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	<title>psiconauti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La comunione degli psiconauti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/02/18/la-comunione-degli-psiconauti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Feb 2021 06:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Zandomeneghi]]></category>
		<category><![CDATA[La scommessa psichedelica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Zandomeneghi [Note ed elucubrazioni su &#8220;Il trip report come sottogenere della letteratura di viaggio&#8221; di Peppe Fiore in La scommessa psichedelica a cura di Federico di Vita] Fiore parte dalle sue esperienze personali con l’LSD («La dissoluzione dell’ego, l’estasi, la percezione di squarci di bellezza assoluta e senza scampo, la sensazione di unità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Zandomeneghi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-88366" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/machine-elves-1-1010x1024.jpg" alt="" width="635" height="644" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/machine-elves-1-1010x1024.jpg 1010w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/machine-elves-1-296x300.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/machine-elves-1-768x779.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/machine-elves-1-250x253.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/machine-elves-1-200x203.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/machine-elves-1-160x162.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/machine-elves-1.jpg 1147w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /></p>
<p>[Note ed elucubrazioni su &#8220;Il trip report come sottogenere della letteratura di viaggio&#8221; di <strong>Peppe Fiore</strong> in <a href="https://www.quodlibet.it/libro/9788822904881"><em>La scommessa psichedelica</em> </a>a cura di <strong>Federico di Vita</strong>]</p>
<p>Fiore parte dalle sue esperienze personali con l’LSD («La dissoluzione dell’ego, l’estasi, la percezione di squarci di bellezza assoluta e senza scampo, la sensazione di unità col creato. […] L’LSD è stata una delle cose più vicine al sacro che io abbia potuto sperimentare») e le vede come accesso (<em>rectius</em>: come «ritorno», perché «il cosmo lisergico è sempre lì, sempre uguale a se stesso») a uno spazio peculiare, un «luogo eterno» – che come tale non è prodotto <em>ex novo</em> ed <em>ex nihilo</em> solipsisticamente dal singolo viaggio del singolo psiconauta, ma ha una sua consistenza oggettiva preesistente e addirittura immutabile – «popolato da una folla di altri – tutti gli uomini e le donne che prima di me hanno varcato la stessa soglia». Del resto se lo psichedelico rivela e mostra la mente e non si risolve in un delirio allucinatorio individualistico allora diventa possibile e pensabile un incontro con l’altro nei territori mentali rivelati, la comunione degli psiconauti come partecipazione solidale immersiva alla medesima realtà che si manifesta («l’idea che i fenomeni, spaventosi e bizzarrissimi che accadono a me siano già successi, più o meno simili, anche agli altri i è sempre risultata di conforto durante i trip. […] L’LSD mi ha permesso di stringere un legame con persone a me care così profondo che è paragonabile solo al sesso e, forse, all’essere scampati insieme a un pericolo mortale, o aver combattuto insieme, sullo stesso fronte, la stessa guerra»).</p>
<p>Alla luce di queste premesse diventa sensato da una parte cercare di mappare «il luogo eterno» ovvero «il mondo psichedelico» a partire dai trip report («quella che per mezzo secolo è stata solo una forma di resoconto di stretto appannaggio della letteratura specialistica o degli artisti si è solidificata in qualcosa che assomiglia a un canone: una popolazione di testi che, insieme, posso essere interpretati come un particolarissimo sottogenere della letteratura di viaggio») in cerca di «ricorrenze e sincronicità» analizzati con strumenti comparativistici, dall’altro andare a sondare in base ai risultati ottenuti quanto di realmente «condiviso» c’è nell’esperienza psichedelica operando quindi una sorta di verifica a posteriori che possa eventualmente fondare sperimentalmente l’ipotesi (la premessa) di partenza. Come materiali reportistici da lavorare comparativisticamente Fiore sceglie l’enorme massa di racconti (per lo più anonimi, ma comunque non d’autore: non partoriti con finalità artistiche e letterarie) presenti sul web («con Internet venne una forma di enunciazione di massa dell’esperienza di viaggio psichedelico») e in particolare ne seleziona qualche decina (a cui s’aggiungono le sue proprie memorie personali) dal migliore database sulle sostanze disponibile in rete: <a href="https://www.erowid.org/">Erowid</a>.</p>
<p>Procede poi a tracciare la geografia del «luogo eterno» individuando «pattern che ritornano: quelle rivelazioni che l’LSD dischiude a chiunque sia interessato a conoscere l’universale»:</p>
<p>NATURA («L’LSD dialoga fittamente con il mondo naturale. […] Le <em>texture</em> delle cortecce, le venature nelle rocce, le ramificazioni dei capillari delle foglie: sono sistematicamente tra i primi elementi che prendono vita quando la sostanza si comincia a sentire. Con l’aumentare degli effetti, la natura vive di vita propria, si fa cosciente e può rivelare un carattere cangiante»).</p>
<p>CREATURE («È un peccato che nessuno abbia mai pensato di stilare un bestiario delle creature psichedeliche. Ne risulterebbe un catalogo di varietà impressionante, in cui il quotidiano dialoga con l’inconscio profondo, generando entità che partecipano di entrambe le nature: reale e fantastica, naturalistica e archetipica»).</p>
<p>MUSICA E SUONI («Nei trip report tornano spessissimo i riferimenti alla musica e, in generale, alle esperienze sonore. La musica è da sempre una compagna di viaggio per gli psiconauti: incoraggia il trip, a volte lo guida, e dischiude sempre dei significati inaspettati»).</p>
<p>ETERNITÀ («Ho accennato all’inizio che un carattere ricorrente del mondo psichedelico sembra essere quello dell’archetipico, in qualche caso del mitologico. Sotto l’effetto dell’LSD, gli oggetti, le architetture, i corpi delle persone, anche senza particolari distorsioni della percezione, spesso appaiono circonfusi da una caratteristica aura di eternità»).</p>
<p>TEMPO («Durante il trip il tempo, come le percezioni, può assumere connotati elastici, ricorsivi, frattali. Spesso il temuto bad trip non è altro che questo: l’impressione di ritrovarsi intrappolati in una spirale di tempo che ritorna angosciosamente su se stessa. […] La psichedelia invece scardina il tempo, e con il tempo la consequenzialità degli eventi. Ci porta in un mondo in cui a un effetto non è necessariamente presupposta una causa. In qualche modo, simula il delirio paranoide»).</p>
<p>AUTOPERCEZIONE («In effetti è vero – gli specchi sotto LSD possono essere una trappola infernale, e ci sono poche esperienze più spaventose di specchiarsi e non riconoscersi – la mia identità misteriosamente decomposta e ricombinata in una forma che assomiglia a me, ma non sono più io. […] La dissoluzione dell’io è un’esperienza che molti psiconauti cercano, perché ci distacca finalmente da noi stessi e dal sistema di automatismi che governa la nostra vita quotidiana, ci richiama all’origine che sta prima del nostro essere gettati nel mondo: anche nella prospettiva di ritornarci poi, nel mondo, purificati da quell’abbandono»).</p>
<p>FOLLIA («Al culmine dell’intensità, la psichedelia smonta le catene di senso, le avviluppa in spirali di non-significato che tornano ossessivamente su se stesse. È la regione più spaventosa della psichedelia, quella che affaccia direttamente sul bad trip. […] Non esiste psiconauta al mondo, credo, che non abbia pensato almeno una volta nella vita di essere impazzito e non poter più tornare come prima»).</p>
<p>DIO («Un grande personaggio ricorrente dei resoconti degli psiconauti: una presenza mutevole e capricciosa che si manifesta, di volta in volta, nella forma di coscienza universale, o di luce, o di senso di unità con il creato, o di caos, o di armonia ordinatrice della creazione»).</p>
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		<title>Myspace killed the lysergic-star. Una lettura de Gli interessi in comune di Vanni Santoni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/myspace-killed-the-lysergic-star-una-lettura-de-gli-interessi-in-comune-di-vanni-santoni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Sep 2008 06:30:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[psiconauti]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Ne Gli interessi in comune, secondo libro di Vanni Santoni, scrittore trentenne di Montevarchi nel Valdarno, appaiono chiari due protagonisti: la lunga adolescenza di un gruppo di ragazzi nell’arco di dieci anni (1996-2006) ed il luogo dove le loro vicende si intrecciano, Figline Valdarno, il demone della provincia. Gli interessi sono quelli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone" src="http://www.eventiesagre.it/images/upload/image/culturali/firenze%20-%20gli%20interessi%20in%20comune%20-%20vanni%20santoni.jpg" alt="" width="224" height="350" /></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Ne <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788807017629/santoni-vanni/interessi-comune">Gli interessi in comune</a></em>, secondo libro di <strong><a href="http://sarmizegetusa.wordpress.com/">Vanni Santoni</a></strong>, scrittore trentenne di Montevarchi nel Valdarno, appaiono chiari due protagonisti: la lunga adolescenza di un gruppo di ragazzi nell’arco di dieci anni (1996-2006) ed il luogo dove le loro vicende si intrecciano, Figline Valdarno, il demone della provincia. Gli interessi sono quelli che teoricamente fanno da collante nei rapporti interpersonali: in questo caso però il titolo è preludio ad un certo beffardo cinismo che percorre tutta la narrazione. <span id="more-8525"></span>Il gruppo è infatti un’entità relativamente variabile, nata quasi per caso tra i frequentatori di uno stesso posto. Al bar Miro si ritrovano fin dalle superiori Iacopo, il Mella, il Malpa, il Paride, il Sasso, Mimmo, Sandrone ed infine il Dimpe. Attorno a loro ruotano indimenticabili comprimari, che ogni lettore “provinciale” riconoscerà subito come familiari: Loriano che c’è sempre, anche se mai invitato, colpevole di non capire le dinamiche di inclusione del gruppo; il discotecaro dai vestiti lindi e accessori improponibili da sfigato (tipo: marsupio fluorescente), che nessuna donna si può filare; e soprattutto il Torcia ed il Pelle, anagraficamente fuori tempo massimo per aver doppiato la maggiore età, ma protagonisti di leggende memorabili. I famosi interessi sono le droghe, che fanno dei protagonisti degli entusiasti “psiconauti”, secondo un’autodefinizione di uno dei protagonisti, che sperano di non diventare “psiconaufraghi”. I capitoli, che prendono il nome della sostanza di volta in volta sperimentata, quasi un moderno catalogo di principi psicoattivi, si raccontano le avventure di un gruppo che altrimenti avrebbe ben poco da dirsi. Il formidabile elenco e le vicende bizzarre che capitano ai ragazzi allucinati (dallo smarrimento spazio-temporale sulle colline pistoiesi dopo assunzione di ketamina, ad un presunto rito con tanto di unguento fantasmagorico per aspiranti streghe, ad una regressione allo stato fetale dopo un cocktail di sostanze tra cui figura l’amanita muscaria – lo sgabello del rospo, il fungo dei Puffi), possono ricordare <em>Paura e disgusto a Las Vegas</em> del compianto <strong>Hunter S.Thompson</strong>, padre del giornalismo gonzo e mancato sceriffo della contea di Pitkin in Colorado con lo slogan <em>Freak Power!</em>, dove i due protagonisti, Thompson medesimo ed il suo scellerato avvocato, in trasferta nel Nevada per seguire una gara motociclistica all’inizio dei Settanta, finiscono a sconvolgersi con ogni tipo di farmaco e droga a disposizione, con risultati dal comico al grottesco. Oppure richiamare “la scimmia sulla schiena” burroughsiana, o, restando in patria, i personaggi (spesso in parte o del tutto autobiografici) del genio di <strong>Andrea Pazienza</strong>, dal giovane Andrea in Penthotal, al “cattivo” Zanardi, a Pippo il più “fuori” della compagnia Disney, al capolavoro assoluto di Pompeo diviso tra la vocazione artistica e l’eroina che placa ogni ansia e insofferenza. Ma i personaggi di Santoni non stanno rovesciando il grande sogno americano o rifuggendo lo spettro di una guerra vergognosa (in Thompson era il Vietnam); non sembrano nemmeno inclini alla sperimentazione estrema di <strong>William Burroughs </strong>né a ricalcare le orme dei <em>Drugstore Cowboys </em>di <strong>Gus Van Sant</strong>, rapinando farmacie in giro per la provincia; né hanno l’eccesso di sogno, violento ribellismo, lancinante disperazione degli alter-ego di Pazienza. Soprattutto non agiscono negli anni Settanta, il periodo d’oro delle droghe psicotrope di <strong>Timothy Leary </strong>e del magic bus <em>Further </em>di <strong>Ken Kesey</strong>, della rivoluzione pacifista, dell’amore universale, dei fiori nei cannoni, ed infine del rifiuto nichilista del movimento punk, ma all’alba del duemila, dove vige la legge del consumo. Più vicini semmai, anche temporalmente, agli antieroi dei libri dello scozzese <strong>Irvine Welsh</strong>, sebbene lontani dal degrado in cui tendono a sfociare questi ultimi e non destinati ad una vita da tossicomani o da tossicodipendenti. Le droghe sono descritte principalmente quali prodotto più o meno fruibile della società consumistica, intercambiabile con altri – se le generazioni precedenti si riconoscevano in idee ed ideologie, le attuali si definiscono in base alla merce soggetto delle loro fantasie – <em>drug-addicted, techno-addicted, fashion-addicted </em>e, ora più che mai, <em>internet-addicted</em>. Non è un caso che verso la fine del romanzo arrivi l’uso di posta elettronica e myspace come ultima frontiera d’aggregazione dopo il bar, gli “strippi chimici”, l’agonia dei raduni musicali estivi, i rave. I simboli e sintomi di una certa generazione sono tutti presenti: dalla discoteca all’università infinita, ai giochi di ruolo, alle carte <em>Magic</em>, ai punkabbestia con cani (o viceversa), all’Inter-Rail con tappa obbligata ad Amsterdam per ogni ragazzo italiano d.o.c. Eppure, sebbene si presti generosamente ad una critica sociologica, il romanzo di Vanni Santoni non è propriamente definibile come opera generazionale: il manifesto con cui si apre, frutto di uno dei personaggi e non dell’autore, è stilato tutto al negativo, elencando ciò che i ragazzi non sono o aspirerebbero ad essere, apparendo più che una dichiarazione di ideali (inesistenti), un’operazione volta a fissare qualcosa di se stessi, <em>qualcosa</em> di non totalmente compreso, più che a definire nettamente la micro-epoca dei giovani di fine millennio. Questo <em>qualcosa</em> che non si esprime, che non si afferra, ma rieccheggia sia nei protagonisti che nel lettore (specialmente se loro coetaneo), emerge dallo stile della scrittura, che alterna al divertito compiacimento di un’eterno presente di dialoghi tra il cinico e l’ironico ed accadimenti spesso esilaranti, un tono quasi epico, arcaicizzante, malinconico. Premesso che qui il linguaggio dipende prima di tutto dalla toscanità di cui è intriso &#8211; nei bar, nei circoli delle province toscane, tra i vecchi ed i giovani di qualsiasi estrazione sociale, si parla veramente così, mescolando battute sagaci ed irriverenti a racconti che sembrano emergere dalle nebbie di gesta e tempi remoti, mentre invece si riferiscono all’altro ieri &#8211; questa lingua sottolinea benissimo la precarietà in cui agiscono i nostri prodi ed il tentativo (loro o di Santoni o di entrambi), di ancorarla. Precarietà che proviene da quei <em><a href="http://myfreefilehosting.com/f/c6e5337d65_0.31MB">Personaggi precari</a></em>, titolo e tema del primo libro dell’autore, il cui debito è evidente nei capitoletti-lampo tra quelli principali, dove i personaggi sono impressi uno ad uno come su carta fotografica in situazioni tipo della loro esistenza. Sia la provincia che l’adolescenza appartengono alla categoria del precariato: entrambe né carne né pesce, sempre schiacciate da forze maggiori (la natura della campagna e le promesse della grande città; il fantasma totalizzante dell’infanzia e le aspettative, i successi o i fallimenti dell’età adulta), incomprensibili perfino a se stesse. I ragazzi sono infatti soli: vedendo il gruppo dall’interno, Santoni sceglie di non narrare ad esempio il rapporto con i genitori, che, quando evocati, appaiono in tutta la loro distanza dai figli, nella loro assenza come punti di riferimento perfino affettivi. Le ragazze rappresentano tutt’al più l’oscuro oggetto del desiderio di alcuni (Iacopo, il Dimpe) o confermano l’affidabilità ed il buon carattere di altri (il Sasso, che ha la ragazza fissa). È un romanzo tutto al maschile, che se da una parte fa arricciare il naso alle lettrici, dall’altra inquadra benissimo certa misoginia e sodale chiusura dei gruppi adolescenziali. Gli unici adulti che meritano una qualche esplorazione sono i suddetti Torcia e Pelle, che sarebbero a tutti gli effetti disadattati ed emarginati nella società adulta normale, il primo emblema della dipendenza, dalle droghe alle sfide di <em>Magic</em>, il secondo maniaco ossessivo-compulsivo e non particolarmente acuto (non perdetevi le ali di compensato…), delle buone maniere a suon di cazzotti, ma acquistano sfumature mitiche da novelli Peter Pan agli occhi dei ragazzini. Allora è a questo punto più giusto dire che il libro di Santoni non affronta una generazione, ma una condizione dell’essere, che di volta in volta è identificabile nella giovinezza, nella vita di provincia, nell’irrequietezza, nella sperimentazione di stati alternativi, sebbene artificiali, nella condivisione di esperienza. I ragazzi non hanno niente da dirsi che vada oltre la discussione sulle droghe e la rievocazione di un passato prossimo da sballati: deprivata dell’humus psicoattivo la conversazione langue; non sono toccati dalla lama del dolore o della perdita (sebbene disagio e suicidio facciano capolino, per entrare subito nella leggenda e nel dimenticatoio), eppure mentre gradualmente si arriva alla fine e qualcuno si allontana dal gruppo, il catalogo lisergico è sempre più chiaramente un vocabolario di stati emotivi, legati più che alle sostanze al momento e ai protagonisti, entrambi irripetibili, perduti. Sembra di avvertire la disperazione tenue che coglie Iacopo, emigrato nella realtà di Firenze, per scoprire che non è poi così diversa da Figline. Di dieci anni di <em>nulla</em>, ai ragazzi resta la nostalgia per il luogo del passato, per l’essere stati insieme, comunque, con o senza grandi scambi intellettuali, esattamente come, e questa volta il paragone calza a pennello, agli <em>Amici miei </em>di <strong>Mario Monicelli,</strong> dopo anni di <em>zingarate </em>&#8211; i <em>loro </em>interessi in comune &#8211; resta la partecipazione corale ad un tempo, l’amicizia (quel qualcosa che non sapevamo nominare), il bene effimero e inspiegabile dell’affetto.</p>
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