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	<title>Nazione Indiana &#187; poesia italiana contemporanea</title>
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		<title>L’invisibile e l’astratto</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 06:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Galimberti]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>(19 marzo 2002)</em></p>
<p>di <strong>Jacopo Galimberti</strong></p>
<p>Chissà cosa dicono oggi, chissà<br />
i 40.000 quadri Fiat che nell’80 a Torino<br />
con un silenzio pio rimbeccavano<br />
il casino operaio. Forse sono le nonnine generose<br />
o i padri pazzi di quei 40.000 laureati<br />
che ogni anno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/31/linvisibile-e-lastratto/">L’invisibile e l’astratto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(19 marzo 2002)</em></p>
<p>di <strong>Jacopo Galimberti</strong></p>
<p>Chissà cosa dicono oggi, chissà<br />
i 40.000 quadri Fiat che nell’80 a Torino<br />
con un silenzio pio rimbeccavano<br />
il casino operaio. Forse sono le nonnine generose<br />
o i padri pazzi di quei 40.000 laureati<br />
che ogni anno.<span id="more-41544"></span></p>
<p>Beati loro gli altissimi corazzieri,<br />
era stato ripetutamente minacciato. Nella penombra<br />
un volto con una cicatrice, un revolver<br />
e una carta intestata: Ministero del lavoro.<br />
Fare scudo contro le critiche di matrice<br />
ideologica. Nella stagnazione il genio alato sogna<br />
flussi di denaro corrente<br />
sopra Bologna.</p>
<p>Per ora, ancora, resti inconcepibile<br />
ma nella mia mente, di nascosto,<br />
hai già attecchito ovunque.<br />
E ti svezzerò con il rispetto delle differenze, dei dettagli.<br />
Ti spiegherò i riti del curandero, ti racconterò le soste<br />
lugubri della transiberiana, le brume e i pontili<br />
bretoni, i nidi<br />
nella tundra.</p>
<p><em>Ma, soldi e asili permettendo, sbrigati a farlo </em><br />
<em>’sto figlio. Chissà, magari, in segreto, </em><br />
<em>ti si sta impiantando nel cranio </em><br />
<em>un nodulo d’amianto.</em></p>
<p>Nell’udienza di domani il sottosegretario<br />
ha le membra coperte di antracite. Nella penombra<br />
un cappotto fradicio e la foto di una <em>femme fatale</em>.<br />
Il leone alato sonnecchia sui gradini, i mercati<br />
ne hanno salutato le intenzioni. Si volta<br />
per vedere chi l’ha chiamato: una sacca emersa<br />
di lavoro nero. Il proletariato<br />
non dimentica, ove necessario<br />
ci rendiamo disponibili per qualsiasi chiarimento.</p>
<p>Anche ieri faceva troppo freddo per restare in auto<br />
ma due ore di motel sono un salasso,<br />
poi quando fissano e chiedono il documento<br />
mi sento una puttana.<br />
Tutto per quella finta bigotta di mia madre,<br />
’che, è ovvio, se lui avesse un lavoro<br />
sarebbe il benvenuto, anche la notte.</p>
<p><em>Ma se è davvero solo colpa bruta </em><br />
<em>della bigottona agite di conseguenza. </em></p>
<p>Una consulenza ritrovata che estingua l’odio, il vicepresidente<br />
vile, anche senza giusta causa.<br />
Sarà giustiziato su un podio come monito per gli accoliti.<br />
Un’anfora di ceneri e un putto. Nella penombra<br />
un telegramma da Los Angeles e un passaporto falso.<br />
La valigetta dello stesso è stata rinvenuta sul marciapiede,<br />
la cessazione di un rapporto.</p>
<p>Dentro mi sento cuocere, scarnificare, mi alzo la mattina<br />
con un dolore subito lì a colpi d’ascia, un’ecatombe&#8230;<br />
Ha un serbatoio infinito, cazzo, devastante. Non capisco<br />
anche il dolore, si dovrà prima a poi<br />
stancare, dovrà dormire, placarsi,<br />
invece mai. Non capisco com’ è possibile.<br />
Dentro crepo e fuori non si vede,<br />
fuori gli altri non vedono assolutamente<br />
niente.<br />
Resto, ma per i miei figli, perché io per me<br />
non rimango che una cosa braccata, squartata.</p>
<p><em>Ma che palle&#8230;Come se prima della Biagi una cinquantenne </em><br />
<em>trovava un posto a tempo indeterminato!</em></p>
<p>Mandiamo un curriculum, chissà.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/31/linvisibile-e-lastratto/">L’invisibile e l’astratto</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Nota per il compagno di viaggio Francesco Marotta</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/nota-per-il-compagno-di-viaggio-francesco-marotta/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 02:04:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni smasher]]></category>
		<category><![CDATA[effeffe]]></category>
		<category><![CDATA[Esilio di voce]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Marotta]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Nulla è più impreciso di una <em>Carte</em> del mondo della poesia. Anche quando ci sembra perfetta, autorevolmente compilata per salvarci dal mare aperto del <em>tutti sono poeti</em> (una palude, un sottobosco, una corte dei miracoli), ad una pratica del territorio che non sia quella dei festival o dei premi di poesia, pare ogni volta indicarci dei mondi altri da quello in cui ci si trova.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/nota-per-il-compagno-di-viaggio-francesco-marotta/">Nota per il compagno di viaggio Francesco Marotta</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nulla è più impreciso di una <em>Carte</em> del mondo della poesia. Anche quando ci sembra perfetta, autorevolmente compilata per salvarci dal mare aperto del <em>tutti sono poeti</em> (una palude, un sottobosco, una corte dei miracoli), ad una pratica del territorio che non sia quella dei festival o dei premi di poesia, pare ogni volta indicarci dei mondi altri da quello in cui ci si trova. Il lettore di poesie è un esploratore che pur ricordandosi dei segni lasciati un tempo lungo i sentieri scoperti per caso, in parte quelli indicati sulle mappe, si deve lasciare portare da una intuizione verso mondi abitati da cose mai viste, paesaggi ignorati dagli uni, per qualche motivo, dagli altri per semplice mancanza di curiosità. <a href="http://rebstein.wordpress.com/">Francesco Marotta</a> da anni raccoglie ogni cosa, reperto, traccia, per rendere meno difficile il cammino. Per sè e per gli altri. Sulle mie <em>cartes</em> che agli occhi dei più appariranno irrilevanti, immaginarie, bizzarre, la poesia di Francesco è segnata da tempo. <em>effeffe</em></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-41444" title="monografia_marotta_web" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/monografia_marotta_web-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" />da <strong>Esilio di voce  </strong><br />
di<br />
<strong>Francesco Marotta</strong><br />
Edizioni Smasher 2011</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><strong>I</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Imago </strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>si inciampa in un grido<br />
che si dissangua in luce<br />
ogni volta che guardiamo le stelle<br />
nessuna soglia ci separa dall’assenza<br />
nessuna parola così profonda<br />
da poterla tacere</em></p>
<p style="text-align: center;">#</p>
<p style="text-align: center;">così è la grazia delle immagini<br />
rovesciate nel palmo venute via dall’ombra<br />
che ora ricordi accampata da sempre<br />
alla tua soglia ma<br />
si trattava di attese esercizi<br />
privi di simboli come adornare sbrinati<br />
specchi col battito salino<br />
di una pupilla naufragata</p>
<p style="text-align: right;"><strong>II</strong><br />
<strong> Speculum</strong><br />
<em>sarà parola solo l’incompiuto legame</em><br />
<em> che irrompe dalla cruna delle labbra</em><br />
<em> e allarma gli specchi del risveglio</em><br />
<em> indossa l’arte di contarsi ferita</em><br />
<em> e di affidarsi al flusso interminato</em><br />
<em> che spazza il sangue in refoli di nebbia</em><br />
<em> parvenze animate a farsi voce</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>#</strong></p>
<p style="text-align: center;">è acqua che si acquieta<br />
quando smette memorie di sorgente<br />
al richiamo di un varco veloce<br />
sopra mappe di sete è lingua<br />
che si oscura votata nel segreto<br />
a immaginari spiragli di luce<br />
un astro che perde peso<br />
risvegliando sensi agli amanti<br />
è questo corpo che insiste<br />
e nell’urto nebbioso dei giorni<br />
libera sangue dagli argini<br />
dalle dita qualche piuma invernale<br />
il sigillo infranto di un nido</p>
<p style="text-align: right;"><strong>III<br />
Vulnus</strong><br />
<em>ci vuole la luce violenta di un rogo</em><br />
<em> per accostare l’abisso di volti che migrano</em><br />
<em> immaginare una sosta tra fioriture di imbarchi</em><br />
<em> liberare le tue labbra dal gelo</em><br />
<em> madre che parli l’infanzia dei giorni</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>#</strong></p>
<p style="text-align: center;">di notte ti protegge il ricordo<br />
di una casa in piena luce il labbro<br />
stretto in un suo silenzio e il corpo<br />
che quasi cede su un fianco<br />
senza impurità senza più sogni<br />
ma sono attimi che ti riguardano<br />
come l’acqua un sasso<br />
immobile nel suo deserto<br />
azzurro privo di varchi<br />
come la voce fulminata in gola<br />
la misura esatta del respiro<br />
ora che l’attesa pare una specie<br />
di vento la curva che gli occhi fanno<br />
nel dolore</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/nota-per-il-compagno-di-viaggio-francesco-marotta/">Nota per il compagno di viaggio Francesco Marotta</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Cantico di stasi / 2011</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/cantico-di-stasi-2011/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/cantico-di-stasi-2011/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 07:52:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cantico di stasi]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Pizzi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marina Pizzi</strong></p>
<p>1.<br />
in un ospizio di foglie<br />
la pigrizia dell’angelo.<br />
si secca la gioia di dio<br />
pertugio di lacrime.<br />
incline al giocondo arenile<br />
balbetta d’eco la conchiglia.<br />
in mano all’armonia dell’inguine<br />
resta la giara senza l’olio santo<br />
prosciugato dal resto del mondo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/cantico-di-stasi-2011/"><em>Cantico di stasi</em> / 2011</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marina Pizzi</strong></p>
<p>1.<br />
in un ospizio di foglie<br />
la pigrizia dell’angelo.<br />
si secca la gioia di dio<br />
pertugio di lacrime.<br />
incline al giocondo arenile<br />
balbetta d’eco la conchiglia.<br />
in mano all’armonia dell’inguine<br />
resta la giara senza l’olio santo<br />
prosciugato dal resto del mondo.<br />
mandami un calesse avrò già pianto<br />
nel dilemma scortese del fango.<br />
è tutta qui la resina del dubbio<br />
quando la casa crolla tutta sicura<br />
di stare in piedi. i duri fratelli<br />
hanno lasciato la casa dopo il saccheggio.<br />
in un tuono di vendetta la scaturigine<br />
del sacco chiuso a bomba. intorno le vipere<br />
spasimano gl’intrecci. l’ironia del vicolo<br />
spadroneggia sugli amanti senza riparo.<br />
2.<br />
quale imbrunire mi offuscherà la fronte<br />
nella schiera di nuvole nemiche<br />
scacchiere senza angeli di fianco.<br />
oggi il diverbio è pastore di se stesso<br />
quasi un convulso esodo di stasi<br />
verso l’ombra che per tutti c’è.<br />
in un buio di casale voglio l’occaso<br />
della pace. in primavera si addice<br />
la mia voglia di avverare aiuto<br />
almeno alle fontane senza acqua<br />
battesimali di cenere per sempre.<br />
la croce sulla fronte non basta<br />
il salario di essere felici, anzi<br />
la casta delle ronde tonifica il demonio.<br />
i prìncipi sono pochi e i sudditi<br />
immensi. così lo stato delle fosse<br />
vive, lo stato del dominio delle cose<br />
fatte ad arco per castigare meglio.<br />
3.<br />
posso dormire una notte di scalee<br />
quando le donne con lo strascico<br />
giocano a copiar principesse.<br />
presepe laconico guardarti<br />
dentro il cullare delle darsene oleose<br />
materne quanto un albero di riva.<br />
in mano alla questura di dare appello<br />
la turba che bada la scommessa<br />
di perire sasso senza turbe<br />
né baveri alzati da ubriaco.<br />
4.<br />
così si dice pianga la lucciola<br />
quando la manna si fa spazzatura<br />
presso la porta dorata del folletto.<br />
il bimbo gioca a se stesso da piccolo<br />
ma non lo sa e non è felice appieno.<br />
si sa che è uno zero lunatico questo<br />
tuo perno senza cibo sfinito nella ruggine.<br />
nella sabbia che fatica le staffette<br />
corre la fiamma a cercar di amare<br />
le zuffe di ferrosi amanti.<br />
in un duetto di fragole di maggio<br />
invento le gole di fratelli golosi<br />
così noiosi da sembrar gemelli.<br />
l’arena di truppa non fa finir la guerra<br />
né la buona cucina invita qualcuno<br />
per esorcizzare il rantolo.<br />
la pagnottella con il prosciutto è leccornia<br />
da altare. tu inventa una steppa che<br />
sappia grilli parlanti come le gemme<br />
delle favole. dividi con me questo<br />
cimitero acquatico di fuoco. io non<br />
voglio chiamarmi più marina né in altro modo.<br />
5.<br />
ho imparato a giocare con le statue<br />
in grandi mari a tuffarci insieme<br />
inguine di donna la marea<br />
sotto la guerra di perdere i bambini<br />
in preda alla resina dei barbari.<br />
in mezzo all’avarizia della bara<br />
sono rimasta cenere sgraziata<br />
dai sassolini dei venti più potenti.<br />
in mano alla paglia dei falò<br />
da viva imparai le ceneri<br />
le belle faville che non smettono.<br />
i cortili dei vivi avevano altarini<br />
acquitrini per i pesci rossi<br />
non peccatori i miti degli amori<br />
aperti a mo’ di libri sui davanzali.<br />
in barca sulla fronte dell’anarchia<br />
la chela del granchio non osò toccarla<br />
anzi si ritrasse per un fido di elemosina.<br />
6.<br />
La finestra dello scontento</p>
<p>lungo le rotte del mio sacrificare<br />
la calca della palude. nell’interno<br />
del diamante vedo il cestino<br />
delle inutili stimmate. sono molto a soffrire<br />
questo marziano d’ansia.<br />
indarno gli appunti non spiegano<br />
la disgrazia delle mosse senza rispetto<br />
le malizie che contengono l’arrivo<br />
sulle supplenze del vento sempre contro<br />
il beneficio del faro tutto stante.<br />
in gara con la rondine che vince<br />
si ritiri la noia che dà da piangere<br />
al cinereo bastone del basto dentro.<br />
qui si immola l’avarizia del contendere<br />
solo acquazzoni con le morse delle gocce.<br />
in mano alla pietà della risacca<br />
le scorie nelle mani sono l’affetto<br />
di gente morta nel giardino delle meraviglie<br />
così si dice nelle fole di vinti talami.<br />
la paura del soldato è lo steccato<br />
dinamitardo. qui se ti affretti a scappare<br />
apra la sorte il vento e l’avarizia crepi.<br />
7.<br />
quale bistro truccherà il mio zaino<br />
in perla d’indovino finalmente<br />
per correre alla maniera dell’atleta<br />
con la lancia in resta e la corona in testa.<br />
nulla parlerà di regole oceaniche<br />
visto che lo stagno piange fanciullo<br />
e la pallottola ha trascorso la nuca.<br />
così morta la ciurma della ronda<br />
nulla potrà cantare alla madre del bivacco<br />
l’accomodo di dirle una pietà.<br />
alla cometa del rantolo maniaco<br />
si scomoda il respiro per spirare<br />
la corta moda di morire sùbito.<br />
in mano al dado del sicario<br />
si ottenebra la calce del loculo<br />
quale più oscuro anfratto di bracconaggio.<br />
in mano alla caduta della rotta<br />
faccio ammenda di me nei secoli<br />
per le placente irrise che non ebbi.<br />
8.<br />
dio di cancrene stare zitto<br />
sul filo del rasoio come abaco<br />
atto al rasoterra. l’alone della terra<br />
è fiato smesso pronto per il sottomesso<br />
fato di sospiro. e sempre rantola il guasto<br />
della conca in culmine di oceano. iddio<br />
canuto questo scempio fiumara di fumo.<br />
addio al sasso che giocò al vetro rotto<br />
dentro il cortile d’infanzia. è giara di veleno<br />
l’alunno zoppo che non può scalciare<br />
contro la poca aureola del sogno.<br />
in lutto guarderò la sedia vuota<br />
dove rantolò la scherma di Ulisse<br />
il bel cerchio di restare vivi.<br />
in fondo è un cipresseto anche l’annuncio<br />
di chiamarsi al dondolo. muore la spada<br />
d’accatto quando giocare sfuggiva la cavia.<br />
oggi si accantona il bacio<br />
per un giro ancora.<br />
9.<br />
mi metterò l’occaso in riva al sangue<br />
e capirò perché la luna è piena<br />
o spicchio di capestro. l’alunno saturnino<br />
della pena gravita una roccia. dove da oggi<br />
è turno di scempio prestare il rantolo<br />
occludere la fiaccola del coraggio. in stato di<br />
omuncolo regalo assiomi miracolosi<br />
d’asma. eppur domani sia consono<br />
il re del soqquadro per la caligine<br />
del retro stato. un fato di nebbia<br />
mi epuri l’odio. non basta raccontarsi<br />
un enigma se la storia è dio. è da sùbito<br />
l’urto con la fossa certa. d’animo e conclave<br />
non avrò amore nel furto di esserci. la cenere<br />
d’olimpio dove si culla il sole senza speranza.<br />
e la darsena si acclude all’osso di sterco<br />
al comignolo che ottura il cielo<br />
verso la rottura col mito. in fase maschia<br />
non sarà riscossa espugnare il rantolo.<br />
10.<br />
finalmente avrò un bottone d’agio<br />
finalmente. e dietro l’ambito delle vene<br />
rosse non ci sarà più il sangue, ma la fine<br />
dolcissima della vita. nel ginnasio degli angeli<br />
voglio andare dove la pena non è neppure<br />
un ricordo. nelle scalee di prìncipi e tiranni<br />
resta l’odore della morte per il popolo dei<br />
gioghi. gigli secchi comprendono le tombe<br />
quando nessuno si ricorda più<br />
di quali stati fu il cruciverba e la badata<br />
stasi di dormire raccolti in un apice<br />
di piume. lo sterzo è la vendetta del morente<br />
con urli o silenzio secondo la paura.<br />
immersi in un letamaio di giullari<br />
si contamina restare stamberghe di sé.<br />
11.<br />
lasciami andare a un sinonimo di eclissi<br />
dove l’abaco conti solo miti<br />
e siluri di alfabeti miracolosi<br />
dove la cornucopia è sazia<br />
e la viltà non ha indici<br />
né sbagli di scommesse.<br />
intagli di meraviglie starti a guardare<br />
nell’eremo che soqquadra le pianure<br />
perdurando le eresie del bello<br />
sotto le cimase dell’esodo folclorico<br />
e le rotte evangeliche del sorriso.<br />
indarno il quadro scoppia di bellezza<br />
se questo deserto è prova di catrame<br />
e la trama del foglio perde la scrittura.<br />
il trono maniacale dell’estetica<br />
espunge il costato dell’arsura<br />
questa bravura di piangere per sempre<br />
nonostante le zeppe sotto la lavagna.<br />
il crudo amore inguaia la progenie<br />
misfatto editto per la solitudine<br />
tutte già belle le turbe delle spose.<br />
12.<br />
mia madre è morta di strano cuore<br />
una maretta intrisa di preghiera<br />
la mia di sapida bestemmia<br />
dove la pietà si annulla in urlo.<br />
in un covo di rettitudine blasfema<br />
ho sopportato l’agonia la gogna<br />
dell’attesa e il silenzio finale.<br />
con un pellegrinaggio di lenzuola<br />
la giornata si fa atroce come la purea<br />
di tutti i giorni e le cibarie pessime.<br />
escludo da me la veglia della gioia<br />
questa vanga di fanga e di gran fuoco<br />
quando i fiori si gettano per terra<br />
a piramide profumata. si toglie tutto<br />
anche la croce per la cenere maligna.<br />
resti o svapori poco importa alla baldanza<br />
di lucciole letargiche e fuochi fatui.<br />
i lavori degli uomini continuano<br />
a trasportare morti per furti futuri.<br />
si ruba ai morti tanto non costa niente<br />
e la baldoria non barcolla un attimo.<br />
13.<br />
l’arringa del salice piangente<br />
ingenera chissà quale soccorso<br />
verso il sudario della donna in lacrime<br />
sul crimine d’intendere l’area del pozzo.<br />
quale dolore t’infilzò la milza oh fratello<br />
del bosco? quale scoscesa realtà<br />
volle sedurti al panico? intùito vederti<br />
ormai che morta fu la nenia di<br />
baciarti oltre. così commosso l’antro<br />
del mio bene non trova strada sul dazio<br />
del sale. ora me ne andrò per far cometa<br />
il sogno. al vespro la madre non rincasa.<br />
tu sapevi che piangere è morire lungo<br />
la rotta del salario chiuso. misure d’asma<br />
non trovarla più.<br />
14.<br />
vado all’espatrio ogni notte<br />
con un tatuaggio nel cervello<br />
botta e risposta senza fine<br />
la mia carriera visitata da ferri<br />
arroventati. nei denti un faro<br />
di conchiglia. una perplessa<br />
aurora quanto un cimitero<br />
divelto. miserere del respiro<br />
continuare la scansione del<br />
tempo. vocativo d’estro volerti<br />
accanto. camminami sul petto<br />
abbi pietà del mito che ci rese<br />
fragili. passa la vendetta un canestrello<br />
di vespe. la grazia occulta della siepe<br />
è un buon cammino nonostante<br />
non sapere l’aldilà. incudine di putti<br />
verremo uccisi tutti.<br />
15.<br />
qui si sale in coda all’erba vinta<br />
alla riscossa che non sa di niente<br />
né di pane azzimo la scuola.<br />
il perno della foce è dietro l’angolo<br />
una madonna in estro di fallacia<br />
per un girotondo di perle senza<br />
viottolo. si sta conserti mappamondi<br />
in torto sull’occaso di dar spallate al mondo.<br />
16.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/11/cantico-di-stasi-2011/"><em>Cantico di stasi</em> / 2011</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>da &#8220;Previsioni e lapsus&#8221;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/41276/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/41276/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 10:24:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Mazziotta]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Luciano Mazziotta</strong></p>
<p align="center"><em>Avvenimenti</em></p>
<p><em> </em>Succede. È successo più volte</p>
<p>sempre quasi fuori quadro di sbieco</p>
<p>tra le tempie e le lenti.</p>
<p>Succede che qualcosa si rompe</p>
<p>che si sgretola il soffitto sul sofà</p>
<p>appena intravisto nell&#8217;atto</p>
<p>di cedere, di essere cenere</p>
<p>bianca: crepa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/41276/">da &#8220;Previsioni e lapsus&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luciano Mazziotta</strong></p>
<p align="center"><em>Avvenimenti</em></p>
<p><em> </em>Succede. È successo più volte</p>
<p>sempre quasi fuori quadro di sbieco</p>
<p>tra le tempie e le lenti.</p>
<p>Succede che qualcosa si rompe</p>
<p>che si sgretola il soffitto sul sofà</p>
<p>appena intravisto nell&#8217;atto</p>
<p>di cedere, di essere cenere</p>
<p>bianca: crepa.<span id="more-41276"></span></p>
<p style="padding-left: 90px;">Avviene un principio</p>
<p>un seguito e un esito</p>
<p>che mentre succede accade una svista</p>
<p>ma già sapevamo sarebbe successo</p>
<p>che il bicchiere sull&#8217;orlo sarebbe</p>
<p>caduto.</p>
<p style="padding-left: 60px;">Succede e anche spesso</p>
<p>dell&#8217;altro di fianco, un alone</p>
<p>di fatti, un lenzuolo disteso</p>
<p>che si alza atterra in giardino e ricopre</p>
<p>la nostra visione: un ospite</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>atteso e la pioggia di rane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><em> Promemoria</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">“Tutto col tempo diventa memoria”</p>
<p align="right">(Aristotele, <em>De memoria et reminiscentia</em>)</p>
<p>&#8230;e dei lapsus, che farne dei lapsus?</p>
<p>Se ogni volta che inciampi interrompi</p>
<p>un tuo ciclo vitale, è per perdere il filo,</p>
<p>per riprendere fiato e iniziare</p>
<p>da un indizio non valutato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La linea si spezza: è naturale si spezzi.</p>
<p>Prendi ad esempio la Karl-Marx-Allee:</p>
<p>la memoria è geometrica; la storia è</p>
<p>compatta, compatto è l&#8217;asfalto:</p>
<p>non ci sono buche né vuoti.</p>
<p>Gli edifici non ammettono fughe</p>
<p>né pause, se pausa è un salto tra tempi,</p>
<p>da un ordine ordinario a un atto involontario:</p>
<p>come quando ti chiamo col nome</p>
<p>cui vagamente pensavo e diventi</p>
<p>proiezione casuale di una faccia</p>
<p>che niente ha a che fare con l&#8217;originale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sì, ma dei lapsus, quanti lapsus</p>
<p>per fare una storia? In un&#8217;eternità</p>
<p>avremo tutt&#8217;al più formato un&#8217;anamnesi,</p>
<p>una vaga sensazione di ricordo -</p>
<p>come quel rumore intermittente</p>
<p>della freccia avvertito in dormiveglia</p>
<p>dopo un lungo tratto di autostrada.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Risvegliarsi è avere scelta: uscire</p>
<p>dai percorsi obbligati,</p>
<p>incontrare tombini e sostare.</p>
<p>Non sono eventi ma dati,</p>
<p>interferenze che tessono</p>
<p>un tappeto di dettagli marginali</p>
<p>al di sotto della microstoria:</p>
<p>sbadigli distrazioni impulsi</p>
<p>o scarti</p>
<p style="padding-left: 60px;">necessari:</p>
<p style="padding-left: 120px;">come le parole</p>
<p>dette giornalmente in modo compulsivo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>tu inciampi su reperti pentole cucchiai</p>
<p>conservati in pessimo stato e da qui</p>
<p>io ti scrivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><em>Diminu</em>i<em>tivi</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A forza di ridurre e di sottrarre</p>
<p>resta ben poco: vocaboli affettivi</p>
<p>senza affetto, vezzeggiativi</p>
<p>privi di alcun vezzo e i diminutivi</p>
<p>che colgono ogni aspetto della vita</p>
<p style="padding-left: 150px;">per difetto.</p>
<p>Ogni prova è provino e ogni camera</p>
<p>è camerino in cui inscenare</p>
<p>una sparizione per ossidoriduzione,</p>
<p>nell&#8217;ansia di accorciare</p>
<p>le distanze con chi o con cosa</p>
<p>è superfluo saperlo, basta</p>
<p>ridurre i tempi di percorrenza</p>
<p>o non percorrere affatto. Così</p>
<p>ridotti da comparire in riviste</p>
<p>criptozoologiche, quale grandezza</p>
<p>potrà ridarci corpo? Quale</p>
<p>misura renderci all&#8217;altezza?</p>
<p>Quale volume riempirci di spessore?</p>
<p>Quale tumore di <em>diminuitivi</em></p>
<p>partorirà animali non più nascosti</p>
<p style="padding-left: 150px;">ma attivi?</p>
<p> *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><em>Trasloco</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sono cose queste che sposti. Cose:</p>
<p>Accumulo sui mattoni costosi.</p>
<p>Cose disabituate ad essere usate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho portato contenitori capienti</p>
<p>che possiamo riempire di oggetti</p>
<p>sollevati da terra coi guanti e</p>
<p>gettati nel fondo dei recipienti.</p>
<p style="padding-left: 120px;">Il passaggio</p>
<p>è epocale: dal pavimento</p>
<p>al cartone, dal disuso all&#8217;imballaggio:</p>
<p>è un ritorno allo stadio iniziale</p>
<p>che il soffio vitale del disinfettante</p>
<p>accelera – uccide batteri e inibisce</p>
<p>il contagio tra il mio tatto attuale</p>
<p>e quello remoto:</p>
<p style="padding-left: 120px;">Anch&#8217;io domani</p>
<p>trasloco con gli altri cimeli</p>
<p>distinti in base a criteri</p>
<p>di inutilità e possibilità</p>
<p style="padding-left: 120px;">di trasporto.</p>
<p>Qualcosa è disperso</p>
<p>qualcosa è nascosto qualcosa</p>
<p>è in attesa di disposizione</p>
<p>in un altro cartone e bisbiglia</p>
<p>la cosa che teme accoglienza negata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La camera è già semivuota.</p>
<p>Ti metti seduta a osservare</p>
<p>la mia frenesia di bilancio:</p>
<p>l&#8217;ultimo slancio &#8211; il frigo calato</p>
<p>in balcone &#8211; ed è ora</p>
<p>di chiudere a chiave gli avanzi</p>
<p>esclusi unanimemente o in conflitto:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>domani anche noi saremo in affitto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p align="center"><em>Conversazione in ascensore (scala Alfa)</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>In due nell&#8217;ascensore si sta stretti.</p>
<p>È già evidente dalla porta</p>
<p>così minuta che permette</p>
<p>l’accesso uno alla volta:</p>
<p>io entro, lui aspetta,</p>
<p style="padding-left: 90px;">cede il passo</p>
<p>- prego, avanti, vada lei. Ringrazio.</p>
<p>Occupo lo spazio calcolato</p>
<p>per non essere d&#8217;impaccio</p>
<p>- scongiurare il contatto. Si chiude la porta</p>
<p>e si parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Davanti a noi lo specchio. Si specchia</p>
<p>lui, l&#8217;altro, riflette, evitando</p>
<p style="padding-left: 150px;">i propri occhi</p>
<p>ché quest&#8217;incontro gemmerebbe un terzo</p>
<p>e un nuovo coinquilino benché piatto</p>
<p>accrescerebbe l&#8217;imbarazzo: saremmo in tre poi</p>
<p style="padding-left: 180px;">in quattro</p>
<p>se eventualmente decidessi anch&#8217;io</p>
<p>di seguirlo nella forma o nel riflesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo seguo. Mi adatto ai suoi gesti. Mi metto</p>
<p>in posizione davanti al riflettore.</p>
<p>Lo vedo scrutarsi imperfezioni</p>
<p>sul proprio duplicato, scovare cicatrici</p>
<p>acme sproporzioni. Lo vedo sbuffare.</p>
<p>Replico, sbuffo e cerco</p>
<p>le mie anomalie.</p>
<p style="padding-left: 150px;">Le immagini rifratte</p>
<p>inosservate dirigono</p>
<p>l&#8217;immedesimarci</p>
<p>l&#8217;inseguimento all&#8217;<em>uno </em>– ognuno è imitatore ed</p>
<p style="padding-left: 270px;">imitato,</p>
<p>sceneggiatore e attore di un film</p>
<p>sottotitolato, seguace e antesignano.</p>
<p>Si apre la porta dell&#8217;ultimo piano:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scendo, mi scusi, mi scindo.</p>
<p>Lui prosegue il mio incubo di ascensioni</p>
<p>su piani illimitati, d&#8217;altezza inarrivabile</p>
<p>di sconosciuta origine.</p>
<p>Persegue la vertigine</p>
<p>nei segnali analogici che indicano</p>
<p>“posizione di cabina numero 3000”,</p>
<p>corporeità già erasa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scendo, mi scusi, mi scindo,</p>
<p>- si apre la porta di casa -</p>
<p>ho ancora bisogno di base.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/41276/">da &#8220;Previsioni e lapsus&#8221;</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Premio Tirinnanzi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/07/premio-tirinnanzi/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/07/premio-tirinnanzi/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 06:52:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[fabio pusterla]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia dialettale]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[premi poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Tirinnanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Uberto Motta]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=41240</guid>
		<description><![CDATA[<p>Premio di poesia Città di Legnano &#8211; Giuseppe Tirinnanzi</p>
<p>Il premio si divide in tre sezioni: a) lingua italiana; b) dialetti della Lombardia; c) premio alla carriera. La partecipazione è libera e gratuita.</p>
<p>Sezione Lingua Italiana. Solo per libri editi nell’ultimo biennio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/07/premio-tirinnanzi/">Premio Tirinnanzi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Premio di poesia Città di Legnano &#8211; Giuseppe Tirinnanzi</p>
<p>Il premio si divide in tre sezioni: a) lingua italiana; b) dialetti della Lombardia; c) premio alla carriera. La partecipazione è libera e gratuita.</p>
<p>Sezione Lingua Italiana. Solo per libri editi nell’ultimo biennio.</p>
<p>Si partecipa inviando 4 copie di un libro di poesia stampato tra il 1 gennaio 2010 e il 30 aprile 2012. Le 4 copie, recanti breve biobibliografia, dati anagrafici e recapiti dell’Autore, nonché la dicitura “Partecipa al Premio Tirinnanzi 2012”, vanno inviate entro il 30 aprile 2012 (fa fede il timbro postale) ai seguenti indirizzi:<br />
Segreteria Premio Tirinnanzi c/o Famiglia Legnanese, C.P. 71 Legnano Centro &#8211; 20025 Legnano (Milano);<br />
Franco Buffoni c/o Maga Museo d’Arte di Gallarate, via De Marchi 1 &#8211; 21013 Gallarate (Varese);<br />
Uberto Motta Cattedra di Letteratura e Filologia italiane, Université de Fribourg &#8211; Faculté des Lettres, Av. de Beauregard 11 &#8211; CH 1700 Fribourg;<br />
Fabio Pusterla c/o Liceo Cantonale Lugano 1 &#8211; Palazzo degli Studi &#8211; Viale Cattaneo 4 &#8211; CH 6900 Lugano.<br />
La Giuria Tecnica, composta da Franco Buffoni (presidente), Uberto Motta, Fabio Pusterla <span id="more-41240"></span>e assistita dal Presidente della Famiglia Legnanese o da un suo delegato, dal Sindaco di Legnano o da un suo delegato, da un membro della Famiglia Tirinnanzi e dal Segretario Luigi Crespi (mail poesiatirinnanzi@famiglialegnanese.com), sceglie tre libri i cui autori saranno invitati alla cerimonia di premiazione che si terrà a Legnano domenica 14 ottobre 2012 h 10.30 presso la sede della Famiglia Legnanese, viale Matteotti 3 &#8211; Legnano. Ciascuno dei tre autori finalisti riceverà un premio in denaro di <strong>euro 1500</strong>. Non sono ammesse deleghe. I tre finalisti sono tenuti a fare pervenire entro il 31 luglio 10 ulteriori copie del loro libro alla Segreteria del Premio Tirinnanzi c/o Famiglia Legnanese, C.P. 71 LegnanoCentro &#8211; 20025 Legnano (Milano). Alcuni testi di ciascun finalista saranno stampati nel programma di sala. Nel corso della cerimonia ciascuno dei tre finalisti sarà intervistato da un membro della giuria tecnica e verrà invitato a leggere alcune sue poesie. Al termine la Giuria Popolare, composta dai membri della Famiglia Legnanese, esprimerà su apposita cartolina il proprio voto decretando il vincitore, il quale riceverà un ulteriore premio di <strong>euro 3.000</strong>.</p>
<p><strong>Sezione dialetti della Lombardia</strong> o di area linguistica lombarda, inclusa la sponda piemontese del lago Maggiore. Per libri editi nell’ultimo quinquennio e per sillogi inedite.<br />
Si partecipa inviando 4 copie di un libro di poesia stampato tra il 1 gennaio 2007 e il 30 aprile 2012, oppure con una silloge inedita composta di almeno 30 poesie. Le 4 copie del libro edito o della silloge inedita, tutte recanti breve biobibliografia, dati anagrafici e recapiti dell’Autore, nonché la dicitura “Partecipa al Premio Tirinnanzi 2012”, vanno inviate entro il 30 aprile 2012 (fa fede il timbro postale)<br />
ai seguenti indirizzi:<br />
Segreteria Premio Tirinnanzi c/o Famiglia Legnanese, C.P. 71 Legnano Centro &#8211; 20025 Legnano (Milano);<br />
Franco Buffoni c/o Maga Museo d’Arte, via De Marchi 1 &#8211; 21013 Gallarate (Varese);<br />
Uberto Motta Cattedra di Letteratura italiana, Université de Fribourg &#8211; Faculté des Lettres, Av. de Beauregard 11 &#8211; CH 1700 Fribourg;<br />
Fabio Pusterla c/o Liceo Cantonale Lugano 1 &#8211; Palazzo degli Studi &#8211; Viale Cattaneo 4 &#8211; CH 6900 Lugano<br />
La Giuria, composta da Franco Buffoni (presidente), Uberto Motta, Fabio Pusterla e assistita dal Presidente della Famiglia Legnanese o da un suo delegato, dal Sindaco di Legnano o da un suo delegato, da un membro della Famiglia Tirinnanzi e dal Segretario Luigi Crespi (mail<br />
poesiatirinnanzi@famiglialegnanese.com), sceglierà tra tutti i concorrenti, con raccolta edita o inedita, un vincitore che sarà invitato alla cerimonia di premiazione presso la sede della Famiglia Legnanese, viale Matteotti 3 &#8211; Legnano domenica 14 ottobre 2012 h 10.30. Non sono ammesse deleghe. Il vincitore riceverà coppa, pergamena e un assegno di <strong>euro 3.000.</strong></p>
<p><strong>Premio alla Carriera</strong> della Fondazione Tirinnanzi. Già assegnato nel 2010 a Luciano Erba e nel 2011 a Franco Loi, il Premio alla Carriera di <strong>euro 5.000</strong> verrà assegnato a un poeta di chiara fama che si sia particolarmente distinto nella propria ricerca linguistica, tematica e nell’impegno civile.</p>
<p>5) Ai sensi dell’art. 11 della Legge 675/96 i concorrenti autorizzano l’organizzazione al trattamento dei loro dati anagrafici e biografici nell’ambito del Premio.</p>
<p>6) La partecipazione al Premio costituisce implicita accettazione di tutte le norme del Regolamento. Per quanto non previsto dal bando valgono le delibere della Giuria.</p>
<p>poesiatirinnanzi@famiglialegnanese.com www.famiglialegnanese.com</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/07/premio-tirinnanzi/">Premio Tirinnanzi</a></p>
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		<title>DUE PIEGHE E UN RITORNO</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/28/due-pieghe-e-un-ritorno/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/28/due-pieghe-e-un-ritorno/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 10:54:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Davide Nota]]></category>
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		<category><![CDATA[Mario Perniola]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Davide Nota</strong></p>
<p>«Il Barocco non connota un’essenza, ma una funzione operativa, un tratto. Il Barocco produce di continuo pieghe. […] Il suo tratto distintivo è dato dalla piega che si prolunga all’infinito.» (Gilles Deleuze, La piega).</p>
<p>L’alternarsi di un metro classico composto di settenari, endecasillabi ed alessandrini può consentirci lo svolgimento potenzialmente infinito della piega.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/28/due-pieghe-e-un-ritorno/">DUE PIEGHE E UN RITORNO</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Nota</strong></p>
<p>«Il Barocco non connota un’essenza, ma una funzione operativa, un tratto. Il Barocco produce di continuo pieghe. […] Il suo tratto distintivo è dato dalla piega che si prolunga all’infinito.» (Gilles Deleuze, La piega).</p>
<p>L’alternarsi di un metro classico composto di settenari, endecasillabi ed alessandrini può consentirci lo svolgimento potenzialmente infinito della piega.<br />
La riconquista metrica, o di ciascuna variante di linearità ritmica, è la funzione espressiva di uno sguardo obliquo, che attraversa con naturalezza le dimensioni e i piani sovrapposti di un’esperienza storica e personale di passaggio (la fine della fisica moderna, la crisi dell’economia capitalistica, lo smottamento produttivo verso oriente, le premesse ad una New economy o a una guerra mondiale) che da traumatica e rimossa, rigettata come corpo estraneo, deve tornarci limpida e sentimentale.</p>
<p>Il tratto classico è lo sguardo dell’esperienza umana, in cui i generi letterari e gli ambiti della conoscenza (le filosofie decostruzioniste, il neo-positivismo, la fisica quantistica, la semiotica della comunicazione, le scienze politiche, la storia, le esperienze umane e del vero personale, il sogno e l’archetipo, il senso religioso o del sacro) non sono più percepiti come aree separate e non comunicanti ma come regioni di una stessa avventura.<span id="more-41120"></span><br />
Gli oggetti del dissidio, separati e in conflitto, si incontrano in un unico sentiero. Ma questo “unico” non è il pantano consolatorio del “disordinismo” (definizione di Mario Perniola, in Contro la comunicazione), l’indistinto e pseudo-esoterico lago della pacificazione degli opposti nel Bello che si ha in molta letteratura neoorfico-performativa degli ultimi anni, dove la voce si dilata bulimicamente per amare e riconoscere ogni cosa allo stesso modo, e cioè per non amare né riconoscere niente.<br />
La lingua poetica sarebbe altrimenti un paradigma del linguaggio della comunicazione di massa e in particolare una funzione della sua religiosità “New age” volta ad un’estensione orizzontale di un neutralismo nei confronti della vita e dei suoi conflitti, cioè a quella amputazione dell’umano e censura della dimensione storica che è stata l’estetica attigua alla dottrina della “Fine della Storia” degli anni ’90 ma che a dieci anni dall’11 settembre, una volta esplosa la grande bolla speculativa di Fukuyama (The End of History, 1992), non ha più senso né mandato.</p>
<p>Nel movimento della piega non si dà armonia ma una “continuità della discontinuità”, in cui ogni verso chiama al successivo e in cui ogni fine chiama al quanto non è dato e che manca.<br />
All’interno di questa “piegatura” l’opposizione può esplodere nella sua durezza naturale. Il lavoro di cut-up, indispensabile, serve a trarre dalla melassa della decorazione moderatrice, dalla placenta del caos che ci circonda e ci inonda come una sordina cognitiva, gli oggetti crudi da esporre ad un confronto immediatamente diretto.<br />
Per questo, anche, la geometria del dittico, o del trittico o, nella strofa, la divisione in quartine, terzine e distici, e in generale ogni reiterazione ritmica e formale, sono funzioni di questo confronto finalizzato al conflitto, che può avvenire solo all’interno di un ordine come logica di relazione.</p>
<p>Ora la necessità non è quella di parlare di un contenuto rispetto ad un altro. Il metodo estetico può essere riferito a qualunque oggetto, perché è esso in sé che ci interessa e coinvolge in un mutamento.<br />
Certamente la “piegatura” implica la presa visione di una moltitudine di materiali visivi e linguistici forniti sia dalla realtà (da ogni sfumatura di essa) che dall’artificio culturale tramandato.<br />
Essa cioè non è più inibita dal bipolarismo estetico del Novecento che limita l’espressione a biforcarsi nelle categorie di poetico ed impoetico, lirico e narrativo, personale ed impersonale o diretto e mediato. Senza preferenze di sorta la piega si svolge obliquamente, cogliendo da ciascuna di queste diversità ciò che può servirle a proiettare altrove (in una differenza) il proprio orizzonte e scopo.</p>
<p>Il ritorno (Dittico)</p>
<p>I.</p>
<p>Non sono molte le estati della vita.<br />
Si risorge<br />
col sapore dell’acqua assopita<br />
nel guscio verde e ardente della borraccia.<br />
Ditela<br />
la traccia da seguire, senza ritegno dite<br />
il disegno che si nutra di invenzioni puerili<br />
come il gabbiano stanco che tracolla sulla riva<br />
cercando una vista nuova, una prospettiva mobile<br />
che il crollo naturale renda idoneo al passaggio,<br />
all’ampliamento cognitivo.</p>
<p>Perché le estati che ci restano<br />
non sono molte, ditelo<br />
che lo sguardo si impesta di putredine,<br />
che si incrosta il coraggio nell’evocazione di un miraggio<br />
defunto e tu che resti<br />
nella casa guardami<br />
allo specchio o nello schermo acceso e dimmi<br />
se eravamo nati proprio a questo<br />
sfiorire. Gridalo</p>
<p>che il sole brucia sulle vesti come un Dio ci chiama<br />
madre dell’amore gridalo<br />
in silenzio ad occhi chiusi a strette mani o nell’oblio ricordati<br />
di tutto ciò che dovevamo dirci<br />
e non ci siamo neanche sussurrati<br />
perché non eri tu ma un prodigio maggiore<br />
ad annunciarsi e l’hai tradito.</p>
<p>*</p>
<p>Dietro la curva i cani, il doloroso<br />
amico devoto al perdono.<br />
Non più bisogno c’è di luce ed ordine.<br />
La carne si dissolve nello stagno.</p>
<p>La caffettiera è esplosa. Un mazzo di chiavi<br />
si era perso nei secoli, nei corridoi.<br />
Salvano il fiume i rovi, gonfi di more.<br />
I bivi sono entrambi percorsi.</p>
<p>Io tra non molto cesserò, dovrò restare<br />
in questo albergo spettrale<br />
pieno di ganci e cavi elettrici e visioni<br />
scoscese.</p>
<p>Nessuno mi conosce o sa chi sono e donde<br />
vengo e quale fu<br />
la mia missione nell’infanzia tardiva<br />
di abeti verdi e mantidi religiose.</p>
<p>Ho voglia di viaggiare, ho voglia di restare immobile.<br />
Ho voglia di cambiare, ho voglia di<br />
restare me.</p>
<p>Era un segreto, un passo falso. Era un cancello, un cortile.<br />
Era le chiavi, erano perse. Era una donna, era sul nespolo.<br />
Era un cassetto, era nell’ombra. Era un giardino sconnesso.<br />
I gerani sono rossi. Tu ora sanguini dal naso.</p>
<p>Questa mattina è bianchissima<br />
come uno sguardo tradito.<br />
Le soldatesse sono in fuga.<br />
Forse cercano qualcuno.</p>
<p>II.</p>
<p>È un sole che non dice niente, un sole tossico<br />
che sfiora solamente l’ora di mezzogiorno.<br />
Una ghiandola lo espelle come il sudore addosso<br />
tra la schiena e le ascelle, se c’hai freddo e fa caldo.</p>
<p>È un sole di ringhiera, di stazione costiera.<br />
È un sole di sbigozzo e culo sporco.<br />
È il sole dell’infame, delle lame nel cruscotto.<br />
È il sole tutto apposto ci si becca in giro.</p>
<p>Nel parcheggio il polacco apre il cofano dell’auto.<br />
Ci stanno le bottiglie in una busta di plastica.<br />
Ne porta due al tavolo di pietra nel giardino<br />
dove ci sta l’amico che guarda il culo di una.</p>
<p>[2 luglio – 24 dicembre 2011]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/28/due-pieghe-e-un-ritorno/">DUE PIEGHE E UN RITORNO</a></p>
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		<item>
		<title>IRPINIA TRENT&#8217;ANNI DOPO</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/18/irpinia-trentanni-dopo/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/18/irpinia-trentanni-dopo/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 05:53:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[antonio la penna]]></category>
		<category><![CDATA[domenico cipriano]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto irpinia]]></category>
		<category><![CDATA[transeuropa edizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di DOMENICO CIPRIANO</p>
<p>NOVEMBRE</p>
<p><em>In luogo di discorsi, questa</em><br />
<em> è poesia su case distrutte, sulle quali altre case sorgono</em><br />
<em> ma ormai diverse dalle prime</em><br />
Natan Zach</p>
<p>1.</p>
<p>trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie.<br />
è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/18/irpinia-trentanni-dopo/">IRPINIA TRENT&#8217;ANNI DOPO</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di DOMENICO CIPRIANO</p>
<p>NOVEMBRE</p>
<p><em>In luogo di discorsi, questa</em><br />
<em> è poesia su case distrutte, sulle quali altre case sorgono</em><br />
<em> ma ormai diverse dalle prime</em><br />
Natan Zach</p>
<p>1.</p>
<p>trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie.<br />
è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde<br />
la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato<br />
soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole<br />
e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco<br />
la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema<br />
riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.<span id="more-40995"></span></p>
<p>4.</p>
<p>le notizie frammentate, le persone conosciute<br />
le visite inaspettate nella stessa notte, i ponti<br />
caduti, le nuove scosse, i falò accesi. il pianto<br />
le grida erano di un altrove sconosciuto<br />
e io ero la coperta di lana, i racconti<br />
cambiati e ripetuti. altrove erano i corpi<br />
senza vita.</p>
<p>6.</p>
<p>non fu la pace della neve la tregua, ma il suo freddo.<br />
fu così anche nell’81 (ottantuno), la neve ci zittiva<br />
dopo che si era risvegliata la paura, e della neve<br />
accettavamo il freddo, nelle auto parcheggiate<br />
sopra i campi, ci stringevamo per proteggerci<br />
il sonno vinceva le parole e la terra trema ancora<br />
fragile, senza cure.</p>
<p>8.</p>
<p>solo i bambini riconoscono i gesti degli affetti<br />
il gioco nel vivere insieme in un non-luogo.<br />
i grandi si adattano ma non comprendono<br />
la semplicità da cui riaffiora la vita. ci si abitua<br />
ad altro dall’alto dei cumuli di stracci e ritorna<br />
il bisogno di farsi spazio e sgomitare per i soldi<br />
e il potere nella farsa di non dimenticare.</p>
<p>9.</p>
<p>la vita tra le intercapedini dei muri diventa<br />
meno artificiale. bastano parole poche e gesti<br />
per riempire le giornate. le notizie tra le attese<br />
alimentano la parte inafferrabile di ogni labile<br />
esistenza. poi tutto si ricompone stringendosi<br />
ai residui della vita: il confine è già segnato<br />
e nulla ti riporta indietro.</p>
<p>14.</p>
<p>«di chi è la colpa per queste viscere<br />
contorte di cemento e ferro, se<br />
le voragini nelle pietre hanno tranciato<br />
i corpi – chiedi a me che ho occhi<br />
di bambino e ascolto – non credo<br />
che la terra sola abbia inghiottito tutto<br />
se il sangue a fiotti bagna sopra questi lutti».</p>
<p>16.</p>
<p>le pietre saranno risalite per ripetere<br />
monumenti e campanili. si baratta<br />
il dolore per le cose perdute, si riparte<br />
per chi non ha avvistato il miraggio<br />
americano, i parenti lontani. i progetti<br />
sono nelle fabbriche che salderanno<br />
la terra. ma le crepe non sono nella terra.</p>
<p>Guida all’ascolto: “Blood”<br />
(Annette Peacock)<br />
from the album M. Crispell,<br />
G. Peacock, P. Motian, Nothing ever<br />
was, anyway (ECM, 1626/27)</p>
<p>(Transeuropa edizioni, 2010)</p>
<p>Il terremoto e la poesia irpina<br />
(di Antonio La Penna)</p>
<p>1. Il terremoto del 23 novembre 1980, che sconvolse e in buona parte distrusse Campania e Basilicata, ha lasciato molte tracce nella letteratura irpina degli ultimi decenni: fu un’esperienza traumatica incancellabile nella memoria; in certi casi sembra una ferita aperta. Ricordo ancora una bella raccolta di poesie in dialetto di Raffaele Salvatore, di Carife, che uscì, con una mia introduzione, pochi mesi dopo il cataclisma. Tracce profonde e dolorose si trovano nelle poesie di Franco Arminio, di Bisaccia, e, più che nelle poesie, nelle prose (talvolta prose liriche), specialmente nel racconto di viaggio intitolato Viaggio nel cratere, dove i paesi distrutti dell’Alta Irpinia sono evocati, uno per uno, in quadri minuti e sconvolgenti.<br />
Quest’anno ricorrerà il trentesimo anniversario di quella calamità. Domenico Cipriano è uno scrittore giovane, ma non agli esordi: in altre raccolte di poesie, a cominciare da Il continente perso (Roma, Fermenti Editrice, 2000) ha dimostrato la ricchezza della sua vena e la sua originalità; ora in questo Novembre si conferma come uno dei migliori e più robusti poeti dell’Irpinia. La rievocazione si rifà ad un’esperienza diretta e viva. Veramente Guardia dei Lombardi (cioè dei Longobardi) non subì i danni peggiori: appollaiata su una cima appenninica a circa mille metri, è attaccata saldamente alla roccia, cosicché le scosse non furono micidiali; ma da centri vicini, quasi completamente distrutti, come Sant’Angelo dei Lombardi e Lioni, arrivavano notizie fitte del disastro e di singole tragedie di famiglie e di persone. Oggi quelle notizie tornano ad affollarsi nella memoria del poeta, che nell’anno della calamità aveva solo dieci anni e costituiscono la prima fonte di un poemetto lirico, in cui si scorge una trama epica: già l’architettura dell’opera è di un’affascinante originalità.</p>
<p>2. Dopo una breve introduzione la prima strofa, in versi epici di ampio respiro, rievoca lo scoppio del cataclisma:</p>
<p>trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie.<br />
è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde<br />
la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato<br />
soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole<br />
e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco<br />
la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema<br />
riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.</p>
<p>Il termine rievocazione è inadeguato: il contatto con le forze spaventose della terra sembra ancora immediato e schiacciante. Colpisce l’incalzarsi asindetico dei verbi: un cumulo espressionistico per un grande quadro apocalittico. Colpiscono anche le metafore. Di solito vediamo il sisma come scatenarsi di una violenza meccanica; qui la violenza sembra animale: la terra “geme &#8230; lotta, sussulta, avviluppa &#8230;”.<br />
La violenza espressionistica continua anche nella seconda strofa:</p>
<p>non era tuono di bombe che arroventò<br />
le grida gli occhi di polvere spalancati &#8230;</p>
<p>È implicito il confronto con i bombardamenti apocalittici della seconda guerra mondiale. Quadri espressionistici abbozzati tornano poi nel corso del racconto; tornano metafore carnali per rappresentare la violenza della materia bruta: per es. “queste viscere / contorte di cemento e ferro” (strofa 14). La difesa contro la violenza della natura dà luogo a scene di umanità, di pietà inattesa; arrivano gli sciacalli nelle case distrutte, ma troviamo anche un carcerato che strappa una benda dal suo pigiama e tampona la ferita di uno sconosciuto a lui vicino (strofa 11; dal Cipriano so che la scena si colloca a Sant’Angelo dei Lombardi).<br />
In altra occasione ho parlato di una recente rinascita del barocco nella letteratura campana, aggiungerei ora questo espressionismo di Domenico Cipriano.</p>
<p>3. Dopo la scossa distruttiva le persone scampate cercano i vicini, si abbracciano, c’è una spinta ad unirsi contro il nemico oscuro: “ci stringevamo per proteggerci” (strofa 6). Intanto dai borghi vicini arrivano notizie di distruzione e di morte. I primi rifugi sono le automobili; accampamenti si formano lontano dalle case. Suggestivo è il quadro del silenzio che torna, per la stanchezza, sotto la neve e il gelo, nelle automobili parcheggiate nei campi (strofa 6). Si comincia a tornare, con paura, nei pianterreni delle case; si distribuiscono i pacchi arrivati grazie ai soccorsi, ma è sempre vivo il grido della notte orrenda (strofa 13). Nei quadri, che si susseguono, è evocato con grande efficacia il mescolarsi della fatica del ritorno alla vita col persistere di un orrore che non si cancella. La vicenda di distruzione e di morte e poi di ripresa lunga e faticosa è illuminata in qualche punto dalla luna, che in questi quadri appare benigna e consolatoria, non indifferente e spietata (strofa 2):</p>
<p>&#8230; uscivamo come formiche disorientate:<br />
guardavo i volti tumefatti delle cose<br />
la luna ne illuminava i cumuli grigi.</p>
<p>Riappare nella strofa 18: “quando la luna velava la consolazione”; c’è anche una “luna artificiale”, alla cui luce “si concima la pietra” per la ricostruzione (strofa 21); ma la luce più consolatoria in questi quadri dominati dalla morte o dalla memoria traumatica della morte è portata dal gioco dei bambini (strofa 8):</p>
<p>solo i bambini riconoscono i gesti degli affetti<br />
il gioco a vivere insieme in un non-luogo.</p>
<p>Un idillio che sembra assurdo nel paesaggio di morte. Per Cipriano, ragazzo di dieci anni, il terremoto è stato una terribile scuola, che l’ha fatto crescere rapidamente in forza e pazienza; comincia a pensare di sfidare la natura e a vagheggiare progetti di ricostruzione (strofa 7).</p>
<p>4. L’evento apocalittico e la ricostruzione non restano al di fuori della storia dell’Irpinia; per quanto evento eccezionale, il terremoto si colloca come evento terribile in una serie di calamità e di sofferenze della nostra gente, che subisce il suo destino, non lo decide (strofa 15):</p>
<p>spettatori: prima la guerra poi la terra<br />
che trema ancora il lutto per i morti di sempre<br />
i figli lontani la casa perduta. il benessere portato<br />
da lontano va conservato intatto e si continua<br />
a vivere di orgoglio e stenti. sopra i morti<br />
crescono case bianche e vuote, tutte uguali.<br />
leggi sui giornali i conti di geometri e ingegneri.</p>
<p>La ricostruzione è stata, comunque, benefica, ma gli scrittori irpini non se ne mostrano entusiasti. La ricostruzione ha dato un colpo decisivo per la scomparsa della civiltà contadina. Il tema lirico è uno dei fili conduttori negli scritti di Franco Arminio sull’Irpinia; riappare con evidenza in una delle più incisive strofe (la 17) di questa melopea di Cipriano:</p>
<p>erano quattro pietre senza strade, si dormiva<br />
con le pecore e il mulo. poi il progresso<br />
dove tutto è permesso, dalle case agli americani<br />
assenti, alle ville grasse agli amministratori: muta<br />
il ceto sociale con l’economia di scala e dall’altezza<br />
del suo terzo piano la vecchia lamenta la stanza<br />
perduta, i centimetri quadrati non ricostruiti.</p>
<p>Questa vecchia è un simbolo storico. Nell’elegia della civiltà contadina tramontata si corre il rischio di dimenticare la miseria, la mancanza di igiene, diciamo pure le condizioni schifose dei tempi in cui “si dormiva / con le pecore e il mulo”.<br />
Il racconto, che incomincia con un quadro parossistico di violenza, si chiude con un quadro di contrasto, melanconicamente illuminato da una meditazione silenziosa (strofa 23):</p>
<p>la morte ha soggiornato per anni<br />
ora le nostre case hanno bisogno<br />
di respiri, abbandonate come sono<br />
al silenzio &#8230;</p>
<p>5. Nelle opere di Domenico Cipriano si trova una varietà notevole di stili. Non poca parte della sua lirica nasce dalla vita del suo borgo, che, dall’alto del suo monte, domina una zona dell’Alta Irpinia, o, meglio, dalla solitudine melanconica del borgo; sia pure in rari casi, la sua poesia è melodica, cantabile; generalmente, però, il suo tessuto stilistico dimostra cultura, elaborazione, finezza; insieme dimostra misura, lontana da complicazioni e da ostentazioni. In questo poemetto, costellato, come ho detto, da alcune punte espressionistiche, l’elaborazione mi pare più impegnativa e approda a risultati originali: mi riferisco specialmente alle metafore e a non poche iuncturae difficili. Diciamo pure che questa poesia non è affatto facile; ma la fatica del lettore è largamente ricompensata. Queste mie affermazioni avrebbero bisogno di analisi attente, che qui non è possibile condurre; ma non si può fare a meno di segnalare la singolare architettura del poemetto, che l’autore ha illustrata chiaramente in una nota alla serie lirica. I numeri dei versi corrispondono a un jeu de chiffres: le strofe sono 23, perché la data del terremoto è il 23 novembre; ciascuna strofa è di 7 versi e il prologo è di 34, perché il terremoto scoppiò alle 7 e 34; l’introduzione poetica è di 11 versi, perché novembre è l’undicesimo mese dell’anno. Credo che sia ben difficile trovare, nella poesia di oggi, qualche cosa di analogo o affine. Senza avviarci in una ricerca di esito incerto, diciamo che l’architettura è una traccia paradossale del terremoto, che di architetture ne ha distrutte moltissime. Più rischioso sarebbe interpretarla come un segno di fiducia nella ricostruzione.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>Il libro ha in allegato il CD di Pippo Pollina: Ultimo Volo. Orazione civile per Ustica.</p>
<p>La guida all’ascolto è un invito “stilistico” ad affiancare un brano ideale che emotivamente si lega ai testi.</p>
<p>Domenico Cipriano. Nasce nel 1970 a Guardia Lombardi (AV). Vive e lavora in Irpinia.<br />
Ha pubblicato la raccolta di poesie Il continente perso (Fermenti, 2000 &#8211; premio Camaiore proposta) prefazione di Plinio Perilli e nota del musicista Paolo Fresu. Nel 2004, con l’attore Enzo Marangelo e i musicisti Enzo Orefice, Piero Leveratto ed Ettore Fioravanti, ha realizzato il CD di jazz e poesia JPband: Le note richiamano versi (Abeatrecords). La raccolta Novembre (Transeuropa 2010), prefazione di Antonio La Penna, è stata inclusa nella rosa finalista del premio Viareggio-Répaci 2011. È redattore di Sinestesie ed ha collaborato con artisti di vario genere; si ricordano tra gli altri, oltre a quelli già citati, gli attori: Alessandro Haber, Norma Martelli, Paila Pavese; i pittori: Silvano Braido, Fabio Mingarelli, Prisco De Vivo, Eliana Petrizzi; i fotografi: Eric Toccaceli e Federico Iadarola; la videomaker Anna Ebreo. È del 2010 il progetto Lampioni, per la sua voce e le musiche degli “Elettropercutromba”. Altre informazioni: www.domenicocipriano.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/18/irpinia-trentanni-dopo/">IRPINIA TRENT&#8217;ANNI DOPO</a></p>
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		<title>NUOVI INQUADERNATI 7.</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 04:44:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Quaderni]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Frungillo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>VINCENZO FRUNGILLO</strong></p>
<p>La fine di Lucrezio</p>
<p>&#8220;Sed ne mens ipsa necessum<br />
intestinum habeat cunctis in rebus agendis<br />
et devicta quasi cogatur ferre patique,<br />
id facit exiguum clinamen principiorum<br />
nec regione loci certa nec tempore certo&#8221;.</p>
<p>Finire non è uscire dalla vita,<br />
ma è restare per sempre<br />
nella sua scena madre,<br />
è un difetto della vista,<br />
che non si sceglie, si subisce,<br />
e vede solo chi sa guardare<br />
la nostra ferita mortale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/11/nuovi-inquadernati-7/">NUOVI INQUADERNATI 7.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>VINCENZO FRUNGILLO</strong></p>
<p>La fine di Lucrezio</p>
<p>&#8220;Sed ne mens ipsa necessum<br />
intestinum habeat cunctis in rebus agendis<br />
et devicta quasi cogatur ferre patique,<br />
id facit exiguum clinamen principiorum<br />
nec regione loci certa nec tempore certo&#8221;.</p>
<p>Finire non è uscire dalla vita,<br />
ma è restare per sempre<br />
nella sua scena madre,<br />
è un difetto della vista,<br />
che non si sceglie, si subisce,<br />
e vede solo chi sa guardare<br />
la nostra ferita mortale.</p>
<p>La pausa al crollo verticale<br />
piega ogni scoperta ad una luce esterna:<br />
la ragnatela dietro la porta,<br />
il ragno ipnotizzato dalla preda,<br />
rispondono ad una sola regola:<span id="more-40478"></span><br />
la luce, quindi la luce,<br />
è il culmine della specie<br />
e la luce non è fonte naturale,<br />
anche se è l’occhio che vede<br />
la nebulosa di cenere sul cratere,<br />
è la parola del poeta<br />
che ne cattura ogni particella.<br />
Sarebbe polvere lunare<br />
senza il suono della sua voce.<br />
È lei che scopre l’origine,<br />
l’atomo che esita prima di cadere;<br />
vede il vuoto e l’elementare<br />
formare il bivio mortale,<br />
il dubbio d’Eracle,<br />
la Y della decisione;<br />
a quella fionda dona potenza,<br />
a quella croce il dolore.<br />
Il sublime è la precisione.</p>
<p>Ma adesso, cosa avrò da dire,<br />
cosa avrò da raccontare,<br />
come rivelare il sublime,<br />
l’iridescenza del clinamen!<br />
Dopo aver visto la vista,<br />
non mi resta che tacere.<br />
Materia prima è la stoffa<br />
che asciuga la parola del poeta,<br />
questo tessuto di pergamena<br />
trattiene il canto delle cicale<br />
dall’incavo delle loro larve,<br />
quando ai piedi degli ulivi<br />
tutto diventa pace; la morte<br />
è lì presente, ma il frinire<br />
delle loro ali già riprende.<br />
Sapersi mutazione costante,<br />
oltre la divisione delle caste,<br />
anche se il mondo, orfano del sublime,<br />
vede ogni cosa senza la sua fine.</p>
<p>Disegna sul foglio una sfera,<br />
prova ad intaccarne la forma,<br />
perde sangue la materia,<br />
quest’atomo spera<br />
in una fusione che non s’avvera.</p>
<p>Dio tace.<br />
Saperlo assente è la prova vincente!<br />
Niente mi costringe ad educare<br />
questa pioggia sottile, saperla già salva<br />
dal pantano delle strade<br />
e la cenere che minaccia di fossilizzare<br />
in un calco eterno il lupanare.</p>
<p>Adesso sento crescere la materia<br />
sotto la punta della penna a sfera,<br />
sento la parola graffiare la pergamena,<br />
la semiosi concreta che ridesta.<br />
Perché non c’è un uscire dalla vita<br />
che non sia pure un entrare<br />
nella piega mortale del clinamen.</p>
<p>Intorno è un tamburellare di strade.<br />
C’è una sola voce che sale.<br />
Il polipo verace pende dalle canne,<br />
la sua ventosa sembra portare<br />
sulla terra ferma il litorale.<br />
La battigia tocca le case.<br />
Un altro mercante vende uova fresche.<br />
Il nucleo è sospeso nel suo albume.<br />
L’analogia ci pervade.</p>
<p>Gallina, carne, lubrificazione<br />
della vagina che attrae<br />
il pene in erezione su fino alle ovaie<br />
il seme sale, l’utero paziente attende…<br />
(il gallo nasce non dall’uovo<br />
non dalla gallina, ma dal piacere,<br />
da un momento di sospensione).<br />
Venerea influenza della specie<br />
la ferita genera latte e urina,<br />
infetta la nostra anima latina.<br />
Bellezza, certezza della vita estrema,<br />
salire di schiena al tempio della dea,<br />
la Venere etrusca, padrona della fiera,<br />
non regala una sola misura,<br />
ad ogni corpo affida la sua caduta.</p>
<p>Memmio, mio figlio,<br />
mio unico allievo,<br />
mio solo consiglio,<br />
prima degli altri l’hai capito,<br />
solo tuo il messaggio,<br />
nella casa del maestro<br />
hai distrutto il peripato,<br />
il giardino sterminato<br />
dalla tua giovane mano.<br />
Non vedrai le loro chiacchiere<br />
crescerti nel petto,<br />
come larve di mosche<br />
invecchiare il tuo aspetto.<br />
Resterai immutato nel tempo,<br />
rifrazione di luce, un solo spettro.</p>
<p>Una<br />
è la regola,<br />
ma varia la misura,<br />
tornano i corpi verso la fonte,<br />
poi se ne allontanano per repulsione,<br />
così gli astri, così la luce, così il sole<br />
ripetono la rivoluzione, la regola prima della generazione<br />
e anche se alla fine il vulcano mi darà ragione,<br />
tutto intorno sarà solo cenere e distruzione,<br />
io non voglio la fine d’Empedocle,<br />
ma la vita degna d’Iperione.<br />
Perché la regola è una,<br />
ed unica è la fonte<br />
guarda, Memmio,<br />
il sole.</p>
<p><strong>Vincenzo Frungillo</strong> nasce nel 1973 a Napoli. Nel 2002 ha pubblicato il suo primo libro di versi Fanciulli sulla via maestra (Palomar, Bari). Nel 2007 è stato finalista del Premio Delfini con Ogni cinque bracciate. Un estratto. Nel 2009 pubblica Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti, (Le Lettere, collana Fuori Formato, con una prefazione di Elio Pagliarani e una postfazione di Milo De Angelis). Un piccolo estratto del libro è stato tradotto in Germania, una parte più ampia è in corso di traduzione negli Stati Uniti. Nel 2011 è tra gli autori di La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (Perrone). Parte del primo capitolo del romanzo inedito Il genio degli avanzi verrà pubblicato in dicembre per La Libellula. Rivista di italianistica. E&#8217; redattore di Puntocritico e Absoluteville.</p>
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<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/13/nuovi-inquadernati-3/">Eleonora Pinzuti</a><br />
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<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/27/nuovi-inquadernati-5/">Fabio Donalisio</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/04/nuovi-inquadernati-6/">Marco Simonelli</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/11/nuovi-inquadernati-7/">NUOVI INQUADERNATI 7.</a></p>
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		<title>Importanza di un’opera</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/importanza-di-un%e2%80%99opera/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/importanza-di-un%e2%80%99opera/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 05:21:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Mesa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>L’importanza di un’opera poetica contemporanea non dovrebbe basarsi sulla popolarità (numero di copie vendute e/o notorietà del nome d’autore, per festival, premi, interviste) né sulla leggibilità della sua opera (una poesia “finalmente” accessibile a un lettore qualsiasi). Un’opera poetica importante è un’opera che costringe coloro che le sono contemporanei a sospendere il loro rapporto ovvio e familiare con il linguaggio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/importanza-di-un%e2%80%99opera/">Importanza di un’opera</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>L’importanza di un’opera poetica contemporanea non dovrebbe basarsi sulla popolarità (numero di copie vendute e/o notorietà del nome d’autore, per festival, premi, interviste) né sulla leggibilità della sua opera (una poesia “finalmente” accessibile a un lettore qualsiasi). Un’opera poetica importante è un’opera che costringe coloro che le sono contemporanei a sospendere il loro rapporto ovvio e familiare con il linguaggio. Non pretendo che il genere poetico sia l’unica forma di scrittura letteraria in grado di fare questo, ma mi sembra che in ciò consista la sua caratteristica e l’eredità, quindi, che si assume chi perviene al genere e dentro vi lavori in modo sempre diverso. (Perché la lingua di cui si vuole <em>sospendere </em>l’uso non è la lingua di ieri, ma quella di oggi, dei parlanti, e bisogna agire attraverso di essa in una maniera che non ha precedenti.)<span id="more-40982"></span></p>
<p>L’importanza dell’opera poetica di Giuliano Mesa si misura, dunque, sulla capacità che ogni suo verso esprime di ricondurci al linguaggio, che è <em>storicamente </em>il nostro, attraverso un itinerario inaspettato, enigmatico. Nel corso di questo smarrimento sono poi delle elementari figure dell’umano, straziate e strazianti, che emergono. Quelle figure che le narrazioni dell’attualità tendono per lo più a reificare, quando non le occultano o semplicemente dimenticano.</p>
<p>Conta poco, allora, che quest’opera importante, tra le pochissime che si collochino esemplarmente sul finire del novecento, pur aprendo al secolo successivo, non sia disponibile in quelle due o tre collane di poesia che ogni libreria italiana continua ad esporre sugli esigui scaffali dedicati al genere; conta poco se le pagine culturali dei quotidiani italiani, che generalmente disconoscono – a ragion veduta – un genere letterario che sospende l’ovvietà della comunicazione, non avranno dedicato a Mesa neppure un trafiletto necrologico – nonostante sia questo il genere pubblicistico che esse considerano più idoneo alla poesia; conta poco, infine, che tra quegli autorevoli critici che (ancora) scrivono di poesia, pochi fossero al corrente dell’esistenza di tale opera o ad essa abbiano dedicato un qualche lavoro consistente.</p>
<p>L’opera di Giuliano Mesa, infatti, nonostante la distrazione di alcuni, è da anni letta e commentata da altri, ha esercitato ed esercita, soprattutto sulle generazioni dei nati dai Sessanta in poi, un indubbio e prezioso magistero, come l’ha esercitata la figura libertaria, discreta e intransigente del suo autore. Che una tale opera abbia conquistato un tale spazio al di fuori delle marche più evidenti dell’ufficialità, è questo un problema che non la riguarda, ma su cui dovrà semmai interrogarsi quella generazione di addetti ai lavori che si pretendono in qualche modo responsabili di tale ufficialità.</p>
<p>*</p>
<p>[Questo pezzo è uscito sul n° 13 di "alfabeta2", nel supplemente "alfalibri"]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/importanza-di-un%e2%80%99opera/">Importanza di un’opera</a></p>
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		<title>NUOVI INQUADERNATI 6.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/04/nuovi-inquadernati-6/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/04/nuovi-inquadernati-6/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 04:49:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[marco simonelli]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Quaderni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=40441</guid>
		<description><![CDATA[<p><strong>MARCO SIMONELLI</strong></p>
<p>Pretty Picture</p>
<p>Si sciolsero i Soft Cell nel millenovecentottantaquattro<br />
e questo è confermabile, lo dice wikipedia, è un fatto vero<br />
come è vero che il synth-pop negli anni ‘80 contendeva<br />
le vette d&#8217; hit-parade ad internazionali megalomani melodici<br />
ed è vero come è vera la tequila, il lemon soda, il tuo bicchiere<br />
uno schermo di ghiaccio, di bottiglia da cui mi vedi a tratti<br />
come dietro al vetro zigrinato di una doccia con qualcuno –<br />
ed è vero come è vero che accendo una sigaretta dietro l&#8217;altra<br />
solamente quando percepisco nell&#8217;ambiente un&#8217;insolita tensione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/04/nuovi-inquadernati-6/">NUOVI INQUADERNATI 6.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>MARCO SIMONELLI</strong></p>
<p>Pretty Picture</p>
<p>Si sciolsero i Soft Cell nel millenovecentottantaquattro<br />
e questo è confermabile, lo dice wikipedia, è un fatto vero<br />
come è vero che il synth-pop negli anni ‘80 contendeva<br />
le vette d&#8217; hit-parade ad internazionali megalomani melodici<br />
ed è vero come è vera la tequila, il lemon soda, il tuo bicchiere<br />
uno schermo di ghiaccio, di bottiglia da cui mi vedi a tratti<br />
come dietro al vetro zigrinato di una doccia con qualcuno –<br />
ed è vero come è vero che accendo una sigaretta dietro l&#8217;altra<br />
solamente quando percepisco nell&#8217;ambiente un&#8217;insolita tensione.</p>
<p>Ed è vero come è vero che Marc Almond si chiede con Sex Dwarf<br />
se non sia carino veramente, con zuccherini e poi con spezie varie<br />
attirare un bambolotto, un tipo truzzo, un tizio danzereccio<br />
in una vita scandalosamente piena di vizio abbacinato<br />
come è vero che nell&#8217;ottantaquattro avevo solamente cinque anni<br />
e davvero pensavo che da grande in una discoteca succedessero<br />
le cose che un bambino non dovrebbe certamente mai vedere<br />
ma ero un tipo attento e interessato, divoravo conoscenze<br />
e inoltre ballare mi piaceva, soprattutto poi davanti ai grandi.<span id="more-40441"></span></p>
<p>E questa non è altro che una prova schiacciante e non so bene<br />
se per l&#8217;accusa oppure la difesa ma rimane comunque un fatto vero,<br />
una foto sfocata che ti ritorna in mente come alla radio un ritornello –<br />
e se adesso so con sicurezza ciò che si dice in giro degli uomini bassini<br />
è solo perché anch&#8217;io sbiadendo m&#8217;ingiallisco e poi passo di moda<br />
come Marc Almond che adesso canta le canzoni di Jacques Brel<br />
e tuttavia rimane un fascinoso cinquantenne, e la tequila è lì<br />
che mi separa da te, da qualcun altro, in una discoteca di vaniglia<br />
dove conta solamente la presenza, qualunque cosa accada.</p>
<p>Leptocephalus brevirostris</p>
<p>Quando, venendo dal capoluogo sfrecci lungo la Firenze-Mare<br />
lo vedi chiaramente azzurro nella valle dal cavalcavia;<br />
dopo la galleria ti salta addosso al parabrezza<br />
e per un attimo ci credi, che sia davvero il mare.<br />
Sul lago, Puccini passò la sua vecchiaia.</p>
<p>Accadde quando ancora l&#8217;epoca rampante riscopriva<br />
i piatti regionali con la degustazione d&#8217;un gourmet,<br />
cibo povero di quando la famiglia non poteva<br />
permettersi la carne ad ogni pasto.<br />
Dice l&#8217;Artusi che i cuccioli d&#8217;anguilla<br />
sono foglie d&#8217;oleandro trasparenti come il vetro:<br />
la borsa spermatica del maschio è simile all&#8217;ovario della femmina<br />
e migrano nei laghi per una metamorfosi.<br />
Aspirano l&#8217;h anche quaggiù, le chiamano le ciehe.</p>
<p>Da giorni ne parlavano, gli adulti,<br />
scambiandosi al telefono un codice segreto;<br />
ce l&#8217;avrebbe fatta, dunque, il pesciaiolo &#8211; quel pirata -<br />
a procurare l&#8217;illegale bottino d&#8217;ambizione<br />
e poco male se quel fiero pasto costava allora<br />
poco meno d&#8217;un milione: le anguille appena nate<br />
sono prelibate.</p>
<p>Mio padre sul cancello coi contanti<br />
aspettava il pusher pesciaiolo<br />
con l&#8217;ansia d&#8217;un drogato in astinenza.<br />
In un sacchetto d&#8217;acqua, brulicanti,<br />
molli e trasparenti s&#8217;agitavano a migliaia &#8211; girini ancora vivi -<br />
guidate da un interno istinto inutile oramai,<br />
proprio come spermatiche creature che già sanno<br />
dove andare per trasformarsi in altro.</p>
<p>Sul setaccio schizzarono frenetiche,<br />
inquieti murenoidi all&#8217;oscuro della situazione.<br />
Mia madre versò una goccia d&#8217;acqua<br />
sull&#8217;enorme padella prestata da un&#8217;amica:<br />
sfrigolando evaporò dopo un momento.</p>
<p>Sui crostini fatte pappa, nella pasta lunga come condimento<br />
insieme a poca scorza dell&#8217;arancia e poi limone:<br />
durante la cottura quell&#8217;agonia dell&#8217;olio caldo le tramuta,<br />
sbiancandole le allunga e a colpo d&#8217;occhio non sapresti<br />
distinguere le larve da un piatto di bavette.<br />
Tranne forse per quegli occhi, minuscoli puntini<br />
ad un&#8217; estremità dello spaghetto, neri come<br />
se la luce in un istante fosse implosa.</p>
<p>Non era pepe ma uno sguardo<br />
che non implora più.</p>
<p>Spiaggia libera</p>
<p>Viale dei Tigli, la variante Aurelia srotola la strada: siamo nello sciame,<br />
magliette, ciabatte, stampate fantasie multicolori, un fluorescente<br />
succhiare di Calippo per la strada; domenica, c&#8217;è il sole, tutti quanti<br />
quantificano all&#8217;aria la pelle nuda ancora da ustionare.</p>
<p>Passeremo svoltando la pineta, sicuri di trovarti ancora lì.<br />
Il tuo tipo è uno che respira: una faccia da schiaffi, tatuato,<br />
efebico oppure ipertricotico, lo strepitoso fascino<br />
dell&#8217;ultracinquantenne in piena forma. E dopo le dune l’orizzonte.</p>
<p>Sei fissa in una fascia Gucci bianca intera, sei Liz Taylor,<br />
la Circe più abbronzata e bionda tinta della costa.<br />
Anna, minaccia ancora la nostra ingenuità. Hai quarant&#8217;anni.<br />
Distesa sul tuo telo rosa fuxia circòndati di giovani,</p>
<p>più giovane tu di quella giovane che vinse l&#8217;anno scorso<br />
lo sponsorizzato concorso di Miss Trans.<br />
Stenderemo intorno al tuo gli asciugamani, riprenderai la storia<br />
di un autunno che chirurgicamente tu non senti:</p>
<p>ricevi a casa adesso, eppure nei dintorni ci passi volentieri,<br />
saluti le tue amiche, ci racconti di un&#8217;età lontana quando eri<br />
a Livorno ragazzino e non ancora Towanda la Guerriera.<br />
E poi siliconati impianti e mai avvenute evirazioni.</p>
<p>Quando dalla base americana sfrecciavano le reclute<br />
i rangers, per te tutti marines: tutta salute all&#8217;epoca del dollaro!<br />
Limpidi guanti: l&#8217;Aurelia a Migliarino, Marina di Vecchiano.<br />
Avevi una roulotte. Passavi avanti a tutte per un salario serio.</p>
<p>Adesso puoi permetterti di scegliere: estrogeni, lunga transizione –<br />
l&#8217;hai letto sul tuo corpo che l&#8217;uomo da solo si spaventa.<br />
I tuoi contanti dentro al portafoglio proteggono il domani<br />
dall&#8217;incerto precariato. L&#8217;hai sudato, questo apprendistato.</p>
<p>Gli uomini sono come dei gattini, non devi accarezzarli contropelo<br />
si rischia il graffio, un taglio involontario e curati di te<br />
e solo dopo curati di loro: passa i polpastrelli dietro al collo,<br />
le loro fusa spasmi, un lamentarsi al caldo del sudore.</p>
<p>A mezzogiorno pranzi col ghiacciolo, dagli ambulanti compri<br />
braccialetti di filo colorato, ad ogni nodo un desiderio:<br />
gli amici, dimagrire, i conoscenti: pochi ma leali.<br />
Verrai da noi a cena. Arriverai col sugo per la pasta.</p>
<p>All’una un’altra lucky strike, assisti alla sfilata:<br />
abbronzàti si scrutano bagnandosi i piedi alla battigia,<br />
l’incendio dei costumi. Sono mimmi<br />
nei giorni di vacanza, non sai se in salvo o in saldo.</p>
<p>Da quando l&#8217;hai rivisto non fai che ripensarci.<br />
Ricordi come pianse quando seppe; il suo corpo tremava,<br />
scoraggiato ti disse che eri bella come una regina.<br />
Si guardava peloso il ventre piatto. Gli estrogeni erano impossibili.</p>
<p>La resina s’appiccica sui corpi, è stato come un pianto.<br />
Li vedi ritornare, riconsideri il sorriso, il pomeriggio<br />
scroscia in chiacchiericcio, sei raggiante, la tua socialità<br />
dimentica imprevisti e probabili armatori vedovi da poco.</p>
<p>L’amore equo e solidale lo impareremo dopo.<br />
Diana cacciatrice: sei come Salomè con il battista,<br />
l’esperienza ti ha insegnato a fischiare agli stalloni<br />
come fossi un camionista.</p>
<p>Adesso ti slanci, una corsa di cerbiatto e spruzzi il mare<br />
le onde che affronti in pieno petto ti spostano il costume,<br />
mostri il seno e per pudore abbassiamo tutti gli occhi,<br />
e tu ci guardi come quelli che restano all’asciutto.</p>
<p><strong>MARCO SIMONELLI</strong> è nato nel 1979 a Firenze, dove vive. Lavora come traduttore. Ha pubblicato Memorie di un casamento ferroviere del ‘66 (Florence Art, 1998), Sesto Sebastian – Trittico per scampata peste (Lietocolle, 2004), Palinsesti (Zona, 2007) e Will – 24 sonetti (d’If, 2009). Per Black Sun Productions ha scritto i testi di Hotel Oriente (anarcocks.com, 2011)</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/04/nuovi-inquadernati-6/">NUOVI INQUADERNATI 6.</a></p>
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		<title>PREMIO MARAZZA 2012</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/29/premio-marazza-2012/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/29/premio-marazza-2012/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 06:49:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[antonella anedda]]></category>
		<category><![CDATA[fabio pusterla]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[premio Marazza]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione di poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">La Fondazione Achille Marazza, in collaborazione con la Regione Piemonte e con il Comune di </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Borgomanero, bandisce la sedicesima edizione del Premio Nazionale di poesia e traduzione poetica </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">“Achille Marazza” con il seguente regolamento: </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"> </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"><em>- sezione traduzione</em> </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Premio destinato a una traduzione poetica da lingue antiche o moderne edita tra il 1° gennaio 2010 e </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">il 31 gennaio 2012, con una dotazione di euro 2.500. </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px;"> </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"><em>- sezione poesia</em> </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Premio destinato a una silloge poetica edita tra il 1° gennaio 2010 e il 31 gennaio 2012, con una </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">dotazione di euro 2.500. </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"> </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"> </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"><em>PREMIO MARAZZA OPERA PRIMA </em></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"><em>- sezione traduzione</em>: il premio è destinato all’opera prima di traduzione poetica da lingue antiche o </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">moderne, o comunque alla traduzione di un giovane traduttore, edita tra il 1° gennaio 2010 e il 31 </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">gennaio 2012; dotazione del premio 500 euro. </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"><em>- sezione poesia</em>: il premio è destinato all’opera prima o comunque al libro di un giovane poeta, </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">edito tra il 1° gennaio 2010 e il 31 gennaio 2012; dotazione del premio 500 euro. </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Le opere candidate dovranno essere inviate in sei copie entro il 28 febbraio 2012 alla Fondazione </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Marazza (c.a.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/29/premio-marazza-2012/">PREMIO MARAZZA 2012</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">La Fondazione Achille Marazza, in collaborazione con la Regione Piemonte e con il Comune di </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Borgomanero, bandisce la sedicesima edizione del Premio Nazionale di poesia e traduzione poetica </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">“Achille Marazza” con il seguente regolamento:<span style="font: 12.0px Helvetica;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"><span class="Apple-style-span" style="font-style: italic;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"><em>- sezione traduzione</em><span style="font: 12.0px Helvetica;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Premio destinato a una traduzione poetica da lingue antiche o moderne edita tra il 1° gennaio 2010 e </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">il 31 gennaio 2012, con una dotazione di euro 2.500. </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px;"> </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"><em>- sezione poesia</em><span style="font: 12.0px Helvetica;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Premio destinato a una silloge poetica edita tra il 1° gennaio 2010 e il 31 gennaio 2012, con una </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">dotazione di euro 2.500.<span style="font: 12.0px Helvetica;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"> </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"> </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"><em>PREMIO MARAZZA OPERA PRIMA <span id="more-40844"></span></em></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"><em>- sezione traduzione</em>: il premio è destinato all’opera prima di traduzione poetica da lingue antiche o </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">moderne, o comunque alla traduzione di un giovane traduttore, edita tra il 1° gennaio 2010 e il 31 </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">gennaio 2012; dotazione del premio 500 euro.<span style="font: 12.0px Helvetica;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"><em>- sezione poesia</em>: il premio è destinato all’opera prima o comunque al libro di un giovane poeta, </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">edito tra il 1° gennaio 2010 e il 31 gennaio 2012; dotazione del premio 500 euro. </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Le opere candidate dovranno essere inviate in sei copie entro il 28 febbraio 2012 alla Fondazione </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Marazza (c.a. segreteria del Premio, Eleonora Bellini) al seguente indirizzo: FONDAZIONE </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">ACHILLE MARAZZA, Viale Marazza 5, 28021  BORGOMANERO  (NO). Farà fede la data del </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">timbro postale. </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Potranno essere premiate solo le opere regolarmente inviate al premio.<em> </em>Il vincitore riceverà la </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">somma in dotazione esclusivamente se sarà presente alla cerimonia di premiazione, che si terrà </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">martedì 5 giugno alle ore 21, ed al successivo incontro con gli studenti delle scuole secondarie </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">superiori di Borgomanero, previsto per la mattinata successiva, mercoledì 6 giugno. In caso di </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">assenza, gli sarà attribuito il titolo, mentre la dotazione in denaro sarà devoluta ad attività della </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Biblioteca Marazza. Le spese di soggiorno saranno a carico della Fondazione Marazza. </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">GIURIA: Franco Buffoni (Presidente), Antonella Anedda, Giuliano Ladolfi, Fabio Pusterla, Fabio </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Scotto, il Presidente pro tempore della Fondazione Paolo Bignoli. </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman; min-height: 15.0px;">  </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"><em>PREMIO MARAZZA STUDENTI</em><span style="font: 12.0px Helvetica;"> </span></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Si svolge in collaborazione con l’Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”- Corso di </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Laurea in Lettere e si rivolge agli studenti delle scuole secondarie superiori delle province di </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Novara, Vercelli e Verbano Cusio Ossola; agli studenti universitari  ed a tutti i giovani nati negli </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">anni compresi fra il 1984 ed il 1995 ivi residenti. E’ dotato di un proprio bando e di una propria </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">giuria. Anche la premiazione di questa sezione si terrà martedì 5 giugno alle ore 21. </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">contestualmente a quella del premio nazionale. </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;"> </p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Times New Roman;">Borgomanero, 22 novembre 2011.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/29/premio-marazza-2012/">PREMIO MARAZZA 2012</a></p>
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		<item>
		<title>NUOVI INQUADERNATI 5.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/27/nuovi-inquadernati-5/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/27/nuovi-inquadernati-5/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 04:36:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[fabio donalisio]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Quaderni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=40431</guid>
		<description><![CDATA[<p><strong>FABIO DONALISIO</strong></p>
<p>(manifestino)</p>
<p>rivendico il diritto all’incostanza<br />
alla linea interrotta al buco<br />
alla danza<br />
l’indisciplina come forma e sostanza<br />
di una cosa poetica<br />
violenta (e soprattutto non stanca)<br />
rivendico oltre un noi o un loro<br />
voto vita contro lavoro</p>
<p>(che poeta è, mal e detto, destino</p>
<p>*</p>
<p>la resa della sera<br />
dopo odierno inciampare<br />
è più vera<br />
dell’abituare<br />
e si abitano case<br />
d’incidente<br />
pur di qualcosa<br />
pur di niente</p>
<p>*</p>
<p>&#8220;puoi credere nel buio quando la luce mente&#8221;</p>
<p>sono incredibilmente solo<br />
nel senso che non ci credo<br />
anche e soprattutto<br />
quando vedo</p>
<p>e le semplici ragioni del biglietto<br />
tramontano nel volo</p>
<p>*</p>
<p>fertilità in armi nella città occupata<br />
che la vita è insana ad aggrappare<br />
– a vivere<br />
sulle strade frammentate<br />
deraglia in vento</p>
<p>per infinito diminuito<br />
ricominciare</p>
<p>*</p>
<p>chissà se<br />
cotto dal sole e dalla morte<br />
mi sarà rimessa (perdonata)<br />
la solitudine se, persa la misura<br />
e la portata dell’abiura,<br />
sarà prescrizione per lo sfrontato<br />
innamorarmi<br />
(il mio)</p>
<p>la paga a giornata<br />
e i rotti sul conto di dio</p>
<p>*</p>
<p>scardini la mia memoria istituzionale<br />
fornisci ricordi incastrati, una volta,<br />
senza fare male<br />
ogni complessità del reale (abituale)<br />
si fa sudore<br />
e anche se non so (mai saputo)<br />
te lo scopo nel cuore,<br />
l’amore</p>
<p>(e chiedo aiuto)</p>
<p>*</p>
<p>hai presente il calzino<br />
sì, roba simile alla rivolta<br />
toccati dentro e pronta<br />
per la cosa sepolta<br />
i baraccati dell’amore sanno<br />
profonde diversità sgorgate<br />
oltre il confino<br />
sanno il tempo, così<br />
mani aperte e poi giunte<br />
menti sconvolte<br />
corpi dotati di destino</p>
<p>*</p>
<p>macina macina macina<br />
dicevo, rimugina<br />
e ormai la citazione sconfina<br />
quel che resta<br />
è dolore a grana<br />
fina<br />
quello che, sempre,<br />
viene prima</p>
<p>*</p>
<p><strong>Fabio Donalisio</strong> è nato nel &#8217;77 in fondo alla provincia Granda.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/27/nuovi-inquadernati-5/">NUOVI INQUADERNATI 5.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>FABIO DONALISIO</strong></p>
<p>(manifestino)</p>
<p>rivendico il diritto all’incostanza<br />
alla linea interrotta al buco<br />
alla danza<br />
l’indisciplina come forma e sostanza<br />
di una cosa poetica<br />
violenta (e soprattutto non stanca)<br />
rivendico oltre un noi o un loro<br />
voto vita contro lavoro</p>
<p>(che poeta è, mal e detto, destino<span id="more-40431"></span></p>
<p>*</p>
<p>la resa della sera<br />
dopo odierno inciampare<br />
è più vera<br />
dell’abituare<br />
e si abitano case<br />
d’incidente<br />
pur di qualcosa<br />
pur di niente</p>
<p>*</p>
<p>&#8220;puoi credere nel buio quando la luce mente&#8221;</p>
<p>sono incredibilmente solo<br />
nel senso che non ci credo<br />
anche e soprattutto<br />
quando vedo</p>
<p>e le semplici ragioni del biglietto<br />
tramontano nel volo</p>
<p>*</p>
<p>fertilità in armi nella città occupata<br />
che la vita è insana ad aggrappare<br />
– a vivere<br />
sulle strade frammentate<br />
deraglia in vento</p>
<p>per infinito diminuito<br />
ricominciare</p>
<p>*</p>
<p>chissà se<br />
cotto dal sole e dalla morte<br />
mi sarà rimessa (perdonata)<br />
la solitudine se, persa la misura<br />
e la portata dell’abiura,<br />
sarà prescrizione per lo sfrontato<br />
innamorarmi<br />
(il mio)</p>
<p>la paga a giornata<br />
e i rotti sul conto di dio</p>
<p>*</p>
<p>scardini la mia memoria istituzionale<br />
fornisci ricordi incastrati, una volta,<br />
senza fare male<br />
ogni complessità del reale (abituale)<br />
si fa sudore<br />
e anche se non so (mai saputo)<br />
te lo scopo nel cuore,<br />
l’amore</p>
<p>(e chiedo aiuto)</p>
<p>*</p>
<p>hai presente il calzino<br />
sì, roba simile alla rivolta<br />
toccati dentro e pronta<br />
per la cosa sepolta<br />
i baraccati dell’amore sanno<br />
profonde diversità sgorgate<br />
oltre il confino<br />
sanno il tempo, così<br />
mani aperte e poi giunte<br />
menti sconvolte<br />
corpi dotati di destino</p>
<p>*</p>
<p>macina macina macina<br />
dicevo, rimugina<br />
e ormai la citazione sconfina<br />
quel che resta<br />
è dolore a grana<br />
fina<br />
quello che, sempre,<br />
viene prima</p>
<p>*</p>
<p><strong>Fabio Donalisio</strong> è nato nel &#8217;77 in fondo alla provincia Granda. Vive e non lavora a Roma. Scrive di libri su Blowup, Rolling Stone e Pulp. Ha pubblicato miti logiche (ExCogita, 2007) e poco altro. Prima o poi tornerà sulle montagne. Lo si trova qui: fabiodonalisio@hotmail.com</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Poesie con destinatario (o senza)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/20/poesie-con-destinatario-o-senza/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/20/poesie-con-destinatario-o-senza/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 11:27:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/B20-0562-Jack-Lemmon-Handkerchief-Leo-Fuchs.jpg"></a></p>
<p><strong>In una giornata</strong><br />
il verde della piazza<br />
visto dall&#8217;alto,<br />
non è un prato.<br />
ma un campo da golf,<br />
battuto da cicale magnetiche,<br />
colorate, tutte uguali.<br />
Non operai,<br />
non borghesi,<br />
non più contadini.<br />
Incompiute<br />
architetture<br />
di vanagloria.<br />
Cicale dopo il lavoro<br />
e formiche senza lavoro<br />
non sono mai state<br />
il popolo<br />
di questa terra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/20/poesie-con-destinatario-o-senza/">Poesie con destinatario (o senza)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/B20-0562-Jack-Lemmon-Handkerchief-Leo-Fuchs.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/B20-0562-Jack-Lemmon-Handkerchief-Leo-Fuchs-300x231.jpg" alt="" title="B20 0562 Jack Lemmon - Handkerchief - Leo Fuchs" width="300" height="231" class="alignnone size-medium wp-image-40798" /></a></p>
<p><strong>In una giornata</strong><br />
il verde della piazza<br />
visto dall&#8217;alto,<br />
non è un prato.<br />
ma un campo da golf,<br />
battuto da cicale magnetiche,<br />
colorate, tutte uguali.<br />
Non operai,<br />
non borghesi,<br />
non più contadini.<br />
Incompiute<br />
architetture<br />
di vanagloria.<br />
Cicale dopo il lavoro<br />
e formiche senza lavoro<br />
non sono mai state<br />
il popolo<br />
di questa terra.<br />
Muri pieni di buchi,<br />
esistenze senza intonaco,<br />
che non reggono più<br />
il cemento del sopruso<br />
a creare figure popolari<br />
con la cazzuola del dolore.<span id="more-40797"></span></p>
<p>Voglio raccontare<br />
la storia di un incontro<br />
in un ipermercato<br />
che fece Turandot<br />
del cupo sottofondo di voci<br />
e dei fuochi di colore<br />
Opera Cinese.<br />
Lance,<br />
bottiglie,<br />
scatole e scudi;<br />
campanellini<br />
e registratori di cassa.<br />
Novelle compagnie<br />
ad obliare<br />
lotte contadine<br />
e cortei operai,<br />
volti di marmo<br />
e braccia di acciaio.</p>
<p><em>A Ionesco</em></p>
<p><strong>Attese</strong></p>
<p>Il palcoscenico vuoto<br />
pende dagli occhi<br />
invocanti e distratti<br />
	che aspettano<br />
la maschera<br />
pallida e muta<br />
d&#8217;un brandello di luce.</p>
<p>	Nulla è presente.<br />
E le sedie<br />
vuote,<br />
eroiche<br />
aspettano<br />
nuovi occhi<br />
 	invocanti e distratti.</p>
<p><em>A Kieslowski</em></p>
<p><strong>Sforzo grottesco</strong></p>
<p>Sulla fune della rivelazione<br />
danza maliziosa<br />
la ballerina<br />
dei miei occhi.<br />
E subito.<br />
Inciampa a cade,<br />
la poverina.<br />
	(Guarda !)<br />
Ride dispettoso<br />
l&#8217;omino della fune,<br />
mentre ammicca<br />
ad un&#8217;altra<br />
più bella e speranzosa.</p>
<p><em>A Pessoa</em></p>
<p><strong>Vicinanze</strong></p>
<p>Mi stava a fianco,<br />
nel cortile di un ospedale<br />
un uomo ubriaco.<br />
Lui dormiva su una panchina<br />
mentre io leggevo Pessoa.</p>
<p>Eravamo due pianeti,<br />
eravamo entrambi soli.<br />
Un vigile lo cacciò<br />
e io smisi di leggere.<br />
Restammo entrambi soli.</p>
<p>Io vedo dal mio villaggio<br />
quanto si può vedere dell&#8217;universo.<br />
Quando l&#8217;universo<br />
casca<br />
nelle mie giornate.</p>
<p><em>A Jack Lemmon</em></p>
<p><strong>Storie</strong></p>
<p>L&#8217;11 settembre 1973<br />
avevo otto anni<br />
e la scuola<br />
non era ancora cominciata.<br />
Non avevo ancora<br />
visto Missing<br />
e aspettavo solo<br />
la prima comunione.</p>
<p>L’11 settembre 2001<br />
ero già padre,<br />
facevo il mio rientro<br />
senza buono pasto.<br />
Tutto non era ancora finito,<br />
ma non guardavo più<br />
film perché non avevo<br />
più tempo.</p>
<p>Adesso mi domando<br />
se bastano le notizie<br />
a farmi partecipe passato,<br />
partecipe altrove.<br />
E mi rispondo<br />
che cosa sarebbe stato<br />
il mio caldo risentimento<br />
senza questa<br />
tragica rappresentazione:<br />
non l&#8217;impeto di rivolta,<br />
non il struggente amore.</p>
<p>Sarebbe stato<br />
un interminabile<br />
latrato notturno.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/20/poesie-con-destinatario-o-senza/">Poesie con destinatario (o senza)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>NUOVI INQUADERNATI 4.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/20/nuovi-inquadernati-4/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/20/nuovi-inquadernati-4/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 04:08:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[mariagiorgia ulbar]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Quaderni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=40426</guid>
		<description><![CDATA[<p><strong>MARIAGIORGIA ULBAR</strong></p>
<p>Sarai anche tu un invitato<br /> al &#8220;funeral blues&#8221; che non ti aspetti<br /> per le volte, tutte, in cui hai scosso<br /> la testa per non essere coinvolto.<br /> Verranno a battere i gabbiani lunghi<br /> le loro ali anche lontano<br /> dai luoghi di mare che sappiamo,<br /> sulle paludi batteranno, sulle foreste<br /> su ogni città cadente che hai tracciato<br /> con una mano sbagliata su una carta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/20/nuovi-inquadernati-4/">NUOVI INQUADERNATI 4.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>MARIAGIORGIA ULBAR</strong></p>
<p>Sarai anche tu un invitato<br /> al &#8220;funeral blues&#8221; che non ti aspetti<br /> per le volte, tutte, in cui hai scosso<br /> la testa per non essere coinvolto.<br /> Verranno a battere i gabbiani lunghi<br /> le loro ali anche lontano<br /> dai luoghi di mare che sappiamo,<br /> sulle paludi batteranno, sulle foreste<br /> su ogni città cadente che hai tracciato<br /> con una mano sbagliata su una carta.<br /> Tutti presenti, tu, io e chi ha visto<br /> e non parlato. Un suono cadenzato,<br /> una strada bianca, neri vestiti<br /> un bruciare, chissà se di fuoco o di sole;<br /> il giorno successivo sarà questo<br /> che della morte piccola sapremo.<span id="more-40426"></span><br /> *<br /> Saranno stati quei tempi diversi<br /> della nostra memoria a inchiodarci<br /> in due zone d’ombra lontane tra loro.<br /> Perché forse tu venivi dai tempi<br /> dei bambini che cadevano nei buchi<br /> della terra davanti a un mondo d’occhi<br /> e io da quelli degli asfalti esplosi.<br /> Di fatto mai il sole seppe compiere<br /> l’arco giusto per allungare quelle ombre<br /> e renderle per poco sovrapposte.<br /> *</p>
<p>Molti anni fa devi aver preso<br /> il mezzo sbagliato per viaggiare.<br /> Voglio dire magari un treno<br /> per solcare le acque isolane<br /> o una nave per passare<br /> su una piana di cactus e di pietre;<br /> una bici per salire le pendici<br /> di monti di granito o di calcare<br /> un aereo per scendere nei pozzi<br /> in cui si abbeverano radici.</p>
<p>Anch’io non so mai scegliere<br /> mettere insieme scopi e mezzi,<br /> lungo le mappe allora andremo a piedi<br /> o con gli occhi pestando sui colori,<br /> sulle linee, sulle macchie<br /> dal mare di Amundsen al mare di Laptev<br /> sapremo almeno così di avere piedi<br /> pezzi di carne dritti e strani<br /> e bauli di carte geografiche, pieni.<br /> *<br /> Conosco un uomo io che non disturba<br /> il mio pensiero solo a notte fonda,<br /> perché ha anche lui una testa tonda<br /> che rotola ma non poggia e neanche pesa<br /> su un giorno d’aria tesa o sull’angoscia<br /> di chi sempre corre, sempre scappa<br /> davanti a un’ombra, che è la sua, che l’insegue.</p>
<p>E’ un uomo che si incontra nel minuto<br /> di una svolta,<br /> poggiato con la schiena a una colonna,<br /> che porta negli occhiali il tempo grande<br /> dei libri, delle pietre, delle piante,<br /> che mangia miele così come mangia chiodi<br /> tutto ammanta col suo numero<br /> molto alto di parole ma poi sbuca<br /> nei punti sempre che non fanno suono<br /> ma caldo o bagnato o luce<br /> o odore di nostalgia<br /> essere dove è lui e non ci sono.<br /> *<br /> Sventola una bandiera laggiù o forse<br /> un paio di mutande bianche vecchie<br /> che asciugano al vento di maggio.<br /> Dunque c’è qualcuno, c’è un villaggio<br /> ci avviciniamo, ma cosa chiederemo?<br /> Se ci offrono tè, se ci accolgono,<br /> se sono nemici o amici,<br /> non sono domande che si fanno.<br /> Forse c’è una lingua comune a chi viaggia<br /> e a chi sta fermo ma ha la testa<br /> nel tempo e nella voglia<br /> di spiare tra buchi di rovine<br /> per vedere se c’è un cinema di là<br /> una piazza, un biliardino, una giostra.<br /> *<br /> I tornei ci saranno e quegli sbuffi<br /> di maniche bianche che sfiorano le spade,<br /> orde di ungheresi col mio nome,<br /> il buio che mangia calde pecore<br /> o uomini luccicanti di armature.<br /> Ho stima di quelli che per poco<br /> un tempo si sfidavano a duello,<br /> la pistola veloce o il coltello<br /> all’alba nei prati fuori porta<br /> fuori città, in periferie ghiacciate.<br /> Chiedo all’unica che risponde a stretto giro,<br /> quell’eco che dà le parole che concedo<br /> se tra grate di ferro ed il cemento<br /> i capannoni dismessi e gli steccati<br /> c’è una piazza tonda, ancora un’arma<br /> più morbida e sottile di una spada<br /> e un testimone che sia disposto ancora<br /> a guardare come peso la mia vita<br /> con chicchi di riso per misura.</p>
<p><strong>Mariagiorgia Ulbar</strong> è nata a Teramo nel 1981. Ha studiato germanistica e anglistica e insegna lingua straniera. Traduce dal tedesco e dall’inglese. Scrive per la rivista Hamelin.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/nuovi-inquadernati-1/">Azzurra D&#8217;Agostino</a><br /> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/06/nuovi-inquadernati-2/">Yari Bernasconi</a><br /> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/13/nuovi-inquadernati-3/">Eleonora Pinzuti</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/20/nuovi-inquadernati-4/">NUOVI INQUADERNATI 4.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Quattro poesie</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/14/quattro-poesie-3/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/14/quattro-poesie-3/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 10:50:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[maxime cella]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Maxime Cella</strong></p>
<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.… <em>ma ancor più chiama</em><br />
<em> a invidia</em> per calchi inverosimili<br />
&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..chi riesca<br />
a ogni ora non chiamarsi a nuova fede<br />
&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..o quelli<br />
che per scarso o avverso senso<br />
o altra – direbbero – carenza, incuranti<br />
mancano il bersaglio…</p>
<p>..&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/14/quattro-poesie-3/">Quattro poesie</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maxime Cella</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>… <em>ma ancor più chiama</em><br />
<em> a invidia</em> per calchi inverosimili<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</span>chi riesca<br />
a ogni ora non chiamarsi a nuova fede<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</span>o quelli<br />
che per scarso o avverso senso<br />
o altra – direbbero – carenza, incuranti<br />
mancano il bersaglio…</p>
<p><span style="color: #ffffff;">..</span><span id="more-40698"></span></p>
<p>_________________________</p>
<p><span style="color: #ffffff;">..</span></p>
<p>Torrette recinzioni un gran latrare<br />
specchi ustori spinaglie il levatoio:<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>sei tu che<br />
boicotti la riforma – rinfocoli<br />
la fede<span style="color: #ffffff;">&#8230;..</span>opzioni i ranghi<span style="color: #ffffff;">&#8230;..</span>smitragli<br />
al messo:<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>tu bello ardire da miracoli a<br />
miraggi, perenne scolpa <em>io-disguido io-non c’ero</em><br />
<em> pallottoliere-io non decimo:</em><br />
<em><span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>arrotondo</em><br />
e si risulta nel gran chiasso in innocenza</p>
<p><span style="color: #ffffff;">..</span></p>
<p>_____________________________</p>
<p><span style="color: #ffffff;">..</span></p>
<p><em>… come di scollatura e sua rassegna</em><br />
<em><span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.«</span>e</em><br />
<em>poi…?»</em><br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</span>come imbeccante maestra<br />
sberciante da sotto gli occhiali e i risolini<br />
delle altre d’attorno compiaciute di mia<br />
<em><span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>di-già di-nuovo?</em><br />
incipiente insapienza</p>
<p>Ma tant’è già non so più – grumo di me dal sé<br />
sbiviato al prendersi parola, al raro<br />
ottenersi un’udienza.<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</span>E già ricava la luna gli occhielli<br />
alle foglie e ricombaciano ai vetri<br />
le aureole dei fanali</p>
<p><em>(… finché di nuovo in me tornammo)</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">______</span></p>
<p>_____________________________</p>
<p><span style="color: #ffffff;">..</span></p>
<h5 style="text-align: left; padding-left: 150px;">From too much liberty, my Lucio, liberty<br />
William Shakespeare</h5>
<p>… ma il posto che più merito è l’oblio<br />
punito a un banco da cui non cola il tempo;<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>io<br />
non valgo il fondo di clessidra<br />
che s’inspalla almeno dello scorrere<br />
e al rovescio ritrova la vertigine:<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>il posto che mi indica<br />
sia una croce<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>sìlice<br />
brucata agli angoli dal vento<br />
rissosa alle quietudini infelici<br />
che la insediano un’ora in più nel tempo</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/14/quattro-poesie-3/">Quattro poesie</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>NUOVI INQUADERNATI 2.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/06/nuovi-inquadernati-2/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/06/nuovi-inquadernati-2/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 06 Nov 2011 04:20:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[quaderno]]></category>
		<category><![CDATA[yari bernasconi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>YARI BERNASCONI</strong></p>
<p>Una conversazione (frammento)</p>
<p>«Un giorno bombardarono le baracche dove stavamo.<br />
Io ritornavo da un colloquio col mio vestito bello, l&#8217;unico,<br />
e una giacchetta beige. Scarponcini puliti.<br />
Cominciammo a scavare, a cercare nel fango<br />
la nostra roba. Ma tutto era stato inghiottito.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/06/nuovi-inquadernati-2/">NUOVI INQUADERNATI 2.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>YARI BERNASCONI</strong></p>
<p>Una conversazione (frammento)</p>
<p>«Un giorno bombardarono le baracche dove stavamo.<br />
Io ritornavo da un colloquio col mio vestito bello, l&#8217;unico,<br />
e una giacchetta beige. Scarponcini puliti.<br />
Cominciammo a scavare, a cercare nel fango<br />
la nostra roba. Ma tutto era stato inghiottito.<br />
Io sembravo un pulcino, tra le macerie: un punto bianco.<br />
Alla fine, sporca e ricoperta di terra, chiamai mio padre.<br />
Non avevamo ritrovato nulla. In quel momento<br />
ci appartenevano soltanto le nostre ossa».<span id="more-40394"></span></p>
<p>***</p>
<p>Per Dublino</p>
<p>C’è molta gente sul bus che ci porta a Dublino,<br />
procediamo a rilento. Sfoglio un libro, lascio andare la testa<br />
tra il finestrino e la seggiola. L’uomo davanti a me è alto,<br />
robusto; le sue unghie sono lunghe e sporche; tossisce, dice qualcosa<br />
sottovoce, in inglese. Forse bestemmia di un malanno, un’ansia.<br />
La gente attorno si gira infastidita: guarda i prati,<br />
fingendo compassione.</p>
<p>***</p>
<p>Connemara</p>
<p>Sembri rinascere tra i prati e queste strade dissestate,<br />
tracciate da fessure che si iniettano<br />
fin sotto terra. Le pecore sono pecore, i muri sono muri:<br />
scendi dall&#8217;auto, guardi intorno e qualcosa di vecchio ritorna,<br />
un&#8217;impressione, un&#8217;evidenza di sempre, un istinto.<br />
Non te ne accorgi ma cammini, mi chiami per due volte,<br />
vieni, che è bello, si sta bene. Nient&#8217;altro.</p>
<p>***</p>
<p>Trittico per un paesaggio</p>
<p>Questo paese di campane e di lago, così sofferente<br />
del silenzio di chi vive, così schiacciato da questo monte<br />
flaccido e lento: mi sembra di non averci mai vissuto,<br />
ma di averlo attraversato distratto, poche volte, come si fa con la nebbia<br />
o con la pioggia.</p>
<p>*</p>
<p>Siamo cambiati senza movimento: come ignari delle unghie più nere,<br />
come grati dei sentieri battuti, le strade ripulite, i cortili sfangati.<br />
Ci sono mai state macerie? S&#8217;è mai versata una goccia di sangue?<br />
La guerra vera era noiosa: distante e prevedibile.</p>
<p>*</p>
<p>L’anziano che rallenta: la traiettoria di ottant’anni di silenzio.<br />
Rade il muro di sasso con pazienza, tende lo sguardo e poi fissa i ciottoli<br />
sul bordo della strada. Il borgo è immobile, la piazza una lama piatta<br />
che scintilla. Il lago s&#8217;insacca tra alcuni rilievi. Sono morti<br />
i vecchi platani, li hanno strappati anni fa. Ora che c’è il sole<br />
si cercano altri spazi, ombre nuove.</p>
<p>Testi tratti da Non è vero che saremo perdonati, di prossima pubblicazione nell’XI Quaderno</p>
<p>***</p>
<p><strong>Yari Bernasconi</strong> è nato in Ticino nel 1982 e vive a Friburgo (Svizzera), dove si è laureato in letteratura italiana e filologia romanza. È redattore responsabile dell&#8217;edizione italiana della rivista «Viceversa Letteratura». Nel 2009 ha pubblicato il poemetto Lettera da Dejevo (Alla chiara fonte).</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/nuovi-inquadernati-1/">Azzurra D&#8217;Agostino</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/06/nuovi-inquadernati-2/">NUOVI INQUADERNATI 2.</a></p>
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		<title>Andrea Zanzotto 1921-2011</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/andrea-zanzotto-1921-2011/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/andrea-zanzotto-1921-2011/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 10:40:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[addio]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Zanzotto]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[in memoriam]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[tributo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto.jpg"></a></p>
<p><strong>Andrea Zanzotto</strong><br />
(Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921 – Conegliano, 18 ottobre 2011)<br />
<br />
<strong>Esistere psichicamente </strong></p>
<p>Da questa artificiosa terra-carne<br />
esili acuminati sensi<br />
e sussulti e silenzi,<br />
da questa bava di vicende<br />
- soli che urtarono fili di ciglia<br />
ariste appena sfrangiate pei colli &#8211;<br />
da questo lungo attimo<br />
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,<br />
da tutto questo che non fu<br />
primavera non luglio non autunno<br />
ma solo egro spiraglio<br />
ma solo psiche,<br />
da tutto questo che non è nulla<br />
ed è tutto ciò ch&#8217;io sono:<br />
tale la verità geme a se stessa,<br />
si vuole pomo che gonfia ed infradicia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/andrea-zanzotto-1921-2011/">Andrea Zanzotto 1921-2011</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto.jpg" alt="" title="zanzotto" width="400" height="306" class="alignnone size-full wp-image-40388" /></a></p>
<p><strong>Andrea Zanzotto</strong><br />
(Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921 – Conegliano, 18 ottobre 2011)<br />
<span id="more-40387"></span><br />
<strong>Esistere psichicamente </strong></p>
<p>Da questa artificiosa terra-carne<br />
esili acuminati sensi<br />
e sussulti e silenzi,<br />
da questa bava di vicende<br />
- soli che urtarono fili di ciglia<br />
ariste appena sfrangiate pei colli &#8211;<br />
da questo lungo attimo<br />
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,<br />
da tutto questo che non fu<br />
primavera non luglio non autunno<br />
ma solo egro spiraglio<br />
ma solo psiche,<br />
da tutto questo che non è nulla<br />
ed è tutto ciò ch&#8217;io sono:<br />
tale la verità geme a se stessa,<br />
si vuole pomo che gonfia ed infradicia.<br />
Chiarore acido che tessi<br />
i bruciori d&#8217;inferno<br />
degli atomi e il conato<br />
torbido d&#8217;alghe e vermi,<br />
chiarore-uovo<br />
che nel morente muco fai parole<br />
e amori. </p>
<p>[da <em>Vocativo</em>, 1957]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/andrea-zanzotto-1921-2011/">Andrea Zanzotto 1921-2011</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Mesa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/05/mesa/</link>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 06:42:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Baldacci]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Mesa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Baldacci</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/mesa.jpg"></a>“a me che può servire questo vivere? / a dire a dire a dire / a dire che non serve questo dire / se non per dire che diremo ancora”: si può partire da questi versi per ricordare la figura di Giuliano Mesa, morto a Pozzuoli il 15 agosto scorso al termine di due anni di malattia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/05/mesa/">Mesa</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Baldacci</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/mesa.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-40299" title="mesa" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/mesa.jpg" alt="" width="251" height="201" /></a>“a me che può servire questo vivere? / a dire a dire a dire / a dire che non serve questo dire / se non per dire che diremo ancora”: si può partire da questi versi per ricordare la figura di Giuliano Mesa, morto a Pozzuoli il 15 agosto scorso al termine di due anni di malattia. Mesa era nato a Salvaterra nel 1957 e per tutta la vita aveva mantenuto un’intransigenza e un rigore che lo avevano portato, “lacerando /alfabeti”, a inaugurare il controcorso di una lingua che combinava disperazione e utopia, trenodia e speranza, sempre in cerca di “verità etiche”.<span id="more-40298"></span> Aveva studiato a fondo la musica del Novecento e la composizione sperimentale, dalla dodecafonia al jazz. Era un autodidatta dalle sterminate letture. Utilizzava ogni scintilla nata nel dialogo con i testi (da Lucrezio a Mandel’štam, da Euripide a Vallejo, da Omero a Platonov) per rendere più acuto il proprio giudizio su un mondo attraversato da “miriadi di offese alla vita”. Esordì alla fine degli anni Settanta, grazie all’attenzione di Adriano Spatola, con una sperimentazione anomala, parodica e drammatica, con un discorso poetico chiamato a “stremarsi per formarsi”. In quei versi si centrifugava la scrittura dell’eccesso di Lautremont e Artaud, si rielaborava l’oltranza linguistica zanzottiana, le proposte di “Tel Quel” e la scrittura-corpo del tragicomico beckettiano. Fra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta aveva proseguito sviluppando una sempre più marcata innovazione formale, scartando sia l’opzione versoliberista che il riuso di metriche tradizionali. La sua ricerca lo portava piuttosto a ragionare sugli “spazi metrici” rosselliani, sul verso epico-narrativo di Pavese e sul flusso energetico di Cacciatore. Nei suoi testi si produceva un accatastarsi ansioso e smarrito di eventi, mentre i segni divenivano ombre, tracce, impronte di un’esperienza sempre più complessa e dolorosa del reale. Dalla seconda metà degli anni Novanta in poi, con le raccolte <em>Quattro</em> <em>quaderni</em>, <em>Tiresia</em> e <em>Nun</em> (rimasta incompiuta) Mesa ha toccato il vertice della propria riflessione poetica, dando corpo ad un dettato testamentale che generava tagli, crepe, voragini interne, strappando all’asfissia “l’aria della fine” da cui nascevano i suoi versi. Estraneo alle poetiche della neoavanguardia come alle prospettive del neoorfismo, Mesa criticava in entrambe la tendenza a produrre un pensiero tutto interno al dialogo fra letteratura e cultura. Ribadiva polemicamente che la poesia “non parla di parole ma di qualcosa che alle parole preesiste, il referente-mondo, il referente-vita”. Nei suoi versi e nei suoi saggi denunciava perentorio: “ciò che per noi dovrebbe essere prioritario, nei pensieri e nei discorsi, per chi ne è vittima è l’unica realtà possibile”, e ancora: “Si vive, chi vive in agio, nella rimozione costante del tragico, delle tragedie: al plurale, una per ogni vita che soffre”. Per Mesa la letteratura non era un fine, ma nemmeno un mezzo, bensì una “necessità che risponde alla necessità, interrogandola”. Intendeva e praticava la poesia come “strenua speranza”, forma di conoscenza tramite cui dare espressione alla “ferita assoluta dell’umano”. Portava la radicale incertezza del linguaggio alla base della propria tensione etica. Scriveva per affrontare le domande fondamentali del nostro tempo: la fame, la guerra, la povertà, il potere. Intenso e continuo era il suo dialogo con la riflessione di Weil e Wittgenstein, di Arendt e Jonas, di Adorno e Anders. Di Beckett condivideva il dire esausto ma inesauribile, avvinghiato alle “rovine dell’umanità”, di Celan la contestazione dell’arte che conduce la poesia lungo “vie creaturali” per farsi respiro e gesto corale. Da Kafka e Šalamov aveva appreso che ogni opera d’arte è  testimonianza: per questo imponeva alla lingua dell’invenzione il rigore del documento, contrapponendo la sua ricerca di “parole vere” al nichilismo dell’irrealtà e della menzogna imperante. In oltre trent’anni di scrittura poetica Mesa ha realizzato un’unica partitura musicale, una “nera nenia” che prolifera per fughe e improvvisi, per temi e variazioni, e rappresenta un <em>nonostante</em> imposto nel corpo stesso dell’estrema negazione. Come Amelia Rosselli era in definitiva una presenza estranea all’interno dello spazio culturale e letterario italiano. Lui ne era dolorosamente cosciente: malgrado ciò aveva cercato incontri, scambi e aperture con un mondo che quando l’ha accostato o incrociato è sempre stato sotto la rassicurante garanzia (conscia o inconscia) del suo essere radicalmente altro. Mesa coglieva il consolidarsi nel nostro presente di un aberrante patto sociale che stringe gli individui attorno ad una collettiva rimozione del male storico (“è tutto un distogliere lo sguardo, / per non guardare, ognuno, / i nostri occhi ciechi”). Per questo lo sguardo dentro e oltre il buio di Tiresia e la parola che si prende cura del sottosuolo di Antigone erano le bussole del suo pensiero. Possedeva la capacità di sentire il brulicare dei sommersi, la fame che consuma milioni di vite, di destini: li percepiva come un lancinante unico battito, nella varietà di ogni singola sorte. Cogliendoli tutti, uno a uno, egli dava corpo a quell’“altro” (con la minuscola) che era il costante referente della sua scrittura. Del Novecento conservava tutti i segni, le ferite, i traumi, le grida (a partire dalla lezione espressionista), ma li portava oltre.  Il dramma della nominazione, cioè la rottura fra parole e cose, era nei suoi versi il “muro della terra” che si ostinava a scavare, a incidere, a forare, cercando un salto in avanti, o sul posto, in cui continuare a finire, a dire, a testimoniare. Anarchico e libertario proprio perché cosciente dei totalitarismi novecenteschi (di tutti), così come dei radicali squilibri prodotti dal capitalismo mondiale, Mesa aborriva sistemi e ideologie preconfezionate: continuava a legare l’angoscia al pensiero, e intendeva la parola come spazio di responsabilità, argine al negativo e dimora del possibile. In un tempo in cui accanto alla percezione del reale anche “il linguaggio ci viene (…) inesorabilmente sottratto”, Mesa non rinunciava mai ad attribuire responsabilità alle parole. Sospesa fra il “suono della fine” e l’incessante respiro del “poi”, fra le prospettive del tragico e il “plasma della speranza” (per riprendere un passo gaddiano), la sua pagina è composta da una fitta trama di paronomasie, di anagrammi, di sonorità petrose, di pulsazioni cardiache, di tremori e sussulti del corpo, dove la punteggiatura ha funzione emotiva e ritmica, determinante per la partitura musicale del verso. Gli imperativi nei suoi testi rifiutano la propria funzione assertiva, per farsi invocazione, allarme, supplica, <em>incipit</em> di un <em>ethos</em> da condividere. La sua poesia segue un moto circolare in cui “tutto è già finito” e continua a battere, a pulsare, a fare attrito. Muovendosi fra lutto e utopia, con un linguaggio scheggiato ed essenziale, Mesa ricercava esperienze di verità a partire dalla “non dimenticanza”, con un verso sospeso fra monito e memoria. Contrastava il vuoto producendo resistenza, facendo ostruzione, con una alchimia di segni, silenzi, suoni e respiri che costituivano la grammatica e la materia dei suoi testi. Avulso dalle miserie del nostro presente letterario il fare inesauribile di Mesa rappresenta in definitiva l’agone/agonia di un pensiero che alla radicale coscienza della finitudine umana (“non c’è che questo andarsene / da dire”) accosta sempre la necessità di ribadire “parola fine, mai”.</p>
<h5>L&#8217;articolo è stato pubblicato su Alias sabato 1 ottobre 2011.</h5>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/05/mesa/">Mesa</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sine die</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/30/sine-die/</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 08:33:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Racca]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Davide Racca</strong></p>
<p><em>In memoria di Giuliano Mesa</em></p>
<p>&#160;</p>
<p>luogo – la notte.</p>
<p>salmastro<br />
e astro notturno –<br />
più lucido<br />
– ora,<br />
più sottile</p>
<p>e …</p>
<p>cosa vuoi dire –<br />
ancora?<br />
cosa cerchi di dire?</p>
<p></p>
<p>inutile capire<br />
senza capirsi<br />
e<br />
vedere –<br />
quel che si deve –<br />
senza vederlo più</p>
<p>&#160;</p>
<p>(non vedremo senza capirlo?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/30/sine-die/"><em>Sine die</em></a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Racca</strong></p>
<p><em>In memoria di Giuliano Mesa</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>luogo – la notte.</p>
<p>salmastro<br />
e astro notturno –<br />
più lucido<br />
– ora,<br />
più sottile</p>
<p>e …</p>
<p>cosa vuoi dire –<br />
ancora?<br />
cosa cerchi di dire?</p>
<p><span id="more-40234"></span></p>
<p>inutile capire<br />
senza capirsi<br />
e<br />
vedere –<br />
quel che si deve –<br />
senza vederlo più</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(non vedremo senza capirlo?<br />
non capiremo senza vederlo?)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>… ma</p>
<p>ancora prima di sollevare<br />
l’ombra del corpo<br />
dalla tua ombra<br />
sull’orlo – sono andate<br />
giornate<br />
in frantumi e nude<br />
sembianze (vite<br />
nubi sogni<br />
e lividi).</p>
<p>innumerevoli cambi di sede –<br />
la luce era in basso –<br />
voltando le spalle<br />
al senso dei giorni.</p>
<p>avvicinandola –<br />
un pugno di mosche<br />
ha suggerito futuro<br />
all’orecchio del tramonto:</p>
<p>era bianco assoluto…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>e ricordare ora –<br />
soli –<br />
a ricordare<br />
non serve una sola parola,<br />
memoria –<br />
o un punto qualsiasi<br />
fuori del mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>le voci di estranei –<br />
gli estremi<br />
dei lembi</p>
<p>… ma</p>
<p>i passi del cancro<br />
proseguivano solitari<br />
nella gabbia di dentro</p>
<p>(maledizione dei dettagli)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non illuderti –</p>
<p>d’improvviso era chiaro:<br />
la marea si alzava –<br />
non era più meta<br />
a portare avanti<br />
verso un dove</p>
<p>(dove?) –</p>
<p>un vagare a vista<br />
(e la vista, anche quella,<br />
che sfocava)</p>
<p>.</p>
<p>l’indebolirsi della luce –<br />
la pelle<br />
sempre più aderente<br />
alle ultime cose –</p>
<p>la voce<br />
dove sgrana per tutti<br />
l’imponderabile impronta di caligine</p>
<p>(è qui che ci prende<br />
la paura della lingua?)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non illuderti –</p>
<p>non amministriamo più<br />
la vertigine –</p>
<p>l’ultima stanza<br />
e l’estremo rimedio<br />
hanno posato<br />
il velo –  sigillato<br />
l’inequivocabile patto<br />
con il vero<br />
…</p>
<p>(ma<br />
dov’era il vero?  eri tu –<br />
fuori di te – più vero?)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>resta di pietra<br />
il profilo della vita<br />
in quel punto</p>
<p>resta di pietra<br />
l’abito della festa<br />
e i convitati<br />
…</p>
<p>resta di pietra<br />
la mensa di pietra<br />
di domani?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>della voce –<br />
a volerlo – si può conoscere<br />
ogni piega e azione</p>
<p>fino all’ultima declinazione<br />
del rantolo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(un notturno visionario –<br />
poi –<br />
ha prevalso<br />
in ogni senso)<br />
…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>del corpo della lingua<br />
non resta che mutamento<br />
e pietra –<br />
la mutria evanescente<br />
della luna<br />
…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>lo sguardo<br />
si è fatto luce<br />
e tenebra</p>
<p>(cuore e lemure),</p>
<p>con pugno chiuso e<br />
mano aperta – avvicinando<br />
la notte senza tregua –</p>
<p>ti ha attraversato<br />
il buio che hai<br />
attraversato</p>
<p>con ritmo più profondo<br />
nel più profondo vuoto<br />
al centro</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/30/sine-die/"><em>Sine die</em></a></p>
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		<item>
		<title>work in progress, elegiaco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/work-in-progress-elegiaco/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/work-in-progress-elegiaco/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Sep 2011 10:01:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[massimo bonifazio]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Massimo Bonifazio</strong></p>
<p>oppure – da nessun luogo. dal fondo più neutro di un pioppeto,<br />
canale di scolo o gora; dai solchi senza nome, ortiche, pareti<br />
di rovi lungo il muro di cinta, e un là dentro di storie, un oltre<br />
negato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/work-in-progress-elegiaco/"><em>work in progress, elegiaco</em></a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo Bonifazio</strong></p>
<p>oppure – da nessun luogo. dal fondo più neutro di un pioppeto,<br />
canale di scolo o gora; dai solchi senza nome, ortiche, pareti<br />
di rovi lungo il muro di cinta, e un là dentro di storie, un oltre<br />
negato. così le ruote nella calura estiva, contro il verde del mais,<br />
e un vasto materiale per narrazioni epiche, se solo qualcuno volesse:<br />
che a migliaia, da migliaia di chilometri, rapiti all’acqua tersa,<br />
al sale, alle ossa dei morti a novembre.<span id="more-40171"></span> oppure anche solo<br />
dal fango distratto dei campi, di questi, e da stalle più prossime,<br />
buone per le ultime veglie / vale a dire le cose precipitate<br />
in quel lago gelato che era alla fine il tuo anfortas, che adesso<br />
non saprai mai: per esempio i colori là dentro, gli umori<br />
aggrumati di scorie degli altri, mai disposti a fornirsi perché:<br />
del cambio del turno, della linea incessante, del dolore del braccio<br />
che tira la leva o arrotola il filo di rame. da dove veniva<br />
chi non sapeva dove andare, come si guardava intorno<br />
chi finalmente era arrivato in un posto, nel mondo;<br />
e come posava lo sguardo sulle operaie in grembiule, d’estate,<br />
in quegli anni in cui ti era finalmente coetaneo.<br />
e l’altra, con la sua bicicletta, per qualche momento diversa<br />
da come l’hai conosciuta. così intenta al suo spazio<br />
da stupirsi che altri, tanti, intorno a lei, che mai<br />
avrebbe chiamato compagni, con pullmann e bici, e alla mensa<br />
tutta quell’allegria di cibo rovesciato in gavette, baracchini,<br />
masticato in dialetti diversi, aspri di agrumi lasciati a marcire,<br />
e lei con il suo: cioè l’unico. e forse non sentirsi più soli,<br />
oppure del resto, più facilmente: sentire che si è troppi,<br />
sfoderata la spada della solitudine e rimasti poi ad ammirarla,<br />
come se fosse più consona, ovvia, in quel raschiare sul fondo,<br />
sentirsi più nobili, per via dell’unico, della primogenitura,<br />
dell’odore dei conigli e la paglia raccolta in balòt,<br />
dell’essere soli a pascolare le bestie, ma soli davvero.<br />
così la mia ruota sul bordo del fosso, e guardano<br />
loro dall’altra parte del muro, uscendo dal turno?<br />
in questa polvere, caldo, che confonde i colori. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/24/work-in-progress-elegiaco/"><em>work in progress, elegiaco</em></a></p>
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		<title>Scricciolata</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/20/scricciolata/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/20/scricciolata/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 09:23:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[lo scricciolo penitente]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Ceriani]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Ceriani</strong></p>
<p>Del miele in maestria superiore alla sua arnia<br />
e del ferro superiore in maestria alla fucina –<br />
del pane in maestria superiore al suo fornaio<br />
e del quarto di bue di più in maestria di chi uncina –</p>
<p>non è rimasto nulla, traccia sopra traccia d&#8217;urla<br />
di un nulla superiore in maestria a quel suo tutto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/20/scricciolata/">Scricciolata</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Ceriani</strong></p>
<p>Del miele in maestria superiore alla sua arnia<br />
e del ferro superiore in maestria alla fucina –<br />
del pane in maestria superiore al suo fornaio<br />
e del quarto di bue di più in maestria di chi uncina –</p>
<p>non è rimasto nulla, traccia sopra traccia d&#8217;urla<br />
di un nulla superiore in maestria a quel suo tutto.<br />
Così la morte nostra al nostro servizio con una vanga brulla<br />
traccia una profonda linea sulla brughiera escussa che dà in un rutto.</p>
<h5>Marco Ceriani, <em>Lo scricciolo penitente</em>, Scheiwiller 2002, p. 56.</h5>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/20/scricciolata/">Scricciolata</a></p>
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		<title>Tre poesie</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/17/tre-poesie/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/17/tre-poesie/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 17 Aug 2011 07:11:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[maxime cella]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[tre poesie]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=39850</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Maxime Cella<br />
</strong><br />
Fra questi piani d’ingombra rarefazione<br />
manca un punto che dica dell’armarsi<br />
o del deporsi, infligga nuova pena<br />
e un orizzonte, sappia di una regina manichea<br />
dei suoi infiniti sfumi e poi si renda<br />
a segno felice di indirezione</p>
<p>Marca assenza anche oggi<br />
quando questo rado sventolare di foglie<br />
pure tace e si strema a correnti<br />
morte di un primo sussurro<br />
&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;è disuso all’affronto<br />
e reclino al suo vuoto<br />
e di loro si piega del tutto indubbio</p>
<p>_______________<br />
</p>
<p>Sembra che le cose ovunque vadano<br />
prese: si riallaccia il nuvolame alla collina lungo<br />
la macinata pista ciclabile; l’alogeno dei<br />
lampioni estenua la sera il giusto per<br />
non farla annerire; strapiombano<br />
i gradoni della piscina<br />
dentro quel vasto<br />
sciabordare</p>
<p>_________________</p>
<p>Ci riuscisse il giungere a questo solo<br />
essere: la fine di ogni occulto fine<br />
sull’oltresoglia del più terso lasciarsi<br />
vivere – graffito<br />
che al sole scolora<br />
sulla calce dei futuri palinsesti (sogno<br />
di un aver dato quasi inagito)<br />
e la cancellasse<br />
la cancellasse magari quella sensazione<br />
di acceso/spento nel solco di…<br />
&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..piovra binaria che inchiostra<br />
e sfugge o quella benna che o scava<br />
o tumula e tu mai dentro<br />
annaspo da fanghiglia e schiuma in bocca<br />
&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;due occhi<br />
ora crateri altezza suolo grandangolari<br />
erosi, amanti e mai più pensosi</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/17/tre-poesie/">Tre poesie</a></p>
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]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maxime Cella<br />
</strong><br />
Fra questi piani d’ingombra rarefazione<br />
manca un punto che dica dell’armarsi<br />
o del deporsi, infligga nuova pena<br />
e un orizzonte, sappia di una regina manichea<br />
dei suoi infiniti sfumi e poi si renda<br />
a segno felice di indirezione</p>
<p>Marca assenza anche oggi<br />
quando questo rado sventolare di foglie<br />
pure tace e si strema a correnti<br />
morte di un primo sussurro<span style="color: #ffffff;"><br />
&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>è disuso all’affronto<br />
e reclino al suo vuoto<br />
e di loro si piega del tutto indubbio</p>
<p>_______________<br />
<span id="more-39850"></span></p>
<p>Sembra che le cose ovunque vadano<br />
prese: si riallaccia il nuvolame alla collina lungo<br />
la macinata pista ciclabile; l’alogeno dei<br />
lampioni estenua la sera il giusto per<br />
non farla annerire; strapiombano<br />
i gradoni della piscina<br />
dentro quel vasto<br />
sciabordare</p>
<p>_________________</p>
<p>Ci riuscisse il giungere a questo solo<br />
essere: la fine di ogni occulto fine<br />
sull’oltresoglia del più terso lasciarsi<br />
vivere – graffito<br />
che al sole scolora<br />
sulla calce dei futuri palinsesti (sogno<br />
di un aver dato quasi inagito)<br />
e la cancellasse<br />
la cancellasse magari quella sensazione<br />
di acceso/spento nel solco di…<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</span>piovra binaria che inchiostra<br />
e sfugge o quella benna che o scava<br />
o tumula e tu mai dentro<br />
annaspo da fanghiglia e schiuma in bocca<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>due occhi<br />
ora crateri altezza suolo grandangolari<br />
erosi, amanti e mai più pensosi</p>
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		<title>FABIO FRANZIN</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/11/fabio-franzin/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/11/fabio-franzin/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 11 Aug 2011 06:12:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[poesia dialettale]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L’é stronzo co’là, e basta</p>
<p>Anca incùo, tre de agosto domìe e undese,<br />
intànt che ‘e borse brusa mièri de miliardi<br />
e tuta l’economia del mondo ‘a ghe sbrissa<br />
via dae man sporche e sbusàdhe dei póitici,</p>
<p>anca incùo son qua sot el sol che vae ‘torno<br />
fra capanóni vèrti e altri seràdhi opùra vòdhi,<br />
son qua che vae in zherca de ‘na fabrica che<br />
no’ son bon de catàr, Formaplast ‘a se ciama</p>
<p>e core vose che ghe serve operai.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/11/fabio-franzin/">FABIO FRANZIN</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’é stronzo co’là, e basta</p>
<p>Anca incùo, tre de agosto domìe e undese,<br />
intànt che ‘e borse brusa mièri de miliardi<br />
e tuta l’economia del mondo ‘a ghe sbrissa<br />
via dae man sporche e sbusàdhe dei póitici,</p>
<p>anca incùo son qua sot el sol che vae ‘torno<br />
fra capanóni vèrti e altri seràdhi opùra vòdhi,<br />
son qua che vae in zherca de ‘na fabrica che<br />
no’ son bon de catàr, Formaplast ‘a se ciama</p>
<p>e core vose che ghe serve operai. Son qua pa’<br />
presentàr ‘a domanda, ‘a via la ‘é quea justa,<br />
‘ò controeà tre volte tea carta… l’unica ‘lora<br />
l’é provàr ‘ndo’ che i cancèi i ‘é spaeancàdhi<span id="more-39799"></span></p>
<p>e no’ l’é nome tel canpanèl, ‘ndo’ che no’ i ‘à<br />
‘ncora serà pa’e ferie. Me ‘vizhine a un de chii<br />
capanóni co’i portóni in sfesa, òce bobine e<br />
scafài, tasse de panèi, rulière e machinari…</p>
<p>da in fonde un sora el muét me fa segno co’a<br />
man de fermarme, me varde indrìo, son ‘ncora<br />
sol tel piazhàl, no’ò passà nissùn confìn, nissùn<br />
accesso vietà, quel co’l muét el continua vègner</p>
<p>‘vanti co’a man alta come ‘a paéta de un vigie,<br />
el me ‘riva vizhìn, e mèdho inrabià el me dise<br />
còss’ che fae, còss’ che vui, drento là; conósse<br />
chea vose, precisa a quea de Bairam, o de Aliù,</p>
<p>‘ven lavorà sète àni tel stesso reparto prima<br />
che i serésse ‘a fabrica, ‘ò fat de chee barùfe<br />
co’ quei un fià razisti, ‘pena che i ‘é ‘rivàdhi,<br />
che anca ‘dèss co’ i me cata in piazha i vòl</p>
<p>senpre pagarme el cafè. ‘Sto qua ghe somèjia:<br />
stessa barba longa, stessa maja smarìdha e curta,<br />
el par squasi un só sosia, no’ fusse che no’l ride<br />
intànt che ‘l me parla. No’a ‘é quea ‘a fabrica</p>
<p>che zherche, e no’l sa ‘ndo’ che ‘a sie, però<br />
el me ricorda serio de ‘ndar fòra dai cancèi,<br />
suìto, l’é sora un muét e ghe par de èsser sora<br />
a un caro armato, co‘e pàe alte el me para via.</p>
<p>Son qua, fòra dai cancèi che lù l’à za serà su,<br />
son qua che cète ‘a rabia inpizhàndo ‘na cica.<br />
Sotvose me dise che ‘ò fat ben a no’ voér zhigàr<br />
anca mì via i forèsti. L’é stronzo co’là, e basta.<br />
È stronzo lui, e basta</p>
<p>Anche oggi, tre agosto duemilaundici, mentre le borse bruciano migliaia di miliardi / e l’economia del mondo intero sguscia / via dalle mani sporche e bucate dei politici, // anche oggi sono qui sotto il sole che vago / fra capannoni aperti e altri chiusi o abbandonati, / sono qui che vado in cerca di un’azienda che / non riesco a rintracciare, Formaplast si chiama // e corre voce stia assumendo personale. Sono qui per / presentare la domanda, la via è quella giusta, / ho controllato tre volte sulla carta… Non mi rimane allora / che tentare dove i cancelli sono spalancati // e non c’è nome sul campanello, dove non hanno / ancora iniziato le vacanze. Mi avvicino ad uno di quei / capannoni dai portoni accostati, intravedo bobine e / scaffali, pile di pannelli, rulliere e macchinari… // dal fondo del magazzino uno in cima a un carrello elevatore a gesti  / mi intima di fermarmi, mi guardo intorno, sono ancora / soltanto nel piazzale, non ho varcato nessun confine, nessun / accesso vietato, quello sul carrello continua ad avanzare // con la mano alta come la paletta di un vigile, mi si avvicina, e con un’aria nient’affatto amichevole mi chiede / cosa ci faccia lì, di cosa sono in cerca là dentro; riconosco / quella voce, la stessa pronuncia di Bairam, o di Aliù, // abbiamo lavorato sette anni nello stesso reparto prima / che chiudessero la fabbrica, ho fatto di quelle baruffe / per difenderli da quelli un po’ razzisti appena arrivarono, / che anche adesso quando mi incontrano in piazza vogliono // sempre offrirmi il caffè. Questo qui gli assomiglia: / stessa barba incolta, stessa maglia sbiadita e troppo corta, / sembra quasi un suo sosia, non fosse che non sorride / mentre mi parla. Non è quella l’azienda // che cerco e non sa dove sia, però / mi ricorda minaccioso di uscire dai cancelli / immediatamente, guida un carrello e gli sembra di essere sopra / a un carro armato, mi spinge fuori con le staffe all’altezza del mio petto. // Sono qui, oltre il cancello che lui ha già richiuso, / sono qui che domo la rabbia accendendomi una sigaretta. / Sottovoce mi convinco che / ho fatto bene a non unirmi al coro che urlava / via da qua gli immigrati. È stronzo lui, e basta.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/11/fabio-franzin/">FABIO FRANZIN</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Maxime Cella / Due poesie</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/06/24/maxime-cella-due-poesie/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/06/24/maxime-cella-due-poesie/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 07:09:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dieci poesie]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni del tavolo rosso]]></category>
		<category><![CDATA[maxime cella]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Rodolfo Zucco]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=39358</guid>
		<description><![CDATA[<p>Si pubblicano due componimenti tratti da: Maxime Cella, <em>Dieci poesie</em>, con una nota di Rodolfo Zucco, Edizioni del Tavolo Rosso, maggio 2011.</p>
<p>Noi non abbiamo guerre<br />
né tempi di necessità<br />
e se pure si cova ancora amore<br />
è coda di lucertola il suo disperdersi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/24/maxime-cella-due-poesie/">Maxime Cella / Due poesie</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><small>Si pubblicano due componimenti tratti da: Maxime Cella, <em>Dieci poesie</em>, con una nota di Rodolfo Zucco, Edizioni del Tavolo Rosso, maggio 2011.</small></p>
<p>Noi non abbiamo guerre<br />
né tempi di necessità<br />
e se pure si cova ancora amore<br />
è coda di lucertola il suo disperdersi.<br />
<em>Effacez, effacez vite</em> incalzava il maestro e questa<br />
nostra è neve d’accatto, oblitera le forme sperando<br />
di sfondarle</p>
<p>Strali a dar fiato e nulla più si dirà<br />
ma giunti al fondo invece? <em>quel giorno<br />
il sole tramontò come previsto</em>, geni-smeraldo<br />
intatti da intuizione e la trama del leone<br />
ormai piegato dall’avanzo-arretro<br />
<span id="more-39358"></span></p>
<p>_______________________________</p>
<p><span style="color: #ffffff;">IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII</span>… un rilevare nuovi a vecchi indizi<br />
assimilando parzialità e frammento:<br />
<span style="color: #ffffff;">IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII</span>l’errore fu forse farsi ultimi<br />
nel non cedere al mito sempre più esile<br />
di un campo totale, la gran vista, l’utopia<br />
di un iride che nello spupillìo del camaleonte<br />
ha l’abbraccio di una simultanea unità</p>
<p><span style="color: #ffffff;">IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII</span>ma qui dove le cose della loro istanza<br />
ripropongono la superficie <em>(non cedono le coste<br />
dei libri impilati, la finestra che aggetta,<br />
il quadrato di linoleum sbordato)</em> e<br />
le resistenze all’appello vi solidarizzano<br />
<span style="color: #ffffff;">IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII</span>altro non si sa che…<br />
<em>(dunque con cieca misura?)</em><br />
<span style="color: #ffffff;">IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII</span>… di un nuovo interrogare la valanga</p>
<p><strong>Maxime Cella (Rueil Malmaison, 1980) vive e lavora a Udine. Ha pubblicato <em>Quattro poesie</em> ne l&#8217;immaginazione, XXVI, 250, novembre 2009.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/24/maxime-cella-due-poesie/">Maxime Cella / Due poesie</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>In difesa dell&#8217;usignolo. E di una conchiglia.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/05/11/in-difesa-dellusignolo-e-di-una-conchiglia/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/05/11/in-difesa-dellusignolo-e-di-una-conchiglia/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 11 May 2011 08:54:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Mantello]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=39001</guid>
		<description><![CDATA[<em>Riflessioni su poesia ed esperienza, a partire da una recente antologia dell&#8217;Illuminista.</em>
<p>di<strong> Marco Mantello</strong></p>
<p style="font-weight: bold;"> &#8230;</p>
Il tempo futuro è contenuto, tutto ma proprio tutto,  nel tempo passato? E davvero il talento individuale deve per forza correlarsi a una data idea di tradizione, ora italiana,ora europea, ora occidentale?<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/11/in-difesa-dellusignolo-e-di-una-conchiglia/">In difesa dell&#8217;usignolo. E di una conchiglia.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><em>Riflessioni su poesia ed esperienza, a partire da una recente antologia dell&#8217;Illuminista.</em></div>
<p>di<strong> Marco Mantello</strong></p>
<p style="font-weight: bold;"><span style="font-weight: normal;"> </span></p>
<div>Il tempo futuro è contenuto, tutto ma proprio tutto,  nel tempo passato? E davvero il talento individuale deve per forza correlarsi a una data idea di tradizione, ora italiana,ora europea, ora occidentale?</div>
<div id="_mcePaste">Ora un&#8217;idea di talento individuale come perenne fattore di rottura rispetto ai fantasmi del &#8216;sublime aulico&#8217; e del &#8216;naturalismo&#8217;, sulla base di un&#8217;inconfessata linea di continuità fra modelli di lirica pura, alla Valery e teorizzazioni della <em>riduzione dell&#8217;io</em> da parte di esponenti delle neoavanguardie storiche, nella cui opera si sommavano sovente il critico e il poeta; ora un&#8217;idea di talento individuale come fattore di accrescimento e continua ridefinizione a posteriori di una tradizione, in base a datazioni convenzionali e a grandi eventi, cui si collega lo studio testuale della lirica del &#8217;900, ovvero la ricostruzione di tendenze, quali l&#8217;assorbimento di istanze narrative e prosastiche, la tendenza della poesia a farsi prosa e del romanzo &#8216;ad aspirare alle condizioni di prosaicissima poesia&#8217;. Ora infine un&#8217;idea di talento individuale come riadattamento al presente, in chiave realistica e sperimentale, di forme e stili del passato.</div>
<div id="_mcePaste">Nel primo caso sembra davvero che talune rispettabili, quanto risalenti cristallizzazioni del &#8216;lirico&#8217; novecentesco in parte confluite oggi, nella prefazione a una recente antologia di poeti degli anni 00,  accompagnino la fondazione di presunti &#8216;canoni nuovi&#8217;, per la mia generazione e per quelle successive, quasi che una tradizione culturale, quella delle neoavanguardie storiche, pretenda di rigenerarsi sulle ceneri di un fantasma.<span id="more-39001"></span></div>
<div id="_mcePaste">Penso  all&#8217;avversione alla Antonio Porta per il poeta-io che ci racconta la sua storia, &#8216;parte di quella schiera di neo-crepuscolari che si fanno fotografare con il profilo un po&#8217; appuntito sullo sfondo di emblematici fiumi&#8217;, alla simpatia per &#8216;la tendenza antirealistica della lirica moderna&#8217;, via Adorno, ai modelli alla Pound di &#8216;tradizione culturale&#8217; come somma delle &#8216;novità&#8217; e delle soluzioni di &#8216;discontinuità&#8217; da qualche cosa.</div>
<div id="_mcePaste">Senonché ciò che un tempo era il &#8216;nuovo&#8217;, il supposto elemento di rottura, (per esempio Gozzano o Corazzini o Lucini rispetto a Pascoli e a D&#8217;Annunzio, secondo una linea di pensiero che accomuna, a mio parere, studiosi molto diversi come Anceschi e Sanguineti), una volta sottoposto all&#8217;inesorabile scorrere  degli anni, tende a esaurire la sua forza dirompente. In una sola parola: negli anni 00 non si può scrivere come Gozzano. Gozzano era ritenuto nuovo allora. E i novissimi, quantomeno nelle teorizzazioni di Alfredo Giuliani e Antonio Porta, dovevano esserlo rispetto ai lirici nuovi, o ai neo-crepuscolari.</div>
<div id="_mcePaste">Nel secondo caso cui accennavo, alla Mengaldo, l&#8217;indagine sul talento individuale sottende la possibilità di una continua ridefinizione di un linguaggio del passato, irrimediabilmente e totalitariamente novecentesco, che l&#8217;irripetibile esperienza del poeta seleziona e rielabora, dandogli nuova vita. Qui non si impongono canoni. Semplicemente si manifesta  l&#8217;esigenza di concentrare la ricerca sulla irriducibilità a sistema di un&#8217;esperienza storica, quella della poesia italiana del Novecento, vista nell&#8217;ottica della lirica europea e del suo strutturarsi  come “modalità specifica di espressione e conoscenza, opposizione e utopia caratterizzata in rapporto alla nuova società borghese e alla crescita del capitalismo. Opposizione che può prendere per esempio le vie della <em>conservazione, in forma simbolica o di mito personale, di situazioni antropologiche e comportamentali che l&#8217;onnipotenza livellatrice del capitale e della sua “cultura” ha distrutto  o relegato ai margini della società</em>” (ancora Mengaldo). Al di là del suo sottendere un&#8217;idea di &#8216;lirica&#8217; come &#8216;categoria estetica&#8217; identificata con la &#8216;poesia&#8217; tout court, l&#8217;impostazione resta  condivisibile nel metodo, e utile, per uno studioso di letteratura contemporanea che intenda ricostruire una tradizione culturale in chiave diacronica, e nondimeno lavorare sui testi, e sui singoli autori. Ma poco aggiunge e poco dà a quello che fanno i poeti, quando leggono letteratura, e scatta la famigerata facoltà mimetica. Dapprima un processo selettivo  e del tutto sincronico, dove Dante e Apollinaire, Montale e Gregory Corso,  Lucrezio e Robert Frost, diventano materiali come tanti altri, e comportano l&#8217;assimilazione mentale di ritmi, e suoni della parola, come del resto succede con la musica, o il rumore dell&#8217;acqua, o di una fila di auto sull&#8217;autostrada.  Mano a mano che si va avanti nel tempo, qualcuno comincia a ragionare, o a sragionare sui materiali propriamente letterari, a prendere informazioni sulla loro origine e si chiede: che cosa sto facendo? Dimenticando tutto il resto. I contenuti, soprattutto quelli, il ruolo che assumono i contenuti, nel conformarsi della nostra voce. Se questa cosa vogliamo chiamarla poetica, nessun problema, basta che sia chiaro il punto. Nella prospettiva di chi fa poesia, non esiste a mio avviso soluzione di continuità fra l&#8217;assimilazione di un tono da camminata fra le macerie, alla maniera di: &#8216;I pace upon the Battlements and stare/on the Foundations of a House or where/Tree, like a sooty Finger, starts from the Earth&#8217;, lo scrocchiare delle ossa di un naso rotto, la visione di  una foto d&#8217;epoca o di un quadro, la partecipazione a una guerra, un dialogo con il proprio capo, un internamento in manicomio, il ricordo di una scopata, o di un saggio di critica letteraria,  la morte del proprio cane,  la centrale nucleare di Fukushima e quella miriade di fatti, cose, persone e situazioni sparse, letti sui libri  sui giornali, rivisitati a teatro o in un film, o vissuti in prima persona, cui si lega a livello mentale, quello che chiamiamo un processo creativo. In questa prospettiva, anche una riflessione su ciò che abbiamo propriamente letto di &#8216;letteratura&#8217;, nel corso della nostra vita, è cosa molto diversa da un adeguamento a priori, a una tendenza o  a un canone imposti dall&#8217;esterno, a meno che ciò non sia, effettivamente, già accaduto, e ci abbia in qualche modo formati.</div>
<div id="_mcePaste">Ecco il <em>farsi della poesia</em>, dal punto di vista di chi scrive. Ragionare su questo, significa ragionare sulla possibilità che accanto a una <em>Verfremdung </em>del testo poetico dalle intenzioni o dall&#8217;inconscio del suo autore, che rende possibile un&#8217;autonoma attività di interpretazione e di inquadramento, ovvero di critica  tout court, esista anche una <em>Vermfrendung</em>, uno stato di straniamento e di autonomizzazione dei testi di critica letteraria, non tanto dai loro autori, quanto dagli oggetti della loro ricerca. Di qui il rischio di un salto logico, e cioè del passaggio dalla comprensione e valutazione di un&#8217;esperienza (per esempio: la poesia ligure del XX secolo,la poesia fiorentina degli anni &#8217;20,  la poesia romana del 2000) all&#8217;attribuzione di un<em> valore ordinante ai risultati della propria ricerca</em>,  che si muta in <em>dover essere</em>,  in condizioni minime di &#8216;modernità&#8217;, in &#8216;canone&#8217; per il <em>fare poesia nel presente</em>. Già questa presa di coscienza ci porterebbe molto lontano sia da modelli di &#8216;lirica&#8217; come genere metastorico, di derivazione ottocentesca, sia da modelli di &#8216;ricerca della poesia&#8217; imperniati sulla domanda anceschiana: <em>cosa è la poesia?</em>, cui si legano i rigorosi trascorsi dei Lirici nuovi e della Linea lombarda, sia da recenti, e piuttosto confusi modelli di &#8216;poesia di ricerca&#8217;  imperniati sulla testualità.</div>
<div id="_mcePaste">Quanto ai modelli di lirica come genere metastorico, è bene essere chiari in primo luogo sulla polisemia dell&#8217;espressione &#8216;lirica&#8217;. Per esempio, un autorevole critico del Novecento , Giacomo Debenedetti, accenna nelle sue lezioni a  un &#8216;ritardatario romantico&#8217; (Pascoli), rispetto all&#8217;idea di &#8216;Lyrisme&#8217; come elemento caratterizzante la &#8216;poesia romantica&#8217; europea. Si tratta di visioni darwiniane del XIX secolo di derivazione francese (Brunetière), fuse al pensiero di Lukàcs. Qui già assistiamo a una sovrapposizione fra un primato dell&#8217;Io, inteso come tematica soggettiva, personale, del componimento lirico, e un primato dell&#8217;Io inteso come ruolo, come funzione sociale del poeta lirico, sinonimo di poeta borghese.  Quantomeno fino a Rimbaud e alla sua Alchimia del verbo, scrive Debenedetti, il poeta prova stati d&#8217;animo per tutti, affronta temi intimi all&#8217;ombra del potere ed è socialmente riconosciuto come &#8216;poeta&#8217;.</div>
<div id="_mcePaste">In tutte le epoche della storia, scrive invece Brunetière nelle sue lezioni del 1893, lo sviluppo del <em>Lyrisme </em>è connesso allo sviluppo dell&#8217;individualismo e l&#8217;epoca romantica si caratterizza, appunto, come epoca dell&#8217;individualismo. E&#8217; curioso che in qualche modo, nella ricostruzione piuttosto generalizzante del critico francese, fosse la narrativa di Balzac, accanto alla poesia simbolista, a sottendere un fattuale recupero di schemi non lirici, collegati all&#8217;idea dell&#8217;impersonalità nell&#8217;arte e al principio classico, di imitazione della natura.  Affiora inoltre un&#8217; interpretazione di Baudelaire non del tutto distante, rispetto a quanto sosterrà, negli anni 50 del 900, Hugo Friedrich, a proposito di un Baudelaire primo poeta della modernità, o meglio di una lirica tanto più moderna nella sua struttura, quanto più tesa a rifiutare e a svuotarsi non solo di <em>Lyrisme</em>,  ma anche di significati semanticamente e sintatticamente riconoscibili. Con la notevole differenza che Brunetière rappresentava, in base a un substrato filosofico positivista, ciò che era <em>Lyrisme </em>e ciò che non lo era nella poesia francese del XIX secolo, e che Friedrich invece ridusse la parola modernità a una linea di sviluppo di una <em>Lyrik</em>, sinonimo di &#8216;poesia&#8217; come genere letterario&#8217;, e connessa da un lato a ciò che non è &#8216;soggettivo&#8217;, e di &#8216;senso comune&#8217;, dall&#8217;altro a un&#8217;idea di poesia  &#8217;non realistica&#8217;, o meglio di poesia come &#8216;realtà a sé&#8217;.</div>
<div id="_mcePaste">A queste visioni si oppone a mio avviso quella di Benjamin, di un Baudelaire &#8216;lirico in età capitalistica&#8217;, di una dignità del poeta, di un suo ruolo sociale e di una sua estetica antiborghesi. Lasciando da parte l&#8217;interpretazione psicoanalitica di Sartre sulla persona di Baudelaire e il suo nichilismo incompiuto, che qui non interessa,  ai limitati fini di questa indagine si tratta solo di riconoscere che già nell&#8217;ottocento europeo la voce del poeta moderno resta irriducibile a qualsiasi equiparazione di un Io, privato ormai dell&#8217;aureola, a figure nazional-popolari di poeta-vate. Concezioni dell&#8217;Io, e del suo rapporto con la &#8216;folla&#8217;, o con la propria &#8216;madre&#8217;, che nulla hanno a che vedere con un&#8217; indebita equiparazione formale fra <em>Lyrisme </em>e  <em>lirico</em>. Osserva Benjamin su Baudelaire:</div>
<div id="_mcePaste"><em>L&#8217;apparenza di una folla vivace e movimentata, oggetto della contemplazione del flaneur, si è dissolta ai suoi occhi. Per meglio imprimersi la sua bassezza, egli immagina il giorno in cui anche le donne perdute, le reiette, si pronunceranno per una condotta regolata, condanneranno il libertinaggio e non ammetteranno più nulla che non sia il denaro. Tradito da questi suoi ultimi alleati, Baudelaire muove contro la folla; e lo fa con la collera impotente di chi si getta contro il vento e contro la pioggia. Ecco “l&#8217;esperienza vissuta” a cui Baudelaire ha dato il peso di un&#8217;esperienza. Egli ha mostrato il prezzo a cui si acquista la sensazione della modernità: la dissoluzione dell&#8217;aura nell&#8217;“esperienza” dello choc. L&#8217;intesa con questa dissoluzione gli è costata cara. Ma essa è la legge della sua poesia.</em></div>
<div id="_mcePaste">*</div>
<div id="_mcePaste">A proposito di tempo passato e di concezioni del <em>nuovo</em>. Giacomo Leopardi tentò invano di conciliare un&#8217;idea <em>tradizionale </em>di poesia come imitazione della natura, e dunque dei classici dell&#8217;antichità, con un&#8217;idea che chiamerei di <em>poesia dell&#8217;esperienza</em>. Sul finire dello Zibaldone l&#8217;idea di <em>natura </em>tende in parte a coincidere, o forse a sovrapporsi, al pronome personale <em>io</em>. Il tutto sulla base di una mai rinnegata identificazione dell&#8217;oggetto dell&#8217;arte nella verità, o meglio nella sua ricerca.  La ragione leopardiana resta pur sempre nemica della natura, e dunque della poesia.</div>
<div id="_mcePaste">Si tratta a mio avviso  di un tentativo di attualizzazione della poesia ingenua, più che di un&#8217;adesione incondizionata  a modelli di  poesia sentimentale, laddove il rapporto immediato fra il poeta e  la natura non è più ritenuto monopolio esclusivo di un classico latino, ma è legato invece al proprio vissuto, al proprio io, nel presente, e al trapasso dal momento imitativo al momento creativo, come carattere preminente del fare poesia.</div>
<div id="_mcePaste">Se è vero che contano i risultati, più che il provincialismo delle poetiche  reputate &#8216;moderne&#8217; in Italia, ai tempi delle Osservazioni di Lodovico di Breme sopra la poesia (per l&#8217;appunto)  moderna o romantica, e se è vero che espressioni come &#8216;romanticismo&#8217; e &#8216; decadentismo&#8217;, &#8216;poeta vate&#8217;, e &#8216;suo negativo frustrato poete maudit&#8217;, hanno il difetto di creare  i loro precursori ed epigoni di provincia, ovvero di fondare un immaginario collettivo da &#8216;poesia del passato&#8217;, nell&#8217;epoca che oggi chiamiamo &#8216;moderna&#8217;, credo invece che difendere , nel presente e per il presente, una poesia dell&#8217;esperienza, sia molto meno retrò di quanto sembrasse esserlo  un Leopardi supposto precursore di una monolitica  &#8217;poesia romantica&#8217; e &#8216;soggettiva&#8217;, di fronte alle sane aporie del suo argomentare teorico, e alla irripetibile grandezza dei suoi fiori del deserto. Rovesciando il senso di un&#8217;acuta osservazione di Luciano Anceschi, possiamo benissimo leggere lo Zibaldone senza i Canti, ma l&#8217;esame delle intenzioni operative su cui il poeta lavorò nulla ci dice, da solo, sull&#8217;invenzione della sua poesia.</div>
<div id="_mcePaste">Specularmente, il discorso sull&#8217;immaginario collettivo da poesia del passato che viene a generarsi,   ripercorrendo i possibili nessi fra &#8216;tradizione&#8217; e  &#8217;talento individuale&#8217;, potrebbe estendersi a numerose visioni generalizzanti, a partire dalle estetiche dell&#8217;ottocento europeo, e relative al modo di intendere le parole &#8216;lirico&#8217;, o &#8216;lirica&#8217;. Scopriremmo che numerose tendenze di epoca &#8216;romantica&#8217;, o &#8216;decadente&#8217; europea, sono molto più votate alla &#8216;ragione&#8217; di quanto possano sembrare, rispetto alla &#8216;vulgata novecentesca&#8217; di Dino Campana poeta maledetto. O andando più indietro nel tempo, che l&#8217;esasperato formalismo di marca seicentesca secondo la vulgata dell&#8217;effetto sorpresa, resta ancora uno spettro , per  alcuni critici italiani votati alla sistemazione del &#8216;nuovo&#8217;, ad esempio della musica rap, in categorie, laddove la sostanziale preminenza di una qualche forma metrica continua a implicare rivendicazioni di autonomia del poetico dall&#8217;altro da sé,  affatto dissimili dal modo di intendere la &#8216;testualità&#8217; come proprium del formato poesia cartacea rispetto al formato canzone (come specie di poesia orale).</div>
<div id="_mcePaste">*</div>
<div id="_mcePaste">Non amo le decontestualizzazioni. E a una imperitura condizione umana preferisco una condizione storica, magari declinata al plurale, secondo coordinate di tempo e di spazio. Per cui discorrere oggi di poesia dell&#8217;esperienza significa o lasciare Leopardi alla sua epoca, ma non solo lui, oppure rivendicare una qualche rilevanza per il presente, a una sana e ragionevole discontinuità fra ciò che si scrive sulla poesia, e ciò che si scrive quando si fa poesia, pena il ritorno, negli anni 00, a modi di far poesia assolutamente rispettabili eppure (è bene che gli amanti dell&#8217;evoluzionismo lo sappiano) marcatamente romantici, alla Friedrich Schlegel.</div>
<div id="_mcePaste">*</div>
<div id="_mcePaste">Il problema della discontinuità, e della conseguente centralità dell&#8217;autore e del suo modo di leggere la tradizione, rispetto a una tradizione filtrata dal critico, a cui il poeta si conformi, è stato colto solo in parte da Berardinelli, che nel 2004 scriveva:</div>
<div id="_mcePaste"><em>A determinare il grado di presenza effettiva di una tradizione sono le modalità e le condizioni generali della lettura e la dinamica degli apparati della produzione e della riproduzione culturale (scuola, Università, editoria, comunicazione di massa). Il funzionamento di questa macchina della cultura ha la capacità specifica di suscitare o distruggere, attualizzare o seppellire, elementi e livelli di tradizione. Che se ne renda conto o no, l&#8217;autore opera all&#8217;interno di questo orizzonte.</em></div>
<div id="_mcePaste">E ancora, con toni generalizzanti, a tratti deterministici e inidonei a spiegare i diversi fenomeni di coazione interni alla cerchia degli autori stessi, ma anche con un gran fondo di verità:</div>
<div id="_mcePaste"><em>La loro esistenza di docenti è legata a filo doppio all&#8217;esistenza degli autori. In un certo senso, e spesso proprio perché meno lo credono, essi sono scrittori: forniscono formalizzazioni verbali di alcuni loro fantasmi inconsci, trascrivendo in bella copia alcune loro ossessioni. Finché esisteranno nella scuola e nell&#8217;Università insegnamenti letterari, questi insegnamenti inoculeranno inoltre nella testa di una parte variabile dei discenti il brutto tarlo della coazione “creativa”.</em></div>
<div id="_mcePaste">Per me non si tratta, necessariamente, di coazione creativa. Può trattarsi anche di mimesi. E se è vero che la comunità della poesia si compone di autori che sono anche lettori, è vero anche che questi lettori non sono necessariamente degli idioti. Per cui una cosa è cercare di ricostruire, su un piano sociologico o psicanalitico, il punto di vista dell&#8217;autore a fini di critica letteraria, magari attraverso questionari, e altra cosa è rivendicare, in quanto autori e lettori, un proprio punto di vista sulla critica letteraria, e sulle sue eventuali pretese ordinanti.</div>
<div id="_mcePaste">Ancora: quando parliamo di &#8216;leggere letteratura&#8217; (non solo poesia) in funzione dello &#8216;scrivere&#8217;, su un piano non estetico (che a me interessa poco), ma comunicativo e politico, parliamo in primo luogo di una situazione da &#8216;foro interno&#8217;, &#8216;individuale&#8217;, e in secondo luogo di una situazione dialogica, di uno scambio, che implica il confronto necessario con una realtà esterna.  Parliamo, cioè, di processi creativi. E ancora:  la capacità di un testo di poesia, o di teatro, o di un romanzo, di risvegliare una facoltà mimetica irriducibile all&#8217;imitare, o al nascondersi, non resta ferma nel tempo, non è un dato fisso e immutabile. Essa varia non solo da fruitore a fruitore, ma anche da momento a momento di una vita umana, prima ancora che al variare delle &#8216;epoche&#8217;. Non è affatto la stessa cosa leggere un testo in funzione del proprio scrivere poesia, o in funzione del proprio scrivere sulla poesia. Certamente non esiste, nelle nostre teste, una sorta di tendina, che ci permetta di separare con l&#8217;accetta le &#8216;modalità&#8217; di fruizione de &#8216;Il vampiro&#8217; di Baudelaire a quindici anni (anche se l&#8217;età delle innumerevoli adolescenze si è alzata, oggi, oltre i trenta), o da adulti che scrivono sul fist fucking, o su un paio di seni equiparati a bombe americane.  Esistono solo diversi modi di utilizzare e inquadrare un testo, a livello di &#8216;ragione&#8217;, di &#8216;emotività&#8217;, di &#8216;valutazione e rappresentazione del reale&#8217;, di affinità o distanza da &#8216;cosa facciamo&#8217;, o &#8216;vorremmo saper fare&#8217;. Di qui la necessità di collegare uno specifico modo di atteggiarsi del rapporto fra letteratura e realtà, ai possibili nessi fra una certa idea di tradizione, in genere &#8216;trovata&#8217;, e il proprio talento individuale, &#8216;esercitato&#8217;, sulla base di una riflessione sui materiali effettivi,  letterari e non, in ogni caso esistenziali, su cui si fonda una scrittura. E&#8217; bene, come dicevo, che i poeti comincino a giudicare il lavoro dei critici, a non lasciarsi ridurre a &#8216;oggetti&#8217; di ricerca, e difendano il proprio lavoro dalla sussunzione in tendenze, o canoni, che spesso nulla hanno a che fare con i contenuti effettivi di una scrittura. Se è vero che accanto alle analisi critiche testuali e atomistiche, esiste un problema a monte, di &#8216;inquadramento&#8217; e di &#8216;inquadrature&#8217; di un&#8217;esperienza in un contesto più ampio (le famose &#8216;tendenze&#8217;, gli innumerevoli &#8216;canoni&#8217;&#8230;), occorrerebbe domandarsi se effettivamente ci sia stato un apporto della critica letteraria del secondo novecento italiano, alla formazione e allo stile dei poeti operanti a cavallo fra i due secoli, oggi attestati fra i trenta e i quarant&#8217;anni secondo le solite, stantie scansioni generazionali. Penso ad esempio a quelle forme di conoscenza &#8216;simultanea&#8217;  ben definita nelle prime pagine del Secolo breve di Hobsbawn, e alle possibili sovrapposizioni, nella mente di un poeta di &#8216;oggi&#8217;, fra la lettura di una pagina di Pavese, una sequenza di film di Lars von Trier, innumerevoli quantità di manga giapponesi, Isolation dei Joy Division, la televisione o internet mai spente e  quant&#8217;altro è successo fuori, o nella propria testa, in termini di formazione di &#8216;a priori&#8217; per &#8216;linguaggi condivisi&#8217;  -verrebbe da dire: di inconscio collettivo. Penso al modo in cui Habermas ha ricostruito il problema dei rapporti fra consumo di cultura e formarsi dell&#8217;opinione pubblica. Si tratta, in altre parole, di riconoscere la relatività storica della parola &#8216;tradizione&#8217;, di non ridurla al suo etimo: quello che ti è consegnato, e che magari nemmeno comprendi, nelle forme in cui ti è inoculato dall&#8217;esterno, lo comprendi nelle forme, spesso disordinate, in cui lo utilizzi per scrivere. E questa è un&#8217;altra cosa, rispetto a modelli di autorità razionale cui adeguare la tua scrittura, perché appaia moderna.</div>
<div id="_mcePaste">Discorrere oggi di poesia dell&#8217;esperienza dal punto di vista di chi scrive poesia, significa inoltre riappropriarsi  di espressioni distorte perché decontestualizzate, metastorici fantasmi di comodo come &#8216;lirico&#8217;, o  &#8217;lirica&#8217;,  talora connessi, a livello di critica, alla riproduzione di forme metriche del passato, e pedissequamente associate a contenuti fissi (pare che l&#8217;endecasillabo sia stalinista, se associato al tema della guerra; e che se scrivi della donna che ami, userai necessariamente la forma sonetto e la chiamerai Laura), talora correlati a più impegnative ma non meno totalizzanti definizioni di &#8216;lirica&#8217; come sinonimo di componimento breve, a contenuto &#8216;personale&#8217;, contrapposta a &#8216;epica&#8217;, talora infine correlati a un&#8217;idea di poesia &#8216;pura&#8217;, &#8216;sonora&#8217;, priva di contenuti realistici, sul modello di un cimitero marino, o forse di un museo, e in contrapposizione a un rilievo di Eliot (riportato da Berardinelli) per cui la poesia &#8216;non può discostarsi troppo dalla lingua quotidiana che noi stessi parliamo, e sentiamo parlare&#8217;. Non può, aggiungo io, distaccarsi del tutto dalla &#8216;realtà&#8217;, e  divenire mondo a sé, prima ancora che linguaggio a sé.  Linguaggio a sé lo è già di suo, a prescindere da qualsiasi speculazione filosofica, sempre di marca eliotiana, sull&#8217;unità o meno dell&#8217;anima e da identificazioni a mio avviso troppo marcate fra espressione di una personalità ed espressione di emozioni personali.</div>
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<div id="_mcePaste">Tornando alle voci nostrane, non mi fermo ai &#8216;lirici nuovi&#8217;,  alla supposta rottura dei &#8216;novissimi&#8217;, alla c.d. poesia dei mezzi o alla palese tendenza di molta neoavanguardia storica a debordare in quello che Pasolini chiamava a ragione, classicismo. Ne ho anche per eventuali, ancorché improbabili riedizioni da laboratorio del poeta sentimentale e per il cultore della poesia civile, asciutta e secca, talora retorica, e per le stesse, inattuali, e velatamente classiste contrapposizioni pasoliniane fra uno  stile popolare, “non realistico,  parassitario, debitore di una istituzione stilistica superiore e mutuata dal processo storico”,  e una poesia realistica,  “prodotto di individui colti, che discendono alle classi inferiori assumendone modi e atteggiamenti con effetti parodistici”.</div>
<div id="_mcePaste">Certamente letteratura e  poesia &#8216;civile&#8217; possono essere intese ancora oggi in senso sperimentale, come un mezzo per esprimere in modo critico la realtà, più che per mettere la realtà in condizione di esprimersi da sola. Penso inoltre che ogni dissociazione forzata, programmatica, fra il &#8216;fare linguistico&#8217; e &#8216;l&#8217;essere nella vita&#8217; alla lunga si risolva o in mera &#8216;protesta letteraria&#8217;, o in &#8216;arte per l&#8217;arte&#8217;. La sola preminenza del significante, la ridefinizione dei generi come fini o risultati accidentali della propria opera, certificati da qualche pronipote di Jakobson, non implicano affatto che siamo di fronte a qualcosa di &#8216;significativo&#8217; e non vedo perché debba accordarsi maggiore preminenza a un&#8217;arte concettuale, rispetto a un&#8217;arte del reale. Ogni forma letteraria, peraltro, non  ha un&#8217;uguale rilevanza, per il semplice fatto di assolvere a questa sorta di ruolo di medium con la realtà storica, sull&#8217;esempio del cinema neorealista.  Esiste anche un problema di selezione della realtà, di sua trasfigurazione in un testo letterario. E c&#8217;è un problema di autonomo impatto delle forme, di uno stile, del linguaggio in cui la realtà è espressa, in quella data opera, sulla nostra scrittura.  Per la poesia, può trattarsi, certo, di risolvere con Pasolini il problema del rapporto con la tradizione, sul piano preminente dello stile, ovvero del modo in cui una pagina rappresenti contenuti magari identici.  Oppure, come io credo, di ritenere insufficiente un mero richiamo a cristallizzazioni delle forme di un passato da riadattare all&#8217;oggi (la terzina delle Ceneri di Gramsci), quando le cose migliori con le quali confrontarsi stanno proprio nell&#8217;invenzione di qualcosa di personale, a livello di contenuti, e di selezione di una realtà, che si riversa sulla forma, e la condiziona, la conforma, nella sua apparente immutabilità (la terzina della Religione del mio tempo). Quello che voglio dire è che i due termini, riadattare e inventare in funzione di uno stile, di una voce riconoscibile, di una personalità, non sono affatto autoescludenti, quando parliamo del punto di vista di chi legge poesia, in funzione di un proprio processo creativo.</div>
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<div id="_mcePaste">Scriveva Franco Fortini nel 1962 (il contesto era il dibattito su letteratura e industria, ma credo che il passo rappresenti, almeno in parte, ciò che penso sulla necessità di fare poesia civile, oggi, e sui rischi inevitabilmente connessi a questa scelta):</div>
<div id="_mcePaste"><em>I gestori della cultura industriale e progressista già da tempo hanno veduto nel mio colorito qualcosa che li ha dissuasi dalla tentazione di fidarsi di me.  Oggi vorrei che il mio -il nostro, amici- fosse un pallore ancora più innaturale, procurato -e impreciso. Vorrei non aver più occasione di transigere con gli infocati, o stanchi  intellettuali della mia età; con quella parte di me che gli assomiglia. Vorrei perciò saperli salutare, riverire al bisogno, adulare; con perfetta menzogna. Non è facile. Come certe agitazioni sindacali, coloro che nelle lettere si propongono fini simili sono già previsti nei bilanci del potere; ricercatissimi, quindi, come selvaggina di pregio. Facile, invece, confondersi coi peggiori cialtroni del ribellismo protetto o con stravaganti ritardatari. Tanto da far pensare che scrivere non si debba più; o non più pubblicare.</em></div>
<div id="_mcePaste">Specularmente ai rischi del fare poesia civile (solo a sapere cosa si intenda, poi, con quest&#8217;espressione), esiste il rischio che il pallore sia internato in un recinto e  basti a se stesso come pura &#8216;autonomia del poetico&#8217;, di un suo strutturale, talora programmatico e compiaciuto Parnaso.</div>
<div id="_mcePaste">Ancora Fortini, su Officina, nel 1959, a proposito di un notissimo libro dell&#8217;epoca che tentava una ricostruzione unitaria di due secoli di poesia da Mallarmé a Eliot e Pound, fondandola tutta sul &#8216;gioco di una vuota trascendenza&#8217;, e sulla &#8216;svalutazione del reale&#8217;:</div>
<div id="_mcePaste"><em>L&#8217;errore di aver creduto possibile un discorso sulle strutture della lirica moderna senza inquadrarlo in quello dello sviluppo delle forme letterarie (conseguenza della distinzione non dialettica fra poesia e letteratura e della identificazione surrettizia di poesia e lirica) e isolandolo dal complesso della storia e della cultura, non è un errore casuale, ma è conseguenza di un metodo e di una tendenza: (…) c&#8217;è senza dubbio nel Friedrich una simpatia per la protesta antirealistica e antistoricistica nella quale crede di poter identificare l&#8217;elemento comune a tutta la lirica moderna. Gli iniziatori di quei modi ed i poeti più recenti gli appaiono contestare tutti gli elementi della comunicazione, com&#8217;egli dice, &#8216;normale&#8217;; e così pago, crede di poter affermare che la poesia moderna si definisce solo negativamente, proprio perché non vuol vedere quali siano i  contenuti di quella e che cosa tal poesia voglia comunicare e comunichi.</em></div>
<div id="_mcePaste">Forse le osservazioni di Fortini sul libro di Friedrich, sebbene ispirate a diverse visioni sistematizzanti allora in voga (Lucàks, Auerbach), possono essere lette ancora oggi come un monito, quanto ai possibili impatti repressivi della critica della poesia sulle forme e i contenuti della propria scrittura.  Che si tratti della pretesa di rinnovamento di  una tradizione di lirica pura, di poesia realistica e popolare, o del rinnovamento fintamente ecumenico di una tradizione da neoavanguardie storiche che pretende di farsi museo, rispetto a un permanente &#8216;epigonismo lirico&#8217; (cioè a un  vago sinonimo di <em>poesia del poeta</em>, soggettiva e autoreferenziale), o ancora di un tentativo di attualizzazione dell&#8217;estetica hegeliana, da cui desumere  modelli metastorici di una forma &#8216;lirica&#8217;, o di ritorni a un passo di Leopardi dedicato ai &#8216;mondi&#8217; per superare, oggi, il Lyrisme ottocentesco, si delineano visioni  sistematizzanti dei c.d. anni 00. Visioni saldamente ancorate al passato, ancorché  talune di esse dichiarino la loro incompatibilità con alcune forme di &#8216;già sentito&#8217; e non con altre, ovvero con il fatto che oggi, un autore di trent&#8217;anni, viva e scriva in modo più vicino a Salvatore Toma, piuttosto che ad Amelia Rosselli (ed escluse ovviamente le pure e semplici imitazioni, che sono altra cosa, rispetto alle somiglianze stilistiche).</div>
<div id="_mcePaste">Ora visioni oggettivanti,  perché meramente oppositive al &#8216;fantasma&#8217; del &#8216;lirico&#8217; associato a un &#8216;ego&#8217;, più che a un &#8216;io singolare proprio mio&#8217;, ora tentativi altrettanto discutibili di ridefinizione della sua essenza,  che sfociano in riedizioni della critica sociologica dell&#8217;individualismo capitalistico (Mazzoni), ovvero in un&#8217;audenistica, e forse più interessante, nel suo restare peraltro elitaria, riscoperta di una individualità necessaria e prodromica all&#8217;atto dello scrivere, che in qualche modo si fa visione politica, rivendicazione di un &#8216;esserci&#8217;, connessa al fare poesia, oggi, in un paese di individui massificati e spersonalizzati (Inglese).</div>
<div id="_mcePaste">Le cose non cambiano, se dalla sociologia e dall&#8217;estetica passiamo a talune analisi testuali dell&#8217;ultimo novecento italiano. Come nel caso di Enrico Testa, che in parte svaluta quella che resta a mio avviso una possibile linea di discontinuità fra il Caproni critico dell&#8217;egorrea epidemica e promotore/autore del &#8216;poema&#8217; a più voci, e il Caproni di Res amissa, che scriveva epigrammi a proposito della sua morte (&#8216;Già ho toccato la meta?/Sono già anch&#8217;io, sul pianeta/soltanto uno dei suoi tanti/-smarriti- disabitanti?&#8217;), o faceva sovente rimare &#8216;io&#8217; con &#8216;Dio&#8217;, sul finire dei suoi &#8216;versicoli&#8217;.</div>
<div id="_mcePaste">Qui a una condivisibile valorizzazione delle tendenze di poesia &#8216;narrativa&#8217;, o meglio incentrata sul superamento del paradigma eliottiano delle tre voci, e sulla possibilità di tessere in poesia un racconto e di far coesistere personaggi o voci diverse, all&#8217;interno di un unico testo, si associa una discutibile direttiva di  annullamento di un Io (tanto per cambiare, e spregiativamente) &#8216;lirico&#8217;. Per qualificare questo &#8216;Io&#8217; antagonista della &#8216;tendenza&#8217; narrativa, ritornano i soliti, velati fantasmi di comodo attinenti a visioni romantiche, o idealistiche, del &#8216;lirico&#8217; sinonimo di &#8216;soggettivo&#8217;, &#8216;narcisistico&#8217;, &#8216;intimo&#8217;, &#8216;nazional-popolare&#8217; e abbinato alla forma interna della confessione, o del diario. Come se tessere in poesia un racconto secondo schemi narrativi in cui entrino in gioco altre voci, o voci interposte, cosa degna quanto tessere  un monologo ispirato a se stessi dove a parlare siamo noi, fosse a priori incompatibile con la rielaborazione in versi di una propria personalissima esperienza. A tratti leggendo critica letteraria sembra davvero che mentre il genere &#8216;romanzo&#8217;, per essere valutato moderno, debba assorbire istanze &#8216;liriche&#8217; da Proust in poi, l&#8217;andare della poesia verso la narrativa, o il teatro, o la prosa, debba implicare la totale disidentificazione dei contenuti, e delle voci narranti, su un piano meramente linguistico. La domanda allora è: perché la poesia <em>deve</em>? Non mi si risponda, adesso: perché già <em>è</em>.</div>
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<div id="_mcePaste">Lasciando da parte il mondo del premio Viareggio, o del Montale, e i tentativi dottrinari di ridefinizione del &#8216;lirico&#8217; cui accennavo, dove spesso si identificano impropriamente quello che Pagliarani chiamava a ragione il <em>kind lirico</em>, la categoria psicologica, con il genere lirica, la tradizione stilistica,  a me sembra  che oggi esista il rischio di una programmatica e tendenziale <em>scissione fra contenuti della poesia e contenuti dell&#8217;esperienza</em>,  che a tutto porta tranne che alla tanto agognata ridefinizione dei generi.</div>
<div id="_mcePaste">I generi, spesso, si ridefiniscono da sé, e non è detto che i risultati siano buoni per il fatto presunto della &#8216;rottura&#8217;, ovvero, per dirla con Anceschi, del “definitivo e radicale chiarimento di una trasformazione sollecitata da forze da lungo tempo attive” o ancora dell&#8217;innovazione più o meno studiata rispetto al passato. La realtà, invece, non si racconta affatto, da sola.  Ecco la desertificazione della propria individualità artistica ed esistenziale, in un esserci di settore e in un dover(ci) essere.   (In)significanti. Se non si appartiene a qualcosa.  A livello di stili, e di riconoscibilità della propria voce, quale essa sia, siamo di fronte al rischio di un graduale e inesorabile spersonalizzazione dell&#8217;esperienza poetica non tanto in &#8216;gruppi&#8217;, &#8216;aree&#8217;, &#8216;perimetri&#8217;, quanto in atomistiche individualità collegate a un &#8216;senso comune&#8217; della poesia del passato, spesso privo di buon senso. La costruzione di un senso dell&#8217;oggettività &#8216;moderno&#8217; perché meramente &#8216;antilirico&#8217;, o &#8216;neolirico&#8217;, come marchio di fabbrica dell&#8217;essere parte di una <em>koinè</em>. E il risultato di tutto questo, sul piano delle scritture, è il pericolo di una resa incondizionata e graduale al manierismo, all&#8217;indistinguibilità del timbro, al gelo del <em>non esprimersi ma</em>i, in prima persona, <em>che si usi o meno il pronome &#8216;io</em>&#8216;.</div>
<div id="_mcePaste">Non solo e non tanto il &#8216;potere corporativo&#8217; e  le accademie con le loro istanze ordinatrici, quanto le &#8216;poetiche&#8217; a priori, i &#8216;tratti caratterizzanti e comuni&#8217;, le &#8216;induzioni&#8217; del &#8216;canone&#8217; e della &#8216;tendenza&#8217;, che disvelano curiose idee di privacy, il non partire mai da se stessi, il non esporsi mai, quasi che una poesia del Sé non possa essere rappresentativa dell&#8217;Altro, quasi che il momento &#8216;lirico&#8217; non possa convivere in uno stesso testo con una pluralità di voci, con il manierismo del citarsi addosso, con modelli teatrali  di &#8216;io personaggio&#8217; o col toccante finale della Ragazza Carla, quasi che sia da respingere in blocco l&#8217;idea stessa di un romanzo in versi, dove si parta dal proprio vissuto, e quasi che l&#8217;assenza di soluzione di continuità fra poesia e prosa non fosse già un dato che si perde nella notte dei tempi, fino a risalire alle Mosche del capitale di Paolo Volponi, e a quello splendido dialogo fra la luna e un calcolatore.</div>
<div id="_mcePaste">Perdita di contatto, dunque, con la realtà esterna al &#8216;poetico&#8217;, laddove esso diviene realtà a sé, prima ancora che linguaggio a sé.</div>
<div id="_mcePaste">O si induce, in quanto critici, un dover essere del verso degli anni 00, o meglio la &#8216;testualità&#8217; di una poesia degli anni 00, dall&#8217;analisi atomistica di un gruppo di autori, i cui tratti caratterizzanti sembrano dover essere, per esigenze interne alla propria &#8216;ricerca scientifica&#8217;, contigui a quelli di alcuni poeti dell&#8217;ultimo Novecento (penso a un saggio di Paolo Zublena, che cita a piene mani da un analisi linguistica di Testa dedicata a poeti novecenteschi, da cui si è recentemente desunta una nozione di &#8216;poesia di ricerca&#8217; con relativo &#8216;canone policentrico&#8217; per gli anni 00). O al contrario si finiscono per sovrapporre una poetica e una poesia in uno stesso testo, magari pretendendo di rinnovare un imperituro genere &#8216;lirico&#8217; di derivazione romantica, o leopardiana. La lirica dei mondi (Mazzoni) e delle sostanze ur-nassiriache (Casadei). L&#8217;io seduto a scrivere che ha composto numeri di cellulare e accarezzerà i figli al risveglio, e che può specchiarsi in un personaggio a scelta (ancora Casadei), fino a discendere appunto, ai trascorsi di Officina e Verri, alla parola, &#8216;sperimentale&#8217;, che in qualche modo univa più di &#8216;popolare&#8217; come chiave di lettura condivisa delle esperienze di verso libero più disparate, risalendo a oggi, anzi a un mese fa, a un dibattito piuttosto feroce svoltosi su questo sito letterario, a proposito della recente antologia dei Ricercatori curata dall&#8217;Illuminista, e della prefazione del suo curatore.</div>
<div id="_mcePaste">Qui espressioni come &#8216;disseminazione dell&#8217;io&#8217;, &#8216;poesia fuori del Sé&#8217;, primato della &#8216;testualità&#8217; sulla &#8216;performance&#8217;, sono contrapposte da un lato a &#8221;epigonismo lirico&#8217;, dall&#8217;altro ai poeti da &#8216;slam&#8217; e , mi pare di capire, a eventuali riedizioni delle muse incollate o del gruppo &#8217;93, ai fini della creazione di un &#8216;canone policentrico&#8217;.  Si pretende di inglobare nelle dizioni &#8216;poesia di ricerca&#8217; e &#8216;testualità&#8217; tutto ciò che non è giudicato &#8216;narcisistico&#8217;, &#8216;individualizzante&#8217;, &#8216;egocentrico&#8217;, attinente alla figura metastorica del poeta-vate.  Dietro l&#8221;intento di fornire una rappresentazione pluralistica dello stato dell&#8217;arte, si presentano ora soluzioni risalenti ai primi del &#8217;900, quanto al criterio ad excludendum dell&#8217;emersione sociale e all&#8217;estromissione della figura del &#8216;vate&#8217; da una supposta idea di poesia degli anni 00, ora visioni già ampiamente comprovate dalla grande critica, quanto al superamento di una lirica romantica ridotta a lirica borghese, sul solito modello del un poeta specialista qualificatissimo nel mondo della sensibilità individuale e  nel mondo delle emozioni individuali.  In quest&#8217;ultimo senso, e ferma  restando la linea di continuità fra autori come Rimbaud e Montale,  nell&#8217;ottica di una più generale ricostruzione degli elementi peculiari all&#8217;ermetismo italiano alla luce dell&#8217;esperienza europea, soprattutto francese, a partire da Mallarmè, la dialettica montaliana fra un &#8216;soggetto-poeta&#8217; che scompare in elenchi di cose che accadono, e un &#8216;uomo-soggetto empirico&#8217; che permane in chiave soggettiva e al contempo universale, è stata risolta da Debenedetti in una visione del poeta ermetico irriducibile al personaggio del poeta, e assimilabile a un luogo dove si registrano eventi, &#8216;al di fuori di ogni rapporto sentimentale e autobiografico con l&#8217;Io, che né è &#8216;teatro&#8217;, ma anche &#8216;tramite&#8217;. Siamo in pieno 900 letterario.</div>
<div id="_mcePaste">Nel primo senso (emersione sociale e fantasma del poeta-vate), ricordo che la prefazione di Papini e Pancrazi all&#8217;antologia &#8216;Poeti d&#8217;oggi&#8217; risale al 1920. I curatori del &#8216;nuovo&#8217; e &#8216;moderno&#8217; di allora, oltre ad avvertire che gli esclusi avrebbero brontolato di un&#8217;antologia dove si riporterebbe per definizione il proprio gusto (anche questa, lo ammetto, è una nemesi storica, rispetto ad alcune delle critiche cui è andato incontro il curatore dell&#8217;antologia dell&#8217;Illuminista), chiamano la loro epoca &#8216;post-carducciana&#8217; e &#8216;post-dannunziana&#8217;, specificando di essersi concentrati su quegli scrittori che hanno cominciato a lavorare o sono stati meglio conosciuti nei primi due decenni del secolo XX, ed escludendo, dunque, anche Pascoli dal loro senso del &#8216;nuovo&#8217;.</div>
<div id="_mcePaste">Forse da questo breve excursus emergono le ambiguità di una preteso canone degli anni 00, associato a imperiture istanze censitorie e ordinanti, laddove si continua a parlare, oggi, di &#8216;suicentrismo&#8217;, di &#8216;poeta-vate&#8217;, di &#8216;emersione&#8217;, e soprattutto di &#8216;poetese&#8217; e di &#8216;epigonismo lirico&#8217;, sul modello speculare e contrario, della prefazione di Berardinelli a &#8216;Il pubblico della poesia&#8217;, quanto ai casi di &#8216;epigonismo neoavanguardistico&#8217; allora inclusi.  Ecco a me pare che pretendere di  fondare oggi, a livello di critica della poesia,  un &#8216;anti-poetese&#8217; per via puramente oppositiva a un fantasma di comodo, cui si aggiunge la novità dell&#8217;estromissione di forme di neoavanguardia performativa, ovvero imperniate sull&#8217;oralità, sia non tanto  e non solo un&#8217;operazione di “retroguardia”, quanto una riduzione dell&#8217;altro da Sè a metastorico mito di Narciso. Verrebbe da dire: povero Sandro Penna. Addirittura se fosse vissuto ed emerso negli anni 00, e avesse preteso di scrivere:  &#8217;Io nella rada seguivo un fanciullo incantato/solo di sé, fra rare luci. Io solo/tenevo il fanciullo sospeso nel mondo&#8217;, sarebbe stato escluso da un&#8217;antologia di Novecentisti a oltranza. Non credo se ne sarebbe lagnato più di tanto. Basterebbe dare un occhio alle condizioni pietose del suo letto, e poi rileggere quei versi, per capire che il provincialismo culturale di questo paese, oggi, e i suoi vati-letterati pubblici, trovano sfogo al massimo in città bibliche.  Si tratta allora di rilevare, come fece a suo tempo  Mengaldo con Sanguineti,  i rischi di una convivenza di poesia e di critica a circuito interno, cioè di elementi di un fare letteratura e di uno scrivere di letteratura, decisamente egocentrici, nel loro proporsi come circolo ermeneutico per il futuro, ovvero a livello di &#8216;comprensione&#8217;, prima ancora che di &#8216;valutazione&#8217;, di una supposta e insondabile poesia degli anni 00. Dalla pretesa di rappresentare obiettivamente una situazione si scivola, in altre parole, verso la pretesa di fissare regole ordinanti per il futuro, in una sorta di riedizione critica di Humpty Dumpty, e di Alice nel paese delle Meraviglie.</div>
<div id="_mcePaste">Il paradosso di tutto questo è che ti obbliga, ti costringe all&#8217;antitesi. Devi per forza affermare che i canoni e le tendenze, ovvero il supposto sgretolamento della logica del genere (Giovannetti), il concepire “l&#8217;antologia” e appunto “il canone” come forme della “Tradizione” con la T maiuscola, e cioè come criteri per fissare un ordine e una gerarchia nel “Tempo”, e costruirci magari il &#8216;Sistema&#8217;, sottendono da un lato chiavi di lettura di un secondo Novecento che partirebbe dai primi anni &#8217;50, dall&#8217;altro la  discutibile tendenza a dissociare l&#8217;analisi di un&#8217;esperienza, ad astrarre il &#8216;sistema&#8217; dalla sua presunta origine storica, e a costruirci modelli ordinanti per il &#8216;dopo&#8217;.  Ecco i canoni e le tendenze della c.d. Postmodernità, non hanno mai prodotto, di loro, un solo poeta degno di questo nome nel secondo Novecento. Non credo che ne produrranno per gli anni 00, ancorché attenutati da un ecumenico policentrismo.</div>
<div id="_mcePaste">Credo invece che in tempi di pace perpetua e di “centro-sinistra della poesia italiana”, non siano la riduzione dell&#8217;Io, né il seguire le cose (o meglio le loro flessibili definizioni astratte), né  il costruire regole, cui una scrittura debba adeguarsi per non apparire già sentita, almeno quanto il “canone” novecentista che così la giudichi, a poter assumere un rilievo.</div>
<div id="_mcePaste">Sono invece il rappresentare criticamente la realtà, con forme e contenuti irripetibilmente connessi alla propria voce e al proprio modo di rileggere una tradizione, sono  i tentativi di esprimere condizioni storiche, più che umane, anche e soprattutto attraverso l&#8217;oggettivarsi del personale, massificato vissuto, sono gli standards, i luoghi comuni e quelli feroci, le situazioni che si ripetono uguali a se stesse, quelle che generano &#8216;com-passione&#8217; in senso etimologico, e al contempo l&#8217;impossibilità di &#8216;sentire insieme&#8217;, dalla morte del compagno di banco alle pistole puntate al G8, a consentire che nella propria voce, o nella piana prigione di un decasillabo o di un settenario, rifluisca tutto ciò che ne era tenuto fuori da qualche divieto.</div>
<div id="_mcePaste">Accanto all&#8217;immagine rassicurante di una croce rossa su cui sparare, modellata sul mito di un poetese da studi scolastici secondari o da famigerata poesia natalizia, esiste forse un altro genere di poetese, affatto mitico. Lo si impara più tardi, talora nelle università, ideale simbolo di un&#8217;età adulta dove si smette di essere &#8216;giovani poeti&#8217;. E si diventa &#8216;poeti in carriera&#8217;.</div>
<div id="_mcePaste">Mi ero ripromesso di non parlare degli autori selezionati dall&#8217;Illuminista, alcuni dei quali ho peraltro  recensito e letto in tempi passati. Il problema è a monte e non riguarda loro. Non mi interessa dimostrare che alcuni di questi poeti sono difficilmente distinguibili l&#8217;uno dall&#8217;altro quando leggono in pubblico i loro testi. Non è questo il problema. Il problema è nelle  premesse &#8216;teoriche&#8217; su cui l&#8217;antologia dei Ricercatori mi pare fondata, e cioè l&#8217;eterna lotta fra lirismo e antilirismo, con l&#8217;aggravante di risolversi in una professione di non poetica, in un ibrido a metà strada fra la militanza e la pretesa descrizione di un status quo dell&#8217;emersione sociale. Parafrasando alcune pagine di Pedullà (Walter),  i retaggi di una tradizione e di un metodo di conoscenza e incardinazione del presente, oggi denominati poesia di ricerca, stabiliscono che “alcuni temi o metri o suoni sono” (anzi devono essere) non tanto, o forse non ancora, “impoetici”, quanto non meritevoli di attenzione alcuna.   L&#8217;unica certezza, il marchio doc, l&#8217;elemento unificante alcuni degli autori selezionati dall&#8217;Illuminista, sembra essere dato da una disidentificazione, che sovente deborda nel cervellotico, nella teorizzazione della &#8216;poetica&#8217;, o dell&#8217; &#8216;esperienza&#8217;, contestuale al &#8216;fare poesia&#8217; e talora, presso quegli stessi autori, raggiunge risultati di valore (Zaffarano, Giovenale).  Il  modello di poesia di ricerca si pone, da un punto di vista sociologico, come espressione di un &#8216;mondo a sé&#8217;; da un punto di vista estetico, come mero sentimento dell&#8217;antisoggettivo, più che dell&#8217;antilirico; da un punto di vista linguistico, come ricerca, da parte del critico, di eventuali costanti, idonee a generare a posteriori la testualità. Si pone, infine, come un insieme piuttosto disordinato di  voci poco propense a parlare dei fatti propri e tendenzialmente concentrate, salvo eccezioni, a modulare il proprio significante all&#8217;interno di modelli culturali degnissimi, ma certamente non &#8216;nuovi&#8217; alle neoavanguardie storiche (Frene, Ventroni, Pugno, Riviello, la stessa Elisa Biagini).</div>
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<div id="_mcePaste"><em>“Ascoltatemi tutti quanti. Io e i miei cacciatori stiamo sulla spiaggia vicino a una roccia piatta.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Se volete aggregarvi alla mia tribù venite a trovarci. Forse posso accettarvi. Forse no”.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Si fermò e si guardò intorno. La maschera di colore lo proteggeva dalla vergogna e dalla voce della coscienza, così poteva guardarli tutti in faccia. Ralph stava inginocchiato presso i resti del fuoco come un corridore pronto allo scatto, la faccia mezza nascosta dai capelli e dalla fuliggine. I Sammeric facevano capolino tutti e due da dietro una palma ai margini della foresta. Un piccolo urlava, scarlatto nel volto tutto rughe, presso la piscina, e Piggy stava in piedi sulla piattaforma, la conchiglia ben stretta tra le mani.</em></div>
<div id="_mcePaste">W. Golding, Il signore delle mosche.</div>
<div id="_mcePaste"><em>Così l&#8217;usignolo si strinse forte contro la spina, e la spina gli toccò il cuore. (…) La voce dell&#8217;usignolo si faceva più sottile, e le sue piccole ali cominciarono a battere, e una pellicola gli calò sugli occhi. Sempre più tenue si faceva il suo canto, e lui si sentì soffocare da qualcosa nella gola.</em></div>
<div id="_mcePaste">Oscar Wilde, L&#8217;usignolo e la rosa.</div>
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<div id="_mcePaste">Ecco quello che voglio fare, adesso, è difendere la conchiglia. Sì esatto difenderla da tutti gli -ismi che ho dovuto ingoiare scrivendo questa specie di pamphlet. Fino a rottura occhiali e a pallore estremo, tanto da un preteso postlirico che si contrappone a una ritornante liricità, quanto da un nuovo manierismo, radicalmente asoggettivo ed eccezionalmente lirico, nel suo porre le certezze di una sintassi o di una testualità eternamente &#8216;nuove&#8217;. Quello che voglio fare, inoltre, è difendere l&#8217;usignolo, e non solo dal suo spirito autodistruttivo, o dal mito stesso della sua purezza. La gratuità e la libertà del gesto di scrivere una poesia, le aspettative di una generazione di &#8216;ragazzini di provincia&#8217; che credono a quello che leggono, cercando di essere coerenti, e scrivono di ciò che &#8216;vivono&#8217;, pronti a diventare carne da macello, o a essere inglobati in uno dei tanti sottoboschi, o a divenire poeti di loro stessi e  dei loro cani da difesa.  Davvero non si sfugge alle istanza evoluzioniste, ordinanti e sistematiche di qualche funzionario della parola?   Quale deve essere il contributo della critica al processo creativo? E soprattutto: deve esserci per forza, questo contributo? E&#8217; qualcosa con cui ci confrontiamo a posteriori, rispetto alla nostra formazione culturale effettiva, al confronto con l&#8217;altro da noi e al personale, irripetibile rapporto con una &#8216;tradizione&#8217; in termini di suo studio e uso a fini creativi? O è qualcosa che non avendo di certo formato una generazione al di fuori di pochi adepti, pretende di imporre un poetese degli anni 00, come pura operazione a circuito chiuso?  La risposta a queste domande è il problema stesso del &#8216;potere&#8217;, all&#8217;interno di un mondo di nicchia, dove alla sacrosanta assenza di logiche di mercato suppliscono ancora, e almeno in parte, i curricula e i gruppi, e cioè le condizioni stesse di sopravvivenza di una critica letteraria degli anni 00.</div>
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<div id="_mcePaste">P.P.PASOLINI, La fine dell&#8217;avanguardia. Appunti per una frase di Goldmann, per due versi di un testo d&#8217;avanguardia, e per un&#8217;intervista di Barthes (1966), in P.P. PASOLINI, Empirismo eretico, Milano, 1991, pp. 127-137</div>
<div id="_mcePaste">P.P. PASOLINI, Il “cinema di poesia”, Ibid. (1965) , pp. 167 ss</div>
<div id="_mcePaste">W. PEDULLÀ, Il morbo di Basedow ovvero dell&#8217;avanguardia, Cosenza, 1975, p. 32</div>
<div id="_mcePaste">A. PORTA, Poesia e poetica (1960) , in I novissimi. Poesie per gli anni 60, terza edizione riveduta e aggiornata, Torino, 1972, pp. 193 ss</div>
<div id="_mcePaste">G. RABONI, Da &#8216;Parole, ritmi e immagini per costruire mondi&#8217; (2004), ora in G. RABONI, La poesia che si fa. Cronaca e storia del Novecento poetico italiano. 1959-2004, a cura di A. Cortellessa, Milano, 2005,  p. 5</div>
<div id="_mcePaste">G. RABONI, Novissimi, la provocazione centrista (1961), Ibid., pp. 336 ss</div>
<div id="_mcePaste">P. RICOEUR, Che cos&#8217;è un testo? (1970), in P. RICOEUR, Dal testo all&#8217;azione. Saggi di ermeneutica, trad. it., Milano, 2003, pp. 133 ss</div>
<div id="_mcePaste">P. RICOEUR, Spiegare e comprendere (1977), Ibid., pp. 155 ss</div>
<div id="_mcePaste">P.RICOEUR, Il modello del testo: l&#8217;azione sensata considerata come un testo (1971), Ibid., pp. 177 ss</div>
<div id="_mcePaste">E. SANGUINETI, Poesia informale? (1961), Ibid., pp. 201 ss</div>
<div id="_mcePaste">E. SANGUINETI, Il trattamento del materiale verbale nei testi della nuova avanguardia (1964), in E. SANGUINETI, Ideologia e linguaggio,nuova ed. ampliata, Milano, 2001, pp. 77 ss</div>
<div id="_mcePaste">E. SANGUINETI, Le linee della ricerca avanguardistica (1996), Ibid., pp. 193 ss,</div>
<div id="_mcePaste">E. SANGUINETI,Per una critica dell&#8217;avanguardia poetica in Italia e in Francia, Torino, 1995, pp. 7-28</div>
<div id="_mcePaste">E. SANGUINETI, Il realismo di Dante, in E. SANGUINETI, Dante reazionario, Roma, 1992, pp. 273 ss</div>
<div id="_mcePaste">J.P.SARTRE, Baudelaire, Paris, 1946.</div>
<div id="_mcePaste">F. SCHILLER, Sulla poesia ingenua e sentimentale (1795),  trad. it., Milano, 1986, pp. 37 ss</div>
<div id="_mcePaste">F. SCHLEGEL, Gespräch über die Poesie, in Athenaeum, Berlin, 1800, pp. 284 ss</div>
<div id="_mcePaste">E. SICILIANO, Prima della poesia (1965), a cura di F. Santi, Roma, 2004, pp. 1 ss</div>
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<div id="_mcePaste">E. TESTA, Introduzione a Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, a cura di Enrico Testa, Torino, 2005, pp. XVII ss</div>
<div id="_mcePaste">L.	VETRI, Anteguerra e secondo novecento, in L. ANCESCHI, Le poetiche del novecento in Italia,Venezia, 1990, pp. 297-31</div>
<div id="_mcePaste">O. WILDE, L&#8217;usignolo e la rosa, in O. WILDE, Il principe felice e altre storie (trad. it.), Milano, 1980, p. 51 s.</div>
<div id="_mcePaste">W.B. YATES, The Tower (1928), in W.B. YATES, La torre, Milano 2004, p. 84</div>
<div id="_mcePaste">P. ZUBLENA, Frammenti di un romanzo inesistente. La narratività nella poesia italiana recente, in Il canto strozzato, a cura di G. Langella e E. Elli, Novara, 2004, pp. 255 ss</div>
<div id="_mcePaste">P. ZUBLENA, Come dissemina il senso la poesia “di ricerca”,</div>
<div id="_mcePaste">in  http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/speciali/poeti/zublena.html</div>
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