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	<title>Nazione Indiana &#187; provincia</title>
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		<title>Foto di gruppo senza piazza</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Oct 2010 07:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">da «il Fatto Quotidiano» (sabato, 2 ottobre 2010)</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
</p><p style="text-align: justify;"><strong>Immaginate una piazza o il corso principale di uno dei tanti centri minori o province che costituiscono l’Italia. Immaginate dei ragazzi – adolescenti e post-adolescenti – che, seduti sui motorini, più o meno parlano, </strong>perché qualcuno ha un cellulare di ultima generazione tra le mani e invia raffiche di sms magari a chi gli sta di fronte, mentre qualcun altro se ne sta a dimenarsi con le cuffie dell’ipod nelle orecchie.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/05/foto-di-gruppo-senza-piazza/">Foto di gruppo senza piazza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">da «il Fatto Quotidiano» (sabato, 2 ottobre 2010)</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong><span style="text-decoration: underline;">Evelina Santangelo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Immaginate una piazza o il corso principale di uno dei tanti centri minori o province che costituiscono l’Italia. Immaginate dei ragazzi – adolescenti e post-adolescenti – che, seduti sui motorini, più o meno parlano, </strong>perché qualcuno ha un cellulare di ultima generazione tra le mani e invia raffiche di sms magari a chi gli sta di fronte, mentre qualcun altro se ne sta a dimenarsi con le cuffie dell’ipod nelle orecchie. Immaginate di ascoltarli, questi ragazzi di un ceto indefinito.</p>
<p><span id="more-36794"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Questi qui in questa piazza o corso, ad esempio, hanno impiantato tutta una discussione su facebook, sulla quantità di contatti (non di amici) che ognuno di loro può vantare in rete, e adesso stanno litigando accusandosi reciprocamente di <em>rubarsi</em> i contatti: più contatti hai più sei in gamba, questo sembrano dirsi. E, ad ascoltarli per bene, ciò di cui discutono non c’entra un bel niente con l’amicizia, la simpatia, l’intelligenza, né con la simulazione dell’amicizia, c’entra piuttosto con una forma di competizione per assicurarsi una sorta di surrogato di surrogato della popolarità. Urlano, e urlando si caricano, si aizzano, mentre si perde ogni filo logico o consequenziale in quei loro discorsi che si accavallano e si frantumano in impennate isteriche, improperi dove le parole «invidia», «autenticità», «falsità» suonano come pure riproduzione di schemi espressivi buoni per ogni occasione. Così, tu che li ascolti e non sei dei loro, a un tratto, hai l’impressione di esser finita in certi vacuissimi scambi d’opinione televisivi dove il pubblico di un ceto indefinito dice la sua su un tema dato. Una sensazione corroborata anche dal fatto che quella discussione, dopo un po’, così com’è nata, si dissolve, senza lasciare traccia, senza che sia di fatto accaduto davvero qualcosa. Nessun dialogo, nessuna circolazione di sentimenti o idee, nessuna reale modificazione dei rapporti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fate solo un piccolo salto. Immaginate una qualche periferia urbana, e dei ragazzi – adolescenti e post-adolescenti (stesso ceto indefinito) – che, seduti sui motorini, più o meno parlano.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">Una scena sempre identica a se stessa</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;"> </span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Forse intorno ci sarà più degrado, ma la scena non cambierà di molto. Così come per le diverse province d’Italia, potrebbe cambiare qualche cadenza, qualche accento o peculiarità linguistica, che è spesso un gergo diretto ed essenziale comunque. Potrebbe anche cambiare qualche dettaglio dell’abbigliamento, che è però sempre molto telegenico, di quella telegenicità più o meno vistosa, ostentata, artificiosa e a volte artificiale, che è poi il canone estetico oggi imperante tra i giovani di questo ceto indefinito delle province e periferie d’Italia, e tra i giovani tout-court. Canone, che ha come corollario un fatto abbastanza inquietante: questi ragazzi sembrano tutti finiti nel posto sbagliato, e sembrano tutti, o quasi, degli avatar che rimandano a qualcun altro di cui, però, non è dato sapere, a volte neanche a loro stessi. Figuriamoci a noi: sia che li guardiamo sconcertati, disperati o al contrario affascinati, decisi a volerli capire cercando di fissare in un discorso compiuto quel loro mondo franto e disperso che si muove tra centri commerciali sempre più estesi con i loro McDonald’s e King Burger che sanno di templi megalitici, videogiochi di ultima generazione, ritrovati tecnologici sempre più sofisticati, chat ed sms sempre più sincopati, dove la parola è sigla, gioco di emoticon sorridenti, tristi, buffi&#8230; e dove l’interiorità è rimossa o dissimulata. Forse per questo gran parte dei racconti generazionali, oggi, suonano così finti ed esteriori nel tentativo di dare durata e profondità a ciò che non le contempla, e preferisce riconoscersi in ben altre forme espressive.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, questi ragazzi sui motorini in una qualche provincia o periferia d’Italia sembrano davvero in tutto e per tutto l’incarnazione di quei nuovi valori che Pasolini intravedeva nella nascente società dei consumi e dell’edonismo, quei  «valori del superfluo», inculcati e diffusi dalla televisione, che rendevano «superflue, e dunque disperate le vite».</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure in questi ragazzi di ceto indefinito che più o meno parlano c’è piuttosto una sorta di vacuità perseguita con una determinazione che diventa persino rito: dal gesto estremo, adrenalinico, esibizionista, aggressivo, allo sballo, al disprezzo ostentato per tutto ciò che non coincida perfettamente con i confini del loro mondo semitribale, dove il singolo e la sua singolarità contano niente, l’interiorità si manifesta in schemi emotivi preconfezionati, emoticon appunto (salvo finire magari in labirinti di angoscia senza più parole né condivisione, senza via d’uscita), e dove la diversità è sentita come una colpa. Né potrebbe essere diversamente per chi sembra avere una percezione di sé e del mondo intero fondata sul valore assoluto del sentirsi, dell’immaginarsi uguali, anzi, identici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora, quei ragazzi lì sui motorini così telegenicamente abbigliati e atteggiati, così tecno-muniti, così convinti d’esser globali e globalizzati, così virtuali, autistici, autoreferenziali, così ignoti a se stessi, così superflui ci dicono qualcosa di profondamente vero anche su alcuni aspetti essenziali di questo nostro Paese.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">Etimologia di una parola abusata</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Se con «provincia» s’intende un «centro minore» lontano dal «benessere» e dalla «modernità» delle città, allora dobbiamo dire che in questo nostro paese non esistono più luoghi che si possano definire «province»</strong>, nonostante cresca il consenso nei confronti di movimenti politici che, ostentando finalità locali (come la Lega), pretendono di conservare demagogicamente quel che già oggi non esiste e meno che mai esisterà domani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se con «periferia» s’intende ciò che è «marginale» «accessorio» o «subalterno», cioè «escluso dall’esercizio effettivo del potere», allora il nostro è un Paese che, concentrando il potere nelle mani di una minoranza interessata a garantire se stessa, sta trasformando tutto il resto del paese in realtà marginali, accessorie, subalterne, cioè in un’immensa periferia </strong>dove i più periferici, irrilevanti, superflui sono soprattutto i giovani senza-potere e, tra i giovani, proprio gli adolescenti e post-adolescenti di quel ceto indefinito che vivono nelle province e periferie d’Italia così eguali nei consumi, ma così terribilmente diversi nelle chance di formazione, crescita e realizzazione professionale che saranno loro date in una logica in cui il «premio al merito» è inteso sostanzialmente come sostegno soprattutto per élite, socialmente e culturalmente, oltre che economicamente, avvantaggiate, senza che venga minimamente affrontato il problema della compensazione rispetto alle differenze sociali, economiche, culturali di partenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se con «provincialismo» s’intende: «un atteggiamento, una mentalità considerati per lo più tipici di chi è originario o risiede nei centri minori di un paese, e caratterizzati da meschina angustia di vedute, ingenua prosopopea, cattivo gusto, goffaggine o ineleganza di modi, arretratezza di costumi (oppure all’opposto, supina e ostentata soggezione alle ultime mode), mancanza di aggiornamento, ristrettezza di orizzonti culturali proprio di chi opera al di fuori dei centri di più vivace elaborazione culturale e rinnovamento delle idee», allora questo nostro Paese ogni giorno di più assume i tratti di un’immensa provincia d’Europa</strong>, dove quei giovani lì così globalizzati nei consumi, così illusi della loro «modernità», così marginali nei diritti e così drammaticamente inconsapevoli sono l’icona più drammatica di un paese che, trincerandosi dietro una modernità di facciata, rischia di condannare alla marginalità intere generazioni. <strong>Anche il futuro così sarà un privilegio per pochi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/05/foto-di-gruppo-senza-piazza/">Foto di gruppo senza piazza</a></p>
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		<title>Provincere o morire</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 16:54:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>incontro alla festa di Nazione Indiana, domenica 30 maggio, ore 14, al Castello Malaspina di Fosdinovo</p>
<p>a cura di <strong>Giacomo Sartori </strong>e <strong>Helena Janeczek</strong> con <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p>L’Italia che si accinge – fra le polemiche- a celebrare i 150 anni della sua unità, sembra sempre più un’entità politica astratta: da superare per alcuni, per moltissimi un luogo che non suscita sentimenti di appartenenza più profondi e naturali del tifo per la nazionale ai mondiali di calcio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/25/provincere-o-morire/">Provincere o morire</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>incontro alla festa di Nazione Indiana, domenica 30 maggio, ore 14, al Castello Malaspina di Fosdinovo</p>
<p>a cura di <strong>Giacomo Sartori </strong>e <strong>Helena Janeczek</strong> con <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p>L’Italia che si accinge – fra le polemiche- a celebrare i 150 anni della sua unità, sembra sempre più un’entità politica astratta: da superare per alcuni, per moltissimi un luogo che non suscita sentimenti di appartenenza più profondi e naturali del tifo per la nazionale ai mondiali di calcio. Forse anch’esso, stavolta, piuttosto tiepido.</p>
<p>Qualcosa &#8211; è evidente &#8211; è andato storto. Qualcosa ha fatto sì che pur con l’alfabetizzazione della tv di Stato nel dopoguerra e poi quella privata, pur con i grandi flussi di emigrazione storici da Sud a Nord e il loro inquietante, silenzioso ritorno in massa negli ultimi anni, l’Italia sia oggi un paese che non si conosce più. Un luogo dove i ragazzi di ogni provenienza volano in low-cost a Amsterdam, Parigi, Londra, Berlino, ma dove un ragazzo di Siracusa fatica a immaginare la vita di un suo coetaneo a Trento, a meno che non vi ci sia trasferito per studi o per lavoro. Ma forse questo vale già a una distanza assai minore.<span id="more-34873"></span></p>
<p>L’Italia è rimasta provinciale e al tempo stesso è cambiata. Mentre un tempo la provincia custodiva risorse produttive capaci di conservarne la vitalità economica, sociale e culturale del territorio, oggi c’è la crisi. E la parziale illusione che la crisi sia sempre peggio altrove o almeno che sia altrove la sua causa. Eppure oggi tutte le realtà locali sembrano omologate solo nei consumi e negli immaginari, e al tempo stesso sempre più chiuse e insulari. E ogni scambio, ogni dialettica fra tali realtà come anche con il centro diventa sempre più difficile. Forse perché persino Roma, Milano, Torino soffrono della stessa sindrome di svuotamento e di autoreferenzialità. Perché di fatto sono anch’esse diventate luoghi provinciali. Ma anche luoghi polverizzati nelle differenze fra quartieri, fra centro e periferie sempre più vaste e autonome, nella globalizzazione che ne riplasma il volto in tanti modi che si preferiscono negare.</p>
<p>Le rappresentazioni di questa complessità sono quasi sempre semplificatorie, rimandano al passato. Nei mezzi di informazione prevalgono i collaudati cliché, colorati e consolatori, autocompiaciuti. E la provincia preferisce, per definizione, non guardarsi da troppo vicino, con troppa lucidità.</p>
<p>Cosa si trova di tutto questo nei libri che oggi vengono scritti dai narratori dispersi fra le varie parti del paese? Quali difficoltà incontrano nel voler parlare a tutti attraverso un linguaggio e un immaginario in qualche modo collegato alla realtà in cui essi vivono, quella che altrove non si conosce? Come si confrontano con i cliché della cultura nazionale e con quelli che vengono dalle altre culture?</p>
<p>Abbiamo il piacere di parlarne con Vincenzo Pardini, scrittore profondamente radicato in un territorio vicinissimo al luogo che ci ospita – quello della Lucchesia- e forse anche per questo alieno, e non riconosciuto come meriterebbe.<span id="_marker"> </span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/25/provincere-o-morire/">Provincere o morire</a></p>
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		<title>Il giallo ha cambiato Garlasco</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Aug 2008 08:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/two-yellows-59.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Stereotipi che resistono nel tempo. Saldano l’evento al luogo dove esso è avvenuto e quel luogo si imprime nella memoria collettiva richiamando in simbiosi l’evento. Lo smemorato di Collegno, la saponificatrice di Correggio, il boia di Albenga, la banda della Magliana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/04/il-giallo-ha-cambiato-garlasco/">Il giallo ha cambiato Garlasco</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/two-yellows-59.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/two-yellows-59.jpg" alt="" title="two-yellows-59" width="185" height="159" class="alignnone size-medium wp-image-7006" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Stereotipi che resistono nel tempo. Saldano l’evento al luogo dove esso è avvenuto e quel luogo si imprime nella memoria collettiva richiamando in simbiosi l’evento. Lo smemorato di Collegno, la saponificatrice di Correggio, il boia di Albenga, la banda della Magliana. E nel tempo a noi più vicino il mostro di Firenze, i “fidanzatini” di Novi Ligure, il delitto di Cogne, il giallo di Garlasco.<br />
Garlasco è una cittadina della Lomellina, in provincia di Pavia, a pochi chilometri dal confine col Piemonte e non lontana da Milano. Una cittadina del profondo nord, composta da villette perlopiù unifamiliari. Un posto tranquillo, non particolarmente caratterizzato, un posto umido d’inverno e ancor più nelle altre stagioni. Zanzare killer, d’estate, salgono come esercito dalle risaie; il riso, qui, si coltiva da sempre. Garlasco si trova nell’epicentro della coltivazione, come il Vercellese e il Novarese, zone umide e languide, spesse di nebbia d’inverno e di un sole coperto d’estate. Il luogo è provinciale e sonnolento: le giornate si tagliano uno dietro l’altra come le fette di pane bianco della prima colazione. Civiltà contadina; ma i valori tradizionali si sono persi ormai tra i tavolini dei bar popolati, come in altri mille posti, da vecchi superstiti, che biascicano la parlata del luogo, come fosse un milanese più grasso, più unto.<span id="more-6759"></span><br />
E ‘ trascorso  un anno dal delitto che ha fatto “scoprire” Garlasco. Un anno di indagini sula morte di Chiara Poggi, la ragazza buona e irreprensibile. Il volto del fidanzato coetaneo, che sfila diritto davanti a sé sulle auto della polizia, verso interrogatori continui, pressanti, mai risolutivi. Nessuna certezza fino a ora, dunque, ma grandi sospetti. E veleni, in dosi massicce. Un anno. Forse un’eternità, per questo paese abituato al silenzio del resto del mondo, come se esso si fosse nascosto da sempre tra le risaie e le coltivazioni e le industrie, agli assalti dei grandi eventi. E anche ora, forse, non c’è grande evento, non c’è pietra miliare, accadimento da iscrivere nei libri della storia. Ma solo fatto di cronaca nera comodo da mostrare, sfizioso per l’opinione pubblica impicciona, prezioso per la curiosità dei mass media.<br />
Ma il paese come è cambiato? E anche prima del delitto, come era veramente Garlasco? Era la &#8220;Las Vegas della Lomellina&#8221;. Perché a Garlasco, come in molti piccoli centri della enorme provincia del nord,  si pensa molto e da sempre all’apparenza. Di Las Vegas il paese adesso ha ormai tutto: il divertimentificio e un delitto in perfetto stile CSI.<br />
Garlasco – confida una collega che ci è nata e vissuta fino a qualche anno fa –  è un paese di abitanti (10.000) ma non di anime, un paese senza cuore, come per molta provincia del nord, come se la vera storia fosse ormai svanita, perduta anche al ricordo. Una volta, nemmeno tantissimi anni fa, c’erano come punti fermi l’osteria dell’Avanti! e la cooperativa Stella Rossa, due cinema, la corsa dei ciclisti in primavera e la parata dei bersaglieri a giugno, la Fgci e l’oratorio. Le storie di corna e di vendette familiari sussurrate negli anni ’70 erano all’ordine del giorno, ma il livello, storia dopo storia, anno dopo anno, si è pian piano spostato: prima il prete che si mormorava avesse avuto una figlia  da una fervente cattolica,  poi quell’altro un po’ troppo amico dei ragazzini (e trasferito altrove). Quella che non è mai cambiata è probabilmente la voglia di protagonismo delle persone, che si è soltanto declinata in forme differenti. In mezzo,  però, sussiste l’incapacità  di sganciarsi dagli stereotipi sociali e comunicativi di sempre. Negli ’80 c’era chi – uomini &#8211; cedeva senza problemi alle voglie di chi gli potesse garantire un passaggio a Canale Cinque, salvo poi sposarsi con una signorina bene e cornificarla poco dopo con una sua dipendente. E poi quei ragazzi che si facevano di eroina, procurandosi i soldi con il piccolo spaccio e i furti (fu una strage per il paese, ne morirono parecchi). Uno scenario desolante simile a quello di tanti paesi della provincia di tutta Italia, e il tipo di droga che cambia, l’eroina che viene dismessa in favore della socializzante cocaina.<br />
I cinema, la cooperativa rossa e la Fgci sono spariti da molti anni, sostituiti da un numero impressionante di supermercati, affiancati da alcuni esercizi commerciali che solo un bambino innocente non saprebbe riconoscere come “lavanderie”. E’ rimasto sempre lì, invece, il bar dove gli uomini non solo giocano a carte ma, se gli va storta, perdono tutto quello che hanno, facili prede di giocatori professionisti; e dovrebbe essere ancora aperto in fondo al paese il locale “equivoco” come lo chiamava la madre della collega, in realtà un vero e proprio casino. Insomma un bel posticino, fotocopia in scala ridotta del nostro Paese. In un anno non è cambiato quasi nulla, se non forse soltanto nell’ansia di apparire, nel senso che certa gente può dirsi contenta se il paese è finalmente sotto i riflettori di tutt’Italia.“Passare dalla strada transennata davanti alla villetta dei Poggi mette ancora i brividi. E’ l’impatto crudele con la notorietà di un posto acquistata si può dire con la forza, col delitto, col male. E  questo male improvviso e duraturo, a questo groviglio di sangue dal quale non si riesce a trovare né il punto d’arrivo né di partenza ha creato nella popolazione una piccola psicosi criminale. Per esempio, mesi fa è morto improvvisamente il figlio del famoso pizzaiolo campione d’Europa. Vista la morte improvvisa è girata subito la voce che il ragazzo fosse stato pestato a sangue, anzi a morte. E invece è morto d’infarto. Faceva uso di droga, di infarto ne aveva subito già uno, è morto così, da solo.<br />
La collega mi saluta, riprende il lavoro. Si allontana con calma, nel caldo di Milano, la città che l’ha accolta e dalla quale, mi ha detto poco prima di finire l’intervista, non si separerebbe per nulla al mondo.”Più che altro perché  il male è parcellizzato, e nessuno ti riconosce per strada”. Fa male, la provincia.</p>
<p><em>(Pubblicato su La Tribuna. Immagine: Gene Davis &#8211; Two yellows, 1959.)</em></p>
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