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	<title>Nazione Indiana &#187; potere</title>
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		<title>Psicodramma del potere</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 09:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>Era tornato Riccardo, dopo una assenza piuttosto lunga dovuta a una malattia seguita alle vacanze natalizie.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/il-potere-grande-che-e-piccolo-che-e-grande/">Psicodramma del potere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/il-potere-grande-che-e-piccolo-che-e-grande/xir187859/" rel="attachment wp-att-41578"><img class="alignleft size-medium wp-image-41578" title="XIR187859" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/jean_baptiste_colbert_1651_90__hi-282x300.jpg" alt="" width="282" height="300" /></a>L’altra sera al gruppo di psicodramma ho fatto un interessante collegamento tra una problematica per così dire oggettiva (politica, nella fattispecie) e un dato esistenziale con epicentro individuale.</p>
<p>Era tornato Riccardo, dopo una assenza piuttosto lunga dovuta a una malattia seguita alle vacanze natalizie. Subito le ragazze, che di solito all’interno del gruppo sono le più ricettive riguardo agli stati d’animo dei presenti, hanno notato la sua faccia immobile, triste. Allora il conduttore gli ha chiesto se andava tutto bene, se voleva parlare del periodo appena trascorso. Riccardo, che gestisce un piccolo negozio di cartoleria, ha detto che per lui è un momento difficile. La crisi lo sta riducendo sul lastrico, le vendite sono ridotte praticamente a zero, inoltre ha ricevuto una visita della Guardia di Finanza che l’ha scaraventato in uno stato di confusione mentale. Sono entrati in due, maresciallo e agente, l’hanno sottoposto a estenuanti verifiche, soprattutto riguardanti il contratto d’affitto. Si è sentito schiacciato, vessato, perseguitato. Lui, piccolo negoziante quasi rovinato dalla crisi economica e dall’accanimento del fisco, forse dovrà chiudere il negozio. Avrebbe voluto farli a pezzi, ha detto, falciarli con un mitra, cancellarli, disintegrarli. Ma non ha fatto nulla, ha dovuto subire, come sempre, come tutti.</p>
<p>Il conduttore l’ha subito fatto salire sul palco, chiedendogli di scegliere i due finanzieri. Io sono diventato il maresciallo, mentre un altro ragazzo del gruppo ha assunto il ruolo dell’agente. È seguito uno psicodramma teso, ma anche comico, con me che recitavo la parte del sottufficiale spietato, persecutorio, il ragazzo che mi spalleggiava rivolgendosi a lui con punte di violenza verbale e anche qualche epiteto (nello psicodramma tutto viene enfatizzato, spogliato di ogni mediazione perché bisogna arrivare al nocciolo incandescente). Riccardo oscillava dalla risposta passiva alla rabbia, colpendomi col cuscino (lo strumento usato per scaricare l’aggressività), poi tornando passivo e fatalista, che era il suo atteggiamento dominante. Il senso era chiaro: io rappresentavo l’autorità, o meglio l’autoritarismo, quel Potere primordiale col quale tutti abbiamo fatto i conti e che ha lasciato segni in noi, ricordi, ma anche ferite, risposte di varia intensità, rabbia, paura, tristezza, ribellione, quando le nostre forze non erano ancora sviluppate e noi eravamo indifesi, e soli, e impreparati, e inesperti.</p>
<p>Terminato il lavoro siamo passati alla fase della verbalizzazione e delle condivisioni. Il conduttore ha fatto un’associazione tra il suo atteggiamento passivo, in alcuni momenti assente, straniato, e la sua infanzia, quando lui, ultimogenito di quattro fratelli, viveva protetto e isolato tra le braccia della madre mentre intorno a lui i fratelli e la sorella litigavano, si ribellavano, i genitori sgridavano, urlavano, ordinavano. Quel lasciare scorrere le cose, quel chiamarsi fuori dall’aggressività che imperava nel suo ambiente ha continuato a seguirlo e a condizionare le sue scelte. Fate quello che volete, diceva quando il maresciallo lo incalzava e lo minacciava per il timbro mancante, che significava anche fate <em>di me</em> quello che volete.</p>
<p>Le condivisioni hanno subito preso una direzione oggettiva, che per un po’ il conduttore ha tollerato: il fastidio per i controlli, il disprezzo per i finanzieri “che sono tutti corrotti”, il tormento di un fisco iniquo e ottuso, regole grottesche, insensate, per cui è comprensibile se non condivisibile che si evada e così via. Io sono intervenuto esprimendo disagio per questo atteggiamento che ho definito “all’italiana”: molte regole sono sbagliate, lo sappiamo, ma con questo scarso rispetto per la cosa pubblica e la propensione a fregare nulla potrà mai cambiare nel paese. Nulla potrà mai <em>crescere</em>.</p>
<p>A questo punto il conduttore ha raddrizzato la barra, riportando la discussione verso i temi che ci interessano, cioè i nostri atteggiamenti, le nostre risposte alla vita. <em>Crescere</em>: i genitori non possono pretendere che i figli crescano, e migliorino, senza una guida. Un genitore non può intimare a suo figlio: ora <em>devi</em> risolvere i tuoi problemi, ora <em>devi</em> eliminare le tue contraddizioni, <em>devi</em> diventare perfetto. È l’esempio che conta; è il comportamento del genitore che favorisce la crescita, perché lui è la guida, e non può esistere sviluppo senza una guida etica, rispettosa e rispettabile.</p>
<p>D’un tratto ho avuto un flash intenso. Una luce abbagliante. <em>Crescita</em>. Non si parla d’altro in questo periodo. È la parola d’ordine del governo dei banchieri che sta mettendo a ferro e fuoco il paese. Un governo – una guida – che si presenta al popolo con l’indice puntato e intima: ora <em>voi</em> dovete pagare. Pagare tutto e per tutti. La crisi è molto grave, c’è il rischio del fallimento, ma <em>noi</em> non paghiamo niente. Noi non c’entriamo con voi. Noi siamo altro. Noi siamo gli intoccabili.</p>
<p>Si dice che una classe dirigente, un governo – una guida – è l’espressione di una cultura popolare. Ma un popolo non cresce solo con se stesso, senza una guida credibile. Il nostro paese ha un passato di terra divisa, spartita tra signori, papi, re e reucci, una dittatura fascista che l’ha portato alla rovina e alla tragedia, cinquant’anni di dominio democristiano all’insegna del bizantinismo e della falsità, dove per comunicare una cosa si affermava il suo contrario, quindici anni di un grottesco sultanato nel quale è stata esaltata la disonestà, la condotta mafiosa, il vilipendio della Costituzione nata da una dura guerra di liberazione.</p>
<p>Oggi un popolo storicamente educato da secoli di esempi negativi, che non ha avuto la possibilità di creare un’idea di stato e di comunità, assiste per l’ennesima volta alle performance di una casta di potere blindata nel suo privilegio che si permette di decidere sulla lunghezza della vita lavorativa altrui. Si obietta che riducendo lo stipendio, il rimborso spese, il vitalizio dei parlamentari (realmente, non il gossip mediatico su 1.300 euro lordi) non si coprirebbe certo il mostruoso buco in bilancio. E quindi si continua così, con una casta che mentre favorisce se stessa e la propria intoccabilità impone sacrifici pesanti agli altri in nome della crescita. Di fatto col suo esempio dice, con parole apparentemente contrarie che evocano “rigore” ed “equità”: invidiateci, imitateci, imparate a fare i furbi, a disprezzare il vostro prossimo, a calpestare i deboli e a nutrire i ricchi. Noi siamo eterni, il nostro avvenire è fuori discussione, ma abbiamo l’idea fissa di favorire i licenziamenti facili, perché i diritti altrui sono merce di scambio, sono polvere. I nostri invece sono sacri. Il capo di un governo composto da superbaroni universitari inamovibili, che viaggiano da un incarico all’altro, si presenta per l’ennesima volta in televisione dove, con stile salottiero, definisce “monotono” il lavoro fisso, annuncia che i giovani devono abituarsi a cambiare, perché il posto fisso possono scordarselo. Come se parlasse ai rampolli privilegiati della sua personale élite, mentre sta umiliando chi il lavoro non solo non può cambiarlo, ma neanche trovarlo, anche a costo di appellarsi alla Madonna di San Luca per tutta la vita.</p>
<p>Questo è l’esempio per il paese, l’esempio per la crescita.</p>
<p>Questa è la guida.Una guida indegna di questo nome, guida al nichilismo e all’egoismo.</p>
<p>Guida di uomini di paglia, di uomini di niente.</p>
<p><em>(Immagine: J.M. Nattier, &#8220;Jean-Baptiste Colbert&#8221;, 108&#215;113 cm, olio su tela)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/il-potere-grande-che-e-piccolo-che-e-grande/">Psicodramma del potere</a></p>
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		<title>Architettura e potere</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 09:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>In un libro che racconta di potere e architettura non si poteva tacere di Speer, di Pagano e Piacentini, di Iofan e Le Corbusier, del repertorio di cupole e colonnati, assi e scalinate monumentali che in diverse combinazioni hanno dato vita a progetti di mausolei e palazzi di governo, della “macchina da scrivere” piazzata sui Fori o della Große Halle rimasta sulla carta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/10/architettura-e-potere/">Architettura e potere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/crystal1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-40313" title="crystal1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/crystal1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Lucia Tozzi</strong></p>
<p>In un libro che racconta di potere e architettura non si poteva tacere di Speer, di Pagano e Piacentini, di Iofan e Le Corbusier, del repertorio di cupole e colonnati, assi e scalinate monumentali che in diverse combinazioni hanno dato vita a progetti di mausolei e palazzi di governo, della “macchina da scrivere” piazzata sui Fori o della Große Halle rimasta sulla carta. Ma in fondo del blocco storico dell’architettura totalitaria anteguerra si sa già tutto, o per lo meno l’autore non ha molto da aggiungere. Deyan Sudjic non è uno storico da archivio, uno di quei pallidi ricercatori che estraggono prodigiose rivelazioni dai faldoni: è un critico di architettura che nel 1983 ha fondato insieme a Peter Murray la rivista Blueprint, e poi è stato direttore di Domus dal 2000 fino al 2004, della Biennale di Architettura a Venezia nel 2002 e del Design Museum di Londra dal 2006. Da decenni è letteralmente immerso nel mondo degli architetti, in una posizione dominante da cui nulla può sfuggirgli. Il suo è un sapere mondano e diretto, sofisticato proprio perché fatto di relazioni personali, di confidenze altrimenti inaccessibili, di un monitoraggio continuo del contemporaneo, e di infiniti concorsi, appalti, premi e giurie che gli hanno consentito di filtrare una mole imponente di informazioni sui meccanismi del potere.<span id="more-40312"></span></p>
<p>L’importanza e l’interesse del saggio (“Architettura e potere. Come i ricchi e i potenti hanno dato forma al mondo”, Laterza 2011) aumentano quindi esponenzialmente con l’avanzare dei capitoli e della cronologia: molto più appassionanti le vicende dell’architetto Locsin che trasferì le proprie tetre competenze dalla coppia Marcos al sultano del Brunei, o di Saddam che condivise con Jacques Attali, l’ambizioso delfino di Mitterrand, i pacchianissimi Berthet e Pochy (che riempirono di soffitti a specchio tanto la sede londinese dell’odiosa quanto fallimentare EBRD, l’European Bank of Reconstruction and Development, che il terminal personale di Saddam nell’omonimo aeroporto internazionale), piuttosto che i soliti piani di Mussolini e Mao Tse Tung.<br />
Meglio ancora le pagine dedicate alle biblioteche presidenziali, un genere che negli Stati Uniti viene declinato in modo molto peculiare come parco a tema: la descrizione della Bush senior Library, ispirata alla Rotonda di Jefferson (e quindi discendente in linea diretta dal Pantheon) e ornata da cinque cavalli di bronzo lanciati in corsa verso un pezzo di muro di Berlino, opera dell’artista western Veryl Goodnight, sfiora il sublime. Superata l’allegoria della sconfitta del comunismo a opera di Bush, si paga un biglietto per attraversare un percorso che rivela a ogni stanza un oggetto simbolico della vita presidenziale: l’aerosilurante Avenger da cui precipitò in Giappone, il jukebox Wurlitzer che suona la hit Boogie Woogie Bugle Boy accanto alla Studebaker che lo trasportò in Texas per la nuova vita postuniversitaria, la riproduzione della Stanza dell’alloro di Camp David. Bellissime anche la Biblioteca Nixon, che svolge il tema dell’inconsistenza del caso Watergate, e la Biblioteca Reagan, dotata di una statua in bronzo di Ronald vestito da cowboy e della riproduzione del chioschetto dove incontrò Nancy per la prima volta, per non parlare della sequenza delle Oval Room dalla Kennedy Library alla Clinton Library (prevedibilmente priva di richiami all’unico evento che l’ha consegnata alla storia).<br />
Eccezionale la storia del reverendo Robert Schuller che riuscì a costruire un complesso ecclesiastico a Los Angeles composto dalla prima chiesa walk-in/drive-in al mondo, progettata da Neutra, dalla Crystal Cathedral di Johnson e da un centro visitatori di Meier. Nello stesso spirito ma con maggiore successo e buon gusto del suo epigono Don Verzè, Schuller ha sempre riposto la massima fiducia nel fatto che al finanziamento avrebbe provveduto Dio.<br />
«Quali che siano le loro intenzioni, alla fine l’attività degli architetti viene definita non tanto dalla loro retorica, quanto dagli impulsi che spingono i ricchi e i potenti a servirsi di loro per tentare di dare forma al mondo», questa è la conclusione del libro di Sudjic, elaborata dopo anni di contiguità con l’ambiente puttanesco dell’architettura. L’implicazione critica più importante, formulata in maniera scandalosamente ardita per un pluridirettore come lui, è che «Le Corbusier e Mies van der Rohe, Rem Koolhaas, Renzo Piano, Wallace Harrison, Frank Gehry non sono liberi creatori. Il loro lavoro dipende dal coinvolgimento nel contesto politico mondiale». Nessun altro intellettuale organico al sistema internazionale dell’architettura oserebbe equiparare in maniera tanto esplicita il ruolo servile di intoccabili icone come Koolhaas o Piano a quello di volgari gregari di regime. I racconti di maggior successo contenuti nel testo sono infatti quelli che mostrano il narratore onnisciente, vale a dire il gossip riferito da chi ha avuto accesso alle stanze più segrete del potere: le strategie combinate di Jencks e Koolhaas perché quest’ultimo si aggiudicasse il concorso del CCTV, il palazzo della propaganda televisiva cinese. I retroscena della relazione tra Thomas Krens, il piratesco direttore del Guggenheim, e Frank Gehry. Il patetico opportunismo di Libeskind a Ground Zero. Il lungo processo politico e legale contro gli sprechi per il Parlamento scozzese di Miralles. Le dimissioni da dandy che Aldo Rossi porse al vessatorio Eisner per il progetto di Euro Disney (“Certo io non sono Bernini, ma sfortunatamente lei crede di essere il re di Francia”). Piano à genoux alla corte di Agnelli. Fatti raccontati alle volte con un certo spirito, altre infiacchiti da commenti mitigatori (come quelli sul buon gusto di Agnelli) o da una prosa ridondante, appesantita da una traduzione non eccelsa. Anche dopo un pezzo di colore brillante su un qualche monumento grandioso, Sudjic non si stanca mai di ripetere quanto deliranti e psicopatologiche fossero le intenzioni dei committenti, e quanto pacchiani i progetti. È come se Proust si fosse sentito in dovere di precisare qua e là nella Recherche che Charlus è un finocchio.<br />
Al di là dei fatti, però, non esiste nessun impianto teorico: nessuna risposta sul senso dell’architettura, nessuna distinzione politica e storica, a parte una banale posizione contro ogni dittatura, e soprattutto neppure un caso positivo. Un vuoto che implica un rischio molto preciso, l’accettazione reazionaria dell’inesorabilità del sistema.</p>
<p>(pubblicato su Alfalibri, numero di ottobre 2011)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/10/architettura-e-potere/">Architettura e potere</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Censure: il passato davanti</title>
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		<pubDate>Mon, 02 May 2011 06:32:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Censure: il passato davanti / Giambattista Tirelli
<p style="text-align: justify; font-size: 80%;">[In via sperimentale, Nazione Indiana mette a disposizione questo articolo anche come <em>ebook</em>, nei formati .epub e .mobi (<a title="articolo in formato .mobi" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/censure_il_passato_davanti_giambattista_tirelli.zip" target="_blank">file zip scaricabile qui</a>)]</p>
<p style="text-align: right;"><em>Al mio coraggioso Marco che onora le virtù civiche.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/02/censure-il-passato-davanti/">Censure: il passato davanti</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: justify;">Censure: il passato davanti / Giambattista Tirelli</h2>
<p style="text-align: justify; font-size: 80%;">[In via sperimentale, Nazione Indiana mette a disposizione questo articolo anche come <em>ebook</em>, nei formati .epub e .mobi (<a title="articolo in formato .mobi" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/censure_il_passato_davanti_giambattista_tirelli.zip" target="_blank">file zip scaricabile qui</a>)]</p>
<p style="text-align: right;"><em>Al mio coraggioso Marco che onora le virtù civiche.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Svolgeremo alcune considerazioni motivate innanzitutto dalla volontà di comprendere se per le biblioteche pubbliche si pone, e in quali termini, una questione <em>censura</em>, la cui pericolosità potrebbe derivare dal suo svilupparsi <em>nelle cose</em>: da un’insufficiente comprensione della natura degli interessi che la ripropongono, nonché dalla mancata percezione dei possibili approdi cui potrebbero condurre le tecnologie della comunicazione istantanea globalizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Proveremo ad attualizzare qualche categoria analitica ampiamente utilizzata dagli storici che si sono occupati di censura libraria. Speriamo che lo sforzo di mantenere agganciati, entro un continuo argomentativo, passato e presente e futuro, non offra il fianco a fondate critiche di anacronismo.<span id="more-38915"></span></p>
<h3 style="text-align: justify;">1. “Con le stesse sinistre operazioni”</h3>
<p style="text-align: justify;">Un apprezzabile e essenziale lavoro di Mario Infelise, dedicato a evidenziare ragioni e forme della plurisecolare censura libraria, si conclude avanzando considerazioni che possono ben fungere da sostanziale asse metodologico di altri ragionamenti tesi a mettere in luce tanto le variabili quanto le costanti politiche e culturali che hanno motivato e motivano l’intervento delle forze dominanti &#8211; del <em>potere</em> – nei processi di comunicazione sociale al fine di influire su dinamiche e esiti della formazione intellettuale e morale dei governati, o per dirlo altrimenti, dell’opinione pubblica e quindi sugli orientamenti collettivi cruciali per il consenso ai governanti (considerati non solo sotto il profilo istituzionale).</p>
<p style="text-align: justify;">Va accolto l’invito a evitare valutazioni semplicistiche, e in ultima analisi cieche, ricorrenti a schemi interpretativi manichei, dove si confrontano in secca contrapposizione il bene e il male, l’oppressione e la libertà; dove si sottovalutano le questioni che fondano le legislazioni, o si dimenticano le sinergie del punire giuridicizzato col sorvegliare del conformismo sociale, delle intolleranze ideologiche (secolari e religiose) a danno delle minoranze ritenute devianti.<a name="testo1" href="#nota1"><sup>1</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ben sappiamo che non è storicamente data governabilità equiparabile alla pura coercizione. Sempre si esprime, invece, tramite una miscela di costrizioni e persuasioni assai variamente dosate, condizionata dalla natura dei poteri vigenti e dalla loro articolazione più o meno complessa, nonché dall’efficacia delle autonome forze imperative. Non è riscontrabile censura che non sia affiancata da interventi positivi – compresi compromessi e studiate passività – a sostegno dell’ortodossia, o comunque utili a depotenziare gli antagonismi. Proprio così allora: “non è possibile definire una volta per tutte il quadro entro il quale la libertà di espressione può essere esercitata poiché esso tende a configurarsi in maniera sempre nuova, a seconda dell’evolversi delle tecnologie dell’informazione, in funzione dei sistemi istituzionali e di esigenze di carattere sociale”,<a name="testo2" href="#nota2"><sup>2</sup></a> dove le componenti economiche sono sempre presenti e rilevanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sospettiamo tuttavia che cogliere come “spesso la repressione si sia manifestata in epoche [diverse e anche] lontane con le stesse sinistre operazioni”<a name="testo3" href="#nota3"><sup>3</sup></a> dia giustificato segno a non pochi sforzi storicizzanti, nel senso di necessitarne le conclusioni: a fronte di radicali cambiamenti, nel tempo, degli strumenti (i <em>media</em>) di diffusione delle idee registrate e quindi delle armi della battaglia culturale, gli aspiranti all’<em>egemonia repressiva</em> hanno messo in campo strategie (e tattiche conseguenti) sempre tese a realizzare un più o meno penetrante controllo, a seconda delle necessità richieste dalle circostanze, della disponibilità materiale e concettuale delle risorse informative rivolte a utilizzatori reali e potenziali. Insomma: che la critica ai novelli fautori della “licenza de’ superiori” possa con pertinenza ricorrere ad antiche obiezioni, forse è indizio di involuzioni conservatrici nella dimensione politico-sociale, più che di una pigrizia metodologica da ascrivere a chi le indaga.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrà pur dire qualcosa &#8211; l’esempio s’impone &#8211; che sia del presente ravvicinato (A. D. 2011, era della <em>rete</em>) la minacciata iniziativa di privare le biblioteche pubbliche del glorioso territorio veneto delle pubblicazioni dovute ad autori sgraditi a personaggi dell’amministrazione locale.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda risulta tanto più preoccupante quanto più i suoi promotori sembra non ne colgano l’enormità, le implicazioni eversive rispetto alle logiche democratiche generali. Dalla stampa locale veneziana si apprende infatti che l’assessore regionale all’istruzione ribatte all’accusa di illiberalità rivendicando la liceità del proprio autonominarsi gestore della “censura morale”, e pure del dare “un indirizzo politico” a insegnanti e bibliotecari affinché non diffondano i libri di autori nemmeno giudicati per le loro opere, ma in ragione delle opinioni manifestate relativamente a un fatto politico-giudiziario specifico.<a name="testo4" href="#nota4"><sup>4</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’imperdonabile colpa dei reprobi è la stessa contestata dai coscritti romani &#8211; era il 25 d.C. &#8211; a Cremuzio Cordo, ossia di non aver chiamato anch’essi <em>bandito</em> chi ritenuto per diffusa opinione tale.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storico accadimento è proprio Mario Infelise a ricordarcelo,<a name="testo5" href="#nota5"><sup>5</sup></a> a proposito di origini della censura, citando il Tacito degli Annali, dove racconta che il nostalgico delle virtù repubblicane Cremuzio, certo della condanna, “uscì dal senato e si lasciò morire di fame. I senatori decretarono il rogo, per mano degli edili, dei suoi libri; ma sopravvissero, prima nascosti e poi divulgati.”<a name="testo6" href="#nota6"><sup>6</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna qui sottolineare che l’auspicio dei nostri contemporanei insipienti veneti (tridentini espurgatori <em>ad honorem</em>) sarebbe di rendere indisponibili ai cittadini documenti già accessibili, cioè eliminarli funzionalmente: ancora roghi di fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Distruzione e occultamento dei libri sono azioni analoghe per scopo e risultato; almeno finché la segregazione è efficace e dà, a chi la mette in atto, l’accesso esclusivo ai supporti documentari in termini di consultazione e studio. Si pensi all’organizzazione delle biblioteche impiegate nella battaglia controriformista. Spesso previdero la realizzazione di ricetti <em>segreti</em> destinati a ospitare i libri proibiti ai fedeli, ma non ai custodi dell’ortodossia dottrinaria e perciò documentaria. L’obbiettivo, naturalmente, era il non impedirsi la conoscenza degli avversari necessaria a meglio contrastarli. Inscindibile conoscenza bibliografica e di contenuti.<a name="testo7" href="#nota7"><sup>7</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">È evidente il prioritario scopo della censura applicata alla biblioteca: definire il profilo culturale &#8211; filosofico, scientifico, letterario – della raccolta e determinare così le condizioni della sua reale disponibilità (pubblicità).<a name="testo8" href="#nota8"><sup>8</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’episodio che vede affannarsi mediocri protagonisti risulta paradigmatico della variegata fenomenologia censoria prima tratteggiata, nella quale sembra ineluttabile che gli intolleranti riescano “solo a provocare disonore a sé e notorietà alle loro vittime.”<a name="testo9" href="#nota9"><sup>9</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">A noi immersi nei flussi gratuiti della comunicazione di massa è familiare l’effetto pubblicitario indotto dalle pressioni proibizioniste in generale, e in particolare da quelle esercitate in campo culturale. Per l’ostracismo librario la cosa è ampiamente provata e documentata (anche nelle carte dell’Inquisizione) per ogni tempo e luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma a fronte delle dure repliche della realtà, le Chiese e gli Stati dovettero compiere una progressiva conversione strategica delle pratiche censorie e puntare più sulla risposta culturale che sulla non risolutiva azione repressiva preventiva. La Chiesa cattolica, in particolare, non lesinò i mezzi tipografici e le risorse intellettuali necessari a dispiegare in tale chiave una controffensiva che divenne permanente: inaugurata per contrastare la Riforma, si prolungò prima contro i Lumi e poi &#8211; ancora si manifesta &#8211; in antagonismo alle varie declinazioni della laicità (spesso tacciate di laicismo).</p>
<p style="text-align: justify;">Le pretese di controllo culturale dichiarate dagli aspiranti censori padani presentano rozze caratteristiche da rimarcare: l’apparente inconsapevolezza intorno alla irrealizzabilità pratica dei limitati obiettivi prospettati &#8211; interdizione in una <em>Provincia sola</em> &#8211; dovuta innanzitutto alla molteplicità dei canali di comunicazione alternativi; la mancata promozione di <em>buoni maestri</em>. Si tratta, ci sembra, di eclatanti prove del fatto che si sentono impegnati non in una contesa per far prevalere autonome letture della realtà, ma solo a impedire l’espressione di quelle giudicate avverse; non nella controversia delle idee, ma nell’eliminazione dei termini di confronto.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la miltoniana Areopagitica possiamo ripetere che la loro proposta censoria non può “sottrarsi al novero dei tentativi inutili e vani. E chi avesse voglia di scherzare non potrebbe fare a meno di paragonarla alla trovata di quel bell’ingegno che pensò d’imprigionare le cornacchie chiudendo il cancello del parco”;<a name="testo10" href="#nota10"><sup>10</sup></a> eppoi ribadire che “la migliore e più ferma soppressione del falso ne è la confutazione.”<a name="testo11" href="#nota11"><sup>11</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Altri costruttori del consenso sociale, assai più avvertiti, sanno invece quali siano le leve su cui agire per stare nella partita per l’egemonia. Sì, non si può evitare di <em>buttarla in politica</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia però prima concesso rammentare che la nemesi della censura brandita da chi fu censurato è di antica data e sempre palesa le incoerenze degli immemori delle ingiustizie patite. Ancora John Milton non sbagliava, a metà Seicento, a cogliere la gigantesca contraddizione insita nelle misure di controllo preventivo della stampa disposte dai <em>riformati</em>, nonostante rivendicasse orgogliosamente d’esserne parte. Il poeta denunciava, con precoce sensibilità, un sopruso non nuovo e destinato a perpetuarsi nei secoli, fino a manifestarsi negli autentici tradimenti consumati da sedicenti epigoni del pensiero liberaldemocratico, dunque anche <em>sub specie</em> Popolo della libertà.</p>
<h3 style="text-align: justify;">2. Privatizzatori di risorse strategiche</h3>
<p style="text-align: justify;">Le grandi linee dell’effettuale e formale mutamento costituzionale cui ambisce la destra italiana, e persegue con aperta determinazione e qualche risultato, rivelano il disegno di spostare decisamente gli equilibri dei poteri a favore dell’esecutivo,<a name="testo12" href="#nota12"><sup>12</sup></a> appropriarsi dei principali spazi di iniziativa legislativa e piegare a domestiche priorità l’azione della magistratura.</p>
<p style="text-align: justify;">Fulcro dell’autentico rivoluzionamento istituzionale è la frantumazione degli interessi per agevolare la preminenza delle alleanze che derivano potere dalla forza economica e dalla collocazione strategica nelle sedi dove si prendono le fondamentali decisioni sistemiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia a livello sociale che culturale lo scenario prevede il trionfo dei cosiddetti gruppi forti, rinvigoriti dal vantaggio di competere con concorrenti polverizzati (presupposto per evoluzioni oligopolistiche sovranazionali) e dall’estenuazione dall’immateriale condizionamento che promana dal comune sentire.</p>
<p style="text-align: justify;">La governabilità del processo necessita di una riunificazione in larga parte ideologica della rappresentanza sociale, anche cementata da un individualismo alimentato dal rapporto diretto con l’individualità mitica di un capo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’accreditamento della specialità individuale del <em>leader</em> è fattore della lotta per il consenso, necessariamente combattuta con le armi di persuasione collettiva e in primo luogo con i media di massa, nei quali la televisione ha ruolo cruciale.</p>
<p style="text-align: justify;">La linea scelta dalla destra governante, un ipotetico leniniano-mcluhaniano potrebbe riassumerla con la formula “Esecutivizzazione + mediasettizzazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è populismo senza quota di popolo abbagliato. E ben si badi: l’estensione sufficiente di questo segmento sociale sedato è, almeno nelle cosiddette democrazie rappresentative, quella che consente la vittoria elettorale; dunque una frazione non necessariamente grande di cittadini, il cui peso può essere reso più determinante attraverso i meccanismi elettorali che premiano la maggioranza relativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dividere per imperare è tattica sempre produttiva e mentre cerca di strutturare assetti neocorporativi, parallelamente destruttura gli istituti del pubblico interesse per creare i presupposti oggettivi della loro delegittimazione.<br />
La marginalizzazione del ruolo pubblico, in economia e nei processi educativi, attraverso la parcellizzazione degli interessi e della loro rappresentazione istituzionale, è la sostanza essenziale delle politiche di appropriazione privata della produzione sociale. Il loro inesorabile esito, ripetiamolo, è il trionfo dei soggetti forti, cioè un riassetto strutturale oligopolistico. Esempio clamoroso, leggibile quale esperimento di laboratorio, lo si è avuto con la riconversione postcomunista dell’ex Unione Sovietica. Lì l’inversione dell’economia si è appoggiata all’irresistibile azione dello Stato forgiato dal socialismo reale: interessi privati prima <em>creati</em> a tavolino e poi garantiti dalla cogenza della nuova legalità. In altri termini: utilizzare la forza autoritativa statale in direzione autolimitativa per aprire spazi ai processi di privativizzazione e in siffatto modo costituzionalizzarli a posteriori; fare acquisire a nuovi ceti, in una partita truccata, forza regolatrice (censoria) poco avversabile perché incorporata nei meccanismi di costruzione e espressione della rappresentanza politica. L’ordinario si fa costituzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i nostri privatizzatori di risorse strategiche sembra agiscano secondo logiche orientali,<a name="testo13" href="#nota13"><sup>13</sup></a> certo adeguandole a uno scenario dove complessa è l’articolazione dei poteri e degli interessi consolidati, e dove la statualità forte affidata al primato dell’esecutivo (declinazione della statualità di parte, privatizzata) è in costruzione ma fortemente contrastata: proprio strani questi predicatori liberali che razzolano come neogiacobini (autoinvestiti della rappresentanza integrale del popolo sovrano).<a name="testo14" href="#nota14"><sup>14</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La privatizzazione forzata &#8211; garantita dallo Stato &#8211; non può sopportare riaggregazioni intorno a un ampio “per sé” proteso a raggiungere lo sbocco politico generale. Di qui la perseveranza con cui la destra lavora a minare le basi socioculturali favorevoli alla formazione di siffatta sintesi, a inaridire dunque il terreno da cui potrebbe trarre alimento. Ecco la contrazione degli spazi d’iniziativa economica pubblica di qualche rilevanza; la balcanizzazione della scuola e dei riferimenti pedagogici, con il lento e inesorabile ridimensionamento di quella statale (infatti la si vuole piegare alle convenienze delle imprese &#8211; necessariamente di breve periodo, vista la rapidità del mutamento del globale quadro economico in cui competono &#8211; utilizzando motivazioni derisorie degli studi interdisciplinari d’impianto umanistico). Di qui l’attacco all’unità sindacale dei lavoratori imperniato sulla promozione della contrattazione individuale; la diminuzione fino all’insignificanza del contributo pubblico a sostegno ai progetti culturali senza finalità di lucro, e così marginalizzare le produzioni indipendenti; l’indebolimento fino allo stremo dei canali pubblici di informazione/autoformazione, fra i quali si situano le biblioteche. Non si ipotizzano un altro teatro, un diverso cinema, biblioteche riposizionate, bensì drastici rovesciamenti o liquidazioni di tutto quanto non sia collocabile in sorvegliate dinamiche economiciste.</p>
<p style="text-align: justify;">L’opzione non prevede <em>entrismi</em> ma il più rapido smantellamento possibile degli istituti del pluralismo e di quelli concepiti per realizzare equilibri frutto del libero confronto che concretizza il <em>contratto sociale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Risultato prevedibile? La moltiplicazione dei conflitti d’interesse conseguente all’esasperata granulare polarizzazione socioculturale.</p>
<p style="text-align: justify;">In tale contesto stanno le biblioteche pubbliche: scandalosamente gratuite, solo indirettamente produttive di ricchezza materiale, e <em>di tutti</em> per vocazione; intrinsecamente avversarie dei particolarismi, sia nella versione dei localismi identitari che degli specialismi strumentali; mezzi della cittadinanza consapevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso <em>queste</em> biblioteche la censura da attendersi dalle autorità neocorporative è la più radicale: il progressivo indebolimento fino alla consunzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Previsioni diverse potrebbero essere giustificate per il futuro di <em>altre</em> biblioteche: pubbliche solo per afferenza istituzionale e campo per ruoli innocui variamente interpretabili (compreso il ritorno a prioritarie funzioni celebrative del campanile).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, qui giunti, è inevitabile interrogarci sul presente che viviamo, il quale suscita l’allarme di Giovanni Solimine fino a denunciare che “di questo passo si va inesorabilmente verso la chiusura.”<a name="testo15" href="#nota15"><sup>15</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">I giochi non sono fatti, almeno finché la lotta politica generale resta aperta a sbocchi alternativi. Anche per questo non sono accettabili ignavie di chi si dice pensieroso per le sorti delle biblioteche pubbliche, né incoerenze teoriche e operative.</p>
<p style="text-align: justify;">I bibliotecari presi dall’<em>economia della biblioteca</em> (come se fosse ambito di una indifferenziata <em>economia della cultura</em>), dalle mirabolanti virtù del mercato, quando non abbiano personali spinte all’innamoramento (comprese le ambizioni accademiche) temiamo non siano immuni dalla subalternità a un pensiero che ha fatto passi da gigante nel lavoro di disseminazione della sfiducia, del disprezzo anzi, verso ogni richiamo all’utilità non immediatamente monetizzabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure la biblioteca pubblica non può lavorare che rivolgendosi a tutti i cittadini, rifacendosi cioè a un canone culturale nemmeno indirettamente specialistico (proprio non orientato all’economicismo) e dunque confermando anch’essa, alla luce dei cambiamenti e dei bisogni generali della società servita, l’apertura privilegiata a ricontestualizzate istanze umanistiche, ch’è come dire democratiche: “non per profitto”.<a name="testo16" href="#nota16"><sup>16</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Non riteniamo perciò una forzatura polemica interpretare come frutto censorio l’opacità delle biblioteche pubbliche derivata da gestioni non all’altezza della loro missione: pseudoservizi che si autoperpetuano prescindendo dal valore d’uso. Sicché ai bibliotecari incapaci è giustificato imputare la connivenza coi censori in stretta accezione, sotto forma di oggettiva compartecipazione al sistema che questi costruiscono.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi combatte le interdizioni può legittimamente appellarsi alla deontologia professionale dei bibliotecari, ma ancor più deve pretendere da essi che la interpretino come dovere di onorare il <em>mestiere</em>.<a name="testo17" href="#nota17"><sup>17</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Quando poi volgiamo l’attenzione ai titolari istituzionali delle biblioteche &#8211; non di unica casacca &#8211; non di rado li vediamo disinteressati al loro produttivo funzionamento, o addirittura scientemente impegnati a minarne la vitalità.<br />
Si sa della cura rivolta dalle organizzazioni censorie al controllo della vita quotidiana, del loro insinuarsi nell’intimità dei fedeli/sudditi affinché interiorizzassero il timore di inesorabili punizioni per ogni cedimento a tentazioni trasgressive, fra le quali avevano posto significativo le private letture. E particolarmente perniciosa era ritenuta la lettura di autori contemporanei non allineati, giacché il loro intervenire sul presente li faceva percepire come incombenti pericoli per l’ordine costituito e la sua credibilità. Fu così per i <em>philosophes</em> e, guarda caso, lo è per Roberto Saviano in alcune verdi contrade.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non stupisce che i dominanti siano assai sensibili a tutto ciò che contribuisce a plasmare i connotati della contemporaneità di cui partecipano, allora ben si spiegano le coazioni a ripetere verificabili nelle interferenze di non isolati amministratori locali nella scelta dei periodici da mettere a disposizione del pubblico nelle biblioteche comunali, e innanzitutto dei quotidiani e dei settimanali. Operazioni immancabilmente aperte dall’invocazione di maggiore pluralismo politico-culturale e altrettanto immancabilmente sfocianti nel suo impoverimento, nella riduzione dell’ampiezza e della varietà dell’offerta informativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Deprimenti criteri selettivi del personale impiegato nelle biblioteche pubbliche e tagli dei finanziamenti destinati al loro funzionamento ordinario, non sono tipici dei soli momenti di crisi economica generale; si registrano anche in fasi di relativa prosperità e perlopiù inaugurati decurtando le somme destinate al rinnovamento delle raccolte (scelta coerente di una volontà tesa a prosciugare le fonti della ricchezza ideale).</p>
<h3 style="text-align: justify;">3. “Se mi portano via i neuroni devo stare zitto?”</h3>
<p style="text-align: justify;">La recrudescenza delle iniziative censorie è sempre contestuale all’importanza e all’intensità dei movimenti di antagonismo politico e culturale, ma acuisce parallelamente alla crescita quantitativa e all’efficacia della diffusione degli strumenti di comunicazione che li fanno conoscere. Lo si è visto nella fase di spettacolare dilatazione della produzione libraria dovuta alla stampa tipografica, quando i ceti egemoni si sono trovati a fare i conti con la necessità di controllare gli ampi effetti liberatori dovuti alla nuova tecnologia (<em>miracolosa</em>) presentatasi come radicale rottura delle pratiche artigianali di copiatura manoscritta. Bisogna tuttavia rilevare un dato importante: mentre la sorveglianza della pur ristretta e disseminata produzione calligrafica era sostanzialmente impensabile, la nuova stampa seriale offriva possibilità di controllo dovute al fatto che richiedeva una struttura tecnica e una organizzazione difficilmente occultabili. Solo la moltiplicazione e la diffusione territoriale delle officine di stampa ricostituirono condizioni di obiettiva incontrollabilità della produzione libraria e della sua circolazione: controprova di quanto più la produzione è concentrata, tanto più il suo controllo è facilitato. E si è già potuto constatare che ciò vale anche per la <em>rete</em>, per “Internet bifronte” che “aiuta i dimostranti e difende i regimi”.<a name="testo18" href="#nota18"><sup>18</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">C’è una dialettica <em>centralizzazione produttiva/controllabilità</em> cui è indispensabile porre attenzione. Ne è lontano esempio il rovesciamento funzionale conosciuto da famosissime opere d’informazione bibliografica.<a name="testo19" href="#nota19"><sup>19</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La circolazione dei documenti stampati è stata favorita anche dall’efficacia dei mezzi di segnalazione al pubblico, cioè dall’incisività informazionale dei repertori bibliografici: di quegli strumenti a lungo definiti “biblioteche”, a loro volta, proprio perché potenti disseminatori di notizie librarie, controllati dalle autorità custodi dell’ortodossia intellettuale e dei costumi.</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>biblioteca repertorio</em> quale ideale progetto della raccolta reale insinua riflessioni angoscianti se volgiamo lo sguardo al futuro del controllo delle memorie registrate, del processo documentario di produzione/circolazione/fruizione, alla luce delle vicende del passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensiamo al ribaltamento di finalità conosciuto dalla <em>Bibliotheca universalis</em> di Konrad Gesner: concepita dall’autore anche per aiutare “la costituzione di biblioteche pubbliche, ‘le sole &#8211; affermava &#8211; in grado di conservare i libri a lunghissima scadenza e, nello stesso tempo, a tenerli a portata di mano per l’uso immediato del lettore’”,<a name="testo20" href="#nota20"><sup>20</sup></a> venne cinicamente e proficuamente utilizzata dai censori cattolici. Nell’appassionato lavoro bibliografico gesneriano, pur ritenendolo eretico, essi trovarono, bell’e pronte, “già accuratamente raggruppate, grazie alla classificazione, le opere filosofiche e teologiche che si volevano inserire nell’Indice dei libri proibiti.”<a name="testo21" href="#nota21"><sup>21</sup></a> E non ci può confortare che a sua volta l’<em>Index</em> cattolico sia spesso servito a facilitare le ricerche (certo assai rischiose) operate dai <em>riformati</em>, oltre che dagli avidi di pagine rese ancor più desiderabili dai divieti di lettura totale o parziale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inquietudine ci prende immaginando che a un attacco censorio incisivo possa essere esposto l’equivalente fisico della universale biblioteca repertorio, ed è accresciuta dall’ambivalente presa d’atto che le tecnologie digitali possono compattare il ciclo della <em>documentalità</em> al punto di far coincidere il momento della produzione dei contenuti con quello della pubblicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tommaso Giordano, in un lucido recente intervento, ha proposto agli interlocutori di riflettere sull’urgenza di dare soluzione ai problemi che la conservazione di lungo periodo delle memorie registrate deve affrontare passando dal trattamento dei documenti analogici a quello delle risorse digitali. Ha formulato un chiaro quesito: <em>se</em> e <em>come</em> non banali virtù, storicamente accertate, della tradizionale organizzazione conservativa sperimentata in contesto analogico dovranno/potranno venire salvaguardate in ambiente digitale (da considerare in tutta la sua enorme novità e non solo sotto il profilo tecnologico). Egli risponde positivamente e sostiene la necessità di continuare a impegnare, in puntuali pratiche cooperative, molteplici soggetti istituzionali e biblioteche di ogni tipologia, con la consapevole ambizione di “tutelare la diversità culturale e la libertà intellettuale”.<a name="testo22" href="#nota22"><sup>22</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il vice direttore della Biblioteca dell’Istituto universitario europeo di Fiesole sembra convinto sia preferibile optare per assetti organizzativi distribuiti, e sia possibile farlo senza perdere i vantaggi che in termini di efficacia ed economie di scala possono venire dall’impiego delle tecnologie elettroniche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quadro così abbozzato è tuttavia osservabile con ulteriori preoccupazioni se pensiamo alle implicazioni antropologico-culturali dei processi di conservazione delle memoria; se li riferiamo alla individuale capacità umana di memorizzare e mantenere l’accesso incondizionato al memorizzato, in altre parole di salvaguardare la sovranità su esso. Si tratta nientemeno dell’orizzonte ove ora si collocano le grandi questioni &#8211; queste sì permanenti &#8211; implicate dalla censura.</p>
<p style="text-align: justify;">Mantengono formidabile forza euristica molti costrutti metaforici mcluhaniani, e rimane intatta l’attualità dell’invito a considerare che “possiamo, se vogliamo, riflettere sulle cose prima di produrle”<a name="testo23" href="#nota23"><sup>23</sup></a>: a farlo in anticipo sui punti di svolta oltre i quali non è più possibile il recupero di margini sufficienti a compiere scelte correttive sostanziali, dove il “<em>medium</em> […] ha il potere di imporre agli incauti i propri presupposti.”<a name="testo24" href="#nota24"><sup>24</sup></a> Infatti la strada su cui già siamo incamminati punta a una meta interpretabile come altro arrivo di tappa sul lungo percorso di esternalizzazione tecnologica della sensorialità umana: amputazione, per sostituirli, di organi non più in grado di svolgere in modo adeguato, per dimensione e velocità, le funzioni richieste dalla dinamica sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta si tratta di surrogare facoltà intellettuali della specie. Di nuovo l’operazione prevede amputazioni degli organi di senso per convertirli in aggeggi (ora elettronici) con ingigantite capacità di stoccaggio e elaborazione. Ma la dolorosità dell’intervento reclama l’anestesia preventiva: narcosi che intorpidisca il corpo e con esso la coscienza di una perdita.</p>
<p style="text-align: justify;">L’astuzia insita nel processo sta nell’avallare l’assunto che non si tratterebbe di vere sottrazioni, giacché quei prolungamenti sarebbero sempre a libera disposizione. Però è lecito sospettare non sia così: avremo a che fare con un miraggio procurato, paragonabile alla sindrome nota in neurologia come dell’<em>arto fantasma</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Resteranno attive nelle teste le aree una volta dedite al controllo delle parti corporee protesizzate. Lì, allucinate, continueranno a percepire segnali in realtà dovuti a un’assenza. Proprio la condizione “di chi è ipnotizzato dal suo proprio essere, amputato ed estensivamente assunto in una nuova forma tecnica.”<a name="testo25" href="#nota25"><sup>25</sup></a> L’effetto è dovuto al marchingegno che ricorre a “una massiva riorganizzazione delle aree topografiche cerebrali [dove] le zone che controllano le parti del corpo rimaste intatte”<a name="testo26" href="#nota26"><sup>26</sup></a> integrano , entro un nuovo equilibrio, quelle ormai senza compiti informativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla sembra cambiato, ma tutto lo è: si è ridisegnato “contemporaneamente l’intero campo dei sensi”<a name="testo27" href="#nota27"><sup>27</sup></a>. Come nella testa di Ahab risarcito con un arto d’avorio, ma il cui “corpo dilaniato e l’anima squarciata sanguinarono l’uno nell’altra e, confondendosi, lo fecero impazzire.”<a name="testo28" href="#nota28"><sup>28</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">È ormai qui il tempo del sistema nervoso centrale fuori di noi, dell’intera memoria elaborata posta (migrata/amputata) sul web e da riattivare/rielaborare in <em>streaming</em>. E l’avvento dell’ebook ci sta dentro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dibattito mantenuto nell’orizzonte della <em>rivoluzione materiale del libro</em> è puro diversivo, proprio in senso militare: scaramuccia per distogliere l’attenzione dal fronte dove si combattono le battaglie decisive con in palio la presa sull’encefalo del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le armi spianate, per lo più fatte di rassicurante plastica, non sono però caricate a salve. Nei conflitti avviati, o che incombono, non è certo l’acciaio che serve. Si manovrano attrezzi variamente siglati, tipo quanto “concepito per vivere esclusivamente su internet e per dominare [?] la grande nuvola di codici binari che sovrasta le nostre vite moderne”<a name="testo29" href="#nota29"><sup>29</sup></a>: cirri digitali di tessuto cerebrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che s’intravede ha poco da spartire coi timori di Ray Bradbury: non le memorie registrate messe al rogo, ma tolte quelle psichiche. E non si tratta di cronaca marziana.</p>
<p style="text-align: justify;">Induce qualche turbamento che proprio nella fase in cui sono venuti meno gli ostacoli materiali per la conservazione ravvicinata di immense risorse documentarie coordinate – impregiudicata la più ampia ed efficiente condivisione &#8211; si ipotizzi di spostare e concentrare le archiviazioni, e i software di elaborazione, in remoto, alla possibile mercé di pochi depositari sovrani (magari uno, onnipotente).</p>
<p style="text-align: justify;">Forse non è peregrina la messa in guardia affinché non ci si debba trovare, stupiti e inermi, a onorare una resa nemmeno trattata; a constatare di avere consegnato sensi e senso “agli interessi commerciali [dominanti], alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo […] i nostri occhi, le orecchie e i nervi [e scoprire che] in realtà non abbiamo più diritti.”<a name="testo30" href="#nota30"><sup>30</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La chiara visione storica di quali sono stati i fattori organizzativi e istituzionali che hanno messo a rischio mortale la disponibilità delle fonti indispensabili all’esercizio e allo sviluppo della libertà di studio e ricerca e del diritto all’informazione attivo e passivo &#8211; e al contrario di quali ne hanno favorito la difesa e la crescita &#8211; dovrebbe fungere da bussola anche per le scelte strategiche di ristrutturazione del sistema di produzione, conservazione e trasmissione del sapere raccolto con tecnologie digitali.</p>
<p style="text-align: justify;">Crediamo allora sia indispensabile puntare all’assetto multipolare, nel quale sedi operative e fonti trattate abbiano autorità e gradi di ridondanza sufficienti a minimizzare le possibilità di interdizione (proibire) o manipolazione (espurgare) a opera di chiunque. Il suo obiettivo centrale non può che essere l’effettivo libero uso individuale e sociale delle risorse documentarie, a cominciare da quelle cumulate nella lunga era della registrazione analogica.<br />
I problemi pratici da affrontare sono certo complessi, ma la loro soluzione non può ricorrere a scorciatoie tecnicistiche, e ancor meno prescindere da un rigoroso principio direttivo democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Segnaliamo la necessità di uscire dall’equivoco mascherato dal disinvolto uso della formula “possesso/accesso” per sottolineare l’essenzialità del secondo elemento della coppia rispetto alla presunta scarsa rilevanza funzionale del primo; come se la piena disponibilità di una risorsa fosse del tutto indipendente dalla sua effettiva titolarità. No, non è mai stato così. La sottovalutazione è forse stata coperta anche dall’equivoco linguistico, giacché l’accesso non è altro che possesso. La distinzione gravida di conseguenze è tra proprietà e possesso. Alla proprietà si connette il diritto di completa disponibilità delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;">L’organizzazione policentrica delle condizioni di conservazione e recupero delle memorie (ovviamente pensiamo alle raccolte pubbliche) dovrebbe basarsi sul mantenimento integrale della sovranità d’uso derivante dalla proprietà. Per le biblioteche le implicazioni di ciò sono manifeste, innanzitutto rispetto agli accordi con partner commerciali per la digitalizzazione e la messa a disposizione delle preesistenze analogiche, e nondimeno per la stesura degli articolati contrattuali d’acquisizione della disponibilità non effimera della produzione documentaria corrente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella contesa lanciata dai tagliatori di teste necessita tenere “conto della sterminata capacità che l’uomo ha di ipnotizzare se stesso fino a perdere la consapevolezza dell’esistente sfida [e] che, per sopravvivere, la forza di volontà è necessaria quanto l’intelligenza”<a name="testo31" href="#nota31"><sup>31</sup></a>, [p.76] giacché questa non si dispiegherà senza che quella l’incalzi.</p>
<p style="text-align: justify;">È il caso &#8211; ecco l’eco gramsciana &#8211; di appellarci a quell’intelligenza avvertita che “oggi […] abbiamo anche bisogno della volontà di essere straordinariamente informati e consapevoli”<a name="testo32" href="#nota32"><sup>32</sup></a> su come e dove si vuole montare la ghigliottina a cui intendono trascinarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma pure possiamo farci dare voce da un infuriato e lungimirante artista e ripetere con lui: “Ce l’ho con l’energia nera che ci sta sommergendo, con la perdita del pensiero, dell’anima, della consapevolezza. Con i direttori di riviste patinate che si credono giornalisti, con l’omicidio plurimo della cultura, con la delinquenza intellettuale. Perché se mi portano via i risparmi da una banca posso incazzarmi, ma se mi portano via i neuroni devo stare zitto?”<a name="testo33" href="#nota33"><sup>33</sup></a></p>
<p style="text-align: center; margin-top: 10px; margin-bottom: 20px;">* ** *** * *** ** *</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a name="nota1">[1]</a> Si veda, a riguardo di approcci problematizzanti: La censura nel secolo dei Lumi : una visione internazionale / a cura di Edoardo Tortarolo ; saggi di Patrizia Delpiano … [et al.]. – Torino : UTET libreria, 2011. <a href="#testo1">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota2">[2]</a> I libri proibiti : da Gutenberg all’Encyclopedie / Mario Infelise. &#8211; Roma : Laterza, 1999, p. 123. <a href="#testo2">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota3">[3]</a> Ibidem. <a href="#testo3">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota4">[4]</a> Non diamo ulteriore conto della questione (peraltro assai nota grazie all’eco avuta anche sulla stampa nazionale) per l’ovvio motivo che non può avere qui, da nessun punto di vista, oggettiva importanza. Chi volesse documentarsi veda, nel sito dell’Associazione italiana biblioteche, all’URL: &lt;<a title="AIB" href="http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1101.htm" target="_blank">http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1101.htm</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo4">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota5">[5]</a> I libri proibiti / M. Infelise, cit., p. 3. Anche Luciano Canfora ha in più d’una occasione ricordato l’episodio: Studi di storia della storiografia romana. &#8211; Bari : Edipuglia, 1993, p. 221-239 &#8212; Libro e libertà. &#8211; Roma ; Bari : Laterza, 1994, p. 64-65. <a href="#testo5">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota6">[6]</a> Riscontrabile in qualunque ed. di: Annali / Cornelio Tacito,  Libro IV, 34-35. <a href="#testo6">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota7">[7]</a> Sulla “necessità di conoscere gli scritti dei loro avversari per poterne dare confutazioni argomentate” (p. 41), si veda: Vicende censorie in Inghilterra tra ‘500 e ‘600 / Luigi Balsamo, p. 31-52, in: La censura libraria nell’ Europa del secolo XVI : convegno internazionale di studi, Cividale del Friuli, 9-10 novembre 1995 / a cura di Ugo Rozzo. &#8211; Udine : Forum, 1997. <a href="#testo7">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota8">[8]</a> A proposito di <em>condizioni di disponibilità</em> appaiono esemplari gli ostacoli frapposti dalla Chiesa romana controriformista alla stampa e alla circolazione della Bibbia volgarizzata. Sono illuminanti le ricerche dedicate a questo tema da Gigliola Fragnito: La Bibbia al rogo : la censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura : 1471-1605. &#8211; Bologna : Il mulino, 1997 &#8212; Proibito capire : la Chiesa e il volgare nella prima età moderna. &#8211; Bologna : Il mulino, 2005. <a href="#testo8">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota9">[9]</a> Annali / Tacito, cit., ibidem. <a href="#testo9">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota10">[10]</a> Rimandiamo a una delle recenti riproposizioni del celeberrimo testo miltoniano: Areopagitica : discorso per la libertà di stampa / John Milton ; introduzione, traduzione, note e apparati di Mariano Gatti e Hilary Gatti. &#8211; Milano : Bompiani, 2002, p. 35. <a href="#testo10">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota11">[11]</a> Ivi, p. 85. <a href="#testo11">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota12">[12]</a> Bisognerà pur dire che non è mancata la corrività dello schieramento opposto, promotore di una profonda revisione dell’Amministrazione locale nel segno dell’ampliamento non bilanciato dei poteri dei sindaci e dei presidenti delle giunte regionali, e dei loro assessori. L’operazione, nobilitata dal richiamo alla “governabilità”, ha dato i frutti che necessariamente produce ogni deriva dirigista che sente come inutile zavorra le procedure del controllo democratico formale e sostanziale. Gli inconsulti furori censori (o apologetici) di qualunque “governatore”, o sindaco, o assessore, sarebbero impensabili entro un quadro normativo dove i loro poteri personali fossero del tutto compatibili con i princìpi di <em>garanzia</em>. <a href="#testo12">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota13">[13]</a> È stato indagato con approccio eccessivamente psicologistico l’evidente trasporto berlusconiano verso le figure di conclamati oligarchi e per Vladimir Putin in primo luogo. <a href="#testo13">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota14">[14]</a> “Come giustamente è stato notato, l’intenzione del contrappeso del giudizio di costituzionalità non è di natura giacobina, ma moderata, in quanto i giacobini non ammettevano contrappesi all’esercizio del potere legislativo e spostavano tutto il discorso sul principio assoluto e non contrastabile del popolo sovrano.” Così a p. 32 di: Costituzionalizzare la censura / Antonio Trampus, p. 3-41, in : La censura nel secolo dei Lumi / a cura di E. Tortarolo, cit. <a href="#testo14">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota15">[15]</a> L’Italia che legge / Giovanni Solimine. &#8211; Roma ; Bari : Laterza, 2010, p. 51. <a href="#testo15">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota16">[16]</a> L’allusione, forse troppo scontata, evoca: Non per profitto : perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica / Martha C. Nussbaum. – Bologna : Il mulino, 2011. <a href="#testo16">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota17">[17]</a> Cfr.: La censura in biblioteca : ma non c’è l’etica del bibliotecario? / Fausto Rosa. &#8211; <em>AIB Notizie</em>, 2 (2010), p. 4-5. Disponibile anche all’URL: &lt;<a title="AIB" href="http://www.aib.it/aib/editoria/n22/0202.htm3" target="_blank">http://www.aib.it/aib/editoria/n22/0202.htm3</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo17">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota18">[18]</a> La citazione riproduce il titolo dell’articolo di Andreas Whittam-Smith, giornalista del quotidiano inglese The Indipendent, ripreso su L’unità del 7 febbraio 2011. <a href="#testo18">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota19">[19]</a> La nostra mente va alla valenza esemplare dei fondamentali studi dedicati da Luigi Balsamo all’opera di Konrad Gesner e alle opposte fatiche normalizzatrici del gesuita Antonio Possevino. Riviamo ad alcuni suoi magistrali lavori: La bibliografia : storia di una tradizione. &#8211; Firenze : Sansoni, 1984 &#8212; Il canone bibliografico di Konrad Gesner e il concetto di biblioteca pubblica nel Cinquecento, p. 77-95, in: Studi di biblioteconomia e storia del libro in onore di Francesco Barberi / a cura di Giorgio De Gregori e Maria Valenti con la collaborazione di Giovanna Merola. &#8211; Roma : Associazione italiana biblioteche, 1976 &#8212; Antonio Possevino S. I. bibliografo della Controriforma e diffusione della sua opera in area anglicana. &#8211; Firenze : Olschki, 2006. <a href="#testo19">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota20">[20]</a> La bibliografia / L. Balsamo, cit., p. 29. <a href="#testo20">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota21">[21]</a> Ivi, p. 37. L’autore sottolinea l’imprevisto uso fatto delle <em>Pandectae</em> a fini selettivi. <a href="#testo21">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota22">[22]</a> L’occasione è stata il convegno “L’Italia delle biblioteche. Scommettendo sul futuro nel 150º anniversario dell’unità nazionale”, Milano, Palazzo delle Stelline, 3-4 marzo 2011. Citiamo dal fascicoletto lì distribuito, riportante la versione provvisoria dell’intervento: Dalla memoria cartacea alla memoria digitale : verso nuovi modelli di riferimento / Tommaso Giordano, p. 7. <a href="#testo22">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota23">[23]</a> Gli strumenti del comunicare / Marshall McLuhan. &#8211; Milano : Garzanti, 1977, p. 54. <a href="#testo23">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota24">[24]</a> Ivi, p. 20. <a href="#testo24">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota25">[25]</a> Ivi, p. 15. <a href="#testo25">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota26">[26]</a> Lo spavento per l’arto fantasma / Bianca Fossati, p 18-20, in: <em>Occhio clinico : rivista di pratica medica</em>, 2 (feb. 2008), p. 20. Raggiungibile all’URL &lt;<a title="arto fantasma" href="http://www.occhioclinico.it/cms/files/oc080218.pdf" target="_blank">http://www.occhioclinico.it/cms/files/oc080218.pdf</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). Nel contributo si ricorda anche la sofferenza del capitano Ahab. <a href="#testo26">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota27">[27]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 51. <a href="#testo27">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota28">[28]</a> Moby Dick / Herman Melville ; introduzione di Vito Amoruso ; traduzione di Lara Fantoni. &#8211; Roma : La repubblica, 2004, p. 242. <a href="#testo28">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota29">[29]</a> Così all’URL &lt;<a title="Repubblica" href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/12/27/news/prova_cr-48-10547730/index.html?ref=search" target="_blank">http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/12/27/news/prova_cr-48-10547730/index.html?ref=search</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011), sotto la firma di Paolo Pontoniere, a proposito del Cr-48 di Google. <a href="#testo29">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota30">[30]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 74. Qui sia permesso respingere quella che abbiamo inteso come intimazione alla concretezza. Alludiamo al passaggio conclusivo dell’ interessante articolo: Ebook, DRM e biblioteche : una mappa sintetica sulle prospettive del “digital lending” per libri e altri media in Italia / Giulio Blasi, in: <em>Bibliotime</em>, 3 (nov. 2010). Il contributo è raggiungibile all’URL &lt;<a title="Bibliotime" href="http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-xiii-3/blasi.htm" target="_blank">http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-xiii-3/blasi.htm</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). Non sappiamo se anche il sociologo canadese soffrisse di “tic ‘crociano italico’”: propensione all’indugio del filosofare invece che fare, a occuparsi “di storia della tecnologia” piuttosto che innovare. Chissà. Azzardiamo tuttavia che la sua tensione a capire postulasse tutt’altro che l’immobilità. Ci piace pensare che esortasse, semplicemente, a valutare la pericolosità di ogni nuovismo acritico (tautologia, ovviamente). <a href="#testo30">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota31">[31]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 76. <a href="#testo31">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota32">[32]</a> Ibidem. <a href="#testo32">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota33">[33]</a> Così Alessandro Bergonzoni nella veramente bella intervista rilasciata a Sara Chiappori e apparsa, il 5 marzo 2011, nelle pagine milanesi del quotidiano <em>La Repubblica</em>. Titolo della conversazione: “Non sono soltanto un comico ma uno che ricerca l’invisibile”. Leggibile all’URL: &lt;<a title="Repubblica" href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/03/05/non-sono-soltanto-un-comico-ma-uno.html" target="_blank">http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/03/05/non-sono-soltanto-un-comico-ma-uno.html</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo33">&uArr;</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/02/censure-il-passato-davanti/">Censure: il passato davanti</a></p>
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		<title>Il Sole 24ore, i poeti e la poesia</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 08:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em> Pubblico molto volentieri questo post di Azzurra D&#8217;Agostino ed il link ad una sua lettera sulla poesia indirizzata al caporedattore del Sole 24ore. Ho chiesto ad Azzurra se potevo dare visibilità a questo su gesto su Nazione Indiana, e lei ha acconsentito, per questo la ringrazio.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/29/il-sole-24ore-i-poeti-e-la-poesia/">Il Sole 24ore, i poeti e la poesia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em> Pubblico molto volentieri questo post di Azzurra D&#8217;Agostino ed il link ad una sua lettera sulla poesia indirizzata al caporedattore del Sole 24ore. Ho chiesto ad Azzurra se potevo dare visibilità a questo su gesto su Nazione Indiana, e lei ha acconsentito, per questo la ringrazio. Del suo discorso condivido tutto, e le riconosco una pacatezza e ragionevolezza dei toni necessarie, ma che, io, ad esempio, non sarei riuscita ad avere. (f.m.)</em></p>
<p>di <strong>Azzurra D&#8217;Agostino</strong></p>
<p>Il 3 ottobre scorso, dopo aver letto l&#8217;inserto domenicale del Sole 24ore, scrissi al caporedattore una lettera di protesta/richiesta. Il mio disappunto verteva sul fatto che lo spazio dedicato alla poesia, su tutti i giornali sempre molto ridotto e spesso all&#8217;acqua di rose, fosse da qualche tempo occupato dagli interventi di Davide Rondoni. Ora, la mia lettera non voleva essere un semplice attacco alla persona di Rondoni, che non conosco personalmente e che nulla mi ha fatto, bensì una riflessione che a partire da questo ampliasse un po&#8217; il suo raggio. <span id="more-36983"></span>La presenza di Rondoni <em>anche</em> sul 24ore mi è sembrata insomma qualcosa su cui riflettere. Non perché Rondoni non sia degno di comparire sul più rilevante inserto culturale italiano: egli è figura controversa che non va censurata. Però avendo lui moltissimi altri spazi (tra cui la televisione), ed esprimendo spesso opinioni che comunque hanno un che di allineato a dettami di certo ortodossi (sia verso la Chiesa che verso il Governo) mi è sembrato il caso di segnalare che ci sono in Italia moltissimi altri bravi poeti di certo degni di fare riflessioni e proposte di lettura magari diverse, con altri orizzonti, e che di spazi per far sentire la loro voce ne hanno molti molti meno. Ora, le poche battute che a Rondoni sono affidate non sono in sé quello che fa la differenza, non è solo questo. Dargli o meno spazio non è infatti una questione solo di equilibrio ma proprio di concezione della cultura e della politica culturale. Dare spazio alla poesia ma soprattutto al modo di parlarne, ai temi che apre, alle questioni che solleva, è qualcosa che ha una certa rilevanza e non basta “marcare il cartellino” come se fosse indifferente il libro o i libri che si considerano, e chi li recensisce.<br />
La mia lettera è stata di certo molto appassionata e dai toni accesi, che possono essere letti anche come offensivi, sebbene non fosse questo ciò che desideravo esprimere.<br />
Cosa di cui mi sono scusata personalmente con lui, a cui ho chiesto che la lettera venisse recapitata e che so essere stata da lui letta – in un qualche modo infatti mi ha risposto, tranne sull&#8217;unica domanda che gli ho posto: ma Bondi come “poeta”, le piace?</p>
<p>Ora, penso che più che una sconosciuta come me, sarebbe doveroso ascoltare la voce e l&#8217;opinione dei poeti chiamati in causa e naturalmente anche di tutti gli altri non citati. Magari per essere smentita, per sapere se e dove sbaglio e cercare di andare più a fondo nell&#8217;analisi (mi è stato detto di essere semplicemente ideologica e banalmente anticlericale – vorrei mi si spiegasse di più, se davvero è così). Penso che quando ci sembra che qualcosa non vada sia il caso di iniziare a dirlo, e non fare finta di nulla perché tanto non è importante e niente può essere mutato e poveri noi eccetera. In questo momento mi sembra invece che tutto sia molto importante. Soprattutto sbilanciarsi.<br />
Dunque chiederei a chi voglia farlo, di esporsi e dire se non sia il caso di pretendere che il tiro sia un po&#8217; più alto, che il dibattito intellettuale sia più esigente e accolto nella sua complessità, complessità che non è solo un bianco e nero in cui basta dar voce una volta a un cattolico e un&#8217;altra a un comunista per aver fatto dei passi avanti arricchenti. Penso occorra molto di più e molto più andare a fondo ed entrare molto di più in crisi. Ripeto: non è Rondoni la questione, ma quello che scegliere lui o chi per lui significa.<br />
Ringrazio per l&#8217;attenzione.</p>
<p><strong>La lettera in questione può essere letta <a href="http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150265701655515&#038;id=1538955896&#038;ref=mf">QUI</a>. </strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/29/il-sole-24ore-i-poeti-e-la-poesia/">Il Sole 24ore, i poeti e la poesia</a></p>
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		<title>La responsabilità di Antonio Ricci (e di Nicola Lagioia)</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 07:32:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>In seguito a un articolo di Nicola Lagioia uscito per «<a href="http://www.antefatto.it/">Il Fatto Quotidiano</a>», in cui – ripetendo quanto scritto su «Nazione Indiana» a proposito della <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">responsabilità dello scrittore</a> – a un certo punto affermava:</p>
<p><em>Credo che un buon libro sia sempre contro il potere, visto che parla, per sua intima natura, una lingua antitetica rispetto a quella dominante, che oggi per intenderci è la lingua pubblicitaria, intesa ovviamente in senso lato (il linguaggio della politica per esempio è quasi sempre pubblicitario…) È per questo che ritengo che l’opera televisiva di uno come Antonio Ricci sia una fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi: usa lo stesso linguaggio.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-di-antonio-ricci-e-di-nicola-lagioia/">La responsabilità di Antonio Ricci (e di Nicola Lagioia)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In seguito a un articolo di Nicola Lagioia uscito per «<a href="http://www.antefatto.it/">Il Fatto Quotidiano</a>», in cui – ripetendo quanto scritto su «Nazione Indiana» a proposito della <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">responsabilità dello scrittore</a> – a un certo punto affermava:</p>
<p><em>Credo che un buon libro sia sempre contro il potere, visto che parla, per sua intima natura, una lingua antitetica rispetto a quella dominante, che oggi per intenderci è la lingua pubblicitaria, intesa ovviamente in senso lato (il linguaggio della politica per esempio è quasi sempre pubblicitario…) È per questo che ritengo che l’opera televisiva di uno come Antonio Ricci sia una fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi: usa lo stesso linguaggio. E chi se ne frega se lo fa per criticare Berlusconi o Brunetta: se usi la stessa lingua del tuo nemico dichiarato, sei già lui</em>.</p>
<p>Antonio Ricci ha risposto sullo stesso giornale. È seguita la replica – sempre sul «<em>Fatto</em>» –  di Lagioia. </p>
<p>Ecco qui lo scambio di lettere.<br />
<span id="more-33181"></span></p>
<p>La risposta di <strong>Antonio Ricci</strong></p>
<p>  Caro Nicola Lagioia,</p>
<p>  Fascista sei tu! Con tracotanza e violenza, mi accusi di essere una “fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi”, perché uso il loro stesso linguaggio. </p>
<p>  Le prove di quello che scrivi non esistono, naturalmente, per la tua esecuzione sommaria bastano i pregiudizi razzisti di cui grondi. Mi spiace che tu non capisca che quello che si propone <em>Striscia </em>è un lavoro di smontaggio, di messa a nudo di quei meccanismi che sono in grado di rivelare al telespettatore la natura di finzione della Tv. Se la televisione è l’oggetto da decostruire, la scelta più efficace è cercare di demolire il genere televisivo che più di tutti gli altri chiede, ottiene credibilità, e si propone come contrario della finzione, come “finestra sul mondo”: l’informazione.</p>
<p>  Il dubbio è il padre di <em>Striscia</em>. Il linguaggio usato è quello dell’ironia. Nessuno al mondo ha mai conosciuto un fascista dubbioso e ironico. Te lo dico dalla mia continua e consapevole esperienza di antifascista (pensa che, ironia della sorte, l’ANPI mi dà la tessera onoraria). </p>
<p>  <em>Striscia </em>da sempre ha dato voce ai consumatori, ai più deboli, agli handicappati. Tu senz’altro dirai “me ne frego”, come hai scritto “me ne frego se Striscia critica Berlusconi”. “Me ne frego”, te lo voglio ricordare, è lo slogan del tipico fascista. </p>
<p>  Molto “arcitaliano” è il tuo tentativo (come questo per altro) di cercare espedienti per avere “un posto al sole”, una qualunque visibilità per promuovere il tuo successino librario, peraltro basato su analisi sociologiche farlocche. I tuoi contorcimenti pseudo-intellettuali per giustificare la tua appartenenza editoriale ti rappresentano più come una rampante ballerina del ventre che come un giovin scrittore coraggioso e impegnato come vuoi martellantemente far credere. </p>
<p>  Tu speri di ottenere l’immortalità con i tuoi libri scrivendo contro i “poteri di ogni tempo e latitudine”, a me ricordi il linguaggio di quello che voleva conquistare “I territori d’Oltremare”.</p>
<p>  Comunque, caro Nicola, anche se so che hai un’altissima concezione di te stesso, anche se “tirerai dritto”, anche se forse non vorrai mai diventare capomanipolo, permettimi di darti un consiglio da fratello maggiore: rischi di trasformarti in una macchietta. Forse tu, con la furbizia che dimostri, ne sei pienamente consapevole e lo vuoi, con tutti i vantaggi che essere “macchietta” in Italia oggi comporta. Il tuo posto in scena è già pronto. </p>
<p>  Virilmente Antonio Ricci.</p>
<p>La replica di <strong>Nicola Lagioia</strong></p>
<p>Caro Antonio Ricci,<br />
se il compito di <em>Striscia la Notizia </em>fosse davvero lo smascheramento della finzionalità televisiva, come tu non puoi che raccontarci e raccontarti per questioni di sopravvivenza emotiva, oltre vent’anni di programmazione con ascolti altissimi avrebbero dato come risultato un pubblico televisivo consapevole, responsabile, di un livello culturale accettabile, e non quel bacino di <em>share </em>composto da delatori frustrati, aspiranti veline, casalinghe in stato confusionale che si riversa poi nel bacino elettorale coi risultati che sappiamo. Quando dici che non s’è mai visto un fascista ironico, temo tu abbia in mente i gerarchi in fez e camicia nera, e dunque rispetto al presente mi sa che viaggi in differita, come la tua trasmissione. Pasolini deve aver davvero lottato e vissuto invano se oggi dobbiamo insomma credere che il fascismo si esprima ancora con il linguaggio stentoreo e logoro di un Mussolini. La lingua del fascismo contemporaneo è al contrario una lingua eminentemente pubblicitaria: ironica, elementare, suadente. Berlusconi racconta barzellette.<br />
Il Gabibbo rimanda solo a se stesso, proprio come uno spot pubblicitario. L’ironia e la comicità di un Lubitch, di un Kubrick, di un Carmelo Bene, dei fratelli Marx, di Ciprì e Maresco è libera e liberatoria perché è al contrario polifonica e antitetica – ripeto – alla lingua dominante, e non starò qui a spiegarti perché ci siano più cose in una loro inquadratura che nell’intero ventennio di <em>Drive In</em> e <em>Striscia la Notizia</em>. Sorvolerò per decenza sugli handicappati usati come foglia di fico. Quello che trovo invece per te fallimentare, è quando dici che ti ho attaccato per avere visibilità. Dimentichi che il compito degli intellettuali è da sempre rompere le scatole ai potenti, e tra noi due il telecomando l’hai sempre avuto in mano tu. Ma forse appartieni a quel tipo di uomini convinti dalla carriera che ogni gesto si faccia per tornaconto personale e trovo triste, che con i sessant’anni, tu debba tagliare un simile traguardo.<br />
E comunque un dubbio enorme la tua lettera me l’ha fatto venire. Ti saluto infatti senza capire se concederti l’aggravante della buona fede,</p>
<p>Nicola Lagioia</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-di-antonio-ricci-e-di-nicola-lagioia/">La responsabilità di Antonio Ricci (e di Nicola Lagioia)</a></p>
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		<title>L&#8217;amore vince sempre</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 13:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/berlusconi.jpg"></a></p>
<p>[...] Anche la foto di copertina che ovviamente lo ringiovanisce non rimanda più alla cura di sé e al trucco seduttivo ma propone lucentezze oleose ed emana un forte odore di Prep, cattiva colonia e pensiero stantio, sembra il cartellone di una barberia meridionale, di quelle che stavano sotto l&#8217;invitante scritta &#8220;taglio italiano&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/lamore-vince-sempre/">L&#8217;amore vince sempre</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/berlusconi.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-31807" title="berlusconi" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/berlusconi-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a></p>
<p>[...] Anche la foto di copertina che ovviamente lo ringiovanisce non rimanda più alla cura di sé e al trucco seduttivo ma propone lucentezze oleose ed emana un forte odore di Prep, cattiva colonia e pensiero stantio, sembra il cartellone di una barberia meridionale, di quelle che stavano sotto l&#8217;invitante scritta &#8220;taglio italiano&#8221;. Anche il ricorso alla foto-patacca è insomma così smodato da rivelare Berlusconi nella sua verità più crudele.</p>
<p>Alla fine ci rimane solo l&#8217;amarezza per la scelta della Mondadori. <span id="more-31806"></span>Il libro, infatti, non è pubblicato dal &#8220;Partito delle Libertà&#8221; ma dalla casa editrice che, con l&#8217;Einaudi, fu la più autorevole, la più amata, la più coraggiosa e la più geniale, un tempio e un&#8217;istituzione paragonabili, che so?, alla Gallimard francese, alla Collins e alla Phaidon inglesi, alla Random House americana, alla Suhrkamp Verlage tedesca. E bisogna dirlo forte che questo libro nella parte centrale diventa, in carta patinata, un volantino elettorale, pura propaganda che sarebbe anche legittima, certamente più della stanca agiografia senile, se non portasse appunto il marchio Mondadori.</p>
<p>Ebbene, da questo punto di vista il volume è peggio di una statuetta sul viso della Mondadori. E&#8217; un attentato riuscito alla nostra memoria, una bestemmia contro la fonte battesimale di chiunque in Italia abbia creduto di potere capire il mondo attraverso i libri. In un Paese meno corrotto e più civile sarebbe uno scandalo. Perché nessun voto in più o, chissà, magari &#8211; involontariamente &#8211; in meno a Berlusconi, vale la reputazione (perduta) della Mondadori.</p>
<p><strong>Francesco Merlo</strong></p>
<p><em>da Repubblica, 12/3/2010</em> (la versione integrale dell&#8217;articolo si può trovare <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/03/12/news/il_libretto_bianco_di_silvio_ceausescu-2600051/">qui</a>).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/12/lamore-vince-sempre/">L&#8217;amore vince sempre</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il corpo ferito del Capo</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 15:06:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>Che cosa suggerisce la visione del viso insanguinato del Presidente del Consiglio? Quello di un uomo che ha subito un incidente, che si è rotto il labbro, che si è fratturato il naso, che sanguina copiosamente. Un accidente casalingo, un incidente d’auto, un’effrazione improvvisa e inattesa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/14/il-corpo-ferito-del-capo/">Il corpo ferito del Capo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/berluferito-300x218.jpg" alt="AGGRESSIONE SILVIO BERLUSCONI" title="AGGRESSIONE SILVIO BERLUSCONI" width="300" height="218" class="alignleft size-medium wp-image-27495" /></p>
<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>Che cosa suggerisce la visione del viso insanguinato del Presidente del Consiglio? Quello di un uomo che ha subito un incidente, che si è rotto il labbro, che si è fratturato il naso, che sanguina copiosamente. Un accidente casalingo, un incidente d’auto, un’effrazione improvvisa e inattesa. Qualcosa di fortuito e casuale. In realtà, come sappiamo tutti per averlo visto nei telegiornali, o su You Tube, Silvio Berlusconi è stato colpito da un oggetto scagliato con forza da un uomo.<br />
    Un attentato dissennato, dato l’oggetto usato per ferirlo – un souvenir, un simbolo della città di Milano in miniatura –, e vista la situazione. Un gesto folle, eclatante, assurdo. Un attentato in miniatura, si dovrebbe dire, perché non mortale, nonostante la situazione e il contesto, simile a quello di mille altri attentati a uomini politici negli ultimi due secoli: all’aperto, tra la folla, all’inizio o alla fine di un comizio. Qualcuno si sporge tra la massa dei sostenitori e compie l’atto fatale. Ma qui non accade.<br />
<span id="more-27496"></span><br />
     La follia ha sempre metodo, e più di una ragione. Chi ha scagliato l’oggetto contro il Presidente del Consiglio, Massimo Tartaglia, voleva violare il corpo del Re, un corpo sacro, che diventa tale attraverso l’investitura del potere, i rituali della vestizione, le cerimonie della proclamazione, il culto che lo circonda. In queste settimane Silvio Berlusconi ha spesso parlato dell’investitura che avrebbe ricevuto dal Popolo; ha parlato, seppure con metodi mediatici da telegiornale e tele-spot, del proprio potere in termini sacrali, simili a quelli dei sovrani medievali e rinascimentali. Ha caricato di segni e simboli la sua stessa persona.<br />
    Si tratta di un processo che va avanti da tempo, in modo postmoderno, e non più medievale, attraverso tecniche che tendono a rendere giovane e quasi eterno il suo corpo: fitness, lifting, liposuzioni, trapianti dei capelli, cure di vario tipo e grado. L’eternità del corpo di Berlusconi sfida la mortalità stessa del corpo tradizionale del Re, destinato, alla pari di tutti i corpi, a invecchiare e morire. Nella tradizione medievale e moderna la regalità, il corpo immortale del Re, è trasmessa ai discendenti: “Il Re è morto, viva il Re”, si proclama quando muore il vecchio re e gli succede il nuovo.<br />
     Nel caso di Berlusconi il corpo vivo coincide con la regalità. Il corpo del Capo è diventato il corpo politico stesso, la sua regalità riposa sul suo stesso corpo che egli cerca di sottrarre al passare del tempo, al suo naturale logoramento, per renderlo, e qui sta il paradosso, eterno nel tempo: “una giovinezza eterna senza passato”.<br />
     È una mescolanza di aspetti antichi e moderni, medievali e postmoderni. L’aver posto tutta l’attenzione sul proprio corpo, in sintonia con quello che accade all’intera società occidentale, fondata sul “narcisismo di massa” e sulla cura ossessiva del corpo, è l’elemento centrale della sua politica. Abbiamo un solo corpo, ci dice continuamente la pubblicità, bisogna curarlo. Si tratta dell’unico bene di cui disponiamo, per questo va conservato, modellato, ringiovanito. Berlusconi si trova al culmine di questo processo, lo incarna e lo orienta con i suoi stessi comportamenti.<br />
    Ma la sacralizzazione del corpo mortale del Capo ha sempre messo in moto meccanismi opposti di desacralizzazione, come è accaduto molte volte nella storia. Nel 1990 a Sofia, la folla inferocita assaltò il mausoleo del Capo, Gheorghi Dimitrov, fondatore del Partito comunista bulgaro, e cercò di bruciare la sua mummia. Nel 1945 il corpo morto di Benito Mussolini fu gettato sul selciato di Piazzale Loreto, e dissacrato mediante una sconcia impiccagione a testa in giù. La folla l’aveva acclamato, ora la folla l’ha deturpato. Sono tanti i gesti del genere che traggono la loro motivazione nel rovesciamento della sacralità stessa del leader.<br />
     Il messaggio sacrale della ritualità moderna, ci spiegano gli antropologi, fa a meno della sfera religiosa tradizionale, e non ha più bisogno di ricorrere alle magie e alle superstizioni del medioevo, quando ai Re di Francia veniva attribuito il potere taumaturgico del tocco che guariva dalle malattie perniciose della pelle. Tuttavia il sacro non è scomparso, si è solo trasformato. Meglio: si è travestito, è entrato a far parte della nostra vita quotidiana attraverso gli schermi televisivi, le riviste patinate, i messaggi pubblicitari, i personal computer. Che lo sappia o no, che sia studiato o meno, Silvio Berlusconi mette in moto meccanismi che funzionano per gli attori come per i santi, per Marylin Monroe e per Padre Pio. Il corpo è sacro nella sua stessa materialità, in quanto corpo che muore, per questo viene investito di una significato totale e totalizzante.<br />
     Due gesti compiuti da Silvio Berlusconi ferito dall’atto del folle di ieri colpiscono. Col primo egli si china, si copre il viso con un pezzo di stoffa. Qui c’è il gesto umano, della persona ferita, che cerca riparo, che è stordita, che non capisce cosa gli è accaduto, e vacilla. Col secondo il Capo ritorna tale: dopo essere entrato nell’auto, spinto dai suoi guardiaspalle, esce di nuovo. Si mostra alla folla. Vuole far vedere che è vivo, certo, rassicurare i suoi sostenitori, ma vuole anche compiere un gesto di ostensione. Una sorta di Sacra Sindone al vivo: viva e sanguinolenta.<br />
    Si mostra perché è nell’ostensione che il suo potere corporale esiste e prospera. Ha compiuto tutto questo in modo istintivo, senza ripensamenti.  Fossimo stati negli Stati Uniti, la sicurezza lo avrebbe caricato in auto e sarebbe partita a tutta velocità. Poteva esserci ancora pericolo. No, Silvio Berlusconi sfida il pericolo, si espone di nuovo, seppur dolorante, col sangue sul viso, atterrito ma vivo, allo sguardo dei fedeli, perché questo è la natura stessa del patto che ha stretto con loro.<br />
    La politica dell’immagine di Silvio Berlusconi, che passa attraverso sempre più attraverso la politica del proprio corpo, mostra qui qualcosa d’inquietante: il suo legame con la vita e insieme con la morte.<br />
    Il folle gesto simbolico di Tartaglia rivela quel lato in ombra che la sacralizzazione quotidiana delle immagini televisive e fotografiche nasconde, e che al tempo stesso ne è il rovescio: l’inconscio desiderio di desacralizzazione. Lo sfregio, l’abrasione, il colpo al viso sono antropologicamente – sacralmente, si dovrebbe dire – parte stessa di quella politica d’incentivazione del corpo. L’ostensione chiama implacabilmente la violazione. Il gesto di ieri a Milano è stato compiuto da un folle, che nella sua follia ci manifesta qualcosa di terribile. Il potere del sacro non perdona.</p>
<p><em>[nota: ringrazio Marco Belpoliti per questo inedito - sia in Rete che su carta - che ha gentilmente dato a Nazione Indiana. P.S.]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/14/il-corpo-ferito-del-capo/">Il corpo ferito del Capo</a></p>
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		<title>Il declino del discorso critico</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 07:22:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>  A me sembra che uno dei fenomeni più significativi di questa fase di crisi della democrazia italiana sia il declino del discorso critico. Oggi ciò di cui si parla è quasi esclusivamente ciò che è stato deciso dal potere se non politico, almeno economico,  così come l’ordine del giorno delle priorità e il tono del discorso sono quelli del discorso pubblico ufficiale, langue invece un discorso critico indipendente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/27/il-declino-del-discorso-critico/">Il declino del discorso critico</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>  A me sembra che uno dei fenomeni più significativi di questa fase di crisi della democrazia italiana sia il declino del discorso critico. Oggi ciò di cui si parla è quasi esclusivamente ciò che è stato deciso dal potere se non politico, almeno economico,  così come l’ordine del giorno delle priorità e il tono del discorso sono quelli del discorso pubblico ufficiale, langue invece un discorso critico indipendente. Chiamo così quella modalità di discorso pubblico che da almeno due secoli è tipica delle società che rispettano le libertà d’espressione e che si articola di solito nelle forme della controinformazione, cioè rivelare cose di cui il discorso pubblico ufficiale non  parla, e della critica dell’ideologia, cioè la demistificazione delle ipocrisie, delle contraddizioni e delle parzialità di quella che il discorso pubblico ufficiale presenta come la verità. Le ragioni di questa crisi in Italia oggi non stanno certo nella mancanza di ingegni in grado di ottemperare a questo compito perché al contrario sono numerosi gli scrittori che hanno la preparazione culturale e il rigore morale necessari per svolgerlo, ma piuttosto in mutamenti della società tanto profondi quanto recenti. Dico subito che tra questi mutamenti non considero qui quello dell’apparato mediatico-televisivo  perché il discorso critico è sempre stato recepito  da piccole minoranze culturalmente e politicamente consapevoli, salvo in alcune circostanze storiche molto particolari, capaci però di tradurre in comportamenti e in risposte anche di massa i suggerimenti creativi che venivano da quello.<br />
<span id="more-26774"></span><br />
  In particolare penso  che siano due i fattori decisivi che hanno determinato il declino del discorso critico. In primo luogo il trionfo dell’individualismo, che si è accompagnato a quel fenomeno che i politici tipo Walter Veltroni chiamano fine delle ideologie, ha ridotto ai minimi termini o cancellato quel processo di politicizzazione dei cittadini che era la base etica e sociale del discorso critico. In pratica il discorso critico ha ragione di essere solo se ci si percepisce come parte di un corpo politico che compie scelte decisive per noi, quando la percezione dominante è, come accade oggi, quella di individui isolati che possono partecipare alla vita politica unicamente in veste di tifosi con il voto o con il televoto, non ha molto senso  criticare il discorso ufficiale: se esso non piace, si può andare all’estero perché ci si vergogna di essere italiani o provare a cambiare se stessi con i fiori di Bach, visto che è impossibile cambiare il mondo, o entrare a far parte del popolo della notte. In questo senso è vero, tanto per fare un’osservazione alla maniera di Houellebecq, che nessuna epoca ha mai visto tanta libertà come questa, il problema è che la si paga con una radicale perdita di senso dell’esperienza. </p>
<p>  L’altro fattore che ha determinato la crisi del discorso critico riguarda lo statuto della verità nel discorso ufficiale della nostra società e i rapporti di questa con il sapere e il potere. Infatti se il discorso ufficiale nel passato si è sempre presentato come la verità di una società, come la verità del potere, al quale il discorso critico opponeva un’altra verità nascosta che rivelava la menzogna del potere, oggi non è più così perché il discorso ufficiale non pretende di dire la verità, ma semplicemente di dire cose interessanti, utili e piacevoli ad ascoltarsi. A sua volta una trasformazione del genere è stata resa possibile da quella modificazione del sapere che Lyotard ha descritto nel suo ormai trentennale libro <em>La condizione postmoderna</em> (un libro dal destino curioso perché nato quasi come un’apologia di questa trasformazione è divenuto un utile strumento nelle mani di chi voglia riprendere il filo della critica): il sapere postmoderno non punta più a una validazione universale, cioè a cercare di scoprire la verità per usare un’espressione un po’ più sfacciata ma comprensibile, ma alla performatività delle conoscenze parziali, cioè a cercare di conoscere cose che siano utili e spendibili nell’immediato senza troppe domande sulla verità. Ora gran parte del sapere contemporaneo è figlio di questa trasformazione e quindi è indifferente alla verità, e pertanto è naturalmente omogeneo al nuovo tipo di discorso ufficiale fatto dal potere. </p>
<p>Di più, senza una tensione etica, cioè senza porsi una domanda radicale sulla verità, non è possibile nessun discorso critico. Ma se colui che ha il potere può tranquillamente vivere senza la verità perché l’ascolto e l’efficacia delle sue parole vengono per così dire da sé in virtù della posizione che occupa, colui che è escluso dal potere se non parla in nome della verità è come se non parlasse. </p>
<p>  Non è una questione astratta questa, ma drammaticamente concreta: oggi l’agenda dei temi da dibattere, anche in ambienti che si vogliono d’opposizione, è scelto sulla base di una supposta efficacia e utilità comunicative: che il senato approvi il decreto legge che privatizza l’acqua pubblica non deve essere discusso perché non interesserebbe il grande pubblico, perché non avrebbe audience. E non è solo un problema di censura, di controllo dei media da parte di una sola persona o di quel gruppo di persone con forti interessi economici che si fanno chiamare sui giornali da loro posseduti “i mercati”, è come se quasi tutti avessero interiorizzato una concezione della democrazia da ufficio stampa, per la quale la libertà di parola coincide con la spendibilità della stessa nel commercio della comunicazione. E la vera democrazia muore perché essa non è un sistema di regole da confermare o da cambiare, ma è una pratica politica collettiva, che vive grazie alla critica.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/27/il-declino-del-discorso-critico/">Il declino del discorso critico</a></p>
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		<title>Avviso agli studenti / 3</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/avviso-agli-studenti-3/</link>
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		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 07:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
SMILITARIZZARE L&#8217;INSEGNAMENTO

<p></p>
<p align="justify">Lo spirito da caserma ha regnato sovrano nelle scuole. Vi si marciava la passo, ubbidendo agli ordini dei sorveglianti ai quali non mancavano che l&#8217;uniforme e i galloni. La configurazione dell&#8217;edificio obbediva alla legge dell&#8217;angolo retto e della struttura rettilinea.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/avviso-agli-studenti-3/">Avviso agli studenti / 3</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
<h2>SMILITARIZZARE L&#8217;INSEGNAMENTO</h2>
<div></div>
<p><span></p>
<p align="justify">Lo spirito da caserma ha regnato sovrano nelle scuole. Vi si marciava la passo, ubbidendo agli ordini dei sorveglianti ai quali non mancavano che l&#8217;uniforme e i galloni. La configurazione dell&#8217;edificio obbediva alla legge dell&#8217;angolo retto e della struttura rettilinea. Così l&#8217;architettura si impegnava a sorvegliare le trasgressioni con la rettitudine di un&#8217;austerità spartana.</p>
<p></span></p>
<p>Fin negli anni sessanta, l&#8217;istituzione educativa rimase impastata delle virtù guerriere che prescrivevano di andare a morire alle frontiere piuttosto che dedicarsi ai piaceri dell&#8217;amore e della felicità.<span id="more-10256"></span></p>
<p> </p>
<p>Una tale ingiunzione cadrebbe oggi nel ridicolo ma, a dispetto della mutazione cominciata nel maggio &#8217;68 e del discredito nel quale è caduto l&#8217;esercito di un&#8217;Europa senza conflitti (ad eccezione di qualche guerra locale in cui disdegna di intervenire), sarebbe eccessivo pretendere che sia caduta in desuetudine la tradizione dell&#8217;ingiunzione vociferata, dell&#8217;insulto abbaiato, dell&#8217;ordine senza replica e dell&#8217;insubordinazione che ne è la risposta appropriata. <!--more--></p>
<p>L&#8217;autorità quasi assoluta di cui è investito il maestro serve piuttosto all&#8217;espressione di comportamenti nevrotici che alla diffusione di un sapere. La legge del più forte non ha mai fatto dell&#8217;intelligenza altro che una delle armi della stupidità. Molti arricciano il naso, sicuramente, per il fatto di non avere che il diritto di tacere. Ma finchè una comunità di interessi non situerà al centro del sapere le inclinazioni, i dubbi, i tormenti, i problemi che ciascuno risente giorno dopo giorno &#8211; cioè quel che forma la parte più importante della sua vita -, non vi sarà che l&#8217;obitorio e il disprezzo per trasmettere dei messaggi il cui senso non ci riguarda veramente in quanto esseri di desiderio.</p>
<p>&#8220;Prima lavora, ti divertirai in seguito&#8221; ha sempre espresso l&#8217;assurdità di una società che ingiungeva di rinunciare a vivere per meglio consacrarsi a una fatica che distruggeva la vita e non lasciava ai piaceri che i colori della morte.</p>
<p>Ci vuole tutta la stupidità dei pedagoghi specializzati per stupirsi che tanti sforzi e fatiche inflitti agli scolari portino a risultati così mediocri. Che cosa aspettarsi quando il cuore è assente? Charles Fourier, nel corso di un&#8217;insurrezione, osservando con quale cura e quale ardore gli agitatori disselciavano i sanpietrini di una strada e alzavano una barricata in qualche ora, notava che per la stessa opera ci sarebbero voluti tre giorni di lavoro ad una squadra di sterratori agli ordini di un padrone. I salariati non avrebbero trovato altro interesse nella faccenda che la paga, mentre la passione della libertà animava gli insorti. Solo il piacere di essere sé e di appartenersi darebbe al sapere quell&#8217;attrazione passionale che giustifica lo sforzo senza ricorrere alla costrizione.</p>
<p>Perché diventare ciò che si è esige la più intransigente delle risoluzioni. Ci vuole costanza e ostinazione. Se non vogliamo rassegnarci a consumare delle conoscenze che ci ridurranno al miserabile stato di consumatori, non possiamo ignorare che, per uscire dall&#8217;imbroglio in cui si è impantanata la società del passato, dovremo prendere l&#8217;iniziativa di una spinta nel senso opposto. Ma come? Vi si vede pronti a battervi e a schiacciare gli altri per ottenere un impiego ed esitereste ad investire le vostre energie in una vita che sarà tutto l&#8217;impiego che farete di voi stessi?</p>
<p>Noi non vogliamo essere i migliori, noi vogliamo che il meglio della vita ci appartenga, secondo quel principio di inaccessibile perfezione che abolisce l&#8217;insoddisfazione in nome dell&#8217;insaziabilità.</p>
<h2><strong>FARE DELLA SCUOLA UN CENTRO DI CREAZIONE DI VITA, NON L&#8217;ANTICAMERA DI UNA SOCIETA&#8217; PARASSITARIA E MERCANTILE</strong></h2>
<div></div>
<p><span></p>
<p align="justify">Nel dicembre 1991 la Commissione europea ha pubblicato un memorandum sull&#8217;insegnamento superiore. Vi si raccomandava alle università di comportarsi come imprese sottoposte alle regole concorrenziali del mercato. Lo stesso documento auspicava che gli studenti fossero trattati come dei clienti, incitati non ad apprendere ma a consumare.</p>
<p>I corsi diventavano così dei prodotti, i termini &#8220;studenti&#8221;, &#8220;studi&#8221;, lasciavano il posto ad espressioni più appropriate al nuovo orientamento: &#8220;capitale umano&#8221;, &#8220;mercato del lavoro&#8221;.</p>
<p>Nel settembre 1993 la stessa Commissione recidiva con un <em>Libro verde sulla dimensione europea dell&#8217;educazione</em>. Vi si precisa che, sin dalla scuola materna, bisogna formare delle &#8220;risorse umane per i bisogni esclusivi dell&#8217;industria&#8221; e favorire &#8220;una maggiore adattabilità di comportamento in maniera da rispondere alla domanda del mercato della manodopera&#8221;.</p>
<p>Ecco come lo zoom insudiciato del presente proietta come futuro radioso la forza esaurita del passato!</p>
<p>Una volta eliminato quel che sussisteva di mediocremente redditizio nella scuola di ieri &#8211; il latino, il greco, Shakespeare e compagnia -, gli studenti avranno finalmente il privilegio di accedere ai gesti che salvano: equilibrare la bilancia dei mercati producendo dell&#8217;inutile e consumando della merda.</p>
<p>L&#8217;operazione è sulla buona strada perché per quanto si dicano diversi, i governi aderiscono all&#8217;unaminità al principio: &#8220;L&#8217;impresa deve essere impostata sulla formazione e la formazione sui bisogni dell&#8217;impresa.&#8221;</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">Delle nuove leve per gestire il fallimento</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>Non è inutile precisare, per aiutare alla comprensione della nostra epoca, attraverso quale processo lo sviluppo del capitalismo sia sfociato in una crisi planetaria che è la crisi dell&#8217;economia nel suo funzionamento totalitario.</p>
<p>Ciò che ha dominato, dall&#8217;inizio del XIX secolo, l&#8217;insieme dei comportamenti individuali e collettivi, è stata la necessità di produrre. Organizzare la produzione tramite il lavoro intellettuale e il lavoro manuale esigeva un metodo direttivo, una mentalità autoritaria, se non dispotica. Erano i tempi della conquista militare dei mercati. I paesi industrializzati depredavano senza scrupoli le risorse delle nuove colonie.</p>
<p>Quando il proletariato iniziò a coordinare le sue rivendicazioni, subì, a dispetto della sua spontaneità libertaria, l&#8217;influenza autocratica che la preminenza del settore produttivo esercitava sui costumi. Sindacati e partiti operai si danno una struttura burocratica che avrebbe finito per ostacolare le masse laboriose con il pretesto di emanciparle.</p>
<p>Il potere rosso si stabilisce tanto più facilmente perché riesce a strappare alla classe sfruttatrice porzioni dei benifici, tradotte in aumenti salariali, miglioramenti del tempo lavorativo (la giornata di otto ore, le ferie pagate), vantaggi sociali, (sussidio di disoccupazione, mutua).</p>
<p>Gli anni &#8217;20 e &#8217;30 spingono al suo stadio supremo la centralizzazione della produzione. Il passaggio del capitalismo privato al capitalismo di Stato avviene brutalmente in Italia, in Germania, in Russia, dove la dittatura di un partito unico &#8211; fascista, nazista, stalinista &#8211; impone la statalizzazione dei mezzi di produzione.</p>
<p>Nei paesi in cui la tradizione liberale ha salvaguardato una democrazia formale, la concenrazione monopolistica che attribuisce allo Stato una vocazione padronale si compie in modo più lento, sornione, meno violento.</p>
<p>E&#8217; negli Stati Uniti che si manifesta per la prima volta un nuovo orientamento economico, votato ad uno sviluppo che trasformerà sensibilmente le mentalità e i costumi: l&#8217;incitamento al consumo infatti diventa più forte della necessità di produrre.</p>
<p>A partire dal 1945 il piano Marshall, destinato ufficialmente ad aiutare l&#8217;Europa devastata dalla guerra, apre la via alla società dei consumi, identificata ad una società del benessere.</p>
<p>L&#8217;obbligo di produrre a qualunque prezzo cede il posto ad un&#8217;impresa addobbata con gli ornamenti della seduzione, sotto la quale si nasconde nei fatti un nuovo imperativo prioritario: consumare. Consumare qualunque cosa, ma consumare.</p>
<p>Si assiste allora ad un&#8217;evoluzione sorprendente: un edonismo da supermercato e una democrazia da self-service, propagando l&#8217;illuzione dei piaceri e della libera scelta riescono a minare &#8211; in modo più sicuro di quanto lo avrebbero sperato gli anarchici del passato &#8211; i sacrosanti valori patriarcali, autoritari, militari e religiosi che un&#8217;economia dominata dagli imperativi della produzione aveva privilegiato.</p>
<p>Si misura meglio oggi quanto la colonizzazione delle masse lavoratrici, attraverso l&#8217;incitamento pressante a consumare una felicità secondo i propri gusti, abbia rallentato la stretta dell&#8217;economia sulle colonie d&#8217;oltremare e abbia favorito il successo delle lotte di decolonizzazione.</p>
<p>Se la libertà degli scambi e la loro indispensabile espansione hanno contribuito alla fine della maggior parte dei regimi dittatoriali e al crollo della cittadella comunista, hanno svelato assai rapidamente i limiti del benessere consumabile.</p>
<p>Frustrati da una felicità che non coincideva propriamente con l&#8217;inflazione di gadgets inutili e di prodotti adulterati, a partire dal 1968, i consumatori hanno preso coscienza della nuova alienazione di cui erano fatti oggetto. Lavorare per un salario che si investe nell&#8217;acquisto di merci di un valore d&#8217;uso aleatorio, suggerisce meno lo stato di beatitudine che l&#8217;impressione spiacevole di essere manipolati secondo le esigenze del mercato. Coloro che subivano l&#8217;officina e l&#8217;ufficio durante la giornata ne uscivano solo per entrare nelle fabbriche meno coercitive ma più menzognere del consumabile.</p>
<p>I falsi bisogni prevalendo su quelli veri, questo &#8220;gadget qualunque&#8221; che bisognava comprare ha finito per generare a sua volta una produzione sempre più aberrante di servizi parassitari, orditi intorno al cittadino con il compito di rassicurarlo, inquadrarlo, consigliarlo, sostenerlo, guidarlo, in breve di inglobarlo in una sollecitudine che lo assimila a poco a poco a un handicappato.</p>
<p> </p>
<p>Si sono visti così i settori prioritari sacrificati a vantaggio del settore terziario, che vende la prorpia complessità burocratica sotto forma di aiuti e portezioni. L&#8217;agricoltura di qualità è stata schiacciata dalle lobbies dell&#8217;agroalimentare che producono in eccesso surrogati di cereali, carni e verdure. L&#8217;arte di abitare è stata sepolta sotto il grigiore, la noia e la criminalità del cemento che assicura le entrare dei gruppu di affari.</p>
<p>Per quanto riguarda la scuola, essa è chiamata a servire da riserva per gli studenti d&#8217;élite ai quali è promessa una bella carriera nell&#8217;inutilità luvrativa e nelle mafie finanziarie. Il circolo è chiuso: studiare per trovare un impiego, per quanto aberrante sia, si è riallacciato con l&#8217;ingiunzione di consumare nel solo interesse di una macchina economica che si blocca da tutte le parti in Occidente &#8211; anche se gli specialisti ci annunciano ogni anno la sua trionfale ripresa.</p>
<p>Ci impantaniamo nelle paludi di una burocrazia parassitaria e mafiosa in cui il denaro si accumula e circola in circuito chiuso anziché investirsi nella fabbricazione di prodotti di qualità, utili al miglioramento della vita e del suo ambiente.</p>
<p>Il denaro è ciò che manca di meno, contrariamente a quello che vi rispondono i vostri deputati, ma l&#8217;insegnamento non è un settore redditizio.</p>
<p>Esiste tuttavia un&#8217;alternativa all&#8217;economia di deperimento e al suo impossibile rilancio. Allontanandosi dal fossato che si scava sempre di più tra gli interessi della merce e l&#8217;interesse di ciò che vive, l&#8217;alternativa propone di riconvertire al servizio dell&#8217;umano una tecnologia che l&#8217;imperialismo luvrativo ha disumanizzato, fino a farne &#8211; nel caso della fissione nucleare e della sperimentazione genetica &#8211; delle temibili nocività. Essa esige di accordare la priorità alla qualità della vita e a quelle attività di base che l&#8217;assurdità del capitalismo arcaico condanna precisamente a cadere a pezzi sotto i colpi di continue restrizioni di bilancio: l&#8217;abitazione, l&#8217;alimentazione, i trasporti, l&#8217;abbigliamento, la salute, l&#8217;educazione e la cultura.</p>
<p>Una mutazione si mette in moto sotto i nostri occhi. Il neocapitalismo si prepara a ricostruire con profitto ciò che il vecchio ha rovinato. A dispetto delle resistenze del passato, le energie naturali finiranno per sostituirsi ai mezzi di produzione inquinanti e devastanti.</p>
<p>Come la rivoluzione industriale ha suscitato, dall&#8217;inizio del XIX secolo, un numero considerevole di inventori e di innovazioni &#8211; elettricità, gas, macchina a vapore, telecomunicazioni, trasporti rapidi -, così la nostra epoca esprime una domanda di nuove creazioni che prenderanno il posto di ciò che oggi serve la vita solo minacciandola: il petrolio, il nucleare, l&#8217;industria farmaceutica, la chimica inquinante, la biologia sperimentale&#8230; e la pletora di servizi parassitari dove prolifera la burocrazia.</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">La fine del lavoro forzato inaugura l&#8217;era della creatività</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>Il lavoro è una creazione abortita. Il genio creatore dell&#8217;uomo si è trovato preso in trappola in un sistema che l&#8217;ha condnnato a produrre potere e profitto, non lasciando altro sfogo al suo rigoglio che l&#8217;arte e il sogno.</p>
<p>Ora, questo lavoro di sfruttamento della natura, cos&#8217; spesso esaltato come la potenza prometeica che trasforma il mondo, ci consegna oggi il suo bilancio definitivo: una sopravvivenza confortevole le cui risorse ed il cui cuore si consumano nel circolo vizioso del profitto.</p>
<p>Come potrebbe un lavoro cos&#8217; inutile e così nocivo alla vita non esaurirsi a sua volta? Ieri procurava l&#8217;automobile e la televisione, al prezzo dell&#8217;aria inquinata e dei palliativi di una vita assente. Oggi resta solo un salvagente aleatorio di una società paralizzata dall&#8217;inflazione burocratica, dove niente è più garantito, né il salario, né la casa, né i prodotti naturali, né le risorse energetiche, né le conquiste sociali.</p>
<p>In un&#8217;atmosfera resa oppressiva dalla rarefazione degli affari, la diminuzione del lavoro è evidentemente sentita come una maledizione. La disoccupazione è un lavoro svuotato. Una stessa rassegnazione vi fa attendere un&#8217;elemosina come il lavoratore attende il suo salario dedicandosi ad un&#8217;occupazione che lo annoia (anche se ormai giudica imprudente confessarlo).</p>
<p>Mentre tutto va alla malora sul fulo di una disperazione ispirata dall&#8217;autodistruzione planetaria economicamente programmata, un mondo è là, lasciato all&#8217;abbandono, un mondo che bisogna restaurare, spogliare delle sue nocività e ricostruire per il nostro benessere, come se, spezzandosi, lo specchio delle illusioni consumistiche avesse messo la felicità alla nostra portata, dopo averne mostrato il falso riflesso.</p>
<p>Diminuire il tempo di lavoro per meglio distribuirlo? Sia pure. Ma in quale prospettiva e con quale coscienza? Se l&#8217;obbiettivo dell&#8217;operazione è, per i più, aumentare la produzione di beni e di servizi utili al mercato e non alla vita., in cambio di un salario che ne pagherà il consumo crescente, allora il vecchio capitalismo non avrà fatto altro che recuperare a suo profitto ciò che finge di abbandonare al profitto di tutti.</p>
<p>Al contrario, se la stessa pratica ubbidisce alle sollecitazioni di un neocapitalismo che cerca nell&#8217;investimento ecologico un&#8217;arma contro l&#8217;immobilismo di un padronato senza immaginazione, mancherà soltanto una resa di coscienza perché il salario garantito e il tempo di lavoro ridotto aprano a ciascuno il campo di una libera creazione e la libertà di ritrovarsi ed essere infine se stessi.</p>
<p>Perché, a dispetto dell&#8217;occultazione che intrattengono intorno ad essa le burocrazie della corruzione e le mafie affariste, esiste una domanda economico-sociale che va controcorrente rispetto alle grida di soccorso del disastro ordinario. Essa reclama un ambiente che migliori la qualità della vita, una produzione senza oppressione né inquinamento, dei rapporti autenticamente umani, la fine della dittatura che la redditività esercitt sulla vita. Sta a voi &#8211; e alla nuova scuola che inventerete &#8211; impedire che la creatività, obiettivamente stimolata dalla promessa di impieghi di utilità pubblica, si inrappoli nell&#8217;alienazione economica, tagliandosi fuori dalla creazione di sé.</p>
<p>Se vi dimenticate di ciò che siete e in quale vita volete essere, non sperate in un altro destino che quello di una merce buona da buttare appena superata la cassa.</p>
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<p align="justify">Privilegiare la qualità</p>
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<p align="justify"> </p>
<p>A forza di obbedire al criterio della quantità, la corsa al profitto scade nell&#8217;assurdità della sovrapproduzione. Produrre molto aumentava ieri il plusvalore dei padroni, che non esitavanop a distruggere le eccedenze di caffé, di carne, di grano per impedire un abbassamento dei pressi sul mercato.</p>
<p>Lo sviluppo del consumo, toccando un più vasto settore della popolazione, ha permesso di assorbire in una certa misura una cescente quantità di merci concepite piuttosto a scopo di guadagno che per il loro uso pratico. La qualità di un prodotto è stata considerata con tanta più disinvoltura in quanto non era questa a determinare il livello delle vendite, ma la menzogna pubblicitaria di cui era rivestita per sedurre il cliente. Ma a forza di lavare sempre più bianco anche la menzogna finisce per logorarsi. Offesa dall&#8217;eccesso di disprezzo, la clientela ha finito per recalcitrare. Si è mostrata critica, ha rifiutata di ingoiare ciecamente quello che il cucchiaino dello slogan gli infilava ad ogni momento negli occhi, in bocca, nelle orecchie, in testa.</p>
<p>Molti hanno dunque deciso di non lasciarsi più consumare da un&#8217;economia che se ne infischia della loro salute e della loro intelligenza. Esigendo la qualità di ciò che viene loro proposto, scoprono o riscoprono la loro qualità di esseri, la loro specificità di individui lucidi, che era stata occultata da quella riduzione allo stato gregario provocata e intrattenuta dalla propaganda consumistica.</p>
<p>Ma, mentre gli organismi di difesa dei consumatori organizzano il boicottaggio dei prodotti snaturati da un&#8217;agricoltura che inonda il mercato di cereali forzati, di ortaggi concimati, di carni provenienti da animali martirizzati in allevamenti-lager, sembra che nelle scuole ci si rassegni a vedere la cultura avviarsi sulla stessa strada della peggiore agricoltura.</p>
<p>Se gli uomini politici nutrissero nei riguardi dell&#8217;educazione le buone intenzioni che proclamano a ogni piè sospinto, non dovrebbero mettere in opera tutto per garantire la qualità? Tarderebbero forse a decretare le due misure che determinano la condizione <em>sine qua non</em> di un apprendimento umano: aumentare il numero di insegnanti e diminuire il numero di allievi per calsse, in modo che ciascuno sia trattato secondo la sua specificità e non nell&#8217;anonimato di una folla?</p>
<p>Ma, apparentemente, l&#8217;interesse ha per loro una connotazione più economica che semplicemente umana. Se i governi privilegiano l&#8217;allevamento intensivo di studenti consumabili sul mercato, allora i principi di una sana gestione prescrivono di stivare nello spazio scolastico più piccolo la quantità minima di teste, modellabili dal minimo personale possibile. La logica è pefetta e nessuna società protettrice degli animali insorgerà contro il consumo forzato di conoscenze sottoposte alla legge della domanda e dell&#8217;offerta, né contro gli usi da mercanti di cavalli che regnano sulla fiera del lavoro.</p>
<p>Rassegnatevi dunque al partito preso della stupidità che implica lo stato gregario, perché per educare una classe di trenta allievi non vedo che la sferza o l&#8217;astuzia.</p>
<p>Ma non invocate l&#8217;impossibilità materiale di promuovere un insegnamento personalizzato. Gli sviluppi delle tecniche audiovisive non potrebbero permettere ad un grande numero di studenti di ricevere individualmente ciò che un tempo apparteneva al maestro di ripetere fino a memorizzazione (ortografia, grammatica elementare, vocabolario, formule chimiche, teoremi, solfeggio, declinazioni&#8230;)? Oppure di verificare come in un gioco il grado i assimilazione e di comprensione?</p>
<p>Così liberato di un&#8217;occupazione ingrata e meccanica, l&#8217;educatore non avrebbe più che da dedicarsi all&#8217;essenziale del suo compito: assicurare la qualità delle informazioni globalmente ricevute, aiutare alla formazione di individui autonomi, dare il meglio del suo sapere e della sua esperienza aiutando ciascuno a leggersi e a leggere il mondo.</p>
<p>Informazione al massimo numero di soggetti possibili, formazione per piccoli gruppi. Al centro di una vasta rete di irrigazione che dreni verso ogni allievo la molteplicità delle conoscenze, l&#8217;educatore avrà finalmente la libertà di diventare ciò che ha sempre sognato di essere: il rivelatore di una cretività di cui non vi è nessuno che non possieda la chiave, per quanto nascosta essa sia sotto il peso delle passate costrizioni.</p>
<p> </p>
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<p></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/avviso-agli-studenti-3/">Avviso agli studenti / 3</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Crimini e affari</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/21/crimini-e-affari/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Oct 2008 16:02:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raffaele Cantone</strong></p>
<p>Sono ormai settimane che tutti i media si occupano della crisi economica che attanaglia Stati Uniti, Europa, persino Paesi emergenti come la Cina e l’India. È stato spiegato, anche ai non addetti ai lavori, che i problemi sono cominciati con le istituzioni finanziarie; le banche americane, esposte per molti miliardi di dollari per mutui troppo facilmente erogati, sono in sofferenza ed in alcuni casi sono fallite.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/21/crimini-e-affari/">Crimini e affari</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raffaele Cantone</strong></p>
<p>Sono ormai settimane che tutti i media si occupano della crisi economica che attanaglia Stati Uniti, Europa, persino Paesi emergenti come la Cina e l’India. È stato spiegato, anche ai non addetti ai lavori, che i problemi sono cominciati con le istituzioni finanziarie; le banche americane, esposte per molti miliardi di dollari per mutui troppo facilmente erogati, sono in sofferenza ed in alcuni casi sono fallite. Siccome poi i mutui americani, cartolarizzati in derivati, erano stati venduti &#8211; in un momento di orgia speculativa che aveva fatto intravedere grossi guadagni senza considerare i relativi rischi &#8211; alle istituzioni finanziarie di tutto il mondo, il crollo delle banche statunitensi, come in una sorta di domino che è tipico della globalizzazione economica, si sta riverberando dovunque.<span id="more-9922"></span>Gli analisti sono oggi concordi nel prevedere che la finanza malata contagierà l’economia reale, perché &#8211; banalizzando &#8211; essendoci in giro meno denaro ed avendo le banche necessità di recuperare liquidità, i finanziamenti alle imprese si ridurranno; non molti giorni fa un periodico, ad esempio, raccontava come anche clienti affidabili non sempre riescono a procurarsi denari dalle banche e, comunque, li ottengono con interessi più elevati. È affermazione generale che siamo alle soglie di una crisi che assomiglia sempre più a quella del 1929. Così come dimostra l’esperienza, non tutti perdono durante queste tempeste finanziarie e gli speculatori approfitteranno, come al solito, per modificare le strutture di controllo e di comando di molte istituzioni imprenditoriali e finanziarie. Se queste sono le prospettive, è necessario paventare &#8211; per l’economia italiana, da sempre meno forte di quella di altri Paesi occidentali, pur con una rete protettiva che si è dimostrata più efficace che in altri Stati &#8211; il rischio che nelle manovre che si faranno possano ambire ad un ruolo, come una sorta di convitato di pietra, le varie forme di mafia di cui purtroppo la penisola non scarseggia. Esse, infatti, non hanno problemi di liquidità; i loro affari &#8211; soprattutto la droga e l’economia parassitaria ad essa collegata &#8211; non conoscono crisi e da tempo hanno dimostrato interesse per la diversificazione degli investimenti, anche grazie a consulenti di eccezionali capacità professionali. Non è una previsione catastrofistica collegata alla deformazione professionale di chi si è occupato di tali fenomeni; la dimensione finanziaria delle organizzazioni malavitose ha raggiunto, infatti, livelli di sofisticazione impensabili. Voglio raccontare un episodio solo apparentemente banale, emerso in un’indagine. Un esponente di primo piano di un pericoloso clan, sottoposto anche a misure di prevenzione personali e patrimoniali, si scoprì che utilizzava una carta di credito per acquisti nel nord Italia e all’estero; costui, però, non aveva un conto corrente e quindi non avrebbe dovuto possederne. Le indagini del Ros spiegarono l’arcano: grazie alla consulenza di un abile promotore finanziario &#8211; evidentemente compiacente così come l&#8217;istituto bancario di riferimento, fra l’altro non certo una banca di paese &#8211; il boss era riuscito ad ottenere ciò che era precluso ad un privato cittadino o ad un imprenditore anche di successo; una carta di credito a suo nome «agganciata» ad un conto altrui, con domiciliazione in parte estera, che impediva ogni controllo sui suoi acquisti. I clan, quindi, sono ormai avvezzi a muoversi nel settore finanziario, trovando i più svariati modi per aggirare regole e controlli. Se a questo dato si aggiunge che i boss riciclano da sempre grosse risorse economiche in imprese colluse, ottenendo compartecipazioni ai guadagni, è un’ipotesi tutt’altro che peregrina che quei personaggi possano tentare di approfittare della crisi di liquidità per mettere a disposizione i propri mezzi a chi ne ha bisogno o, persino, per fare shopping di imprese, nascondendosi &#8211; perché no &#8211; dietro fondi di «private equity» con basi in paradisi fiscali. È un’occasione d’oro per la borghesia mafiosa per fare il salto di qualità e per sedersi &#8211; come ha già cercato più volte di fare &#8211; ai tavoli del potere economico che conta. Solo un attento e continuo monitoraggio delle istituzioni di controllo (Banca d’Italia, Consob, Ufficio italiano cambi) potrà impedire che al danno, per tutti i cittadini, della crisi si aggiunga un vero e proprio disastro per l’economia nazionale.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;il Mattino&#8221; del 21.10.2008.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/21/crimini-e-affari/">Crimini e affari</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il paese delle prugne verdi</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Oct 2008 08:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><em>Herta Müller, <strong>Il paese delle prugne verdi</strong>, Keller, Rovereto, 2008, 254 pag., traduzione di Alessandra Henke</em></p>
<p>Keller Editore è una piccola casa editrice di Rovereto che pubblica libri davvero belli. Belli per la carta, la copertina, il formato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/02/il-paese-delle-prugne-verdi/">Il paese delle prugne verdi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/herta.jpg" alt="" title="herta" width="454" height="248" class="alignnone size-full wp-image-7918" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><em>Herta Müller, <strong>Il paese delle prugne verdi</strong>, Keller, Rovereto, 2008, 254 pag., traduzione di Alessandra Henke</em></p>
<p>Keller Editore è una piccola casa editrice di Rovereto che pubblica libri davvero belli. Belli per la carta, la copertina, il formato. E per la selezione dei testi di autori europei spesso difficili da reperire in Italia, come questo<em> Il paese delle prugne verdi </em>di Herta Müller, scrittrice rumena di lingua tedesca. Rendo subito onore alla traduttrice che ha accettato l&#8217;improba sfida di restituire in italiano un libro così complesso, con una lingua lirica e asciutta, che ricorda vagamente (ma è un accostamento difettoso) quella di Agota Kristof.<br />
<span id="more-7917"></span><br />
<em>Il paese delle prugne verdi</em> parla dell&#8217;amicizia fra la la protagonista, io narrante del libro, e tre suoi compagni di studi, sotto la cappa opprimente della dittatura di Ceauşescu; amicizia che nasce e si salda dopo il suicidio di una loro giovane amica, Lola. La narrazione pare sospesa in un tempo fuori dalla Storia, in un paese che assomiglia a un enorme campo di concentramento, dove le pressioni psicologiche e la povertà profonda hanno messo in ginocchio un intero popolo, tratteggiato come sconfitto, animalesco, primordiale, impossibilitato al riscatto. </p>
<p>Anche solo leggere libri stranieri, o declamare semplici versi può essere interpretato come sovversivo dalla polizia locale, anche solo scriversi una lettera può diventare una sfida al potere costituito, il quale, ottuso, colpirà duramente l&#8217;innocente amicizia dei quattro ragazzi. Per descrivere tutto ciò il libro assume una coloritura cupa, asfissiante, angosciante. Non c&#8217;è via di fuga, e l&#8217;idea stessa dell&#8217;espatrio può non essere salvifica per chi la formula.</p>
<p>Il titolo originale, <em>Herztier</em>, è un neologismo della autrice quasi intraducibile (è qualcosa come “la bestia del cuore”). Questo per far capire la difficoltà di restituire in italiano la ricerca linguistica e immaginifica del romanzo. Che, in fondo, forse romanzo non è. È, semmai, un vero e proprio poema in prosa, con i ritmi e i tempi tipici della lirica. Un libro difficile. E necessario.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione <em>n. 34 del 19 agosto 2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/02/il-paese-delle-prugne-verdi/">Il paese delle prugne verdi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/</link>
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		<pubDate>Sat, 30 Aug 2008 08:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu.<br />
Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di <em>water-gym</em> programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei perduti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/">Lo stato delle cose in Occidente</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu.<br />
Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di <em>water-gym</em> programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei perduti. I glutei, tuttavia, non sono vecchi e cadenti ! E neppure solo femminili! Sono glutei giovani e nonostante ciò alla ricerca di se stessi.<br />
Come spiegare il mistero dei giovani glutei perduti?<br />
Nuotando in solitudine, la risposta mi pare semplice: il tempio della salute (<em>salus per aquam</em>, dicevano gli antichi Romani), che fino a dieci anni fa era frequentato da un pubblico di moribondi o da persone mature e annoiate, è diventata la cattedrale del <em>wellness</em>, la casa della bellezza fisica, <em>The Beauty Farm</em>.<br />
In una verde vallata circondata dalle montagne, alla frontiera tra Italia e Austria (non lontano dal castello del grande alpinista Reinhold Messner), dove, secondo la leggenda, Ötzi, l’uomo primitivo, ha trascorso il suo tempo a urlare il proprio nome per notti e notti– ottenendo come unica risposta una triste eco – si trova il Centro di benessere «Paradiso». <span id="more-7769"></span><br />
Si tratta di un’oasi per giovani coppie in viaggio di nozze, per giovani coppie con prole (la Beauty Farm «Paradiso» è dotata di un <em>baby-club</em> e di graziose animatrici bilingui) desiderose di dimenticare il loro status di genitori, per neomamme che aspirano, <em>post partum</em>, a snellire i loro lombi, per giovani manager in fuga dai loro computer, per studentesse alla ricerca di giovani manager in fuga dai loro computer desiderose di continuare a vestire Gucci, Louis Vitton, Dolce &amp; Gabbana, per single la cui incertezza sessuale è proporzionale a quella del loro avvenire: persone tra i diciotto e i trent’anni che possono diventare qualsiasi cosa: omosessuali, eterosessuali, bisessuali, transessuali, o tutte e quattro le cose insieme e che cercano un rifugio, una pausa, una «camera del silenzio», un trattamento per capelli, un lettino dove riposare o meditare in compagnia del loro Ipod.<br />
Di solito, nuoto prima dell’ora della cristalloterapia, prevista per le dieci.<br />
La cristalloterapia si basa su un unico principio: tutto ciò che esiste nell’universo è energia solidificata in strutture precise e apparentemente chiuse in se stesse. Apparentemente. L’energia, infatti, non si può imprigionare. Si agita continuamente, secondo una frequenza vibratoria particolare che dipende dai corpi in cui s’imbatte durante il suo percorso. Il cristallo, che possiede una vibrazione costante, una volta posato su un corpo umano (di preferenza su un dorso completamente rilassato), le cui vibrazioni sono purtroppo molto più instabili, perviene a stabilire uno stato d’armonia. Secondo i fondamenti della cristalloterapia, tutte le malattie dell’uomo derivano da un blocco energetico che invia vibrazioni negative sul piano fisico, emotivo e mentale. Perciò, se si vuole neutralizzare la nostra consustanziale mancanza d’armonia e reintegrare il flusso positivo dell’energia universale, bisogna assolutamente provare la cristalloterapia.<br />
Quindi passare direttamente all’aromaterapia, poi al massaggio al miele, successivamente a quello al cioccolato, poi al trattamento alle alghe marine, quindi alle immersioni nel fieno – molto indicate per la cura di ogni indurimento sia epidermico che spirituale –, poi sottomettersi a una doccia nebulizzante, poi immergersi in una vasca di latte ricoperta di ciclamini, quindi, usciti dal latte, scivolare delicatamente in un’altra vasca riempita di scorze di mela «Vitalis».<br />
Infine bisogna assolutamente provare la terapia del «Cau».<br />
«Cau» significa «lavorare con il fuoco senza la fiamma». La terapia unisce il calore alle essenze arboree. Si fonda sull’uso dell’artemisia, una pianta dalle proprietà divine. Il «Cau» può prolungare la vita in quanto il suo principio è il calore. Tutto nell’universo nasce dal calore. Perciò, quando le foglie ardenti dell’artemisia, dopo un’accurata manipolazione destinata a dar loro una forma conica, si posano sul vostro corpo già candeggiato e reso pressoché trasparente dai numerosi trattamenti e immersioni precedenti, voi cominciate a urlare.<br />
La massaggiatrice bilingue dal seno invadente conosce alla perfezione il vostro urlo. Il vostro, infatti, non è un urlo di dolore. Il calore non provoca dolore, crea l’amore, la vita. Il vostro urlo non è che il primo vagito di un neonato. Un novello Ötzi è nato, restituito dai ghiacciai della preistoria alla civiltà del benessere.<br />
Nel pomeriggio, dopo un pranzo frugale a base di mele «Vitalis» e foglie di artemisia, vado nella hall del «Paradiso». L’atmosfera è effervescente, conviviale. La gente è a suo agio, disponibile. La mattinata deve aver purificato i corpi e le anime. I pori della pelle si devono essere talmente dilatati da aprirsi anch&#8217;essi al dialogo. Tutti sembrano in vena di confidenze.<br />
Ne approfitto per abbordare una donna sulla quarantina alle prese con uno specchio.<br />
«Che ne direbbe di una breve passeggiata nella valle?».<br />
«D’accordo – risponde. Sono sempre attratta dalla natura. Eppure, sa, a volte la natura non è all’altezza dei nostri desideri».<br />
Usciamo. La luce, per effetto dei raggi solari che si riflettono sulle rocce delle Dolomiti che ci circondano è di un rosa confetto. Osservo l’incarnato del suo volto: anch’esso è rosa confetto. Ho un dubbio: si tratta di un’illusione ottica? O siamo davvero ridiventati dei neonati dalla pelle immacolata? La donna continua la sua riflessione:<br />
«Giunta a quarant’anni, una donna è obbligata a estendere il suo potere d’azione fino alla propria intimità. Comprende quel che voglio dire? La natura, terminato il suo compito, ci abbandona a noi stesse. A questo punto una donna deve pensare a un ringiovanimento estetico delle sue zone intime. Le ragioni che la spingono a sottomettersi a una “modernizzazione” della sua vagina possono essere le più disparate: piccoli problemi d’incontinenza; liposuzione del grasso che con il tempo si è concentrato nella regione pubica; correzione dell’orifizio che una ventina d’anni di attività sessuale ha allargato o reso asimmetrico. Tuttavia, come afferma uno dei più grandi specialisti di questo genere di interventi chirurgici, il professor Carlo Alberto Balla d’Oro, la funzione più importante della vaginoplastica è quello di offrire nuovamente alla donna la gioia del suo primo orgasmo. O, come il professor Balla d’Oro dice più precisamente, usando una metafora musicale: farle riscoprire “la tonalità ardente della prima nota acuta del vero godimento”».<br />
L’ultima frase della donna dalla vagina rifatta mi fa tornare in mente l’urlo che al mattino avevo lanciato sotto lo sguardo bonario della massaggiatrice dal seno invadente. Secondo l’antica terapia orientale del «Cau», tutto è calore. Noi, dunque, dobbiamo bruciare. Corpo e anima. Per questa ragione la frontiera tra il corpo e l’anima, cioè la nostra pelle, deve dilatarsi grazie a trattamenti estetici e terapeutici fino a diventare una pellicola invisibile. O fino a essere recisa da un bisturi. Così il professor Balla d’Oro raggiunge l’antica saggezza, proprio mentre io e la mia confidente raggiungiamo le soglie del «Paradiso».<br />
Prima di entrare nel Centro, dopo averla ringraziata per le sue rivelazioni, la saluto il più intimamente possibile. Mi accomodo su una poltrona. Prendo un giornale. Un articolo desta il mio interesse. Si parla dell’«Indiana Jones del Sud Tirolo». Visto che sono da queste parti, voglio saperne di più. Si raccontano le avventure dell’ufficiale, alpinista e vulcanologo francese Déodat de Dolomieu, fondatore della geologia alpina, la cui vita, scrive la giornalista, è stata più romanzesca di quella del celebre personaggio del ciclo cinematografico. Dal 1789, anno in cui scopre la composizione della roccia dal color rosa (la «dolomie»), che fa di questa regione un paradiso, il suo prestigio s’impone per l’eternità: il nome delle Alpi dolomitiche viene infatti da Dolomieu. Sembra che al momento della scoperta, abbia lanciato un urlo ancestrale, simile a quello di Ötzi, l’uomo primitivo e leggendario che, secondo gli abitanti di questi luoghi, si può ancora udire durante certe notti d’inverno. Il viaggio sulle Dolomiti, nella vita di Dolomieu, non è tuttavia che una tappa. La sua sete inesauribile di ignoto lo conduce alle soglie della morte alla fine di quattro anni di prigionia nella fortezza di Messina, dove, di ritorno da una spedizione napoleonica in Egitto, era naufragato. Nella sua biografia intitolata <em>Le avventure del cavaliere geologo Déodat de Dolomieu</em>, l’autrice, Thèrèse de la Vallée d’Or, racconta come, una volta liberato dai Borboni, Dolomieu, novello cavaliere dell’Ordine di Malta, ricominci a solcare il Mediterraneo combattendo contro i Turchi. Rientrato in Sicilia, esplora l’isola in lungo e in largo, studia la sua stratificazione geologica, scala l’Etna. Nel corso della sua terza scalata al vulcano prende la decisione più difficile e più bizzarra della sua vita: si dà al libertinaggio. Dolomieu, come si può verificare grazie a un ritratto eseguito dalla pittrice tedesca Diotima Kaufmann che si trova a Villa Borghese, era un tipo affascinante. Vulcanologo di fama, si ricorda del suo vecchio compagno d’armi Choderlos de Laclos, l’autore de <em>Le relazioni pericolose</em>. Gli scrive una lunga lettera nella quale, fra gli innumerevoli aneddoti sulla sua vita di donnaiolo scientifico, si può leggere questo passaggio: «L’avventura erotica in sé non è interessante. Quel che rende interessante un’avventura erotica sono i dettagli. Se ho avuto l’imperdonabile mancanza di tatto di compromettere molte donne, ho anche avuto l’abilità di salvarne altrettante. Ciò lo devo soprattutto alla mia natura scrupolosa di vulcanologo, da sempre attenta a scoprire le minime fonti di calore, anche in terreni e corpi all’apparenza glaciali (cosa che ho dimostrato nell’inverno del 1789 in occasione del mio viaggio sulle Alpi delle Venezie).<br />
Sono rapito dal Valmont dei vulcani, quando un uomo sulla cinquantina, calvo e tarchiato, avviluppato in un accappatoio bianco e attraversato da un continuo fremito di vitalità, mi rivolge senza mezzi termini la grande domanda:<br />
«Hai mai avuto rapporti sessuali con un automa?».<br />
Sorpresa. Sconcerto. Calcolo. Sebbene, soprattutto in gioventù, abbia scopato molte volte con ragazze il cui corpo rigidamente immaturo sembrava quello di un cadavere e che al momento del godimento emettevano un flebile «Uhhhh&#8230;» (niente a che vedere con l’urlo primitivo di Ötzi né con quello di Dolomieu alla scoperta della sua roccia), non ho mai copulato con un automa.<br />
«No» – rispondo.<br />
«Mi chiamo Deodato Siciliano. Sono un ingegnere specializzato in cibernetica e robotica e presidente dell’<em>IEEE ROBOTICS AND AUTOMATION SOCIETY</em>. Le annuncio che le sue ore sono contate. Da qui a tre anni ciascun rappresentante della civiltà del benessere avrà il suo <em>Intelligent and Sex Toy</em>, un androide in grado di soddisfare ogni esigenza sessuale. Sono appena rientrato dall’<em>Euron Roboethics Atelier</em> di Ginevra dove per cinque giorni si è discusso di robotica sessuale, una delle ultime frontiere della tecnica. Qualsiasi altro oggetto sessuale – vibratore, bambola gonfiabile, pene in plastica o in vetro soffiato – sarà ben presto obsoleto. Lo sa, l’automazione della vita sessuale renderà la civiltà del benessere estremamente morale! Basta con i sexy-shop, basta con i video pornografici, basta con le chat-line. Non è straordinario?»<br />
«Basta anche con la masturbazione?» – domando con un velo di tristezza<br />
«Niente di niente. Immagini la gioia e l’eccitazione che ciascuno di noi potrà sperimentare quando possederà un robot praticamente identico a un essere umano (già oggi ne esistono, ma su scala mondiale ridotta), un robot in grado di abbracciarla, di dirle delle parole d’amore, delle oscenità, capace di darle un godimento completo. L’<em>Intelligent Sex Toy</em> è il perfezionamento assoluto dell’interattività. Ne abbiamo abbastanza dell’interumanità&#8230; No? Ad ogni movimento del suo possessore corrisponderà una reazione del robot. Ad ogni emozione umana un dispositivo tecnico in grado di assecondarla. Ciascuno sarà libero di scegliere le caratteristiche fisiche del suo androide. Un po’ come oggi siamo liberi di scegliere i vari prodotti sul Web».<br />
«Le donne, immagino, saranno molto contente di utilizzare questa macchina sessuale. Gli uomini, a sentire i commenti delle mie colleghe, eiaculano sempre più precocemente. Non riescono quasi mai a renderle felici» – gli dico con una certa prudenza.<br />
«È naturale. Le principali beneficiarie di questa nuova tecnologia saranno le donne. Una macchina può garantire una performance sessuale illimitata. Esiste già un <em>Tommy Lee</em>, un «Real Guy» (gli automi femminili sono chiamati «Real Dolls»). Si può comprarlo per diecimila dollari (www.orgasmtronics.com). È dotato di un cuore artificiale che accelera i battiti durante la copulazione, di un radiatore a nido di vespe che aumenta la temperatura corporea al fine di stimolarne l’eccitazione, di una voce sintetizzata che produce dei gemiti in modo proporzionale al ritmo dell’amplesso, di un sistema elettronico che secreta un liquido molto simile a quello seminale (si tratta, in realtà, di un acido sintetico creato in laboratorio del tutto inoffensivo che si può senza alcun rischio leccare o ingurgitare), e infine di un microchip nascosto dietro l’orecchio sinistro: basta che la donna pronunci una frase standard, come “Tommy, più forte”, perché l’automa risponda “D’accordo”. Quindi passa dalle parole ai fatti, cosa che un uomo in carne ed ossa non riesce il più delle volte a fare».<br />
«E le puttane? – gli chiedo. Anche loro spariranno quando il mondo della civiltà del benessere sarà popolato da milioni di androidi sessuali? Non posso immaginare un mondo senza puttane. È una delle mie debolezze. Come poeta, mi piacerebbe che sopravvivessero a tutto ciò. Poeta e puttana, dopotutto, sono i due mestieri più antichi del mondo. Mi sentirei un orfano senza quelle sorelle e madri dell’ispirazione e del dolore umani&#8230;».<br />
«Mi dispiace molto. Anch’io, le confesso, quando avevo quattordici anni ho scritto alcune poesie erotiche. Tuttavia, recenti studi di psicologia applicata e di sociologia del corpo umano – continua Deodato che non ha perso un milligrammo della sua vitalità – indicano che le persone frequentano le prostitute soprattutto perché desiderano avere un’attività sessuale priva di ogni implicazione emotiva. Perciò, quale miglior soluzione di quella di copulare con delle macchine?  Siamo alle soglie di un affrancamento definitivo dalla nostra idea di trasgressione in quanto sospensione dei tabù. Dopo la coppia eterosessuale, dopo la coppia omosessuale, dopo la trasformazione dell’uomo in donna e della donna in uomo, dopo il sesso cibernetico, c’è il sesso con gli androidi, che non è, del resto, l’ultimissima frontiera del sesso. Si tratta, al contrario, dell’inizio di una nuova era, altamente sessualizzata e al contempo emancipata una volta per tutte da ogni specie di pornografia. Non ci sarà più nessuna violazione della morale, nessuna censura, nessun conflitto tra i generi della specie umana. Tutte le prostitute, tutti i gigolò, tutti i transessuali, tutte le pornostar saranno destinati a diventare una classe di invisibili, di intoccabili, di zombie. Un po’ quello che oggi succede ai veri artisti e ai veri poeti».<br />
Non so come spiegare quel che dopo le ultime parole di Deodato – che nel frattempo si è allontanato per ordinare due succhi di mela «Vitalis» – si svolge al di là della grande vetrata che mi sta di fronte.<br />
Ai margini della verde vallata tre personaggi se ne stanno seduti sull’erba: una donna e due uomini. La donna, nuda, mi guarda con voluttà. Forse è una puttana. Gli uomini sembrano conversare tra loro. Ignorano la donna. Forse sono omosessuali. O forse si tratta di un ménage a tre. Sullo sfondo vedo un’altra donna, vestita di un abito leggero che si sta immergendo in una vasca colma di latte e foglie di artemisia. Mi ignora come sembra ignorare quel che accade poco lontano da lei. L’atmosfera è radiosa. La luce che si riflette sui volti dei personaggi è rosa, come la dolomite. Tuttavia, i colori della scena non sono costanti. Nei corpi si possono notare alcune vibrazioni instabili. Si direbbe un dipinto pornografico di un’epoca passata. Forse il capolavoro pornografico di un artista che, dopo averlo esposto, ha perduto tutto il suo prestigio, tanto da diventare invisibile agli occhi dei suoi contemporanei.<br />
È noto: la pornografia di un’epoca è l’arte più autentica di un’altra. Ma mi chiedo: se, come afferma Deodato, l’automazione sessuale e il suo potere moralizzatore riusciranno nel giro di pochi anni a sradicare ogni forma di pornografia, l’arte avrà ancora qualche speranza di sopravvivere?<br />
Provo un soprassalto di nostalgia nei confronti del mio moribondo universo pornografico destinato ben presto a entrare nell’invisibile.<br />
Una nuvola bianca e instabile si avvicina. Intravedo un frammento del corpo tozzo, liscio e rosa di Deodato che ritorna dal bar. Sorseggiamo in silenzio i nostri succhi di mela «Vitalis».</p>
<p>Nota<br />
Il testo è un capitolo di un romanzo in fieri intitolato &#8220;Lo stato delle cose in Occidente&#8221;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/">Lo stato delle cose in Occidente</a></p>
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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6768" title="opereitaliane" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <em>Campo del sangue</em> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<em>Un teologo contro Hitler</em>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <em>Gli emigrati</em>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «Città dei ragazzi» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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		<title>I limiti dell&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 08:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>A</strong><br />
Definire i contorni delle parole è diventato un compito difficile, soprattutto da quando le specializzazioni e i gerghi hanno invaso ogni campo, confondendo le frontiere delle arti e in particolare dell’arte letteraria. Parole come «contaminazione», «riscrittura», «riuso», «intertestualità» hanno fatto il giro del mondo in bocca a critici raffinati, precipitando poi nei manuali, per diventare, infine, luoghi comuni nelle tesi degli studenti più scaltri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/i-limiti-dellarte/">I limiti dell&#8217;arte</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>A</strong><br />
Definire i contorni delle parole è diventato un compito difficile, soprattutto da quando le specializzazioni e i gerghi hanno invaso ogni campo, confondendo le frontiere delle arti e in particolare dell’arte letteraria. Parole come «contaminazione», «riscrittura», «riuso», «intertestualità» hanno fatto il giro del mondo in bocca a critici raffinati, precipitando poi nei manuali, per diventare, infine, luoghi comuni nelle tesi degli studenti più scaltri. Danilo Kis diceva che la letteratura dovrebbe essere «l’ultimo bastione del buon senso». Che cos’è, si chiedeva, un sonetto d’amore se non «un isolotto sul quale possiamo posare il piede» in mezzo alla palude dei gerghi?<span id="more-6366"></span> </p>
<p><strong>B</strong><br />
Una parola a cui tengo è la parola «atelier». Significa «bottega» o «officina» ed è tanto antica quanto l’arte. Forse per questa ragione è così piena di mistero e allo stesso tempo suona alle nostre orecchie di mercanti del XXI secolo un po’ démodé. Questa parola ci ricorda che l’opera è il prodotto di una <em>τεχνη</em>, di un saper fare. La storia di un’arte è la storia di un sapere, di una «messa in opera» su una materia definita. Ora, il sapere implica un potere, e questo potere è il concentrato di due forze: del «talento», altra parola un po’ démodé, di colui che si è messo all’opera e del suo sforzo di superare la resistenza della materia. Il poeta non è qualcuno che ricerca, ma piuttosto qualcuno che inventa, nel senso che i latini davano alla parola «invenzione», cioè quello di «scoperta»: egli scopre in atto un aspetto ignoto di ciò che «in potentia» appartiene alla «natura umana».<br />
La litania della «poesia di ricerca» che in Italia non ha mai smesso di suonare come una campana a morto nei confronti della poesia cosiddetta «tradizionale», io non riesco ad ascoltarla. Non ho mai personalmente compreso questa nozione. Non mi appartiene. Per me non c’è una distinzione tra poesia «tradizionale» e «poesia di ricerca». La «poesia di ricerca» è quella che cerca alleanze fuori dalla pagina, mentre quella «tradizionale» è serva dei suoi ristretti confini? La «poesia di ricerca» è quella che confonde le frontiere delle arti, mentre quella «tradizionale» solfeggia su un solo monotono pentagramma? Cavalcanti è meno sperimentale di Amelia Rosselli? Sanguineti è più sperimentale di Guido Gozzano? Si tratta di una nozione ideologica, che ha una sua storia e una sua giustificazione storico-critica, ma che è stata ed è – oggi ancor più che negli anni sessanta e settanta del secolo scorso – un’arma spuntata. La sua vicenda è analoga a quella della nozione di «scrittura». Quando qualcuno mi chiede: «Come va? La scrittura procede?», «Come la mettiamo con la scrittura?», mi spunta un eczema. Le persone che mi pongono le domande sono innocenti. Tuttavia, la parola che pronunciano non lo è – così come ben sapeva colui che coniò alla fine degli anni cinquanta la parola «écriture». Ormai la nozione di «écriture» di Barthes non ha più corso. Quello che è rimasto, grazie alle nefaste ricezioni della nozione di <em>écriture</em> non di Barthes, ma di Derrida, è una parola passe-partout, che ha soppiantato la distinzione tra i diversi generi, tra le diverse arti. Poesia, romanzo, novella, saggio: tutto è scrittura. Non si scrive qualcosa. Si scrive e basta. Ci si mette a scrivere. Tanto che, come ha detto Lakis Proguidis, direttore della rivista francese «L’Atelier du roman», scrivere ha smesso di essere «un verbo transitivo». Perché me la prendo tanto? Perché questa parola duttile, senza spigoli, usata fino all’insignificanza, è il peggior nemico dell’opera, in quanto sfida umana e formale al caos dell’uomo e delle forme. Riduce l’opera a occupazione, a pura attività, a spreco di forze. L’affranca dalle responsabilità che la legano alla storia dell’arte nella quale vuole inscriversi. Liberandosi dalle catene della sua storia specifica, che cosa diventa un’arte? Nel migliore dei casi un best seller, nei peggiori grafomania: in entrambi i casi ci troviamo fuori dalla storia di quell’arte e quindi impossibilitati a giudicare. Ciò che misura la qualità estetica di un’opera è quello che Jean Clair, il grande critico d’arte, ha chiamato una volta il suo «coefficiente d’attrito». Aggiungerei che tale coefficiente, oltre che per la materia, vale anche nei confronti del tempo storico: più un’opera appartiene al suo tempo, ovvero non è in grado di superare le resistenze del momento in cui è prodotta, più il suo valore è infimo. In fondo, qui non faccio che ripetere ciò che Baudelaire ha affermato cento cinquant’anni fa, e cioè che la modernità, con tutto il suo senso del transitorio e dell’irripetibile, non è che «la metà dell’arte», essendo l’altra metà «l’eterno e immutabile». Per lui solo quest’ultima metà può permettere all’arte moderna di aspirare alla dignità delle arti antiche. Il presente dell’arte non si oppone al suo passato, ma vi è incastonato come un diamante che fa risplendere della sua luce fuggevole tutta la sua storia. D’altra parte, per quale bizzarro masochismo molta arte e molta poesia del presente aspirano voluttuosamente a farsi divorare da Cronos, invece di rispettare il loro compito antico di divincolarsi dalla sua presa mortale? Con buona pace di tutte le avanguardie di questo mondo, lo ignoro.<br />
La critica è un atto di umiltà nei confronti di qualcosa che ha un «coefficiente d’attrito» enormemente superiore a quello che ogni sua lettura può mettere in campo. <em>Nihil interpretandum sine admiratio.</em> Questo atto di umiltà è l’unica forma di «militanza» critica e politica che mi sento di condividere.<br />
Ciò non significa che l’opposizione tra <em>Homo politicus</em> e <em>Homo poeticus</em> non possa essere superata. Chi è vissuto, anche per un breve periodo, nel XX secolo, ha conosciuto direttamente o indirettamente il controllo che il potere politico ha esercitato sull’individuo. Bisogna tuttavia constatare che se il secolo dei totalitarismi, come gli storici hanno spesso definito il secolo passato, è finito, il margine di manovra dell’individuo non ha finito di restringersi. La forza che ha permesso di sequestrare la vita degli individui – il loro corpo come il loro pensiero – non è scomparsa con il XX secolo, ma, al contrario, è sempre in auge. Concepisce, oggi più di ieri, il mondo come un laboratorio e l’uomo come un esperimento. Ciò che è in atto è un’animalizzazione artificiale della natura umana. Attraverso tecnologie sempre più sofisticate essa erode il pudore, il senso della vergogna, la responsabilità, il senso del tempo, la dimensione privata dell’uomo per lasciargli un solo grande desiderio: quello di ritornare alla violenza di <em>Homo sapiens</em><em>.</em> Con le parole di Friedrich Dürrenmatt: «L’uomo moderno è caduto vittima della barbarie della sua civiltà».<br />
Mi chiedo: che cosa significa oggi cercare di difendere l’essere umano in quanto <em>Homo politicus</em> e allo stesso tempo <em>Homo poeticus</em>? Tutti ricorderanno gli atteggiamenti di alcuni grandi scrittori del XX secolo. Kafka, nei suoi <em>Diarii</em>, annota: «2 agosto 1914. La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. – Nel pomeriggio scuola di nuoto». Joyce, uno dei <em>maîtres à penser</em> di tutti gli impegnati sperimentatori di questo mondo, il giorno in cui scoppia la seconda guerra mondiale si infuria con un amico perché l’evento gli avrebbe procurato un mucchio di noie con l’editore in vista della pubblicazione della sua opera: per lui,  <em>Finnegans Wake</em> (1939, Faber &#038; Faber, London) era molto più importante della guerra. Nabokov, che aveva una grande esperienza del mondo e poteva fare qualcosa di importante per la politica del suo paese di origine, la Russia, si è sempre vantato di non aver alcun interesse per la cosa pubblica. Nulla, affermava, lo annoiava tanto quanto i romanzi politici, a chiave, e la letteratura a sfondo sociale (come dargli torto!). Pur non potendo condividere il disinteresse di questi grandi maestri, li comprendo. Una possibile risposta alle mie ansie l’ho trovata rileggendo alcuni saggi di Cornelius Castoriadis, un grande filosofo di origine greca, esule a Parigi dagli anni settanta e morto nel 1997. Quando abitavo a Parigi, qualche volta andavo ad ascoltare le sue conferenze. Il loro denominatore comune era l’arte, la funzione cosmica dell’opera d’arte, nel senso greco di figlia di «Cosmos». Cosmo, da Omero a Aristotele, vuol dire un mondo in cui le parti si tengono reciprocamente insieme: un ordine precario fatto di elementi eterogenei sospesi nel «Caos». «Cosmos» significa l’emergere della forma di fronte alla presenza incessante, e quasi sempre vittoriosa, del Caos. Che cos’è che ci fa emergere dal Caos? L’immaginazione, risponde Castoriadis. Ogni creazione nasce dall’immaginazione, che ha tuttavia le sue radici nel Caos, come se il Caos attendesse una volontà immaginativa capace di trasformarlo in Cosmo. Quanto alle società, questa volontà si chiama «politica»: quando l’uomo immagina e instaura il Cosmo, afferma Castoriadis, egli compie l’atto fondatore della politica e allo stesso tempo l’atto che lo autorizza a considerarsi come un creatore. L’opera d’arte, in questo senso, non giunge in una società dopo che questa si è costituita. Essa partecipa alla sua costituzione: <em>Homo poeticus  è Homo politicus</em>. Con una differenza. Mentre l’atto politico è assorbito dall’azione e dall’agitazione intorno alle leggi da applicare, l’opera d’arte ha la funzione di richiamarci permanentemente all’atto della creazione: ripete su scala ridotta l’emergere del Cosmo dal Caos; rappresenta perciò il solo osservatorio dal quale noi, con tutte le nostre realizzazioni, possiamo scorgere dove presto o tardi andremo a finire. Certo, non da tutte le opere d’arte ci possiamo affacciare sul Caos. Secondo Castoriadis, le opere d’arte autentiche testimoniano con la loro sola presenza il fatto che ogni creazione rifiuta il Caos, ma accettano allo stesso tempo la sua paternità. Provare piacere per un’opera d’arte è perciò ammirare la sua forma, presentendone in filigrana la sua origine e fine, il Caos.      </p>
<p><strong>C</strong><br />
Nel corso degli ultimi decenni la parola «opera» è stata sostituita da altre, come «testo», «scrittura». A una certa altezza degli anni ottanta del secolo scorso il mondo era diventato un «logogrifo», un grande Testo. Non c’era via di scampo. Un vero fiasco per tutti i materialismi e i realismi d’Occidente! Nel frattempo le cose non sono molto migliorate. Grazie alla testualizzazione del mondo, l’opera d’arte è stata talmente spogliata del suo potere che oggi <em>i cacciatori di testi</em> divorano le loro prede in un angolo di deserto. La parola «opera» incute ancora uno strano timore. O forse, più semplicemente, non è merce di scambio alla borsa dei titoli universitari. Ho una mia idea a questo proposito. Anzi l’idea è di Schopenhauer, io la ripeto con alcune variazioni. Il filosofo tedesco distingueva le «opere» dagli «atti». Per lui le opere non erano puri avvenimenti, «atti» che dipendevano dalla concomitante azione del caso, della Storia, della politica o di altre cause oscure, bensì il frutto cosciente di un’attività deliberata su determinati materiali.  Da troppo tempo ormai il <em>voler fare</em> dell’artista ha preso il posto del <em>poter fare</em>, per cui oggi la cosiddetta arte contemporanea, al culmine delle sue pretese romantiche si è completamente dimenticata del mestiere e dello sforzo che è necessario per superare le resistenze della materia. Ecco un’altra cosa che ho dovuto imparare con fatica: la disaffezione dell’arte, della poesia, rispetto al loro habitus artigianale è una grandiosa mistificazione che ha impoverito il mondo.<br />
Da questa povertà si può rinascere, a patto che si ricominci dai rudimenti di ogni singola arte. A patto che la <em>libido</em> della scrittura non prenda il posto del piacere per l’opera. A patto che si abbia l’umiltà di riconoscere i limiti di ogni arte.	</p>
<p>Nota<br />
Il breve testo doveva essere letto lo scorso maggio nell&#8217;ambito di una tavola rotonda organizzata durante i giorni dell&#8217;&#8221;Absolutepoetry Festival&#8221; di Monfalcone. Ma poi non c&#8217;è stato tempo.  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/i-limiti-dellarte/">I limiti dell&#8217;arte</a></p>
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		<title>Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Jun 2008 23:11:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Leggo che il bambino- anzi: il bimbo- di tre anni colpito venerdì sera da un proiettile durante una festa di una scuola a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, è stato operato al ospedale Bambin Gesù di Roma e ora sarebbe stabile ma grave.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/">Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/XtYeuH9NL8g&#038;hl=en"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/XtYeuH9NL8g&#038;hl=en" type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Leggo che il bambino- anzi: il bimbo- di tre anni colpito venerdì sera da un proiettile durante una festa di una scuola a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, è stato operato al ospedale Bambin Gesù di Roma e ora sarebbe stabile ma grave. O grave ma stabile. Prognosi strettamente riservata, in ogni caso.<span id="more-6092"></span><br />
Ieri l’avevano trasportato con un volo dell’aeronautica militare perché, pur tenuto in coma farmacologico, era peggiorato. &#8220;E&#8217; sopraggiunta un&#8217;ischemia cerebrale &#8211; ha detto il primario del reparto di rianimazione degli Ospedali riuniti, Giuseppe Doldo &#8211; che ha provocato un aggravamento della condizione del bambino, che a questo punto rischia la vita&#8221;.<br />
Così “Repubblica” di ieri.<br />
Insomma questo bambino- Antonino- era lì insieme agli altri bambini dell’asilo a fare il saggio o la recita di fine anno, lì sul lungomare davanti alla chiesa del paese, quando è arrivato su uno scooter nero un uomo che ha mirato a un altro uomo prendendolo alla gamba e invece colpendo in faccia il bambino. Alla gola. Alla lingua. Con la pallottola che si è fermata alla nuca.<br />
L’uomo obiettivo dell’agguato dalla stampa viene definito “pregiudicato”: il che non rende bene l’idea. E’ stato assolto in appello da un’accusa di omicidio, condannato per tentato omicidio e altrettanto “per eccesso colposo di legittima difesa” &#8211; il risultato della quale era comunque un morto ucciso.<br />
Secondo gli inquirenti, c’erano centinaia di persone in piazza, ma nessuno parla. Neanche una telefonata anonima, niente di niente. La madre ha lanciato un appello accorato, il parroco si è rivolto a tutte le madri di Melito tuonando contro l’omertà. &#8220;Non <strong>fate</strong> l&#8217;omertà&#8221;, ha detto.<br />
“Omertà” è una di quelle parole dal significato apparentemente chiaro. Come, mettiamo, “voodoo”.<br />
Ah beh’, pensiamo, sappiamo come funziona laggiù: c’è l’omertà. Così come i Yoruba o i neri di New Orleans hanno il voodoo.<br />
A volte certe parole sono come etichette di marca che ci fanno desistere dal voler guardare cosa c’è dietro, cosa c’è dentro.<br />
Che cos’è questa cosa che fa sì che un centinaio di genitori, nonni, zii in una piazza che ascoltano le canzoncine o le poesiole recitate dai loro figli, nipoti, nipotini quando vedono un bambino crollare per terra in un lago di sangue, stanno tutti zitti? Paura? Sottomissione? L’istinto d’autoconservazione di chi l’ha scampata e quindi pensa solo di portare a casa i propri figli fisicamente illesi e ripararli dal trauma, farli dimenticare quello che hanno visto, cercare di convincerli che quella cosa che è successa, NON PUO’ SUCCEDERE, non può succedere a loro. Ci stanno papà e mamma che garantiscono. I genitori, nella loro angoscia, si convincono delle frottole d’onnipotenza che raccontano ai propri figli.<br />
Non so esattamente cosa sia l’omertà, ma so che è qualcosa che si innesca quando sai che quella cosa invece PUO’ SUCCEDERE, può succedere sempre, a chiunque, anche a te e a tuo figlio. E che non puoi farci niente: solo tentare di farti piccolo, irrilevante, non farti notare. L’omertà somiglia molto o forse è identica all’atteggiamento della maggioranza delle persone che vivono sotto un regime. Zitti e sempre in difesa. Come i russi sotto Stalin. Come i tedeschi sotto Hitler. Con un patto di sottomissione che tratta il potere quasi fosse una forza della natura.<br />
Non è una cosa arcaica, da terroni, non è qualcosa che accade solo “laggiù”. Sembra ancestrale, tribale, ma in realtà distrugge ogni vincolo. Il fatto che il potere porti il nome di “clan” o di “famiglia” e sia fondato realmente su legami di sangue, specie in Calabria, trae in inganno su come agisce. E temo che distrugga i più superficiali vincoli di solidarietà ben oltre un paese in provincia di Reggio Calabria.<br />
Quel che mi ha stupito è che la notizia di un bimbo di tre anni quasi ucciso al posto di un killer non sembra aver provocato il solito dramma e melodramma nazionale. Ne avrà colpa il fatto che Antonino non sia morto, certo. E se la cosa fosse accaduta non in Calabria, ma in Piemonte? Se per caso i pistoleros fossero stati non ndranghetisti autoctoni, ma rumeni, magrebini, albanesi, slavi?<br />
Questa è una mossa retorica, d’accordo. Ma vorrebbe servire per formulare un’ipotesi che credo sia meno scontata della semplice affermazione che abbiamo due pesi e due misure e che il nostro problema di sicurezza è razzisticamente improntato sugli stranieri. Vorrebbe servire a dimostrare che quando una cosa ci fa paura veramente, quando pensiamo che sia una condizione da cui non esistono difese e difensori,- una <strong>condizione</strong> e non un singolo caso aberrante &#8211;  allora non strilliamo, non reclamiamo sicurezza, non additiamo i colpevoli. Ma stiamo zitti. Anche se ammazzano il compagno di classe, l’amico del cuore, il cuginetto.<br />
E allora anche i giornali, le tivvù, i Michele Cucuzza abbassano la voce. Perché chi vive in posti analoghi non ha piacere di farsi sventolare sotto il naso la propria condizione. E perché chi ci vive lontano, pensa che tanto quelle cose succedono laggiù, dove stanno i calabresi che hanno la mafia e l&#8217;omertà. Gente che appartiene a un&#8217;altra cultura. Come i Yoruba o i neri di New Orleans.<br />
Risultato: la vera aberrazione non sta in quel che è successo, ma che in un giorno in cui per tutti i bambini d’Italia finivano le scuole, in cui chissà quanti facevano le feste, le recite, i saggi, le pizzate, non si sia sentito scattare un lampo nella mente collettiva che dicesse POTEVA ESSERE IL MIO.<br />
Il piccolo Antonino non potrà mai significare nemmeno un decimo di quel che ha significato il piccolo Alfredino. Non ha neppure un nome- questo nome- al di fuori dei giornali calabresi. Se sopravvive, se scampa il rischio di  pesanti lesioni cerebrali e quel che ne consegue: chi se ne frega</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/">Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</a></p>
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		<title>Dove guarda l&#8217;uccello a forma di domanda</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jun 2008 10:56:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Sul De Bestiarum Naturis di Andrea Pedrazzini</strong></p>
<p><strong> di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Pedrazzini disegna come Rabelais, sente come Plutarco.<br />
Di qui, in primo luogo, il lato comico, non burlesco, non vignettistico, non caricaturale del suo tratto.<br />
Il comico si fonda su un’acuta osservazione dell’infinita <em>varietas</em> della natura e sull’altrettanto infinita potenzialità della fantasia di mettere alla prova ogni travestimento dell’umano, ogni suo irrigidimento moralistico, ogni suo atteggiamento pedagogico, ogni sua pretesa astratta di giudicare dall’alto gli eventi umani e non umani: nelle creazioni comiche il trionfo della sovrana ragione del riso vince sulle ragioni della serietà.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/03/dove-guarda-luccello-a-forma-di-domanda/">Dove guarda l&#8217;uccello a forma di domanda</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sul De Bestiarum Naturis di Andrea Pedrazzini</strong></p>
<p><strong> di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Pedrazzini disegna come Rabelais, sente come Plutarco.<br />
Di qui, in primo luogo, il lato comico, non burlesco, non vignettistico, non caricaturale del suo tratto.<br />
Il comico si fonda su un’acuta osservazione dell’infinita <em>varietas</em> della natura e sull’altrettanto infinita potenzialità della fantasia di mettere alla prova ogni travestimento dell’umano, ogni suo irrigidimento moralistico, ogni suo atteggiamento pedagogico, ogni sua pretesa astratta di giudicare dall’alto gli eventi umani e non umani: nelle creazioni comiche il trionfo della sovrana ragione del riso vince sulle ragioni della serietà. L’uomo davvero serio è colui che non si prende sul serio, e soprattutto, come Pedrazzini ci mostra attraverso i suoi animali, non prende sul serio l’Uomo.<span id="more-6043"></span><br />
Panurge, il personaggio di Rabelais, vorrebbe sposarsi, ma non sa decidersi. Chiede consiglio a Pantagruele, il quale ha un’idea: farsi portare le opere di tutti i grandi sapienti dell’antichità, Omero, Platone, Aristotele, Virgilio e aprire per tre volte a caso ciascuno dei loro scritti. Leggendo ogni volta il passo corrispondente, prima o poi – Pantagruele ne è certo –, la risposta salterà fuori. Dopo dotte e interminabili disquisizioni, i due, sconfortati, si danno per vinti, tanto che Panurge pensa di giocarsi la sorte ai dadi. In seguito, chiede consiglio un po’ a tutti, sacerdoti, cabalisti, filosofi, ma niente: nessuno è in grado di rispondere al suo fondamentale quesito: «Devo sposarmi oppure no?». La sua «fantasia» di matrimonio, così la chiama Rabelais, si scontra contro la «realtà» dei suoi interlocutori, che rappresentano un sapere tanto enciclopedico quanto inutile.<br />
Di che stupirsi? Per tutti i Sorbonagri di questo mondo il sapere è una cosa talmente seria da non contemplare né la «fantasia» fin troppo umana di Panurge né quella fin troppo popolata da animali di Pedrazzini.<br />
Nell’opera di Pedrazzini c’è, tuttavia, una radice più antica, e in fondo eretica.<br />
Che cosa pensiamo quando pensiamo al rapporto tra uomini e animali?<br />
Fin dalla nostra antichità, i Greci ci hanno offerto grosso modo due vie di interpretazione, che senza molti scossoni sono arrivate fino a noi.<br />
Aristotele, il primo grande catalogatore, ci ha fornito una classificazione descrittiva delle specie animali (più di 540!), corredata da un’imponente messe di informazioni e spiegazioni relative ai singoli fenomeni, affermando, come faranno poi Porfirio, Plinio il Vecchio, Claudio Eliano, Agostino, San Tommaso, Cartesio, Kant e ancor oggi illustri scienziati americani, che la differenza tra uomo e animale risiede nel fatto che quest’ultimo è privo di «ragione» (e di «anima immortale») e che essendo l’universo regolato da leggi che possono essere comprese solo dalla ragione umana, l’animale deve limitarsi a seguire ciecamente quelle leggi, vivendo e morendo per l’eternità nella notte degli istinti.<br />
La seconda via, che precede cronologicamente la prima, è quella del mito, terra di poeti (da Omero a Poe, da Ovidio a Borges). Il mito introduce nell’universo primordiale – che poi per Aristotele sarà regolato «secondo ragione» – esseri ibridi, formati da parti animali e umane. Di più, il mito si compiace di trasformare dei e uomini in animali grazie a una legge difficilmente comprensibile «secondo ragione», ovvero la legge della metamorfosi. Tuttavia, se Zeus s’intrufola per un breve periodo in un corpo di toro per montare una sua giovane conquista, gli uomini, salvo rare eccezioni, sono condannati a rimanere bestie per sempre. L’uomo, anche per il mito, è in fondo più simile agli dei (o a Dio) che a un animale, il quale è più simile a una cosa. Tali incastri apriranno poi la via a una concezione antropomorfica della natura animale, con tutte le sue prerogative simboliche, allegoriche, teologiche o semplicemente speculari, che avrà nelle diverse epoche le sue manifestazioni più tipiche nella favola, nei bestiari, nei fumetti.<br />
Esiste però una terza possibilità di concepire il rapporto tra uomo e animale, e questa è rappresentata da Plutarco, il celebre autore delle <em>Vite parallele</em>, nato nel 47 d. C. a Cheronea e vissuto, pare, fino al 127 d. C.<br />
Plutarco, nei suoi <em>Moralia</em>, dedica alcuni scritti agli animali. Il più noto, <em>De esu carnium</em> (Del mangiare carne) è una breve serie di «logoi», in cui si critica l’uso umano di alimentarsi con carne animale. In un’altra operetta in forma di dialogo, intitolata <em>Bruta animalia ratione uti</em> (Gli animali usano la ragione), l’autore rielabora a suo modo il celebre episodio dell’<em>Odissea</em> in cui la maga Circe, trasformati i compagni di Ulisse in porci, cede alle preghiere dell’eroe liberando i malcapitati dall’incantesimo. Nel suo dialogo Plutarco immagina che Ulisse, vista esaudita la sua richiesta, chieda a Circe che vengano sciolti dall’incantesimo anche gli altri Greci che pascolano nel giardino. Costoro, tuttavia, con grande sorpresa dell’eroe, non desiderano affatto ritornare uomini. Uno di loro, un porco dall’aria particolarmente sveglia, spiega a Ulisse con tagliente retorica e abbondanza di argomentazioni il perché: gli animali, essendo più vicini dell’uomo alla natura, scelgono e praticano le azioni che sono loro necessarie. «Dunque ammetti già – afferma il porco rivolgendosi a Ulisse –  che l’anima degli animali è più felicemente predisposta per natura alla nascita della virtù ed è più compiuta a tale scopo; perché senza avere ricevuto imposizioni né insegnamenti, per così dire, senza semina né coltura, essa produce e fa crescere naturalmente la virtù adeguata a ciascuno di loro».<br />
Il sentimento di Plutarco, che fa da sottofondo ai suoi scritti sugli animali, è quello di un’autentica fedeltà all’infinità varietà della natura, non solo umana. Nelle sue parole, cioè, il concetto di giustizia, paradigma centrale dell’esperienza per i greci, viene esteso con un atto di coraggio a tutte le altre specie animali. Per imporre la sua “eresia”, egli adotta non solo le armi della retorica, ma anche quelle della comicità. A volte noi uomini, per comprendere le sopraffazioni che la nostra stessa ragione regolatrice dell’universo compie, abbiamo bisogno di un porco travestito da sofista o, come si vede in un disegno di Pedrazzini, di un topo stilita in grado di leggere su un interminabile papiro che ruota nel buio di una biblioteca-cloaca i significati reconditi delle nostre abitudini e dei nostri comportamenti.<br />
Plutarco, inoltre, con la sua riflessione, compie un passo definitivo e a cui bisogna sempre tornare se si vuole sostare, foss’anche in punta di china, sulle «proprietà» o «nature» degli animali. Il suo è un atto di solidarietà nei confronti di questi testimoni muti della nostra tragicommedia. Se il demiurgo dell’universo ha voluto innalzare un muro di silenzio tra noi e gli animali, imprigionando noi e loro in un linguaggio reciprocamente indecifrabile, egli non ci impedisce di condividere ciò che ci rende tutti, uomini e animali, eguali, ovvero il comune sostrato di vita, il fatto di essere creature incarnate in un corpo in grado di assaporare la semplice sensazione di essere.<br />
Ai sentimenti di fedeltà, di solidarietà e di empatia nei confronti di tutti gli animali, propri di Plutarco, nei disegni di Pedrazzini si aggiunge un atto di ribellione. Gli animali di Pedrazzini, infatti, non esistono in natura. Quali proprietà potranno mai possedere animali che non fanno parte del nostro mondo? L’infinità varietà della natura, grazie al gesto di rivolta dell’artista, sperimenta l’infinita varietà della fantasia: come se nei disegni di Pedrazzini la fantasia volesse continuare il gioco della natura, come se per Pedrazzini nulla potesse davvero essere visto e compreso in natura senza la forza della fantasia. La sola differenza tra la zoologia scientifica e quella fantastica del disegnatore è che ogni esemplare della sua fantasia, a differenza di quanto vediamo intorno a noi, è una specie in sé, un individuum tanto inaspettato quanto irriproducibile.<br />
E ancora. Pedrazzini osserva come un enciclopedista settecentesco precursore di Kafka e sogna come un Alfred Jarry rivisitato da Cortázar.<br />
La sua è una scuola di alta precisione dove lo spazio, proprio come nelle tavole scientifiche del Settecento, viene smembrato e anatomizzato al fine di creare molteplici punti di vista, compreso quello dell’animale che quello spazio occupa. La sua stessa scelta tecnica, il disegno a china, sottende una volontà etica di rifuggire dal vago, dall’esornativo, da ogni tentazione barocca. Pedrazzini privilegia l’avvicinamento descrittivo, il lento scavo nell’essenza di una «natura» attraverso una cura maniacale dei dettagli. Tutto ciò, un po’ come in Kafka, produce un duplice effetto: più si osservano i suoi strani animali più essi ci sembrano famigliari (in Kafka avviene esattamente il contrario); più ci addentriamo nelle loro «nature», più ci viene sottratto quel potere che l’uomo esercita su di loro, tanto che essi, veri o fantastici che siano, si trasformano in esseri simili a noi, come noi incarnati in corpi finiti e transeunti. Guardando i disegni di Pedrazzini mi sono sentito spesso sollevato da quella che sempre Kafka chiamava «l’angoscia della posizione eretta»; liberato dal mio stesso potere; affrancato finalmente dalla mia stessa «natura» umana.<br />
Sebbene ispirato dalla ragione settecentesca, Pedrazzini non è un enciclopedista che pensa che tutte le «nature» si possano descrivere e spiegare secondo l’ottimismo scientifico e filosofico del XVIII secolo. L’universo, per un artista degli inizi del XXI secolo, se è reale non per questo è realistico: non è un sistema armonico di principi e di rapporti di causa ed effetto e neppure uno zoo dove non esistono specie sconosciute. Ciò che lo caratterizza è anzi una pantagruelica <em>varietas</em> delle forme. E in questo universo, che vive e si moltiplica, egli, come il provetto Faustroll di Jarry, non smette di pensare che il vero studio della «natura» sta nell’applicarsi con umiltà e devozione soprattutto alle sue eccezioni apparentemente incredibili, fantastiche, o solo dimenticate. Detto altrimenti e prendendo a prestito le parole di Julio Cortázar – dopo Kafka forse il più grande osservatore della zoologia umana dal punto di vista degli animali –, ogni atto artistico, in quanto «sospensione della credulità» (Coleridge), è una «tregua» dal «duro, implacabile assedio che il determinismo fa all’uomo». L’arte è un atto insieme di nostalgia e di ribellione, grazie al quale gli uomini, afferma Cortázar, «cessano di essere se stessi e la propria circostanza» e dove desiderano «essere se stessi e l’inaspettato, se stessi e il momento in cui la porta che prima o poi dà sull’ingresso si socchiude lentamente per lasciarci vedere il prato dove nitrisce l’unicorno»&#8230;<br />
O dove dondola il Tapire roulant di Pedrazzini, o dove guarda il suo uccello a forma di domanda che pare trafitto e conficcato al suolo da due bastoncini di legno (a meno che non si tratti della parte superiore delle sue lunghissime ed esili zampe), o dove nuota quel suo grande pesce dall’occhio scettico dentro il quale nuota un altro pesce, molto più piccolo e dall’occhio molto più saccente, che a mo’ di vademecum sembra suggerirgli in una delle tante lingue sconosciute a pescatori e a marinai la rotta da seguire&#8230;</p>
<p><em>Post scriptum</em></p>
<p>Aristotele, dopo aver catalogato le sue 540 specie animali e averle con minuzia aristotelica descritte, affermò, come è noto, che «il riso è una caratteristica propria dell’uomo».<br />
Gli animali di Pedrazzini mi trasmettono quel sentimento di fedeltà all’infinità varietà della natura che è alla base stessa della loro creazione. Non solo. Mi rendono partecipe delle loro «nature», per quanto queste possano sfuggire al nostro quotidiano incubo deterministico.<br />
Provo nei loro confronti una profonda empatia. Sento il loro dolore. Mi ribello alla loro incolpevole e ingiusta esclusione dalla nostra vita di esseri tanto potenti quanto angosciati della nostra posizione di potere. A tal punto che a volte divento uno di loro. Proprio come adesso. E rido. Quello che prima era una fantasia, adesso, ve lo assicuro, è una realtà.<br />
Non date retta ad Aristotele, ad Agostino, a San Tommaso, a Kant, ai post-umanisti del XXI secolo. Ridere, come diceva Rabelais è «soprattutto cosa umana», ma non esclusivamente cosa umana. Adesso che anch’io sono diventato una creazione di Pedrazzini lo so: l’uomo non è l’unico animale che sa ridere!</p>
<p>DE BESTIARUM NATURIS<br />
disegni di Andrea Pedrazzini</p>
<p>testo introduttivo di Massimo Rizzante</p>
<p>12 giugno &#8211; 12 luglio 2008<br />
inaugurazione Giovedì 12 giugno, ore 18.</p>
<p>GALLERIA D&#8217;ARTE DAVICO<br />
Gall. Subalpina 30 &#8211; 10123 Torino<br />
Tel. 011-562.91.52<br />
galleriadavico@virgilio.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/03/dove-guarda-luccello-a-forma-di-domanda/">Dove guarda l&#8217;uccello a forma di domanda</a></p>
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		<title>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 11:39:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" alt="opereitaliane.jpg" /></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).<br />
Nel primo romanzo, dedicato interamente al tuo paese d’origine, l’Albania, il paese in cui la parola «paura» è priva di significato – mentre la parola «umiltà» è perfino assente dal lessico –, dove la morte è «un processo estraneo» e dove il detto più diffuso è «Vivi che ti odio, e muori che ti piango», tu racconti l’educazione di Elona, di Ormira, di Ornela, di Ina, di Eva, molteplici eroine che ne formano una sola.<span id="more-5913"></span> Esplori il passaggio dall’infanzia all’adolescenza sotto una delle tante varianti del totalitarismo della seconda metà del XX secolo, quella rappresentata dal «timoniere» e camerata Enver Hoxha, che fondò nel 1941 il Partito comunista albanese e che governò la Repubblica popolare di Albania dal 1945 all’11 aprile del 1985, giorno della sua morte.<br />
La domanda che il lettore rincorre è la seguente: come ci si educa all’amore, al sesso, ai libri, all’amicizia, alla morte, cercando allo stesso tempo di sfuggire alla «rieducazione» fornita dalla «Madre-Partito»? E come si conserva la propria «squisita solitudine» in una società di delatori dove perfino i dialoghi notturni con una «stufa a legna» – amica segreta capace di riscaldare i sogni infantili – si rivelano un dono insperato dello Stato?</p>
<p><em>La lotta di classe è rimasta fuori, Ornela, la competizione che t’infligge la scuola anche, la mamma sta dormendo, non può vegliare sui tuoi pensieri attraverso gli occhi che cambiano animo. Lo Stato non è fatto così male se ci lascia dormire e gustare il torpore pacifico delle coperte, e poi questa conversazione. La notte è sempre la notte, purché il comunismo o il capitalismo non trovino il modo di abolirla.</em></p>
<p>Ovunque lo Stato. Un giorno il padre della protagonista dai molti nomi scompare nel nulla. Si dice che sia finito in carcere per motivi politici. Con quale accusa? Nessuno lo sa. Qualcuno afferma che la colpa è della moglie: la sua «bellezza folgorante» aveva reso insonne uno dei capi del Partito che voleva scoparla a tutti i costi.<br />
Il grande tema del tuo libro: la bellezza fisica è un’acerrima nemica del regime totalitario che non fa che spogliarla del suo fascino, elevando un inno di gloria moralizzatrice all’eguaglianza delle coscienze. Mistifica il suo potere di seduzione. E si vendica, trasformandola in un crimine. Chi è bello è contro la marcia della Storia verso una società comunista in grado finalmente di sbarazzarsi della lotta di classe e di ogni antagonismo estetico!<br />
La morale totalitaria è la vendetta della laidezza sulla bellezza.<br />
Tuttavia, tale vendetta non è inscritta soltanto nel codice genetico del regime. Essa è radicata in modo del tutto naturale, come afferma la protagonista nel primo capitolo del tuo romanzo, anche «nello spirito del popolo»: come una foglia su un ramo di un albero. Una delle questioni più importanti, anzi quasi vitale per il popolo albanese, è infatti quella della «puttaneria», la quale si fonda su una sola tesi: «una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è». La bellezza fisica è una «tara» sia per lo Stato comunista che vorrebbe estirparla attraverso i dogmi politici sia per il popolo che, grazie alle sue radici «machiste» e al suo «istinto di proprietà molto sviluppato» – paradossalmente contrario alla marcia della Storia –, vorrebbe che la donna, quando il marito è in viaggio d’affari o in prigione, avesse l’accortezza di farsi ricucire «un po’ là sotto» in modo da dimostrargli che «la sua dolorosa assenza» le ha ristretto «lo spazio tra le cosce».<br />
Le storie delle molteplici eroine che ne formano una sola sono raccontate talvolta alla prima persona, talvolta alla terza. Sempre al passato. La prospettiva è quella dell’epilogo del romanzo, intitolato «Terra promessa».<br />
La madre e la figlia, dopo aver venduto tutto quello che possiedono per comprare due biglietti d’aereo, partono per Roma: la terra dell’esilio, con tutto il suo carico di illusioni e felicità, le attende. Una volta scesa all’aeroporto, Eva, la figlia, è delusa: le donne «dell’altra riva» non assomigliano per nulla «a Sophia Loren o a Gina Lollobrigida. Dov’era la famosa bellezza delle donne italiane?». Dov’era il fascino di quelle mogli della televisione che «pur circondate da tre figli avevano corpi sontuosi e che stendendo il bucato fatto con il detersivo Dash stendevano a terra anche i cuori degli uomini?». La madre, mentre la figlia è dal tabaccaio – «un altro mondo», afferma estasiata la narratrice – è abbordata da un giovanotto: «A quanto scopi?». La madre, che non comprende l’italiano, arrossisce di piacere pensando che egli voglia portarle i bagagli.<br />
Nella «terra promessa» il coraggioso popolo albanese per il quale la morte è «un processo estraneo», comincia a comprendere che si può morire. E che la «bellezza folgorante», invece di essere una «tara» o un crimine, può essere, in questa terra demonizzata dalla morale comunista, una prerogativa indispensabile per discendere i cerchi altrimenti impenetrabili del suo inferno.</p>
<p>2</p>
<p>Nei racconti che formano il tuo secondo libro,<em> Buvez du cacao Van Houten!</em>, il paesaggio non è quasi più quello albanese, ma quello francese, di Parigi, della tua nuova «terra promessa» (sebbene la lingua che fin dal principio hai eletto per scrivere la tua opera resti l’italiano).<br />
La «terra promessa», nella tua novella <em>Il prezzo del thé</em>, è ora il paradiso del «principio attivo delle alghe blu», capace di rendere ogni volto privo di asprezze, puro e tonificato eternamente bello, giovane e in grado di eliminare dalle occhiaie e dalle prime rughe della protagonista ogni macchia dovuta alla migrazione. Qui si vende anche un tè contro ogni sorta di problemi: «contro l’invecchiamento, contro il tempo&#8230; Tè contro il cancro, contro l’obesità, contro le giornate tristi, contro l’amore, contro la morte». Contro tutto, salvo lo «spaesamento». Qui, nella nuova «terra promessa», la bellezza non è più un problema per persone in carne ed ossa, per esseri mortali alle prese con lo spaesamento e la morte. Si tratta, al contrario, di un paese meraviglioso dove si è già realizzato, grazie al «principio attivo delle alghe blu», il grande ideale un tempo chiamato «comunismo»: il mondo senza classi è il mondo in cui tutti possono essere belli.<br />
Ciò mi riporta al tuo primo libro, <em>Il paese dove non si muore mai</em>.<br />
Nel capitolo intitolato «Macchie», la narratrice si ricorda di una banale influenza che all’età di sei o sette anni l’aveva obbligata a letto per alcuni giorni. Leggendo un manuale di anatomia scopre per la prima volta il corpo umano: «Dunque, noi eravamo fatti così, dentro eravamo il miscuglio di quelle robe strane e colorate, al di fuori della nostra volontà, o meglio della mia volontà». Che fare? A chi chiedere aiuto? A Dio? Alla mamma? Stretta al corpo della madre, la bambina esclama: «Ho paura, ho paura, mamma, paura che siamo solo carne e ossa».<br />
In un altro capitolo, «Tuorli d’uovo», Ormira è nel gabinetto sporco e puzzolente della sua scuola, quando vede scritto sul muro con una materia di «colore pastoso di marrone scuro» il suo nome: «Ormira è la più carina della classe IV C perché ha delle grandi tette». La cosa le provoca una certa soddisfazione. Il piacere di essere bella, tuttavia, provato per la prima volta dentro le mura sporche e puzzolenti di un gabinetto, si scontrerà ben presto con le «gambe storte» della sua insegnante, la camerata Dhoksi, emblema ambulante dell’educazione comunista per la quale la bellezza è concepita come assenza di onestà: «Dài, Dhoksi – dirà la protagonista ribelle – insegnami il Partito, perché se no divento puttana. Salvami Dhoksi, con le tue gambe storte e oneste. Tu sei già salva, perché nessuno vuole scoparti».<br />
Ormira, la ragazzina che diventerà una bella ragazza di nome Ornela o Eva, sa che la sua bellezza, per il semplice fatto di essere stata scoperta tra le mura di un gabinetto sporco e puzzolente, deve fare i conti con la mortalità: la bellezza che dimentica la merda, dimentica, in fondo, da dove viene. E con la Storia, che può prendere diversi volti, come quello, ad esempio, di un’insegnante comunista che squadra Ormira dalla testa ai piedi come se fosse una puttana in erba.<br />
Ecco un aspetto poco esplorato dalla prosa romanzesca: la bellezza si dà in modo tanto più intenso quanto più la Storia bussa alla sua porta. Che cosa voglio dire? Quando la Storia si ritira, come nella «terra promessa» dove «il principio attivo delle alghe blu» ha come ideale la scomparsa di ogni invecchiamento, di ogni corruzione della materia, insomma, di ogni dimensione temporale, anche la bellezza perde il suo fascino profondo, cioè il suo essere sorella siamese della mortalità, e gira a vuoto.</p>
<p>3</p>
<p>In un racconto del tuo secondo libro, intitolato <em>Sulla bellezza</em>, un «ragazzo-immagine», frivolo ma sensibile, si stupisce quando alcune ragazze della discoteca dove lavora, gli annunciano, ridendo, la morte di Lolly, una pornostar di ventisette anni. Lolly aveva scelto di essere cremata. Sebbene non abbia mai conosciuto Lolly in carne e ossa, il ragazzo immagina «il suo corpo, le sue anche generose», «i suoi seni siliconati che bruciavano, quel corpo così ardentemente desiderato che bruciava». È sconcertato dalle risate delle ragazze. La morte di Lolly non le ha turbate: «Lolly è morta – continuano a dire e a ridere. Ha, ha, ha è m-o-r-t-a!». Perché stupirsi delle loro risate? Queste ragazze non hanno mai conosciuto Ormira, la ragazzina di sei o sette anni che aveva paura di essere soltanto «carne e ossa». Né il suo stupore alla scoperta della propria bellezza.<br />
Il riso delle ragazze che annunciano la morte di Lolly non possiede neppure alcuna forza desacralizzante. Ecco un altro aspetto poco esplorato: quando la Storia si ritira, anche la comicità – che è sorella siamese della sensualità – gira a vuoto.</p>
<p>4</p>
<p>Nel tuo terzo libro, <em>La mano che non mordi</em>, la protagonista intraprende un viaggio da Parigi a Sarajevo.<br />
Fin dall’inizio è perfettamente consapevole di non essere una vera viaggiatrice. Se con il pensiero ha sempre voluto «viaggiare l’intero mondo e al di là», il suo corpo le complica la vita: «Mi sono detta poi che se sforzo un po’ la mia carne, forse lei può trovare piacere unendosi al pensiero che ama viaggiare». Quando raggiunge dei luoghi sconosciuti, i suoi sensi si acuiscono, mentre le novità le richiedono un’attenzione che poi paga: la protagonista è qualcuno che si dà senza alcuna protezione.<br />
Il caso vuole che il suo corpo – come quello di tutte le tue eroine – sia piacente, assillato da quella «tara» che nessuna insegnante dalle gambe storte è riuscita a estirpare. Alla stregua di Ormira, di Ornela, di Eva, anche la protagonista de La mano che non mordi, è cresciuta nell’Albania comunista degli anni settanta e ottanta e perciò conosce a menadito il peccato originale di essere bella, fisicamente bella.<br />
A Sarajevo si ritrova in un appartamento con alcune donne del posto, «donne forti», dalle carni straripanti. L’argomento della discussione è «la bellezza interiore». Una voce si infiamma: «L’uomo vuole una donna col cervello! La bella se la scopano due sere e poi tornano a casa!». Tutte, fiere della loro bruttezza, «tirano pietre» sulla bellezza fisica offrendo ai loro mariti su un piatto d’argento i loro cervelli d’Einstein. La protagonista pensa: nulla è cambiato: «Essere belli [...] essere fragili ed eleganti, avere un’aria cagionevole non era comunista. Le anime è meglio non turbarle. Si deve essere uguali ma in possesso del valore vero: la bellezza interiore». Nella Tirana degli anni settanta come nella Sarajevo degli inizi del XXI secolo l’interiorità viene elevata a mito per rendere uomini e donne, belli e brutti, tutti uguali, tutti fieri di sapere che la bellezza non sarà mai in grado di salvare il mondo.<br />
Ciò che è cambiato è lo sguardo della protagonista. Fotografa con «lo spirito» ciò che le sta intorno, ma la durata dell’esposizione alla luce del mondo balcanico le produce una violenta compassione, a tal punto che il suo bel corpo, arranca, si muove a fatica, come se si trovasse in un vicolo cieco, come fisicamente ferito da <em>un eccesso di mortalità</em>. Scopre di essere diventata straniera alla sua gente. Ha probabilmente contratto la malattia del suo amico Mirsad. Anche lei è «diventata verde», «verde di migrazione»: «Il verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici in aria». La malattia della migrazione si insinua in chi ha abitato a lungo lontano dalla propria terra e vi fa ritorno. Da quel momento costui comincia a perdere «l’ovvio, l’ovvio di esistere». Comincia ad andare per il mondo «con il corpo messo a nudo», anzi, «senza pelle». «I miei organi – confida Mirsad alla protagonista – sono a vista d’occhio, fuori, come esposti a una mostra, tutti li possono toccare, curiosare, osservare, spostare, pizzicare».<br />
Una volta a Parigi, nella solitudine della sua casa, isolata da tutto, distesa sul pavimento, il bel corpo non esposto alla luce violenta della compassione, il suo viaggio finisce. La fine del viaggio è la presa di coscienza della protagonista che soltanto «lontano» da tutto ciò che le è «vicino», è possibile per lei pensare, ovvero viaggiare «l’intero mondo e al di là».</p>
<p><em>Post scriptum sulla bellezza degli animali</em></p>
<p>Quando la protagonista de <em>La mano che non mordi</em> giunge a Sarajevo si addolora nel vedere molti animali ridotti a pelle e ossa che si aggirano sanguinanti per le strade. Riflette: nei Balcani «gli umani non hanno tempo per gli animali. Li hanno persino cancellati dalla loro esistenza. A Tirana ai cani gettano le pietre, e ci sono delle leggi per sterminarli a colpi di rivoltella».<br />
Questo mi ha fatto pensare a <em>La vita degli animali</em> di J. M. Coetzee, e a Kafka, e a un commento di Elias Canetti su un suo racconto.<br />
Elizabeth Costello, l’anziana scrittrice protagonista delle due novelle che formano l’opera di Coetzee, tenta, nel corso delle sue conferenze all’Appleton College, di aprire una breccia nei cervelli e nei cuori dei suoi ascoltatori affinché costoro modifichino il loro inveterato atteggiamento nei confronti degli animali, il cui massacro condotto ai giorni nostri su scala industriale, giunge a paragonare per dimensioni ed efferatezza a quello perpetrato dal Terzo Reich nei confronti degli ebrei. Elizabeth Costello si appella a una delle più importanti facoltà umane: l’empatia. Ciascuno di noi, afferma la scrittrice, può grazie a questa facoltà condividere l’essere di un altro. Può, perciò, se solo si sforzasse di nutrire questo suo talento ricevuto in dote dalla natura, comprendere in che cosa consiste la vita di un animale. Soltanto se si giunge a percepire la sostanza dell’essere di un animale, si può sperare di sottrarre a noi stessi una parte del nostro potere su di lui e quindi godere con lui ciò che ci accomuna: la pienezza della vita.<br />
Ma in che cosa consiste il nostro potere sull’animale?<br />
In un racconto di Kafka, <em>Una vecchia pagina</em>, che fa parte della raccolta <em>Un medico condotto</em>, un calzolaio, che ha il suo laboratorio nella piazza dove si erge il palazzo dell’Imperatore, è impaurito dall’arrivo di un popolo nomade e barbaro. I costumi e le usanze di quelle genti gli sono incomprensibili. Non sembrano neppure possedere una lingua. Rubano e divorano tutto. Il calzolaio segue da vicino quello che il macellaio di fronte è obbligato a fare per salvarsi:</p>
<p><em>Ultimamente il macellaio pensò di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al mattino portò un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un’ora io rimasi disteso sul pavimento in un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva.</em></p>
<p>Nell’<em>Altro processo</em>, Canetti, commentando questo passaggio, si domanda: «Si può dire davvero che il narratore si sottrasse all’intollerabile?».<br />
Il calzolaio, durante il massacro del bue, si stende al suolo e cerca di sparire sotto una montagna di vestiti, di coperte e di guanciali. Desidera farsi piccolo – metamorfizzarsi in qualcosa di piccolo –, diminuire il suo peso corporeo per sottrarre potere a se stesso. Per questa ragione, afferma Canetti, nell’opera di Kafka l’uomo si trasforma spesso in piccoli animali inoffensivi che non riescono neppure a sollevarsi dal suolo. Kafka sa che cosa significa essere un piccolo animale perché conosce bene ciò che egli stesso ha definito una volta, in una lettera a Felice, «l’angoscia della posizione eretta», posizione che è a fondamento di ogni potere dell’uomo sugli altri animali.<br />
Di solito noi siamo fieri della nostra posizione eretta, ovvero non utilizziamo né la nostra empatia né la nostra capacità di metamorfosi.<br />
In questo modo cancelliamo colpevolmente dal nostro orizzonte la vita degli animali – gesto che tu, cara e angosciata Ornela, distesa sul pavimento, il bel corpo esposto alla luce violenta della compassione, fedele alla lettera e ai racconti di Kafka, hai il grande merito di non compiere mai. Cancelliamo il loro essere. Rifiutiamo di prendere il loro posto. Ma così facendo, una parte della bellezza del mondo ci resta preclusa.</p>
<p><em>Nota</em><br />
Con questo pezzo vorrei avviare una rubrica mensile dedicata a opere romanzesche, poetiche e saggistiche di lingua italiana: una finestra aperta sul presente, dove si potrà parlare allo stesso modo dei poeti più conosciuti del XX e del XXI secolo come del più sconosciuto degli autori, inedito perfino a se stesso. E&#8217; quasi inutile aggiungere, che la critica letteraria di uno scrittore è una forma di autobiografia, uno specchio della sua opera compiuta e da compiere. E ancora: di tutto ciò che si perde, che irrimediabilmente va perduto, il mio desiderio è quello di recuperare quelle opere capaci di strapparmi con violenza o con eleganza alle mie consuetudini, capaci di scuotere il corpo quando la mente sembra non poterne più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<pubDate>Wed, 05 Mar 2008 19:33:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/">&#8220;eppur si muore&#8221;</a></p>
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di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente? Posso peccare di presunzione, ma sono quasi certo che le istituzioni non hanno presente la mappa del mercato del lavoro in Italia, nemmeno a grandi linee. E quindi non hanno la più pallida idea della mappa del rischio. Cominciamo da un dato: il differenziale di circa 2,4 punti percentuali tra l’incidenza dei morti sul lavoro in Italia rispetto al resto dell’Europa è dovuto al fatto che da noi si muore “in itinere”, cioè mentre ci si sposta per lavoro o per andare o tornare dal luogo di lavoro. Quindi “il luogo” di lavoro di per sé, concepito come luogo fisico, non sarebbe più rischioso in Italia di quanto sia quello di altri Paesi europei. E’ lo spazio della mobilità quello più rischioso. Perché?<br />
<span id="more-5460"></span><br />
La rivoluzione postfordista ha agito in due direzioni: 1) ha man mano “dissolto” il luogo di lavoro come spazio fisico separato mischiandolo sempre più al luogo di vita privata e lo ha dilatato nello spazio (despazializzazione del rischio), 2) ha – come in nessun altro Paese d’Europa – affidato la gestione del rischio a un’entità particolarissima, quella che forma la caratteristica più tipica dell’Italia, cioè la microimpresa. E quando intendo microimpresa intendo un’entità talmente piccola che stento a riconoscere in quella le caratteristiche istituzionali di un’impresa – cioè di qualcosa che ha bisogno almeno di tre ruoli sociali, il capitale, il manager e l’operaio. Io vorrei prendere per mano il Ministro Damiano, il dottor Epifani e il dottor Guariniello e metterli di fronte a quella semplice tabella ISTAT che sono solito riprodurre in tutte le mie presentazioni. Da cui risulta che più di 6 milioni di persone – su un totale di 24 &#8211; lavora in unità impropriamente chiamate “imprese” la cui dimensione media è 2,7 addetti. Ma c’è qualcosa di più recente. Il 29 ottobre 2007 l’ISTAT pubblicava una nuova serie di dati, cito: “Nelle microimprese (meno di 10 addetti), che rappresentano il 94,9 per cento del totale, si concentra il 48,0 per cento degli addetti, il 25,2 per cento dei dipendenti, il 28,3 per cento del fatturato ed il 32,8 per cento del valore aggiunto. In esse il 65,1 per cento dell&#8217;occupazione è costituito da lavoro indipendente”. Perché questa assurda miniaturizzazione dell’impresa in Italia? Per ottenere flessibilità, minori costi del lavoro ma anche per trasferire sui più deboli il rischio. Paradossalmente ha ragione la Confindustria quando protesta contro i decreti d’inasprimento delle sanzioni. Le sue imprese, quelle che hanno firmato gli accordi sindacali, quelle dove vige ancora l’art. 18, il rischio lo hanno esternalizzato da vent’anni, non è roba loro, ma dei loro fornitori, dei subappalti, delle cooperative di lavoro, degli autonomi, in una parola, è roba scaricata sulla microimpresa! Pertanto il rischio ha cambiato sede, si è trasferito sui percorsi della mobilità (morti “in itinere”) e si è annidato nei piccolissimi organismi della microimpresa, là dove padrone e operaio stanno a galla per miracolo e dove il padrone muore assieme all’operaio (vedi Molfetta). Il caso Thyssen è un caso anomalo, non bisogna prenderlo a misura delle cose. Le maggiori sanzioni previste nei decreti non colpiranno mai le piccole, medie, le grandi imprese – colpiranno sempre, state sicuri, quei poveracci che se la cavano in mezzo a mille difficoltà. Ma sono quelli che mandano avanti questo Paese, sono quelli che garantiscono la tenuta occupazionale, sono quelli che per vent’anni si sono assunti sulle spalle la responsabilità del rischio! Senza poter dettare le condizioni del loro lavoro ma subendo i ritmi voluti dai committenti. E sono questi ritmi ad uccidere, malgrado tutte le attrezzature antinfortunio. Che te ne fai dei tuoi fottuti caschi, scarponi, cinture, occhiali, della tua fottuta segnaletica quando devi scaricare da una nave 37 container all’ora e invece di otto ore ne devi lavorare dodici, perché senza gli straordinari non arrivi a fine mese?<br />
Misure legislative, azione repressiva della magistratura, diavoleria dell’antinfortunistica – tutta roba inutile. Bisogna rovesciare i rapporti sociali che hanno creato questa infame e incivile condizione del lavoro oggi in Italia, per cui sui più deboli economicamente si è scaricato non solo tutto il rischio fisico ma anche tutta la responsabilità civile e penale del medesimo. Non è un caso, è la riprova di quanto sto dicendo, che sia a Genova che a Molfetta la colpa degli incidenti è stata attribuita o alle vittime (“non hanno indossato le mascherine”) o ai compagni delle vittime. Malvolere di magistrati? No, il rischio è stato strutturato in modo che la colpa sia sempre delle vittime. Postfordismo all’italiana. Uscire da questa condizione è una strada lunga, lo so, ma questa è la realtà, questo il risultato di aver messo in soffitta per più di vent’anni il problema del lavoro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/">&#8220;eppur si muore&#8221;</a></p>
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		<title>Chinatown, Londra: tra mito e realtà</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jan 2008 05:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Venuta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.mdx.ac.uk/hssc/staff/profiles/research/montagnan.asp"><strong>Nicola Montagna</strong><strong> </strong></a></p>
<p><em>(Questo articolo e il successivo che verrà pubblicato settimana prossima rientrano in un sottoinsieme del più ampio Dossier “<a href="http://www.nazioneindiana.com/dossier/razzismi-quotidiani/">Razzismi quotidiani”. </a>Il sottoinsieme che chiamerò “Migrazioni possibili” raccoglie esperienze e ricerche in corso sul tema delle migrazioni. Vi troverete descritti i processi in atto sia dal lato dei partenti sia dal lato degli accoglienti inserendo il processo migratorio in un&#8217;analisi dei fenomeni sociali di contesto.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/chinatown-londra/">Chinatown, Londra: tra mito e realtà</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.mdx.ac.uk/hssc/staff/profiles/research/montagnan.asp"><strong>Nicola Montagna</strong><strong> </strong></a></p>
<p><em>(Questo articolo e il successivo che verrà pubblicato settimana prossima rientrano in un sottoinsieme del più ampio Dossier “<a href="http://www.nazioneindiana.com/dossier/razzismi-quotidiani/">Razzismi quotidiani”. </a>Il sottoinsieme che chiamerò “Migrazioni possibili” raccoglie esperienze e ricerche in corso sul tema delle migrazioni. Vi troverete descritti i processi in atto sia dal lato dei partenti sia dal lato degli accoglienti inserendo il processo migratorio in un&#8217;analisi dei fenomeni sociali di contesto.<br />
In particolare sarà dato spazio alle politiche di risposta alle migrazioni e alle analisi di supporto alle politiche di accoglienza. Vogliamo dar voce alle risposte strutturate alle migrazioni che vadano oltre le misure d&#8217;emergenza,  focalizzare i grandi errori o la gestione dei conflitti degli interessi economico sociali che si creano tra migranti e comunità locali.<br />
Quindi “Migrazioni possibili” presenta casi, notizie su come si muovono le istituzioni di fronte alla questione sociale, che ingloba la migrazione, ma non si esaurisce in questa. MLV)<br />
</em></p>
<p>Più che come una metropoli Londra si presenta come una cosmopolis. Luogo di transito o di permanenza per immigrati, rifugiati e richiedenti asilo, minoranze etniche, migranti temporanei tra cui studenti, turisti, giovani avventurieri, professionisti e lavoratori altamente qualificati, nuovi e vecchi ricchi che la eleggono a loro domicilio fiscale, Londra è una città visceralmente cosmopolita. Nemmeno la segregazione spaziale, l’esistenza di comunità perimetrate, o la presenza di conflitti, discriminazioni di genere e di etnia impediscono alla capitale inglese di essere una città dove il cosmopolitanismo ha assunto uno stato di relativa normalizzazione.<br />
Chinatown è un elemento potente nella rappresentazione di Londra come città cosmopolita.</p>
<p><span id="more-5197"></span>È una vetrina del successo della comunità cinese ed espressione della sua incorporazione economica ed integrazione culturale nella città e nella società inglese. È sede di importanti celebrazioni culturali cinesi, come China in London 2006 e 2007 e il Capodanno cinese. È uno dei principali itinerari turistici promosso dalle guide e dalle stesse istituzioni, uno shopping centre non solo per turisti ma anche per i residenti. Anche il governo cinese sfrutta la fama di Chinatown per promuovere l’immagine della Cina all’estero contribuendo ad iniziative culturali e commerciali.</p>
<p>In questo contributo analizzerò Chinatown ed il suo ruolo sia come città-vetrina, branded city, sia come luogo d’identità e senso per gli immigrati cinesi a Londra, ma non prima di avere descritto per sommi capi le caratteristiche della nuova immigrazione cinese. Esso si basa su due progetti di ricerca che insieme ad alcuni colleghi della Middlesex University e della Leeds University sto conducendo sui nuovi immigrati cinesi a Londra e sul significato di Chinatown per la diaspora cinese.<strong>1. La nuova immigrazione cinese a Londra</strong><br />
La popolazione di origine cinese è uno dei più vecchi e dei principali gruppi etnici presenti a Londra. I primi immigrati arrivarono intorno alla metà del secolo scorso ed erano marinai che sbarcavano dalle navi e decidevano di fare fortuna o cercare migliori opportunità di vita nella capitale inglese. La prima area cinese ha quindi sede nella zona dei docks ed è a partire da quegli anni e con maggiore vigore a cavallo del secolo che comincia a svilupparsi il mito di Chinatown come zona esotica, pericolosa, immorale. Dopo un lungo periodo di relativa stabilità, a partire dagli anni ’70, e con maggiore vigore dagli anni ’90 e nel corso dei primi anni del nuovo millennio l’immigrazione cinese ha registrato un rinnovato impulso. Nel 2001 gli immigrati d’origine Cinese a Londra erano 80.206, un terzo del totale a livello nazionale, due terzi dei quali nati e cresciuti a Londra. A partire dal 2001, secondo cifre ufficiose, ci sarebbero stati tra 50.000 e 80.000 nuovi arrivi.<br />
I nuovi immigrati hanno trasformato la comunità cinese per molti rispetti. Innanzitutto, è cambiato il rapporto numerico tra cinesi nati in Inghilterra e quelli provenienti da altri paesi. Contemporaneamente vi è stata una diversificazione territoriale dei nuovi arrivati, che non provengono più solamente da Hong Kong, o dal Viet Nam come era avvenuto negli anni ’70, ma soprattutto dalla madre patria e da alcune regioni del sud-est. Vi è poi stata una diversificazione sociale ed occupazionale. Sono molti gli immigrati qualificati che lavorano nel settore dell’information technology, per agenzie governative o imprese che hanno bisogno di personale bilingue, gli accademici che lavorano nelle università, così come sta crescendo il numero degli studenti cinesi che frequentano le università londinesi. In parallelo, è significativo il flusso dei lavoratori non qualificati o con competenze che non trovano posto nel nuovo contesto, come gli artigiani tagliati fuori dall’industrializzazione e dall’ingresso della Cina nel mercato capitalistico globale o i contadini che non hanno usufruito della crescita economica di questi anni. È inoltre cresciuto uno strato intermedio di immigrati che svolgevano lavori o mansioni qualificate nel paese d’origine e non sono stati in grado ti trasferire le loro competenze nel nuovo mercato del lavoro, ed il numero delle donne che emigrano da sole e non necessariamente al seguito della famiglia. Infine, sono alcune migliaia i richiedenti asilo ed i rifugiati (sindacalisti, membri della setta Falungong etc.).<br />
Dati i numeri dei nuovi arrivati e le restrizioni all’immigrazione da parte del governo Inglese sono in molti a non poter ambire alla fascia alta del mercato del lavoro ed impiegati nell’economia informale, in particolare nella ristorazione o nell’industria alimentare. È un segmento invisibile che permette a questi settori, la ristorazione ma anche le grandi catene della distribuzione come Tesco e Sainsbury, di competere riducendo al minimo il costo del lavoro ed esasperando la rincorsa al ribasso dei prezzi dei loro prodotti. Soltanto raramente questo segmento esce dall’invisibilità. Successe nel 2004 quando 23 immigrati senza permesso di soggiorno morirono a Morecambe Bay sorpresi dall’alta marea mentre stavano raccogliendo frutti di mare (su questa vicenda è stato girato un ottimo film, <a href="http://ghost.anice.co.uk/">Ghosts</a>). Oppure, più recentemente (ottobre 2007), quando la polizia ha organizzato un’enorme e spettacolare retata a Chinatown e portato via 30 lavoratori senza documenti.</p>
<p>Sebbene nel suo insieme la comunità cinese venga spesso indicata come una ‘minoranza modello’ (Pieke 2005), ‘invisibile’ nel dibattito pubblico e nelle politiche di intervento e gli indicatori offrano un quadro economico e scolastico mediamente positivo, i problemi che gli immigrati cinesi devono affrontare quotidianamente sono molteplici: isolamento sociale ed esclusione economica, dispersione geografica, lunghi orari lavorativi, razzismo, scarsa o spesso nulla conoscenza della lingua inglese che in molti casi può essere all’origine degli altri problemi. I gruppi più colpiti sono le donne anziane, immigrate alcuni decenni fa al seguito della famiglia, e gli anziani in generale, i disabili, i nuovi immigrati ed i richiedenti asilo politico.</p>
<p><strong>2. Chinatown tra mito e realtà</strong><br />
Nelle società occidentali gli immigrati cinesi hanno sempre avuto una connotazione negativa ed abbondano i luoghi comuni nei loro confronti. Il cinese è lo straniero per eccellenza, è chiuso, difficilmente avvicinabile, che non integrarsi nella società cosiddetta d’accoglienza ed ha sempre qualcosa da nascondere. Queste convinzioni trovano ospitalità anche nel cinema e nella letteratura per cui il cinese è un personaggio ambiguo e misterioso, un corrotto ed un corruttore, un consumatore d’oppio. Sono gli stessi immigrati cinesi a denunciare il modo in cui la società occidentale guarda a loro. “Ho sempre avuto la sensazione che l’occidente avesse un problema psicologico nei confronti della Cina … come se fosse ‘Fu Manchu’, o come se fosse il pericolo giallo” (brano tratto da un’intervista).<br />
Una sorte simile è toccata anche alla Chinatown di Londra sia come luogo storico sia come astrazione. Più precisamente, si può affermare che esistono due Chinatown: quella mitologica ed inventata e quella storica e reale. La prima è una costruzione occidentale che vede in Chinatown una zona misteriosa, un luogo di traffici dove dare sfogo a depravazioni (sesso) e vizi (oppio e gioco d’azzardo). Parafrasando Edward Said (<a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788807102790/said-edward-w/orientalismo.html">Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli 2002</a>) sul modo in cui l’occidente si rappresenta l’oriente, Chinatown stessa è in un certo senso un’invenzione dell’Occidente, un’enclave esotica nel cuore delle società occidentali dove sono possibili esperienze in qualche misura eccezionali.<br />
La Chinatown reale è una realtà complessa, uno spazio urbano che ha diverse facce, talvolta conflittuali ma anche sovrapposte. La prima è quella di area turistica, che attrae milioni di turisti ogni anno, sostenuta e riconosciuta come tale dalla stessa municipalità di Westminster, nel centro di Londra dove Chinatown ha sede. Sotto questo profilo è un’area normalizzata, incorporata nell’industria del turismo di Londra e da cui molti attori traggono profitti; innanzitutto imprese immobiliari come Rosewheel and Shaftesbury che sono proprietarie di gran parte degli immobili della zona; in secondo luogo i commercianti ed i ristoratori cinesi, che bilanciano gli esosi affitti degli immobili con l’utilizzo di manodopera irregolare; infine, le catene di negozi (Starbucks etc.) e le attività commerciali (ad esempio case di scommesse come Windmill) che non appartengono a persone di origine cinese ed hanno sede a Chinatown, nelle vie limitrofe o del centro di Londra. Per questi attori Chinatown non è più un’invenzione che appartiene al mito ma è semplicemente una “gallina dalle uovo d’oro” (definzione data da un testimone privilegiato), un potente fonte di ricchezza.<br />
Chinatown, però, non è soltanto una branded area, una città vetrina da offrire al turismo di massa, un parco a tema di una più vasta disneycity che comprende il London Eye, il Big Ben, il cambio della guardia e, perché no, luoghi culturalmente più blasonati come la Tate Modern, il British Museum o i teatri del centro di Londra. In generale, Chinatown ha un ruolo importante nella vita sociale quotidiana degli immigrati cinesi (Christiansen 2003). “Poiché alcuni non parlano inglese o non hanno accesso a internet e non possono nemmeno leggere i giornali cinesi … se vanno a Chinatown trovano ciò che vogliono ed anche velocemente” (brano tratto da un’intervista). Essa è per certi versi una piazza dove gli immigrati della diaspora londinese scambiano informazioni, organizzano campagne politiche, s’informano sui recenti avvenimenti che riguardano la Cina e l’immigrazione cinese in altre parti del mondo (per esempio, ha avuto molto rilievo la notizia della rivolta a Milano nell’aprile del 2007).<br />
In questa area una minoranza etnica facilmente visibile e riconoscibile, soggetta a varie forme di razzismo molecolare, può riconoscersi, scappare da quel senso di isolamento che nasce dalla particolare dispersione della comunità cinese. Chinatown, pur essendo un luogo ad uso e consumo del turismo di massa, rappresenta un rifugio dalla ‘visibilità razziale permanente’. Di conseguenza, riesce a trasmettere intimità ad alcuni immigrati cinesi: “Quando ero qui da poco era strano e vedere dei cinesi mi trasmetteva un senso di intimità. A quell’epoca, quando venivo a Chinatown, mi ricordava il mio paese. Sentivo nostalgia così venivo a Chinatown e mi sentivo felice&#8230;”. Oppure: “Londra ha un’atmosfera cinese, così molti cinesi possono adattarsi alla vita di Londra … poiché ci sono moti cinesi a Londra non c’è nemmeno bisogno di parlare inglese poiché sono in molti a parlare cinese” (brani tratti da due interviste).<br />
Infine, Chinatown è uno spazio transnazionale, un nodo che connette il locale ed il globale. Lo è come global brand, un marchio esportato in altre parti del mondo, come altri simboli del turismo che hanno ormai trovato cittadinanza globale, ed adattato allo stile architettonico locale. Lo è come sede di banche (la HSBC e la Bank of China per esempio) che curano le rimesse degli immigrati cinesi nel paese d’origine. Lo è come sede delle agenzie di viaggio cinesi che organizzano viaggi per la Cina ed hanno come clientela quasi esclusivamente l’immigrato cinese. Lo è come porta d’ingresso in Inghilterra per i nuovi immigrati cinesi come emerge dal racconto di un’immigrata arrivata agli inizi degli anni 2000 sulla sua esperienza a Londra: “Quando arrivai a Chinatown per la prima volta sono riuscita a trovare un posto dove stare attraverso un po’ di aiuto. Stavo aspettando e mi sentivo persa. Completamente senza aiuto. Nessuno sembrava notarmi. Ho chiesto qualcosa a qualche cinese che incontravo ma mi rispondevano in inglese e non capivo nulla. Poi vidi un gruppo di cinesi uscire da quella che suppongo fosse una casa di scommesse. Mi diressi verso di loro ed uno di loro parlava un po’ di mandarino. Dissi che stavo cercando una stanza e lui rispose che poteva chiedere ad un amico se aveva una stanza. Chiama l’amico con il cellulare ed alla fine trovai questo posto. È stata un’esperienza molto dura”.<br />
Lo è come spazio che attrae investimenti dalla Repubblica Cinese per cui “lentamente, lentamente stanno giocando un grande ruolo, come il ristorante all’angolo o i supermercati che hanno aperto negli ultimi anni [sono d’investitori dalla Cina]” (brano tratto da un’intervista). Lo è, infine, come luogo di rappresentanza del governo cinese che fa delle donazioni per abbellire e rendere più attraente Chinatown e promuovere l’immagine della Repubblica Popolare Cinese all’estero.</p>
<p>Come si vede, Chinatown è uno spazio complesso, che presenta diversi strati sovrapposti. Per usare la celebre definizione di Marc Augé è luogo ed insieme non-luogo. In quanto città-vetrina, area turistica, semplice oggetto di consumo e di passaggio, spazio in cui “si riannodano i gesti di un commercio ‘muto’, un mondo promesso all’individualità solitaria, al passaggio, al provvisorio, e all’effimero” (<a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788889490020/augeacute/nonluoghi-introduzione-una.html">Marc Augé Nonluoghi. Introduzione a un&#8217;antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano, 2005</a>), Chinatown è un non-luogo. In quanto spazio sociale dove i vecchi ed i nuovi immigrati intessono relazioni e spazio dove si costruisce cultura, storicità e riconoscimento Chinatown è un luogo di appartenenza e d’identificazione per la dispersa comunità cinese.</p>
<p><em><strong>Nicola Montagna</strong> è dottore di ricerca e Research Fellow presso la Middlesex University di Londra. Si occupa di movimenti sociali e di immigrazione, sui quali ha scritto diversi saggi per libri e riviste accademiche.</em></p>
<p><em>Altri riferimenti bibliografici in lingua inglese:</em></p>
<p><a href="http://www.compas.ox.ac.uk/publications/Working%20papers/Frank%20Pieke%20WP0524.pdf">Pieke F.N. (2005) <em>“Community and Identity in the New Chinese Migration Order”</em> COMPAS Working Papers WP-05-24</a></p>
<p>Christiansen F. (2003) <em>Chinatown, Europe. An exploration of of Overseas Chinese Identity in the 1990s</em>, Routledge, London</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/chinatown-londra/">Chinatown, Londra: tra mito e realtà</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L’umano e l’animale in &#8220;Il pianeta irritabile&#8221; di Paolo Volponi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2008 05:55:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/dscf1221.JPG" title="dscf1221.JPG"> </a><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText">Comincerò il mio intervento con una citazione di un brano di <strong>Italo Calvino</strong>. Quanto dice Calvino, non riguarda direttamente Volponi, ma sintetizza una condizione generale, in cui sono venuti a trovarsi certi scrittori e intellettuali italiani all’altezza degli anni Settanta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/23/l%e2%80%99umano-e-l%e2%80%99animale-in-il-pianeta-irritabile-di-paolo-volponi/">L’umano e l’animale in &#8220;Il pianeta irritabile&#8221; di Paolo Volponi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/dscf1221.JPG" title="dscf1221.JPG"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/dscf1221.thumbnail.JPG" alt="dscf1221.JPG" /> </a><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Comincerò il mio intervento con una citazione di un brano di <strong>Italo Calvino</strong>. Quanto dice Calvino, non riguarda direttamente Volponi, ma sintetizza una condizione generale, in cui sono venuti a trovarsi certi scrittori e intellettuali italiani all’altezza degli anni Settanta. Scrive Calvino:</font></span></p>
<p><span lang="IT"><o></o></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt 35.4pt" class="MsoBodyTextIndent"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Gli anni Settanta ci hanno abituato a una visione della società come fallimento d’ogni progetto politico, caduta di ogni maschera di rispettabilità, improvvisazione economica, sgretolamento sociale, violenza sub-ideologizzata, riserve di vitalità elementare e spinte suicide. A questa assuefazione all’ambiente, la risposta d’una letteratura che non sia mimetica, a rimorchio dell’esistere, non si vede ancora quale potrà essere. Tutto avviene per i giornali e sui giornali: nasce in Italia un nuovo giornalismo degli scrittori e anche il nostro Autore vi partecipa (negli anni tra il 1975 e il 1978 anche in prima pagina, sul “Corriere della Sera”) senza alcuna soddisfazione particolare, perché il linguaggio della volontà di morte invade tutto e assorbe anche il linguaggio di ciò che resta della volontà di ragione, ormai costretto a ripetere le recriminazioni e le prediche di ogni fattaccio. (…) Vedere la società umana in una prospettiva antropologica che situa la cronaca che ci tocca vivere in scala con le grandi fasi plurimillenarie del passato e del futuro; vedere la letteratura nei suoi nessi con le funzioni elementari della strumentazione simbolica delle culture umane, questo è il quadro in cui sono si sono andate situando negli anni Settanta le riflessioni dell’autore.(1)</font></span></p>
<p><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><o></o><font face="Times New Roman"> <span id="more-5169"></span></font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Si tratta di un brano recuperato da Mario Barenghi tra le carte di preparazione della raccolta di saggi <em>Una pietra sopra </em>del 1980. Esso avrebbe dovuto far parte di un articolo apparso su “Repubblica” il 15 aprile 1980 con il titolo <em>Sotto quella pietra</em> e ora antologizzato in appendìce alla raccolta di saggi dello stesso anno, nell’edizione dei Meridiani. Ho scelto questo passo, perché ha il vantaggio di condensare in poche righe il discorso che Calvino, in <em>Sotto quella pietra</em>, svolge e articola per alcune pagine. Due sono le cose che interessano particolarmente. La prima riguarda la crisi della “funzione dell’intellettuale”, così come Calvino e altri scrittori italiani l’avevano immaginata e sperimentata dal dopoguerra in poi. Con la fine degli anni Sessanta, viene ad esaurirsi l’ipotesi secondo cui la pratica di una certa letteratura, che definiremo genericamente “impegnata”, è connessa con la costruzione di una società più giusta e razionale. Tale ipotesi era per lungo tempo rimasta valida, anche laddove esistevano sensibili differenze tra scrittori, critici o intellettuali di partito, sul modo in cui intendere il nesso tra letteratura e società. Ora, questo nesso viene meno, in ragione di due nuovi fattori. Il primo riguarda l’evoluzione dei saperi e, in particolar modo, delle cosiddette scienze umane. Tra queste ultime, Calvino cita la linguistica, l’antropologia strutturale, la semiologia: tutto quel territorio di discipline che a lui si era reso visibile, dall’osservatorio francese, già a partire dagli anni Sessanta. Il bagaglio umanistico dello scrittore italiano, anche corretto e ampliato attraverso la lezione marxiana, non pare più fornire gli strumenti adeguati per dare senso al divenire della civiltà industriale e a tutte le contraddizioni, i conflitti, le anomalie nazionali che in essa si manifestano nel tornante decisivo degli anni Settanta.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>La prima conseguenza di questa nuova condizione, è il venir meno nella fiducia del proprio ruolo “civile” e “pedagogico”. Calvino, per primo, riconosce l’inefficacia delle “recriminazioni e delle prediche”, a cui lo scrittore è ormai ridotto dal pulpito di qualche autorevole quotidiano nazionale. L’esito di questa esperienza è un definitivo scetticismo. Quanto mai onesto, Calvino scrive in <em>Sotto quella pietra</em>: “m’ero reso conto che il mondo era cambiato e che non avrei più saputo dire dove stava andando”(2). </font><font face="Times New Roman">A spingerlo verso queste posizioni, è stato senza dubbio anche un altro fattore, legato all’ondata di contestazione giovanile e di agitazione operaia, esplosa con il ’68 e proseguita negli anni seguenti. Alla crisi dei saperi si aggiunge la perdita d’autorità dell’intellettuale in quanto tale, quasi sempre avulso, come lo furono in quegli anni gli stessi quadri dei partiti istituzionali di sinistra, da quelle variegate forze popolari, che si esprimevano ora in forme nuove e autonome.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Sappiamo, però, che di fronte a queste traumatiche trasformazioni sociali e culturali, c’è anche chi, come <strong>Pasolini</strong>, rivendica in modo temerario proprio la funzione di “pedagogo”, a costo di trovarsi sempre più isolato, in un ruolo che nessuno più si fida ad interpretare in forme così combattive. </font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Nonostante sia in parte consapevole dei limiti dei propri strumenti d’analisi, Pasolini sembra non voler rinunciare fino all’ultimo al compito di predicatore, anche quando questo implicherà l’assunzione di attitudini provocatorie e scandalose. Pasolini, infatti, sembra meno scosso dalle nuove forme di specializzazione del sapere, e più ossessionato da un altro tipo di fenomeno: quello che lui definisce, con termine solenne ed estremo, il “genocidio culturale”. E proprio in una lettera aperta indirizzata a Calvino, sul “Mondo” del 30 settembre 1975, Pasolini esporrà ancora una volta quelle che, per lui, sono le ragioni più profonde della crisi, non solo dell’intellettuale di sinistra, ma di tutta la società italiana e della sua variegata cultura popolare. Cito da <em>Lettera luterana a Italo Calvino</em>:</font></span></p>
<p><span lang="IT"><o></o><font size="3" face="Times New Roman"> </font></span><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><font face="Times New Roman">È cambiato il “modo di produzione” (enorme quantità, beni superflui, funzione edonistica). Ma la produzione non produce solo merce, produce insieme rapporti sociali, umanità. Il “nuovo modo di produzione” ha prodotto dunque una nuova umanità, ossia una “nuova cultura”: modificando antropologicamente l’uomo (nella fattispecie l’italiano). Tale “nuova cultura” ha distrutto cinicamente (genocidio) le culture precedenti: da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari.(3)</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Questo passaggio è doppiamente significativo. Esso rimanda innanzitutto all’ampia <em>sintomatologia</em> di quei processi di sradicamento e omologazione, che hanno investito la società italiana, e più in generale l’Occidente capitalistico, in ragione di una <em>mercificazione</em> del mondo e della vita sempre più capillare e diffusa. Pasolini, come spesso <strong>Franco Fortini </strong>proprio in quegli anni gli ricordava aspramente, non era in grado di spingersi verso un’analisi approfondita di questo “nuovo modo di produzione”. Egli si limitava soprattutto a registrarne e a denunciarne gli <em>effetti</em>. Sappiamo anche, però, che attraverso <em>Petrolio</em>, il romanzo-fiume rimasto incompiuto, Pasolini si riproponeva di ricostruire, almeno per quanto riguarda la realtà italiana, gli ingranaggi economici e politici che avevano portato a questa trasformazione.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Accantonando l’analisi delle cause del “mutamento antropologico”, che in questa sede non ci interessa, formuliamo invece la domanda per noi più pertinente: “come risponde la letteratura, l’invenzione romanzesca in particolare, a un mondo dove non solo gli oggetti mutano, ma le relazioni tra gli uomini, e in definitiva gli uomini stessi?”. Ritorniamo allora all’inquietudine di Calvino, per una letteratura “a rimorchio dell’esistere”, ma di un esistere che ha perso la sua densità e varietà, per profilarsi come esperienza stereotipata o come oggetto in serie. In altri termini, si chiedono Calvino e Pasolini, e con loro l’autore di cui soprattutto voglio parlare, <strong>Paolo Volponi</strong>, “come è possibile raccontare la realtà, se essa sta subendo, nel nuovo mondo capitalistico, un annientamento delle sue determinazioni particolari, delle sue innumerevoli differenze, geografiche e storiche, religiose e culturali, linguistiche e sociali?” Tutti gli scrittori italiani, attivi nel corso degli anni Settanta, si trovano confrontati a questo problema, che tocca l’impianto formale e linguistico dell’opera, ancor prima che quello tematico. Il problema più generale, infatti, non riguarda il “come raccontare questa trasformazione”, ma con quali strumenti specifici raccontare una qualsiasi vicenda, avendo come riferimento questo mondo ormai trasformato.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Fin dal suo esordio come romanziere, con <em>Memoriale</em> del 1962, Volponi si presenta come un narratore-poeta alla strenua ricerca di un discorso narrativo non mimetico, capace di sfuggire a dettami del realismo e ad ogni illusione di una restituzione unitaria e composta dell’esperienza umana nel mondo industrializzato. Nei suoi<em> </em>romanzi degli anni Sessanta che, oltre a <em>Memoriale</em>, includono <em>La macchina mondiale</em> del 1965<em> </em>e <em>Corporale</em> del 1974, ma con stesura iniziata intorno al ‘66, Volponi ottiene la scomposizione del modello realistico del romanzo, in virtù di un potenziamento estremo del punto di vista soggettivo. Il culmine di questa strategia narrativa è realizzato con <em>Corporale</em>, dove saltano radicalmente le coordinate spaziali e temporali che permettono il facile inquadramento della vicenda narrata. L’istanza narrativa oscilla tra la prima e la terza persona, caratterizzandosi per un pensiero che procede quasi sempre per libere associazioni. Il risultato è quello di una disintegrazione sia dell’io sia dello scenario in cui questo si muove, scenario che mantiene comunque una riconoscibilità storica e che non si dissolve nel puro e semplice delirio del protagonista.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Per molti versi, <em>Corporale </em>è dunque già da considerarsi la risposta volponiana a quella violenta trasformazione della realtà e a quella frantumazione delle categorie intellettuali, che costituiscono sia per Calvino che Pasolini la sfida maggiore che gli anni Settanta lanciano agli scrittori italiani. Ma è di un romanzo successivo di Volponi, che voglio parlarvi. Si tratta de <em>Il pianeta irritabile</em> apparso nel 1978, ma la cui stesura risale al ’76. (Ricordo di sfuggita, che tra <em>Corporale </em>e <em>Il pianeta irritabile</em>, Volponi scrive <em>Il sipario ducale</em>, un romanzo che, polemicamente, si vuole “tradizionale” e si caratterizza per una ripresa di moduli narrativi più semplici e lineari. Di fronte all’ostracismo di critica e pubblico incontrato da <em>Corporale</em>, Volponi reagisce confezionando un intreccio più leggibile, sovrapponendo i caratteri del romanzo storico e d’attualità.)</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt" class="MsoBodyText"><font face="Times New Roman"><em><span lang="IT">Il pianeta irritabile</span></em><span lang="IT"> presenta degli aspetti che lo avvicinano al <em>Sipario ducale</em> e altri che rimandano invece alla produzione più sperimentale. Si configura, innanzitutto, come un romanzo a metà strada tra il genere di fantascienza e quello della favola allegorica, ma condotto con il ritmo incalzante di una narrazione picaresca. Il testo è quindi composito dal punto di vista dei generi e si rifà ad una duplice ed apparentemente inconciliabile prospettiva: a quella popolare della letteratura di fantascienza e a quella, di tradizione illuministica, della leopardiana “operetta morale” e del <em>conte philosophique</em>. Lavorare, sovrapponendo generi di storia e caratteri così diversi, significa ovviamente ottenere risultati quanto meno inaspettati, in quanto, come sempre avviene nella modernità letteraria, la poetica d’autore assorbe e plasma a suo favore i generi codificati, piuttosto che uniformarsi ad essi. Dunque, <em>Il pianeta irritabile</em> è un romanzo, nel senso pieno del termine, costituito dall’amalgama di più sottogeneri, ma non riducibile ad uno solo di essi.</span></font></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Rimane però da chiarire, la necessità che impone al nucleo tematico scelto da Volponi, di essere sviluppato narrativamente nelle forme della fantascienza o della favola allegorica. Delimitiamo innanzitutto questo nucleo. Esso ci rinvia, ancora una volta, alla citazione di Calvino e all’esigenza di sfuggire da una “cronaca dell’esistente”. La soluzione proposta è “vedere la società umana in una prospettiva antropologica che situa la cronaca che ci tocca vivere in scala con le grandi fasi plurimillenarie del passato e del futuro”. Sappiamo che Calvino realizza questo progetto attraverso due raccolte di racconti: <em>Le Cosmicomiche</em> del 1965 e <em>Ti con zero</em> del 1967. In entrambe le opere, l’unità di misura della virtù affabulatoria non è la società industriale e consumistica uscita dalla storia recente, ma le immani metamorfosi del cosmo e i tempi lentissimi del suo divenire. Anche <em>Il pianeta irritabile</em> è costruito intorno all’idea di rompere i limiti dell’antropocentrismo, immaginando delle vicende che coinvolgano forze remote ed estranee, come lo sono ormai divenuti gli animali, quelli non domestici e non in cattività negli zoo e nelle riserve “ecologiche”. Come Calvino, dieci anni prima, anche Volponi sente, sul finire degli anni Settanta, l’esigenza <em>allontanare</em> e<em> dirigere altrove</em> <em>l’immaginazione</em> rispetto alla vita in società e alle sue vicende sempre più povere, uniformi e ripetitive.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Il procedimento di Volponi, però, non assomiglia a quello di Calvino, e ne è per certi aspetti il suo rovescio. Calvino scrive, ad esempio, presentando nel 1968 <em>La memoria del mondo e altre storie cosmicomiche</em>: “Io vorrei servirmi del dato scientifico come d’una carica propulsiva per uscire dalle abitudini dell’immaginazione, e vivere anche il quotidiano nei termini più lontani dalla nostra esperienza”(4)</font><font face="Times New Roman">. Volponi non assumerebbe in modo così acritico e neutrale il “dato scientifico”, utilizzandolo poi come eccitante dell’immaginazione. Per lui, infatti, come si evince da una serie di saggi scritti a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, la stessa pratica scientifica è coinvolta nel processo di svuotamento della realtà e di smarrimento dell’uomo che egli constata nella società attuale. Questo convincimento non lo spinge a rimpiangere un mondo pre-scientifico, ma gli impedisce di avere un approccio puramente strumentale alla scienza. Quest’ultima, come Calvino sembra ignorare a metà degli anni Sessanta, è per Volponi parte del “problema”. Ecco cosa scrive in <em>Etna: natura e scienza</em>, un articolo apparso nel 1983: “La natura è mutata nel corso di milioni di anni, facendosi sempre più bella e fertile secondo la distinzione e il riconoscimento degli uomini. Anche la scienza è mutata, ma quasi soltanto per arricchire se stessa e per ridurre gli uomini alla mercé sua e dei suoi maghi”(5)</font><font face="Times New Roman">.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>In queste poche parole, troviamo già in forma sintetica un’opposizione concettuale che ricorre costantemente nella riflessione saggistica di Volponi e che si pone, quindi, come importante riferimento anche nella fase dell’invenzione narrativa. Il primo termine chiave è “riconoscimento” che compare appaiato a “distinzione”. La natura si evolve, muta, in quanto muta anche l’uomo che costituisce, in qualche modo, il suo specifico agente di variazione e articolazione. Ciò che qui più conta è il forte nesso di <em>reciprocità</em> che coinvolge la natura e l’umanità in un processo dinamico, di cui la conoscenza umana è parte attiva, fattore di spinta.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>L’altro termine chiave riguarda la scienza, ossia la sua tendenza ad “arricchire se stessa”. Volponi individua in questo aspetto, la tara profonda della società capitalistica, tara che appartiene alla natura stessa del capitale: la scienza, come lo stato, l’industria, e infine il capitale, sul quale ogni altra realtà si modella, sono governati da una dinamica di puro accrescimento, chiusa su se stessa, avulsa da ogni dialettica di riconoscimento o reciprocità d’azione. In altri termini, il capitale, e le sue manifestazioni settoriali (industria, scienza, stato), risponde alla logica dell’identità astratta e dell’immobilità, annullando ogni forma di divenire molteplice e concreto. In un articolo del 1977, <em>La grande crisi e la crisi minore</em>, Volponi denuncia il tentativo del “potere economico” di “sovrapporre i propri termini a quelli storici, di identificarsi un’altra volta con il potere dello Stato e tornare ad essere tutto, principio e fine”(6)</font><font face="Times New Roman">.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Il percorso di “allontanamento” intrapreso da Volponi non risponde quindi alle motivazioni “scettiche” di Calvino, ma ad una ben più radicale intenzione critica, che non risparmia neppure i “dati” della scienza. Non solo, ma a differenza delle due raccolte di racconti calviniane, che reintroducono nel cuore stesso del più remoto o microscopico lembo di universo figure e situazioni umane, <em>Il pianeta irritabile</em> è la storia di un’<em>evacuazione</em> <em>della propria umanità </em>realizzata da uno degli ultimi esseri umani viventi su di un pianeta sconvolto dalle guerre atomiche. Calvino, come ricorda Claudio Milanini, “rimane convinto dell’impossibilità di pensare il mondo se non attraverso figure umane (…) e rivendica quindi (…) l’antropomorfismo delle sue invenzioni”(7)</font><font face="Times New Roman">.Volponi lavora, invece, lungo tutto il romanzo a evidenziare l’<em>estraneità</em> del mondo animale e naturale nei confronti dei disegni umani. Ma su questa potente traccia leopardiana, s’innesta un motivo tipicamente novecentesco: la figura <em>distopica</em> di una società umana, tecnologicamente avanzata, a cui spetta un destino di distruzione non solo dell’uomo stesso, ma dell’intero universo vivente. La potenza maligna non è più insita nella natura, ma nell’<em>artificio</em> tutto umano, di cui la bomba atomica è il sommo paradigma.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Vediamo, ora, come questo nucleo tematico complesso si risolve sul piano dell’intreccio. La vicenda si svolge sulla terra, nell’anno 2293. Ne è protagonista un piccolo ed eterogeneo gruppo di esseri viventi, di cui fanno parte Epistola, un babbuino che ha funzione di capo, Plan Calcule, un’oca dalle sviluppate capacità logico-matematiche, Roboamo, un dottissimo elefante, e Mamerte, un nano sfigurato. L’ambiente presenta le caratteristiche di uno spazio naturale selvaggio, in gran parte disabitato, dal quale emergono, di tanto in tanto, relitti di una civiltà tecnologicamente avanzata. La voce narrante ci rende poi consapevoli, che una lunga serie di catastrofi e di guerre si è susseguita sul pianeta, prima che esso assumesse il suo aspetto definitivo e spettrale. Oggetto della narrazione è il viaggio che il gruppo intraprende in occasione dell’ultima catastrofe planetaria. Tutti e quattro, infatti, provengono da un circo in cui, salvo il nano, erano costretti in cattività. All’interno della società degli uomini, però, il nano svolgeva la funzione più bassa e ripugnante, quella del raccoglitore di escrementi. Egli, quindi, viveva tra i suoi simili già come uno schiavo, un mezzo uomo, anche in virtù della sua “diversità” fisica. Nel gruppo degli animali, poi, egli continuerà ad essere trattato come un essere inferiore, ma per tutt’altra ragione che il suo nanismo. Egli è un rappresentante di quella specie umana che non solo è stata responsabile, nel circo, di crudeltà verso di loro, in quanto animali, ma che è colpevole della distruzione dell’intero pianeta.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Se il punto d’avvio del viaggio è il circo, ossia una microsocietà gerarchica e crudele, che rispecchia perfettamente l’ingranaggio dell’intera società umana, almeno nel suo rapporto di dominio e sfruttamento dell’altro da sé, il punto d’arrivo è un utopico regno, verso cui Epistola guiderà l’intero gruppo, anche a costo del sacrificio di sé. La narrazione si chiude prima che tale regno sia raggiunto, e quindi esso rimane l’immagine di un altrove, rispetto al regno dell’uomo e alla logica dell’identico che lo ha caratterizzato. Ma ciò che conta non è il compimento del viaggio, l’approdo ad un rinnovato equilibrio tra gli esseri viventi e il cosmo, ma il <em>purgatoriale travaglio</em> <em>e movimento</em> che costituisce lo specifico oggetto della narrazione. Per questa ragione, <em>Il pianeta irritabile</em> rimane un romanzo sospeso tra <em>distopia</em> e <em>utopia</em>, tra evocazione della suprema catastrofe e visione di un mondo nuovo e sanato. Ciò che a Volponi veramente interessa è il percorso che si realizza tra questi due estremi, un percorso che è frutto di una <em>conversione</em> o che comunque ne disegna il difficile tragitto. </font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Ad un primo sguardo, potrebbe sembrare che tale cambiamento di stato riguardi esclusivamente Mamerte, l’elemento umano, e quindi corrotto, del gruppo. È lui, innanzitutto, che deve compiere una <em>palinodia</em> dell’umano, rovesciando fuori da sé quanto appartiene all’ambito della ragione astratta, strumentale, e quindi anche all’ambito del linguaggio, che di quella ragione ne è la condizione necessaria. Il gesto che segna in modo esemplare il rifiuto di Mamerte della propria umanità, è il sacrificio del suo “capitale simbolico” più prezioso: la poesia della suora di Kanton. </font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Al passato del nano, appartiene un’unica storia d’amore, che assomiglia per il suo carattere grottesco a certe storie d’amore che riscontriamo nei romanzi di <strong>Samuel Beckett</strong> e in particolare in <em>Malone muore</em>. In Volponi, come in Beckett, l’amore ha il carattere di una pura e rude “comunicazione carnale”, da cui è esclusa ogni forma anche elementare di “sublimazione”(8)</font><font face="Times New Roman">. Per questo motivo, durante il periodo in cui il nano e la suora, all’interno di un ospedale, realizzano ripetutamente i loro incontri erotici, nessuno scambio linguistico avviene tra i due. Come in Beckett, l’abbassamento comico spinto fino alla figurazione grottesca del rapporto amoroso, garantisce un residuo d’innocenza, laddove ogni intrusione del linguaggio e del portato simbolico, culturale, che esso veicola, ripiomberebbe i personaggi all’interno di attese e attitudini stereotipate ed inautentiche.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Nel momento dell’addio, però, quando Mamerte è costretto ad abbandonare l’ospedale, la suora gli affida una poesia scritta in ideogrammi su un foglio di carta di riso. Attraverso il <em>dono</em>, ella restituisce al rapporto una dimensione “simbolica”. Questo testo, scritto in un linguaggio sconosciuto, diviene però per Mamerte uno straordinario capitale, qualcosa di astratto, indefinito, inutilizzabile, ma che racchiude in sé tutto il valore incommensurabile di quel rapporto amoroso, e del passato in cui esso è sepolto. </font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Durante tutto il viaggio, dal circo degli uomini e al regno di Epistola, il nano custodisce nel segreto assoluto questa sua proprietà. A differenza di tutto l’armamentario di oggetti poveri, di cui è grande raccoglitore, il foglio di riso non possiede, fino all’<em>explicit</em> del romanzo, alcun <em>valore d’uso</em>. Mamerte è un instancabile manipolatore d’attrezzi propri ed impropri, grazie ai quali si trae d’impaccio nelle situazioni più difficili, ma la poesia della suora di Kanton non viene mai coinvolta in un rapporto pratico, di necessità materiale, con il mondo. Essa appartiene ad una sfera altra, superiore. Ma a conferma dell’avvenuta conversione di Mamerte, il suo “capitale simbolico” cambierà di statuto. Esso verrà dissipato come nutrimento, riconquistando così un “valore d’uso”. Le ultime righe del romanzo sono dedicate alla solenne spartizione del foglio di riso. Il nano lo divide tra sé ed i suoi due amici superstiti, l’elefante e l’oca (9)</font><font face="Times New Roman">, per poi inghiottirlo. Assistiamo, dunque, all’ultimo ed esemplare “abbassamento”: la parola scritta, che inaugura in ogni cultura la presa di distanza dell’uomo dall’ambiente, permettendo l’accumulo sovraindividuale dell’esperienza, viene qui cancellata in favore del suo supporto materiale. Il simbolo, che si realizza nel rinvio ad un altrove condiviso di nozioni, è qui ricondotto alla sua pura natura fisica, di traccia materiale su di supporto. Ed è in virtù di questa riduzione, di questo abbassamento che all’ordine simbolico di un mondo, ormai respinto dalla piccola società dei sopravvissuti, subentra il trionfo di una condivisione tutta concreta, fisiologica, del cibo nell’attimo presente. L’elementare ragione animale, che si manifesta nella puntuale e circoscritta risposta ai bisogni, s’impone sulla ragione umana. Quest’ultima, infatti, che ha finito col produrre, nel tempo, un deleterio e catastrofico sradicamento dalla sua base naturale.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Lo scioglimento del romanzo si realizza con l’incontro dei quattro con il governatore e l’ultimo drappello di uomini superstiti. Si tratta, in realtà, di un incontro impossibile, in quanto il governatore e i suoi uomini non sono più in grado di riconoscere l’altro da sé, altro uomo, o altra specie, o altra forma di vita. Il governatore non può che incontrare possibili sudditi o schiavi, ossia individui da assoggettare ai propri scopi, da includere nel proprio copione ideologico. Egli è cosciente che l’umanità ha distrutto se stessa ed il proprio mondo attraverso la guerra. Ma il futuro che vuole costruire è fatto ad immagine e somiglianza del passato. Ecco le parole che indirizza agli animali e al nano, credendo di avere a che fare con altri uomini superstiti:</font></span></p>
<p><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span> </font></span><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><font face="Times New Roman">Tale dramma è adesso storico: non c’è più ambiente, non c’è più differenza! Io solo posso guidarvi a salvamento. Amici o nemici non ci sono più! C’è solo l’umanità. Chi è vivo può venire con me dall’altra parte: salire con me sul razzo che ci porterà su un mondo nuovo e migliore. Là potremo ricominciare e rifare la storia. Dio è con me. La storia è con me. (<em>PI</em>, 156).<o></o></font></span><o></o><font face="Times New Roman"><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><span>           </span></span></font></p>
<p><font face="Times New Roman"><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><span></span></span></font><font face="Times New Roman"><span></span><span lang="IT"></span></font><font face="Times New Roman"><span lang="IT"></span></font><font face="Times New Roman"><span lang="IT"></span></font><font face="Times New Roman"><span lang="IT">Si scorge più che altrove, in queste scene conclusive dell’intreccio, il disegno didattico che anima l’invenzione volponiana. L’apice negativo della storia umana è la cancellazione dell’ambiente, ossia delle infinite differenze che lo costituiscono. Lo sfruttamento di ogni settore del pianeta, sottoposto all’unica logica del valore di scambio e del profitto, culmina con la distruzione atomica. Ma l’umanità stessa, la residua umanità sopravvissuta è ormai cronicamente vittima del suo smarrimento, e non pare neppure capace, in mezzo alla catastrofe, di riconoscere le proprie colpe. “C’è solo l’umanità!”, sentenzia il governatore, e con essa rimangano in piedi, intatte, le ideologie che hanno giustificato la sua <em>hybris</em> nei confronti della natura: Dio, alibi metafisico alla superiorità della specie umana su tutto il creato, e Storia, alibi idealistico che assegna al caotico divenire umano un preteso sviluppo verso la perfezione. <u><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><o></o></span></u></span></font></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>All’inutile arringa del governatore, Mamerte risponde con una vera e propria invettiva:</font></span></p>
<p><span lang="IT"><o></o><font face="Times New Roman"><span></span> </font></span><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><font face="Times New Roman">L’artificiale come artificiosa ragione del potere e non come ricerca e scienza. Perché l’artificiale scientifico ritorna naturale; vicino anche alla buona merda! Mentre il tuo artificiale resta sempre e solo artificiale, e per reggere come tale deve continuare a aumentare i propri artifici e staccarsi come potere dal naturale. (<em>PI</em>, 170)<o></o></font></span><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><o></o><font face="Times New Roman"> </font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><font face="Times New Roman"><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><span>            </span></span><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span></span>Il nano ha compiuto ormai il suo percorso di liberazione da un’identità amputata, che pretendeva attraverso la forza dell’artificiale di scindersi dalla propria dimensione animale. Ma cancellando in sé l’animale, l’uomo finiva col rinunciare alla forma più elementare di contatto e intimità con l’ambiente. Solo questo contatto e questa intimità con le varie forme di vita animali e vegetali possono permettere un più misurato sviluppo dell’artificiale, attraverso innanzitutto la comprensione e il rispetto per la differenza, per ciò che rimane irriducibile alla presa dell’uomo.</font></span></font></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Il nucleo poetico di questo romanzo è dunque costituito da un percorso di “abbassamento grottesco” a cui è sottoposto l’eletto tra gli umani, il nano, uomo mancato, imperfetto, mostruoso. Proprio perché non sufficientemente uomo, il protagonista è colui che meglio si presta a compiere questo percorso di “ritrovamento” della propria animalità. Ma la dialettica tra umano e animale finisce per coinvolgere gli animali stessi, ossia i due animali che, alla fine dello scontro, sopravvivranno allo scontro violento con il governatore e i suoi uomini.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoBodyText"><span lang="IT"><font face="Times New Roman"><span>            </span>Con la morte di Epistola e del Governatore, è come se si annientassero le opposte spinte distruttive: quella dell’uomo che nega l’animale, e quella dell’animale che, a sua volta, per sopravvivere, deve negare l’uomo, ormai assurto a pericolo numero uno dell’intero pianeta. Ecco allora compiersi il viaggio, con il raggiungimento del regno. Ma quest’ultimo, prima ancora di essere uno spazio fisico, è una figura relazionale, un tipologia di rapporti interni al gruppo. Così lo annuncia, la voce narrante:</font></span></p>
<p><span lang="IT"><o></o><font face="Times New Roman"><span></span> </font></span><span style="font-size: 11pt; line-height: 150%" lang="IT"><font face="Times New Roman">Tutti questi gesti venivano compiuti, singolarmente o insieme, anche per saggiare la dimensione del nuovo gruppo e quella dei nuovi rapporti. Perché ciascuno potesse trovare la propria posizione e la misura adatta dentro la nuova figura sociale. Tanto più che nessuno pensava di poter guidare e governare come capo assoluto. In questi gesti ciascuno voleva provare di esistere per quel che era, e intendeva inoltre dichiarare ed esprimere il proprio senso di parità con gli altri. (<em>PI</em>, 184)<o></o></font></span><br clear="all" /><font face="Times New Roman"><br />
<hr SIZE="1" width="33%" align="left" /></font></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">1) Italo CALVINO, <em>Saggi</em>, tomo II, a cura di M. Barenghi, Mondadori, 1995, Milano, pp. 2934-2935.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman"> 2) Italo CALVINO, <em>Saggi</em>, cit., tomo I, p. 404.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">3) Pier<span>  </span>Paolo PASOLINI, <em>Lettere luterane. Il progresso come falso progresso</em>, Einaudi, 1976, Torino, p. 183.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">4) Italo CALVINO, <em>Romanzi e racconti</em>, volume II, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, Mondadori, 1992, Milano, p. 1300.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">5) Paolo VOLPONI, <em>Romanzi e prose</em>, tomo II, a cura di E. Zinato, Einaudi, 2002, Torino, pp. 705-706.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">6) Paolo VOLPONI, <em>Scritti dal margine</em>, Lupetti, Manni, 1995, Milano, Lecce, p. 58.</font></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">7) Claudio MILANINI, <em>Introduzione</em>, in Italo Calvino, <em>Romanzi e racconti</em>, volume II, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, Mondadori, 1992, Milano, p. XXIII.</font></span></p>
<p style="text-justify: inter-ideograph; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoFootnoteText"><span lang="IT"><font size="2" face="Times New Roman">8)  “La suora non volle mai una parola, e negò qualsiasi forma di comunicazione che non fosse carnale (…). Tutto avveniva nel cesso come il proseguimento della soddisfazione di un bisogno corporale”Paolo VOLPONI, <em>Il pianeta irritabile</em>, Einaudi, Torino, 1978, p. 23. D’ora in poi <em>PI</em>. </font></span></p>
<p style="text-justify: inter-ideograph; margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify" class="MsoFootnoteText"><font face="Times New Roman"><span lang="IT"><font size="2">9)</font></span><span lang="IT"> “Svolse il foglio adagio, con molta attenzione; lo ripiegò in modo diverso e poi lo strappò per dividerlo in due parti: una grande tre quarti e una un quarto. Consegnò quella più grande a Roboamo e divise ancora la più piccola in due: ne diede un pezzo all’oca e l’altro lo tenne per sé. Lo stirò ancora, gli soffiò sopra angolo per angolo, lo rialzò verso la luce, se lo accostò al buco e cominciò a mangiarlo.” (<em>PI</em><span>, 186)<o></o></span></span></font></p>
<p>* * *</p>
<p><em>(Intervento presentato al Colloque International Images et formes de la différence dans la littérature narrative italienne de 1970 à nos jours organizzato dal C.E.R.C.I.C. dell’Université Stendhal di Grenoble, 24-25 novembre 2005.)</em></p>
<p>Foto dell&#8217;autore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/23/l%e2%80%99umano-e-l%e2%80%99animale-in-il-pianeta-irritabile-di-paolo-volponi/">L’umano e l’animale in &#8220;Il pianeta irritabile&#8221; di Paolo Volponi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il corpo di Antigone e la 194</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jan 2008 23:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p align="justify">Al tempo del referendum sulla procreazione assistita, Enzo Mazzi scrisse un bell’articolo sulla dialettica <em>insuperabile</em> tra etica e potere. Mostrando, insieme, come nel corpo della chiesa vi fossero differenze che l’unanimismo mediatico <em>in mortem wojtyla</em> tendeva a occultare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-corpo-di-antigone-e-la-194-3/">Il corpo di Antigone e la 194</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p align="justify">Al tempo del referendum sulla procreazione assistita, Enzo Mazzi scrisse un bell’articolo sulla dialettica <em>insuperabile</em> tra etica e potere. Mostrando, insieme, come nel corpo della chiesa vi fossero differenze che l’unanimismo mediatico <em>in mortem wojtyla</em> tendeva a occultare. Ne risultava che, sui referendum a venire sulla procreazione assistita, era palese come non fosse <em>scritto</em> da nessuna parte che un cattolico era tenuto a votare in <em>quel</em> certo modo (che era poi, furbescamente, il non voto).</p>
<p>Mazzi affrontava la questione, decisiva, del rapporto tra potere e etica in modo (paradossale, per un prete) foucaultiano: rappresentandola attraverso le figure di Creonte e Antigone. Una messa in figura estremamente fertile, che vale tutt&#8217;oggi, quando ci dobbiamo apprestare ad affrontare una battaglia decisiva, quella per la difesa della 194. Ciò che, ovviamente, Ratzinger/Creonte non può accettare, laddove egli non può far altro che tentare di imporre <em>con forza</em> il diritto (la forza del diritto, il diritto della forza) sopra il corpo fluido di Antigone.<span id="more-5139"></span></p>
<p>La battaglia è decisiva, perchè la questione dell&#8217;aborto non è semplicemente una questione di diritti civili, di laicità, e quant&#8217;altro. E&#8217; una questione che riguarda la natura stessa del potere, e del suo stabilimento. Antigone – l’etica, insomma &#8211; non è che l’indefinizione che oltrepassa ogni <em>stabilimento</em> del potere. Essa è il <em>fuori</em>-legge – ma un fuori che è definito, recintato, conchiuso, dal potere. Antigone è la <em>forma fluens</em> che il potere, come lo sguardo di Medusa, vuole fissare – la <em>chora</em> – la materia informe – su cui il potere si esercita. Esercitandosi, il potere produce verità: verità che potrebbe essere raffigurata come i solchi prodotti dal potere sulla materia. (Ma la materia resiste. E reagisce).</p>
<p><strong>Il potere produce verità – e la produce <em>sul</em> corpo di Antigone. E Antigone è una donna.</strong></p>
<p>Questo conflitto tra potere/verità e corpo/amore, questo irriducibile attrito &#8211; ma anche, per allargare la <em>famiglia</em>, tra Ragione e Violenza, nei termini hegeliani di E. Weil (e di Bataille), o di Sacro e Violenza, in quelli di Girard &#8211; è la sfuggente, dileguante, inafferrabile sostanza ontologica dell’animale umano: e forse, la differenza specifica del suo genere.</p>
<p>E&#8217; a mio parere necessario avere chiara la portata dello scontro che si sta giocando oggi. Se è vero che la questione dell&#8217;aborto è una questione che riguarda la natura stessa del potere, e del suo stabilimento, allora il tentativo dei clericali insieme agli atei devoti è il culmine di un&#8217;offensiva che negli ultimi trent&#8217;anni ha segnato l&#8217;arretramento dei diritti conquistati nel secolo ancora precedente. Il potere che definisce il vero, stavolta, vuole far presa <em>dentro</em> il corpo di Antigone, rastrellare ogni residuo di resistenza, imprimere il suo marchio su ogni resto. Per questo, oggi ancor più di due anni fa, è necessario produrre resistenza. La resistenza del corpo di Antigone alla Parola di Creonte.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-corpo-di-antigone-e-la-194-3/">Il corpo di Antigone e la 194</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La Classe non è Acqua!</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Dec 2007 19:36:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/aveugles-copia.jpg" title="aveugles-copia.jpg"></a><br />
immagine di effeffe</p>
<p>Questo saggio di <strong>Sergio Bologna </strong>forse non vi cambierà la vita ma sicuramente vi farà sentire meno pirla. Più attrezzati per l&#8217;infelicità sociale.<br />
ARIDATECI I QUADERNI PIACENTINI!!!!<br />
<em>effeffe</em></p>
<strong>Uscire dal vicolo cieco</strong>
<p>di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
pubblicato su <a href="http://criticalab.wordpress.com" title="il sito criticalab">http://criticalab.wordpress.com</a></p>
<p><em>(in occasione della Mayday 07 a Milano)</em></p>
<p>Il movimento contro i rapporti di lavoro precari, contro l’insicurezza, per avere diritti uguali per tutti i cittadini, sembra riesca soltanto a manifestare disagio, a mobilitare protesta, ma non a cambiare lo stato delle cose.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/22/la-classe-non-e-acqua/">La Classe non è Acqua!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/aveugles-copia.jpg" title="aveugles-copia.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/aveugles-copia.jpg" alt="aveugles-copia.jpg" /></a><br />
immagine di effeffe</p>
<p>Questo saggio di <strong>Sergio Bologna </strong>forse non vi cambierà la vita ma sicuramente vi farà sentire meno pirla. Più attrezzati per l&#8217;infelicità sociale.<br />
ARIDATECI I QUADERNI PIACENTINI!!!!<br />
<em>effeffe</em></p>
<h2><strong>Uscire dal vicolo cieco</strong></h2>
<p>di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
pubblicato su <a href="http://criticalab.wordpress.com" title="il sito criticalab">http://criticalab.wordpress.com</a></p>
<p><em>(in occasione della Mayday 07 a Milano)</em></p>
<p>Il movimento contro i rapporti di lavoro precari, contro l’insicurezza, per avere diritti uguali per tutti i cittadini, sembra riesca soltanto a manifestare disagio, a mobilitare protesta, ma non a cambiare lo stato delle cose. Troppi sono gli ostacoli che impediscono di fare passi avanti. L’attuale Governo e la politica del suo Ministero del Lavoro è uno di questi, ma non meno insidiosi sembrano gli ostacoli interni al movimento stesso.<br />
Il pericolo che un’intera generazione sia condannata ad un’esistenza da cittadini di serie B è reale. Nei media e nei discorsi ufficiali si diffondono inviti alla rassegnazione dicendo che questa condizione è generalizzata a tutto l’Occidente capitalistico. In realtà se questo è vero – ed è purtroppo vero – costituisce una ragione di più per essere preoccupati e cercar di reagire.</p>
<h3><strong>Avere coscienza di sé come classe</strong></h3>
<p><span id="more-5051"></span></p>
<p>E’ opinione abbastanza condivisa che il fordismo ha prodotto l’operaio massa.<br />
In base a questa percezione si sono costruiti i ragionamenti politici che hanno dato un contenuto ai movimenti sociali degli Anni 60 e 70. Non è altrettanto chiaro, o comunque altrettanto condiviso, il ragionamento sulla classe prodotta dal postfordismo. Molti tentativi di definire i contorni di questa classe sono stati fatti e sono in corso, non ultimo quello di definirla come “non classe”. Ma finché non si riesce a trovarne un profilo adeguato, che abbia la stessa chiarezza, schematicità, evidenza e capacità di comunicazione che ha avuto il termine di “operaio massa”, ogni sforzo per farne un soggetto politico con cui Governo e capitale debbono confrontarsi sarà inutile.</p>
<h3><strong>Ricomporre un sistema di pensiero</strong></h3>
<p>Quello che viene definito “operaismo italiano” è stato forse l’unico sistema di pensiero che ha cercato di mettere ordine nella percezione dei rapporti di classe del dopoguerra. Ripercorriamo per un momento la strada che ha battuto per arrivare a definire il soggetto di classe del fordismo, l’operaio massa. Il punto di partenza è stato lo sforzo di comprensione dei cambiamenti tecnologici e organizzativi del capitalismo. Come le macchine ed il loro uso trasformavano, plasmavano gli uomini che ricevevano un salario per azionarle e controllarle. Primo passo, capire le macchine e la loro capacità di mutamento genetico dei comportamenti umani. Secondo passo, capire il governo politico di questo processo, trovare coerenza tra azioni di governo, amministrazione pubblica e trasformazioni tecnologico-organizzative del lavoro salariato. Terzo passo: riconosciuti i lucchetti che ti serrano le mani, imparare a farli saltare uno a uno. Un percorso analogo oggi è impraticabile? Proviamo a imitarne la sequenza, chissà che da qualche parte non ci porti. Primo passo: uso capitalistico delle macchine.</p>
<h3><strong>Il genere umano adatto al computer</strong></h3>
<p>Assumiamo che la tecnologia-simbolo del fordismo sia la catena di montaggio e la tecnologia-simbolo del postfordismo il computer. Richiedono due razze diverse di forza lavoro. La prima una forza lavoro che, anche se scolarizzata, deve soltanto adattare i propri bioritmi a quelli della macchina, esserne una funzione, un componente. La seconda una forza lavoro che, anche se non scolarizzata, deve possedere competenze, conoscenze e saper interagire con la macchina. Nel fordismo abbiamo una potenza tecnologica che soggioga e disciplina la forza lavoro, nel postfordismo uno strumento tecnologico che dialoga con la forza lavoro, nel fordismo l’uomo – per paradosso – ridotto a scimmia, nel postfordismo l’uomo tutto cervello. La liberazione nel primo caso passava per il rovesciamento dei rapporti con la macchina (il ritmo lo decido io e non la catena, il cottimo individuale va abolito, la tecnologia non va accettata come tale ma modificata, prima la salute e poi la produttività, i salari tendenzialmente uguali per tutti ecc. ecc.). Erano i primissimi passi per riacquistare dignità umana e diventare soggetto politico. Non è lo stesso percorso che si presenta nel postfordismo, il computer è – può essere – liberazione. I percorsi sono molto più complessi e per individuarli dobbiamo abbandonare l’operaismo. Anzi, può diventare un ostacolo. Ed in effetti oggi il revival dell’operaismo, che avviene in coincidenza con il quarantennale della pubblicazione dell’opera di Mario Tronti “Operai e capitale”, avviene in un contesto che rafforza le posizioni di coloro che sono i principali avversari di una liberazione del precariato, come cercheremo di dimostrare. Noi dobbiamo difendere lo spirito, la logica dell’operaismo originario, non la moda operaista di oggi.</p>
<h3><strong>I mutamenti genetici indotti dal postfordismo</strong></h3>
<p>Utilizziamo il termine “mutamento genetico” in senso figurato ma non troppo. I fenomeni che inducono un mutamento dei comportamenti sociali, delle abitudini e degli stili di vita hanno un’importanza che possiamo considerare maggiore di quella che potrebbe ottenersi con mutamenti indotti nell’organismo umano. Il primo grande salto che compie il postfordismo rispetto al fordismo è l’attribuzione di valore al capitale umano, alle conoscenze/competenze. Questo comporta una prima “specifica di cittadinanza”, intendendo per specifica i requisiti richiesti per essere cittadino in un mercato del lavoro postfordista. Sono requisiti costosi, perché significano un investimento consistente – in termini di tempo e di denaro – nella cosiddetta formazione. Per accedere al mercato del lavoro occorre essere dotati di un consistente bagaglio formativo, in modo da attestare frequenze da inserire in quei curricula che si allungano in proporzione agli anni di precariato.<br />
Anya Kamenetz è una giornalista di 25 anni del Village Voice ed ha appena pubblicato un libro, Generation Debt, dal sottotitolo “Perché oggi è terribile essere giovani”. L’argomentazione è molto semplice: la stragrande maggioranza dei giovani americani esce dagli studi con tanti debiti sul collo (contratti per pagarsi gli studi) che ne restano condizionati al momento di entrare nel mercato del lavoro, e rendono le condizioni lavorative &#8211; che si deteriorano sempre di più – ancora più dure. Insomma sono già fottuti prima di cominciare. Questa non è ancora la situazione in Europa ma ci stiamo arrivando. La “specifica di cittadinanza” richiesta dal postfordismo ha prodotto un gonfiamento abnorme e mostruoso della cosiddetta “offerta formativa”; centinaia di scuole, di corsi, di master che ci assordano con le loro proposte, sono oggi appannaggio del mercato privato, ma presto sarà la scuola pubblica a presentarsi come un brand, a fare marketing, come stanno già facendo alcune università italiane, che si strappano gli studenti a forza di promesse di corsi brevi o di corsi facili, talune abbassando i prezzi, altre alzandoli in modo da creare nella clientela l’effetto “lusso” (“se costa tanto vuol dire che è buona”). E’ il postfordismo che ha inventato il lifelong learning, quel micidiale meccanismo per il quale il giovane si convince che il suo precariato non dipende da rapporti di forza tra le classi ma dalla sua insufficiente formazione, quindi più rimane disoccupato o sottoccupato e più studia. Non è un caso che le forze maggiormente responsabili della precarizzazione di massa richiedano a gran voce investimenti nella formazione. I Sindacati hanno beneficiato in questi ultimi vent’anni di finanziamenti europei di notevole entità per la formazione, risorse con cui avrebbero potuto essere finanziati ammortizzatori sociali mirati.<br />
Risultato zero. In parallelo a questa frenesia del mercato della formazione si è andata svolgendo l’involuzione del sistema scolastico, mentre l’Università ha continuato ad essere governata e organizzata in base alle esigenze dei docenti e non in base ai bisogni degli studenti. Pertanto il postfordismo o la cosiddetta knowledge economy hanno prodotto la superfetazione di un mercato della formazione pubblica e privata la cui sola funzione ormai è quella di produrre un essere umano che è un precario prima ancora di entrare nel mercato del lavoro e che solo per eufemismo viene chiamato “uomo flessibile”. Il postfordismo in tal modo ha trasformato una condizione lavorativa – che per sua definizione è modificabile in base a un rapporto di forza – in una caratteristica genetica. Il precariato non deve nascere solo al momento dell’incontro con il mercato del lavoro, deve essere costitutivo della mentalità della persona, deve essere inoculato nella persona come percezione del sè.</p>
<h3><strong>L’obsolescenza delle competenze</strong></h3>
<p>Si dovrebbe cominciare a difenderli sin da piccoli i nostri figli da questa macchina infernale che si chiama formazione, tanto più quanto maggiore è il pericolo che crescano “schermodipendenti” (display della tv di casa, del telefonino, del videogioco, del computer). Mai l’autoformazione è stata così importante per aiutarci a vivere e a non restare schiacciati dal mercato della formazione. Mai un sistema di pensiero indipendente, scaturito dalla necessità primordiale di sopravvivere e di non farsi sommergere dalla marea formativa che sale ogni giorno di più, è stato tanto necessario come oggi.<br />
L’ideologia perversa del lifelong learning, la credenza che le competenze accumulate sono sempre insufficienti, come se fossero quelle e non i rapporti tra le classi che impediscono un’occupazione stabile, trovano tuttavia una giustificazione, una base di realtà, nel fatto che effettivamente nel postfordismo l’innovazione tecnologica, soprattutto a livello d’informatica, è rapida e uccide ogni giorno posti di lavoro per obsolescenza. Nel fordismo questi passaggi, per cui interi gruppi professionali venivano messi fuori gioco, non erano così frequenti, tant’è che, ogniqualvolta accadeva, il fatto era riportato con enfasi epica o tragica dai libri di storia (es. l’espulsione dei “camalli” in seguito all’introduzione del container). Oggi è storia quotidiana, è un fenomeno strutturale. Ma proprio per questo richiederebbe interventi mirati, politiche di compensazione specifiche. Oppure una gestione delle risorse destinate alla cosiddetta “riqualificazione” interamente sottratta alle forze che sono le principali responsabili della precarizzazione.</p>
<h3><strong>Cosa significa avere un proprio sistema di pensiero</strong></h3>
<p>Uno dei fattori che ha contribuito a rendere politicamente “forte” il sistema di pensiero operaista agli inizi degli Anni 60 è stato il fatto di aver guardato a fondo nella natura del taylorismo e del fordismo, di averlo studiato nel suo paese di origine, gli Stati Uniti. La cultura italiana ed europea dell’epoca infatti ne sapeva ben poco. Il taylorismo ed il fordismo erano arrivati con dieci, quindici anni di ritardo in Europa, in Paesi come l’Italia e la Germania erano arrivati con i regimi fascisti. La cultura “industriale” del PCI e del PSI di quei tempi aveva idee piuttosto vaghe sul fordismo, era una cultura “produttivista”, completamente condizionata dall’antifascismo, cioè da problematiche di tipo istituzionale. Le durissime condizioni di lavoro nell’industria italiana degli Anni 50 – per i ritmi ossessivi e la disciplina da caserma della fabbrica – venivano ricondotte al riemergere di mentalità fasciste e autoritarie. Il taylorismo veniva guardato come strumento di innalzamento della produttività che ben aveva funzionato in Unione Sovietica. C’era dunque un grande gap culturale tra gli operaisti ed il resto della Sinistra.<br />
Oggi noi viviamo analoga situazione. La cultura industriale italiana – e quindi anche quella della Sinistra, che non si discosta nemmeno di un millimetro da quella di Confindustria – non sa e non vuol sapere quel che veramente è accaduto negli Stati Uniti con la new economy, le dot.com e tutto quell’insieme di iniziative e di avvenimenti che hanno prodotto una vera e propria rivoluzione negli Anni 90, prima e dopo l’avvento del web. Soprattutto non hanno capito che quella rivoluzione ha avuto anche dei connotati anticapitalistici ed è stata condotta all’insegna del rifiuto dei modelli disciplinari e produttivi delle big corporations, in uno spirito libertario, anticonformista, e con un chiaro senso di rivolta contro il sistema della formazione così come viene offerto dalle business schools e dalle big universities. Veniva esaltata l’autoformazione, quella che una volta si chiamava l’autodidattica. I main frame della IBM erano chiamati “i Lager dell’informazione”. E’ da questo spirito che è nato il movimento per l’open source, da qui provengono i gruppi ancora attivi degli “informatici per la democrazia”, che vigilano sui pericoli di privatizzazione del web. Qui si è formata quella nuova classe che i guru del management come Drucker chiamano knowledge workers, sociologi come Florida creative class o economisti e politici come Robert Reich “analisti di simboli”. Hanno sognato un nuovo mondo, un nuovo modo di lavorare, di fare impresa, un diverso modo di definirsi, né blue collar né white collar, tant’è che uno come Andrew Ross, cronista egregio della loro storia, li ha chiamati no-collar. Poi sono stati risucchiati dalla finanza e stritolati dalla crisi del 2000/2001 – ma quale rivoluzione nell’Occidente capitalistico non viene risucchiata e stritolata?<br />
<strong><br />
</strong></p>
<h3><strong> Ci siamo stufati di Ken Loach</strong></h3>
<p>E’ dalle vicende di questa web class – passatemi il neologismo – che bisogna ripartire per capire a fondo la natura del postfordismo e la sua capacità di rendere strutturale la condizione di lavoro precaria. Pochi in Italia conoscono questa storia e ancor meno hanno cercato di ragionarci su, per tirarne fuori un pensiero politico. La “Shake” agli inizi degli Anni Novanta lo ha fatto (non è stata la sola), lo hanno fatto quelli che hanno inventato la Mayday, ma i loro ragionamenti non sono diventati patrimonio comune né della Sinistra nè di una parte consistente dei movimenti, i quali continuano ancora ad attardarsi nel celebrare i funerali della classe operaia. Non solo, ma la sconfitta dell’operaio massa (sconfitta relativa peraltro) invece di un monito viene assunta a paradigma politico. I modelli di lavoro del fordismo – in particolare il contratto di lavoro subordinato – invece di essere superati nel diritto e nelle politiche del lavoro, con uno sforzo d’innovazione che vada incontro al precariato e lo riconosca come forma generale, vengono cristallizzati come unici modelli che danno accesso al sistema di tutele. Nei loro stampi vengono ficcati a forza i precari, i parasubordinati, i lavoratori autonomi di seconda generazione, tutto il lavoro postfordista. Belle le storie di lavoro raccontate da Ken Loach, ma inchiodate ancora al mito di una classe operaia che fu, storie di nostalgia che guardano indietro e mai in avanti e ricordano terribilmente quelle del neorealismo italiano: mentre i contadini meridionali diventavano operai di fabbrica e formavano il reparto di punta dell’operaio massa, i registi italiani continuavano a raccontare storie di terre aride e di donne in nero, inzuppate di pathos similgreco e di retorica meridionalista – che mandavano in solluchero l’intellighentsia comunista ed a molti di noi facevano solo toccare ferro.<br />
Per dire che è ora di finirla con questa riproposizione di una storia finita della classe operaia (mostrata guarda caso sempre da “simpatica perdente”) ed è invece urgente focalizzare il lavoro postfordista, le sue problematiche, le sue possibilità di riscatto, è indispensabile trovare nuovi criteri di tutela delle condizioni lavorative che non rientrano nel contratto-tipo del lavoro subordinato, nuovi ammortizzatori sociali, nuovi incentivi – che compaiono, pur timidamente, anche nel programma elettorale di Segolène Royal in Francia. In questo senso si diceva che il revival operaista di oggi può essere un fattore di conservazione e di blocco dell’agire politico.</p>
<h3><strong>Il precariato come il morbillo ovvero c’è di peggio della legge Biagi</strong></h3>
<p>Varrebbe la pena seguire il percorso dell’intellighentsia di Sinistra nell’occultare la natura del lavoro nel postfordismo. La prima percezione che qualcosa stava cambiando la ebbe dieci anni fa quando si accorse che c’era un po’ di occupazione “atipica” o “non standard”, come dicono a Bruxelles. Sociologi di vaglia cominciarono ad occuparsi di strani esseri umani, i co.co.co.. Furono fatte dal sindacato le prime inchieste e saltò fuori che erano più di due milioni in Italia. Il problema del lavoro “atipico” dunque non era marginale, ma coinvolgeva il 10% della forza lavoro. A questo si aggiungevano i lavoratori autonomi di seconda generazione, ma di questi ci si sbarazzò subito dicendo che non erano lavoratori ma “imprese”, “ditte individuali”, e pertanto di competenza di Confindustria. Intanto era giunto al potere Berlusconi e il suo Ministero del Lavoro, con la consulenza iniziale di Marco Biagi, diede una veste istituzionale al lavoro “atipico”, compiendo un primo passo importante nel riconoscimento che il postfordismo stava cambiando il mondo del lavoro e che a partire da questi mutamenti andava costruita una nuova politica del diritto e della contrattualistica. Ma l’astuta talpa dell’intellighentsia di Sinistra continuava a lavorare per ridurre il problema dei lavori “atipici” ad un problema marginale. I due milioni e passa di co.co.co. vennero ridotti a 400.000 da analisi statistiche più attente, che depurarono i dati INPS dalle mancate cancellazioni e scartarono i co.co.co. titolari di pensione o di altre occupazioni.<br />
Al tempo stesso, sempre con statistiche alla mano, fornite dai dati ISTAT della Rilevazione continua delle forze di lavoro, altri valenti sociologi annunciavano al mondo che il lavoro autonomo era in diminuzione (trascurando il fatto cheera in diminuzione quello tradizionale, il lavoro contadino e del piccolo commercio, mentre quello di seconda generazione era in forte ascesa). Così il problema del postfordismo, che abbiamo visto implica una trasformazione molto complessa degli assetti capitalistici, veniva praticamente ridotto a problema marginale e il precariato a problema fisiologico. Si trattava, secondo queste menti eccelse, di un periodo transitorio della vita lavorativa di ognuno di noi (il periodo del “flusso”), destinato rapidamente ad estinguersi e passare poi al periodo dell’occupazione stabile (il periodo dello “stock”) e sicura per tutta la vita. Insomma il precariato come malattia infantile, come il morbillo, la scarlattina. Si giunge così al governo Prodi ed al Ministero Damiano, con il quale ogni traccia di ragionamento sul lavoro postfordista viene azzerata.<br />
L’unica idea di lavoro è quella che corrisponde alla fattispecie del contratto di lavoro a tempo indeterminato; il precario, l’atipico, il non standard sono riconosciuti solo come “figure di passaggio”, fanno parte dell’effimero del mercato del lavoro; scompariranno quando entreranno nella forza lavoro stabile, nello “stock” di forza lavoro. Vengono aumentate le aliquote contributive però. Effimeri come cittadini lavoratori ma non come cittadini contribuenti. In questo quadro, tra l’altro, l’unica azione di governo concreta in favore del precariato non può che essere quella all’interno dell’impiego pubblico, immettendo in ruolo un po’ di lavoratori a tempo determinato dell’Amministrazione pubblica. Sul mercato privato nulla può il governo, a meno di introdurre una nuova legislazione del lavoro. Di fronte a questa sequenza inquietante, a questo rifiuto di voler percorrere strade nuove per fenomeni nuovi – sia nel sistema delle tutele fondamentali che nel sistema degli ammortizzatori sociali – la vituperata “legge 30” rischia di fare bella figura. Anche nella sua versione maroniana infatti, questa legge ha rappresentato un riconoscimento dell’esistenza di una fattispecie lavorativa diversa dal modello standard. A suo modo, forse in maniera maldestra, ha cercato di inserire elementi di tutela, ha legittimato per la prima volta il lavoro postfordista ed il precariato come fenomeno strutturale – non come fenomeno passeggero (un “flusso”), quale vogliono farlo apparire gli attuali uomini di Governo ed i loro consiglieri. La legge Biagi non ha peggiorato la condizione di precarietà, ha cercato di formalizzarla. Il “pacchetto Treu” dei precedenti governi di centro-sinistra, quello sì, aveva dato via libera ai processi di flessibilizzazione selvaggia nel mercato del lavoro. Pertanto aver scelto la “legge Biagi” come obbiettivo di fondo di una lotta contro il precariato sembra la classica riedizione delle imprese di Don Chisciotte contro i mulini a vento.<br />
Bene o male la “legge 30” prende atto che le posizioni di lavoro “atipiche” sono una componente costante, la cultura ministeriale attuale le considera come l’acne giovanile. Ed alle donne (soprattutto) e agli uomini che sono invecchiati a furia di contratti di co.co.co., temporanei, stages, partite Iva e altri espedienti per vivere, sa dire soltanto “pagate troppo poche tasse”!</p>
<h3><strong>I grandi numeri ovvero le misure della Signora Italia</strong></h3>
<p>A leggere ed ascoltare il discorso pubblico si ha la sensazione spesso che il ceto politico non abbia ben presente com’è fatto il Paese, che gli mancano i grandi numeri. Ogni tanto ricordarli vale la pena, soprattutto se vogliamo avere un’idea del lavoro postfordista. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato pari a 7.683.000 persone, lavora in imprese al di sotto dei 10 dipendenti e di queste 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti (dati Istat, ottobre 2006). Se ci aggiungiamo circa 1 milione di persone che lavora in imprese che non superano i 15 dipendenti, abbiamo un esercito di circa 8 milioni e mezzo di persone su un totale di 16 milioni e mezzo che non è tutelato dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Pertanto anche il contratto di lavoro a tempo indeterminato rappresenta un sistema di totale sicurezza del lavoro per meno del 50% della forza lavoro occupata nel settore di mercato (cioè escluso il settore pubblico). Quindi il mercato del lavoro italiano – se escludiamo per ora il settore pubblico e parapubblico – ha già un elevato grado di flessibilità nell’ambito dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Su questo substrato si innesta il precariato vero e proprio.<br />
Ma guardiamolo meglio questo substrato, perché non riusciremo mai a capire la natura del precariato se non abbiamo chiaro il terreno su cui si forma.<br />
Piaccia o non piaccia, il vero “buco nero” di questo substrato è rappresentato da quei 6 milioni e passa di persone che lavorano in imprese il cui numero medio di dipendenti non arriva nemmeno a tre. Perché è un “buco nero”? Per due ragioni di fondo. La prima è che un organismo che ha meno di tre dipendenti non può essere chiamato “impresa”. Anche chi ha letto solo un Bigini di economia sa che l’impresa è un’istituzione costituita da tre figure o ruoli sociali distinti: il capitale, il management e la forza lavoro. Nelle imprese familiari capitale e management s’identificano. Una struttura composta da nemmeno tre persone viene chiamata “impresa” solo per ragioni ideologiche, cioè per voler inquadrare nella borghesia capitalistica quello che è invece il variegato universo del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione, fenomeno antico ma esploso proprio in coincidenza del diffondersi di rapporti postfordisti. Quei 6 milioni 179 mila sono infatti rappresentati in parte dalle cosiddette “ditte individuali” (altro termine assurdo e mistificatorio) ed in parte da lavoratori autonomi che hanno uno o due (virgola sette) dipendenti – assunti spesso con contratti di lavoro a tempo indeterminato. La seconda ragione di fondo per cui questo è il vero “buco nero”, è rappresentata dal fatto che questo universo e quello immediatamente continguo, cioé l’universo delle imprese al di sotto dei 10 dipendenti, è quello che crea la maggiore domanda di lavoro, è quello che tiene alta la dinamica occupazionale. Le imprese medio-grandi infatti, in particolare quelle 2010 imprese che formano il nocciolo duro del capitalismo italiano analizzate nella ricerca di Mediobanca del 2006 – ricerca che chiunque voglia farsi un’idea veritiera del sistema capitalistico italiano dovrebbe sapere a memoria – nel decennio 1996/2005 hanno ridotto ininterrottamente gli occupati.<br />
Ma non basta. In Italia, dopo che i sindacati hanno firmato lo sciagurato accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e privati sono rimasti quasi fermi, circostanza che non si è verificata in nessun altro Paese dell’Unione Europea. Malgrado questo blocco dei salari, le imprese hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare, a restringere sempre più l’area del core manpower ed a ingrossare l’area della microimpresa o del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione. Il blocco dei salari avrebbe dovuto indurre le imprese a ingrandirsi, ad assumere più gente “in pianta stabile”, a investire in ricerca e innovazione. Invece è avvenuto il contrario: sempre più frammentati, sempre più piccoli, sempre più fragili, sempre più low tech. I corifei di Confindustria chiamano questa roba “capitalismo molecolare”. Ma piantatela! Questi sono milioni di persone che lavorano in condizioni precapitalistiche, che non hanno mai avuto un soldo in prestito da una banca mentre l’azienda che fino all’altroieri è stata di Tronchetti Provera ha 43 miliardi di euro di debiti con le banche (86 mila miliardi di vecchie lire!) ed a tutti – tranne Beppe Grillo, grazie al cielo – sembra normale.<br />
Sono milioni di persone che non hanno mai goduto dei benefici e dei sussidi previsti per le imprese – sono cosiddette “microimprese” prive di capitali e di sussidi (la Cassa Integrazione è un sussidio per l’impresa), che vivono del loro solo capitale umano, cioè del know how e delle risorse d’iniziativa delle persone che ci lavorano. E’ qui che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi.<br />
Malgrado questa posizione di assoluta inferiorità nel mercato, è questo universo che traina l’occupazione in Italia. Le imprese che accumulano profitti in misura mai toccata nella storia – è sempre la ricerca Mediobanca a documentarlo – danno un contributo modestissimo all’occupazione o addirittura contribuiscono a ridurla. Il capitalismo in Italia va proprio storto, la conformazione capitalistica italiana è un’anomalia. Ma chi ne fa le spese? Il capitale umano naturalmente, le competenze, le conoscenze. Lo scorso novembre, parlando agli studenti dell’Università di Roma, il Governatore della Banca d’Italia ha dichiarato: “Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’OCSE. Questo fenomeno è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il Paese vive. (….) Vi si è aggiunto però un deterioramento delle condizioni di efficienza complessiva del sistema economico. Lo sintetizza la recente riduzione del livello di produttività totale dei fattori, caso unico tra i paesi industriali“(la sottolineatura è mia).<br />
La produttività del lavoro, com’è noto, cresce nella misura in cui il capitale umano, cioè l’intelligenza e la competenza delle persone, il loro sforzo fisico, l’erogazione di energia lavorativa umana, si combinano con il capitale fisso rappresentato da tecnologie, macchinari, sistemi organizzativi, infrastrutture di rete materiali e immateriali ecc.. Il sistema capitalistico italiano o lascia completamente abbandonato a se stesso il capitale umano, addossando sulle sue spalle gli interi costi di riproduzione e privandolo di capitale fisso (appunto l’universo delle cosiddette “microimprese” – che io preferisco chiamare l’universo del lavoro autonomo con un minimo grado di organizzazione) oppure concentra le risorse finanziarie in imprese che impiegano poco capitale umano, nelle imprese cioè dei settori a bassa tecnologia, che sono caratteristici della specializzazione produttiva del Paese e di gran parte dei cosiddetti, esageratamente esaltati, “distretti industriali”. Ma non basta. Il sistema capitalistico italiano non solo è un sistema low tech ma è un sistema nel quale la rendita prevale sul profitto. Le grandi imprese italiane non sono quelle dei settori competitivi del mercato mondiale, “maturi” o meno che siano – auto, chimica, elettronica, editoria ecc. – ma quelle che godono di posizioni di monopolio, di posizioni di rendita (ENI, ENEL, Telecom, Autostrade, banche, assicurazioni ecc.), sono imprese in qualche modo “protette”. E se ci sono imprese in grado di competere a livello internazionale in settori avanzati, è più probabile che siano pubbliche, come Finmeccanica (armi) o Fincantieri (navi da crociera) che private.</p>
<h3><strong>Il deterioramento della qualità del lavoro dipendente</strong></h3>
<p>Ecco il disastroso risultato delle privatizzazioni degli anni Novanta, che hanno consegnato monopoli pubblici nelle mani di privati (hanno avuto la faccia tosta di chiamarli “capitani coraggiosi” – gente che non ha rischiato una lira di suo, che si è trovata padrona di imperi senza avere tirato fuori il becco di un quattrino). Ecco la penosa situazione creata dall’aver legato le mani dietro la schiena al lavoro con lo sciagurato accordo del 1993. Dicevano, negli Anni Ottanta, che non potevano investire perché il costo del lavoro era troppo alto, perché c’era troppa rigidità nel mercato del lavoro. Dicevano che le imprese non potevano crescere. Hanno avuto la flessibilità in misura superiore a qualunque altro Paese europeo, il blocco dei salari, la morte della conflittualità.<br />
E hanno portato il Paese nelle condizioni in cui si trova, un Paese dove lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi è il più grande dell’Unione Europea, cioè un Paese dove l’ingiustizia sociale regna e dove quelli che stanno peggio sono proprio i giovani, in particolare quelli che investono in formazione, quelli che lavorano in proprio, che cercano di cavarsela, dopo aver aspettato per anni un’occupazione adeguata alla loro formazione. Il prezzo più alto lo paga il capitale umano, lo pagano le competenze, lo paga il merito, lo paga l’intelligenza. Hanno creato un sistema che odia l’intelligenza, la teme, e fa di tutto per mortificarla, umiliarla, ricattarla (basta vedere come sono scritti i giornali). Knowledge economy! Chissà quando i giovani italiani si renderanno conto pienamente che per il loro capitale umano non c’è mercato, che conoscenze e competenze vengono misurate solo in rapporto al costo, che si trova lavoro solo per raccomandazioni, che la qualità dei posti di lavoro – esattamente come negli Stati Uniti descritti da Anya Kamenetz e per usare le sue parole – “si deteriora ogni giorno di più”.<br />
Ci si aspetterebbe che coloro i quali condividono con il capitale la responsabilità di questa situazione, formulino un accenno di autocritica. Macché, salgono in cattedra e si atteggiano a difensori del precariato! Loro che non sono riusciti a difendere il lavoro dipendente!<br />
E qui nasce il grottesco della situazione cui assistiamo in questi mesi. Da parte di spezzoni del sindacato e da parte di ex sindacalisti diventati Ministri si continua a promettere il superamento del precariato attraverso l’inserimento nel sistema del lavoro dipendente, del contratto di lavoro a tempo indeterminato. Questo atteggiamento produce una pesante mistificazione, perché il fenomeno più grave e dilatato del nostro tempo non è il precariato (o non è solo il precariato) ma il deterioramento della qualità del lavoro dipendente, in termini di retribuzione, in termini di dinamiche di carriera, in termini di rapporti col sistema gerarchico/disciplinare dell’impresa, anche in termini di rapporti tra colleghi, in termini di stress, di lunghezza delle giornate lavorative, in termini di sicurezza del posto di lavoro, in termini di riconoscimento del merito e così via. Lo si coglie, questo deterioramento, in tutta la letteratura che tratta gli aspetti della vita aziendale, in particolare nel settore di quelli che una volta venivano chiamati quadri intermedi, cioè nei settori a contenuto di conoscenza ed a forte impegno relazionale. In Italia tra il reddito annuo netto di un lavoratore dipendente a tempo indeterminato e quello di un lavoratore precario ci sono solo 250 euro al mese di differenza a favore del primo! Ed è proprio il deterioramento della qualità del lavoro dipendente che spinge molti giovani a scegliere il lavoro autonomo. E qui nasce l’altra mistificazione. Per questi signori il lavoro autonomo è un “finto” lavoro autonomo, è un lavoro dipendente mascherato. I contratti di lavoro “atipici” sarebbero posizioni di lavoro dipendente che si tratterebbe di far “emergere”, per inserirli nella cittadella del contratto di lavoro a tempo indeterminato.<br />
Questa sarebbe la formula magica con cui sconfiggere il precariato. E cantano vittoria quando riescono a far assumere a tempo indeterminato i lavoratori di un call center. Invece le posizioni di lavoro “atipiche”, come le chiamano loro, occasionali, indipendenti, sono spesso, anzi sempre più, posizioni di autotutela nei confronti della miseria del lavoro dipendente, dei suoi salari da fame e delle sue condizioni ambientali che si deteriorano sempre più, oltre che rivendicazioni di autonomia e di indipendenza. Pertanto l’intero impianto concettuale e culturale delle politiche del lavoro e delle politiche giovanili del Governo Prodi si fonda su una sequenza impressionante di mistificazioni, azzerando in ultima analisi vent’anni di riflessione sul postfordismo e le sue caratteristiche.</p>
<h3><strong>Non aver paura di identificarsi con la middle class</strong></h3>
<p>Non si capisce perché tanti spezzoni di movimento che intendono rappresentare le istanze del precariato debbono travestirsi da proletariato e identificarsi con gli immigrati extracomunitari, continuando ad usare le più consunte simbologie e i più stucchevoli immaginari della tradizione del socialismo ottocentesco. Non si capisce perché si debba sopportare questo micidiale cocktail di pauperismo lamentoso e di pietismo cristiano, che ha cancellato ogni traccia di marxismo. Il fenomeno centrale di questa fase dell’epoca postfordista o della “nuova economia” è la crisi della middle class nei paesi occidentali. Secondo Robert Reich, l’ex ministro del lavoro di Clinton, è dai tempi della Grande Depressione, dal 1929, che la classe media americana non sta così male. Non sono gli strati marginali della società a scricchiolare, è la componente centrale a perdere colpi, a non vedere un futuro, a non riuscire a ritagliarsi una fetta della torta. Poiché la struttura della forza lavoro in Italia e nell’Europa occidentale non è molto diversa da quella degli Stati Uniti, questo è il problema di fondo oggi. Che cosa sanno dire i nostri eroi del centro-sinistra a questo proposito? Che bisogna “saper conquistare i voti della borghesia moderata”. Sono ancora fermi lì da trent’anni, anzi da cinquanta. Da mezzo secolo non si sono più chiesti se quell’aggregato che chiamano “borghesia moderata” è cambiato oppure no. E poiché il postfordismo ha inciso più pesantemente sulla natura e la composizione della middle class che su quella della classe operaia, i nostri eroi non hanno la più pallida idea di cosa sia il postfordismo. Welcome to the middle class poverty è lo slogan che il sindacato dei freelance di New York (40.000 iscritti) ha scritto sui volantini diffusi a migliaia nella metropolitana. Magari se si fosse indagato un po’ più a fondo sul disagio della middle classs si sarebbe capito meglio il berlusconismo, ma l’”analisi di classe”, si sa, non è più praticata da un ceto politico che sa ragionare solo in termini di clientelismo e lascia in pegno il cervello a viale dell’Astronomia. Il precariato come fenomeno di massa di una forza lavoro dotata di competenze e conoscenze, che ha pesantemente investito in formazione, di una forza lavoro dotata di skills acquisiti in decine di esperienze lavorative, lungo un percorso di lavori instabili, occasionali, ma di alto contenuto professionale, inframmezzati da lavori di merda – questo precariato è un fenomeno di middle class, interessa cittadini di società opulente. Che bisogno c’è di travestirsi da proletari e di portarsi dietro tutta la zavorra culturale della Seconda, della Terza, della Quarta Internazionale? Quanto tempo deve ancora durare il coma irreversibile del comunismo? Non è ora di fare come Welby invece di rifondarlo? Che bisogno c’è di travestirsi da proletari quando comunque si sarà costretti, laureati o no, a cercar lavoro in giro per il mondo, come lo hanno fatto milioni di contadini semianalfabeti dei primi del Novecento?</p>
<h3><strong>Quanti sono i precari in Italia?</strong></h3>
<p>Sembra che non debba ripetersi la telenovela delle statistiche sui co.co.co.. Gli studiosi del mercato del lavoro dimostrano maggiore prudenza nel quantificare l’area del precariato, sanno di toccare un problema sensibile e non se la cavano concludendo che il problema è marginale, denunciano che i dati sono scarsi e ammettono che l’oggetto dell’osservazione è complesso. Vuol dire che, in dieci anni, il lavoro postfordista si è guadagnato un po’ di attenzione. Ma veniamo ai risultati, come emergono da un articolo pubblicato sul sito www.lavoce.info il 21 marzo 2007. I precari in Italia sarebbero 3.757.000 pari al 12,2% dell’occupazione totale, “mentre tra coloro che non hanno più un lavoro, ma sono in cerca di una nuova occupazione o sarebbero immediatamente disponibili a lavorare, i precari sono il 36,3%”. Secondo la stessa fonte, il reddito annuo netto di un lavoratore a termine sarebbe in media di 12.438 euro, di un co.co.pro. sarebbe di 10.191 euro, di un lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato di 15.342 euro e di un autonomo (non meglio specificato) di 23.277 euro. E’ stato giustamente fatto osservare che da questo computo mancano due tipologie abbastanza diffuse: il lavoratore a tempo indeterminato senza contratto scritto (la legge non ne prevede l’obbligatorietà), che di fatto rientra nel “lavoro nero”, e i soci di cooperative che lavorano per enti pubblici, retribuiti solo quando la cooperativa li chiama.<br />
Quanti siano i lavoratori appartenenti a queste due tipologie non lo sappiamo, ma nel giorno in cui il Ministero ha voluto celebrare l’Emersion Day si è parlato di 3 milioni e mezzo di lavoratori in nero o irregolari in Italia.<br />
Questi dati, per quanto affidabili e frutto di ricerche scrupolose, non ci restituiscono mai “il clima sociale” di un fenomeno come il precariato, né tantomeno la carica pesante di soggettività che ne viene coinvolta. Di questi aspetti le ricerche universitarie non parlano, sciorinano freddi numeri, dietro i quali si fa fatica a vedere il volto ed a sentire la voce delle persone. Per cui occorre essere attenti a quelle pochissime, purtroppo, indagini, che scaturiscono dalla volontà di lavoratori di vederci chiaro nel loro mondo e di dirlo con le proprie parole, ponendosi le domande giuste, magari facendosi aiutare da qualche esperto solidale con loro, adottando il metodo che l’”operaismo” chiamava della conricerca. Prendiamone una recente, la ricerca fatta dai lavoratori di un grande gruppo editoriale, il gruppo RCS (quotidiani, riviste, libri, video ecc.), un settore tipico delle trasformazioni della new economy, un settore strategico come quello dell’informazione, un settore che viene iscritto nella sfera della creative class. La ricerca ha riguardato solo la sezione “periodici”, in pratica il lavoro giornalistico (che tanti sogni e immaginari ancora suscita nei giovani). In cinque anni (dal 2001 al 2006) sul totale dei lavoratori, quelli dipendenti sono scesi dal 23,3% al 7,9%; i lavoratori parasubordinati (co.co.pro. e altri) sono scesi dal 20,9% all’11,1% ed i lavoratori autonomi – i freelance veri e propri – sono cresciuti dal 55,8% all’81% del totale. Per quanto riguarda i livelli di reddito dei freelance, il 40% guadagna meno di 1.200 euro lordi al mese ed il 18% meno di 600 euro lordi, ma c’è anche un 30% che guadagna più di 2.500 euro al mese lordi. La maggioranza degli intervistati, uomini e donne, preferisce la condizione di lavoratore autonomo a quella di lavoratore dipendente. Un quadro analogo, ancora più vivo, in quanto fondato solo su testimonianze ed autobiografie, esce dal volumetto curato dai soci di un’Associazione di lavoratori autonomi, ACTA, che si può scaricare dal loro sito www.actainrete.it. Ma se dovessimo fare un inventario dei siti e dei blog in cui i lavoratori di oggi parlano della loro condizione, esprimono la loro esasperazione, la loro delusione, la loro incazzatura, non ci basterebbero altrettante pagine. Chissà se i nostri Ministri ed i nostri sindacalisti gettano ogni tanto un’occhiata su questo materiale?</p>
<p>Purtroppo da queste voci esce quasi sempre un senso di impotenza, poche le proposte d’iniziativa, come se si fosse persa la cultura dell’azione dal basso. Anche questo fa parte del mutamento genetico. Qualcuno dice che la middle class non è per sua natura capace di organizzarsi sindacalmente. Invece il postfordismo anche qui porta dei cambiamenti. Dieci anni fa a New York un’avvocatessa, nipote di dirigenti sindacali degli anni 30, mette in piedi un’organizzazione “Lavorare oggi”, anzi, un sito (www.workingtoday.org), che poi diventa veicolo d’organizzazione. Si rivolge al precariato dei freelance, a quella che abbiamo chiamato la web class, ai mille mestieri di una metropoli moderna, esercitati da gente che ha professionalità o semplicemente necessità di sopravvivere. Nasce così un grande sindacato, la Freelancers Union, che pone una serie di rivendicazioni: assistenza malattia, pensione di vecchiaia, fiscalità meno pesante, misure contro i committenti che non pagano. Oggi, coi suoi 40.000 iscritti, è una delle lobby che condizionano il governo della Grande Mela. La città di New York ha fatto una ricerca, per capire quanti sono questi “liberi professionisti”, in gran parte ascritti alla creative class, ed ha scoperto che rappresentano il 30% della forza lavoro e l’80% dei nuovi posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni. Alla metà di aprile di quest’anno il Consiglio Comunale di New York si è riunito per ascoltarli e loro hanno esposto i loro problemi. Trattano da posizione di forza con banche e assicurazioni la loro previdenza privata. Hanno iniziato a tutelarsi, si ricollegano alla tradizione del movimento operaio ma lavorano con stile e metodi del tutto “postfordisti”, soprattutto col web. E ciò avviene in un Paese dove il tasso di sindacalizzazione nell’industria è del 7%. Cosa succede invece nella nostra gloriosa Seconda Repubblica? Andiamo a cercare col lanternino presso i co.co.pro. e le partite Iva “gli indizi di subordinazione”, ci rompiamo la testa – anzi se la rompono i professori universitari che questi mestieri in genere non esercitano &#8211; per capire chi è un vero autonomo e chi un finto dipendente. Pare addirittura che per saperlo il povero cittadino/lavoratore oggetto dell’indagine deve dare risposta a sei domande, cinque delle quali sono state formulate “in base all’analisi delle sentenze di trasformazione di contratti di lavoro autonomo in lavoro dipendente desunti dai verbali del giudice del lavoro del tribunale di Torino” come ci dicono i valenti ricercatori de lavoce.info. Se alla fine risulta che uno è un finto autonomo ha diritto alla pensione e alle tutele sindacali, altrimenti, se è un autonomo “vero”, non ne ha diritto. E se uno è autonomo al 30%? Su queste baggianate si costruiscono le politiche del lavoro. San Precario, Beppe Grillo, aiutateci voi!</p>
<h3><strong>Definirsi classe, non generazione</strong></h3>
<p>“Génération précaire”, “Generation Debt”, “generazione milleuro” – in tutti i Paesi c’è sempre il termine “generazione” che viene usato per caratterizzare la condizione del lavoro di oggi. In questo modo però se da un lato si sottolinea che sono soprattutto i giovani a subire le conseguenze del sistema postfordista, s’insinua d’altro lato la falsa idea che questo sia un problema soltanto giovanile. Invece c’è gente che è invecchiata ormai a furia di lavorare in posizioni “non standard”. Non è un problema giovanile &#8211; è un problema che riguarda la nuova classe prodotta dal fordismo e dalla new economy, la nuova umanità del web e della globalizzazione. Per questo abbiamo buttato lì il termine web class e chissà che non funzioni. Ma abbiamo detto web class perché ci vediamo dentro un elemento positivo, un potenziale di organizzazione, di autotutela e quindi di soggettività politica. Web come “costruzione di una rete”, come strumento potente di comunicazione, come Babele di lingue dove però alla fine impariamo a riconoscere i nostri simili, dove possiamo stabilire codici d’identificazione e parlare in tempo reale e reagire alla quotidianità incessante delle cazzate che vengono pronunciate sul nostro conto. Come strumento silenzioso per preparare il momento in cui bisogna fare rumore per farsi ascoltare (e gli impianti a tutto volume della Mayday montati sui bestioni sono un’azzeccata metafora di questa necessità).<br />
Web class come cooperazione tra intelligenze, competenze, skills, come costruzione di un sistema di pensiero, sofisticato ma chiaro, intelleggibile a tutti, fatto di poche idee centrali, schematiche, tagliate con l’accetta – dove la parte più complessa e difficile, forse la vera battaglia da condurre, è quella sulla gestione della memoria, sulla scelta degli immaginari che ci trasmette la storia del lavoro che ha saputo autotutelarsi, la storia del movimento operaio.<br />
Una memoria che può essere il fardello più pesante che ci impedisce di andare avanti oppure lo spunto di idee, di iniziative, l’incoraggiamento a tentare. E’ chiaro che la web class così delineata è una piccola minoranza della forza lavoro complessiva, se noi guardiamo ai processi di globalizzazione. E’ chiaro che alla crisi della middle class occidentale corrisponde un’ascesa della borghesia media nei Paesi emergenti. Ma noi siamo in Italia, la nostra sopravvivenza si gioca qui, in mezzo a questa miseria politica e civile che ci sommerge da ogni parte e da cui dobbiamo cercare di liberarci poco a poco. In tutta la storia del movimento operaio è sempre stata una minoranza di classe che ha preso l’iniziativa. Le prime società operaie furono costituite dai tipografi, perché erano quelli che sapevano leggere, ma rappresentavano meno dell’1% della forza lavoro. L’operaio massa degli Anni 60 era una minoranza anche dentro il settore industriale, a parte il terziario e l’agricoltura. Non solo erano minoranze ma anche relativamente privilegiate. Può rischiare lo scontro chi ha un minimo di margini, di risorse. Gli sfigati totali con Berlusconi. Bisogna riportare il lavoro al primo posto dell’agenda politica, prima dei Dico, dei Pacs, delle pari opportunità, di Zapatero, della striscia di Gaza, delle grandi infrastrutture, dell’equilibrio di bilancio, del Partito Democratico, prima di quella marea di argomenti che sembrano sempre più importanti del lavoro.<br />
Bisogna cominciare a mettere il lavoro al primo posto nella negoziazione con gli enti locali. E’ una battaglia che potrebbe raddrizzare il Paese, visto come lo hanno ridotto, è una battaglia per la valorizzazione del capitale umano. Ma “l’interesse generale”, come sappiamo, è scomparso dalla cultura politica da tempo e alla web class conviene accentuare in questa fase la sua visione “di parte”, guardare solo alla propria condizione e da lì trarre le conseguenze per agire.</p>
<p><em>Sergio Bologna, docente di Storia del movimento operaio dal ‘66 all’83, ha partecipato a Classe operaia e ai Quaderni Piacentini dal 1963 al 1980. Fondatore e direttore della rivista Primo Maggio, attualmente collabora con la Fondazione di storia sociale del ventesimo secolo di Amburgo. E&#8217; autore, tra gli altri, di “Nazismo e classe operaia 1933-1993″, Manifestolibri 1996; e curatore di “Il lavoro autonomo di seconda generazione” (con A. Fumagalli), Feltrinelli 1997.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/22/la-classe-non-e-acqua/">La Classe non è Acqua!</a></p>
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		<title>Le mani degli schiavi (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 20:05:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di <strong>Marco Rovelli</strong>
<p><em>(la prima parte è stata postata il 12 aprile)</em> </p>
<p>La stretta di mano di Marcus, invece, è più morbida. Non si esaurisce in un colpo secco, ma si prolunga quasi temendo la fine. Come a cercare un appiglio nell’altra mano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/27/le-mani-degli-schiavi-seconda-parte/">Le mani degli schiavi (seconda parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-size: x-small;">di <strong>Marco Rovelli</strong></span></div>
<p><span style="font-size: x-small;"><em>(la prima parte è stata postata il 12 aprile)</em> </p>
<p>La stretta di mano di Marcus, invece, è più morbida. Non si esaurisce in un colpo secco, ma si prolunga quasi temendo la fine. Come a cercare un appiglio nell’altra mano. Come a chiedere conferma della propria esistenza, forse, e la chiede a una mano straniera. Ti stringe la mano e dice, My name is Marcus. Remember it! If you come another day ask for me… E’ come se ti chiedesse di custodire il suo nome, Marcus, di tenerlo con te, di conservarne la memoria, visto che l’esistenza così precaria di chi lo porta non garantisce alcuna permanenza.<span id="more-4515"></span></p>
<p>Ho incontrato Marcus che era ubriaco di Tavernello, seduto sulla panca di plastica bianca nel bar di Marcella. Un bar fantasma nella sperduta campagna foggiana, vicino a Cerignola. C’è un villaggio, là. Una lunga strada diritta che apre in due un’ampia pianura, e ai lati della strada casolari abbandonati dai braccianti italiani decenni fa, e adesso ripopolate dai nuovi braccianti africani ed europei. Ma soprattutto africani, e soprattutto ghanesi.</p>
<p>Marcus è ghanese, e quando aveva scoperto che mi chiamavo come lui aveva festeggiato, un brindisi al futuro.</p>
<p>Marcella è ivoriana, e per sei mesi all’anno abita a Genova, con un compagno e due figli. Per gli altri sei mesi prende congedo da sé e dal mondo per gestire questo bar in un posto che i foggiani e i cerignolesi non conoscono. Solo quelli di Medici Senza Frontiere ci vanno, con la loro clinica mobile, gli hanno portato un serbatoio d’acqua. Qui l’acqua nelle case non c’è, come non c’è per oltre la metà delle persone curate da MSF in tutto il foggiano. Dalle domande fatte da MSF alle persone curate tra maggio e dicembre del 2004 nei propri presidi sanitari in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, risulta che il cinquanta per cento dei braccianti vive senza acqua corrente (e il quaranta per cento dorme in baracche, il quarantatre per cento non ha gabinetti, il trenta per cento non ha elettricità, e un altro trenta per cento ha subito violenze fisiche). Così, nel settembre del 2005, due ragazzi, provenienti da un luogo imprecisato a sud del Sahara, sono morte annegando in un invaso per l’irrigazione dei campi, mentre cercavano di recuperare un po’ d’acqua per lavarsi. Ma a morire avrebbero potuto essere anche i polacchi che incontriamo nel bar. Rumeni e polacchi sembrano bianchi, dice Marcella, Ma è Dio che ha sbagliato il colore della pelle.</p>
<p>I bianchi bianchi, qui, sono rari. Tanto che Marcus mi chiede, Ma tu sei proprio italiano? Ci sono anche altri bianchi, che arrivano qui, ma forse sono anche loro un po’ neri: Tutte le domeniche vengono i Testimoni di Geova, dice Marcella.</p>
<p>Lei è la queen mother del villaggio. Li conosce tutti e li tiene a bada, così quando qualcuno alza un po’ troppo la voce lo sbatte fuori dal suo locale. Oppure, per calmare gli animi, alza la musica a palla, musica ivoriana. Ma in un angolo, in alto, la tv è sempre accesa. Costanzo mi sta antipatico, dice Marcella. Non vuole andare mai in pensione, come Pippo Baudo. E mi sta antipatica anche sua moglie. E’ questa l’unica integrazione possibile per i ragazzi del villaggio.</p>
<p>Il bar di Marcella fa da centro di raccolta. E’ qui che vengono i padroni a cercare braccia. They come, dice Marcus, And they tell you, Andiamo al lavoro. Alcuni ti portano col furgone. Oppure ti dicono dov’è il campo, e allora nei giorni a venire i braccianti partono stipati sulle macchine di altri migranti che fanno da tassisti e vanno verso il campo indicato, dove lavoreranno fino al tramonto, spesso per quindici euro a giornata, e se incontri il padrone buono trenta.</p>
<p>Sono migliaia in Puglia quelli come Marcus, che cercano conferma del proprio esserci in una stretta di mano allo straniero. Ma queste migliaia non sono, nemmeno loro, sopravvivenze di un’altra epoca. Sono frutti maturi, anche loro, del capitalismo globalizzato. Un proprietario terriero foggiano si difende dicendo, Noi vendiamo il pomodoro all’industria di trasformazione dai quattro ai sei centesimi al chilo, E’ una miseria, I pomodori oggi arrivano da Cina e Turchia a prezzi stracciati, Noi come dobbiamo fare?</p>
<p>Dice una parte della verità, l’imprenditore. Anche loro sono parte di un meccanismo, di una sistema, di quella cascata che si rovescia su qualcuno che sta più valle. Non dice, però, che nella Capitanata foggiana è pieno di aziende fantasma. Proprietari terrieri che, tramite un prestanome, si autoassumono come braccianti stagionali, registrandosi al lavoro a giorni alterni così da prendersi pure il sussidio di disoccupazione, dai 7 ai 10mila euro, e chi mette le braccia sono quelli come Marcus.</p>
<p>E non dice, l’imprenditore, che l’industria di trasformazione del pomodoro è in mano alla camorra, che è lei a controllare il mercato, e a dettare i prezzi del pomodoro. E’ l’economia criminale, installata al cuore di quella legale, in un incessante meccanismo di accumulazione primitiva, che trae vantaggio dalla manodopera clandestina, ovvero illegale. Accade così per il pomodoro, ma accade così anche nei cantieri del nord, che sono una delle modalità favorite per riciclare denaro sporco.</p>
<p>Nella Capitanata foggiana, come nei cantieri del nord, è cosa ordinaria che la paga sia un rischio. Le braccia si vendono a poco prezzo, ed è come un tiro di dadi, e si sa che un tiro di dadi non abolisce il caso, e la vita di uno stagionale è totalmente, radicalmente affidata al caso. Può capitare, e capita regolarmente, che non ti paghino, che ti dicano di tornare l’indomani, e l’indomani al campo non c’è più nessuno. Oppure c’è qualcuno, ma è armato di pistola, e ti dice di andartene che è meglio, e di non tornare, e questo è successo a dei ragazzi eritrei che finita la stagione foggiana sono tornati a Roma.</p>
<p>A Michael invece è andata bene, lui non si è trovato di fronte a una pistola. Semplicemente ha trovato il campo deserto.</p>
<p>Siamo in aperta campagna, sulla statale 16 tra Foggia e San Severo, proprio dietro la stazioncina deserta di Rignano Garganico. Da una parte un agglomerato di case condominiali isolate tra i campi e debitamente recintate, dall’altra un grande impianto industriale, un ex zuccherificio abbandonato. Sono entrato da un buco nella rete, la porta d’entrata per l’area industriale, per accedere ai capannoni dove ci sono i materassi vecchi su cui dormono i ragazzi. E’ metà settembre e le raccolte sono finite, ma c’è ancora qualcuno. Un ragazzo con i rasta si sta facendo la doccia dietro un canniccio. L’acqua, almeno, c’è. Poi incontro Michael. Mi racconta che di solito prende trenta euro, e di solito bastano nove ore di lavoro chini sui pomodori. A volte però non si prende niente. Era venuto allo zuccherificio uno di Napoli, Ho bisogno di dieci persone per cinque giorni. Alla sera del quinto giorno, il campo lo avevamo ripulito, avevamo messo gli ultimi cassoni di pomodori sul camion, il padrone ci ha detto che non aveva i contanti dietro, Tornate domattina, ci ha detto. Noi siamo andati, e non c’era nessuno. Ci siamo riuniti, abbiamo deciso che dovevamo andare dalla polizia, va bene che noi siamo clandestini, ma questo ci ha rubato i soldi, dovranno fare qualcosa. Invece siamo andati dai carabinieri, ci hanno detto di andare dalla guardia di finanza. Alla guardia di finanza ci hanno detto, Eh, dovete aspettare, tornate al campo, piano piano ve li darà.</p>
<p>Ho rivisto la polizia stanotte. Sono venuti alle quattro e hanno preso cinque di noi. Li hanno portati via. Dove non so.</p>
<p>Gli chiedo da dove viene. Liberia, dice, e tira fuori dal portafoglio un permesso di soggiorno ormai scaduto, un foglietto sgualcito e infrollito, rilasciato dalla Questura di Lecce, sul cui retro sono scritti a penna le date in cui doveva presentarsi alla questura per rinnovarlo, e per ogni data un timbro. Gli inviti a presentarsi si interrompono a ottobre del 2005. Non capisco perché, né Michael sa spiegarmelo. Poi mi dà un tesserino in cartoncino giallo, scritto a penna, Casa d’accoglienza Cosma e Damiano, così è scritto, 11/5/2006-26/5/2006. Un cartoncino che a te non verrebbe mai in mente di mostrare a nessuno, che non ha alcun valore legale, se non indiziario. E la mano di Michael te lo offre proprio per quello: te lo dà da leggere come un indizio.</p>
<p>Il gesto con il quale li sfila dal portafoglio e te li consegna – è il gesto più disperato. Quel gesto non è a rispondere alla tua domanda circa la sua provenienza, è questo che avverti, con quel gesto non è lì a darti informazioni. E’ invece a darti tessere di un mosaico che chiede di essere ricombinato. Non è lui poterlo fare, a saperlo fare: dalla sua prospettiva, dal luogo dove è rinserrato, come in un pozzo artesiano, si vede una piccola fascia di mondo, e anzi tutto appare cielo senza figure né forme, senza possibilità di rintracciare le coordinate per orientarsi e uscire da quel pozzo. Michael non comprende il mondo, non sa dove sta lui rispetto al mondo, dunque non sa chi è. Quel gesto con cui ti consegna il permesso di soggiorno e il tesserino della casa d’accoglienza è un invito muto a tracciare una forma – la sua &#8211; che lui non conosce. E’ un invito a dare un senso a quel suo vagare in veste di fantasma, è un invito a restituirgli un’identità che gli è stata sottratta e che lui non ha alcuna idea su come potere riacquistare.</p>
<p>E’ per questo che quando ti dice che tra qualche mese andrà in Sicilia, e tu gli chiedi se andrà a Cassibile, allora la sua espressione distante, segnata dalla sfiducia, si rilascia in sorriso, come uno scoppio. Sì, Cassibile! – dice con un tono di voce forte, vitale. Hai condiviso un nome, e questo lo ha sottratto, seppure per un istante, all’invisibilità.</p>
<p>Il luogo dove Michael è rinserrato è, più propriamente, un circuito. Un loop. Michael è uno dei tanti braccianti che da anni ormai fanno il solito itinerario stagionale, e non sanno intravedere prospettive. Da dicembre a marzo c’è la piana di Gioia Tauro, in Calabria, per la raccolta delle arance – un altro punto di snodo decisivo tra economia criminale e clandestinità, poiché Rosarno, il centro più importante di quella zona, è una città con la più alta densità di famiglie della ‘ndrangheta di tutta la Calabria – e a maggio comincia la raccolta di patate a Cassibile. Poi, a luglio, nel leccese per il melone, e poi di nuovo Foggia &#8211; anzi, Rignano.</p>
<p>In questo circuito, ci sono presenze che ricorrono, e fanno quanto di più simile ci sia a una famiglia allargata: sono i ragazzi di MSF, e condividerne i nomi, declinarne le singolarità è un altro gesto di sottrazione all’invisibilità. Ci vediamo a Rosarno, è il saluto, Con Francesca.</p>
<p>Michael non se ne rende conto, ma lui è indispensabile all’intera economia italiana. L’economia italiana muterebbe forma, senza i Michael, i Marcus, i Mircea. Anche perché dietro di loro ci sono molti Hassan, immigrati regolari che però sono, anche loro, potenzialmente clandestini, e lo saranno sempre finché la legge prevederà la concessione del permesso di soggiorno legandola a un contratto di lavoro. Gli Hassan che popolano i cantieri del nord, ad esempio, quelli per le grandi opere, magnifiche e progressive. Costretti a lavorare in nero o in semi-nero, costretti a piegarsi a ogni forma di ricatto, a ogni salario, a ogni richiesta del padrone e del padroncino. Anzi, del Patrone.</p>
<p>Perché i Michael e gli Hassan sono indispensabili al sistema economico italiano lo sanno anche i bambini, la concorrenza globale la si affronta abbattendo i costi del lavoro e incrementando la flessibilità dei lavoratori. Chi meglio di un clandestino, allora? Michael e Hassan non conoscono la parola &#8220;postfordismo&#8221;, ma la conoscono sulla pelle, perché loro ne sono le mani. Il liberismo globale – e l’Italia, il paese industrializzato che fa più ampio ricorso al lavoro nero, e in cui l’economia sommersa cresce di anno in anno, ha di certo un ruolo d’avanguardia – ha bisogno di queste braccia; fatte salve le mani, però. I gesti delle mani, quelli non si devono vedere. E a sancire questa cecità ci sono le leggi sull’immigrazione che servono a produrre clandestini, e che dei clandestini hanno istituito i luoghi propri: i CPT.</p>
<p>Ho visto mani anche là, nei CPT. Ho visto mani strette in pugno nel CPT di Lamezia Terme, là dove la detenzione è mascherata tra gli ulivi, un cordone di silenzio teso tra i migranti e il mondo di chi può parlare. Ho visto Dragan, lui era stato il primo a chiamare, quando ancora ero fuori, ho visto le sue mani strette alle sbarre della finestra, e diceva di sé, e del mondo che gli è stato sottratto. Sto in Italia da diciassette anni, diceva Dragan, A Casoria ho moglie e quattro figli, tutti nati lì. Un mese fa sono andato in ospedale a trovare un parente operato di cuore, sono venute due pattuglie della polizia e mi hanno preso. Sono clandestino, diceva, e le sue mani si agitavano nell’aria e tornavano a stringere più forte le sbarre, Ma sono loro che mi hanno fatto restare clandestino. Io ho sempre lavorato, qui. Per tanti anni ho fatto il muratore, adesso facevo il meccanico. Al nero, certo. Se hanno deciso che io devo essere clandestino, come posso lavorare altrimenti? Lo hanno deciso loro, perché un anno dopo che ero arrivato dalla Serbia mi avevano messo in galera perché lavoravo al nero per un italiano che aveva una baracca dove vendeva gas per auto. Sono venuti per un controllo, a lui gli hanno fatto una multa, a me mi hanno messo in galera. E per quella galera adesso mi rimandano in Serbia, e io là non ho più nulla e nessuno.</p>
<p>Dragan, le sue mani strette alla sbarra, che dice sottovoce Non sto bene – è solo uno dei tanti.</p>
<p>Tutto finisce nel CPT: è lì che si compie il senso. Il CPT, alfa e omega del clandestino. La clandestinità viene alla luce solo in un campo di detenzione, in una terra di nessuno che sradica ed espropria, ma che enuncia il senso di una condizione senza voce, senza diritto di parola. E’ lì che emerge ciò che per definizione non può emergere. Questa è la condizione paradossale di un campo. Un serra di piante senza fiore né frutto, destinate al macero.</p>
<p>Il CPT annulla le persone, mi diceva Jihad, e io ripetevo. Ma questo è solo l’inizio (o la fine, che è lo stesso): è la condizione clandestina in quanto tale che annulla le persone, e le rende disponibili alla soggezione. Sempre di soggetti si tratta, ma con la differenza di una preposizione: non più soggetti di (diritto), solo soggetti a (al diritto, a un padrone). Non più azione, solo passione. Il clandestino non ha voce, non ha parola, e chi non ha la parola pubblica è uno schiavo, scriveva Aristotele, e lui sapeva cosa si sta dicendo quando si dice &#8220;schiavo&#8221;.</p>
<p>La riduzione in schiavitù dei clandestini, allora, quella schiavitù che scandalizza e ripugna, e che perciò è facile trovare di questi tempi sulle pagine dei giornali, non è un fatto superficiale, che può risolversi facendo appello a ragioni umanitarie. Quello è solo uno scandalo per finta. La schiavitù è invece un attributo della clandestinità. Un clandestino è sempre, potenzialmente, schiavo. Lo schiavo si fa davvero scandalo solo quando diventa pietra d’inciampo, e intralcia il cammino.</p>
<p>L’espressione &#8220;il clandestino è una persona annullata&#8221; – trascendentale dell’espressione &#8220;il clandestino è uno schiavo&#8221; &#8211; smette di essere una metafora e ricomincia ad avere un senso concreto quando si considerano le mani. Sono le mani che si muovono e indicano un senso che costringono a vedere uomini là dove si figurano unicamente unità produttive, e fanno passare dallo stato di macchina muscolare a quello di macchina desiderante. Le mani di Michael che ti domandano l’identità, quelle di Mircea che si riparano dalle memorie, quelle di Marcus che chiedono di conservarne il nome, quelle di Dragan che fanno appello al fuori. Quelle mani che hanno da dire e non hanno parola, quelle stesse mani mute che sorreggono le mie mentre battono sui tasti del computer, le mie mani che parlano, e provano a forgiare una parola che sia in grado di poter far vedere quelle mani che soffrono ciò che gli altri dicono.</p>
<p><em>(pubblicato su Nuovi Argomenti &#8211; febbraio 2007)</em></p>
<p> </p>
<p></span></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Nelle mani giuste</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Sep 2007 16:25:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giancarlo De Cataldo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Giancarlo De Cataldo, <em>Nelle mani giuste</em>, Einaudi, 2007, 336 pag.</p>
<p>La contemporanea sensazione di continuità ed estraneità che si prova leggendo <em>Nelle mani giuste</em> è la cifra autentica del romanzo, che se è pur vero che si presenta come <em>sequel </em>del libro culto <em>Romanzo Criminale</em>, riproponendo addirittura gli unici due protagonisti sopravvissuti alla mattanza degli anni Ottanta (lo sbirro Scialoja e la prostituta Patrizia), è vero altresì che ha nella scrittura e negli scenari differenze incolmabili.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/09/nelle-mani-giuste/">Nelle mani giuste</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/cataldo.jpg' alt='cataldo.jpg' /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Giancarlo De Cataldo, <em>Nelle mani giuste</em>, Einaudi, 2007, 336 pag.</p>
<p>La contemporanea sensazione di continuità ed estraneità che si prova leggendo <em>Nelle mani giuste</em> è la cifra autentica del romanzo, che se è pur vero che si presenta come <em>sequel </em>del libro culto <em>Romanzo Criminale</em>, riproponendo addirittura gli unici due protagonisti sopravvissuti alla mattanza degli anni Ottanta (lo sbirro Scialoja e la prostituta Patrizia), è vero altresì che ha nella scrittura e negli scenari differenze incolmabili.<span id="more-4342"></span></p>
<p><em>Romanzo Criminale</em> era una tragedia epica, durata circa un decennio, sostanzialmente tutta raccolta attorno alla capitale d’Italia, <em>Nelle mani giuste </em>è una tragedia psicologica, borghese, che si svolge dal profondo nord della finanza corrotta al sud della nuova mafia che tenta di piegare lo Stato con le bombe. L’arco narrativo si sviluppa nello stretto giro di un anno, il 1993, che, forse perché vissuto di prima persona, non riusciamo a cogliere nella sua determinante funzione di snodo storico. Cambia il mondo, crollano i muri e le ideologie, e l’Italia del potere, politico e finanziario, deve trovare il modo di cambiare pelle; come un serpente velenoso, mutare, all’apparenza tutto, perché, come al solito, nulla davvero cambi nei rapporti di forza. </p>
<p>Romanzo dolente, tragico, romanzo storico dal gusto novecentesco, che descrive il momento esatto in cui la cancrena della decadenza sociale, a colpi di <em>dossier </em>avvelenati, attecchisce nel corpo della nazione, deturpandolo. </p>
<p>Libro pieno di insopportabili personaggi che rappresentano come su un proscenio la loro vacuità, con, però, un occhio, più che indulgente, pieno di speranza verso l’universo femminile, forse non ancora del tutto corrotto, a differenza di quello irredimibile maschile. Romanzo borghese <em>tout court</em>; di una (piccolo) borghesia, però, così italiana, così ruffiana, così paracula, una borghesia che “scende in campo”, che si fa fatica, non ostante la controllatissima scrittura, ad accettare, a tifare per lei. Perché ci ha trasformati tutti, facendo in modo di assomigliarle maledettamente. E la cosa proprio non ci piace.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione, <em>n.31, del 31 luglio 2007</em>]</p>
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		<title>Gomorra e dintorni: Rosaria Capacchione</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Aug 2007 12:26:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a title="sandokan.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/sandokan.jpg"></a></p>
<p><em>- Mi scusi, signor Guichard, ma ha dimenticato di dire al commissario&#8230;<br />
- Ah sì! Ha ragione. Il signor Sim, come ha sottolineato lui stesso, non è un giornalista. Non corriamo il rischio di veder pubblicate cose che devono rimanere confidenziali.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/08/22/gomorra-e-dintorni-rosaria-capacchione/">Gomorra e dintorni: Rosaria Capacchione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="sandokan.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/sandokan.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/sandokan.thumbnail.jpg" alt="sandokan.jpg" /></a></p>
<p><em>- Mi scusi, signor Guichard, ma ha dimenticato di dire al commissario&#8230;<br />
- Ah sì! Ha ragione. Il signor Sim, come ha sottolineato lui stesso, non è un giornalista. Non corriamo il rischio di veder pubblicate cose che devono rimanere confidenziali. Mi ha promesso, senza che io glielo chiedessi, di utilizzare ciò che potrà vedere o sentire qui dentro solo nei suoi romanzi e in una forma diversa, in modo da non crearci noie.</em><br />
Georges Simenon, <strong>Le memorie di Maigret</strong>, Adelphi</p>
<p>Ringrazio Rosaria, amica da sempre.</p>
<p>Vent&#8217;anni di cronaca in «<em>Sandokan. Storia di Camorra</em>» di <strong>Nanni Balestrini.</strong><br />
<em>I clan e quello strano paese dove non nascerà mai un Gandhi </em><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione </strong><br />
Eccone un altro, pensi. Ecco un grande scrittore che non si è mai sporcato le scarpe nel fango e nel sangue, che non ha mai visto un morto ammazzato, che non sa neppure Casale dov&#8217;è, e che vuole venire a raccontarci Casale, la camorra, Sandokan e Bardellino: con la retorica dei professorini e con la puzza al naso.<br />
<span id="more-4349"></span> Comprarlo era quasi un dovere, se, come chi scrive, dal 1986 ci si occupa da cronista di quei morti e di quei camorristi. E non si può negare un iniziale fastidio nel leggerlo. Ma il libro si finisce in una notte e ti fa ritrovare quasi vent&#8217;anni di cronaca: centinaia di articoli racchiusi in centotrenta pagine che narrano la storia vera di un paese &#8211; Albanova &#8211; somma di tre comunità degradate, Casal di Principe, San Cipriano e Casapesenna; e la tragica epopea di intere famiglie di camorristi che si succedono di delitto in delitto restando uguali a se stesse.</p>
<p>Sandokan. Storia di camorra (Einaudi, 13 euro), l&#8217;ultimo lavoro di Nanni Balestrini (che giovedì sera sarà alla Fondazione Morra, per la presentazione-evento del suo libro Sfinimondo), non è un romanzo-verità e non è un documento storico. Non ha un protagonista, se non la voce narrante; non ha un inizio e una fine; non attinge a fonti autorevoli e accreditate; non rispetta la cronologia dei fatti e talvolta neppure racconta fatti veri. Ma ha il pregio di essere un documento della memoria, e per questo più autorevole e vero di mille verbali di processo o di confessioni di un pentito. La successione o l&#8217;attribuzione sbagliata di alcuni episodi &#8211; come l&#8217;uccisione dell&#8217;impiegato comunale di Casal di Principe o di Antonio Bardellino &#8211; nulla cambia nella ricostruzione storica di quegli eventi. Il racconto dello studente che ha ispirato Balestrini, anzi, riesce a esser più logico e congruo, e quindi comprensibile, di quanto non lo sia stata la ricostruzione giudiziaria, e prima ancora quella affidata ai resoconti della cronaca, degli stessi eventi.</p>
<p>È come se si ascoltasse una storia raccontata da un vecchio contadino dei Mazzoni, seduti sotto un albero di pesco, e quello mettesse insieme spezzoni di ricordi, le chiacchiere del circolo, i suoi pensieri e i suoi sospetti, facendo riaffiorare episodi dimenticati anche dai pentiti, anche dal maxi-processo che va sotto il nome di Spartacus. Chissà per quale ragione la voce narrante fu assai colpita dalla morte di un vigile urbano, Antonio Diana, pochi mesi dopo la scomparsa di Bardellino. Fu ucciso, uno tra centinaia di altri morti di quel periodo, a pochi metri dal Municipio di San Cipriano. Non si è mai saputo perché e da chi. Magari a qualcuno, adesso, verrà la curiosità di saperne di più.</p>
<p>È intitolato a Sandokan, capo della camorra Casalese, ma il libro non è dedicato a Francesco Schiavone né, in realtà, si parla molto di lui. È soltanto un nome, l&#8217;ultimo di un elenco listato di nero, uno dei tanti figli di una terra incapace di partorire un Gandhi o un Che Guevara, come scrive Balestrini, perché «solo Sandokan ci può uscire da un paese così». Né un punto né una virgola per arrivare alla fine, che non è la fine di una storia di camorra ma quella di un giovane uomo, che quei fatti ha vissuto da spettatore e che poi è scappato: come tutti noi immaginiano che si debba fare se si è onesti, se si ha in odio la violenza, se si è nati a Casal di Principe o a San Cipriano. Ma in realtà quell&#8217;uomo non è mai andato via. Qui si conoscono solo camorristi che lo hanno fatto (al Nord, all&#8217;estero), per sfuggire a una vendetta o per allargare il giro degli affari. Non si scappa, da Casale, così come non scapparono, quando ne ebbero l&#8217;occasione, gli ebrei della Germania nazista: convinti di poter trovare nella loro casa, nella loro terra, uno spazio dove continuare a vivere con dignità. E invece, ciò che sappiamo di loro &#8211; ciò che sappiamo oggi dei casalesi onesti &#8211; è quanto è stato raccontato dai sopravvissuti o da chi scelse di fuggire per continuare a esistere</p>
<p>Titolo: VENT&#8217;ANNI DI CRONACA IN «SANDOKAN. STORIA DI CAMORRA» DI NANNI BALESTRINI I clan e quello strano paese dove non nascerà mai un Gandhi<br />
Testata: IL_MATTINO<br />
Edizione: NAZIONALE<br />
Data pubblicazione: 16/05/2004<br />
Pagina: 15</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/08/22/gomorra-e-dintorni-rosaria-capacchione/">Gomorra e dintorni: Rosaria Capacchione</a></p>
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