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	<title>Nazione Indiana &#187; Pino Tripodi</title>
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		<title>La crisi del mondo binario di Democrazia e Denaro</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 05:44:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong> </strong>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong><em></em></strong>1) <strong><em>La storia non vuol finire</em>.</strong> <em>La crisi della doppia D (Democrazia Denaro) che  </em>sta attanagliando l&#8217;Europa non è solo un fatto economico e non riguarda solo lo spazio geografico del vecchio continente. Questa crisi è destinata a far deragliare il treno della storia dal binario su cui ha viaggiato negli ultimi secoli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/la-crisi-del-mondo-binario-di-democrazia-e-denaro/">La crisi del mondo binario di Democrazia e Denaro</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong><em></em></strong>1) <strong><em>La storia non vuol finire</em>.</strong> <em>La crisi della doppia D (Democrazia Denaro) che  </em>sta attanagliando l&#8217;Europa non è solo un fatto economico e non riguarda solo lo spazio geografico del vecchio continente. Questa crisi è destinata a far deragliare il treno della storia dal binario su cui ha viaggiato negli ultimi secoli. Su quel binario erano accampati a mo&#8217; di argini indiscutibili e insuperabili la democrazia e il denaro. Non è la prima volta del tempo storico né sarà l&#8217;ultima:  prima ancora  di completare l&#8217;universalizzazione del mondo il medesimo modello di universalizzazione entra in una crisi strutturale. La storia non ne vuol sapere di finire e riparte sempre dal punto in cui ci si prefigura un mondo a forma di omogeinizzato, di polpetta indistinguibile e indifferente governata da un rito infinito, dunque senza storia.</p>
<p>2)      <strong><em>L&#8217;universalizzazione delle macerie</em></strong>. I motivi di questa doppia crisi sono molteplici ma tutti ascrivibili proprio all&#8217;universalizzazione del mondo binario di democrazia e denaro. Appena una forma universale trionfa, quando tutti gli stolti cantano in sua gloria, quella forma comincia a sgretolarsi. Nei luoghi del trionfo e della gloria presto si vedranno le macerie. La ragione di crisi è intrinseca a ogni modello di universalizzazione di qualsiasi campo della conoscenza e del potere. In ogni forma aurorale esistono aspetti dinamici e progressivi. In ogni forma universale quegli aspetti dinamici e progressivi vengono ritualizzati fino a quando diventano una cancrena della forma originaria.<span id="more-40833"></span></p>
<p>3)      <strong><em>La democrazia sospesa.</em></strong> La cancrena della democrazia contemporanea è un fatto ancora poco dibattuto ma assodato come dimostrano i casi di sospensione della democrazia che dall&#8217;Algeria 1992 si sono diffusi fino alla Grecia e all&#8217;Italia 2011. Il paradosso del tempo a venire – per continuare a vigere la democrazia deve essere progressivamente sospesa – è già intuibile in questi giorni.</p>
<p>4)        <strong><em>Il simulacro vuoto della democrazia</em></strong>. Posto che la democrazia sia stata (nell&#8217;antico come nel moderno) la forma più giusta di potere, occorre prendere atto che nel suo funzionamento contemporaneo, la democrazia è diventata un simulacro vuoto, un rito di potere nel quale la giustizia, l&#8217;uguaglianza, la libertà e tanti altri valori che solitamente vengono ad essa ascritti sono totalmente inagiti e controvertiti. Anche in questo caso le ragioni risultano intrinseche: il consenso è sì necessario a qualsiasi forma di potere, ma alla democrazia è così consustanziale che anche ogni ignominia deve essere commessa attraverso il consenso diffuso e certificato nel simulacro del voto. Nella sua forma-cancrena la democrazia è diventata  ricerca ossessiva del consenso. Inoltre, diversamente dai poteri plebiscitari dove il consenso si dimostra più nel rumore, nella democrazia si esercita più nel silenzio. Da democrazia, ovvero potere di tutti, ad apparato di potere per gravitare il consenso a registro dell&#8217;indifferenza ovvero del silenzio-assenso.  Nel compimento di questa parabola si modificano strutturalmente le forme della democrazia. L&#8217;interesse generale non diviene altro che squilibrata somma degli interessi particolari. Gli interessi particolari si cristallizzano in apparati di potere che si combattono l&#8217;un l&#8217;altro. Chi vince di volta in volta  lima gli interessi degli antagonisti distruggendo – col loro aiuto -  via via l&#8217;interesse generale. Quando l&#8217;interesse generale  viene distrutto tanto da mettere in discussione anche gli interessi particolari prevalenti, allora la democrazia  deve essere sospesa. I governi Monti divengono necessari per evitare che la democrazia si riveli pienamente una farsa.</p>
<p>5)      <strong><em>Crisi della democrazia è crisi del denaro.</em></strong> Non si comprende la crisi della democrazia se non si analizza quella del denaro. Le democrazie si sviluppano proporzianalmente alla massa di denaro che muovono. Molte guerre che si combattono devono la loro natura più a problemi di consenso spicciolo (come vincere le prossime elezioni) piuttosto che a interessi economici strategici. Sull&#8217;altare del potere, il bisogno del consenso è sovrano, muove masse gigantesche di denaro in barba a ogni principio monetarista. Pure il keynesismo, da magnifica teoria economica in grado di contemperare debito e crescita, è divenuto mirabile strumento per la ricerca del consenso e per la stabilizzazione degli apparati di potere. Ciò che  abbiamo notato nella democrazia &#8211; la necessità che venga sospesa per evitarne la farsa – è ancor più evidente nel governo del denaro.  Le teorie economiche pure vengono sospese; è una miscela esplosiva e terribile di keynesismo e monetarismo quella con cui si governa il mondo.</p>
<p>6)      <strong><em>Il generale denaro</em></strong>. Le corazzate che assaltano le cittadelle del demos dell&#8217;Occidente, i bombardamenti a tappeto che rischiano di distruggere la civiltà democratica non arrivano dall&#8217;Islam o dalla Cina e non sono guidati da un Bin Laden. Sono nient&#8217;altro che flussi d&#8217;informazione guidati dal generale denaro. Generale nella doppia significanza di comandante supremo e di massa totale di denaro circolante nel mondo.</p>
<p>7)      <strong><em>Le orde barbariche del denaro</em></strong>. Per il mondo contemporaneo, il flusso d&#8217;informazioni che ha come sostrato sottostante la circolazione monetaria va divenendo come le orde barbariche per il mondo romano con l&#8217;unica differenza che le orde arrivavano dall&#8217;esterno,  i flussi d&#8217;informazione arrivano dall&#8217;interno. Essi non sono dunque un fenomeno extra sistemico ma ipersistemico. È il monumento della globalizzazione, cioè la liberalizzazione dei capitali, a dar forma al suo contraltare, cioè ai fenomeni detti speculativi da tutti gli speculatori.</p>
<p>8)      <strong><em>L&#8217;impero romano non poteva tornare a Remo.</em></strong>  Così, la globalizzazione non può essere interrotta per magia e neanche a suon di guerricciole. Nel disastro che incombe, come vaccino da muffa, occorre trovare una linea di fuga, nuove forme della politica, diverse forme d&#8217;economia.</p>
<p>9)      <strong><em>Denaro come pura informazione</em></strong>. Inizio dal denaro. Anch&#8217;esso, come la democrazia, è un simulacro di ciò che  è stato. Circola all&#8217;impazzata, distribuisce iniquità e appropriazioni ciclopiche oltre che indebite, ma non ha sottostante da 40 anni, non ha cioè un valore di riferimento come lo aveva fino al 1971 con l&#8217;oro. Il denaro ormai è pura informazione. In questa sua natura, come qualsiasi informazione, se non è controllabile e verificabile, è sostanziabile in un raggiro.</p>
<p>10)  <strong><em>Virtualizzazione del denaro</em></strong>. Per essere interamente verificabile e controllabile il denaro non deve più apparire come massa circolante. Occorre pervenire alla sua totale e completa virtualizzazione. Una timida virtualizzazione del denaro è già avvenuta per diverse ragioni, non ultima quella fiscale. Lo stesso governo Monti potrebbe limitare le transazioni con denaro contante sulla soglia dei 300-500 euro. Parimenti faranno in successione altri governi. Ma l&#8217;utilizzo timido e parziale della moneta virtuale a unico, parziale, molto parziale, scopo fiscale ne limita l&#8217;efficacia.</p>
<p>11)  <strong><em>Contante, cioè sporco e nero</em></strong>. Una delle più solide ragioni per le quali i sistemi democratici vanno vieppiù polarizzandosi socialmente ed economicamente deriva dal fatto che la massa monetaria circolante è totalmente trasparente per alcune fasce sociali, parzialmente o totalmente opaca per altre. L&#8217;opacità della circolazione monetaria – con l&#8217;evasione e l&#8217;iniquità fiscale che ne derivano -  rende impossibile qualsiasi ragionamento o atto di equità sociale. Per eliminare l&#8217;evasione fiscale non ci vogliono sofisticati apparati di controllo o eserciti di finanzieri. Basta virtualizzare totalmente il denaro. La totale eliminazione del contante su scala globale e la conseguente eliminazione dell&#8217;evasione fiscale sono la base minima fondamentale per intraprendere di nuovo un cammino di equità sociale.</p>
<p>12)  <strong><em>La tracciabilità della virtualità.</em></strong> La tracciabilità totale dei movimenti di denaro – possibile con la totale virtualizzazione della moneta – è condizione certo insufficiente, ma necessaria per inibire il processo di appropriazione indebita che avviene a livello globale. Per attuarla non occorrono grandi operazioni di ingegneria finanziaria. Basta che ogni persona abbia un conto sul quale, come di prassi, sia registrato ogni dare e ogni avere e che qualunque transazione, anche quella di valore centesimale, avvenga per semplice passaggio d&#8217;informazione da una carta di credito o bancomat o postamat o phonemat (questi ultimi, che associano una carta di credito al telefonino non mi risultano esistere ancora ma credo verranno presto alla luce).</p>
<p>13)  <strong><em>Il fantasma dell&#8217;incubo</em></strong>. La totale virtualizzazione del denaro, la sua scomparsa come moneta circolante fa venire legittime paure per esempio legate alla privacy. Tutto vero non fosse che in quell&#8217;incubo siamo cacciati già da tempo. Non c&#8217;è atto o momento della nostra vita che non sia controllabile e già controllato. Tra tutte le libertà che abbiamo ceduto alle sovranità supreme dello Stato e del mercato quella finanziaria è certo la meno preoccupante anzi è un&#8217;angheria che permette e sostanzia una quantità intollerabile di soprusi.</p>
<p>14)  <strong><em>Forme economiche extra-monetarie</em></strong>. La virtualizzazione del denaro avrebbe per eterogenesi dei fini anche effetti su fenomeni inerenti la sicurezza sociale. L&#8217;elemosina, la prostituzione, lo spaccio di droga, il lavoro nero e clandestino e tanti altri fenomeni sociali che allignano in condizioni di circolazione monetaria opaca verrebbero impossibilitati o fortemente limitati entro sentieri di totale tracciabilità. Immaginando questa realtà senza denaro circolante cercherò di dettagliare tutta una serie di effetti parossistici, ma anche aurorali tra i quali voglio qui segnalare la nascita e lo sviluppo di forme economiche extramonetarie, di autoproduzione, di autogestione, di scambio, insomma d&#8217;altre forme d&#8217;esistenza che spero si sviluppino nell&#8217;immediato futuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/la-crisi-del-mondo-binario-di-democrazia-e-denaro/">La crisi del mondo binario di Democrazia e Denaro</a></p>
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		<title>Misure per abbattere il debito pubblico e combattere l’evasione fiscale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/31/misure-per-abbattere-il-debito-pubblico-e-combattere-l%e2%80%99evasione-fiscale/</link>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 08:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Pino tripodi</strong></p>
<p>1)      Le risorse incamerate per effetto delle proposte a seguire devono essere dedicate esclusivamente all’abbattimento del debito e non utilizzate per altra ragione. Occorre dunque una voce del bilancio dedicata esclusivamente  al pagamento del debito alla quale vanno indirizzate tutte le risorse dei punti 2,3,4 di seguito elencati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/31/misure-per-abbattere-il-debito-pubblico-e-combattere-l%e2%80%99evasione-fiscale/">Misure per abbattere il debito pubblico e combattere l’evasione fiscale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino tripodi</strong></p>
<p>1)      Le risorse incamerate per effetto delle proposte a seguire devono essere dedicate esclusivamente all’abbattimento del debito e non utilizzate per altra ragione. Occorre dunque una voce del bilancio dedicata esclusivamente  al pagamento del debito alla quale vanno indirizzate tutte le risorse dei punti 2,3,4 di seguito elencati.</p>
<p>2)      Raccolta del TFR giacente presso le aziende. Con la raccolta del TFR degli anni precedenti si paga il debito, con quella dell’anno in corso si pagano le liquidazioni.</p>
<p>3)      Messa in vendita dell’ammontare totale del debito pubblico. Gli acquirenti dei titoli del debito – che non saranno Buoni del tesoro o Cct, ma Bdd, Buoni del debito – anziché ricevere soldi di  interessi, alimentando così la spirale del debito, utilizzano i titoli acquisiti per pagare a prezzi costanti ( a prova dunque di aumento) tributi e tasse negli anni successivi. I titoli acquisiti aumentano di valore in percentuale crescente rispetto agli anni di uso e sono cedibili, sono cioè titoli al portatore che possono essere tranquillamente venduti sia per acquisire moneta, ma anche beni corrispondenti. L’aumentare del valore del Buoni del debito – che corrisponde al tempo tra l’emissione e l’incasso – anziché aumentare il debito lo abbatte.  Lo stato quindi non paga più interessi sul debito, ma distribuisce benefici differiti sul pagamento anticipato di tasse e tributi a cittadini e aziende.<span id="more-40538"></span>Anziché col pagamento degli interessi, lo Stato paga il debito con minori entrate negli anni a seguire. Anziché differire il debito, aumentandolo progressivamente, lo Stato incamera in anticipo una quota delle entrate che altrimenti incasserebbe in futuro.  Le entrate così diminuiscono, però solo della quota spettante agli acquirenti dei Titoli del debito; le entrate totali invece aumenterebbero con l’aumento del prelievo sulle rendite e con l’abbattimento dell’elusione e dell’evasione fiscale di cui al punto 6.</p>
<p>4)      Aliquota del 20% su ogni tipo di rendita finanziaria (la misura prevista dalla manovra governativa di agosto in vigore dal 1° gennaio 2012 mantiene l’aliquota al 12,5% per i titoli di stato, i buoni postali ecc.) Il differenziale del 7,5% del prelievo sulle rendite finanziare ( dal 12,5 al 20%) viene utilizzato esclusivamente per l’abbattimento del debito fino alla sua estinzione.</p>
<p>5)      Pensionamento libero oltre la soglia prevista di legge per tutti i cittadini. Ciò vuol dire che chiunque potrà, su base volontaria, continuare a lavorare. La misura renderebbe inutile ogni forma di costrizione e darebbe benefici in termini di riduzione della spesa enormemente superiori a qualsiasi altra riforma delle pensioni.</p>
<p>6)      Progressivo ma rapido utilizzo della moneta virtuale per qualsiasi tipo di transazione onde abbattere l’evasione fiscale. La misura renderebbe – eterogenesi dei fini -  un grande beneficio al sistema bancario e postale poiché richiederebbe la bancabilità – o postabilità – di ogni residente e dimorante nel territorio dello Stato. Qualsiasi transazione escluso il baratto – che risulterebbe incentivato &#8211; avverrebbe infatti con la moneta virtuale. Ogni residente e ogni soggetto economico avrebbe come effetto della misura una contabilità in entrata e in uscita totalmente trasparente. L’evasione fiscale risulterebbe impossibile. Anche in questo caso, anziché una crociata contro gli evasori &#8211; dagli effetti dubbi – si propone una misura “tecnica”che presuppone – come lo presuppongono le proposte ai punti 3 e 5 – la messa in discussione dei paradigmi dominanti in tema di economia e società.</p>
<p>*</p>
<p><em>Note:</em></p>
<p>1)     Il paradosso di Jevons in <em>The coal question</em> del 1865 (Le tecnologia atte a ridurre l’uso di carbone non riescono nell’obiettivo, anzi ne aumentano l’uso)  e il debito pubblico (le misure prese per ridurre il deficit non solo non lo riducono ma sono efficaci a centrare l’obiettivo contrario, quello di aumentarlo). La stessa proposta di mettere in costituzione la parità del bilancio va in questa direzione. Il motivo è semplicemente che non si muore di debiti, ma degli interessi maturati su di essi.</p>
<p>2)     Il boomerang delle politiche del debito che si era abbattuto sui paesi terzi e che ora sta franando sui paesi primi.</p>
<p>3)     I limiti delle politiche Keynesiane e il disastro di quelle monetariste.</p>
<p>4)     Valore della moneta e vantaggi del suo uso (oltre come riserva, tipo l’oro) virtuale.</p>
<p>5)     Effetti sociali – anch’essi derivati per eterogenesi dei fini &#8211; dell’uso esclusivamente virtuale della moneta e eliminazione degli effetti collaterali dell’evasione fiscale (tra i quali non poche figure di allarme e di insicurezza sociale).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il mercato senza mercanti: il sito, il progetto</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 08:42:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[coproduzione]]></category>
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		<category><![CDATA[tracciabilità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.prezzosorgente.com/"><strong>Prezzosorgente.com</strong></a></p>
<p><em>Prezzosorgente.com, Il Mercato senza mercanti</em>, è una piattaforma ideata  da <strong>Pino Tripodi</strong> che nasce con l’obiettivo di creare, promuovere  diffondere sistemi di produzione e relazioni sociali basati :</p>

sulla totale assenza della catena commerciale nella  compravendita  delle merci, dei prodotti, delle opere, dei servizi e del  lavoro
sulla cooperazione e sull’autonomia dei produttori,
sui principi di responsabilità , reciprocità e <a href="http://www.prezzosorgente.com/catalog/#">Coproduzione</a>
sul <a href="http://www.prezzosorgente.com/catalog/#">Prezzo Sorgente </a>e sull’ <a href="http://www.prezzosorgente.com/catalog/#">Autocertificazione dei prodotti</a>,
sulla massima tracciabilità dei prodotti e dei prezzi,
sugli <a href="http://www.prezzosorgente.com/catalog/#">Atti di sensibilità planetaria&#8230;</a>.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/25/il-mercato-senza-mercanti-il-sito-il-progetto/">Il mercato senza mercanti: il sito, il progetto</a></p>
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<p><em>Prezzosorgente.com, Il Mercato senza mercanti</em>, è una piattaforma ideata  da <strong>Pino Tripodi</strong> che nasce con l’obiettivo di creare, promuovere  diffondere sistemi di produzione e relazioni sociali basati :</p>
<ul>
<li>sulla totale assenza della catena commerciale nella  compravendita  delle merci, dei prodotti, delle opere, dei servizi e del  lavoro</li>
<li>sulla cooperazione e sull’autonomia dei produttori,</li>
<li>sui principi di responsabilità , reciprocità e <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.prezzosorgente.com/catalog/#">Coproduzione</a></span></li>
<li>sul <a href="http://www.prezzosorgente.com/catalog/#">Prezzo Sorgente </a>e sull’ <a href="http://www.prezzosorgente.com/catalog/#">Autocertificazione dei prodotti</a>,</li>
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<li>sugli <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.prezzosorgente.com/catalog/#">Atti di sensibilità planetaria</a></span>.</li>
</ul>
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		<title>Auschwitz e Rosarno tra demomafie e mafiocrazie</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 06:36:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho sollevato con l’appello dell’11 gennaio, per alcuni in modo discutibile, lo spettro di Auschwitz. Intendevo così indicare una realtà incontrovertibile: la china di degrado, di abbrutimento, di trionfo del pregiudizio, di riduzione in schiavitù, di distruzione di ogni forma di cooperazione sociale e di  reciprocità rischia di non essere una fastidiosa parentesi che si incunea tra un passato di barbarie e il sol dell’avvenire ma la prospettiva concreta in cui rotola il nostro più immediato futuro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/02/auschwitz-e-rosarno-tra-demomafie-e-mafiocrazie/">Auschwitz e Rosarno tra demomafie e mafiocrazie</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho sollevato con l’appello dell’11 gennaio, per alcuni in modo discutibile, lo spettro di Auschwitz. Intendevo così indicare una realtà incontrovertibile: la china di degrado, di abbrutimento, di trionfo del pregiudizio, di riduzione in schiavitù, di distruzione di ogni forma di cooperazione sociale e di  reciprocità rischia di non essere una fastidiosa parentesi che si incunea tra un passato di barbarie e il sol dell’avvenire ma la prospettiva concreta in cui rotola il nostro più immediato futuro.</p>
<p>Non è solo Rosarno il problema.<br />
<span id="more-29742"></span><br />
L’altra sera sono salito sul filobus 90, uno dei luoghi più interessanti di Milano, frequentato nelle ore estreme solo dai poveri e dai migranti. Gli altri preferiscono non frequentarlo trincerando la propria scelta dietro puzze insopportabili, sguardi inquietanti, paure sicuritarie. Una ragazza ispanofona tentava con qualche difficoltà di scendere con la propria bambina sistemata nel passeggino. Un’altra ragazza, italiota come me, ansiosa di salire, ha iniziato a brontolare contro quelle che fanno i figli come i conigli e ci rubano il lavoro e fanno quello che vogliono nel nostro Paese. Silente, sono sceso per aiutare quella madre, poi sono risalito sul filobus dietro la brontolona che non ancora paga ha inscenato una specie di comizio contro gli stranieri che ci rubano e ci ammazzano e non si lavano. Ho atteso di essere sicuro che non fosse squilibrata, poi, di fronte all’episodio di normale idiozia, ho reagito nel vano tentativo di zittirla. Nessun altro ha detto parola. Perché? Perché un’unica idiota fra cento migranti trova suo naturale diritto offenderli e maltrattarli? Perché cento migranti trovano naturale stare zitti, non reagire di fronte alle offese di una persona sola? Chiunque ha visto Rosarno non può non sapere che dietro quel silenzio e quella sopportazione si evidenziano il terrore, la normale condizione di assoggettamento, il callo di condizioni di vita miserrime, i mille ricatti e i tanti capricci di una triste realtà.</p>
<p>Mi chiedo. Fino a quando sarà possibile non reagire? Dove può arrivare questo rapido rotolamento verso l’abominio? Fino a quando ci indigneremo contro gli spettacoli visti in tv ma non solleveremo una mano per interdire una realtà che non ci condurrà ad Auschwitz, ma alla diffusa realtà dei campi di detenzione per migranti, agli arresti di chi è colpevole di essere straniero povero illegalizzato, alla riduzione in schiavitù ci siamo già. Ci indigniamo certo, ma l’indignazione sembra essere diventata null’altro che una forma di consolazione.</p>
<p>La realtà è che i migranti poveri illegalizzati sono irrelati in un’economia che anche senza disturbare le mafie è democraticamente criminale. È una realtà che definirei di demomafie e di mafiocrazie. Oltre ad essere manodopera a basso costo ricattabile e revocabile, i migranti illegalizzati fungono da valvola di compensazione di ogni disagio sociale e hanno un’utilità politica fenomenale. Su di essi si regge parte importante dell’economia delle aziende e delle famiglie italiane, ma anche lo spettacolo elettorale della politica. Chi agita la paura del migrante vince le elezioni.</p>
<p>Il fatto è che il dispositivo dell’economia migrante non è marginale, ma è la forma consustanziale dei rapporti di produzione, ciò verso cui tende il rotolamento in atto.</p>
<p>Così come ogni nazionalismo è razzismo, la schiavizzazione è effetto di una polarizzazione progressiva che non riguarda solo i migranti.</p>
<p>Lottare contro la condizione dei migranti poveri illegalizzati non è a mio parere necessario solo per difendere loro, ma una condizione fondamentale di dignità e di tutela di ciascuno di noi.</p>
<p>Ho evocato lo spettro di Auschwitz perché Rosarno va oltre quella landa di Calabria; è stato il punto di maggiore visibilità e spettacolarizzazione di un’italietta che quando ci si mette sa stare al passo con le correnti d’avanguardia della modernità planetaria.</p>
<p>Rosarno è solo un episodio della guerra ai poveri, condotta anche a mezzo di altri poveri, che si dispiega in ogni parte del mondo e ha come suo fulcro la svalorizzazione crescente della forza lavoro.</p>
<p>Il lavoro salariato quando viene erogato non è spesso in grado neanche di assicurare le condizioni minime di sopravvivenza e di riproduzione della forza lavoro.</p>
<p>Il lavoro in modo crescente viene erogato in forma semigratuita e ultraprecaria in attesa di un divenire salariato visto come un felice miraggio anziché come una forma di prigione a vita.</p>
<p>La merce forza lavoro ha prezzi e considerazione in caduta libera e un’incapacità ad organizzarsi talmente cronica da sembrare irreversibile.</p>
<p>Ciò che è ancora più doloroso è che la TV, tra scioperi della fame, incatenamenti e mesi passati all’addiaccio nei posti più impensabili nella speranza che qualche telecamera ci veda, è la forma visibile e spettacolarizzata dell’impotenza dei salariati e delle loro organizzazioni.</p>
<p>Neanche le mafie riescono a organizzare la forza lavoro. Esse organizzano sempre e soltanto i padroni di turno, anzi sono sempre più lo specchio dei padroni di turno.</p>
<p>Il valore tendente a zero del lavoro salariato è il contraltare della polarizzazione della ricchezza.</p>
<p>I prezzi ridicoli con cui vengono pagati i prodotti del lavoro esaltano l’accaparramento della ricchezza nelle mani della finanza, della grande distribuzione e commercializzazione.</p>
<p>Rosarno è anche la riduzione della popolazione a comunità. Purtroppo, per l’ennesima volta è ciò che si rischia in Calabria. Di fronte all’ennesima immagine negativa riflessa sul mondo, la reazione più immediata è stata quella di serrare le file, di chiudersi nel solito vittimismo per celarsi nell’imminente unanimismo, nel solito piagnisteo contro lo stato agitato ad arte dalla cricche di potere che gestiscono la forma più terribile del welfare, la clientela.</p>
<p>Nel mio appello evocavo un fallimento generale e totale riguardante l’economia, la politica, la cultura. La società. Affinché questa consapevolezza non abbia il valore consolatorio di una critica a di sapore duchampiano ( tanto gli altri muoiono) desidero affermare che il fallimento generale e totale riguarda ciascuno a partire da me che lo evoco e tento di analizzarlo.</p>
<p>Quando avviene, come è avvenuto a Rosarno, che un migliaio di persone venga deportato con il proprio consenso poiché vive nel terrore di rimanere in quella situazione come si fa a stupirsi se viene evocato lo spettro di Aschwitz?</p>
<p>Dopo Rosarno nulla è cambiato: la demomafia e la mafiocrazia hanno ripreso il controllo che era sfuggito loro di mano. Qualche intellettuale, me compreso, non ha perso occasione di esprimere la propria opinione.</p>
<p>Le associazioni sono costrette a un duro gioco d’equilibrismo per non scontentare nessuno e per incamerare qualche residuo finanziamento. I partiti sono troppo occupati a pensare come vincere le incombenti elezioni. I sindacati non hanno neanche gli occhi per piangere. Sono tutti troppo impegnati per occuparsi seriamente di ciò che è successo a Rosarno. Le altre istituzioni sono sempre pronte ad agitare il vessillo contro la mafia e contro il razzismo per sollevare la solita patina d’ipocrisia.</p>
<p>Come nella più solida democrazia ateniese, nel simulacro di quella in cui viviamo ciascuno è ridotto a spettatore di parole. Anche i pochi che hanno la possibilità di parlare sanno di produrre parole che rimangono tali. La realtà della parola è pur sempre una parola poiché i parlanti producono a mezzo di parola una tecnologia del sé totalmente avulsa dalla realtà di cui parlano. La realtà del reale fluisce parallela alla realtà delle parole. Realtà delle parole e realtà del resto del reale si incontrano solo ed esclusivamente se ruffiano è il potere. Solo il potere ha la forza connettiva tra realtà della parola e realtà delle cose.</p>
<p>La realtà è diventata un grande schermo nel quale gli eventi non accadono se non come pura possibilità di produrre parola.</p>
<p>All’apparire della tv le nonne non tolleravano la distinzione tra fiction e realtà. Guardando immagini di incidenti, di omicidi, di guerra imprecavano contro ciò che vedevano e inveivano contro chi al proprio fianco nulla faceva per interrompere gli abomini.</p>
<p>Per loro esisteva solo la realtà, non la fiction.</p>
<p>Pure, gli uomini e le donne della contemporaneità non sopportano la distinzione. Ma al contrario delle nonne per gli spettatori di parola esiste solo la fiction, non la realtà. Ciò che accade si materializza soltanto in una discussione, in un articolo, in una chiacchierata tra amici. Poi il reale scorre parallelo alle nostre parole mentre noi cambiamo canale o film o libro per allontanarci dal fastidio, dall’imbarazzo che la realtà crea. Il reale è come una malattia da esorcizzare con le parole, da allontanare. Ma il reale sfugg a ogni consolazione, è ostinato, non si fa intrappolare, prima o poi esige che non solo le parole facciano i conti con lui.</p>
<p>Dovremo farli anche noi, con le nostre azioni, con i nostri corpi, con la determinazione a pretendere una qualche coerenza tra il nostro dire e il nostro agire.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/02/auschwitz-e-rosarno-tra-demomafie-e-mafiocrazie/">Auschwitz e Rosarno tra demomafie e mafiocrazie</a></p>
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		<title>Allontanare lo spettro di Auschwitz dalla Calabria, dall’Italia, dalle nostre coscienze</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 05:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho visto. So. Tutti sappiamo e tutti abbiamo visto. Non posso serrare la mia coscienza solo individuando le colpe, né semplicemente attendere che qualcuno faccia giustizia. I fatti di Rosarno denunciano un fallimento totale e generale, una vergogna che deve essere riscattata con la consapevolezza che qualsiasi società o economia che permette o lucra da una simile miseria è un crimine.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/12/allontanare-lo-spettro-di-auschwitz-dalla-calabria-dall%e2%80%99italia-dalle-nostre-coscienze/">Allontanare lo spettro di Auschwitz dalla Calabria, dall’Italia, dalle nostre coscienze</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho visto. So. Tutti sappiamo e tutti abbiamo visto. Non posso serrare la mia coscienza solo individuando le colpe, né semplicemente attendere che qualcuno faccia giustizia. I fatti di Rosarno denunciano un fallimento totale e generale, una vergogna che deve essere riscattata con la consapevolezza che qualsiasi società o economia che permette o lucra da una simile miseria è un crimine. Ciò che avviene a Rosarno e in molti altri luoghi della nostra Terra esige un moto di repulsione profondo e definitivo. Un impegno a non tollerare e a combattere l’apartheid, lo schiavismo, il razzismo, la deportazione a cui uomini e donne come me sono costretti quotidianamente.</p>
<p>Invito tutte le donne e gli uomini di Rosarno, della Calabria e dell’Italia intera che hanno provato il mio stesso sentimento di vergogna e la mia stessa repulsione a condividere il mio impegno pubblicamente a <strong>Rosarno domenica 17 gennaio alle ore 12.00</strong>. Mi piacerebbe che tutti i migranti deportati tornassero in questa occasione a Rosarno per testimoniare con me e gli altri che ci saranno che il pregiudizio è la peggiore malattia dell’umanità e il colore della pelle non nasconde la vergogna.</p>
<p>Pino Tripodi, insegnante, Milano</p>
<p>Per adesioni: <a href="http://firmiamo.it/appelloperrosarno">firmiamo.it/appelloperrosarno</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/12/allontanare-lo-spettro-di-auschwitz-dalla-calabria-dall%e2%80%99italia-dalle-nostre-coscienze/">Allontanare lo spettro di Auschwitz dalla Calabria, dall’Italia, dalle nostre coscienze</a></p>
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		<title>Correspondances &#8211; Cartografia dei possibili</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 19:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/scansione0002.jpg"></a></p>
<p><em>Corrispondenza da Marsiglia sull’incontro internazionale<br />
</em><strong> “Nouveaux territoires de l’art” 14-15 et 16 fèvrier 2002<br />
</strong> di<br />
<strong> Francesco Forlani</strong></p>
<p>Ci sono cose che si fanno per convinzione, talvolta per un’idea precisa, un segno, forse per curiosità, e il desiderio diventa l’unico mezzo per andare fino in fondo, seguire una traccia, un’altra, fino a ricomporre un senso, un senso profondo, alla propria ricerca.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/06/correspondances-cartografia-dei-possibili/">Correspondances &#8211; Cartografia dei possibili</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/scansione0002.jpg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-28371" title="scansione0002" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/scansione0002-150x150.jpg" alt="scansione0002" width="150" height="150" /></a></p>
<p><em>Corrispondenza da Marsiglia sull’incontro internazionale<br />
</em><strong> “Nouveaux territoires de l’art” 14-15 et 16 fèvrier 2002<br />
</strong> di<br />
<strong> Francesco Forlani</strong></p>
<p>Ci sono cose che si fanno per convinzione, talvolta per un’idea precisa, un segno, forse per curiosità, e il desiderio diventa l’unico mezzo per andare fino in fondo, seguire una traccia, un’altra, fino a ricomporre un senso, un senso profondo, alla propria ricerca.<br />
Il registro, la trama da seguire non può allora assecondarsi ad una rigida osservazione di un evento che si è “prodotto” in questi giorni in Francia, &#8211; Marsiglia è la capitale di Parigi, ci aveva detto un ragazzo al bar- e che dovrebbe, per chissà quale acrobazia intellettuale, interessare il lettore tipo di Alternative. Voi, probabilmente, vi state già chiedendo, vabbè, insomma, o come si fa a Napoli, che si dice “ ma in sostanza”, vai al dunque.<br />
Dunque…</p>
<p><strong>Il progetto</strong><br />
Due anni fa, e precisamente nel 2000 Michel Duffour, secrètaire d’Etat au Patrimoine et à la Dècentralisation culturelle, incaricava Fabrice Lextrait di stilare un rapporto sui « nuovi territori dell’arte », dedicando un’attenzione più che particolare alle forme artistiche, realizzazioni, progetti nati in quell’area che potremo definire “non istituzionale”, e in particolare associazioni, squat, friches- equivalente dei nostri centri sociali- su tutto il territorio francese. Il rapporto, pubblicato nel Giugno scorso, da una parte disegnava una carta, assolutamente ignorata fino ad allora dal potere politico, dall’altra riusciva a estrarne concetti, modi, forme che suggerivano seppure nella diversità, complessità, un percorso, per le istituzioni, non più di muro contro muro, ma di ascolto reciproco. Nel rapporto che è consultabile su internet c’è tra l”altro una scheda dedicata alle esperienze italiane che il nostro ceto politico farebbe bene a consultare. http://www.culture.fr/culture/actualites/indexflextrait.htm</p>
<p><span id="more-28370"></span></p>
<p>L’incontro di Marsiglia aveva, dunque, all’affiche, un numero impressionante di artisti, operatori culturali, intellettuali, politici, cittadini su un’area vastissima, di cui colpiva l’organizzazione all’insegna della disponibilità e della professionalità, la ricchezza dei mezzi, il confronto offerto dagli atelier, tavole rotonde e dalle comunicazioni ufficiali. Per avere<br />
un’idea basti consultare parlando francese o inglese, il sito, http://www.lafriche.org. L’editoriale di Claudine Dussollier recitava più o meno cosi’ :<br />
<em>“ Giocare col fuoco. C’era una casa abbandonata. Ci si è presi le chiavi e ci siamo sistemati dentro. E’ diventato un centro d’arte contemporanea. Niente di più semplice,quando si è spinti dalla necessità o piuttosto dal desiderio di incarnare il sogno e l’utopia nel reale, il che, e non significa la stessa cosa, s’intreccia in ciascuna delle avventure raccontate dai partecipanti. Creare una casa dove non c’era nulla, investirla, far sì che illumini, trasformarla e vegliare, tenervi acceso un fuoco,…. Questi sono gli atti e le parole che guidano quelle e quelli che animano i territori artistici rivisitati in questa occasione dei « rencontres ».<br />
</em><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>L’incontro</strong></p>
<p>La “Friche la belle de Mai”, di Marsiglia ha accolto così più di mille personalità (per citarne alcuni, Mamadou Kontè,Sènègal, Simon Mundy, Inghilterra, Bonginkosi Banda, Sud Africa, Giorgio Barberio Corsetti, Italia, Jean Nouvel, Francia, Alejandro Jimenez de la Cuesta, Mexique, Roland Castro,France, Bertrand Cantat, Noir desir, France), e tra questi ma bisognerebbe dire, soprattutto, centinaia di luoghi, associazioni, disseminati sul territorio francese e da una trentina di paesi dal mondo. Molti di questi progetti sono del resto visibili sul sito, e molte registrazioni delle interviste permettono di entrare nel vivo delle questioni. Perché l’impressione che si aveva era che a farla da protagonista non era la celebrazione di un astratto connubio politica-arte, o peggio ancora, arte-economia. C’è un passaggio, toccante, del resto nell’intervista rilasciata da Philippe Sollers che offre in modo inequivocabile una misura della temperatura delle ex-fabbriche della Seita.</p>
<p><strong>La democratizzazione dell’arte.</strong></p>
<p><em>“Io sono, sia ben chiaro, per la democrazia dei cittadini dell’organizzazione sociale. Ma non aderisco alla democratizzazione dell’arte perché è un gesto d’assegnazione e perché l’assegnazione non fa appello alla sensibilità. La sola democratizzazione valida<br />
consisterebbe a fare in modo che il cittadino, l’individuo, sappia che se è forse messo in guardia nella sua sensibilità da una sola opera, avrà l’accesso a tutte le altre, di tutti i tempi. Quello che domando incessantemente alla gente che mi parla d’arte è di parlarmi di un opera in particolare, una sola…un solo poema, Baudelaire, un piccolo lampo di Rimbaud, anche solo qualche riga…un solo quadro, anche piccolo, anche un niente. (…) ma parlatemi di una cosa…Il desiderio dell’Arte è un desiderio di godere, un desiderio di voluttà. Il desiderio dell’Arte è un desiderio erotico, evidentemente. Non è un desiderio sociale. E non è possibile democratizzare l’erotismo.</em>”</p>
<p><em>Nessuna delle questioni calde è stata elusa. Il pericolo di un fagocitare, da parte della politica di forme d’arte indipendenti ha molto volentieri ceduto il passo ad altre questioni, probabilmente più unificanti che disgreganti. Perché come Pino Tripodi( autore con altri di “Centri sociali. Che impresa !, ed. Castelvecchi), personalità di spicco del Leoncavallo a Milano, mi faceva notare in una nostra recente conversazione, la situazione in Italia, rispetto a questo tipo di iniziativa resta insolubile. L’incontro,progettato e poi abortito nel 1995 ad Arezzo, che doveva stabilire una carta dei centri sociali, e attraverso mediazioni con le amministrazioni locali, definire progetti comuni, si era scontrato essenzialmente con una ideologia isolazionista, o da radicalità ad oltranza che avrebbe portato ad una spaccatura all’interno di tale movimento. L’incontro di Marsiglia dimostra invece come non solo sia possibile tale sodalizio, ma soprattutto augurabile rispetto ad una deriva delle energie spesso cannibalizzate dal Mercato con una emme maiuscola. Perché allora la libertà dell’azione artistica non può essere tutelata dalle collettività, soprattutto quando queste esprimono una pratica che è politica e di territorio? Non abbiamo forse assistito in questi anni ad un recupero fatto dalle case discografiche « multinazionali » di fenomeni come l’Hip-Hop, o il Rap, e in letteratura per esempio con fenomeni quali il « Polar », di chiare origini libertarie e poi ridotte a moda. Molti interventi citati nel documento di apertura della manifestazione dimostrano come, guardando al di là del proprio naso, e quindi superando steccati tribali da false ideologie, ci si rende conto senza troppa difficoltà di come la posta in gioco sia più importante di quanto pensi, di come, in altri termini non si tratti semplicemente, di artisti, di loro che fanno gli artisti e di una società civile che viaggia ad altre velocità. Oggi la frattura e frattura c’è stata, c’è, si ricompone attraverso modelli di interpretazione della realtà che non bastano più a se stessi.<br />
Perché attraverso queste forme di azione, nelle città, nelle antiche fabbriche abbandonate o nei centri delle città di mezzo mondo non ci sono più modelli che si impongono alla vita, ma è la vita essa stessa, a divenire modello, ad investire, in altri termini i luoghi dell’esistenza.<br />
Quando i “provocatori” dell’evento, ben sei ministri erano presenti a Marsiglia, precisano nel loro programma che l’ambizione è quella di “ accompagnare i progetti non istituzionali senza per questo…istituzionalizzarli,”, un tale proposito fa parte di una sensibilità non solo politica, ma anche, in un certo senso di rottura con le prese di distanza classiche dei politici da tali forme </em>artistiche, soprattutto rispetto alle recenti prese di posizione del governo Berlusconi sull’arte contemporanea.</p>
<p><strong>Superare l’ingiunzione neutralizzante</strong></p>
<p>L’intervento che segue è del sociologo Fabrice Raffin , e come vedremo, traccia, attraverso uno studio effettuato al le Confort Moderne, l&#8217;Usine et la Ufa-Fabrik, friches o centri occupati rispettivamente di Poitiers, Ginevra e Berlino, un’analisi che non solo ricuce lo strappo arte/cultura e vita/società, ma soprattutto ci fa capire come e perché queste esperienze alternative sottraggono all’omogeneizzazione del gusto culturale la molteplicità di idee e progetti che la sostengono. Fabrice Raffin attacca, ma come lui altri, l’idea di Malraux, padre fondatore in Francia dell’istituzionalizzazione dell’arte, dei ministeri culturali.<br />
<em> “In materia culturale, le politiche consensuali fondate dai tempi di Malraux sulla concezione di una neutralità operativa della cultura, non hanno cessato di pesare sulle orientazioni delle strutture che si volevano artisticamente e simbolicamente neutre. La neutralità raggiungerebbe le preoccupazioni mitiche della democrazia culturale. Sarebbe propizia alle definizioni di spazi pubblici della cultura, in teoria accessibili a tutti, quanto meno senza prendere il rischio di allontanarne alcuni. Eppure i fatti continuano a smentire queste orientazioni. Seppure non appartenendo ad un fenomeno omogeneo, le pratiche che vediamo fiorire in Francia sono al contrario in rottura con queste ingiunzioni neutralizzanti. Le nozioni di diversità, di brulichio, di ludico, di festa sono al cuore delle loro pratiche. La stessa sistemazione in questi luoghi a priori poco accoglienti come lo sono le fabbriche dismesse (friches) sembra partecipare del rifiuto dell’omogeneo, del funzionale. Una friche industriale o mercantile è tutto il contrario di un’identità fissa. Se vi si può leggere la chiarezza di un’identità passata attraverso una funzione specifica, industriale o mercantile e degli uomini che la realizzavano, questa è oggi evoluta. Lascia il posto a numerose possibilità. La sistemazione interna ereditata dal passato non è un ostacolo sufficiente a dire irrimediabilmente l’uso che se ne deve fare, al contrario, può accogliere agevolmente pratiche e immaginazioni diverse e multiple. La polivalenza delle funzioni permette agli individui di impegnarsi in attività diverse, di esplorare, sperimentare differenti settori d’attività e di acquistare cosi’ nuove competenze. I valori all’opera nei tre luoghi, quale che sia il quadro della loro mobilizzazione, si articolano intorno a due assi : realismo e pragmatismo.”</em></p>
<p><strong>L’arte è l’avvenire del lavoro</strong></p>
<p><strong> </strong><br />
Non so quanti si ricorderanno delle lotte degli “intermittents du spectacle” in cui tutti i mestieri dell’arte, dalla danza alla musica, cinema, televisione stampa, si ritrovarono uniti contro delle misure che stavano per essere prese per affondare quello statuto. Voluta e perfezionata da Mitterand, la creazione di una “caisse” di previdenza specifica al mondo dell’arte garantiva e garantisce, grazie soprattutto alla rilevanza dei “cachet” degli artisti noti di calcolare un numero di ore effettive di lavoro, per poter godere di una copertura salariale sul resto del tempo ( preparazione di uno spettacolo, esercizi, formazione) cioè di quei tempi di non lavoro materiale ma di lavoro “immateriale”, non quantificabile eppure fondamentale per quell’altro. Bisogna immaginare un attore teatrale che lavori tre, quattro mesi in un anno, ma che sia pagato nei restanti otto, che poi sono quelli di prove, preparazione ecc.<br />
Come, tra gli altri, Maurizio Lazzarato,(Chimères, Derive e Approdi, Multitudes) faceva notare in numerosi articoli, la lotta degli intermittents du spectacle andava interpretata come il segno visibile di una inversione, nel mondo del lavoro, dei termini di vita e di lavoro. Dove per vita si intendeva quella totalità di gesti, riflessioni, esperienze, tempo che per le sue caratteristiche di immaterialità, non potevano comprendersi alla luce dei modelli del lavoro fordista. In altri termini, e ciò faceva impallidire i puri e duri del sindacato, non solo bisognava garantire i privilegi di una corporazione cosi’ di per sè privilegiata, ma estendere quei privilegi- ma sarebbe più giusto parlare di diritti- a tutta la società civile. Sarà forse un caso che i grandi scioperi del 95 che avrebbero messo in ginocchio l’allora governo di centrodestra Juppè, vennero immediatamente dopo?<br />
L’intervista di Toni Negri, che si può leggere per intero nel sito dei “rencontres” di Marsiglia riesce a dare secondo me una perfetta visione di questo risolversi della vita nel politico e quindi anche nell’arte. Scrive Toni Negri:</p>
<p>“<em>L’arte è oggi in un nuovo rapporto con la sovranità, è evidente. L’arte è forse il momento più forte della socializzazione del lavoro; di un lavoro che diventa sempre più intellettuale, capace di produrre dei beni, delle merci, ma anche altre forme di soggettività. Bisogna cercarla in questo passaggio tra produzione d’oggetti e produzione di se stessi, o riproduzione di se stesso. C’è un luogo in cui sono prodotti degli oggetti, delle cose che si chiamano arte. Quando la produzione diventa una produzione immateriale, organizzata in particolare dall’informatica, non c’è più differenza fra la vita e la produzione, tra vivere e produrre. Dunque, su questo terreno, l’arte diventa una delle forme specifiche della produzione, tocca veramente tutta la vita, favorisce l’intreccio delle attività. L’arte dunque deve liberarsi dalla modernizzazione capitalista e legarsi ai grandi spazi, agli ex magazzini dell’Impero, del mercato. Quando dico che l’arte si deve liberare dall’industrializzazione pesante, del fordismo, non voglio dire che l’arte , non è lavoro. E’ una nuova figura del lavoro ed è giustamente questo lavoro immateriale che si confonde con la vita. Questo lavoro del bio politico, un lavoro che produce forme di vita. (…) E’ difficile dire che ci sia da un lato l’arte e dall’altro l’industria, il tempo libero ecc. No. Ci sono degli uomini che vivono l’arte in un certo modo, ed altri che lo vivono in un modo differente. Io, da parte mia, sono convinto che bisogna riportare l’arte all’insieme dei desideri, dei bisogni della gente. L’arte è una testimonianza superiore. Qualcosa di forte, che trasforma il lavoro in una forma d’assoluto.”</em></p>
<p><strong>Ritrovare la città, il comune, la comunità</strong></p>
<p>L’ultima intervista che ha attirato la mia attenzione e che come ho detto fanno parte del materiale vastissimo che ha accompagnato questa tre giorni, è quella di Paul Virilio. A conclusione di questa corrispondenza , mi sembrava importante ritornare al punto da cui siamo partiti. Con il titolo cartografia del desiderio si voleva insistere sulla portata di questa sfida. In altri termini come riappropriarsi del territorio in una vague di deterritorializzazione che ha investito le nostre società. Di come le persone, costrette all’abbandono delle piazze e delle strade, si siano rinchiuse nei loro locali. Se si volesse oggi ritrovare una politica agorà bisognerebbe probabilmente assistere ad una riunione condominiale, dove il vicino fa sempre più rumore, e disturba il sonno e la tranquillità. Il territorio, per Virilio diventa il primo dei tre corpi che costituiscono una vera comunità. Al corpo territoriale si accompagna infatti il corpo sociale e a quest’ultimo il corpo animale. Dice Paul Virilio:</p>
<p><em>“Credo che i lofts, gli squat sono dei tentativi di ritrovare un territorio perché non se ne può fare a meno. Questa ricerca di re-territorializzazione rappresenta un tentativo di ritorno allo spazio reale. Non si tratta di un ritorno nel senso nostalgico. Personalmente mi chiedo come ci siamo potuti lasciare ingannare dall’idea di un sesto continente totalmente virtuale, la cyber mentalità, totalmente in una a-pesantezza dove l’arte sarebbe stata riscattata da tutte le contingenze, a favore dei segni e delle cifre. (…) In qualche modo, è sicuro che queste comuni che sono gli squat, i loft sono una sorta di grande grido per ritrovare la città, il comune nel senso di comunità di abitazione, comunità di vita nel senso di Cosmopolis.<br />
(…) Secondo me, la parola comune è una parola che bisognerebbe riabilitare, essendo stata “macchiata” dal totalitarismo sovietico. Bisogna reinventare il comune, contrapponendolo alla comunità etnica, contro il ghetto settario o religioso. Forse la “friche” artistica è un’occasione per farlo, spero, lo spero, non faccio altro che sperarlo. (…) Nell’antico villaggio, c’era un campo comunale e ritrovo la parola comune. Non era l’agora, nè il forum, ma ne era l’equivalente. Quando c’erano le fiere, le feste, le si facevano nel campo comunale. Ora, avrei voglia di dire che sarebbe preferibile che questi luoghi diventassero dei campi comunali, cioè dei luoghi di scambio in differenti settori, non semplicemente in quello dell’arte o della cultura ama anche in altri campi. Secondo me, questi luoghi, questi territori dell’arte potrebbero essere dei luoghi di interrogazione su” cosa faccio ora?”. Non solo su “che cosa si produce?” o “ che cosa si fa di fronte ad una situazione inestricabile?” perché quando ci si pone questioni di questo tipo è perché non si ha la soluzione. Non è semplicemente per fare della manipolazione, quanto piuttosto per beneficiare dell’intelligenza collettiva delle persone che vivono nell’esperienza del comune, cioè dello scambio, o ancora di una produzione in comune. Mi augurerei che le “friches” fossero dei campi comunali della questione della mondializzazione, perché la mondializzazione è qui, non si fermerà dopo porto Alègre, ci siamo già.”</em></p>
<p><strong> Dunque…</strong><br />
<em> « Nell’ordinamento sociale Parigi è il corrispettivo di ciò che è il Vesuvio nell’ordinamento geografico. Un massiccio minaccioso, pericoloso, un focolaio di rivoluzione sempre attivo. Ma come le pendici del Vesuvio, grazie alle stratificazioni di lava che lo ricoprono, si trasformarono in frutteti paradisiaci, così sulla lava delle rivoluzioni fioriscono come in nessun altro luogo, l’arte, la vita mondana , e la moda »</em></p>
<p><em> </em><strong>Walter Benjamin, Opere complete IX. </strong>« I passages » di Parigi a cura di R. Tiedemann, ed.it. a cura di E. Ganni, Torino, Einaudi 2000, p.88. in http://www.kainos.it</p>
<p>Per tutta la durata dei “rencontres” avevo cercato di capire quale fosse l’origine della parola “friches”. Come italiano, pensavo a un luogo in cui si potessero tenere delle merci, dei magazzini dunque, all’ombra, al fresco. Solo una volta ritornato a Parigi ho potuto fare una ricerca ed ho trovato:<br />
Domaine(s) : urbanisme obsolete industrial zone friche industrielle n. f.<br />
Dèf. :<br />
Zone occupèe en majeure partie par des bâtiments industriels et leurs annexes, aujourd&#8217;hui dèlaissès par les entreprises. [1986]<br />
In verità questa definizione mi aveva un pò deluso. Fabbriche dismesse, come chiese sconsacrate, ex depositi, magazzini. Poi, per fortuna direi, cambiando leggermente di settore e cioè passando all’area semantica dell’agricoltura, trovavo</p>
<p>Domaine(s) : agriculture foresterie<br />
wild land friche n. f.<br />
Dèf. :<br />
Terre non cultivèe, autre qu&#8217;une jachère agricole.<br />
Note(s) :<br />
Une friche peut être maintenue en l&#8217;ètat, soit sans but prècis, soit dans un but d&#8217;amènagement de la vie sauvage, de protection du sol et des eaux, de rècrèation, etc.[1975]<br />
Domaine(s) : ècologie<br />
Wildlands<br />
espaces naturels n. m. pl.<br />
[1990]<br />
In altri termini una « friche » è in italiano un maggese- il centro sociale che ospitava a Marsiglia la manifestazione si chiama « friches belle de mai, della bella di maggio. En friches, significava dunque, lasciare la natura fare il suo corso. E l’arte. La vita. Bisogna è vero, come diceva Voltaire, coltivare il proprio giardino, ma a condizione che l’erba vi cresca.</p>
<p><strong>Articolo pubblicato sulla <a href="http://web.tiscali.it/redazionealternative/Media/Forlani4.doc.pdf">rivista Alternative</a></strong> nel 2002</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/06/correspondances-cartografia-dei-possibili/">Correspondances &#8211; Cartografia dei possibili</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Banco di gratuito credito</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/04/banco-di-gratuito-credito/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Dec 2008 06:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Questo articolo si pone come il proseguimento di</em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/23/l’interesse-e-usura/ ">L'interesse è usura</a>]</p>
<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Da tempo vado studiando la possibilità di fondare una Banca di gratuito credito. Con questo scritto avanzo (depurata dalla gran parte dei retropensieri teorici) l’idea e spero di raccogliere, oltre alle critiche e ai suggerimenti, le prime adesioni in modo da definire lo studio di fattibilità e procedere alla costruzione pratica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/04/banco-di-gratuito-credito/">Banco di gratuito credito</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo articolo si pone come il proseguimento di</em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/23/l’interesse-e-usura/ ">L'interesse è usura</a>]</p>
<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Da tempo vado studiando la possibilità di fondare una Banca di gratuito credito. Con questo scritto avanzo (depurata dalla gran parte dei retropensieri teorici) l’idea e spero di raccogliere, oltre alle critiche e ai suggerimenti, le prime adesioni in modo da definire lo studio di fattibilità e procedere alla costruzione pratica.<br />
1) Eravamo abituati all’idea che i poveri fossero i disoccupati, ma nella contemporaneità è il lavoro vivo che sopporta le condizioni di impoverimento. Tale impoverimento deriva in misura cospicua dall’indebitamento al quale ogni lavoratore è costretto per avere una casa e quant’altro è indispensabile o è ritenuto tale nella società contemporanea. Il debito non è cosa mala in assoluto. Nel debito c’è una grande attesa di futuro, un segno di speranza e di vitalità, la decisione di godere di beni che la propria ricchezza al momento non garantirebbe. Il debito in una certa misura è proporzionale alla ricchezza attesa. Chi contrae un debito si impegna fattivamente a diventare più ricco, a migliorare la propria condizione.<br />
<span id="more-11752"></span><br />
2) Ma anche quest’altro luogo comune dell’economia sta diventando desueto. La distruzione del potere d’acquisto dei salari e degli stipendi ha fatto sì che il debito, gravato dagli interessi, sia diventato in misura cospicua espressione della miseria. Gli interessi che gravano sul debito sono una specie d’ergastolo a cui sono sottoposti centinaia di milioni di persone nel mondo. Non solo, ma la schiavitù del debito usurato diventa una condizione fondamentale della caduta dei salari e del peggioramento delle condizioni di lavoro. Infatti, più alta è la funzione del debito, minore è la disponibilità al conflitto.<br />
Il caso dei mutui <em>subprime</em> ha scosso il pianeta, ma in ciascun paese fuori dall’America si è tentato di dimostrare che gli Usa sono un caso a sé. Ciò è falso, l’Italia procede come il resto del mondo a ritmo serrato a produrre fenomeni assimilabili.  </p>
<p>Una quota rilevante dei redditi da lavoro viene impegnata nel debito. Al debito classico del mutuo-casa si sono affiancati i debiti da consumo. Tra i vari debiti, la quota degli interessi passivi che i redditi da lavoro devono sopportare è micidiale. </p>
<p>Vi sono migliaia di singoli o di famiglie che sopportano debiti pari o superiori alla metà del loro reddito e una quota di questo debito, a volte superiore al 50%, è impegnata nel pagamento degli interessi passivi. </p>
<p>I redditi da lavoro sono usurati dal debito. Sembra una condanna senza riparo; appartiene alla storia dell’umanità. Nonostante il severo divieto d’usura sia stato pronunciato anche dalle religioni il pagamento degli interessi non è stato mai eliminato. Con gli interessi del debito si conduce la guerra infinita tra capitale lavoro, tra rendite e salari. In questa guerra infinita c’è sempre il solito vincitore al quale tutte le nobili lotte del movimento operaio hanno solo fatto il solletico. </p>
<p>Non c’è proprio nulla da fare?</p>
<p>Contro tutte le prove della storia, cocciutamente, continuo a pensare che c’è sempre qualcosa da fare. Il qualcosa da fare in questo caso è semplice e immediato: creare una <strong>Banca di gratuito credito</strong>. In molti penseranno che è una follia e in un certo senso avranno pienamente ragione. L’idea è certamente folle o comunque così apparirebbe a ogni calcolo del raziocinio economico imperante. </p>
<p>Il proposito è creare un mezzo che possa concorrere a risolvere uno dei  problemi economici principale di tutti i diseredati: poter essere indebitati senza essere usurati. Pagare la ricchezza fruita anticipatamente senza contribuire con il pagamento degli interessi sul debito ad arricchire chi è già ricco di suo. Gli interessi sul debito trasferiscono i redditi da lavoro alle rendite e concorrono in maniera determinante a creare una schiavitù che rende più docili e più ricattabili.</p>
<p>L’impresa che qui si propone di fondare dovrebbe funzionare come segue (ma ogni miglioria nel solco dell’idea madre è benvenuta):<br />
La Banca di gratuito credito funziona avendo a modello le banche di mutuo soccorso. </p>
<p>Ogni socio della Banca versa una quota di sottoscrizione minima mensile di 15 euro.</p>
<p>La Banca raccoglie i risparmi dei soci. </p>
<p>Per ottenere crediti dalla Banca occorre essere iscritti e versare la quota minima di sottoscrizione da almeno due anni.</p>
<p>La Banca si finanzierà con le quote d’iscrizione dei soci, con eventuali donazioni e con prestiti infruttiferi e utilizzerà i depositi di risparmio dei soci per concedere prestiti gratuiti ad altri soci.<br />
Soci della Banca possono essere singoli, famiglie, associazioni, cooperative, società.</p>
<p>I prestiti verranno attribuiti, in casi di indisponibilità per tutti i richiedenti, in ragione delle disponibilità della Banca, del tempo in cui si è soci e dell’ammontare del prestito richiesto con priorità per le somme minori. I primi sottoscrittori della Banca potranno ottenere per primi i prestiti. Le somme richieste possono essere pari al massimo del 30% del reddito disponibile e per una durata massima di dieci anni. Quote superiori di debiti e per un tempo superiore sono da osteggiare: bisogna abolire la condanna all’ergastolo dei debiti. </p>
<p>Le spese organizzative della Banca di gratuito credito possono essere pari al massimo alle quote di iscrizione versate dai soci. Per ridurre (con tendenza all’azzeramento) i costi dell’organizzazione della Banca saranno utilizzate quote di gratuita attività fornite dai soci della Banca.  </p>
<p>I prestatori di gratuità attività saranno di diritto soci della Banca anche qualora non potessero versare le quote d’iscrizione a condizione che abbiano versato già due anni di sottoscrizione o di aver prestato sempre per almeno due anni quote di gratuita attività. </p>
<p>La Banca di gratuito credito, in funzione del capitale di cui disporrà, potrà avere anche la funzione di 1) Banca dei beni comuni. Con questo ramo d’attività, la Banca potrà acquisire i beni donati ad essa o da essa comprati e disporli in usufrutto ai soci i quali potranno godere dei beni comuni in cambio di un affitto pari al 10% del proprio reddito;</p>
<p>2) Banca della proprietà comune; con i soci che intendano ottenere prestiti per investimenti di carattere imprenditoriale la Banca potrà condividere quote proprietarie. </p>
<p>Per finire, rispondo, come usa fare in questi casi, alla domanda più comune riservandomi di rispondere ad altre che eventualmente mi saranno rivolte.<br />
D. Perché qualcuno dovrebbe depositare risparmi che non fruttano nulla? R. Perché i risparmi versati nelle banche già non fruttano nulla. Gli interessi attivi pagati dalle banche sono di media dello 0,1%, da cui occorre sottrarre il 27% delle ritenute fiscali mentre gli interessi passivi che i correntisti pagano per fido di cassa sono mediamente del 9.50%, ma raggiungono il tasso effettivo annuo del 12,551%. Continuando a depositare i propri risparmi in una banca si perpetua un meccanismo a proprio sfavore che esprime chiaramente la sproporzione presente tra chi offre denaro e chi lo chiede; depositando i risparmi nella Banca di gratuito credito il denaro non genera profitto certo, ma nel caso si richiedesse un prestito alla Banca di credito gratuito vigerebbe la perfetta uguaglianza tra chi presta e chi richiede denaro. La mancanza di profitto si rivela un enorme guadagno al momento in cui il depositante richiede un prestito ed è un atto a costo zero virgola uno depurato dalle ritenute fiscali di sottrazione alla sfera degli interessi costituiti.  </p>
<p>Commenti, suggerimenti e critiche possono essere inviate anche a <strong>tripodix@tiscali.it</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/04/banco-di-gratuito-credito/">Banco di gratuito credito</a></p>
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		<title>L’interesse è usura</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 08:31:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><em>Interesse zero e nuove forme d’usura.</em><br />
Che differenza c’è tra interesse e usura? Dal mio punto di vista nessuno. Cambiano certo le forme e i tassi dell’usura, ma dal punto di vista concettuale non vi è alcuna differenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/23/l%e2%80%99interesse-e-usura/">L’interesse è usura</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><em>Interesse zero e nuove forme d’usura.</em><br />
Che differenza c’è tra interesse e usura? Dal mio punto di vista nessuno. Cambiano certo le forme e i tassi dell’usura, ma dal punto di vista concettuale non vi è alcuna differenza. In economia invece il discrimine passa tra ciò che viene ritenuto legale e ciò che viene ritenuto illegale. Per interi millenni i concetti si sono sovrapposti tanto che l’usura veniva intesa- e unanimemente condannata &#8211; come prestito di denaro in cambio di interessi. Il motivo dello stigma dell’usura è di grande importanza. Prestare soldi a interessi veniva condannato senz’appello perché ciò significava vendere il tempo e il tempo non appartiene agli uomini bensì a Dio. Ci hanno pensato prima le banche e poi gli stati a distinguere gli interessi dall’usura. L’usura è stata così introiettata nell’ordine economico.<br />
<span id="more-11374"></span><br />
Inserita nella legalità, l’usura si trasforma alchemicamente in interesse, viene ritenuta imprescindibile, legittima e salutare per l’ordine economico mentre l’usura con tutto lo stigma che si porta appresso viene sospinta nell’illegalità e abbandonata, almeno in teoria, alla sfera criminale. <em>Nel mondo moderno e contemporaneo l’interesse è divenuta la forma d’usura legale, mentre l’usura è divenuta la forma dell’interesse illegale.</em> La differenza tra usura e interesse è tutta qui, nella decisione di indicare quali siano le forme di legalità del prestito a interesse. Ma vi sono interi campi dell’economia in cui discernere il legale dall’illegale è veramente complicato. In Italia esiste una legge, la n.108/96, in base alla quale l&#8217;usura scatta quando il tasso d&#8217;interesse praticato nel finanziamento supera il tasso soglia, che si ottiene aumentando del 50% il tasso effettivo globale medio (TEGM) riferito alla categoria di operazioni del finanziamento effettuato. Nella pratica ci sono condizioni del mercato legale dei prestiti che superano abbondantemente il tasso di soglia o si allontanano da esso di qualche centesimale giusto per non incorrere nei dispositivi di legge. Il campo dove il discrimine è più sottile è quello del credito al consumo che sta modificando profondamente la concezione stessa sia dell’interesse sia dell’usura. <em>L’interesse ormai non si paga solo sul tempo, ma anche sull’attività economica. È estorto come funzione pura dell’attività economica. L’attività di produzione viene vieppiù svolta per dar luogo a margini finanziari. La finanza cessa di essere un mezzo per avviare attività con attese di utili derivanti dalla produzione;semmai si inverte la situazione: vi sono attività di produzione che vengono attivate o reiterate prioritariamente per attivare margini finanziari.</em></p>
<p> Che con l’attività finanziaria si possa guadagnare di più che con l’attività produttiva lo hanno dimostrato in tanti: se ne sono accorti coloro i quali guidano le imprese. Interi settori dell’economia della produzione hanno interiorizzato la speculazione finanziaria lucrando non tanto sui margini della produzione ma su quelli della finanza. Vendono magari a prezzi di costo, ma guadagnano sulle operazioni finanziare, concessioni di prestiti e affini, messe in atto soprattutto nel circolo distributivo e commerciale. Nello sviluppo del credito al consumo, un flagello che sta distruggendo le economie proletarie di mezzo mondo, l’interesse è subdolo e l’usura in agguato. Soprattutto se in tutta legalità vengono praticati tassi a interessi zero, una formula irresistibile per i <em>lavoratori del consumo</em> che si fanno truffare in tutta allegria. I dispositivi ambigui con i quali si passa dagli interessi zero all’usura certa li chiarisco con un esempio. </p>
<p>Tempo addietro mi sono recato presso uno studio dentistico multinazionale per un apparecchio ortodontico di cui aveva bisogno mia figlia. La pubblicità sugli interessi zero mi aveva impressionato e volevo andare a fondo della questione. Ancora non avevo riflettuto abbastanza sull’argomento del credito al consumo, ma avevo studiato il caso Fiat, società che ha avuto buoni profitti nel settore del credito anche nel suo momento più disastroso grazie a una sua controllata che prestava soldi ai clienti Fiat. Nello studio dentistico per un apparecchio ortodontico mobile mi avevano chiesto 2900 euro da pagare a rate, naturalmente senza interessi. Ho chiesto che non mi raccontassero la favola degli interessi zero e mi facessero vedere i costi effettivi, ma il dirigente di quella società mi ha spiegato pieno di enfasi che anche se poteva risultare incredibile era vero; la sua società praticava interessi a tasso zero, prova ne era che anche pagando in contanti avrebbero fatto le medesime condizioni, anzi che non era neanche possibile pagare in contanti per motivi contabili. Avendo la sua società tante filiali nel mondo ha scelto che si movimenti il meno possibile denaro e che gli introiti passino attraverso le società finanziarie concordate. Dunque avrei dovuto rassegnarmi alla bontà degli interessi zero. A quel punto quasi convinto mi sono fatto dare il modulo del contratto grazie al quale ho scoperto che le rate non le avrei pagate alla società alla quale mi ero rivolto ma a una società finanziaria la quale effettivamente mi avrebbe fatto pagare i 2.940 euro previsti in 24 comode rate  di 122,50 euro ciascuna e allo 0% di interessi. </p>
<p>Al momento sono trasalito all’evidenza che una società finanziaria mi facesse un prestito senza pretendere interessi, ma per la mia natura sospettosa cominciai a pensare che 1) pagando le prestazioni dentistiche a una società finanziaria che non erogava alcuna prestazione medica non avrei potuto mai rivalermi sulla società che invece forniva la prestazione, 2) che gli interessi zero erano compresi nel prezzo garantendo lauti guadagni alla finanziaria e moneta contante alla società prestatrice del servizio, 3) che società finanziaria e società erogatrice del servizio potevano essere società di diverso nome ma di comune proprietà. Sospettoso anche dei miei sospetti iniziai nelle settimane appresso a fare un’inchiesta presso altri studi dentistici per verificare quale fosse il prezzo medio delle prestazioni di cui necessitava mia figlia depurato dagli interessi. Tra i 12 preventivi che mi sono fatto fare il prezzo minimo per la medesima prestazione è stato di 1200 euro e il prezzo massimo di 1900 euro. Dal che ho dedotto che gli interessi zero garantitimi dalla società multinazionale oscillavano da un minimo dell’83% a un massimo del 141% ( certo diviso per due anni, quindi 41, 5% e 70,05% su base annua). Anche i criminali più incalliti dell’usura scoppierebbero d’invidia. Sono tornato dalla società di servizi dentistici per complimentarmi con loro. Non solo rendono un servigio comodissimo ai propri clienti, ma riescono anche a fare un sacco di soldi in più. Ma sempre per la mia natura dispettosa mi sono convinto a non accedere più ad alcun mezzo di credito al consumo pur se offerto a interessi zero. E consiglio vivamente di fare altrettanto.</p>
<p>Maggio 2008, Pino Tripodi</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/23/l%e2%80%99interesse-e-usura/">L’interesse è usura</a></p>
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