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	<title>Nazione Indiana &#187; premi letterari</title>
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		<title>FAQ: Come scegliere un buon romanzo (italiano)</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 09:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>È Natale, tempo di regalare o regalarsi qualche bel romanzo. Se per i romanzi stranieri è più facile, perché si va per area linguistica, e/o per tema, e/o per consacrata fama (già la traduzione è in qualche modo una garanzia, anche se non assoluta), scegliere invece un buon romanzo italiano contemporaneo è assai arduo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/22/faq-come-scegliere-un-romanzo-italiano/">FAQ: Come scegliere un buon romanzo (italiano)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>È Natale, tempo di regalare o regalarsi qualche bel romanzo. Se per i romanzi stranieri è più facile, perché si va per area linguistica, e/o per tema, e/o per consacrata fama (già la traduzione è in qualche modo una garanzia, anche se non assoluta), scegliere invece un buon romanzo italiano contemporaneo è assai arduo. Lo sappiamo tutti. Tutti noi abbiamo preso, spesso guidati da recensioni entusiaste, o dal fervore generale, abrasive cantonate. Non dimentichiamo che siamo il paese che ha inventato il bestseller non letto: centinaia di migliaia di persone comprano un libro e non lo leggono. La cosa è cominciata con <em>Il nome della rosa</em>, e poi è andata avanti.</p>
<p>È difficile per gli stessi addetti ai lavori, non si creda. Hai letto qualcosa di buono? si sente sussurrare in situazioni dove il predominio incontrastato della qualità dovrebbe essere piuttosto la regola aurea. Come si implorerebbe una dose di droga che finalmente ci faccia dimenticare l’orribile mondo dove viviamo. Figuriamoci allora il comune lettore, poveraccio, che entra in libreria e si trova davanti distese di nomi che non conosce, <span id="more-37588"></span>o che ha sentito vagamente nominare, rutilanti copertine che rivaleggiano per potenziale di adescamento, eleganza, o anche solo volgarità (tutti i mezzi sono permessi), senza sapere a che santo votarsi. Senza contare che molto spesso le perle si trovano solo negli scaffali di difficile accesso, rigorosamente in copia unica. O più spesso vanno ordinate.</p>
<p>Però qualche trucco che può aiutare in fondo c’è. Prima di tutto le classifiche. Le classifiche si trovano dappertutto, e sono uno strumento molto oggettivo e assolutamente affidabile: vanno seguite con la massima attenzione. O meglio, visto che le librerie piccole e grandi vi si adeguano ormai pedissequamente (il libraio, abdicando al suo ruolo di intelletto, si trasforma in dipendente di supermercato), a rigore le si può consultare anche solo indirettamente, per così dire sul campo. L’importante comunque è usarle bene. Vale a dire non comprare mai un libro presente in classifica. Ma proprio mai. Al limite, se proprio per sbaglio un romanzo buono o almeno passabile ci fosse cascato dentro, caso rarissimo, lo leggerete qualche anno dopo, ottenendolo per pochissimi soldi (dopo un paio d’anni i bestseller vengono sempre proposti a prezzi stracciati). Farete un affare, e vi risparmierete carrettate di parole che pensano e dicono tutti. Già partirete col piede buono.</p>
<p>Del resto la lettura di un romanzo è un atto molto intimo, una specie di amicizia, che in qualche caso può trasformarsi in amore. Voi vi prendereste per amico una persona che nel corso di una serata affollatissima e per certi aspetti antipatica, sorride a tutti, dice le cose che ammaliano tutti, fa le battute che fanno ridere tutti? Vi avvicinereste a quello sbruffone/commediante, gli chiedereste se ha voglia di passare un paio di lunghe serate, o anche una settimanella, a tu per tu con voi, nell’intimità del vostro salotto, se non addirittura nel vostro letto? Certamente no. Sapete benissimo, per esperienza, che l’amico che serve a voi non potrebbe brillare in una contingenza così volgare, e è anzi uno che con l‘umiltà più sconcertante tira fuori le cose che più vi interessano e più vi toccano, e che sa apprezzarvi come siete (la scrittura non è una relazione a senso unico: lui ha bisogno della vostra sensibilità e delle vostra intelligenza!), e che soprattutto durerà nel tempo, anche dopo anni di connubio non finirà mai di stupirvi.</p>
<p>Diffidate poi delle case editrici. Certo qualche rara casa editrice media o piccola, propone dei romanzi che in genere sono almeno passabili. Si potrebbe fare qualche nome. Ma sono mosche bianche. La maggior parte degli editori italiani pubblicano cani e porci, letteralmente. Capolavori e ciofeche, tutti assieme, tutti mescolati. Quindi voi non fidatevi. Mai. Avete già letto un bel libro in quella collana? Prima di comprarne un altro pensateci dieci volte. Una volta non era così, ma adesso sì.</p>
<p>Evitate poi come la peste le recensioni sui quotidiani nazionali e sui settimanali. Non leggetele, e se vi capita di scorrerle velocemente, non fidatevi, non tenetene conto. Nella stragrande maggioranza dei casi sono vacue, imprecise, autocompiaciute, tendenziose, se non addirittura tronfie, false, assurde, biecamente interessate. Sono spiacente di dire queste cose, e forse qualcuno potrebbe sentirsi offeso, ma questa è la mia esperienza e quella di tantissimi altri lettori. Prova ne sia cosa ne pensano della questione gli scrittori (pur sempre i diretti interessati!) coinvolti nell’inchiesta che ha realizzato l’anno scorso il blog collettivo di cui faccio parte (nazioneindiana.com): peste e corna. Ma in fondo lo sapete già anche voi, e le case editrici sanno che lo sapete (nel loro gergo le recensioni “non muovono il libro”), quindi era forse inutile dirlo.</p>
<p>Bisogna dedurne che i nostri recensori sono tutti incompetenti, o peggio ancora – si sente dire anche questo – dei prezzolati? Personalmente non lo credo, e per quel che ho potuto constatare si tratta spesso di persone oneste e intelligenti. Immaginiamoci però che voi vi ritroviate a dover giudicare una grande quantità di dolci prodotti dalla vostre zie, da vostri parenti e amici vari, dal vostro capufficio, e da altre persone che vi danno i soldi per vivere. Tutto ciò in loro presenza. Avete pochissimo tempo, e dovete dire quale dolce è più buono. Sapendo che ogni parola che pronuncerete potrà rivoltarsi contro di voi, potrà inimicarvi una o più delle vostre suscettibilissime zie, o peggio ancora rompere rapporti che sono fondamentali per la vostra stessa sopravvivenza. C’è molta confusione, perché tutti parlano, e proprio da quel gran parlare vedete che tutti si conoscono, tutti si omaggiano a vicenda (almeno in apparenza), tutti vi sollecitano. Voi quindi sudate, vi sentite confusi.</p>
<p>Talmente confusi che mettete in bocca macchinalmente pezzi di dolce, cominciando naturalmente da quelli delle zie più importanti, senza più poter capire se sono buoni o meno. Vi sembrano, anche se naturalmente non è vero, tutti uguali (il gusto è un senso molto delicato, non resiste a troppi strattonamenti), avete un po’ di nausea. E allora finite per votare la zia che deve lasciarvi l’eredità, o quel signore che vi da i soldi con cui pagate l’affitto, l’amico che non potete perdere. È umano. Insomma, è umano in Italia. Finiscono per fare così anche i critici più austeri, quelli che si circondano di un’aurea di ferrea esigenza. Anche loro, patapumfete, a dire che il tiramisù preparato dal loro amico, dal loro collega di università, o anche solo pubblicato dalla casa editrice per la quale lavorano, è il più buono di tutti. In perfetta buona fede. Insomma, la nostra versione della buona fede.</p>
<p>Per quanto riguarda i premi più importanti vale lo stesso discorso delle classifiche: vade retro italico conformismo. Ammesso che un osannato vincitore valga qualcosa, di solito il meglio si trova nelle opere precedenti, non in quella che ha trionfato. E delle migliaia di premi piccoli (“città di questo” e “città di quello” …) non vale nemmeno la pena di parlarne, nessuno se ne interessa. E i gruppi di lettura? Difficile giudicare, perché sono tantissimi e sparsi per ogni dove, ma la mia impressione è che ricalchino molto spesso, anche se forse in maniera meno immediata, e con qualche libertà in più, le stesse gerarchie che vanno per la maggiore. Sulla televisione stendiamo un velo pietoso, perché è sempre stata e sempre sarà la peggiore nemica della buona letteratura.</p>
<p>E internet? In effetti su internet si possono trovare ottime indicazioni. Paradossale, perché proprio sulla rete prevale il dilettantismo più spinto, spesso non immune da mitomania o indomita saccenza: si sa, ognuno può dire impunemente la sua. Il vantaggio però è la polifonia: è più facile farsi un’idea, almeno per me, quando ci sentono tante campane diverse. Qualche prezioso indizio salta pur sempre fuori. E poi sulla rete ci sono ottimi siti letterari dove si è abbastanza sicuri che prevalga la sincerità, spesso non sprovvista di competenza e gusto. Però mi sembrano rimedi adatti per i grandi lettori, più che per il lettore comune. È come se per comprarsi una ciabatta si dovesse ogni volta fare una ricerca sui modi di coltivazione del frumento.</p>
<p>E allora come si fa, a scovare questo benedetto buon romanzo italiano? Si fa con il vecchio e mai tramontato passaparola, tenendoci buoni i preziosissimi “passeurs” che in passato ci hanno dato ottime imbeccate. Un po’ come con la raccolta dei tartufi, per la quale si ha bisogno di un cane appositamente addestrato. Però non vorrei sembrare troppo pessimista, l’eccezione c’è sempre: il libraio che legge i libri e ha gusti raffinati, il critico che porta avanti con costanza la sua umile e certosina azione, magari su un quotidiano regionale, il programma radiofonico (la radio è spesso una grande alleata dei buoni libri), uno stralcio di testo presentato su un sito letterario. Bisogna munirsi di lanternino, ma ci si arriva.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sui quotidiani  "Trentino" ( 21.12.10) e "Corriere delle Alpi" (22.12.10)]<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/22/faq-come-scegliere-un-romanzo-italiano/">FAQ: Come scegliere un buon romanzo (italiano)</a></p>
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		<title>I premi letterari</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Sep 2007 17:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Perché nessuno crede ai premi letterari? Perché nessuno riconosce ai vincitori quell’autorevolezza, quella qualità, quella primarietà che dovrebbe essere la ragione del premio? In mano alle cordate degli amici, decisi a tavolino dalle case editrici, vittime di poco scaltre manovre lobbystiche, di strategie promozionali di qualche assessorato, è impensabile, diciamo rarissimo, oggi in Italia che un premio letterario abbia quel valore di “classicizzare” un libro che può avere che so io, un National Book Award.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/03/i-premi-letterari/">I premi letterari</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Perché nessuno crede ai premi letterari? Perché nessuno riconosce ai vincitori quell’autorevolezza, quella qualità, quella primarietà che dovrebbe essere la ragione del premio? In mano alle cordate degli amici, decisi a tavolino dalle case editrici, vittime di poco scaltre manovre lobbystiche, di strategie promozionali di qualche assessorato, è impensabile, diciamo rarissimo, oggi in Italia che un premio letterario abbia quel valore di “classicizzare” un libro che può avere che so io, un National Book Award. Quest’anno l’impressione si è trasformata forse in una constatazione. <span id="more-4389"></span>Il Premio Strega pareva assegnato almeno dieci mesi prima, con ragioni non proprio idealistiche: il libro di Ammaniti non aveva venduto come mercato comanda, e allora la Mondadori aveva pensato bene di sponsorizzarlo in modo da racimolare quel surplus mancante di lettori. In diretta tv la serata nel ninfeo di Valle Giulia metteva in scena – come da copione – la rappresentazione di una società letteraria poco credibile: questi gli intellettuali italiani? Un Mastella che ammiccava? Un Gigi Marzullo che imperversava? Purtroppo i giurati dello Strega, gli Amici della Domenica – una combriccola nata nel dopoguerra, con intenti di creare un premio fuori dalle istituzioni, con la logica della gratuità, “amichevole” appunto – sono diventati in molti casi gli Amiconi della Domenica. Fieri della propria tesserina, assiedati dalle telefonate degli uffici stampa dei libri in decina e poi in cinquina, vivono putroppo molto spesso il proprio ruolo come dei piccoli detentori di potere, trasformando a tutti gli effetti un momento di possibile dibattito letterario in una mera occasione mondana.<br />
Al Viareggio che il re fosse nudo neanche un mese fa l’hanno proclamato prima della premiazione, i giurati da una parte e l’organizzazione dall’altra l’un contro gli altri armati; i panni sporchi – le mail private su regolamenti non rispettati, piccole polemiche interne, ripicche personali – sono finiti sul sito www.premioviareggiorepaci.com (quasi ad alimentare quella fama di intercettazioni che nel mondo editoriale ancora non s’era vista). Chi ci ha malamente rimesso sono stati poi gli autori come Simona Baldanzi (<em>Figlia di una vestaglia blu</em>), che si è vista trattare con inaudita sufficienza da tutti, e che la sua esperienza di carne da premio l’ha raccontata qui su Nazione Indiana. Che il Campiello sia andato senza scossoni né veleni è diventata allora una notizia degna di titolo. Ha vinto Mariolina Venezia, <em>Mille anni che sono qui</em>, scelta da una giuria popolare che non ha rispecchiato molto i giudizi dei giurati, ma tant’è.<br />
Dunque Niccolò Ammaniti, Filippo Tuena e Mariolina Venezia: questa è la triade dei più importanti riconoscimenti letterari. Se un editore straniero – come capita – volesse farsi un’idea del best of prodotto dagli scrittori nostrani andrebbe a pescare da qui. Qualcuno di voi aveva idea che questi (targati rispettivamente Mondadori, Rizzoli, Einaudi) fossero i tre migliori libri dell’anno?<br />
La sensazione è che i premi letterari siano diventati un po’ come Sanremo o il Festivalbar, manifestazioni nazionalpopolari, capaci di evidenziare anche qualche buon nome ogni tanto (un Sandro Veronesi come un Avion Travel), ma molto più spesso costretti a gestire, alle volte con molta buona volontà ammettiamo pure, compromessi infiniti tra le pressioni dei grandi gruppi editoriali e le idiosincrasie di qualche organizzatore invadente. La domanda è allora: che bisogno c’è, che bisogno c’è di questo sforzo?<br />
E una domanda parallela potrebbe essere questa: perché non istituire in Italia un premio letterario che abbia per la letteratura la stessa funzione del Club Tenco per la musica? Un luogo di incontro vero tra addetti del settore? Un laboratorio di sperimentazione autorevole, capace di intuire le tendenze dei linguaggi, di segnalare personalità non ancora emerse, di promuovere collaborazioni che non siano soltanto amicizie d’occasione?<br />
Non sarebbe possibile coinvolgere tutti quelli che pur partecipando ai vari premi, autori, giurati, editori, sanno già di dover accettare regole scritte e non scritte che condividono solo a metà, e che proclamano fuori dai denti di essere innamorati di libri e scrittori che ai quei premi invece latitano?<br />
È un uovo di Colombo, una proposta da Alice nel paese delle meraviglie, o l’ennesima idea di un ennesimo premio che nel giro di qualche anno ricalcherebbe le stesse dinamiche stanche degli altri?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/03/i-premi-letterari/">I premi letterari</a></p>
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