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	<title>Nazione Indiana &#187; poesie</title>
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		<title>Scuola di calore</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 11:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[marrakech]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di calore]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/marrakech075.jpg"></a></p>
<p><em>Un incubo chiamato Algeciras</em></p>
<p>a Ana</p>
<p>Tutto ha inizio e non ha fine in un incubo<br />
chiamato Algeciras, sul molo, fra la bolgia in partenza per Ceuta.<br />
Un uomo, Octavio, la cui lingua per la legge del contrappasso era<br />
ridotta a una poltiglia di fuoco, mi farfugliò: “Arnold… me está… matando” </p>
<p>Non ho mai idealizzato il mondo, né creduto all’inferno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/19/scuola-di-calore/">Scuola di calore</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/marrakech075.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/marrakech075-150x150.jpg" alt="" title="marrakech07" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-36437" /></a></p>
<p><em>Un incubo chiamato Algeciras</em></p>
<p>a Ana</p>
<p>Tutto ha inizio e non ha fine in un incubo<br />
chiamato Algeciras, sul molo, fra la bolgia in partenza per Ceuta.<br />
Un uomo, Octavio, la cui lingua per la legge del contrappasso era<br />
ridotta a una poltiglia di fuoco, mi farfugliò: “Arnold… me está… matando” </p>
<p>Non ho mai idealizzato il mondo, né creduto all’inferno.<br />
So, per esperienza, che ci sono giorni in cui la fede nei maestri<br />
si scioglie come merda al sole, mentre, malgrado tutto,<br />
le tredici passioni che governano il mio sesso non fanno scuola<span id="more-36430"></span></p>
<p>Allora un amante diventa un problema di meccanica celeste. Come<br />
calcolare la stabilità dei sistemi dinamici? Come costruire una teoria delle<br />
singolarità che contempli l’assenza di catastrofi? Ogni singolo uomo non è<br />
forse una parte del sistema dinamico e catastrofico di cui parla Thom?</p>
<p>Octavio era l’ultimo a cui potevo rivelarlo, perché<br />
a lui non tornavano i conti: l’amore ha leggi matematiche<br />
che la matematica non sa calcolare. Ad esempio, il cosiddetto<br />
teorema KAM (Kolmogorov-Arnold-Moser) non c’era verso di risolverlo</p>
<p>Eppure noi tutti qui ad Algeciras,<br />
aspettiamo il nostro turno, siamo l’incubo di Octavio<br />
e il sogno di Arnold: siamo numeri che commentano il prezzo del viaggio,<br />
i sacchetti per il vomito, l’imminente catastrofe sullo Stretto</p>
<p>Neppure oggi, dopo anni di solitudine, mi so dar pace.<br />
Le menti più brillanti sono alle prese con il tredicesimo problema<br />
di Hilbert, e nessuno di loro mi ha mai accarezzato il culo:<br />
qualcuno dovrebbe dire la verità sul valore delle equazioni </p>
<p><em>Testamento</em></p>
<p>a Jlham</p>
<p>Il primo presentimento della mia morte<br />
lo ha avuto mia madre sulla statale per Essaouira,<br />
in auto, mentre il seme di uno sconosciuto le sporcava il volto<br />
<em>Nothing, like something, happens anywhere</em></p>
<p>Il secondo, è stato alcuni anni fa, a una mostra di Barceló,<br />
dopo un breve idillio nei bagni del Prado. C’era un quadro,<br />
<em>Yo</em>, un autoritratto corrotto dal tempo, invaso dalle termiti,<br />
morsicato dai ratti, con macchie di umidità atlantica al posto degli occhi </p>
<p>Una patina terrosa, brunastra, lo faceva assomigliare<br />
a quel selvaggio che è diventato mio padre.<br />
Nei suoi <em>Quaderni africani</em> scrive: “Estoy como un escorpión<br />
en el desierto comiendo mis papeles”</p>
<p>Anche a me uno scorpione, in mancanza di meglio, sta divorando il corpo.<br />
Come chiamarlo diversamente? Desiderio di essere penetrata?<br />
Senso del commercio? Eppure ci sono camere di hotel ancora intatte,<br />
specchi grazie ai quali il dolore se ne va gettandovi un’occhiata </p>
<p>Forse è per questo che, dopo ventiquattro anni, quel <em>Yo</em><br />
riflesso non è più né mio padre né lo sconosciuto<br />
che con un fazzoletto ripulì il volto di mia madre.<br />
Tanti coiti, piccoli morti, portano a un testamento</p>
<p>A questo punto ci vorrebbe un erede. O che almeno,<br />
giunti in auto a Essaouira, un giorno in cui il colore del mare<br />
fosse quello della labbra di una annegata, violetto, dopo essersi lavati<br />
dell’ultimo incesto, un hotel senza specchi ci accogliesse in eterno  </p>
<p><em>Fiore del deserto</em></p>
<p>a Amina</p>
<p>Il carcinoma che divora mia madre<br />
ha la forma di un fiore carnivoro che cresce<br />
solo nel giardino di Majorelle, dove Yves Saint-Laurent<br />
cercava ispirazione per il suo pret-à-porter</p>
<p>Quando è morto mi è sembrato un avvenimento.<br />
Oggi tutto mi appare assurdo e ridicolo. Sono maturata, o<br />
forse impazzita, o forse il marabutto, a cui ho chiesto consiglio,<br />
leccandomi a lungo il dito medio della mano mi ha purificata</p>
<p>Ho subito molte punizioni. Di notte il mio sonno<br />
era agitato da uomini nudi che, supini,<br />
ai bordi di una vasca, mi tentavano con le loro carni bianche:<br />
“Amina, perché non ci strofini la schiena e il culo?”</p>
<p>Poi il sogno è diventato realtà. E da allora a mia madre<br />
è spuntata una lacrima a forma di isola, l’isola di Sachalin,<br />
dove anch’io, come una deportata, ritorno ogni sera<br />
dopo i lavori forzati negli hamam privati dei nuovi russi</p>
<p>Stretto tra i Tartari e il deserto,<br />
senza le cure di un medico dall’espressione simile alla sua cravatta<br />
che da Nizza o Jalta giunga qui ai piedi della mia piccola foresta,<br />
il fiore di mia madre cresce a dismisura, si infiltra nell’intestino, nell’ano</p>
<p>Un giorno anch’io andrò al Café de France. Indosserò<br />
un vestito Yves Saint-Laurent. Ordinerò per errore un piatto<br />
di ostriche. Senza sapere berrò champagne.<br />
La gente al funerale riderà di me. Sarà tutto assurdo e ridicolo.   </p>
<p>Nota<br />
Le poesie qui presentate, &#8220;il  ciclo di Marrakech&#8221;, fanno parte di una più ampia sezione della mia prossima raccolta, intitolata <em>Scuola di calore</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/19/scuola-di-calore/">Scuola di calore</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Cinque poesie</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/12/28/cinque-poesie-3/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/12/28/cinque-poesie-3/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 09:32:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Visas]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Reta]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Vittorio Reta</strong></p>
<p>Lasci scritte a sangue attraverso lo spioncino<br />
quando la musica lascia la presa<br />
voce anche tu miccia in acquario<br />
per vedere una vetrata da sotto<br />
Luci di Pietralata<br />
Allora buttalo amore</p>
<p></p>
<p>***</p>
<p>Non ho che poche parole per fermare gli attimi fissati in una luce da<br />
                                                           cartolina illustrata<br />
e vederti agitare fra nastrini di sangue sulla fronte da pirata su un<br />
                                                           terrazzo<br />
celeste, non mi ricordo se il cielo sta a destra, a sinistra o sotto di noi<br />
e i tentativi di spiegarti qualcosa,<br />
forse una cosa terribile che rimandavo di parola in parola persino a me<br />
                                                          stesso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/28/cinque-poesie-3/">Cinque poesie</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/foglio-metallo2-254x300.jpg" alt="foglio-metallo2" title="foglio-metallo2" width="254" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-28217" /></p>
<p>di <strong>Vittorio Reta</strong></p>
<p>Lasci scritte a sangue attraverso lo spioncino<br />
quando la musica lascia la presa<br />
voce anche tu miccia in acquario<br />
per vedere una vetrata da sotto<br />
Luci di Pietralata<br />
Allora buttalo amore</p>
<p><span id="more-28215"></span></p>
<p>***</p>
<p>Non ho che poche parole per fermare gli attimi fissati in una luce da<br />
                                                           cartolina illustrata<br />
e vederti agitare fra nastrini di sangue sulla fronte da pirata su un<br />
                                                           terrazzo<br />
celeste, non mi ricordo se il cielo sta a destra, a sinistra o sotto di noi<br />
e i tentativi di spiegarti qualcosa,<br />
forse una cosa terribile che rimandavo di parola in parola persino a me<br />
                                                          stesso.<br />
So che al mio silenzio non ho avuto risposta perché non miravo mai al<br />
                                                           centro.</p>
<p>***</p>
<p>mi spolmono nelle lenzuola<br />
mi alzo da questo lago ovale in cui mi ero addormentato<br />
che un bosco mi rinchiudeva e lo spazio si restringe<br />
                                       l&#8217;orizzonte si restringe<br />
                       l&#8217;immagine che forse scavalcava definitivamente, in ordine<br />
con le mani sulle tempie che flagellano vene<br />
                       i fianchi dietro di lei lanciati come un coltello<br />
(ho sputato nella cabina per non vomitare tutto il sale<br />
ho tamponato di fazzoletti i tranelli di quella notte)<br />
che ho gettato nel Tevere con i bolli falsi<br />
del passaporto, i visas sui pacchetti di sigarette,<br />
                                                  sulla fronte persino il marchio<br />
                                           sui polsi<br />
                                                              sui propri passi<br />
scavalcando gli alberi    levando ogni volta    i gomiti    su di lei<br />
avvolta nella sua pelliccia fiorita<br />
                                           sbiadita la testa<br />
e l&#8217;indomani ho telefonato alle vittime<br />
resistenze inutili  rispondevano  nei  fili  invisibili<br />
per guadagnare tempo ho cucito la sua impronta,<br />
al silenzio che si impelliccia<br />
alle frontiere c&#8217;è sempre<br />
Tanger de mort.</p>
<p>***</p>
<p>Quando si preparò il viaggio fu lungo per acqua<br />
scendere scale di legno e su un bordo di marmo d&#8217;oltretomba<br />
(dopo aver visto quella città assassina)<br />
e continuando a schegge nei termometri degli istituti di misurazione del tempo<br />
il suo nome in sillabe orientali<br />
tre spine nella spalla dell&#8217;osso di velluto, proseguendo con amore?<br />
In un messaggio, l&#8217;unica drug story dell&#8217;incontro<br />
l&#8217;unica cosa rimasta in orbita nel cielo, una porta in cima al tetto<br />
e crollavano moli d&#8217;appoggio, risucchi, una torcia di fuoco<br />
sbatteva la testa fra i macigni di una stanza numerata<br />
nel ghetto orribile non ti ho detto: ti volevo dire sì, è quella volta<br />
che guardai l&#8217;ora per te<br />
nel quadrante rosso rosa della stazione le lancette si erano fermate per un mese.</p>
<p>***</p>
<p>È l’afa dei lacrimogeni, a seconda di come li porta il vento,<br />
accantoni l’infanzia quando occupi una città,<br />
i cromosomi della violenza, come li porta il vento,<br />
i piedi affondano nei tappeti, in un tappeto pelvico strappano<br />
vedi, il tuo gesto alla finestra, che alza il braccio mima un gesto<br />
compiuto prima a 500 m di distanza da quando una mano<br />
[ha raccolto una pietra<br />
perciò hai il volto ricoperto di mappe epiteliali<br />
ti si sono stampate addosso le impronte digitali di una immensa<br />
[circolarità</p>
<p>ecco, ora asciugati, senza male le radici<br />
aspetta un poco<br />
una scarica motoria<br />
che faccia rifluire l’eccitazione<br />
prima che venga toccato il punto zero<br />
ecco, vedi abito questo episodio al punto di non poterlo<br />
[descrivere<br />
seguendo una curva, piano, di spalle prima che venga toccato<br />
[il punto zero<br />
molte volte si contrae la muscolatura liscia</p>
<p>l’afa dei lacrimogeni, la biologia di una lacrima,</p>
<p>quel movimento in cui si è trascinati via,<br />
guarda sta per finire<br />
per raddoppiare la parola che ha provocato<br />
guarda, vedi, forse, sanguino.</p>
<p>(da <em>Visas e altre poesie</em>, a cura di Cecilia Bello Minciacchi, Le Lettere)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/28/cinque-poesie-3/">Cinque poesie</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>autoritratto in piedi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/autoritratto-in-piedi/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/autoritratto-in-piedi/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 06:30:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Tellini]]></category>
		<category><![CDATA[autoritratto]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/autoritratto-in-piedi/</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/annatellini21.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Anna Tellini</strong></p>
<p><em>Autoritratto</em></p>
<p>Se le cose hanno un centro / di carne, e non solo d’idea, / io sono d’erba o di fiato, è chiaro / io sono querula nebulosa di distanza / non richiamata da un robusto accòmodati / Se le cose hanno un centro / non c’è compasso a potermi inchiodare<br />
</p>
<p><em>Canzone d’amore</em></p>
<p>Gatti troppo sapienti / sbadigliano la noia / che / io / ti vomiterò / addosso / spazzando via l’ottusa / caparbietà mentale / di cui hai fatto cauto / la tua stolida cifra / vessillo miserevole / di alterità infantile / ne erigi barricate / di sterco e di egoismo / a riparare il buco / che tu supponi anima</p>
<p><em>Felicità?</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/autoritratto-in-piedi/">autoritratto in piedi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/annatellini21.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-7930" title="annatellini21.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/annatellini21.jpg" alt="" width="243" height="360" /></a></p>
<p>di <strong>Anna Tellini</strong></p>
<p><em>Autoritratto</em></p>
<p>Se le cose hanno un centro / di carne, e non solo d’idea, / io sono d’erba o di fiato, è chiaro / io sono querula nebulosa di distanza / non richiamata da un robusto accòmodati / Se le cose hanno un centro / non c’è compasso a potermi inchiodare<br />
<span id="more-10824"></span></p>
<p><em>Canzone d’amore</em></p>
<p>Gatti troppo sapienti / sbadigliano la noia / che / io / ti vomiterò / addosso / spazzando via l’ottusa / caparbietà mentale / di cui hai fatto cauto / la tua stolida cifra / vessillo miserevole / di alterità infantile / ne erigi barricate / di sterco e di egoismo / a riparare il buco / che tu supponi anima</p>
<p><em>Felicità?</em></p>
<p>Sperare un altrove / diverso da quello dell’anima / Sperimentare un altrimenti / non doverosamente ostile / E ritornare a sé, / in racquetata ebetudine</p>
<p><em>La poesia</em></p>
<p>La poesia mi spaventa, / così immediata e in sé conchiusa, / così restia ad ogni dilazione, / spazzina zelante di intimità violate / sfrontata accentratrice di / secrezioni e deiezioni, / ed escrezioni senza fine, a milioni… / La poesia mi tenta, / così deliziosamente oscena</p>
<p><em>Come</em></p>
<p>Come un alchimista spaesato / incerto della sua attrezzeria / immeschinito dalle ruvide leggi di realtà / svergognato dall’eternamente scontrosa / epifania dell’oro. / Come un alchimista incantato / trapasso la mia labile / trasparenza / con auspici di trasfigurazione.</p>
<p><em>Maternità</em></p>
<p>Melassa appiccicosa e maldestra / la madre la nutrì / di insoddisfazioni iterabili / e di macabre attese. / Lei, acquiescente e attonita, / senza centro / senza storia / forse senza nome / certo senza resistenze / al testardo risucchio tentatore / affamata di compatibilità / nuda / gracile / informe / (complice?) / in fin dei conti annuì.</p>
<p><em>Creature</em></p>
<p>Plateale, il pipistrello verde / esibiva per un cielo perplesso / la sua morbidezza di piume / ad una terra svagata.</p>
<p><em>Azzardo</em></p>
<p>Indecisi / ciondolavano nella vacuità / scommettendo di esistere</p>
<p><em>Trascorrere</em></p>
<p>La vagina intristita / le suggerì l’inaffidabilità del tempo. / Indossò il trucco-maschera, / smise per un po’ il sorriso, / mimò di nuovo, rassicurante, la smemoratezza, / e, vaga, si riaccinse a vivere.</p>
<p><em>Ritorno</em></p>
<p>E l’anima si espanse / sorprendendo stupita / gli umori liquefarsi / e poi distillare / gocce / di chiare lontananze ritrovate.</p>
<p><em>Compagne</em></p>
<p>La morte mi balla sulla schiena / fluttua nel bilico della mia imperfezione / Eletta a portavoce dell’oltranza / e poi contabile dei suoi prodigi impervi / cesello il ritmo di azzardi e vocazioni / attenta a mai disquilibrarla</p>
<p><em>Ironia</em></p>
<p>Ingorgato il pensiero, / il polline delle idee / si dissipò, indolente, / ligio alla sua malevola / &#8211; e conclamata – inanità.</p>
<p><em>Percorsi</em></p>
<p>Riconosciuto l’orrore / lo affettò in destrezza / per disporne con regola / le sfoglie sottili / sul tagliere della coscienza</p>
<p><em>In morte di mia figlia</em></p>
<p>Ti ho sentita svaporare / come un’idea di bellezza / imprendibile altèra / altra</p>
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		<title>Il punto vulnerabile</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos.jpg"/></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.</p>
<p>Tu sei la pianta del loto<br />
e io sono il loto<br />
che matura lentamente<br />
ma una volta maturo<br />
muore di disgusto.<span id="more-10997"></span></p>
<p><strong>Qui giace</strong></p>
<p>Mi guardo attorno come se<br />
fossi appena tornato<br />
da un funerale<br />
con il fazzoletto impregnato<br />
di profumi acri.<br />
Non seppelliscono<br />
i loro morti?<br />
Non ci sono cimiteri qui<br />
né cipressi<br />
né oleandri<br />
né mirti</p>
<p><strong>Morte sotto chiave</strong></p>
<p>La mia controparte,<br />
un collezionista di chiavi<br />
medievali,<br />
vive altrove,<br />
in Lituania, penso,<br />
o forse a Samarcanda.</p>
<p>Non commetterà<br />
un suicidio<br />
finché non ci incontreremo di nuovo<br />
a Edimburgo</p>
<p><strong>Sradicato</strong></p>
<p>Ricordi, lasciatemi in pace!</p>
<p>L’umida,<br />
terra ostile odora<br />
come la fossa<br />
appena scavata<br />
della pallida fanciulla<br />
dei nostri ricordi.</p>
<p>La salamandra<br />
compone la canzone<br />
della timidezza<br />
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi<br />
per il tuo album</p>
<p><strong>Abbandonato</strong></p>
<p>Non posso camminare più a lungo<br />
su questo viale del Tempo<br />
senza indossare<br />
i miei guanti gialli<br />
e la maschera della severità.<br />
Poiché ci sono migliaia<br />
di occhi sospettosi<br />
che mi osservano<br />
da dietro i cespugli.</p>
<p>Sono stato gettato<br />
nell’era sbagliata,<br />
ma attendo pieno di speranza<br />
che venga il giorno<br />
in cui i girasoli<br />
e le magnolie<br />
fioriranno per sempre.</p>
<p>Quel giorno dovrò punire<br />
il serpente che ha iniettato<br />
il suo veleno nella mia carne</p>
<p><strong>La sinfonia della nebbia</strong></p>
<p>Amo essere amico<br />
della nebbia,<br />
sebbene senta<br />
un chiaro fardello<br />
di disgusto in gola<br />
quando parlo con lei.</p>
<p>Eppure, quando si ritira,<br />
in silenzio, a passi svelti e evasivi<br />
tra le rovine,<br />
è il momento in cui soffro<br />
davvero,<br />
e in ansia attendo<br />
che ritorni<br />
con nuove visioni<br />
e una nuova musica</p>
<p><strong>L’uomo con il cilindro</strong></p>
<p>Sono sempre più sicuro<br />
che durante una notte triste,<br />
mentre vagabondavo da solo<br />
in una strada immersa nella nebbia,<br />
una mano si è sporta<br />
dal finestrino di un taxi nero,<br />
gettandomi<br />
in un fatale,<br />
irreparabile errore.</p>
<p>Ma quell’errore<br />
forse è stata la cosa più bella<br />
della mia vita,<br />
la migliore<br />
e l’ultima<br />
esperienza</p>
<p><strong>Ospedali vuoti</strong></p>
<p>Il crepuscolo è grigio<br />
nella squallida via Aftoktonias.<br />
Tutte le banderuole<br />
indicano la tomba<br />
dell’usignolo<br />
che è stato ucciso la notte scorsa<br />
e sono prese da attacchi isterici.</p>
<p>C’è un occhio terrestre<br />
in un angolo remoto di questo<br />
desolato parco che spia<br />
le statue d’acciaio<br />
e le figure solitarie<br />
che s&#8217;aggirano senza scopo<br />
lungo i sentieri nebbiosi<br />
fischiettando canzoni funebri.</p>
<p>Quando mi sbarazzerò<br />
di questo testimone<br />
dovrò comprare una pistola<br />
per uccidere il fantasma<br />
che è appollaiato sul mio cranio<br />
e che mi accusa quando sono assente.</p>
<p>A mezzanotte i poveri poeti,<br />
con i manoscritti nelle tasche<br />
dei loro frusti abiti neri,<br />
stanno intorpiditi dal gelo<br />
sulla banchina di marmo<br />
del porto<br />
in attesa disperata dell’Uomo<br />
che viene da un luogo misterioso<br />
e che non giungerà mai<br />
perchè non esiste.</p>
<p>Quando ero giovane<br />
odiavo una ragazza magra<br />
e avrei voluto torturarla tutto il tempo<br />
dentro il mio giardino.</p>
<p>Dopo un terribile terremoto<br />
che ha scosso l’ospedale<br />
e l’intera città,<br />
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,<br />
gli specchi, i vasi,<br />
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi<br />
e il vento porta<br />
bare di ferro dall’orizzonte.</p>
<p>Qualcuno tende la mano giallognola<br />
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata&#8230;<br />
ma invano: non può raggiungerla</p>
<p><strong>Il punto vulnerabile</strong></p>
<p>Da un capo all’altro di questo vasto<br />
palmo di Tempo<br />
la superficie terrestre ha cominciato<br />
a sgretolarsi a causa della corrosione,<br />
mentre la sua orbita continua<br />
a sibilare furiosamente<br />
nel Caos.</p>
<p>E non smetterà mai,<br />
a meno che un architetto<br />
non martelli la Terra<br />
sul suo punto più vulnerabile.</p>
<p>Ma fino ad allora<br />
c’è tempo in abbondanza,<br />
gli edifici sono costruiti<br />
con ossa umane<br />
senza finestre,<br />
la gente rompe gli orologi<br />
per fermare il tempo<br />
e si spalma sul volto<br />
creme variopinte<br />
per proteggersi<br />
dal caldo incipiente.</p>
<p>Così gli anni passano,<br />
si cresce nel terrore<br />
ma illudendosi sempre di più<br />
che si sopravviverà<br />
al disastro finale. </p>
<p>(traduzione di Massimo Rizzante)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, <em>Vulnerable Point </em>(la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo <em>O exostis</em> (tradotto in francese con il titolo <em>Hôtel Atlantique</em>, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo <em>O eroes tes Gandes</em> (<em>L’eroe di Gand</em>) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/</link>
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		<pubDate>Sat, 30 Aug 2008 08:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu.<br />
Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di <em>water-gym</em> programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei perduti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/">Lo stato delle cose in Occidente</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu.<br />
Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di <em>water-gym</em> programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei perduti. I glutei, tuttavia, non sono vecchi e cadenti ! E neppure solo femminili! Sono glutei giovani e nonostante ciò alla ricerca di se stessi.<br />
Come spiegare il mistero dei giovani glutei perduti?<br />
Nuotando in solitudine, la risposta mi pare semplice: il tempio della salute (<em>salus per aquam</em>, dicevano gli antichi Romani), che fino a dieci anni fa era frequentato da un pubblico di moribondi o da persone mature e annoiate, è diventata la cattedrale del <em>wellness</em>, la casa della bellezza fisica, <em>The Beauty Farm</em>.<br />
In una verde vallata circondata dalle montagne, alla frontiera tra Italia e Austria (non lontano dal castello del grande alpinista Reinhold Messner), dove, secondo la leggenda, Ötzi, l’uomo primitivo, ha trascorso il suo tempo a urlare il proprio nome per notti e notti– ottenendo come unica risposta una triste eco – si trova il Centro di benessere «Paradiso». <span id="more-7769"></span><br />
Si tratta di un’oasi per giovani coppie in viaggio di nozze, per giovani coppie con prole (la Beauty Farm «Paradiso» è dotata di un <em>baby-club</em> e di graziose animatrici bilingui) desiderose di dimenticare il loro status di genitori, per neomamme che aspirano, <em>post partum</em>, a snellire i loro lombi, per giovani manager in fuga dai loro computer, per studentesse alla ricerca di giovani manager in fuga dai loro computer desiderose di continuare a vestire Gucci, Louis Vitton, Dolce &amp; Gabbana, per single la cui incertezza sessuale è proporzionale a quella del loro avvenire: persone tra i diciotto e i trent’anni che possono diventare qualsiasi cosa: omosessuali, eterosessuali, bisessuali, transessuali, o tutte e quattro le cose insieme e che cercano un rifugio, una pausa, una «camera del silenzio», un trattamento per capelli, un lettino dove riposare o meditare in compagnia del loro Ipod.<br />
Di solito, nuoto prima dell’ora della cristalloterapia, prevista per le dieci.<br />
La cristalloterapia si basa su un unico principio: tutto ciò che esiste nell’universo è energia solidificata in strutture precise e apparentemente chiuse in se stesse. Apparentemente. L’energia, infatti, non si può imprigionare. Si agita continuamente, secondo una frequenza vibratoria particolare che dipende dai corpi in cui s’imbatte durante il suo percorso. Il cristallo, che possiede una vibrazione costante, una volta posato su un corpo umano (di preferenza su un dorso completamente rilassato), le cui vibrazioni sono purtroppo molto più instabili, perviene a stabilire uno stato d’armonia. Secondo i fondamenti della cristalloterapia, tutte le malattie dell’uomo derivano da un blocco energetico che invia vibrazioni negative sul piano fisico, emotivo e mentale. Perciò, se si vuole neutralizzare la nostra consustanziale mancanza d’armonia e reintegrare il flusso positivo dell’energia universale, bisogna assolutamente provare la cristalloterapia.<br />
Quindi passare direttamente all’aromaterapia, poi al massaggio al miele, successivamente a quello al cioccolato, poi al trattamento alle alghe marine, quindi alle immersioni nel fieno – molto indicate per la cura di ogni indurimento sia epidermico che spirituale –, poi sottomettersi a una doccia nebulizzante, poi immergersi in una vasca di latte ricoperta di ciclamini, quindi, usciti dal latte, scivolare delicatamente in un’altra vasca riempita di scorze di mela «Vitalis».<br />
Infine bisogna assolutamente provare la terapia del «Cau».<br />
«Cau» significa «lavorare con il fuoco senza la fiamma». La terapia unisce il calore alle essenze arboree. Si fonda sull’uso dell’artemisia, una pianta dalle proprietà divine. Il «Cau» può prolungare la vita in quanto il suo principio è il calore. Tutto nell’universo nasce dal calore. Perciò, quando le foglie ardenti dell’artemisia, dopo un’accurata manipolazione destinata a dar loro una forma conica, si posano sul vostro corpo già candeggiato e reso pressoché trasparente dai numerosi trattamenti e immersioni precedenti, voi cominciate a urlare.<br />
La massaggiatrice bilingue dal seno invadente conosce alla perfezione il vostro urlo. Il vostro, infatti, non è un urlo di dolore. Il calore non provoca dolore, crea l’amore, la vita. Il vostro urlo non è che il primo vagito di un neonato. Un novello Ötzi è nato, restituito dai ghiacciai della preistoria alla civiltà del benessere.<br />
Nel pomeriggio, dopo un pranzo frugale a base di mele «Vitalis» e foglie di artemisia, vado nella hall del «Paradiso». L’atmosfera è effervescente, conviviale. La gente è a suo agio, disponibile. La mattinata deve aver purificato i corpi e le anime. I pori della pelle si devono essere talmente dilatati da aprirsi anch&#8217;essi al dialogo. Tutti sembrano in vena di confidenze.<br />
Ne approfitto per abbordare una donna sulla quarantina alle prese con uno specchio.<br />
«Che ne direbbe di una breve passeggiata nella valle?».<br />
«D’accordo – risponde. Sono sempre attratta dalla natura. Eppure, sa, a volte la natura non è all’altezza dei nostri desideri».<br />
Usciamo. La luce, per effetto dei raggi solari che si riflettono sulle rocce delle Dolomiti che ci circondano è di un rosa confetto. Osservo l’incarnato del suo volto: anch’esso è rosa confetto. Ho un dubbio: si tratta di un’illusione ottica? O siamo davvero ridiventati dei neonati dalla pelle immacolata? La donna continua la sua riflessione:<br />
«Giunta a quarant’anni, una donna è obbligata a estendere il suo potere d’azione fino alla propria intimità. Comprende quel che voglio dire? La natura, terminato il suo compito, ci abbandona a noi stesse. A questo punto una donna deve pensare a un ringiovanimento estetico delle sue zone intime. Le ragioni che la spingono a sottomettersi a una “modernizzazione” della sua vagina possono essere le più disparate: piccoli problemi d’incontinenza; liposuzione del grasso che con il tempo si è concentrato nella regione pubica; correzione dell’orifizio che una ventina d’anni di attività sessuale ha allargato o reso asimmetrico. Tuttavia, come afferma uno dei più grandi specialisti di questo genere di interventi chirurgici, il professor Carlo Alberto Balla d’Oro, la funzione più importante della vaginoplastica è quello di offrire nuovamente alla donna la gioia del suo primo orgasmo. O, come il professor Balla d’Oro dice più precisamente, usando una metafora musicale: farle riscoprire “la tonalità ardente della prima nota acuta del vero godimento”».<br />
L’ultima frase della donna dalla vagina rifatta mi fa tornare in mente l’urlo che al mattino avevo lanciato sotto lo sguardo bonario della massaggiatrice dal seno invadente. Secondo l’antica terapia orientale del «Cau», tutto è calore. Noi, dunque, dobbiamo bruciare. Corpo e anima. Per questa ragione la frontiera tra il corpo e l’anima, cioè la nostra pelle, deve dilatarsi grazie a trattamenti estetici e terapeutici fino a diventare una pellicola invisibile. O fino a essere recisa da un bisturi. Così il professor Balla d’Oro raggiunge l’antica saggezza, proprio mentre io e la mia confidente raggiungiamo le soglie del «Paradiso».<br />
Prima di entrare nel Centro, dopo averla ringraziata per le sue rivelazioni, la saluto il più intimamente possibile. Mi accomodo su una poltrona. Prendo un giornale. Un articolo desta il mio interesse. Si parla dell’«Indiana Jones del Sud Tirolo». Visto che sono da queste parti, voglio saperne di più. Si raccontano le avventure dell’ufficiale, alpinista e vulcanologo francese Déodat de Dolomieu, fondatore della geologia alpina, la cui vita, scrive la giornalista, è stata più romanzesca di quella del celebre personaggio del ciclo cinematografico. Dal 1789, anno in cui scopre la composizione della roccia dal color rosa (la «dolomie»), che fa di questa regione un paradiso, il suo prestigio s’impone per l’eternità: il nome delle Alpi dolomitiche viene infatti da Dolomieu. Sembra che al momento della scoperta, abbia lanciato un urlo ancestrale, simile a quello di Ötzi, l’uomo primitivo e leggendario che, secondo gli abitanti di questi luoghi, si può ancora udire durante certe notti d’inverno. Il viaggio sulle Dolomiti, nella vita di Dolomieu, non è tuttavia che una tappa. La sua sete inesauribile di ignoto lo conduce alle soglie della morte alla fine di quattro anni di prigionia nella fortezza di Messina, dove, di ritorno da una spedizione napoleonica in Egitto, era naufragato. Nella sua biografia intitolata <em>Le avventure del cavaliere geologo Déodat de Dolomieu</em>, l’autrice, Thèrèse de la Vallée d’Or, racconta come, una volta liberato dai Borboni, Dolomieu, novello cavaliere dell’Ordine di Malta, ricominci a solcare il Mediterraneo combattendo contro i Turchi. Rientrato in Sicilia, esplora l’isola in lungo e in largo, studia la sua stratificazione geologica, scala l’Etna. Nel corso della sua terza scalata al vulcano prende la decisione più difficile e più bizzarra della sua vita: si dà al libertinaggio. Dolomieu, come si può verificare grazie a un ritratto eseguito dalla pittrice tedesca Diotima Kaufmann che si trova a Villa Borghese, era un tipo affascinante. Vulcanologo di fama, si ricorda del suo vecchio compagno d’armi Choderlos de Laclos, l’autore de <em>Le relazioni pericolose</em>. Gli scrive una lunga lettera nella quale, fra gli innumerevoli aneddoti sulla sua vita di donnaiolo scientifico, si può leggere questo passaggio: «L’avventura erotica in sé non è interessante. Quel che rende interessante un’avventura erotica sono i dettagli. Se ho avuto l’imperdonabile mancanza di tatto di compromettere molte donne, ho anche avuto l’abilità di salvarne altrettante. Ciò lo devo soprattutto alla mia natura scrupolosa di vulcanologo, da sempre attenta a scoprire le minime fonti di calore, anche in terreni e corpi all’apparenza glaciali (cosa che ho dimostrato nell’inverno del 1789 in occasione del mio viaggio sulle Alpi delle Venezie).<br />
Sono rapito dal Valmont dei vulcani, quando un uomo sulla cinquantina, calvo e tarchiato, avviluppato in un accappatoio bianco e attraversato da un continuo fremito di vitalità, mi rivolge senza mezzi termini la grande domanda:<br />
«Hai mai avuto rapporti sessuali con un automa?».<br />
Sorpresa. Sconcerto. Calcolo. Sebbene, soprattutto in gioventù, abbia scopato molte volte con ragazze il cui corpo rigidamente immaturo sembrava quello di un cadavere e che al momento del godimento emettevano un flebile «Uhhhh&#8230;» (niente a che vedere con l’urlo primitivo di Ötzi né con quello di Dolomieu alla scoperta della sua roccia), non ho mai copulato con un automa.<br />
«No» – rispondo.<br />
«Mi chiamo Deodato Siciliano. Sono un ingegnere specializzato in cibernetica e robotica e presidente dell’<em>IEEE ROBOTICS AND AUTOMATION SOCIETY</em>. Le annuncio che le sue ore sono contate. Da qui a tre anni ciascun rappresentante della civiltà del benessere avrà il suo <em>Intelligent and Sex Toy</em>, un androide in grado di soddisfare ogni esigenza sessuale. Sono appena rientrato dall’<em>Euron Roboethics Atelier</em> di Ginevra dove per cinque giorni si è discusso di robotica sessuale, una delle ultime frontiere della tecnica. Qualsiasi altro oggetto sessuale – vibratore, bambola gonfiabile, pene in plastica o in vetro soffiato – sarà ben presto obsoleto. Lo sa, l’automazione della vita sessuale renderà la civiltà del benessere estremamente morale! Basta con i sexy-shop, basta con i video pornografici, basta con le chat-line. Non è straordinario?»<br />
«Basta anche con la masturbazione?» – domando con un velo di tristezza<br />
«Niente di niente. Immagini la gioia e l’eccitazione che ciascuno di noi potrà sperimentare quando possederà un robot praticamente identico a un essere umano (già oggi ne esistono, ma su scala mondiale ridotta), un robot in grado di abbracciarla, di dirle delle parole d’amore, delle oscenità, capace di darle un godimento completo. L’<em>Intelligent Sex Toy</em> è il perfezionamento assoluto dell’interattività. Ne abbiamo abbastanza dell’interumanità&#8230; No? Ad ogni movimento del suo possessore corrisponderà una reazione del robot. Ad ogni emozione umana un dispositivo tecnico in grado di assecondarla. Ciascuno sarà libero di scegliere le caratteristiche fisiche del suo androide. Un po’ come oggi siamo liberi di scegliere i vari prodotti sul Web».<br />
«Le donne, immagino, saranno molto contente di utilizzare questa macchina sessuale. Gli uomini, a sentire i commenti delle mie colleghe, eiaculano sempre più precocemente. Non riescono quasi mai a renderle felici» – gli dico con una certa prudenza.<br />
«È naturale. Le principali beneficiarie di questa nuova tecnologia saranno le donne. Una macchina può garantire una performance sessuale illimitata. Esiste già un <em>Tommy Lee</em>, un «Real Guy» (gli automi femminili sono chiamati «Real Dolls»). Si può comprarlo per diecimila dollari (www.orgasmtronics.com). È dotato di un cuore artificiale che accelera i battiti durante la copulazione, di un radiatore a nido di vespe che aumenta la temperatura corporea al fine di stimolarne l’eccitazione, di una voce sintetizzata che produce dei gemiti in modo proporzionale al ritmo dell’amplesso, di un sistema elettronico che secreta un liquido molto simile a quello seminale (si tratta, in realtà, di un acido sintetico creato in laboratorio del tutto inoffensivo che si può senza alcun rischio leccare o ingurgitare), e infine di un microchip nascosto dietro l’orecchio sinistro: basta che la donna pronunci una frase standard, come “Tommy, più forte”, perché l’automa risponda “D’accordo”. Quindi passa dalle parole ai fatti, cosa che un uomo in carne ed ossa non riesce il più delle volte a fare».<br />
«E le puttane? – gli chiedo. Anche loro spariranno quando il mondo della civiltà del benessere sarà popolato da milioni di androidi sessuali? Non posso immaginare un mondo senza puttane. È una delle mie debolezze. Come poeta, mi piacerebbe che sopravvivessero a tutto ciò. Poeta e puttana, dopotutto, sono i due mestieri più antichi del mondo. Mi sentirei un orfano senza quelle sorelle e madri dell’ispirazione e del dolore umani&#8230;».<br />
«Mi dispiace molto. Anch’io, le confesso, quando avevo quattordici anni ho scritto alcune poesie erotiche. Tuttavia, recenti studi di psicologia applicata e di sociologia del corpo umano – continua Deodato che non ha perso un milligrammo della sua vitalità – indicano che le persone frequentano le prostitute soprattutto perché desiderano avere un’attività sessuale priva di ogni implicazione emotiva. Perciò, quale miglior soluzione di quella di copulare con delle macchine?  Siamo alle soglie di un affrancamento definitivo dalla nostra idea di trasgressione in quanto sospensione dei tabù. Dopo la coppia eterosessuale, dopo la coppia omosessuale, dopo la trasformazione dell’uomo in donna e della donna in uomo, dopo il sesso cibernetico, c’è il sesso con gli androidi, che non è, del resto, l’ultimissima frontiera del sesso. Si tratta, al contrario, dell’inizio di una nuova era, altamente sessualizzata e al contempo emancipata una volta per tutte da ogni specie di pornografia. Non ci sarà più nessuna violazione della morale, nessuna censura, nessun conflitto tra i generi della specie umana. Tutte le prostitute, tutti i gigolò, tutti i transessuali, tutte le pornostar saranno destinati a diventare una classe di invisibili, di intoccabili, di zombie. Un po’ quello che oggi succede ai veri artisti e ai veri poeti».<br />
Non so come spiegare quel che dopo le ultime parole di Deodato – che nel frattempo si è allontanato per ordinare due succhi di mela «Vitalis» – si svolge al di là della grande vetrata che mi sta di fronte.<br />
Ai margini della verde vallata tre personaggi se ne stanno seduti sull’erba: una donna e due uomini. La donna, nuda, mi guarda con voluttà. Forse è una puttana. Gli uomini sembrano conversare tra loro. Ignorano la donna. Forse sono omosessuali. O forse si tratta di un ménage a tre. Sullo sfondo vedo un’altra donna, vestita di un abito leggero che si sta immergendo in una vasca colma di latte e foglie di artemisia. Mi ignora come sembra ignorare quel che accade poco lontano da lei. L’atmosfera è radiosa. La luce che si riflette sui volti dei personaggi è rosa, come la dolomite. Tuttavia, i colori della scena non sono costanti. Nei corpi si possono notare alcune vibrazioni instabili. Si direbbe un dipinto pornografico di un’epoca passata. Forse il capolavoro pornografico di un artista che, dopo averlo esposto, ha perduto tutto il suo prestigio, tanto da diventare invisibile agli occhi dei suoi contemporanei.<br />
È noto: la pornografia di un’epoca è l’arte più autentica di un’altra. Ma mi chiedo: se, come afferma Deodato, l’automazione sessuale e il suo potere moralizzatore riusciranno nel giro di pochi anni a sradicare ogni forma di pornografia, l’arte avrà ancora qualche speranza di sopravvivere?<br />
Provo un soprassalto di nostalgia nei confronti del mio moribondo universo pornografico destinato ben presto a entrare nell’invisibile.<br />
Una nuvola bianca e instabile si avvicina. Intravedo un frammento del corpo tozzo, liscio e rosa di Deodato che ritorna dal bar. Sorseggiamo in silenzio i nostri succhi di mela «Vitalis».</p>
<p>Nota<br />
Il testo è un capitolo di un romanzo in fieri intitolato &#8220;Lo stato delle cose in Occidente&#8221;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/">Lo stato delle cose in Occidente</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Da &#8220;Colonne d&#8217;aveugles&#8221;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/da-colonne-daveugles/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/da-colonne-daveugles/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 19 Feb 2008 06:20:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Colonna di ciechi]]></category>
		<category><![CDATA[Colonne d'aveugles]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a title="pieter-brueghel-21.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/pieter-brueghel-21.jpg"> </a>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong>Colonna di ciechi</strong></p>
<p>una strada che si guarda di giorno e di notte,<br />
di cui si beve ogni spostamento d’ombre,<br />
in ogni stagione, con lampi di segnaletiche<br />
e fari, figure sbandate lungo i cancelli, bambini<br />
che cercano il sasso e il petto tenero dell’animale,<br />
quelli chinati nelle poltiglie di foglie, quelli veloci<br />
che chiudono con mani di fata silenziose portiere,<br />
nei colpi continui della luce a illuminare le gole,<br />
le gengive nude, e le teste molli in quella fiamma<br />
che cercano riparo, assorbendo nei pensieri l’asfalto<br />
<br />
finché verrà il tempo di camminarci da ubriaco,<br />
con sporte a tracolla, lacerate, perdendo<br />
pallottole di calze, scatole di latta, pupazzi<br />
dal capo scotennato, camminarci a vita<br />
con ogni muscolo contratto, le braccia tese<br />
alle altrui spalle, in lunga colonna, pronti<br />
uno dopo l’altro, fiato nel fiato, alla caduta<br />
dove non più si dirà mio l’occhio o il labbro<br />
che restano o le paure che scuotono a raggio</p>
<p>dove le ginocchia batteranno le une<br />
contro le altre come a tenersi in piedi<br />
inutilmente tardi nell’attimo finale<br />
della caduta</p>
<p>* * *</p>
<p><strong>Vita</strong></p>
<p>Non posso <em>non</em> raccontare la mia storia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/da-colonne-daveugles/">Da &#8220;Colonne d&#8217;aveugles&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="pieter-brueghel-21.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/pieter-brueghel-21.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/pieter-brueghel-21.thumbnail.jpg" alt="pieter-brueghel-21.jpg" /> </a>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong>Colonna di ciechi</strong></p>
<p>una strada che si guarda di giorno e di notte,<br />
di cui si beve ogni spostamento d’ombre,<br />
in ogni stagione, con lampi di segnaletiche<br />
e fari, figure sbandate lungo i cancelli, bambini<br />
che cercano il sasso e il petto tenero dell’animale,<br />
quelli chinati nelle poltiglie di foglie, quelli veloci<br />
che chiudono con mani di fata silenziose portiere,<br />
nei colpi continui della luce a illuminare le gole,<br />
le gengive nude, e le teste molli in quella fiamma<br />
che cercano riparo, assorbendo nei pensieri l’asfalto<br />
<span id="more-5359"></span><br />
finché verrà il tempo di camminarci da ubriaco,<br />
con sporte a tracolla, lacerate, perdendo<br />
pallottole di calze, scatole di latta, pupazzi<br />
dal capo scotennato, camminarci a vita<br />
con ogni muscolo contratto, le braccia tese<br />
alle altrui spalle, in lunga colonna, pronti<br />
uno dopo l’altro, fiato nel fiato, alla caduta<br />
dove non più si dirà mio l’occhio o il labbro<br />
che restano o le paure che scuotono a raggio</p>
<p>dove le ginocchia batteranno le une<br />
contro le altre come a tenersi in piedi<br />
inutilmente tardi nell’attimo finale<br />
della caduta</p>
<p>* * *</p>
<p><strong>Vita</strong></p>
<p>Non posso <em>non</em> raccontare la mia storia.<br />
Chiamo questo: calamità autobiografica.<br />
Doversi fare una storia, andarla ad estrarre<br />
come una scheggia, tra i tessuti fragili<br />
della pelle, a rischio di</p>
<p>sbriciolamento,</p>
<p>farla nascere, imprimere un’esasperante lentezza<br />
a questa cosa mai accaduta, mai appianata,</p>
<p>a questa <em>x</em></p>
<p>pulviscolare, interrotta,<br />
istantanea,</p>
<p>di cui si hanno dintorni a perdita d’occhio,<br />
coltri che circondano,</p>
<p>di cui si ha un infinito accerchiamento</p>
<p>senza possibilità di approssimarsi,<br />
di dire: bambino, io, mia pelle, caduta sulla ghiaia.</p>
<p>Ci sono in compenso radiografie<br />
molte, a partire dai quattro anni<br />
rimangono quaderni di scuola,<br />
copertine di quaderni,<br />
rimangono dintorni, passaggi documentati, scontrini.</p>
<p>Di quale storia si parli non è chiaro,<br />
renderla mia è rallentare,<br />
dare il controdocumento, dall’interno, dal buio della x,<br />
dare qualcosa dal centro,<br />
inventare che ci sia centro<br />
mettendo in prospettiva e simmetria e successione<br />
e comparando tutte le ferite, i punti di sutura.</p>
<p>Quel ferimento è il lato interno<br />
di quello che fuori è pura traccia,<br />
puro ritardo,</p>
<p>perdita,</p>
<p>documento. Anagrafe.</p>
<p>* * *</p>
<p><strong>Passante</strong></p>
<p>Ti hanno detto?, hai saputo?,<br />
era un sogno?, dovevi guardare,<br />
non per sentito dire, non ero io,<br />
succedeva, ma come sempre,<br />
te ne ricordi?, quali angoli?,<br />
quello no, succedeva, si dice,<br />
tanti, erano tanti, ma poco,<br />
ci si accorgeva poco, non ero<br />
solo, chi allora?, con chi?,<br />
qualsiasi, gente intorno, sempre,<br />
troppi, eri stanco?, eri assente?,<br />
che cosa hai visto?, ogni volta,<br />
ma in fretta, proprio in discesa,<br />
non credevo fosse, non così,<br />
non fino a quel punto, ero io,<br />
con me, a parlarmi, di soldi forse,<br />
quanti ne hai contati?, molti,<br />
erano coperti, a metà, li vedevo,<br />
ma nascosti, sotto coperte, chi?,<br />
o cartoni, sacchi pieni, spesso,<br />
dov’erano?, di passaggio, ecco,<br />
ero di passaggio, presumevo,<br />
indizi, una mano poggiata a terra,<br />
succedeva, dicevano, anche a me,<br />
dicevamo tutti, in continuazione,<br />
passando, passando via, lanciati,<br />
ognuno se stesso, solidamente,<br />
non volevi o non potevi<br />
ascoltare?, disastri di frasi, a volte,<br />
non io, ero in me, eravamo tanti,<br />
ma veloci nel passaggio, via, nascosti,<br />
noi eravamo più nascosti di loro,<br />
in piedi, di corsa, a terra come statue<br />
loro, che cosa dici?, non so,<br />
niente, forse neppure, per davvero<br />
respiravano, lì fermi, con la bocca<br />
devastata, noi via, basta, bastava.</p>
<p>* * *</p>
<p><strong>Immagini</strong></p>
<p>Ti parlerò ancora di questo: la finestra<br />
del bagno è esplosa, rimane scheggiato<br />
un contorno di punte ancora fisso<br />
nel telaio di legno; nella mia camera<br />
una crepa orizzontale ha gonfiato<br />
l’intonaco; nella stanza accanto<br />
il parquet è tempestato<br />
da interminabili graffi<br />
come fosse stato percorso<br />
da uno stordito animale unghiato;<br />
nei due bagni bisognerà<br />
strappare dal suolo<br />
il velo di linoleum<br />
con i grossi fiori gialli stampati sopra.</p>
<p>A questo vorrei aggiungere<br />
l’immagine dell’albero e del vento,<br />
senza decidere se è quercia o nocciolo,<br />
se viene di sera o di mattina,<br />
se puoi grattarne via la corteccia<br />
o ti fa tremare l’orlo dei pantaloni…</p>
<p>E anche quella foto,<br />
da un libro serio per bambini:<br />
i piedi senza bende del faraone<br />
su sandali dorati, le grosse dita<br />
incapsulate in un piccolo rivestimento d’oro,<br />
la sporgenza del tarso<br />
oltre il velo di carne asciugata.</p>
<p>Non dimenticare che i Ponca, sul fiume Niobrara,<br />
coltivavano mais e ortaggi,<br />
sopravvissero al vaiolo dell’uomo bianco<br />
ma nel 1877 furono spostati come mandrie<br />
per centinaia di chilometri e molti<br />
morirono camminando</p>
<p>(vedo l’immagine del cibo cattivo<br />
e delle coperte scadenti<br />
che gli furono offerti all’arrivo<br />
a caro prezzo<br />
dagli imprenditori bianchi<br />
attivi nelle riserve).</p>
<p>L’ultima immagine è del bisnonno:<br />
un impiegato basso<br />
dagli occhi cerulei,<br />
fu nel genio scavatori<br />
durante la Grande guerra,<br />
tornò dal Carso con una scheggia di granata<br />
infitta nel cranio,<br />
a casa aveva dei malori,<br />
picchiò una volta a sangue<br />
la moglie e le due figlie.</p>
<p>(Tutte queste parole cambieranno ancora<br />
la consistenza delle immagini,<br />
poi le consumeranno, e rimarrà<br />
quel poco che resta,<br />
proprio di fronte,<br />
da vedere)</p>
<p>* * *</p>
<p><em>Colonne d’aveugles</em>, è stato pubblicato in Francia in edizione bilingue, con traduzione di <strong>Pascal Leclercq</strong> (Le Clou Dans Le Fer, 2007).</p>
<p><em>(Immagine: Pieter Brueghel: la Parabola dei ciechi, 1568) </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/da-colonne-daveugles/">Da &#8220;Colonne d&#8217;aveugles&#8221;</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>corpo esposto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/corpo-esposto/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/corpo-esposto/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 08 Jan 2008 19:32:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Quattro anni fa ho pubblicato un libretto di poesie. Un libretto clandestino, edito da una microscopica casa editrice massese. Erano poesie che per la maggior parte risalivano agli anni immediatamente precedenti, quando vivevo in una casa nel bosco. Non le ho mai pubblicate qui, per una sorta di pudore.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/corpo-esposto/">corpo esposto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quattro anni fa ho pubblicato un libretto di poesie. Un libretto clandestino, edito da una microscopica casa editrice massese. Erano poesie che per la maggior parte risalivano agli anni immediatamente precedenti, quando vivevo in una casa nel bosco. Non le ho mai pubblicate qui, per una sorta di pudore. Qualche tempo fa le ho date a Francesco Marotta, che ha voluto pubblicare il libretto &#8211; per intero &#8211; sul suo &#8220;sito poetico&#8221; (nel senso pieno dell&#8217;espressione). <a href="http://rebstein.wordpress.com/2008/01/08/rose-abbagliate-da-passi-di-fango-marco-rovelli">Qui</a>. A questo punto non posso far altro che imitarlo, ed esporre il corpo del testo anche qui.</p>
<p><strong>Marco Rovelli</strong>, <em>Corpo esposto</em>, postfazione di Mariella Bettarini, Memoranda Edizioni, 2004.</p>
<p><strong>In margine<br />
(<em>davanti alla Flagellazione<br />
del Caravaggio</em>)</p>
<p></strong>Il corpo ripiegato, abbandonato alla piega, esposto alla morte, ma prima ancora all’infamia dell’assedio dell’altro. Corpo che in questa esposizione espone la sua bellezza. La bellezza di chi non ha nulla da perdere, perché ha già perduto tutto, ed è solo un corpo, un corpo senz’altro, nudo nella sua esposizione, nel gesto dell’esporsi, nell’aperto della passione, del patimento. Corpo che patisce l’altro, ne patisce il legame. In questa esposizione del finito alla sua finitezza traluce il divino dell’uomo.<br />
I suoi occhi chiusi, il pensiero muto: non ha più nulla da dire, né da dare, è solo corpo, puro e semplice, impuro e molteplice corpo che resta, tutto intero, nel gesto del sottrarsi. E’ svanimento, quel corpo in torsione, in abbandono. Preso in un gesto innaturale, perché interamente consegnato al fuori.<br />
Sono io, quel corpo esposto. (E nel riconoscermi, non c’è più io che possa dire: ‘sono io, quel corpo esposto’…).<span id="more-5143"></span></p>
<p align="center">**********</p>
<p><strong>del tempo presente<br />
<em>ad Acéphale</em></p>
<p></strong>Questo tempo non si articola in parole<br />
si scioglie come carne nella bara.<br />
Ne rimarrà lo scheletro<br />
se ne conteranno le ossa.</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong>Reclamo la mia inappartenenza<br />
il barbaro richiamo senza terra<br />
l’accoglienza al vento che devasta<br />
e libera presenza<br />
l’occhio rivoltato al poi<br />
il furore placato<br />
il corpo abbandonato al suo deserto.<br />
Reclamo l’odio senza oggetto<br />
l’amore che ne stilla senza colpa<br />
il tormento che abita il silenzio.<br />
Reclamo la parola<br />
la sua notte.<br />
La mia riconoscenza.</p>
<p>*</p>
<p><em>Nel margine della guerra I</p>
<p></em>Dal cuore non si alzano croci.</p>
<p>Infiammano ancora<br />
gli occhi i tuoni,<br />
e la lingua inerte.</p>
<p>Non importa quanto ignoto<br />
il limite del mondo<br />
che sostiene un odio nuovo.</p>
<p>Raphel maì amech zabi almi<br />
cominciò a gridar la fiera bocca<br />
cui non si convenian più dolci salmi.</p>
<p>*</p>
<p><em>Nel margine della guerra II</p>
<p></em>In una deriva del crepuscolo<br />
un corteo, bandiere rosse<br />
a sventolare, io e lei<br />
fino alla piazza.<br />
Cinquanta persone, voci vane<br />
nel deserto. Lacrime agli occhi.<br />
Tutto irrimediabile.<br />
Irredimibile.</p>
<p>Volto<br />
alla chiesa lieve e visionaria.<br />
Lacrime (le stesse)<br />
a questa lontananza.<br />
Bellezza violata, non colta, incolta.</p>
<p>La seguo.<br />
Un canto dal fondo<br />
sotto l’altare.<br />
Mi siedo<br />
nell’ombra crocifissa.<br />
La vista si annebbia.<br />
L’irreparabile. La redenzione.</p>
<p>*</p>
<p><em>Nel margine della guerra III</p>
<p></em>Ciò che è di là da venire<br />
sta addensato e franto<br />
in questo tempo senza tregua.<br />
Trema una figura<br />
al colmo della notte:<br />
è l’ora.<br />
Qui è solo urlo, taglio.</p>
<p>*</p>
<p><em>Trittico del tempo I</p>
<p></em>Ti offro la gola, e tu<br />
non afferrarla.<br />
Spalancati all’aperto.</p>
<p>*</p>
<p><em>Trittico del tempo II</p>
<p></em>Non ricordare più adesso.<br />
Sollevati e credi<br />
che tutto è perduto.</p>
<p>*</p>
<p><em>Trittico del tempo III</p>
<p></em>Non recedo (è necessario) dall’attesa<br />
che scava le ossa e le sostiene<br />
e mi tiene: sospeso come il sole<br />
nel solstizio, in un supplizio<br />
che precipita il mio sguardo<br />
nell’abbaglio del mancarci<br />
nel contagio</p>
<p align="center">**********</p>
<p><strong>la violenza dello stupore<br />
<em>a Varuna</em></p>
<p></strong>Osserva il mondo dal margine.<br />
Senza cardini né giunture.<br />
Dall’estremità del dissenso.<br />
Strappa le cose al sole che nasconde<br />
alla luce che riverbera<br />
e non rischiara.</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong>Vivere al colmo delle forze<br />
sul crimine della vita.<br />
Non rinnegare il riso<br />
che sta col suo segreto a mezzo.</p>
<p>Non avrò altre preghiere adesso.</p>
<p>Non ho che un tempo urlante<br />
limpido.</p>
<p>*</p>
<p><em>Trittico del Sacrificio I</p>
<p></em>Mi inchioda al nome di straniero.<br />
Mi vomita dalla bocca.<br />
Mi riveste della sua vergogna.<br />
Impossibile<br />
è il nome dello svanire.<br />
Offro il mio corpo trafitto<br />
a nessuno.</p>
<p>*</p>
<p><em>Trittico del Sacrificio II</p>
<p></em>Il colpevole.<br />
L’indesiderabile mi afferra. Mi fa suo<br />
desiderio.<br />
Il crocifisso.<br />
La bava alla bocca<br />
la demenza negli occhi.<br />
Il boia.<br />
Pronto il collo a sfuggire al taglio.<br />
L’impiccato.<br />
La lingua oscena<br />
eretta<br />
bianca.<br />
Il silenzio.<br />
Brama di morte, gioia<br />
di un gioco sterminato.<br />
Vomito.<br />
Lame nel ventre,<br />
luce abbagliante che ne sgorga.<br />
Inferno.<br />
Cava immensa ed eterna attesa.<br />
Il sacrificio.<br />
Vuoto incolmabile.<br />
Parto.</p>
<p>*</p>
<p><em>Trittico del Sacrificio III</p>
<p></em>Al vostro gridare<br />
offro silenzio.<br />
Al vostro ringhiare verità<br />
oppongo il mio corpo.<br />
Al vostro sorriso<br />
sputo e maledico.</p>
<p>*</p>
<p><em>L’addio prima dei tempi</p>
<p></em>Notte desolata, e noi con lei.<br />
Nessuna comunanza, nessuna luce.<br />
Neppure il bosco si fa sentire.<br />
Solo smorto pulsare di luna.</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong>Oggi oscura i fuochi<br />
un cielo giallo di gesso,<br />
parete che non offre appigli.<br />
Non una bava di vento<br />
(le bandiere appese:<br />
una schiera di impiccati)<br />
immobile il corso del tempo.<br />
Nemmeno gli uccelli sento cantare.</p>
<p>Solo un gemito<br />
nel tuo gesto,<br />
respiro trattenuto<br />
come da un ghiacciaio<br />
la morena.</p>
<p>*</p>
<p><em>Trittico del sacrificio I</p>
<p></em>Con cocci di bottiglia, coltelli<br />
e un punteruolo<br />
mi sono inscritto nella carne<br />
la carne di chi ho amato.<br />
E’ schizzato un grido d’animale<br />
che mi veste<br />
quando vado a raccattare pene<br />
infradiciato<br />
dal mio demone, dal vino e dalla vita.</p>
<p>*</p>
<p><em>Trittico del sacrificio II</p>
<p></em>Potessi disseccare i miei pensieri<br />
al fuoco d’una trasparenza<br />
estirpare i veleni<br />
e dar luce alle ossa<br />
ma ho solo tagli sulla pelle<br />
e non sono fiamme<br />
né parole.</p>
<p>*</p>
<p><em>Trittico del sacrificio III</p>
<p></em>Fissa gli occhi sul mio riso,<br />
amico che non vedi, forza<br />
i cardini dello sguardo<br />
(il mio, il tuo):<br />
se qualcosa distingui ancora<br />
in questa confusione, tra bottiglie<br />
risate e spreco di vanità,<br />
sappi che nel cavo della bocca<br />
è la deriva che mi porta.<br />
Fa’ che questa notte mi sia lieve.</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong>Giorno verrà<br />
che la tua brama ti sarà nome<br />
e lo spasmo ti afferrerà alla gola<br />
per farti cielo, e terra<br />
e piuma d’incenso, e breccia.</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong>Qui è il punto di implosione.<br />
La natural burella.</p>
<p>Di qui in avanti<br />
non ci si può che distendere.</p>
<p>La via è lunga,<br />
il cammino malvagio.</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong>Non resta che la vita,<br />
il bordo affilato delle cose.</p>
<p align="center">**********</p>
<p><strong>l’occhio solare<br />
<em>a Mithra</em></p>
<p></strong>Il cielo è sgretolato<br />
(tremante dall’eco dei passi<br />
lungo un sentiero nascosto).</p>
<p>Non oltre si fa l’eco parola<br />
(non oltre risuona).<br />
Un sussurro spalanca quest’eco.</p>
<p>Un soffio di voce incendiata<br />
sgretolato da piccoli passi.<br />
Più avanti! Non oltre! Che nulla più<br />
accada!</p>
<p>(Nel roveto è l’antico fuoco<br />
e la rosa abbagliata<br />
dai nostri passi di fango)</p>
<p>*</p>
<p><em>Trittico della terra I</p>
<p></em>Si è affilato il suono che dissipa<br />
il sovrappiù che non conosce pena:<br />
quello sei tu, ripete la parola<br />
come fuoco avvampa<br />
e non consuma.</p>
<p>*</p>
<p><em>Trittico della terra II</p>
<p></em>Nel profondo radicarsi – e intorno<br />
corona d’alberi puntati a un cielo<br />
informe.<br />
Abbarbicato a terra,<br />
l’occhio disciolto in luce.</p>
<p>*</p>
<p><em>Trittico della terra III</p>
<p></em>Su questa terra<br />
attendi il tempo dello stare.<br />
Da questo fico<br />
lo stillare di nettare,<br />
d’aurora.</p>
<p>*</p>
<p><em>Canti per lo spegnimento I</p>
<p>Canto bosniaco</p>
<p></em>Giorno assolato di ultima cena<br />
non fare che il cielo si oscuri<br />
(trafitto da chiodi, da spine)<br />
rimani nel gesto<br />
di prodiga luce<br />
…</p>
<p>Rispondi in un solo silenzio<br />
che tutto contiene<br />
e nulla vuol dire<br />
lasciarsi<br />
morire<br />
…</p>
<p>*</p>
<p><em>Canti per lo spegnimento II</p>
<p>Canto a Krsna il divoratore</p>
<p></em>Sradica le mie speranze<br />
dissolvi i miei legami<br />
distruggi, fanne brani<br />
sprofondali nell’occhio di uragano<br />
trapassa il mio cranio<br />
con la tua tremenda mano<br />
fanne fodero ignoto<br />
della lama infuocata<br />
del tuo vuoto.</p>
<p>*</p>
<p><em>Canti per lo spegnimento III</p>
<p>Canto per la partoriente</p>
<p></em>Se è tuo anche il dolore<br />
come potrò gridare<br />
senza essere travolto dal tuo gridare<br />
e abbandonarmi<br />
come un cadavere al fiume?</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong>Avere il senso<br />
nelle cose che sono<br />
percorrere il limite<br />
del pieno e del vuoto:</p>
<p>nel Due che è solo Uno<br />
(nello Zero che è regno<br />
di Nessuno)</p>
<p>*</p>
<p><em>Al monte Tambura</p>
<p></em>La tua roccia è lieve<br />
come le cose eterne:<br />
spreme dolore<br />
ne fa vapore entro lo sguardo<br />
battito di ciglia<br />
che fa compiuti i tempi.</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong>Non scavare l’assenza<br />
che sfugge alla breccia.<br />
Sta nel cavo del corpo e non chiama<br />
altra luce.</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong>Tutto crepita.<br />
Il cipresso in fondo alla piana<br />
si carica dei voleri della terra<br />
li solleva in alto<br />
cantilene puntate verso il trasparente<br />
abbaglio del cielo.</p>
<p>Eppure tutto si offre<br />
immobile alla vista.</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong>Non più tremore, o notte<br />
nel teatro troppo pieno dello sguardo.<br />
Sfonda il senso che esplode<br />
nella bocca, apri la gola<br />
con taglio di rasoio, libera il grido<br />
che non conosce luce.<br />
Accecati nel bagliore dello sguardo<br />
muto, nel suo tremore,<br />
o notte.</p>
<p>*</p>
<p><em>Mehr licht</p>
<p></em>Nell’attesa<br />
(l’orecchio alla porta chiusa)<br />
ascolta lo sguardo che invoca<br />
‘più luce!’<br />
che chiede l’arsura<br />
la sete.</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong>Eppure sto legato a questa vita.<br />
Alla sua Meravigliosa vanità.<br />
Alle sue faticose Verità.</p>
<p align="center">**********</p>
<p><strong>delle parole<br />
<em>a Theuth</em></p>
<p></strong>La tensione dello scrivere.<br />
In punta di sedia<br />
poca luce al centro del buio.</p>
<p>Divina lingua dei guaranì<br />
che ha una parola sola<br />
per dire &#8220;parola&#8221;<br />
una parola sola<br />
per dire &#8220;anima&#8221;.</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong>(lo sfondo, assente):</p>
<p>la parola a fuoco sull’interiore<br />
occhio della dismisura<br />
e dell’aderenza:</p>
<p>la parola che sfugge all’esteriore<br />
occhio giudicante<br />
che misura la distanza:</p>
<p><em>Se avanzano le cose le parole,<br />
doglia, superbia e l’ignoranza vostra<br />
stemprate al fuoco ch’io rubbai dal sole.</p>
<p></em><strong>*</p>
<p></strong>Condensa il pensiero<br />
e fallo implodere,<br />
dici con un gesto.<br />
Dissolvilo nell’acido<br />
con dolcezza…</p>
<p>Ma il pensiero sta nei bordi:<br />
che non sia troppo sfrangiato<br />
non si ficchi nella carne<br />
come ruota dentata.</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong>Scrivere lo zero per simboli.<br />
Confessare l’inconfessabile per figure.</p>
<p>Di fronte all’inadeguatezza delle parole<br />
si scelga una costellazione<br />
e la si costruisca logicamente…</p>
<p>Rendere le figure chiare e distinte.</p>
<p><strong>*</p>
<p></strong></p>
<p align="center">Per abolire tutte le immagini<br />
disponile in nitida forma.<br />
Fanne una scala<br />
montaci sopra<br />
buttala.<br />
Ora.
</p>
<p align="center">**********</p>
<p><strong><em>al dio di agar</p>
<p></em></strong>Era la schiava di Sara, moglie di Abramo. Fu costretta ad accoppiarsi col vecchio Abramo perché questi avesse una discendenza. Rimase incinta. E Agar l’egiziana seguì l’umano istinto di rivalsa sulla padrona. Cominciò a guardarla con disprezzo. Allora, con il permesso di Abramo, Sara trattò Agar con durezza di padrona. E Agar fuggì nel deserto, e nel deserto si perse.<br />
Un angelo la trovò presso una sorgente d’acqua. Agar udì la sua voce. L’angelo conosceva il suo nome, e le domandò il senso del suo tragitto. Torna dalla tua padrona, le disse. Poi le mostrò la sua discendenza, che sarebbe stata smisurata moltitudine.<br />
Ismaele, ‘Dio ascolta’, sarebbe stato il nome della creatura che aveva in grembo. Egli era il segno che Dio aveva ascoltato la sua afflizione. L’angelo soggiunse: &#8220;Egli sarà tra gli uomini come un asino selvatico; la sua mano sarà contro tutti, e la mano di tutti contro di lui; e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli&#8221;.<br />
‘Atta-El-Roi’, Tu sei il Dio della Visione. Così disse Agar alla sua visione. La seguì, e fece ritorno. Ma poi, ancora, riprese la via del deserto, e ancora fece ritorno. E così per sempre: in questa erranza Agar sarebbe rimasta, a questa erranza Agar si sarebbe abbandonata.</p>
<p align="center">**********</p>
<p><strong><em>memorie a venire</p>
<p></em>Salamandra</p>
<p></strong><em>Sono gli occhi a paralizzare la lingua, a incenerire sul nascere le parole. Una linea di fuoco, ponte gettato tra gli occhi e il mondo, solca lo spazio davanti, lo incendia &#8211; e in questo calore il silenzio.</p>
<p></em><strong>Vir desiderium</p>
<p></strong><em>Poi fu il desiderio.<br />
Riprodurre la trama del velo infuocato steso davanti agli occhi. Squarciarlo, fino al punto silenzioso dove s’irraggia lo sguardo. Dove lo sguardo è puro, senza oggetto.<br />
Allora la scrittura fu abitata.</p>
<p></em><strong>Theoria</p>
<p></strong><em>Occorre fare come l’arciere, che punta verso il sole per centrare il bersaglio.<br />
Che quel fuoco impenetrabile si apra un istante &#8211; come tra le acque del Mar Rosso la Terra Promessa.<br />
Che gli occhi sempre più sottili si arrovescino, ed escano dalle orbite. Che sia punto di fuga uno sguardo immenso, il più profondo e superficiale. Che tutto veda, e nulla ricordi, né speri.</p>
<p></em><strong>Anima mundi</p>
<p></strong><em>Pesci ciechi in un mare di luce, mossi da onde senza forma… Su un fondo assente anneghiamo, in un soffocamento senza fine, invocazione senza dio…<br />
Ma (qui, adesso) possiamo danzare… essere la forza delle onde… E se le onde sono luce, è solo per la nostra caparbietà d’assoluto… per la volontà di danzare… di farci flutto in ogni mare…</p>
<p></em><strong>Traccia</p>
<p></strong><em>E’ un grande buco nello stomaco, come non mangiare da giorni e avere una fame da metter sotto i denti cibo per cani e carne di topo, e celebreresti e ringrazieresti. Ti abita una fame sterminata. Nessun cibo ti sazierà.<br />
Non per questo sei dannato. Tutt’altro. E’ lì che dimora la salvezza. Occorre porsi al centro di questo buco, e non pensare a mangiare. Solo stare in questa mancanza spropositata. Farsi succo gastrico &#8211; e un succo gastrico non ha fame. Divenire il proprio stesso stomaco affamato, e stupirsi e celebrare quando calano giù dall’esofago bocconi di cielo, nutrienti pani senza lievito da gustare nella perfetta solitudine per riconsegnarli all’assoluto caos dell’universo.<br />
Allora, nutrito da un miracolo, vedi l’eternità dell’istante, la tua morte, e il cuore esplode di gioia, ché tutto intorno è pane, e lievito.</p>
<p></em><strong>Sunya</p>
<p></strong><em>Scomparve nel bianco delle pagine, per farsi pietra, obelisco, frammento di cometa perso nello spazio, e diede vita alla sua danza più bella.</p>
<p></em><strong>Excessus mentis</p>
<p></strong><em>Fatti granello di polvere, per essere luce.<br />
Che la tua vista annebbiata possa confondere una rosa bagnata e un rasoio tagliente, il cielo vuoto e un ansimare di cane stremato, il volto immacolato della vergine e le frustate inflitte al corpo di suo figlio.<br />
Allora non esisterà testa, ma solo membra luminose di quelli che un tempo erano corpi, i corpi dei cadaveri che nutrono la terra, linfa vitale, prima energia d’oblio, e quelle membra verranno a comporre miriadi di meravigliose figure, costellazioni sempre diverse in perenne divenire, e quelle immagini si confonderanno, trapasseranno l’una nell’altra fino a sparire, e così sarà per sempre, sistole e diastole nell’eterna eternità.</p>
<p></em><strong>Cenere</p>
<p></strong><em>In questo interminato mutamento, cieco è il punto di fuga.<br />
Là siamo occhi, fiori di fuoco in una massa di lava e diluvio, immenso vortice di energia verticale che ci scaglia nella cavità ricolma di luce degli angeli, dove la purità assoluta è assoluta sozzura.<br />
Nel cavo della luce gli insetti più schifosi vedono colori che gli umani non sanno.<br />
Gli angeli ci sputano fuori, della nostra polvere ricoprono il mondo, un bellissimo nulla per il nostro sacrificio.</p>
<p></em><strong>Luce</p>
<p></strong><em>Là è squadernato il mistero, sulla superficie del mare, ora che l’ultimo sole crea un serpente di luce, fiammelle che balzano da un’increspatura all’altra, senza farsi afferrare, e man mano che si allontanano dalla riva si fanno sempre più fitte, e vanno a confondersi in un solo, grande fascio di luce, fino a formare un immobile punto luminoso, splendente, invisibile, e gli occhi si chiudono per il troppo bagliore…</p>
<p></em><strong>Zero</p>
<p></strong><em>Dimentica tutto, tranne le tue visioni.</p>
<p></em></p>
<p align="center">**********</p>
<p><strong>Credibili ‘verità’<br />
di </strong><strong>Mariella Bettarini</strong></p>
<p>Raccolta di testi (poetici, ma non solo) irta, ardua, talora persino spietata con se stessa, questa &#8220;opera prima&#8221; di Marco Rovelli. Testi di forte pensiero: non solo (e nient’affatto), dunque, testi poetici, se per &#8220;poetici&#8221; s’intenda lirici, effusivi. Niente lirica, qua. Di lirica non c’è bisogno, mai, in una &#8220;erranza&#8221; così, in una congiuntura tanto acuminata e feroce, mai consolatoria. Profetica, anche, per via delle molteplici strade di (buia) luce, per via della molta luce (oscura) che permea queste pagine, il cui epilogo &#8220;a venire&#8221; è – non a caso – (e in prosa) di taglio frammentario, aforistico, &#8220;visionario&#8221;, sapienziale: &#8220;Scomparve nel bianco delle pagine&#8221;; &#8220;Allora non esisterà testa, ma solo membra luminose di quelli che un tempo erano corpi&#8221;; &#8220;(…) e vanno a confondersi in un solo grande fascio di luce, fino a formare un immobile punto luminoso&#8221;; &#8220;Dimentica tutto, tranne le tue visioni&#8221;, e si potrebbe continuare a lungo.<br />
I testi in versi si muovono seguendo spesso un andamento &#8220;ternario&#8221;: &#8220;trittici&#8221;, tre canti (&#8220;trittico della terra&#8221;, &#8220;trittico del sacrificio&#8221;; &#8220;tre canti per lo spegnimento&#8221;, ecc.) ove – ancora – sono i temi duri, forti, &#8220;sacrificali&#8221; della terra, della luce, del fuoco, della carne, della morte ad empirsi (e ad adempiersi) di senso e significato, mediante significanti spesso di non immediata &#8220;leggibilità&#8221;, di non sempre semplice e diretta &#8220;presa&#8221;: &#8220;Sradica le mie speranze,/ dissolvi i miei legami,/ distruggi, fanne brani&#8221; (da &#8220;Tre canti per lo spegnimento – II&#8221;); &#8220;(…) mi sono inscritto nella carne/ la carne di chi ho amato./ E’ schizzato un grido d’animale/ che mi veste&#8221; (da &#8220;Trittico del sacrificio – I&#8221;), e così via. Presente, nella raccolta, sempre, il segno, il sigillo della contraddizione: quella di chi &#8220;osserva il mondo dal margine&#8221; e insieme vive &#8220;al colmo delle forze/ sul crimine della vita&#8221;. Contraddizione indispensabile, feconda, se non si vuol fare di sé, della vita, della parola fantasime insussistenti, paurose insignificanze. E’ che – insieme e poi &#8211; non si può &#8220;rinnegare il riso/ che sta col suo segreto a mezzo&#8221;.<br />
Ecco: contraddizione, riso mi paiono essere le credibili &#8220;verità&#8221; (ma senza esclamanti euforie) dell’esprimersi di Marco Rovelli, della sua coraggiosa, lucente/notturna &#8220;erranza&#8221;, offerte ad un altrettanto indomito lettore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/corpo-esposto/">corpo esposto</a></p>
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