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	<title>Nazione Indiana &#187; psicoanalisi</title>
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		<title>La psicoanalisi di fronte alla colpa</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 07:34:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #333333;">di <strong>Isabella Mattazzi</strong></p>
<p><span></p>
<p align="justify">Già negli anni &#8217;80, Jacques Derrida aveva dichiarato la necessità di una nuova etica della psicoanalisi che tenesse conto non soltanto dei modelli teorici di riferimento, ma delle diversità culturali degli psicoanalisti in quanto soggetti con una ben precisa identità geografica, politica, sociale. Chi fa psicoanalisi oggi infatti non può non riconoscere la portata amplissima, all&#8217;interno della pratica terapeutica, del proprio vissuto storico e del profondo intreccio che questo vissuto sembra avere con i nuclei più problematici della propria formazione psicoanalitica. Ma che cosa vuole dire, per un analista, confrontarsi con la Storia? Che cosa significa porsi non soltanto come figura professionale, ma come soggetto «politico-culturale»? Ne abbiamo parlato, in occasione del recente convegno «Straniero Familiare» &#8211; organizzato a Milano dal centro milanese di psicoanalisi Cesare Musatti &#8211; con Veronika Grueneisen, psicoanalista tedesca, presidente di Partners in Confronting Collective Atrocities e organizzatrice di uno degli esperimenti più interessanti e complessi di questi ultimi anni nell&#8217;ambito degli studi sulle dinamiche psicosociali, le «Conferenze di Cipro», di cui lei stessa ci racconterà. <span id="more-26771"></span></p>
<p align="justify">
<em>Dopo la seconda guerra mondiale, gli psicoanalisti tedeschi che avevano lasciato la Germania non accettarono, al loro rientro, di far parte di una società psicoanalitica che fosse in comune con chi invece era rimasto. In che modo la Storia ha giocato un ruolo simbolico importante nella pratica psicoanalitica tedesca?</em>
</p>
<p align="justify">Come per tutto il resto della società, gli avvenimenti di questo ultimo secolo e in particolar modo l&#8217;Olocausto in tutta la sua drammaticità, hanno avuto gravissime ripercussioni a livello conscio e inconscio per gli psicoanalisti tedeschi. E come per tutto il resto della società, c&#8217;è voluto per loro un tempo considerevolmente lungo per affrontare la cosa. Dopo la frattura nel dopoguerra del mondo psicoanalitico in due società distinte, si è creata l&#8217;idea che ci fosse una maniera «pulita» di fare psicoanalisi e una «colpevole», così come nel percorso terapeutico individuale ci si poteva considerare «fortunati» o «sfortunati» a seconda di chi era il tuo analista. Soltanto oggi, dopo quarant&#8217;anni, ci si sta rendendo conto della portata ideologica di tutto questo. Adesso i membri della Deutsche Psychoanalytische Gesellschaft e della Deutsche Psychoanalytische Vereinigung si parlano, collaborano, cosa che sarebbe stata assolutamente impensabile fino a una manciata di anni fa. Un discorso analogo si potrebbe fare per quanto riguarda i rapporti tra psicoanalisti tedeschi e psicoanalisti israeliani: la Shoah ha gettato un&#8217;ombra che ha pregiudicato per anni lo scambio professionale tra i colleghi delle due nazioni, con resistenze radicate nella parte più profonda e nascosta della loro stessa identità. Come era possibile che i figli tedeschi dei colpevoli e i figli israeliani delle vittime potessero riuscire a riflettere insieme? Come era possibile rinunciare all&#8217;identificazione inconscia con la generazione dei propri genitori per sviluppare nuove possibilità di relazione e di collaborazione professionale? Proprio per rispondere a questo tipo di domande, negli anni Ottanta, è nata l&#8217;idea delle Conferenze di Cipro.</p>
<p align="justify">
<em>Ci racconta in cosa consistono e come si svolgono queste Conferenze?</em>
</p>
<p align="justify">Si tratta di una serie di seminari residenziali della durata di sei giorni, una sorta di spazio protetto in cui psicoanalisti tedeschi ed ebrei possono affrontare il significato dell&#8217;Olocausto nel mondo della nostra contemporaneità, riflettendo sulla sua portata emotiva all&#8217;interno della costruzione identitaria delle seconde e delle terze generazioni dopo la guerra. I seminari sono impostati secondo il metodo delle group relations sviluppato dal Tavistock Institute di Londra che prevede un lavoro sulle emozioni individuali all&#8217;interno di sedute di gruppo strutturate in vario modo. Ci sono sedute ristrette, con partecipanti di un&#8217;unica nazionalità o di nazionalità mista, e sedute plenarie con tutti i gruppi riuniti. La dimensione e la composizione del gruppo influenza notevolmente l&#8217;atmosfera del dibattito, e i rapporti che di volta in volta si creano tra i partecipanti hanno delle ricadute importanti su tutto ciò che lì viene sperimentato e discusso.</p>
<p><em>I primi due incontri si sono svolti a Nazareth, il terzo a Bad Segeberg in Germania; oggi le Conferenze hanno invece come luogo di elezione Cipro. Quale importanza ha avuto da un punto di vista simbolico e quanto ha influito concretamente sullo svolgimento delle sedute, la scelta &#8220;geopolitica&#8221; dei luoghi?</em><br />
Essere riusciti a organizzare le prime due Conferenze in Israele è stato di un&#8217;importanza cruciale per un buon avvio dei lavori. I tedeschi erano infatti piuttosto ben intenzionati a esporsi andando in un paese dove gli ebrei sono la maggioranza. Quello che invece non ci saremmo mai aspettati è che gli israeliani fossero notevolmente attratti dall&#8217;idea di venire in Germania. Questi seminari hanno infatti permesso a numerosi colleghi israeliani di origini tedesche di mettere piede per la prima volta in Germania sentendosi del tutto protetti. La recente scelta di Cipro deriva invece dalla consapevolezza da parte dello staff di un bisogno sempre più evidente di allargare il dibattito anche ad altri gruppi nazionali colpiti dalle conseguenze dell&#8217;Olocausto. Oggi partecipa alle nostre Conferenze un numero sempre maggiore di persone di identità mista (tedesco-ebraica, ebraico-inglese, ebraico-americana) e Cipro, per la sua storia così complessa e dolorosa e per la sua sostanziale alterità rispetto alla dicotomia Germania-Israele, ci è sembrato un ottimo scenario dove poter realizzare i nostri incontri.<br />
<em>Le Conferenze di Cipro, dunque, vengono organizzate secondo un metodo non specificamente razionale e cognitivo, bensì esperienziale, ossia basato sulla sperimentazione diretta di processi dinamici vissuti nel «qui-e-ora» del setting. Inoltre non è tanto il singolo a porsi come soggetto-oggetto di analisi, ma il gruppo, o meglio «i gruppi» tedesco e israeliano insieme. Che cosa ha significato discutere del proprio senso di colpa o del proprio terrore di sopraffazione, non più di fronte ai fantasmi del proprio inconscio (come avviene in un ambito psicoanalitico &#8220;classico&#8221;), ma di fronte alla reale presenza dell’altro?</em></p>
<p align="justify">Direi che questa situazione porta con sé un doppio effetto. Da una parte, la realtà è più terrificante del fantasma, perché nei riguardi dell&#8217;altro sei maggiormente esposto alla tua vergogna, alla tua colpa, alla tua angoscia; dall&#8217;altra però, avere a che fare con la realtà ci pone sorprendentemente di fronte a un improvviso sollievo. Quando riesci a dire il tuo odio o la tua paura guardando in volto non un fantasma, ma una persona reale, e quando vedi che dicendo tutto questo non succede nulla di terribile, ma anzi riesci a dire il tuo odio o la tua paura ancora una volta e nessuno ti ammazza o scappa inorridito, immediatamente scatta una sorta di processo pacificatorio o comunque riparativo: dove «riparativo» non ha il senso di una riconciliazione o di un perdono, ma quella di una accettazione reale e articolata di ciò che è accaduto. La scelta di darci lo statuto di una organizzazione internazionale è stata risolutiva, del resto, perché ha offerto la possibilità di creare uno spazio simbolico e reale che fosse «protetto» sia per i tedeschi che per gli ebrei, difendendo gli uni e gli altri da qualsiasi forma di vendetta o di violenza.</p>
<p align="justify">
<em>I problemi trattati nel corso delle Conferenze riguardano direttamente i punti nevralgici della costruzione della nostra identità contemporanea. Oltre naturalmente a temi come l&#8217;odio, la paura o alle varie fantasie distruttive, dagli incontri è emerso, da parte tedesca, un disagio estremamente marcato nei confronti delle figure genitoriali, soprattutto riguardo allo sdoppiamento simbolico tra la loro immagine familiare e il loro ruolo storico.</em>
</p>
<p align="justify">L&#8217;esperienza di questi seminari è estremamente forte da un punto di vista emotivo e richiede un lavoro enorme di messa in discussione e di rielaborazione della nostra stessa identità. Togliere l&#8217;immagine dei genitori dall&#8217;alveo di una rassicurante quotidianità familiare per inserirla in un quadro storico di forte distruttività, ci pone di fronte a un pensiero terrorizzante: trovandoci all&#8217;interno di un contesto politico-sociale simile, probabilmente anche noi, come i nostri genitori così «normali», potremmo essere coinvolti nello stesso identico modo. A questo proposito, le dirò soltanto che la prima Conferenza avrebbe dovuto avere luogo nel 1992 e non fu realizzata perché non si era raggiunto un numero sufficiente di partecipanti. Non tutti riescono a lavorare su temi così difficili; chi non è in grado di sostenerne il peso, in genere preferisce rimanere a casa.</p>
<p align="justify">
<em>Lei ritiene che il modello di queste conferenze sia esportabile anche verso la gestione di altre forme di conflitto, per esempio la questione arabo-israeliana, o quella irlandese? E se sì, con quali differenze? Esiste un «nucleo problematico» proprio della questione ebraica, oppure ogni conflitto risponde a dinamiche comuni?</em>
</p>
<p align="justify">Sono assolutamente convinta che questo modello possa essere esportato anche verso altre forme di conflitto. Nel 2007 abbiamo creato Partners in Confronting Collective Atrocities, una organizzazione che ha assorbito la dirigenza e l&#8217;organizzazione delle Conferenze, estendendone il dibattito anche al conflitto israeliano-palestinese. Nel 2008, per la prima volta ha partecipato a Cipro anche una delegazione palestinese il cui contributo è stato estremamente importante.</p>
<p align="justify">
<em>Nella Shoah la divisione radicale tra «vittime» e «carnefici» è stato un elemento drammaticamente essenziale nella assegnazione simbolica dei ruoli e, forse anche per questo, ha fornito un modello forte di identificazione identitaria nazionale. Nel mondo contemporaneo invece le nuove forme di conflittualità ci mostrano un confine piuttosto labile tra le due figure, basta pensare alla figura del terrorista che si «immola» nel momento stesso in cui compie un atto di estrema violenza verso l&#8217;altro. </em>
</p>
<p align="justify">Questa riflessone corrisponde esattamente al lavoro di analisi che il nostro staff sta facendo in questi ultimi anni riguardo al futuro delle Conferenze; attraverso l&#8217;esperienza dei seminari abbiamo capito che i ruoli vittima-carnefice possono cambiare costantemente, e la configurazione ambigua del conflitto contemporaneo ne è un esempio lampante. Le dirò anche, però, che non abbiamo formulato una risposta precisa a questo tipo di problema. Il nostro motto, in un certo senso, è «non sappiamo che cosa fare e andiamo avanti», a significare il continuo lavoro di approfondimento e la costante evoluzione delle nostre posizioni teoriche.</p>
<p align="justify">
<em>Le Conferenze di Cipro sembrano ricordare in parte i lavori della Truth and Reconciliation Commission istituita in Sudafrica nel 1995. Il mandato della Commissione era quello di raccogliere e registrare le testimonianze di coloro che si erano resi colpevoli di violazioni dei diritti umani durante il regime dell&#8217;apartheid, e di coloro che ne erano stati le vittime.</em>
</p>
<p align="justify">Recentemente alcuni membri della nostra organizzazione hanno pubblicato un libro sulle nostre tre prime esperienze di incontro, Fed With Tears-Poisoned With Milk, di cui Desmond Tutu ha scritto la prefazione cogliendo perfettamente il nostro spirito e rivelando tutta la sintonia del suo messaggio con quello della Commissione sudafricana. Dalla quale noi, tuttavia, ci distanziamo evitando di usare la parola «riconciliazione» che, all&#8217;interno nella nostra cultura centroeuropea, potrebbe dare l&#8217;idea del tutto erronea della volontà di un qualche perdono o comunque della ricerca di un «punto di arrivo» per il nostro lavoro. Per noi invece è fondamentale che il confronto su questi temi sia elaborato in maniera continua, per affrontare il passato in favore del futuro.</p>
<p><span lang="IT"><em>(pubblicato su</em> il manifesto<em>, 25/11/2009)</em></span></span></p>
<p></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/28/la-psicoanalisi-di-fronte-alla-colpa/">La psicoanalisi di fronte alla colpa</a></p>
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		<title>La coazione a godere &#8211; Su &#8220;Leggere Lacan&#8221; di Slavoj Žižek</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 06:44:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>di <strong>Isabella Mattazzi</strong><br />
« Le Roi est mort, Vive le Roi ! » Ogni morte, si sa, comprende già in sé la propria rinascita. A fare da spoglia regale, in questo caso, sembra essere oggi il corpo ingombrante di uno dei saperi più rivoluzionari del secolo appena passato: la psicoanalisi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/21/la-coazione-a-godere-su-leggere-lacan-di-slavoj-zizek/">La coazione a godere &#8211; Su &#8220;Leggere Lacan&#8221; di Slavoj Žižek</a></p>
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<p>di <strong>Isabella Mattazzi</strong><br />
« Le Roi est mort, Vive le Roi ! » Ogni morte, si sa, comprende già in sé la propria rinascita. A fare da spoglia regale, in questo caso, sembra essere oggi il corpo ingombrante di uno dei saperi più rivoluzionari del secolo appena passato: la psicoanalisi. Condannata a morte, data per persa dal nuovo modello cognitivista-neurobiologico della mente umana e dallo strapotere contemporaneo della “pillola” sulla parola. Risorta (o meglio, mai deceduta), attualissima e persino chiaroveggente per Slavoj Žižek, che in <em>Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo</em>, pubblicato da Bollati Boringhieri con la bella prefazione di Mauro Carbone, dichiara ancora una volta il suo amore assoluto per il pensiero psicoanalitico, riuscendo nell’intento quasi miracoloso di rendere immediatamente comprensibili la voce e il pensiero di Jacques Lacan e di portarli a noi in uno stato di grazia dei più singolari. <span id="more-24785"></span><br />
Ma qual è il tipo di sapere specialistico che secondo Žižek è oggi tutt’altro che morto? Chi è questo Lacan diventato improvvisamente nostro fratello, comune amico, imprevisto spettatore di <em>Alien </em>o di <em>Eyes Wide Shut</em>? Certamente non il Lacan della pratica clinica, e neppure lo psicoanalista dello studio di rue de Lille n. 5. Piuttosto invece il Lacan “filosofo”. Il Lacan lettore di Husserl, Heidegger e Kojève. Il teorico nell’atto di intessere e far brillare i fili più disparati del pensiero a lui contemporaneo, dall’antropologia strutturalista, alla teoria matematica degli insiemi, agli studi linguistici saussuriani. Per Lacan-Žižek, “la psicoanalisi non consiste in una teoria e in una tecnica volte a curare i disturbi psichici, ma in una teoria e in una pratica che pone l’individuo a confronto con gli aspetti più profondi dell’esistenza umana”. Tolta di mezzo quindi ogni preoccupazione di carattere strettamente clinico (che pure ha un peso, e non da poco, nella pratica lacaniana), di Lacan rimane il pensiero critico come puro metodo di lettura, la sua teoria come microscopio ermeneutico, lente puntata a illuminare e stanare i movimenti contratti, le zampette svelte e la corazza sottile di noi poveri abitatori del mondo moderno. In questo caso la natura “strumentale” dell’operazione è fin troppo ovvia. Che Žižek utilizzi la psicoanalisi per una riflessione sociologica del tutto sua è evidente. Il “noi” di cui parla <em>Leggere Lacan</em> non è un noi-singolare, un noi-pazienti sdraiati sul lettino ad aspettare che il miracolo si compia, che il sintomo venga rivelato e che il re taumaturgo compia il proprio rito. Il “noi” di Žižek è un noi astratto, un noi-società, un “noi” in quanto struttura, insieme di regole che a un tempo ci comprendono e ci oltrepassano (un “noi-grande Altro”, avrebbe detto Lacan). Ciononostante, la cosa sembra funzionare perfettamente. La lente ingrandisce a dovere. Le zampette si agitano sotto il microscopio. Attraverso alcuni punti nevralgici della teoria lacaniana, la nostra società si fa unico corpo malato, materia visibile, gigantesco paziente inerme in attesa di essere esaminato. Uno su tutti, il problema della <em>jouissance</em>. “Godi!”sembra essere l’imperativo ossessivo del nostro tempo, “Godi fino allo sfinimento!”, o meglio, “Godi perché <em>devi </em>godere!”. All’interno di un universo, come il nostro, libero da ogni tabù sessuofobico, un “mondo in cui Dio è morto” lasciando aperta la gabbia in cui eravamo stati confinati un tempo dagli ordini simbolici tradizionali, il soggetto contemporaneo sembra essere diventato il luogo di possibilità e di messa in atto di ogni trasgressione. L’<em>eccesso</em> come ingiunzione generalizzata è il nuovo paradigma con cui confrontarsi all’interno della costruzione e della sperimentazione del nostro desiderio. “Godimento” quindi non è più una tenace rivolta, una lotta condotta palmo a palmo contro un sistema sociale dalla morale repressiva e dallo sguardo accigliato e reazionario. Godere oggi è <em>la</em> <em>regola</em>. È diventato <em>il nostro lavoro</em>. Da qui, secondo Žižek-Lacan, lo stravolgimento (la <em>perversione </em>nella sua accezione filologica di <em>per-vertere</em>, deviare, scartare di lato) delle categorie di formazione e di strutturazione del soggetto, con un Super-io (la parte più rigidamente punitiva del nostro essere psichico) diventato oggi, certamente ancora l’assoluto e tirannico depositario del <em>Divieto</em>, ma questa volta del <em>Divieto di non godere</em> (con il risultato, inevitabile, di renderci tutti frigidi, incapaci di far fronte a un simile mostro). Da qui il continuo, contraddittorio gioco delle parti tra edonismo e disciplina ascetica che permea ogni scelta, ogni istante della nostra quotidianità. Birra sì, ma senza alcol. Panna senza grassi. Sesso senza corpo. Da qui infine, la nostra posizione sempre più <em>interpassiva </em>nei confronti del mondo, continuamente sollecitati a “concedere all’altro l’aspetto passivo (il godimento) della nostra esperienza”, con le risate preregistrate delle <em>sitcom </em>televisive che ci sollevano dall’impegno di ridere o i videoregistratori che registrano (che “si godono” il film in tv) mentre noi lavoriamo. “Un tempo, si contava sulla psicoanalisi affinché consentisse al paziente di superare gli ostacoli che gli impedivano l’accesso a una normale soddisfazione sessuale (…). Oggi il godimento funziona effettivamente come uno strano dovere etico: gli individui si sentono in colpa non tanto perché, nel darsi a piaceri illeciti, violano le proibizioni morali, quanto perché non sono capaci di godere”.<br />
Di tutto questo, del perché siamo arrivati fin qui, Žižek non spiega le cause. Alla fine di ogni capitolo toglie il vetrino dalla macchina ottica e ce lo restituisce in mano, dandoci come sua personalissima soluzione al problema l’augurio di un mondo (di un discorso psicoanalitico) “nel quale ti è <em>consentito di non godere</em>; non che sia vietato godere: solo che è alleviata la pressione del doverlo fare”. È possibile allora immaginare una società senza imperativi, senza “doveri etici” (di qualsiasi natura essi siano, leciti o illeciti)?  Può un sistema sociale essere trattato in tutto e per tutto come un soggetto psichico, e quindi “guarire”? Probabilmente non è questo il luogo per discuterne, anche se la perplessità rimane. Intanto, <em>non godiamo</em> finché siamo ancora in tempo.</p>
<p><strong>Slavoj Žižek</strong>, <em>Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo</em> (prefazione di Mauro Carbone), Bollati Boringhieri, 2009, pp.134, 15 euro.</p>
<p><em>(pubblicato su il manifesto, 20/10/2009)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/21/la-coazione-a-godere-su-leggere-lacan-di-slavoj-zizek/">La coazione a godere &#8211; Su &#8220;Leggere Lacan&#8221; di Slavoj Žižek</a></p>
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		<title>Io, preda</title>
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		<pubDate>Wed, 28 May 2008 06:48:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Fazzini</strong><br />
<em></em></p>
<p style="padding-left: 300px;"><em>Adagio, non troppo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em></em><br />
La preda erodeva il mio corpo. Acqua evaporava, e combustibili macromolecole si consumavano nel moto di muscoli incandescenti. E l&#8217;anima anche si consumava, ritirandosi e spalancando un vuoto accogliente, ergonomico. Lì si accoccolò la preda, si addormentò beata; per sempre al sicuro, dolce ninnananna del cozzar di denti e ruminar di mascelle.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/28/io-preda/">Io, preda</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Fazzini</strong><br />
<em></em></p>
<p style="padding-left: 300px;"><em>Adagio, non troppo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em></em><br />
La preda erodeva il mio corpo. Acqua evaporava, e combustibili macromolecole si consumavano nel moto di muscoli incandescenti. E l&#8217;anima anche si consumava, ritirandosi e spalancando un vuoto accogliente, ergonomico. Lì si accoccolò la preda, si addormentò beata; per sempre al sicuro, dolce ninnananna del cozzar di denti e ruminar di mascelle.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/28/io-preda/">Io, preda</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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