingendomi a barattare la <strong>mia</strong> storia personale (fatta di azioni che sul mercato delle identità non valgono più nulla) con qualche favoletta collettiva (i Celti, gli antenati, le radici). Vi è quindi un’indubitabile consonanza di fini tra <strong>reality Tv</strong> e revival etnici e localistici, dato che in entrambi i casi i soggetti sono sottratti al loro fare individuale (alienati in un modo che <strong>Marx</strong> non aveva previsto), disossati come cosce di tacchino, per essere restituiti alla macchina mediatico-produttiva nella totale convinzione che ciò che conta veramente è il &#8220;considerarsi&#8221; (mi considero un buon padre, mi considero un artista, mi considero un padano). Questa assunzione apparentemente consapevole della propria soggettività ha un effetto destabilizzante proprio in quanto sottrae al modello delle classi la propria naturalità (critica della borghesia). Ma non è in grado di sottrarre i soggetti all’alienazione da sé, dato che sostituisce le narrazioni individuali con una serie di definizioni (c’ho un trauma infantile) pescate più o meno appropriatamente dal mercato della patologia mentale. Se quindi sul piano ideologico il <strong>reality show</strong> sbugiarda la borghesia e la sua distinzione fasulla, su quello politico la deriva rischia di essere reazionaria. Appena imparano a sentirsi &#8220;nuragici in crisi&#8221;, anche i minatori sardi perdono nerbo. In un mondo in cui le domande principali non sono più: &#8220;Come arrivo a fine mese?&#8221; o &#8220;Come faccio a scoparmela/o?&#8221; ma &#8220;Chi sono io, <strong>veramente</strong>?&#8221; e &#8220;Come posso superare il mio complesso edipico?&#8221;, non rimane molto spazio per progettare (o imporre con la forza) mutamenti strutturali delle condizioni di produzione. La borghesia è in crisi, quindi. Ma non è che le classi subalterne stiano granché meglio. Vorrà dire che ci faremo sopra un bel <strong>talk show</strong>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/05/06/la-soapizzazione-dell%e2%80%99anima/">La soapizzazione dell’anima</a></p>
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		<title>29 aprile 1993. Io c’ero</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Apr 2003 16:11:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Piero Vereni</strong></p>
<p>Ho appreso, con un po’ di sgomento anagrafico, che sono passati dieci anni da quella sera in cui <strong>Craxi</strong>, parzialmente “assolto” dal Parlamento che non concesse l’autorizzazione a procedere su alcuni punti, venne subissato di monetine e buuuizzato all’uscita del Raphael.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/04/29/29-aprile-1993-io-c%e2%80%99ero/">29 aprile 1993. Io c’ero</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Vereni</strong></p>
<p>Ho appreso, con un po’ di sgomento anagrafico, che sono passati dieci anni da quella sera in cui <strong>Craxi</strong>, parzialmente “assolto” dal Parlamento che non concesse l’autorizzazione a procedere su alcuni punti, venne subissato di monetine e buuuizzato all’uscita del Raphael. Quella sera io c’ero.<br />
<span id="more-29"></span><br />
La cosa (mia presenza, e monetine) per quel che mi riguarda potrebbe tranquillamente campeggiare nella storica rubrica “Chi se ne frega?” del vecchio Cuore diretto da Michele Serra, ma pare che il senso comune stia spingendo verso altre direzioni. Ci si dice che abbiamo fatto male, che così non andava fatto. Senza scomodare quanti si battono per la beatificazione del Cinghialone, anche gli storici avversari dell’improbabile leader tunisino ora fanno nonnò col ditino keccosì non si fa. Non è buona cosa tirare le monetine. E giù sproloqui sulla folla, la piazza, l’irrazionalismo.</p>
<p>Giuro che non mi ero accorto di stare facendo la storia, ma le insulsaggini circolanti sugli eventi di dieci anni fa mi portano a credere di essere stato cieco. Effettivamente, è ora di accettare il fatto che quella sera abbiamo fatto la storia o, per come la vedo io, eravamo sul punto di stare per farlo (sulla soglia di una soglia).</p>
<p>Non sopporto le commosse nostalgie che confondono la floridezza dei propri ormoni e del proprio apparato digerente e riproduttivo con quella del mondo, ma tanto meno reggo le abiure dei convertiti, le battaglie antifumo degli ex fumatori (sono uno di loro). Come dice <strong>Sofri</strong> (quello buono, quello stagionato, quello in galera, non la smidollata versione giovanil-tecnologica in libertà) preferisco tenere il passato “ad affettuosa distanza”, senza pretendere per forza che “allora” si fosse capito tutto o che altrimenti non ci si capisse un cazzo. Visto dunque che mi vogliono far credere che dovrei vergognarmi di quella sera di dieci anni fa quando, schiacciato dalla polizia contro le pareti della chiesa che dà sulla piazzetta di fronte all’albergo, urlavo anch’io a Craxi di andare a farsi fottere e che era finita per sempre con il troiaio che si era costruito intorno, vorrei prendermi brevemente la briga di argomentare per la tesi opposta: abbiamo fatto bene, dovevamo fare quel che abbiamo fatto, le monetine sono state evidentemente troppo poche, e gli insulti pure. Dovevamo fare di più.</p>
<p>L’uccisione rituale del sovrano è una pratica comune a tutte le culture, di tutti i tempi. Anche se è vero che gli antropologi – da sempre in caccia di stranezze – ne hanno raccolte innumerevoli testimonianze nell’altrove spaziale o temporale, non fatevi infinocchiare: dalla presa della <strong>Bastiglia</strong> a <strong>piazzale Loreto</strong>, la nostra Modernità occidentale e razionale è piena zeppa di atti “efferati” di rivolta contro il corpo del potere, e non parlo di corpo metaforico, ma proprio del corpaccione villoso, adiposo, untuoso di colui che dice di essere il potere. Non c’entra nulla l’irrazionalità, la mistica, la religione o la folla in quanto belva incontrollabile: è una pura sequenza dialettica per cui il mutamento può e deve derivare esclusivamente dall’abominio della stasi. Quella sera, per parlare spiccio, stavamo facendo fuori il re, e in questo non c’è nulla di male o di sbagliato. Ma vorrei andare oltre e mi chiedo: cosa sarebbe successo se ci fossimo veramente impossessati del corpo di Bettino? Se lo avessimo fatto a pezzi sul serio, se l’avessimo magari mangiato a brani (era grande e grosso, ce n’era per tutti)? Io dico che alcuni di noi sarebbero morti negli scontri, altri andati in galera, ergastolani, ma il paese ne avrebbe beneficiato: avremmo dichiarato, scrivendolo sul corpo del potere, l’irrevocabilità di quello che stava succedendo. Mani Pulite (se avete meno di vent’anni e leggete, credetemi) non fu quel Terrore che stanno spacciando, non fu un’invenzione dei giudici comunisti. Fu il tentativo di una nazione di riprendere controllo di sé dopo 45 anni di bipolarismo. Fu la prova generale per divenire soggetti politici autonomi in quanto italiani, e non democristiani, comunisti, o fascisti. L’impunità della classe politica e lo squallore di quella imprenditoriale erano arrivati al termine. Quindici anni prima si sarebbe detto che il Sistema era finito.</p>
<p>Quando il Parlamento non concesse l’autorizzazione a procedere contro Craxi il messaggio fu chiaro: kissenefrega di <strong>Di Pietro</strong>, della fine di <strong>Gladio</strong>, della fine del <strong>fattore K</strong>: noi non vogliamo che tutto questo cambi. Di fronte a questa reazione simbolica al collasso, la controreazione doveva essere altrettanto simbolica: tu vuoi fregartene (se non c’è pane, dategli brioches) ma io ti sdereno, di smantello, ti annullo. Quella sera, insomma non stavamo facendo altro che il nostro dovere di italiani. Chi non è d’accordo è solo un nostalgico parassita di quel sistema che non aveva più le basi strutturali per sussistere. Il nostro vero errore è stato quello di non andare fino in fondo. Dovevamo sbranare Craxi, avremmo dovuto farlo fuori a pezzi, gettare le sue (mi immagino lunghissime) budella sulla porta del Raphael e trascinarle fino al Parlamento. Poi la polizia avrebbe (giustamente) fatto il suo dovere, ammazzato i più assatanati direttamente sul posto, e portato via un bel po’ d’altri. Mi preme chiarire che non ce l’ho particolarmente con Craxi, che in quell’occasione avrebbe potuto essere rimpiazzato da <strong>Forlani</strong>, o <strong>Andreotti</strong>. Certo, Craxi aveva la protervia tipica dei tiranni, oltre al fisico del ruolo (certo più del sacrestanico Forlani, o anche del mefistofelico Andreotti) ma quel che fece la differenza fu il segnale di disprezzo del principio di realtà che venne lanciato rifiutando l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti.</p>
<p>Avremmo quindi dovuto andare fino in fondo. Sacrificare Craxi e qualcuno di noi in nome del paese, per far capire a tutti che era finita, per segnare con la morte il punto di non ritorno di un modo fare politica e impresa. Non lo facemmo, e qualche mese dopo un signore sorridente e permaloso ci venne a raccontare che non era successo nulla, che tutto poteva tornare come prima. Molti gli diedero retta, spaventati dall’impresa titanica di fondare una nazione fuori dalle logiche della subalternità, delle clientele e della piaggeria al potere, e così ebbe fine la mai nata rivoluzione italiana, che vide il suo concepimento e il suo aborto di fronte all’hotel Raphael la sera del 29 aprile 1993. Io c’ero. E come tutti quelli che fanno la storia, non ho capito che occasione avevo per le mani.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/04/29/29-aprile-1993-io-c%e2%80%99ero/">29 aprile 1993. Io c’ero</a></p>
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