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	<title>Nazione Indiana &#187; processi</title>
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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6768" title="opereitaliane" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <em>Campo del sangue</em> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<em>Un teologo contro Hitler</em>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <em>Gli emigrati</em>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «Città dei ragazzi» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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		<title>Verso un ritorno della “razza”?</title>
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		<pubDate>Wed, 21 May 2008 05:14:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p class="MsoNormal"><em>(Con il quarto governo Berlusconi, mi sembra che sia ormai cambiato il contesto che ha visto su questo blog prendere corpo un dossier intitolato “Razzismi quotidiani”. Il motivo di questo cambiamento è semplice. Molti di noi hanno continuato a pensare in termini di “denuncia” del pregiudizio e della discriminazione.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/21/verso-un-ritorno-della-%e2%80%9crazza%e2%80%9d/">Verso un ritorno della “razza”?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><em><span lang="ES-MX">(Con il quarto governo Berlusconi, mi sembra che sia ormai cambiato il contesto che ha visto su questo blog prendere corpo un dossier intitolato “Razzismi quotidiani”. Il motivo di questo cambiamento è semplice. Molti di noi hanno continuato a pensare in termini di “denuncia” del pregiudizio e della discriminazione. Si partiva dall’assunto che, nella nostra società, la maggioranza delle persone non potesse sostenere a chiare lettere un atteggiamento discriminatorio nei confronti di altri esseri umani. Uno dei nostri obiettivi era l’esigenza di “svelare” un razzismo che spesso si presentava sotto vesti più innocenti o decenti. Oggi, invece, chi palesa i suoi pregiudizi e chi invoca a chiare lettere l’esigenza di discriminare, riscuote successo. È un po’ quello che succede con il fascismo. C’è ancora chi denuncia “gesti”, “attitudini”, “discorsi” fascisti. </span>Ma è proprio in quanto “fascisti” che quei gesti, attitudini e discorsi piacciono. </em><span lang="ES-MX"><em>Detto questo, è doveroso non tacere. E anzi, di fronte al trionfo della semplificazione del reale, è importante confrontarsi con le comunità di studio, con tutti coloro che non producono esclusivamente “sapere” televisivo e giornalistico. A. I.)</em></span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="ES-MX"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">di <strong>Simone Morgagni</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Il problema della legalità è all’ordine del giorno. Si tratta forse della questione sociale che gode da qualche anno a questa parte di maggiore attenzione da parte dei media e dei cittadini, da parte dei governanti e dei governati dei paesi occidentali. Nella quasi totalità dei casi la tematica della legalità e della sicurezza si incrociano con fenomeni di emarginazione, di violenza e di insicurezza che sembrano porre domande sempre più pressanti riguardo ai legami che intercorrono tra tutte queste nozioni.</span><span id="more-5948"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Il disastro provocato dall’uragano Katrina in Louisiana alla fine dell’agosto 2005; le proteste e gli scontri nelle banlieues francesi, durante l’autunno dello stesso anno proseguiti, con maggiore o minore intensità, fino ad oggi, fino ad arrivare al clamore mediatico ottenuto dagli stupri ad opera degli &#8220;extracomunitari&#8221; <strong>(come se lo stupro fosse una loro prerogativa esclusiva)</strong>, sembrano chiamare in causa <strong>-</strong> ancora una volta <strong>-</strong> il vecchio concetto di razza. <span>Questa volta, tuttavia, sembra non trattarsi semplicemente, di un semplice ritorno delle vecchie forme di razzismo istituzionalizzato.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">La situazione attuale sembra piuttosto metterci<span> </span>di fronte ad un suo parziale ritorno che si presenta accompagnato da una pletora di nuove forme di discriminazione ed esclusione che, nonostante un’apparenza spesso meno inquietante, possono probabilmente essere riportate alla stessa matrice. In</span><span lang="IT"> questa stessa ottica si potrebbero ad esempio leggere gran parte delle politiche “securitarie” che vengono proposte, attuate e propagandate con lo scopo dichiarato di riportare ordine nel caos prodotto dai processi di globalizzazione delle merci, delle persone e delle paure. Basti pensare alla costituzione di banche dati sempre più numerose, alle ispezioni sempre più intime, all’identificazione delle persone attraverso il riconoscimento delle loro sole specificità fisiche. Sembra allora tornare ad emergere, dalla considerazione di questi scenari, la possibilità di utilizzare specificamente la nozione di “razza” come categoria interpretativa, come strumento di diagnosi dell’impatto che questi fenomeni hanno sullo spazio della nostra vita pubblica, della nostra politica, delle nostre istituzioni.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Si assiste in tal modo ad un imprevisto capovolgimento di quel percorso intellettuale che, dopo aver messo in discussione la nozione di razza come entità tassonomica sostenuta da prove genetiche, fa riapparire quella stessa categoria come elemento comunitario, portatore di cultura, di esclusione come di solidarietà. Questo perché la categoria viene recuperata sia nei discorsi delle minoranze che in quelli dei gruppi oppressori, mostrandone una progressiva ed inedita doppia utilizzazione, non più limitata alla creazione di una distanza da non superare, ma espansa anche alla costruzione stessa di una identità collettiva. Se il termine “razza” sembra ormai non aver più alcun senso, scientificamente parlando, la tanto auspicata eliminazione dello stesso termine, inteso come struttura culturale, potrebbe avere conseguenze ancora più nefaste<span>. Le nostre società, infatti, sembrano mostrare serie difficoltà nell’assorbire questa nozione all’interno di quelle preesistenti, come quella di “cultura” o quella di “etnia”. Di conseguenza si assiste ad un tendenziale mantenimento di modalità di dominio e sopraffazione spesso estremamente reali, ma nascoste dietro la cortina di una nuova tipologia di attività discriminatorie, meno appariscenti e visibili rispetto al passato. Per questa ragione, all’interno delle società multiculturali, i dilemmi posti dalle questioni di eguaglianza, libertà, inclusione, sicurezza devono tornare ad essere indagati secondo una nuova ottica capace di ricostruire il legame tra vecchie e nuove forme di discriminazione. Questa rinnovata attività di indagine ci pare del resto la sola possibilità per comprendere più in profondità quel diffuso senso di<span> </span>inquietudine verso il “diverso” che si propaga attualmente senza che si riescano ancora a trovare le categorie adatte per poterlo comprendere, e combattere. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Tutte queste motivazioni ci hanno spinto a proporre ai lettori di <em>Nazione Indiana</em> questa piccola serie di quattro interventi che vogliono tentare di fornire una sorta di mappa concettuale, di diario minimo delle attuali riflessioni su due tematiche fondamentali quali “la discriminazione di soggetti vulnerabili derivante dal fenomeno delle migrazioni”  e “la crisi della capacità delle istituzioni e del diritto di operare in base a valori condivisi”. Si tratta di una selezione dell’attività di ricerca svoltasi in questi ultimi anni e promossa in Italia soprattutto <strong>presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche</strong> dell’Università di Modena e Reggio Emilia e presso il <strong>Dipartimento di Teoria e Storia del diritto</strong> dall’Università di Firenze. Questa attività è stata accompagnata da una serie di pubblicazioni online che indichiamo qui di seguito e si è conclusa con la pubblicazione, nel novembre 2007, di un doppio volume a titolo <a href="http://www.diabasis.it/Database/diabasis/diabasis.nsf/b4604a8b566ce010c125684d00471e00/0eb2ae482ad95d2dc125735a003d3956!OpenDocument">“Differenza razziale, discriminazione e razzismo nelle società multiculturali”</a> edito dalla casa editrice<strong> Diabasis </strong>di Reggio Emilia e a cura di <strong>Thomas Casadei</strong> e <strong>Lucia Re</strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Sarà proprio da questa pubblicazione che saranno tratti i tre interventi che verranno pubblicati nei giorni a venire. Proporremo dapprima un approccio teorico sulla questione de “La costruzione del razzismo”, formulato dal filosofo francese <strong>Etienne Balibar,</strong> cui seguirà una breve analisi delle pratiche discriminatorie e dei possibili trattamenti uguaglianti a firma di <strong>Costanza Margiotta</strong> per concludere poi con la trattazione di alcuni problemi legati alla libertà di espressione e posti a confronto con le recenti Teorie Critiche della Razza. Speriamo possano rivelarsi utili strumenti per avvicinarsi ad un fenomeno quantomai reale e purtroppo così poco analizzato, se non con gli strumenti, evidentemente inadatti, della repressione e della soppressione progressiva delle libertà fondamentali dell’uomo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt; line-height: 150%;"><span lang="IT">Indichiamo, qui di seguito, una serie di collegamenti ipertestuali che conducono ad alcune raccolte di testi disponibili in rete ed elaborati all’interno del quadro d’analisi che è stato brevemente presentato. Segnaliamo in particolare:</span></p>
<ul>
<li><!--[if !supportLists]--><strong><span style="font-weight: normal; font-family: Symbol;"></span></strong><span lang="IT">Il dibattito <strong>“</strong><strong><span style="font-weight: normal;"><a href="http://www.sifp.it/eventomese.php"><span>Razza e diritto: tra sicurezza, discriminazioni e cittadinanza</span></a>” che si svolto sul sito Internet della Società Italiana di Filosofia Politica.</span></strong></span></li>
<li><!--[if !supportLists]--><span class="sommario"><span style="font-family: Symbol;"></span></span><!--[endif]--><strong><span style="font-weight: normal;" lang="IT">Il numero della rivista Cosmopolis dedicato alla tematica “</span></strong><span class="sommario"><span lang="IT"><a href="http://www.cosmopolisonline.it/20070705/sommario%20razza.html">I dilemmi della &#8216;razza&#8217;: tra cittadinanza ed esclusione</a>”</span></span></li>
<li><!--[if !supportLists]--><span style="font-family: Symbol;"></span><span class="sommario"><span lang="IT">Il numero della rivista Jura Gentium dedicato alla tematica “</span></span><span lang="IT"><a href="http://www.juragentium.unifi.it/it/forum/race/index.htm">Legge, ‘razza’ e diritti a partire dalla Critical Race Theory”</a></span></li>
</ul>
<p style="margin: 0cm 0cm 0.0001pt;"><span lang="IT"><!--[if !supportEmptyParas]--> <!--[endif]--></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%;"><span lang="IT">Approfittiamo di questo primo intervento per ringraziare le Edizioni Diabasis e Thomas Casadei per la collaborazione che ci hanno fornito e per l’autorizzazione alla ‘liberazione’ online dei testi pubblicati. Teniamo inoltre particolarmente a ringraziare Etienne Balibar, Costanza Margiotta e <strong>Giorgio</strong> <strong>Pino </strong>per la loro cortesia nel<span> </span>concederci l’autorizzazione alla pubblicazione dei loro testi e per la disponibilità dimostrata anche con la loro volontà, tempo permettendo, di seguire l’eventuale dibattito generato dalla<span> </span>pubblicazione.</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/21/verso-un-ritorno-della-%e2%80%9crazza%e2%80%9d/">Verso un ritorno della “razza”?</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Perché la mafia ha vinto</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Mar 2008 08:58:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/fal_bor1.jpg" title="fal_bor1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Giancarlo Caselli</strong></p>
<p>Più di un secolo fa, nel suo saggio “Che cosa è la mafia” Gaetano Mosca scriveva: “È strano notare come coloro che discorrono e scrivono di mafia […] raramente abbiano un concetto preciso ed esatto della cosa, o delle cose, che colla mafia vogliono indicare».&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/25/perche-la-mafia-ha-vinto/">Perché la mafia ha vinto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/fal_bor1.jpg" title="fal_bor1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/fal_bor1.thumbnail.jpg" alt="fal_bor1.jpg" /></a></p>
<p>di <strong>Giancarlo Caselli</strong></p>
<p>Più di un secolo fa, nel suo saggio “Che cosa è la mafia” Gaetano Mosca scriveva: “È strano notare come coloro che discorrono e scrivono di mafia […] raramente abbiano un concetto preciso ed esatto della cosa, o delle cose, che colla mafia vogliono indicare». Un vecchio vizio, tutto italiano, che per fortuna contempla vistose ed importanti eccezioni. Tra queste – indubbiamente – le ricerche e gli studi di Nicola Tranfaglia, ormai patrimonio consolidato per tutti coloro che di mafia vogliano sapere qualcosa di più serio rispetto alle…fiction televisive di moda. L’ultima fatica di Nicola Tranfaglia (preziosa come le precedenti) si intitola “Perchè la mafia ha vinto”. In realtà si tratta di una storia della mafia che ci aiuta a capire meglio che cos’è la mafia oggi, nel terzo millennio, a quindici anni dalle tremende stragi palermitane del ’92. <span id="more-5574"></span></p>
<p>L’Autore sa bene che sempre più si deve parlare di «mafie», anziché di «mafia», perché accanto alle mafie “tradizionali” ( Cosa nostra siciliana , ‘Ndrangheta calabrese , Camorra napoletana e Sacra corona unita pugliese) il nostro Paese, aduso ad «esportare» anche il crimine organizzato, si trova nell’inedita situazione di dover ospitare nuove mafie d’importazione (russa, albanese, cinese, nigeriana, ecc.), che in questi ultimi anni si sono insediate nel territorio e che talora interagiscono con le più antiche organizzazioni mafiose nazionali. Mentre il processo di globalizzazione finanziaria ha inevitabilmente influito sulle più recenti forme di manifestazione dell’economia criminale, imponendo una più spiccata interazione fra le varie organizzazioni mafiose del mondo, i cui interessi e capitali illeciti si incontrano nel mercato globale del grande riciclaggio internazionale, con evidenti intrecci fra la macrocriminalità del riciclaggio e parte consistente di quel potere finanziario – più o meno “grigio” &#8211; che ormai opera, spesso senza adeguati controlli, nell’intero ambito planetario.</p>
<p>Oggi, pertanto, la base di partenza di qualunque ragionamento sulle mafie è che esse , pur nella radicale continuità con se stesse, pur mantenendo ( in molti casi) un evidente radicamento localistico, sono ormai in grado di condurre attività illecite in una dimensione globale e reticolare. Così da costituire una vera e propria impresa multinazionale, che produce ricchezza attraverso mille traffici e affari illeciti, cui si affiancano imprese legali di copertura o riciclaggio.</p>
<p>Ma non volendo – né potendo &#8211; scrivere un’enciclopedia sterminata, Tranfaglia ha giustamente scelto di limitarsi a seguire un “filo centrale”, incentrandolo su “Cosa nostra” ed in particolare sui suoi rapporti con le classi dirigenti del Paese. Constatando innanzitutto come questa organizzazione criminale sia oggi capace – forse più che nel passato– di mimetizzarsi e scomparire. La mafia siciliana, infatti, dopo avere attuato ed esibito con le stragi del 1992 una violenta e spietata strategia d’attacco frontale allo Stato, ha dovuto subire un’efficace reazione (latitanti arrestati come mai in precedenza, per numero e caratura criminale, tra cui gli autori materiali di quelle stragi; beni mafiosi sequestrati per decine di miliardi; veri e propri arsenali di armi requisiti). E ha subìto anche la stagione dei processi, che per i suoi affiliati si sono conclusi con pesantissime condanne. Ed ecco che la mafia, duramente colpita, sceglie di attuare una sorta di «strategia della tregua» finalizzata, fra l’altro, a far dimenticare la sua tremenda pericolosità. Niente più stragi, niente più omicidi eclatanti; regna lo spirito di mediazione anziché la logica dello scontro aperto. Bernardo Provenzano, regista di questa nuova stagione, adotta la tecnica del «cono d’ombra», con l’obiettivo, appunto, di rendere invisibile l’organizzazione, di inabissarla. Si fa ricorso alle armi soltanto come extrema ratio e si riduce, di conseguenza, il numero dei regolamenti di conti interni. Quando si elimina qualcuno, il suo cadavere viene fatto sparire (le cosiddette «lupare bianche»), così da rendere più difficile la percezione dell’entità della violenza omicida messa in atto. La mafia di Provenzano è sempre più una mafia degli affari: l’intromissione di Cosa Nostra in tutti gli appalti di un certo rilievo serve a presentarsi come volano di un’economia che altrimenti – si vuol far credere – resterebbe inerte e improduttiva. In questo modo Cosa Nostra cerca di dissimulare il suo volto più feroce, per recuperare e sviluppare spazi di intervento e per rafforzare i meccanismi di accumulazione di capitale illecito. Con una peculiarità che complica le cose perché, secondo tradizione, essa tende anche a proporsi come soggetto politico-sociale capace di controllare l’economia e di esercitare una funzione di (apparente) sviluppo, anche sostituendo o integrando le competenze pubbliche.</p>
<p>La strategia con la quale la mafia ha affrontato il nuovo millennio è quindi meno sanguinaria, ma più insidiosa, perché favorisce l’affievolirsi dell’attenzione sulla questione mafia in conseguenza del calo «statistico» dei fatti di sangue conosciuti. Ma è proprio nei periodi di pax mafiosa che Cosa Nostra dimostra maggiore forza, capacità di infiltrarsi nel tessuto economico-sociale e di intrecciare nuove relazioni anche sul versante dell’intermediazione fra popolazione meridionale e luoghi decisionali della cosa pubblica. E’ allora che essa amplia la propria sfera di intervento, mirando ad influenzare anche gli orientamenti politici (a partire da quelli elettorali) nelle zone sottoposte al suo controllo.</p>
<p>E’ a partire da questi dati che Tranfaglia arriva alla conclusione che “la mafia ha vinto”. Mi sembra importante, però, elencare anche i cambiamenti in positivo che l’antimafia ha registrato nel corso degli anni ( soprattutto gli ultimi 15), per verificare come la celebre riflessione di Giovanni Falcone &#8211; con la quale lo stesso Tranfaglia apre il suo libro – secondo cui “la mafia è un fenomeno umano, e come ha avuto un inizio così avrà una fine” non fosse una frase fatta, buona solo per esorcizzare il problema. Indicava un percorso possibile, lungo il quale ci sono compiuti passi anche significativi. La strada è certo ancora lunga ed impervia. Il cammino compiuto fino ad oggi è insufficiente per molti profili. E tuttavia ci sono stati momenti positivi, dei quali innanzitutto vorrei parlare.</p>
<p>Non dimentichiamo che c’era una volta in cui la mafia…. neppure esisteva. Anzi peggio: il Procuratore generale della Corte di cassazione Giuseppe Guido Lo schiavo, il più alto magistrato italiano, su una rivista giuridica (negli anni Cinquanta) scriveva testualmente: “si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura, è una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura e la giustizia e si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l’opera del giudice. Nella persecuzione dei fuorilegge e dei banditi ha addirittura affiancato le forze dell’ordine. Oggi si fa il nome di un autorevole successore nella carica tenuta da Don Calogero Vizzini, in seno della consorteria occulta. Possa la sua opera essere indirizzata sulla via del rispetto delle leggi dello Stato e del miglioramento sociale della collettività”. Se oggi qualcuno, Procuratore generale o no, si esprimesse in questi termini, l’invettiva che Grillo ha fatto diventare di moda sarebbe assolutamente scontata. Oggi sono i mafiosi che devono scendere in piazza per far sapere che la mafia non esiste. Roberto Saviano torna in Campania a Casal di Principe e Nicola Schiavone (padre del boss Francesco, il famigerato Sandokan) in piazza deve gridare &#8211; feroce, minaccioso, ma in una certa misura anche patetico &#8211; che la camorra non esiste e se l’è inventata Saviano per vendere più copie del suo libro…</p>
<p>Altri cambiamenti si registrano sul piano degli strumenti di contrasto investigativo-giudiziario. Una volta c’era soltanto il 416 bis, l’associazione a delinquere semplice, ed era – di nuovo parole di Falcone – “come dover combattere contro un carro armato, la mafia, con una cerbottana”. Si perdeva. Adesso invece , sia pure con grave ritardo e soltanto dopo la morte di Pio La Torre e del generale Dalla Chiesa, abbiamo il 416 bis: uno strumento mirato, calibrato sulla realtà specifica delle associazioni mafiose. Abbiamo la Procura nazionale Antimafia con la sua banca dati, uno strumento davvero importantissimo, un patrimonio inestimabile di conoscenze formato acquisendo tutti i dati significativi ovunque disponibili. Abbiamo la DIA (direzione investigativa antimafia). Abbiamo un uso massiccio ormai della tecnologia: in particolare le intercettazioni telefoniche e ambientali, che consentono il monitoraggio continuo dei punti “sensibili”, anche per la ricerca dei latitanti: che conseguentemente non possono non vivere costantemente sotto tensione, braccati di continuo come sono, mentre una volta non venivano neppure cercati. E dopo le stragi del 1992, abbiamo avuto la legge sui “pentiti” e la legge sul trattamento carcerario di giusto rigore dei mafiosi detenuti: strumenti che sono stati decisivi per risalire la china quando il terrorismo stragista dei mafiosi sembrava incontenibile. Quando nel nostro Paese si era verificato qualcosa di simile all’11 settembre di New York: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come le Torri Gemelle, simboli abbattuti da una violenza politica totalizzante, con obiettivi proiettati ben oltre le vittime immediatamente colpite. Quest’immagine ( che è di Andrea Camilleri) esprime bene il gravissimo pericolo che si abbatté sull’Italia: il pericolo di diventare uno stato-mafia, un narco-stato di tipo colombiano, dominato da un’organizzazione criminale stragista. Per fortuna, con il concorso di tutti (istituzioni, società civile, forze dell’ordine e magistratura), invece di precipitare in un abisso senza fondo, siamo riusciti a resistere.</p>
<p>Per certi profili, sul piano investigativo-giudiziario facciamo persino scuola. E non è un caso che la nuova convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità trans-nazionale firmata a Palermo, nel dicembre 2000, preveda tutta una serie di misure pensate con riferimento alla realtà specifica delle organizzazioni criminali, quale emersa dall’esperienza di contrasto maturata sul campo soprattutto nel nostro Paese. Ecco allora, in questa convenzione ONU, la previsione come reato della partecipazione ad un gruppo criminale organizzato, la confisca dei beni dell’associazione, la protezione dei testimoni, l’assistenza delle vittime, l’incentivazione dei “pentimenti”. Noi oggi, condizionati da una certa black propaganda, quando parliamo di “pentiti” ci tappiamo il naso, o peggio. In questa convezione ONU c’è invece scritto che i “pentimenti” devono essere incentivati mediante sconti di pena, fino all’immunità per quegli ordinamenti che l’immunità prevedano. Piuttosto va detto ( e lo vedremo meglio in seguito) che mentre facciamo da modello, esportando le nostre esperienze, poi tendiamo incredibilmente ad arretrare per quanto riguarda noi stessi.</p>
<p>Altre novità positive si possono riscontrare sul piano della lotta all’estorsione, un punto di forza delle mafie ( come si sa), sia per l’accumulazione di profitti illeciti, sia per il controllo del territorio. Ricordiamo tutti la vicenda di Libero Grassi, che aveva denunciato il racket, aveva pubblicamente dichiarato che non avrebbe pagato. E però Grassi fu a sua volta denunciato dal presidente degli industriali di Palermo, che gli intimò di smetterla perchè: “i panni sporchi si lavano in casa”. Così Grassi restò isolato e venne ucciso. Ancora recentemente, non più di due anni fa, una inchiesta del Censis ha accertato che il 42,5 % degli imprenditori del sud interpellati riteneva che senza mafia avrebbe potuto fortemente incrementare il proprio fatturato. Ma è con amarezza che il Censis rilevava come gli imprenditori siciliani detenessero un singolare primato con i colleghi calabresi: quello di avvertire di meno o addirittura di negare il problema della mafia. Evidentemente pensavano che i padrini garantissero più sicurezza delle forze dell’ordine e che se c’era da pagare una tassa era (come dire) un costo di gestione da accettare senza fare troppe storie.</p>
<p>Oggi dei cambiamenti (pochi, fragili e precari fin che si vuole: ma pur sempre significativi) ci sono. La positiva esperienza antiracket di Tano Grasso che va estendendosi dalla Sicilia in altre parti del Paese; la Confindustria siciliana che espelle chi paga il pizzo, con l’ appoggio della Confindustria nazionale; altri importanti segnali di recupero in Calabria. Finalmente, anche se con fatica, qualcosa si muove.</p>
<p>Poi ci sono novità sul piano dell’aggressione ai patrimoni dei mafiosi. Ieri (lo testimoniano i diari del Consigliere Chinnici) la situazione era questa: quando nell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, diretto appunto da Chinnici, si affaccia un giovanissimo magistrato a quei tempi assolutamente sconosciuto, di nome Giovanni Falcone, Chinnici (che ne intuisce subito le grandi capacità) gli affida alcune inchieste di mafia. Ora, è scritto nei diari di Chinnici che immediatamente un altissimo magistrato palermitano si precipita nel suo ufficio e in sostanza gli dice: “Ma che combini? Perché affidi a questo Falcone processi di mafia? Caricalo di processi bagatellari, di processi da niente, che non abbia il tempo di occuparsi di mafia: perché altrimenti rovina l’economia siciliana”. Chinnici chiaramente non ci sta, continua ad investire su Falcone e anche per questo suo coraggio la mafia lo uccide. Ma se indagare sulla mafia equivaleva a …. rovinare l’economia, conseguentemente non c’era – non poteva esserci &#8211; nessuna legge che aiutasse ad operare sul versante dell’aggressione dei patrimoni mafiosi. Oggi invece abbiamo la legge La Torre, che ha escogitato questo grimaldello formidabile che è imporre ai mafiosi l’onere di provare la provenienza legittima dei loro beni, perché altrimenti si presumono di provenienza illecita e quindi vengono sequestrati e confiscati. Successivamente abbiamo avuto (grazie anche al milione di firme raccolto da “Libera”, l’efficacissima forma di organizzazione della società civile guidata da Luigi Ciotti e agli inizi anche da Rita Borsellino) la legge 199/1996 per l’impiego a fini socialmente utili dei beni confiscati. Importanti novità, oggi da affinare e potenziare e tuttavia ormai in campo, concretamente operanti. Ettari ed ettari di terre confiscate ai mafiosi sono oggi lavorati da Cooperative di giovani coordinate da “Libera”, che ha saputo costruire un’imponente rete di collegamento sull’intero territorio nazionale, un ponte tra Sud e Nord formato da oltre 1500 gruppi, uniti dal comune interesse sui temi della legalità e della giustizia. La pasta, l’olio, il vino prodotti sui terreni confiscati alla mafia in varie regioni italiane sono la materializzazione della legalità come restituzione del “maltolto”, cioè di parte delle ricchezze accumulate dalla mafia mediante un sistematico drenaggio delle risorse e la “vampirizzazione” del tessuto economico legale ( a forza di estorsioni, usure, truffe, appalti truccati, tangenti etc.). I prodotti di “Libera”, in altre parole, sono la dimostrazione che l’antimafia è recupero di legalità che “paga” anche in termini di nuove opportunità di lavoro e di nuove occasioni di iniziative imprenditoriali. Sono un baluardo della democrazia contro i ricatti e le umiliazioni dei mafiosi, sintesi di dignità ed indipendenza conquistate col lavoro: il modo più efficace per coinvolgere la società civile in un effettivo impegno antimafia, senza più deleghe esclusive alle forze dell’ordine e alla magistratura, inevitabilmente indebolite se lasciate sole. Per cui è proprio su questo versante – del coinvolgimento e dell’impegno della società civile, che si possono registrare i segnali più rilevanti, comprendendovi anche i ragazzi di Locri e i ragazzi “no pizzo” di Palermo. Segnali che si stagliano in un quadro ancora molto cupo, e tuttavia importanti.</p>
<p>Quel che non cambia o che cambia troppo poco è la politica, o perlomeno certa politica. E qui il pessimismo di Tranfaglia ( “Perché la mafia ha vinto”) può pescare a piene mani.</p>
<p>Va premesso che il contrasto di “Cosa nostra” per quanto concerne l’ala cosiddetta militare dell’organizzazione ormai registra una forte e rassicurante continuità: dall’arresto di Riina e soci fino agli arresti di Provenzano e dei Lo Piccolo e alla mega-inchiesta “Old bridge” del febbraio 2008 in cooperazione fra Italia e Usa, ecco tutta una serie di importanti interventi che dimostrano come l’apparato investigativo-giudiziario antimafia si sia stabilmente assestato su livelli di assoluta eccellenza. Non altrettanta continuità, però, è dato di registrare sul versante del contrasto alle cosiddette “relazioni esterne”, vale a dire le complicità, coperture e collusioni con pezzi del mondo legale (politica, affari, imprenditoria, istituzioni….) che rappresentano la spina dorsale, il nerbo del potere mafioso. Se tali coperture non sono aggredite con forza e appunto continuità, senza sconti o scaltrezze, “Cosa nostra” non è certo onnipotente, ma continuerà a trovare sostegni preziosi se non decisivi anche nei momenti più difficili. Se persiste il malvezzo di applaudire quando si arrestano capimafia e gregari, per gridare al teorema o al complotto quando si cerca di far luce più in profondità, allora avrà ancora una volta ragione chi sostiene che si possono anche arrestare boss su boss, ma l’alt ad andare oltre, in forma anche esplicita e non solo sottintesa, rimane: e pesa come un macigno.</p>
<p>Persino il pool di Falcone e Borsellino dovette piegarsi a questa “regola”. Con il maxi-processo, il pool aveva posto fine ( nel rispetto rigoroso delle regole, delle prove, delle procedure) al mito dell’invulnerabilità di Cosa Nostra. La mafia poteva essere finalmente sconfitta, e invece si dovette registrare un fatto che rappresenta una colossale vergogna della nostra storia nazionale. Il pool, invece di essere sostenuto nella sua azione, venne letteralmente spazzato via. Siamo 4-5 anni prima delle stragi, ed una tempesta di polemiche tanto violente quanto ingiuste si scatena sul pool: professionisti dell’antimafia, uso spregiudicato dei pentiti, uso della giustizia a fini politici di parte, pool trasformato in centro di potere. Per effetto di queste aggressioni, alla fine il pool di fatto scompare e il suo metodo di lavoro &#8211; vincente &#8211; viene cancellato. E ciò proprio nel momento in cui il pool comincia ad occuparsi non solo di mafiosi di “strada”, ma anche dei cugini Salvo, di Ciancimino, dei Cavalieri del lavoro di Catania(vale a dire dei rapporti della mafia con pezzi della politica, delle istituzioni, del mondo degli affari…). E’ allora che il pool non va più bene. Perché sta traducendo in cifra operativa quel che aveva sostenuto nella ordinanza-sentenza conclusiva del primo maxi-processo del 1985, quando denunziava “una singolare convergenza fra interessi mafiosi e interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti che vanno ben al di là della mera contiguità e che devono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina”. E’ nel momento in cui il pool comincia a “voltare pagina” che si moltiplicano &#8211; furibondi &#8211; gli attacchi che ne causano la delegittimazione e poi la scomparsa, con azzeramento del suo metodo di lavoro.</p>
<p>La tecnica è semplice: ripetere ossessivamente (a forza di ripeterle, anche le menzogne diventano credibili) che le indagini riguardanti i rapporti tra mafia e politica sono invenzioni di magistrati politicizzati, asserviti a strategie eterodirette. Ovviamente è un’assurdità, comprensibile soltanto se a propagandarla è Cosa nostra, che difatti la sostenne contro il pool di Falcone, quando Antonino Salvo, uomo “d’onore” riservato della famiglia di Salemi, per difendersi dalle accuse del pool proclamava di essere “sotto il mirino dei politici e, in particolare, anzi, soltanto del Partito Comunista italiano”. Una falsità che sarà poi ripresa pari pari da Salvatore Riina, pronto ad inveire pubblicamente (24 Maggio ’94, Corte di Assise di Reggio Calabria) contro i “comunisti” che complottano ai suoi danni anche nella Procura della Repubblica di Palermo. Ma quel che interessa sottolineare è che Salvo e Riina non parlavano e non parlano a caso, ma lanciano trasparenti messaggi, magari rivolgendosi a settori che immaginano, sperano, disposti a riceverli.</p>
<p>Interessa sottolineare, inoltre, che la storia (almeno in parte) si ripete, nel senso che anche dopo le stragi del ‘92 le cose vanno bene , per il pool dei magistrati inquirenti della Procura di Palermo, finchè ci si occupa soltanto di Riina e soci. Ma quando &#8211; non in base a teoremi politico-sociologici ma a fatti ed emergenze probatorie &#8211; si aprono e si sviluppano anche procedimenti a carico di imputati &#8220;eccellenti&#8221; appartenenti alla borghesia politica, imprenditoriale e professionale (cioè a settori che da sempre hanno un ruolo centrale nella storia della mafia), ecco che &#8211; pur di scongiurare il salto qualitativo nell&#8217;azione di accertamento dei legami e delle collusioni con Cosa Nostra &#8211; sono molti coloro che accettano di perdere una guerra che si sarebbe potuta vincere. Le tappe di questa strategia rinunciataria sono note e già sperimentate contro il pool di Falcone: la definizione della ricerca della verità come inaccettabile «cultura del sospetto»; l&#8217;insinuazione di uno scorretto rapporto tra “pentiti” e inquirenti; la conseguente delegittimazione pregiudiziale dei “pentiti” (cosa – inutile dirlo – tutt&#8217;affatto diversa dalla doverosa prudenza nella valutazione delle dichiarazioni degli stessi); l&#8217;accusa a pubblici ministeri e giudici di costruire teoremi per ragioni politiche o, più brutalmente, di «essere comunisti o amici dei comunisti». Risultato? Proprio mentre l’incalzare dell’azione della Procura stava disgregando l’organizzazione criminale, proprio quando l’isolamento di Cosa nostra (grazie anche alle indagini sui collusi) andava profilandosi come ormai irreversibile, ecco inscenarsi un “processo” alla stagione giudiziaria che ha seguito le stragi del &#8217;92. E se le persone da mettere sotto accusa sono i magistrati, ad avvantaggiarsene – obiettivamente – è la criminalità. Cosa nostra fa meno fatica a risorgere, ha più tempo e più spazio per ricostruire le fortificazioni sbrecciate. Sembrava fatta, Cosa nostra ed i suoi complici stretti in un angolo, sotto una gragnola di colpi portati con rigoroso rispetto delle regole e delle garanzie, e invece….. Certo, l’azione degli inquirenti non viene bruscamente interrotta come ai tempi del pool di Falcone, ma la strada si fa più in salita. Continuano i “successi” sul versante militare dell’organizzazione, ma l’indispensabile lotta alle collusioni rallenta e si inceppa. Ed è proprio qui che si può registrare quanto sopra anticipato: molte cose sono cambiate in positivo nell’impegno antimafia; quel che invece non cambia mai – o cambia troppo poco – è la politica, perlomeno certa politica.</p>
<p>Vorrei ancora fissare alcuni punti:</p>
<p>1. Larga parte della politica oggi (anche trasversalmente) considera troppa giustizia e troppa legalità come un fastidio. Gli viene l’orticaria. Non si identifica con l’Italia delle regole quanto piuttosto con l’Italia dei furbi, degli affaristi o degli impuniti.</p>
<p>2. In democrazia, il primato della politica è un assioma. Spetta alla politica, soltanto alla politica, operare le scelte di governo nell’interesse &#8211; si spera &#8211; di tutti. Non spetta a nessun altro, meno che mai ai giudici (la storiella del governo dei giudici è bieca propaganda). Ma proprio perché non può esservi dubbio alcuno su questo primato, la politica deve viverlo ed interpretarlo nella consapevolezza della sua importanza effettiva, non con attenzione alla sola facciata. Allora, se ci sono delle inchieste giudiziarie che rivelano fatti dando indicazioni preziose in tema di corruzione e collusione fra mafia e politica, ecco che la politica dovrebbe esercitare il suo primato intervenendo con nuove leggi, con controlli più adeguati. E invece di tutto questo abbiamo avuto ben poco dal ’90 ad oggi. Si avverte invece una certa tendenza (trasversale) a mal concepire il primato della politica, a farne la base per pretendere una sorta di sottrazione dei politici ai controlli, alla legge che dovrebbe essere uguale per tutti. Ecco allora che la giustizia nel nostro paese non funziona, ma invece di chiedere più giustizia si chiede meno giustizia, tutte le volte che si incrociano determinati interessi. Ecco allora che alla magistratura si chiede di fare un passo indietro, invece di potenziarne gli strumenti e le possibilità di intervento.</p>
<p>3. Usa dire che l’antimafia e l’anticorruzione non portano voti. Chissà…. Sta di fatto che antimafia e anticorruzione nell’agenda politica, quando ci sono, sono in posizioni non primarie. Per quanto riguarda la mafia ciò accade a partire dal 1996, con vari sussulti successivi di tipo emergenziale: nel senso che soltanto dopo un fatto clamoroso che ci sveglia, con una forte tendenza a dimenticare presto e rimettere la questione mafia ai margini dell’agenda.</p>
<p>Ma se questo è lo scenario di fondo, non stupisce che tanti uomini politici, amministratori, imprenditori, operatori economici, professionisti (con frequente predilezione per il settore della sanità), non stupisce che tanti, troppi soggetti ancora oggi intrattengano rapporti di affari o di scambio con mafiosi o paramafiosi. Ancora oggi, dopo le terribili stragi del ‘92 e del ‘93, ancora oggi ci sono personaggi che vivono e operano nel mondo legale, talora con responsabilità istituzionali di altissimo rilievo, che sono disposti a trescare, a trattare con mafiosi o paramafiosi come se nulla fosse, come se fosse cosa assolutamente normale. Questa è una totale vergogna, che dovrebbe fare drizzare i capelli in testa a tutti. Invece quelli che si indignano sono sempre di meno. E chi viene colto con le mani nel sacco può sempre contare sulla solidarietà dei propri capi cordata, sia locali che nazionali. E allora ecco che invece dell’indignazione o della giusta tensione ci sono passività e rassegnazione. Ci si convince che così va il mondo, che c’è poco o nulla da fare. La questione morale e la responsabilità politica diventano reperti archeologici, favole per i gonzi. E la mafia obiettivamente e inesorabilmente cresce. Mentre è sempre più difficile agganciare i giovani con discorsi credibili in termini di impegno per la legalità.</p>
<p>L’impressione è che la buona politica sia stata soppiantata o rischi di essere sempre più soppiantata da una politica che va facendosi poco compatibile con la verità. Politica e verità stanno imboccando strade sempre più diverse. Una certa politica (oltre ad essere autoreferenziale, oltre a trasformare il confronto in perenne rissa ideologica) costruisce verità virtuali per conservare e consolidare il suo potere. Nasce anche di qui la perenne autoassoluzione di se medesima da parte di una certa politica, anche quando sono evidenti ed indiscutibili clamorose responsabilità, se non giudiziarie, certamente politico-morali. La strada maestra ormai è confondere deliberatamente assoluzione con prescrizione. Non sono la stessa cosa, anche se confonderle ormai è la regola. Se una sentenza &#8211; magari una sentenza definitiva di cassazione come quella relativa al “caso” Andreotti &#8211; elenca come provati e commessi fatti gravissimi (scambi di favori con mafiosi; incontri con boss per discutere di fatti criminali, compresi omicidi; senza mai denunziare niente di niente; contribuendo in questo modo ad un sostanziale rafforzamento della organizzazione criminale), se in quella sentenza si dice &#8211; una prova dopo l’altra &#8211; che tutto questo è stato commesso fino a una certa data e che costituisce reato, non punibile ancorché commesso sol perché prescritto, questa non è assoluzione! E’ un’altra cosa.</p>
<p>Confondere la prescrizione di un reato provato come effettivamente commesso con la prescrizione è prima di tutto un errore tecnico. Ma non solo. E’ anche, è soprattutto un grave errore politico. Perché se si dice che c’è stata assoluzione, a fronte di fatti gravissimi accertati in una sentenza, questi fatti vengono cancellati, sbianchettati. Ma cancellando questi fatti (come se non fossero mai accaduti, come se fossero invenzioni di giustizialisti, di magistrati politicizzati al servizio di una fazione….), si legittima di fatto un certo modo di fare politica che contempla anche rapporti organici con la mafia. E questo modo di fare politica si legittima per il passato, per il presente e anche per il futuro. Tutto ciò è di una gravità inaudita, perché significa cancellare il confine tra lecito ed illecito, tra morale ed immorale. Ma se cade questo confine, non c’è convivenza civile al mondo che possa reggere più di tanto. Prima o poi si va a sbattere. Tutti. E tutti ci si può ritrovare sotto un bel cumulo di macerie. Oppure si va alla deriva e si finisce chissà dove. E intanto la mafia non può non approfittarne, magari per superare momenti difficili e riemergere, fino a dare quella sensazione di vittoria che esprime il titolo del libro di Tranfaglia.</p>
<p>In questo quadro, si capiscono tante cose, a partire dallo scarto ( di cui abbiamo già parlato) fra la continuità ormai acquisita sul versante del contrasto della mafia “militare” e la discontinuità dell’azione che voglia colpire la spina dorsale del potere mafioso, le relazioni esterne. Su questo versante si riesce a rimanere ad un certo livello &#8211; quando lo si raggiunge &#8211; per non più di due, tre anni. Poi stop. Allora si capisce come la nostra antimafia – ripetiamolo &#8211; sia quella del giorno dopo: se non succede qualcosa che ci costringe ad intervenire e finalmente ci sveglia dal nostro torpore, non ce ne occupiamo. Allora si capiscono la drastica revisione della legislazione antimafia; la minore efficienza del circuito carcerario differenziato per i boss; la nuova disciplina legislativa della collaborazione con la giustizia che ha prodotto effetti tutt’altro che incentivanti; le profonde riforme del processo penale che, seppure introdotte per tutelare sacrosanti diritti di garanzia, hanno finito per inceppare ulteriormente il funzionamento e allungare ancora i tempi del processo penale. Si capisce – in sostanza – come lo strumentario normativo antimafia risulti oggi un’arma meno incisiva se confrontato con quello varato all’indomani delle terribili stragi del ’92. Allora si capisce perché quel punto nevralgico dell’antimafia che è la gestione snella ed efficiente dei beni confiscati ai mafiosi stia subendo –lentamente ma inesorabilmente &#8211; vischiosità ed inceppamenti che rischiano di svuotare e rendere sempre meno credibile una delle conquiste più importanti dei nostri tempi. Allora si capiscono le amnesie: per esempio l’anagrafe dei conti bancari, una legge del ’93 che non è mai stata attuata. Allora si capiscono le gaffes di chi dice che con la mafia bisogna convivere. E magari dice cose che tanti altri pensano anche se lo negano, ma poi le praticano.</p>
<p>E attenzione: è proprio questo contesto che favorisce scelte disastrose. Una recente ricerca Svimez, e prima ancora una ricerca del Censis, dimostrano lo zavorramento dell’economia delle aree meridionali ad opera delle mafie. Zavorramento che significa 180 mila posti di lavoro perduti ogni anno; zavorramento che significa produzione di ricchezza in meno pari a 7,5 miliardi di euro ogni anno; vale a dire che senza le mafie il PIL pro-capite del mezzogiorno sostanzialmente sarebbe identico a quello del centro-nord. Ma non basta. Il Censis ha anche denunciato che il potere criminale è sempre più potere economico, al punto che sta trasformando radicalmente il mercato e la concorrenza in scatole vuote. Perché l’imprenditore mafioso – rispetto a quello onesto – gode di vantaggi enormi: capitali a costo zero (il mafioso è ricco di suo, grazie al denaro illecito che continuamente riempie le sue tasche); possibilità, proprio perché già immensamente ricco di suo, di offrire prezzi molto più bassi, non avendo come obiettivo immediato quello del profitto ma la conquista di pezzi di mercato. E infine, se ci sono dei problemi l’imprenditore mafioso, rispetto all’imprenditore normale, ha il vantaggio di poterli risolvere &#8211; questi problemi &#8211; coi sistemi che sono nel suo DNA di mafioso: la corruzione, la suggestione, l’intimidazione e la violenza. Vantaggi che spiazzano ogni concorrente pulito, ne comprimono gli affari o lo espellono dal mercato. Oppure lo spolpano fino a svuotarlo, consentendo ai mafiosi o ai prestanome dei mafiosi di impadronirsi di quelle attività.</p>
<p>Così, il libero mercato e la legale competizione economica diventano scatole sempre più vuote e la situazione è tale che bisogna soltanto sperare che Francesco De Gregori, quando cantava: “legalizzare la mafia sarà la regola del 2000”, non fosse &#8211; mentre faceva della intelligente ironia &#8211; un profeta.</p>
<p>Di fatto le mafie oggi sono ancora un’enorme questione nazionale, ancorché questo dato di fatto sia da molti &#8211; anche a sinistra &#8211; negato. La drammatica realtà delle mafie, oggi, è che esse hanno costruito una vera e propria “economia parallela” che pian piano risucchia nel suo gorgo commerci, imprese e forze economiche sane, che spesso trovano difficoltà enormi nel costruire le loro sorti ed il loro futuro sul rispetto delle pratiche legali. Così l’economia illegale inesorabilmente avanza e si espande, come un’onda che si insinua dovunque e cerca di impadronirsi di tutto. Essa si presenta, purtroppo, spesso come vincente, a fronte di uno Stato che troppe volte dà l’impressione di rinunziare a combattere (o di non combattere con sufficiente energia) una battaglia che si potrebbe invece sostenere e vincere, con azioni positive e convincenti da parte di chi dovrebbe – in politica come in economia – offrire il buon esempio.</p>
<p>Di qui la necessità ( che percorre come un filo rosso l’intiero libro di Tranfaglia) di superare qual limite culturale che da sempre inceppa l’azione antimafia: quello di percepire la mafia come un problema esclusivamente di ordine pubblico, cogliendone la pericolosità soltanto quando mette in atto strategie sanguinarie; quello di trascurare i rischi della convivenza con la mafia quando essa adotta strategie «attendiste», dimenticando la sua lunga storia di violenze e quella straordinaria capacità di condizionamento che ha fatto di un’associazione criminale un vero e proprio sistema di potere criminale, oggi sempre più potere economico.</p>
<p>Tutto ciò presuppone decisi interventi soprattutto sul piano della politica, azioni positive e convincenti (sia rispetto all’illegalità in generale sia rispetto al crimine organizzato in particolare). Azioni condotte con energia e solerzia, mentre la storia della mafia registra, oltre a vere e proprie complicità, il prevalere – salvo alcune fasi &#8211; di un atteggiamento di sostanziale lassismo (che Gaetano Mosca chiamava «fiaccona»), capace di contribuire non poco al rafforzarsi del potere mafioso.</p>
<p>La “fiaccona” e le complicità sono da sempre i migliori alleati della mafia. Questo in definitiva dimostra il libro di Tranfaglia. E se la “fiaccona” e le complicità persistono, la mafia – appunto &#8211; vince.</p>
<p><em>Questo testo rappresenta la prefazione all&#8217;omonimo libro di Nicola Tranfaglia ed è stato tratto dal portale Articolo 21.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/25/perche-la-mafia-ha-vinto/">Perché la mafia ha vinto</a></p>
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		<title>Genova non è finita 3</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Dec 2007 14:06:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Seguire i processi che riguardano i fatti del G8 di Genova del 2001 è un buon viatico per non dimenticare mai quanto ordinaria sia l&#8217;ingiustizia e quanto quotidiana sia la necessità di prendere posizione e di agire sui piccoli istanti che ogni giorno mettono su un piatto della bilancia la tua dignità e sull&#8217;altro l&#8217;opportunità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/17/genova-non-e-finita-3/">Genova non è finita 3</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/genova_g8.JPG' alt='genova_g8.JPG' /><br />
di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Seguire i processi che riguardano i fatti del G8 di Genova del 2001 è un buon viatico per non dimenticare mai quanto ordinaria sia l&#8217;ingiustizia e quanto quotidiana sia la necessità di prendere posizione e di agire sui piccoli istanti che ogni giorno mettono su un piatto della bilancia la tua dignità e sull&#8217;altro l&#8217;opportunità. Ogni giorno a Genova capita che tu ti renda conto di quanto falsi siano i giornali, e prima ancora i giornalisti, di quanto repellente sia la logica teatrale e superficiale che gli attori di un tribunale interpretano nella loro vita &#8211; con alcune pregevoli e ammirevoli eccezioni &#8211; o di come la realtà venga distorta durante l&#8217;esercizio della cosiddetta giustizia.<span id="more-4973"></span><br />
So che i miei <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/01/genova-non-e-finita-1/">precedenti </a><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/genova-non-e-finita-2/">interventi </a>su Nazione Indiana hanno cercato di essere meno estremisti e più democratici &#8211; come si ama dire oggi &#8211; ma esistono dei momenti, io penso, in cui una persona deve scegliere da che parte stare, perché è evidente a tutti che le cose non sono tutte equivalenti, che, come dice anche il Papa, il relativismo è un male incurabile della modernità, e un valore spesso abusato per giustificare ciò che non si ha il coraggio di indicare come sbagliato.</p>
<p>Non fraintendetemi: non è solo frustrazione e fastidio, esistono anche dei momenti di obiettivo tripudio. Quando dopo immani sforzi di mediazione e dopo aver ingoiato giganteschi rospi pur di garantire una partecipazione di massa di 80.000 persone che arrivano con ogni mezzo a Genova per dimostrarti che non l&#8217;hanno dimenticata, e che non hanno intenzione di dimenticarsi che poche persone &#8211; 25 per la precisione, ma presto sapremo esattamente quanti &#8211; sono nelle mire della magistratura come capro espiatorio da offrire alla storia per spiegare Genova, non puoi che gioire.<br />
Non puoi che sorridere e guardare il fiume di persone scendere di nuovo nelle strade di Genova, e lasciarti confondere da quell&#8217;inebriante oppioide che è la speranza. Per un attimo pensi che anche i magistrati hanno occhi e cervello e cuore, addirittura lasci sorgere in te il dubbio che il buon senso per una volta abbia la meglio sulla ragione di stato e sulle necessità del potere e della Storia che lo rappresenta. Ti basta tornare in aula due giorni dopo per scoprire che non è così. Ti bastano le facce contratte in una smorfia di disgusto dei pm che chiedono 225 anni di carcere per 25 persone, o il viso rilassato a arrogante di chi difende macellai e aguzzini, ti bastano i dialoghi tra i primi e i secondi che senti di sfuggita fuori dalle aule di tribunale. Ti basta vedere due avvocati che si scannano insultandosi come fossero i peggiori nemici e poi si fumano una sigaretta insieme. Ti basta ascoltare un avvocato che difende un tuo fratello dare del delinquente a un altro tuo fratello, con la famosa logica che racconta che vendersi il proprio vicino di casa è un buon modo per allontanare la propria fine quanto basta per non farsi scrupoli di coscienza.<br />
Perché forse voi non siete abituati a stare in tribunale e allora forse non vi rendete conto di quello che significa: ognuno in un&#8217;aula interpreta un ruolo, definito e definibile, che ha i suoi margini anche di eccesso, non solo di moderazione: come se quello che viene deciso da un tribunale non abbia in palio la vita di una o più persone, come se la storia non fosse piena di decisioni e assoluzioni e condanne che fanno ribollire il sangue. L&#8217;unico antidoto a tutto questo è quello che ha chi come me, con estremo cinismo o forse con medio realismo, non crede nella giustizia, non crede nei teatrini, e crede che a pochi di quelli che sono protagonisti in quelle aule freghi nulla del senso di quello che fanno.</p>
<p>Ma a voi forse interessa poco questo mio sfogo, anche se, a ben guardare un poco capire come funzionano alcuni dei luoghi determinanti per l&#8217;esercizio e il mantenimento del potere, non dovrebbe esservi completamente indifferente, se siete persone intelligenti. E se non siete persone intelligenti mi sono sbagliato e passate pure al prossimo articolo  :)<br />
Un breve aggiornamento sui processi è fondamentale. E&#8217; giusto che voi sappiate due o tre cose: settimana prossima il processo più importante per Genova e per noi giungerà al termine. 25 persone verranno condannate o assolte dal reato di devastazione e saccheggio, un reato desueto e ripescato dalle cantine del diritto dai pm Canepa e Canciani per giustificare una richiesta di pena spropositata &#8211; 225 anni &#8211; e un&#8217;operazione terroristica contro la fondamentale libertà di manifestare il proprio pensiero e il proprio dissenso. I giudici Devoto, Gatti e Realini dovranno decidere se pavidamente accettare le scelte dei pm in cerca di visibilità e di libri di storia, o se, coraggiosamente, rispettare non tanto le mie posizioni estremiste, quanto la Costituzione e il buon senso. Basterebbe quello.<br />
Nel frattempo l&#8217;unico poliziotto condannato per lesioni nei processi genovesi, l&#8217;ispettore della DIGOS di Milano Giuseppe De Rosa, è stato assolto al processo di appello. Era stato condannato a 20 mesi di reclusione per aver partecipato all&#8217;arresto illegale e al pestaggio di alcuni ragazzi sabato pomeriggio, tra i quali il minorenne con lo zigomo fuori dalla testa e la maglietta rossa che tutti dovremmo ricordare. La corte di appello lo ha assolto perché la sua identificazione non è certa, perché non basta il riconoscimento che un suo coimputato ha fatto per essere sicuri che quello che manganella nella foto sia proprio De Rosa. Provate a pensare se c&#8217;eravate voi al posto suo, quanto ci voleva per condannarvi, e avrete presto fatto i conti con l&#8217;emergenza democratica che il nostro sistema sta vivendo giorno dopo giorno.</p>
<p>Nonostante la moralis interruptus dei pm del processo contro i manifestanti, che si augurano che gli eccessi delle forze dell&#8217;ordine siano portati a processo e puniti, ma in sei anni si sono guardati bene dal fare alcunché, i processi contro i tutori dell&#8217;ordine per le torture di Bolzaneto e i massacri della Diaz vanno avanti, tra mille insidie, piccole scorrettezze e operazioni mediatiche. Seguire i giornali sul processo Diaz, per esempio, rende facile capire come sia tutta una questione di immagine, e che della salute delle 93 persone arrestate &#8211; di cui 61 ferite &#8211; non interessa a nessuno. Così alle indagini del pm per falsa testimonianza contro ex capo della polizia De Gennaro, ex questore di Genova Colucci e ex capo della DIGOS di Genova Mortola, corrispondono le operazioni speciose degli avvocati delle difese, con telefonate già ampiamente note di vicini di casa terrorizzati dai black bloc che mangiano un panino nella piazza poco sopra la Diaz passati alle radio come dispettuccio da bambino dell&#8217;asilo.<br />
Ci vorrà ancora più di un anno per sapere come finiranno anche questi processi, nonostante un anno sia il margine ragionevole per vedere anni e anni di udienze svanire nel nulla con la scusa della prescrizione. E a quel punto, quale sarà la verità se un tribunale non ce la sancirà? Saremo costretti tutti, anche i paladini delle istituzioni a riscoprire il senso delle parole storia sociale e organizzazione dal basso? Speriamo di sì.</p>
<p>à la prochaine.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/17/genova-non-e-finita-3/">Genova non è finita 3</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Communio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/12/17/communio/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/12/17/communio/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 17 Dec 2007 05:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Padua]]></category>
		<category><![CDATA[luce]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[processi]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/12/17/communio/</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Adriano Padua</strong> (estratti)</p>
<p><em>esplode come un fiore atemporale</em><br />
che ti colpisce gli occhi<br />
nel giro di una vaga realtà<br />
fatta di tecnica</p>
<p>sbocciato sul finire<br />
quando<br />
come che ci si perde</p>
<p>(da m sovente)</p>
<p>*</p>
<p><em>un volo di inesistenze</em><br />
sentito contenuto<br />
nell’intuito</p>
<p>simulacro<br />
metro<br />
squarcio che apro illogico<br />
gioco</p>
<p>campana<br />
di vetro<br />
nella quale il fuoco</p>
<p>(da f marotta)</p>
<p>*</p>
<p><em>questa morte di noi</em><br />
della morte<br />
di ciascuno<br />
di ognuno di due<br />
questa prova<br />
impossibile<br />
nuova</p>
<p>è ragione di scrivere<br />
non esiste nel tempo<br />
inesatta<br />
inviolata</p>
<p>come forse<br />
nel darsi<br />
lieve vena<br />
di veleno che viene<br />
a svanirsi</p>
<p>(da s salvagnini)</p>
<p>*</p>
<p><em>sarai da tutti i lati</em><br />
quasi come combattere<br />
con dio e con il suo nome<br />
senza un’azione</p>
<p>sarai segno<br />
un tratto che duri<br />
in ogni direzione<br />
anche contro i muri</p>
<p>(da a petrova)</p>
<p>*</p>
<p><em>una pioggia di gesti</em><br />
che ne abbiamo bisogno di loro<br />
ripetuti<br />
come coro di acque<br />
generato da nuvole esplose<br />
che attraversano il cielo sepolto<br />
del nostro diluvio alfabeto</p>
<p>(da l voce)</p>
<p>*</p>
<p><em>nutrire un&#8217;altra fine che si stanca</em><br />
più vera della notte<br />
illuso che sia un’altra</p>
<p>anche se fosse mai<br />
volerne non morire<br />
riuscire a immaginare le parole</p>
<p>oscillano i valori del mercato<br />
ricade<br />
il cielo sulle strade</p>
<p>ora possiamo tutti respirare</p>
<p>(da g mesa)</p>
<p>*</p>
<p><em>l&#8217;occhio brucia segmenti</em><br />
frammenti complessi<br />
parziali universi compressi al suo interno</p>
<p>intorno la notte deflagra<br />
il cielo fa grave<br />
fa male</p>
<p>nessuno al momento interviene<br />
sul mondo reale</p>
<p>(da d villa)</p>
<p>*</p>
<p><em>il sangue non ha forma</em><br />
presenza<br />
reale nella storia</p>
<p>il sangue è molto<br />
è pioggia che le fosse hanno raccolto<br />
presenza<br />
reale senza volto</p>
<p>il sangue è morto<br />
cola dalle parole che ti scrivo</p>
<p>si versa sulle strade del tuo corpo<br />
rosso flusso<br />
attivo<br />
e le percorre</p>
<p>il sangue è vivo<br />
scorre</p>
<p>(da d dolci)</p>
<p>*</p>
<p><em>al sole avanzare spogli di gloria</em><br />
amare la paura di sentire questo niente<br />
così fisico<br />
maiuscolo<br />
che ci sgomenta<br />
mentre la vita aumenta<br />
al tempo a tratti aritmico<br />
dei battiti del muscolo<br />
cardiaco</p>
<p>(da a rosselli)</p>
<p>*</p>
<p><em>tutto avviene in superficie</em><br />
nello spazio di un quadro<br />
tra  pareti acromatiche<br />
abitate da ombre agitate<br />
in relazione a  pochissimi<br />
elementi<br />
alla distanza di un semplice sguardo<br />
accaduto secondo una logica<br />
mentre noi ci scambiamo poesia<br />
come a esistere in due<br />
contemporaneamente l’uno all’altro<br />
in corpi fatti solo di parole<br />
spogliandosi nei fogli senza avere<br />
ragioni necessarie</p>
<p>e quasi ogni cosa che ci accade<br />
accade veramente<br />
ma appare fino all&#8217;ultimo<br />
evitabile</p>
<p>(da a inglese)</p>
<p>*</p>
<p><em>un silenzio che s&#8217;inarca</em><br />
sacrale verso il centro dell&#8217;immagine<br />
ci corrode le parole<br />
crea il vuoto</p>
<p>il giorno non ha molto senso<br />
s&#8217;infrange nel tempo<br />
è solo un poema di luce<br />
di cose</p>
<p>(da f masini)</p>
<p>*</p>
<p><em>quest&#8217;attimo senza fondamento</em><br />
nel suo subito vivo dissolversi<br />
contiene l&#8217;idea del deserto<br />
fa parte dell’irreversibile processo<br />
di successione dell&#8217;identico<br />
a sé stesso</p>
<p>non esiste contatto<br />
con la notte<br />
adesso</p>
<p>(da m rizzante)</p>
<p>*</p>
<p><em>si va a morire piano</em><br />
verso nessuna parte<br />
sparsi</p>
<p>la storia si ribalta su di noi<br />
inutile pensare sul da farsi<br />
inutili gli eroi</p>
<p>(da c daino)</p>
<p>*</p>
<p><em>liberarsi dalla storia</em><br />
dalle luci e dalle ombre<br />
da quello che nascondi<br />
da tutti gli altri mondi<br />
dalla gente<br />
dallo stato<br />
di cose presente<br />
dai punti critici della normalità<br />
dall&#8217;occidente</p>
<p>(da m zaffarano)</p>
<p>*</p>
<p><em>muore secondo abitudine</em><br />
muore ma era<br />
giunge a una fine retorica<br />
senza lasciare dei segni tangibili<br />
muore nel modo di porsi<br />
come fosse del tutto<br />
irrazionalizzabile<br />
come fosse non nata ed eterna<br />
disapparsa materia che noi<br />
non sappiamo cos&#8217;è veramente<br />
ripetendo di sempre<br />
i tracciati percorsi<br />
i discorsi taciuti e dispersi<br />
le non rime baciate<br />
gli antiversi</p>
<p>(da v raimo)</p>
<p>*</p>
<p><em>ricorrendo a precisi valori numerici</em><br />
espressi come tali<br />
poetici<br />
mirare ad ottenere risultati confrontabili<br />
calcolare con rigore le variabili<br />
progettare le fasi di un piano d’azione<br />
esistente soltanto a livello verbale<br />
che ancora non è possibile applicare<br />
alla vita terrestre reale<br />
ai popoli<br />
alla fisica della metropoli</p>
<p>(da v reta)</p>
<p>*</p>
<p><em>le forme della stanza come sempre</em><br />
esprimono misteri<br />
ripetizioni sterili<br />
sequenze casuali<br />
immobili di cose<br />
immerse nella lingua delle immagini</p>
<p>lo spazio è abituato alla penombra<br />
contiene al proprio interno<br />
l&#8217;assenza che fa parte del tuo esserci</p>
<p>mi hai detto che volevi le parole<br />
sono queste</p>
<p>(da m giovenale)</p>
<p>*</p>
<p><em>il buio smangia gli occhi</em><br />
s’incarna negli sguardi<br />
creando traiettorie senza sbocchi<br />
produce un&#8217;erosione della luce<br />
appare inesorabile e sonoro<br />
ci penetra le vene aggrovigliate<br />
nel loro trasparire si fa spazio<br />
riempie le parole<br />
se ne muore</p>
<p>(da e biagini)</p>
<p>*</p>
<p><em>come quando si chiede</em><br />
e nessuno conosce risposta<br />
nonostante i continui confronti<br />
le tematiche interne alle frasi<br />
l&#8217;ampio spettro di mosse possibili<br />
i ricorsi delle circostanze</p>
<p>cosa sia<br />
questo starsi che siamo<br />
a distanze</p>
<p>(da a broggi)</p>
<p>*</p>
<p><em>a percorrere i muri con passi precisi</em><br />
è un insistere vano<br />
nelle crepe ci sono i miracoli morti<br />
allagati di pioggia<br />
della liquida trama che ordisce<br />
e risponde ad un ordine<br />
alla sua percezione distorta<br />
che ha per termine solo il silenzio</p>
<p>questo tempo<br />
non è tutto da dire</p>
<p>(da l nacci)</p>
<p>*</p>
<p><em>il giorno che iniziava la sua fine</em><br />
è buio ora e cela le rovine<br />
nel corpo del silenzio si fa testo<br />
il cerchio che cerchiamo non si chiude<br />
da compiere ci resta un solo gesto<br />
combattere la notte a mani nude</p>
<p>(da g frasca)</p>
<p>*</p>
<p><em>continui processi di adeguamento</em><br />
ad una condizione complessiva<br />
che è non identificabile del tutto</p>
<p>sono molti<br />
si svolgono di noi<br />
visibili nei volti<br />
nelle espressioni tese<br />
nel vuoto accumularsi delle azioni</p>
<p>ancora non abbiamo decisioni<br />
che siano state prese</p>
<p>cerchiamo solamente di proteggerci<br />
da questo complicarsi delle cose</p>
<p>(da n balestrini)</p>
<p>*</p>
<p><em>nel giorno che disamora</em><br />
ora come ora<br />
è un ritornare ciclico e costante<br />
continuo e inarrestabile<br />
contraddistinto dall&#8217;inconsistente<br />
ma ancora pienamente percepibile<br />
variare del divario tra di noi<br />
che amplifica il rumore</p>
<p>un meccanismo regola nel verso<br />
secondo definite procedure<br />
che cosa non si dice<br />
l&#8217;inemerso<br />
quello che in superficie<br />
ancora non appare</p>
<p>la realtà non sembra così forte<br />
la voglio sterminare<br />
buttare giù le porte<br />
aprirti nuove viste<br />
anche se non esiste<br />
o è fatta di parole come queste</p>
<p>(da m pizzi)</p>
<p>*</p>
<p><em>i volti dei suoi sogni</em><br />
attraversarne gli occhi percorrendo<br />
il buio che hanno dentro<br />
portarle la paura nelle vene</p>
<p>oltre il bene<br />
dividersi la notte<br />
la morte poesia che ci appartiene</p>
<p>(da p vicinelli)</p>
<p>*</p>
<p><em>s&#8217;indori il silenzio</em><br />
sia sole<br />
miele</p>
<p>ci scuota le corde<br />
del canto che viene</p>
<p>dentro i respiri<br />
uno sparire di parole piene</p>
<p>(da i seclì)</p>
<p>*</p>
<p><em>pare che esisto nel mentre</em><br />
esisti pure tu<br />
lo sei poetizzata<br />
umana antimateria che ti scrivo<br />
parole della nostra asincronia<br />
composte dalle ore di silenzio<br />
passate in questo modo</p>
<p>(da r lo russo)</p>
<p>*</p>
<p><em>sale il bisbiglio e sa di pane e sassi</em><br />
ci porta le parole che si offrono<br />
si soffrono<br />
e il tempo le scandisce</p>
<p>i segni nel contrarsi danno forme<br />
la notte annega i sogni e non ci dorme<br />
il buio si inasprisce</p>
<p>(da f forlani)</p>
<p>*</p>
<p><em>in un quadro più vasto</em><br />
noi essendo<br />
solamente un aspetto<br />
marginale<br />
dell&#8217;intera questione</p>
<p>(da g bortolotti)</p>
<p>*</p>
<p><em>poche le strade</em><br />
che abbiamo davanti<br />
soltanto percorse dall&#8217;ombra<br />
ancora interrotte<br />
profonde</p>
<p>è questa la notte<br />
le cose confonde<br />
non è come sembra<br />
col ritmo del tuo respirare<br />
nel buio descrive spirali<br />
ai sensi si mostra distorta</p>
<p>in noi si traduce<br />
l&#8217;assenza di luce che porta</p>
<p>(da m de angelis)</p>
<p>*</p>
<p><em>perché il finale forse</em><br />
nel corso degli eventi<br />
potrebbe non ancora realizzarsi<br />
oppure è constatabile davvero<br />
consiste nel distogliersi degli occhi<br />
nel loro disamare nuovamente<br />
in tutte queste cose che ci sono<br />
e tornano nel niente</p>
<p>(da a nove)</p>
<p>*</p>
<p><em>e dico che tu sai</em><br />
il bene come essermi tornando<br />
il male che mi agiti<br />
capire anche gli spazi bianchi e vuoti<br />
delle poesie che indossi come abiti<br />
dei muri delle case che abitiamo<br />
che abbattiamo</p>
<p>e dico che tu sai<br />
che non contengo ego<br />
ma lo nego<br />
e non mi parlo mai</p>
<p>(da e sanguineti)</p>
<p>***</p>
<p>Adriano Padua (1978) ha pubblicato <em>Scansione (meccanica) della notte</em> (Torino, Voyelles, 2007) ed è presente in varî volumi antologici (edizioni d&#8217;if, Joker, Fara, No reply).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/17/communio/">Communio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Adriano Padua</strong> (estratti)</p>
<p><em>esplode come un fiore atemporale</em><br />
che ti colpisce gli occhi<br />
nel giro di una vaga realtà<br />
fatta di tecnica</p>
<p>sbocciato sul finire<br />
quando<br />
come che ci si perde</p>
<p>(da m sovente)</p>
<p>*</p>
<p><em>un volo di inesistenze</em><br />
sentito contenuto<br />
nell’intuito</p>
<p>simulacro<br />
metro<br />
squarcio che apro illogico<br />
gioco</p>
<p>campana<br />
di vetro<br />
nella quale il fuoco</p>
<p>(da f marotta)</p>
<p>*</p>
<p><em>questa morte di noi</em><br />
della morte<br />
di ciascuno<br />
di ognuno di due<br />
questa prova<br />
impossibile<br />
nuova</p>
<p>è ragione di scrivere<br />
non esiste nel tempo<br />
inesatta<br />
inviolata</p>
<p>come forse<br />
nel darsi<br />
lieve vena<br />
di veleno che viene<br />
a svanirsi</p>
<p>(da s salvagnini)</p>
<p>*</p>
<p><em>sarai da tutti i lati</em><br />
quasi come combattere<br />
con dio e con il suo nome<br />
senza un’azione</p>
<p>sarai segno<br />
un tratto che duri<br />
in ogni direzione<br />
anche contro i muri</p>
<p>(da a petrova)<span id="more-4920"></span></p>
<p>*</p>
<p><em>una pioggia di gesti</em><br />
che ne abbiamo bisogno di loro<br />
ripetuti<br />
come coro di acque<br />
generato da nuvole esplose<br />
che attraversano il cielo sepolto<br />
del nostro diluvio alfabeto</p>
<p>(da l voce)</p>
<p>*</p>
<p><em>nutrire un&#8217;altra fine che si stanca</em><br />
più vera della notte<br />
illuso che sia un’altra</p>
<p>anche se fosse mai<br />
volerne non morire<br />
riuscire a immaginare le parole</p>
<p>oscillano i valori del mercato<br />
ricade<br />
il cielo sulle strade</p>
<p>ora possiamo tutti respirare</p>
<p>(da g mesa)</p>
<p>*</p>
<p><em>l&#8217;occhio brucia segmenti</em><br />
frammenti complessi<br />
parziali universi compressi al suo interno</p>
<p>intorno la notte deflagra<br />
il cielo fa grave<br />
fa male</p>
<p>nessuno al momento interviene<br />
sul mondo reale</p>
<p>(da d villa)</p>
<p>*</p>
<p><em>il sangue non ha forma</em><br />
presenza<br />
reale nella storia</p>
<p>il sangue è molto<br />
è pioggia che le fosse hanno raccolto<br />
presenza<br />
reale senza volto</p>
<p>il sangue è morto<br />
cola dalle parole che ti scrivo</p>
<p>si versa sulle strade del tuo corpo<br />
rosso flusso<br />
attivo<br />
e le percorre</p>
<p>il sangue è vivo<br />
scorre</p>
<p>(da d dolci)</p>
<p>*</p>
<p><em>al sole avanzare spogli di gloria</em><br />
amare la paura di sentire questo niente<br />
così fisico<br />
maiuscolo<br />
che ci sgomenta<br />
mentre la vita aumenta<br />
al tempo a tratti aritmico<br />
dei battiti del muscolo<br />
cardiaco</p>
<p>(da a rosselli)</p>
<p>*</p>
<p><em>tutto avviene in superficie</em><br />
nello spazio di un quadro<br />
tra  pareti acromatiche<br />
abitate da ombre agitate<br />
in relazione a  pochissimi<br />
elementi<br />
alla distanza di un semplice sguardo<br />
accaduto secondo una logica<br />
mentre noi ci scambiamo poesia<br />
come a esistere in due<br />
contemporaneamente l’uno all’altro<br />
in corpi fatti solo di parole<br />
spogliandosi nei fogli senza avere<br />
ragioni necessarie</p>
<p>e quasi ogni cosa che ci accade<br />
accade veramente<br />
ma appare fino all&#8217;ultimo<br />
evitabile</p>
<p>(da a inglese)</p>
<p>*</p>
<p><em>un silenzio che s&#8217;inarca</em><br />
sacrale verso il centro dell&#8217;immagine<br />
ci corrode le parole<br />
crea il vuoto</p>
<p>il giorno non ha molto senso<br />
s&#8217;infrange nel tempo<br />
è solo un poema di luce<br />
di cose</p>
<p>(da f masini)</p>
<p>*</p>
<p><em>quest&#8217;attimo senza fondamento</em><br />
nel suo subito vivo dissolversi<br />
contiene l&#8217;idea del deserto<br />
fa parte dell’irreversibile processo<br />
di successione dell&#8217;identico<br />
a sé stesso</p>
<p>non esiste contatto<br />
con la notte<br />
adesso</p>
<p>(da m rizzante)</p>
<p>*</p>
<p><em>si va a morire piano</em><br />
verso nessuna parte<br />
sparsi</p>
<p>la storia si ribalta su di noi<br />
inutile pensare sul da farsi<br />
inutili gli eroi</p>
<p>(da c daino)</p>
<p>*</p>
<p><em>liberarsi dalla storia</em><br />
dalle luci e dalle ombre<br />
da quello che nascondi<br />
da tutti gli altri mondi<br />
dalla gente<br />
dallo stato<br />
di cose presente<br />
dai punti critici della normalità<br />
dall&#8217;occidente</p>
<p>(da m zaffarano)</p>
<p>*</p>
<p><em>muore secondo abitudine</em><br />
muore ma era<br />
giunge a una fine retorica<br />
senza lasciare dei segni tangibili<br />
muore nel modo di porsi<br />
come fosse del tutto<br />
irrazionalizzabile<br />
come fosse non nata ed eterna<br />
disapparsa materia che noi<br />
non sappiamo cos&#8217;è veramente<br />
ripetendo di sempre<br />
i tracciati percorsi<br />
i discorsi taciuti e dispersi<br />
le non rime baciate<br />
gli antiversi</p>
<p>(da v raimo)</p>
<p>*</p>
<p><em>ricorrendo a precisi valori numerici</em><br />
espressi come tali<br />
poetici<br />
mirare ad ottenere risultati confrontabili<br />
calcolare con rigore le variabili<br />
progettare le fasi di un piano d’azione<br />
esistente soltanto a livello verbale<br />
che ancora non è possibile applicare<br />
alla vita terrestre reale<br />
ai popoli<br />
alla fisica della metropoli</p>
<p>(da v reta)</p>
<p>*</p>
<p><em>le forme della stanza come sempre</em><br />
esprimono misteri<br />
ripetizioni sterili<br />
sequenze casuali<br />
immobili di cose<br />
immerse nella lingua delle immagini</p>
<p>lo spazio è abituato alla penombra<br />
contiene al proprio interno<br />
l&#8217;assenza che fa parte del tuo esserci</p>
<p>mi hai detto che volevi le parole<br />
sono queste</p>
<p>(da m giovenale)</p>
<p>*</p>
<p><em>il buio smangia gli occhi</em><br />
s’incarna negli sguardi<br />
creando traiettorie senza sbocchi<br />
produce un&#8217;erosione della luce<br />
appare inesorabile e sonoro<br />
ci penetra le vene aggrovigliate<br />
nel loro trasparire si fa spazio<br />
riempie le parole<br />
se ne muore</p>
<p>(da e biagini)</p>
<p>*</p>
<p><em>come quando si chiede</em><br />
e nessuno conosce risposta<br />
nonostante i continui confronti<br />
le tematiche interne alle frasi<br />
l&#8217;ampio spettro di mosse possibili<br />
i ricorsi delle circostanze</p>
<p>cosa sia<br />
questo starsi che siamo<br />
a distanze</p>
<p>(da a broggi)</p>
<p>*</p>
<p><em>a percorrere i muri con passi precisi</em><br />
è un insistere vano<br />
nelle crepe ci sono i miracoli morti<br />
allagati di pioggia<br />
della liquida trama che ordisce<br />
e risponde ad un ordine<br />
alla sua percezione distorta<br />
che ha per termine solo il silenzio</p>
<p>questo tempo<br />
non è tutto da dire</p>
<p>(da l nacci)</p>
<p>*</p>
<p><em>il giorno che iniziava la sua fine</em><br />
è buio ora e cela le rovine<br />
nel corpo del silenzio si fa testo<br />
il cerchio che cerchiamo non si chiude<br />
da compiere ci resta un solo gesto<br />
combattere la notte a mani nude</p>
<p>(da g frasca)</p>
<p>*</p>
<p><em>continui processi di adeguamento</em><br />
ad una condizione complessiva<br />
che è non identificabile del tutto</p>
<p>sono molti<br />
si svolgono di noi<br />
visibili nei volti<br />
nelle espressioni tese<br />
nel vuoto accumularsi delle azioni</p>
<p>ancora non abbiamo decisioni<br />
che siano state prese</p>
<p>cerchiamo solamente di proteggerci<br />
da questo complicarsi delle cose</p>
<p>(da n balestrini)</p>
<p>*</p>
<p><em>nel giorno che disamora</em><br />
ora come ora<br />
è un ritornare ciclico e costante<br />
continuo e inarrestabile<br />
contraddistinto dall&#8217;inconsistente<br />
ma ancora pienamente percepibile<br />
variare del divario tra di noi<br />
che amplifica il rumore</p>
<p>un meccanismo regola nel verso<br />
secondo definite procedure<br />
che cosa non si dice<br />
l&#8217;inemerso<br />
quello che in superficie<br />
ancora non appare</p>
<p>la realtà non sembra così forte<br />
la voglio sterminare<br />
buttare giù le porte<br />
aprirti nuove viste<br />
anche se non esiste<br />
o è fatta di parole come queste</p>
<p>(da m pizzi)</p>
<p>*</p>
<p><em>i volti dei suoi sogni</em><br />
attraversarne gli occhi percorrendo<br />
il buio che hanno dentro<br />
portarle la paura nelle vene</p>
<p>oltre il bene<br />
dividersi la notte<br />
la morte poesia che ci appartiene</p>
<p>(da p vicinelli)</p>
<p>*</p>
<p><em>s&#8217;indori il silenzio</em><br />
sia sole<br />
miele</p>
<p>ci scuota le corde<br />
del canto che viene</p>
<p>dentro i respiri<br />
uno sparire di parole piene</p>
<p>(da i seclì)</p>
<p>*</p>
<p><em>pare che esisto nel mentre</em><br />
esisti pure tu<br />
lo sei poetizzata<br />
umana antimateria che ti scrivo<br />
parole della nostra asincronia<br />
composte dalle ore di silenzio<br />
passate in questo modo</p>
<p>(da r lo russo)</p>
<p>*</p>
<p><em>sale il bisbiglio e sa di pane e sassi</em><br />
ci porta le parole che si offrono<br />
si soffrono<br />
e il tempo le scandisce</p>
<p>i segni nel contrarsi danno forme<br />
la notte annega i sogni e non ci dorme<br />
il buio si inasprisce</p>
<p>(da f forlani)</p>
<p>*</p>
<p><em>in un quadro più vasto</em><br />
noi essendo<br />
solamente un aspetto<br />
marginale<br />
dell&#8217;intera questione</p>
<p>(da g bortolotti)</p>
<p>*</p>
<p><em>poche le strade</em><br />
che abbiamo davanti<br />
soltanto percorse dall&#8217;ombra<br />
ancora interrotte<br />
profonde</p>
<p>è questa la notte<br />
le cose confonde<br />
non è come sembra<br />
col ritmo del tuo respirare<br />
nel buio descrive spirali<br />
ai sensi si mostra distorta</p>
<p>in noi si traduce<br />
l&#8217;assenza di luce che porta</p>
<p>(da m de angelis)</p>
<p>*</p>
<p><em>perché il finale forse</em><br />
nel corso degli eventi<br />
potrebbe non ancora realizzarsi<br />
oppure è constatabile davvero<br />
consiste nel distogliersi degli occhi<br />
nel loro disamare nuovamente<br />
in tutte queste cose che ci sono<br />
e tornano nel niente</p>
<p>(da a nove)</p>
<p>*</p>
<p><em>e dico che tu sai</em><br />
il bene come essermi tornando<br />
il male che mi agiti<br />
capire anche gli spazi bianchi e vuoti<br />
delle poesie che indossi come abiti<br />
dei muri delle case che abitiamo<br />
che abbattiamo</p>
<p>e dico che tu sai<br />
che non contengo ego<br />
ma lo nego<br />
e non mi parlo mai</p>
<p>(da e sanguineti)</p>
<p>***</p>
<p><small>Adriano Padua (1978) ha pubblicato <em>Scansione (meccanica) della notte</em> (Torino, Voyelles, 2007) ed è presente in varî volumi antologici (edizioni d&#8217;if, Joker, Fara, No reply). Il suo nuovo libro, dal titolo <em>Le parole cadute. Segnali di cose a venire</em>, è in corso di pubblicazione per le edizioni d&#8217;if (Napoli).</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/17/communio/">Communio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Genova non è finita 2</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/genova-non-e-finita-2/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Oct 2007 13:20:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Sapevo che ottobre non sarebbe stato un mese entusiasmante per seguire i processi genovesi, ma saperlo non aiuta a reprimere le emozioni che ascoltare ogni martedì e ogni venerdì i pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani mi provoca.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/genova-non-e-finita-2/">Genova non è finita 2</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/genova.jpg" /></p>
<p>di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Sapevo che ottobre non sarebbe stato un mese entusiasmante per seguire i processi genovesi, ma saperlo non aiuta a reprimere le emozioni che ascoltare ogni martedì e ogni venerdì i pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani mi provoca. Il mese di ottobre è stato il mese che i pm si sono presi per rileggere i fatti di Genova a modo loro, per riuscire a presentare al mondo la loro versione della storia, la loro versione della verità, dei torti e delle ragioni. Non c&#8217;è bisogno di dire che non è la stessa che ho vissuto io. O voi.<span id="more-4675"></span><br />
Le loro conclusioni sono più eloquenti di ogni altra cosa: &#8220;chiamiamo genova per quello che è stata, devastazione e saccheggio.&#8221; In termini di richiesta di condanna vuol dire pene dai 6 ai 16 anni per le 25 persone che l&#8217;accusa di Genova ha ritenuto responsabili di tutto ciò che è accaduto a Genova. Vuol dire che persone che sono ritratte in decine di foto mentre non fanno nulla o tutt&#8217;al più lanciano due sassi dovrebbero essere condannate secondo l&#8217;accusa di Genova a tanti anni quanto la Franzoni per aver ammazzato suo figlio piccolo. Il bello è che mentre parlano i pm si vede che si sentono i portatori di una nuova morale nelle lande devastate e saccheggiate della storia italiana.<br />
Una nuova interpretazione del diritto che si riassume nella frase: &#8220;la responsabilità morale in questi casi è più importante della responsabilità materiale&#8221;. Quanti di voi si sentono &#8220;moralmente&#8221; responsabili di Genova? o anche solo &#8220;politicamente responsabili&#8221;? Ecco, tutti noi, tutti, secondo questi pm dovremmo essere imputati di un reato che risale all&#8217;anteguerra e che dovrebbe portarci anni in galera. Tanti anni.<br />
Una nuova interpretazione della storia e del buon senso quando Canepa e Canciani si soffermano su quei giorni: &#8220;le persone hanno deliberatamente scelto di proseguire gli scontri. Dopo la prima carica contro le tute bianche, ad esempio, che comunque e&#8217; stata breve e non particolarmente violenta, potevano sempre tornarsene indietro e eventualmente denunciare le violenze di cui sono stati testimoni&#8221;. Oppure: &#8220;le forze dell&#8217;ordine possono aver sbagliato a decidere la carica, ma quando hanno deciso, hanno agito coerentemente e non particolarmente male&#8221;. E ancora: &#8220;alla fine dobbiamo ricordare che i cassonetti le persone li hanno messi in strada ben prima che i blindati caricassero a folle velocità, cosa che comunque è avvenuta solo due o tre volte&#8221;. I pm, gli uomini nuovi della verità e della giustizia, stanno minimizzando tutto quello che hanno combinato le forze dell&#8217;ordine in una delle loro più note e più terribili debacle.<br />
Il colmo lo raggiungono quando per lavarsi la coscienza, i pm si auspicano che &#8220;la medesima severità che stiamo chiedendo sia usata nei confronti dei massacri compiuti dalle forze dell&#8217;ordine e che vanno condannati&#8221;. Penso che il problema sia di intendersi sul termine massacro, e forse anche sul termine ordine. Perché secondo i pm quelli compiuti sotto i portici di via Gastaldi a Genova, o nel cortiletto della Metalfer, o durante la carica di via Tolemaide, o il sabato pomeriggio sul lungo mare, non sono massacri, ma legittime cariche per disperdere i facinorosi. E sempre secondo i pm &#8220;tutela dell&#8217;ordine pubblico&#8221; vuol dire anche quello che si è fatto a genova, &#8220;forse era meglio lasciare tutto in mano ai manifestanti, qualcuno ci vorrà dire!&#8221; &#8211; ha gridato Canciani. Io penso per un&#8217;istante che se fosse stato lasciato fare ai manifestanti ci si sarebbe limitati a un po&#8217; di reati contro il patrimonio. E continuo a pensare che qualche vetrina spaccata, qualche auto bruciata, non valgano la vita di una persona.<br />
Perché continuo ad arrovellarmi e non riesco a capire come si possa mettere le cose sullo stesso piano. Come sia possibile che i pm che hanno raccolto la testimonianza di Placanica, continuino a ritenere legittimo quell&#8217;atto e non la resistenza di centinaia di migliaia di persone. Come sia possibile che uno dei pm chiamati mentre si stava procedendo alla operazione alla Diaz, abbia il coraggio di chiedere giustizia per quella notte. Perché poi il vero problema è che questi pm sanno benissimo che i reati con cui si stanno imputando i poliziotti nel processo Diaz si prescriveranno nel 2009, come anche quelli del processo di Bolzaneto, mentre il reato dell&#8217;articolo 419 del codice penale, devastazione e saccheggio, si prescriverà nel 2024. E sanno anche che non esiste il reato di massacro, o anche solo la volontà di trasformare delle condanne in qualcosa di realistico e politicamente significativo.<br />
Per settimane ho passato e ripassato questi pensieri, accorgendomi che tutti intorno a me continuano a pensare che un delitto contro una cosa è peggio di un delitto contro una persona, e che per questo 25 persone, prese a caso tra 300.000 manifestanti paghino per tutti.<br />
Chiamiamo Genova per quello che è stata: una rivolta; qualcosa che ha gelato il sangue nelle vene del potere. E l&#8217;acrimonia dei pm nella loro requisitoria finale, la loro voglia di passare alla storia e di punire severamente chi sono riusciti a trovarsi per le mani, è la testimonianza più efficace della voglia di vendetta che anima chi si sente il cuore e il guardiano di un sistema che chi era a Genova voleva combattere.<br />
Non è ancora troppo tardi per far sentire la nostra voce e dimostrare che Genova non è finita.</p>
<p>[<em>un appello <a href="http://www.supportolegale.org/?q=node/1164">qui</a></em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/genova-non-e-finita-2/">Genova non è finita 2</a></p>
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