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	<title>Nazione Indiana &#187; racconti</title>
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		<title>Maria De Filippi / Emanuele Kraushaar</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 07:42:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Mi chiamo Damiano. Ho 28 anni e non me ne frega una cazzo di niente.<br />
Da quando sono stato tronista a Uomini e Donne ancora di più non me ne frega un cazzo di niente.<br />
Tutti mi cercano adesso, vogliono uscire con me, mi aggiungono come amico su Facebook.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/22/maria-de-filippi-emanuele-kraushaar-2/">Maria De Filippi / Emanuele Kraushaar</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft  wp-image-41079" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="Emanuele Kraushaar, Maria De Filippi, Alet 2011" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/MDF_cover_web.jpg" alt="Emanuele Kraushaar, Maria De Filippi, Alet 2011" width="231" height="324" />Mi chiamo Damiano. Ho 28 anni e non me ne frega una cazzo di niente.<br />
Da quando sono stato tronista a Uomini e Donne ancora di più non me ne frega un cazzo di niente.<br />
Tutti mi cercano adesso, vogliono uscire con me, mi aggiungono come amico su Facebook.<br />
Ho grandi possibilità lavorative in televisione, tutte le ragazze in discoteca mi si buttano addosso, mi lasciano il loro numero di cellulare.<br />
Tutti mi offrono il caffè, molti mi offrono una birra, qualcuno mi offre la cena.<br />
Una signora una mattina a Cola di Rienzo mi ha fermato e mi ha lasciato il numero della figlia.<br />
Un pomeriggio come gli altri che non ho niente da fare la chiamo.<br />
“Preferisci che ti mando la foto o vuoi uscire lo stesso? Dove ci vediamo?” chiede.<br />
“Vieni da me tra due ore” dico.<br />
Un paio di ore dopo decido di uscire per farmi una passeggiata.<br />
Quella non troverà nessuno a casa, ma non me ne frega un cazzo di niente.<span id="more-41078"></span></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Per me l’amore non esiste. Così una mattina vuota come le altre decido di partecipare al programma Uomini e donne di Maria De Filippi. Chiamo la redazione e, dopo un paio di settimane, eccomi a Cinecittà.<br />
Prima della puntata, mentre faccio colazione al bar, incrocio il mio sguardo con quello della cameriera e provo un’improvvisa voglia di portarmela a letto. Tiro fuori un paio di stupidate, le lascio il mio numero di telefono, le dico di chiamarmi una sera quando avrà voglia di vedermi, vado a registrare la prima puntata dove devo corteggiare una ragazza che sta sul trono e mentre entro nello studio già mi sono dimenticato di lei.<br />
Quando esco è già buio e mi sento come una bottiglia bevuta e poi rotta a terra. L’inverno è di quelli che tranciano ogni energia. Mentre attraverso la strada, vengo falciato da una macchina.<br />
La prima persona a venire in ospedale è la cameriera.<br />
Passa a trovarmi spesso anche adesso che la situazione è peggiorata e non riesco più neanche ad alzarmi dal letto.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>A me tutti quelli che vanno al programma Uomini e Donne mi fanno schifo. E dato che non ho alcuna considerazione neppure di me, ci vado pure io al programma.<br />
Ma io voglio fare colpo su qualcuna della redazione, perché quelle durano per sempre, mica sono come le troniste che vanno e vengono e poi nessuno se le ricorda, o magari gli scrivono troie su youtube. Io penso in grande, se ci scappa ci provo pure con Maria De Filippi.<br />
Quando mi siedo di fronte alle ragazze della redazione, punto subito quella più brutta.<br />
Non che sia poi da buttare via, penso.<br />
Alla pausa pranzo la avvicino, ma quella non mi fila per niente.<br />
Allora mi scappa una bestemmia. E la dico pure forte.<br />
Così arriva un tipo che mi dice che è meglio che mi allontano.<br />
Io gli punto il dito contro, ma poi torno sui miei passi, perché anche se sembro un armadio e faccio palestra da anni, ho sempre una fottuta paura di fare a botte.<br />
Così, mentre sotto la pioggia imbocco la Tuscolana e Cinecittà diventa un puntino lontano, ripenso a quello che mi picchiò quando stavo al mare a Ladispoli.<br />
Ci avevo provato con la sorella, per questo mi ruppe il polso e ancora adesso quando piove mi sento picchiare sull’osso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">(da <em>Maria De Filippi</em>, Emanuele Kraushaar, <em></em>Alet 2011)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/22/maria-de-filippi-emanuele-kraushaar-2/">Maria De Filippi / Emanuele Kraushaar</a></p>
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		<title>Baci Scagliati Altrove</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 13:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[DaniMat]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Veronesi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Baci-Scagliati-Altrove-Sandro-Veronesi-204x300.jpg"></a>di <strong><a href="http://www.danielamatronola.it/">DaniMat</a></strong><br />
<em>Sandro Veronesi</em>, <strong>Baci Scagliati Altrove</strong>, pagine 184, Fandango.</p>
<p>&#8220;All&#8217;età di undici anni, Mete barattò un pallone di cuoio regolamentare, nuovo di zecca e completo di ago, con la carabina Flobert di un compagno di scuola&#8221;– questo inizio, folgorante, apre il racconto <em>La furia dell&#8217;agnello</em>, settimo dei 14 messi insieme nella raccolta<em> Baci Scagliati Altrove</em> appena edita da Fandango.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/10/baci-scagliati-altrove/">Baci Scagliati Altrove</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Baci-Scagliati-Altrove-Sandro-Veronesi-204x300.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Baci-Scagliati-Altrove-Sandro-Veronesi-204x300.jpg" alt="" title="Baci-Scagliati-Altrove-Sandro-Veronesi-204x300" width="204" height="300" class="alignleft size-full wp-image-41000" /></a>di <strong><a href="http://www.danielamatronola.it/">DaniMat</a></strong><br />
<em>Sandro Veronesi</em>, <strong>Baci Scagliati Altrove</strong>, pagine 184, Fandango.</p>
<p>&#8220;All&#8217;età di undici anni, Mete barattò un pallone di cuoio regolamentare, nuovo di zecca e completo di ago, con la carabina Flobert di un compagno di scuola&#8221;– questo inizio, folgorante, apre il racconto <em>La furia dell&#8217;agnello</em>, settimo dei 14 messi insieme nella raccolta<em> Baci Scagliati Altrove</em> appena edita da Fandango. Un inizio folgorante che ho riconosciuto subito: apriva <em>La tartaruga</em>, racconto selezionato tra i molti di autori vari che composero nel 1990 il primo numero, dedicato al tema <em>La Paura</em>, della rivista <em>Panta</em>, ideata e fondata, con Elisabetta Sgarbi, da Pier Vittorio Tondelli che la diresse per i primi quattro numeri prima di morire di AIDS. Un racconto che ha conservato la sua semplice potenza e ora in quel titolo, allo stesso tempo simbolico e ossimorico, trova la sigla ideale, centrata, buona a fare il paio immediato con quell&#8217;incipit che, contro ogni previsione, ci introduce subito a una stranezza: un ragazzino, geloso possessore di un vero pallone di cuoio, rinuncia ad esso in un attimo, risucchiato nella promessa di eccezionale, inappellabile ferocia agitata da un fucile.<br />
Proprio questo è <em>il punto. Anzi, due</em>. <span id="more-40999"></span><br />
Questo racconto in particolare ci trascina in una escalation di furore che, come altrove nel libro, ma qui un bel po&#8217; di più, ci fa affacciare sul baratro del rovesciamento di fronte, tenendoci desti e vigili sempre con un brivido che sta lì a segnalarci paura, senso del pericolo, inerme inadeguatezza di chi è solo come chiunque di noi a fronteggiare caso e destino. Che dire del resto del pauroso buco nero da cui &#8216;il ventre della macchina&#8217; del racconto omonimo (titolo ricalcato sulla raccolta di saggi, <em>Nel ventre della balena</em>  di George Orwell, caro al ‘nostro’) occhieggia fin dentro l&#8217;abitacolo di un&#8217;automobile a quel che percepiamo spartana, disadorna? Non si tratta solo di un pozzo senza fondo, reso orrendo dal buio misterioso con cui e&#8217; identificato e dalla sua incontenibile vastità, ma in sovrappiù di un agente di orrore imprevedibile che riesce a invadere il ristretto abitacolo, come un diavolo in agguato che riesce a venire fin dentro la vita intima di chi abita quella macchina. E fa il paio con la scarpa di donna che dall&#8217;esterno ammara al centro del soggiorno, da fuori fin dentro casa, e rovescia, riaprendolo al secolo, il ménage monastico, tutto casa figli scuola e lavoro, condotto per anni dal protagonista.<br />
Ora, poiché non contano solo i termini costitutivi di un sistema ma soprattutto in che modo e secondo quali dinamiche essi si rapportano l&#8217;un l&#8217;altro, ciò che conta qui non e&#8217; solo il risultato (l&#8217;agente esterno che si presenta a dire che fuori c&#8217;è il mondo con le sue ingerenze potenziali e le sue temibili minacce, come in certe pièces di Harold Pinter per esempio, cioè come nel Teatro dell’Assurdo, della Crudeltà, della Rabbia e della Violenza): conta ancor più il percorso a ritroso che si attiva e sussiste a partire dall&#8217;irruzione di quello stesso agente, e ci fa inquadrare piuttosto, e meglio, chi ne e&#8217; snidato, ce lo fa mettere bene a fuoco, ce lo svela limpidamente proprio mentre quello lavora a mimetizzarsi.<br />
Decisamente illuminante a tal riguardo un passaggio di <em>Profezia</em>, piccolo miracolo di volteggio sul trapezio con tripli salti mortali e piroette aeree carpiate senza rete sotto: &#8220;&#8230; poiché so chi sei e conosco le tue opere, dico che ti riconoscerai nel goffo sforzo di esser sincero mentre stai mentendo&#8221;, utile a confermare l&#8217;inclinazione irresistibile dell&#8217;Autore a contraddire immediatamente un&#8217;affermazione nell&#8217;atto stesso di produrla, come dire che l&#8217;ambiguità e&#8217; congenita e ineludibile, e anche a ricordarci che la letteratura è una questione di salti mortali, come argomenta una raccolta di saggi di Raffaele La Capria.<br />
Venendo al secondo punto, nonostante tutti questi racconti in forma sparsa siano già stati pubblicati nel corso degli ultimi vent&#8217;anni (su <em>Linea D&#8217;Ombra</em>, su <em>Nuovi Argomenti</em>, nei librini estivi del <em>Corriere</em>, o nell’<em>Antologia dei Nuovi Narratori Italiani</em> – un Oscar Mondadori del 1993), rileggerli non solo non suscita (come personalmente ho temuto) la noia del già letto e noto, ma permette di rinvenire in questa prosa, ricca di figure proprie della letteratura fino alla elementare allitterazione, un metodo, un dispositivo rivelatorio, una progressione narratologica pulita e efficace, e questi racconti è come se risultassero nuovi di nuovo. La lingua va dritta a bersaglio, e&#8217; strepitosamente centrata, e, benché piena, pure risulta asciutta: emerge una pulizia del segno: ciò che la scrittura ordisce, per locali molecole e per tensione cucinata, poteva essere &#8216;arrangiato&#8217; solo con quella specifica precisione e compattezza, e del resto l’Autore trova entrambe in modo indubbiamente naturale, senza sforzo.<br />
Come fosse, narrare e orchestrare il racconto, l’unica forma per l’Autore di conoscenza del mondo; un modo di collocare gli elementi costitutivi del mondo in uno spaziotempo ordinato, cauto e rigoroso, secondo nessi contemporaneamente utili pratici e logici, umani non in senso caritatevole o peloso, ma sensato, tagliando via tutto ciò che non serve, tutto ciò che è deviazione o perdita di tempo. In questa scrittura c’è un ordine che serve a svelare meglio le mostruose contraddizioni del destino, le irruzioni risibili del caso, i rovesci di fortuna in agguato appena sotto la superficie dorata delle apparenze: nulla naturalmente è mai come sembra, come nel caso di Giacomo Costantini, amico forzato, modello imposto la cui verità è oscena e violenta.<br />
L’assurdo latente, lezione beckettiana appresa dal ‘nostro’ col cuore, è la perla da andare a cercare in questi racconti – i baci sono scagliati altrove perché c’è sempre un deragliamento, un’impennata, uno ‘spingere il momento alla sua crisi’, c’è sempre l’intuizione di uno scorrimento piano, a volte rovinosamente turbolento, di faglie in genere tangenti appunto ma pronte allo scontro, e tutto questo trascorre indisturbato fin quando non è colto da una percezione più sensibile orientata a intercettarlo.<br />
L’eXtra di questo libro è <em>LOVE</em> (Cap. 15 → 1990) tratto da <em>The Broom of the System</em> di David Foster Wallace, di recente debitamente adottato dal ‘nostro’ come fratello letterario.<br />
L’agente esterno e regista dell’episodio è il sagace Monroe Fieldbinder – un cognome (l’ottimo traduttore Sergio Claudio Perroni avrebbe potuto segnalarlo con una notarella rendendo omaggio a DFW, notoriamente maniaco delle note) piuttosto indicativo: vuol dire, elaborando un po’ ma è questa l’eco che emana, <em>circoscrittore del campo, marcatore del territorio</em>. Non vi dico perché è bene conoscere questo dettaglio per non togliervi il gusto del racconto: di certo il buon Monroe è tutto meno che il moralizzatore per cui si presenta, cosicché anche qui per l’appunto nulla è ciò che sembra, e l’orrore latente che scorre sotto la superficie senza esplodere fuori sta lì a occhieggiare in attesa del pertugio buono per dare l’assalto.<br />
Per la cronaca, <em>La Scopa del Sistema</em> fu uno dei primissimi libri editi da Fandango Libri (1999) nella collana Mine Vaganti ideata e diretta proprio da Sandro Veronesi: romanzo mirabolante pubblicato in America nel 1987, quando DFW aveva 24 anni, che si svolge perlopiù, con proditorio avantismo futurista, nel 1990, anno di pubblicazione del racconto da cui siamo partiti, <em>La furia dell&#8217;agnello</em>, cuore che batte implacabile al centro esatto di questa raccolta.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/10/baci-scagliati-altrove/">Baci Scagliati Altrove</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Battute di caccia</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 06:05:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>Ugo Coppari</em></p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Un giorno ho conosciuto una persona che non ci vedeva e non ci sentiva e neanche poteva parlare. Questa persona mi ha raccontato che un giorno ha conosciuto un signore molto anziano che parlava con gli animali. Questi animali gli avevano raccontato che molto tempo fa gli animali potevano parlare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/11/battute-di-caccia/">Battute di caccia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>Ugo Coppari</em></p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Un giorno ho conosciuto una persona che non ci vedeva e non ci sentiva e neanche poteva parlare. Questa persona mi ha raccontato che un giorno ha conosciuto un signore molto anziano che parlava con gli animali. Questi animali gli avevano raccontato che molto tempo fa gli animali potevano parlare. E spesso cercavano dei pretesti per riunirsi e testimoniare agli altri la propria esperienza.</p>
<p>Era giorno di festa quando tutti vestiti di bianco questi animali si radunano attorno al lago dove a quei tempi confluivano tutti i fiumi dell’Africa e del Sudamerica. Mentre stanno per sedersi attorno al fuoco che sorge al centro del grande lago, ecco che emerge dalla superficie dell’acqua un coccodrillo che decide di prendere la parola e raccontare cosa gli è capitato.<span id="more-40184"></span></p>
<p>Racconta di essere stato travolto da un fiume di fango e di essere stato trascinato in una caverna nascosta sotto una grande montagna. Là sotto incontra un uomo che non ci vedeva e che non ci sentiva e che neanche poteva parlare. Quest’uomo se ne stava fermo, appoggiato alla parete in fondo alla caverna. Il coccodrillo inizialmente non sapeva cosa farsene di quell’uomo, anche perché non sapeva cosa fosse o cosa stesse facendo. Così decise di mangiarselo, tutto d’un fiato. L’uomo non emise alcun suono né tentò di divincolarsi, ma una volta arrivato in fondo allo stomaco del coccodrillo comincia a muovere ritmicamente braccia e gambe nel tentativo di nuotare. Il coccodrillo, stravolto da quel travaglio allo stomaco, decide di lasciarsi trasportare dall’uomo che gli nuotava dentro. Ecco che dopo un po’ il coccodrillo si ritrova di fronte ad una cascata altissima, oltre la quale si apre il vuoto. L’uomo continua a nuotare finché i due non precipitano dalla cascata. Arrivato là in fondo il coccodrillo si accorge che un altro uomo lo stava aspettando:</p>
<p>un uomo molto anziano vestito di bianco che se ne sta appollaiato su di un ramo. Quest’uomo ha il corpo ricoperto di piume, sembra un uccello. Il coccodrillo è sbalordito dallo splendore del suo piumaggio, lucido e cangiante. Il vecchio comincia a muovere il becco, lo apre e chiude senza emettere alcun suono, finché non gli cade a terra. Poi afferra il becco con le mani e se ne serve per incidere un taglio nel bel mezzo del proprio petto. Con un gesto deciso affonda l’estremità del becco nel torace e apre le proprie viscere allo sguardo del cielo. Il coccodrillo non sa cosa pensare, fin quando l’uomo dentro al suo stomaco decide che è ora di uscire allo scoperto: esce e corre ai piedi del vecchio. Raccoglie il becco e se lo infila tra le labbra afone, per poi prendere il volo e non tornare mai più. Mentre se ne va via, il vecchio che se ne stava appollaiato sull’albero scende a terra e va dal coccodrillo. Gli mostra una complessa e particolareggiata serie di incisioni segnate nel suo cuore, ancora pulsante. Lì vi sono raffigurate alcune scene di caccia: in una si vede un uomo che scrive una lettera chino su uno scrittoio in noce: in un’altra scena si vede una donna che fuma una sigaretta: nell’ultima scena il coccodrillo scorge la rappresentazione di un vernissage, dove alcuni uomini parlano tra di loro dando le spalle ad una serie infinita di quadri raffiguranti madonne, soldati e esseri ibridi. Il coccodrillo, sbalordito, apre le fauci. Il vecchio così gli si tuffa incontro, entrandogli nello stomaco. Poco prima di entrare, si preoccupa di strapparsi dal petto il cuore pieno di incisioni, per lanciarlo in mezzo al grande bacino d’acqua su cui s’affaccia la grande cascata.</p>
<p>Il coccodrillo ha appena terminato di raccontare la sua vicenda, quando nel bel mezzo della notte tutti gli altri animali se ne stanno sbalorditi a bocca aperta. Ad un certo punto un uccello dal becco piuttosto tagliente si rivolge al coccodrillo che ancora se ne sta in mezzo al lago. Una volta ridestatosi dal torpore ipnotico della narrazione, l’uccello chiede al coccodrillo cosa cazzo stesse dicendo, nel senso che non ci aveva capito assolutamente niente di quella storia. Proprio in quel momentoun gruppo di uomini armati di fucile esce dalla giungla e comincia a sparare sugli animali: che muoiono tutti. Tranne il coccodrillo, ché se ne stava in mezzo al lago.</p>
<p>Una volta terminata la carneficina, il coccodrillo si dirige verso una sponda del lago, dove sono riuniti gli uomini che stanno sventrando le bestie appena uccise. Toccata terra, il vecchio che se ne stava rinchiuso nella stomaco del coccodrillo esce allo scoperto (la cassa toracica totalmente svuotataci ricorda che il suo cuore – ormai in chissà quale altro angolo del Gondwana &#8211; si sta arricchendo di nuovi segni). Questi uomini s’erano radunati attorno al fuoco, quando ad un certo punto uno di loro decide di prendere di nuovo la parola.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/11/battute-di-caccia/">Battute di caccia</a></p>
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		<title>Nuovi autismi 3 &#8211; La mia carriera letteraria</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jul 2011 09:50:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/mucca.jpg"></a></strong></p>
<p>Il mio ultimo romanzo è andato benissimo: nessuno l’ha comprato, nessuno l’ha recensito, nessuno ne ha parlato. Nessuno mi ha invitato a discuterne da qualche parte, nessuno mi ha cooptato a un qualche festival letterario. Nemmeno a uno piccoletto, in uno di quei villaggi abbioccati dove gli scrittori locali inscenano scialbe ruotine di provincia (anche ai festival preclari gli scrittori fanno la ruota, ma è una ruota celebre e rifulgente), nemmeno quando il tema prescelto era giustappunto quello del romanzo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/17/nuovi-autismi-3-la-mia-carriera-letteraria/">Nuovi autismi 3 &#8211; La mia carriera letteraria</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/mucca.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39582" title="mucca" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/mucca-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></strong></p>
<p>Il mio ultimo romanzo è andato benissimo: nessuno l’ha comprato, nessuno l’ha recensito, nessuno ne ha parlato. Nessuno mi ha invitato a discuterne da qualche parte, nessuno mi ha cooptato a un qualche festival letterario. Nemmeno a uno piccoletto, in uno di quei villaggi abbioccati dove gli scrittori locali inscenano scialbe ruotine di provincia (anche ai festival preclari gli scrittori fanno la ruota, ma è una ruota celebre e rifulgente), nemmeno quando il tema prescelto era giustappunto quello del romanzo. A me piace fare le cose bene, adoro la purezza. Prima purtroppo qualche derelitto dei miei romanzi ne parlava (nelle catacombe dei blog, su qualche confidenziale periodico cartaceo), il che un po’ mi rattristava. Adesso invece ho fatto enormi progressi: finalmente attorno ai miei testi il silenzio è puro e grandioso. Le cose vanno fatte bene: ci vuole un’inossidabile professionalità, molta dedizione. E naturalmente tanto talento, perché senza quello non si fa nulla. Prima di tutto bisogna saper scegliere il momento. Se per esempio sulle pagine cosiddette culturali dei quotidiani frotte di boriosi critici deprecano la marea di noir che converge sui banchi dei librai, quello è il momento ottimale per mettere in cantiere un noir. <span id="more-39579"></span>Un noir anche molto atipico, inatteso e bellissimo, un capolavoro, ma pur sempre un noir. Al limite un finto noir, ma che abbia pur sempre l’apparenza di un noir. La cosa più sicura è però disseppellire un soggetto ostico e fuori moda, o anche solo ineluttabilmente prematuro. Meglio ancora: un vero e proprio tabù nazionale. Rifuggendo beninteso le attitudini rivelatrici o provocatorie (che potrebbe risvegliare un pavloviano interesse dei media), e dipanandolo invece nella sua contraddittoria e inestinguibile complessità: battendo le rotte meno dirette e appariscenti, più inattuali, più a controcorrente. Bisogna accumulare una viscerale competenza sui tic e sui cliché della cultura nazionale, per evitare tutti gli agguati, per non offrire alcun appiglio. Ma naturalmente l’argomento non può fare tutto: anche lo stile va curato al massimo. La cosa più sicura è scrivere molto bene, non però alla maniera che si intende comunemente, dove ogni frase – in reazione alla scialbezza imperante, funzionale a un disavanzo di senso &#8211; sembra gridare “guarda che bel vestito indosso!”, ma anzi con un’eleganza dimessa e pacata, una classe austera e esigentissima, inattesa e imprevedibile: in questo modo tutti daranno per scontato, non ritrovandosi, che il romanzo sia scritto molto male, e il gioco è fatto. L’importante è puntare sul tempo: la grazia e la grandezza del testo devono rivelarsi solo a una lettura partecipe e molto vigile, paziente, quasi ostinata: vanno occultate, rese quasi inaccessibili. I recensori hanno già anche troppi fardelli obbligati – le fuoriserie dirette a gran carriera verso i premi e di cui tutti parlano &#8211; da smazzarsi, quindi i libri meno necessari li leggiucchiano, se proprio se li ritrovano per le mani, spiluccando qua e là, con occhio tediato e prevenuto. E allora per andare sul sicuro le frasi devono avere già di primo acchito un che di ostico e quasi repellente, in modo che il frettoloso esegeta non ne colga la vera essenza, e interrompa la lettura. Ma attenzione, basta la minima disattenzione, il minimo effetto scontato, la minima caduta di intelligenza, la meno auspicata scorrevolezza, e il recensore può drizzare le orecchie, come i muli quando riconoscono un cammino appunto da muli: può continuare la chiamiamola così passeggiata veloce, può risvegliarsi alle sottese intimità delle frasi. Addio ripulsa, addio fallimento. Questi però sono solo i caratteri intrinseci: come tutti sappiamo di questi tempi conta soprattutto l’immagine. Bisogna che attorno a un testo si crei un alone di sconcerto, di ignominiosa disfatta, di raccapriccio: occorre che tutti gli editori lo abbiano rifiutato. Come quelle donne con la reputazione ormai irrimediabilmente compromessa, infrequentabili. Non bisogna lesinare, bisogna immergersi con coraggio nella palude egodevastante dei dinieghi. Ci vuole tempo, determinazione, costanza. Qualche volta si teme un illuminato colpo di testa, ma poi per fortuna il testo viene ancora rigettato, si può continuare. Il manoscritto del mio ultimo romanzo è stato bocciato da tutti gli editori, proprio tutti, anche quelli asserragliati in due stanzette umidicce: l’elenco farebbe impallidire il lagnoso Antonio Moresco. Già lì ho capito che le cose si mettevano bene, che avrei superato me stesso. Ma naturalmente non basta. Quando poi il libro è stampato, perché uno psicopatico disposto a perdere dei soldi finisce sempre per saltare fuori, bisogna giocarsela molto bene. La cosa ottimale è non conoscere nessun addetto ai lavori: vivere in una segregata provincia, occuparsi di mucche e licheni, non schiodarsi dal bar del villaggio. O al limite soggiornare ogni tanto nella Dancalia, come faccio appunto io. Purtroppo in questo paese un conoscente del mestiere o peggio ancora un amico è una mina vagante: una recensione te la fa sempre, un qualche aiuto te lo dà. C’è il grosso rischio che il libro arrivi in un pugno di ardite librerie, che qualche lettore lo prenda in mano. Quindi se per disgrazia si ha un compare o una conoscenza con una qualche influenza, anche infima, bisogna lavorarsela ai fianchi finché non ne possa più, finché non risponda più ai messaggi di posta elettronica. Anche qui ci vuole tempo e pazienza, ci vuole l’intuizione per tirare fuori la cosa spiacevole al momento giusto: non esitando a offendere, con la scusa di omaggiare, quando la sola insistenza non ha effetto. Occorre che quando esce il libro attorno all’autore si estenda il deserto più inospitale: un meschino individuo – un escremento di dromedario &#8211; solo con il suo importuno testo. Ma naturalmente a questo punto giova inimicarsi con qualche mossa azzeccata anche l’editore, farlo pentire di aver accettato di perdere dei quattrini. Mostrandosi supponenti e sprezzanti soprattutto con l’ufficio stampa, ribadendo a ogni frase la propria incompresa superiorità, la meschinità del loro indaffararsi. Ma pure questo non è sufficiente. Ci vuole anche un po’ di fortuna, come in tutte le cose. Io grazie a dio ho avuto fortuna.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/17/nuovi-autismi-3-la-mia-carriera-letteraria/">Nuovi autismi 3 &#8211; La mia carriera letteraria</a></p>
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		<title>13 storie inospitali</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 06:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/hans-henny-jahnn.jpg"></a><br />
[oggi pomeriggio alle 15.30, alla <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/programma-della-seconda-festa-di-nazione-indiana/">Festa di Nazione Indiana</a> faremo un <em>Viaggio attorno ai libri di Arno Schmidt e Hans Henny Jahnn</em> con Domenico Pinto e Francesca Matteoni. Letture di Camilla Barone, Lucia Mazzoncini e Agnese Donati. Qui di seguito una mia breve recensione del libro di Jahnn.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/18/13-storie-inospitali/">13 storie inospitali</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/hans-henny-jahnn.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/hans-henny-jahnn.jpg" alt="" title="hans-henny-jahnn" width="429" height="230" class="alignnone size-full wp-image-39313" /></a><br />
[oggi pomeriggio alle 15.30, alla <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/programma-della-seconda-festa-di-nazione-indiana/">Festa di Nazione Indiana</a> faremo un <em>Viaggio attorno ai libri di Arno Schmidt e Hans Henny Jahnn</em> con Domenico Pinto e Francesca Matteoni. Letture di Camilla Barone, Lucia Mazzoncini e Agnese Donati. Qui di seguito una mia breve recensione del libro di Jahnn. <em>G.B.</em>]</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong><br />
<strong>Hans Henny Jahnn</strong>, <em>13 storie inospitali</em>, Lavieri edizioni, traduzione di Elisa Perotti, 189 pagine</p>
<p>Hans Henny Jahnn è autore poco conosciuto anche nella sua stessa patria. Scrittura anomala la sua, fuori dal canone codificato della letteratura del Novecento in lingua tedesca, eppure autore di altissima qualità, tranquillamente accostabile ai più famosi monumenti letterari della prima metà del secolo. Solo che Jahnn è uno scrittore inospitale, come le storie che racconta. Anche per questo trovo l’idea di tradurlo, da parte di Lavieri, un atto di autentico coraggio che merita l’attenzione dei lettori.<br />
<span id="more-39312"></span><br />
Le <em>13 storie inospitali</em> forse vi daranno filo da torcere, percorrerete, dentro le sue pagine, immaginari malati, racconti di perversioni, pulsioni incestuose, passioni meccaniche, farete fatica, anche. Perché il mondo immaginifico di Jahnn sembra difficile da definire. Di conseguenza leggendolo è come attraversare una foresta di simboli senza avere a disposizione neppure una bussola. Tutto  è vergine, leggendolo, tutto sembra accadere per la prima volta. Jahnn rende esotico il paesaggio norvegese così come quello persiano. Misterioso, oscuro, inspiegabile. </p>
<p>La sua è una mistica senza dio, tutta calata nei corpi. È una scrittura senza vergogna, oscena senza essere mai volgare. Perché il controllo sulla lingua (e la traduzione è davvero impressionante) e sulla sintassi è conturbante. Lingua che spesso deraglia, delira, si perde nelle visioni, con dialoghi così improbabili, così scritti, da essere veri proprio per la loro irrealtà. Veri, cioè, perché coerenti con la realtà della scrittura. Folli, schiavi, marinai, cannibali, gemelli, cavalli, organi meccanici: questo ed altro incontrerà il lettore, raccontati con una scrittura incollocabile, mitica, fuori dal tempo e dalle mode. Chiedo, insomma, di gettarsi nell’abisso, conscio che ogni tanto, per il bene di tutti, occorre dare spazio alla <em>bibliodiversità</em>, per il bene stesso della letteratura, troppo spesso legata, e non da oggi, a un ciclo economico-editoriale sterile e infecondo.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione<em> n° 11, del 15 marzo 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/18/13-storie-inospitali/">13 storie inospitali</a></p>
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		<title>Nuovi autismi 2 &#8211; La mia morte</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 10:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/chardin_A1125.jpg"></a></strong>La mia morte è una cosa molto seria. Non ho detto <em>estremamente</em> seria, ho detto <em>molto</em>. Non mi va di essere preso per un mitomane. Siamo la bellezza di sette miliardi, staremmo freschi se ognuno inscenasse una tragedia greca per la propria morte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/nuovi-autismi-2-la-mia-morte/">Nuovi autismi 2 &#8211; La mia morte</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/chardin_A1125.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39244" title="chardin_A1125" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/chardin_A1125-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></strong>La mia morte è una cosa molto seria. Non ho detto <em>estremamente</em> seria, ho detto <em>molto</em>. Non mi va di essere preso per un mitomane. Siamo la bellezza di sette miliardi, staremmo freschi se ognuno inscenasse una tragedia greca per la propria morte. Resta pur sempre il fatto che da piccolo per addormentarmi mi immaginavo di essere appena deceduto: tutti erano molto tristi. Anch’io ero affranto, a sapermi morto: piangevo a calde lacrime. C’erano varianti riguardanti le circostanze del trapasso, per quel che mi ricordo sempre eroico, ma il succo del discorso era quello. Era bello essere così disperato nel letto caldo e confortevole: mi è rimasto il gusto per gli addormentamenti struggenti. L’esistenza potrebbe essere vista come una prova generale del decesso, è stato detto e ridetto. Uno si esercita e si riesercita, e poi un giorno passa all’azione. Spesso lasciando di sasso financo le persone più prossime. O addirittura se stesso. Una notte mi sono svegliato e non potevo respirare, i miei polmoni erano gomma bruciata. Metà del cuscino di piume sotto la mia testa era stato mangiato dal fuoco, <span id="more-39201"></span>come un ciocco di quercia si consuma lentamente in un caminetto. Solo che le braci gagliarde erano a cinque centimetri dal mio orecchio. Il fumo amaro che saturava la stanza e che mi aveva impastato i polmoni era quello delle piume d’oca bruciate. Ma per qualche motivo insondabile non sono morto: mi hanno rianimato e disustionato. E nemmeno sono morto quando mi sono allontanato un istante dall’asciugamano su una spiaggia dell’Algarve, sazio dell’ombra salsa della falesia. Qualche secondo dopo il mio giulivo asciugamano era seppellito sotto una coltre di enigmatici pietrami. La falesia era crollata proprio in quel momento, proprio in quel punto. Il mio sorriso è stato come ci si può immaginare un sorriso filosofico. Ma subito mi sono preoccupato per le chiavi della macchina, decedute nella catastrofe. Questi però sono per così dire gli avvertimenti, che conosciamo tutti. Il vero punto è prepararsi o meno alla morte, come farlo. La persona che stimo di più di tutte si prepara da anni. Si esercita al mattino presto e la sera, ma per me che la conosco bene è chiaro che si allena sempre. Lo si vede in fondo ai suoi occhi da husky e nel modo ineffabile e quasi immateriale di posare i piedi quando cammina. È evidente che la sua morte sarà una morte esemplare, con tutta quella preparazione. Anche morendo mi darà dei punti, come per tutto il resto. Io sono uno che arriva sempre all’ultimo istante, e che improvvisa. Per lo più male. Soprattutto la prima volta: sono sicuro che la terza volta, ma soprattutto la quarta, morirei molto meglio. Il mio migliore amico, che tutto all’opposto riusciva qualsiasi cosa al primo tentativo, e che considerava la sua esistenza un’opera d’arte, ha fatto anche del suo decesso un’insuperabile performance. Uno lo vedeva morire e si diceva: questo sì che sa tirare le cuoia! Lui che non aveva fatto che dissacrare, riusciva a essere edificante. Ha avuto un unico momento di tentennamento, quando la morfina non scalfiva più il dolore delle ossa sbriciolate conficcate nella carne, e noi non ci decidevano a eutanasiarlo. Si è messo a imprecare e a insultarci: sembrava di essere regrediti a un decesso normale. Ma aveva perfettamente ragione, eravamo noi in torto: una volta rispettato il patto, ha ripreso subito il ruolo di morente esemplare. Il vero problema è il ciclo del carbonio. Noi dobbiamo morire per chiudere il sacrosanto ciclo. Insomma, per permettere ai vermi di chiuderlo. Contrariamente a quello che si pensa comunemente i vermi non fanno solo un ricamo di buchi, in primo luogo ruttano e scorreggiano. Noi diventiamo peti e rutti di vermi, e l’anidride carbonica di cui eravamo costituiti ritorna nell’aria, pronta per essere divorata da rigogliose piante di insalata che a loro volta verranno pappate da uomini nati dopo di noi. A meno di non optare per la gassificazione accelerata in un crematorio, nel qual caso i vermi poveracci muoiono di fame. Un giorno ho scherzato sull’età di mio padre. Lui mi ha guardato fisso negli occhi, e con le mandibole tese mi ha detto: bisogna vedere se tu ci arrivi. Lì per lì mi è sembrato che il suo fascismo mai sopito avesse una recrudescenza. Ma probabilmente aveva ragione, la facevo facile. Lui è morto in maniera epica, battendosi strenuamente con un’ostinazione cruenta ma anche fragile di umano. Senza alcun rispetto per l’avversario, che io invece riverisco, e un po’ anche corteggio, e anzi un risentimento livoroso. Certo l’idea di non vivere più mette a disagio, abituati come siamo a pensarci vivi. Poi però in men che non si dica ci si abitua a tutto, lo sperimentiamo ogni giorno. Non vedo il senso di tutta questa morbosità del dopo: noi non abbiamo mai saputo quello che avremmo incontrato una volta svoltato l’angolo di un isolato, e proprio lì stava il bello. La cosa incresciosa in realtà è che muoiano gli altri. Se uno fosse davvero servizievole aspetterebbe a morire per ultimo &#8211; proprio come davanti a una porta una persona dabbene fa passare per primi gli astanti &#8211; in modo da non fare soffrire atrocemente amici e parenti. Come dire, un minimo di altruismo. Oppure bisognerebbe coordinarsi per morire tutti assieme, intendo nello stesso istante, in maniera da non fare favoritismi, e da non fomentare dolori inutili. Forse proprio per questo disordine mia madre non ha mai sopportato i defunti. Li ha sempre sradicati seduta stante dai suoi discorsi, come si licenzia un dipendente colto con le mani nel sacco, come si disereda un discendente che ci ha delusi. Diventavano aria, sbracciamenti nel vuoto durante le sue perorazioni senza sostanza. Il vantaggio del suicidio è la possibilità di mettere a punto nei minimi dettagli la coreografia, il che a molti morti, soprattutto quelli con afflati estetici o etici, o anche solo molto nevrotici, dà parecchia soddisfazione. La cosa mi ha sempre attirato, dico la verità. Nelle morti ordinarie bisogna affidarsi al caso, il che può essere spiacevole: non si sa dove si andrà a parare, in compagnia di chi. Soprattutto adesso che si preparano epocali riscaldamenti e cataclismi. Da un po’ noia, non avere alcuna garanzia. Dopo tanto penare uno desidererebbe una morte tranquilla e confortevole, in un certo senso dovrebbe essere un diritto sindacale. Ma se potessi io opterei pur sempre per una delle morti struggenti della mia infanzia, e piangerei calde lacrime su me stesso, su quello che non sono stato.</p>
<p><em>[immagine: Chardin, "Panier de prunes avec un verre d'eau", 1759]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/nuovi-autismi-2-la-mia-morte/">Nuovi autismi 2 &#8211; La mia morte</a></p>
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		<title>Nuovi autismi 1 &#8211; I nostri cancri</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 06:50:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/chaissac_images1.jpg"></a>Nella mia città abbiamo tutti il cancro. È per via degli ormoni nell’acqua del rubinetto. Le donne prendono la pillola per non avere troppi bambini, e poi corrono al gabinetto a fare pipì, e la pipì finisce nel fiume.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/17/nuovi-autismi-i-nostri-cancri/">Nuovi autismi 1 &#8211; I nostri cancri</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/chaissac_images1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39050" title="chaissac_images" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/chaissac_images1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Nella mia città abbiamo tutti il cancro. È per via degli ormoni nell’acqua del rubinetto. Le donne prendono la pillola per non avere troppi bambini, e poi corrono al gabinetto a fare pipì, e la pipì finisce nel fiume. Fin lì non ci sarebbero grossi inconvenienti, perché la femminizzazione dei pesci maschi e i cancri dei pesci ambosessi costernano ormai solo qualche occhialuto ittiologo. Poi però l’acqua del fiume rifinisce nel rubinetto: tu la bevi e ti viene il cancro. Naturalmente ci sono gli impianti di depurazione, ma molte porcherie restano pur sempre nel rubinetto, checché ne dicano i pieghevoli entusiastici dell’agenzia per l’ambiente. La prima è stata Isa. Insomma, la prima del nostro giro, perché come è ovvio prima di lei ce ne sono stati infiniti altri. Cancro al seno. Lei se lo aspettava, perché anche sua madre aveva avuto un cancro al seno. Se lo aspettava fin da piccola, quando appunto sua mamma l’ha lasciato sola con il padre che era depresso cronico. Era convinta che il tumore al seno le sarebbe venuto alla stessa età della madre, e invece si è manifestato solo due anni dopo, perché la natura <span id="more-39046"></span>non è che sia l’orologio che si pensa, in fondo fa quello che vuole lei. Oppure ha tenuto conto dell’allungamento della vita media, perché non è che si possa sempre sapere tutto delle arzigogolate strategie della natura. Isa per non correre il rischio di avere il cancro come sua mamma beveva solo acqua minerale, ma pare che una delle cause più in auge del cancro sia proprio la plastica delle bottiglie. Come da prammatica Isa ha cominciato la chemioterapia e ha perso tutti i capelli. I primi tempi era molto triste perché era molto attaccata ai suoi capelli lustri e ammiccanti: li considerava la sua arma infallibile per sedurre gli uomini. A Isa è sempre piaciuto sedurre gli uomini, tanto è vero che ha sedotto anche a me, anche se non lo si può dire tanto in giro. Nella nostra città ci sono però negozi specializzati dove si vendono parrucche di tutti i colori e tutte le fogge: il vantaggio delle grandi città è che per ogni cosa sono molto organizzate. Se uno abita in una cittadina abbioccata tra i campi di colza procurarsi una bella parrucca può diventare un vero problema, non è che il giornalaio oltre alle penne e alle buste tenga anche le parrucche. Se sei fortunato la parrucca te la paga la mutua integrativa volontaria, ma Isa aveva appena perso il lavoro, e aveva appunto deciso di risparmiare sui versamenti della mutua integrativa. Va detto che i prezzi delle parrucche possono essere anche esorbitanti, se si va su prodotti di qualità. Tu entri nel negozio, e la commessa o il commesso capiscono subito che sei un cliente chemioterapizzato: mentre ti fanno provare le parrucche usano molto tatto, ma anche la massima naturalezza, come si devono trattare i malati gravi. Di solito arguiscono anche se sei un chemioterapizzato ricco o scannato, e quindi adeguano l’offerta. Questa le sta proprio bene ti dice, come se si trattasse solo di farsi belli. La seconda a avere il cancro è stata Vero: cancro al seno anche lei. Seconda per modo di dire, perché probabilmente il tumore di Teo s’era incistato prima che Vero si accorgesse di avere un grumo sotto il capezzolo destro, anche se lui non aveva notato nulla di strano. Quando glielo hanno diagnosticato era quasi troppo tardi perfino per tornare a casa, adesso esagero un po’, e infatti poche settimane dopo è morto. A quel punto Vero era già però al secondo ciclo di chemio. Mary, la sua donna, che in realtà è straniera come me, ha rischiato grosso, perché pare che una delle cause più frequenti del cancro sia proprio la perdita di una persona cara. Attaccata com’era a Teo tutti si aspettavano che le venisse un cancro al cuore o da qualche altro organo legato ai sentimenti. E invece non le è venuto niente, almeno per ora. Forse non voleva così bene a Teo come sosteneva di volergli piangendo a dirotto. Pare che se il tuo problema è l’infanzia ti viene un cancro al seno destro, se invece la magagna che ti assilla è la maternità a quello sinistro. Mi sorge però il dubbio di aver invertito i seni: comunque sia ci sono economici bestseller che spiegano nei dettagli queste cose. Il problema di Vero è che dopo la chemio i capelli non le sono ricresciuti. Lei dava per scontato che sarebbero rispuntati, come succede sempre, e invece la sua testa è restata liscia e lucida come una palla metallica. Chiedeva spiegazione agli oncologi che l’avevano curata, e loro la guardavano con le guance strette e le sopracciglia alzate, beninteso aspirando con il naso: in certe situazioni i medici non fanno nemmeno più finta di sapere tutto. Proprio non lo arguivano perché diavolo non le erano rispuntati i suoi bei capelli biondi. Lei si infilava una parrucca solo quando era a casa da sola con il figlio preadolescente, che non sopportava le teste pelate, però per uscire si metteva di solito un foulard annodato sotto il mento: sembrava una di quelle donne nelle automobili decapottabili nelle pubblicità degli anni cinquanta. Parlo naturalmente del secolo scorso. Vero ha sempre avuto un gusto struggente per i colori, e i suoi foulard le stavano sempre bene. Qualche volta li annodava dietro alla nuca come una contadina sovietica. Un giorno uno dei suoi clienti le ha detto che le stava proprio bene il nuovo look. Lei ha risposto che era un look chemio, perché è una persona molto diretta. Poi un giorno ha deciso di non mettersi più niente: si disegnava solo con la matita le sopracciglia che non aveva più. Adesso le è spuntato qualche rado peletto setoso, che fa pensare ai capelli di certi neonati, e tutti noi lo troviamo molto incoraggiante. Molti dicono che la vera causa di tutti questi cancri sono i computer. Uno sta tutto il giorno seduto davanti al computer, e gli viene il cancro al seno, o al naso, le parti insomma più vicine ai raggi nocivi emessi dal computer. Altri incolpano l’inquinamento atmosferico, o la radioattività. Ma per me, sarà deformazione professionale, potrebbero essere benissimo i pesticidi. Uno mangia una sana insalata, o una invitante coppa di fragole, e gli viene il cancro. Insomma, magari il cancro non viene al primo piatto di sana insalata o alla prima invitante coppa di fragole, perché in moltissimi casi il cancro è una malattia poltrona. Però prima o poi arriva, su questo puoi stare tranquillo. Se però si stesse lì a preoccuparsi per tutto quello che si ingurgita verrebbe il cancro al cervello, quindi forse è meglio mangiare senza pensare a niente. Poi purea Liza le è venuto il cancro al seno. Anche per i tumori le donne hanno tendenza a essere un po’ monotone, sarà forse l’abitudine a pedinare la moda. Del resto con la nostra prostata noi maschi possiamo stare zitti: sembra quasi che se uno non ha il cancro alla prostata sia un poco di buono. Io mi sentivo un marziano, quando non avevo nessun tumore. Anche Jo ha avuto il cancro al seno. Poi però le ne è venuto anche allo stomaco, sebbene all’inizio le avessero detto che il suo tumore era una cosa da niente, e ce ne sarebbe venuta fuori senza nemmeno il bisogno della chemio. Uno pensa che un cancro allo stomaco sia necessariamente una tragedia, e invece pare che molti cancri allo stomaco di adesso siano poco più gravi di un banale raffreddore. Il povero Ghigo era uno di quelli che pensano che visto come stanno le cose è inutile smettere di fumare, tanto il cancro ti viene lo stesso. Quando uno è morto tutti dicono il povero tal dei tali, senza star lì a pensare quante sigarette fumasse e quali erano le sue teorie sul cancro ai polmoni. Il vantaggio delle grandi città è che sono tutti sono molto informati, perché la casistica è enorme. Appena uno si becca un dato cancro subito gli amici e i conoscenti gli consigliano a che ospedale andare e come meglio regolarsi per quel particolare carcinoma. E anzi sempre più spesso durante le cene si parla dei migliori servizi di oncologia per il tal o tal altro tumore, come appunto prima si discuteva dei ristoranti dove si mangiava la determinata squisitezza. È successo anche ieri sera, per questo lo dico. La memoria ancora ce l’ho buona.</p>
<p><em>[Immagine: Chaissac, "Sans titre", gouache sur papier, 20.8x16 cm]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/17/nuovi-autismi-i-nostri-cancri/">Nuovi autismi 1 &#8211; I nostri cancri</a></p>
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		<title>Il posto fisso</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Apr 2011 07:43:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il posto fisso / Ugo Coppari
<p>Era il compleanno di Marta, compiva trentadue anni. Della vecchia compagnia ne erano rimasti pochi, alcuni si erano sposati, altri avevano deciso di spegnersi. Gli unici rimasti erano per l’appunto Marta, Marco e Stefano. Stefano da dieci anni si era convinto che il modo migliore per non morire giovani era quello di non giudicare il prossimo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/29/il-posto-fisso/">Il posto fisso</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<h2>Il posto fisso / Ugo Coppari</h2>
<p>Era il compleanno di Marta, compiva trentadue anni. Della vecchia compagnia ne erano rimasti pochi, alcuni si erano sposati, altri avevano deciso di spegnersi. Gli unici rimasti erano per l’appunto Marta, Marco e Stefano. Stefano da dieci anni si era convinto che il modo migliore per non morire giovani era quello di non giudicare il prossimo. Marta invece preferiva limitarsi nell’unica cosa che le riusciva bene. In mezzo c’era Marco, un ragazzo vivace che aveva gli occhi ancora accesi. Da cinque anni era stato assunto alle Poste, coi primi stipendi si era potuto comprare una mongolfiera a rate.</p>
<p>Era venerdì pomeriggio quando i tre amici si incontrarono in mezzo al parco, dove Marco aveva portato la sua mongolfiera. Aveva deciso di regalare alla sua amica l’ebbrezza del volo, alzarsi dal suolo per mezzo di un pallone colorato. In compenso Stefano aveva portato due bottiglie di spumante secco, prese in offerta al supermarket sotto casa. Marta era stata saggiamente bendata: lo stupore della sorpresa avrebbe riempito il suo cuore tutto d’un fiato.<span id="more-38590"></span></p>
<p>Al calar della sera i tre sono pronti a partire, brinderanno ad una nuova vita. La mongolfiera li avrebbe fatti volare in alto, ne erano proprio sicuri. Indossano giubbini coprenti e cappelli di lana, e si assicurano di aver preso tutto il necessario per prendere il volo. S’infilano nella stretta cesta di vimini ed eseguono tutte le procedure opportune per dar vita al grande pallone che s’alzerà sopra le loro teste. Marta dice di essere davvero eccitata, Stefano fa finta di niente. Nel frattempo Marco comincia a maledire il cielo, le bombole del gas sembrano del tutto esaurite. Così Marta, che non si perde mai d’animo, consiglia a Marco di mantenere la calma e riprovarci ancora. Ma dopo un’ora si rendono conto che non c’è altro da fare, bisogna rinunciare al volo. E ormai la notte incombe, meglio farsene una ragione.<br />
I tre cominciano a discutere del più o del meno, ridono e scherzano sui casi strani della vita. Poi si addormentano. Nel frattempo un uomo in sella a un motorino Bravo passa lungo la strada imbrecciata che costeggia il parco.</p>
<p>Al risveglio i tre si ritrovano sospesi in cielo, la mongolfiera li sta trasportando lontano. Si guardano stupefatti, credono di essere ancora dormienti. Ma Stefano riesce a parlare: e come al solito consiglia di stare calmi. Dopo le prime preoccupazioni, i tre decidono di starsene muti e arrendersi una volta per tutte. Poi uno dei tre tira fuori un panino con la mortadella e se lo divora, gli altri due lo osservano. Passano le ore, e i tre sorridono per la meraviglia del caso. La mongolfiera s’è portata via tutto, i loro corpi e le loro stupide vite. La leggerezza del viaggio li spinge a parlare d’amore: Marta dice di essersi innamorata soltanto una volta, Marco racconta di una volta in cui pianse una notte intera pensando ad una ragazza senza cuore: le aveva regalato un gran bel fiore, e lei all’uscita dalla scuola gliel’aveva strappato davanti agli occhi. Stefano invece pianse e basta.</p>
<p>Passata la commozione e asciugate le lacrime del ricordo, i tre cominciano a chiedersi quanto avrebbe potuto durare quel viaggio. La notte sembra interminabile, e la meraviglia iniziale si tramuta in angoscia. Passano giorni e settimane, ma la mongolfiera continua a volare alta nel cielo. Attraversa città, paesi, interi continenti. In poco più di due anni i tre amici ammireranno tutta la bellezza del mondo. Cominceranno a riconoscere i luoghi più noti e affollati, prendendo per familiari terre che mai avevano visto prima. In dieci anni fecero il giro del mondo per più e più volte, al punto tale da venirgli a noia.<br />
Nacque in loro il desiderio di scendere e parlare con qualcuno là a terra, ma i venti non smettevano di soffiare, e non c’era altro modo per atterrare se non attendendo. Pensarono perfino di tagliare le corde che tenevano legato il cestino al pallone, ma questo non avrebbe risolto nulla: sarebbero morti di sicuro. Così escogitarono un piano: decisero di svegliarsi.</p>
<p>Al mattino, quando si risvegliarono, la mongolfiera non c’era più, e un gruppo di ragazzini stava giocando a pallone sopra le loro teste. Addirittura uno tra i più sbruffoni aveva preso in prestito i loro giubbini per farci le porte. I tre amici erano quasi morti dal freddo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/29/il-posto-fisso/">Il posto fisso</a></p>
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		<title>Il portavoce</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 08:18:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il portavoce  / Ugo Coppari
<p>Già da ragazzi tutti e tre avevano le idee ben chiare. Matteo voleva fare il calciatore, Giovanni l&#8217;astronauta e invece Luca voleva fare il portavoce. Ma non si era mai chiesto di chi o di che cosa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/18/il-portavoce/">Il portavoce</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Il portavoce  / Ugo Coppari</h2>
<p>Già da ragazzi tutti e tre avevano le idee ben chiare. Matteo voleva fare il calciatore, Giovanni l&#8217;astronauta e invece Luca voleva fare il portavoce. Ma non si era mai chiesto di chi o di che cosa.</p>
<p>Continuava a raccontare di un politico che una volta si era messo nei guai, e che per risolvere questi guai aveva mandato in televisione un portavoce che parlasse al posto suo. Questo portavoce aveva dei modi di parlare e di gesticolare affabili, riusciva a convincere chiunque che le sue affermazioni non fossero punti di vista sul mondo ma veri e propri sillogismi logici. Ad esempio Luca diceva che è normale supporre che se uno va veloce con la macchina lungo una strada di campagna, e che se tutti quelli che vanno veloci possono mettere a rischio la vita altrui, tutti quelli che vanno in campagna possono mettere in pericolo la vita altrui. Ma i suoi amici continuavano a credere che in realtà Luca fosse proprio scemo, perché continuava a parlare coi sillogismi logici che gli avevano messo in testa i portavoce dei politici che si erano messi nei guai.<span id="more-38589"></span></p>
<p>In fondo nessuno aveva chiesto a Luca cosa trovasse di bello nel fare il portavoce: se il togliere le persone fuori dai guai, o il fare della parola uno strumento di stravolgimento della realtà. Ma poco importava, Luca era pronto a qualsiasi cosa pur di diventare il portavoce di qualcuno di importante che si era messo nei guai. Così si mise a cercare dei bandi di concorso per diventare portavoce di politici importanti: ma si accorse ben presto che non esistevano bandi del genere. Tutti i consulenti a cui si rivolgeva tenevano a precisare che per diventare il portavoce di qualcuno bisognava prima di tutto guadagnarne la fiducia, e non c&#8217;era un modo preciso per riuscirci, un percorso mirato di studi o chissà quale altra bizzarria del genere. Era qualcosa che si imparava semplicemente dalla strada. Così cercò di andare per strada e capire come le persone fanno a meritarsi la fiducia degli altri. Passava tutto il tempo accovacciato tra le siepi dei giardinetti del suo quartiere: ad esempio c&#8217;era un signore che se ne stava da mattina a sera seduto su una panchina a leggere il giornale, di tanto in tanto alzava lo sguardo al cielo e tirava un sospiro. Ogni persona che passava di lì gli rivolgeva la parola dicendo buongiorno e buonasera, a seconda dell&#8217;ora del giorno. Ma forse non era quella la fiducia di cui gli avevano parlato più volte. Allora comprò una rivista specializzata, in cui si parlava di scuole di formazione per uomini di successo.</p>
<p>Dicevano ad esempio che bisogna sempre sorridere e che quando qualcuno ci stringe la mano noi dobbiamo dimostrare la nostra personalità con una stretta forte e decisa. Dicevano anche che molti ragazzi si sono fatti le ossa a forza di stare vicino a persone importanti e influenti, emulandone le strategie retoriche e cinesiche. Fu proprio nel chiedersi cosa significasse la parola “cinesiche”, che una sera Luca si addormentò in cucina. Al risveglio si ritrovò esausto a cercar di capire chi fosse davvero importante da poter essere emulato. Accese la televisione, guardò diversi programmi di intrattenimento culinario, poi scrutò i volti dei politici che apparivano nei telegiornali di metà mattinata. Ma era già mezzogiorno e da tre anni non era ancora riuscito ad avvicinare nessun uomo importante che fosse talmente importante da potergli insegnare come meritarsi la fiducia per poter diventare un portavoce. E così, nell&#8217;attesa che l&#8217;acqua in pentola bollisse, gli venne in mente un&#8217;idea: di inventarsi una persona di cui essere il portavoce.</p>
<p>Una persona che avrebbe spacciato per importante. Doveva prima trovargli un nome che sembrasse importante, poi un lavoro che sembrasse talmente importante da necessitare di un portavoce. Doveva immaginarsi anche una località di residenza che non fosse né troppo piccola né troppo grande. Se fosse stata troppo piccola, chiunque avrebbe potuto smentire l&#8217;esistenza di uno dei pochi membri appartenenti alla comunità. Se fosse stata troppo grande, nessuno si sarebbe interessato di lui. Così, preso dallo sconforto, si convinse che un progetto del genere sarebbe stato troppo faticoso. E, dopo aver mangiato, se ne tornò a letto.</p>
<p>Si risvegliò il giorno dopo, con un gran mal di testa: fuori pioveva. Uscendo di casa si accorse di non aver alcun motivo valido per uscire di casa. E allora, invece di diventare il portavoce di una persona viva e immaginata, pensò bene di uscire di casa con l’intento di diventare il portavoce di persone morte e immaginate. Si convinse che in questo modo la gente del quartiere avrebbe finalmente trovato interesse in lui, perlomeno nelle sue comunicazioni. La pioggia aveva fatto rintanare tutti i vecchi del quartiere nei bar, e visto che era Sabato pomeriggio anche i giovani non ne volevano sapere di stare al freddo e al gelo. Pian piano il Bar Centrale si affollò al punto tale che non ci si poteva più muovere. E fu lì che gli venne in mente di avvicinare Saverio, un uomo sula sessantina, e di dirgli che sua moglie ci teneva a comunicargli che nell&#8217;aldilà andava tutto a gonfie vele. Infatti la moglie di Saverio era morta in un incidente stradale pochi anni prima, e da quel giorno Saverio aveva smesso di parlare. D&#8217;un tratto si girò verso il nostro Luca per chiedergli se davvero riusciva ad entrare in contatto con sua moglie. L&#8217;affollamento del locale rese istantaneo il coinvolgimento della folla a quel grande evento: Saverio aveva ripreso a parlare. E allo stesso tempo sembrava che Luca avesse cominciato a parlare coi morti.</p>
<p>C’era chi gli chiedeva di sapere se anche i morti soffrivano di reumatismi o di osteoporosi, o se anche nell’aldilà ci fossero il freddo delle gelide alzatacce invernali o il caldo infernale dei matrimoni di ferragosto, o se la povera mamma morta ce l’avesse ancora coi figli scapestrati che erano ancora senza una donna e senza un lavoro, o sapere dove il nonno tenesse il tanto discusso tesoretto di famiglia, o se prima o poi avrebbero le loro figlie avrebbero trovato marito di buon partito, o se quella brutta polmonite o quella terribile influenza fossero guaribili a breve, o se prima o poi sarebbero riusciti ad estinguere tutti i debiti contratti, o se Dio li guardava da lassù.</p>
<p>Così Luca dispensava risposte a chi gli veniva incontro, ce n’era per tutti. Gli abitanti del suo paese non facevano che parlare di questo giovane portavoce delle voci dall’aldilà, così bravo da non avere alcun dubbio su cosa avrebbe riservato il futuro all’intera comunità: felicità e benessere, senz’ombra di dubbio. Ecco che un giorno però, mentre stava pensando a cosa gli avrebbe potuto riservare il futuro e a quanto sarebbe potuto andare avanti con quella farsa delle voci dall’aldilà, Luca sente qualcuno che gli dice che “la pasta è cotta”. Si fiondò verso i fornelli e scolò in fretta quella manciata di rigatoni che s’era preparato per pranzo. Aggiunse il sugo, e poi cominciò a mangiare. Il ronzio del frigorifero accompagnava i pensieri del povero Luca, che tutto ad un tratto raggelò, chiedendosi chi fosse stato ad avvertirlo che la pasta era ormai cotta. La forchetta a mezz’aria, la bocca aperta, ci pensò su. Ma poi la paura scivolò via, insieme ai rigatoni del mercoledì.</p>
<p>Passarono altre settimane e altri mesi. Luca continuava a  dispensare consigli ai poveri e impauriti abitanti del suo quartiere. Quando una voce irruppe nella sua mente, dicendo che “gli anziani del quartiere si approfittano delle giovani nipotine”. Quelle parole, come le altre che arrivarono nei mesi successivi, gli arrivarono dritte dritte all’orecchio, come se qualcuno gliele stesse sussurrando da vicino. “Ma valla un po’ a raccontare, una cosa del genere”, si disse. Così si tenne tutto per sé, senza palesare alcun cambiamento d’umore. Nella paura di perdere la fiducia e la stima degli abitanti del quartiere, che ormai lo avevano eletto portavoce ufficiale dell’aldilà, ecco che Luca fece finta che quelle voci non esistessero. Ma senza tregua continuavano a comunicargli informazioni delicate sulla comunità, cose che avrebbero scatenato il putiferio. Ci pensò su più volte, se fosse giusto dirle o tenersele per sé. Quando un giorno decise di farsi avanti e di raccontare a Gilberto una storia che gli era arrivata all’orecchio dall’alto. Gilberto, che era il barista, si mise a ridere: cominciò a chiedergli come fosse possibile una cosa del genere, e poi confidò il segreto a tutti quelli che erano lì presenti. Francesco diede uno scappellotto al nostro povero Luca, gli consigliò di non mettere in giro voci del genere, se non voleva finir male.</p>
<p>Più andava avanti, più Luca soffriva per l’impossibilità di dire quel che gli diceva quella voce: una volta gli confidò come era stato ucciso un magrebino che lavorava al cantiere della Marchetti Costruzioni, un’altra volta gli fece sapere come la droga entrava in paese passando per le mani del maresciallo Repetti, un’altra volta gli spiegò il modo in cui al Bar Centrale truccavano le Slot Machine. Ma nessuno aveva intenzione di starsene ad ascoltare quelle idiozie, così gli dicevano: “Stattene un po’ zitto, non se ne può più”. Così tutti quelli che prima si rivolgevano a Luca per saperne di più sul loro futuro, ora andavano in chiesa la Domenica o magari telefonavano agli astrologi che passavano ogni sera sulle reti televisive locali. E Luca, rintanato in casa, spiava il quartiere dal suo quarto piano. La trasparenza delle tende in organza lasciava filtrare nella stanza la luce fioca di un inverno interminabile. Luca piangeva, perseguitato da quella voce.</p>
<p>Il 28 Dicembre Luca uscì di casa con l’intento di non tornarsene più. Stanco di quel quartiere così inospitale, se ne fuggì nella speranza di non udire più quell’insopportabile voce. Era ben coperto e aveva con sé un bel mucchio di soldini, che aveva messo da parte con le laute ricompense ricevute dai vecchi beneficiari dei suoi falsi messaggi dall’aldilà. E allora si incamminò, attraversò montagne e pianure, valici e trafori, fiumi e cascate, affrontò precipizi e strade scoscese. Fin quando, camminando senza tregua, si ritrovò in Tibet. Arrivato alle pendici dell’Everest, alzò gli occhi e senza chiedersi come fosse finito fin lì, riprese a camminare, nella speranza di lasciarsi alle spalle quella voce fastidiosa. Quei pochi che l’hanno potuto vedere parlare tra sé e sé lo avranno sicuramente scambiato per uno scemo di primo livello. La barba gli arrivava fin giù le ginocchia, ed era tutta congelata. I capillari del volto stavano per scoppiare, i piedi erano ormai un unico tozzo di ghiaccio. E così, arrivato a metà del sentiero che portava fin su la cime, svenne di colpo. Quando si svegliò continuò a parlare tra sé e sé, in risposta a quella voce che non ne voleva proprio sapere di lasciarlo stare.</p>
<p>Fu proprio in quel momento che una piccola volpe dal colore fulvo, sgranò gli occhi. Stava girando con la zampetta un sugo di lepre, che aveva preparato per il pranzo domenicale della famigliola, riunita per l’occasione. Il nostro povero Luca s’era accasciato sopra la tana di queste piccole volpi, che non avevano mai visto ne sentito un uomo. La piccola volpe che stava girando il sugo, emise un grido. Disse alle altre volpi di raggiungerla immediatamente, ché aveva sentito una voce. Ma quando la raggiunsero, non si sentiva più niente: ché Luca era di nuovo svenuto. “Vi giuro che l’ho sentita”, precisò la povera volpettina ai fornelli. Passarono le ore, e la volpettina sgranò più volte gli occhi: quella voce, di tanto in tanto, continuava a dire frasi sconnesse, a brontolare qualcosa su chissà chi o cosa. Ma quando le altre volpi, che se ne stavano riposando un po’ più in là, in fondo alla grande tana ricavata nella roccia, le chiesero cosa dicesse quella voce, ecco che lei non sapeva dire nulla di preciso: “ma sono pur sempre voci nuove”, continuava a ripetere.</p>
<p>Passarono i giorni e Luca morì di freddo, senza gloria né memoria dei cari. Lontano da casa, una fine infausta. E la volpettina, rammaricata, già rimpiangeva quelle voci: nessuno le aveva creduto, proprio ora che aveva cominciato a capirci qualcosa. Ma continuavano a prenderla per matta, ferendola nell’orgoglio e relegandola esclusivamente ai fornelli. Ma un giorno decise che era ora di farla finita, di emanciparsi da quel ruolo così poco gratificante, e così si mise in testa di udire voci che gli confidavano dei segreti che riguardano la sorte delle altre volpi che abitavano in quella grande tana. Un giorno infatti predisse che se qualcuno si fosse inoltrato nei ghiacci alla ricerca di cibo, sarebbe sicuramente morta. E così accadde. Poi azzeccò anche un’altra previsione, disse che pochi giorni dopo sarebbe rimasta in cinta. E così accadde. E pian piano la sua fama crebbe, di pari passo con la paura che le povere volpi impararono a riporre nel futuro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/18/il-portavoce/">Il portavoce</a></p>
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		<title>Gli specchi</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 07:25:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/La_merav.jpg"></a>[<em>Prime pagine del nuovo libro di <a href="http://www.paolonori.it">Paolo Nori</a>. </em>La meravigliosa utilità del filo a piombo. <em>Un grazie a MarcosyMarcos. che pubblica libri così.</em> G.B.]</p>
<p>di <strong>Paolo Nori</strong></p>
<p>Ecco, a me è successa una cosa che secondo me un po’ c’entra, con il discorso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/gli-specchi/">Gli specchi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/La_merav.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/La_merav.jpg" alt="" title="La_merav" width="196" height="308" class="alignleft size-full wp-image-38742" /></a>[<em>Prime pagine del nuovo libro di <a href="http://www.paolonori.it">Paolo Nori</a>. </em>La meravigliosa utilità del filo a piombo. <em>Un grazie a MarcosyMarcos. che pubblica libri così.</em> G.B.]</p>
<p>di <strong>Paolo Nori</strong></p>
<p>Ecco, a me è successa una cosa che secondo me un po’ c’entra, con il discorso. Cioè io, nel 2009, dopo sei o sette anni che non ci andavo, sono andato alla fiera del libro a Torino. Il giorno prima di andare a Torino sono andato a Parma, con mia figlia, abbiamo dormito a Parma, da mio fratello, e poi son tornato a Bologna, ho lasciato mia figlia a sua mamma, in stazione e, senza passare da casa (abito lontano dalla stazione), ho preso un treno che mi ha portato a Torino. Era tutto calcolato andava bene. Solo che, a Parma, a casa di mio fratello, mi sono macchiato i pantaloni. Allora non potevo andare a Torino star via due giorni coi pantaloni macchiati, e mio fratello mi ha prestato un paio dei suoi. Solo che erano dei pantaloni con la vita bassa, che io non mi ero mai messo, e, il mattino dopo, nel tragitto che, in autobus, porta da casa di mio fratello alla stazione di Parma, mi sono accorto che mi sembrava che mi cascassero continuamente, mi sono trovato a tirarmeli su una ventina di volte, e ho pensato che non potevo star via di casa due giorni con quella sensazione lì che ti caschino le braghe che per me è proprio una sensazione sgradevolissima. <span id="more-38741"></span><br />
Allora quando siamo arrivati nel piazzale della stazione,  era giorno di mercato, con mia figlia siamo andati in una bancarella di cinesi, ho comprato un paio di braghe cinesi. Cinque euro. Un affare. Siamo andati nel bagno della stazione, mi sono cambiato le braghe, con mia figlia che mi guardava. Siamo usciti, era tutto a posto, tranne che, d’un tratto, mi è venuto in mente che avevo lasciato lo zaino sull’autobus. Noo, ho detto a mia figlia, ho lasciato lo zaino sull’autobus. Lei mi ha guardato mi ha detto Noo. Mia figlia ha cinque anni, allora ne aveva quattro. Mi ricorderò sempre il modo in cui mi ha detto Noo. Non so perché, è stata una cosa memorabile. Fatto sta che poi mi sono tastato le spalle, lo zaino ce l’avevo sulle spalle. Allora niente. Eravamo così contenti. Dopo è andato tutto come previsto, sono andato a Bologna, ho lasciato mia figlia a sua mamma, ho preso il treno, sono andato a Torino, son stato a Torino e son venuto indietro. Solo che, quelle braghe cinesi lì, che mi era sembrato che mi avessero salvato, e in un certo senso mi avevan salvato davvero, devo dire che mi sentivo a disagio, con quelle braghe lì. Con le tasche sui fianchi, e un elastico in vita e dei lacci, sia in alto che in basso, per stringerle. Ma che braghe ho? mi chiedevo continuamente. Tutti gli specchi e le superfici riflettenti eran l’occasione per veder come stavo, non ero nelle mie braghe, e continuamente pensavo a come sarebbe stato bello tornare a casa e rimettermi nelle mie braghe.<br />
Ecco io, di solito, quando vado in giro, prendo con me dei taccuini, per scriverci sopra le cose che vedo. E uno ce l’avevo anche lì a Torino, e pensavo che mi avrebbero colpito un mucchio di cose, eran degli anni che non andavo a Torino, alla fiera del libro, ero curioso. Ecco, quando son tornato a casa, mi sono accorto che sul mio taccuino non avevo preso neanche un appunto. Ero così concentrato sulle mie braghe, e sull’effetto che facevo, che l’effetto che il mondo faceva a me non aveva quasi importanza. Ecco. Io ho l’impressione che, per scrivere, sia abbastanza importante trovar delle braghe.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/gli-specchi/">Gli specchi</a></p>
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		<title>Il male naturale di Giulio Mozzi</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Feb 2011 10:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>E’ in tempi di censura ai libri che viene ristampato da Laurana <em>Il male naturale</em> di Giulio Mozzi. Nel 1998 in libreria durò poco, ritirato (e anche sparito dal sito della Mondadori che lo aveva pubblicato) dopo le accuse di pedopornografia ad opera del deputato leghista che vi fece sopra un’interrogazione parlamentare minacciando denunce.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/07/il-male-naturale-di-giulio-mozzi/">Il male naturale di Giulio Mozzi</a></p>
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<p>E’ in tempi di censura ai libri che viene ristampato da Laurana <em>Il male naturale</em> di Giulio Mozzi. Nel 1998 in libreria durò poco, ritirato (e anche sparito dal sito della Mondadori che lo aveva pubblicato) dopo le accuse di pedopornografia ad opera del deputato leghista che vi fece sopra un’interrogazione parlamentare minacciando denunce. <em>Il male naturale</em> è uno straordinario libro di racconti, che riflettono (su) il male naturale della vita. Racconti teologali, quasi, che stanno nel solco della secolare riflessione agostiniana sul male “consustanziale” all’umano e sul peccato originale. Soggetto di questi racconti – che sono tanto più belli e intensi quanto più non “succede” niente (non c’è successione: è tutto lì, in un tragica incompiutezza) – è il corpo.<span id="more-38040"></span> Anzi, paolinianamente, la <em>carne</em>. La carne che muore, la carne che desidera nutrimento e ri/fusione, la carne mutilata che pure, anch’essa, desidera il piacere. C’è, sempre, un corpo si confronta con se stesso, con la distanza da se stesso, con la mancanza che lo sforma. Ma tutto appare in chiave oggettuale, quasi clinica: tutto viene semplicemente mostrato, come osservato dall’occhio di un biologo, o di un angelo. Un occhio che scruta, in una sorta di assoluta aderenza, profondato nella loro “datità”, direbbe il filosofo. In questa “datità” delle cose naturali l’occhio che scruta e scrive scorge il male, nella sua naturalità assoluta, e le cose, raffigurate nei proprio esatti contorni, sembrano irredimibili. Il male, nella sua verità ultima, è morte. E questo è un libro sulla morte. Anzi, non sulla, ma corpo a corpo con la morte: avvertita nella sua incontrovertibile presenza/assenza. Anche nella pienezza della vita, là dove la vita si riproduce e prolifera, ovvero nell’attività sessuale, si scorge la presenza della morte:  “L’attività del desiderio sessuale ci dà la sensazione di essere vivi e invece noi siamo animali che si riproducono perché siamo mortali”. Che è sommamente presente in quel breve racconto, <em>Amore</em>, che fu l’origine dello scandalo. Un testo di nemmeno tre pagine in cui viene messo in scena un rapporto sessuale tra un adulto e un bambino, rappresentato con il massimo di “occhio clinico”, e proprio per questo arrivando al massimo possibile della violenza: raffigurando quell’atto dunque nella sua verità esistenziale. E la verità è la materia eminente dell’arte. In tutto questo, come un soffio a margine, si percepisce, sempre, lo scarto ulteriore, il momento che viene: che poi, agostinianamente, è la grazia possibile, e la parola che salva.</p>
<p><em>(pubblicato in versione ridotta su l&#8217;Unità. 5/2/2011)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/07/il-male-naturale-di-giulio-mozzi/">Il male naturale di Giulio Mozzi</a></p>
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		<title>PREFAZIONE AGLI AUTISMI</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2010 09:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<category><![CDATA[autismi]]></category>
		<category><![CDATA[case editrici]]></category>
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		<category><![CDATA[Lorenzo Menguzzato]]></category>
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		<description><![CDATA[<em>Gentile Giacomo Sartori, </em>
<em>forse la misura breve si adatta meno alla sua scrittura che ha bisogna di tempi più lunghi. Questi racconti, minute parabole che sfiorano il paradosso, ci sono parsi un po&#8217; squilibrati: la causticità delle intenzioni è trasferita su un piano iperrealistico poco funzionale all&#8217;idea di base,  e greve nel risultato finale.&#8230;</em><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/20/prefazione-agli-autismi/">PREFAZIONE AGLI AUTISMI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<address> </address>
<address><em>Gentile Giacomo Sartori, </em></address>
<address><em>forse la misura breve si adatta meno alla sua scrittura che ha bisogna di tempi più lunghi. Questi racconti, minute parabole che sfiorano il paradosso, ci sono parsi un po&#8217; squilibrati: la causticità delle intenzioni è trasferita su un piano iperrealistico poco funzionale all&#8217;idea di base,  e greve nel risultato finale. I temi sono poco identificabili e, quando lo sono, troppo frequentati dalla letteratura.</em></address>
<address><em>La scrittura molto spesso scade nel grottesco pur cercando soluzioni comiche, altre volte è un po&#8217; scontata. </em></address>
<address><em>Insomma, a differenza di altre cose sue, i racconti non ci sono piaciuti.</em></address>
<address><em>La ringrazio però per averceli inviati</em></address>
<address><em>Cari saluti</em></address>
<address>X. X.</address>
<address> </address>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5635_ridotta1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37505" title="FMR_5635_ridotta" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5635_ridotta1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>I diciassette <em>Autismi</em> sono stati postati nell’arco di un anno su <em>Nazione Indiana</em> (all’inizio da Andrea Raos, e poi da me, perché nel frattempo ero stato accolto nel blog). Come spesso succede per i racconti, perché la volontà conta fino a un certo punto, tutto è nato con un primo testo che ha per così dire aperto la via, e poi alla spicciolata sono venuti anche gli altri, che avevano con quel primo scritto un legame di necessità ma anche di libertà, forse di sfida aperta, proprio come succede nelle nidiate. I lettori erano in genere abbastanza numerosi, anche se certo molto meno numerosi di quelli di altri contenuti più gettonati di <em>Nazione Indiana</em>. E questo nonostante fossero in molti casi piuttosto lunghi.<span id="more-37491"></span> Viene quindi sfatato il pregiudizio, spesso sbandierato come una verità assoluta, che sulla rete i tempi di permanenza sulla pagina siano necessariamente molto brevi. Ma questo importa fino a un certo punto.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5627_ridotto2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37513" title="FMR_5627_ridotto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5627_ridotto2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>A volte i commenti straripavano di rancorosa o anche solo frettolosa egolatria, come spesso succede nei blog, e in particolare quelli italiani, spesso invece erano molto posati e pertinenti, o addirittura molto acuti. Io leggevo attentamente tutti questi commenti positivi o negativi, perché davvero mi interessavano, e mi facevano riflettere. Viviamo in un’epoca di letture corrive (ho sempre trovato assurdi gli argomenti degli adepti della lettura veloce, o addirittura &#8211; orrore! &#8211; incompleta; per me la letteratura è per definizione il regno della lentezza), e forse i miei stessi interlocutori &#8211; nell’accezione di Natalia Ginzburg, le persone cioè delle quali per motivi i più diversi mi fido e che per prime giudicano i miei testi &#8211; sono lettori frettolosi. Per non parlare dei recensori della stampa (li si può capire, sono pagati a cottimo).</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5612_rid.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37560" title="FMR_5612_rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5612_rid-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Poi a un certo punto, senza che io possa dire il perché, la vena si è esaurita, e il cantiere è stato dismesso, le attrezzature sono state trasferite altrove. Ma nella terra sono rimaste le cicatrici. Ne avevo già fatto a più riprese l’esperienza: ogni nuovo registro che esploro, e per me di questo si trattava con gli <em>Autism</em>i, viene integrato nella mia paletta, ed è quindi destinato a riemergere più tardi, nella sua veste originaria o ulteriormente meticciato. O comunque rimane dietro le quinte come un possibile intervenente, un amico già pronto a dare una mano.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5618_ridotto1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37507" title="FMR_5618_ridotto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5618_ridotto1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Come faccio da anni con i miei testi, ho mandato poi o fatto avere tramite conoscenti (secondo un nefasto ma ineludibile costume italiano) gli <em>Autismi</em> a qualche casa editrice, e come al solito queste case editrici, nonostante abbia all’attivo, per usare questa brutta espressione contabile, qualche romanzo e qualche raccolta di racconti, anche tradotti all’estero, non mi hanno risposto. Il che suppongo voglia dire (ma ho ancora da capire bene come raziocinano gli editori, e forse comincia a essere un po’ tardi) che non solo i testi non erano stati giudicati degni di essere pubblicati, ma nemmeno di suscitare quel quantum di urbanità per cui per esempio nella sala di aspetto di un dentista ci si saluta, o si tiene la porta al paziente successivo, anche se non lo si conosce (per chi volesse approfondire l’argomento: <em>Lettere a nessuno</em> di Antonio Moresco).</p>
<p>Una persona di una grossa e prestigiosa casa editrice mi ha però risposto. Un’eccezione c’è sempre. Mi ha mandato la lettera che ho incollato in epigrafe.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5624_ridotto1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37511" title="FMR_5624_ridotto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5624_ridotto1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Io sono molto e sinceramente riconoscente nei confronti di questa dipendente della prestigiosa casa editrice, perché dopo tanti anni di invii è appunto la sola interlocutrice (è una donna, e non l’ho mai incontrata) nel cosiddetto mondo editoriale che si prenda la briga di prendere in mano i miei testi, di pensarci sopra, e di mandarmi un breve commento (all’inizio si parlava anche di possibilità di pubblicazione, ora non più, come in una coppia nella quale l’eventualità di accasarsi sia ormai, dopo tante esitazioni, e vista forse l’opposizione di una parte della famiglia, definitivamente scemata). Non proprio semprissimo, però di solito sì. Come al solito io non ero per nulla d’accordo con le sue osservazioni, anzi dissento per così dire ferocemente, ma come sempre non ho ribattuto nulla, ha prevalso la riconoscenza. Del resto anche questa volta quelle poche frasi mi erano servite per chiarirmi le idee, che è forse quello che conta.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5626_rid.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37561" title="FMR_5626_rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5626_rid-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Leggendo questa stroncatura ho avuto la certezza, a controcorrente per dirla così con il suo più che esplicito contenuto, che la forma breve mi sia congeniale (cosa del resto che pensava anche il mio pure lui prestigioso primo editore, il quale mi ha implacabilmente lasciato proprio perché “i racconti ti vengono bene ma non sai scrivere i romanzi”). Quella prova di sfiducia mi dava la certezza che continuerò a scrivere racconti. Perché? Non lo saprei dire. Intuizione, diciamo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5615ridotta3.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37515" title="FMR_5615ridotta" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5615ridotta3-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Leggendo quella critica negativa ho però avuto anche certezze meno vaghe. Non posso adesso ricostruire la cruenta e caparbia autopsia di ogni singola frase del messaggio, il raffronto con le mie autoanalisi e le mie intenzioni esplicite e velleità, tenendo conto beninteso di quelle che mi sembrano essere le mie possibilità e abilità, e ovviamente i miei limiti, i molti limiti, che qualche volta per una piroetta inopinata diventano altre possibilità, altre abilità. Sarebbe un esercizio molto tortuoso e forse non interessante al di fuori di quella che è la mia fucina di scrittura, forse troppo intimo. Diciamo però che alla fine di questo lavorio ho avuto la certezza che i miei racconti avevano un’unità, che affrontavano di petto temi complessi e importanti, che avevano un giusto e non imbalsamato equilibrio tra i vari registri, zigzagando in  modo non scontato tra epidermide e profondità, una profondità anche abissale. Il che corrispondeva esattamente alla mia idea di scrittura. E quindi rappresentavano forse un qualcosina di originale nel panorama della nostra narrativa, valeva forse la pena di pubblicarli. Forse però mi sbaglio, intendiamoci.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5622ridotto.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37512" title="FMR_5622ridotto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5622ridotto-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Nel frattempo s’era fatta sotto spontaneamente, non mi era mai successo, una casa editrice, che si diceva ben contenta di pubblicare gli <em>Autismi</em>. La cosa si è subito conclusa, e adesso i racconti escono per quel piccolo editore, che si chiama “<a href="http://www.editoriaindipendente.net/category.php?id_category=29">Sottovoce</a>”. Nome che mi sembra più che pertinente: è normale e giusto che i miei racconti, snobbati da chi ha molta voce, escano “sottovoce”. A questo punto ho ripreso in mano i testi, eliminandone uno,  potandoli e rilavorandoli per quanto riguarda la lingua (dopo la decantazione le imperfezioni vengono in superficie: possono essere scremate). E per rendere il tutto più conviviale (pare che per lottare contro l’autismo una delle strategie sia questa), un pittore di nome LOME se ne è ispirato per una serie di olii, uno dei quali è finito, in riproduzione, nel libro. Proprio perché la nostra unione fosse più incestuosa, LOME ha preteso che fossi io a individuare le frasi sulle quali avrebbe lavorato. Ho cercato di fare del mio meglio, anche se naturalmente a questo punto i racconti non mi appartenevano più, e mi guardavano per certi versi con un po’ di risentimento (ma forse mi mettevo solo in testa).</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5633_ridotto1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37509" title="FMR_5633_ridotto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/FMR_5633_ridotto1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Qui finisce la prefazione agli <em>Autismi</em>. La quale del resto non prefazionerà proprio nulla, perché non credo che i testi letterari, a parte forse qualche rarissima eccezione, abbiano bisogno di prefazioni. Ma resta però pur sempre la prefazione agli <em>Autismi</em>. La posto allora su <em>Nazione Indiana</em>, senza la quale questi testi non sarebbero venuti a quel piccolo mondo, per molti aspetti sempre più piccolo (come quei signori che invecchiando si accartocciano su se stessi, invece di irradiare bellezza morale, viepiù sordidi e meschini), ma questo sarebbe un altro discorso, che è l’Italia, e con cui ogni scrittura in italiano pena a non confrontarsi.</p>
<p><em>[Le immagini: <a href="http://www.lomearte.it">LOME</a>, "Autismi", olio su carta, 50x70 cm]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/20/prefazione-agli-autismi/">PREFAZIONE AGLI AUTISMI</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Assalto al centro</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 10:55:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4.jpg"></a></p>
<p align="right"><em>Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia.</em></p>
<p align="right">Albert Camus</p>
<p>Sacchi di plastica si levano come gabbiani tra scogli d’asfalto, si gonfiano di vento e volteggiano sulle lamiere.<br />
Vitaliano li guarda salire in alto e poi cadere in picchiata tra il benzinaio e il baracchino di stigghiola.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/17/assalto-al-centro/">Assalto al centro</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-28814" title="c_mamma4" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/c_mamma4-300x296.jpg" alt="" width="300" height="296" /></a></p>
<p align="right"><span /><em>Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia.</em><span /></p>
<p align="right">Albert Camus<span /><span></span></p>
<p>Sacchi di plastica si levano come gabbiani tra scogli d’asfalto, si gonfiano di vento e volteggiano sulle lamiere.<br />
Vitaliano li guarda salire in alto e poi cadere in picchiata tra il benzinaio e il baracchino di stigghiola. Fissa il fumo bianco che s’alza dalla griglia di carbone e si spariglia in cielo, e ripete a mente le condizioni della promozione degli schermi LCD, dei videofonini e degli abbonamenti tv. L’odore insistente delle stigghiola viene appena smorzato da quello acre del sugo che la madre sta preparando di là in cucina. Dopo pranzo lo aspetta il lavoro, il terzo giorno del suo nuovo lavoro.<br />
Vitaliano sorride dietro il vetro della finestra socchiusa, sorride di soddisfazione. Pensa al suo nuovo lavoro ed è fiero di sé, di come sa dare ai clienti informazioni dettagliate con la sincerità di un amico, di come rispetta i superiori, anzi li stima senza ostentazione, e di quanto è rispettato dai colleghi.<br />
In strada, sotto il quinto piano del condominio di Brancaccio, i piccioni si avvicinano circospetti agli avanzi del baracchino di brace, e vespini e lapini s’incrociano rapidi. Vitaliano sorride e pensa al codice della cassa e ai ticket della mensa. Tra qualche ora inizierà il turno pomeridiano del suo terzo giorno di lavoro, quello più importante, il giorno della promozione. Al Centro di Roccella si aspettano centinaia di persone e Vitaliano è pervaso di un’autentica gioia.<br />
<span id="more-28811"></span><br />
Non vive questa sensazione di pienezza e aderenza alla vita da quando aveva tredici anni e suonava Mozart in modo “esemplare”, così disse il suo maestro, al saggio di violino di fine anno. Quella volta la gioia che seguì agli applausi fu indimenticabile, non l’emozione del palco, ma la sensazione di quando il piccolo Vitaliano tornò al leggio per prendere gli spartiti e rivolse lo sguardo fiero alla platea. In quel momento sentì lo stomaco riempirsi di leggerezza, della consapevolezza di essere parte di un gruppo, parte integrante della classe e della scuola e della borgata. Consapevolezza che però durò poco, sostituita subito dal solito senso di alienazione e distanza dai suoi compagni e dai borgatari, gente arrogante, capace di spaccarsi la faccia per una taliata di troppo.<br />
E adesso, davanti alla plastica che piroetta in aria e al fumo di stigghiola che sembra salire dalle ciminiere del traghetto dello Stretto, Vitaliano è pervaso dalla stessa leggerezza del saggio di fine anno e gli pare di risentire le note del violino e allarga lo stesso sorriso sornione.</p>
<p>Ma la musica non ha pagato, nonostante l’orecchio assoluto, la tecnica impeccabile col violino, la disinvoltura alla chitarra e al basso.  Anzi pagava troppo poco e quando voleva lei. Da anni Vitaliano ha lasciato il conservatorio, riservato a chi può studiare la musica, e ha provato a campare con la musica. Ci aveva provato anche a Roma, nell’orchestra del teatro dove lavorava la cugina. Ma anche lì i soldi erano pochi e arrivavano ogni tre mesi, mentre la padrona di casa non lasciava passare il tre di ogni mese senza sollecitare la mesata.<br />
E così Caronte, il traghetto lurido e sbuffante dello Stretto, aveva attraversato ancora quello sfavillante braccio di mare, lo Scill’e Cariddi che pare oceano, e lo aveva riportato nella sua terra. E qui Vitaliano aveva iniziato a suonare con una banda alle processioni, con un’orchestra ai matrimoni, con un quintetto barocco in chiesa e con una band heavy metal alle feste dell’Unità, senza riuscire a racimolare i soldi per lasciare quell’odioso condominio di Brancaccio. Odioso non per colpa della madre o della sorella, ma odioso in quanto cubo di cemento scolorito nel mezzo della periferia più scolorita e cagnola della città, una borgata di straccivendoli, ambulanti e lavoratori socialmente utili, dove i palazzi inghiottono antichi castelli arabi e giardini di palme, e dove i più non hanno la quinta elementare ma almeno un cugino all’Ucciardone.<br />
E i ragazzini urlano in continuazione, masticando e sputando per terra, e i fratelli maggiori si guardano l’un l’altro come cannibali abulici davanti all’unica preda disponibile.<br />
“Ma il Centro di Roccella può cambiare le cose”, pensa Vitaliano alla finestra, giocherellando con la montatura degli occhiali, “il Centro porterà un po’ di civiltà e di benessere in questa terra disgraziata”. E si sente investito di una grande responsabilità perchè lui adesso è del Centro, è parte attiva di questa rivoluzione. Lavora al Centro di Roccella, travaglia per il cambiamento, la salvezza. “Magari un giorno ci vado pure a suonare, al Centro”.</p>
<p>“Vitaliano”, strilla la madre, “a mangiare!”. Il ragazzo inforca gli occhiali e giunge a grandi falcate in cucina. Si siede a tavola, divora tutto con appetito e commenta il telegiornale con la solita rabbia per le disgrazie del mondo, le notizie incomprensibili di politica: “Finalmente ricostruito il grande centro”, proclama con entusiasmo il giornalista, “rinasce l’Italia del miracolo economico”. Vitaliano sbuccia un’arancia, la mangia con calma, spicchio dopo spicchio, e parla alla sorella delle promozioni al centro di Roccella, dei videofonini in offerta e della possibilità di avere un mega sconto sui televisori HD, questo pomeriggio stesso, per i primi cento avventori che si presentano al suo banco. La sorella lo riempe di domande e curiosità a cui Vitaliano risponde con esuberante sicumera, il sorriso beato sulle labbra e gli occhi luccicanti dietro le lenti. In realtà a Vitaliano non importa niente dei televisori e della tecnologia, ma gli piace la precisione, la corrispondenza geometrica dei segni con le cose, questioni che ha imparato ad apprezzare quando studiava violino, questioni fondamentali per un’esecuzione esemplare.</p>
<p>Dopo il caffè, Vitaliano si accende una sigaretta ed entra nell’ascensore. Scende sul marciapiede infestato di sacchetti abbandonati dal vento e scatena il motorino per andare al nuovo lavoro. È il giorno della promozione e lui vuole essere pronto dietro il banco almeno mezz’ora prima dell’apertura delle danze. Percorre la strada di Brancaccio fino alla rotonda della zona industriale, quattro capannoni arrugginiti in cui Vitaliano non è mai riuscito a capire cosa si fabbrichi. Poi gira da dietro lo Sperone, le case popolari che in nulla sono diverse dalle altre tranne per il colore bianco sporco e per il fatto di essere tutte uguali, e si ritrova sulla strada nuova che porta al Centro.<br />
Da lontano sembra un villaggio marziano disceso su quella terra tra le montagne e il mare, con pareti di vetro trasparenti, torri di acciaio e neon viola, muri obliqui di cemento e pilastri di un metallo vagamente grigio. Questa vista, per Vitaliano, è ogni volta una sorpresa, un miraggio che si fa realtà.<br />
Varca la soglia del grande Centro di Roccella e attraversa l’immenso parcheggio che pare un lago o un vallo intorno al palazzo reale. Lega il motorino nel parcheggio riservato ai lavoratori del Centro, e sale saltellando le scale che lo portano al suo banco.<br />
Alle 15 in punto si apriranno le porte della sala promozioni. Sono le 14.45 e al banco di Vitaliano giungono già le prime urla di impazienza. Loredana arriva di corsa dal corridoio, strillando di fare presto perché già ci sono più di cento persone dietro la saracinesca. Vitaliano non si scompone, va rapido all’impianto stereo, toglie Jenny Gonzales dal lettore e mette il cd che ha portato per le grandi occasioni: i capolavori di Mozart, magari così si rilassano un po’ là fuori.<br />
Arrivano anche Franco e Peppe a gestire il banco e vengono chiamati due energumeni della sicurezza a incanalare il flusso di persone.<br />
Sono le 14.55 e le urla si fanno più minacciose, qualcuno abbozza cori da stadio mentre ragazzi con capellini dorati strattonano bambini argentati, sospinti da ragazze con cinturoni di pelle e borchie e trucchi viola alla Jenny Gonzales. Dietro questa prima fila di ultras, spingono i padri, le madri, gli zii e le zie: signori panciuti che incitano gli altri con urla disumane e signore con lo sguardo perso nel vuoto e la bocca infuocata sempre aperta e petulante. La folla si fa rotulante come un fiume in piena, mandria impazzita in cui ognuno è rivale all’altro e cerca in tutti i modi di arrivare prima dell’altro e ha comunque un nemico comune: il banco della promozione, il forte da espugnare.<br />
La prima fila forza il blocco, alza la saracinesca di peso e si fionda sul banco. Vitaliano abbozza un sorriso, ma capisce subito che c’è poco da ridere, che deve dar loro quello che vogliono, e nel minor tempo possible.<br />
Franco e Peppe non riescono a placare l’orda che continua a ululare e ringhiare. In breve il banco è circondato come una mollica in uno stagno di pesci rossi e alle urla si aggiungono le offese, le minacce, le spinte.<br />
Vitaliano deve alzarsi in piedi sul bancone e brandisce un bastone per allontanare quegli assatanati, che pare un domatore di circo.<br />
Gli uomini della sicurezza alzano i manganelli e Loredana, cadaverica, continua a consegnare bollettini per il ritiro della promozione a quei mostri questuanti pronti ad aggredirla da un momento all’altro.<br />
Quando la ragazza dice con un filo di voce che sono finiti tutti i televisori, la bolgia si placa in un istante. Un silenzio incredulo e carico di odio scende sulla folla; ognuno amplifica la sua rabbia negli occhi del suo vicino e un mugugno collettivo si alza fino a diventare grido di battaglia, grido di strazio e di lotta ancestrale.<br />
È allora che Vitaliano viene preso alle spalle e gettato in mezzo alla scanna.</p>
<p>Si fa sera e la madre riceve una telefonata che la avvisa dell’incidente: Vitaliano è ricoverato, due costole fratturate e qualche graffio. La madre e la sorella si precipitano all’ospedale e trovano Vitaliano in una corsia su una barella fatiscente, la testa fasciata e la flebo. Il ragazzo ha una lesione al timpano, probabilmente perderà l’orecchio sinistro. Poco prima di Mezzanotte Vitaliano apre gli occhi, cerca gli occhiali con la mano e fa cadere un bicchiere di plastica. La madre si sveglia e lo bacia sulla fronte mentre lui scolla appena le labbra e sussurra che è stato suo l’errore, che non doveva, che ha sbagliato a dare Mozart in pasto a quelle bestie.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/17/assalto-al-centro/">Assalto al centro</a></p>
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		<title>Guerra alla tristezza!</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 12:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Mario de Santis</strong></p>
<p><strong>Guerra alla tristezza!</strong> di Edoardo Albinati (Fandango 2009) è un libro inclassificabile come il suo autore. <em>Il tuo comportamento è inclassificabile!</em> si dice a volte di chi si comporta in modo maldestro. Non stare in nessuna classe, per uno scrittore che ha dedicato tanta energia alla scuola (è il caso di dirlo, insegna al carcere romano di Rebibbia) sembra un paradosso e una beffa, tuttavia Edoardo Albinati come scrittore è proprio un<em> fuoriclasse</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/26/guerra-alla-tristezza/">Guerra alla tristezza!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-26589" title="albinaticopj13" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/albinaticopj13.jpg" alt="albinaticopj13" width="200" height="278" /></p>
<p>di <strong>Mario de Santis</strong></p>
<p><strong>Guerra alla tristezza!</strong> di Edoardo Albinati (Fandango 2009) è un libro inclassificabile come il suo autore. <em>Il tuo comportamento è inclassificabile!</em> si dice a volte di chi si comporta in modo maldestro. Non stare in nessuna classe, per uno scrittore che ha dedicato tanta energia alla scuola (è il caso di dirlo, insegna al carcere romano di Rebibbia) sembra un paradosso e una beffa, tuttavia Edoardo Albinati come scrittore è proprio un<em> fuoriclasse</em>.</p>
<p><span id="more-26588"></span><br />
Si tratta di una raccolta di racconti e di scritti per l’appunto eccentrici, per la maggior parte brevi o brevissimi, salvo qualche eccezione. Sono sessanta e tutti inediti, anche se composti a partire dagli anni’ 80 fino a oggi. È una sorta di lungo laboratorio ventennale. Nel frattempo Albinati ha pubblicato con varietà romanzi, prosa narrativo saggistica e poesia. Anche in questo libro è evidente la varietà, la voglia di trovare strade personali, quasi una sfida ai canoni letterari, presentando stili diversi, alcuni con approccio narrativo classico da short story, altri di natura esplicita e autobiografica ma sempre in forma di racconto, altri ancora come piccole divagazioni su oggetti, fenomeni, paesaggi che fanno venire in mente l’esempio dei miti d’oggi alla Roland Barthes.</p>
<p>L’ampiezza dei modi letterari e la lunga gestazione prima di essere pubblicati dà vivacità alla lettura, ma al tempo stesso mostra come il tono, starei per dire la poetica, o il sound se fosse un rocker, dello stile Albinati è ben marcato e riconoscibile. Se penso ad Albinati mi viene in mente il termine scrittura con quell’alone semantico che ha quando lo usano i francesi – seppur diversi per scelte di poetica, ma io non lo vedo lontanissimo appunto da Barthes. Così per altri versi, Raymond Carver (di cosa parlano i personaggi di un racconto quando parlano di carne di cavallo?..)</p>
<p>Ha di sicuro un timbro riconoscibile pur nella diversità di forme e topos narrativi. Riletto in <em>Guerra alla tristezza</em> l’arco della scrittura di Albinati ha i crismi di una ricerca dell’umano, da restituire con una tonalità, cercando una musica del cuore che ha però i ritmi sincopati di un dj o dei Sonic Youth, sincopi che creano intermittenze del tutto originali.</p>
<p>Si sente il fondo di un procedere lungo un filo poetico, attenuando a zero il lirismo. Come in <em>Orti</em> o In <em>Maggio selvaggio</em> o <em>Svenimenti</em>, la narrazione di Albinati lascia le strutture proprie della narrativa per avventurarsi su sentieri sterrati dell’improprio e dell’inclassificabile accentuando però la qualità empatica della scrittura, la sua capacità di mostrare un’anima errante che attraversa il mondo e tuttavia proprio per questo ci sta attaccata, con i piedi per terra e con la faccia rivolta al cielo. Si tratta di un realismo così aderente da far dimenticare ogni poetica realista. Era stato proprio barthes adire che se lo storico è colui che osserva una regione come volandoci sopra con la mongolfiera, lo scrittore è colui che attraversa quella regione a cavallo. Io credo che albinati sia un prosatore di passo, attraversa il mondo camminando. Piedi per terra ma mente libera di divagare, un flaneur del pensiero, dello scavare in sé come nelle cose.</p>
<p>Non trovo un’immagine migliore per descrivere la scrittura di Albinati: quella di chi segue <em>filo dei pensieri</em>. Forse li ha visti in Afghanistan (molto bello il suo libro-diario di missione del 2002, <em>Il ritorno</em>), ma l’impressione è che sappia tenere la scrittura come i bambini tengono gli aquiloni. Fermi, ma alla fine lasciandosi andare al vento.</p>
<p>Così segue la realtà anche quando sembra svagare come in <em>Serenata al rettilario</em> con l’apparente oggettività del resoconto di una visita allo zoo nella costruzione dei rettili trasformata, con l’espediente del blackout elettrico, in una magica situazione fantastica in cui gli iguana iniziano un canto che sulla pagina quasi sembra un coro della tragedia greca.</p>
<p>Oppure come in <em>Cream</em> in cui una serata ad un concerto con il figlio e un amica diventa il pretesto per far fare alla mente che percepisce e racconta un lungo piano sequenza che tra presente e memoria, tra flash aneddotici e riflessioni sulla vita, mostra proprio come in un film di Trouffaut sia il romanzo che si svolge sia il romanziere-regista che lavora. Oppure in <em>Il bambino scettico</em> in cui la memoria di un adulto in carcere per un reato <em>politico</em> diventa liquida, si sfalda nel tentativo di riafferrare un quid perduto nel tempo, ricollocando nel tempo e nella storia qualcosa che al tempo sembra non appartenere e neppure alle categorie della storia.</p>
<p>Immerso nel suo tempo (se non fosse un’etichetta direi che Albinati è uno dei pochi autori <em>impegnati</em> veramente) la scrittura scava nel sottopancia del quotidiano teorico, riaffonda nel sapore di un epoca con il dettaglio splendente, un frammento che si trasforma in allegoria, ma in modo a volte spiazzante altre volte rimando sospeso. Un dettaglio si dilata fino a diventare preludio di un universo, non piccole cose, non il minimalismo (anche questa è una parola trasformata in etichetta, impropria per Albinati che non rientra in quel filone).</p>
<p>Il repertorio di Albinati è ricco. Spesso serve solo un piccolo colpo di scena, un dettaglio e la storia deborda, con un lascito che sa di cinematografico o prelevato dai modi della scrittura di genere (come in <em>ogni babbo è Stephen King</em>) ma più steso a perdere il filo apparente ma a rivelarne un segreto è proprio il pensiero che si applica alla realtà, la consuma, la corrode da vicino, la incalza con i suoi paradossi.</p>
<p>A volte una lattina di birra Mythos serve ad una riflessione sul mito, ma col tono del filosofo davanti aduna birra, per l’appunto. A volte Albinati lascia addirittura più sciolta la briglia della sperimentazione, trasformandola però in una prosa sempre piena d calore come quando in <em>Sciarada</em> applica il metodo del cut-up ad una serie di frasi fatte, proverbi o aforismi a metà tra la il witz e la banalità, come fosse una lista di quelle che si trovano su internet creando un’accumulazione straniante che si conclude con un monito <em>Pappagalli ammaestrati dicono la verità più di noi</em>. Ecco seguendo il filo dei pensieri, vorrei dire che Albinati si occupa anche della logica e dell’illogica del discorso dell’umano. E come se, pur facendo guerra alla tristezza lo stesso Albinati conservasse un fondo di malinconia energia, un’elegia delle cose visuute non nostalgica. Come la ragazza grassa del racconto che dà il titolo alla raccolta, Albinati ha un pathos carsico, una sorta di sensazione di sconfitta che sembra chiara già in partenza ma rimane sullo sfondo, in sottofondo. In ogni caso la vita viene affrontata da molti dei suoi personaggi e dallo stesso scrittore nelle cose più autobiografiche trasmettendo un senso di gratitudine segreta, la stessa che rimase implicita quando il padre dopo aver tentato di insegnare ai gigli lo sci nautico con grande passione e affetto, con altrettanto affetto e passione prese atto del loro essere negati e vendette la barca, senza alcuna tristezza e senza malinconia. Il filo continuo dei pensieri nella scrittura di Albinati e come il tratto di quei disegnatori abili a creare una figura senza mai staccare la matita dal foglio. Alla fine una figura emerge come vista dall’alto &#8211; come l’Italia dell’ultimo racconto &#8211; nella raccolta di Albinati e assomiglia alla figura del padre e della genitorialità in genere. Detto questo lo sguardo però resta vivo sulla densa varietà del mondo e Albinati è sempre in quello stato di grazia di cui racconta nel racconto <em>Sulla curva</em>, come di uno che ha bevuto alcol all’ora di pranzo e così <em>spezza la giornata in tanti frammenti dorati</em>.</p>
<p>Quei frammenti scintillano intorno al lettore, creano un’onda che modifica il nostro sguardo sulle cose e assegna loro un’aura diversa. Ed è questo semplicemente che chiediamo ad uno scrittore.</p>
<p><strong>E. Albinati, Guerra alla tristezza, Fandango Libri (2009), € 18,00.</strong></p>
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		<title>L&#8217;ubicazione del bene</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2009 06:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Giorgio Falco, <em>L&#8217;ubicazione del bene</em>, 141 pag., Einaudi, 2009</strong></p>
<p><em>L&#8217;ubicazione del bene</em> è un piccolo libro di racconti che va letto in apnea, cercando di uscirne senza sentirsi troppo frantumati dentro. Cortesforza è lo scenario dove si svolgono le storie narrate: immaginario e perciò più vero del vero.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/18/lubicazione-del-bene/">L&#8217;ubicazione del bene</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/l_ubicazione_del_bene1.jpg" alt="l_ubicazione_del_bene" title="l_ubicazione_del_bene" width="180" height="279" class="alignnone size-full wp-image-22389" />  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Giorgio Falco, <em>L&#8217;ubicazione del bene</em>, 141 pag., Einaudi, 2009</strong></p>
<p><em>L&#8217;ubicazione del bene</em> è un piccolo libro di racconti che va letto in apnea, cercando di uscirne senza sentirsi troppo frantumati dentro. Cortesforza è lo scenario dove si svolgono le storie narrate: immaginario e perciò più vero del vero. Un sobborgo come tanti che costellano le uscite della tangenziale milanese: un luogo che pare l&#8217;emulazione fallita dei sobborghi americani, un po&#8217; <em>Truman show</em>, un po&#8217; <em>Desperate housewives</em>.<br />
<span id="more-22385"></span><br />
Ma non c&#8217;è nulla da ridere, in queste pagine. Giorgio Falco racconte le sue storie con una durezza, con una assoluta mancanza di trasporto, di pietas, che toglie, anzi taglia, il fiato. Un Carver in salsa lombarda, che si fa osservatore lucido dell&#8217;orrore, di quella continua speranza di una vita perfetta, immobile, e perciò irragiungibile. Una sorta di matematica delle illusioni, una specie di limite che tende all&#8217;infinitamente piccolo: più mi avvicino al sogno di realizzazione oleografica di una vita piccolo borghese e più la vita va riducendosi a una insignificanza senza uscita. Così è per tutti i suoi protagonisti, cristallizzati dentro tipologie comportamentali standard: un “tipo maschile” destinato a una carriera irrisolta, il “tipo femminile” a una maternità fallimentare.</p>
<p>Protagonista vero è Cortesforza: col suo voler essere la città ideale di ogni operatore immobiliare, si dimostra una non-città, il vero non-luogo del contemporaneo, dove nessuno passeggia sui marciapiedi, dove senza autovettura non sei degno di cittadinanza, dove la cura del prato sembra di vitale necessità, dove il vicino di casa è uno sconosciuto, un nemico, come lo sono i tuoi colleghi di lavoro, le mamme casalinghe, la tua stessa famiglia. Un mondo glaciale e ferino, disperato, dove si dimostra la sconfitta esistenziale di un&#8217;intera generazione, quella di chi oggi ha circa quarant&#8217;anni e, escluso dalla Storia, ha cercato un senso nell&#8217;illusione di un mito familiare e insediativo che era già falso quando nacque, negli anni Cinquanta, quelli dove sembra si stia tutti regredendo.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione<em>, n. 29 del 14 luglio 2009</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/18/lubicazione-del-bene/">L&#8217;ubicazione del bene</a></p>
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		<title>Piazza Fuga</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 16:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/napoli-per-le-strade.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/napoli-per-le-strade.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Peppe Fiore</strong></p>
<p>Quando facevamo il liceo nessuno di noi s’azzardava a parlare di rivoluzione, avevamo tutti cose più importanti da fare. Eravamo un gruppetto di sei o sette persone che si erano trovate insieme più che per affinità per una certa strana congruenza a incastro delle reciproche storture caratteriali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/07/piazza-fuga/">Piazza Fuga</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/napoli-per-le-strade.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/napoli-per-le-strade.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-19971" title="napoli-per-le-strade" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/napoli-per-le-strade.jpg" alt="napoli-per-le-strade" width="282" height="423" /></a></p>
<p>di <strong>Peppe Fiore</strong></p>
<p>Quando facevamo il liceo nessuno di noi s’azzardava a parlare di rivoluzione, avevamo tutti cose più importanti da fare. Eravamo un gruppetto di sei o sette persone che si erano trovate insieme più che per affinità per una certa strana congruenza a incastro delle reciproche storture caratteriali. Non so perché, ma se oggi ripenso agli anni della mia adolescenza l’impressione è quella di una lunga vacanza non cercata e non richiesta. Una di quelle vacanze senza fine dove si sta costretti a forza in un posto di mare, è sempre senza scampo dopopranzo, e pertanto ogni cosa che si fa sembra sempre la cosa sbagliata.</p>
<p>Sarà che ormai sono vent’anni che mi confronto con la natura intimamente letteraria del posto dove sono nato, sempre uscendone massacrato. In tutti questi anni, la mia città è stato un argomento di conversazione universale. Tutti gli sconosciuti che ho incontrato ovunque – università, lavoro, vacanze, treno, baretto di spacciatori a Monteverde – si sentivano in dovere di entrare in confidenza con me appena sapevano che ero di Napoli. Come se essere di Napoli mi garantisse automaticamente una forma di percezione delle cose più laterale e, in qualche modo, più fina. Perché poi? Boh.<br />
Naturalmente dopo cinque minuti di conversazione sciolta, il commento a mezza bocca dell’interlocutore di turno era sempre lo stesso, e sempre un po’ deluso: – Cazzo però, non ci sembri proprio. Sicuro che sei di Napoli?<span id="more-19969"></span></p>
<p>Sicuro che sono di Napoli? Ecco, in questo si sintetizza il mio rapporto con la mia città. La città di cui ho invidiato sempre (continuo a invidiare ancora oggi) questa particolare forma di intelligenza collettiva priva di mediazioni, spericolata, primordiale. E onnivora, soprattutto onnivora. Sono nato in un luogo fatto di una realtà più spirituale che geografica. E questa realtà consiste d’una condizione millenaria di non sazietà, una vocazione naturale allo spreco di sé e un’ostilità feroce a qualsiasi forma di risparmio. Diciamo pure un luogo che ha seri problemi a maneggiare il concetto di futuro: ma in fondo se ne fotte, visto che si vive – come poi davvero si vive – nella permanenza.<br />
E invece io, stranamente, sono venuto su con quest’etica quaresimale, questo grigio senso del dovere che mi fa vedere le cose belle sempre come il premio per una rinuncia. Sono cresciuto credendo in cose come il merito, la giustizia, la ricompensa, lo studio, la pazienza: miserabili cose, e in realtà nel profondo continuavo a crederci anche negli anni in cui mi vantavo di essere un pericoloso arrivista. Sì, Dossetti sarebbe fiero di me, eppure io ho sempre avuto il presentimento di essere votato a grandi imprese e non averne la forza. E adesso, guardando l’America Latina tatuata sulla sua schiena, mi viene in mente quella frase di Madame Bovary che per anni ho citato a cazzo di cane, prima di dimenticarmela (a cazzo di cane la cito pure qua): nell’animo di ogni notaio si nascondono i rottami di un poeta.<br />
Ecco, il mio sospetto è sempre stato questo. Che lo scarto tra me e un talento vero stesse precisamente nell’irresponsabilità – meglio: nella regale strafottenza con cui un talento vero asseconda la sua vocazione al suicidio.</p>
<p>– Ok, perfetto. Adesso che dici se ti rimetti la maglietta?<br />
– Ma l’hai vista?<br />
– Sì che l’ho vista. Dài, rivestiti.<br />
– L’hai vista bene?<br />
– Siiine!</p>
<p>Sta di fatto che espletare la mia funzione di adolescente borghese a Napoli nella seconda metà degli anni Novanta, mi dava la netta impressione, e continuamente, di stare nel posto sbagliato al momento sbagliato. Pensandoci col senno di poi, era come se, attorno a noi, la storia si fosse presa una pausa caffè. Oppure, che era passata per Napoli dopo aver letto Luciano De Crescenzo e quindi si era lasciata condizionare, adagiandosi pigramente sulle luci cangianti (marmo, oro, smeraldo o piombo a seconda delle stagioni e del timbro del mare) della riviera di Chiaia.</p>
<p>Il che, a ben vedere, non doveva essere necessariamente vero. Probabilmente non c’era nessun treno che ci eravamo persi per un soffio solo perché eravamo nati nell’81 (sei o sette anni in ritardo per occupare centri sociali e eventualmente abbracciare l’eroina, otto o nove in anticipo per… per cosa? Boh. E’ precisamente questo il problema). E nessun treno stava passando da qualche altra parte verso il sol dell’avvenire tenendosi a schifiltosa distanza dalla Campania. La verità è che cercare conferma nei fatti alla nostra aleatoria sensazione di pennichella generazionale era troppo faticoso. Senza giri di parole, quello che pensavamo era: non abbiamo un nemico, e va bene, è un fatto. Ma chi ce lo fa fare di perdere tempo e sudore per andarcene a scovare uno, che poi magari non è neanche all’altezza? Non volevamo prendere la stessa inculata dei nostri genitori (di alcuni: i miei per esempio il ’68 l’avranno visto giusto in televisione), e cioè di darsi una forma in funzione di un nemico, salvo poi trovarsi da adulti identificati con il nemico stesso.</p>
<p>Per carità, c’era una vasta regione di coetanei che si muoveva, si mobilitava, promuoveva assemblee, istanze, scissioni, ricongiungimenti tra le fronde scisse. Li seguivamo a debita distanza, li rispettavamo, a volte ci lasciavamo coinvolgere: ma in fondo tutto quello che ne ricavavamo ai fini dell’ingegneria profonda di noi stessi come giovani adulti era giusto una tiepida incazzatura nei confronti di Berlusconi. Se su un piatto della bilancia del nostro futuro mettevamo Forza Italia e sull’altro piatto il nostro tormento intimo, tutto interiore, frutto del nostro disperato bisogno di esprimerci, si capisce perché a sedici anni la nostra dichiarazione d’intenti nei confronti degli orrori del mondo si sia sostanziata nella fondazione di un band post-rock intellettuale e perché dopo infinite discussioni il nome scelto risultò essere Le Baccanti. Esprimerci (quasi sempre senza farci capire da nessuno) ci sembrava infinitamente più vero e infinitamente più urgente del nostro stesso paese. Per noi l’Italia, vista in prospettiva cronologica, si risolveva in una cordata di ingegni più o meno notevoli attraverso gli anni (per quanto mi riguardava: Piero Ciampi, Filippo Scozzari, Moravia e pochi altri). E, vista in estensione, in qualche campeggio estivo nel Salento, via Cavour a Roma piena di gente sudata alle manifestazioni della CGIL, Maria de Filippi, e Umberto Bossi che sputava sul tricolore eseguendo il gesto dell’ombrello.</p>
<p>– Facciamoci un’altra botta, va’.<br />
– Fai tu o faccio io?<br />
– Fai tu. L’ho visto che sei esperto.<br />
– E’ bello dopo tutto questo tempo trovare delle cose in comune, no?<br />
– Dài, butta giù.</p>
<p>La differenza tra noi e un gruppo di cazzoni disimpegnati qualsiasi era che noi ci consideravamo consapevolmente disimpegnati. E questo ci catapultava automaticamente un chilometro avanti rispetto a quelli che risolvevano tutta la loro esistenza nel fatto di essere di sinistra. Eravamo quelli che avevano letto più libri di tutti, potevamo pronunciare giudizi in italiano corretto su più o meno qualsiasi ambito dello scibile creativo. Eravamo a nostra volta di sinistra, e sinceramente, e senza nessun tipo di mediazione possibile, ma lo consideravamo un accessorio. Provavamo i pezzi (mai una struttura strofa-ritornello: mai!) in uno scantinato di via Pigna, il sabato sera senza dircelo ci annoiavamo, tenevamo i nostri rapporti continuamente sotto auscultazione perché non scendessero sotto una soglia minima di intelligenza e consapevolezza. Siamo usciti dal diploma col massimo o quasi, i nostri genitori, tutti professionisti, ci hanno sovvenzionato l’interrail. Abbiamo letto Pavese, abbiamo avuto tutti un amorazzo appiccicoso da portarci dietro per tutta l’adolescenza, ci siamo fatti un tatuaggio, abbiamo schifato le feste di diciott’anni in giacca, abbiamo minacciato di andarcene di casa. Siamo rimasti. Abbiamo progettato di comprarci un furgone in società, abbiamo avuto un incidente, abbiamo avuto dei ripensamenti, abbiamo pianto quando con la fidanzata storica, davvero, ma è un peccato, ma non è proprio più possibile, ma rimarrai per sempre tu la prima, ma, abbiamo fatto quadrato, abbiamo suonato ai giardinetti comunali, alle gare di gruppi emergenti nei paesi sfigati del casertano, ci siamo fatti prestare una macchina per portare gli strumenti, abbiamo cambiato gli strumenti, abbiamo fatto un viaggio di notte, abbiamo avuto una donna in due, ci siamo fatti indietro, ci siamo ubriacati e massacrati con un casco di motorino, abbiamo fatto teatro il pomeriggio a scuola, infiniti pomeriggi di primavera sulle versioni di greco, abbiamo comprato un basso nuovo, un multieffetto nuovo, la Soundblaster per registrare, abbiamo fatto una festa su un terrazzo, ci siamo sentiti dei piccoli eroi, abbiamo deciso di partire, abbiamo discusso le scelte, abbiamo scelto di andare a convivere, abbiamo fatto a mazzate con papà ubriachi la notte di capodanno, mamma che urlava, abbiamo pianto di nuovo quando hanno divorziato, di nuovo abbiamo fatto quadrato, abbiamo inciso una demo, siamo andati da Lucio Dalla, abbiamo avuto una cistite, siamo tornati di corsa dalla Polonia in Calabria, due giorni di treno ma lei non c’era più, ci siamo tolti il saluto, ci siamo fatti fottere i soldi, ci siamo prestati i soldi, siamo andati a prendere il fumo a Marianella, il panino di peperoni a Gragnano, i vestiti usati a Resina, abbiamo avuto amici nuovi, non ci piacevano, erano simpatici, ci parlavi di tutto, gente dell’università, non ci piacevano, abbiamo fatto un progetto strumentale, siamo andati a sentire i Karate a Pomigliano D’Arco, ci siamo insonorizzati lo scantinato per la batteria, ci siamo chiavati la cantante, alta, tette piccole, ci siamo fatti un bocchino tra di noi, ci siamo dimenticati i dischi a casa tua, ci siamo persi il fumo, ci siamo sfracellati in motorino, ci siamo fatti una tac, ci saremmo ricordati tutto un giorno, un giorno di colpo tutta questa valanga di cose inconcludenti ci sarebbe sembrata utile, saremmo rimasti insieme per sempre.</p>
<p>– E’ tua, Stè.<br />
– Vado?<br />
– Vai!<br />
– …<br />
– …<br />
– Ok. Tocca a me.</p>
<p>E invece? Invece niente. Dei miei amici del liceo a Napoli sono rimasti quattro gatti: Francesco a Parigi, Marco e Marzio a Boston, Andrea a Roma, Adele e Antonio a Milano (e dopo la laurea anche quei pochi se ne sarebbero andati via, quasi tutti fuori dall’Italia).<br />
Io sono venuto a studiare a Roma, ho smesso di suonare e i primi tempi, c’era sinceramente l’intenzione di tenere i ranghi serrati nonostante la distanza. Eravamo convinti che ce la potevamo fare, e questa convinzione è durata anche tanto, almeno un annetto. Un anno di giri di mail infiniti per organizzare un week end a Napoli, salvo poi ritrovarci in un bar del centro storico, finalmente, insieme di nuovo, senza niente, proprio niente, da dirci. E specialmente senza azzardarci a parlare del gruppo. Un anno di intercity a buffo, nottate sul divano scomodo in una stanza minuscola di una città sconosciuta per farci visita con la scusa di un concerto. E la sensazione che dopo il secondo giorno di sbronze tristi, cominciavamo a essere di troppo in un’esistenza altrui che ormai era un pò troppo altrui. Allora finiva che anticipavamo la partenza.<br />
Poi a un certo punto abbiamo cominciato a diradare le chiamate. Nemmeno ce ne siamo accorti, ma quando era possibile – per risparmiare – invece di una telefonata usavamo un sms. Poi nemmeno più quello.<br />
Rimanevano le feste comandate, Natale, Pasqua e Capodanno. Poi le fidanzate procacciate all’università hanno cominciato a pesare, e lentamente gli amici hanno preso un’altra forma, quella di una specie di impegno da incastrare in mezzo a centomila altri impegni, giusto un gradino sopra ai genitori.<br />
La trama ferroviaria che teneva insieme questi punti distanti della geografia – Roma Milano Pisa Parigi Venezia – si è andata sfilacciando, nelle tratte più deboli si è rotta, siamo diventati ognuno per l’altro dei posti strategici dove dormire all’occorrenza sparsi in giro per l’Italia. Finché a qualcuno non è capitato di trovarsi a Napoli, incrociarsi in una Feltrinelli o un negozio di dischi, riconoscersi e pronunciare con sincero stupore e senza nessuna malizia la fatidica frase: –Ah, mica lo sapevo che eri sceso–. Frase a cui rispondeva un’innocente alzata di spalle, nessuna necessità di giustificazione posticcia (al massimo: –No, sono solo di passaggio, per questo non ti ho chiamato–), come se in quelle parole non fosse racchiusa la catastrofe, la fine della nostra innocenza.</p>
<p>Ormai avevamo venti, ventuno, ventidue anni.<br />
E io, pur rendendomi perfettamente conto di quello che stava succedendo, non mi ponevo più di tanto il problema visto che, concentrato com’ero a nutrire il mio scimmione, cioè il mio progetto di vita, non avrei avuto comunque tempo di cagarmi i miei vecchi amici del liceo. Anzi, immedesimandomi a forza nella condizione di giovane adulto, pensavo che era nell’ordine delle cose che ognuno seguisse la sua strada, anche se la sua strada lo avrebbe portato migliaia di chilometri lontano da casa. In realtà era solo una giustificazione posticcia (così come posticcia e ipocrita era stata anni prima la giustificazione che non stesse succedendo niente di abbastanza grave da spingerci all’impegno, ad unirci ad una qualsiasi comunità di destino). Infatti anche quei due o tre che stavano a Roma puntualmente li ho persi: erano le persone con cui ero cresciuto e adesso non avevo idea di che vita menassero. Andava bene così, mi dicevo: anche se ci fossimo rivisti non avremmo avuto da dirci niente di nuovo, era troppo presto. A dirla tutta, l’idea che accarezzavo segretamente era che ci saremmo rincontrati tra una quindicina d’anni a una grigliata di pesce, ricchi, corrotti, felici, perfettamente integrati nei gangli dell’industria culturale, con una ridda di aneddoti decadenti da raccontarci. E la grigliata sarebbe finita in una gioiosa orgia di pissing.</p>
<p>– E allora Stefanino, com’è?<br />
– E dammi il tempo no<br />
– Ovviamente non è la Bolivia, eh.<br />
– Ovviamente. E ovviamente stai messo male se ci tocca usare una cinque euro di merda. Pure vecchia per giunta.<br />
– Una venti ce l’ho. Però è ancora più vecchia.<br />
– Credici.<br />
– Ha parlato Paperone.<br />
– Ah no, ecco.<br />
– Ecco che?<br />
– Eccola che sale.</p>
<p>Invece quella che si stava consumando era un’emorragia. Nient’altro che questo. Avevamo tutti, separatamente e simultaneamente, maturato la stessa decisione – scapparcene come i conigli – per proiettarci tutti via dalla nostra culla sentimentale (che più o meno coincideva con la friggitoria di Piazza Fuga al Vomero) come schegge di granata. E con quale esito? Quello di andare a condurre da qualche altra parte un’esistenza sciatta e stretta fatta di stanze in affitto, coinquilini con i piedi che puzzano, sottaceti chimici del discount, stage non pagati e genitori rassegnati al peggio. Cioè per andare da nessuna parte. Tutti, nessuno escluso.<br />
E non era un caso se stava succedendo proprio a noi – cioè alla generazione di quelli che nei primi anni del duemila uscivano dal liceo. Io, fedele alla linea, continuavo a non riconoscermi in niente di quello che diceva la vulgata di sinistra in generale e in particolare i giovani di sinistra incazzati oleograficamente da Santoro: l’antipolitica, il precariato, l’antiberlusconismo. Perché mi sembrava tutto ovvio, noioso e intellettualmente poco stimolante. Nello specifico, il mito del precariato che veniva messo in piedi in quegli anni era dal mio punto di vista soltanto l’ultima incarnazione del buon vecchio idolo polemico di sempre. La versione aggiornata del padronato negli anni sessanta, del capitalismo transnazionale nei settanta, dei socialisti negli ottanta e di Tangentopoli negli anni novanta. Io ero estraneo al problema del precariato per tre ordini dei motivi: primo perché ero troppo avanti per sentire il bisogno di un nemico (e questo l’ho già detto), secondo perché riconoscermi parte di un dramma generazionale era da nerd, terzo perché avevo già i miei problemi che si risolvevano nel cercare di dare una forma al mio progetto di vita.<br />
Invece la verità era che stavo creando le condizioni per ritrovarmi a ventisei anni precisamente come sono adesso: solo come un cane e con tutta la discografia di Alva Noto nell’iPod, che per quanto intelligentissimo è un clistere.</p>
<p>– Oh.<br />
– Cosa?<br />
– Sei morto?<br />
– Perché?<br />
– Niente.<br />
– …<br />
– Niente, Stè. E’ la botta.<br />
– …<br />
– …<br />
– Pè?<br />
– Oi.<br />
– Mi dici a che stai pensando?</p>
<p>Faccio un esempio che mi sta a cuore: Stefano.<br />
Anagraficamente coetaneo, era un ragazzone che in quinto ginnasio sembrava mio nonno, e per tutto il tempo della nostra amicizia è sempre rimasto un passo avanti a noi proprio dal punto di vista biologico: quando noi eiaculavamo per la prima volta lui frequentava i cinema porno attorno a Piazza Garibaldi, quando noi registravamo la prima demo lui aveva i primi problemi seri col diabete.<br />
Insomma, con Stefano io mi sono fatto la prima canna, il primo interrail, la prima manifestazione a Roma. Un capodanno non sapevamo che cazzo fare fino alla mezzanotte, e dopo infinti programmi di feste andati a puttane ci mettemmo in macchina con altri tre e ci imboccammo sull’autostrada. Lasciandoci dietro Napoli che come ogni anno andava a fuoco ed era scontato che non sarebbe sopravvissuta al primo gennaio. Così, in questo sentore di apocalisse puntammo a sud senza una meta precisa, per fermarci all’alba in un paesino sperduto della Basilicata, tre case di pietra in croce, sassi, freddo, e zero esseri umani. Mi ricordo l’apparizione improvvisa di un lago minuscolo dietro una gobba di terra erbosa. L’acqua era una sfoglia di allumino che rifrangeva nel gelo, l’idea di Napoli remotissima, remotissima anche l’idea di una vita anteriore e di un altro anno da fronteggiare. E questa era la felicità; poi più niente.</p>
<p>Anzi, no.<br />
Mi ricordo anche un’altra volta nelle tetre campagne del beneventano, eravamo più o meno le stesse persone. Si andava a stare un sabato nella casa di famiglia di Andrea (voce e tastiere del gruppo, l’unico delle Baccanti che ha continuato a suonare rimanendo in Italia). Mi ricordo che eravamo andati a mangiare e ci eravamo ubriacati praticamente già agli antipasti, e Andrea guidava per una strada buia, senza un lampione: Stefano stava fuori, era sul tetto della macchina a braccia spalancate e da dentro lo sentivamo gridare e ridevamo tutti.<br />
Ecco, fine sul serio.<br />
Morale della favola: appena finita l’università Stefano – questa persona a cui ho voluto bene come un fratello – è andato a vivere in Bolivia, a La Paz. Ci siamo persi (ci eravamo già persi negli anni prima), e io non ho idea di che vita fa, se sta con una donna, come campa. Da due anni a questa parte, Stefano è esistito soltanto nelle notizie di circostanza che chiedevo a quei pochi che lo sentivano ancora.</p>
<p>– Niente. Non sto pensando a niente. Guardo le lucette e basta.<br />
– Ce l’hai un’altra birra?<br />
– Finita.<br />
– E se.<br />
– No, Stefano.<br />
– Ma se non mi fai nemmeno parlare.<br />
– Ti ho già risposto: no. Non ho voglia di alzarmi, allacciarmi le scarpe, aprire il garage, chiudere il garage, prendere la macchina, andare al bar, comprare la birra, tornare, aprire il garage, chiudere il garage, salire, stappare, versare in un bicchiere. Proprio nessuna voglia.<br />
– Due bicchieri. E due birre.<br />
– Comunque non mi va.<br />
– …<br />
– …<br />
– Sai cosa?<br />
– Eh.<br />
– Pensandoci, nemmeno a me.</p>
<p>Perlomeno fino all’altro ieri quando via Skype sono stato informato che Stefano tornava in Italia per un mese. La notizia mi è arrivata da Stefano stesso, il quale congiuntamente mi chiedeva appoggio per la notte, per raggiungere Napoli con calma il giorno dopo.<br />
Ci ho pensato un po’ prima di rispondergli. Di tutti i momenti che poteva scegliere per la sua gitarella in Italia, questo era realisticamente il peggiore. Per lo meno dal mio punto di vista. Cioè: la nostra amicizia era – diciamo così – andata in latenza proprio nel periodo in cui io mi accingevo a proiettarmi come un siluro verso il mondo del lavoro: ero un giovane, sfolgorante arrampicatore in piena erezione esistenziale. E dunque questo doveva essere l’ultimo ricordo che Stefano aveva di me. Quello che avrei portato a Fiumicino dentro la scatoletta di una Peugeot 107 nera metallizzata era invece un neo-ventiseienne devastato dalla gastrite, risucchiato nell’agognato mondo del lavoro come in una pozza di sabbie mobili, pesantemente compromesso con l’economia dell’immateriale, del kitsch, del fatuo, del cinismo più cinico, eccetera. E per di più a corto di fregna.<br />
Mentre Stefano era quello che un bel mattino, con la sua laurea in scienze politiche in tasca, aveva deciso che a conti fatti vivere in questo paese gli faceva cacare, aveva preso armi bagagli e si era imbarcato nel primo progetto di cooperazione internazionale che i suoi agganci nella Sinistra Giovanile erano riusciti a procacciargli.<br />
Senza troppe pippe mentali, aveva abbracciato suo padre (un signore simpatico vagamente somigliante ad una tartaruga, che nel mio ricordo è congelato sulla terrazza di un appartamento all’Arenella, congelato nel tempo e nel sole odoroso di maggio con le ginocchia bianche dentro dei bermuda beige) e sua mamma (un monte di donna, intelligente, profumata di cottura, il cui corpo riempiva da solo tutta la cucina del medesimo appartamento), le due sorelle, un cane. Ed era partito.<br />
Non so quanto Stefano ci credesse davvero al suo progetto di cooperazione – che, come mi avrebbe spiegato al ritorno dall’aeroporto, sul raccordo anulare all’altezza dell’uscita Appia, consisteva nella costruzione di una grande diga per alimentare con energia idroelettrica una serie di paesini morti di fame alle porte di La Paz – e quanto invece la scelta di partire fosse mossa dalla sua tradizionale miccia interiore. Miccia che, in una parola, consisteva nel bisogno disperato, divorante, di godere. Godere sempre, comunque, a qualsiasi costo: è con questo spirito che Stefano è sopravvissuto contro ogni previsione a più di un quarto di secolo di vita. Mangiare tutto il mangiabile, bere tutto il bevibile, fumare tutto il fumabile. E – naturalmente – chiavare tutto il chiavabile. Stefano ha chiavato letteralmente qualsiasi cosa in qualsiasi posto: cessi di locali, cinema porno, sedili posteriori di automobili mentre il guidatore, un amico, viene gentilmente invitato a girare in tondo in un parcheggio di cemento fino al completamento dell’opera. Stefano è la persona che, in una vecchia foto del nostro secondo liceo, dorme nudo sul cesso di casa di Andrea con una specie di turbante in testa, le dorsali della schiena, delle braccia, del costato, che s’ammassano nell’ombra sul suo corpo che sembra un blocco di argilla malamente sgrossato.</p>
<p>Se Stefano è arrivato vivo fino in Bolivia è solo per una certa istintiva meridionale scaltrezza che lo ha sempre salvato proprio un attimo prima del disastro (sfiorato, peraltro, milioni di volte). Quando è il tuo stesso corpo che, praticamente da quando sei in fasce, ti educa all’edonismo radicale è naturale che cresci più in fretta degli altri: ed è questa la ragione per cui Stefano ci è sempre sembrato più adulto di noi, e in qualche modo anche più usurato dall’esistenza. Noi ci perdevamo nelle fumisterie delle nostre ansie creative, e intanto Stefano frequentava chiunque, chiavava, affrontava insomma la vita come un’idrovora, saldamente incollato alla terra.<br />
Su questa totale divergenza d’intenti, non si sa come, la nostra amicizia reggeva. E ha retto per cinque anni solidissimamente.<br />
Eppure.<br />
Eppure sull’altro fronte c’era qualcosa di più profondo. Uno strato intimo della sua persona, assurdo e in fin dei conti incongruo, che purtroppo non c’è altro modo per definire se non idealismo. Sì, Stefano ha sempre vissuto la sua fame come una missione: è questa la verità. E’ proprio in virtù di questo idealismo che anche le chiattone che castigava nelle toilette del centro storico diventavano in fondo delle “belle persone”. E un trans con l’occhio di vetro che ormai nei nostri ricordi è fatto di pura sostanza mitologica “l’uomo più femminile che avesse mai visto”. Stefano si innamorava, cornificava, si separava, si imbucava alle feste, leggeva Marquez, insomma si sfamava col pieno spirito di irresponsabilità di chi non ha intenzione di lasciarsi niente alle spalle. In questo senso, senza che me ne rendessi conto, incarnava in pieno il mio ideale di vocazione al suicidio che ho sempre invidiato negli altri napoletani perché me lo sentivo negato. Nessuno come Stefano – ripeto: affamato, paraculo, in certi frangenti pericoloso – era sincero. Sincero nella sua totale incapacità di mentire a se stesso.<br />
Sicché godere era per Stefano un’altra cosa rispetto a quello che era per chiunque altro: diventava un inesauribile esercizio di conoscenza, un’inesauribile esplorazione di se stesso, un’inesauribile risalita all’origine. E perciò gli si perdonava tutto, perché in fondo anche se ci avesse tradito (per fortuna non lo ha mai fatto), non sarebbe stata colpa sua ma del suo appetito.<br />
Per questo quando a vent’anni, stupendo tutti, abbracciò dalla sera alla mattina la militanza attiva (naturalmente dentro Rifondazione, per poi diventare con un coup de theatre assolutamente geniale presidente d’Istituto all’università), nessuno si pose il problema di capire da quale vena fosse sortita la decisione. Era una tattica per estendere a livello intercontinentale il parco macchine delle chiavate potenziali, o semplicemente il nuovo imperativo categorico dei suoi visceri inquieti?<br />
In realtà, avremmo capito più tardi, il groviglio tra la fame e l’idea dentro il ventre di Stefano era e sarebbe rimasto per sempre inestricabile: anche per questo ci eravamo voluti bene finché eravamo rimasti vicini, prima di perderci.</p>
<p>Ed era la medesima ragione per cui non aveva senso nemmeno chiedersi quanto fosse verace la sua passione per i problemi energetici delle comunità rurali in America latina. Non aveva proprio nessun senso: questo pensavo quattro ore fa mentre andavo a prenderlo a Fiumicino in macchina.<br />
Avevo deciso che, in fin dei conti, di presentarmi all’imbarco in una forma non esattamente smagliante, non me ne fregava più di tanto. Ci conosciamo da dieci anni: abbiamo passato la fase in cui rivedersi significava innanzitutto misurarsi reciprocamente il pisello. In fondo, meglio credere che tutto quello che gli serviva stasera era semplicemente un posto per dormire prima di prendere l’intercity domani mattina.<br />
In più, portavo nel cruscotto un regalino offerto dalla casa, viso che dopo due anni in Bolivia, conoscendo i miei polli, i suoi gusti in fatto di sostanze ricreative dovevano essersi affinati – come del resto si erano affinati i miei.</p>
<p>E quindi eccoci qui. Spalmati sul divano in fondo a questo salone che è diventato grande il doppio, e doppiamente risonante. Il sangue che risciacqua sonoramente tra orecchio e orecchio, e un bisogno fortissimo di fare qualcosa, qualsiasi cosa. Bisogno perfettamente pareggiato da quello altrettanto urgente di non fare un cazzo, assolutamente un cazzo, da adesso in poi per tutta la vita. Il naso è di gesso, la lingua pure, appetito annullato per sempre. Un familiare senso di grumoso e dolciastro in fondo ai seni nasali e dietro la gola che si richiama ogni volta che inghiotto. Avrei voglia di parlare (di cosa poi?) ma non m’azzardo ad aprire bocca perché se inizio è certo che non la smetto più e finisco esausto.<br />
La verità è che vorremmo tutti e due andare a letto adesso, ma il regalino della casa rende la cosa assolutamente improponibile. Nella misura di un grammo e mezzo di regalino fatto fuori nel giro di due ore, si può calcolare che abbiamo davanti almeno tre ore di veglia nervosa, nervosissima, da riempire.<br />
Il problema è con cosa.<br />
Quello che ci dovevamo dire ce lo siamo già detti. Due ore sono bastate a scambiarci i trailer dei rispettivi ultimi due anni. La Bolivia, i culi imperiali delle boliviane, una casa con l’amaca in giardino, le facce degli indigeni come radici d’ulivo, le autostrade di bamba, fatte di scaglie giallognole scintillanti e purissime, l’odore materno di putrefazione dell’Amazzonia, l’esperimento di vivere senza il senso del luogo, il sentore di trappola che trovi già ad aspettarti ogni volta che arrivi in un posto, uguale in Bolivia com’era all’Arenella, come se ti seguisse dappertutto, e il conseguente bisogno di ripartire subito, prima possibile, per essere sempre da un’altra parte, due anni sembrano un cazzo e invece sono una vita, un’eternità. E, viceversa, da parte mia, i colloqui di lavoro, gli stage non pagati, i ritmi fordisti del lavoro televisivo, stare nel centro esatto dell’alienazione solo per dire di aver fatto la scelta più furba, ritrovarsi di colpo stipendiati, con una casa comprata dai genitori, una macchina, un abbonamento mensile alla metro, i buoni pasto nel portafoglio, una fidanzata giornalista, un amico regista, un amico sceneggiatore, un amico che è scappato in Giappone, dei libri pubblicati, marchette sui giornali, collaborazioni, contatti, fine settimana, carriera, contatti, know how maturato, le ferie, le pause pranzo, le mense aziendali, l’iphone per gestire i contatti, una recensione su Rolling Stone, le domeniche pomeriggio che arrivano come uno scalpello nel cervelletto, come un trapano, la depressione, due anni sembrano un cazzo e invece.</p>
<p>Insomma, in due ore ci siamo detti tutto.<br />
Anche se, naturalmente non ce lo siamo detti così: ci siamo detti invece che la Bolivia è bellissima e che bisogna viaggiare. Che se non ci siamo presi l’aids stavolta, siamo tranquilli per tutta la vita (risate). Che la televisione è un serbatoio d’intelligenza, bisogna solo scavare un po’. E che essere pagati per scrivere è una ficata, una soddisfazione impagabile eccetera.<br />
Ci siamo detti, in sostanza, che tutti e due abbiamo avuto quello che volevamo: il che tra parentesi è vero. Come due rette parallele siamo andati avanti ognuno verso i propri obiettivi, a chilometri di distanza. Quello che è restato degli anni ottanta siamo noi, e francamente poteva andare peggio.</p>
<p>Naturalmente Stefano non mi ha chiesto com’è che mi sono lasciato con la mia fidanzata se stava andando tutto così bene; né ha voluto indagare sul mio colorito, sulla panzella che s’indovina anche sotto la camicia Volcom da fighetto, sulle occhiaie, sulle mani che tremavano rendendo imprecise le raglie – su tutto quel complesso di cose insomma che in questi due anni ha trasformato il mio corpo in una costellazione di sintomi. E io da parte mia ho glissato sui motivi del suo ritorno in Italia per un mese – che con tutta probabilità diventeranno tre mesi – e la sua decisione di non tornare in Bolivia (c’è una scuola elementare da mettere in piedi urgentemente in una landa sperduta dell’Eritrea).<br />
Non ci siamo chiesti queste cose non perchè non ci interessassero o perché non sentissimo tutti e due puzza di bruciato. La sentiamo benissimo la puzza, visto che nonostante tutto siamo rimasti gli stessi identici di dieci anni fa. Diciamo – ma questa è solo una mia idea – che c’è stato un piccolo, reciproco patto di non belligeranza. Gli ho fatto vedere i miei libri e i giornali con il mio nome sopra, lui mi ha fatto vedere il suo tatuaggio dell’America latina sulla schiena e la foto di una negra bella come un’aurora boreale che tiene nel portafoglio. Certe volte, tra persone felici, è meglio così.</p>
<p>E’ l’una e mezza e siamo sveglissimi. Ora che ci siamo detti tutto, da qualche minuto la stanza ha cominciato a comprimersi.</p>
<p>– Pè.<br />
– Stefano.<br />
– Senti una cosa.<br />
– Dimmi.<br />
– Ma qua in zona puttane ce ne sono?<br />
– Be’. C’è la Colombo. Perché?<br />
– Niente, così.<br />
– Veramente sono più trans che puttane. Però qualche puttanone c’è.<br />
– Ah, pure i trans.<br />
– Non pensarci nemmeno.<br />
– Chi ha detto niente. Era giusto per sapere.<br />
– Sì, come no. Giusto per sapere.<br />
– Senti, piuttosto. Ma Andrea?<br />
– Andrea che?<br />
– Che ne so. Come sta? Vi siete visti? Che combina?<br />
– Prendo le chiavi.<br />
– Come stai a soldi?<br />
– Facciamo bancomat.<br />
– Via.<br />
–	Via.</p>
<p>QUESTO RACCONTO FA PARTE DEL VOLUME MISCELLANEO “NAPOLI PER LE STRADE” CURATO DA MASSIMILIANO PALMESE PER LE EDIZIONI AZIMUT. Gli autori inclusi sono:<br />
Alessio Arena, Luigi Romolo Carrino, Stella Cervasio, Fabrizio Coscia, Carla D’Alessio, Maurizio de Giovanni, Luca De Pasquale, Peppe Fiore, Francesco Forlani, Antonio Iorio, Simone Laudiero, Marilena Lucente, Giusi Marchetta, Marco Marsullo, Paolo Mastroianni, Rossella Milone, Davide Morganti, Marco Palasciano, Massimiliano Palmese, Angelo Petrella, Massimiliano Virgilio.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/07/piazza-fuga/">Piazza Fuga</a></p>
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		<title>Due racconti da &#8220;Rumeni&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 08:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Anna Lamberti-Bocconi</strong></p>
<p><strong>GIGIO</strong></p>
<p>“Ma che accidenti…”. E’ più una sensazione che altro, una presenza dietro la schiena. Questione di riflessi: mi giro di scatto e lo becco con la mano nella mia borsa; quella mano gliela branco al polso e lui si immobilizza come una bestiola spaventata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/16/da-rumeni/">Due racconti da &#8220;Rumeni&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Anna Lamberti-Bocconi</strong></p>
<p><strong>GIGIO</strong></p>
<p>“Ma che accidenti…”. E’ più una sensazione che altro, una presenza dietro la schiena. Questione di riflessi: mi giro di scatto e lo becco con la mano nella mia borsa; quella mano gliela branco al polso e lui si immobilizza come una bestiola spaventata. “Ma che cazzo fai, stronzetto! Volevi derubarmi?”<br />
	Lui zitto, duro, rattrappito nelle spalle. Mi fissa con lo sguardo di un lanciafiamme. Gli spaccherei la faccia.<br />
<span id="more-18564"></span><br />
	Luogo: corso Buenos Aires verso Loreto, sette e mezza di sera. C’è in giro poca gente, una controra metropolitana, esistere è un po’ un arbitrio. Io stessa sono stata sputata dal marciapiede, per dire, una specie di protuberanza mobile con le caviglie dinoccolate.<br />
	“Ma che cazzo fai, stronzetto! Volevi derubarmi?”. E’ una marmotta, denutrito, pieno di rancore. Quindici anni a dir tanto, se va bene. Che cazzo faccio io. Ho le orecchie in fiamme, mi sono spaventata, le dita che gli stringono il polso mi fanno male da tanto chiuse, su su nei tendini dell’avambraccio sento il crampo.<br />
	“Adesso vieni con me”. Lo tiro per il braccio, lui segue. Ha paura, lo sento, e la cosa maledettamente mi dà soddisfazione, e nello stesso tempo mi fa venire da piangere.<br />
	Entriamo in un bar. “Ce li hai i soldi?”.<br />
	“Sì”. La prima voce che emette. Gutturale, profonda.<br />
	“Allora paghi da bere”.<br />
	Questa volta sta zitto. Insisto: “Cosa vuoi?”.<br />
	“Coca Cola”.<br />
	“Bene, allora chiedi due Coca Cole”.<br />
	Notare che lo tengo ancora stretto per il polso come un cane, ormai sono irrigidita fino alla spalla. Mollo piano piano.<br />
	Così lui dice “Due Coca Cole” al barista, con gli occhi bassi.<br />
	“Siediti”.<br />
	Ed eccoci a un tavolino di bar vuoto io e il ladruncolo rumeno, la vita come un otto di spade, con due coche davanti, lui che voleva derubarmi e adesso deve pagare, io nettamente malata, con la sindrome di Gesù Cristo, che voglio fare slittare le dimensioni, cambiare l’acqua in vino ma che sia il vino più buono. Che mentre lo punisco gli faccio vedere la mia amicizia.<br />
	“Come ti chiami?”<br />
	“Gigio”.<br />
	“Quanti anni hai?”<br />
	“Sedici”.<br />
	“Di dove sei?”.<br />
	“Romania”.<br />
	Ho esaurito le domande. Gigio sta al tavolo chiaramente costretto. Il mio assurdo sentimento affettivo scivola via dal ragazzo prigioniero come l’acqua dalla gomma lucida. Lascio che sul mio viso si modelli qualcosa di sorridente, un bene che non significa nulla; Gigio, inespressivo, mi sostiene lo sguardo e basta. Infine, non so da dove mi viene un’ultima domanda: “Ti piace questa avventura?”.<br />
	“No”.<br />
	Chissà io stessa cos’ho voluto dire. La tristezza di Gigio mi sta schiacciando. Mi viene in mente una figura vista su &#8220;Dylan Dog&#8221;, lo scheletro di un angelo morto, con le ossa delle ali.<br />
	Mi alzo, decido di liberarlo. “Andiamo”.<br />
	Mentre stiamo per uscire, però, ecco che entra nel bar un signore con un cagnolino, e la malinconia abissale di Gigio prende la forma di un sorriso. Il cagnolino è un cucciolo con le zampe grosse, uggiola e fa le feste a Gigio. Miracolo: la gabbia toracica cementata di dolore umano del ragazzo crolla come le sue ginocchia, si accuccia lì per terra anche lui, il cucciolo gli lava la faccia, e Gigio ride e ride dall’altro mondo dentro di sé, il mondo senza persone, senza violenza, il mondo senza il male dove un ragazzo è solamente cane fra cani.<br />
Questa felicità dura un minuto, forse meno, ma fa in tempo a scagliarlo molto più indietro dell’infanzia: ora lo vedo neonato, rugoso senza denti che ride così, alla vita, al latte, al non sapere parlare.<br />
	Un minuto, forse meno. Poi il lager della strada ritorna in messa a fuoco, Gigio si rialza, io sono lì di fianco e gli faccio l’ultima domanda perversa: “Sai leggere?”.<br />
“Sì”.<br />
	“Ecco allora, tieni”, e gli allungo un biglietto che ho scarabocchiato all’istante, mentre lui trasumanava col cane. C’è scritto: “Non derubarmi più”. Lui lo legge, capisce la frase ma non il gesto, mi guarda vuoto, io anche.<br />
	Ciao. Bau.</p>
<p>*</p>
<p><strong>KOSTEL</strong></p>
<p>Non pensavo che un ragazzo così bello facesse cilecca a letto. Venuto da un vicolo sul Mar Nero a una birreria di qui portando un sorriso spavaldo che apre tutte le porte, chi sei dentro, Kostel, quanta paura hai?<br />
	Mi sono incapricciata di te da quei tavoli della noia e della birra, non la mia noia e la mia birra: ma quella di tutti, che ognuno va a bere nel tardo pomeriggio, fra il primo e il secondo tempo del proprio horror. Fra il giorno e la sera per molti c’è in mezzo il bar.<br />
	Mi piacevano il tuo viso e il modo svelto con cui mi davi il bicchiere, soprattutto quando uscivi dal bancone per portarmelo. Ho gioito quando scherzando mi hai tenuto le mani e poi mi hai chiesto il numero di telefono, ed eri più sincero che sfacciato, mi è parso.<br />
	Allora questa sera esco con il barista rumeno. E poi ci baciamo. E poi viene a casa mia. Nell’urgenza che ha di spogliarmi si intuisce già la sua corsa. La bocca è virile ma l’animo è di un ragazzino, you kiss just a-like a man. A me convince la tua bellezza e commuove l’affermazione di vita, ma tu che cosa cerchi? Mi bruci addosso perché sai che bisogna scopare o perché non hai più una madre, un amico, né tantomeno hai mai avuto una donna intera? Per tutto ciò mi stringi come un assetato, mi guardi timido e pazzo, e metti il preservativo quasi con sollievo, così ti stacchi un attimo, come se fossi in autostrada, a guidare un camion, come se fossi padrone di te stesso.<br />
	“Piano Kostel, sei bello, ecco, così mi piaci…”. Non faccio fatica ad amarti nel minuto che dura questo lampo, questo quadratino di cioccolata liquefatto all’istante su una lampada accesa.<br />
	Kostel viene, ed è talmente cinto d’alloro dagli dèi del bello che non suda, non arrossisce, non si inturgidisce sul collo. Però è mortificato dalla brevità dell’atto, si arrabbia da solo, reagisce male. Offeso si gira, credo che finga di addormentarsi, oppure dorme davvero, per rabbia, per la fine troppo ansiosa del suo momento di riscatto.<br />
	Poi si sveglia o meglio si riscuote, fa un viso da duro e si tira su, senza una parola. I jeans, le scarpe da tennis, ultima una T-shirt carina grigia e rossa, probabilmente scelta con attenzione poche ore prima, quel secolo prima quando si preparava a uscire con me.<br />
	Così funzionò la mia prima volta con Kostel.<br />
	La seconda, cambio di campo, andai io da lui. Su su nel grande palazzo d’epoca, i passi sulle scale di pietra, bella però questa casa, la vecchia Milano che diventa una casbah. Kostel mi aspettava, si era appena alzato. Saranno state le nove e mezza di mattina, e io mi sentivo meglio di molti altri, ero sulla soglia del mio bel ragazzo rumeno che mi apriva la porta contento, calzoni del pigiama e canottiera. Nella piccola stanza c’era anche un altro rumeno, “un amico”, come di solito si usa presentare compari e paesani. Infatti quest’uomo malinconico con la barba malfatta, più vecchio di Kostel, fu amichevole e silenzioso, preparò il caffè, cercò lo zucchero, lo bevemmo insieme e poi se ne andò.<br />
	Kostel mi tirò sulla sua branda e per quanto mi riguarda era anche bello essere in due in un letto così piccolo, sentendosi un nucleo vitale di resistenza al vuoto, di desiderio. Anche se nervoso da sempre ora il ragazzo giocava in casa, era meno timido che da me. Mancavano a dargli soggezione o risentimento i miei libri, le mie tre stanze, la mia vita intera ferma dentro un appartamento. Facemmo colazione con la birra, poi me ne andai in lieve vertigine.<br />
Non lo sentii per diverso tempo, lui non mi chiamava e io non passai dalla birreria. Una notte dormivo profondamente e mi svegliò il citofono. “Fammi salire”.<br />
“Ma Kostel, sono le quattro!”<br />
	“Fammi salire, allora, ti ho detto!”<br />
	“Cosa vuoi?”<br />
	“Apri”.<br />
	Non ne avevo la minima voglia, mal di testa, alle sei mi dovevo alzare. Gli dissi di no e lui si attaccò al citofono. E trrr, e trrr, svegliava tutta la casa. Decisi di scendere a cercare di calmarlo. Così il buio divenne luce elettrica, la testa una palla d’acqua di stagno, questo essere umano giù sul marciapiede, io sulle scale desolanti. Lo vidi oltre il portone di vetro, come un forsennato, contratto a guardare i citofoni con lo sguardo esplosivo.<br />
Appena uscita mi abbracciò col disordine nel corpo, voleva baciarmi, voleva spingermi nell’atrio e intanto parlare, ma non aveva niente da esprimere tranne quell’urgenza di affermarsi. Al mio continuo rifiuto sbottò, e qui sì che le parole fluirono in urla da una voce non più di uomo ma di bambino disperato e violento, “Dimmelo!”, e mi stringeva e gridava, “Allora dimmelo in faccia! Dimmelo che non mi vuoi perché sono uno straniero di merda!”.<br />
Non era così. Non so se lo capì o no, anche perché era mezzo ubriaco. Comunque riuscii a tenerlo fuori dal portone, e poi alzarmi alle sei lo stesso, come un mulo.<br />
	Attualmente, sempre mezzo ubriaco, il bellissimo Kostel mi telefona ogni 31 dicembre chissà da dove, dopo la mezzanotte, a farmi gli auguri di buon anno nuovo. Ha lasciato la birreria; tutte le volte gli chiedo dove lavora adesso, ma non me lo vuole mai dire.</p>
<p>[Anna Lamberti-Bocconi,<em> Rumeni. Romanzo di storie</em>, Stampa Alternativa, 2009. Notizie sul libro, <a href="http://www.stampalternativa.it/libri/978-88-6222-082-8/anna/rumeni.html">qui</a>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/16/da-rumeni/">Due racconti da &#8220;Rumeni&#8221;</a></p>
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		<title>Website Horror</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 15:40:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>54 racconti. 51 autori.</strong> Lettori. Scrittori. Baldini&#038;Castoldi. Sironi. Einaudi. Mondadori ragazzi. Kowalski. Voland. <strong>Alessandro Gabriele, Alessandro Raveggi, Alessio Arena, Andrea Malabaila, Angelo Marenzana, Angelo Orlando Meloni, Brian Maxwell, Collettivomensa, Elizabeth Harris, Enrico Miceli,  Eva Clesis, Fabio Izzo, Fabrizio Pizzuto , Federico Penza , Francesca Ferrando,  Francesco Tacconi, Franco Santoro, Gaia Conventi, Gemma Gaetani, Gessica Franco Carlevero, Gianluca Morozzi, Giovanni Agnoloni, Glauco Silvestri, Gordiano Lupi, Guido Catalano, Hector Luis Belial, Jacopo Nacci, Josh Kvidt, Laura Costantini, Loredana Falcone, Marco Candida, Marco Montanaro, Massimiliano Nuzzolo, Matteo Di Giulio , Matteo Galiazzo, Matteo Poropat, Monica Marina, Nevio Manente, Omar Di Monopoli, Paola Presciuttini, Pasquale Panella, Riccardo Dal Ferro, Roberto Carvelli, Roberto Saporito, Sara Durantini, Simone Ghelli, Ugo Sette.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/11/website-horror/">Website Horror</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>54 racconti. 51 autori.</strong> Lettori. Scrittori. Baldini&#038;Castoldi. Sironi. Einaudi. Mondadori ragazzi. Kowalski. Voland. <strong>Alessandro Gabriele, Alessandro Raveggi, Alessio Arena, Andrea Malabaila, Angelo Marenzana, Angelo Orlando Meloni, Brian Maxwell, Collettivomensa, Elizabeth Harris, Enrico Miceli,  Eva Clesis, Fabio Izzo, Fabrizio Pizzuto , Federico Penza , Francesca Ferrando,  Francesco Tacconi, Franco Santoro, Gaia Conventi, Gemma Gaetani, Gessica Franco Carlevero, Gianluca Morozzi, Giovanni Agnoloni, Glauco Silvestri, Gordiano Lupi, Guido Catalano, Hector Luis Belial, Jacopo Nacci, Josh Kvidt, Laura Costantini, Loredana Falcone, Marco Candida, Marco Montanaro, Massimiliano Nuzzolo, Matteo Di Giulio , Matteo Galiazzo, Matteo Poropat, Monica Marina, Nevio Manente, Omar Di Monopoli, Paola Presciuttini, Pasquale Panella, Riccardo Dal Ferro, Roberto Carvelli, Roberto Saporito, Sara Durantini, Simone Ghelli, Ugo Sette. </strong>Orsacchiotti. Tappeti persiani. Mascherinine &#8220;sonni tranquilli&#8221;. Grattaschiena. Cavatappi. Arachidi. Pappagalli. Mutandine. Gettoni. Rossetti. Ciabatte. <strong>Racconti in italiano e inglese.</strong> Questo e molto altro&#8230; Su <strong><a href="http://www.websitehorror.com/">WEBSITEHORROR: OGGETTI STREGATI A PREZZI STRACCIATI. </a></strong> Partecipa anche tu!</p>
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		<title>ROMA, LA VIOLENZA CHE VIENE</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 17:31:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Da accattone.org e minimum fax live: Un concorso letterario. Un reading. Una raccolta di storie.</p>
<p>Cerchiamo racconti, rigorosamente brevi, non superiori alle seimila battute (spazi compresi, tre cartelle). Ne cerchiamo tre.<br />
Abbiamo un tema: Roma violenta. Serve spiegarlo?<br />
Roma è un laboratorio di follia xenofoba, aggressività coatta, pazzia da traffico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/04/roma-la-violenza-che-viene/">ROMA, LA VIOLENZA CHE VIENE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da accattone.org e minimum fax live: Un concorso letterario. Un reading. Una raccolta di storie.</p>
<p>Cerchiamo racconti, rigorosamente brevi, non superiori alle seimila battute (spazi compresi, tre cartelle). Ne cerchiamo tre.<br />
Abbiamo un tema: Roma violenta. Serve spiegarlo?<br />
Roma è un laboratorio di follia xenofoba, aggressività coatta, pazzia da traffico. Culla i sogni assassini di chi odia gli zingari, la rapacità di chi allunga le mani dove può, la volgarità che esonda come il suo fiume. E insieme la spensierata irresponsabilità di chi vede meraviglia ovunque e immagina la convivenza come una conseguenza naturale della bontà del singolo individuo. Rimandando decisioni e riflessioni, diventando incubatrice di peggiori follie a venire.<br />
Roma è l&#8217;inferno di Ranxerox diventato realtà. È la città delle periferie esplose come ferite infette, del centro storico infestato da una movida residuale e zozzona, delle sponde tiberine affollate di disperati, marce e devastate.<br />
Oppure no? Nulla di tutto questo?<br />
Esiste (anche) un’altra violenza, che non è (ancora) stata raccontata?</p>
<p>Scrivete il vostro racconto, per un/a attore/attrice che vi piace. Scrivetelo pensando alla sua voce, alla sua presenza, al suo lavoro. Se vincete, noi glielo portiamo, e lui/lei lo leggerà.<br />
A settembre, al Teatro India di Roma, faremo una serata, un reading organizzato da minimum fax live. Gli attori che voi avrete scelto leggeranno i vostri racconti, insieme a quelli che abbiamo già commissionato ad alcuni scrittori che negli ultimi anni si sono occupati di Roma nei loro libri o sulle pagine dei giornali.</p>
<p>Avete tempo fino alla fine di giugno.<br />
Inviate il vostro racconto direttamente a: redazione@accattone.org, scrivendo nel subject della e-mail: concorso. Non dimenticate: massimo seimila battute, i racconti di lunghezza superiore verranno automaticamente cestinati.<br />
Trovate questo bando anche sul sito: www.accattone.org</p>
<p>La giuria è composta da: Elena Stancanelli, Lanfranco Caminiti, Tommaso Giartosio, Nicola La gioia, Franco Buffoni, Lorenzo Pavolini, Carola Susani.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/04/roma-la-violenza-che-viene/">ROMA, LA VIOLENZA CHE VIENE</a></p>
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		<title>I sogni di piccole vite, crudeli e perfette</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/03/31/i-sogni-di-piccole-vite-crudeli-e-perfette/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2009 10:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/capo22450.jpg"></a><br />
di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Uscita dalle regole della famiglia. Che significa semplicemente non riconoscerla più, peccare di libertà quel tanto da toglierti dall’orizzonte delle colazioni e dei pranzi, delle telefonate e delle loro domande, sempre le stesse, che aspettano medesime risposte e non portano mai da nessuna parte, ma servono a riconoscersi nelle espressioni, come un Dna verbale, mattoni della nostra unità.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/31/i-sogni-di-piccole-vite-crudeli-e-perfette/">I sogni di piccole vite, crudeli e perfette</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/capo22450.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/capo22450.jpg" alt="capo22" /></a><br />
di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Uscita dalle regole della famiglia. Che significa semplicemente non riconoscerla più, peccare di libertà quel tanto da toglierti dall’orizzonte delle colazioni e dei pranzi, delle telefonate e delle loro domande, sempre le stesse, che aspettano medesime risposte e non portano mai da nessuna parte, ma servono a riconoscersi nelle espressioni, come un Dna verbale, mattoni della nostra unità. Specie di rosario di famiglia che si sgrana negli anni sempre uguale a se stesso</em>. <em>Nudo di famiglia</em> di Gaia Manzini (Fandango, 2009) è una raccolta di racconti. Somiglia, e non solo per il titolo, a <em>Legami familiari</em> di Clarice Lispector. Lo scrivo con infinita meraviglia e turbamento. Lispector scrive <em>Non essere divorati è l’obiettivo segreto di tutta una vita</em> e Manzini chiosa <em>la memoria, quella vera c’è l’ha il corpo</em>. Perché i personaggi di <em>Nudo di famiglia</em> hanno fallito <em>l’obiettivo segreto</em> ma raccontano come. Perché leggi <em>Ada</em> e ti ritrovi a casa. A casa tua, spolpato dalle inquietudini degli altri. Perché leggi <em>La manovra di Heimlich</em> e sai che <em>La parola non serve solo a descrivere la realtà, ma anche a spezzarla</em>.<br />
<span id="more-16255"></span><br />
Ada va al mare, ha novantasette anni e sale ancora sugli scogli, Julien raccogli gli insetti, Lisa lascia in giro test di gravidanza inutili, Simona vive con mio padre e mia madre al posto mio, Irene legge guide, entra in casa e Marzia le viene incontro, <em>ogni volta che muore mio padre svanisce la parete alla quale sono appoggiata</em>, un altro canta a squarcia gola e non prova niente, ventisette gradi non sono abbastanza per soffocare, il monografico di storia dell’arte che amo di più è il realismo magico, <em>hai dodici anni e più di conoscere le cose ti lasci conoscere da loro</em>, alcuni figli rimangono figli e basta fino a quarantanni, <em>Forse mio figlio, prima o poi, si metterà a piangere. Avrà bisogno di sua madre e caverà dalla gola un urlo che è l’abbraccio più forte che sa dare</em>, Mattia sbuca dalla corsia dei latticini e la bambina di Irma non parla mai, <em>ho il cuore in gola le gambe all’inferno</em> e sto morendo, Francesco Chito ha cambiato scuola.</p>
<p>Nei racconti di Manzini, anche se mi rendo conto che accomunare queste storie di minuzie e generali astratti sotto un’unica didascalia è davvero misera faccenda, la realtà è spezzata. Nemmeno i fogli A4 possono essere ripiegati per farne barchette o aerei. Perfino i fogli A4, le fotografie, le tele, tangibili, velleitari o simboli di tutta la realtà del mondo si spezzano. In <em>Salmoni</em> perché sono <em>Un modo bidimensionale di fare entrare il mondo nell’utero di questa casa dove il tempo non è mai riuscito a passare, neanche dal buco della serratura</em>. In <em>Dietro il vetro</em> perché <em>Mi faccio avanti, verso il vetro. Sono la donna preraffaellita incorniciata dal quadro della finestra: ormai esisto solo in quel vasto spazio circoscritto. Mi spoglio. Lo farei per sempre</em>.</p>
<p>Per sempre non sono due parole che si rincorrono o si appaiano nella scrittura di Manzini. Che nonostante moduli <em>Bergson</em> si disinteressa della durata. Che è precisa e parla in un eterno presente incurante di passato o di futuro. Delle cose che possono accadere o essere dimenticate. Di tutte quelle visibili e invisibili. Anche l’attesa di <em>Paura</em> non è che l’istantanea di una donna che mai ha mai temuto davvero, perché ha sposato un matematico ed è sempre stata in grado di contare. Perché gli elenchi consentono il controllo e la salvezza. Perché <em>Pregare è come contare: vai avanti e ti annulli nei suoni, ti sciogli nel flusso astratto d’un tempo senza pause</em>. E quindi sia fatta la tua volontà.</p>
<p><em>Nudo di famiglia</em> è scritto in una lingua potente, consapevole, capace di evocare nostalgie e spavalderie. Una lingua in grado di raccontare, dove pensi di sognare e ti rammenti. Di raggirare, evocare gli spiriti e scacciarli. Sono racconti di persone, dove le titubanze e le esitazioni delle coppie, delle madri, dei rapporti consolidati, scuotono gli occhi di chi legge fino alle lacrime o al riso. Sono parole composite, montate, arrangiate, iperreali, sovraesposte. Le storie di Gaia Manzini, da <em>Ada</em>, a <em>Pulizia</em>, fino a <em>Paura</em>, sono <em>la diversità che ci fece così belli</em>. <em>Un precipizio di sentimenti e parole che svaniscono verso il basso e scompaiono per sempre</em>. Io lo rileggo. E <em>realizzo che il roquefort mi fa schifo. E forse al di là delle sfumature c’è sempre un modo netto di guardare le cose</em>.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-16256" title="copertina_manzini_fandango09" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/copj13.jpg" alt="copertina_manzini_fandango09" width="155" height="232" /></p>
<p><strong>G. Manzini, Nudo di Famiglia, Fandango Libri (Galleria, 2009), pp. 189, €. 14,00</strong></p>
<p><strong>p.s.</strong><br />
La foto in apice è un po&#8217; il mio nudo di famiglia, avevo dimenticato di scriverlo. Il disegno ad acquerello è di Giulia, la foto l&#8217;ha scattata Elisabetta, e l&#8217;insieme composito di ritagli di giornale sta nella mia casa di Modena. E questo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/31/i-sogni-di-piccole-vite-crudeli-e-perfette/">I sogni di piccole vite, crudeli e perfette</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La guerra civile in Italia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/02/13/la-guerra-civile-in-italia/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Feb 2009 07:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Gezzi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Massimo Gezzi</strong></p>
<p>Poeta in lingua e in dialetto friulano, autore di due romanzi profondamente diversi tra loro (il neo-espressionista <em>Diario di bordo della rosa</em>, peQuod 1999, e il gotico-morale <em>L’eterna notte dei Bosconero</em>, Rizzoli 2006), traduttore di antichi e moderni, saggista, filologo e recensore (sulle pagine di “Liberazione”), Santi occupa ora con <em>La guerra civile in Italia</em> (Sartorio 2008, € 13,50) un’altra casella nella tabella dei generi, quella riservata alla raccolta di racconti brevi, sebbene la maggior parte delle quattordici narrazioni contenute nel volume in esame sia già apparsa in varie riviste.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/13/la-guerra-civile-in-italia/">La guerra civile in Italia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/santi.jpg" alt="santi" title="santi" width="145" height="227" class="alignnone size-full wp-image-14379" /> di <strong>Massimo Gezzi</strong></p>
<p>Poeta in lingua e in dialetto friulano, autore di due romanzi profondamente diversi tra loro (il neo-espressionista <em>Diario di bordo della rosa</em>, peQuod 1999, e il gotico-morale <em>L’eterna notte dei Bosconero</em>, Rizzoli 2006), traduttore di antichi e moderni, saggista, filologo e recensore (sulle pagine di “Liberazione”), Santi occupa ora con <em>La guerra civile in Italia</em> (Sartorio 2008, € 13,50) un’altra casella nella tabella dei generi, quella riservata alla raccolta di racconti brevi, sebbene la maggior parte delle quattordici narrazioni contenute nel volume in esame sia già apparsa in varie riviste.<br />
<span id="more-14378"></span><br />
È un vero piacere aprire questo libro: primo perché la misura del racconto, a parere di chi scrive, è forse la più naturalmente congeniale a questo giovane scrittore; in secondo luogo perché i racconti di Santi non si ripetono mai, costringendo chi legge a un continuo esercizio di attenzione e di correzione della messa a fuoco. È il lettore, infatti, che deve imparare a costruirsi l’impalacatura civile suggerita dal titolo: tramutando in narratori ora un turista annoiato dalla vita che spera di cadere vittima di qualche attentato, ora un arabo addetto alla vendita di bibite e “bamba” in un cinema della provincia di Como, ora una giovane commessa di Serravalle Scrivia, Santi riesce a dipingere un ritratto mosso e polifonico della nostra Italietta, senza cadere nella retorica un po’ tribunizia e ormai invecchiata della letteratura “impegnata”, ma senza neanche evadere nella trasfigurazione del reale: si riconoscono benissimo, in queste pagine, i turisti neo-capitalisti in cerca di forti emozioni, magari in diretta tv, o i razzistelli dalle labbra sapide (“Cammelliere!”, “Ehi balòss d’un beduino”), o ancora i datori di lavoro che sottopongono a <em>mobbing </em>i loro dipendenti. </p>
<p>Santi sa muoversi su più registri e più toni: così accanto alla narrazione caustica o al racconto allucinato di una battaglia combattuta a colpi di escrementi da un protagonista risucchiato, in stile <em>Trainspotting</em>, dal water di un treno, chi legge incontra anche personaggi drammatici (“umoristici”, avrebbe detto Pirandello), come una vecchia signora di 82 anni che muore in discoteca sulle note del <em>Gioca jouer</em> di Cecchetto, o un guidatore che attraversa Gorizia e il carso isontino rievocandone il tragico passato con grande intensità. </p>
<p>A volte la persona che dice io, poi, è così simile a quella dell’autore che è davvero impossibile non pensare all’autobiografia: come quando il personaggio-narratore rievoca, in <em>Caustico televisivo (Diario mediatico)</em>, la sua incursione, da poeta, al <em>Maurizio Costanzo Show</em>, dando luogo a un divertente brano narrativo ma anche a una risentita riflessione sulla marginalità della poesia e sull’inarginabile idiozia dei salotti televisivi.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Il manifesto, <em>il 17 gennaio 2009</em>]</p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Trevisione, il mondo il Al</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/09/trevisione-il-mondo-il-al/</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Jan 2009 07:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Garrapa]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca Garrapa</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/quadroditransmodale.jpg"></a></p>
<p><strong></strong></p>
<p align="justify">Radicale solitudine</p>
<p></p>
<p align="justify"> </p>
<p>Avevo disorganizzato la vita per la radicale solitudine acquisita. Gualtieri non era sparito. Se ne era voluto andare, sparire come Majorana. Per non far pesare la sua scelta, per non farmi sentire in colpa. Per non farmi sentire inadeguato, anche lui.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/09/trevisione-il-mondo-il-al/">Trevisione, il mondo il Al</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca Garrapa</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/quadroditransmodale.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-13169" title="quadroditransmodale" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/quadroditransmodale-300x225.jpg" alt="" width="240" height="180" /></a></p>
<p><strong></p>
<p align="justify">Radicale solitudine</p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>Avevo disorganizzato la vita per la radicale solitudine acquisita. Gualtieri non era sparito. Se ne era voluto andare, sparire come Majorana. Per non far pesare la sua scelta, per non farmi sentire in colpa. Per non farmi sentire inadeguato, anche lui. Leo era deluso. Preso in un gioco. Preso nel giro di vite dell&#8217;insignificanza. Non riusciva a scordare che quel passato c&#8217;era. Restava. Rimaneva conficcato come una fastidiosa scheggia di legno nell&#8217;epidermide. Come una segreta predestinazione. Occhi in fuga verso orizzonti simili a pareti di una grotta, i suoi occhi-pipistrelli. Quella violenza non voluta, subita, si era trasformata in autodistruzione. E il sogno, disegnato sull&#8217;ombra di una tenda leggermente mossa dal fresco delle sera d&#8217;estate, devastava gli angoli della sua coscienza tesa a non rischiare un&#8217;altra caduta. <span id="more-13168"></span></p>
<p><span lang="IT">Al giocherellava con l&#8217;invenzione di Gualtieri: uno scacciapensieri che risucchiava oggettini per farli riapparire in un angolo qualunque della stanza. Decideva lui dove, visualizzando il punto esatto in cui avrebbe voluto farlo rimaterializzare. Ad ogni sparizione e relativa riapparizione, abbozzava un sorriso ebete, spingendo l&#8217;aria fuori dal naso con una scossa leggera del capo, e annuiva, scotendo la testa a destra e a manca. Una divertita rassegnazione. Diceva di s<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> al vuoto, confermava le pretese del nulla e assecondava la voglia di non fare pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> nulla. Per sempre. Un sempre velleitario e utopistico. Solo stanchezza. Era una perla momentaneamente sfilata dal filo rovente delle attese. Divorato dentro dall&#8217;impossibilit<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> di essere come chiunque altro. Apparire e sparire. Cos<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> pensava di poter fare del proprio passato. Strappare quell&#8217;episodio bastardo, farlo passare nel congegno di Gualtieri, ricollocarlo in un&#8217;altra dimensione. O forse tornare indietro, nell&#8217;esatto pomeriggio di tredici anni fa, e sfondargli il cranio con un sasso, a quello stronzo, ora tutto casa e chiesa. No, lui non ci sarebbe mai riuscito, con il senno di poi, a tornare indietro. Non rimaneva che scrivere e reinventarsi una vita che non aveva mai vissuto. Ma la finzione cadeva non appena suo padre apriva bocca, a ricordare tutto il suo disagio per avere avuto un figlio fallito, lui che per tutta la vita s&#8217;era rotto la schiena nel cantiere, che aveva costruito la casa in cui lui poteva dormire e mangiare, eccetera. Che ne poteva sapere suo padre della noia, dell&#8217;incapacit<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> a vivere, dell&#8217;inadeguatezza dei giovani scrittori. Che ne poteva sapere dei mondi che l&#8217;anfologrammina gli aveva dischiuso. Dei letarghi della bonaccia mentale dell&#8217;oloina, quando c&#8217;era, e della bestia furibonda che esplodeva in lui, quando non ne aveva e non c&#8217;era, e dei pregiudizi e di tutto il resto. Era questo, in fondo, il massimo premio che gli dei avevano potuto concedergli: la possibilit<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> di scordare tutte le sue complicazioni mentali e chimiche, abbandonandosi, di tanto in tanto, ai racconti di quando aveva conosciuto sua madre, in bici, ricordi in bianco e nero. Quando la vita era semplicemente difficile e ci si aiutava l&#8217;un l&#8217;altro senza mangiarsi come squali.</p>
<p></span><span lang="IT"></p>
<p align="justify">&#8220;Al? Al? Oh&#8230; ma rispondi? Tieni&#8230; <span style="font-family: Times New Roman;">è</span> buonissima,&#8221; il braccio dritto davanti a s<span style="font-family: Times New Roman;">é</span>, teso nella mano chiusa a pugno con le nocche rivolte verso il basso. Sorpresa! :raffaelle entr<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> quasi di soppiatto, mimando un passo felpato, come danzando sulla punta dei piedi. &#8220;Ero convinta che mi avessi sentita entrare,&#8221; si affrett<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> a dire per scusarsi del trasalimento che aveva provocato in Al. Egli era immerso nei suoi pensieri, negli scampoli di riflessioni organiche che presto sarebbero divenute idee prive di senso borghese e lui, travolto dall&#8217;orgone della benedetta droga, avrebbe ricomposto la sua indegnit<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> morale sullo sfondo di una lenta disintegrazione psichica. Allung<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> il braccio e le sorrise: &#8220;Non <span style="font-family: Times New Roman;">è</span> nulla, pensavo alla mia&#8230; vita,&#8221; disse porgendole il palmo della mano aperto a conchiglia, pronto a ricevere la dose, imbeccato come un pulcino. Al mand<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> gi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> le pasticche mentre :raffaelle, gi<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> gonfia, avvitandosi in una piccola, ridicola coreografia, vi si sedette sulle ginocchia e lo abbracci<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span>. L&#8217;amore cosmico dell&#8217;oloina in questo inferno di persone che sbavano per un posto al paradiso. Come diventava leggera e bella la vita, allora.</p>
<p><strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p></strong></span><span> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></span><strong><span lang="IT"></p>
<p align="justify">Dove suona Beethoven e :raffaelle scopre che Leo <span style="font-family: Times New Roman;">è</span> un essere umano</p>
<p></span></strong></p>
<p><span lang="IT"></p>
<p align="justify"> </p>
<p>Piovvero densissime paludi dal cervello di nottambuli. Diretti verso il mare fermi a fumare sul balcone come pipistrelli immobili o bandiere inutili nell&#8217;afa di un paese in fondo all&#8217;anima di un dio che non aveva pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> rispetto alcuno di s<span style="font-family: Times New Roman;">é</span>. Al fissava il volto oltre la superficie corrosa dello specchio, anticaglia della nonna che non aveva segni di riconoscimento alcuno, anonimo e desolato in fondo alla mansarda della sua vecchia casa. Edifici analogici: avevano di bello l&#8217;essere umani nella polverosa prospettiva di insetti e scarafaggi tra gli assi dissestati del parquet.</p>
<p></span></p>
<p><span lang="IT">Una visione isterica di luce dall&#8217;abbaino in alto della stanza, infranse l&#8217;illusione dell&#8217;olodifussore di passato e Al riprese i sensi al nuovo e vide l&#8217;ora e pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> drammatico tranello della realt<span style="font-family: Times New Roman;">à</span>. Era solo, davanti al proiettore transmentale nell&#8217;attesa di vedere il sembiante di :raffaelle prendere visione nella forma a lui pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> cara, e nulla accadde. Gli venne da pensare a Transmodale. Egli era sereno delle sue piccole cose, dei suoi buchi neri e delle sue invenzioni. Amava Leonardo da Vinci e lui credeva, ed era anzi patologicamente certo, che avesse inventato lui il codice binario scrivendo da destra e da sinistra. Anche Leo era mancino, scriveva solo in un verso, ma pensava anche lui simultaneamente al contrario, da destra e da sinistra. In dentro e in fuori. Al attiv<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> l&#8217;olovisore e tent<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> di individuare, quanto meno, :raffaelle. Trasal<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span>. Si volt<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> di scatto. Era seduto artigliando i braccioli della poltrona come se i braccioli fossero il suo nervosismo trattenuto e infine sbott<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span>: che ci fai qui? Non dovevi essere altrove? Era l<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> che m&#8217;aspettavo di incontrarti. :raffaelle tirava su con il naso, aveva gli occhi rossi e i cani le sbavavano attorno tra le gambe mugolando e come facendole segno con la testa che l&#8217;avrebbero sostenuta. :raffaelle stava piangendo e al non ne capiva il motivo. Perch<span style="font-family: Times New Roman;">é</span> piangi? Cosa ti succede? Fece, deglutendo un paio di volte. No, nulla! Mi sono sbagliata ancora una volta! Cerc<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> di giustificarsi la donna.</p>
<p></span><span lang="IT">Leo era sparito, al solito e lei lo aveva pedinato, al solito. E aveva scoperto tutto, un&#8217;altra volta. Leo non era un personaggio elettrico e non amava :raffaelle, non poteva amare nessuno di loro. Un giorno sarebbe morto, e loro no. :raffaelle non avrebbe mai accettato l&#8217;umanit<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> di Leo. Umano! Puah! Come fai ad esserne tanto sicura? Chi te lo ha detto che Leo <span style="font-family: Times New Roman;">è</span> un umano? Come hai fatto a scoprirlo? Le domand<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> meccanicamente Al. :raffaelle prosegu<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> verso Al che aveva disattivato l&#8217;oloproiettore e stava dirigendosi alla consolle, ne vuoi? Come fai a pensare alla droga ora? Hai capito o no? Leo <span style="font-family: Times New Roman;">è</span> diverso da noi! Noi siamo pura elettricit<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> e lui no! E il nostro amore&#8230; :raffaelle si interruppe e scoppi<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> in un pianto sconsolato e anche i cani languivano, piccoli, empatici cuccioli. Su, su! Non fare cos<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span>! Tieni, bevi, calmati ora. Oh, :raffaelle&#8230; e io che mi ero disperato e avevo gi<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> visto la fine della mia vita! Al la strinse a s<span style="font-family: Times New Roman;">é</span> forte forte ed ella inizi<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> a rilassarsi. I cani si erano accucciati per terra e sbirciavano dal basso quell&#8217;abbraccio con la tenerezza tipica degli animaletti ben addestrati. Spiegami cosa hai visto! Incalz<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> al quando cap<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> che :raffaelle era pronta a sfogarsi un p<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> razionalmente. Ed ella cominci<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> a parlare serenamente, erano seduti intanto mentre il tramonto si sposava agli accordi dei concerti per pianoforte di Beethoven apparso educatamente in un angolo della stanza, tra la stupore dei cani che balzarono in piedi a soppesare con le loro testoline, ora a destra ora a sinistra, l&#8217;ologramma del musicista mentre sedeva al pianoforte.</p>
<p></span><span lang="IT"></p>
<p align="justify">&#8230;lo stavo seguendo, a distanza, ma lui non se n&#8217;era accorto. Poi a un certo punto l&#8217;ho visto entrare nella transtazione in direzione oltremonitor. Credevo stesse viaggiando come avatar e invece&#8230; :raffaelle s&#8217;interruppe. Al la guard<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> negli occhi e le concesse di non portare a termine quel pensiero scomodo. Non preoccuparti, disse, anche senza di lui, un giorno, noi potremmo autogenerarci&#8230; cosa vuoi dire? :raffaelle si divincol<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> dall&#8217;abbraccio di Al respingendolo decisamente, nei suoi occhi brill<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> un moto di rabbia e il suo volto cambi<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> e divenne paonazzo di ira. Anche i cani si allarmarono sembrando percepire la sua improvvisa tensione. Al non poteva pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> tornare indietro. Si morse il labbro inferiore nervosamente e tent<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> ugualmente di riparare abbozzando un largo sorriso&#8230; ma non fece che peggiorare la situazione. :raffaelle aveva capito tutto e niente sarebbe pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> stato come prima. E tutto forse sarebbe finito per sempre.</p>
<p><strong></p>
<p align="justify">Campo di Bataille: dilapidazione-lusso, 1-0</p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">Complice l&#8217;afa d&#8217;improvviso gradevolmente (o con tragica fatalit<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> ferragostana, quasi un improperio alla modaccia di alcuni, rispettata sovente, quasi un dover ottuso a spese della pervicacia apprensiva e civettuola della vacanza a costo di debiti improponibili e nevrotissime dimostrazioni di serena tranquillit<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> da self-made men) complicato impose lo stile ad imitazione dell&#8217;inumano e dello sconcerto virile a fronte di femminili lascivi abbandoni, veramente saggi. Di militi ignoti sul campo della vacua semantica e di malati igniti da freddure affatto recondite. Riconquistate stragi del sabbath oligonaturale e diuretico. Rampe di lancio non sono losche e paraffina lungo la biliardistica degli eventuali emoticon ultrauterini. Rimbecillire parole lungo il dorso di un libro vocale. Proprio dorsale sonora del libro. Similmente la propria lettura mentale, amplificato nell&#8217;ascolto, ritorna silenziosa e ieratica sub specie di frontale quadrifonia. Poc&#8217;anzi, remoti lampi da tele, siccome di un Tiziano con la coda dell&#8217;occhio di paglia mentre medita l&#8217;opera propria di arte in un singhiozzo fulminante del malconcio pisano cielo, traevano sinistri mormorii da remote spitte del sotterraneo io. Fragorosamente rotto all&#8217;incantesimo pulviscolare, parallelo all&#8217;encourage, accolita rassicurante di certosine manifestazione di vanitoso vuoto. Penetranti resine e salmastre scogliere di alghe, la donna spolvera di fard i robusti di scaglie alberi perfetti quasi financo in storture convergenti a naturalissime d&#8217;arte visioni profuse da altrettante divinit<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> pagane insplosive sotto stillicidi di luce su gocce balsamate brillanti di resina al tramontarsi della giornata. E la donna si riarmonizz<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> al passo della famigliuola, di ritornar impaziente alle cure di toeletta nell&#8217;antecenare. E la prolusione ebbe per tema &#8216;l&#8217;ebbe di ogni prolusione&#8217;: introduzione alla fantasmatica delle mongolfiere. Lo scrittoio, lampante come un ostrica nei mari della luna, era ingombro di metriche e litanie forzate. Una sedia dietro lo scrittoio, una poltrona. Egli vi si sedette con una flemma che ricordava una lumaca estenuante. Si lisci<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> compulsamente le gambe sui troppo solo a pensarsi pantaloni di velluto blu. Respir<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> rumorosamente al presente e farnetic<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span>, era nudo dalla cintola al collo e il viso era avvolto tutto, la bocca, tranne la fonologia dell&#8217;intiero fisico significante, era correttamente coperto il corpo ben membruto e in ispecie nella zona del pene, rigonfio di gagliarda implicita sognante baldanza, laddove volevasi dare significazione di questo coprirsi appunto, e l&#8217;idea l&#8217;avea ben resa con il celare dietro una costumanza di rettitudine un vago sentore di cilicio, e ben oltre la semplicissima vestizione da neocoinurbazione di novecento pieno, lo spaventevole effetto che dovevasi trarre dalla posticcia mascheratura facciale, a debite distanze notturne haverebbero s<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> innescato tali moti di orrore, ven<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span>a placidamente smorzato dalla buffissima rincorsa del nastro isolante attorno al grande parvente capezzolo, come che da quello sgattaiolar di occhi spiritati e folli, dovesse dileguarsi via per poco l&#8217;anima del seduto. E cos<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> avvenne che egli, distratto fin troppo dallo stipite socchiuso incapace a trattener importuni scheletri dall&#8217;armadio, strinse artigliescamente i braccioli della poltroncina in gesto di alzarsi e cos<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> non fece. E anzi :raffaellescamente posesi le ginocchia come su ceci punitivi immaginari miagolando via lungo le promesse terrene di un colonna d&#8217; Ercole scivoloso. H<span style="font-family: Times New Roman;">é</span>las, si frantum<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> via un dente e balz<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> in controluce contro il vetro inzaccherato di pioggia turbolenta e variamente strappata a pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> logiche rettilinee celesti tra nuvole e polvere.</p>
<p align="justify"><em>(L&#8217;immagine che correda il testo è un  quadro di Gianluca Garrapa).</em></p>
<p align="justify"> </p>
<p></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/09/trevisione-il-mondo-il-al/">Trevisione, il mondo il Al</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il punto vulnerabile</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos.jpg"/></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.</p>
<p>Tu sei la pianta del loto<br />
e io sono il loto<br />
che matura lentamente<br />
ma una volta maturo<br />
muore di disgusto.<span id="more-10997"></span></p>
<p><strong>Qui giace</strong></p>
<p>Mi guardo attorno come se<br />
fossi appena tornato<br />
da un funerale<br />
con il fazzoletto impregnato<br />
di profumi acri.<br />
Non seppelliscono<br />
i loro morti?<br />
Non ci sono cimiteri qui<br />
né cipressi<br />
né oleandri<br />
né mirti</p>
<p><strong>Morte sotto chiave</strong></p>
<p>La mia controparte,<br />
un collezionista di chiavi<br />
medievali,<br />
vive altrove,<br />
in Lituania, penso,<br />
o forse a Samarcanda.</p>
<p>Non commetterà<br />
un suicidio<br />
finché non ci incontreremo di nuovo<br />
a Edimburgo</p>
<p><strong>Sradicato</strong></p>
<p>Ricordi, lasciatemi in pace!</p>
<p>L’umida,<br />
terra ostile odora<br />
come la fossa<br />
appena scavata<br />
della pallida fanciulla<br />
dei nostri ricordi.</p>
<p>La salamandra<br />
compone la canzone<br />
della timidezza<br />
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi<br />
per il tuo album</p>
<p><strong>Abbandonato</strong></p>
<p>Non posso camminare più a lungo<br />
su questo viale del Tempo<br />
senza indossare<br />
i miei guanti gialli<br />
e la maschera della severità.<br />
Poiché ci sono migliaia<br />
di occhi sospettosi<br />
che mi osservano<br />
da dietro i cespugli.</p>
<p>Sono stato gettato<br />
nell’era sbagliata,<br />
ma attendo pieno di speranza<br />
che venga il giorno<br />
in cui i girasoli<br />
e le magnolie<br />
fioriranno per sempre.</p>
<p>Quel giorno dovrò punire<br />
il serpente che ha iniettato<br />
il suo veleno nella mia carne</p>
<p><strong>La sinfonia della nebbia</strong></p>
<p>Amo essere amico<br />
della nebbia,<br />
sebbene senta<br />
un chiaro fardello<br />
di disgusto in gola<br />
quando parlo con lei.</p>
<p>Eppure, quando si ritira,<br />
in silenzio, a passi svelti e evasivi<br />
tra le rovine,<br />
è il momento in cui soffro<br />
davvero,<br />
e in ansia attendo<br />
che ritorni<br />
con nuove visioni<br />
e una nuova musica</p>
<p><strong>L’uomo con il cilindro</strong></p>
<p>Sono sempre più sicuro<br />
che durante una notte triste,<br />
mentre vagabondavo da solo<br />
in una strada immersa nella nebbia,<br />
una mano si è sporta<br />
dal finestrino di un taxi nero,<br />
gettandomi<br />
in un fatale,<br />
irreparabile errore.</p>
<p>Ma quell’errore<br />
forse è stata la cosa più bella<br />
della mia vita,<br />
la migliore<br />
e l’ultima<br />
esperienza</p>
<p><strong>Ospedali vuoti</strong></p>
<p>Il crepuscolo è grigio<br />
nella squallida via Aftoktonias.<br />
Tutte le banderuole<br />
indicano la tomba<br />
dell’usignolo<br />
che è stato ucciso la notte scorsa<br />
e sono prese da attacchi isterici.</p>
<p>C’è un occhio terrestre<br />
in un angolo remoto di questo<br />
desolato parco che spia<br />
le statue d’acciaio<br />
e le figure solitarie<br />
che s&#8217;aggirano senza scopo<br />
lungo i sentieri nebbiosi<br />
fischiettando canzoni funebri.</p>
<p>Quando mi sbarazzerò<br />
di questo testimone<br />
dovrò comprare una pistola<br />
per uccidere il fantasma<br />
che è appollaiato sul mio cranio<br />
e che mi accusa quando sono assente.</p>
<p>A mezzanotte i poveri poeti,<br />
con i manoscritti nelle tasche<br />
dei loro frusti abiti neri,<br />
stanno intorpiditi dal gelo<br />
sulla banchina di marmo<br />
del porto<br />
in attesa disperata dell’Uomo<br />
che viene da un luogo misterioso<br />
e che non giungerà mai<br />
perchè non esiste.</p>
<p>Quando ero giovane<br />
odiavo una ragazza magra<br />
e avrei voluto torturarla tutto il tempo<br />
dentro il mio giardino.</p>
<p>Dopo un terribile terremoto<br />
che ha scosso l’ospedale<br />
e l’intera città,<br />
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,<br />
gli specchi, i vasi,<br />
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi<br />
e il vento porta<br />
bare di ferro dall’orizzonte.</p>
<p>Qualcuno tende la mano giallognola<br />
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata&#8230;<br />
ma invano: non può raggiungerla</p>
<p><strong>Il punto vulnerabile</strong></p>
<p>Da un capo all’altro di questo vasto<br />
palmo di Tempo<br />
la superficie terrestre ha cominciato<br />
a sgretolarsi a causa della corrosione,<br />
mentre la sua orbita continua<br />
a sibilare furiosamente<br />
nel Caos.</p>
<p>E non smetterà mai,<br />
a meno che un architetto<br />
non martelli la Terra<br />
sul suo punto più vulnerabile.</p>
<p>Ma fino ad allora<br />
c’è tempo in abbondanza,<br />
gli edifici sono costruiti<br />
con ossa umane<br />
senza finestre,<br />
la gente rompe gli orologi<br />
per fermare il tempo<br />
e si spalma sul volto<br />
creme variopinte<br />
per proteggersi<br />
dal caldo incipiente.</p>
<p>Così gli anni passano,<br />
si cresce nel terrore<br />
ma illudendosi sempre di più<br />
che si sopravviverà<br />
al disastro finale. </p>
<p>(traduzione di Massimo Rizzante)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, <em>Vulnerable Point </em>(la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo <em>O exostis</em> (tradotto in francese con il titolo <em>Hôtel Atlantique</em>, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo <em>O eroes tes Gandes</em> (<em>L’eroe di Gand</em>) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le conseguenze della cura</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/le-conseguenze-della-cura/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 07:17:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Tre racconti, tre piccole ma intensissime geometrie del desiderio. In <em>La memoria dei vivi </em>Rossella Milone disegna con una traccia di scrittura nitida e lieve i movimenti di attrazione e repulsione tra corpi. Movimenti sempre triangolari. E di genere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/le-conseguenze-della-cura/">Le conseguenze della cura</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/8806191020.jpg" border=1/></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Tre racconti, tre piccole ma intensissime geometrie del desiderio. In <em>La memoria dei vivi </em>Rossella Milone disegna con una traccia di scrittura nitida e lieve i movimenti di attrazione e repulsione tra corpi. Movimenti sempre triangolari. E di genere. C&#8217;è sempre una donna che si confronta con l&#8217;alterità maschile – e c&#8217;è sempre un mediatore del desiderio, un&#8217;altra donna, che la fa deragliare dalle sue cecità.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">In due racconti l&#8217;alterità maschile è il padre: morto ne <em>Le gioie dei morti</em> e vivo ne <em>Il centro di niente</em>, ma in ambedue i casi di una presenza eccedente. In particolare <em>Le gioie dei morti </em>(che racconta dell&#8217;incontro di due sorelle da tempo prive di rapporti, un incontro appunto “nel nome del padre”, che non farà che riannodare silenziosamente antichi odi e lontananze) è un racconto tragico – e non tanto per il riferimento esplicito all&#8217;Edipo. E&#8217; tragico perché ogni personaggio è come necessitato a fare quello che fa &#8211; non c&#8217;è scampo né salvezza, ma solo le conseguenze della colpa. E allora è proprio il gatto Giocasta a far balenare l&#8217;impossibile salvezza: perché “Giocasta non è umana, e nel suo inconsapevole agire risiede il perdono che si dà ai bambini e ai pazzi e ai vecchi”.<span id="more-10202"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Nel racconto iniziale, quello più intenso, <em>Leucosia</em><span style="font-style: normal;">, l&#8217;alterità maschile è invece il marito.</span> Un marito <em>in limine mortis</em><span style="font-style: normal;">,</span><em> </em><span style="font-style: normal;">u</span>na malattia gli sta facendo perdere capelli, peli, capacità di trattenimento escretorio – perde peso, forma, consistenza. Ogni segno, insomma, viene eroso, sottratto: quel corpo in disgregazione, che va perdendo ogni sua connotazione, viene progressivamente desemantizzato. E perciò diviene puro oggetto di cura, schermo bianco perfetto per proiettarvi sopra tutto l&#8217;amore invasivo e apprensivo della moglie. E mentre lui, disgregandosi, si trasforma in padre e figlio nel medesimo tempo, lei diviene sempre e solo più madre. Si automutila, si nega ogni bellezza. Si nega la vita. E così facendo, la nega anche a lui. E innesca un circolo di colpe, di non-detti, di attese e false promesse. “Il vincolo dell&#8217;amore e della gratitudine”. Un circolo vizioso da cui si può uscire solo in un modo: la moglie, per tornare a essere tale, deve smettere di essere madre, e imparare invece a essere figlia. (E lo imparerà da un&#8217;altra). Lasciarsi dare invece che solo dare. Lasciarsi curare invece che solo curare. Trasformare l&#8217;apprensione in apprendimento. E, così, divenire compiutamente “soggetto”, e permettere all&#8217;altro di esserlo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Questo movimento è tanto più necessario oggi, in tempi in cui il problema dell&#8217;<em>altro</em> lo viviamo quotidianamente in maniera sempre più feroce. Non c&#8217;entra nulla col soggetto del libro, ma c&#8217;entra, io credo, con il suo senso: quante volte, per esempio, non ci accorgiamo di quanto la semplice compassione per il diverso sia una forma diversa per minorizzarlo, per renderlo inferiore. Di come, dunque, non sia che un&#8217;altra faccia del razzismo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"> </p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Rossella Milone, <em>La memoria dei vivi</em>, Einaudi, 12 euro.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><em>(pubblicato su l&#8217;Unità il 24-10-2008)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/le-conseguenze-della-cura/">Le conseguenze della cura</a></p>
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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6768" title="opereitaliane" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <em>Campo del sangue</em> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<em>Un teologo contro Hitler</em>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <em>Gli emigrati</em>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «Città dei ragazzi» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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