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	<title>Nazione Indiana &#187; precariato</title>
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		<title>le alterazioni semantiche del nostro tempo</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jun 2011 06:30:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/precari4.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Elisa Ruotolo</strong></p>
<p>Esiste un’Italia di cui si parla spesso, ma per la quale – finora – si riesce a far poco. Un’Italia fatta di persone che vivono le normali ambasce quotidiane con un’inquietudine in più: quella di non potervi far fronte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/19/le-alterazioni-semantiche-del-nostro-tempo/">le alterazioni semantiche del nostro tempo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/precari4.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-39319" title="precari4" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/precari4-300x154.jpg" alt="" width="300" height="154" /></a></p>
<p>di <strong>Elisa Ruotolo</strong></p>
<p>Esiste un’Italia di cui si parla spesso, ma per la quale – finora – si riesce a far poco. Un’Italia fatta di persone che vivono le normali ambasce quotidiane con un’inquietudine in più: quella di non potervi far fronte. A questa Italia, denominata precaria, eppure spesso innominabile, costretta negli spazi angusti delle statistiche, dei dati calcolati in percentuale, si è oramai attribuito uno statuto ontologico, o una preesistenza così arretrata e remota da non sapere quasi più quando sia cominciata (figuriamoci poi quando dovrebbe finire).</p>
<p>La sperimentazione di questa realtà lascia ben poche persone vergini: c’è sempre un amico, un parente, un vicino, ci siamo noi stessi che firmiamo contratti che arriveranno a darci pane fino a un certo punto, e poi?  La chiamano flessibilità, adesso, quella capacità di spolverare con una dose di stoicismo il rallentamento innaturale delle nostre vite, e devi stare attento: a guardare in prospettiva, a procreare prendendo le dovute misure (nonostante si continui a vivere in uno Stato fondamentalmente non laico).<br />
<span id="more-39318"></span><br />
Il presente ci ha cambiato le carte in tavola troppe volte: ha modificato i profili delle strade in cui viviamo, ci ha fornito di merci e mezzi e tecnologie, talvolta con un surplus quasi imbarazzante, poi però ci ha impedito di raccontare i nostri giorni se non con una semantica snaturata: queste nuove accezioni grondano sangue. Perché c’è una guerra in atto nel nostro paese, una guerra a tutti gli effetti, con i vinti, i feriti, i caduti. Solo dei vincitori non si ha notizia, forse perché in uno Stato non laico si è tenuti al riguardo, o perché il benessere totale dello stesso dovrebbe essere tutto lì, nell’armonia delle sue parti come quella di un corpo in buona salute. Tuttavia le metafore vanno utilizzate con cautela o comunque precisate a dovere: i feriti, i vinti, i caduti non sono la parte malata di questo corpo, sono semplicemente l’arto tenuto forzatamente a riposo da pastoie insensate. Un arto che a lungo andare comincia a patire, a diventare lento, a stancarsi per eccesso di immobilità o per una mobilità che non ha rispetto delle sue competenze e perizie. Per rimanere nella metafora, ci sono braccia a gambe che potrebbero fare e dare molto, ma che vengono continuamente mortificate dall’ozio, tarpate perché non si sa come e dove impiegarle.</p>
<p>Questa non è malattia, ma semplicemente uno spreco intollerabile &#8211; eppure troppo spesso tollerato selezionando delle scuse plausibili. Con una buona dose di lungimiranza e con un minimo di pomeriggi domenicali ad ascoltare il catechismo, si potrebbe ribattere che a questa presunta novità tutti, costituzionalmente e ideologicamente, dovremmo essere preparati; che l’eternità (intesa semplicemente come continuità, durevolezza) ci è stata sottratta da un pezzo: quando nel giardino dell’Eden Qualcuno ci condannò alla vita che ben conosciamo. Sì, in uno Stato non laico si potrebbero anche azzardare questi argomenti per minimizzare il nostro inferno, le nostre quotidiane trincee. Ma sarebbe un colpo basso, perché alle giornate senza scampo di chi non sa come arrivare a fine mese, di chi per sentirsi chiamare madre o padre dovrà aspettare tempi quasi da nonno, di chi non riesce a guardare oltre la data in calce al proprio contratto a tempo determinato, ecco, a tutto questo nessuno, nemmeno chi abbia avuto il più rigoroso e persuasivo dei catechisti, può essere preparato. A queste persone impreparate credo sia dovuto almeno rispetto, ascolto, non fosse altro che per coprire la vergogna di non sapere fare altro.</p>
<p>Ricordo che ero bambina quando seppi d’un amico di famiglia che ci aveva lasciato. Da piccoli si fa presto a incasellare gli eventi secondo ottiche elementari. L’amico era “morto di lavoro”, mi disse qualcuno con la voglia di semplificare un concetto troppo grande per me, che non sapevo nemmeno cosa fosse esattamente scomparire. Pensai subito alla sicurezza e al pericolo, alle ragioni da vendere che aveva mia madre a dirmi di fare attenzione. Solo in avanti capii che non era stato il lavoro ad ucciderlo, ma la sua mancanza o per meglio dire la sua insufficienza. Lavorava a giornata lui, e ci fu un periodo fatto di molte giornate di riposo, troppe per la sua vita avviata.<br />
Forse è per questo che mi capita di pensare alla questione del lavoro precario in termini di conflitto silente, e la rabbia maggiore è quella di assistere alla voglia di semplificare e minimizzare, neanche fossimo tutti ancora e di nuovo bambini. Gli atteggiamenti più frequenti, i rimedi avanzati offendono spesso l’uomo, prima ancora che il lavoratore. A entrambi, in virtù dell’intelletto, dell’anima e del sentimento che gli si riconosce, ma soprattutto nel rispetto di uno dei nostri fondamenti costituzionali, si dovrebbe garantire e proporre certamente di più: la vita e non la sopravvivenza.</p>
<p><span style="color: #ff0000;">[questo articolo è stato pubblicato su l'Unità il 18 giugno 2011]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/19/le-alterazioni-semantiche-del-nostro-tempo/">le alterazioni semantiche del nostro tempo</a></p>
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		<title>se potessi avere</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2011 11:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>L&#8217;ultima volta che Giovanna è andata a cena fuori, risale a molti anni fa. “Era vivo ancora mio padre, parliamo di più di sei anni fa. Allora era tutto più semplice avevamo un negozio di alimentari a Roma, in periferia, andava bene, ci campava tutta la mia famiglia, mio padre io e mio fratello, ma poi mio padre si è ammalato, le cose sono cominciate ad andare male e così siamo stati costretti a lasciare il negozio”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/22/se-potessi-avere/">se potessi avere</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/400x.gif"><img class="size-medium wp-image-37844 alignleft" style="margin: 8px;" title="400x" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/400x-300x300.gif" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>L&#8217;ultima volta che Giovanna è andata a cena fuori, risale a molti anni fa. “Era vivo ancora mio padre, parliamo di più di sei anni fa. Allora era tutto più semplice avevamo un negozio di alimentari a Roma, in periferia, andava bene, ci campava tutta la mia famiglia, mio padre io e mio fratello, ma poi mio padre si è ammalato, le cose sono cominciate ad andare male e così siamo stati costretti a lasciare il negozio”.</p>
<p>E poi è arrivata la crisi, una crisi feroce, che non si è dimenticata di nessuno, una crisi che dicono, sia cominciata con l’attentato alle Torri gemelle di New York,  e che si è insinuata nelle vite di persone che prima di allora stavano bene. All’inizio nessuno si è accorto di nulla, ma poi lentamente si è cominciato a dover rinunciare a piccole cose e, senza rendersene conto, si è arrivati a rinunciare alle cose necessarie.</p>
<p>Sembra una contraddizione, ma come si fa a rinunciare alle cose che per noi erano essenziali?<br />
Giovanna lo spiega con serenità, senza clamori e disperazione.<br />
<span id="more-37842"></span></p>
<p>Dopo la malattia di suo padre la vita è cominciata ad andare male. A prendere una piega pericolosa. Giovanna si è accorta immediatamente che doveva fare qualcosa. Così per non cedere alla tentazione di lasciarsi andare, di frasi sovrastare dallo sconforto e dalla disperazione ha ricominciato da zero. Dopo anni di normale benessere, ha dovuto riprendere in mano la propria vita per ricostruirla. Ha cominciato così a lavorare in una ditta di pulizie che si occupa delle scuole di Roma. Elementari, medie licei:  “Il mio orario è dalle 18 alle 21, a volte finiamo anche più tardi. Dipende da che ora la scuola è disponibile”. Oggi Giovanna lavora in una scuola elementare del centro di Roma.“Con questo lavoro mi porto a casa circa trecento cinquanta euro”.</p>
<p>Insieme a lei ci sono altri colleghi. Vengono ripartite le zone della scuola che ciascuno deve pulire, e tra banchi da strofinare, pavimenti da lavare, scale da spazzare passano in fretta le tre ore che hanno a disposizione per rendere la scuola nuovamente pulita dopo un intero giorno di lezioni e dopo varie attività extra scolastiche.</p>
<p>Giovanna ha le mani segnate, i capelli neri tinti le scendono sulle spalle e gli occhi sono sempre sorridenti.</p>
<p>“Era impossibile vivere con 350 euro al mese &#8211; ci spiega &#8211; “Non mi sono mai arresa. Ma ho cercato un altro lavoro, che mi permettesse di guadagnare almeno 700 euro al mese.</p>
<p>Così la mattina presto vado a pulire gli uffici della Banca d’Italia”.</p>
<p>Come si fa, chiediamo a Giovanna, a vivere con 700 euro al mese? Sorride Giovanna con una tristezza che le attraversa lo sguardo, ma poi si fa seria e cerca di spiegare senza piangersi addosso come è la sua vita di tutti i giorni:</p>
<p>“In fondo non sto male. E’ da parecchi anni che non vado in vacanza, cerco di spendere il minimo indispensabile, spesso ho delle amiche che mi invitano a pranzo o a cena, anche questo è un modo di risparmiare, e poi che te devo dì, ci si abitua a tutto”, anche ad andare al mercato poco prima che chiuda per poter prendere frutta e verdura a basso costo. Giovanna torna a sorridere.</p>
<p>“A casa non ho ne la radio ne la televisione, però c’è chi sta peggio di me, quando vado a fare le pulizie a scuola le maestre mi lasciano sempre i panini che i bambini non mangiano a pranzo,  e io li prendo e li porto ad un barbone che trovo lungo la strada, quando torno con la metro a casa, e qualcuno lo tengo per me”.</p>
<p>Parlando con Giovanna il tempo è volato. La guardo negli occhi, che continuano ad essere limpidi e allegri, e penso alla sua vita. Ha 45 anni, ma ne potrebbe avere anche dieci di più, il fisico è segnato dai lavori pesanti  che fa ogni giorno. Siamo sedute ad un caffè vicino alla stazione Termini, a Roma, affianco a noi passano persone di tutti i tipi. Mi viene da pensare quante di loro vivono come Giovanna.</p>
<p>Con Giovanna ci alziamo dalle seggiole, è arrivata l’ora di andare. I ragazzi sono usciti da scuola, e comincia il suo turno di lavoro.  Ci abbracciamo la vedo andare via, a piedi, verso il suo posto di lavoro, il suo turno finirà alle 9 di sera, a casa arriverà dopo un’ora di viaggio tra autobus e metropolitana,   deve attraversare tutta la città, domani mattina sarà in piedi alle 5 per essere alla sede della banca d’Italia alle 6.00, e così comincia una nuova giornata.</p>
<p>Laura è architetto oramai da otto anni,  non guadagnerebbe male se i soldi arrivassero ogni mese.</p>
<p>Una partita Iva  che però fa un lavoro di dipendente; in Italia, dati alla mano, se ne contano  45000  di quelle che vengono definite finte partite iva, ovvero coloro che svolgono un lavoro subordinato. Questo cosa significa?</p>
<p>Prima di tutto, ci spiega Laura , “ Il fatto di lavorare senza un contratto vero e proprio non offre alcuna tutela, ora sono incinta e tra poco dovrò smetter di lavorare. Mi hanno detto che mi richiameranno una volta avuto il bambino, ma se qualcosa va storto, e con la crisi che sta divorando il paese in questi anni tutto è possibile,  potrei anche rimanere fuori”. Noi precari a vita non abbiamo futuro. La cosa più scoraggiante e che fino a 50 anni e oltre non si raggiunge la sicurezza, e poi c’è lo stipendio. Quando va bene sono 1500 euro, ma con la crisi che ha investito anche il nostro settore, &#8211; quello degli studi di architettura -,  capita che a fine mese non veniamo pagati. I  committenti non pagano, e dunque lo studio non ha i soldi per pagare noi”.</p>
<p>“Noi cosa possiamo fare?”. Ci chiede Laura. “Siamo delle partite Iva forzate, non è certo una nostra scelta, ma chi oggi si prende il rischio di assumere persone a tempo indeterminato? “.<br />
Laura si accarezza la pancia oramai grande, quasi volesse proteggere suo figlio che nascerà a febbraio.</p>
<p>Laura ha una faccia allegra, il viso color latte risalta sotto una montagna di capelli neri ricci e folti.  E’ minuta e ha un corpo atletico, l’espressione serena, nonostante tutto.</p>
<p>Viene da una famiglia benestante i genitori sono entrambi liberi professionisti, lei ha scelto un po’ per passione e un po’ per caso di studiare Architettura.</p>
<p>E adesso, dopo quasi 10 anni, cosa è cambiato, cosa è accaduto.</p>
<p>“Dopo aver lavorato per  alcuni anni a Barcellona sono tornata a Roma, per amore &#8211; ci confessa &#8211;  e ho ripreso a lavorare sempre in uno studio di architetti. Laura si occupa di grandi ristrutturazioni.</p>
<p>La situazione in Spagna quando Laura è andata via dall’Italia, cinque anni fa,  era completamente diversa da quella del nostro paese.</p>
<p>“Mi hanno preso in uno studio di architetti, eravamo in tutto venti persone, con un contratto regolare, ferie, malattia, contributi, e quando me ne sono andata ho anche avuto la liquidazione, guadagnavo  2200 euro al mese, più una serie di bonus che si avevano con la chiusura di progetti.” .</p>
<p>La situazione, come ci spiega Laura, in questi ultimi anni è degenerata anche in  Spagna, sia per la crisi ma anche perché essendoci molti architetti italiani che si sono, per così dire, rifugiati a lavorare nella penisola iberica, hanno portato le cattive abitudini del nostro paese, abituati come erano a lavorare in nero e senza alcuna tutela.</p>
<p>L’ esperienza spagnola però la  racconta come se fosse una cosa straordinaria, perché qui in Italia lo è. Non si ha diritto a nulla.</p>
<p>Laura ha ripreso da due anni a lavorare a Roma, in uno studio di architetti. Si trova molto bene, fa un lavoro che le piace e la soddisfa, ma non sempre è sufficiente. “A volte lavoro anche 9, 10 ore al giorno”, ma in questi ultimi mesi lo stipendio si riduce spesso, colpa della crisi. Così Laura si trova a doversi accontentare, a volte va avanti con 1000 euro al mese, e ora che nascerà il bambino sarà molto complicato.</p>
<p>Il male di questo tempo, è che si lavora per pagare le bollette, e non per costruire un futuro. I sacrifici che Giovanna e Laura e molte altre donne come loro fanno per tirare avanti la vita, non  servono per costruire ma coprono le spese di ogni giorno, quando è possibile.</p>
<p>Laura ha il sole che le illumina il viso, in una piazza di Spagna piena di turisti, si guarda intorno e abbassa lo sguardo come per pudore, anche a lei che ha scelto questa professione per passione, il dubbio di cercare un lavoro sicuro le viene, pur essendo la situazione difficile in tutti i settori.</p>
<p>“A volte penso che sarebbe più facile fare la commessa”. E’ un momento duro per il paese, Laura ci dice che per ora alternative almeno per lei non ce ne sono. La priorità in questo momento è il bambino che deve nascere, poi si vedrà; non è arrabbiata, è solo amareggiata per una situazione che non ha vie d’uscita. “ E se lo studio nel quel lavoro non mi chiamerà più, ricomincerò tutto daccapo”.</p>
<p>E non è la sola laura a dover ricominciare tutto d’accapo , mancano pochi giorni, e il 23 gennaio entrerà in vigore la così detta legge del collegato lavoro. Una legge che è una tagliola per i lavoratori che non hanno un posto a tempo indeterminato, e in Italia sono assai, una legge la 183/2010 che all’articolo 32 stabilisce che dal giorno dell’entrata in vigore della suddetta legge , il 24 novembre scorso, i lavoratori che vogliono contestare un contratto a termine,  un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa o a progetto o anche coloro che sono partite Iva, atipici appunto ma lavorano in maniera subordinata, hanno 60 giorni per andare dal giudice e fare causa al datore di lavoro, scaduti i quali, tutto il loro storico, ovvero tutti i contratti che hanno negli anni stipulato con l’azienda decadono</p>
<p>Insomma altri diritti violati. Ora o mai più.  I lavoratori che siamo andati ad incontrare lavorano in una grande azienda pubblica, nei corridoi non si fa altro che parlare di collegato lavoro, si vedono occhi smarriti, facce stremate da discussioni molto lunghe e sfibranti, ci sono persone che non dormono da giorni. La notte porta consiglio dicono, invece le notti passate insonni di questi lavoratori portano incertezze.</p>
<p>Si passa dalla convinzione granitica di scrivere la famosa lettera nella quale si rende noto all’azienda che verranno impugnati i contratti passati, e poi si passa alla paura di non venire più chiamati, perché l’atto in questione che tra l’altro è previsto dalla legge per poter guadagnare 270 giorni in più per decidere se fare causa o meno e non perdere il pregresso, potrebbe venire ritenuto dall’azienda ostativo.</p>
<p>La sensazione è di angoscia e di perdita. Si rincorrono voci, ci si scambiano opinioni. Si deve andare avanti sostengono i più, non si possono cancellare i propri diritti acquisiti in anni di lavoro per paura, e soprattutto va difesa la dignità di noi lavoratori.<br />
Certo è che la questione è spinosa.</p>
<p>La maggior parte dei lavoratori coinvolti campano del lavoro che fanno, e non venire richiamati più dall’azienda sarebbe un problema non indifferente. Ci sono intere famiglie che vanno avanti con il loro compenso.</p>
<p>Il 23 si avvicina, e gli atipici in questione cercano di unire le forze per costruire e non demolire, come prevede la legge sul collegato lavoro, la loro storia passata.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/22/se-potessi-avere/">se potessi avere</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Una piccola notizia diversa dalle altre</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/11/15/una-piccola-notizia-diversa-dalle-altre/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 12:33:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/tumblr_lbx58awfax1qclkapo1_1280.jpg"></a>La notizia è che una collaboratrice del Corriere della Sera, <a href="http://www.paolacars.tumblr.com/" target="_blank">Paola Caruso</a>, è in sciopero della fame da due giorni per ragioni che riguardano il suo rapporto di lavoro con la direzione del quotidiano.<br />
A me pare che questa notizia sia un po’ diversa dalle altre e mi sforzerò di dimostrare perché.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/15/una-piccola-notizia-diversa-dalle-altre/">Una piccola notizia diversa dalle altre</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Leonardo Palmisano</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/tumblr_lbx58awfax1qclkapo1_1280.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-37231" title="tumblr_lbx58awfax1qclkapo1_1280" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/tumblr_lbx58awfax1qclkapo1_1280-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>La notizia è che una collaboratrice del Corriere della Sera, <a href="http://www.paolacars.tumblr.com/" target="_blank">Paola Caruso</a>, è in sciopero della fame da due giorni per ragioni che riguardano il suo rapporto di lavoro con la direzione del quotidiano.<br />
A me pare che questa notizia sia un po’ diversa dalle altre e mi sforzerò di dimostrare perché.<br />
Il Corriere della Sera è uno dei principali quotidiani italiani. Sulle sue colonne trovano posto articoli nei quali si discute di politica, di economia, di spettacolo e talvolta di etica del lavoro. Si parla, naturalmente, anche di precariato, evidenziando le ripercussioni sociali presenti e future di questo fenomeno contemporaneo.<span id="more-37230"></span><br />
Ora, uno dei collaboratori precari (assunti con contratti co.co.co) del Corriere della Sera, in seguito a quella che – a torto o a ragione – reputa un’ingiustizia subita, decide di attuare lo sciopero della fame.<br />
La prima domanda che mi viene in mente è «Come darebbe questa notizia il Corriere della Sera?»<br />
Il precario di cui il giornale dovrebbe raccontare la storia in questo caso lavora per il giornale stesso. Non c’è, quindi, una sorta di cortocircuito tra la posizione che il Corriere assume di solito nei confronti di determinate questioni, prendendo posizione, e i comportamenti che lo stesso quotidiano attua al proprio interno, nei riguardi dei propri collaboratori?<br />
Per chiarire meglio questo punto, ricorro a un esempio.<br />
Se un operaio della Fiat facesse lo sciopero della fame per protesta contro la propria azienda, questo non implicherebbe un cambiamento di giudizio sulla qualità delle automobili: la Croma manterrebbe le proprie caratteristiche, e così la Multipla. Ma “il prodotto” di un giornale sono gli articoli, le idee, la serietà e la coerenza con la propria linea editoriale. Quale autorevolezza può avere un giornalista del Corriere della Sera nel discutere di precariato e di mercato del lavoro, con i toni che assume di solito in queste circostanze, quando uno dei suoi colleghi è in sciopero della fame per questioni relative al suo rapporto col giornale?<br />
So bene che questa domanda può avere tante e diverse risposte, tutte legittime, a seconda che si voglia guardare questa vicenda con gli occhi di chi non può che accettare le regole del mercato o di chi si prefigge di cambiarle e di renderle più eque (e in questa categoria mi pare rientrino anche gli intellettuali che scrivono per il Corriere). Quello che a me interessa, come ho premesso, è il fatto che <em>questo</em> – non un qualsiasi altro – sciopero della fame possa introdurre <em>questo</em> interrogativo.<br />
C’è però un altro aspetto “originale” in questa storia, ed è quello che riguarda la sua rappresentatività.<br />
Paola Caruso – di nuovo, a prescindere dai suoi torti e dalle sue ragioni – è oggi il volto di una generazione di professionisti delle lettere e della cultura che, in questo Paese, vive in una condizione vicina allo schiavismo, soggetta alle regole di una meritocrazia debole sovrastata da una legge della casualità del tutto imperscrutabile, e che si sente vittima – perché lo è – di un’ingiustizia sociale che pare invincibile.<br />
Certo, a me piacerebbe che a portare in primo piano questo problema fossero migliaia di persone consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri e pronte ad assediare palazzo Chigi, palazzo Grazioli, Montecitorio o palazzo Madama, invece che una giornalista precaria del Corriere della Sera – così come immagino sarebbe piaciuto a Martin Luther King che decine di migliaia di cittadini americani rivendicassero davanti alla Casa Bianca i diritti delle persone di colore senza che Rosa Parks fosse costretta a farsi arrestare.<br />
Ma così non è.<br />
In questi anni si sono scritti e si scrivono centinaia di articoli per analizzare e sezionare la condizione dei lavoratori precari nel nostro Paese. Nessuno che proponga un’azione, un’iniziativa collettiva, come potrebbe essere, ad esempio, uno sciopero permanente dei precari (che, in pratica, tenuto conto degli stipendi da fame che prendono, si tradurrebbe in qualche piatto di spaghetti aglio e olio al posto di un paio di pizze, e nella richiesta di un aiuto aggiuntivo a genitori che continuano a ripetere “Ma perché non fate niente? Che vi abbiamo mandati a fare all’università?” e che probabilmente preferirebbero mantenere i propri figli per un altro mese piuttosto che integrare le loro buste paga per non si sa quanti altri anni).<br />
Fermarsi tutti, contarsi e provare a contare, potrebbe forse servire a qualcosa. Quanto meno renderebbe non più necessario uno sciopero della fame che finora ha suscitato le solite forme (spesso scomposte ed esibite) di solidarietà e di dissenso – che non mi pare aiutino a pagare l’affitto o difendere la propria dignità.<br />
Invece di stare tutti a chiederci dove sia la ragione e il torto in questa vicenda specifica, invece di improvvisarci economisti psicologi rivoluzionari e uomini di mondo, troveremmo il tempo per leggere l’articolo 36 della nostra Costituzione, per interrogarci sul suo senso, e magari per accorgerci, qualora dovessimo trovarlo ancora attuale, che, se restiamo ai fatti, i conti non tornano.</p>
<p><em>Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/15/una-piccola-notizia-diversa-dalle-altre/">Una piccola notizia diversa dalle altre</a></p>
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		<title>Il precario con la febbre</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 09:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Questo articolo compare nello speciale de </em>il manifesto<em> in edicola oggi dedicato alla scuola, Sbancati. Compratelo. Primo, per sostenere </em>il manifesto<em>. Secondo, perché è proprio un bello speciale.]</em></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Dalle mie parti quando un oggetto è in bilico e rischia di cadere si dice che ha la febbre.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/09/il-precario-con-la-febbre/">Il precario con la febbre</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo articolo compare nello speciale de </em>il manifesto<em> in edicola oggi dedicato alla scuola, Sbancati. Compratelo. Primo, per sostenere </em>il manifesto<em>. Secondo, perché è proprio un bello speciale.]</em></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Dalle mie parti quando un oggetto è in bilico e rischia di cadere si dice che ha la febbre. Quando si ha la febbre si è in condizione di debolezza, e tendenzialmente assai più dipendenti dagli altri. Un precario è un oggetto con la febbre: subisce una reificazione anno dopo anno, che sconta sulla  pelle, e il sistema che lo spreme e lo getta via all&#8217;occorrenza usa anche il rischio a cui è costantemente esposto, che lo mette in condizione di dipendere da qualcuno, senza potersi aiutare da sé, e senza poter fare rete con qualcuno nella sua condizione.<br />
Io sono precario nelle scuole superiori da dieci anni, senza mai vedere la luce della fantasmatica immissione in ruolo.</p>
<p>Dopo un dottorato di ricerca all&#8217;università, avevo valutato che non ero in grado di reggere le trafile che vedevo fare a una serie di persone che mi avevano preceduto, tra attese di postdottorati, borse varie, rapporti da tessere, persone da ingraziarsi. Mi pareva invece che, volendo “lavorare con il sapere”, avrei potuto insegnare storia e filosofia nei licei, sarebbe stata più pulita. Erano i tempi delle orrende Ssis, scuole di specializzazione per l&#8217;insegnamento che però a nulla specializzavano. Era solo una gran bella tangente pagata allo Stato per avere l&#8217;abilitazione, con un consistente punteggio in graduatoria. Le réclame informali dell&#8217;epoca ci garantivano che nel giro di pochi anni saremmo entrati in ruolo. Il sistema aveva bisogno di polli da spennare, da una parte, e di creare un bell&#8217;esercito di riserva che si adattasse ad ogni richiesta, col vantaggio di costare meno allo Stato: ché questo è uno dei punti fondamentali, i precari non si pagano d&#8217;estate.<span id="more-37167"></span> E quell&#8217;esercito di riserva si mostrava pronto pure a esercitarsi in meschine guerre tra poveri. Si dovette infatti assistere a ricorsi e controricorsi, abilitati da concorso ordinario contro abilitati “sissini” e viceversa, insomma uno spettacolo inverecondo, ché ognuno aveva le sue ragioni, ma incomponibili: e la contraddizione era funzionale alle esigenze del sistema.  Da allora, avendo la percezione di essere parte di un gioco in cui tutti i giocatori sono destinati a perdere comunque, isolato e privo di relazioni reali con altre persone che condividessero la mia condizione, mi sono interessato solo il minimo indispensabile alle questioni attinenti al mio ruolo di insegnante: un&#8217;evidente forma di alienazione, la mia, da manuale marxiano (il rapporto “con la propria attività come attività che non gli appartiene”).</p>
<p>Ora so che il tempo medio d&#8217;attesa per l&#8217;immissione in ruolo è di dieci anni: dovrei avere la cattedra, dunque, essendo al decimo anno di insegnamento, il sesto con supplenza annuale. Invece quest&#8217;anno è stato l&#8217;anno peggiore, ho rischiato di rimanere a terra, c&#8217;erano solo due posti nella mia provincia, contro i cinque dell&#8217;anno passato, e io sono il secondo nella mia fascia. Così ho preso nove ore in una scuola dell&#8217;entroterra apuano, a cinquanta minuti di casa (così che ai nemmeno settecento euro al mese del salario devo togliere i centocinquanta euro di viaggi). E di nuovo cambio scuola, di nuovo cambiano le cose&#8230; alla faccia della continuità didattica. Il mestiere di insegnante non è solo trasmissione di nozioni, ma anche prendersi cura di un “ambiente”, e delle persone che ci stanno: in te insegnante i ragazzi non vedono solo una “cinghia di trasmissione del sapere”, ti attribuiscono anche altri significati, ed è di questa molteplicità che occorre prendersi cura. Non è cosa che si fa in un giorno. Questo aspetto di “progetto” per un precario viene meno – e viene meno, specularmente, per tutti gli allievi che hanno un precario come insegnante. Il precario vive sempre in un costante spaesamento, sempre non appartenente al contesto, come un intruso, uno che è di passaggio e che tutti sanno che è un morituro.  Ogni anno arrivi in una scuola nuova e ti devi accreditare, sei l&#8217;ultimo arrivato e non sei nessuno, ti guardano con sospetto perché potresti essere un elemento di disturbo, sei l&#8217;ultimo arrivato e chiedi garanzie e spazi. In questione allora c&#8217;è la tua identità, nientedimeno, e un senso perenne di frustrazione per questo ripartire sempre dal via. Esempio sintomatico, in quanto regola non scritta, l&#8217;assegnazione del giorno libero, dove il sabato è il giorno dei “nonni”: se sei precario il sabato libero, tendenzialmente, te lo scordi.  Una regola da caserma, un nonnismo for dummies. Ma è così: siamo in una scuola che funziona grazie ai precari (un insegnante su cinque è precario; uno su sei considerando i supplenti temporanei), ma che i precari non vuole né può riconoscere nella loro dignità. Fino all&#8217;elemento di discriminazione tra insegnanti di ruolo e precari  che è materialmente e simbolicamente centrale (cosa messa in questione, peraltro, persino dalla Corte di Giustizia europea), ovvero il fatto che ai precari non spettano scatti di anzianità nel salario. Si insegna, si diventa vecchi, si spendono anni tra le mura scolastiche alla stessa maniera – ma con un salario minore (eccettuati gli insegnanti di religione, s&#8217;intende, in Vaticalia questo va da sé). Il sistema lo sa bene che questa assenza di progettualità è nociva, tanto è vero, per fare un esempio, che non consente al precario di essere eletto in una Rsu: ma appunto il precario vive in una discriminazione di fatto che è la sua normalità. Una normalità talmente normale che ad essa il precario diventa assuefatto. Assuefatto, prima di tutto, all&#8217;impossibilità di fare “politica”: se è vero quel che diceva don Milani, “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”, il precario è colui che è talmente sradicato da sé che non può nemmeno pensare di essere per natura “animale politico”. E pensare che un suo compito eminente dovrebbe essere quello di educare i ragazzi alla “cittadinanza”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/09/il-precario-con-la-febbre/">Il precario con la febbre</a></p>
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		<title>REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 08:35:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il confronto sui motivi che spingono i critici o i lettori esperti a privilegiare, in un determinato momento storico, un romanzo specifico, o un autore, o un filone al posto di altri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/">REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il confronto sui motivi che spingono i critici o i lettori esperti a privilegiare, in un determinato momento storico, un romanzo specifico, o un autore, o un filone al posto di altri. Se dal dibattito emergono motivi ulteriori per ‘andare a cercare’, magari individuando opere o autori sinora poco considerati – com’era, fino a pochi anni fa, il caso di Walter Siti, ora invece in grado di raccogliere consensi bipartisan -, questo sarebbe già un risultato importante. Ma altro ci vorrà: anche incontri ‘in presenza’ come quello previsto a Roma nell’ambito del Festival “Romapoesia” il 27 prossimo potrà essere molto utile.<br />
<span id="more-10957"></span><br />
Ma veniamo ai problemi sul tappeto. Io sono stato velocemente chiamato in causa da Andrea Cortellessa per un mio saggio del 2000, <em>Romanzi di Finisterre</em>, in cui ponevo la questione di cosa si può intendere oggi per realismo, una volta superate e storicizzate fasi precise del romanzo (quella ottocentesca, quella primo-novecentesca), e persino quella del postmodernismo ‘di esaurimento’, che anche prima del fatidico (almeno nella prospettiva degli Stati Uniti di Bush) 11 settembre 2001 cominciava a mostrare la corda. Parlavo appunto di un nuovo tipo di realismo, facevo esempi di come i grandi romanzi riescano a reimpiegare le forme della tradizione, e insomma ponevo, credo, alcune questioni a monte di quelle che si stanno affrontando.</p>
<p>L’anno scorso però ho anche pubblicato (mi scuso se parlo di me anche troppo: ma è solo per chiarire bene la mia posizione) un saggio d’insieme sulla narrativa italiana dal 1980 al 2007, intitolato <em>Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo</em>, dove appunto esamino in dettaglio i problemi specifici relativi all’evoluzione pienamente postmodernista (alla Eco) e successiva del nostro romanzo. Quasi tutti gli autori che sono stati coinvolti nella discussione venivano presi in esame, però con una prospettiva precisa: il problema, scrivevo, non è più quello di parlare di un ‘realismo’ di tipo ottocentesco, né di scannarsi sul ‘postmodernismo’ (buono, cattivo, così così…), ma quello di individuare opere che sappiano parlare del presente, <em>ma non solo</em>, secondo una prospettiva che riprenda i fondamenti del <em>novel</em>, ossia quelli di chi sa di raccontare storie importanti per una collettività, ancorché inventate, ma <em>comparabili</em> con quello che si può pensare sia davvero accaduto in una determinata società e in un determinato periodo. Il punto era &#8211; ed è &#8211; che i nostri concetti di realtà sono ormai talmente diversi da quelli di un Balzac, di uno Zola o persino di Joyce, che non possiamo più affermare che solo la rappresentazione del mondo intorno a noi sia significativa.</p>
<p>Ora, il prima problema che vedo, nella discussione sinora condotta, è che si sono usati i termini ‘realtà’ e ‘realismo’ in accezioni molto diverse: per qualcuno, soprattutto gli amici di “Allegoria”, si trattava di ‘contemporaneità’, ‘cronaca’, ‘qui e ora’, con tutti gli annessi e connessi; per Cortellessa e altri invece l’idea era più ampia, e immediatamente collegata a un problema di stile, che anche secondo me è fondamentale: ma, in sostanza, penso che la cosa valga per tutti (benché personalmente non creda che, per parlare di stile, oggi ci si possa rifare solo al grande Contini o al grandissimo Auerbach). Mi pare insomma di capire, dai vari interventi, che sugli equivoci terminologici si è continuato a non intendersi, mentre sulla faccenda dello stile si sono trovati punti di accordo. Questo mi sembra molto importante perché, onestamente, la discussione era partita da frasi troppo nette e trancianti di Cortellessa sul lavoro ampio e articolato di Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro e del gruppo di “Allegoria” (nel fascicolo ‘incriminato’, per esempio, c’è un ottimo saggio di Gianluigi Simonetti che sinora non è stato ricordato, ma che vale la pena di leggere). D’altra parte, è vero che le ipotesi solo contenutistiche non bastano a chiarire il valore di un’opera: un’ovvietà che non metterebbe conto di ricordare, se non fosse che poi nelle discussioni sembra del tutto inattiva.</p>
<p>Faccio un esempio. Io non ho nulla contro la letteratura (persino la poesia) che parla del presente, e che in qualche misura si configura come ‘politica’, ‘impegnata’, ‘civile’ e ognuno metta l’aggettivo che più gli piace. Però non è quella letteratura<em> debba</em> parlare di qualcosa in particolare per essere davvero adeguata allo scopo di cui sopra. Vorremmo forse sostenere che Tolstoj avrebbe fatto bene a occuparsi di Bismarck anziché di Napoleone? O che, per risalire a esempi di realismo ‘altro’ rispetto al nostro, il povero Dante doveva incontrare Farinata, Ugolino, al limite Francesca, ma non Ulisse e tantomeno Dio, sia pure ‘per figure’? Oppure, secondo modalità del tutto diverse, chi oserebbe negare oggi (con buona pace di Lukács) che uno degli scrittori più realistici del primo Novecento è Kafka, il quale di ‘cronachistico’ non ha assolutamente niente ma rappresenta perfettamente lo ‘Spirito del tempo’? Insomma, sono i modi di parlare del presente che possono rendere grande un’opera, anche se, lo dico per chiarezza, fra i modi io inserisco anche la scelta dell’argomento, che non è ininfluente: un argomento deve essere ‘all’altezza dei tempi’, e questo implica che alcuni siano migliori di altri agli occhi della collettività dei lettori.</p>
<p>Da ciò consegue che io posso benissimo fare un romanzo su un precario perché ritengo che questo sia un argomento forte. Ma posso anche non farlo, e parlare per esempio della vita nascosta di un broker che fa crollare la borsa, di un magnate nascosto nel più sperduto stato asiatico o americano, di un attentatore di al Qaeda in incognito in Italia, perché ritengo che questi argomenti siano <em>più significativi</em> del precariato, che sarebbe solo un epifenomeno, mentre le cause starebbero altrove. In fin dei conti, DeLillo opera proprio in questo modo, mettendo assieme in quello che resta il suo capolavoro, cioè <em>Underworld</em>, frammenti in apparenza irrelati, massimi sistemi e vite di barboni, cose credibilissime che risultano false, e cose assurde che risultano vere, e tiene insieme tutto questo con commenti degni di Guerra e pace, che danno un senso e una prospettiva al caotico che tutti viviamo. Questo, secondo me, è un modo efficacissimo per reinterpretare gli obiettivi più alti del romanzo, anche se poi la media dei romanzi oggi è ben altra. Lo stesso <em>Falling man</em> è meno significativo, più ‘voluto’, benché la capacità di reinterpretare l’11 settembre in termini epici e tragici innalzi anche questo romanzo una o due spanne sopra la miriade di <em>instant novels</em>.</p>
<p>Forse allora una parte della nostra discussione è mal posta. È posta poi anche peggio quando continuiamo a invocare categorie storicamente e scientificamente superate come quella di ‘inesperienza’. Stiamo ancora a ripetere una favoletta che non era vera ai tempi nemmeno ai tempi di Benjamin? Ma lasciamola a uno Scurati, che pensa di essere il nuovo dio del romanzo e non riesce a fare altro che scrivere ripetizioni di <em>Delitto e castigo</em>. Oggi, noi, abbiamo un’esperienza del mondo che i Greci o gli Illuministi se la sognavano, se la mettiamo nei termini di ‘informazione’. E l’esperienza, ci spiegano i neuroscienziati, è <em>prima di tutto</em> informazione. O forse noi crediamo che Tucidide o Erodoto sapessero cose incredibili, avessero sperimentato chissà quale visione del mondo che noi, meschini, non siamo in nessun modo in grado di raggiungere? O vogliamo aggiungere, come fa Scurati, che un povero disgraziato che è stato sotto il fuoco dei nemici, sotto bombe al napalm, al fosforo, all’uranio impoverito  ecc., non ha fatto un’esperienza, perché lui, l’inesperto, guardava il tutto bevendosi una birra davanti alla TV? Proponiamogli di far cambio, e vediamo se accetta.</p>
<p>Ovviamente, sto semplificando. La questione è senza dubbio delicatissima, però le nostre riflessioni devono partire non da posizioni ‘veteroumanistiche’, come in fondo sono quelle che, con l’alibi dell’inesperienza, consentono poi di non guardare davvero il ‘deserto del reale’. Cominciamo a dire che chiunque, e soprattutto gli scrittori, oggi fanno un’esperienza <em>nuova</em> del reale, e il problema è proprio quello di veicolarla in una forma narrativa che riesca a darne il senso, risarcendo, per riprendere un’intuizione questa sì ancora fondamentale di Benjamin (e Adorno), proprio quello che la pura informazione (nel senso più ampio del termine) non può dare. Tolstoj non era sui campi di battaglia contro Napoleone, ma aveva una sua propria esperienza della guerra, solo che, come scrittore, ha capito che la sua ricostruzione del senso della storia si poteva ottenere solo parlando di un evento epocale, e non di una delle tante guerre che da sempre, purtroppo, accadono senza che il mondo se ne accorga. Il grande scrittore deve, secondo me, essere in grado di individuare nel presente aspetti della realtà di cui non ci eravamo accorti, deve saper guardare più a fondo, deve individuare più senso negli eventi di quanto ce ne sia nelle cronache dei mass media. Altrimenti, il suo romanzo sarà sempre e soltanto un abbellimento del già noto. </p>
<p>Insomma, la nostra idea di esperienza, così come quella di realtà, comprende oggi anche la conoscenza di quello che un tempo avremmo chiamato il fantastico, e ora il virtuale, l’immaginario ecc.: però dobbiamo cominciare a fondare i nostri discorsi su questi argomenti non solo giurando sulle parole di Hegel o Lacan o Baudrillard, ma anche tenendo conto di quelle degli esperti di scienze cognitive, di opere come il bellissimo dialogo tra Changeux e Ricoeur su <em>La natura e la regola</em>, dove davvero si discute sui rapporti tra genetica, neurobiologia, filosofia e, dulcis in fundo, arte (e specifico che non voglio in nessun modo usare il cognitivismo come spiegazione, ma credo che non possiamo nemmeno far finta che molte spiegazioni sinora date di fenomeni estetici o linguistici o stilistici possano e debbano essere inserite in un quadro rinnovato, che tenga conto dei presupposti riguardanti in particolare l&#8217;inconscio cognitivo, senza con questo cadere in un facile determinismo).</p>
<p>Finiamola con i proclami o i lamenti sul romanzo dell’irrealtà o l’irrealtà del romanzo, e cominciamo a cercare i romanzi che, sulla base di un’originale rilettura della tradizione, sappiano anche affrontare il nostro completo cambiamento di conoscenze sull’identità, sui limiti tra sensoriale e intellettivo, su cos’è mimesis da un punto di vista del cervello, anche in funzione artistica, e su temi che finalmente ci portino fuori dall’orticello in cui sembra che l’unica questione sia quanto siamo postmoderni, o se siamo più realistici se parliamo di frutta al mercato anziché di operai nelle fabbriche, per riprendere una nota polemica fra grandi pittori. Un esempio perfetto, in questo senso, ce l’abbiamo già, ed è<em> Le particelle elementari</em> di Houellebecq.</p>
<p>Con tutto questo, non voglio certo tirarmi indietro quando si parla di canone del presente o di una seria discussione sui valori che vogliamo individuare nella letteratura d’oggi. Questo credo che rimanga un compito fondamentale per chi, come me, vorrebbe che in Italia ci fosse un riconoscimento forte per le opere migliori: così come ci sono i Pulitzer o i Goncourt, e nel bene o nel male si sa che quelle premiate sono opere con cui bisogna confrontarsi. Per quel che valeva, personalmente mi ero impegnato, assieme a Enzo Golino, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni e altri, nell’ambito di un premio, lo “Stephen Dedalus”, che voleva segnalare ogni anno alcune opere di narrativa e di poesia davvero significative: e, tra l’altro, siamo stati fra i primi a premiare <em>Gomorra </em>e gli unici ad avere il coraggio di dare un riconoscimento ufficiale a <em>Troppi paradisi</em>. Non lo dico per commemorare un premio che è già defunto, causa taglio totale dei finanziamenti: lo dico per indicare quella che credo una prospettiva indispensabile &#8211; e da riprendere &#8211; cioè di unire gli sforzi per far sì che le opere che collettivamente o a grande maggioranza consideriamo importanti abbiano tutto il riscontro che meritano, in un mercato dominato dai giallini, dai numerini, dai baricchini ecc. ecc.</p>
<p>Quanto poi a chi interpreta meglio ora la contemporaneità, il nostro essere qui adesso, io mi sono espresso nel libro, ma ho anche scritto un contributo su <em>Gomorra e il Naturalismo 2.0</em>, in cui propongo delle ipotesi su come andare oltre il ‘fenomeno’ Gomorra, persino oltre i suoi importanti risvolti umani e sociali, per capire perché quel testo è diventato così importante per noi. Il saggio intero è ancora inedito, ma una sua parte, con altre considerazioni sul rapporto fra noir, fiction, auto fiction ecc., è stato pubblicato nell’Almanacco Guanda dal titolo<em> Il romanzo della politica. La politica nel romanzo</em>, curato da Ranieri Polese e in libreria in questi giorni. Invito tutti a guardarlo perché i tanti testi che vi compaiono sono molto interessanti nel loro insieme. Si va da analisi molto dettagliate, come quella di Andrea Cortellessa su Siti, a resoconti di autentici processi, come quello Previti-Cordelli (con acute considerazioni di Franco e dei suoi avvocati, certamente da lui ispirati, sul rapporto realtà-finzione), a dichiarazioni di scrittori ma anche di esperti e giornalisti, per esempio sull’ormai dimenticata stagione di Tangentopoli, a fumetti notevolissimi come quelli di Alberto Rebori. Il mix è utilissimo per comparare i modi possibili per parlare del presente. </p>
<p>E mi pare che emerga bene un punto, che ancora non ho trovato evidenziato nel nostro dibattito: le ricette per ottenere adesso un riscontro di pubblico sono ormai talmente vincolanti che opere ‘fuori mercato’ quasi mai acquistano un rilievo di pubblico. Per esempio, oggi un romanzo storico è incasellato in uno statuto che è molto più vicino al fantasy che non all’allegoria del presente: è chiaro che non è sempre stato così, ma questo pone dei problemi su come fare romanzo storico che sia anche un’interpretazione del presente. A mio parere Littell ci riesce in modo notevolissimo (altrove proverò a spiegare perché, ma intanto so che usciranno vari contributi interessanti nel prossimo numero di “Allegoria”), Genna, tanto per dire, meno. Però, va riconosciuto a Genna che uno dei tentativi più ambiziosi di fare storia italiana senza trascurare il presente ma nemmeno senza appiattircisi è stato <em>Dies irae</em>. Ragionare sui limiti di quella operazione (prima di tutto, secondo me, per l’appunto stilistici), e sul suo quasi totale insuccesso di pubblico, potrebbe essere interessante, se ci poniamo in una prospettiva un po’ meno militante e un po’ più critica.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/">REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</a></p>
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		<title>Omicidi bianchi</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Oct 2008 14:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle <em>morti sul lavoro</em>, di <em>morti bianche</em> – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di <em>omicidi bianchi&#8230;</em>. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/omicidi-bianchi/">Omicidi bianchi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-9504" title="img01" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01-150x150.jpg" alt="" width="105" height="105" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<div><span>Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle <em>morti sul lavoro</em>, di <em>morti bianche</em> – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di <em>omicidi bianchi</em>. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili. Così come individuabili sono i &#8220;motivi&#8221; che rendono possibili quelle morti. Una sinistra che davvero fosse tale porrebbe in essere una serie di dispositivi che andassero alla radice di quei motivi, e chiamassero davvero in causa i soggetti responsabili.</span></div>
<p><span>Le morti sul lavoro sono sempre &#8220;sovradeterminate&#8221; da cause interne al modello di sviluppo del nostro paese: la frammentazione del processo produttivo e dell&#8217;organizzazione del lavoro, la catena infinita di appalti e subappalti, la condizione precaria dei lavoratori e la loro conseguente ricattabilità, l&#8217;abbassamento del costo del lavoro, la preminenza abnorme della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221; nel tessuto produttivo italiano. </span><br />
Ma allora come contrastare questa piaga, se non è un fatto contingente ma una piaga implicata dalla struttura stessa dell&#8217;economia?<span id="more-9503"></span> E&#8217; necessario un cambiamento culturale – ma nel senso più ampio del termine &#8220;cultura&#8221;. Dove &#8220;cultura&#8221; è tutto l&#8217;insieme di pratiche materiali che formano l&#8217;umano, a partire dal suo essere uomo produttore. Cambiamento culturale, allora, significa prendere coscienza di quelli che sono i meccanismi di un intero sistema sociale ed economico che produce, e io credo non possa non produrre, le sue vittime sacrificali. Significa comprendere che la vera cura del problema sarebbe: &#8220;lavorare con lentezza&#8221;. Sono le necessità della produzione, dei suoi ritmi e dei suoi tempi – del profitto, dunque &#8211; che inducono a trascurare la sicurezza, che fanno intensificare ritmi e tempi di lavoro, che impediscono una formazione adeguata dei lavoratori. Se si deve fare in fretta, finire i lavori in tempi strettissimi, incrementare la produzione – la sicurezza diventa un impiccio. Ma la società – e il centrosinistra su questo non fa attrito &#8211; va in tutt&#8217;altra direzione: la detassazione degli straordinari, a livello italiano; e la decisione dell&#8217;Unione europea di abbattere il limite delle 48 ore conquistato nel 1917 (quando è ben noto che aumentando i tempi di lavoro cresce esponenzialmente la possibilità di infortuni e morti). Il lavoro, dunque, prima di tutto, e sopra ogni altra considerazione.</p>
<p><span>L&#8217;Italia ha un numero di morti sul lavoro più alto rispetto agli altri paesi europei sia in termini assoluti che in termini relativi (mi riferisco all&#8217;indice di morti ogni 100mila occupati, escludendo le morti in itinere, ovvero nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa: e questo nonostante i trucchi retorici che Confindustria ha usato a piene mani negli ultimi anni, senza che nessuno svelasse mai i suoi artifizi). Questo picco italiano di omicidi bianchi deve essere messo in relazione con un&#8217;altra specificità del sistema produttivo, che è la frammentazione abnorme del processo produttivo e la presenza della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221;, la cui assoluta centralità nel tessuto produttivo italiano viene fatta rilevare in particolare dagli studi di Sergio Bologna.</span><br />
<span>Dai dati Istat dell&#8217;ottobre 2006 risulta che su circa 16 milioni e mezzo di lavoratori nel settore di mercato, 8 milioni e mezzo sono impiegati in aziende con meno di 15 dipendenti (dunque senza le tutele dello Statuto dei lavoratori), e 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti. Si tratta di imprese familiari, o addirittura di &#8220;ditte individuali&#8221; (un vero e proprio paradosso logico), che costituiscono il cuore dell&#8217;economia italiana. Un dato che emerge da un&#8217;indagine di Mediobanca del 2006 appare decisivo: nel decennio 1996/2005, le medie e grandi imprese (quelle sopra i cinquanta occupati) hanno ridotto ininterrottamente la forza lavoro, accumulando nello stesso tempo profitti in misura mai così grande nella storia del paese (e determinando lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi che è il più grande dell’Unione Europea ). Nonostante il fatto che. dopo l&#8217;accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e privati siano rimasti quasi fermi, caso unico nell&#8217;Unione Europea, le medie e grandi imprese non hanno scelto di investire in tecnologie o in ricerca, per ingrandirsi e creare occupazione, ma hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare. Perciò è stato l’universo delle &#8220;imprese&#8221; al di sotto dei 10 dipendenti a creare la maggiore domanda di lavoro, tenendo alta la dinamica occupazionale. Piccole e piccolissime &#8220;imprese&#8221; che devono spesso far fronte a bassi margini di profitto, che lavorano senza capitali, che hanno difficoltà a ottenere prestiti dalle banche, che non hanno sussidi come la cassa integrazione. Non a caso è in questo settore che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi. E questo, è evidente, ha effetti immediati anche quanto alla sicurezza. Intervenire in questa questione sarebbe dunque essenziale. Incentivare la ricerca e colpire le rendite. Riformare un capitalismo malato. </span><br />
<span>Nel frattempo, si potrebbe impedire per quanto possibile la pratica generalizzata degli appalti al massimo ribasso. Che è una causa diretta di morte. Eppure messa in atto normalmente anche dagli enti locali e pubblici (un esempio tra i mille? I lavori per l’allargamento della terza corsia del Grande raccordo anulare a Roma, dove per quindici chilometri di strada da realizzare sono stati utilizzati più di centocinquanta subappalti). Lo si capisce facilmente: se una azienda appaltatrice vince un appalto con un ribasso del 50%, il margine di profitto non potrà che scaturire dal taglio del costo del lavoro, dall&#8217;incremento di tempi e ritmi di lavoro, dal taglio dei costi sulla sicurezza. E&#8217; così in tutti i settori produttivi, e massimamente in quello dell&#8217;edilizia. Che è il settore che tira il Prodotto Interno Lordo nazionale. Nell&#8217;ultimo decennio l&#8217;edilizia residenziale ha toccato la maggior produzione nella storia del paese, e dal 2001 al 2007 gli investimenti nazionali sono balzati da 58 a oltre 71 miliardi di euro, con un incremento del 23 per cento. Senza il contributo del settore edile, il Pil avrebbe avuto segno negativo. Ma questa crescita significa morte. Nell&#8217;edilizia accadono quasi un quarto di tutte le morti sul lavoro. E cinque infortuni su cento denunciati producono menomazioni permanenti. (&#8220;Denunciati&#8221; è necessario aggiungerlo, ché se l&#8217;Italia è il paese in Europa che ha il più alto tasso del sommerso &#8211; circa il 18% del Prodotto Interno Lordo -, sono moltissimi gli infortuni non registrati perché non denunciati. Secondo le stime della stessa Inail,l&#8217;Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, sono stimabili in duecentomila l&#8217;anno.) </span>L&#8217;esperienza della ricostruzione in Umbria dopo il terremoto del 1997 lo testimonia: se si stabiliscono dei parametri corretti (ovvero una sorta di pavimento sotto il quale non si possa scendere per l&#8217;assegnazione degli appalti) e ci sono controlli sufficienti, le morti nei cantieri calano in maniera drastica.</p>
<p><span>Occorre rimettere dunque mano all&#8217;organizzazione del lavoro, e ai motivi che la determinano. Ma come? Io credo vi sia una sola strada: la creazione di un nuovo legame solidale tra i lavoratori, che sconfigga quel diffuso senso di solitudine sociale ormai generalizzato. Sono i lavoratori a doversi difendere. Nessuno può farlo per loro. E questa azione non può che passare per una pratica sindacale reticolare, dove sindacato significa proprio questo: autodifesa dei lavoratori, e rivendicazione dei propri diritti. Non dunque il sindacato sterilizzato, chiuso nelle sue camere iperbariche – non quel sindacato che tende a mediare i conflitti, o che tende a diventare patronato. Ma un sindacato che vive sui luoghi di lavoro, giorno dopo giorno. Ovvero, i lavoratori stessi che si difendono, in virtù dei comuni interessi che li uniscono. Lo dicono gli stessi tecnici della prevenzione – i dipendenti Asl che dal 1978 controllano la sicurezza sul lavoro (per quanto riguarda i cantieri vige anche il controllo degli ispettori del lavoro) -: occorre un rapporto privilegiato tra i tecnici e i lavoratori, attraverso la figura dell&#8217;Rls, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza – figura che a sua volta deve essere difesa e valorizzata.</span></p>
<p><span>Certo, anche qui si tratterebbe di porre questioni di ampio respiro. Porre insomma la questione di un cambiamento radicale. Culturale, ancora, nel senso più ampio di cui sopra. Uscire dalla società del precariato. Dove precari non sono solo quelli che hanno un contratto e tempo determinato, ma precaria è la percezione soggettiva del lavoro. Precario è, etimologicamente, colui che prega, colui che implora una grazia (<em>gratia gratum faciens</em>). E la nostra è una società precaria perché il lavoro non viene più vissuto soggettivamente come un diritto da rivendicare, ma come una grazia da avere, una privilegio di cui occorre essere grati. E chi è grato è debitore, e non rivendica alcunché. China la testa – lavora e zitto.</span><br />
<span>Figura paradigmatica di questa china discendente del lavoro sono i migranti – figura precaria per eccellenza. Gli immigrati in genere si infortunano, secondo i dati Inail, il 50% più degli altri lavoratori. Nel 2006, ad esempio, gli infortuni denunciati dai lavoratori immigrati erano 116.305, contro i 798.720 degli italiani; quelli mortali, 141 contro i 1140 degli italiani. La maggior parte rumeni. E&#8217; evidente la sproporzione tra la percentuale del numero di lavoratori immigrati sul totale degli infortunati (circa il dodici percento) e la percentuale del numero degli immigrati che risiedono regolarmente in Italia (poco più del sei percento, secondo il rapporto Caritas 2007). Si consideri poi che tra gli immigrati non denunciare l&#8217;infortunio è prassi normale. Prassi indotta dalla legge sull&#8217;immigrazione – il cui scopo è produrre clandestinità (dove appunto la clandestinità è la figura estrema della precarietà, essendo assoluta assenza di diritti). Poiché il contratto di lavoro è essenziale per la permanenza in Italia, l&#8217;immigrato non vorrà certo rischiare di perderlo, e dunque, a norma di legge, il lavoratore immigrato tenderà a causare quante meno frizioni possibili con il suo datore di lavoro. Sarà, per usare un termine caro a Foucault, più &#8220;docile&#8221;. I lavoratori immigrati sono quelli più deboli, più ricattabili, più silenziosi. Le figure più moderne, dunque, del mondo del lavoro.</span><br />
<span>Un discorso a parte meriterebbe la questione delle sanzioni. In una società che reclama a gran voce più carcere per tutti, gli unici che si sentono immuni sono gli imprenditori. Sul tipo di sanzioni da comminare – penali, economiche, inibizioni personali all&#8217;attività – la discussione è aperta, e da fare. Ma è certo che finché ci sarà, come ora, la certezza dell&#8217;impunità, l&#8217;imprenditore non avrà alcun interesse a garantire la vita dei lavoratori.</span><br />
<span>Infine: anche ai mass media – nella produzione di un nuovo senso comune &#8211; toccherebbe di articolare discorsi che facciano senso di eventi che potrebbero apparire casuali. Parlare di morti sul lavoro non come vuota ritualità, come enumerazione di tragiche fatalità significherebbe mantenere alta l&#8217;attenzione sulla vicenda, impegnarsi a dar conto come vanno avanti i procedimenti giudiziari. Non il plastico della villetta di Cogne, insomma, e nemmeno solo meri loculi anagrafici: ma inchieste, e l&#8217;impegno a seguire ogni singolo caso – che di solito finisce nel nulla. Non dimenticarsi delle morti il giorno dopo, lasciando nel vago ogni responsabilità. Fare di ogni morte sul lavoro quel che, per una serie forse casuale di eventi, il sistema mediatico ha fatto (e in alcuni casi ha <em>dovuto</em> fare) per la ThyssenKrupp.</span><br />
<span>Fermare gli omicidi bianchi è la cosa più difficile. E&#8217; utopia, oggi. (E, in quanto utopia, è necessaria). Perché stiamo parlando di vittime sacrificali di un sistema tutto intero. E solo scardinando dalle fondamenta quel sistema potremmo immaginare un mondo dove lavoro non significa morte.<br />
</span></p>
<p><span>Dal libro <em><a href="http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5001119">Sinistra senza sinistra &#8211; Idee plurali per uscire dall&#8217;angolo</a></em> (Feltrinelli, euro 14).</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/13/omicidi-bianchi/">Omicidi bianchi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>A gamba tesa: sotto il grembiule niente!</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/03/a-gamba-tesa-sotto-il-grembiule-niente/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Jul 2008 20:08:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>mercoledì 02 luglio 2008</em><br />
<strong>In sede di Commissione cultura viene proposta la reintroduzione del grembiule nelle scuole. Per il ministro Mariastella Gelmini è una soluzione da prendere seriamente in considerazione.</strong><br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/kitsvalentino_initmissimi.jpg'></a></p>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>L&#8217;ho cercato dappertutto stamattina. In ogni angolo della casa, della mente, del palazzo, della città che non è la mia, ma poi che importa!&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/03/a-gamba-tesa-sotto-il-grembiule-niente/">A gamba tesa: sotto il grembiule niente!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>mercoledì 02 luglio 2008</em><br />
<strong>In sede di Commissione cultura viene proposta la reintroduzione del grembiule nelle scuole. Per il ministro Mariastella Gelmini è una soluzione da prendere seriamente in considerazione.</strong><br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/kitsvalentino_initmissimi.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/kitsvalentino_initmissimi.jpg" alt="" title="kitsvalentino_initmissimi" width="432" height="288" class="alignnone size-full wp-image-6306" /></a></p>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>L&#8217;ho cercato dappertutto stamattina. In ogni angolo della casa, della mente, del palazzo, della città che non è la mia, ma poi che importa! Con lo scudetto sul braccio, no, solo coi tre bottoncini argentei, maschi, che hanno visto solo per pochi attimi quelli femmine del distintivo tricolore. Azzurro, celestino, squadra Sant&#8217;Agostino, Francesco Keller, blu scuro, Suore Riparatrici, Alfonzo Valentino, nero della De Ámicis, Giampo Brancaccio. Ho perfino chiesto alla vicina se potevo dare un&#8217;occhiata da lei, visto che il mio monolocale non offriva una superficie, all&#8217;altezza della <em>recherche</em>. E così mi sono imbattuto in qualche Fiesta, un po&#8217; ammaccata, una coccarda &#8211; ma la davano soltanto al capoclasse &#8211; una tuta operaia &#8211; ma era solo per la classe -, e quando sono andato via mi ha regalato un ovetto kinder. E allora l&#8217;ho scartocciato, ho strangolato con le mie mani uno della lega antiabortista che s&#8217;era nascosto lì dentro e ho provato ad aprire l&#8217;ovulo. Sorpresa!<br />
<span id="more-6301"></span><br />
Lui/Esso- non c&#8217;era, ma una quantità industriale di quaderni a righe, da prima, terza e quinta elementare, a quadretti, minuti o massimi, con la copertina plastificata, cartonata, c&#8217;era perfino zia Rosetta, della cartoleria di Corso Giannone, negozio invaso da goniometri come cavallette.</p>
<p>Un po&#8217; meglio mi è andata dalla dirimpettaia, perché almeno lì ho trovato la divisa della Nunziatella, l&#8217;ho indossata che ancora mi andava e mi faceva piacere perché ad Andrea Inglese non gli sarebbe più andata e mi sono ricordato di Nietzsche che scrisse: <em>una cosa sono le divise, un&#8217;altra le uniformi, e che cazzo!</em> Le uniformi hanno idee uniformi, le divise, no. Affranto sono tornato a casa e mi è sembrata diversa grazie al nuovo quadro di Tommaso Cascella che avevo spostato dalla parete di destra a quella di sinistra e ho ripreso a cercare. C&#8217;erano le cartelle, cioè una più grande che, come una matrioska, conteneva tutte le altre. Pesantissime le nostre cartelle mica come quelle di oggi, e per questo ci davano pochi libri, buoni libro, cattivi libri.</p>
<p>Sotto il Futon c&#8217;era invece la cravatta del primo giorno di lavoro e quella dell&#8217;ultimo, le scarpe da cantiere e quelle da cantante, le scarpette a sei tacchetti e una, la sinistra a dodici. Gli omogeneizzati uniformi e quelli divisi, un esemplare di Bomba in tazza della Miralanza, (latte, uovo sbattuto, zucchero e Ovomaltina), Plasmon, Be-total, la Signora Cardelli, Suor Mercedes, i registri, un registratore di cassa, la torcia olimpica, Torino 2006, cose, le uniche rimaste come avatar dei mille lavori fatti, 10, 100, 1000, 10000 bigliettini da visita, altisonanti, mooolto grafici, PH neutro, saponette di Marsiglia.<br />
Ho smesso di cercare che era da poco passata mezzanotte. Come farò domani? Cosa dovrò inventarmi al suono della campanella? Dove sarà finito mai il libretto delle assenze?</p>
<p>No, meglio un appello da mettere su Nazione Indiana.<br />
<strong>AAA Grembiulino cercasi</strong><br />
Risponderanno?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/03/a-gamba-tesa-sotto-il-grembiule-niente/">A gamba tesa: sotto il grembiule niente!</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le santissime parole di Ascanio Celestini (prima parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Mar 2008 07:31:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
Qualche giorno fa, in una conversazione con Sergio Bologna gli ho chiesto se avesse visto il film documentario di Ascanio Celestini, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Q3zdxkxsRVI"><em>Parole sante</em></a>. E gli ho anche detto che secondo me lo si poteva considerare per una serie di motivi che proverò a formulare, la traduzione in immagine, <em>in movimento</em> di molte delle riflessioni che hanno animato quella straordinaria scuola di pensiero politico e sociale che è stata <a href="http://multitudes.samizdat.net/spip.php?rubrique544">l&#8217;operaismo</a>, e per certi versi determinate analisi del mondo attuale scaturite da quelle tesi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/03/le-santissime-parole-di-ascanio-celestini-prima-parte/">Le santissime parole di Ascanio Celestini (prima parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/cipputi2jp.jpg' alt='cipputi2jp.jpg' /><br />
Qualche giorno fa, in una conversazione con Sergio Bologna gli ho chiesto se avesse visto il film documentario di Ascanio Celestini, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Q3zdxkxsRVI"><em>Parole sante</em></a>. E gli ho anche detto che secondo me lo si poteva considerare per una serie di motivi che proverò a formulare, la traduzione in immagine, <em>in movimento</em> di molte delle riflessioni che hanno animato quella straordinaria scuola di pensiero politico e sociale che è stata <a href="http://multitudes.samizdat.net/spip.php?rubrique544">l&#8217;operaismo</a>, e per certi versi determinate analisi del mondo attuale scaturite da quelle tesi. Insomma, gli ho detto: &#8221; Sergio, devi assolutamente vedere <em>Parole Sante</em>&#8220;.</p>
<p> La mia tesi è  che Ascanio Celestini, tra tutti gli autori che in Italia si sono occupati di lavoro precario-  e a loro va comunque riconosciuto il merito di essersi rivolti a quei cambiamenti- è riuscito a &#8220;raccontare&#8221; più che semplicemente descrivere o <em>croniquer</em> le mille trappole del lavoro precario e lo ha fatto da una prospettiva distante anni luce dal miserabilismo e dalla compiacente mortificazione delle persone asservite all&#8217;ideologia del &#8220;posto fisso&#8221; secondo una logica e visione dei sindacati &#8220;attuali&#8221; in Italia. La storia di <strong>Parole sante</strong>, del resto, non è una storia di parole, ma di esperienze. E per osservare un&#8217;esperienza bisogna mettere le facce di chi l&#8217;esperienza la fa, soprattutto sulla propria pelle. E non smette di sorridere nemmeno quando è nel pieno della battaglia. </p>
<p><strong>Innanzitutto </strong>cos&#8217;è l&#8217;operaismo?<br />
Scrive Mario Tronti*<br />
<span id="more-5426"></span></p>
<p>&#8220;E’ un’esperienza che ha cercato di unire pensiero e pratica della politica, in un ambito determinato, quello della fabbrica moderna. Alla ricerca di un soggetto forte, la classe operaia, in grado di contestare e di mettere in crisi il meccanismo della produzione capitalistica. Sottolineo il carattere di esperienza. Si trattava di giovani forze intellettuali che si incontravano con le nuove leve operaie, introdotte soprattutto nelle grandi fabbriche dalla fase taylorista e fordista dell’industria capitalistica.</p>
<p>Quello che era avvenuto negli anni Trenta in Usa avveniva negli anni Sessanta in Italia. Il contesto storico era proprio quello degli anni Sessanta del Novecento. In Italia, c’è in quel periodo il decollo di un capitalismo avanzato, il passaggio da una società agricolo-industriale a una società industriale-agricola, con uno spostamento migratorio di forza-lavoro dal sud contadino al nord industriale. Si disse: neocapitalismo. Produzione di massa-consumi di massa, modernizzazione sociale con welfare State, modernizzazione politica con governi di centro-sinistra, democristiani più socialisti mutamento di costume, di mentalità, di comportamento. Si andava verso il ’68 che in Italia sarà ‘68-’69, contestazione giovanile più autunno caldo degli operai, quando ci fu un forte cambiamento del rapporto di forza tra operai e capitale, con il salario che andò a incidere direttamente sul profitto.</p>
<p>E questo poté avvenire, anche perché c’era stato l’operaismo, con il richiamo alla centralità della fabbrica, alla centralità operaia, nel rapporto sociale generale. L’operaismo è dunque stata un’esperienza politica che ha contato storicamente, cioè in una situazione storica determinata.<br />
Si trattava di dare una nuova forma, teorica e pratica, alla contraddizione fondamentale. Questa veniva individuata all’interno stesso del rapporto di capitale, quindi nel rapporto di produzione, quindi in quello che chiamavamo “il concetto scientifico di fabbrica”. Qui l’operaio collettivo aveva potenzialmente, se lottava, se organizzava le sue lotte, una sorta di sovranità sulla produzione. Era, o meglio, poteva diventare, un soggetto rivoluzionario. La figura centrale era l’operaio di linea, l’operaio alla catena di montaggio, nell’organizzazione fordista del processo produttivo e nell’organizzazione taylorista del processo lavorativo. Qui l’alienazione del lavoratore toccava il suo livello massimo. L’operaio non solo non amava, ma odiava il suo lavoro.</p>
<p>Il rifiuto del lavoro diventava un’arma mortale contro il capitale. La forza-lavoro, in quanto parte interna del capitale, capitale variabile distinto dal capitale costante, facendosi autonoma, si sottraeva alla funzione di lavoro produttivo, impiantando una minaccia nel cuore del rapporto capitalistico di produzione. La lotta contro il lavoro riassume il senso dell’eresia operaista. Sì, l’operaismo è un’eresia del movimento operaio.<br />
Bisogna considerarlo rigorosamente dentro la grande storia del movimento operaio, non fuori, mai fuori. Una delle tante esperienze, uno dei tanti tentativi, una delle tante fughe in avanti, una delle tante generose rivolte e una delle tante gloriose sconfitte. Noi, seguendo l’indicazione di Marx, che studiava le leggi di movimento della società capitalistica, andavamo a studiare le leggi di movimento del lavoro operaio. Le lotte operaie hanno sempre spinto in avanti lo sviluppo capitalistico, hanno costretto il capitale all’innovazione, al salto tecnologico, al mutamento sociale. La classe operaia non è classe generale. Così l’hanno voluta rappresentare i partiti della Seconda e della Terza Internazionale. Era giusta la frase di Marx: il proletariato, emancipando se stesso, emanciperà tutta l’umanità.</p>
<p>Questo processo è già avvenuto, limitato al solo Occidente. Se emancipazione è progresso, modernizzazione, benessere, democrazia, tutto questo c’è, ma tutto questo è servito a una grande rivoluzione conservatrice, a un processo di stabilizzazione del sistema capitalistico, che oggi, com’era nella sua vocazione originaria, assume la dimensione dello spazio-mondo, ordine mondiale di dominio che scende dall’alto dell’Impero, ma sale anche dal basso, introiettato in una mentalità borghese maggioritaria. I sistemi politici democratici sono oggi la tribuna del libero assenso a una servitù volontaria.</p>
<p>L’operaismo, cioè la rivendicazione della centralità operaia nella lotta di classe, si è scontrato con il problema del politico. In mezzo, tra operai e capitale, io ho trovato la politica: nella forma delle istituzioni, lo Stato, nella forma delle organizzazioni, il partito, nella forma delle azioni, tattica e strategia. Il capitalismo moderno non sarebbe mai nato senza la politica moderna. Hobbes e Locke vengono prima di Smith e Ricardo.<br />
Non ci sarebbe stata accumulazione originaria di capitale senza accentramento statale delle monarchie assolute. La storia d’Inghilterra insegna. La prima rivoluzione inglese, quella brutta della dittatura di Cromwell, e quella bella, gloriosa, del Bill of Rights, corrispondono alle due fasi dettate da Machiavelli: sono due cose diverse la conquista del potere e la gestione del potere, per la prima ci vuole la forza, per la seconda ci vuole il consenso.</p>
<p>Il capitalismo libero-concorrenziale ha avuto bisogno dello Stato liberale, il capitalismo del welfare ha avuto bisogno dello Stato democratico. Poi, attraverso la soluzione, provvisoria, del totalitarismo, fascista e nazista, la sintesi della democrazia liberale ha stabilizzato il dominio della produzione capitalistica. E adesso siamo nella fase della esportazione del modello a livello mondo. Non tutto funziona secondo i piani del capitale. La cosa oggi più interessante politicamente è il mondo.La “grande trasformazione”, per usare l’espressione di Polanyi, riguarda lo spostamento del baricentro mondiale da Occidente a Oriente.I nostri paesi europei, al loro interno, lasciano scarsi motivi di interesse.</p>
<p> E’ difficile appassionarsi alla politica con i Blair e con i Prodi. Ma il capitalismo è un ordine e oggi, come aveva previsto Marx, un ordine mondiale che continuamente rivoluziona se stesso. E’ qui il punto di interesse. Guardate la rivoluzione che ha portato nel mondo del lavoro. Per rispondere alla minaccia della centralità operaia ha deciso di abbattere la centralità dell’industria, e ha abbandonato, o ha rivoluzionato, quella società industriale, che era stata la ragione e lo strumento della sua nascita e del suo sviluppo. Quando l’isola di montaggio sostituisce la linea, la catena, di montaggio nella grande fabbrica automatizzata e si entra nella fase postfordista, tutto il resto del lavoro cambia, nel classico passaggio dalla fabbrica alla società. </p>
<p>La domanda di oggi: esiste ancora la classe operaia? La classe operaia come soggetto centrale della critica al capitalismo. Non quindi come oggetto sociologico ma come soggetto politico. E le trasformazioni del lavoro, e della figura del lavoratore, dall’industria ai servizi, dal lavoro dipendente al lavoro autonomo, dalla sicurezza alla precarietà, dal rifiuto del lavoro alla mancanza di lavoro, tutto questo che cosa comporta politicamente?<br />
E’ di questo che dobbiamo discutere.<br />
L’operaismo è stato il contrario dello spontaneismo. E l’opposto del riformismo. Più vicino, quindi, al movimento comunista delle origini che alle socialdemocrazie classiche e contemporanee. Ha coniugato di nuovo, in modo creativo, Marx con Lenin.<br />
Mi chiedo, se nelle condizioni trasformate del lavoro di oggi frantumazione, dispersione, individualizzazione, precarizzazione &#8211; delle figure di lavoratori si possa tornare a coniugare qui e ora analisi del capitalismo e organizzazione delle forze alternative. E non ho una risposta.</p>
<p>So per certo che non si dà lotta vera, seria, in grado di fare conquiste, senza organizzazione. Non si dà conflitto sociale capace di battere l’avversario di classe senza forza politica. Questo è quello che abbiamo imparato dal passato. Se i nuovi movimenti non raccolgono l’eredità della grande storia del movimento operaio, per portarla avanti in forme nuove, per essi non c’è futuro. Nuove pratiche, nuove idee, ma dentro una storia lunga.<br />
Guardate, ai capitalisti fa paura la storia degli operai, non fa paura la politica delle sinistre. La prima l’hanno spedita tra i demoni dell’inferno, la seconda l’hanno accolta nei palazzi di governo. E ai capitalisti bisogna fare paura.<br />
E’ ora che un altro spettro cominci ad aggirarsi, non solo in Europa, ma nel mondo. Lo spirito, risorto, del <a href="http://www.comitatotinamodotti.it/img/falce.jpg">comunismo</a>.</p>
<p>- continua / à suivre con<br />
<em>Scritti sul lavoro, in corso </em>di <strong>Claudio Franchi</strong>, seconda parte<br />
<em>Santissime parole</em> . Note sul lavoro di Ascanio Celestini, di <strong>Francesco Forlani</strong> terza parte</p>
<p>* dal<a href="http://www.globalproject.info/art-10513.html#top"> testo</a> in rete, della conferenza tenuta al convegno internazionale &#8220;Historical Materialism 2006. New Directions in Marxist Theory&#8221;, Londra 8-10 dicembre 2006.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/03/le-santissime-parole-di-ascanio-celestini-prima-parte/">Le santissime parole di Ascanio Celestini (prima parte)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La Classe non è Acqua!</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Dec 2007 19:36:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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immagine di effeffe</p>
<p>Questo saggio di <strong>Sergio Bologna </strong>forse non vi cambierà la vita ma sicuramente vi farà sentire meno pirla. Più attrezzati per l&#8217;infelicità sociale.<br />
ARIDATECI I QUADERNI PIACENTINI!!!!<br />
<em>effeffe</em></p>
<strong>Uscire dal vicolo cieco</strong>
<p>di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
pubblicato su <a href="http://criticalab.wordpress.com" title="il sito criticalab">http://criticalab.wordpress.com</a></p>
<p><em>(in occasione della Mayday 07 a Milano)</em></p>
<p>Il movimento contro i rapporti di lavoro precari, contro l’insicurezza, per avere diritti uguali per tutti i cittadini, sembra riesca soltanto a manifestare disagio, a mobilitare protesta, ma non a cambiare lo stato delle cose.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/22/la-classe-non-e-acqua/">La Classe non è Acqua!</a></p>
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immagine di effeffe</p>
<p>Questo saggio di <strong>Sergio Bologna </strong>forse non vi cambierà la vita ma sicuramente vi farà sentire meno pirla. Più attrezzati per l&#8217;infelicità sociale.<br />
ARIDATECI I QUADERNI PIACENTINI!!!!<br />
<em>effeffe</em></p>
<h2><strong>Uscire dal vicolo cieco</strong></h2>
<p>di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
pubblicato su <a href="http://criticalab.wordpress.com" title="il sito criticalab">http://criticalab.wordpress.com</a></p>
<p><em>(in occasione della Mayday 07 a Milano)</em></p>
<p>Il movimento contro i rapporti di lavoro precari, contro l’insicurezza, per avere diritti uguali per tutti i cittadini, sembra riesca soltanto a manifestare disagio, a mobilitare protesta, ma non a cambiare lo stato delle cose. Troppi sono gli ostacoli che impediscono di fare passi avanti. L’attuale Governo e la politica del suo Ministero del Lavoro è uno di questi, ma non meno insidiosi sembrano gli ostacoli interni al movimento stesso.<br />
Il pericolo che un’intera generazione sia condannata ad un’esistenza da cittadini di serie B è reale. Nei media e nei discorsi ufficiali si diffondono inviti alla rassegnazione dicendo che questa condizione è generalizzata a tutto l’Occidente capitalistico. In realtà se questo è vero – ed è purtroppo vero – costituisce una ragione di più per essere preoccupati e cercar di reagire.</p>
<h3><strong>Avere coscienza di sé come classe</strong></h3>
<p><span id="more-5051"></span></p>
<p>E’ opinione abbastanza condivisa che il fordismo ha prodotto l’operaio massa.<br />
In base a questa percezione si sono costruiti i ragionamenti politici che hanno dato un contenuto ai movimenti sociali degli Anni 60 e 70. Non è altrettanto chiaro, o comunque altrettanto condiviso, il ragionamento sulla classe prodotta dal postfordismo. Molti tentativi di definire i contorni di questa classe sono stati fatti e sono in corso, non ultimo quello di definirla come “non classe”. Ma finché non si riesce a trovarne un profilo adeguato, che abbia la stessa chiarezza, schematicità, evidenza e capacità di comunicazione che ha avuto il termine di “operaio massa”, ogni sforzo per farne un soggetto politico con cui Governo e capitale debbono confrontarsi sarà inutile.</p>
<h3><strong>Ricomporre un sistema di pensiero</strong></h3>
<p>Quello che viene definito “operaismo italiano” è stato forse l’unico sistema di pensiero che ha cercato di mettere ordine nella percezione dei rapporti di classe del dopoguerra. Ripercorriamo per un momento la strada che ha battuto per arrivare a definire il soggetto di classe del fordismo, l’operaio massa. Il punto di partenza è stato lo sforzo di comprensione dei cambiamenti tecnologici e organizzativi del capitalismo. Come le macchine ed il loro uso trasformavano, plasmavano gli uomini che ricevevano un salario per azionarle e controllarle. Primo passo, capire le macchine e la loro capacità di mutamento genetico dei comportamenti umani. Secondo passo, capire il governo politico di questo processo, trovare coerenza tra azioni di governo, amministrazione pubblica e trasformazioni tecnologico-organizzative del lavoro salariato. Terzo passo: riconosciuti i lucchetti che ti serrano le mani, imparare a farli saltare uno a uno. Un percorso analogo oggi è impraticabile? Proviamo a imitarne la sequenza, chissà che da qualche parte non ci porti. Primo passo: uso capitalistico delle macchine.</p>
<h3><strong>Il genere umano adatto al computer</strong></h3>
<p>Assumiamo che la tecnologia-simbolo del fordismo sia la catena di montaggio e la tecnologia-simbolo del postfordismo il computer. Richiedono due razze diverse di forza lavoro. La prima una forza lavoro che, anche se scolarizzata, deve soltanto adattare i propri bioritmi a quelli della macchina, esserne una funzione, un componente. La seconda una forza lavoro che, anche se non scolarizzata, deve possedere competenze, conoscenze e saper interagire con la macchina. Nel fordismo abbiamo una potenza tecnologica che soggioga e disciplina la forza lavoro, nel postfordismo uno strumento tecnologico che dialoga con la forza lavoro, nel fordismo l’uomo – per paradosso – ridotto a scimmia, nel postfordismo l’uomo tutto cervello. La liberazione nel primo caso passava per il rovesciamento dei rapporti con la macchina (il ritmo lo decido io e non la catena, il cottimo individuale va abolito, la tecnologia non va accettata come tale ma modificata, prima la salute e poi la produttività, i salari tendenzialmente uguali per tutti ecc. ecc.). Erano i primissimi passi per riacquistare dignità umana e diventare soggetto politico. Non è lo stesso percorso che si presenta nel postfordismo, il computer è – può essere – liberazione. I percorsi sono molto più complessi e per individuarli dobbiamo abbandonare l’operaismo. Anzi, può diventare un ostacolo. Ed in effetti oggi il revival dell’operaismo, che avviene in coincidenza con il quarantennale della pubblicazione dell’opera di Mario Tronti “Operai e capitale”, avviene in un contesto che rafforza le posizioni di coloro che sono i principali avversari di una liberazione del precariato, come cercheremo di dimostrare. Noi dobbiamo difendere lo spirito, la logica dell’operaismo originario, non la moda operaista di oggi.</p>
<h3><strong>I mutamenti genetici indotti dal postfordismo</strong></h3>
<p>Utilizziamo il termine “mutamento genetico” in senso figurato ma non troppo. I fenomeni che inducono un mutamento dei comportamenti sociali, delle abitudini e degli stili di vita hanno un’importanza che possiamo considerare maggiore di quella che potrebbe ottenersi con mutamenti indotti nell’organismo umano. Il primo grande salto che compie il postfordismo rispetto al fordismo è l’attribuzione di valore al capitale umano, alle conoscenze/competenze. Questo comporta una prima “specifica di cittadinanza”, intendendo per specifica i requisiti richiesti per essere cittadino in un mercato del lavoro postfordista. Sono requisiti costosi, perché significano un investimento consistente – in termini di tempo e di denaro – nella cosiddetta formazione. Per accedere al mercato del lavoro occorre essere dotati di un consistente bagaglio formativo, in modo da attestare frequenze da inserire in quei curricula che si allungano in proporzione agli anni di precariato.<br />
Anya Kamenetz è una giornalista di 25 anni del Village Voice ed ha appena pubblicato un libro, Generation Debt, dal sottotitolo “Perché oggi è terribile essere giovani”. L’argomentazione è molto semplice: la stragrande maggioranza dei giovani americani esce dagli studi con tanti debiti sul collo (contratti per pagarsi gli studi) che ne restano condizionati al momento di entrare nel mercato del lavoro, e rendono le condizioni lavorative &#8211; che si deteriorano sempre di più – ancora più dure. Insomma sono già fottuti prima di cominciare. Questa non è ancora la situazione in Europa ma ci stiamo arrivando. La “specifica di cittadinanza” richiesta dal postfordismo ha prodotto un gonfiamento abnorme e mostruoso della cosiddetta “offerta formativa”; centinaia di scuole, di corsi, di master che ci assordano con le loro proposte, sono oggi appannaggio del mercato privato, ma presto sarà la scuola pubblica a presentarsi come un brand, a fare marketing, come stanno già facendo alcune università italiane, che si strappano gli studenti a forza di promesse di corsi brevi o di corsi facili, talune abbassando i prezzi, altre alzandoli in modo da creare nella clientela l’effetto “lusso” (“se costa tanto vuol dire che è buona”). E’ il postfordismo che ha inventato il lifelong learning, quel micidiale meccanismo per il quale il giovane si convince che il suo precariato non dipende da rapporti di forza tra le classi ma dalla sua insufficiente formazione, quindi più rimane disoccupato o sottoccupato e più studia. Non è un caso che le forze maggiormente responsabili della precarizzazione di massa richiedano a gran voce investimenti nella formazione. I Sindacati hanno beneficiato in questi ultimi vent’anni di finanziamenti europei di notevole entità per la formazione, risorse con cui avrebbero potuto essere finanziati ammortizzatori sociali mirati.<br />
Risultato zero. In parallelo a questa frenesia del mercato della formazione si è andata svolgendo l’involuzione del sistema scolastico, mentre l’Università ha continuato ad essere governata e organizzata in base alle esigenze dei docenti e non in base ai bisogni degli studenti. Pertanto il postfordismo o la cosiddetta knowledge economy hanno prodotto la superfetazione di un mercato della formazione pubblica e privata la cui sola funzione ormai è quella di produrre un essere umano che è un precario prima ancora di entrare nel mercato del lavoro e che solo per eufemismo viene chiamato “uomo flessibile”. Il postfordismo in tal modo ha trasformato una condizione lavorativa – che per sua definizione è modificabile in base a un rapporto di forza – in una caratteristica genetica. Il precariato non deve nascere solo al momento dell’incontro con il mercato del lavoro, deve essere costitutivo della mentalità della persona, deve essere inoculato nella persona come percezione del sè.</p>
<h3><strong>L’obsolescenza delle competenze</strong></h3>
<p>Si dovrebbe cominciare a difenderli sin da piccoli i nostri figli da questa macchina infernale che si chiama formazione, tanto più quanto maggiore è il pericolo che crescano “schermodipendenti” (display della tv di casa, del telefonino, del videogioco, del computer). Mai l’autoformazione è stata così importante per aiutarci a vivere e a non restare schiacciati dal mercato della formazione. Mai un sistema di pensiero indipendente, scaturito dalla necessità primordiale di sopravvivere e di non farsi sommergere dalla marea formativa che sale ogni giorno di più, è stato tanto necessario come oggi.<br />
L’ideologia perversa del lifelong learning, la credenza che le competenze accumulate sono sempre insufficienti, come se fossero quelle e non i rapporti tra le classi che impediscono un’occupazione stabile, trovano tuttavia una giustificazione, una base di realtà, nel fatto che effettivamente nel postfordismo l’innovazione tecnologica, soprattutto a livello d’informatica, è rapida e uccide ogni giorno posti di lavoro per obsolescenza. Nel fordismo questi passaggi, per cui interi gruppi professionali venivano messi fuori gioco, non erano così frequenti, tant’è che, ogniqualvolta accadeva, il fatto era riportato con enfasi epica o tragica dai libri di storia (es. l’espulsione dei “camalli” in seguito all’introduzione del container). Oggi è storia quotidiana, è un fenomeno strutturale. Ma proprio per questo richiederebbe interventi mirati, politiche di compensazione specifiche. Oppure una gestione delle risorse destinate alla cosiddetta “riqualificazione” interamente sottratta alle forze che sono le principali responsabili della precarizzazione.</p>
<h3><strong>Cosa significa avere un proprio sistema di pensiero</strong></h3>
<p>Uno dei fattori che ha contribuito a rendere politicamente “forte” il sistema di pensiero operaista agli inizi degli Anni 60 è stato il fatto di aver guardato a fondo nella natura del taylorismo e del fordismo, di averlo studiato nel suo paese di origine, gli Stati Uniti. La cultura italiana ed europea dell’epoca infatti ne sapeva ben poco. Il taylorismo ed il fordismo erano arrivati con dieci, quindici anni di ritardo in Europa, in Paesi come l’Italia e la Germania erano arrivati con i regimi fascisti. La cultura “industriale” del PCI e del PSI di quei tempi aveva idee piuttosto vaghe sul fordismo, era una cultura “produttivista”, completamente condizionata dall’antifascismo, cioè da problematiche di tipo istituzionale. Le durissime condizioni di lavoro nell’industria italiana degli Anni 50 – per i ritmi ossessivi e la disciplina da caserma della fabbrica – venivano ricondotte al riemergere di mentalità fasciste e autoritarie. Il taylorismo veniva guardato come strumento di innalzamento della produttività che ben aveva funzionato in Unione Sovietica. C’era dunque un grande gap culturale tra gli operaisti ed il resto della Sinistra.<br />
Oggi noi viviamo analoga situazione. La cultura industriale italiana – e quindi anche quella della Sinistra, che non si discosta nemmeno di un millimetro da quella di Confindustria – non sa e non vuol sapere quel che veramente è accaduto negli Stati Uniti con la new economy, le dot.com e tutto quell’insieme di iniziative e di avvenimenti che hanno prodotto una vera e propria rivoluzione negli Anni 90, prima e dopo l’avvento del web. Soprattutto non hanno capito che quella rivoluzione ha avuto anche dei connotati anticapitalistici ed è stata condotta all’insegna del rifiuto dei modelli disciplinari e produttivi delle big corporations, in uno spirito libertario, anticonformista, e con un chiaro senso di rivolta contro il sistema della formazione così come viene offerto dalle business schools e dalle big universities. Veniva esaltata l’autoformazione, quella che una volta si chiamava l’autodidattica. I main frame della IBM erano chiamati “i Lager dell’informazione”. E’ da questo spirito che è nato il movimento per l’open source, da qui provengono i gruppi ancora attivi degli “informatici per la democrazia”, che vigilano sui pericoli di privatizzazione del web. Qui si è formata quella nuova classe che i guru del management come Drucker chiamano knowledge workers, sociologi come Florida creative class o economisti e politici come Robert Reich “analisti di simboli”. Hanno sognato un nuovo mondo, un nuovo modo di lavorare, di fare impresa, un diverso modo di definirsi, né blue collar né white collar, tant’è che uno come Andrew Ross, cronista egregio della loro storia, li ha chiamati no-collar. Poi sono stati risucchiati dalla finanza e stritolati dalla crisi del 2000/2001 – ma quale rivoluzione nell’Occidente capitalistico non viene risucchiata e stritolata?<br />
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<h3><strong> Ci siamo stufati di Ken Loach</strong></h3>
<p>E’ dalle vicende di questa web class – passatemi il neologismo – che bisogna ripartire per capire a fondo la natura del postfordismo e la sua capacità di rendere strutturale la condizione di lavoro precaria. Pochi in Italia conoscono questa storia e ancor meno hanno cercato di ragionarci su, per tirarne fuori un pensiero politico. La “Shake” agli inizi degli Anni Novanta lo ha fatto (non è stata la sola), lo hanno fatto quelli che hanno inventato la Mayday, ma i loro ragionamenti non sono diventati patrimonio comune né della Sinistra nè di una parte consistente dei movimenti, i quali continuano ancora ad attardarsi nel celebrare i funerali della classe operaia. Non solo, ma la sconfitta dell’operaio massa (sconfitta relativa peraltro) invece di un monito viene assunta a paradigma politico. I modelli di lavoro del fordismo – in particolare il contratto di lavoro subordinato – invece di essere superati nel diritto e nelle politiche del lavoro, con uno sforzo d’innovazione che vada incontro al precariato e lo riconosca come forma generale, vengono cristallizzati come unici modelli che danno accesso al sistema di tutele. Nei loro stampi vengono ficcati a forza i precari, i parasubordinati, i lavoratori autonomi di seconda generazione, tutto il lavoro postfordista. Belle le storie di lavoro raccontate da Ken Loach, ma inchiodate ancora al mito di una classe operaia che fu, storie di nostalgia che guardano indietro e mai in avanti e ricordano terribilmente quelle del neorealismo italiano: mentre i contadini meridionali diventavano operai di fabbrica e formavano il reparto di punta dell’operaio massa, i registi italiani continuavano a raccontare storie di terre aride e di donne in nero, inzuppate di pathos similgreco e di retorica meridionalista – che mandavano in solluchero l’intellighentsia comunista ed a molti di noi facevano solo toccare ferro.<br />
Per dire che è ora di finirla con questa riproposizione di una storia finita della classe operaia (mostrata guarda caso sempre da “simpatica perdente”) ed è invece urgente focalizzare il lavoro postfordista, le sue problematiche, le sue possibilità di riscatto, è indispensabile trovare nuovi criteri di tutela delle condizioni lavorative che non rientrano nel contratto-tipo del lavoro subordinato, nuovi ammortizzatori sociali, nuovi incentivi – che compaiono, pur timidamente, anche nel programma elettorale di Segolène Royal in Francia. In questo senso si diceva che il revival operaista di oggi può essere un fattore di conservazione e di blocco dell’agire politico.</p>
<h3><strong>Il precariato come il morbillo ovvero c’è di peggio della legge Biagi</strong></h3>
<p>Varrebbe la pena seguire il percorso dell’intellighentsia di Sinistra nell’occultare la natura del lavoro nel postfordismo. La prima percezione che qualcosa stava cambiando la ebbe dieci anni fa quando si accorse che c’era un po’ di occupazione “atipica” o “non standard”, come dicono a Bruxelles. Sociologi di vaglia cominciarono ad occuparsi di strani esseri umani, i co.co.co.. Furono fatte dal sindacato le prime inchieste e saltò fuori che erano più di due milioni in Italia. Il problema del lavoro “atipico” dunque non era marginale, ma coinvolgeva il 10% della forza lavoro. A questo si aggiungevano i lavoratori autonomi di seconda generazione, ma di questi ci si sbarazzò subito dicendo che non erano lavoratori ma “imprese”, “ditte individuali”, e pertanto di competenza di Confindustria. Intanto era giunto al potere Berlusconi e il suo Ministero del Lavoro, con la consulenza iniziale di Marco Biagi, diede una veste istituzionale al lavoro “atipico”, compiendo un primo passo importante nel riconoscimento che il postfordismo stava cambiando il mondo del lavoro e che a partire da questi mutamenti andava costruita una nuova politica del diritto e della contrattualistica. Ma l’astuta talpa dell’intellighentsia di Sinistra continuava a lavorare per ridurre il problema dei lavori “atipici” ad un problema marginale. I due milioni e passa di co.co.co. vennero ridotti a 400.000 da analisi statistiche più attente, che depurarono i dati INPS dalle mancate cancellazioni e scartarono i co.co.co. titolari di pensione o di altre occupazioni.<br />
Al tempo stesso, sempre con statistiche alla mano, fornite dai dati ISTAT della Rilevazione continua delle forze di lavoro, altri valenti sociologi annunciavano al mondo che il lavoro autonomo era in diminuzione (trascurando il fatto cheera in diminuzione quello tradizionale, il lavoro contadino e del piccolo commercio, mentre quello di seconda generazione era in forte ascesa). Così il problema del postfordismo, che abbiamo visto implica una trasformazione molto complessa degli assetti capitalistici, veniva praticamente ridotto a problema marginale e il precariato a problema fisiologico. Si trattava, secondo queste menti eccelse, di un periodo transitorio della vita lavorativa di ognuno di noi (il periodo del “flusso”), destinato rapidamente ad estinguersi e passare poi al periodo dell’occupazione stabile (il periodo dello “stock”) e sicura per tutta la vita. Insomma il precariato come malattia infantile, come il morbillo, la scarlattina. Si giunge così al governo Prodi ed al Ministero Damiano, con il quale ogni traccia di ragionamento sul lavoro postfordista viene azzerata.<br />
L’unica idea di lavoro è quella che corrisponde alla fattispecie del contratto di lavoro a tempo indeterminato; il precario, l’atipico, il non standard sono riconosciuti solo come “figure di passaggio”, fanno parte dell’effimero del mercato del lavoro; scompariranno quando entreranno nella forza lavoro stabile, nello “stock” di forza lavoro. Vengono aumentate le aliquote contributive però. Effimeri come cittadini lavoratori ma non come cittadini contribuenti. In questo quadro, tra l’altro, l’unica azione di governo concreta in favore del precariato non può che essere quella all’interno dell’impiego pubblico, immettendo in ruolo un po’ di lavoratori a tempo determinato dell’Amministrazione pubblica. Sul mercato privato nulla può il governo, a meno di introdurre una nuova legislazione del lavoro. Di fronte a questa sequenza inquietante, a questo rifiuto di voler percorrere strade nuove per fenomeni nuovi – sia nel sistema delle tutele fondamentali che nel sistema degli ammortizzatori sociali – la vituperata “legge 30” rischia di fare bella figura. Anche nella sua versione maroniana infatti, questa legge ha rappresentato un riconoscimento dell’esistenza di una fattispecie lavorativa diversa dal modello standard. A suo modo, forse in maniera maldestra, ha cercato di inserire elementi di tutela, ha legittimato per la prima volta il lavoro postfordista ed il precariato come fenomeno strutturale – non come fenomeno passeggero (un “flusso”), quale vogliono farlo apparire gli attuali uomini di Governo ed i loro consiglieri. La legge Biagi non ha peggiorato la condizione di precarietà, ha cercato di formalizzarla. Il “pacchetto Treu” dei precedenti governi di centro-sinistra, quello sì, aveva dato via libera ai processi di flessibilizzazione selvaggia nel mercato del lavoro. Pertanto aver scelto la “legge Biagi” come obbiettivo di fondo di una lotta contro il precariato sembra la classica riedizione delle imprese di Don Chisciotte contro i mulini a vento.<br />
Bene o male la “legge 30” prende atto che le posizioni di lavoro “atipiche” sono una componente costante, la cultura ministeriale attuale le considera come l’acne giovanile. Ed alle donne (soprattutto) e agli uomini che sono invecchiati a furia di contratti di co.co.co., temporanei, stages, partite Iva e altri espedienti per vivere, sa dire soltanto “pagate troppo poche tasse”!</p>
<h3><strong>I grandi numeri ovvero le misure della Signora Italia</strong></h3>
<p>A leggere ed ascoltare il discorso pubblico si ha la sensazione spesso che il ceto politico non abbia ben presente com’è fatto il Paese, che gli mancano i grandi numeri. Ogni tanto ricordarli vale la pena, soprattutto se vogliamo avere un’idea del lavoro postfordista. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato pari a 7.683.000 persone, lavora in imprese al di sotto dei 10 dipendenti e di queste 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti (dati Istat, ottobre 2006). Se ci aggiungiamo circa 1 milione di persone che lavora in imprese che non superano i 15 dipendenti, abbiamo un esercito di circa 8 milioni e mezzo di persone su un totale di 16 milioni e mezzo che non è tutelato dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Pertanto anche il contratto di lavoro a tempo indeterminato rappresenta un sistema di totale sicurezza del lavoro per meno del 50% della forza lavoro occupata nel settore di mercato (cioè escluso il settore pubblico). Quindi il mercato del lavoro italiano – se escludiamo per ora il settore pubblico e parapubblico – ha già un elevato grado di flessibilità nell’ambito dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Su questo substrato si innesta il precariato vero e proprio.<br />
Ma guardiamolo meglio questo substrato, perché non riusciremo mai a capire la natura del precariato se non abbiamo chiaro il terreno su cui si forma.<br />
Piaccia o non piaccia, il vero “buco nero” di questo substrato è rappresentato da quei 6 milioni e passa di persone che lavorano in imprese il cui numero medio di dipendenti non arriva nemmeno a tre. Perché è un “buco nero”? Per due ragioni di fondo. La prima è che un organismo che ha meno di tre dipendenti non può essere chiamato “impresa”. Anche chi ha letto solo un Bigini di economia sa che l’impresa è un’istituzione costituita da tre figure o ruoli sociali distinti: il capitale, il management e la forza lavoro. Nelle imprese familiari capitale e management s’identificano. Una struttura composta da nemmeno tre persone viene chiamata “impresa” solo per ragioni ideologiche, cioè per voler inquadrare nella borghesia capitalistica quello che è invece il variegato universo del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione, fenomeno antico ma esploso proprio in coincidenza del diffondersi di rapporti postfordisti. Quei 6 milioni 179 mila sono infatti rappresentati in parte dalle cosiddette “ditte individuali” (altro termine assurdo e mistificatorio) ed in parte da lavoratori autonomi che hanno uno o due (virgola sette) dipendenti – assunti spesso con contratti di lavoro a tempo indeterminato. La seconda ragione di fondo per cui questo è il vero “buco nero”, è rappresentata dal fatto che questo universo e quello immediatamente continguo, cioé l’universo delle imprese al di sotto dei 10 dipendenti, è quello che crea la maggiore domanda di lavoro, è quello che tiene alta la dinamica occupazionale. Le imprese medio-grandi infatti, in particolare quelle 2010 imprese che formano il nocciolo duro del capitalismo italiano analizzate nella ricerca di Mediobanca del 2006 – ricerca che chiunque voglia farsi un’idea veritiera del sistema capitalistico italiano dovrebbe sapere a memoria – nel decennio 1996/2005 hanno ridotto ininterrottamente gli occupati.<br />
Ma non basta. In Italia, dopo che i sindacati hanno firmato lo sciagurato accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e privati sono rimasti quasi fermi, circostanza che non si è verificata in nessun altro Paese dell’Unione Europea. Malgrado questo blocco dei salari, le imprese hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare, a restringere sempre più l’area del core manpower ed a ingrossare l’area della microimpresa o del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione. Il blocco dei salari avrebbe dovuto indurre le imprese a ingrandirsi, ad assumere più gente “in pianta stabile”, a investire in ricerca e innovazione. Invece è avvenuto il contrario: sempre più frammentati, sempre più piccoli, sempre più fragili, sempre più low tech. I corifei di Confindustria chiamano questa roba “capitalismo molecolare”. Ma piantatela! Questi sono milioni di persone che lavorano in condizioni precapitalistiche, che non hanno mai avuto un soldo in prestito da una banca mentre l’azienda che fino all’altroieri è stata di Tronchetti Provera ha 43 miliardi di euro di debiti con le banche (86 mila miliardi di vecchie lire!) ed a tutti – tranne Beppe Grillo, grazie al cielo – sembra normale.<br />
Sono milioni di persone che non hanno mai goduto dei benefici e dei sussidi previsti per le imprese – sono cosiddette “microimprese” prive di capitali e di sussidi (la Cassa Integrazione è un sussidio per l’impresa), che vivono del loro solo capitale umano, cioè del know how e delle risorse d’iniziativa delle persone che ci lavorano. E’ qui che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi.<br />
Malgrado questa posizione di assoluta inferiorità nel mercato, è questo universo che traina l’occupazione in Italia. Le imprese che accumulano profitti in misura mai toccata nella storia – è sempre la ricerca Mediobanca a documentarlo – danno un contributo modestissimo all’occupazione o addirittura contribuiscono a ridurla. Il capitalismo in Italia va proprio storto, la conformazione capitalistica italiana è un’anomalia. Ma chi ne fa le spese? Il capitale umano naturalmente, le competenze, le conoscenze. Lo scorso novembre, parlando agli studenti dell’Università di Roma, il Governatore della Banca d’Italia ha dichiarato: “Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’OCSE. Questo fenomeno è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il Paese vive. (….) Vi si è aggiunto però un deterioramento delle condizioni di efficienza complessiva del sistema economico. Lo sintetizza la recente riduzione del livello di produttività totale dei fattori, caso unico tra i paesi industriali“(la sottolineatura è mia).<br />
La produttività del lavoro, com’è noto, cresce nella misura in cui il capitale umano, cioè l’intelligenza e la competenza delle persone, il loro sforzo fisico, l’erogazione di energia lavorativa umana, si combinano con il capitale fisso rappresentato da tecnologie, macchinari, sistemi organizzativi, infrastrutture di rete materiali e immateriali ecc.. Il sistema capitalistico italiano o lascia completamente abbandonato a se stesso il capitale umano, addossando sulle sue spalle gli interi costi di riproduzione e privandolo di capitale fisso (appunto l’universo delle cosiddette “microimprese” – che io preferisco chiamare l’universo del lavoro autonomo con un minimo grado di organizzazione) oppure concentra le risorse finanziarie in imprese che impiegano poco capitale umano, nelle imprese cioè dei settori a bassa tecnologia, che sono caratteristici della specializzazione produttiva del Paese e di gran parte dei cosiddetti, esageratamente esaltati, “distretti industriali”. Ma non basta. Il sistema capitalistico italiano non solo è un sistema low tech ma è un sistema nel quale la rendita prevale sul profitto. Le grandi imprese italiane non sono quelle dei settori competitivi del mercato mondiale, “maturi” o meno che siano – auto, chimica, elettronica, editoria ecc. – ma quelle che godono di posizioni di monopolio, di posizioni di rendita (ENI, ENEL, Telecom, Autostrade, banche, assicurazioni ecc.), sono imprese in qualche modo “protette”. E se ci sono imprese in grado di competere a livello internazionale in settori avanzati, è più probabile che siano pubbliche, come Finmeccanica (armi) o Fincantieri (navi da crociera) che private.</p>
<h3><strong>Il deterioramento della qualità del lavoro dipendente</strong></h3>
<p>Ecco il disastroso risultato delle privatizzazioni degli anni Novanta, che hanno consegnato monopoli pubblici nelle mani di privati (hanno avuto la faccia tosta di chiamarli “capitani coraggiosi” – gente che non ha rischiato una lira di suo, che si è trovata padrona di imperi senza avere tirato fuori il becco di un quattrino). Ecco la penosa situazione creata dall’aver legato le mani dietro la schiena al lavoro con lo sciagurato accordo del 1993. Dicevano, negli Anni Ottanta, che non potevano investire perché il costo del lavoro era troppo alto, perché c’era troppa rigidità nel mercato del lavoro. Dicevano che le imprese non potevano crescere. Hanno avuto la flessibilità in misura superiore a qualunque altro Paese europeo, il blocco dei salari, la morte della conflittualità.<br />
E hanno portato il Paese nelle condizioni in cui si trova, un Paese dove lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi è il più grande dell’Unione Europea, cioè un Paese dove l’ingiustizia sociale regna e dove quelli che stanno peggio sono proprio i giovani, in particolare quelli che investono in formazione, quelli che lavorano in proprio, che cercano di cavarsela, dopo aver aspettato per anni un’occupazione adeguata alla loro formazione. Il prezzo più alto lo paga il capitale umano, lo pagano le competenze, lo paga il merito, lo paga l’intelligenza. Hanno creato un sistema che odia l’intelligenza, la teme, e fa di tutto per mortificarla, umiliarla, ricattarla (basta vedere come sono scritti i giornali). Knowledge economy! Chissà quando i giovani italiani si renderanno conto pienamente che per il loro capitale umano non c’è mercato, che conoscenze e competenze vengono misurate solo in rapporto al costo, che si trova lavoro solo per raccomandazioni, che la qualità dei posti di lavoro – esattamente come negli Stati Uniti descritti da Anya Kamenetz e per usare le sue parole – “si deteriora ogni giorno di più”.<br />
Ci si aspetterebbe che coloro i quali condividono con il capitale la responsabilità di questa situazione, formulino un accenno di autocritica. Macché, salgono in cattedra e si atteggiano a difensori del precariato! Loro che non sono riusciti a difendere il lavoro dipendente!<br />
E qui nasce il grottesco della situazione cui assistiamo in questi mesi. Da parte di spezzoni del sindacato e da parte di ex sindacalisti diventati Ministri si continua a promettere il superamento del precariato attraverso l’inserimento nel sistema del lavoro dipendente, del contratto di lavoro a tempo indeterminato. Questo atteggiamento produce una pesante mistificazione, perché il fenomeno più grave e dilatato del nostro tempo non è il precariato (o non è solo il precariato) ma il deterioramento della qualità del lavoro dipendente, in termini di retribuzione, in termini di dinamiche di carriera, in termini di rapporti col sistema gerarchico/disciplinare dell’impresa, anche in termini di rapporti tra colleghi, in termini di stress, di lunghezza delle giornate lavorative, in termini di sicurezza del posto di lavoro, in termini di riconoscimento del merito e così via. Lo si coglie, questo deterioramento, in tutta la letteratura che tratta gli aspetti della vita aziendale, in particolare nel settore di quelli che una volta venivano chiamati quadri intermedi, cioè nei settori a contenuto di conoscenza ed a forte impegno relazionale. In Italia tra il reddito annuo netto di un lavoratore dipendente a tempo indeterminato e quello di un lavoratore precario ci sono solo 250 euro al mese di differenza a favore del primo! Ed è proprio il deterioramento della qualità del lavoro dipendente che spinge molti giovani a scegliere il lavoro autonomo. E qui nasce l’altra mistificazione. Per questi signori il lavoro autonomo è un “finto” lavoro autonomo, è un lavoro dipendente mascherato. I contratti di lavoro “atipici” sarebbero posizioni di lavoro dipendente che si tratterebbe di far “emergere”, per inserirli nella cittadella del contratto di lavoro a tempo indeterminato.<br />
Questa sarebbe la formula magica con cui sconfiggere il precariato. E cantano vittoria quando riescono a far assumere a tempo indeterminato i lavoratori di un call center. Invece le posizioni di lavoro “atipiche”, come le chiamano loro, occasionali, indipendenti, sono spesso, anzi sempre più, posizioni di autotutela nei confronti della miseria del lavoro dipendente, dei suoi salari da fame e delle sue condizioni ambientali che si deteriorano sempre più, oltre che rivendicazioni di autonomia e di indipendenza. Pertanto l’intero impianto concettuale e culturale delle politiche del lavoro e delle politiche giovanili del Governo Prodi si fonda su una sequenza impressionante di mistificazioni, azzerando in ultima analisi vent’anni di riflessione sul postfordismo e le sue caratteristiche.</p>
<h3><strong>Non aver paura di identificarsi con la middle class</strong></h3>
<p>Non si capisce perché tanti spezzoni di movimento che intendono rappresentare le istanze del precariato debbono travestirsi da proletariato e identificarsi con gli immigrati extracomunitari, continuando ad usare le più consunte simbologie e i più stucchevoli immaginari della tradizione del socialismo ottocentesco. Non si capisce perché si debba sopportare questo micidiale cocktail di pauperismo lamentoso e di pietismo cristiano, che ha cancellato ogni traccia di marxismo. Il fenomeno centrale di questa fase dell’epoca postfordista o della “nuova economia” è la crisi della middle class nei paesi occidentali. Secondo Robert Reich, l’ex ministro del lavoro di Clinton, è dai tempi della Grande Depressione, dal 1929, che la classe media americana non sta così male. Non sono gli strati marginali della società a scricchiolare, è la componente centrale a perdere colpi, a non vedere un futuro, a non riuscire a ritagliarsi una fetta della torta. Poiché la struttura della forza lavoro in Italia e nell’Europa occidentale non è molto diversa da quella degli Stati Uniti, questo è il problema di fondo oggi. Che cosa sanno dire i nostri eroi del centro-sinistra a questo proposito? Che bisogna “saper conquistare i voti della borghesia moderata”. Sono ancora fermi lì da trent’anni, anzi da cinquanta. Da mezzo secolo non si sono più chiesti se quell’aggregato che chiamano “borghesia moderata” è cambiato oppure no. E poiché il postfordismo ha inciso più pesantemente sulla natura e la composizione della middle class che su quella della classe operaia, i nostri eroi non hanno la più pallida idea di cosa sia il postfordismo. Welcome to the middle class poverty è lo slogan che il sindacato dei freelance di New York (40.000 iscritti) ha scritto sui volantini diffusi a migliaia nella metropolitana. Magari se si fosse indagato un po’ più a fondo sul disagio della middle classs si sarebbe capito meglio il berlusconismo, ma l’”analisi di classe”, si sa, non è più praticata da un ceto politico che sa ragionare solo in termini di clientelismo e lascia in pegno il cervello a viale dell’Astronomia. Il precariato come fenomeno di massa di una forza lavoro dotata di competenze e conoscenze, che ha pesantemente investito in formazione, di una forza lavoro dotata di skills acquisiti in decine di esperienze lavorative, lungo un percorso di lavori instabili, occasionali, ma di alto contenuto professionale, inframmezzati da lavori di merda – questo precariato è un fenomeno di middle class, interessa cittadini di società opulente. Che bisogno c’è di travestirsi da proletari e di portarsi dietro tutta la zavorra culturale della Seconda, della Terza, della Quarta Internazionale? Quanto tempo deve ancora durare il coma irreversibile del comunismo? Non è ora di fare come Welby invece di rifondarlo? Che bisogno c’è di travestirsi da proletari quando comunque si sarà costretti, laureati o no, a cercar lavoro in giro per il mondo, come lo hanno fatto milioni di contadini semianalfabeti dei primi del Novecento?</p>
<h3><strong>Quanti sono i precari in Italia?</strong></h3>
<p>Sembra che non debba ripetersi la telenovela delle statistiche sui co.co.co.. Gli studiosi del mercato del lavoro dimostrano maggiore prudenza nel quantificare l’area del precariato, sanno di toccare un problema sensibile e non se la cavano concludendo che il problema è marginale, denunciano che i dati sono scarsi e ammettono che l’oggetto dell’osservazione è complesso. Vuol dire che, in dieci anni, il lavoro postfordista si è guadagnato un po’ di attenzione. Ma veniamo ai risultati, come emergono da un articolo pubblicato sul sito www.lavoce.info il 21 marzo 2007. I precari in Italia sarebbero 3.757.000 pari al 12,2% dell’occupazione totale, “mentre tra coloro che non hanno più un lavoro, ma sono in cerca di una nuova occupazione o sarebbero immediatamente disponibili a lavorare, i precari sono il 36,3%”. Secondo la stessa fonte, il reddito annuo netto di un lavoratore a termine sarebbe in media di 12.438 euro, di un co.co.pro. sarebbe di 10.191 euro, di un lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato di 15.342 euro e di un autonomo (non meglio specificato) di 23.277 euro. E’ stato giustamente fatto osservare che da questo computo mancano due tipologie abbastanza diffuse: il lavoratore a tempo indeterminato senza contratto scritto (la legge non ne prevede l’obbligatorietà), che di fatto rientra nel “lavoro nero”, e i soci di cooperative che lavorano per enti pubblici, retribuiti solo quando la cooperativa li chiama.<br />
Quanti siano i lavoratori appartenenti a queste due tipologie non lo sappiamo, ma nel giorno in cui il Ministero ha voluto celebrare l’Emersion Day si è parlato di 3 milioni e mezzo di lavoratori in nero o irregolari in Italia.<br />
Questi dati, per quanto affidabili e frutto di ricerche scrupolose, non ci restituiscono mai “il clima sociale” di un fenomeno come il precariato, né tantomeno la carica pesante di soggettività che ne viene coinvolta. Di questi aspetti le ricerche universitarie non parlano, sciorinano freddi numeri, dietro i quali si fa fatica a vedere il volto ed a sentire la voce delle persone. Per cui occorre essere attenti a quelle pochissime, purtroppo, indagini, che scaturiscono dalla volontà di lavoratori di vederci chiaro nel loro mondo e di dirlo con le proprie parole, ponendosi le domande giuste, magari facendosi aiutare da qualche esperto solidale con loro, adottando il metodo che l’”operaismo” chiamava della conricerca. Prendiamone una recente, la ricerca fatta dai lavoratori di un grande gruppo editoriale, il gruppo RCS (quotidiani, riviste, libri, video ecc.), un settore tipico delle trasformazioni della new economy, un settore strategico come quello dell’informazione, un settore che viene iscritto nella sfera della creative class. La ricerca ha riguardato solo la sezione “periodici”, in pratica il lavoro giornalistico (che tanti sogni e immaginari ancora suscita nei giovani). In cinque anni (dal 2001 al 2006) sul totale dei lavoratori, quelli dipendenti sono scesi dal 23,3% al 7,9%; i lavoratori parasubordinati (co.co.pro. e altri) sono scesi dal 20,9% all’11,1% ed i lavoratori autonomi – i freelance veri e propri – sono cresciuti dal 55,8% all’81% del totale. Per quanto riguarda i livelli di reddito dei freelance, il 40% guadagna meno di 1.200 euro lordi al mese ed il 18% meno di 600 euro lordi, ma c’è anche un 30% che guadagna più di 2.500 euro al mese lordi. La maggioranza degli intervistati, uomini e donne, preferisce la condizione di lavoratore autonomo a quella di lavoratore dipendente. Un quadro analogo, ancora più vivo, in quanto fondato solo su testimonianze ed autobiografie, esce dal volumetto curato dai soci di un’Associazione di lavoratori autonomi, ACTA, che si può scaricare dal loro sito www.actainrete.it. Ma se dovessimo fare un inventario dei siti e dei blog in cui i lavoratori di oggi parlano della loro condizione, esprimono la loro esasperazione, la loro delusione, la loro incazzatura, non ci basterebbero altrettante pagine. Chissà se i nostri Ministri ed i nostri sindacalisti gettano ogni tanto un’occhiata su questo materiale?</p>
<p>Purtroppo da queste voci esce quasi sempre un senso di impotenza, poche le proposte d’iniziativa, come se si fosse persa la cultura dell’azione dal basso. Anche questo fa parte del mutamento genetico. Qualcuno dice che la middle class non è per sua natura capace di organizzarsi sindacalmente. Invece il postfordismo anche qui porta dei cambiamenti. Dieci anni fa a New York un’avvocatessa, nipote di dirigenti sindacali degli anni 30, mette in piedi un’organizzazione “Lavorare oggi”, anzi, un sito (www.workingtoday.org), che poi diventa veicolo d’organizzazione. Si rivolge al precariato dei freelance, a quella che abbiamo chiamato la web class, ai mille mestieri di una metropoli moderna, esercitati da gente che ha professionalità o semplicemente necessità di sopravvivere. Nasce così un grande sindacato, la Freelancers Union, che pone una serie di rivendicazioni: assistenza malattia, pensione di vecchiaia, fiscalità meno pesante, misure contro i committenti che non pagano. Oggi, coi suoi 40.000 iscritti, è una delle lobby che condizionano il governo della Grande Mela. La città di New York ha fatto una ricerca, per capire quanti sono questi “liberi professionisti”, in gran parte ascritti alla creative class, ed ha scoperto che rappresentano il 30% della forza lavoro e l’80% dei nuovi posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni. Alla metà di aprile di quest’anno il Consiglio Comunale di New York si è riunito per ascoltarli e loro hanno esposto i loro problemi. Trattano da posizione di forza con banche e assicurazioni la loro previdenza privata. Hanno iniziato a tutelarsi, si ricollegano alla tradizione del movimento operaio ma lavorano con stile e metodi del tutto “postfordisti”, soprattutto col web. E ciò avviene in un Paese dove il tasso di sindacalizzazione nell’industria è del 7%. Cosa succede invece nella nostra gloriosa Seconda Repubblica? Andiamo a cercare col lanternino presso i co.co.pro. e le partite Iva “gli indizi di subordinazione”, ci rompiamo la testa – anzi se la rompono i professori universitari che questi mestieri in genere non esercitano &#8211; per capire chi è un vero autonomo e chi un finto dipendente. Pare addirittura che per saperlo il povero cittadino/lavoratore oggetto dell’indagine deve dare risposta a sei domande, cinque delle quali sono state formulate “in base all’analisi delle sentenze di trasformazione di contratti di lavoro autonomo in lavoro dipendente desunti dai verbali del giudice del lavoro del tribunale di Torino” come ci dicono i valenti ricercatori de lavoce.info. Se alla fine risulta che uno è un finto autonomo ha diritto alla pensione e alle tutele sindacali, altrimenti, se è un autonomo “vero”, non ne ha diritto. E se uno è autonomo al 30%? Su queste baggianate si costruiscono le politiche del lavoro. San Precario, Beppe Grillo, aiutateci voi!</p>
<h3><strong>Definirsi classe, non generazione</strong></h3>
<p>“Génération précaire”, “Generation Debt”, “generazione milleuro” – in tutti i Paesi c’è sempre il termine “generazione” che viene usato per caratterizzare la condizione del lavoro di oggi. In questo modo però se da un lato si sottolinea che sono soprattutto i giovani a subire le conseguenze del sistema postfordista, s’insinua d’altro lato la falsa idea che questo sia un problema soltanto giovanile. Invece c’è gente che è invecchiata ormai a furia di lavorare in posizioni “non standard”. Non è un problema giovanile &#8211; è un problema che riguarda la nuova classe prodotta dal fordismo e dalla new economy, la nuova umanità del web e della globalizzazione. Per questo abbiamo buttato lì il termine web class e chissà che non funzioni. Ma abbiamo detto web class perché ci vediamo dentro un elemento positivo, un potenziale di organizzazione, di autotutela e quindi di soggettività politica. Web come “costruzione di una rete”, come strumento potente di comunicazione, come Babele di lingue dove però alla fine impariamo a riconoscere i nostri simili, dove possiamo stabilire codici d’identificazione e parlare in tempo reale e reagire alla quotidianità incessante delle cazzate che vengono pronunciate sul nostro conto. Come strumento silenzioso per preparare il momento in cui bisogna fare rumore per farsi ascoltare (e gli impianti a tutto volume della Mayday montati sui bestioni sono un’azzeccata metafora di questa necessità).<br />
Web class come cooperazione tra intelligenze, competenze, skills, come costruzione di un sistema di pensiero, sofisticato ma chiaro, intelleggibile a tutti, fatto di poche idee centrali, schematiche, tagliate con l’accetta – dove la parte più complessa e difficile, forse la vera battaglia da condurre, è quella sulla gestione della memoria, sulla scelta degli immaginari che ci trasmette la storia del lavoro che ha saputo autotutelarsi, la storia del movimento operaio.<br />
Una memoria che può essere il fardello più pesante che ci impedisce di andare avanti oppure lo spunto di idee, di iniziative, l’incoraggiamento a tentare. E’ chiaro che la web class così delineata è una piccola minoranza della forza lavoro complessiva, se noi guardiamo ai processi di globalizzazione. E’ chiaro che alla crisi della middle class occidentale corrisponde un’ascesa della borghesia media nei Paesi emergenti. Ma noi siamo in Italia, la nostra sopravvivenza si gioca qui, in mezzo a questa miseria politica e civile che ci sommerge da ogni parte e da cui dobbiamo cercare di liberarci poco a poco. In tutta la storia del movimento operaio è sempre stata una minoranza di classe che ha preso l’iniziativa. Le prime società operaie furono costituite dai tipografi, perché erano quelli che sapevano leggere, ma rappresentavano meno dell’1% della forza lavoro. L’operaio massa degli Anni 60 era una minoranza anche dentro il settore industriale, a parte il terziario e l’agricoltura. Non solo erano minoranze ma anche relativamente privilegiate. Può rischiare lo scontro chi ha un minimo di margini, di risorse. Gli sfigati totali con Berlusconi. Bisogna riportare il lavoro al primo posto dell’agenda politica, prima dei Dico, dei Pacs, delle pari opportunità, di Zapatero, della striscia di Gaza, delle grandi infrastrutture, dell’equilibrio di bilancio, del Partito Democratico, prima di quella marea di argomenti che sembrano sempre più importanti del lavoro.<br />
Bisogna cominciare a mettere il lavoro al primo posto nella negoziazione con gli enti locali. E’ una battaglia che potrebbe raddrizzare il Paese, visto come lo hanno ridotto, è una battaglia per la valorizzazione del capitale umano. Ma “l’interesse generale”, come sappiamo, è scomparso dalla cultura politica da tempo e alla web class conviene accentuare in questa fase la sua visione “di parte”, guardare solo alla propria condizione e da lì trarre le conseguenze per agire.</p>
<p><em>Sergio Bologna, docente di Storia del movimento operaio dal ‘66 all’83, ha partecipato a Classe operaia e ai Quaderni Piacentini dal 1963 al 1980. Fondatore e direttore della rivista Primo Maggio, attualmente collabora con la Fondazione di storia sociale del ventesimo secolo di Amburgo. E&#8217; autore, tra gli altri, di “Nazismo e classe operaia 1933-1993″, Manifestolibri 1996; e curatore di “Il lavoro autonomo di seconda generazione” (con A. Fumagalli), Feltrinelli 1997.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/22/la-classe-non-e-acqua/">La Classe non è Acqua!</a></p>
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		<title>Un&#8217;orchestra che muore</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Nov 2007 00:54:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Con una tempistica quasi violenta, il 15 ottobre, all’indomani della costituzione del Partito Democratico e appena prima del concerto inaugurale della Festa del Cinema, nel momento in cui insomma agli italiani tutti veniva infusa una dose massiva di speranza solida in un futuro di progetto, innovazione, stabilità, ai musicisti di una delle due orchestre stabili (<em>sic</em>) dell’Auditorium Parco della Musica – l’Orchestra di Roma e del Lazio, la sorella minore di quella di Santa Cecilia – veniva recapitata una comunicazione semplice e drastica: la stagione concertistica autunnale è stata soppressa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/01/unorchestra-che-muore/">Un&#8217;orchestra che muore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Con una tempistica quasi violenta, il 15 ottobre, all’indomani della costituzione del Partito Democratico e appena prima del concerto inaugurale della Festa del Cinema, nel momento in cui insomma agli italiani tutti veniva infusa una dose massiva di speranza solida in un futuro di progetto, innovazione, stabilità, ai musicisti di una delle due orchestre stabili (<em>sic</em>) dell’Auditorium Parco della Musica – l’Orchestra di Roma e del Lazio, la sorella minore di quella di Santa Cecilia – veniva recapitata una comunicazione semplice e drastica: la stagione concertistica autunnale è stata soppressa. <span id="more-4716"></span>Niente concerti almeno fino a gennaio. Per cui tre mesi di stipendio in meno. Per cui per i 37 musicisti (di cui 7 part-time), che già negli ultimi anni hanno accettato di non avere un direttore fisso, di arrangiarsi con una pianta organica fluttuante, di avere una stagione (e quindi una retribuzione) ridotta a nove mesi di attività, ora si ritrovano a essere a spasso per più di sei mesi dell’anno. Di fatto, la morte di un’orchestra.<br />
La questione è strettamente locale, c’era un accordo del 31 marzo 2007 tra la Fondazione “Ottavio Ziino” che gestisce l’orchestra e le controparti istituzionali – il Comune e la Regione che a vario titolo l’hanno finanziata negli anni passati. Quest’accordo viene disatteso, non si sa perché, e i sindacati con fatica si stanno mobilitando. Ma il caso, come si intuisce facilmente, è anche fortemente esemplare. L’orchestra di Roma e del Lazio è un complesso che lavora, da anni, nell’ombra. Chi di voi ne ha mai sentito parlare? Rispetto alla giustamente acclamata Santa Cecilia, che ha raggiunto – anche grazie allo spendersi personale del direttore Antonio Pappano – un riconoscimento indiscutibile, un’autorevolezza di livello internazionale, la realtà di questa <em>seconda</em> orchestra è molto più quotidiana. Il che significa: un concerto nella Sala Sinopoli ogni settimana a prezzi bassi (da 5 a 10 euro), spettacoli nelle scuole, piccoli tour soprattutto durante l’estate in tutta la regione Lazio, da Sermoneta a Sesso Aurunca a Sora. Il pubblico che è riuscito a intercettare (non poco: un migliaio di persone nei concerti dell’Auditorium) è quello degli studenti, delle famiglie, dei giovani, degli anziani, di chi vive in paesi di provincia, di chi in genere ha un accesso limitato all’ascolto della musica classica. Perché allora quest’orchestra viene lasciata morire? Perché non si decide di investire anche su quest’orchestra con soldi pubblici e non soltanto su quella di Santa Cecilia?<br />
Capire cosa vuol dire la precarietà dei lavoratori della cultura significa comprendere l’emblematicità di questo caso. Partendo da una domanda banale: se l’attività di un’orchestra viene circoscritta a cinque e mesi e mezzo l’anno, di quale progetto, di quale specificità la si potrà investire? Se lo stipendio annuale di un orchestrale sarà di settemila, ottomila euro l’anno, come lo si potrà considerare un professionista? Con che animo potrà studiare il suo strumento se non una specie di passione suicida?<br />
È la stessa domanda che ognuno può tradurre nel suo contesto: se un assegnista all’università viene pagato per due moduli didattici di due mesi e mezzo l’uno un quattromila euro in tutto, che tipo di ricerca potrà sostenere? Quale sarà la qualità del suo aggiornamento, dei suoi studi? Deciderà di restare all’università, e a quale prezzo? Oppure: se un collaboratore artistico di qualche festival viene chiamato a far parte dell’organizzazione per i due, tre mesi necessari all’allestimento e poi si vedrà l’anno prossimo, ci sarà mai la possibilità di creare un laboratorio permanente, un contesto di formazione, di trasmissione dei saperi, di ricambio generazionale?<br />
Così, sarebbe bello pensare che questa battaglia non fosse soltanto una questione di piccole e giuste rivendicazioni sindacali. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/01/unorchestra-che-muore/">Un&#8217;orchestra che muore</a></p>
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		<title>La sùrroga</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Sep 2007 07:16:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[andrea capocci]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Capocci </strong></p>
<p>Sette anni fa partecipai con successo all&#8217;ultimo concorso pubblico per diventare insegnante di fisica nelle scuole superiori del Lazio. Poi il concorso per l&#8217;insegnamento fu sostituito dalle famigerate scuole S.S.I.S. Sette anni fa, però, vivevo all&#8217;estero e dedicai poca attenzione a quel concorso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/13/la-surroga/">La sùrroga</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Capocci </strong></p>
<p>Sette anni fa partecipai con successo all&#8217;ultimo concorso pubblico per diventare insegnante di fisica nelle scuole superiori del Lazio. Poi il concorso per l&#8217;insegnamento fu sostituito dalle famigerate scuole S.S.I.S. Sette anni fa, però, vivevo all&#8217;estero e dedicai poca attenzione a quel concorso. Inviai con mesi di ritardo i documenti richiesti e al Ministero della Pubblica Istruzione non risulta tuttora che io sia laureato. Anche il Ministero dedicò scarsa attenzione a me, tanto è vero che l&#8217;unica comunicazione ricevuta in questi sette anni risale a un mese fa: un telegramma mi convocava a Latina per l&#8217;&#8221;eventuale nomina in ruolo&#8221;. Credevo che il ministero mi avesse cancellato dalle liste e invece mi offriva un &#8220;eventuale lavoro&#8221;. Perciò, in una torrida alba di fine agosto di quest&#8217;anno, esco di casa e vado a Latina. <span id="more-4438"></span></p>
<p>L&#8217;appuntamento è nell&#8217;aula magna di un Istituto Tecnico di periferia. Siamo stati convocati in tanti, ci saranno trecento persone oltre a me: vincitori di concorso e &#8220;precari storici&#8221;, cioè supplenti di matematica, filosofia, educazione fisica o altro che hanno acquisito il diritto al contratto a tempo indeterminato. Il colpo d&#8217;occhio ricorda quegli esami universitari affollatissimi, tipo &#8220;Diritto Privato&#8221;: una commissione seduta in cattedra e centinaia di persone di fronte in attesa di essere chiamate. Laterale, c&#8217;è un terzo incomodo: il tavolo sindacale. Vi siedono i rappresentanti di sigle grandi e piccole, confederali e autonome, che dovrebbero assistere, informare e difendere i lavoratori presenti e futuri. Sono abbronzatissimi e incompetentissimi; ricordano le cartomanti di piazza Navona, ma non sono altrettanto attendibili. Una della CGIL, per esempio, vuole convincermi che io sia un precario storico nonostante abbia vinto un concorso e non abbia insegnato nemmeno un&#8217;ora in vita mia.</p>
<p>Ma non sono gli unici disorientati: le informazioni affidabili sono rare e indecifrabili. Se uno si trova sulla &#8220;graduatoria permanente provvisoria&#8221; è messo bene o male? E perché la graduatoria &#8220;a esaurimento&#8221; non contiene i precari &#8220;in esaurimento&#8221;, cioè i vincitori degli ultimi concorsi? Scopro anche l&#8217;esistenza della &#8220;sùrroga&#8221;, il Limbo di quelli che verranno chiamati solo se ci saranno abbastanza rinunce. A differenza del collega religioso, la sùrroga gode di ottima salute.</p>
<p>I precari storici, abituati alla giungla delle supplenze, si muovono meglio e sono ben equipaggiati: stradario del Lazio, elenco delle stazioni ferroviarie, orari delle corriere, liste delle scuole della regione. La maggior parte dei candidati vive a Roma ma sa che i primi anni di insegnamento si svolgono quasi sempre in trasferta. Se c&#8217;è una cattedra a Monterotondo, è bene sapere che ci arriva il treno ma è sempre in ritardo. Un gruppo di matematici si scambia consigli: &#8220;L&#8217;ITIS di Vetralla? Lascia perdere, la strada è tutta curve&#8221;. Sembra un convegno di cartografi.</p>
<p>Alle undici, con due ore di ritardo, dalla presidenza iniziano le chiamate in ordine decrescente di punteggio. Il candidato, o la candidata, si avvicina alla commissione e prende visione delle cattedre disponibili nel Lazio. Cerca sullo stradario e confronta le distanze e i tempi di percorrenza. Si consulta al cellulare con moglie, marito, figli, amici. Sulle spalle, il fiato degli altri in attesa. Possono volerci anche 15-20 minuti a persona ma nessuno protesta. Lì si decide se negli anni a venire si insegnerà in un liceo di Viterbo o in un ITIS di Sabaudia, duecento chilometri più a sud, e tutti, candidati e commissari, rispettano la solennità del momento senza fare pressioni: al massimo, dopo scelte particolarmente travagliate, scatta un applauso di sollievo e gentile ironia. A questo ritmo la procedura dura fino a tarda sera.</p>
<p>Una cerimonia di investitura così si svolge solo in Italia e nel socialismo reale, penso. Richiede un giorno di ferie, molta pazienza, parecchia benzina. Il PIL ne risente. Ma io ne sono affascinato. Sicuramente i concorsi sono truccati e le procedure irregolari, ma quando si arriva a questo stadio le pastette sono già state fatte. Qui si è praticamente tutti uguali, distinti solo dal punteggio in un concorso.</p>
<p>Si capisce che chi ha disegnato tutto ciò, oltre alla burocrazia sovietica, aveva in mente anche i Lumi. Certo, è un&#8217;égalité che spersonalizza. Perché qui si parla poco di sé ma ognuno è una storia di aspirazioni e frustrazioni che meriterebbe di essere raccontata. Federica, aspirante insegnante in Filosofia, ha preso un dottorato in Germania e poi si è sbagliata ed è tornata in Italia. Valeria è qui solo per curiosità: sta per diventare ricercatrice e non lascerà certo adesso il CNR per insegnare (però, alla fine, non rinuncerà alla cattedra e chiederà l&#8217;aspettativa). Gaspare, con la barba, mi passa un bigliettino con l&#8217;e-mail di un comitato di insegnanti precari, &#8220;a cui i sindacati non pensano mai&#8221;. Ma guarda un po&#8217;. Sa tutto, ha le graduatorie sul portatile e mi rivela che probabilmente sono troppo indietro in classifica per essere scelto. Lo ringrazio, altro che il tavolo sindacale. Filippo, invece, sogna una cattedra a Sezze. E&#8217; ciociaro, fisico come me, per anni ha disegnato tettoie al computer ma da un po&#8217; ha cominciato ad insegnare e gli piace assai. Non ci vedevamo dal concorso del 2000 e ancora si ricorda che vivevo in Svizzera più altri dettagli del mio passato ormai ignoti anche a me. Siamo tutti rivali e nessuno sgomita, litiga, si scontra. Se fossimo in fila allo stadio, in discoteca o al casello ci tireremmo il crick. Qui ciascuno è troppo concentrato su di sé a far calcoli complicati sul passato (quanto tempo, benzina, soldi, sogni, voce ho lasciato per strada?) per estrapolare scenari futuri. Litigare sarebbe un&#8217;infantile distrazione. Arriva il turno delle nomine per Fisica, la mia disciplina. Sono in &#8220;surroga&#8221;, è ufficiale. Dunque non devo scegliere se trasferirmi ad Aprilia o a Civitavecchia. Continuerò a fare il precario all&#8217;università.</p>
<p>Qualche giorno dopo, una ragazza conosciuta a Latina mi racconta che la scuola a cui l&#8217;avevano destinata non aveva bisogno di lei. E&#8217; successo che al provveditorato hanno sbagliato le liste delle cattedre disponibili. Quelle giuste le conosce solo un&#8217;impiegata del Ministero. Però, a inizio settembre, è in ferie. Beata lei.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/13/la-surroga/">La sùrroga</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Voice Center, romanzo-manuale per resistere al call-mondo</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Feb 2007 07:06:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[Zelda Zeta]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong><a class="imagelink" title="copertina.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/copertina.jpg"></a></strong></p>
<p><strong>Franz Krauspenhaar </strong>intervista <strong>Zelda Zeta</strong> </p>
<p><em>Io sono un precario</em>. Se Nanni Moretti rinascesse cinematograficamente oggi forse intitolerebbe così il suo esordio di metà anni settanta <em>Io sono un autarchico</em>. Il precario è una figura sfigurata senza che sia passata dalla carezza mortale del vetriolo, è una figura sfuggente come un personaggio di un quadro di Magritte, visto sempre di spalle; da <em>questa non è una pipa</em>, a <em>questo non è un lavoratore</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/27/voice-center-romanzo-manuale-per-resistere-al-call-mondo/">Voice Center, romanzo-manuale per resistere al call-mondo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a class="imagelink" title="copertina.jpg" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/copertina.jpg"><img id="image3400" height="121" alt="copertina.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/copertina.thumbnail.jpg" width="94" /></a></strong></p>
<p><strong>Franz Krauspenhaar </strong>intervista <strong>Zelda Zeta</strong> </p>
<p><em>Io sono un precario</em>. Se Nanni Moretti rinascesse cinematograficamente oggi forse intitolerebbe così il suo esordio di metà anni settanta <em>Io sono un autarchico</em>. Il precario è una figura sfigurata senza che sia passata dalla carezza mortale del vetriolo, è una figura sfuggente come un personaggio di un quadro di Magritte, visto sempre di spalle; da <em>questa non è una pipa</em>, a <em>questo non è un lavoratore</em>. E allora? <em>Questo è un precario</em>, ecco: serbatoio umano troppo umano di angosce, di speranze, di sentimenti che a ruota d’un lavoro a tempo determinatissimo diventano anch’essi precari. Sul precariato dei cosiddetti <em>call center</em> (e tale esperienza l&#8217;ho fatta anch&#8217;io in due riprese, per il totale di 16 mesi, alla Doxa) é uscito da poco per Cairo Editore il romanzo <em>Voice Center</em> (pagg.219, euro 14,00) di Zelda Zeta, un nome, una sigla, un logo, che racchiude tre scrittori alla prima prova: Pepa Cerutti, Chiara Mazzotta e Antonio Spinaci. Ho rivolto a loro alcune domande sul libro e sulla loro esperienza, e loro mi hanno risposto con la voce <em>telefonata </em>e le parole di Zelda, quest’entità letteraria che li racchiude armoniosamente insieme.</p>
<p><span id="more-3399"></span></p>
<p><strong>Come nasce il collettivo di scrittura Zelda Zeta?<br />
</strong></p>
<p>Nasce dall’incontro di Pepa Cerutti, Chiara Mazzotta e Antonio Spinaci e dalla nostra esigenza di scrivere e fare narrativa. Zelda Zeta è un laboratorio di idee in cui è nato questo romanzo a sei mani, un’ esperienza difficile ma stimolante a tal punto che non mancano i presupposti per un secondo libro. Siamo tre, siamo estremamente diversi ma tra noi l’empatia è forte. Il punto chiave della nostra intesa è fidarsi l’uno dell’altro, senza paura di critiche e censure. Quando scriviamo siamo tre teste, ma quando condividiamo idee e storie, quello che otteniamo alla fine è qualcosa di più della somma delle nostre visioni narrative: ci piace pensare che sia una sintesi sfaccettata di vicende, parole ed emozioni.</p>
<p><strong>C&#8217;è stata un&#8217;occasione particolare che vi ha fatti incontrare?<br />
</strong></p>
<p>Ci siamo incontrati al corso di scrittura di  Raul Montanari. Pepa veniva dall’esperienza positiva di <em>Subway</em> ma era alla ricerca di qualcosa che desse disciplina alla sua urgenza di scrivere. Al corso, ha conosciuto Chiara e Antonio, mossi anche loro dalle stesse necessità e consapevoli del fatto che un corso di scrittura, fatto come si deve,  non può certo inventare scrittori, ma può aiutare chi ha qualcosa da dire a dirlo meglio, così come un corso all’Accademia di Brera può aiutare un aspirante pittore, per intenderci.<br />
Certo, la fortuna è stata anche quella di aver incontrato uno scrittore come Montanari, disponibile a un confronto costante e capace di stimolare l’identità narrativa di ognuno di noi.</p>
<p><strong>Negli ultimi tempi in Italia sono usciti vari libri sul lavoro precario: <em>Cordiali saluti</em> di Andrea Bajani,<em> Pausa caffè</em> di Giorgio Falco, <em>Mi chiamo Roberta ho 40 anni&#8230;</em> di Aldo Nove, e altri. Come inserireste <em> Voice Center</em> in questa scia? O non lo inserireste proprio?<br />
</strong></p>
<p>Grazie a dio sono usciti libri come questi, che denunciano lo squallore e l’assurdità del mondo del lavoro in Italia, a partire dall’ indagine reportage di Nove, fino alla frammentarietà sociale di Falco, per arrivare al romanzo intenso e crudele di Bajani.<br />
In <em>Voice Center</em> però la questione dell’alienazione da lavoro precario, non prevale mai sull’invenzione narrativa: abbiamo cercato di dare spazio alle storie dei  personaggi che sconfinano fuori dall’open space del call center. Le delusioni, i sogni dei protagonisti vanno avanti dopo aver levato la cuffia e spento il monitor, perché anche le altre sedici ore della giornata sono vita vissuta. Volevamo un simbolo contenitore che incarnasse il malessere del precariato e il call center era l’icona ideale: un purgatorio dove sosti con la speranza di andartene il prima possibile.</p>
<p><strong>Quanto di vero, di vissuto da voi c&#8217;è nel libro e quanto d&#8217;inventato o orecchiato?<br />
</strong></p>
<p>Tutti e tre abbiamo vissuto l’esperienza del call center. Chiara ha lavorato per il servizio clienti di una compagnia di telefonia cellulare, Antonio ha venduto di malavoglia aspirapolvere improbabili, Pepa ha fatto interviste e poi selezione del personale per quasi un anno,in cui, precaria anche lei, si è trovata di fronte diplomati con famiglia e senza un posto, laureati di fresco e dirigenti cinquantenni appena licenziati. Un ammasso di forza lavoro e sogni zoppi degno dell’incubo peggiore.<br />
Naturalmente, oltre l’esperienza reale vissuta, in <em>Voice Center</em> c’è il piacere dell’invenzione narrativa, la nostra voglia di raccontare storie e creare personaggi possibili, umani.</p>
<p><strong>Nel libro c&#8217;è una buona dose di sana ironia: pensate che questa sia l&#8217;unica vera arma per non farsi schiacciare dall&#8217;insostenibile leggerezza della precarietà, o esistono anche altri contravveleni?</strong></p>
<p><strong><br />
</strong>Saper ridere delle proprie sfighe, serve a rimpicciolirle, ridimensionarle. Nel nostro libro l’ironia supera la precarietà del lavoro per alleggerire anche l’incertezza della vita.<br />
E poi c’è la vecchia storia del “mal comune mezzo gaudio”: noi, come precari e come gruppo, siamo stati fortunati a trovare un percorso comune, ad allearci per incanalare energia e progetti. Allearsi con chi è nella tua condizione e la vuole cambiare ti aiuta a credere che provare a stare meglio sia possibile.</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Queer&#8221;, supplemento domenicale di &#8220;Liberazione&#8221;, il 04.03.2007)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/27/voice-center-romanzo-manuale-per-resistere-al-call-mondo/">Voice Center, romanzo-manuale per resistere al call-mondo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>In bilico su un articolo. Storie dal Sant&#8217;Andrea</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Sep 2006 06:37:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[ospedale sant'andrea]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[reportage]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p></p>
<p>È come l’ultima volta. Anzi no, è <em>quasi </em>come l’ultima volta. Piccole differenze, roba da poco. Dettagli. Oggi per esempio, rispetto al lungo presidio di inizio anno &#8211; quando avevano levato le tende solo alle cinque del mattino, alla fine di una notte orgogliosa che non si decideva a svanire in  luce &#8211; oggi non gira la fiaschetta con la stranissima grappa ai semi di girasole, ma bottiglie d’acqua liscia e lattine sformate di coca sfiatata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/09/29/in-bilico-su-un-articolo-storie-dal-santandrea/">In bilico su un articolo. Storie dal Sant&#8217;Andrea</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><img height="96" alt="art02.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/art02.thumbnail.jpg" /></p>
<p>È come l’ultima volta. Anzi no, è <em>quasi </em>come l’ultima volta. Piccole differenze, roba da poco. Dettagli. Oggi per esempio, rispetto al lungo presidio di inizio anno &#8211; quando avevano levato le tende solo alle cinque del mattino, alla fine di una notte orgogliosa che non si decideva a svanire in  luce &#8211; oggi non gira la fiaschetta con la stranissima grappa ai semi di girasole, ma bottiglie d’acqua liscia e lattine sformate di coca sfiatata. E di quella notte non c’è neppure la porchetta sdraiata tra due mattonelle di pane caldo, sostituita da rettangoli di pizza rossa con la mozzarella che fila al centro e che lascia riccioli di pasta cotta ai lati delle labbra e aloni d’olio sulla carta del sacchetto.<br />
<span id="more-2496"></span></p>
<p>Fatte salve queste variazioni, sotto l’atrio della Regione Lazio i <strong>lavoratori precari dell’ospedale sant’Andrea </strong>si ritrovano con gli stessi pacchi di documenti sotto al braccio, lo stesso megafono che scandisce versi di canzoni e cori stonati, e soprattutto le medesime richieste di sei mesi prima.<br />
C’è qualcosa di magico in questo eterno ritorno della protesta, una fascinosa forma di ripetizione coatta di voci e facce e slogan e volantini sventolati sotto ai nasi dei consiglieri che si infilano nei corridoi dei corpi accaldati di questa mattinata romana di inizio agosto, afosa ma non umida, luminosa ma non assolata. Un brivido di immobilità, un soffio d’assoluto, una scossa d’eternità che solo i tortuosi snodi della burocrazia italiana riescono ormai a concedere.<br />
A osservare il gruppetto dei precari del sant’Andrea che lega al fusto di un albero un lenzuolone con la scritta “Fate qualcosa di sinistra: assumeteci!”, però, sembra abbastanza evidente che di <strong>Nietzsche </strong>e <strong>Vico</strong>, degli eterni ritorni e dei corsi e ricorsi della storia, a loro importi davvero poco.<br />
Il mirino calato costantemente ed esclusivamente davanti allo sguardo di queste persone porta inscritto al centro un semplice numero: 139, o meglio, articolo 139. Una fredda sequenza aritmetica che davanti ai loro occhi si trasforma, come le stringhe alfanumeriche verdi che scendono a pioggia sugli schermi dei pc in <em>Matrix</em>, in immagini e suoni, idee, riverberi lontani eppure concretissimi di una vita a venire che non viene mai, che non viene ancora. </p>
<p>In fin dei conti è sempre così, è sempre questione di articoli. Le vere battaglie sul lavoro, quelle che tutti fin dal primo momento avvertono come necessarie anche senza dirselo apertamente, ruotano attorno a un unico perno normativo, un cardine asciutto o fuori squadra che necessita di abbondanti fiotti d’olio e di due o tre sostanziosi colpi di martello coi quali, magicamente, mettere a posto l’intero impianto che gli cresce attorno, assieme soprattutto alla vita di chi per quell’articolo lotta.<br />
Detta in due parole (ma si può dire in due parole più di un anno di vertenza?) la cerniera allentata è la seguente. La legge di bilancio della Regione Lazio (n.ro 4/2006) approvata lo scorso marzo, contiene al suo interno un articolo, appunto il 139, col quale ci si impegnava a superare le situazioni di lavoro precario, atipico ed esternalizzato della Sanità laziale entro novanta giorni, a partire proprio dal sant’Andrea. Tra le altre cose l’articolo prevedeva, “al fine di avviare un piano organico per il superamento di situazioni di precariato (…) la verifica e il monitoraggio delle situazioni di lavoro precario (…)”. Il monitoraggio (sotto forma di autocensimento, avviato e concluso in poche settimane a cura proprio dei precari ospedalieri, in collaborazione con la direzione sanitaria <em>[1]</em> &#8211; <em>le note sono in fondo alla pagina, n.d.r.</em> ), stando ai calendari concordati, avrebbe dovuto essere presentato nella riunione del 13 giugno, in Regione. E qui, con una sapienza narrativa che nemmeno dieci master semestrali alla scuola Holden, cade il colpo di scena, sufficientemente indicativo di un certo atteggiamento che fa dei sindacati confederali gli interlocutori privilegiati, e forse si può dire coccolati, di tutta la faccenda. Il tavolo viene sdoppiato: una prima riunione alle 10,30 con i sindacati firmatari di contratto (“quelli che contano”, sintetizzano efficacemente qui: <strong>CGIL </strong>in testa); una seconda, alle 13, nella quale sostanzialmente si prende atto delle decisioni maturate in quella della mattina. Da tutte e due, fatta salva la presenza delle RSU alla seconda, i <strong>Cobas </strong>vengono tenuti, chissà quanto scientemente, fuori. </p>
<p>Dalla manciata di precari che gravita attorno alle transenne scrostate sotto all’ingresso della Regione si fa avanti <strong>Erminia Costa</strong>, dei Cobas, occhiali un po’ laschi sul naso e parlantina rapida, accesa, costantemente sulle frequenze di chi sa quello che dice e quello che vuole. </p>
<p>“La questione si gioca tutta intorno alle cooperative. Il meccanismo è semplice: l’azienda paga le cooperative, le cooperative pagano i lavoratori. La richiesta che facciamo è altrettanto semplice: saltare questo passaggio ed essere assunti direttamente dall’ospedale. I posti in pianta organica ci sono, se assumono non rubano il lavoro a nessuno. C’è anche il risparmio, visto che l’assunzione diretta permetterebbe un risparmio di tre milioni di euro l’anno. Lavorano da cinque anni, e mandano avanti l’ospedale…a questo punto che convenienza c’è?”. </p>
<p><strong>Gianfranco </strong>– quello che nella prima notte ostinata sotto alla Regione, sei mesi prima, distribuiva grappa a destra e sinistra, 40 anni, portantino di sala operatoria, vent’anni operaio in una fabbrica di decoder per il digitale terrestre, prima che la ditta per la quale lavorava fosse rilevata da un’azienda inglese il cui primo atto ufficiale è stato spedire lettere di licenziamento a tutti gli operai  –fissa Erminia, annuisce. Fa due passi avanti, poi parla.<br />
“Il sant’Andrea è stato aperto sulla base di un calcolo che poi s’è rivelato sballato. Credevano che i lavoratori in mobilità del Policlinico si spostassero da lì a qui. Per tutta una serie di motivi questo non è successo. Per mandare a regime l’ospedale quindi sono subentrate le cooperative, e da quelle vengono tutte le figure professionali dell’ospedale, sia a livello amministrativo che sanitario: portantini, assistenti ai malati, magazzinieri di farmacia, economato, ausiliari, segretari: tutto esternalizzato. Il cinquanta per cento dell’intera forza lavoro ha contratti precari <em>[2]</em> . Chi ha interesse a far spendere tre milioni di euro in più all’anno? Quando abbiamo presentato i dati il dottor <strong>Rocca </strong>(<em>direttore generale dell’ospedale, n.d.r</em>.) ha sbarrato tanto d’occhi. Non ci credeva nemmeno lui. Tranne i Cobas, tutti i sindacati ci hanno preso letteralmente a pesci in faccia. La triplice sembra avere interessi che vanno ben al di là della semplice tutela dei lavoratori. Le coop rosse stanno vincendo appalti su appalti nel Lazio, scendono a frotte dall’Emilia. Il sospetto che i sindacati facciano gli interessi di un certo tipo di lavoratori, e di un certo tipo di categorie, ecco, nun so a tte, ma a me me viene”. </p>
<p><strong>Daniela </strong>– cooperativa SIAR<em>[3]</em> &#8211; lavora al sant’Andrea da quattro anni, è “addetta ai servizi” <em>[4]</em> figura come “socio lavoratore” nell’organigramma della sua cooperativa ma non ha mai partecipato a un’assemblea, non ha mai goduto della redistribuzione degli utili, alla convocazione degli incontri per l’approvazione del bilancio le trattengono un euro dalla busta paga, e se nella presentazione del bilancio qualcosa dovesse andare storto, assieme ai dirigenti della cooperativa anche lei si troverebbe i finanzieri alla porta. </p>
<p>C’è bisogno di un machete largo e affilato per sfrondare l’intrico nodoso di sigle, contratti e appalti di gestione che giorno dopo giorno diventa il buco nero sempre più denso attorno a cui gravitano le vite di queste persone. Dal piccolo sondaggio effettuato, viene fuori  che i due contratti part-time più diffusi qui in mezzo sono quello da 36 ore settimanali (730 euro al mese), e quello da 42 ore settimanali (800 euro al mese) <em>[5]</em> , tutti e due con turni medi tra sette e dieci ore al giorno.<br />
Come sempre, quelle che più saltano agli occhi per una certa serie di evidenze che chiamare bizzarre è tutt’uno con l’usare un lessico ammorbidito, sono le storie di quelli che nella maggioranza dei casi non rientrano. Tra gli addetti alla mensa, per esempio, ce n’è uno che ha un contratto part-time di 14 ore settimanali. Due ore al giorno, in pratica. Dalle 11 alle 13. Per raggiungere l’ospedale l’addetto (che non ha una propria auto non potendosi permettere di pagarne l’assicurazione R.C.A.) prende tutti i giorni l’autobus alle 9 del mattino, l’unico che arriva in tempo utile in ospedale. Alle 13 finisce di lavorare, ma prima delle 16 non c’è il bus per il ritorno. Insomma, delle sette ore complessive che impiega per andare, lavorare e tornare, solo due gli vengono pagate. </p>
<p>Tutto si amalgama, tutto si omogeneizza nel gran calderone delle sigle, tutto si arrotola attorno alle gerarchie della precarietà diffusa, arrampicandosi come giri di vite su un palo, nella vigna del lavoro moderno. Perché neppure nel fiume grosso del precariato, nel suo alveo vasto e accogliente, oggi, puoi fermarti. Saresti travolto da numerosi rivoli laterali, piccoli e possenti. La scala della disperazione ha decine di pioli marci, e su ognuno c’è qualcuno fisso in piedi, pronto a cadere da un momento all’altro. Nel sant’Andrea, per esempio, parlare genericamente di precari non ha senso. Bisogna specificare, chiosare, sottilizzare, distinguere. I precari per esempio sono  lavoratori a tempo indeterminato (una notizia che è come una spallata ai piccoli castelli di certezze intorno a quello che crediamo di sapere sul lavoro di oggi), vincitori a tutti gli effetti di un concorso, che non si sono ancora visti assegnare il posto che gli spetta. A seguire vengono i lavoratori atipici (gli interinali, sostanzialmente equiparabili ai primi, con la differenza che non sono assunti direttamente dall’azienda sanitaria). Poi le cooperative. In ultimo, last AND least, gli esternalizzati, i paria dell’ospedale (l’addetto alla mensa che sta sette ore in ospedale per lavorarne due, insomma). Essendo considerati in pianta organica dell’ospedale, secondo la delibera dell’articolo 139 i precari saranno i primi a essere assunti nel momento in cui sia la legge che l’emendamento riceveranno l’ok definitivo. Circa ottanta persone. Dodici sono gli interinali. Restano da sistemare i centottantasei lavoratori delle cooperative e l’indefinibile numero degli esternalizzati <em>[6]</em> .</p>
<p>Al momento in cui la rivista viene chiusa per la stampa, i lavoratori del sant’Andrea stanno ancora aspettando la conclusione della vicenda. La delibera è ancora ferma su carta, in attesa che i lavori dell’assemblea regionale riprendano dopo la pausa estiva. </p>
<p>Mando un sms a Erminia Costa.</p>
<p><strong>Da: 329/095****</strong></p>
<p><strong>A: 333/229***</strong></p>
<p><em>Erminia, novità?</em></p>
<p>Passano due minuti.</p>
<p><strong>Da: 333/229****</strong></p>
<p><strong>A: 329/095****</strong></p>
<p><em>Macché, stiamo ancora aspettando. Anche quest’anno ferragosto da precari.</em></p>
<p> &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>[1] Tutta la vicenda del sant’Andrea è zeppa di collaborazioni, aperture, disponibilità al dialogo, trattative serene, tavoli allargati. La domanda che più spesso si corre il rischio di farsi perciò è “Se tutti sono disposti collaborare, chi gioca sporco in questa faccenda?”.</p>
<p>[2] Sembra che alcuni passaggi per la compilazione dell’autocensimento non siano stati proprio un gioco da ragazzi. Per dire, a un certo punto non si sapeva quanti fossero gli addetti alle pulizie ospedaliere. Che numero mettere? Uno dice: facile, basta contare i contratti con la dicitura “Appalto per la pulizia”, associarli al nome dell’operaio addetto, e il gioco è fatto. Sbagliato: i contratti con le imprese di pulizia non sono nominali, l’anagrafe non è contemplata in mezzo a stracci e detersivi. L’azienda sanitaria paga per appalti al metro quadrato. Stop. Il contratto si chiude lì. Sta alla cooperativa decidere quante persone ci vogliono per pulire una struttura che ospita 1200 dipendenti e 850 posti letto. Il sospetto – non verificato – è che poche persone siano costrette a fare molto lavoro. Ovviamente, le lamentele, senza un pezzo di carta col tuo nome stampato sopra, sono poco tollerate/ascoltate/giustificate dai tuoi capi. </p>
<p>[3] Le sigle delle cooperative sono tante e complicate, spesso costituite da acronimi che sembrano tamponamenti di consonanti che lasciano sul terreno cadaveri di lettere. La penna del cronista intercetta a malapena quattro nomi: Siar, Capodarco, Arcobaleno, Osa. Ma ce n’è molte, molte di più.</p>
<p>[4] Che lavoro è, quello di addetto ai servizi? Non chiedetevelo. Nemmeno Daniela riesce a spiegarlo con precisione. Diciamo che quando c’è qualcosa da fare  &#8211; e in un ospedale c’è sempre qualcosa da fare – lei prende e va a farlo. All’apertura dell’ospedale, per dire, mancavano operai per i muretti a secco, e lei ha sollevato la carriola coi mattoni ed è andata a farli. Qualcuno ha spalato le buche per terra dove innestare gli alberi, qualcun altro trasportava calcinacci, qualcun altro ancora si caricava i macchinari sulle spalle e li spostava da un piano all’altro. </p>
<p>[5] Superfluo aggiungere che nei contratti non sono contemplate ferie, malattie, garanzie assistenziali, versamenti previdenziali, indennità di rischio ecc.</p>
<p>[6] Una stima per difetto conta almeno 300 persone.</p>
<p><em>(pubblicato su <strong>Maleppeggio. Storie di lavori.</strong> Numero 1 &#8211; ottobre 2006)</p>
<p>La rivista, con articoli e reportage di Elena Stancanelli, Christian Raimo, Mario Desiati, Giorgio Falco, Attilio Scarpellini, è anche <a href="http://www.ilmaleppeggio.it/index.php">qui</a>, integralmente, in .pdf)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/09/29/in-bilico-su-un-articolo-storie-dal-santandrea/">In bilico su un articolo. Storie dal Sant&#8217;Andrea</a></p>
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		<title>Siopero siore e siori, siopero!</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2004 11:17:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>michele rossi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Michele Rossi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Michele Rossi</strong></p>
<p>Ricordiamo alla nazione che nella giornata di oggi è in corso l&#8217;ennesimo sciopero generale (che non verrà registrato per i dieci milioni di precari e atipici privi di contrattazione collettiva e di futuro pensionistico) contro le politiche peroniste di un governo che sta mandando allo sfascio il Paese, che ieri in un clima da stadio è stata divorata la parte seconda della Costituzione plasmata come pongo sugli interessi del plenipresidente e di leghisti e fascisti alla deriva, che 6000000 di italiani vivono con meno di 1000 euro al mese, che mediaset annuncia grazie alla Gasparri un aumento di ricavi di un paio di miliardi di euro, che pure il tempo fa schifo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/03/26/siopero-siore-e-siori-siopero/">Siopero siore e siori, siopero!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Michele Rossi</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/feto20.jpg" alt="feto20.jpg" align="left" border="0" height="150" hspace="4" vspace="2" width="200" />Ricordiamo alla nazione che nella giornata di oggi è in corso l&#8217;ennesimo sciopero generale (che non verrà registrato per i dieci milioni di precari e atipici privi di contrattazione collettiva e di futuro pensionistico) contro le politiche peroniste di un governo che sta mandando allo sfascio il Paese, che ieri in un clima da stadio è stata divorata la parte seconda della Costituzione plasmata come pongo sugli interessi del plenipresidente e di leghisti e fascisti alla deriva, che 6000000 di italiani vivono con meno di 1000 euro al mese, che mediaset annuncia grazie alla Gasparri un aumento di ricavi di un paio di miliardi di euro, che pure il tempo fa schifo. Siori e siore, benvenuti in Italia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/03/26/siopero-siore-e-siori-siopero/">Siopero siore e siori, siopero!</a></p>
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		<title>Va&#8217; a lavura&#8217;, barbun!</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2004 09:09:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>michele rossi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Michele Rossi</strong></p>
<p></p>
<p>Il lavoro a progetto, ossia come tornare nell&#8217;Ottocento. Signori cari, signore care, mi permetto di toccare un tasto dolente e terra terra, ossia una circolare ministeriale che pone le specifiche attuative della fantomatica legge Biagi. A leggere bene possiamo ancora una volta dire a gran voce &#8220;Arivolemo i cococo!&#8221; (per dire che al peggio non c&#8217;è limite).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/01/28/va-a-lavura-barbun/">Va&#8217; a lavura&#8217;, barbun!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Michele Rossi</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/cane.jpg" alt="cane.jpg" align="left" border="0" height="391" hspace="4" vspace="2" width="400" /></p>
<p>Il lavoro a progetto, ossia come tornare nell&#8217;Ottocento. Signori cari, signore care, mi permetto di toccare un tasto dolente e terra terra, ossia una circolare ministeriale che pone le specifiche attuative della fantomatica legge Biagi. A leggere bene possiamo ancora una volta dire a gran voce &#8220;Arivolemo i cococo!&#8221; (per dire che al peggio non c&#8217;è limite). Ma il progresso va avanti, il lavoro cambia, la flessibilità incombe e i lavoratori sono i nuovi bruscolini dell&#8217;azienda Italia. Non costano più nulla. Anzi mi faccio promotore dell&#8217;iniziativa &#8220;Adotta un collaboratore&#8221;. Siamo tanti, buoni, lavoriamo sodo, paghiamo le tasse, non sporchiamo e non diamo fastidio. Se il collaboratore non ti piace lo puoi buttare via tranquillamente perché come nei pacchi di Kleenex, ce n&#8217;è sempre uno pronto! Buona lettura.<br />
<span id="more-264"></span><br />
IL MINISTRO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI<br />
Oggetto:Disciplina delle collaborazioni coordinate e continuative nella modalità c.d. a progetto. Decreto legislativo n. 276/03.</p>
<p>Roma. 08.01.2004<br />
CIRCOLARE N. 1/2004</p>
<p>Alle Direzioni Regionali del Lavoro &#8211; LORO SEDI<br />
Alle Direzioni Provinciali del  Lavoro &#8211;  LORO SEDI<br />
Alla Regione Siciliana Assessorato Lavoro Ufficio Regionale del Lavoro &#8211; Palermo<br />
Alla Provincia Autonoma di Bolzano Assessorato lavoro &#8211; Bolzano<br />
Alla Provincia  Autonoma di Trento assessorato lavoro &#8211; Trento<br />
All&#8217; INPS Direzione Generale &#8211; Roma<br />
All&#8217;INAIL   Direzione Generale &#8211; Roma<br />
Alla Direzione Generale AA.GG. R.U. A.I. &#8211; div. VII  &#8211; SEDE<br />
Al SECIN &#8211; SEDE</p>
<p>Prot. 5/25011/M/LAV.PR</p>
<p>I. IL CONTRATTO DI COLLABORAZIONE COORDINATA E CONTINUATIVA NELLA MODALITA C.D. A PROGETTO: DEFINIZIONE E CAMPO DI APPLICAZIONE</p>
<p>La definizione di lavoro a progetto – e la relativa disciplina – è contenuta negli articoli da 61 a 69 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276</p>
<p>Ai sensi dell&#8217;art. 61, comma 1, i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di cui all&#8217;art. 409, n. 3, c.p.c. devono essere &#8220;riconducibili a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o fasi di esso determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato, nel rispetto del coordinamento con la organizzazione del committente e indipendentemente dal tempo impiegato per l&#8217;esecuzione della attività lavorativa&#8221;.</p>
<p>L&#8217;art. 61 non sostituisce e/o modifica l&#8217;art. 409, n. 3, c.p.c. bensì individua, per l&#8217;ambito di applicazione del decreto e &#8211; nello specifico &#8211; della medesima disposizione, le modalità di svolgimento della prestazione di lavoro del collaboratore, utili ai fini della qualificazione della fattispecie nel senso della autonomia o della subordinazione.</p>
<p>Sul piano generale, peraltro, il lavoro a progetto non tende, allo stato, ad assorbire tutti i modelli contrattuali riconducibili in senso lato all&#8217;area della c.d. parasubordinazione. L&#8217;articolo 61, oltre a definire positivamente le modalità di svolgimento delle collaborazioni coordinate e continuative c.d. a progetto, esclude infatti dalla riconducibilità a tale tipo contrattuale:</p>
<p>le prestazioni occasionali, intendendosi per tali i rapporti di durata complessiva non superiore a trenta giorni nel corso dell&#8217;anno solare con lo stesso committente, salvo che il compenso complessivamente percepito nel medesimo anno solare, sempre con il medesimo committente, sia superiore a 5 mila Euro. Si tratta di collaborazioni coordinate e continuative per le quali, data la loro limitata &#8220;portata&#8221;, si è ritenuto non fosse necessario il riferimento al progetto e, dunque, di sottrarle dall&#8217;ambito di applicazione della nuova disciplina; tali rapporti di collaborazione coordinata e continuativa si distinguono sia dalle prestazioni occasionali di tipo accessorio rese da particolari soggetti di cui agli articoli 70 e seguenti del decreto legislativo, sia dalle attività di lavoro autonomo occasionale vero e proprio, ossia dove non si riscontra un coordinamento ed una continuità nelle prestazioni e che proprio per questa loro natura non sono soggette agli obblighi contributivi previsti per le collaborazioni coordinate e continuative bensì a quelli di cui all&#8217;articolo 44, comma 2,  del decreto-legge n. 269 del 30 settembre 2003, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326;<br />
gli agenti ed i rappresentanti di commercio continuano ad essere regolati dalle discipline speciali;<br />
le professioni intellettuali, per le quali è necessaria l&#8217;iscrizione in appositi albi professionali, esistenti alla data del 24 ottobre 2003;<br />
le collaborazioni rese nei confronti delle associazioni e società sportive  dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate ed agli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI (art.90 legge n. 289/02);<br />
componenti di organi di amministrazione e controllo di società;<br />
partecipanti a collegi e commissioni;<br />
collaboratori che percepiscano pensione di vecchiaia.</p>
<p>La disciplina che emerge dall&#8217;art. 61 è, come detto, finalizzata a impedire l&#8217;utilizzo improprio o fraudolento delle collaborazioni coordinate e continuative. Al di fuori del campo di applicazione dell&#8217;art. 61 si collocano, con tutta evidenza, fattispecie che non presentano significativi rischi di elusione della normativa inderogabile del diritto del lavoro.</p>
<p>Occorre, peraltro, ribadire che sia l&#8217;introduzione nel nostro ordinamento della fattispecie dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa nella modalità a progetto sia la previsione di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa a carattere occasionale ex art. 61, comma 2, del d. lgs. n. 276/03, non hanno certamente comportato l&#8217;abrogazione delle disposizioni del contratto d&#8217;opera di cui all&#8217;art. 2222 e ss. del codice civile. Ne consegue che, ad esempio, nel caso di un prestatore d&#8217;opera che superi, nei rapporti con uno stesso committente, uno dei due limiti previsti dall&#8217;art. 61, comma 2, del d. lgs. n. 276/03, non necessariamente dovrà veder qualificato il proprio rapporto come collaborazione a progetto o a programma, ben potendosi verificare il caso che quel prestatore abbia reso una o più prestazioni d&#8217;opera ai sensi dell&#8217;art. 2222 e seguenti del codice civile.</p>
<p>L&#8217;articolo 3 della legge n. 91 del 23 marzo 1981 ha previsto, al secondo comma, talune ipotesi in cui la prestazione sportiva dell&#8217;atleta è resa nella forma del contratto di lavoro autonomo; lavoro autonomo che può anche svolgersi, qualora ne ricorrano i presupposti, in forma di collaborazione coordinata e continuativa. Deve ritenersi che in quest&#8217;ultimo caso, trattandosi di attività tipiche contemplate espressamente dal legislatore, non si applichi la disposizione che prevede la necessità dell&#8217;indicazione di un progetto.</p>
<p>Va precisato, altresì, che nell&#8217;espressione &#8220;collegi e commissioni&#8221; delle società, sopra richiamati, sono inclusi anche quegli organismi aventi natura tecnica.</p>
<p>Nella esclusione dei percettori di pensione di anzianità, è evidente che debbano essere compresi quei soggetti, titolari di pensione di anzianità o di invalidità che, ai sensi della normativa vigente, al raggiungimento del 65° anno di età, vedono automaticamente trasformato il loro trattamento in pensione di vecchiaia.</p>
<p>Va peraltro rilevato che, ai sensi dell&#8217;art. 1 del decreto legislativo n. 276/03, la pubblica amministrazione può continuare a stipulare contratti di collaborazione senza  tener conto dei limiti introdotti dalla novella mantenendo il riferimento  all&#8217;art. 409 n. 3 c.p.c. la cui previsione, per i rapporti che vedano una parte pubblica, non ha subito modificazioni in attesa delle eventuali future determinazioni da adottarsi, ai sensi del comma 8 dell&#8217;art. 86 del decreto legislativo n. 276/03, da parte del Ministro per la Funzione pubblica e delle organizzazioni sindacali, in sede di armonizzazione dei profili conseguenti all&#8217;entrata in vigore del decreto legislativo in argomento.</p>
<p>Si deve evidenziare, infine, che nell&#8217;ambito di applicazione della disciplina in esame dal 24 ottobre 2003 non è più possibile porre in essere rapporti ascrivibili alla collaborazione coordinata e continuativa che non siano riconducibili alla modalità del lavoro a progetto, fatte salve le ipotesi di cui all&#8217;articolo 61, sopra richiamate, per le quali continua a trovare applicazione la previgente disciplina.</p>
<p>II. I REQUISITI QUALIFICANTI DELLA FATTISPECIE</p>
<p>Le collaborazioni coordinate e continuative secondo il modello approntato dal legislatore, oltre al requisito del progetto, programma di lavoro o fase di esso, che costituisce mera modalità organizzativa della prestazione lavorativa, restano caratterizzate dall&#8217;elemento qualificatorio essenziale, rappresentato dall&#8217;autonomia del collaboratore (nello svolgimento della attività lavorativa dedotta nel contratto e funzionalizzata alla realizzazione del progetto, programma di lavoro o fase di esso), dalla necessaria coordinazione con il committente, e dall&#8217;irrilevanza del tempo impiegato per l&#8217;esecuzione della prestazione.</p>
<p>Quanto a quest&#8217;ultimo requisito, va comunque ricordato che l&#8217;art. 62, comma 1, lett. d), del decreto legislativo, prevede che tra le forme di coordinamento dell&#8217;esecuzione della prestazione del collaboratore a progetto all&#8217;organizzazione del committente sono comprese anche forme di coordinamento temporale. Ond&#8217;è che l&#8217;autonomia del collaboratore a progetto si esplicherà pienamente, quanto al tempo impiegato per l&#8217;esecuzione della prestazione, all&#8217;interno delle pattuizioni intervenute tra le parti su dette forme di coordinamento.</p>
<p>Tali requisiti costituiscono il fulcro della differenziazione tra la tipologia contrattuale in esame e quelle riconducibili, da un lato, al lavoro subordinato e, dall&#8217;altro, al lavoro autonomo (art. 2222 c.c.).</p>
<p>Con particolare riguardo al lavoro a tempo determinato, ove la prestazione è resa con vincolo di subordinazione ed il termine delimita pertanto esclusivamente il periodo in cui il lavoratore è a disposizione del datore di lavoro per lo svolgimento delle mansioni contrattualmente individuate, il lavoro a progetto si differenzia per ciò che la durata del rapporto è funzionale alla realizzazione del progetto, programma di lavoro o fase di esso, in regime di totale autonomia.</p>
<p>In tal senso, infatti, è significativo che ai sensi dell&#8217;art. 61, comma 1, il collaboratore deve gestire il progetto in funzione del risultato, che assume rilevanza giuridica indipendentemente dal tempo impiegato per l&#8217;esecuzione dell&#8217;attività lavorativa.</p>
<p>Del tutto coerentemente, del resto, ai sensi dell&#8217;art. 67, comma 1, il contratto si risolve al momento della realizzazione del progetto o del programma di lavoro o della fase di esso.</p>
<p>IL PROGETTO</p>
<p>Il progetto consiste in un&#8217;attività produttiva ben identificabile e funzionalmente collegata ad un determinato risultato finale cui il collaboratore partecipa direttamente con la sua prestazione.</p>
<p>Il progetto può essere connesso all&#8217;attività principale od accessoria dell&#8217;impresa.</p>
<p>L&#8217;individuazione del progetto da dedurre nel contratto compete al committente.</p>
<p>Le valutazioni e scelte tecniche, organizzative e produttive sottese al progetto sono insindacabili.</p>
<p>IL PROGRAMMA O LA FASE DI ESSO</p>
<p>Il programma di lavoro consiste in un tipo di attività cui non è direttamente riconducibile un risultato finale.</p>
<p>Il programma di lavoro o la fase di esso si caratterizzano, infatti, per la produzione di un risultato solo parziale destinato ad essere integrato, in vista di un risultato finale, da altre lavorazioni e risultati parziali.</p>
<p>L&#8217;AUTONOMA GESTIONE DEL PROGETTO O DEL PROGRAMMA</p>
<p>Nell&#8217;ambito del progetto o del programma la definizione dei tempi di lavoro e delle relative modalità deve essere rimessa al collaboratore.</p>
<p>Ciò perché l&#8217;interesse del creditore è relativo al perfezionamento del risultato convenuto e non, come avviene nel lavoro subordinato, alla disponibilità di una prestazione di lavoro eterodiretta.</p>
<p>Le collaborazioni coordinate e continuative nella modalità a progetto hanno una durata determinata o determinabile, in funzione della durata e delle caratteristiche del progetto, del programma di lavoro o della fase di esso. Nel caso di programma di lavoro la determinabilità della durata può dipendere dalla persistenza dell&#8217;interesse del committente alla esecuzione del progetto, programma di lavoro o fase di esso. La determinabilità del termine è dunque funzionale ad un avvenimento futuro, certo nell&#8217;an ma non anche necessariamente nel quando.</p>
<p>IL COORDINAMENTO</p>
<p>Indipendentemente da ciò, pur tuttavia, il collaboratore a progetto può operare all&#8217;interno del ciclo produttivo del committente e, per questo, deve necessariamente coordinare la propria prestazione con le esigenze dell&#8217;organizzazione del committente.</p>
<p>Il coordinamento può essere riferito sia ai tempi di lavoro che alle modalità di esecuzione del progetto o del programma di lavoro, ferma restando, ovviamente,l&#8217;impossibilità del committente di richiedere una prestazione o un&#8217;attività esulante dal progetto o programma di lavoro originariamente convenuto.</p>
<p>III. LA FORMA</p>
<p>Il contratto è stipulato in forma scritta.</p>
<p>È una forma richiesta ad probationem e non ad substantiam.</p>
<p>Contenuto necessario, ai fini della prova del rapporto posto in essere, sono i seguenti elementi:</p>
<p>indicazione della durata, determinata o determinabile, della prestazione di lavoro;<br />
indicazione del progetto o programma di lavoro, o fasi di esso, individuato nel suo contenuto caratterizzante, che viene dedotto in contratto;<br />
il corrispettivo e i criteri per la sua determinazione, nonché i tempi e le modalità di pagamento e la disciplina dei rimborsi spese;<br />
le forme di coordinamento del lavoratore a progetto al committente sulla esecuzione, anche temporale, della prestazione lavorativa, che in ogni caso non possono essere tali da pregiudicarne l&#8217;autonomia nella esecuzione dell&#8217;obbligazione lavorativa;<br />
le eventuali misure per la tutela della salute e sicurezza del collaboratore a progetto, (oltre quelle previste ex art. 66, comma 4, del d. lgs. n. 276/03).<br />
E&#8217; opportuno sottolineare che, seppure la forma scritta sia richiesta solo ai fini della prova, quest&#8217;ultima sembra assumere valore decisivo rispetto alla individuazione del progetto, del programma o della fase di esso in quanto in assenza di forma scritta non sarà agevole per le parti contrattuali dimostrare la riconducibilità della prestazione lavorativa appunto a un progetto, programma di lavoro o fase di esso.</p>
<p>IV. POSSIBILITA&#8217; DI RINNOVO</p>
<p>Analogo progetto o programma di lavoro può essere oggetto di successivi contratti di lavoro con lo stesso collaboratore.</p>
<p>Quest&#8217;ultimo può essere a maggior ragione impiegato successivamente anche per diversi progetti o programmi aventi contenuto del tutto diverso.</p>
<p>Tuttavia i rinnovi, così come i nuovi progetti in cui sia impiegato lo stesso collaboratore, non devono costituire strumenti elusivi dell&#8217;attuale disciplina.</p>
<p>Ciascun contratto di lavoro a progetto deve pertanto presentare, autonomamente considerato, i requisiti di legge.</p>
<p>V. IL CORRISPETTIVO</p>
<p>Il corrispettivo deve essere proporzionato alla quantità e qualità del lavoro eseguito.</p>
<p>Il parametro individuato dal legislatore è costituito dai compensi normalmente corrisposti per analoghe prestazioni di lavoro autonomo nel luogo di esecuzione del rapporto.</p>
<p>Pertanto, stante la lettera della legge (art. 63) non potranno essere in alcun modo utilizzate le disposizioni in materia di retribuzione stabilite nella contrattazione collettiva per i lavoratori subordinati.</p>
<p>La quantificazione del compenso deve avvenire in considerazione della natura e durata del progetto o del programma di lavoro, e, cioè, in funzione del risultato che il collaboratore deve produrre. Le parti del rapporto potranno, quindi, disciplinare nel contratto anche i criteri attraverso i quali sia possibile escludere o ridurre il compenso pattuito nel caso in cui il risultato non sia stato perseguito o la qualità del medesimo sia tale da comprometterne l&#8217;utilità.</p>
<p>VI. LE TUTELE</p>
<p>Tra gli scopi dichiarati dal Legislatore era espressamente individuato l&#8217;incremento delle tutele per i collaboratori.</p>
<p>L&#8217;art. 66, infatti, appronta un sistema di tutele minimo con particolare riferimento alla gravidanza, alla malattia ed all&#8217;infortunio stabilendo in primo luogo che essi  non comportano l&#8217;estinzione del rapporto contrattuale, che rimane sospeso, senza erogazione del corrispettivo.</p>
<p>Malattia e infortunio: fermo restando l&#8217;invio, ai fini della prova, di idonea certificazione scritta, la sospensione del rapporto non comporta una proroga della durata del contratto, che si estingue alla scadenza (la previsione è derogabile dalle parti), ma il committente può recedere dal contratto se la sospensione si protrae per un periodo superiore a un sesto della durata stabilita nel contratto, quando essa sia determinata, ovvero superiore a trenta giorni per i contratti di durata determinabile.</p>
<p>Gravidanza: fermo restando l&#8217;invio, ai fini della prova, di idonea certificazione scritta, la durata del rapporto è prorogata per un periodo di 180 giorni, salva più favorevole disposizione del contratto individuale.</p>
<p>Si applicano inoltre al collaboratore:<br />
le disposizioni di cui alla legge n. 533 del 1973 sul processo del lavoro;<br />
l&#8217;articolo 64 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, che prevede per le lavoratrici iscritte alla gestione separata di cui alla legge n. 335/95, art.2, comma 26, non iscritte ad altre forme obbligatorie l&#8217;applicazione dell&#8217;art. 59 della legge n. 449/97;<br />
il decreto legislativo n. 626 del 1994 e successive modifiche e integrazioni (ovviamente quando la prestazione lavorativa si svolga nei luoghi di lavoro del committente, nonché le norme di tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, le norme di cui all&#8217;art.51, comma 1, della legge 23 dicembre 1999, n. 488, e del decreto del Ministero del lavoro e della previdenza sociale 12 gennaio 2001).<br />
Riguardo in particolare alla protezione contro i rischi lavorativi, occorrerà naturalmente considerare che, stante la ratio del d.lgs. n. 626 &#8211; principalmente orientata alla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori subordinati, ed alla corrispondente responsabilizzazione dei datori di lavoro &#8211; non poche prescrizioni di tale provvedimento (per lo più sanzionate penalmente) risultano di problematica applicazione nei confronti di figure, come quelle dei collaboratori, fortemente connotate da una componente di autonomia nello svolgimento della prestazione (in funzione del risultato, ancorchè nel rispetto del coordinamento con la organizzazione del committente). Non a caso, per i lavoratori autonomi (figure, sotto questo profilo, assai prossime ai collaboratori) lo stesso d.lgs. 626 ha previsto uno specifico regime di tutela (art. 7).</p>
<p>In proposito, l&#8217;attuazione della delega (di cui all&#8217;articolo 3 della legge di semplificazione 2001, n. 229 del 2003) per il riassetto normativo in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro costituisce l&#8217;occasione per un adattamento dei principi generali di tutela prevenzionistica alle oggettive peculiarità del lavoro a progetto.</p>
<p>VII. SVOLGIMENTO DEL RAPPORTO ED OBBLIGHI DEL COLLABORATORE</p>
<p>Il collaboratore può svolgere la sua attività a favore di più committenti, tuttavia il contratto individuale può limitare in tutto od in parte tale facoltà.</p>
<p>Il collaboratore non deve svolgere attività in concorrenza con i committenti né, in ogni caso, diffondere notizie e apprezzamenti attinenti ai programmi e alla organizzazione di essi, né compiere, in qualsiasi modo, atti in pregiudizio della attività dei committenti medesimi.</p>
<p>VIII. RISOLUZIONE DEL RAPPORTO</p>
<p>In tema di risoluzione del contratto l&#8217;art. 66 prevede che esso si risolva al momento della realizzazione del progetto o del programma o della fase di esso che ne costituisce l&#8217;oggetto.</p>
<p>Inoltre le parti possono recedere prima della scadenza del termine per giusta causa ed altre cause e modalità (incluso il preavviso) stabilite dalle parti nel contratto di lavoro individuale.</p>
<p>Si deve ritenere pertanto che indipendentemente dal termine apposto al contratto qualora il progetto sia ultimato prima della scadenza il contratto debba intendersi risolto.</p>
<p>Tuttavia se, come ha inteso il legislatore, è il progetto l&#8217;elemento caratterizzante della collaborazione il corrispettivo determinato nel contratto sarà dovuto comunque per l&#8217;intero.</p>
<p>IX. RINUNZIE E TRANSAZIONI</p>
<p>I diritti derivanti dalle disposizioni contenute nelle predette disposizioni possono essere oggetto di rinunzie o transazioni tra le parti in sede di certificazione del rapporto di lavoro secondo lo schema dell&#8217;art. 2113 c.c.</p>
<p>X. SANZIONI</p>
<p>I rapporti di collaborazione coordinata e continuativa instaurati senza l&#8217;individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso sono considerati rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto. Si tratta di una presunzione che può essere superata qualora il committente fornisca in giudizio prova della esistenza di un rapporto di lavoro effettivamente autonomo.</p>
<p>Qualora invece, in corso di rapporto, venga accertato dal giudice che il rapporto instaurato sia venuto a configurare un contratto di lavoro subordinato per difetto del requisito dell&#8217;autonomia, esso si trasforma in un rapporto di lavoro subordinato corrispondente alla tipologia negoziale di fatto realizzatasi tra le parti.</p>
<p>Il controllo giudiziale è limitato esclusivamente, in conformità ai principi generali dell&#8217;ordinamento, all&#8217;accertamento della esistenza del progetto, programma di lavoro o fase di esso e non può essere esteso fino al punto di sindacare nel merito valutazioni e scelte tecniche, organizzative o produttive che spettano al committente.</p>
<p>Detto controllo, inoltre, concerne in entrambi i casi l&#8217;esistenza nei fatti di un progetto e non la sua mera deduzione nel contratto.</p>
<p>La mancata deduzione del progetto nel contratto, infatti, preclude solo la possibilità di dimostrarne l&#8217;esistenza e la consistenza con prova testimoniale.</p>
<p>XI. REGIME TRANSITORIO</p>
<p>L&#8217;art. 86, comma 1, prevede che le collaborazioni coordinate e continuative stipulate ai sensi della disciplina vigente al momento di entrata in vigore del decreto e che non possono essere ricondotte ad un progetto o a una fase di esso, mantengono efficacia fino alla scadenza e, in ogni caso, non oltre un anno dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo medesimo, ossia non oltre il 24 ottobre 2004.</p>
<p>Sempre per le collaborazioni in atto che non possono essere ricondotte ad un progetto o a una fase di esso è prevista la facoltà di stabilire termini più lunghi di efficacia transitoria, purché ciò sia stabilito nell&#8217;ambito di un accordo aziendale con il quale il datore di lavoro contratta con i sindacati interni la transizione di questi collaboratori o verso il lavoro a progetto, così come disciplinato dal decreto legislativo n. 276/03, o verso una forma di rapporto di lavoro subordinato che può essere individuata fra quelle disciplinate dal &#8220;nuovo regime&#8221; dei rapporti di lavoro previsti dal medesimo d. lgs. (job on call, job sharing, distacco, somministrazione, appalto), ma anche già disciplinate (contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, a termine, a tempo parziale, ecc.).</p>
<p>IL MINISTRO</p>
<p>Firmato ROBERTO MARONI</p>
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