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	<title>Nazione Indiana &#187; prosa</title>
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		<title>Battute di caccia</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 06:05:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[ugo coppari]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>Ugo Coppari</em></p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Un giorno ho conosciuto una persona che non ci vedeva e non ci sentiva e neanche poteva parlare. Questa persona mi ha raccontato che un giorno ha conosciuto un signore molto anziano che parlava con gli animali. Questi animali gli avevano raccontato che molto tempo fa gli animali potevano parlare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/11/battute-di-caccia/">Battute di caccia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>Ugo Coppari</em></p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Un giorno ho conosciuto una persona che non ci vedeva e non ci sentiva e neanche poteva parlare. Questa persona mi ha raccontato che un giorno ha conosciuto un signore molto anziano che parlava con gli animali. Questi animali gli avevano raccontato che molto tempo fa gli animali potevano parlare. E spesso cercavano dei pretesti per riunirsi e testimoniare agli altri la propria esperienza.</p>
<p>Era giorno di festa quando tutti vestiti di bianco questi animali si radunano attorno al lago dove a quei tempi confluivano tutti i fiumi dell’Africa e del Sudamerica. Mentre stanno per sedersi attorno al fuoco che sorge al centro del grande lago, ecco che emerge dalla superficie dell’acqua un coccodrillo che decide di prendere la parola e raccontare cosa gli è capitato.<span id="more-40184"></span></p>
<p>Racconta di essere stato travolto da un fiume di fango e di essere stato trascinato in una caverna nascosta sotto una grande montagna. Là sotto incontra un uomo che non ci vedeva e che non ci sentiva e che neanche poteva parlare. Quest’uomo se ne stava fermo, appoggiato alla parete in fondo alla caverna. Il coccodrillo inizialmente non sapeva cosa farsene di quell’uomo, anche perché non sapeva cosa fosse o cosa stesse facendo. Così decise di mangiarselo, tutto d’un fiato. L’uomo non emise alcun suono né tentò di divincolarsi, ma una volta arrivato in fondo allo stomaco del coccodrillo comincia a muovere ritmicamente braccia e gambe nel tentativo di nuotare. Il coccodrillo, stravolto da quel travaglio allo stomaco, decide di lasciarsi trasportare dall’uomo che gli nuotava dentro. Ecco che dopo un po’ il coccodrillo si ritrova di fronte ad una cascata altissima, oltre la quale si apre il vuoto. L’uomo continua a nuotare finché i due non precipitano dalla cascata. Arrivato là in fondo il coccodrillo si accorge che un altro uomo lo stava aspettando:</p>
<p>un uomo molto anziano vestito di bianco che se ne sta appollaiato su di un ramo. Quest’uomo ha il corpo ricoperto di piume, sembra un uccello. Il coccodrillo è sbalordito dallo splendore del suo piumaggio, lucido e cangiante. Il vecchio comincia a muovere il becco, lo apre e chiude senza emettere alcun suono, finché non gli cade a terra. Poi afferra il becco con le mani e se ne serve per incidere un taglio nel bel mezzo del proprio petto. Con un gesto deciso affonda l’estremità del becco nel torace e apre le proprie viscere allo sguardo del cielo. Il coccodrillo non sa cosa pensare, fin quando l’uomo dentro al suo stomaco decide che è ora di uscire allo scoperto: esce e corre ai piedi del vecchio. Raccoglie il becco e se lo infila tra le labbra afone, per poi prendere il volo e non tornare mai più. Mentre se ne va via, il vecchio che se ne stava appollaiato sull’albero scende a terra e va dal coccodrillo. Gli mostra una complessa e particolareggiata serie di incisioni segnate nel suo cuore, ancora pulsante. Lì vi sono raffigurate alcune scene di caccia: in una si vede un uomo che scrive una lettera chino su uno scrittoio in noce: in un’altra scena si vede una donna che fuma una sigaretta: nell’ultima scena il coccodrillo scorge la rappresentazione di un vernissage, dove alcuni uomini parlano tra di loro dando le spalle ad una serie infinita di quadri raffiguranti madonne, soldati e esseri ibridi. Il coccodrillo, sbalordito, apre le fauci. Il vecchio così gli si tuffa incontro, entrandogli nello stomaco. Poco prima di entrare, si preoccupa di strapparsi dal petto il cuore pieno di incisioni, per lanciarlo in mezzo al grande bacino d’acqua su cui s’affaccia la grande cascata.</p>
<p>Il coccodrillo ha appena terminato di raccontare la sua vicenda, quando nel bel mezzo della notte tutti gli altri animali se ne stanno sbalorditi a bocca aperta. Ad un certo punto un uccello dal becco piuttosto tagliente si rivolge al coccodrillo che ancora se ne sta in mezzo al lago. Una volta ridestatosi dal torpore ipnotico della narrazione, l’uccello chiede al coccodrillo cosa cazzo stesse dicendo, nel senso che non ci aveva capito assolutamente niente di quella storia. Proprio in quel momentoun gruppo di uomini armati di fucile esce dalla giungla e comincia a sparare sugli animali: che muoiono tutti. Tranne il coccodrillo, ché se ne stava in mezzo al lago.</p>
<p>Una volta terminata la carneficina, il coccodrillo si dirige verso una sponda del lago, dove sono riuniti gli uomini che stanno sventrando le bestie appena uccise. Toccata terra, il vecchio che se ne stava rinchiuso nella stomaco del coccodrillo esce allo scoperto (la cassa toracica totalmente svuotataci ricorda che il suo cuore – ormai in chissà quale altro angolo del Gondwana &#8211; si sta arricchendo di nuovi segni). Questi uomini s’erano radunati attorno al fuoco, quando ad un certo punto uno di loro decide di prendere di nuovo la parola.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/11/battute-di-caccia/">Battute di caccia</a></p>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 04:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Amarelli]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Viola Amarelli</strong></p>
<p><em>bozza 1</em><br />
 Un coltello, da roast-beef. Da decenni taglia affilato. Per caso è della marca migliore, la lega di acciaio all’epoca anche lei la migliore. Roba svizzera. La precisione: i tagliagole a mercede hanno bisogno di lame affilate.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/12/tagli/">(tagli)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Viola Amarelli</strong></p>
<p><em>bozza 1</em><br />
 Un coltello, da roast-beef. Da decenni taglia affilato. Per caso è della marca migliore, la lega di acciaio all’epoca anche lei la migliore. Roba svizzera. La precisione: i tagliagole a mercede hanno bisogno di lame affilate. È &#8211; sono &#8211; ancora lucido. Imperturbabile, inscalfibile, pare. Il padrone di casa, che non capisce niente di coltelli, continua a usarlo. Ogni tanto adesso – che proprio ora è invecchiato &#8211; si chiede chi durerà di più. Se lui o il coltello. Il coltello non ha dubbi. In teoria, stocasticamente, sarà qualcun altro a usarlo.<br />
<span id="more-40053"></span><br />
<em>bozza 2</em><br />
Avrebbe voluto fare il lanciatore di coltelli, il flash da circo bambino riempie gli occhi. Oppure l’orologiaio. O il tagliatore di diamanti. Qualcosa che richieda mani e attenzioni. Al limite, taglia taglia e ricuci, il chirurgo. Il bisnonno era stagnino. Molto bravo, raccontano in famiglia. A lui invece tocca occuparsi di barili. Barili di soia. All’ingrosso. Alla fine ha imparato i trucchi che si riducono a due: sorridere e sgolarsi. Il metatrucco, il fondamentale, è capire come alternarli. Però adesso potrebbe comprarsi un bancone da falegname. In campagna, dove non va più nessuno. Magari anche una sagoma da tiro a segno. E un manichino. Per provare i coltelli. Una bambola gonfiabile sarebbe d’effetto ma è rischioso e poi un manichino maschile va meglio. Non ha niente contro le donne. Ama solo i coltelli. Vallo a dire. Infatti non lo dice.</p>
<p><em>bozza 3</em><br />
Sono di. Vetroresina. Altri di poliuretano. Gli ultimi arrivi in cartapesta : articolazioni in metallo. Mi piace. Essere in vetroresina lucida. Senza capelli, e con le gambe danzanti. Finirò in una show room. Elegante, addomesticato addobbato languido e teso come un felino. Bella vita. Inutile, sì, lo so. Altri si dedicano al crash test. E alla formazione sanitaria. Didattica e volontariato. Li stimo. A me, mi ha rovinato l’estetica. Il massimo sarebbe essere di gesso. Formato David di Michelangelo. Un sogno in 3D. Mio fratello l’ha comprato un lanciatore di coltelli. L’unico rischio per me, invece,l e forbici di un fashion dress. Panni. E drappeggi. Una vita da gatto, quasi. Il manichino di un gatto. Quella, però, è un’altra storia.</p>
<p><em>bozza 4</em><br />
Le forbici non funzionano. S’incazza. Le cose smettono di funzionare quando servono, è una costante. Lo spago è bello spesso, perfino con il piombino. Strano, ormai si usano solo reggette di plastica. Anche la lettera incollata sul pacco è avvolta da strati di nastri adesivo. Forse è meglio chiamare la sorveglianza. Meglio un fesso vivo che un curioso morto. Per questo ha fatto carriera, e non apre i pacchi.</p>
<p><em>bozza 5</em><br />
Mi vedete così, sottile, spuntato, con l’elsa lucida. Esco fuori in parata, agli appelli, alle cerimonie. Noiosissimo, fremo. Uno spreco. Mi manca la punta, e l’incrocio di ferro, l’elsa dorata, il fodero da  ingrassare. In mano a provetti incapaci. Con mantelli d’annata e nessuna idea. Tutti presi da mine e bazooka. Che mai vedranno. Darei qualunque cosa per essere una baionetta, una roncola, un’ascia, non questo stupido ornato, senz’arte né parte.</p>
<p><em>brogliaccio</em><br />
Musei e musei teche e ribalte, crogiolo e vampa, il miscuglio, il forno, la pietra, il calore. Che sia vulcano e giù l’acqua di forgia. Il mestiere che è arte, che è sacro. Che serve, La zappa. Il forcone, il taglio di lana, la lancia dei giorni di morte. La zappa, del cibo, del tubero, seme, materia rivolta. Un’arte di terra e di fuoco. Senz’aria, a gonfiare il calore. L’inferno. Il rasoio. L’altoforno, l’ossidrica, vampa. Insieme: non parlate, il fumo lungo e brunito di ciminiere, mattoni speciali. Una lunghissima storia. Nessuno racconta. Il taglio. Del grano. Del corpo, offesa e difesa. Una lunga veglia alimenta la vita e i fuochi. Persa ogni traccia. Taglia, per entrare dentro, più a fondo. Quel poco o molto che serva. Metallo. Dal cuore alle vene. Taglia.</p>
<p><em>riepilogo</em><br />
La punta al carbonio. Taglia netta. Attenta, a margini certi. Va a fondo, risana. Materia nova che scotta, combusta. Placa. Acqua e aria.</p>
<p><em>cancellar(e tutto)</em><br />
Poi il laser, la luce. Sfoglie di onde, festose? Sia, festosa.</p>
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		<title>Non esiste morte che non sia violenta</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/05/02/non-esiste-morte-che-non-sia-violenta/</link>
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		<pubDate>Mon, 02 May 2011 08:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[caravaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Demetrio Paolin]]></category>
		<category><![CDATA[inaudita]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/q_123_paolin_cover_fronte_alta.jpg"></a>di <strong>Demetrio Paolin</strong></p>
<p><em>FIGURE III (Parigi/Tanaro)</em></p>
<p>Il fiume ruinò.<br />
Nessuno seppe nulla solo acqua che portava via alberi, arbusti, pietre. Ridisegnava il suo letto, ridisegnava il paesaggio. Svuotava greti e torrenti. Si portava dietro tutto vorticando. E più erano strette le vie e più l&#8217;acqua turbinava violenta come un re invasore che niente rispetta o salva, ma tutto distrugge, diserba e annulla.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/02/non-esiste-morte-che-non-sia-violenta/">Non esiste morte che non sia violenta</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/q_123_paolin_cover_fronte_alta.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/q_123_paolin_cover_fronte_alta-200x300.jpg" alt="" title="q_123_paolin_cover_fronte_alta" width="200" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-38885" /></a>di <strong>Demetrio Paolin</strong></p>
<p><em>FIGURE III (Parigi/Tanaro)</em></p>
<p>Il fiume ruinò.<br />
Nessuno seppe nulla solo acqua che portava via alberi, arbusti, pietre. Ridisegnava il suo letto, ridisegnava il paesaggio. Svuotava greti e torrenti. Si portava dietro tutto vorticando. E più erano strette le vie e più l&#8217;acqua turbinava violenta come un re invasore che niente rispetta o salva, ma tutto distrugge, diserba e annulla.<br />
Non era un suono o sibilo che l&#8217;accompagnasse, ma  un sotterraneo singulto simile a quello che devasta lo spazio siderale, non udibile eppure presente a sgomentare l&#8217;intero universo. L&#8217;acqua scendeva vuota nell&#8217;indefinita angoscia così simile alla solitudine del creato primordiale.<br />
Sembrava non ci fosse nessuno. Nessuna anima viva.<span id="more-38884"></span><br />
Invece tu devi immaginarti che qualche giorno dopo, le acque si ritirarono e mostrarono il disastro.<br />
La fanga aveva coperto tutto e dove non era arrivata lei c&#8217;erano arbusti, secchi rami, mattoni, staccionate di legno, gomme, carcasse di lavatrici e dove la pianura si fa piatta che pare ad un tratto il mistero si riveli, tu vedi un corpo. Anzi no. Vedi una riva scoscesa e poi la scendi, c&#8217;è qualcosa di strano, sembrano stracci e poi vedi che sono gonfi di un cadavere.<br />
Io, tu non lo sapevi, ero tornato da poco da Parigi e mentre con la macchina andavo verso il luogo dove era stato trovato il corpo &#8211; allora ero un giornalista -, mi è tornato in mente il Louvre, le sale enormi e piene di quadri, quei dipinti uno dietro l&#8217;altro accatastati in massa, come se fossero incubi che ti investono. A Parigi avevo guardato un unico quadro: la <em>Morte della vergine di Caravaggio</em>.<br />
Ero rimasto incantato per ore.<br />
Prima di tutto vedi il nero, quel nero di quando le cose non sono ancora create e stanno in quell&#8217;angoscia primigenia che tutto tiene, nero come l&#8217;acqua che avevamo visto qui che senza suono portava via tutto, rimettendo ogni cosa allo stato originario. Era la negritudine di una stanza buia, spenta l&#8217;ultima candela e la gente silente dentro che aspettava l&#8217;ultimo respiro. Era simile a questo cielo che mi stava davanti, lo immagini ora, guarda il quadro e pensa al cielo che avevo sopra la testa in macchina mentre andavo poco fuori città a Castello d&#8217;Annone con il mio taccuino e la macchina fotografica. Al nero gigante s&#8217;aggiungeva un baldacchino, di cui tu &#8211; se  guardi &#8211;  indovini il tessuto rosso pari a un fiotto di sangue.<br />
Sono arrivato sul posto. Il medico ha un vestito nero e scopre il velo.<br />
Una donna, bianca di razza caucasica &#8211; ci dice &#8211; all&#8217;incirca sui 20 anni. E&#8217; morta probabilmente portata via dalla piena del Tanaro.  Doveva essere bellissima prima che l&#8217;acqua la gonfiasse. Siamo in sei persone a guardare questa donna a tutti sconosciuta eppure così prossima. Due carabinieri la voltano, una mano cade lungo il petto l&#8217;altra s&#8217;allontana dal corpo. Le estremità, mani e piedi, leggermente viola, ha ecchimosi nel volto.<br />
Se tu fossi qui con me vedresti nel viso lo spavento della morte violenta. Non esiste morte che non sia violenta. Non esiste morte che non sia morte. Non si può non morire. Ogni nostro passo, movimento è verso il morire, lo smettere delle cose, il ritorno al nero totale potente, al nero di Caravaggio.<br />
Ecco se ci guardi da fuori, noi messi qui intorno a questo corpo sfatto d&#8217;acqua, il cielo nero e il tramonto che arriva, ti pare di vedere <em>La morte della vergine</em>.<br />
La madre di dio, secondo la tradizione, non muore, ma cade in sonno profondo e, addormentata, una schiera d&#8217;angeli la porta in cielo. Assunta senza la consunzione della morte.<br />
Eppure moriamo tutti, già dall&#8217;utero di nostra madre moriamo, già prima di nascere sembra dire Caravaggio con le sue pennellate, noi andiamo verso il buio. Tutti vanno verso il buio, buio e nero nero e buio, luce che disarma nella notte, e la vergine per Caravaggio che deve morire.<br />
Così il Tevere sputa dalle sue acque una donna, giovane e morta.<br />
Annegata nel fiume, il corpo gonfio d&#8217;acqua non nega la sua bellezza, una bellezza da cortigiana. La madonna è una prostituta, la madonna è una donna che ha patito la morte.<br />
Muore di una morte oscena, rabbiosa, che non ha niente di santo. Nessuna <em>dormitio</em>, nessuna schiera d&#8217;angeli. Il nero come sfondo, il rosso fiotto del sangue, gli apostoli intorno, non come Chiesa intorno alla madre di dio, ma come un gruppo di curiosi che guardano il corpo di una donna morta, appena tirata su dal fiume.<br />
Hai notato l&#8217;uomo che guarda e si piega sul corpo della donna a sancirne la morte?<br />
Sembra il dottore che ora guarda la prostituta in riva al Tanaro, mai come allora ho avvertito chiaramente che c&#8217;è nulla dopo, e c&#8217;è nulla prima. E se dio è, è il nulla a cui andiamo incontro correndo e da cui ci svegliamo nascendo.<br />
C&#8217;era una disperazione selvaggia, che è la stessa di ogni luogo in cui avviene una morte violenta. La scena dipinta da Caravaggio ha qualcosa di simile. E&#8217; abolita qualsiasi consolazione. La vita finisce qui, la vita della madre di dio termina disperatamente.<br />
Non è una scena da chiesa questa, ma da tavolo di anatomia, si disseziona il corpo, lo si porta in primo piano quasi a dire: di questo siano fatti, a questo finiremo.<br />
Non c&#8217;è paradiso qui, niente. Caravaggio dipinge la fine di tutto. L&#8217;apocalisse di ogni cosa che si mostra a noi, la rivelazione ultima della nostra solitudine estrema <em>in limine mortis</em>.<br />
Eppure mi chiedo cosa spinga Caravaggio a dipingere questa tela, cosa porti a me a scrivere &#8211; anni dopo &#8211; di questa donna bianca e bellissima, di cui ricordo l&#8217;immagine tesa nel riquadro del giornale &#8211; le ho fatto un primo piano da tessera, bianco e nero e 22 righe. Eppure anni dopo sono qui a scriverla.<br />
Credo che alla fine scrivere sia un modo per prolungare l&#8217;esistenza in vita di quella ragazza e anche Caravaggio dipinge perché il nero che ha dietro non si chiuda del tutto sulla cortigiana annegata nel Tevere. La fa diventare la madre di dio, la fa dormire un sonno di morte e di acqua.<br />
Lei non sarà mai completamente morta, ma ferma nel quadro come la madre di tutti, immagine della nostra comune sorte.<br />
Io scrivo perché se ne salvi un resto. Di quella ragazza sul greto del fiume non sapemmo mai il nome, l&#8217;età e la nazionalità, ma in queste poche righe lei arriva ad essere vivissima. Nel pomeriggio invernale con la luce calante, gli uomini intorno e quei vestiti dozzinali e volgari, lei sopravvive a me, sopravvive ad ognuno di noi, perché è scritta.<br />
È la redenzione, che mi pare di vedere in ogni quadro di Caravaggio, una redenzione che non è salvezza, non c&#8217;è salute se non nell&#8217;oscuro in cui tutti sprofonderemo, ma  un misero salvare delle parti, portandole via dall&#8217;oblio delle cose che si guastano.<br />
Quindi alla fine scrivo per togliere un po&#8217; di male dagli altri, e lo faccio raccontando, come a te, a cui  sono dedicate queste note su Caravaggio, perché dicendoti ti ho redento.<br />
E tu? Sembri chiedermi. Quanto a me io scrivendo non mi salvo, ma mi mostro alla gente con lo sguardo spaventato di un Oloferne in prolungata agonia. </p>
<p>Tratto da: <a href="http://www.transeuropaedizioni.it/dettaglio_libro.php?id_libro=123"><strong><em> La seconda persona</em> (Transeuropa, 2011)</strong></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/02/non-esiste-morte-che-non-sia-violenta/">Non esiste morte che non sia violenta</a></p>
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		<title>Il posto fisso</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Apr 2011 07:43:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il posto fisso / Ugo Coppari
<p>Era il compleanno di Marta, compiva trentadue anni. Della vecchia compagnia ne erano rimasti pochi, alcuni si erano sposati, altri avevano deciso di spegnersi. Gli unici rimasti erano per l’appunto Marta, Marco e Stefano. Stefano da dieci anni si era convinto che il modo migliore per non morire giovani era quello di non giudicare il prossimo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/29/il-posto-fisso/">Il posto fisso</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Il posto fisso / Ugo Coppari</h2>
<p>Era il compleanno di Marta, compiva trentadue anni. Della vecchia compagnia ne erano rimasti pochi, alcuni si erano sposati, altri avevano deciso di spegnersi. Gli unici rimasti erano per l’appunto Marta, Marco e Stefano. Stefano da dieci anni si era convinto che il modo migliore per non morire giovani era quello di non giudicare il prossimo. Marta invece preferiva limitarsi nell’unica cosa che le riusciva bene. In mezzo c’era Marco, un ragazzo vivace che aveva gli occhi ancora accesi. Da cinque anni era stato assunto alle Poste, coi primi stipendi si era potuto comprare una mongolfiera a rate.</p>
<p>Era venerdì pomeriggio quando i tre amici si incontrarono in mezzo al parco, dove Marco aveva portato la sua mongolfiera. Aveva deciso di regalare alla sua amica l’ebbrezza del volo, alzarsi dal suolo per mezzo di un pallone colorato. In compenso Stefano aveva portato due bottiglie di spumante secco, prese in offerta al supermarket sotto casa. Marta era stata saggiamente bendata: lo stupore della sorpresa avrebbe riempito il suo cuore tutto d’un fiato.<span id="more-38590"></span></p>
<p>Al calar della sera i tre sono pronti a partire, brinderanno ad una nuova vita. La mongolfiera li avrebbe fatti volare in alto, ne erano proprio sicuri. Indossano giubbini coprenti e cappelli di lana, e si assicurano di aver preso tutto il necessario per prendere il volo. S’infilano nella stretta cesta di vimini ed eseguono tutte le procedure opportune per dar vita al grande pallone che s’alzerà sopra le loro teste. Marta dice di essere davvero eccitata, Stefano fa finta di niente. Nel frattempo Marco comincia a maledire il cielo, le bombole del gas sembrano del tutto esaurite. Così Marta, che non si perde mai d’animo, consiglia a Marco di mantenere la calma e riprovarci ancora. Ma dopo un’ora si rendono conto che non c’è altro da fare, bisogna rinunciare al volo. E ormai la notte incombe, meglio farsene una ragione.<br />
I tre cominciano a discutere del più o del meno, ridono e scherzano sui casi strani della vita. Poi si addormentano. Nel frattempo un uomo in sella a un motorino Bravo passa lungo la strada imbrecciata che costeggia il parco.</p>
<p>Al risveglio i tre si ritrovano sospesi in cielo, la mongolfiera li sta trasportando lontano. Si guardano stupefatti, credono di essere ancora dormienti. Ma Stefano riesce a parlare: e come al solito consiglia di stare calmi. Dopo le prime preoccupazioni, i tre decidono di starsene muti e arrendersi una volta per tutte. Poi uno dei tre tira fuori un panino con la mortadella e se lo divora, gli altri due lo osservano. Passano le ore, e i tre sorridono per la meraviglia del caso. La mongolfiera s’è portata via tutto, i loro corpi e le loro stupide vite. La leggerezza del viaggio li spinge a parlare d’amore: Marta dice di essersi innamorata soltanto una volta, Marco racconta di una volta in cui pianse una notte intera pensando ad una ragazza senza cuore: le aveva regalato un gran bel fiore, e lei all’uscita dalla scuola gliel’aveva strappato davanti agli occhi. Stefano invece pianse e basta.</p>
<p>Passata la commozione e asciugate le lacrime del ricordo, i tre cominciano a chiedersi quanto avrebbe potuto durare quel viaggio. La notte sembra interminabile, e la meraviglia iniziale si tramuta in angoscia. Passano giorni e settimane, ma la mongolfiera continua a volare alta nel cielo. Attraversa città, paesi, interi continenti. In poco più di due anni i tre amici ammireranno tutta la bellezza del mondo. Cominceranno a riconoscere i luoghi più noti e affollati, prendendo per familiari terre che mai avevano visto prima. In dieci anni fecero il giro del mondo per più e più volte, al punto tale da venirgli a noia.<br />
Nacque in loro il desiderio di scendere e parlare con qualcuno là a terra, ma i venti non smettevano di soffiare, e non c’era altro modo per atterrare se non attendendo. Pensarono perfino di tagliare le corde che tenevano legato il cestino al pallone, ma questo non avrebbe risolto nulla: sarebbero morti di sicuro. Così escogitarono un piano: decisero di svegliarsi.</p>
<p>Al mattino, quando si risvegliarono, la mongolfiera non c’era più, e un gruppo di ragazzini stava giocando a pallone sopra le loro teste. Addirittura uno tra i più sbruffoni aveva preso in prestito i loro giubbini per farci le porte. I tre amici erano quasi morti dal freddo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/29/il-posto-fisso/">Il posto fisso</a></p>
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		<title>Il portavoce</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 08:18:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il portavoce  / Ugo Coppari
<p>Già da ragazzi tutti e tre avevano le idee ben chiare. Matteo voleva fare il calciatore, Giovanni l&#8217;astronauta e invece Luca voleva fare il portavoce. Ma non si era mai chiesto di chi o di che cosa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/18/il-portavoce/">Il portavoce</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Il portavoce  / Ugo Coppari</h2>
<p>Già da ragazzi tutti e tre avevano le idee ben chiare. Matteo voleva fare il calciatore, Giovanni l&#8217;astronauta e invece Luca voleva fare il portavoce. Ma non si era mai chiesto di chi o di che cosa.</p>
<p>Continuava a raccontare di un politico che una volta si era messo nei guai, e che per risolvere questi guai aveva mandato in televisione un portavoce che parlasse al posto suo. Questo portavoce aveva dei modi di parlare e di gesticolare affabili, riusciva a convincere chiunque che le sue affermazioni non fossero punti di vista sul mondo ma veri e propri sillogismi logici. Ad esempio Luca diceva che è normale supporre che se uno va veloce con la macchina lungo una strada di campagna, e che se tutti quelli che vanno veloci possono mettere a rischio la vita altrui, tutti quelli che vanno in campagna possono mettere in pericolo la vita altrui. Ma i suoi amici continuavano a credere che in realtà Luca fosse proprio scemo, perché continuava a parlare coi sillogismi logici che gli avevano messo in testa i portavoce dei politici che si erano messi nei guai.<span id="more-38589"></span></p>
<p>In fondo nessuno aveva chiesto a Luca cosa trovasse di bello nel fare il portavoce: se il togliere le persone fuori dai guai, o il fare della parola uno strumento di stravolgimento della realtà. Ma poco importava, Luca era pronto a qualsiasi cosa pur di diventare il portavoce di qualcuno di importante che si era messo nei guai. Così si mise a cercare dei bandi di concorso per diventare portavoce di politici importanti: ma si accorse ben presto che non esistevano bandi del genere. Tutti i consulenti a cui si rivolgeva tenevano a precisare che per diventare il portavoce di qualcuno bisognava prima di tutto guadagnarne la fiducia, e non c&#8217;era un modo preciso per riuscirci, un percorso mirato di studi o chissà quale altra bizzarria del genere. Era qualcosa che si imparava semplicemente dalla strada. Così cercò di andare per strada e capire come le persone fanno a meritarsi la fiducia degli altri. Passava tutto il tempo accovacciato tra le siepi dei giardinetti del suo quartiere: ad esempio c&#8217;era un signore che se ne stava da mattina a sera seduto su una panchina a leggere il giornale, di tanto in tanto alzava lo sguardo al cielo e tirava un sospiro. Ogni persona che passava di lì gli rivolgeva la parola dicendo buongiorno e buonasera, a seconda dell&#8217;ora del giorno. Ma forse non era quella la fiducia di cui gli avevano parlato più volte. Allora comprò una rivista specializzata, in cui si parlava di scuole di formazione per uomini di successo.</p>
<p>Dicevano ad esempio che bisogna sempre sorridere e che quando qualcuno ci stringe la mano noi dobbiamo dimostrare la nostra personalità con una stretta forte e decisa. Dicevano anche che molti ragazzi si sono fatti le ossa a forza di stare vicino a persone importanti e influenti, emulandone le strategie retoriche e cinesiche. Fu proprio nel chiedersi cosa significasse la parola “cinesiche”, che una sera Luca si addormentò in cucina. Al risveglio si ritrovò esausto a cercar di capire chi fosse davvero importante da poter essere emulato. Accese la televisione, guardò diversi programmi di intrattenimento culinario, poi scrutò i volti dei politici che apparivano nei telegiornali di metà mattinata. Ma era già mezzogiorno e da tre anni non era ancora riuscito ad avvicinare nessun uomo importante che fosse talmente importante da potergli insegnare come meritarsi la fiducia per poter diventare un portavoce. E così, nell&#8217;attesa che l&#8217;acqua in pentola bollisse, gli venne in mente un&#8217;idea: di inventarsi una persona di cui essere il portavoce.</p>
<p>Una persona che avrebbe spacciato per importante. Doveva prima trovargli un nome che sembrasse importante, poi un lavoro che sembrasse talmente importante da necessitare di un portavoce. Doveva immaginarsi anche una località di residenza che non fosse né troppo piccola né troppo grande. Se fosse stata troppo piccola, chiunque avrebbe potuto smentire l&#8217;esistenza di uno dei pochi membri appartenenti alla comunità. Se fosse stata troppo grande, nessuno si sarebbe interessato di lui. Così, preso dallo sconforto, si convinse che un progetto del genere sarebbe stato troppo faticoso. E, dopo aver mangiato, se ne tornò a letto.</p>
<p>Si risvegliò il giorno dopo, con un gran mal di testa: fuori pioveva. Uscendo di casa si accorse di non aver alcun motivo valido per uscire di casa. E allora, invece di diventare il portavoce di una persona viva e immaginata, pensò bene di uscire di casa con l’intento di diventare il portavoce di persone morte e immaginate. Si convinse che in questo modo la gente del quartiere avrebbe finalmente trovato interesse in lui, perlomeno nelle sue comunicazioni. La pioggia aveva fatto rintanare tutti i vecchi del quartiere nei bar, e visto che era Sabato pomeriggio anche i giovani non ne volevano sapere di stare al freddo e al gelo. Pian piano il Bar Centrale si affollò al punto tale che non ci si poteva più muovere. E fu lì che gli venne in mente di avvicinare Saverio, un uomo sula sessantina, e di dirgli che sua moglie ci teneva a comunicargli che nell&#8217;aldilà andava tutto a gonfie vele. Infatti la moglie di Saverio era morta in un incidente stradale pochi anni prima, e da quel giorno Saverio aveva smesso di parlare. D&#8217;un tratto si girò verso il nostro Luca per chiedergli se davvero riusciva ad entrare in contatto con sua moglie. L&#8217;affollamento del locale rese istantaneo il coinvolgimento della folla a quel grande evento: Saverio aveva ripreso a parlare. E allo stesso tempo sembrava che Luca avesse cominciato a parlare coi morti.</p>
<p>C’era chi gli chiedeva di sapere se anche i morti soffrivano di reumatismi o di osteoporosi, o se anche nell’aldilà ci fossero il freddo delle gelide alzatacce invernali o il caldo infernale dei matrimoni di ferragosto, o se la povera mamma morta ce l’avesse ancora coi figli scapestrati che erano ancora senza una donna e senza un lavoro, o sapere dove il nonno tenesse il tanto discusso tesoretto di famiglia, o se prima o poi avrebbero le loro figlie avrebbero trovato marito di buon partito, o se quella brutta polmonite o quella terribile influenza fossero guaribili a breve, o se prima o poi sarebbero riusciti ad estinguere tutti i debiti contratti, o se Dio li guardava da lassù.</p>
<p>Così Luca dispensava risposte a chi gli veniva incontro, ce n’era per tutti. Gli abitanti del suo paese non facevano che parlare di questo giovane portavoce delle voci dall’aldilà, così bravo da non avere alcun dubbio su cosa avrebbe riservato il futuro all’intera comunità: felicità e benessere, senz’ombra di dubbio. Ecco che un giorno però, mentre stava pensando a cosa gli avrebbe potuto riservare il futuro e a quanto sarebbe potuto andare avanti con quella farsa delle voci dall’aldilà, Luca sente qualcuno che gli dice che “la pasta è cotta”. Si fiondò verso i fornelli e scolò in fretta quella manciata di rigatoni che s’era preparato per pranzo. Aggiunse il sugo, e poi cominciò a mangiare. Il ronzio del frigorifero accompagnava i pensieri del povero Luca, che tutto ad un tratto raggelò, chiedendosi chi fosse stato ad avvertirlo che la pasta era ormai cotta. La forchetta a mezz’aria, la bocca aperta, ci pensò su. Ma poi la paura scivolò via, insieme ai rigatoni del mercoledì.</p>
<p>Passarono altre settimane e altri mesi. Luca continuava a  dispensare consigli ai poveri e impauriti abitanti del suo quartiere. Quando una voce irruppe nella sua mente, dicendo che “gli anziani del quartiere si approfittano delle giovani nipotine”. Quelle parole, come le altre che arrivarono nei mesi successivi, gli arrivarono dritte dritte all’orecchio, come se qualcuno gliele stesse sussurrando da vicino. “Ma valla un po’ a raccontare, una cosa del genere”, si disse. Così si tenne tutto per sé, senza palesare alcun cambiamento d’umore. Nella paura di perdere la fiducia e la stima degli abitanti del quartiere, che ormai lo avevano eletto portavoce ufficiale dell’aldilà, ecco che Luca fece finta che quelle voci non esistessero. Ma senza tregua continuavano a comunicargli informazioni delicate sulla comunità, cose che avrebbero scatenato il putiferio. Ci pensò su più volte, se fosse giusto dirle o tenersele per sé. Quando un giorno decise di farsi avanti e di raccontare a Gilberto una storia che gli era arrivata all’orecchio dall’alto. Gilberto, che era il barista, si mise a ridere: cominciò a chiedergli come fosse possibile una cosa del genere, e poi confidò il segreto a tutti quelli che erano lì presenti. Francesco diede uno scappellotto al nostro povero Luca, gli consigliò di non mettere in giro voci del genere, se non voleva finir male.</p>
<p>Più andava avanti, più Luca soffriva per l’impossibilità di dire quel che gli diceva quella voce: una volta gli confidò come era stato ucciso un magrebino che lavorava al cantiere della Marchetti Costruzioni, un’altra volta gli fece sapere come la droga entrava in paese passando per le mani del maresciallo Repetti, un’altra volta gli spiegò il modo in cui al Bar Centrale truccavano le Slot Machine. Ma nessuno aveva intenzione di starsene ad ascoltare quelle idiozie, così gli dicevano: “Stattene un po’ zitto, non se ne può più”. Così tutti quelli che prima si rivolgevano a Luca per saperne di più sul loro futuro, ora andavano in chiesa la Domenica o magari telefonavano agli astrologi che passavano ogni sera sulle reti televisive locali. E Luca, rintanato in casa, spiava il quartiere dal suo quarto piano. La trasparenza delle tende in organza lasciava filtrare nella stanza la luce fioca di un inverno interminabile. Luca piangeva, perseguitato da quella voce.</p>
<p>Il 28 Dicembre Luca uscì di casa con l’intento di non tornarsene più. Stanco di quel quartiere così inospitale, se ne fuggì nella speranza di non udire più quell’insopportabile voce. Era ben coperto e aveva con sé un bel mucchio di soldini, che aveva messo da parte con le laute ricompense ricevute dai vecchi beneficiari dei suoi falsi messaggi dall’aldilà. E allora si incamminò, attraversò montagne e pianure, valici e trafori, fiumi e cascate, affrontò precipizi e strade scoscese. Fin quando, camminando senza tregua, si ritrovò in Tibet. Arrivato alle pendici dell’Everest, alzò gli occhi e senza chiedersi come fosse finito fin lì, riprese a camminare, nella speranza di lasciarsi alle spalle quella voce fastidiosa. Quei pochi che l’hanno potuto vedere parlare tra sé e sé lo avranno sicuramente scambiato per uno scemo di primo livello. La barba gli arrivava fin giù le ginocchia, ed era tutta congelata. I capillari del volto stavano per scoppiare, i piedi erano ormai un unico tozzo di ghiaccio. E così, arrivato a metà del sentiero che portava fin su la cime, svenne di colpo. Quando si svegliò continuò a parlare tra sé e sé, in risposta a quella voce che non ne voleva proprio sapere di lasciarlo stare.</p>
<p>Fu proprio in quel momento che una piccola volpe dal colore fulvo, sgranò gli occhi. Stava girando con la zampetta un sugo di lepre, che aveva preparato per il pranzo domenicale della famigliola, riunita per l’occasione. Il nostro povero Luca s’era accasciato sopra la tana di queste piccole volpi, che non avevano mai visto ne sentito un uomo. La piccola volpe che stava girando il sugo, emise un grido. Disse alle altre volpi di raggiungerla immediatamente, ché aveva sentito una voce. Ma quando la raggiunsero, non si sentiva più niente: ché Luca era di nuovo svenuto. “Vi giuro che l’ho sentita”, precisò la povera volpettina ai fornelli. Passarono le ore, e la volpettina sgranò più volte gli occhi: quella voce, di tanto in tanto, continuava a dire frasi sconnesse, a brontolare qualcosa su chissà chi o cosa. Ma quando le altre volpi, che se ne stavano riposando un po’ più in là, in fondo alla grande tana ricavata nella roccia, le chiesero cosa dicesse quella voce, ecco che lei non sapeva dire nulla di preciso: “ma sono pur sempre voci nuove”, continuava a ripetere.</p>
<p>Passarono i giorni e Luca morì di freddo, senza gloria né memoria dei cari. Lontano da casa, una fine infausta. E la volpettina, rammaricata, già rimpiangeva quelle voci: nessuno le aveva creduto, proprio ora che aveva cominciato a capirci qualcosa. Ma continuavano a prenderla per matta, ferendola nell’orgoglio e relegandola esclusivamente ai fornelli. Ma un giorno decise che era ora di farla finita, di emanciparsi da quel ruolo così poco gratificante, e così si mise in testa di udire voci che gli confidavano dei segreti che riguardano la sorte delle altre volpi che abitavano in quella grande tana. Un giorno infatti predisse che se qualcuno si fosse inoltrato nei ghiacci alla ricerca di cibo, sarebbe sicuramente morta. E così accadde. Poi azzeccò anche un’altra previsione, disse che pochi giorni dopo sarebbe rimasta in cinta. E così accadde. E pian piano la sua fama crebbe, di pari passo con la paura che le povere volpi impararono a riporre nel futuro.</p>
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		<title>Il mio cuore è un mandarino acerbo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/02/23/il-mio-cuore-e-un-mandarino-acerbo/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 09:10:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/mandarino-copertina.jpg"></a>di <strong>Alessio Arena</strong></p>
<p><strong>CIMITERO DI POZZOVECCHIO<br />
ESTERNO GIORNO</strong></p>
<p>L’aria di morte è quella degli enormi aranceti che sbucano nel selciato dei gradini di Pozzovecchio, le tonde radici nervose a scavare il profilo della discesa a terrazze che arriva fino al mare, alla sabbia grigia che s’è ordinata qui e lì, a partire dallo sfacelo delle ossa dell’isola.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/23/il-mio-cuore-e-un-mandarino-acerbo/">Il mio cuore è un mandarino acerbo</a></p>
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<p>L’aria di morte è quella degli enormi aranceti che sbucano nel selciato dei gradini di Pozzovecchio, le tonde radici nervose a scavare il profilo della discesa a terrazze che arriva fino al mare, alla sabbia grigia che s’è ordinata qui e lì, a partire dallo sfacelo delle ossa dell’isola.<br />
Le croci del cimitero stanno tutte affacciate su una bassa collina di salsedine, inginocchiata davanti al marmo delle cappelle della zona più alta, dove stanno le statue, qualche sedia di vimini lasciata vicino alle lapidi senza nome, gli angeli gabriele di ferro battuto con gli occhi chiusi, e molte luci rosse e blu.<span id="more-38205"></span><br />
A ridosso di una piccola scala a chiocciola che entra in quella che doveva essere la guardiola di Don Ciro il custode, che oggi ha avuto un attacco di appendicite, una delle tombe più fiorite è quella con su scritto QUI GIACE L’INFELICE VENOSCA, in caratteri dorati, in testa ai quali corre una scia di formiche.<br />
La persona ritratta nella foto non è altri che Michele, la barba lunga, lunghi i capelli di amianto sfilacciato, il naso dritto a suggellare una solenne atmosfera pubblicitaria, come in quelle immaginette di Gesù Cristo che sull’isola si vendono pure nelle tabaccherie.<br />
Seduto su una improbabile lapide vicina, arrugginita l’intestazione e le gardenie di plastica sulla base, Ninì, la sua mano tozza, cattura qualche formica e, con la stessa leggerezza con cui porta alla bocca la sua preda, dice: «Non preoccuparti, Cherie, è questione di poco ancora, anche Leonardo lì dentro ha dovuto aspettare tutto questo tempo».</p>
<p>Veronique, i capelli sciolti che le coprono il viso, sta inginocchiata a scavare una piccola buca.<br />
«Quest’isola mi somiglia troppo, forse è che sono troppo calma qui, è strano, mi sento lontana da tutti».<br />
«Lo sai chi è questo tipo che sta qua sotto?».<br />
«Chi?».<br />
«Questo qui», dice indicando la foto di Michele sulla tomba, «dicono che è il vero autore della statua del Cristo Morto, quella della processione. Era stato nel carcere un sacco di tempo e l’aveva fatta lì, la statua. Dicono che gli era bastato un ritratto suo, che gli era bastato fare una copia di se stesso e poi la gente l’ha preso per Gesù Cristo. Era stato come un modo per sfuggire alla sua condanna, capi’?».<br />
«Chissà perché hanno scritto il povero …»<br />
«Credo fosse un ergastolano, un criminale che aveva ucciso più di qualcuno. Fece un buco nella cella e si buttò a mare, credo».<br />
«Povero, allora».<br />
Ninì si guarda un attimo intorno, cambia subito discorso.<br />
«Hai pensato a cosa faremo dopo? Quando avremo liberato tuo fratello?».<br />
Veronique sembra infastidita, e smette di scavare, alzando lo sguardo verso il nano si sposta i capelli dalla fronte col suo gracile braccio.<br />
«No, lo sai bene, non c’ho pensato, non lo abbiamo fatto, dipende anche da lui, da come si metteranno le cose, credo che dovremo stare al riparo per un po’».<br />
Ninì si alza, spia ancora una volta nel deserto di tombe del cimitero controllando che nessuno lo ascolti, in realtà ha un mal di testa che è una cosa molto brutta, gli tira indietro la lingua, non trova il coraggio per dire quello che dice.<br />
«Cosa credi che dica quando ti avrà visto … così?».<br />
Veronique ha ripreso a togliere terreno dalla piccola buca e sorride. «Cosa potrebbe dire?».<br />
«E che potrebbe dire … che grazie … a te stavo aspettando … che non ti riconoscevo … come ti sei cambiata …», è serio, letale, «per … perché … perché?».<br />
«Mio fratello non è in grado di parlare, Ninì».<br />
Il nano sembra mortalmente imbarazzato dalla propria gaffe, ma dopo poco si scioglie in una risata piena di volate, lirica, ottocentesca, sicura di sé.<br />
«Avanti, fatti dare una mano».<br />
«No, lascia stare, voglio farlo da sola», tossisce Veronique, poi si ferma, ha toccato qualcosa. «Mon Dieu, ma cosa c’è qui, è frutta?».<br />
Ninì si avvicina, guarda nella buca. «Sì, non farci caso», borbotta, «sono mandarini».<br />
«E cosa ci fanno qui?».<br />
«Ce li hanno messi, li hanno sepolti perché erano acerbi».<br />
«Ah, bene, un’idea molto intelligente».<br />
«È una cosa che si fa da sempre sull’isola, ci sono aranceti e limoni ovunque da queste parti, ci stanno da quando questo scoglio ha bucato il mare, i mandarini invece li avevano portati i pirati, la gente di fuori che si erano mangiati le donne, i bambini, e avevano fatto scappare tutti quanti su alla rocca della Terra Murata».<br />
«E poi erano rimasti qui?».<br />
«Quel poco come erano abituati a fare, e quando se ne erano andati lasciarono questi piccoli arbusti storti sulla piana di Cottimo e per tutta Solchiaro. Questi nuovi frutti avevano un sapore meraviglioso ma ovviamente la gente col tempo cominciò a credere che avevano qualcosa di strano, fino a che si disse che le donne che li mangiavano avrebbero partorito i figli dei pirati, che sarebbero diventate pregne della violenza che molte di loro avevano subito».<br />
«Una maledizione». Veronique lo guarda divertita.<br />
«Sì, e all’improvviso i mandarini smisero di maturare, opera dei morti che per evitare lo scempio di quelle figlianze reclamavano i frutti dalle loro parti».<br />
«È incredibile».<br />
«Sì, e se non altro resta il fatto che qui sopra i mandarini non maturano mai».<br />
«E chi si occuperebbe di seppellirli?».<br />
«Gli uomini, i padri di famiglia soprattutto, chi ha qualche figlia, prima e dopo di averla data in sposa, ne seppellisce qualcuno».<br />
«Come fai a inventarti queste cose?».<br />
Ninì ritorna un attimo dalle formiche, soffia forte sul loro percorso ordinato, un soffio lacrimogeno in pieno corteo.<br />
«Non invento niente, esistono pochissime cose che si possono inventare».<br />
«Dimmene qualcuna».<br />
Il nano la guarda accigliato, poi spolverandosi i capelli dalla fronte, dice: «L’Amour… perché tutti quanti vogliamo stare bene, e far finta di stare bene alla lunga ce ne dà almeno un’idea».</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/Alessio-Arena.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/Alessio-Arena-200x300.jpg" alt="" title="Alessio Arena" width="200" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-38242" /></a></p>
<p><strong>Testo tratto da <a href="http://www.editricezona.it/ilmiocuoreeunmandarinoacerbo.htm"><em>Il mio cuore è un mandarino acerbo </em>(Zona, Collana Novevolt, 2010)</a></strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/23/il-mio-cuore-e-un-mandarino-acerbo/">Il mio cuore è un mandarino acerbo</a></p>
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		<title>Mostrare una piccola emozione</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 12:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/28/murene-il-primo-volume/"><strong>Stephen Rodefer</strong></a> traduzione di <strong> Marilena Renda </strong></p>
<p><em>per il granito</em></p>
<p>E&#8217; costoso sprecare questo spirito sfrontato nel tempo e nella solitudine, quando la stagione è così breve e l&#8217;applauso schiacciante.  Facciamola finita e andiamo a vedere qualcosa di perfettamente bello, come la <em>Turandot</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/14/mostrare-una-piccola-emozione/">Mostrare una piccola emozione</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/28/murene-il-primo-volume/"><strong>Stephen Rodefer</strong></a> traduzione di <strong> Marilena Renda </strong></p>
<p><em>per il granito</em></p>
<p>E&#8217; costoso sprecare questo spirito sfrontato nel tempo e nella solitudine, quando la stagione è così breve e l&#8217;applauso schiacciante.  Facciamola finita e andiamo a vedere qualcosa di perfettamente bello, come la <em>Turandot</em>. Ascolta il ruggito. Puoi farcela al di sotto del mormorio degli eterni mandarini vestiti delle vesti più brillanti che si possano immaginare?</p>
<p>Ti amo perché in origine è nato il mondo. Il mio ospite nell&#8217;interludio intollerabile dev&#8217;essere l&#8217;equilibrio che dà il via all&#8217;innegabile svelarsi dei suoi esiti. E io mi rivelerò per te come sicuramente ti sei rivelato per nient&#8217;altro che la tua stessa forza distante.<br />
<span id="more-38175"></span><br />
Se indovinerai il nome di questa poesia prima dell&#8217;alba mi arrenderò alla morte, benché il test fosse perfettamente superato e tu fossi furioso. Tuo padre almeno ha un regale senso di responsabilità se tu non, e sia lodato il cielo per i re quando la loro progenie è così affascinante e vivace.</p>
<p>Lo studio fantastico di una nuova armonia che vada al di là di qualche insipida stravaganza tedesca è una cosa su cui ho lavorato per anni, perciò permettimi per favore di non demolirlo prima che la sua matematica si possa dimostrare con evidenza di prove. <em>¿ Tu sabes?</em></p>
<p>Dopo la morte di qualsiasi cosa ciò che continua è la sofferenza dei sogni del futuro invece del terrore e della memoria. Assolutamente. Spettacolo significa performance. Mi aspetto di desiderare per forza la forma per sempre, ma non può durare così a lungo. Quindi non ti allarmare se cerco di raggiungerti senza conoscerti. Che importa se non procede lungo linee “corrette” quando è solo il “tempo” ad essere sbagliato e verrà corretto dopo. <em>Wo bist du inzwischen?</em></p>
<p>Stanotte nessuno dormirà a Pechino. Ping, Pang e Pong mi offrono donne al tuo posto, pensa. Sono catturato e gettato a terra.<em> L&#8217;amore</em> convoca il boia. Siamo legati nel ghiaccio e roventi di fuoco, <em>un grido agonizzante che erompe dalla nostra gola</em>.</p>
<p>Sotto i vestiti indossi un abito rosso fluttuante e io sono un corteggiatore adorante. Il mio nome è amore, il mio corpo morto sarà il sole nascente, il giorno durerà per sempre. Ho sempre portato con me un bisogno di grande malinconia, come un vestito nero gardenia. E&#8217; un&#8217;eredità di cuore e di nervi. Lo stesso maestro qui posa la penna. </p>
<p>*****</p>
<p><strong>Show a Little Emotion</strong></p>
<p><em>for the granite</em></p>
<p>It is expensive to waste such shameless spirit on time and solitude, when the season is so short and the applause is overwhelming. Let&#8217;s call it quits and go see something perfectly gorgeous, like <em>Turandot</em>. Listen to the roar. Can&#8217;t you make out beneath it the murmur of eternal mandarins costumed in the most brilliant raiment imaginable?</p>
<p>I love you because the world was originally born. My guest in the untolerable interlude must be the balance setting up the undeniable unfolding of its outcome. And I will come out for you as assuredly as you have come out for nothing as your own aloof strength.</p>
<p>If you can guess the name of this poem before dawn I will submit to death, even though the test was scored perfectly and you were furious. Your father at least has a regal sense of responsibility if you don&#8217;t, and thank god for kings when their progeny are so skittish and bewitching.</p>
<p>The fantastic study of new harmony which goes beyond some merely sodden German extravagance is something which I&#8217;ve been working on for years, so allow me if you please not to defame it before its mathematics can become proven demonstrably. <em>¿ Tu sabes ?</em></p>
<p>After the death of anything what goes on is the suffering of future dreams in lieu of terror and memory. Absolutely. Spectacle means performance. I expect to desire form perforce forever, but it cannot last so long. So do not be alarmed if I try to reach you without knowing. What does it matter if it doesn&#8217;t work out along “correct” lines when it is only “time” that is wrong and will stand corrected later. <em>Wo bist du inzwischen?</em></p>
<p>Tonight nobody shall sleep in Peking. Ping, Pang and Pong offer me women in your stead, imagine that. I am seized and forced to the ground. <em>L&#8217;amore</em> summons the executioner. We are bound in ice and burning with fire, <em>an agonizing cry erupting from our throat</em>. </p>
<p>Underneath you wear a flowing red robe, and I am an adoring suitor. Mu name is love, my dead body will be the rising sun, the day will last forever. I have always carried with me an urge of great melancholy, like a black cloth gardenia. It is an inheritance of heart and nerves. Here the maestro himself puts down his pen.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/14/mostrare-una-piccola-emozione/">Mostrare una piccola emozione</a></p>
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		<title>Ci sono i draghi dietro i cieli del mondo</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 05:15:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Una volta un vecchio della mia città mi disse che ero aria infiammabile, tanto più pericolosa perché volatile e incostante – non si poteva distinguere il nucleo da cui si sarebbe originato l’incendio e poi l’esplosione. Me lo disse con una sorta di rancore, ed ero molto giovane, ma non ho mai dimenticato le parole, il loro scandirsi vagamente profetico nella mia mente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/08/ci-sono-i-draghi-dietro-i-cieli-del-mondo/">Ci sono i draghi dietro i cieli del mondo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Una volta un vecchio della mia città mi disse che ero aria infiammabile, tanto più pericolosa perché volatile e incostante – non si poteva distinguere il nucleo da cui si sarebbe originato l’incendio e poi l’esplosione. Me lo disse con una sorta di rancore, ed ero molto giovane, ma non ho mai dimenticato le parole, il loro scandirsi vagamente profetico nella mia mente. Questo fuoco corrosivo e letale è sempre apparso, proiettato alle spalle degli uomini che chiamavo amore, che pure lo sapevo venivano a rapinarmi della mia solitudine, quello stato invincibile in cui non avevo paura ed ero sfrontata e inafferrabile, proprio ciò che loro volevano, sbriciolandolo come un volto di creta. Non ho mai redento nessuno, pur pensando di poterlo fare, di poter essere attraversata come si fa con foreste primordiali che conducono alla salvezza  e non capivo di essere io ad attraversare, mentre le lingue bruciavano pezzi di me e  mi rialzavo di cenere, compattata sul terreno morto, ma non sono che i morti, infine, a suggerire le storie.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/08/ci-sono-i-draghi-dietro-i-cieli-del-mondo/">Ci sono i draghi dietro i cieli del mondo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>I diari di Rubha Hunish. Anteprima</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Feb 2011 08:45:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em> Dall&#8217;11 febbraio 2011 torna in libreria<a href="http://www.davidesapienza.net/rubha.html"> <strong>I Diari di Rubha Hunish</strong></a>, pubblicato per la prima volta nel 2004 da Baldini e Castoldi e riproposto in versione aggiornata e accresciuta dalle <strong><a href="http://www.galaadedizioni.com/">Edizioni Galaad</a></strong>. Il libro, piuttosto anomalo per il panorama italiano, raccoglie esperienze di viaggi tra le Alpi, le Highlands Scozzesi, le Ande ed il Grande Nord, terra magnifica ed in estinzione, seguendo l&#8217;insegnamento per cui ogni viaggio è un momento sospeso: siamo sottratti nelle vite intorno che ci attraversano.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/07/i-diari-di-rubha-hunish-anteprima/">I diari di Rubha Hunish. Anteprima</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/I-DIARI-DI-RUBHA-HUNISH-2011-Galaad-Edizioni-201x300.jpg" alt="" title="I DIARI DI RUBHA HUNISH 2011 Galaad Edizioni" width="201" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-38005" /><em> Dall&#8217;11 febbraio 2011 torna in libreria<a href="http://www.davidesapienza.net/rubha.html"> <strong>I Diari di Rubha Hunish</strong></a>, pubblicato per la prima volta nel 2004 da Baldini e Castoldi e riproposto in versione aggiornata e accresciuta dalle <strong><a href="http://www.galaadedizioni.com/">Edizioni Galaad</a></strong>. Il libro, piuttosto anomalo per il panorama italiano, raccoglie esperienze di viaggi tra le Alpi, le Highlands Scozzesi, le Ande ed il Grande Nord, terra magnifica ed in estinzione, seguendo l&#8217;insegnamento per cui ogni viaggio è un momento sospeso: siamo sottratti nelle vite intorno che ci attraversano. Gli Inuit dicono che diventare sciamano significa diventare mezzo nascosto: metà umano, metà nel mondo degli spiriti, dove si osserva a lungo, prima di parlare. Succede anche a chiunque abbia viaggiato almeno una volta, con il pensiero-paesaggio terso nell&#8217;occhio, ancora prima di comprendere. Auguro a questo libro tutto il bene possibile.(f.m.)</em></p>
<p>di <a href="http://www.davidesapienza.net/"><strong>Davide Sapienza</strong></a></p>
<p><strong>10 aprile 2006. Iqaluit, Nunavut. Non sono invisibile.</strong></p>
<p>Ci siamo diretti da Iqaluit verso Tar Inlet, dunque verso Est. Da lì abbiamo proseguito verso Sud-Est. La pista era chiara nella mente di Lootie: dovevamo sfociare sulle acque ghiacciate del fiume Qiarrullituuq (“il posto delle foche”, come lo chiama lui), una volta percorsi circa cinquanta chilometri.<br />
E lì si aprì davanti a noi una visione sconvolgente e maestosa: niente può prepararti a questo dispiegamento di potenze bianche, le muraglie di ghiaccio create dalla marea sul Qiarrullituuq Inlet. Il nostro continuo è un zigzagare tra figure e profili impossibili, lastre di ghiaccio multicolore, fogli di vento divenuti neve e quindi il mare aperto – ancora ghiaccio solido – che diventa l’orizzonte, la strada aperta verso la Groenlandia.<span id="more-37997"></span><br />
Lootie ha fermato la carovana e mentre si faceva merenda ha preso il coperchio della scatola di legno che utilizza come baule per il suo <em>qamotiq</em> e lo ha usato come bersaglio per esercitarsi al tiro ma non prima di avermi passato il binocolo per vedere, in fondo all’insenatura, alcune foche solitarie che mai avrei riconosciuto da quella distanza, a occhio nudo. Solo allora mi è stato chiaro che stavo per partecipare a una battuta di caccia alla foca del figlioccio di Meeka, Lootie, il cacciatore Inuk di Iqaluit.<br />
Nessun nome, qui, viene dato per caso: perché è evidente che per questa gente muoversi con disinvoltura, senza ausili satellitari, significa conoscere la terra palmo a palmo. E la loro terra è andare sul mare ghiacciato verso l’<em>ice floe</em>, quella massa effimera e grandiosa, sfuggente ma tanto forte da farti da guida durante la caccia tra i ghiacci.<br />
L’Inlet è lunghissimo, e lo testimoniano i circa sessanta chilometri percorsi dalla partenza sino al bizzarro monumento di ghiaccio, compresso e schiacciato dalla forza immane della marea. Un percorso che abbiamo interrotto con un pranzo nell’ombelico del mare ghiacciato, in attesa di ciò che chi, come me, non è un cacciatore, non può capire. Eravamo ben coperti, in attesa che il sole arrivasse allo zenith. Era difficile vederlo, impossibile fissarlo e impossibile sfuggirne l’azione sugli occhi. E se il sole scalda, a meno trentacinque gradi stare coperti resta un affare necessario da concludere presto, quando sei fermo, in piedi sul mare ghiacciato. E mentre non mi accorgevo dell’errore madornale che avevo commesso lasciando a casa gli occhiali da ghiaccio, la <em>snow blindness</em> lavorava, come ho scoperto poi, prima di andare a dormire la sera e sino al giorno seguente.<br />
Una volta ripartiti, Lootie ha individuato un buco per la respirazione della foca ma, nonostante l’attesa, lei non è riemersa. Era come se sapesse. Poi è iniziata la caccia. Da lontano, sulla neve infinita, ogni punto nero è una foca. Ci si avvicina a centocinquanta metri e si cerca di sparare prima che si rituffi nel buco. Ma di buchi ce ne sono un’infinità e Lootie, come ogni cacciatore, conosce bene il metodo geniale escogitato dall’animale: «La foca ne prepara una certa quantità poco prima che il mare inizi a ghiacciare e tiene a mente dove li ha fatti per poter uscire a respirare».<br />
Dunque la foca cura il suo prezioso oblò nel ghiaccio per respirare, ne usa diversi per proteggersi dall’uomo, dagli orsi, dai corvi, dal lupo. C’è grande attività in queste infinite distese, apparentemente ferme e immote. I sessanta chilometri percorsi sino a queste piccole isole che sbucano a fianco della Baia di Frobisher erano tutti percorsi da altissime muraglie di neve, che sono il saliscendi della marea, la <em>sijja</em>, che ieri arrivava a un’altezza di circa dieci metri. Ma al ritorno, nel pomeriggio, la muraglia era già dimezzata. Questa sensazione di inesplicabilità e ineluttabilità è difficile da capire sino a quando non ci sei proprio sopra con il corpo. Improvvisamente ti senti marinaio di un vascello completamente fuori dal tuo controllo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ghiacci-d.s..jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ghiacci-d.s.-300x192.jpg" alt="" title="ghiacci d.s." width="300" height="192" class="alignright size-medium wp-image-38006" /></a></p>
<p>Con lo <em>skidoo</em> avverti il mutamento da come cambia la guidabilità del leggero mezzo su questo terreno piatto – che non è poi così piatto quando il mare torna nell’insenatura e alza il ghiaccio inerme e monumentale. Ecco perché ci sono punti meravigliosamente disastrati, dove sembra di osservare un sito archeologico fatto di ghiaccio: forme impensabili che sembrano disegnate – e volute – da una mano superiore.<br />
Lootie era molto concentrato sulla caccia. Da una certa distanza abbiamo visto i corvi aggirarsi su qualcosa che abbiamo intuito essere una carcassa e, quando Lootie si è avvicinato a bassa velocità per capire meglio, abbiamo visto un piccolo di foca, un <em>whitecoat</em>, ucciso sul ghiaccio.<br />
Questo animale era stato svuotato dai corvi ma anche e soprattutto (secondo Lootie) dal lupo artico, che ha lasciato le sue enormi impronte sulla neve. Nell’osservare per la prima volta in vita mia una scena simile, ho visto disegnata la mappa di una gerarchia naturale che non mi pare legittimo giudicare. Gli animali fanno con onestà ciò che noi umani facciamo utilizzando l’inganno e andando a caccia del superfluo.<br />
L’avvicinamento sino al mare aperto e queste prime ore sull’Inlet, dopo l’attesa delle settimane precedenti, che mi aveva preparato a non dare nulla per scontato, mi hanno immerso nel mistero della caccia e dell’uomo, del rapporto ancestrale con il cibo, qualcosa che per noi è così distante, remoto, teorico, da aver sovvertito ogni senso, creato opinioni supportate da elementi parziali e intrisi di nevrosi con le quali ognuno, nel mondo occidentale, si confronta ogni giorno pensando che siano la normalità. E normalità non sono.<br />
Ho pensato alle parole di Meeka quando, durante un’uscita <em>on the land</em> nel primo giorno che avevo trascorso sull’isola di Baffin, mi aveva spiegato la differenza del nome che si dà all’animale quando è vivo rispetto a quando <em>era</em> vivo: perché nello stato in cui abbiamo trovato quel <em>whitecoat</em> un Inuk lo vede solo come cibo, consapevole che lo spirito del giovane animale è rimasto con il mare. Pensando a queste e altre cose che Meeka mi aveva spiegato, non ho potuto evitare un profondo senso di straniamento. Ma non ce n’era il tempo. La vita doveva andare avanti.<br />
E quando Lootie ha avvistato un piccolo che la madre, dall’interno del buco nel ghiaccio ha cercato di trascinare sotto, la scena è stata repentina. Con un movimento rapido e preciso Lootie aveva già preso il cucciolo. Si è girato e senza cercare scuse mi ha detto: «Detesto fare questo»; poi ha cominciato a immergerlo nel buco per attrarre la madre. Ma la madre, guidata da un elementare istinto di sopravvivenza, aveva già capito che sarebbe stato inutile provare a salvare il suo cucciolo e si è rifiutata di uscire. Se lo avesse fatto, avrebbe trovato solo la canna del fucile del cacciatore e dunque la morte. Lootie, Meeka e la moglie di Lootie hanno iniziato a starmi vicino, come se volessero proteggermi ed essere sicuri che io potessi <em>condividere</em> questo momento così importante per la loro identità di Inuit nel terzo millennio.<br />
Ho ripensato alla sosta di pochi minuti prima. Durante il pranzo siamo rimasti in piedi, girando intorno alle slitte al traino per stare in movimento. Lootie mi ha offerto un pezzo di grasso di <em>caribou</em> congelato, che da principio ho scambiato per uno strano formaggio proveniente dal supermercato di Iqaluit. Invece, quel cibo buonissimo mi ha scaldato con un’energia impetuosa e insolita. Il gelo per combattere il gelo, come nelle terre del Sud si usano spezie e cibi piccanti per combattere il caldo.<br />
Lootie è un uomo davvero unico. Una persona semplice e molto intelligente, capace di vedere e capire tutto quello che accade intorno a lui. I suoi occhi si muovono tra le invisibili ondulazioni del terreno ghiacciato come i movimenti occulti del mare sottostante. Si muovono come l’acqua tra i coralli, trovando sempre una via per tornare.<br />
Osservando l’immensa implacabile distesa, a un certo punto ho notato un <em>crollo</em> di formazioni del ghiaccio di marea, il punto di incontro delle acque dell’Inlet con quelle del mare aperto. E allora ho anche pensato che intorno al promontorio poteva esserci il modo di rientrare a Iqaluit verso Ovest. L’ho chiesto a Lootie: «Giusto, bravo. Solo che non si può. È troppo pericoloso. Il ghiaccio ormai non è più affidabile e c’è troppa acqua aperta. La gente muore per queste cose». Poche parole sempre dritte al punto, sempre efficaci.<br />
Dopo aver ucciso il piccolo della foca che gli era sfuggita per la seconda volta, Lootie è rimasto attorno al <em>breathing hole</em> per alcuni minuti. Dopo un silenzio assorto, ha parlato alla foca, prima in Inuktitut e poi in inglese, guardandomi: «E allora va bene mamma, ci rivediamo qui alla stessa ora l’anno prossimo, te lo prometto». Mi ha guardato ed è scoppiato a ridere.<br />
Qui non c’è spazio per le sfumature dell’intelletto avulso dalle regole della Terra. Questi sono i momenti in cui ogni giorno si svolge la storia più antica dell’uomo dei ghiacci. È una situazione che ho il privilegio di vivere e che non riesco a condannare: fossi io a fare per il gusto di provarci quello che Lootie fa per sopravvivere, sarei certamente nel torto. Ma se vivessi qui, credo che mi adatterei a questa vita: ancora non ho visto crescere grano, sul ghiaccio.<br />
La caccia, con quel sorriso, per oggi era finita. Lootie ha indicato la via del ritorno, un grande bianco con la terra alle spalle. E poi ha cominciato a dirigere la carovana davanti all’isola di Nurataarusiq, <em>il posto della caccia buona</em>. Da lì ci siamo diretti a Est e dopo aver ritrovato la stretta pista in cima all’insenatura abbiamo ripreso la via del Nord. Il passaggio sulle rovine delle correnti che si incontrano proprio qui, dove lavorano incessanti al ritmo della <em>sijja</em>, è stato indimenticabile. E per qualche volontà misteriosa non ho scattato neppure una foto, nonostante le decine di scatti di questa lunga giornata che ha profondamente modificato i percorsi sui quali distendo i canali della mia percezione.<br />
Lootie si è poi fermato per farmi vedere un’isola, a una certa distanza da noi. Ha cominciato a raccontare, in quel modo che hanno loro, noncurante della cronologia e della consequenzialità temporale. Ha ricordato un drammatico episodio degli anni Settanta: «Eravamo qui al nostro <em>out post</em>, lo vedi laggiù? Si chiama Upingivik. Eravamo tanti Inuit in tanti campi diversi. Dall’Inghilterra e dalla Germania arrivavano sino a qui con le navi per comperare direttamente da noi le pelli di foca. Conosco ogni angolo di questo mare di ghiaccio, le sue montagne e ogni isoletta. Qualche giorno fa ho trovato moltissimi resti di piccoli di foca. Sono gli orsi che ne uccidono e ne mangiano in quantità. Questa è una zona di orsi polari. Una volta eravamo su quell’isola, e abbiamo mangiato carne di foca avariata. Siamo stati malissimo, svuotati dalla diarrea, quasi tutti morti. Solo uno non è sopravvissuto. Eh…». E questa volta il sorriso vispo si smorza in una lontana visione di gioventù. L’Inuk ha la vita davanti e intorno, mai alle spalle.</p>
<p><em><strong>Immagine da The White Journey. Altre fotografie di Davide Sapienza: <a href="http://www.facebook.com/album.php?id=1438517604&#038;aid=94374#!/album.php?fbid=1685638267652&#038;id=1438517604&#038;aid=94374">qui</a>.</strong></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/07/i-diari-di-rubha-hunish-anteprima/">I diari di Rubha Hunish. Anteprima</a></p>
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		<title>complesso immobiliare plurifamiliare</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 05:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Simonelli</strong></p>
<p>[continua da <a href="http://gammm.org/index.php/2010/11/25/complesso-immobiliare-plurifamiliare-marco-simonelli-2010/">qui</a>]</p>
<p>*<br />
La figlia del costruttore annegò nella piscina. Quando vennero a saperlo erano al circolo del tennis. «Aveva appena imparato a camminare». Rimase tutto fermo. Passando dal cantiere l’anno dopo aveva notato l’erba alta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/10/complesso-immobiliare-plurifamiliare/">complesso immobiliare plurifamiliare</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Simonelli</strong></p>
<p>[continua da <a href="http://gammm.org/index.php/2010/11/25/complesso-immobiliare-plurifamiliare-marco-simonelli-2010/">qui</a>]</p>
<p>*<br />
La figlia del costruttore annegò nella piscina. Quando vennero a saperlo erano al circolo del tennis. «Aveva appena imparato a camminare». Rimase tutto fermo. Passando dal cantiere l’anno dopo aveva notato l’erba alta. </p>
<p>*<br />
Dettava il necrologio. Al dolore parteciparono le rispettive mogli. Lei era la sua compagna di banco, ogni anno stava lì almeno per una settimana. «Ma tu li conoscevi bene?», gli aveva chiesto vedendolo da solo sulle scale dell’ingresso. «No», rispose dopo singhiozzando. </p>
<p>*<br />
Non disse mai del Messico. Del cimitero colorato. C’era stato il terremoto, sembrava il Terzo Mondo. Non capiva la scelta di quel posto di vacanza. Erano in tre, avranno avuto la sua età. Uno indossava solamente una felpa sporca con su scritto Benetton. Era scalzo. Non aveva né costume né mutande. </p>
<p>*<br />
Il padre dichiarò: «Mi preoccupava. Tendeva ad isolarsi». Tuttavia, il giorno della diagnosi, lo videro di nuovo con una sigaretta in mano. </p>
<p><span id="more-37698"></span><br />
*<br />
All’inizio erano ragazze. A giugno si incontrarono, si sposarono in settembre. A  lui piaceva. Per la madre non era affatto una buona nuora.</p>
<p>*<br />
Il padre nemmeno le rivolgeva la parola.</p>
<p>*<br />
Nella cameretta marinara passò attimi di inquietudine. Non si trattava affatto di presentimenti. Aveva bagnato il letto. La sua prima polluzione. Aveva sognato una lavatrice. E un ragazzo con lo zaino e i capelli sulle spalle. Gli aveva aperto la cerniera. </p>
<p>*<br />
La qualità dei tramonti veniva regolarmente apprezzata da gruppi di conoscenti casuali che si riunivano la sera ai ristoranti. Il molo. Il biondo smaccatamente finto delle rispettive signore. </p>
<p>*<br />
Il neo-noir e il cyberpunk andavano di moda. Nonostante la sua scrivania fosse sempre stata in assoluto disordine, teneva moltissimo alla precisione. </p>
<p>*<br />
Aveva conosciuto imprenditori col gusto della buona tavola, funzionari statali, casalinghe, sarte, pensionate, operai e sindacalisti. Preferiva ‘Piccole Donne’ a ‘I Ragazzi della Via Pal’. </p>
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		<title>chapbooks! chapbooks!</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Jan 2011 07:32:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>Dopo quasi due anni dall’ultima uscita, sono arrivati alla stampa altri quattro titoli della piccola collana <strong><em>Chapbook</em></strong>, che curo insieme a Michele Zaffarano. Con l’anno nuovo sono disponibili:</p>

<strong><em>Il canto secolare per un nomarca</em></strong> di <strong>Emmanuel Hocquard</strong>
<strong><em>Plasma</em></strong> di <strong>Barrett Watten</strong>
<strong><em>I cani dello Chott el-Jerid</em></strong> di <strong>Andrea Raos</strong>
<strong><em>Voci di seconda fase</em></strong> di <strong>Giulio Marzaioli</strong>

<p>Sono felice di segnalare la cosa su Nazione Indiana, perché considero i <em>Chapbook</em> un&#8217;iniziativa molto vicina, per spirito di servizio e gratuita follia, alle <strong><em><a title="abbonatevi a murene" href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/" target="_blank">Murene</a></em></strong>, la collana al 100% indiana alla quale invito tutti ad abbonarsi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/03/chapbooks-chapbooks/">chapbooks! chapbooks!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" title="emmanuel hocquard" src="http://bgmole.files.wordpress.com/2009/04/12-hocquard.jpg" alt="" width="110" height="134" /><img class="alignnone" title="barrett watten" src="http://bgmole.files.wordpress.com/2009/04/13-watten.jpg" alt="" width="110" height="134" /><img class="alignnone" title="andrea raos" src="http://bgmole.files.wordpress.com/2009/04/14-raos.jpg" alt="" width="110" height="134" /><img class="alignnone" title="giulio marzaioli" src="http://bgmole.files.wordpress.com/2009/04/15-marzaioli.jpg" alt="" width="110" height="134" /></p>
<p>Dopo quasi due anni dall’ultima uscita, sono arrivati alla stampa altri quattro titoli della piccola collana <strong><em>Chapbook</em></strong>, che curo insieme a Michele Zaffarano. Con l’anno nuovo sono disponibili:</p>
<ul>
<li><strong><em>Il canto secolare per un nomarca</em></strong> di <strong>Emmanuel Hocquard</strong></li>
<li><strong><em>Plasma</em></strong> di <strong>Barrett Watten</strong></li>
<li><strong><em>I cani dello Chott el-Jerid</em></strong> di <strong>Andrea Raos</strong></li>
<li><strong><em>Voci di seconda fase</em></strong> di <strong>Giulio Marzaioli</strong></li>
</ul>
<p>Sono felice di segnalare la cosa su Nazione Indiana, perché considero i <em>Chapbook</em> un&#8217;iniziativa molto vicina, per spirito di servizio e gratuita follia, alle <strong><em><a title="abbonatevi a murene" href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/" target="_blank">Murene</a></em></strong>, la collana al 100% indiana alla quale invito tutti ad abbonarsi.</p>
<p>Con l&#8217;anno nuovo, quindi, non fate i taccagni e sganciate la lira sia per le <em>Murene</em> che per i <em>Chapbook</em>.</p>
<p>PS: chi vuole vedere un prospetto riassuntivo dei titoli pubblicati ad oggi, e avere indicazioni sulle modalità di acquisto, può <a title="collana chapbooks" href="http://bgmole.wordpress.com/my-series/" target="_blank">cliccare qui</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/03/chapbooks-chapbooks/">chapbooks! chapbooks!</a></p>
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		<title>Kirillov</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/12/14/kirillov/</link>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 17:10:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Roberta Salardi </strong></p>
<p><em>i due brani qui presentati sono estratti da un romanzo inedito.</em></p>
<p><strong>Dialogo con Kirillov</strong></p>
<p>Kirillov non si uccide perché “ha deciso”. Si uccide perché viene trasportato verso la morte da un desiderio profondo. Proclama ai quattro venti la sua teoria del suicidio gratuito finché non trova qualcuno che gliela fa attuare per una propria convenienza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/14/kirillov/">Kirillov</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> di <strong>Roberta Salardi </strong></p>
<p><em>i due brani qui presentati sono estratti da un romanzo inedito.</em></p>
<p><strong>Dialogo con Kirillov</strong></p>
<p>Kirillov non si uccide perché “ha deciso”. Si uccide perché viene trasportato verso la morte da un desiderio profondo. Proclama ai quattro venti la sua teoria del suicidio gratuito finché non trova qualcuno che gliela fa attuare per una propria convenienza. Non si uccide perché lo vuole (o, meglio, lo vuole ma temporeggia): altri, a un certo punto, esigono la dimostrazione della sua teoria (ed è lui stesso a esigerla). Se non ci fosse la stretta finale di Petr Stepànovic, forse rimanderebbe continuamente la decisione, sentendosi in ogni attimo della propria vita libero di scegliere. L’uomo della libertà assoluta fa la fine della pedina…<br />
Non è lui che “ha divorato l’idea”, si legge nei <em>Demoni</em>; “è l’idea che ha divorato lui”.<br />
Non è l’uomo che divora il pensiero, è il pensiero che lo divora. <span id="more-37522"></span></p>
<p>Kirillov è qui che va su e giù per la mia stanza. Gli dico: “Rilassati, c’è sempre tempo…”<br />
“Ma io voglio affermare la mia libertà! Io non ho paura di niente! Se non lo faccio, non sono dio; sono un uomo qualunque…”<br />
“Che t’importa di essere dio?”<br />
“Ce l’ho con l’idea di dio, quella che hanno inventato e proiettato al di sopra di noi. Quella vile menzogna ci tiene aggiogati. <em>Mi ha rovinato la vita</em>… La voglio tirare giù!”<br />
“Fa’ pure, ma dopo non succederà niente di speciale. Sarai dimenticato come uno qualsiasi. Sarai dimenticato e il mondo non cambierà.”<br />
“Perché non fai qualcosa anche tu? Ognuno dovrebbe fare qualcosa&#8230; Inventati qualcosa anche tu…”<br />
“Ti ho invitato da me perché sai pensare… e hai del coraggio… Quasi nessuno ne ha. Molti non si azzardano a pensare per paura, per paura del vero, della tomba ignuda mostrata di lontano, come direbbe il caro Giacomo. Altri, pur essendo esercitati e capaci d’un avvio di ragionamento, non hanno voglia di portarlo avanti, lasciano perdere… si domandano: ma che cosa sto a rimuginare in questa piccola stanza claustrofobica mentre fuori c’è il mondo da godere? E scappano come topi da una nave che affonda…”<br />
“Vili!”<br />
“Tu sei migliore di loro perché, se la logica ti conduce a restare sulla nave che affonda, ci resti. Sei all’altezza del tuo pensiero. Non dirò che tu sia un dio ma per me sei un uomo, e questo è tutto.”<br />
“Credi quello che vuoi. Starò un po’ qui a passeggiare nella tua cameretta, se ti fa piacere, tanto per me è lo stesso passeggiare qui o altrove.”<br />
“Se fossi stato uno dei tuoi amici, ti avrei impedito di ucciderti. Nessuno ha fatto niente per te. Nessuno ha sollevato un’obiezione… Anzi un criminale ha approfittato di te per i suoi piani. Alla fine sei stato usato, un personaggio della tua grandezza…”<br />
“Io e Satov abbiamo fatto discorsi interminabili durante il nostro viaggio in America, notte e giorno, <em>sdraiati sulla nuda terra</em>, lui fervido credente, uomo buono, io ateo convinto… Abbiamo voluto metterci alla prova nelle condizioni peggiori, siamo stati amici poi nemici poi di nuovo amici…”<br />
“Ti avrei detto che il tuo modo di pensare era prezioso, è prezioso. Perché sprecarlo? Per la tua decisione ci sarebbe stato tempo…”<br />
“Non c’è niente di prezioso e io non ho nulla che tu non abbia. Nulla è importante per me tranne uccidere dio. Ho bisogno di liberarmi della sua oppressione.”<br />
“Io non sento questa oppressione, non sento neanche l’idea di dio, a essere sinceri. Capisco che a te dia fastidio la sua falsità, è quella che ti pesa: la sensazione di dover sottostare a un giogo assurdo. Sorge il dubbio tuttavia che la tua vera intenzione sia quella di liberarti dall’oppressione di un’intera società gerarchica e ingiusta e che tu stia sbagliando mira… Non è te stesso che devi colpire.”<br />
“Non parlare come Verchovenskij. C’è mancato poco che l’ammazzassi.”<br />
“Verchovenskij è ambiguo e criminale, ma forse è uno dei pochi di voi che guarda un po’ più in là di se stesso. Avresti potuto provarti a correggerlo, a correggerne i ragionamenti, gli assurdi piani delittuosi. Il delitto, secondo lui, avrebbe cementato l’unione del gruppo, invece non è stato così; ha travolto ciascuno col senso di colpa. Se tu gli avessi prospettato questo esito infausto…”<br />
“Congiurava per secondi fini, per vendette personali… Era incorreggibile. Ma dimmi di te. Credi davvero di aver bisogno della mia presenza?”<br />
“Fossi l’unico uomo al mondo capace di ascoltarmi, non avresti il diritto di lasciarmi…”<br />
“Ti ascolto.”<br />
“Mi aggrappo qua e là a questo o quell’autore o filosofo, ma sento franarmi la terra sotto i piedi. Faccio fatica a tirare avanti…”<br />
“E’ normale, è…”<br />
“Stavrogin ha tentato di ergersi al di sopra del tragico con la sua ironia, col suo sdoppiamento, con la sua ostentata indifferenza, ma col passare degli anni non ce l’ha più fatta. Non era abbastanza insensibile, non quanto credesse lui stesso almeno: viene distrutto dal rimorso. Tu hai fatto di meglio. Ti ci sei buttato contro, al tragico, l’hai affrontato di petto, non hai provato a evitarlo, e così facendo, suicidandoti di corsa, potremmo dire, hai tagliato la testa al tempo, hai impedito che avesse la meglio su di te nella sua durata, col suo carico d’infelicità… Avevi pur tesaurizzato i tuoi attimi eterni per trovare la forza…! Sono convinto che all’ultimo momento tu ti sia sentito vincitore saltando a pie’ pari la paura.”<br />
“Non ho pentimenti.”<br />
“Quello che tu chiami ‘dio’, Kirillov, per me è l’istinto di sopravvivenza: ci fa vivere anche quando pensiamo che sarebbe meglio di no, ci fa tollerare l’intollerabile… Però ora voglio che tu viva, Kirillov. Voglio che tu mi aiuti a vivere. Sei capace di passeggiare su e giù tutta la notte in una gelida stanzetta russa meditando il suicidio: chi è più forte di te? Kirillov, non mi lasciare… Voglio che tu resti a meditare nella mia stanza senza tutta quella fretta di ucciderti…”.</p>
<p><strong>Note a margine di un kamikaze d’Occidente</strong></p>
<p>Sono cambiato. Sono cambiato? Sono finalmente un uomo-macchina, un uomo col motore, un uomo con le ali ai piedi? Produco? Faccio ricchezza? Vivo in velocità? Sono dinamico e flessibile? Di giorno fattorino motorizzato, di notte ombroso pensatore… macchinoso pensatore… velocista e ricercatore di pensieri ricercati… intellettuale cupo come uno stoico in esilio (<em>Vivi nascosto</em>…), uomo primitivo nell’elaborazione del lutto, inutile sognatore confinato nel limbo dei pensieri notturni…<br />
Riuscirà a farsi questo uomo? Riuscirà a farsi da sé? Riuscirà a partorirsi dopo questa lunga gestazione?</p>
<p>Attraversando il centro mi sorprendevo a immaginare che fra tutta quella gente ci fosse un mio simile. Chissà, mi dicevo, se fra quei ragazzi che sciamano per il centro nell’ora dello shopping ve n’è almeno uno che, scorgendo la propria immagine riflessa fra gli abiti della vetrina, è in grado di avere, chiara e inequivocabile come una conversione sulla via di Damasco, la comprensione che molti uomini, piante e animali debbono essere sfruttati, schiavizzati o uccisi affinché lui, andando a zonzo per la città, questo pomeriggio dopo la scuola possa ammirare, in un negozio fra i tanti che lo attirano, le diverse paia di scarpe da ginnastica di colori deliziosi, di materiale robusto ma dalla linea slanciata, leggere come piume ma adatte ad ogni sforzo; affinché lui possa permettersi, di fronte a tutte quelle paia di mirabile fattura, di restare indeciso, desiderarle tutte e nessuna, con l’indifferenza di chi ha già tutto, acquistarle tutte o lasciarle là, nella loro bella mostra, nella loro artistica esposizione, con un’alzata di spalle. Confrontando il basso costo dei saldi con decine di altri forse avrà l’intuizione del costo umano che deve corrispondere a quella cifra sorprendentemente irrisoria, quasi irreale, che gli consentirebbe adesso di acquistare tutte e tre le paia di scarpe che desidera e di alternarle a seconda dell’abbigliamento e del tempo: un costo altissimo dato dalla somma di lavoro minorile, lavoro nero e deforestazione progressiva. Quel ragazzo resterà schiacciato irreversibilmente dalla scoperta che molte persone, piante, animali sono stati sacrificati affinché lui potesse essere libero di andare a zonzo per la città senza far nulla, di giocare o di sprecare la sua vita.<br />
Quel ragazzo forse diverrà anche lui un giorno un kamikaze d’Occidente.</p>
<p>Magari riuscissi a sputare, rantolando nella rabbia e nella depressione, qualche <em>minimum morale</em>… Qualcuno potrebbe persino spingersi a dire: perché non hai scritto almeno un’inchiesta giornalistica, qualcosa del genere? Se non opera di pensiero, sarebbe stata comunque meglio di niente, una testimonianza dell’epoca, una nota di costume o di folklore… No, mi viene da scarabocchiare soltanto qualche nota a margine della mia sofferenza o del mio lavoro; non un trattato bensì un diario opportunamente trattato.</p>
<p>Non riuscirò mai a pensare. Pensare è trovare qualcosa di diverso. Forse: o si pensa o si soffre. Le prime sofferenze possono servire da motorino d’avviamento per i pensieri, ma quando si soffre troppo non si riesce più a pensare: un motore che s’ingolfa e si spegne… Quel che è certo è che non cercherò una via d’uscita nel bello, nella morte estatica. Continuerò a correre come un matto, a mordermi la coda come un gatto.</p>
<p>Una delle ultime notti ho sognato questo (ho trovato un appunto lasciato in giro dove l’avevo segnato frettolosamente per non dimenticarlo):<br />
Sogno della città ctonia<br />
Ognuno ha il suo appartamentino e lo teniamo bene. Sono tutti monolocali o bilocali. Si può stare da soli o, al massimo, con una persona, un parente o un amico. Nessuno è amante di nessuno.<br />
Io sono solo, cosa che mai più avrei immaginata. Avrei detto che avrei trovato qualcuno qui… Ma forse abita nello stesso quartiere e io non lo so. Nei prossimi giorni darò un’occhiata in giro…</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/14/kirillov/">Kirillov</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Improvvisazioni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/11/15/improvvisazioni/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 05:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[silvia de march]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Silvia De March</strong></p>
<p><strong>8.6.10</strong></p>
<p>«buongiorno, principessa!», le sussurrò il principe. ma le luci della sera avevano già abbassato serrande e saracinesche. intuì l&#8217;invito ad aprire un tempo desueto, in cui dare forma a ciò che non avrebbero mai potuto vedere; e partì senza occhiali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/15/improvvisazioni/">Improvvisazioni</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvia De March</strong></p>
<p><strong>8.6.10</strong></p>
<p>«buongiorno, principessa!», le sussurrò il principe. ma le luci della sera avevano già abbassato serrande e saracinesche. intuì l&#8217;invito ad aprire un tempo desueto, in cui dare forma a ciò che non avrebbero mai potuto vedere; e partì senza occhiali. tornò arricchendo il giorno di sogni, più consapevole del reale.<br />
 come sempre, aveva parlato pochissimo, guardato molto e suonato forse le giuste note. la corda tesa che si era annodata allo stomaco si era allentata, meno forte batteva anche il metronomo e il tremolio delle mani era un riverbero più sfumato. aveva scavalcato la staccionata sull&#8217;impulso di un&#8217;altra musica [Paolo Angeli, <em>Unravel</em>]. e non era caduta malamente come temeva: stava ancora in piedi sulla sua ombra che sembrava &#8211; era &#8211; più densa: in questa si era accorpata la sua compagnia.</p>
<p><span id="more-37207"></span></p>
<p><strong>8.6.10</strong></p>
<p> bussò alla porta ed il lupo la fece entrare. si accomodarono in uno spigolo di uno spazio che non era di nessuno dei due. lui mise le mani avanti: «Che pancia grande hai!» . «Ho un “cuore vorace”» gli rispose Cappuccetto Viola, aprendo le virgolette di una citazione. il lupo stava perdendo un pelo dopo l&#8217;altro e con essi qualche pesantezza. lei li raccolse ad uno ad uno e li mise nel fazzoletto.<br />
Cappuccetto Viola non si ritrovava in questi ruoli estranei ad ogni fiaba prima interpretata e anche il lupo appariva smarrito. capì che l&#8217;ingenuità e la curiosità che l&#8217;avevano spinta si chiamavano attrazione, e forse qualcosa in più che non si adattava all&#8217;ambientazione.<br />
Cadevano stelle ed erano di melograno. ma non voleva essere la sola a vederle.<br />
 si tolse dalle scarpe le lacrime in cui era inciampata sul lungofiume fino a quell&#8217;approdo. «Come mi sento più leggera» pensò; stendendole di fronte all&#8217;altro, aggiunse: «Giocatele bene al prossimo racconto». ecco, era un punto in cui la narrazione cominciava a perdere il suo ritmo: il solito monologo interiore, qualche digressione in discorso indiretto libero ma la punteggiatura non era curata e le continue rettifiche avevano esaurito il bianchetto. possibile che non riuscisse più a calarsi in un dialogo? il lupo annunciò: «Ti lascio il posto» prima di levare le ancore. con la sua barba pelosa tra le mani, Capp. lo salutò: «Mi farò crescere i baffi e proverò ad assomigliarti». Per una storia diversa. </p>
<p><strong>9.6.10</strong></p>
<p>gli occhi cedettero all&#8217;impatto, si abbassarono dicendo “uffa”, ma nessuno li sentì. o nessuno li volle stare ad ascoltare, in fondo era una lamentazione come le altre, come tante altre accanto e in precedenza.<br />
occorreva agire. ci pensarono le ciglia a cadere in un luogo di passaggio, dove qualcuno potesse soffiarle ed esse esprimersi in desiderio. perché era il desiderio a dare una direzione al vedere: un punto di fuga oltre il cerchio cieco della rinuncia.</p>
<p><strong>11.6.2010</strong></p>
<p>Era stanca di tirar su le briciole degli altri. Quotidianamente si trovava a spostare vassoi, posate, rimasugli. Era uno spettacolo desolante di cui doveva pure pagare il biglietto. Perché tutto quello spreco? Quello spreco di energie? Passava la spugna e questa non assorbiva la stanchezza che si era scaricata sulle cose, e sui gesti. Lei stessa aveva smesso di essere porosa, se lo era vietato, a un certo punto non aveva avuto più fibra per asciugare tossine.<br />
Continuava a guardare tutte quelle briciole. Forse avrebbero dovuto alimentarla. Lì abbandonate sembravano esprimerne il rifiuto. Perché la vita era stata smozzicata e non gustata per intero?<br />
 Avrebbe potuto incollarle in un boccone nuovo ma imboccare non era certo il suo ruolo. Avrebbe invece dovuto lasciarle lì, attendere che qualcun altro, quell&#8217;altra, le ricomponesse e si ricomponesse.<br />
Lei doveva pensare anche alla polvere della sua stanza, che a poco a poco le si era depositata addosso. C&#8217;erano momenti in cui avrebbe desiderato che qualcuno passasse a spolverarla ma capiva era un lavoro troppo pesante; e poi chissà quali pruriti ne sarebbero derivati.<br />
Andava bene così. In fondo doveva imparare a metterci le mani e ad essere più brillante. Nessuno gliel&#8217;aveva insegnato e forse per questo risultava più faticoso. Provò persino a pulire i vetri: fu maldestra e rimasero aloni, però quando si fermò ad osservare, vide.</p>
<p><strong>5.7.2010</strong></p>
<p>«Che ali grandi hai!». “È per volare meglio” era una battuta talmente scontata da suonarle buffa e non la scrisse lì per lì. c&#8217;erano cose che non erano per qualcosa, tanto meno per qualcosa di migliore, ed erano cose che erano soltanto, senza bisogno di commento.<br />
l&#8217;ala le era ricresciuta, ogni tanto la cicatrice prudeva ma ora riusciva in quasi tutti i movimenti. era tutta questione di fisioterapia, di bassa pressione e correnti direzionali. ogni tanto cadeva, in un arzigogolo fumettistico con tanto di baloons: “sob”, “uff”, “argh”. quelli più duri a scoppiare erano gli “sniff sniff” che pieni di elio se ne stavano bene alti come un paracadute inutile mentre lei precipitava. con nonchalance Piperita Patty si scuoteva la polvere dal piumaggio bianco e riprendeva a camminare finché non era corsa e poi volo. altro che angelo! sembrava un&#8217;ape maldestra, con molte tappe di ristoro. ma le api riparavano anche tra foreste di timo e quel solo pensiero, futuribile e trascorso, le sollevava le labbra in un sorriso.<br />
non disse nulla mentre ricordava. alzò le spalle e disse: «Facciamo tenda!». ma il volatile di turno aveva sbuffato: di campeggiare sotto una cappa di afa nutriva un infondato sospetto.<br />
“Ma che me ne faccio di ali meno buone di quelle di un pollo?”, pensò la nocciolina. gonfiò un palloncino di “sigh” e si mise a disegnarci scritte apparentemente isteriche: “spennami”, “rosicchiami”, “fino all&#8217;osso”; e altre più simpatiche, tipo “peccato, tutto coscia!”.<br />
soffiò la pazienza. prese i suoi palloncini, lo strascico di piume, la polvere di stelle. aveva capito. l&#8217;altro non aveva voglia di giocare e pure lei non ce l&#8217;aveva di stare lì a convincerlo. giocare da sola in fondo era meglio, l&#8217;aveva sempre saputo: nei solitari non si perde mai.</p>
<p><strong>Lucciole</strong></p>
<p>una bracciata, due, tre. respira. una bracciata, due, tre. respira.<br />
tieni strette le spalline, dritta la schiena, petto in fuori, mento dentro. ergonometria.<br />
una bracciata, due, tre. una bracciata, due, tre.<br />
alla prossima foglia, guarda avanti. una foglia dietro l&#8217;altra, occhio al rametto. di siepe in siepe, illumina i confini, illumina le fratte gli anfratti i frattali irregolari in cui il reale si dirama. illumina, non ti è chiesto che questo, ad intermittenza ma con costanza.<br />
 <br />
e allora vado, vado, schivo una botta dietro l&#8217;altra. sembra di andare sui roller, invece il piano si apre a tre dimensioni e posso salire e scendere, oltre a zigzagare. bello tutto questo fresco in faccia, bella tutta questa esplorazione di sottoboschi invisibili. ma siamo rimaste in poche, mi guardo attorno e semmai vedo solo occhi che mi guardano e non accompagnano. e tengo stretto lo zainetto, così mi han detto e fatta. non è il buio a far paura, forse la velocità: è questione di riflessi, di attenzione, ma se allento la presa sbatto, mi perdo, cado. troppo veloce scivolo su questo tempo. ma non sono le foglie in testa a fermarmi, quelle in fondo ci stanno nelle traiettorie, non si possono nemmeno tanto prevedere ma si dà per scontato ci siano. mi preoccupa lo zainetto: pesa, non è lieve come un&#8217;ombra. anzi, forse io sono la sua ombra e devo prestare attenzione alla sua vita. pesa la sua vita, non è un guscio in cui riparare, e non faccio strada con il carico sulla schiena, ne faccio meno.</p>
<p>una bracciata, due, tre. respira. una bracciata, due, tre. respira.<br />
respiro. stringo le spalline. controllo lo zainetto. c&#8217;è. ma non si accende. che succede? lo scuoto. si sono esaurite le pile? o si è bruciata la lampadina? o la responsabilità è mia, che ho urtato?<br />
scendo. accosto. metto le quattro frecce, che non si accendono. è tutto spento. è tutta spenta la notte a cui siamo state chiamate. gli alberi, le siepi, i fili d&#8217;erba si inerpicano in grovigli. ricoprono di pagine secche sotto cui dormire. e aspettare di ricaricarsi. soli.</p>
<p><strong>8.9.2010</strong></p>
<p>Scusa se muoio un poco per giorno, non era mia intenzione e forse nemmeno inclinazione ma mi sembra un&#8217;oggettiva declinazione del caso: indicativo, presente, prima persona singolare. Un modo finito che non mi apparteneva. E io scrivo da un tempo imperfetto come se arrivassi da molto lontano. Ebbene sì, tutta la strada percorsa o solo scorsa, si è interposta tra quella che io ero e quella che sono stata. E ora che sono, ogni tanto torno a confondermi e smarrirmi nei connotati di chi vedo allo specchio. Essere sempre se stessi, in fondo, è una condanna adamitica.<br />
Perciò inciampo sulle escrescenze delle mie radici, sugli smottamenti dei miei giorni, sui tombini delle mie vene. Mi si è allagata la vista non una ma una marea di volte. La papera ha galleggiato, anche senza salvagenti, magari alla vista di qualche bagnino capace di una bella presenza, femminile ovviamente. Eh, già: serviva una controfigura, serve tutt&#8217;ora nelle scene più ardite. Se ci ripenso mi viene il singhiozzo. La prima volta si fa finta, la seconda si finge, la terza non si distingue la finzione dal vero ed il vero si stinge. Ora chiudo gli occhi e non voglio vedere dove cado. Ora mi stendo perché non ci sono braccia tra cui cadere e sarebbe anche opportuno rimanere in piedi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/15/improvvisazioni/">Improvvisazioni</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Cambio di paradigma</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/10/21/cambio-di-paradigma/</link>
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		<pubDate>Thu, 21 Oct 2010 06:20:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Giovenale]]></category>
		<category><![CDATA[paradigma]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di<strong> Marco Giovenale</strong></p>
<p>Micropremessa</p>
<p>Quanto di séguito si schematizza e si afferma vale come primo resoconto e presa d&#8217;atto – report osservativo – di <em>una</em> determinata area di scrittura contemporanea. In più, il perimetro così delineato non è privo di interruzioni, falle, faglie, porosità, cedimenti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/21/cambio-di-paradigma/">Cambio di paradigma</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Marco Giovenale</strong></p>
<p>Micropremessa</p>
<p>Quanto di séguito si schematizza e si afferma vale come primo resoconto e presa d&#8217;atto – report osservativo – di <em>una</em> determinata area di scrittura contemporanea. In più, il perimetro così delineato non è privo di interruzioni, falle, faglie, porosità, cedimenti. Come ogni neoformazione, tutto sommato. In aggiunta, chi qui scrive <em>non inscrive</em> l&#8217;intera sua identità di autore nella detta area. Alcuni suoi testi le appartengono in pieno, altri in parte, altri per niente.</p>
<p>Quando si parla di <em>cambio di paradigma</em>, in riferimento alla scrittura o ad alcune scritture di ricerca degli ultimi decenni e segnatamente a quelle degli ultimi quindici-venti anni, specie in Francia e Stati Uniti e perfino in Italia, può essere sensato annotare e rammentare che :</p>
<ol>
<li>marcano spesso una linea di differenza dalle avanguardie      storiche e da un numero consistente di esperimenti di fine Novecento a      quelle legate;</li>
<li>segnano      un tendenziale anzi radicale distacco      da derive metatestuali, veteromallarmeane, da ‘culto del Libro’ (e del      libro), o ragionative-rilkiane, alato-heideggeriane – in voga specie tra anni Ottanta      e Novanta;</li>
<li>si      connettono semmai strettamente a una serie di meccanismi o avvenimenti, occorrenze (non necessariamente tutte sempre      verificate e/o contemporanee), e caratteristiche      o proprio fatti, che possono essere non inutilmente elencati :<span id="more-36948"></span></li>
</ol>
<p>– Perdita o attenuazione di <em>assertività</em> del testo. (Perdita del momento/postura “io autore [ti] sto dicendo che”).</p>
<p>L&#8217;autore non afferma (da posizione elevata o meno), non stabilisce i parametri assertivi del materiale che pure produce; non fabbrica quel modello eroicamente ultrasemantico che spetterebbe al critico deuteragonista notomizzare.</p>
<p>Sembra piuttosto – da scrivente sopraffatto quanto stoico – agganciarsi a (e aggirarsi in) un mondo che straparla sovrascrive sovraproduce prima di lui, da cui è aggredito e che a sua volta aggredisce. Sembra in più riportare, riferire, inserire nel testo gli elementi di una sua sfiducia o dubbio di fondo nei confronti del proprio garantire autoriale [soggettivo, da <em>proiettile</em> inenzionato, intenzionante] uno spessore veritativo-esemplare al detto.</p>
<p>– Ombra</p>
<p>Ci sono delle ombre nel testo, opacità che non valgono certo come impressionismi né dispositivi kitsch alonanti. L’autore <em>postparadigmatico</em> (!), di suo già rovinosamente astigmatico, è troppo lavativo anche per cliccare sul pigro pulsante “blur” della sua macchina digitale. C&#8217;è, semmai, del non detto in gioco. C’è del silenzio. (Non dell’ineffabile, o inafferrabile; semmai un tot/Toth di indeterminato/-abile).</p>
<p>Il lettore, invece, lui, da interprete, deve (sapere, volere) ‘unire i puntini’, fare il disegno che manca, spolverare via una parte di ombra. Il testo nutre una sua probabilmente non illogica illusione circa gli scatti ermeneutici del ‘fruitore’. È il lettore a dover zoomare.</p>
<p>– Emersione di un meccanismo come il <em>googlism</em>, …</p>
<p>…assai più vicino al momento aleatorio dadaista (ma meglio ancora a Burroughs, se proprio si deve trovare un riferimento puntuale) che alle accensioni delle avanguardie successive. Eppure anche l’<em>objet trouvé</em> dadaista non è affatto calzante. Si parla infatti [K.S.Mohammad] di testi non “trovati” bensì “cercati”: non “found” ma “sought”:</p>
<p>cfr. <a href="http://gammm.wordpress.com/files/2007/02/mohammad_soughtebook.pdf">http://gammm.wordpress.com/files/2007/02/mohammad_soughtebook.pdf</a></p>
<p>– Dal googlism a <em>flarf</em> il passo è – felicemente – breve</p>
<p>(e non verrà spiegato qui)</p>
<p>– Scrittura procedurale.</p>
<p>Dal cut-up al <em>googlism</em>: scrittura vincolata, istituzione di regole, scrittura concettuale [Goldsmith], installazione, elencazione, testo-oggetto, unione di arbitrio e vincolo.</p>
<p>Griglia procedurale (fissa) piuttosto che dispersione/diffusione o distruzione delle forme. La procedura sostituisce le forme. Le istruzioni e gli elementi neutri annullano l’ego in vari modi, per altro. E, insieme, annullano il quantum di “garanzia” di “arte” (o “senso”) che l’ego del d<em><span style="text-decoration: underline;">ich</span></em>ter volentieri emette a sigillo dell’opera.</p>
<p>Non è forse del tutto casuale che talvolta a proposito di googlism si parli di “google-sculpting”: unendo dunque l’idea di “sought poem” a quella di installazione/scultura (entrambi i termini pietrificando o eludendo, inoltre, il soggetto). (Ma: come non è centrale il soggetto in queste scritture, è del pari fuori centro o in ogni caso non primaria una <em>questione del soggetto</em>, che da materia di “poetica” slitta verso uno statuto differente: di strategia operativa interna al testo).</p>
<p>– Scrittura anche esente e assente da <em>spettacolo</em></p>
<p>Letture che non prevedono l&#8217;autore, testi legati a installazioni (appunto), perfino a una qualche <em>fissità</em> espositiva implosa, introversa; addizione di materiali non testuali al testo, dislocazione del testo in pratiche semiotiche non lineari e infine anche non testuali, reading in cui l&#8217;autore non compare, dove può comparire una macchina che legge al posto suo, o proietta la pagina; o in cui la lettura consiste in blocchi verbali così uniformi ed eccedenti da non prevedere che l&#8217;autore – anche presente – li legga tutti; né che il lettore faccia altro che ‘scorrere’ le sequenze.</p>
<p>Tutte le – possibili – prassi elencate rovesciano all’esterno della pagina quelle che del resto sono virtù potenziali delle nuove testualità entro i confini del foglio: il loro naturale e si direbbe <em>genetico</em> – ancorché non necessitato – ibridarsi con le arti, o meglio con più campi semiotici anche non frontalmente “artistici”.</p>
<p>“Installazione” – in queste aree – tende a prevalere su “performance”. Il testo non viene – o non viene <em>necessariamente</em> – performato, sottolineato, convocato nell’agorà, esibito; è semmai – al più – posto, orientato (spazialmente, verbalmente o meno), <em>eseguito</em>; non chiede poeta-dicitore “dittante”; a volte non necessita nemmeno di un <em>lettore</em> particolarmente coinvolto, non vuole uno spettatore necessariamente-fittamente preso, convocato; anche considerando che, spesso, si ha in campo del materiale linguistico che non è pensato per una “lettura” lineare seriale ma per una “visione” anche superficiale e “a blocchi” [Leftwich, Kervinen, Ganick, Novarina], o per una scorsa o scansione e osservazione e considerazione <em>distratta</em>, che salta, ecc.:</p>
<p>cfr. i materiali nel blog <a href="http://hotelstendhal.blogsome.com/">http://hotelstendhal.blogsome.com</a></p>
<p>– Gradazioni di dissolvimento dell’autore=lettore in quanto d<em><span style="text-decoration: underline;">ich</span></em>ter dalla SCENA</p>
<p>…piuttosto che sua esposizione/esibizione (specie spettacolare). (Questa identità è addirittura uno dei punti di fondazione del sito e ensemble di autori <a href="http://gammm.org/">http://gammm.org</a> fin dalla sua nascita nel 2006).</p>
<p>– Scrittura asciugata dai marcatori del &#8216;poetico&#8217; (ma anche del &#8216;testuale&#8217;).</p>
<p>Opere in cui il gioco [<em>bibelot</em>, direbbe Ch. Hanna] sillabico, rimico, ‘culturale’, etimologico, connotativo, non è la prima mira, il primo scopo. Può esserci ma sottotraccia, volentieri ininfluente, decisamente non esibito. Si gode se <em>non</em> c’è? Non per forza. Eventualmente.</p>
<p>E si aggiunga: meglio testi senza metafore. (In Francia si parla di “littéralité” / letteralismo).</p>
<p>Infine: testi in cui il tasso di riconoscibilità, di &#8216;autosegnalazione&#8217; <em>in quanto</em> <em>poesia</em>, tende allo zero o è assolutamente zero.</p>
<p>– Scrittura senza soggetto (grammaticale).</p>
<p>(Ripresa dei <em>pidocchi pronominali</em> – specie di prima persona – quasi soltanto in funzione ironica, o esclusivamente in funzione ironica. O dove funzionali a una citazione, a un racconto altrui, ecc. Oppure: spostamento del narrato su un piano di falso resoconto, falso diario; o <em>veridico</em>, ma a temperatura bassissima). (Infine, e anche: <em>loose writing</em>). (Su questo si avrà modo di tornare).</p>
<p>– Sequenza ed elenco piuttosto che narrazione…</p>
<p>…e piuttosto che lirica; e piuttosto che <em>struttura</em> (sia versale, poematica, o ragionativa, o appunto narrativa).</p>
<p>– Ironia.</p>
<p>(l&#8217;ironia non è sempre spiegabile e percettibile in assenza di corpo, in assenza di tratti soprasegmentali).</p>
<p>– Scherzo, gioco, déréglement della misura, del bon ton poetico (autoriale).</p>
<p>(Senza che questo comporti espressionismo. Spesso è vero il contrario)</p>
<p>[<em> Intervento apparso sul numero 43 de "il verri" assieme ad un pezzo di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/12/che-genere-di-discorso/">A. Inglese</a> e A. Raos] </em><em></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/21/cambio-di-paradigma/">Cambio di paradigma</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Roma e Decimo Quaderno a Succursale mare</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/roma-e-decimo-quaderno-a-succursale-mare/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 14:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Venerdì 4 giugno, ore 21</p>
<p>alla Galleria Studio 44 &#8211; Vico Colalanza 12r, Genova</p>
<p>nell&#8217;ambito della seconda edizione di <strong><a href="http://www.galleriastudio44.it/index_file/Page354.htm">&#8220;Succursale mare&#8221;</a></strong> a cura di <strong>Luciano Neri</strong></p>
<p>interverranno</p>
<p><strong>Franco Buffoni </strong>- &#8220;Roma&#8221; (Guanda, 2009)</p>
<p><strong>Italo Testa, Francesca Matteoni, Gilda Policastro, Andrea Breda Minello </strong>e <strong>Corrado Benigni</strong> &#8211; &#8220;Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea&#8221; (Marcos y Marcos, 2010)</p>
<p>Conduce <strong>Luciano Neri</strong><br />
<br />
Si conclude la II edizione della rassegna di poesia SUCCURSALE MARE sul rapporto tra poesia e prosa nell’ambito della scrittura poetica in Italia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/roma-e-decimo-quaderno-a-succursale-mare/">Roma e Decimo Quaderno a Succursale mare</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 4 giugno, ore 21</p>
<p>alla Galleria Studio 44 &#8211; Vico Colalanza 12r, Genova</p>
<p>nell&#8217;ambito della seconda edizione di <strong><a href="http://www.galleriastudio44.it/index_file/Page354.htm">&#8220;Succursale mare&#8221;</a></strong> a cura di <strong>Luciano Neri</strong></p>
<p>interverranno</p>
<p><strong>Franco Buffoni </strong>- &#8220;Roma&#8221; (Guanda, 2009)</p>
<p><strong>Italo Testa, Francesca Matteoni, Gilda Policastro, Andrea Breda Minello </strong>e <strong>Corrado Benigni</strong> &#8211; &#8220;Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea&#8221; (Marcos y Marcos, 2010)</p>
<p>Conduce <strong>Luciano Neri</strong><br />
<span id="more-35193"></span><br />
Si conclude la II edizione della rassegna di poesia SUCCURSALE MARE sul rapporto tra poesia e prosa nell’ambito della scrittura poetica in Italia. Ospiti d’eccezione dell’ultimo appuntamento sono Franco Buffoni e alcuni autori del Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea, edito dalla casa editrice milanese Marcos y Marcos. Oltre a tracciare un bilancio sul tema della rassegna, si parlerà dell’ultimo libro di poesia di Franco Buffoni pubblicato per Guanda nel 2009 e del quaderno pubblicato all’inizio di quest’anno. </p>
<p>Il libro di Franco Buffoni racconta della “ri-scoperta” di Roma da parte dell’autore, lombardo di nascita, evidenziando della Città Eterna i suoi aspetti simbolici e storici, contemporanei e civili, e riunendo insieme, attraverso una lente formale attenta, passato e presente. Roma diventa quindi un teatro temporale in movimento, uno scenario di lotte, l’appendice ultima di un presente critico, registrata così dal suo visitatore. </p>
<p>Con il Quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos dal 1991 dà voce alle esperienze più significative e originali della poesia emergente in Italia. La formula, fin dalle origini del progetto, caso unico nell’editoria italiana, è quella di selezionare, circa ogni tre anni, i 7 giovani ritenuti più interessanti dal comitato di lettura (che annovera, oltre a Buffoni, poeti quali Fabio Pusterla e Umberto Fiori e alcuni tra i più autorevoli esponenti della critica contemporanea). L’iniziativa consolidata negli anni, ha consentito la pubblicazione di oltre 60 poeti, costituendosi per le nuove generazioni poetiche come un passaggio indispensabile ed ambito anche per l&#8217;accurata presentazione critica che accompagna ogni silloge.</p>
<p>**********</p>
<p>Alla fine della serata è previsto un rinfresco per salutare e ringraziare tutti coloro che hanno seguito questa edizione della rassegna. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/roma-e-decimo-quaderno-a-succursale-mare/">Roma e Decimo Quaderno a Succursale mare</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il grande regno dell&#8217;emergenza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/06/01/il-grande-regno-dellemergenza/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 12:35:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Raveggi</strong></p>
<p>Betta per fortuna non la scovava, non doveva salvarla. I bambini erano troppi e incoerenti, non poteva salvarli. Scontrosi come atomi bombardati da quella pletora di stanze piegate, e il mondo attorno che s&#8217;incaparbiva, chiudeva il conto con una linea netta e desolata in fondo al dare e avere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/01/il-grande-regno-dellemergenza/">Il grande regno dell&#8217;emergenza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="" src="http://www.culturaitalia.it/pico/system/galleries/pics/alkacon-documentation/4_Affresco_SaffoNA.jpg" class="alignnone" width="264" height="269" />di <strong>Alessandro Raveggi</strong></p>
<p>Betta per fortuna non la scovava, non doveva salvarla. I bambini erano troppi e incoerenti, non poteva salvarli. Scontrosi come atomi bombardati da quella pletora di stanze piegate, e il mondo attorno che s&#8217;incaparbiva, chiudeva il conto con una linea netta e desolata in fondo al dare e avere. Betta avrebbe potuto sottrarsi da sola alle macerie, almeno per stavolta, con l&#8217;aiuto delle sue braccine violacee. Sarebbe stato un segno di maturità. Avrebbe sporto il capetto da tartarughina troncando un coccio più friabile, stirato il muso in una ruga, scostatasi di dosso una doccia di calcinacci. Solo dopo aver fatto scorrere fuori dal cumulo le sue poppe asciutte, avrebbe steso l&#8217;obiettività della sue gambe mozze. In aria, in un luogo neutro, simile a quello dell&#8217;edificio, ma senza strozzatura e gravità. <span id="more-35039"></span><br />
I bambini erano invece pesanti, tesi alle spalle, geroglifici, annodatissimi nel risveglio di quelle urla sfasate, anche se Ruberti li scioglieva e cercava d&#8217;animare. Gli avrebbe fatti anche cantare in coro per poter assorbire le urla che puntellavano ogni angolo dell&#8217;edificio. O avrebbe dovuto, a mali estremi, fare alla svelta quel sogno spugna, quel sogno aspirante, quella visione rastrello, che ripulisse il mondo da quella catasta di scaglie, di calcina e ferracci ossidati, con Betta ficcata sotto, che poi rispunta su ogni volta, monca. Farla magari nel bagno dell&#8217;edificio segnalato in verde al secondo piano, la proiezione liberante, senza additivi o barbiturici, tenendosi le meningi come i superuomini, che cambiano in un vortice mentale le crettature. In un angolo piastrellato di rivincita personale, ingolfettato, con la pancia dura che si protende dalla cinghia di finta pelle. Prodigioso e focalizzato come una lettera di rettifica al Provveditorato agli Studi. Invece stava lì a zampettare su e giù per tutte le scale, spoglio di visione e scisso come tra gli scomparti di una storia inconciliabile, trafelato a distribuire i suoi alunni dentro e fuori le stanze, come risciacquando dei panni, a cercare un punto d&#8217;equilibrio per le loro schiene, che non fosse troppo compromettente. Era lontano anche dall&#8217;ipotesi di una salvezza, se ne prendeva gioco. Si era persino alleato con alcuni più bolsi e cinici, cisposi in viso, poco compassionevoli, in atteggiamento di perenne scherno. Anche lui, il maestro Ruberti con addosso l&#8217;indifferenza inquieta di quelli, la fissità della cellulina di gesso con gli occhietti vispi sulla lavagna, con cui aveva spiegato la meiosi in mattinata.<br />
Era il sogno del gesso, quello redimente, che aveva già percorso. Ed era un sonno perenne, sotto una coltre, abraso. Ricco di occhietti, palpebre sulle celluline della lavagna. Se fai il maestro, aveva pensato prima di fare la Domanda, se ti vuoi far spiegare invece di spiegarti, hai l&#8217;opzione d&#8217;una provincia disposta a cullarti, una cuccia periferica di feltro grezzo, che ti va giusta addosso. Da decenni ha fatto il maestro di Scienze, parlando con analogie buffe, questo per non agire sui corpi altrui, nella speranza di salvarli, o magari, doverli terminare: salvarli altrimenti. L&#8217;alleanza con la scienza degli occhietti di gesso, dei diminutivi. Come antidoto contro il sogno ricorsivo di Betta, e i suoi moncherini al cielo, intamponabili nella Bologna scolorata.</p>
<p>Ogni stanza dell&#8217;edificio che passavano in rassegna di fretta, era una solitudine ridotta all&#8217;osso: nella prima stanza all&#8217;ultimo piano, ricomposto a caso quel plotone di alunni in una boscaglia sbilenca di umori acidi, non c&#8217;era Betta, ma un pelato, infarinato in viso. Aveva preso un pennello, forse dai suoi attrezzi, stava spingendolo sulle pareti in frantumi, circoscrivendo dei concetti ridondanti, per ricomporre il discorso ora ai minimi termini sulla sua lingua siciliana per schiocco. Rapido, proprio, allegorico, venuto dal futuro a recriminare contro l&#8217;accidia umana, forzando sulle ginocchia. L&#8217;inchiostro si dosava grumoso dall&#8217;orlo del gomito spezzato dal pennello. Ruberti, tenendosi sullo stipite, s&#8217;invaghì ancora della sua, d&#8217;ideologia, mentre il pelato si consumava sulla propria. Si tese in alto, contandosi le pulsazioni al collo: salvare e non salvare dipendevano entrambi dal caso, la stessa sabbia che ti fischia tra le dita ritornando nell&#8217;indistinto, a mano aperta, o a pugno chiuso, che sia. Il caso impone una scelta inutile. Ma, o scegli la scelta, e allora ti devi scontrare con la catastrofe ricorrente, oppure hai il sedativo: il diminutivo, il vezzeggiativo. Ruberti ha scelto il sedativo più di dieci anni fa, la mano aperta, davanti a Betta monca, alla sua visione dove tutto crollava vestito di grigio, addosso al suo corpicino friabile. E tutto quel grigio dipendeva dallo sguardo, dal sapersi fissare, da un&#8217;ipotesi di salvezza che Ruberti inseguiva, per trattenerla, e ora non più&#8230; Se lui faceva sbocciare gli occhi alle soglie del primo incubo, il cascame iniziale del suo appartamento si spalancava in un esclamativo sonoro, e lui si trovava a scendere le scale della Facoltà. Passeggiare poi per i portici deserti di Bologna. Col camice ancora addosso. Non proprio passeggiare. Incespicare con un magnetismo alieno. Un filo invisibile che si scuciva tra i pantaloni di flanella. I portici ansimavano in parallelo. Nascosti dietro di essi tutti i cittadini, immersi nell&#8217;odore della mortadella che corteggiava il pane oleoso, gli bisbigliavano “Bån dé Dotor Ruberti, Cum stèt? Bån dé. Vlair un cafè? Ch’al scûṡa, mo la fè le appendiziti, Dotor Rubé?”. Presto i portici vennero giù agitandosi come costole sui polmoni. Incrinati da tutti i cittadini cambiati di segno, in una tagliola al cuore. Centro di quella vertigine che aveva sentito prima dell&#8217;esplosione in aria. E del tremore a tamburo. Quindi l&#8217;asse terrestre giù a scivolo. Era finita così, la prima visione. L&#8217;occhio sbocciato e sudato sulla carta da parati svedese della sua camera. </p>
<p>La seconda stanza: una solitudine ennesima, tra le scosse, per i suoi alunni pietosi in caduta libera, che lui cercava d&#8217;affrancare. Percorso il passaggio congestionato dall&#8217;ultimo al piano inferiore, Ruberti c&#8217;arrivò trasportando il gregge come profeta, smagliato il viso itterico, levitando sui corpicini verdognoli e catalettici. Le finestre di legno erano spalancate, ampi fianchi di un grosso animale strozzati a dei ganci. Si sentiva come la parete lattea esterna del sole venisse bucata e succhiata dal frastuono della piccola città inodore, riversata tutta per strada a zampettare. I bambini volevano uscire, si slargavano alternativamente la bocca e il collo del golf, in piccole voragini sbavate, ma volevano anche vedere, ancora vedere, ancora. Altri imploravano solo l&#8217;uscita a mani giunte, strette sulle labbra. Ruberti non poteva salvarli: questo era contrario al suo lavoro, e da oramai vent&#8217;anni.<br />
Un giovane macilento con i pantaloni quasi alle ascelle, delle bretelle finissime e un pizzo a saetta, mimava a stento nella seconda stanza il braccio d&#8217;un giradischi, il giradischi sconnesso che aveva proprio sotto il suo, di braccio, in bilico sopra un piedistallo sopravvissuto all&#8217;esplosione che gli aveva fatto la morte silenziosa attorno e una speranza d&#8217;amplificazione. La registrazione era sciupata, cominciava a slabbrarsi e scampanellare senza più melodia, in un ventriloquismo roco tra il giovane, il giradischi, e, pareva, tutte le voci vicine e lontane della sua famiglia. Doveva essere friulano, per le palpebre piccole, rosee e contuse, occhi minimi e questuanti, che però ondulavano in un liquido giallastro alle risposte del sisma collettivo, scossoni alle sue pretese, a quelle delle sua famiglia. Si protese, sicuro per essere salvato, e Ruberti si voltò verso il corridoio, per non rischiare di doverlo salvare, anche solo con la lacca indulgente di uno sguardo. Il ventriloquo ricominciò tutto mogio a fare lo stesso di prima. Ruberti disse ai suoi alunni che era meglio affrettarsi. Quella stanza era ancora priva di Betta, i suoi occhi a mandorla che gli facevano sfuggire le iridi fin nell&#8217;oscurità delle orecchie, quando strusciava sul ginocchio di lui, e si sdilinquiva tutta di tremori naturali.<br />
Una catastrofe è sempre una vertigine personale, una maniera di non sentirsi partecipi al mondo, volendolo pur amare, pensò Ruberti, mentre guardava insistentemente la porta del bagno appena intercettata, e si domandava del contro-sogno per Betta, il sogno mirino e spatola, tutto focalità e prodigio. Una questione di solitudine estrema, la catastrofe, bizzarro idealismo. Si sentì di giocare come a rimpiattino con i suoi allievi, spingendoli dal sedere, scacciandoli come galline nel corridoio, schizzando poi lui a placcarli, per non sentirsi spaiato. Scivolò su quel pavimento maculato di pietre, facendo gincana tra le lettighe che già erano entrate in azione tra una stanza e l&#8217;altra, grazie a dei tipi concentratissimi, svizzeri. Un&#8217;allieva particolarmente adulta di testa, per non dire mortalmente noiosa, si aggrappava al margine di una porta come a tenerlo. Gli squadernò una facciaccia malevola, e lo redarguì a tenere concentrazione sulla nuova stanza, dove era appena avvenuta una detonazione: che lì sì che avevano bisogno di attenzioni, di viveri, trasfusioni mentali.<br />
“Io a te sicuro non ti salvo” le disse Ruberti, avvicinandosi con un dito, terrorizzandola. </p>
<p>“Parli con dignità” gli aveva smaniato Betta, tutta pubica nel letto al pomeriggio bolognese, mentre la mano di Ruberti le perlustrava a inventario i peletti irsuti di una coscia. Il fiato di lei sapeva di amarena viziata, succhiata dal ghiacciolo.<br />
“Parli come riparlassi ad eco, dal punto fisso, vecchione.”<br />
“Hai il doppio della mia età, e non hai ancora fatto carriera. Vecchione!”<br />
Ma se nel primo sogno, nella matrice che veniva spinta giù a battere il grugno burbero, un vuoto coerente aveva dominato, nel secondo lei era spuntata con la sua testolina, grattando un angolo sfuocato dell&#8217;attenzione di Ruberti, vicino ad una fontana di cui si vedeva solo la illesa vaschetta superiore con lo zampillo essiccato. Era quella una mattina riscaldata come dallo sbuffo di una vacca, quasi umana, anche se, per il corpo opaco di Ruberti, che suonava l&#8217;incubo nelle viscere, era una notte prosciugata, dopo la sera in cui Betta si era dileguata di nuovo, con l&#8217;attitudine del suo pube, sempre esposto oltre le mutandine troppo strette, a prendere il volo su quella fionda verso le mani di lui. E nel terzo sogno lei le aveva ripetute al contrario, quelle tre frasi secche, le tre linguette adesive, prima di abbandonarlo ancora, da sotto le macerie che conquistavano la città rendendola totalmente appenninica, rocciosa e restia.</p>
<p>Non c&#8217;era molto da vedere, nella stanza indicata dalla facciaccia dell&#8217;allieva saputella, dopo quel botto: se non la danza intermittente di una serie di arti, gomiti e legamenti che si mostravano e nascondevano da dentro una nube soffice, come pezzi di feti involuti che uscivano dal bozzo di verme. Tutti i bambini vennero attratti immancabilmente da quell&#8217;orrore fatto arte, sorprendendo ancora il maestro, nonostante il tempo e gli spazi stessero terminando, Ruberti stesse cercando di razionalizzare, e alcuni fossero già deboli, sfiancati. Quel talco denso e uggioso era forse, per loro, viatico della tanto agognata uscita. Ruberti li placò mettendosi davanti, quasi eroicamente, e s&#8217;incipriò il naso, guardando dentro se poteva esser tale, l&#8217;uscita, così eclatante. Sollievo che non spuntò la testolina di Betta da quella spuma soffice. Sentì solo un accento campano che uggiolava come sirena senza pile nel mezzo della nube, qualche tosse sforzata, e il dolore acuto e caldo del manrovescio involontario che gli fece perdere l&#8217;equilibrio, complice il pavimento che tremava da tempo. Cadde di groppa al suolo, interrompendo la corale dei crolli.<br />
Nel quarto sogno, o era il quinto o sesto, Betta si era tirata un tanto su con le braccia, mentre l&#8217;attenzione di Ruberti s&#8217;avvicinava ancora come uno strillo al cinema, fatto a imbuto. Lei aveva poi osteso i due moncherini, un&#8217;inferriata riversa lì vicino le aveva tranciato le gambe dal ginocchio in giù, ma lei ghignava tranquilla e diceva ancora Vecchione, e Parli come&#8230;. Al contrario, il discorso era diventato melanconico, irreversibile, “Vecchione” aveva un punto d&#8217;interrogazione, era un invito ad entrare con lo sguardo, e non a serrare, nel suo vortice di parole rotanti. Prima duro, poi melanconico, scaduta l&#8217;ironia. E nel settimo o ottavo sogno, Ruberti era una specie d&#8217;occhio prensile, senza più camice e incespicare, non sapeva se salvare o meno, se operare o meno, con quelle mani sfarfallanti attaccate ai bordi della pupilla, inservibili. Sbatté ogni notte, nei successivi, con quella mostruosità gigante sui quei tranci rossastri, come una mosca su di un vetro. La Betta si mostrava contenta, mordeva le labbra all&#8217;amarena, pronunciava le tre frasi linguetta, il suo pube, senza mezze gambe, era puro e protagonista. Lei, sulle sue gambe intere, sarebbe ritornata il giorno dopo, a svegliare il cagnone umido di Ruberti nel letto, avrebbe fatto crollare tutto di nuovo a suon di grida poco credibili, e avrebbe rimostrato i moncherini la notte, nel giogo metallico diurno e notturno della colpevolezza, se solo lui si fosse trastullato ancora con l&#8217;idea, l&#8217;ipotesi di una salvezza.<br />
Ruberti si riprese tra le manine dei suoi alunni, che lo stavano rianimando a pizzicotti, e alcuni, si accorse, pure a sputi caduti lenti e pastosi. Attorno facce di altra gente, affaticata e tesa, che poteva avere tratti simili ai suoi operandi di un tempo. Li scrutò bene, nell&#8217;intermittenza dei loro fischi del petto. Fu contento di aver scelto la soluzione. La soluzione precedente i vezzeggiativi di gesso, gli occhietti sulle cellule, fu lasciare i guanti al Dipartimento di Chirurgia, appassiti su di un tavolo da operazione, nonostante tutto quello che si presentasse ad un chirurgo trentenne con un cognome propulsivo, che indossa serietà come il camice stirato maculato di sangue, e per quello deve nascondere la relazione con una quindicenne. Fare finta che a ricevimento passi una cuginetta, alla quale si può dare un pizzico sulle poppe solo dopo aver socchiuso la porta. Mentre lui dentro suda freddo alla scrivania, e butta giù il groppo in gola, perché si è reso conto che non può vedere più corpi devastati, da scoperchiare o chiudere, da salvare, non più, dopo che Betta gli mostra i moncherini, ripetutamente, in uno spazio desolato composto delle sue costole crollate sul cuore. Un cuore-bulbo che non desidera altro che ritornare a quella smania, e non poterci fare. Tutti quei corpi slabbrati erano la sua colpa, avevano la faccia ovale di Betta quando entravano e uscivano dalla sala operatoria. Aveva provato anche col tiopentale, anestetico a lento recupero, per rientrare furtivo con tutto il tempo adeguato nella visione deteriore, lui redimente, in punta di piedi. Ma non ci si entra a volontà, ma sotto una coperta provinciale ci si può sonnecchiare bene, senza crettature: e così aveva fatto, prendendo il gessetto in mano, disegnando occhietti alle celluline nello spazio sicuro di una lavagna nera.</p>
<p>Un altro tonfo richiamò l&#8217;attenzione su di un&#8217;altra stanza, i bambini si precipitarono a falcate impostate, da bambini, distolti dalla mancata uscita e dal corpo di quel leader solidale, che intanto si era rialzato. La calce scodò fuori in un lembo, poi si aspirò di scatto e quella stanza si presentò protesa verso il fuori, e dentro cominciò come a nevicare a fiocchi grossi. Ruberti, appena arrivato, pensò che non c&#8217;era comunque niente da vedere, e la neve era un palliativo, anche se c&#8217;era una schiera di angeli, con occhiaie azzurrate e ali troppo estese, prostrate di neve. Gli angeli si toccavano spaesati dietro le spalle il punto dove l&#8217;ala si stava piegando, e lamentavano in coro “Fate presto”. Più che angeli parevano anfibi spogliati del loro habitat. Ruberti rimase lì davanti stecchito, stringendosi la giacca sulla pancia esposta, mirando oltre la schiera, spolverandosi, mordendosi le guance sotto i denti. “Fate presto”. Guardò verso l&#8217;architettura della stanza, retta solo dalla parete della porta d&#8217;entrata e da due esili strappature di muro ai lati. La parete esterna esplosa mostrava ora lo scorrere di molti lampi, ricordi estratti degli angeli-anfibi bruciati, come lembi di carta in una cenere, in una visione aerea della bragia dove cadevano. Non vi riconobbe Bologna, non vi riconobbe la fontana di via San Giovanni, non vi riconobbe il punto esatto dove il capetto della Betta spuntava ogni notte, rompendo il coccio, mostrando il moncherino.<br />
Fu spintonato da uno che s&#8217;era messo in precedenza sulla sua scia. L&#8217;uomo entrò nella stanza con un lungo pastrano un po&#8217; macchiato di neve sporca sulla coda, una sorta di detective dal passo un po&#8217; bigotto, cautelare, la testa riccia, piccoli denti tesi che valutavano lo spazio, le infossature degli occhi non livide, ma cave, da calavera messicana. La schiera degli angeli-anfibi si serrò, oscillò ubriaca, per quanto poteva per il peso della neve, oscillò in un “Noi sappiamo” contro il Rappresentante: così lo nominò Ruberti in testa, per via dei denti piccoli, telegrafici e l&#8217;aria da officiante. L&#8217;uomo alzò il braccio destro e, piegando il dito in aria, come piegando un grilletto, spense lo spazio agli occhi dei bambini. Spense tutto.</p>
<p> Gustare il piano terra: l&#8217;oscenamente confortevole. Un po&#8217; di acqua, qualche merendina, cibo o chewing gum, tirare fuori dalla stagnola il panino con la frittata. Vennero quasi placcati davanti al banco caotico del bar da un tizio in tunica romana, che coi suoi sandali squittenti cercò di sedurli in un balletto barocco, incrociando i talloni. Dietro di lui, c&#8217;era la sua stanza, l&#8217;ultima per ordine d&#8217;apparizione, vicino ai magazzini, in un senso anacronistico di quella catabasi, la <em>Pompei anno 63-anno 79 d.c.</em>. Che nessuno doveva aver visitato di frequente: la catastrofe lì era diventata storia trionfale, belletto. Ruberti inciampò nel tranello e si sporse: non era troppo male quella lava che colava da una parete come pelle di dragone fibrillante, col solito effetto di agonia spasmodica del suolo delle stanze, che in quella cigolava un po&#8217;, forse dimostrazione d&#8217;una antichità involontaria. Ma niente, niente moncherini, niente Betta, niente pube in aria e niente cocci in terra, solo la lava che smerigliava tra due colonne doriche, e il soffitto che si illuminò di rosso intenso sulla testa del pompeiano con le guance truccate da pupazzo beone. Faceva molto caldo per i faretti filtrati e cominciò a proporsi puzza di bruciato. Non male quella stanza, ripensò Ruberti, peccato per la sua posizione fuori dal tutto, fuori tempo massimo, a mo&#8217; di souvenir.<br />
“Chissà cosa diranno i politici di tutti questi effettoni, no?” disse poi alla cassiera.<br />
“Può trovare la lista dei finanziatori dall&#8217;altra parte, all&#8217;entrata, signore” le rispose lei a testa bassa, mentre contava dei soldi con il tocco del pollice.<br />
“No, per amor di Dio. Tornare indietro, tzé. Faccio un buon lavoro. Buona giornata.”<br />
“Come, scusi?” gli disse lei da dietro il vetro, con una mazzetta in mano.<br />
“Faccia. <em>Faccia</em>, volevo dire. A presto.”<br />
Si lasciò alle spalle il cartello <em>Museo Memoriale delle Catastrofi Naturali</em>. Quando Ruberti era passato lì davanti con l&#8217;A112, aveva implorato, picchiando quasi la fronte sul volante, che non venisse assegnato per una gita in quella nuova attrazione coscienziosa in città, narrazione museale di ogni terremoto rilevante della storia italica. All&#8217;inizio, quell&#8217;assegnazione l&#8217;aveva presa come un&#8217;assegnazione del destino. Poi s&#8217;era ricordato del sedativo, del vezzeggiativo, di quella coperta grezza e coerente che era la provincia, e la scuolina nel suo centro esatto, come il palo centrale di una tenda da camping. Perché il destino si poteva trovare in quel tepore, ed era sempre buono: ti salvava senza chiedertelo, senza guardare pietosamente dove avesse gettato la coperta di un aiuto, senza preferenza, sottraendoti da quel grande regno dell&#8217;emergenza, singolare e colpevole, di cui Betta era diventata la regina monca e lui lo schiavo bulbo, il creatore ubbiato e il pernio storto. Stavolta ce l&#8217;aveva fatta, s&#8217;era annoiato e sguaiato come un bambino. Era sicuro che quei quindici anni di pube e occhi a mandorla, di linguette di parole vuote e giochi con lo sperma tra le dita, non sarebbero apparsi più, a rosicare l&#8217;osso del piede della sua solitudine che tremava con la terra.<br />
“Che fine hai fatto, Betta? Ti si son cicatrizzati i tuoi moncherini? Sei anche tu ora <em>vecchiooooona</em>!?” si disse fra sé Ruberti, ridacchiando un po&#8217; sadicamente, mentre montava in macchina, dopo essersi gingillato con la solidità dell&#8217;asfalto e la liberazione dei bambini verso padri e madri. Si strofinò la faccia con la salvietta umidificata che l&#8217;addetta in tailleur gli aveva donato all&#8217;uscita. Salutò qualche genitore più alleato, strizzando gli occhi assieme allo stomaco affamato, raccolse i compitini -non poteva chiamarli che così, vista la loro semplicità didascalica- i compitini sulla mitosi, caduti in fondo al retro del sedile, senza farsi vedere dai suoi alleati. Non poteva permetterselo. Avviò la macchina e si rimise sotto la coperta grezza, sotto il suo tunnel soffice che non raccoglieva la gravità delle scorie. Fino a che un genitore con un gilet ridicolo non gli si buttò quasi sotto le ruote della A112, risvegliandolo, battendo poi con la nocca sul vetro.<br />
“È convinto che avrà imparato qualcosa della miseria umana?” gli domandò il genitore, baffoni alla tedesca e bocca rosa, mentre trascinava dietro di sé il figlio come un trolley.<br />
“Quello che basta. Faccio un buon lavoro” rispose Ruberti, facendo cigolare il vetro con l&#8217;azione della manovella. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/01/il-grande-regno-dellemergenza/">Il grande regno dell&#8217;emergenza</a></p>
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		<title>Murene, il primo volume</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/05/28/murene-il-primo-volume/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 02:16:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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<p>Brani tratti da <em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">Dormendo con la luce accesa</a></em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">, di </a><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">Stephen Rodefer</a></strong><br />
traduzione e cura di <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>Recinzione dell&#8217;alce</strong></em></p>
<p>Scrissi parole sul ciglio della mia casa e attorno agli angoli della sua bocca – aspettavo quei giorni che aspettano che la vita li inglobi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/28/murene-il-primo-volume/">Murene, il primo volume</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/rodefer-fuck-death.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1.jpg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-34988" title="rodefer 210_170_B-ULTIMISSIMA" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Brani tratti da <em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">Dormendo con la luce accesa</a></em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">, di </a><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">Stephen Rodefer</a></strong><br />
traduzione e cura di <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>Recinzione dell&#8217;alce</strong></em></p>
<p>Scrissi parole sul ciglio della mia casa e attorno agli angoli della sua bocca – aspettavo quei giorni che aspettano che la vita li inglobi. Le figure di Pompei erano fatte e scavate per me. Le prendo sul personale. Se imbarazzato dal mio lavoro, mi volgevo alla satira. Ciò che non sarà mai positivo nondimeno lotterà, di notte come un animale selvaggio e di giorno come un cane. Gli epigoni vengono sferzati, niente da fare per le affinità elettive. Il lavoro adesso non è che un tratto a matita, volgare ma importante. Dedica il suo orifizio all&#8217;avventurarsi nella gestione delle modalità. Sarà un eroe con un&#8217;ala sola. Ma non sarà mai soddisfatto di nessuna veduta del mondo a meno che non possa dirigersi verso i suoi tratti essenziali. Anche quando sono nascosti alla vista, si affretterà a farli materializzare.</p>
<p>La colpa di ogni sforzo sarà ogni giorno tentare troppo, mai troppo spesso. La nostra arte non ha alcuna importanza, ma questo non importa. <span id="more-34949"></span>Siamo nati in questa strettezza e dobbiamo trarre da questa situazione più di quanto sembrerà mai possibile. Decidere a cosa servirà fare cose al di là del proprio potere. Il riconoscimento difende la risata; la ragione, il dimenticarsene su un tappeto di memoria.</p>
<p>Tuttavia non è da disprezzarsi che il matrimonio possa essere un grande sollievo. La sposa e lo sposo trovano quel luogo pieno di nulla in cui pure si fanno sommergere dall&#8217;emozione. La fonte di ogni felicità successiva sarà il vivere senza pretese. Chi non lo farebbe? Mio padre, che vive qui, mi regalò la barchetta, il trenino, il teatro dei burattini. Mi vestivo come un amante alchimista al mare, benché tu mi prendessi per un semplice istruttore. Se non sono uno zingaro, puoi pur sempre pensare che sono un po&#8217; strano. E così la storia dell&#8217;arte è la falsificazione di fatti che nel loro accadere non sono né fattuali né storici. Così il movimento, di cui sono una parte, non è altro che una parte del mio proprio sviluppo.</p>
<p>Uno si libera grazie al lavoro, anche sull&#8217;orlo della catastrofe. Quanto puoi continuare a ritardare la vera natura delle sensazioni? Dobbiamo rifiutare di essere immiseriti dalla sistematicità. La vera natura crea combinazioni per sconfiggere il naturalismo. Ci sarà sempre sulla tavola, se guardi, un vaso di intenzioni.</p>
<p>Dovunque tu vada, non ci sarà altro che righe e ritmi di superficie. E poi non lasciar mai proferire parola al volere. Perché noi tutti viviamo felici tanto con i morti quanto con i non nati. Più vicini della media al cuore della creazione, ma non vicini abbastanza. La realtà sarà invisibile sempre. Il mondo visibile non sarà altro che un caso particolare, quello stesso che siamo giunti qui per rovesciare. Dopo che è tratto il dado del fato – e chi dice che non lo è stato – è inutile tollerare alcunché di inferiore.</p>
<p>La prospettiva allora ti farà sbadigliare, aprendo un buco nella natura. Mentre le ombre scure del paesaggio visibile attraverso la pellicola sono comunque piene di promesse, la proiezione è ancora debole sul bordo. Le pagine contratte devono essere rigorose e ricche di sostanza. Ma le parole trasferiscono all&#8217;essere uniche e durevoli. Nessun elemento dominante vuole permettere la coltivazione del cambiamento. L&#8217;idea tra le altre dell&#8217;amore e del suo tempo concomitante ebbe troppa presa su tutti, il suo programma eternamente attraente, perché la speranza di più grande inclusione dovesse essere dispersa dalla più volontaria deliberazione in favore della fantasia e dell&#8217;apertura. Indipendenza sarebbe stato il falso nome provvisorio per tutti questi stati.</p>
<p>Quante cose, dopotutto, ci sarebbero richieste per fare arte. Quante cose oltre a essere un creatore d&#8217;arte dovrebbe essere un artista, per fare arte. Per rendere ciò che era visibile, credevano, ciò che non lo era. Un qualche tipo di recinzione, un iniziale sbarramento o un laccio in più sembravano essere il necessario primo passo.</p>
<p>Ma ora immagina che sei stato morto per molti anni e finalmente ti viene permesso di gettare ancora una volta uno sguardo sulla terra. E che tutto ciò che riesci a vedere è un vecchio cane che drizza una zampa contro un lampione o un muro. Eppure non puoi fare a meno di singhiozzare dall&#8217;emozione. Perché di questo la mia lampada brucia a volte così calda che ai più sembra addirittura che manchi di calore. Come il male festivo potrebbe essere detto – potrebbe essere disegnato – di uno zeppelin in volo sopra una cattedrale. Ma io sono assente.</p>
<p>Io non appartengo alla specie. Il mio sole e la mia carne sono necessari, ma io resto qui muto e ispido, in un sobborgo di bambini. Poco importa se poi le sentinelle fanno commenti sull&#8217;ospitalità della regione. La specie è in me, ma io sono neutrale.</p>
<p style="text-align: center;"><small><em>Enclosure of Elk</em></small></p>
<p><small> </small></p>
<p><small>I wrote words on the brow of home and around the corners of its mouth – waiting for those days which wait for life to engulf them. The silhouettes of Pompeii were made and excavated for me. I take them personally. If embarassed by my work, I turned to satire. What will never be positive will nevertheless struggle, like a wild animal by night, a dog by day. The epigones are slashed, the elective affinities are not dice. The work is nothing now but a pencil motif, vulgar yet important. It dedicates its orifice to pioneering the handling of modalities. It will be a hero with one wing. But it will never be content with any view of the world except as it may proceed to its essentials. Even when they are hidden from view, it will hasten to make them materialize.<br />
The fault of all endeavor every day will be to attempt too much, never too often. Our art is unimportant, but that does not matter. We were born to this means and we must make more of our situation than at first it will seem ever to allow. Decide what will be the use of forcing oneself to do things beyond one&#8217;s power. Acknowledgment advocates laughter; reason, its forgetting on a carpet of memory.<br />
Though it is not to be despised that marriage should be a great relief. The bride and groom find that place full of nothing in which they still fall down with emotion. The source of all happiness afterward will be to live without pretension. Who will not? My father, who lives here, gave me my sailboat, my train, my puppet theater. I dressed like an alchemist lover at the sea, though you took me merely for an instructor. If I am not a Bohemian, you still can think that I am somewhat odd. And so is art history the falsifìcation of facts which as they occur are neither factual nor historic. As the movement, of which I am a part, is nothing but a part of my own development.<br />
One liberates oneself through work, even on the eve of catastrophe. How long can you continue to delay the true nature of sensations? We must refuse to be beggared by orderliness. True nature creates combinations to defeat naturalism. There will always be on the table, if you look, a vase of intentions.<br />
Wherever you go, there will be nothing but lines and surface rhythms. Then let never will speak word. For we all live as happily with the dead as with the unborn. Nearer to the heart of creation than is usual, but not near enough. Reality will be invisible always. The visible world will be nothing but a special case, the very one we have come here to overthrow. After the die of fate is cast – and who is it says it has not been – it is pointless to tolerate anything inferior.<br />
Perspective then will make you yawn, opening a hole in nature. While the dark shades of the landscape visible through the film are nevertheless full of promise, the cast is still weak at the top. The contracted pages are to be rigorous and substantive. But the words devolve to be persistent and unique. No element is dominant that wants to allow the cultivation of change. The idea among others of love and its concomitant rime took too great a hold on everyone, its program of everlasting appeal, that the chance for greater inclusion would have to be squandered by the more willful deliberation to fantasy and drive. Independence would be the interim fake name for all these new states.<br />
What a lot of things, after all, would be required of us to make art. What a lot of things besides being a maker of art an artist would have to be, in order to make art. To make that which made visible, they believed, that which was not. Some kind of enclosure, some initial fence or extra latch, seemed to be the necessary first step.<br />
But now imagine that you have been dead for many years and that at long last you are permitted once more to glimpse the earth. And all you can see is an old dog, cocking a leg against a lamp post or wall. Still you can&#8217;t help sobbing with emotion. Because of this my light burns sometimes so hot that to most people it seems even to lack warmth. Like the festive evil it could be said – it could be drawn – of a zeppelin flying over a cathedral. But I am absent.<br />
I do not belong to the species. Though my sun and chair are necessary, I remain here dumb and bristling, in a suburb of children. Let the sentries comment later on the hospitality of the region. Though the species is in me, I am neutral.</small></p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>Endscape</strong></em></p>
<p>&#8230; l&#8217;ultimo sgorgo di colore va a riposo. Polle squadrate mormorate sotto i loro puntelli a creare un movimento che sfumava in altro quasi. Le rocce lì accanto mantenevano il loro apparente riposo leggermente fuori vista. Qualche cosa piccola faceva in modo da svicolarvi sopra un minuto dopo, poi stavano immobili. Poi sembrava che lì non ci fosse nulla. Dove sorgeva un debole mormorio, memore di una promulgazione anteriore, cessata da tempo, dopo una durata immisurabile, a coprire da dietro ogni cosa, un argine sfaldandosi scivolava senza suono nella fossa – per un attimo, un pezzo di una qualche prova che non sarà mai più registrata né pensata. Poi spariva anche quello.</p>
<p>La notte stanotte era la stessa notte che era. Domani la luce frugherebbe qua e là la stessa scena, come ha sempre fatto. Ieri era un nuovo giorno.</p>
<p style="text-align: center;"><small><em>Endscape</em></small></p>
<p style="text-align: left;"><small><em> </em><br />
&#8230; the last surge of color settled to rest. Squarish pools murmured under their stanchions, making a movement that was almost another color. Rocks nearby kept their seeming repose a trifle out of sight. Some little thing made as though to sidle onto one of them in another minute, then it remained still. Then there seemed that there was nothing there. Where a faint humming rose, reminiscent of some previous enactment, long ceased, after an immeasurable duration, over against the back of everything, a disintegrating bank slid silently into the fosse – for a moment a floating hunk of some evidence no longer to be recorded or guessed at. Then it too was gone.<br />
The night this night was the same night as before. Tomorrow the light would rummage through the same scene, as it has always done. Yesterday was a new day.</small></p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>Postfazione</strong></em></p>
<p style="text-align: right;"><small><em>[...] ritengo l&#8217;impresa della poesia musicale e grafica a un tempo, più che letteraria. Perché è tanto più illuminante e divertente [amusing] (MUSICA/MOSAICO, che appartiene alle Muse) comporre la lingua o dipingere la poesia, che non limitarsi a scriverle.<br />
Così un libro dovrebbe essere profondo come un museo e vasto come il mondo.</em></small></p>
<p>Questo scrive Stephen Rodefer nella sua prefazione a <em>Quattro conferenze</em> [Four Lectures, 1982] – e ci si potrebbe quasi fermare qui. L&#8217;approccio musicale e sinestesico alla parola, la variazione etimologica o presunta tale che apre inaspettate direzioni di senso (viene da pensare all&#8217;uso proliferante delle “notine” nel <em>Klavierstück IX</em> di Stockhausen), il costante, studiatissimo salto di registri, la lucida coscienza – di esplicita matrice modernista – del dato storico e dei mille modi per ignorarlo, aggirarlo, rimetterlo in discussione, “farlo nuovo”; tutti i tratti essenziali della poesia di Rodefer vi sono contenuti, con ammirevole chiarezza di autopercezione.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/WWGb4Pm2iac&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/WWGb4Pm2iac&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Le due sequenze che presento declinano in modi diversi queste caratteristiche.</p>
<p>Le <em>Quattro conferenze</em> sono un oggetto abnorme, che anche a livello materiale si maneggia con difficoltà (basti pensare che, benché da molti siano considerate il capolavoro di Rodefer, è risultato impossibile includerle nel recente <em>Selected Poems</em>): quattro lunghissime, torrenziali ricognizioni del mondo, infarcite di citazioni esplicite e criptate, lapsus, spezzoni di frase come se ne orecchiano per strada o al bar, meditazioni in apparenza svagate sull&#8217;arte e sull&#8217;esistere&#8230; Sono strumenti espressivi che derivano in modo molto diretto dalla poesia di Frank O&#8217;Hara, ma anche da certo Bukowski – una radicale trasversalità, indifferente a ogni nozione di scuola, è in effetti una delle grandi qualità di Rodefer; ma a questi si aggiunge un forte senso di instabilità del linguaggio e dei soggetti dell&#8217;enunciazione. Questa è spesso indeterminata, sempre frammentaria, mai univoca; al tempo stesso malgrado e grazie a questi procedimenti, Rodefer ottiene effetti in apparenza non conciliabili di pathos freddo, rilievo catastale su una catastrofe imminente.<br />
Di questo libro va anche sottolineato il forte valore <em>resistenziale</em>. Apparso all&#8217;indomani della prima elezione di Ronald Reagan a Presidente degli Stati Uniti, si colloca in opposizione netta alla – in parte conseguente – ondata di ritorno all&#8217;ordine che in quegli anni investiva ogni campo delle arti. Traversante tutte le presunte coppie contrastive della creazione (figurativo / astratto, tonale / atonale, scritto / orale, linearità / verticalità sintattica), la scrittura di <em>Quattro conferenze</em> indica mille e mille modalità possibili della non acquiescenza ai multiformi Poteri che pretendono di <em>dittare</em> – che si scriva “sotto dittatura” – l’immaginario.</p>
<p>Pubblicate poco meno di dieci anni dopo, le prose di <em>Durata passante</em> [Passing Duration, 1991] modulano in altri modi queste stesse esigenze, arricchite da un ulteriore aspetto fondante dell&#8217;attività di Rodefer: la traduzione. La semplice lista degli autori che nel corso degli anni Rodefer ha tradotto e/o transcreato parla da sé, in termini di <em>profondità del museo</em> (l&#8217;esatto opposto, cioè, di “museale”) di cui il poeta ha scelto di disporre: Lucrezio, Saffo, Dante, Villon, Baudelaire, Hölderlin, Rilke e, in francese, proprio O&#8217;Hara.<br />
In particolare, <em>Durata passante</em> è fondato su riscritture della <em>Commedia</em> e dei diari di Paul Klee. L&#8217;andamento memoriale, spesso elegiaco che lo sostiene, non esclude né l&#8217;invettiva politica (“Ricchezze”) né l&#8217;impavido assalto “delirante” all&#8217;irriducibile complessità del reale (“Cacciando”). Soprattutto, queste prose sviscerano l&#8217;abissale serietà del riso, scagliano sulla pagina il lato burlesco della più sentita passione amorosa, svelano la transitorietà dello spericolato citare gli Antichi. E l&#8217;indicibile, il sintatticamente indecidibile di tutto ciò.<br />
Ne deriva una trasognata estaticità terrena che, come ogni cosa destinata a sparire, <em>non cessa di durare</em>.</p>
<p style="text-align: center;">§</p>
<p>Voglio concludere con un aneddoto per me molto importante. Nel corso dei miei primissimi contatti con la poesia di Rodefer, avevo voluto verificare cosa di lui fosse disponibile in Italia o in italiano. Poche mie ricerche furono più rapide: non c&#8217;è niente. Tranne che saltò fuori, dal catalogo <em>online</em> dell&#8217;Università degli Studi di Milano, proprio una copia della leggendaria e introvabile (anche negli Stati Uniti) prima edizione di <em>Four Lectures</em>: appartiene al Fondo Antonio Porta e sulla scheda è annotato “con dedica autografa dell&#8217;Autore”.<br />
Non ho idea di quali rapporti ci siano stati tra Antonio Porta e Stephen Rodefer. Ma voglio immaginare questa piccola edizione italiana del poeta statunitense anche come la ripresa di un discorso che sarebbe potuto esistere, o brutalmente interrotto.<br />
Il presente davvero è profondo come una biblioteca. Chiede solo di uscire e di spandersi a divorare il mondo.</p>
<p style="text-align: right;">A. R.</p>
<p><small>Stephen Rodefer (1940) è l’autore, tra l’altro, di <em>One or Two Love Poems from the White World</em> [Un paio di poesie d'amore dal mondo bianco], Pick Pocket, 1976, <em>VILLON</em> di Jean Calais (pseudonimo), Pick Pocket, 1976, <em>The Bell Clerk&#8217;s Tears Keep Flowing</em> [Le lacrime del fattorino continuano a scorrere], The Figures, 1978, <em>Four Lectures</em> [Quattro conferenze], The Figures, 1982 (vincitore dell’American Poetry Center’s Annual Book Award), <em>Oriflamme Day</em> [Giorno dell’orifiamma], con Ben Friedlander, House of K, 1984, <em>Emergency Measures</em> [Misure d’urgenza], The Figures, 1987, <em>Passing Duration</em> [Durata passante], Burning Deck, 1991, <em>Leaving</em> [Partendo], Equipage, 1992, <em>Erasers</em> [Per cancellare], Equipage, 1994, <em>Left Under A Cloud</em> [Lasciato sotto una nuvola], Alfred David Editions, 2000 e <em>Mon Canard: Six Poems</em> [Mon Canard. Sei poesie], The Figures, 2000.<br />
Una selezione della sua opera è raccolta in <em>Call It Thought: Selected Poems</em> [Chiamalo pensiero. Poesie scelte], a cura di Rod Mengham, Carcanet, 2008.<br />
Gli è stato dedicato un numero del quadrimestrale di letteratura <em>Chicago Review</em> (54:3, 2009).<br />
Oltre a Villon, Rodefer ha tradotto Saffo e i lirici greci, Catullo, Lucrezio, Dante, Baudelaire, Rilke, Frank O’Hara e il poeta cubano Noel Nicola.</small></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/rodefer-fuck-death1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-34978" title="rodefer fuck death" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/rodefer-fuck-death1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/28/murene-il-primo-volume/">Murene, il primo volume</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Questo libro è un altro</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 08:51:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;">Roma, giovedì <strong>4 marzo</strong> 2010, alle <strong>ore 20:00</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong></strong>al<strong> Beba do Samba<br />
</strong>via de’ Messapi 8</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.bebadosamba.it/" target="_blank">http://www.bebadosamba.it/</a></p>
<p style="text-align: center;">
</p><p style="text-align: center;"><em>ce livre est un autre</em></p>
<p style="text-align: center;">questo libro è un altro</p>
<p style="text-align: center;"><strong>:</strong></p>
<p style="text-align: center;">gli autori di <strong><em>Prosa in prosa</em></strong> (Le Lettere, 2009) presentano il libro</p>
<p style="text-align: center;">visto attraverso letture di altri libri (francesi e inglesi: in traduzione italiana)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>=</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>&#62;&#62;&#62;</strong> Marco <strong>Giovenale</strong>, Andrea <strong>Raos</strong>, Michele <strong>Zaffarano</strong> <strong>&#60;&#60;&#60;</strong></p>
<p style="text-align: center;">(e, in absentia, Bortolotti, Broggi e Inglese)</p>
<p style="text-align: center;">
</p><p style="text-align: center;">leggeranno da</p>
<p style="text-align: center;">
</p><p style="text-align: center;"><em>Marte ha bisogno di terroristi</em>, di <strong>K.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/04/questo-libro-e-un-altro/">Questo libro è un altro</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Roma, giovedì <strong>4 marzo</strong> 2010, alle <strong>ore 20:00</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong></strong>al<strong> Beba do Samba<br />
</strong>via de’ Messapi 8</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.bebadosamba.it/" target="_blank">http://www.bebadosamba.it/</a></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><em>ce livre est un autre</em></p>
<p style="text-align: center;">questo libro è un altro</p>
<p style="text-align: center;"><strong>:</strong></p>
<p style="text-align: center;">gli autori di <strong><em>Prosa in prosa</em></strong> (Le Lettere, 2009) presentano il libro</p>
<p style="text-align: center;">visto attraverso letture di altri libri (francesi e inglesi: in traduzione italiana)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>=</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>&gt;&gt;&gt;</strong> Marco <strong>Giovenale</strong>, Andrea <strong>Raos</strong>, Michele <strong>Zaffarano</strong> <strong>&lt;&lt;&lt;</strong></p>
<p style="text-align: center;">(e, in absentia, Bortolotti, Broggi e Inglese)<span id="more-31570"></span></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">leggeranno da</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><em>Marte ha bisogno di terroristi</em>, di <strong>K. Silem Mohammad</strong><br />
<em>62 unità di prosa scritte da malato</em>, di <strong>Rodrigo Toscano</strong><br />
<em>Scusi, la strada per Pondicherry?</em>, di <strong>Jean-Michel Espitallier</strong><br />
<em>Davy Crocket o Billy the Kid avranno sempre un po’ di coraggio</em>, di <strong>Olivier Cadiot</strong><br />
<em>Ma ci posso campare?</em>, di <strong>Jeff Derksen</strong><br />
<em>7 anacronismi</em>, di <strong>Christophe Tarkos</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">(volumi editi dalla collana ChapBook, dell’editore milanese Arcipelago)</p>
<p style="text-align: center;">cfr.<strong> <a href="http://gammm.org/index.php/chap/" target="_blank">http://gammm.org/index.php/chap/</a></strong></p>
<p style="text-align: center;">su facebook: <a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=333730658373&amp;ref=mf" target="_blank">http://www.facebook.com/event.php?eid=333730658373&amp;ref=mf</a></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">introduce l’incontro:<br />
<strong>Fabio Orecchini</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">*  *  *</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/04/questo-libro-e-un-altro/">Questo libro è un altro</a></p>
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		<title>Prosa in prosa all&#8217;ESC (Roma)</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 05:15:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Prosa_in_prosa_Cover.jpg"></a> Roma, martedì <strong>16 febbraio</strong> 2010, alle <strong>ore </strong><strong>20:30</strong></p>
<p>presso ESC Atelier Autogestito</p>
<p>via dei Volsci 159  [San Lorenzo]</p>
<p>nell’ambito del progetto EscArgot _ scrivere con lentezza</p>
<p>presentazione di</p>
<p>PROSA IN PROSA</p>
<p>(Le Lettere, 2009 &#8211; collana <em>fuoriformato</em>)</p>
<p>saranno presenti gli autori:</p>
<p>Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale,</p>
<p>Andrea Inglese, Andrea Raos, Michele Zaffarano</p>
<p>coordinamento e interventi critici di Andrea Cortellessa</p>
<p></p>
<p style="text-align: center;">*  *  *</p>
<p>Un libro a sei voci – Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Andrea Raos, Michele Zaffarano – vuole fare il punto – in modo “militante”, di parte – su una forma di scrittura da qualche tempo divenuta molto attuale e discussa, anche in Italia: la poesia in prosa, dando luogo, da subito, a qualcosa di nuovo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/16/prosa-in-prosa-allesc-roma/">Prosa in prosa all&#8217;ESC (Roma)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Prosa_in_prosa_Cover.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-30479" title="Prosa_in_prosa_Cover" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Prosa_in_prosa_Cover-231x300.jpg" alt="" width="231" height="300" /></a> Roma, martedì <strong>16 febbraio</strong> 2010, alle <strong>ore </strong><strong>20:30</strong></p>
<p>presso ESC Atelier Autogestito</p>
<p>via dei Volsci 159  [San Lorenzo]</p>
<p>nell’ambito del progetto EscArgot _ scrivere con lentezza</p>
<p>presentazione di</p>
<p>PROSA IN PROSA</p>
<p>(Le Lettere, 2009 &#8211; collana <em>fuoriformato</em>)</p>
<p>saranno presenti gli autori:</p>
<p>Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale,</p>
<p>Andrea Inglese, Andrea Raos, Michele Zaffarano</p>
<p>coordinamento e interventi critici di Andrea Cortellessa</p>
<p><span id="more-30477"></span></p>
<p style="text-align: center;">*  *  *</p>
<p>Un libro a sei voci – Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Andrea Raos, Michele Zaffarano – vuole fare il punto – in modo “militante”, di parte – su una forma di scrittura da qualche tempo divenuta molto attuale e discussa, anche in Italia: la poesia in prosa, dando luogo, da subito, a qualcosa di nuovo. Dopo almeno centocinquant’anni di storia, questo genere non solo ha raggiunto una piena maturità ma può anche confrontarsi con la sua tradizione; può tentare di ripensarla criticamente. Il titolo lo suggerisce: dalla prosa si tratta di tornare (polemicamente, ironicamente) alla prosa stessa, e scoprire uno spazio diverso. È finito, con ogni evidenza, il periodo in cui il non-verso doveva innanzi tutto costringerci a riflettere sulle carenze del verso, sui confini del poetico, della poesia. La scrittura in prosa, forte di una consapevolezza spietata intorno all’impasse in cui la comunicazione letteraria in toto langue, interagisce con i generi del discorso istituzionalmente non-poetico: cronachismo, narratività, parlato informale. E, a ben guardare, di “poesia” in prosa qui non si può (più) propriamente parlare. Tra molti modi di intendere la poesia e molti di intendere la narrativa (dal racconto al romanzo), si apre un terzo spazio abitato da forme ancora differenti, che preferiamo definire “prosa in prosa”.</p>
<p style="text-align: center;">*  *  *</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/16/prosa-in-prosa-allesc-roma/">Prosa in prosa all&#8217;ESC (Roma)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Poesie e prose, 1999 &#8211; 2009</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 05:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Ghignoli</strong></p>
<p></p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/poesie-e-prose-1999-2009/">Poesie e prose, 1999 &#8211; 2009</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Ghignoli</strong></p>
<p><object style="width:420px;height:297px" ><param name="movie" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml&amp;showFlipBtn=true&amp;documentId=100131164533-e34d9ee0eef24c3ab6623b3e14bdd63d&amp;docName=xandrea_ni_a.ghignoli2&amp;username=nazioneindiana&amp;loadingInfoText=poesie%20e%20prose&amp;et=1264956488308&amp;er=24" /><param name="allowfullscreen" value="true"/><param name="menu" value="false"/><embed src="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" menu="false" style="width:420px;height:297px" flashvars="mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml&amp;showFlipBtn=true&amp;documentId=100131164533-e34d9ee0eef24c3ab6623b3e14bdd63d&amp;docName=xandrea_ni_a.ghignoli2&amp;username=nazioneindiana&amp;loadingInfoText=poesie%20e%20prose&amp;et=1264956488308&amp;er=24" /></object></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/08/poesie-e-prose-1999-2009/">Poesie e prose, 1999 &#8211; 2009</a></p>
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		<title>CARTADITALIA, i primi due numeri</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 14:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em> Dal 2009 l&#8217;<strong><a href="http://www.iicstockholm.esteri.it/IIC_Stoccolma">Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma</a> </strong>pubblica il semestrale bilingue Cartaditalia, dedicato alla cultura italiana contemporanea. Durante l&#8217;anno appena trascorso sono usciti i primi due numeri, incentrati rispettivamente sul romanzo e sulla poesia. I pdf con copertina, indice, editoriale e un breve estratto dei contenuti, sono scaricabili in fondo a questo post.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/21/cartaditalia-i-primi-due-numeri/">CARTADITALIA, i primi due numeri</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="" src="http://www.iicstockholm.esteri.it/NR/rdonlyres/F3C8DB49-58DF-4A21-A609-64BD4463B009/60788/cartaditalia_num_4.JPG" class="alignleft" width="236" height="292" /><em> Dal 2009 l&#8217;<strong><a href="http://www.iicstockholm.esteri.it/IIC_Stoccolma">Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma</a> </strong>pubblica il semestrale bilingue Cartaditalia, dedicato alla cultura italiana contemporanea. Durante l&#8217;anno appena trascorso sono usciti i primi due numeri, incentrati rispettivamente sul romanzo e sulla poesia. I pdf con copertina, indice, editoriale e un breve estratto dei contenuti, sono scaricabili in fondo a questo post. I prossimi due numeri, previsti per la primavera e l&#8217;autunno 2010, riguarderanno il cinema e il teatro.</em> <span id="more-28973"></span></p>
<p><strong>CARTADITALIA </p>
<p>Rivista di cultura italiana contemporanea<br />
pubblicata dall’Istituto Italiano di Cultura<br />
“C. M. Lerici” di Stoccolma</strong></p>
<p>Direttore: <strong>Paolo Grossi</strong></p>
<p>Comitato scientifico: Pérette-Cécile Buffaria, Guido Davico Bonino, Maurizio Ferraris, Jean A. Gili, Claudio Magris, Vittorio Marchis, Enrico Morteo, Carlo Ossola, Gilles Pécout, Salvatore Silvano Nigro, Martin Rueff, Nicola Sani, Domenico Scarpa, Antonio Tabucchi, Gianfranco Vinay.</p>
<p>Redazione: Istituto Italiano di Cultura “Carlo Maurilio Lerici”<br />
Gärdesgatan 14<br />
11527 Stockholm<br />
Tel. 0046 (0) 8 54 58 57 60 &#8211; Fax 0046 (0) 8 54 58 57 69<br />
Posta elettronica: iicstockholm@esteri.it<br />
Sito: <a href="http://www.iicstockholm.esteri.it/IIC_Stoccolma">www.iicstockholm.esteri.it</a></p>
<p>Progetto grafico: Pio Barone Lumaga e Charles Greneby</p>
<p>Stampa: Mediagallerian, 16102 Bromma</p>
<p>La rivista CARTADITALIA è pubblicata nell’ambito del Programma Educativo 2009 promosso dall’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma con il contributo della Fondazione “Carlo Maurilio Lerici”.</p>
<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/Cartaditalia-Numero-1.pdf'>Cartaditalia Numero 1</a> </p>
<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/Cartaditalia-Numero-2.pdf'>Cartaditalia Numero 2</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/21/cartaditalia-i-primi-due-numeri/">CARTADITALIA, i primi due numeri</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Appunti sulla poesia in prosa e/o viceversa</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 09:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Simonelli</strong></p>
<p>Poema in prosa? Prosa poetica? Come si chiama quella roba che i poeti scrivono senza andare a capo? E perché un poeta (che in genere si avvale di unità versali per comporre un testo) prende a scrivere tutto di seguito?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/07/appunti-sulla-poesia-in-prosa-eo-viceversa/">Appunti sulla poesia in prosa e/o viceversa</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Simonelli</strong></p>
<p>Poema in prosa? Prosa poetica? Come si chiama quella roba che i poeti scrivono senza andare a capo? E perché un poeta (che in genere si avvale di unità versali per comporre un testo) prende a scrivere tutto di seguito? È poi vero che questo famigerato <em>poème en prose </em>sia più praticato all&#8217;estero che in Italia? Partiamo da Baudelaire col suo <em>Le Spleen de Paris</em> e muoviamoci verso le versificazioni futuriste più di rottura, procediamo in direzione de <em>La Notte </em>campaniana ed esploriamo alcune scritture del nostro &#8217;900 oggi fra le più  trascurate dai lettori come quelle di Jahier e Gatto. È questo il percorso della prima parte di un saggio di <strong>Paolo Giovannetti </strong><em>Dalla poesia in prosa al rap – Tradizioni e canoni metrici nella poesia italiana contemporanea </em>uscito l&#8217;anno scorso da Interlinea. <span id="more-26958"></span>Giovannetti, oltre ad essere un ineccepibile studioso e conoscitore della poesia italiana, è un critico che ha il pregio di esprimersi con estrema e studiata chiarezza di linguaggio, pregio che lo rende accessibile anche ad un pubblico non necessariamente di studiosi o accademici. Tuttavia i suoi studi non hanno un carattere divulgativo, anzi, sono ricerche rigorose che spaziano dalla ricerca sulla tradizione della poesia italiana alle forme contemporanee e limitrofe come, nel caso di questo saggio, la canzone d&#8217;autore o il rap intesi come forma di linguaggio artistico. Giovannetti, per sparare un po&#8217; di nomi, ha dedicato pagine a Caparezza e a Frankie HI NRG. </p>
<p><em>Dalla poesia in prosa al rap</em> risponde ad alcune delle nostre domande iniziali. Ma noi potremmo idealmente allungare il tragitto del <em>prose poem </em>italiano sia esso di ispirazione lirica, con intenti narrativi, con aderenze sperimentali o semplicemente espedienti grafici. In questo caso si dovrà attraversare l&#8217;ampio territorio della neo-avanguardia e passare per molti luoghi testuali di Amelia Rosselli, Giampiero Neri e Valerio Magrelli spingendoci oltre Antonella Anedda, Gabriele Frasca,  Tommaso Ottonieri e moltissimi altri  per incontrare due autori nati negli anni &#8217;70 capaci di dimostrare che questa non-forma, questo ibrido potenziale, questo “grado zero della metrica” è tutt&#8217;ora vivo e vegeto nonché praticato.</p>
<p><em>Tecniche di basso livello </em>di <strong>Gherardo Bortolotti </strong>(Lavieri, 2009) è una raccolta di prose binarie non progressive: i blocchi di testo disposti a due a due sulla pagina, in coppie apparentemente slegate tra loro, sembrano seguire una numerazione casuale e contribuiscono anche visivamente a creare nel lettore uno spaesamento iniziale. Nelle “regioni periferiche del benessere” di una città senza centro e senza identità si muovono dei personaggi-nomi (hapax, bgmole, eve: solo il <em>nickname</em> sembra differenziarli) alle prese con un quotidiano continuamente declinato in un tempo imperfetto: si crea così una sorta di epica remota di eventi comuni; una scrittura che parla da un non meglio identificato “dopo”, un&#8217;epoca contemporanea vista attraverso uno specchio convesso che la rende lontanissima, quasi residuo memoriale d&#8217;un brandello di sopravvissuti a una catastrofe mai identificata, mai nominata. Come ne <em>L&#8217;anno scorso a Mariembad </em>i personaggi si muovono in una dimensione temporale ambigua, bloccata in un passato che potrebbe tranquillamente essere il nostro presente, ogni movimento ed ogni azione generano ripercussioni psicologiche riprese da un narratore onnisciente che inquadra un livello interno, più che basso. Bortolotti usa una costruzione sintattica complessa che spesso prende avvio da dati concreti per poi svilupparsi e riverberare, tramite analogia, nella coscienza dei protagonisti. Il risultato è un poema muto e corale sullo spaesamento, brani di realtà compressa sul punto di essere dimenticata che sopravvivono in dettagli, in abitudini, in gesti casuali la cui importanza sembra rivelarsi decisiva solo a posteriori. </p>
<p>Oltre ad essere scrittore in proprio, Bortolotti svolge anche l&#8217;attività di <em>editor</em> curando la collana <em>Chapbooks</em> dell&#8217;editore Arcipelago, collana in cui è uscito <em>nuovo paesaggio italiano </em>di <strong>Alessandro Broggi</strong>, altro libro in cui il non-metro sembra essere il punto di partenza per la ricerca e la messa in pratica di nuove forme su cui poi praticare un movimento di variazione o reiterazione. </p>
<p><em>Inezie</em>, uno dei primi lavori di Broggi (Lietocolle 2002) fu, forse non a caso, prefato da Giampiero Neri. Ha fatto seguito il progetto <em>Quaderni aperti </em>nel <em>Nono quaderno italiano di poesia contemporanea </em>(Marcos y Marcos, 2007): il lavoro di Broggi si distingue per un preciso intento neutrale; una cronaca paratattica di fatti, di appunti che sembrano presi e fissati sulla pagina in previsione di un ulteriore sviluppo a cui il lettore non ha accesso, un occhio esterno che in poche frasi registra l&#8217;essenza di un&#8217;esperienza o di un personaggio accostando oggetti tangibili e disparati. <em>Nuovo paesaggio italiano </em>si compone di 29 testi, ognuno intitolato <em>“nuova situazione”</em>, suggerendo l&#8217;ipotesi di una successione che in realtà viene continuamente elusa. Ogni testo, diviso mediamente in due o tre brevi paragrafi, è incentrato su un personaggio diverso. Spesso è il personaggio stesso a parlare, a nominarsi, a descriversi; altrove un occhio coinvolto ne introduce le vicende. Dalla malinconia alla mancata maternità, dal lutto all&#8217;insicurezza, dall&#8217;amore alla solitudine, la sintesi estrema di Broggi costruisce personaggi capaci di suggerire, tramite uno stretto giro di battute, tutto il peso della propria vicenda esistenziale. Si tratta di una tecnica raffinata e tagliente: eroi apparentemente banali in autoritratti minimalisti che pure esprimono tutta la complessità psicologica dei personaggi di un romanzo. </p>
<p>Scorrendo le bibliografie di Broggi e Bortolotti, possiamo constatare che gran parte del loro lavoro è stato sviluppato e pubblicato nell&#8217;area di contaminazione per eccellenza: la rete. A questo punto viene da domandarsi se il cosiddetto <em>prose poem</em>, praticato da questi come da altri autori contemporanei, possa essere considerato non solo come recupero di una forma/non-forma legata, come abbiamo visto, alla tradizione letteraria, ma anche come conseguenza di una modalità di scrittura digitale, una sorta di <em>forma-post </em>(dove quest&#8217;ultimo termine andrà interpretato nella duplice accezione di “ciò che viene dopo” e “testo pubblicato <em>online</em>”). Un <em>post</em> (almeno agli albori del fenomeno <em>blog</em>) deve rispondere in qualche modo a delle caratteristiche ben precise, prima fra tutte la brevità (onde non affaticare gli occhi del lettore/fruitore); un <em>post</em> si inserisce come una <em>entry</em> di matrice diaristica in un <em>blog</em> e quindi porta con sé, se non proprio l&#8217;intento, almeno l&#8217;impressione di una serialità potenziale; infine (mero dato pratico che potrebbe avere il suo peso in un&#8217;eventuale e più sistematica ricerca) il verso non si adatta facilmente al linguaggio html, necessita di continui inserimenti di a capo e non sempre le spaziature multiple sono inseribili (solo in tempi recenti le piattaforme sono diventate più intuitive e permettono la pubblicazione di testualità altre, diverse dalla <em>entry</em> in prosa). </p>
<p>Si tratta ovviamente di ipotesi tutte da verificare. E sappiamo che ne avremo presto l&#8217;occasione: presso Le Lettere di Firenze è appena uscito <em>Prosa in prosa</em>, libro che contiene, oltre a testi di Broggi e Bortolotti, anche quelli di Andrea Inglese, Marco Giovenale, Michele Zaffarano e Andrea Raos; le note di lettura sono di Antonio Loreto e l&#8217;<em>Introduzione</em> è curata proprio da Paolo Giovannetti. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/07/appunti-sulla-poesia-in-prosa-eo-viceversa/">Appunti sulla poesia in prosa e/o viceversa</a></p>
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		<title>Cinque brevi</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 09:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[emanuele kraushaar]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.emanuelek.it"><strong>Emanuele Kraushaar</strong></a></p>
<p><a href="null"></a><strong>La palla</strong></p>
<p>La cosa che più mi riusciva fare nella vita era la palla.<br />
Mia moglie l’ho conquistata così. Attorcigliandomi su me stesso, con la testa attaccata al sedere e rotolandomi per la strada, veloce e senza sbavature.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/04/cinque-brevi/">Cinque brevi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.emanuelek.it"><strong>Emanuele Kraushaar</strong></a></p>
<p><a href="null"><img alt="" src="http://img689.imageshack.us/img689/50/immagineperni.jpg" class="alignleft" width="200" height="200" /></a><strong>La palla</strong></p>
<p>La cosa che più mi riusciva fare nella vita era la palla.<br />
Mia moglie l’ho conquistata così. Attorcigliandomi su me stesso, con la testa attaccata al sedere e rotolandomi per la strada, veloce e senza sbavature.<br />
Luminoso.<br />
Ero così quando facevo la palla.<br />
Mia moglie mi chiedeva sempre di fare la palla, quando stavamo in giardino e giocavamo con la nostra cagnolina Lisistrata. <span id="more-25635"></span><br />
Come correva Lisi quando facevo la palla e rotolavo sull’erba! Anche quando pioveva mia moglie mi chiedeva di fare la palla.<br />
Una volta che eravamo alla casa al mare e c’era il temporale, mia moglie ha spento la tv di colpo, abbiamo preso Lisistrata e siamo andati sulla spiaggia.<br />
Io mi sono attorcigliato e ho incominciato a rotolare sul bagnasciuga. Mia moglie mi guardava e sembrava ci fosse il sole, anche se pioveva di brutto e c’erano i fulmini.<br />
Lisistrata tremava e non mi rincorreva e fissava il mare che per lei era un mostro nero.<br />
Io però continuavo a rotolare, perché sapevo che mia moglie era felice.<br />
Non capivo esattamente le sue sensazioni, ma io quando facevo la palla mi sentivo dio.<br />
Anche quando mia moglie si è messa ad urlare che Lisi stava male, io non mi sono fermato, perché sapevo che mi voleva lì, a rotolare sulla spiaggia all’infinito.</p>
<p><strong>Gene Hackman</strong></p>
<p>In televisione c’è un film con Gene Hackman. Fuori piove, non ho certezze per la settimana che viene, tutto fuori dalla finestra sembra nero e senza contorni. Apro una birra, prendo un pacchetto di pistacchi e mi butto sul letto.<br />
Gene Hackman fa l’avvocato, ha uno studio stupendo a Manhattan, ha un manipolo di segretarie, ha una moglie bellissima, ha una bella amante, ha un rivale che riesce a mettere all’angolo, ha una serie di persone che riesce a mettere all’angolo.<br />
Mette tutti all’angolo Gene Hackman in questo film. Anche io, immobile sul letto, pendo dalle sue labbra, dalle sue occhiate, dal suo incedere imponente negli uffici. Falcate veloci, sorrisi sfuggenti, bicchieri di whisky bevuti a metà, rapidità di linguaggio. Tutti all’angolo.<br />
Dice che guadagna molto, dice all’altro, al giovane, di aumentare la parcella, di farsi furbo. I soldi vanno e vengono, dice, o forse quello lo penso io.<br />
Tutto si sistema, questo afferma Gene Hackman, che rassicura tutti. E la sua energia sembra uscire fuori dallo schermo.<br />
Avrei bisogno di Gene Hackman accanto a me, che mi scuotesse le spalle e mi dicesse dove andare, cosa fare, perché “devi fare questo e questo, devi muoverti così, in questo modo, questo no, non farlo, qui sbagli, qui devi fare così, vai lì, non andare là”.<br />
Di colpo spengo la televisione, guardo dalla finestra.<br />
Fuori non ci sono i grattacieli, non ci sono gli studi degli avvocati, non ci sono nemmeno i barboni, che laggiù muoiono nella morsa del freddo.<br />
“Non c’è salvezza” penso e incomincio a tirare i gusci dei pistacchi contro il televisore. La birra si rovescia sul letto.<br />
Quando il buio scomparirà e sarà di nuovo mattina, fuori dalla finestra vedrò la solita luce rimbalzare sui vecchietti incollati alle panchine, sui gatti che fissano il vuoto e sul niente che mi circonda ad ogni respiro.</p>
<p><strong>Tutto o quasi</strong></p>
<p>Sono giorni che sono tappato in casa a studiare un testo sacro che mi è stato consigliato dal mio nuovo amico Raniero.<br />
Lui dice di aver capito tutto o quasi. Riguardo a tutto o quasi. Credo abbia detto proprio una cosa del genere. Ma non ricordo bene, perché sono passati molti giorni. Comunque non è facile andare avanti. A volte spengo la luce di colpo, chiudo gli occhi e mi sento scomparire nel buio.<br />
Ieri mi è sembrato di sentire la voce di Raniero che diceva: “Cerca di trovare la spina dorsale del libro”.<br />
Non so se sia il caso di fermarsi e mollare.<br />
Ma forse è da quando ho iniziato a studiare questo libro immenso che ho mollato tutto e mi sono fermato.<br />
A volte mi scordo di mangiare, di dormire, perdo quasi la cognizione del tempo e del mio corpo.<br />
Telefono a Raniero per chiedergli un consiglio.<br />
“È in settimana bianca con gli amici” mi dice la moglie con la voce tremante. Ma poi in lontananza sento dire: “Ti ho detto mille volte di staccare il telefono”.<br />
Allora attacco e decido di andare da lui.<br />
Quando apro la porta del mio studio, vedo mia moglie con la cornetta in mano, rannicchiata in un angolo, che mi fissa spaventata. </p>
<p><strong>Puntini neri</strong></p>
<p>Da qualche anno sono fissato con la pulizia. Vivo in una casa molto piccola, bianca e con una sola finestra che dà sulla strada. Ci sono una sedia, un divano, un letto, una cucina microscopica, un telefono che non uso mai, perché non ho nessuno da chiamare e nessuno mi chiama.<br />
Ho una televisione che sta sempre accesa, ma l’audio è rotto e immagino dialoghi che non esistono.<br />
Quello che mi interessa è che sia tutto pulito, che il bianco delle piastrelle risplenda e che io veda una mia ombra d’immagine quando cammino.<br />
Da un paio di giorni, sul pavimento sono comparsi dei puntini neri, che non riesco a mandare via. Sono al limite dell’invisibile e ho il sospetto che siano un’allucinazione.<br />
In televisione c’è una donna molto anziana che parla e tante persone che ascoltano.<br />
Nella mia testa dice: “Tutto deve essere pulito, tutto deve essere bianco e anche quei puntini neri devono essere eliminati”.<br />
La sua voce è sgradevole e le sue parole arrivano come comandi.<br />
So che è solo dentro di me e che se l’audio del televisore funzionasse, dalla sua bocca uscirebbero altre cose. Ma di questo, in effetti, non sono sicuro.<br />
Come non sono sicuro che quei puntini neri esistano veramente.<br />
E mentre cerco di toglierli con le unghie, mi sento morire, quasi strozzato dal bianco soffocante delle pareti.</p>
<p><strong>Dove siamo</strong></p>
<p>Milly dice che ha da fare.<br />
Per questo chiamo Anselmo, ma Anselmo non risponde.<br />
Figurati se risponde la domenica, penso. E sbatto il telefono.<br />
Poi chiamo Corrado Svenni. La madre dice che non c’è.<br />
“Se ne è andato di casa. Ieri. È successo ieri”.<br />
Mi dice così la madre di Corrado e, dopo che chiedo il perché, attacca.<br />
C’è un gran sole e vorrei tanto uscire, ma da solo non metto mai il naso fuori casa.<br />
Potrei chiamare anche il tipo che si maschera da scoiattolo, quello che si diverte a morsicare le turiste per via del Corso.<br />
Però non mi va di andare al Tridente. Vorrei farmi un giro dalle parti di Santa Croce in Gerusalemme e nascondermi in qualche chiesetta buia a pregare o a pensare.<br />
Poi d’impulso rifaccio il numero di Corrado Svenni.<br />
“È da Simone Rubecchi” mi dice la madre.<br />
“Non è scappato di casa?” chiedo.<br />
“Stai scherzando?” così lei.<br />
In quel momento mi accorgo che sono io Simone Rubecchi, che Corrado Svenni è di là e che c’è anche Anselmo. Sono tutti nella sala di casa mia e il sole sta scappando dalla città.<br />
Capisco che quando entro come un palombaro in me stesso, in quel momento le persone e i pensieri si mischiano veloci nella mia testa ed io perdo il senso di me e degli altri e sento che tutti siamo anche un qualcosa di diverso, che spesso non siamo dove siamo, non parliamo la voce che abbiamo, non capiamo quello che facciamo o lo capiamo profondamente meglio.<br />
Questo penso, mentre appoggio la testa sulla mano sinistra, sperduto dentro me stesso, nell’angolo buio di una chiesa. E le macchine fuori non posso vederle, ma sono una lunga scia di luce quasi infinita.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/04/cinque-brevi/">Cinque brevi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>I libri</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/05/05/i-libri/</link>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2009 04:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Non ho letto nessun libro, o quasi, ne ho letti pochissimi, libri letti fino alla fine, tre o quattro, forse una decina, o poco più, in tutta la vita, da quando avevo cinque anni e lessi quel libro del bruco, il libro tutto traforato, con i buchi, perché il bruco vi era passato dentro, scavando, ad ogni pagina il bruco scavava, prima nella pagina della mela, poi nella pagina della lattuga, e perfino in quella della staccionata di legno, a meno che non confonda il libro del bruco con quello del tarlo, perché è in questo modo che si leggono pochissimi libri, si finisce per confonderli, o immaginarne altri, inesistenti, di cui ricordiamo però interi passaggi, descrizioni minuziose di paesaggi sottomarini, ma era un libro di aviatori, il titolo è quello di un libro di aviatori, abbandonato probabilmente alla terza pagina, ma poi si è immaginato un diverso finale, tutto per grandi meduse, polipi e grotte oceaniche, allora leggendo così poco, è necessario andare in cerca di altri libri, e meno riuscivo a leggere libri, più me ne procuravo, ho cercato di procurarmi una gran quantità di libri, nell’arco degli ultimi vent’anni sopratutto, in modo assiduo e costante, anche se ne ho potuti leggere davvero pochi,<br />
<br />
 in realtà mi è quasi impossibile leggere un libro, finire un libro è poi uno sforzo sovrumano, ma ne accumulo in gran quantità, libri di ogni tipo, soprattutto romanzi, e poesie, e saggi, saggi di filosofia, di critica letteraria, di antropologia, storia, linguistica, divulgazione scientifica, senza contare i libri di fumetti, i resoconti di viaggi celebri, i libri che ricostruiscono fatti di cronaca, o processi che sono stati ostacolati o insabbiati – devo avere due o tre libri sui processi di Piazza Fontana – libri anche di psicanalisi, di psichiatria, e anche studi su pittori, monografie di intellettuali, biografie, diari di scrittori, e dizionari, cataloghi di opere d’arte, volumetti di ciarlatani, eserciziari in dialetto, tutti libri che ho accumulato, spesso inavvertitamente, senza neppure un piano preciso, ma spinto da questa urgenza di leggere, di tentare di leggere, perché per riuscire a leggere è necessario avere un libro, possederlo, vederlo, tenerlo sottomano, in una libreria, o in giro per casa1, finché verrà il momento, non si sa bene in quale ora della giornata, se solo poco dopo l’acquisto, oppure una settimana, un intero mese, finché il libro lo si prende in mano, ce lo si porta dietro in un’altra stanza, lo si posa su di un tavolo, o ce lo si tiene in grembo seduti in poltrona, e quando lo si apre la lettura può iniziare, a meno che non suoni il telefono, o una sasso penetri nell’appartamento sfondando il vetro della finestra, o semplicemente il frontespizio del libro ci faccia venire in mente un’altra storia, una storia già letta, di quelle pochissime, che negli anni sono state alla fine lette, e allora smettiamo subito di leggere, è ormai troppo tardi, è molto più importante a quel punto ricordare bene la storia che si è già letta, quella dell’uomo carismatico in una città della Grecia antica, l’uomo con il problema al piede, che ha salvato una città, ma non si è salvato lui, per via del destino, chissà cos’altro si potrà ricordare, forse un vecchio servo, era un romanzo di servi e di re, o forse non era neppure un romanzo, per questo metto poi i libro da parte, per colpa del frontespizio, o del sasso, o della storia di quell’uomo con gravi difficoltà famigliari, quel re, che mi torna in mente così all’improvviso, per questo motivo il giorno dopo vado in cerca di altri libri, anche perché mi dico che finalmente il nuovo libro, che magari è una sgualcita edizione pescata a due euro su una bancarella, almeno quello, l’ultimo arrivato, il più ignobile e casuale dei libri che posseggo, quello lo leggerò, così è successo una volta con un Bukowski, quello di lui in copertina con una donna parecchio brutta accanto, la foto è in realtà formidabile, è un Feltrinelli del 1979, ma non assomiglia a un libro Feltrinelli, “Compagno di sbronze” il titolo, ma forse io non ho letto tutti i racconti, forse ho letto una parte di un racconto contenuto nel libro, e ho guardato soprattutto la foto in copertina, invece di leggere ho guardato la foto, oppure ho letto gli inizi dei vari racconti, per poi concentrarmi ogni volta sulla foto, lui è compiaciuto, e trasandato, o peggio, fa quasi pena, ma è contento, non è poi così grasso, salvo la panza che affiora da una maglietta a maniche corte, la cinta dei calzoni deve averla pagata pochissimo, e ai piedi invece delle scarpe porta solo i calzini, gli occhi sono una fessura, e non si vedono, sembra che sorrida, è solo il compiacimento della posa, di tutta la persona in posa che fa venire in mente un sorriso, ma è difficile dirlo, a volte è difficile essere certo che uno sorrida veramente o non stia soltanto pensando ai cazzi suoi, magari a delle faccende orripilanti, come l’asportazione di un organo interno, la prostata ad esempio, ma è impressionante la tipa, alla pari con lui nella foto c’è questa tipa, potrebbe essere lei l’autore, in ogni caso è sfatta, molti dettagli secondari lo confermano, sono sfatti entrambi, lui compiaciuto, lei no, è abbastanza brutta, ma soprattutto indossa una sorta di reggipetto a fiori, una gonna che è costata quanto la cinta di lui, e delle calze scure che fanno troppe pieghe brutte, come se si trattasse non di collant ma di una calzamaglia, e le scarpe, un paio aperto con zeppe altissime, sono abbracciati, lui la mano sul fianco di lei, lei la mano sopra la spalla di lui, nella mano destra di entrambi un mozzicone di sigaretta, lei ci tiene anche una bottiglia di birra, la sua bottiglia lui la tiene con la sinistra, alle loro spalle un frigo con sopra dei barattoli non identificabili, e per terra un linoleum, che sembra rappresentare un pavimento sporco, disseminato di grumi di terra, a forza di concentrarmi sulla foto di copertina non ho quasi letto nulla del libro, non so neppure bene di che parli, c’è un tipo che si masturba, credo, ad un certo punto un tipo si masturba e cerca di far partire un piccolo ventilatore, e il ventilatore alla fine gli esplode in faccia, credo che sia un ricordo un po’ esagerato, forse corre solo in bagno a vomitare, non peggio di così, ma di libri ne ho anche letti per intero, forse a causa di copertine prive di foto od immagini, perché basta che in un’edizione del Törless ci sia un Schiele in copertina, ed è una fregatura, una riproduzione anche brutta di Schiele impedisce la lettura, perché uno la guarda bene, e in momenti diversi della giornata, con la luce che cambia, e da quelle pieghe tutte aguzze del tratto scaturiscono piccoli romanzetti, tutti confusi, con frasi amalgamate, romanzetti che uno si immagina, trascinato da quella tensione dei tratti, da quelle graffiature, che inscenano un corpo, anzi un volto individuale, ma tutto scarno, già graffiato, malmenato, a pezzi, ma un romanzo senza copertina, magari proprio un libro a cui è stata strappata, che ci butta subito nella pagina scritta, senza divagazioni, trampolini di lancio, piattaforme rotanti, ecco, senza copertina qualche libro devo averlo letto, fino all’ultimo capitolo, e ricordando qualcosa almeno dell’inizio, o delle parti centrali, perché è importante non concentrarsi eccessivamente sul finale, se tutta le mente si chiude nel finale, se non sa pensare ad altro, come se le ultime dieci pagine fossero di fuoco, e s’imprimessero nella memoria come stampi roventi nella carne, allora è difficile dire che cosa si è veramente letto, se una finale lascia terra bruciata, tutti i personaggi nella fase giovanile, nella fase arrivista, ma anche ingenua, tutti sono già tumuli di cenere, impronte sul selciato, ombre sul muro, e non rimane che il protagonista, tremendamente invecchiato dentro, e forse davvero malato, nel finale vecchiaia e malattia si danno la mano, oppure la morte, o semplicemente quella sparizione del futuro, quell’arrestarsi di certe storie in mezzo al nulla, alla nebbia, a volte il finale è un volto nella nebbia, una schiena di uno seduto sul letto, e nient’altro, si è fatto un lungo percorso, di centinaia di pagine, per poter dire: eccolo, Ranny, tutto solo, finalmente solo, sfaccendato, senza un soldo in tasca, la tele guasta del motel, i rumori assenti perché è l’alba, i calzini entrambi bucati, la pistola sotto il cuscino, ma non sapremo mai se la userà di nuovo, magari contro di sé, per via della nebbia, che lo tiene fermo, fisso, sepolto nell’ultima frase, ma forse una copertina monocolore aiuta, come quella blu scuro con le scritte dorate, dall’oglio editore, il Voyage versione italiana, sì il Voyage di Céline, potrebbe essere l’unico libro in quarant’anni di vita, nei trentacinque che so leggere, che devo aver veramente letto, oltre al libro del bruco, o del tarlo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/05/i-libri/">I libri</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/dscf6003-225x300.jpg" alt="dscf6003" title="dscf6003" width="225" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-17369" /></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Non ho letto nessun libro, o quasi, ne ho letti pochissimi, libri letti fino alla fine, tre o quattro, forse una decina, o poco più, in tutta la vita, da quando avevo cinque anni e lessi quel libro del bruco, il libro tutto traforato, con i buchi, perché il bruco vi era passato dentro, scavando, ad ogni pagina il bruco scavava, prima nella pagina della mela, poi nella pagina della lattuga, e perfino in quella della staccionata di legno, a meno che non confonda il libro del bruco con quello del tarlo, perché è in questo modo che si leggono pochissimi libri, si finisce per confonderli, o immaginarne altri, inesistenti, di cui ricordiamo però interi passaggi, descrizioni minuziose di paesaggi sottomarini, ma era un libro di aviatori, il titolo è quello di un libro di aviatori, abbandonato probabilmente alla terza pagina, ma poi si è immaginato un diverso finale, tutto per grandi meduse, polipi e grotte oceaniche, allora leggendo così poco, è necessario andare in cerca di altri libri, e meno riuscivo a leggere libri, più me ne procuravo, ho cercato di procurarmi una gran quantità di libri, nell’arco degli ultimi vent’anni sopratutto, in modo assiduo e costante, anche se ne ho potuti leggere davvero pochi,<br />
<span id="more-17367"></span><br />
 in realtà mi è quasi impossibile leggere un libro, finire un libro è poi uno sforzo sovrumano, ma ne accumulo in gran quantità, libri di ogni tipo, soprattutto romanzi, e poesie, e saggi, saggi di filosofia, di critica letteraria, di antropologia, storia, linguistica, divulgazione scientifica, senza contare i libri di fumetti, i resoconti di viaggi celebri, i libri che ricostruiscono fatti di cronaca, o processi che sono stati ostacolati o insabbiati – devo avere due o tre libri sui processi di Piazza Fontana – libri anche di psicanalisi, di psichiatria, e anche studi su pittori, monografie di intellettuali, biografie, diari di scrittori, e dizionari, cataloghi di opere d’arte, volumetti di ciarlatani, eserciziari in dialetto, tutti libri che ho accumulato, spesso inavvertitamente, senza neppure un piano preciso, ma spinto da questa urgenza di leggere, di tentare di leggere, perché per riuscire a leggere è necessario avere un libro, possederlo, vederlo, tenerlo sottomano, in una libreria, o in giro per casa1, finché verrà il momento, non si sa bene in quale ora della giornata, se solo poco dopo l’acquisto, oppure una settimana, un intero mese, finché il libro lo si prende in mano, ce lo si porta dietro in un’altra stanza, lo si posa su di un tavolo, o ce lo si tiene in grembo seduti in poltrona, e quando lo si apre la lettura può iniziare, a meno che non suoni il telefono, o una sasso penetri nell’appartamento sfondando il vetro della finestra, o semplicemente il frontespizio del libro ci faccia venire in mente un’altra storia, una storia già letta, di quelle pochissime, che negli anni sono state alla fine lette, e allora smettiamo subito di leggere, è ormai troppo tardi, è molto più importante a quel punto ricordare bene la storia che si è già letta, quella dell’uomo carismatico in una città della Grecia antica, l’uomo con il problema al piede, che ha salvato una città, ma non si è salvato lui, per via del destino, chissà cos’altro si potrà ricordare, forse un vecchio servo, era un romanzo di servi e di re, o forse non era neppure un romanzo, per questo metto poi i libro da parte, per colpa del frontespizio, o del sasso, o della storia di quell’uomo con gravi difficoltà famigliari, quel re, che mi torna in mente così all’improvviso, per questo motivo il giorno dopo vado in cerca di altri libri, anche perché mi dico che finalmente il nuovo libro, che magari è una sgualcita edizione pescata a due euro su una bancarella, almeno quello, l’ultimo arrivato, il più ignobile e casuale dei libri che posseggo, quello lo leggerò, così è successo una volta con un Bukowski, quello di lui in copertina con una donna parecchio brutta accanto, la foto è in realtà formidabile, è un Feltrinelli del 1979, ma non assomiglia a un libro Feltrinelli, “Compagno di sbronze” il titolo, ma forse io non ho letto tutti i racconti, forse ho letto una parte di un racconto contenuto nel libro, e ho guardato soprattutto la foto in copertina, invece di leggere ho guardato la foto, oppure ho letto gli inizi dei vari racconti, per poi concentrarmi ogni volta sulla foto, lui è compiaciuto, e trasandato, o peggio, fa quasi pena, ma è contento, non è poi così grasso, salvo la panza che affiora da una maglietta a maniche corte, la cinta dei calzoni deve averla pagata pochissimo, e ai piedi invece delle scarpe porta solo i calzini, gli occhi sono una fessura, e non si vedono, sembra che sorrida, è solo il compiacimento della posa, di tutta la persona in posa che fa venire in mente un sorriso, ma è difficile dirlo, a volte è difficile essere certo che uno sorrida veramente o non stia soltanto pensando ai cazzi suoi, magari a delle faccende orripilanti, come l’asportazione di un organo interno, la prostata ad esempio, ma è impressionante la tipa, alla pari con lui nella foto c’è questa tipa, potrebbe essere lei l’autore, in ogni caso è sfatta, molti dettagli secondari lo confermano, sono sfatti entrambi, lui compiaciuto, lei no, è abbastanza brutta, ma soprattutto indossa una sorta di reggipetto a fiori, una gonna che è costata quanto la cinta di lui, e delle calze scure che fanno troppe pieghe brutte, come se si trattasse non di collant ma di una calzamaglia, e le scarpe, un paio aperto con zeppe altissime, sono abbracciati, lui la mano sul fianco di lei, lei la mano sopra la spalla di lui, nella mano destra di entrambi un mozzicone di sigaretta, lei ci tiene anche una bottiglia di birra, la sua bottiglia lui la tiene con la sinistra, alle loro spalle un frigo con sopra dei barattoli non identificabili, e per terra un linoleum, che sembra rappresentare un pavimento sporco, disseminato di grumi di terra, a forza di concentrarmi sulla foto di copertina non ho quasi letto nulla del libro, non so neppure bene di che parli, c’è un tipo che si masturba, credo, ad un certo punto un tipo si masturba e cerca di far partire un piccolo ventilatore, e il ventilatore alla fine gli esplode in faccia, credo che sia un ricordo un po’ esagerato, forse corre solo in bagno a vomitare, non peggio di così, ma di libri ne ho anche letti per intero, forse a causa di copertine prive di foto od immagini, perché basta che in un’edizione del Törless ci sia un Schiele in copertina, ed è una fregatura, una riproduzione anche brutta di Schiele impedisce la lettura, perché uno la guarda bene, e in momenti diversi della giornata, con la luce che cambia, e da quelle pieghe tutte aguzze del tratto scaturiscono piccoli romanzetti, tutti confusi, con frasi amalgamate, romanzetti che uno si immagina, trascinato da quella tensione dei tratti, da quelle graffiature, che inscenano un corpo, anzi un volto individuale, ma tutto scarno, già graffiato, malmenato, a pezzi, ma un romanzo senza copertina, magari proprio un libro a cui è stata strappata, che ci butta subito nella pagina scritta, senza divagazioni, trampolini di lancio, piattaforme rotanti, ecco, senza copertina qualche libro devo averlo letto, fino all’ultimo capitolo, e ricordando qualcosa almeno dell’inizio, o delle parti centrali, perché è importante non concentrarsi eccessivamente sul finale, se tutta le mente si chiude nel finale, se non sa pensare ad altro, come se le ultime dieci pagine fossero di fuoco, e s’imprimessero nella memoria come stampi roventi nella carne, allora è difficile dire che cosa si è veramente letto, se una finale lascia terra bruciata, tutti i personaggi nella fase giovanile, nella fase arrivista, ma anche ingenua, tutti sono già tumuli di cenere, impronte sul selciato, ombre sul muro, e non rimane che il protagonista, tremendamente invecchiato dentro, e forse davvero malato, nel finale vecchiaia e malattia si danno la mano, oppure la morte, o semplicemente quella sparizione del futuro, quell’arrestarsi di certe storie in mezzo al nulla, alla nebbia, a volte il finale è un volto nella nebbia, una schiena di uno seduto sul letto, e nient’altro, si è fatto un lungo percorso, di centinaia di pagine, per poter dire: eccolo, Ranny, tutto solo, finalmente solo, sfaccendato, senza un soldo in tasca, la tele guasta del motel, i rumori assenti perché è l’alba, i calzini entrambi bucati, la pistola sotto il cuscino, ma non sapremo mai se la userà di nuovo, magari contro di sé, per via della nebbia, che lo tiene fermo, fisso, sepolto nell’ultima frase, ma forse una copertina monocolore aiuta, come quella blu scuro con le scritte dorate, dall’oglio editore, il Voyage versione italiana, sì il Voyage di Céline, potrebbe essere l’unico libro in quarant’anni di vita, nei trentacinque che so leggere, che devo aver veramente letto, oltre al libro del bruco, o del tarlo. Ma Céline non l’ho letto a Parigi, o meglio la prima volta l’ho letto che non ero mai stato a Parigi, e leggevo questo libro che parla di Parigi, se mi ricordo bene, so che non è un libro tutto ambientato in Africa, certo c’è l’Africa, la diarrea, la malaria, ma c’è anche New York se per questo, e una puttana statunitense, o non proprio una puttana, magari solo una giovane donna squattrinata, a cui io adesso do pure della puttana, in ogni caso qualcosa avviene a Parigi, lui fa il dottore in un quartiere miserabile, e per altro tutta la faccenda inizia a Place di Clichy, ma io niente sapevo a diciassette anni, non avevo mai visto Parigi, anche se Parigi compariva già in Proust, a sedici anni avevo cominciato Proust, di cui ricordo soprattutto Combray e Swann che veniva a pranzo, oppure veniva a cena, a casa del Narratore, e si capisce che il Narratore ammira Swann, da piccolo, ma per via di Odette e dei Verdurin compare anche Parigi, ci sono delle scene nei viali di Parigi, sono pronto a scommetterci, nel primo tomo della Recherche qualcosa di decisivo avviene nei viali parigini, non saprei ben dire quali.</p>
<p>[da <em>Materiali per un libro su Parigi</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/05/i-libri/">I libri</a></p>
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		<title>Il film</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2009 05:05:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[bocca]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> </p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Tutto l’erotismo è lì, concentrato sulla bocca, è tutto nel primo piano, nel volto, che è una faccia piatta, larga, e dentro questa faccia si apre una bocca, come uno strano gorgo, dov’è impossibile capire per quale verso tiri la corrente, se siano vampe, irradiazioni che salgono, come da una ferita vulcanica, sott’acqua, o risucchi a perpendicolo, come in uno scolatoio, dove l’acqua si torce su se stessa, accelerando, e sprofonda, è una bocca-gorgo, ed è tutto in questa bocca di gemiti che si condensa l’erotismo, la bocca di Naomi Tani, l’attrice principale, che è sottoposta a annodamenti spaventosi, sospensioni su carrucole, trapezi, imbragature, e con tutte le braccia slogate all’indietro, tirate come pure i folti capelli, corde e fasce che stringono la carne, strappano indietro gli arti, inarcano la schiena, con le natiche tese, gli orifizi che si dilatano, e tutto ricade in bocca, in questi primi piani ossessivi, con quei gemiti che portano in superficie, portano all’orecchio il piacere e il dolore, in questo flutto torbido, in cui è mescolato lo strazio, il godimento, come una corrente alternata,<br />
<br />
non si capisce da che parte viene cercata la liberazione dal male, non si capisce la richiesta, se in quella bocca ci fosse un discorso, un’analisi, un’arringa, una domanda protocollata di strette ulteriori, di annodamenti ancora più efficaci, e totali, oppure una richiesta di soccorso, di taglio immediato, di oblio e di pace, di vestiti da mettere addosso, di asciugamani per il sudore, e le lacrime, e tutte le secrezioni diverse, la schiuma lieve sul taglio del sesso, o agli angoli delle labbra, quelle gocce dense, ambrate, sull’anello dell’ano, tutto pulire, tutto dimenticare, rimettersi in piedi, in tailleur, oppure no, quella bocca raccoglie un urlo di desiderio, anzi un lamento trattenuto, di pancia, d’intestino, un lamento per l’ulteriore colpo, schiaffo, che ancora manca a far salire di un grado ancora, la scala del piacere si allunga elasticamente ad ogni nuova fase della sevizia, il dolore si manifesta come una parete girevole, un tranello da film di spionaggio, il punto d’entrata si rivela quello d’uscita, la macchinazione del dolore un alambicco di scariche piacevoli, liberarsi dal male significa trovare nella fitta di dolore la biforcazione verso un piacere maggiore, rovesciare il guanto, quando la benda è stretta con maggior forza, il bavaglio sega gli angoli della bocca, la mano a palmo aperto colpisce le natiche, il guanto è d’un tratto rivoltato, la via dell’orgasmo appare dietro il paravento fragile del dolore, ma tutto questo attende, tutta questa fenomenologia è una bollitura di soffi, fischi, vagiti, nella bocca della protagonista, nel crogiolo che le labbra formano intorno ai denti, e il muscolo rosa della lingua, e l’interno del palato, che si fa velluto buio, di una profondità invisibile ad occhio nudo, anche l’obiettivo meccanico urta il suo limite, <em>Hana to ebi</em> ossia <em>Fiore segreto</em>, non si sa bene chi si troverà nella sala o con chi andarci, tutto il rosso della sala, delle poltroncine acquista un significato nuovo, sinistro, di complotto, anche al MK2 Bastille, uomini disseminati, qualche coppia, una donna sola, due gay, intenditori di trapezi e latex?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/24/il-film/">Il film</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/dscf5625-300x225.jpg" alt="dscf5625" title="dscf5625" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-16068" /> </p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Tutto l’erotismo è lì, concentrato sulla bocca, è tutto nel primo piano, nel volto, che è una faccia piatta, larga, e dentro questa faccia si apre una bocca, come uno strano gorgo, dov’è impossibile capire per quale verso tiri la corrente, se siano vampe, irradiazioni che salgono, come da una ferita vulcanica, sott’acqua, o risucchi a perpendicolo, come in uno scolatoio, dove l’acqua si torce su se stessa, accelerando, e sprofonda, è una bocca-gorgo, ed è tutto in questa bocca di gemiti che si condensa l’erotismo, la bocca di Naomi Tani, l’attrice principale, che è sottoposta a annodamenti spaventosi, sospensioni su carrucole, trapezi, imbragature, e con tutte le braccia slogate all’indietro, tirate come pure i folti capelli, corde e fasce che stringono la carne, strappano indietro gli arti, inarcano la schiena, con le natiche tese, gli orifizi che si dilatano, e tutto ricade in bocca, in questi primi piani ossessivi, con quei gemiti che portano in superficie, portano all’orecchio il piacere e il dolore, in questo flutto torbido, in cui è mescolato lo strazio, il godimento, come una corrente alternata,<br />
<span id="more-16036"></span><br />
non si capisce da che parte viene cercata la liberazione dal male, non si capisce la richiesta, se in quella bocca ci fosse un discorso, un’analisi, un’arringa, una domanda protocollata di strette ulteriori, di annodamenti ancora più efficaci, e totali, oppure una richiesta di soccorso, di taglio immediato, di oblio e di pace, di vestiti da mettere addosso, di asciugamani per il sudore, e le lacrime, e tutte le secrezioni diverse, la schiuma lieve sul taglio del sesso, o agli angoli delle labbra, quelle gocce dense, ambrate, sull’anello dell’ano, tutto pulire, tutto dimenticare, rimettersi in piedi, in tailleur, oppure no, quella bocca raccoglie un urlo di desiderio, anzi un lamento trattenuto, di pancia, d’intestino, un lamento per l’ulteriore colpo, schiaffo, che ancora manca a far salire di un grado ancora, la scala del piacere si allunga elasticamente ad ogni nuova fase della sevizia, il dolore si manifesta come una parete girevole, un tranello da film di spionaggio, il punto d’entrata si rivela quello d’uscita, la macchinazione del dolore un alambicco di scariche piacevoli, liberarsi dal male significa trovare nella fitta di dolore la biforcazione verso un piacere maggiore, rovesciare il guanto, quando la benda è stretta con maggior forza, il bavaglio sega gli angoli della bocca, la mano a palmo aperto colpisce le natiche, il guanto è d’un tratto rivoltato, la via dell’orgasmo appare dietro il paravento fragile del dolore, ma tutto questo attende, tutta questa fenomenologia è una bollitura di soffi, fischi, vagiti, nella bocca della protagonista, nel crogiolo che le labbra formano intorno ai denti, e il muscolo rosa della lingua, e l’interno del palato, che si fa velluto buio, di una profondità invisibile ad occhio nudo, anche l’obiettivo meccanico urta il suo limite, <em>Hana to ebi</em> ossia <em>Fiore segreto</em>, non si sa bene chi si troverà nella sala o con chi andarci, tutto il rosso della sala, delle poltroncine acquista un significato nuovo, sinistro, di complotto, anche al MK2 Bastille, uomini disseminati, qualche coppia, una donna sola, due gay, intenditori di trapezi e latex? chi può dirlo?, al centro del film la bocca, non i seni gonfiati in punta dalle corde che li stringono alla radice, al centro non c’è il grande clistere d’acqua calda, cui segue una scarica di diarrea, ma la carne sudata, disseminata di macchie, aloni, ombre, e la bocca al centro della faccia, la faccia al centro dello schermo, come il foro d’uscita di oscuri fenomeni sismici, che viaggiano in profondità, un film erotico è un film sulla bocca.</p>
<p>[Da <em>Materiali per un libro su Parigi</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/24/il-film/">Il film</a></p>
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