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	<title>Nazione Indiana &#187; racconto</title>
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		<title>Psicodramma del potere</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 09:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>Era tornato Riccardo, dopo una assenza piuttosto lunga dovuta a una malattia seguita alle vacanze natalizie.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/il-potere-grande-che-e-piccolo-che-e-grande/">Psicodramma del potere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/il-potere-grande-che-e-piccolo-che-e-grande/xir187859/" rel="attachment wp-att-41578"><img class="alignleft size-medium wp-image-41578" title="XIR187859" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/jean_baptiste_colbert_1651_90__hi-282x300.jpg" alt="" width="282" height="300" /></a>L’altra sera al gruppo di psicodramma ho fatto un interessante collegamento tra una problematica per così dire oggettiva (politica, nella fattispecie) e un dato esistenziale con epicentro individuale.</p>
<p>Era tornato Riccardo, dopo una assenza piuttosto lunga dovuta a una malattia seguita alle vacanze natalizie. Subito le ragazze, che di solito all’interno del gruppo sono le più ricettive riguardo agli stati d’animo dei presenti, hanno notato la sua faccia immobile, triste. Allora il conduttore gli ha chiesto se andava tutto bene, se voleva parlare del periodo appena trascorso. Riccardo, che gestisce un piccolo negozio di cartoleria, ha detto che per lui è un momento difficile. La crisi lo sta riducendo sul lastrico, le vendite sono ridotte praticamente a zero, inoltre ha ricevuto una visita della Guardia di Finanza che l’ha scaraventato in uno stato di confusione mentale. Sono entrati in due, maresciallo e agente, l’hanno sottoposto a estenuanti verifiche, soprattutto riguardanti il contratto d’affitto. Si è sentito schiacciato, vessato, perseguitato. Lui, piccolo negoziante quasi rovinato dalla crisi economica e dall’accanimento del fisco, forse dovrà chiudere il negozio. Avrebbe voluto farli a pezzi, ha detto, falciarli con un mitra, cancellarli, disintegrarli. Ma non ha fatto nulla, ha dovuto subire, come sempre, come tutti.</p>
<p>Il conduttore l’ha subito fatto salire sul palco, chiedendogli di scegliere i due finanzieri. Io sono diventato il maresciallo, mentre un altro ragazzo del gruppo ha assunto il ruolo dell’agente. È seguito uno psicodramma teso, ma anche comico, con me che recitavo la parte del sottufficiale spietato, persecutorio, il ragazzo che mi spalleggiava rivolgendosi a lui con punte di violenza verbale e anche qualche epiteto (nello psicodramma tutto viene enfatizzato, spogliato di ogni mediazione perché bisogna arrivare al nocciolo incandescente). Riccardo oscillava dalla risposta passiva alla rabbia, colpendomi col cuscino (lo strumento usato per scaricare l’aggressività), poi tornando passivo e fatalista, che era il suo atteggiamento dominante. Il senso era chiaro: io rappresentavo l’autorità, o meglio l’autoritarismo, quel Potere primordiale col quale tutti abbiamo fatto i conti e che ha lasciato segni in noi, ricordi, ma anche ferite, risposte di varia intensità, rabbia, paura, tristezza, ribellione, quando le nostre forze non erano ancora sviluppate e noi eravamo indifesi, e soli, e impreparati, e inesperti.</p>
<p>Terminato il lavoro siamo passati alla fase della verbalizzazione e delle condivisioni. Il conduttore ha fatto un’associazione tra il suo atteggiamento passivo, in alcuni momenti assente, straniato, e la sua infanzia, quando lui, ultimogenito di quattro fratelli, viveva protetto e isolato tra le braccia della madre mentre intorno a lui i fratelli e la sorella litigavano, si ribellavano, i genitori sgridavano, urlavano, ordinavano. Quel lasciare scorrere le cose, quel chiamarsi fuori dall’aggressività che imperava nel suo ambiente ha continuato a seguirlo e a condizionare le sue scelte. Fate quello che volete, diceva quando il maresciallo lo incalzava e lo minacciava per il timbro mancante, che significava anche fate <em>di me</em> quello che volete.</p>
<p>Le condivisioni hanno subito preso una direzione oggettiva, che per un po’ il conduttore ha tollerato: il fastidio per i controlli, il disprezzo per i finanzieri “che sono tutti corrotti”, il tormento di un fisco iniquo e ottuso, regole grottesche, insensate, per cui è comprensibile se non condivisibile che si evada e così via. Io sono intervenuto esprimendo disagio per questo atteggiamento che ho definito “all’italiana”: molte regole sono sbagliate, lo sappiamo, ma con questo scarso rispetto per la cosa pubblica e la propensione a fregare nulla potrà mai cambiare nel paese. Nulla potrà mai <em>crescere</em>.</p>
<p>A questo punto il conduttore ha raddrizzato la barra, riportando la discussione verso i temi che ci interessano, cioè i nostri atteggiamenti, le nostre risposte alla vita. <em>Crescere</em>: i genitori non possono pretendere che i figli crescano, e migliorino, senza una guida. Un genitore non può intimare a suo figlio: ora <em>devi</em> risolvere i tuoi problemi, ora <em>devi</em> eliminare le tue contraddizioni, <em>devi</em> diventare perfetto. È l’esempio che conta; è il comportamento del genitore che favorisce la crescita, perché lui è la guida, e non può esistere sviluppo senza una guida etica, rispettosa e rispettabile.</p>
<p>D’un tratto ho avuto un flash intenso. Una luce abbagliante. <em>Crescita</em>. Non si parla d’altro in questo periodo. È la parola d’ordine del governo dei banchieri che sta mettendo a ferro e fuoco il paese. Un governo – una guida – che si presenta al popolo con l’indice puntato e intima: ora <em>voi</em> dovete pagare. Pagare tutto e per tutti. La crisi è molto grave, c’è il rischio del fallimento, ma <em>noi</em> non paghiamo niente. Noi non c’entriamo con voi. Noi siamo altro. Noi siamo gli intoccabili.</p>
<p>Si dice che una classe dirigente, un governo – una guida – è l’espressione di una cultura popolare. Ma un popolo non cresce solo con se stesso, senza una guida credibile. Il nostro paese ha un passato di terra divisa, spartita tra signori, papi, re e reucci, una dittatura fascista che l’ha portato alla rovina e alla tragedia, cinquant’anni di dominio democristiano all’insegna del bizantinismo e della falsità, dove per comunicare una cosa si affermava il suo contrario, quindici anni di un grottesco sultanato nel quale è stata esaltata la disonestà, la condotta mafiosa, il vilipendio della Costituzione nata da una dura guerra di liberazione.</p>
<p>Oggi un popolo storicamente educato da secoli di esempi negativi, che non ha avuto la possibilità di creare un’idea di stato e di comunità, assiste per l’ennesima volta alle performance di una casta di potere blindata nel suo privilegio che si permette di decidere sulla lunghezza della vita lavorativa altrui. Si obietta che riducendo lo stipendio, il rimborso spese, il vitalizio dei parlamentari (realmente, non il gossip mediatico su 1.300 euro lordi) non si coprirebbe certo il mostruoso buco in bilancio. E quindi si continua così, con una casta che mentre favorisce se stessa e la propria intoccabilità impone sacrifici pesanti agli altri in nome della crescita. Di fatto col suo esempio dice, con parole apparentemente contrarie che evocano “rigore” ed “equità”: invidiateci, imitateci, imparate a fare i furbi, a disprezzare il vostro prossimo, a calpestare i deboli e a nutrire i ricchi. Noi siamo eterni, il nostro avvenire è fuori discussione, ma abbiamo l’idea fissa di favorire i licenziamenti facili, perché i diritti altrui sono merce di scambio, sono polvere. I nostri invece sono sacri. Il capo di un governo composto da superbaroni universitari inamovibili, che viaggiano da un incarico all’altro, si presenta per l’ennesima volta in televisione dove, con stile salottiero, definisce “monotono” il lavoro fisso, annuncia che i giovani devono abituarsi a cambiare, perché il posto fisso possono scordarselo. Come se parlasse ai rampolli privilegiati della sua personale élite, mentre sta umiliando chi il lavoro non solo non può cambiarlo, ma neanche trovarlo, anche a costo di appellarsi alla Madonna di San Luca per tutta la vita.</p>
<p>Questo è l’esempio per il paese, l’esempio per la crescita.</p>
<p>Questa è la guida.Una guida indegna di questo nome, guida al nichilismo e all’egoismo.</p>
<p>Guida di uomini di paglia, di uomini di niente.</p>
<p><em>(Immagine: J.M. Nattier, &#8220;Jean-Baptiste Colbert&#8221;, 108&#215;113 cm, olio su tela)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/il-potere-grande-che-e-piccolo-che-e-grande/">Psicodramma del potere</a></p>
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		<title>Nuovi autismi 14 &#8211; Gli scrittori</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 10:30:15 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/01/nuovi-autismi-14-lamabilita-degli-scrittori/nolde_pferd_100901445-2/" rel="attachment wp-att-41552"><img class="alignleft size-medium wp-image-41552" title="Nolde_pferd_100901445" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Nolde_pferd_1009014451-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>Gli scrittori sono dei gran bastardi e dei figli di buona donna, è risaputo. Se c’è una categoria che estrinseca gli istinti più bassi e l&#8217;intera nefandezza della specie umana, è proprio quella. Subito dopo i perpetratori di genocidi e i serial killer e gli stupratori di minorenni, vengono loro. Uno scrittore per definizione cova con tetra cupidigia il proprio successo immediato, o se va bene la gloria futura, e di tutto il resto non gli importa niente di niente. O meglio, per il successo immediato o la gloria futura è pronto a vendersi la madre, a recidere le carotidi delle sorelle, a pugnalare in piena pancia i figlioli. I familiari e gli amici più cari attorno a lui possono patire atroci dolori, dissanguarsi, suicidarsi, tutto ciò per lui è solo una inopportuna seccatura, un’enorme perdita di tempo. Quello che gli preme è poter tornare a scrivere senza che nessuno gli rompa l’anima, o anche solo andare a verificare l’andamento delle vendite dei suoi libri. I familiari e gli amici più cari sono per lui limoni da spremersi fino a che non rimane più nemmeno la buccia, perché nei suoi libri qualcosa deve pur metterci, e il materiale che ha sottomano è quello. Per uno scrittore un bambino che piange è solo una fonte come un’altra di inquinamento acustico, un vecchio che suppura un’immagine che può tornare utile, una carneficina raccapricciante una simpatica idea suscettibile di fornire una riuscita paginetta. Non sto dicendo naturalmente che i grandi scrittori, che sono notoriamente molto rari, non abbiano cuore, perché anzi ne hanno uno grandissimo, davvero enorme, spesso al servizio di una palpitantissima sensibilità, altrimenti non sarebbero imponenti scrittori, solo che tutto il loro immenso cuore finisce stampato nelle pagine, e per la vita di tutti i giorni non rimane più niente. Nella loro vita quello che conta è occuparsi del parto e del destino dei propri scritti, a costo di qualsiasi cedimento e compromesso, qualsiasi infedeltà. I più volonterosi provano un pochino a conformarsi, almeno per quanto riguarda le apparenze, fingono insomma di vivere, gli altri non ci provano nemmeno. Spesso ai famigliari e agli amici non resta appunto che sopprimersi, come dimostra l’altissimo tasso di suicidi tra i figli degli eccelsi scrittori. Io me ne sono accorto subito: il primo romanziere che ho conosciuto, che aveva un naso da uccello rapace e occhiali da ipermetrope, mentre preparavo la tavola in giardino ha inchiodato mia moglie in cucina, a freddo, e cincischiando con il suo naso e i suoi occhiali da ipermetrope ha cercato di baciarla appassionatamente. Certo se non fossi arrivato per prendere la carbonella l’avrebbe stuprata e forse anche trucidata. Per fortuna mia moglie non me l’ha detto subito, altrimenti lo avrei arrostito assieme alle salsicce, lui e il suo naso. Il secondo scrittore che ho conosciuto mi ha rubato i calzoni. Saltando addosso alla vicina di tavolo, che questa volta per fortuna non era mia moglie, si era fatto una vistosa macchia sui suoi, e io ho commesso la leggerezza di proporgli di prestargliene un paio, visto che avevo a portata di mano il mio borsone: più rivisti. Il terzo, noto per i suoi scritti pessimisti e nichilisti, martirizzava l’eroica moglie che lo manteneva e lo accudiva giorno e notte e gli instillava le idee per i suoi libri, umiliandola e dileggiandola in pubblico. Ma è inutile continuare, sono cose risapute. Quello che si dice meno è forse quanto gli scrittori siano invidiosi uno dell’altro: quando si parlano stringono gli occhi per carpirsi vicendevolmente informazioni, e soffrono orrendamente appena fiutano sentore di successo altrui. Se a uno gli va bene l’altro sfrigola di invidia, e dall’invidia che prova lo stecchirebbe seduta stante, se solo servisse a qualcosa, e non a aumentare ancora la sua notorietà. Ma non bisogna pensare che sia solo un effetto del cinismo dei tempi, o della mondializzazione letteraria: è sempre stato così, e probabilmente sarà sempre così. Pare che già gli scribi egiziani si girassero alla larga uno dall’altro, e quando ciò non accadeva venissero quasi sempre alle mani, come due galli nello stesso pollaio. Del resto non bisogna immaginarsi eroiche e ardimentose tenzoni, più spesso si tratta piuttosto di meschinità da asilo di infanzia. Una volta per esempio sono stato invitato a una televisione belga assieme a una scrittrice ispanofona mondialmente famosa. Prima della trasmissione la scrittrice ispanofona mondialmente famosa mi parlava con beccheggiamenti concitati del capo e sorrisi di bambina piccola, a dispetto dell’età avanzata: chiaramente era assai agitata, e le faceva bene parlare con me, voleva che la rassicurassi, come succede appunto agli scolari prima di un compito in classe. Mi sembrava evidente che le stavo proprio simpatico. Poi però durante tutta la trasmissione televisiva ha parlato solo lei, senza più alcuna trepidazione, e anche il presentatore sembrava ritenere normale che pontificasse da sola, vista la sua fama mondiale. Mettendo lì tra le altre cose un paio di considerazioni sul Belgio che le avevo insinuato io. Il mattino dopo l’ho incrociata nella hall dell’hotel, e mi ha guardato come si guardano le persone che proprio non ci si ricorda chi sono. Se uno scrittore mi propone di mangiare assieme, o insomma manifesta qualche segno di amicizia, io faccio finta di non cogliere. Dico che ho un impegno urgente, o che il mio gatto sta un po’ male, e me la do a gambe. E a scanso di equivoci dopo i dibattiti me la squaglio senza salutare nessuno. Soprattutto quando si tratta di buoni scrittori: tra quelli mediocri o pessimi invece qualche residua briciola di umanità talvolta la si può ritrovare, cercando bene. Non saprei dire però se sono peggio gli scrittorini di provincia o gli scrittori conosciuti. I piccoli scrittorini hanno il vizio di appiopparti i loro scritti illeggibili, ma la loro vanità ha un qualcosa di intonso e adamantino, di innocente, di arcaico: per certi versi è struggente. Quelli conosciuti invece ti guatano con occhi di ghiaccio, stremati in realtà dallo sforzo di dover nascondere la sete di indizi di encomio e riconoscimento, dei quali hanno bisogno come i pesci dell’acqua. Gli scrittori che hanno finalmente conseguito il successo che anelavano consumano le loro esistenze andando in giro a presentarsi a destra e a manca. Scendono dal treno o dall’aereo e si recano nella biblioteca o nella sala dove si svolgerà la presentazione, ascoltano con una espressione di sofferta modestia i complimenti del presentatore, con parole concentrate spiegano alle anziane signore presenti perché hanno scritto quel libro e cosa vuol dire, rispondono con pause pregnanti e occhi condiscendenti a qualche domanda che non c’entra niente con quello che hanno detto e con il libro, firmano le copie di chi decide di comprarlo, vanno a cena con gli organizzatori, i quali cercano di appioppargli i loro dattiloscritti, ascoltano querimonie riguardanti il taglio dei fondi destinati alla cultura o altre beghe locali, si fanno riaccompagnare in albergo, dove solo di rado amoreggiano con un occhialuto addetto culturale. Poi il giorno dopo riproducono la stessa farsa in un’altra città: ascoltano con l’identica faccia crocefissa altri complimenti, spiegano di nuovo ad altre anziane signore perché hanno scritto quel libro e cosa vuol dire, rispondono a altre domande che non si sa da dove cavolo saltino fuori, firmano altre copie con le stesse dediche, ascoltano analoghe lamentele e invettive da analoghi organizzatori, intascano analoghi libri pubblicati a proprie spese e analoghi manoscritti. A forza di frullare a questo modo molti scrittori finiscono per pensare che il mondo sia quello, lo si capisce dai loro nuovi testi. Pochissimi altri continuano invece a infilare imperterriti le loro perle sulla carta, ma non si capisce che rapporto abbiano queste ultime con le loro mimiche opache dietro ai microfoni, con quelle loro parole tese e approssimate, con quella loro malinconica urgenza di manifestarsi in pubblico. Ma stiamo parlando degli scrittori realizzati, i pochi fortunati. La maggior parte macerano piuttosto a fuoco lento nelle frustrazioni, accumulando risentimenti e asti, anelando riconoscimenti che mai potranno essere bastevoli, e soprattutto sfogando sui loro prossimi le rabbie e gli inappagamenti. E senz’altro andrebbero pensate delle norme legali per tutelare questi poveri innocenti, andrebbero previste delle strutture di aiuto e sostegno.</p>
<p><em>(Immagine: E. Nolde, &#8220;Pferd&#8221;, xilografia, 15,2 x 10,4 cm, 1910)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/01/nuovi-autismi-14-lamabilita-degli-scrittori/">Nuovi autismi 14 &#8211; Gli scrittori</a></p>
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		<title>Nuovi autismi 13 &#8211; Baudelaire e le patologie della terra</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 09:30:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/18/nuovi-autismi-13-le-malattie-della-terra/dubuffet-jeux-3/" rel="attachment wp-att-41398"></a> Io per mestiere studio la terra. La terra sono le zolle lasciate dagli aratri e i campi desolati l’inverno, la  mota sotto le scarpe da lavoro, le pianure, le colline, i vigneti in pendenza, i fianchi delle montagne, i boschi, le torbiere d’altitudine, gli orti e i giardini: tutto quello che non è stato irrimediabilmente cancellato o abraso dall’uomo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/18/nuovi-autismi-13-le-malattie-della-terra/">Nuovi autismi 13 &#8211; Baudelaire e le patologie della terra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/18/nuovi-autismi-13-le-malattie-della-terra/dubuffet-jeux-3/" rel="attachment wp-att-41398"><img class="alignleft size-full wp-image-41398" title="dubuffet-jeux" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/dubuffet-jeux2.jpg" alt="" width="117" height="150" /></a> Io per mestiere studio la terra. La terra sono le zolle lasciate dagli aratri e i campi desolati l’inverno, la  mota sotto le scarpe da lavoro, le pianure, le colline, i vigneti in pendenza, i fianchi delle montagne, i boschi, le torbiere d’altitudine, gli orti e i giardini: tutto quello che non è stato irrimediabilmente cancellato o abraso dall’uomo. È la terra che fa crescere le piante che mangiamo (noi mangiamo piante, <span id="more-41295"></span>o animali che hanno mangiato piante) o anche solo osserviamo per riposarci il cervello, è la terra che digerisce i residui della vita e li rutta nell’aria. Io nel mio piccolo mi occupo di questo. E quindi anche quando non lavoro appena arrivo in un posto per prima cosa guardo la terra, o insomma cerco di immaginarmi com’è, è inevitabile. Deformazione professionale. Cerco di capire se è leggera o densa, scura o slavata, l’odore che potrebbe avere, cosa potrebbe crescerci. Provo a capire se è malata, perché di questi tempi la terra ha tante magagne. Le terra è spesso sfiancata, o anemica, o intossicata, infettata. Certe malattie sono leggere, come banali raffreddori, altre sono gravissime, qualche volta addirittura mortali. La terra può morire. Anche nelle grandi città c’è terra, e spesso non se la passa molto bene, al pari degli abitanti, che soffrono di affezioni respiratorie e di altre patologie banali ma anche surretiziamente letali. Spesso nelle grandi città la terra è un mescolume disparato, proprio come i passanti, che sono di tutti i colori e hanno tutte le fisionomie. Se la terra sta molto male provo pena, come succede con tutti i malati gravi. Vorrei poter fare qualcosa per lei, ma naturalmente non posso niente, e anzi in una certa misura mi sento – so di esserlo, anche se certo indirettamente &#8211; responsabile. Mi immagino potenziali soluzioni, ben sapendo che sono solo mie fantasie individuali, arbitrarie e ininfluenti. Qualche volta la prendo in mano e la tocco, ma spesso mi basta guardarla. Trovo incredibile che nessuno guardi più la terra. È una cosa che mi ferisce nell’intimo, in particolare quando viaggio in treno. La terra è lì, bella e lustra, o anche cupa e taciturna, o solenne, o sfrontata, spesso enigmatica, e nessuno la degna di uno sguardo. Qualche volta vorrei invitare i miei vicini a guardare dal finestrino, invece di teledigitare parole vuote, invece di fissare autisticamente uno schermo. Guardate come è bella la terra, guardate come è essenziale, vorrei dire. Ma non dico niente, perché la considero una guerra persa, o forse anche per la mia notoria pavidità. Spesso arrivo in un posto e la terra non c’è più: tutti fanno come se niente fosse, o anzi decantano le attrattive balneari o architettoniche, e invece la terra proprio non c’è, è scomparsa nel nulla. Lo provano le rocce battute dal vento e dal sole, i fianchi brulli delle montagne su cui si riflette la luce metallica della luna. La terra non c’è più, e io provo un senso di sconfortante tristezza. Ho l’impressione di essere venuto a trovare un ricoverato che nel frattempo è deceduto: sono arrivato tardi, rimane solo il letto vuoto: un letto pulito pronto a ricevere un altro malato. Un paziente che tarderà qualche migliaio di anni. Ma più spesso, lo sappiamo tutti, la terra è stata semplicemente seppellita dal cemento e dall’asfalto. Siamo diventati specialisti nel seppellire la terra: per paura di essere sotterrati a nostra volta, per prendere le distanze dal nostro ineluttabile imputridimento, per non pensarci, seppelliamo la terra. La terra è esplosione di vita (in un granellino ci sono più esseri viventi che uomini nel mondo), mentre nel cemento e nell’asfalto non c’è vita. Il cemento e l’asfalto sono il contrario della vita: non morte &#8211; la morte è pur sempre vita -  ma assenza di vita. Io sono dalla parte della vita, anche se so che la vita è lotta inesorabile, è anche morte. Ma intendiamoci, sono un figlio dell’asfalto, so che forse dovrei essere riconoscente al cemento e all’asfalto. So che l’asfalto mi ha salvato: senza asfalto sarei già morto. Vorrei essere interamente dalla parte della terra, ma non ci riesco: mi preme la mia piccola e insignificante esistenza che abita il cemento e corre sull’asfalto. E anzi amo i riflessi liquidi dell’afa sulle strade, amo gli aloni di idrocarburi nelle pozzanghere, amo le geometrie del calcestruzzo metropolitano, amo le tenute sintetiche di certe passanti, e amo perfino alcune esalazioni pestilenziali della distruzione umana. Il mio senso estetico e i miei attaccamenti se ne fanno insomma un baffo dei moniti del mio emisfero cerebrale sinistro e delle mie intuizioni profonde. Quindi non mi faccio illusioni, sono cosciente che siamo su una brutta china. I nostri antenati si sono occupati della terra. E anzi proprio dove era più scarsa e stentata la hanno vegliata con più cura: sui versanti scoscesi hanno eretto muri a secco per contenerla, per farla sentire a suo agio. Come si appronta una cuccia per un animale che ci preme, come si rimboccano le lenzuola a un bambino. Certo l’hanno utilizzata e sfruttata, però anche nutrita e assistita. Ora le terrazze crollano e franano: la terra scompare, la vegetazione spontanea riprende possesso del pietrame che rimane. I nostri predecessori erano più saggi, o forse solo non avevano tra le mani gli attuali strumenti di sterminio: escavatori che con una cucchiaiata devastano il lavorio di millenni, autobetoniere dal ventre gravido, impaziente di partorire sterili creazioni, asfaltatrici come dee onnipotenti capaci di coprire con un velo nero le miserie umane. I nostri antenati non avevano questa nostra furia materialista, le loro superstizioni e credenze erano pur sempre un argine. Di fronte a questa hybris provo sconcerto e disagio. Ma non so con precisione perché ho questo legame con la terra. Certo anche perché da bambino, proprio quando cominciavo a essere un po’ autonomo, mia madre decise di andare a vivere nella casa padronale di mia nonna, in campagna. Per loro era un posto come un altro dove abitare. Per me invece era la terra bruna dei vigneti affacciati alla valle per i quali bighellonavo, l’odore di urina e di umido della terra battuta nel raggio di libertà dei cani alla catena, i pollai nei quali entravo, l’amaro dei roghi dei tralci di potatura, le mani grandi e dure come vecchi pneumatici dei contadini, i ragazzini della mia età che non parlavano la mia stessa lingua. Quindi venuto il momento mi è venuto naturale di andare verso le materie che mi sembravano più vicine a quel mondo arcano in via di estinzione, e poi per le solite apparenti casualità della vita sono finito a occuparmi proprio di terra. Ma ci sono certo anche altre ragioni più criptiche e forse ben più influenti che mi sfuggono, come sempre succede.</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: J. Dubuffet, &#8220;Jeux et travaux&#8221;, 1953, litografia, 65,5 x 50 cm)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/18/nuovi-autismi-13-le-malattie-della-terra/">Nuovi autismi 13 &#8211; Baudelaire e le patologie della terra</a></p>
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		<title>Vita complicata di un sopravvissuto</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 09:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/psicodramma/" rel="attachment wp-att-41271"></a>L’altra sera al gruppo di psicodramma il sopravvissuto che è in me ha fatto una full immersion molto interessante nella cultura maggiore [<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/27/paolo-giordano-la-solitudine-della-letteratura-maggiore/">qui </a>] italiana alla moda.</p>
<p>Toccava a Lucia, di Trento, salire sul palcoscenico per <em>il lavoro</em>, cioè la rappresentazione del suo psicodramma.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/">Vita complicata di un sopravvissuto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/psicodramma/" rel="attachment wp-att-41271"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-41271" title="psicodramma" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/psicodramma-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" /></a>L’altra sera al gruppo di psicodramma il sopravvissuto che è in me ha fatto una full immersion molto interessante nella cultura maggiore [<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/27/paolo-giordano-la-solitudine-della-letteratura-maggiore/">qui </a>] italiana alla moda.</p>
<p>Toccava a Lucia, di Trento, salire sul palcoscenico per <em>il lavoro</em>, cioè la rappresentazione del suo psicodramma. Lucia è una donna di circa quarant’anni che lavora nel servizio pubblico della sanità. <span id="more-41212"></span>Stava per descrivere – ma soprattutto per impersonare, interpretare, rivivere, com’è nella natura dello psicodramma – il suo cattivo rapporto coi genitori, in particolare con la madre. Si prospettava un lavoro impegnativo, sofferto. Però il conduttore prima di procedere le ha chiesto una premessa: “Vorrei che raccontassi un episodio positivo, almeno uno, della tua settimana.” Lo fa spesso, quando la cappa sta per calare su tutti noi. Sembra un luogo comune, ma è utile anche l’allenamento per imparare, o per accettare, il pensiero positivo. Lucia ci ha pensato un attimo, poi ha sorriso e ha detto: “sì, un episodio positivo, bellissimo, effettivamente ce l’ho.” Tutti noi del pubblico aspettavamo, con curiosità e interesse, perché avvertivamo la sua tensione e il suo entusiasmo. “Sono andata al concerto di Jovanotti a Milano. E’ venuto anche mio marito e ho portato i bambini (Lucia ha due figli maschi piccoli ndr). E’ stato stupendo, meraviglioso”. Esprimeva, anche fisicamente, tutte le emozioni che il ricordo del concerto, e l’atto di parlarne, le ispiravano. “Ho ballato tutta la sera, è stata una cascata di energia pura, due ore fantastiche. I bambini si sono divertiti un sacco, eravamo abbracciati e cantavamo, eravamo una cosa sola. <em>Persino</em> mio marito <em>ha dovuto ammettere</em> che gli piaceva.” Lucia ha già descritto, in un lavoro precedente, suo marito come “uno stoccafisso”, freddo, impassibile, che non si smuove di fronte a nulla e a nessuno. Mi ha ricordato il padre di Marcel nella <em>Recherche</em>, il dottore, nei rari accenni in cui compare non solo come “voce” nei dialoghi: una creatura imperturbabile, distante, una statua di marmo. Un essere totalmente anaffettivo. Il problema di Lucia è che ha cercato una coazione a ripetere col suo vissuto. Infatti varie volte ha descritto i suoi genitori come persone gelide, incapaci di dimostrare sentimenti di amore o di affetto. Per cui la sua scelta del partner si è indirizzata verso un uomo che in qualche modo la riportasse a quei tempi, o quanto meno non spezzasse il filo fantasmagorico col suo passato, l’unico che ha conosciuto quando l’età primordiale ancora non le permetteva di scoprire il mondo. E ha scelto un uomo che, in qualche modo, le richiamasse suo padre. Ovviamente questo è un procedimento psicologico che tutti noi, più o meno, utilizziamo.</p>
<p>Lucia ha continuato a descrivere con calore l’esperienza del concerto di Jovanotti, un evento “indimenticabile”. Quasi tutte le ragazze e le donne del pubblico condividevano in pieno questo entusiasmo, annuivano convinte, sorridenti, dicevano che Jovanotti è “un poeta” (<em>A te</em> è una poesia “meravigliosa”) che scrive canzoni “stupende”, che comunica “energia”, e ne citavano diverse. Noi del pubblico maschile invece eravamo a ranghi ridotti: oltre a me c’era un altro sopravvissuto che annaspa e boccheggia per stare a galla, e un ragazzo che segue certe cose new age degli indiani americani, i riti (tipo “la capanna del sudore”), i totem, la musica, la religione, e di Jovanotti non sanno nulla. L’altro ragazzo (a casa ammalato) è un tipo alternativo, indifferente a tutti i cantautori italiani. Io pensavo: vuoi vedere che queste ragazze leggono Fabio Volo? Non so perché, ma ho fatto un collegamento tra Jovanotti e Fabio Volo. Vuoi vedere, ho pensato, che mi trovo in piena full immersion nella cultura maggiore dura e pura?</p>
<p>Dopo il lavoro di Lucia, che è stato davvero coinvolgente, importante, angoscioso, abbiamo fatto una sosta per mangiare uno strudel e uno zelten che una ragazza aveva portato per il suo compleanno. Siamo passati nell’altra stanza, quella col tavolo lungo, e ci siamo seduti. Di fianco a me, sulla sinistra, c’era l’osservatrice, cioè la ragazza che non partecipa in maniera attiva ma prende appunti, evidenzia aspetti interessanti dei lavori. E’ una VT (ventenne-trentenne) laureata psicologa e specializzanda nella scuola post-universitaria che organizza i nostri psicodrammi. E’ una in gamba, lavora in un carcere come assistente psicologica per i detenuti. Non so perché, oppure non ricordo come è nato il discorso, fatto sta che ha detto: “Fabio Volo? Io lo <em>amo</em>. Ho letto tutti i suoi libri, è fantastico, è troppo simpatico, lo adoro.” Me lo aspettavo, come ho detto, ma non me lo aspettavo <em>veramente</em>. Diciamo che lo temevo, ma non solo. In realtà lo desideravo. Per avere una conferma. Per permettere al sopravvissuto che è in  me di chiudersi a riccio nell’atteggiamento di tipo inkazzoso-depressivo: ecco, vedete? Questa è la cultura maggiore, io non ne faccio parte, io sono altrove. Perché io sono <em>altro</em>. Che suona soprattutto: perché io sono <em>migliore</em>.</p>
<p>Le ho chiesto cosa ci trova nel libri di Fabio Volo (a mio modo di vedere intrecciati col personaggio, ma sia lei sia la ragazza che sedeva alla mia destra, che si è unita all’entusiasmo per Fabio Volo, hanno negato recisamente). Lei ha detto: “Mi piace perché dice le cose. Le dice davvero, senza fronzoli, con semplicità.” La ragazza alla mia destra ha confermato, ha detto: “quando fa una certa cosa te la fa sentire, la vedi, la vivi.” Hanno citato i libri che avevano letto, e hanno detto alcune cose ancora, ma non molte, perché nonostante le mie insistenze non sapevano spiegare il motivo del loro amore per Fabio Volo. Non serviva molto altro in realtà. “Dice le cose con semplicità” mi è sembrata una spiegazione ottima, e anche profonda. In Italia c’è bisogno di semplicità, di letteratura popolare, probabilmente Fabio Volo riempie un vuoto. Ovviamente era il sopravvissuto che è in me a parlare, perché non ho mai letto un libro di Fabio Volo in vita mia. Spiegavo, analizzavo, e giudicavo senza conoscere l’argomento.</p>
<p>Fatto sta che a un certo punto ho chiesto: “Per dire, vi piace anche Moccia?”. Volevo capire se il collegamento Jovanotti-Fabio Volo poteva essere allargato anche a Moccia. Le due ragazze sono immediatamente insorte e mi hanno detto, con enfasi e occhiatacce che significavano: <em>ma per ci prendi?: “</em>scherzi? Fabio Volo non c’entra nulla col trash di Moccia! Secondo me quello là non ha neanche tutte le rotelle a posto, perché uno di 50 anni che scrive quelle robe lì ha dei problemi.” Nessun collegamento quindi. Ci sono differenze nette nella cultura maggiore. Segmenti. Segni differenti. Volevo andare avanti, approfondire, citare altri scrittori, per esempio la Mazzantini e l’Avallone, e altri cantautori, perché ero sicuro che oltre a Jovanotti come minimo amavano Ligabue, e certamente Sting, o anche qualcuno di quei ragazzi di X-Factor, ma il conduttore è apparso dal nulla e ci ha richiamati.</p>
<p>Toccava alla ragazza che sedeva alla mia destra lavorare, e già si intuiva il suo sbocco emotivo, il suo dolore. La morte dei suoi genitori le ha lasciato un voto straziante e irrisolto, e quella riconciliazione che è necessaria a tutti noi per trovare un po’ di pace, per sfuggire alla morsa delle nostre solitudini interiori, per lei è più difficile. E mentre già iniziava a singhiozzare, e si apprestava a chiamare un ausiliario che avrebbe impersonato suo padre (e sarei stato io, perché mi chiama spesso), pensavo che volevo leggere almeno un libro di Fabio Volo. Ne abbiamo uno in casa, l’ha portato un’amica di mia moglie, una signora di circa cinquant’anni, perché Volo non lo leggono solo le ragazze giovani; è un fenomeno trasversale, lo leggono ragazze, donne di varie età (uomini, non saprei), e vorrei capire di cosa stavamo parlando. Vorrei capire, pensavo tra me, “quali sono i nuovi codici della letteratura maggiore, trovare pregi e difetti, imparare dove c’è da imparare.”</p>
<p>Questa, almeno, era la giustificazione ufficiale. Su quella più profonda e misteriosa, che ha a che fare con la sindrome del sopravvissuto cui parlavo, non ero in quel momento in condizioni di bucare lo smalto protettivo che la ricopriva.</p>
<p>Intanto, mentre mi alzavo tra gli applausi rituali che accompagnano sempre l’entrata in scena di un ausiliario, pensavo al mondo perduto del blues; pensavo alle ragazze innamorate di Jovanotti e di Fabio Volo, e mi è venuta in mente una frase bellissima della scrittrice ebrea Irène Némirovsky, posta sulla pagina bianca del romanzo <em>Les chiens et les loups</em> come un epitaffio, dopo una delle sue tirate lombrosiane antisemite: “Sono questi i miei; questa è la mia famiglia”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/">Vita complicata di un sopravvissuto</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sulle ossa di Pasolini</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 05:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[alberto sonego]]></category>
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		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Sonego</strong></p>
<p>Ho scelto il 4 dicembre, ho scelto un giorno qualunque.<br />
Il forte vento della mattina, nel pomeriggio si placa, ed è possibile intravedere nell&#8217;aria gli odori dei piatti serviti caldi sulle tavole di quel lembo di terra dove vivo, tra Pordenone e Cordenons.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/19/sulle-ossa-di-pasolini/">Sulle ossa di Pasolini</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Sonego</strong></p>
<p>Ho scelto il 4 dicembre, ho scelto un giorno qualunque.<br />
Il forte vento della mattina, nel pomeriggio si placa, ed è possibile intravedere nell&#8217;aria gli odori dei piatti serviti caldi sulle tavole di quel lembo di terra dove vivo, tra Pordenone e Cordenons. Rincaso tardi al sabato, ma stavolta la tavola era già apparecchiata e le bistecche si stanno cuocendo sul fondo bollente della padella. Mia sorella è di fretta, non ha quasi nemmeno il tempo di salutare che è già di sopra a sistemarsi: alle due e mezza va ad Udine, con amici. Io lentamente appoggio lo zaino, mi levo le scarpe, ed infilato un paio di pantofole mi abbandono tra i braccioli di una poltrona troppo comoda per ritrovar la forza di alzarsi, quando mia madre mi avrebbe chiamato a tavola.<br />
Chissà perchè si agitava tanto quella signora, che nell&#8217;auto dietro alla mia, al volante, sembrava impazzire. <span id="more-41060"></span>Più volte aveva tentato di superarmi sulla destra, sulla sinistra, poi di nuovo sulla destra&#8230; senza successo. Eravamo imbottigliati nel traffico, perchè non riusciva a capacitarsene? Aveva gli occhi arrossati, iracondi: li riuscivo a scorgere oltre il vetro posteriore appannato, dal riflesso sullo specchietto retrovisore.<br />
Spero sia arrivata a casa sana e salva.<br />
Sento delle pentole agitarsi, ed il rumore della televisione calare&#8230; ma oltre a delle voci, non sento parole. L&#8217;orologio del dvd player segna: 13:45, ed intanto i passi di mia sorella, dal piano superiore, indicano il nascente affrettarsi collettivo. Le bistecche vengono calate sui piatti bianchi; la bottiglia d&#8217;acqua messa a centrotavola; il cane fatto entrare, l&#8217;odore di cibo liberato dalle finestre; le tende scostate; le voci e le grida; le andature più svelte. I capelli rossi di mia sorella rallentano sulle sue spalle: ora siamo tutti seduti attorno al tavolo.<br />
Ho scelto il giorno 4 dicembre, ho scelto un giorno qualunque. Ma forse proprio per la sua casualità mi ha investito di una dolce e triste aurea nostalgica.<br />
Ieri si era rifatta viva la Diva, mi aveva chiesto un incontro, almeno per scambiarci qualche parola sugli ultimi fatti delle nostre vite. Un caffè amichevole, e come potevo rifiutare? Era previsto per la serata, ma poi mi ha dato buca. Me lo dovevo aspettare da lei, tuttavia che potevo dirle?<br />
Uno scacco alla noia di essere uguali tra gli uguali, ecco cos&#8217;è stato il 4 dicembre. Diversamente uguale: ecco come voglio definirmi. Addentando la carne rossa che ancora spandeva qualche goccia di sangue, mi sono reso conto di essere diventato cannibale di me stesso, ma divorando i pezzetti di grasso cotto ho riflettuto sui miei programmi per l&#8217;immediato domani. Solo allora mi sono reso conto che se non l&#8217;avessi fatto oggi non l&#8217;avrei fatto più, e la mia domenica si sarebbe bloccata ed avrebbe assunto soltanto i ripetitivi retroscena di una serata tra amici. Avrei solo accumulato altre ore di sonno da recuperare, e poi che altro? Una svogliata ripetizione di biografie d&#8217;autori, probabilmente seduti al tavolino di un bar, infiacchito dal mio stesso modo di parlare piatto, scollato, mancante. Sarebbe stata una domenica di ulteriore noia, ed il lunedì sarei tornato a scuola con la stessa casacca invisibile, nuovamente uguale tra gli uguali.<br />
Eppure la parte vicina all&#8217;osso era così succulenta, piacevole al tatto oltre che al gusto, e la serravo gelosamente tra le mani, ancora parlando e riflettendo allo stesso tempo due ragionamenti differenti.<br />
Dovevo evadere dal sabato sera.<br />
Dovevo evadere da quel rito orgiastico ripetuto con cadenza frequente e puntuale, o almeno provarci. Dovevo riuscire a credere al di là della morte, per garantirmi una vita priva di peccati. Perchè la mia follia non la ricavo dal vino, ma dalla liberazione di ogni mio istinto più mascherato, avendo compreso di essere in realtà contro ciò che è contro l&#8217;etica dei benpensanti spie.<br />
Ho scelto il 4 dicembre, sperando che la gelida brezza della mia emotività ormai frantumata potesse in un qualche modo assiderare anche i sospiri nostalgici del mio spirito, ed ho scelto una data qualunque per onorare la mia stessa anonima morale.<br />
Riorganizzando in fretta e furia l&#8217;acconciatura e con un trucco appena accennato sul viso, mia sorella era pronta per partire. Toccava a me portarla in stazione, ma già da dieci minuti la attendevo accanto alla mia macchina, e nel frattempo le due sigarette che avevo scroccato a mio padre si erano volatilizzate tra i miei polmoni e la lastra di vetro lucido dell&#8217;auto. Era una linea sottile, una bianca lucentezza a separare il finestrino dalla lamiera, e la cenere ci danzava attraverso, colpendolo con sporadiche smorfie di disgusto e disprezzo.<br />
Sul viale di Sclavons non passava nessuno, e non fu difficile ingranare la terza, facendo scalare il cambio sul mio palmo asciutto, quindi accelerare voracemente, divorando la gomma degli pneumatici. Superata la prima curva la mia espressione si iniziò a rivolgere verso il basso, a seguire un tracciato invisibile fatto di percorsi ripetuti quotidianamente, a velocità più o meno istantanee a seconda dei ritardi. Mia sorella mi intimava di spingere il pedale dell&#8217;acceleratore. &#8220;I punti della patente sono i miei, decido io cosa farne&#8221;, le rispondevo. Intanto anche il primo semaforo era passato, a luce gialla lampeggiante. Strano, non ricordavo nessun temporale. Un guasto tecnico, ecco cos&#8217;era. Adesso un autobus fa segno di voler accostare. Lo supero, e sono già di fronte alle scuole medie di Torre, ed è la pelliccia sul cappuccio del cappotto di mia sorella che mi indica l&#8217;osteria lì vicino, dove i miei mi hanno detto si mangia molto bene.<br />
Tutto il tragitto è quello che di solito intraprendevo per andare a Conegliano, ma la noia è cambiata, è più contenuta. La stazione di Pordenone si staglia fiera preceduta dal capolinea delle corriere. Qui al sabato pomeriggio ce ne sono poche, ed i rari studenti con lo zaino in spalla non si affrettano più scavalcando con un balzo solo le alture dei marciapiedi.<br />
Rido in faccia al segnale &#8220;dare precedenza&#8221;, mi immetto a gran velocità sulla corsia che incanala gli automobilisti che si dirigono all&#8217;ingresso della stazione. Un vecchio signore che porta una borsa in spalla ed un baule appeso al tremore delle sue mani mi ricorda me stesso, quando ero ancora vecchio: simile ad un anziano indugiavo ad abbottonare il kimono dell&#8217;inverno greco.<br />
Non c&#8217;è la polizia, sebbene di solito un&#8217;auto sia sempre appostata davanti al lungo cancello verde che si affaccia sui binari. Anche pochi giubbotti neri di stranieri che sperduti marciano con passo cadenzato. L&#8217;odore di fumo dell&#8217;abitacolo pervade anche l&#8217;esterno quando arrestato il mezzo, mia sorella scende trascinando con sè le ceneri del Friuli: il trucco è respinto dal clima vivace e giocosamente ribelle, le spalle sono strette in un&#8217;improvvisa morsa.&#8221;Mi aspettano nell&#8217;atrio&#8221; mi dice, e scompare saltando alla Fosbury il logorato kimono del vecchio.<br />
Più tardi avrei scoperto che quella unta ed appiccicosa stazione fu sputata sulla carta del 1855, quando ancora l&#8217;Unità d&#8217;Italia non c&#8217;era, e qui era l&#8217;impero austro-ungarico a levigare le acque del Noncello con le prue delle sue barche.<br />
Ma al di là della sua biografia mi sembrava consumata ieri, quel 4 dicembre scelto a caso tra i tanti.<br />
La mia macchina prese una direzione spontanea, verso i campi che circondano la mia casa: ritornare per prendere il mio taccuino, perennemente in lotta col pc, e quella macchina fotografica digitale che da tempo aveva sostituito i rullini, i negativi e le giornate dal fotografo a far sviluppare le pellicole. Un bel duello continuo, quello che il mio computer combatteva con il quadernetto Quo Vadis, l&#8217;uno forte del nuovo, l&#8217;altro certo delle sue pagine ideate ancora quando c&#8217;era solo il papiro. Me li immaginavo &#8211; e non ero neanche all&#8217;altezza della rotonda di via Revedole- che si affrontavano piegandosi ed accendendo ogni spia, come del freno a mano, della riserva e delle frecce direzionali sul mio quadrante. Lampeggiavano ognuno con boati diverso, e chi si chiudeva, chi si sfogliava, chi singhiozzava un processore tremendo, chi sbriciolava dell&#8217;altro copertina o plastica nera. Traballavano passando da un tetto all&#8217;altro delle auto che scorrevano sul tratto di Pontebbana che dovevo attraversare, poi si staccavano dirigendomi un soffio, e la luce verde del semaforo si accendeva.<br />
Mi accompagnarono così fino all&#8217;incrocio di via Nogaredo, lì dove sotto il grande noce era già stato fissato un presepe  fatto da bimbi ed educatori, poi mi lasciarono proseguire da solo.<br />
Fu in quel momento che scelsi, e scelsi il 4 dicembre. Alla partenza dalla mia via mi soffermai ad osservare il profilo delle montagne, che innevate facevano capolino oltre la sagoma degli alberi, sul vial di Sclavons. Parevano guardare al Tramit. O forse al Pasch?<br />
D&#8217;altronde io Cordenons l&#8217;ho sempre conosciuta così: un elenco di quartieri (avevo imparato i loro nomi assistendo alle sedute del consiglio comunale) che però non ero (e non sono tutt&#8217;ora) in grado di collocare geograficamente. Di ognuno di essi posso accennare ad un raro dettaglio (un luogo o un nome), dettare una sconnessa indicazione, tanto che spesso fingo di essere foresto qualora un passante mi domandi un&#8217;indicazione. Ed allo stesso modo, quel paesaggio di fondo non sapevo dove guardasse, o cosa scrutasse del mio paese. Che fosse la punta del campanile della piazza a solleticarlo? Oppure il rumore di palle da basket che rimbalzano al centro sportivo di via Pasch?  &#8220;Forse niente di tutto questo&#8221;, mi dissi arrendendomi. Forse quelle montagne rimanevano lì allacciate alla dura roccia coperta di neve, ed aspettavano. Probabilmente attendevano un esploratore che sorvegliasse i loro boschi, oppure si dolevano per le lame degli sci per le quali rischiavano terribili cicatrici.<br />
Avevano smesso l&#8217;abito verde dei prati, le montagne. Con un cappuccio bianco canticchiavano lo Jodel nelle menti dei bambini, eppure per me erano meno attraenti vestite con fiocchi e rami secchi, sepolti.<br />
Erano come un poster steso a coprire un muro sconquassato, perchè il palazzo che era loro più vicino non assomigliava essere pervaso dal gelo, ed il suo mantello stonava col profumo tenue delle nubi acquerellate.<br />
Avendole davanti, ero già sull&#8217;estuario, alla foce di un piccolo rigagnolo tra le acque dell&#8217;asfalto. Svoltai a destra appena il traffico me lo consentì.<br />
Non riuscivo ancora a credere a quello che stavo facendo: andare a rendere omaggio a Pier Paolo Pasolini. Un sabato all&#8217;inizio dell&#8217;inverno, declinando inviti ad aperitivi o incontri solitari al Primavera.<br />
Per lui stavo intraprendendo quella in molti mi avrebbero indicato come atto di follia&#8230; follia pura follia vera! D&#8217;accordo ubriacarsi ed inventare scuse con i vigili per poi scappare via; d&#8217;accordo scommettere con il proprio amico di farsi un tot numero di ragazze; va bene rischiare il come etilico in discoteca; più che accettabile suonare ai campanelli delle case per poi andarsene.<br />
Ma rendere omaggio alla tomba di un autore&#8230;! Vera follia insomma.<br />
Guardo il Noncello che mi passa vicino, scende da sinistra, s&#8217;infila sotto il ponte , e risbuca quando con la mia auto sono già lontano. Non ho tempo di notare il suo modo di adagiarsi sulle grate dell&#8217;allevamento di trote, sono a 70 km all&#8217;ora.<br />
Mi ero davvero slegato dalla ripetitività del sabato? Un giorno scelto a caso. Ma forse, non del tutto a caso.<br />
Con la mia macchina fotografica immortalavo le più bizzarre espressioni del cielo, per non dimenticarle. &#8220;Per quelle pagine che a lungo mi sono ripromesso di scrivere&#8221;, pensavo. Ora ce le ho qui, una ad una le faccio scivolare dentro e fuori dallo schermo, e l&#8217;Audi A4 ad un certo punto si tramuta in un prato verde, scolorito. Eppure il tramonto rimane lontano.<br />
Questa parte di Cordenons la conosco molto bene: spesso me ne andavo con la canoa risalendo il fiume. Là sotto c&#8217;è lo stesso pontile che usavo da tramite per comunicare con la barca&#8230; piano la accarezzavo, come per prenderci confidenza, ed inarcavo il bacino accucciandomi fino a sfiorare con le ginocchia le tavole lì fissate. Una gamba e poi l&#8217;altra: così iniziavo a scalare la corrente. Il cemento del ponte mi scuriva lo sguardo, perchè mi sembrava di entrare in una galleria buia, senza torce nè lampade; poi ricominciava il sereno, che erano gli pneumatici di gomma dura fissati al lato di due rocce. Qui l&#8217;acqua era più violenta, tanto che spesso la prua del kayak dondolava indecisa prima di affossare la plastica nel minuscolo vortice della sponda. Mancava solo un altro gradino per restare come nell&#8217;olio e pagaiare tranquillo, ma ormai giunto alla rotonda che porta oltre via Bellasio dovevo pensare alla strada migliore da seguire.<br />
Sebbene fossero le rosate nuvole dell&#8217;orizzonte a catturare la mia attenzione (quella sfumatura arancione involontaria, che al mio ritorno si sarebbe rivelata in un arcobaleno) capii di dover virare, sfrecciando con la mia Ka grigia come con un mulo scapestrato, cavalcando l&#8217;asfalto che mi faceva sussultare. Da qui, oltre una piattaforma di morena, guardavo le stamberghe e le ville dei contadini, gli stessi che siedono in piazza il sabato pomeriggio.<br />
E quante se ne raccontano, su di loro! C&#8217;è chi dice che fino a cent&#8217;anni fa si appostassero poco lontano da dove abito (sul confine tra i due comuni), e quando calava la sera impugnavano i forconi, per impedire che la gente di Pordenone salisse, a mettere incinta la loro donne. Anche loro, in un modo più particolari, cultori della razza &#8220;perfetta&#8221;, del &#8220;sangue puro&#8221;, tanto che chiamavano meneghei quelli che nei primi anni Sessanta si trasferivano a Cordenons, provenendo da altre zone della Regione.<br />
Non mi facevano paura, quei contadini, perchè sapevo bene che oggi ormai hanno perso il loro potere, o quantomeno il loro prestigio. Ormai sono soltanto addetti a coltivare numerosi acri di terra, e sebbene la posseggano questo non fa di loro delle persone autorevoli.<br />
Ad esempio quel granaio bianco: sono sparite le riunione durante le quali ognuno parlava degli affari altrui; e pure sono scomparsi metaforici roghi, ai quali i ribelli erano plebiscitariamente condannati. No, non mi fanno più paura i contadini: le loro famiglie non si reggono più agli aratri ed ai trattori, le loro donne non so o più picchiate. E se Dio vuole, oggi i confini sono aperti.<br />
Ma il sommerso è vanescente, e già sulla Pontebbana mi interrogo su quanto il nuovo possa essere effettivamente salvato. Pregando i miei dèi, sono già al quinto scatto, e da Fiume Veneto a Poincicco sono descritte solo celle d&#8217;erba, separate da filoni di capannoni chiari. Non sono lontano da Casarsa, ma anche casa mia mi sembra vicina&#8230; che sia questa terra ciò che in realtà mi è familiare? I freni del camion davanti a me stanno zitti, ed all&#8217;improvviso squillano i fari. Orcenicco inferiore, accendo la radio. Attorno a me si fa sera, ma non è ancora scuro: posso intravedere con relativa facilità le indicazioni, e poi la diramazione che più celermente mi condurrebbe a San Vito.<br />
Ricordo lassù, sopra al bar, il vecchio appartamento di un&#8217;amica. Allora era questo il paese? Non gliel&#8217;avevo mai chiesto, mi importavano solamente direzioni meccaniche a partire dal bar Primavera.<br />
Quante cose non conosco. Già me ne sorpresi navigando lo stradone fin dopo l&#8217;Emisfero, e qui volteggiando fino ad imboccare uno svincolo, dopo la rotonda. Ripensavo a quei contadini, che forse come Ippolito avevano intuito il progressivo disgregarsi di un&#8217;età dell&#8217;oro ancora fresca, di neanche cinquant&#8217;anni fa.<br />
Ma io non potevo parlare a nessuno, se non ad una coscienza già marcia, perchè è per me impossibile cogliere le stesse sfumature di un vecchio.<br />
Non ebbi il tempo di finire di contemplare le onde dei cieli, quando nuove indicazioni mi si pararono davanti: sbagliai strada più volte, finchè il mio sguardo abbandonò gli insensati incroci ed i semafori, e si posò su degli alti cipressi, in lontananza. Piano, sterzando accuratamente ad ogni curva, arrivai alle porte del cimitero di Casarsa, e lì, prima dell&#8217;ingresso, i posteggi attendevano la mi auto a poggiarsi sulle loro strisce bianche (le pericolosa vernice che nemmeno un anno fa aveva fatto scivolare il mio scooter). Mi fermai, feci qualche manovra per piazzarmi bene, poi spensi il motore. Appoggiai la mano sulla portiera&#8230; no. La ritraggo. Guardo fuori dal finestrino del passeggero: le nuvole non si sono ancora acquietate, e sento delle voci giungere da dentro il cimitero.<br />
E se non fossi riuscito a trovare la lapide? Cosa avrei fatto? Di chiedere a quella gente (chiunque fossero) non se ne parlava: sono sempre stato timido, e poi non mi sembrava il caso di fare la figura del pazzo (non credo siano in molti a domandare, quasi fosse un indicazione, &#8220;scusi, per la tomba di Pasolini&#8230;?). &#8220;Sono già abbastanza pazzo per conto mio&#8221;, mi ripetevo, non riuscendo ancora a credere di aver davvero fatto tutti quei kilometri per dondolare i miei pensieri sul sepolcro di un poeta.<br />
E se mi avessero visto vagare per il cimitero? Mi avrebbero forse fermato, mi avrebbero chiesto &#8220;chi stai cercando&#8221;? No, no davvero: sarebbe stato indelicato fare questioni sull&#8217;identità del morto desiderato. Ancora qualcosa mi frenava&#8230;<br />
Avevo chiesto a mio padre se era possibile fare delle foto, in un cimitero. Lui sorpreso mi rispose di sì, &#8220;perchè non si potrebbe?&#8221;, fece. Beh, non lo so neanche io&#8230; fatto sta che mi assicurai di aver la macchina fotografica ben nascosta nella tasca interna del giubbotto. Ma allo stesso tempo mi sentivo in colpa.<br />
Verso chi, verso cosa? Probabilmente era un riflesso condizionato da tutti coloro che al mio ritorno (al solito meeting dei sabato sera), saputo della mia visita, mi risero in faccia. Mi è sempre stato così difficile assorbirmi in una mia identità, avvolgermi calorosamente in uno scialle di ricordi e di morali&#8230; questa terra può aiutarmi a farlo?<br />
Intanto stavo ancora lì, in macchina, facendo attenzione che non passassero tipi loschi (non ho ben chiaro come si facciano a bloccare le porte dall&#8217;interno).<br />
Mi decisi ad entrare nel cimitero fumando l&#8217;ennesima sigaretta e cuocendo un po&#8217; i miei occhi alla spettrale luce del tramonto. Quindi chiusi la macchina, misi le chiavi in tasca, mi abbottonai il giubbotto, ed a passo lento varci la porta piccola di destra dell&#8217;ingresso, l&#8217;unica aperta. Mi sorpresi di non trovare la ciotola d&#8217;acqua santa, ma può essere benissimo che non la vidi. Feci il segno della croce, da buon cristiano, e mi soffermai un attimo lì, sul ciottolato che rivestiva il perimetro delle lapidi, ne tracciava quasi un confine perchè uno potesse distinguere il mondo dei vivi da quello dei morti. Gettai un&#8217;occhiata più in fondo, notando una piccola chiesetta (non era esattamente una chiesa, non so il nome preciso) e colombaie di recente costruzione.<br />
Qui vicino scorsi una giovane donna che teneva per mano una bambina, sua figlia (la sentivo chiamare &#8220;mamma mamma&#8221;), e facevano su e giù da un lato nascosto, portano ogni volta ad un&#8217;effige fiori di diversi colori. &#8220;Fa&#8217; che non sia il marito, fa&#8217; che non sia il padre&#8221; pregai, ad occhi chiusi.<br />
Cercai a lungo la tomba dell&#8217;artista, scoprendo che Colussi (il nome della madre, accanto alla quale aveva espressamente fatto richiesta di essere seppellito) era un cognome molto diffuso, a Casarsa. Decisi, dopo un giro andato a vuoto, di individuare le lapidi più grandi, o i mausolei, e setacciarli: Pasolini sarà in uno di quelli. Ma neanche a metà giro mi accorsi che le personalità di spicco (tali dovevano essere, perchè fossero deposte lontane dai loro cari ma celebrati con corone e bouquet) che giacevano tra le cappelle ed i pini erano per me perfetti sconosciuti. Pensai alla chiesetta laggiù, in fondo al camposanto&#8230;<br />
No, c&#8217;avrei scommesso qualunque cosa mi avessero chiesto: non si trovava là. Scoraggiato, mi apprestai a compiere l&#8217;ennesimo giro di ricognizione, stavolta passando in rassegna lapide dopo lapide.<br />
Non mi importava se avessi dovuto perdere tutto il pomeriggio: a cose iniziate non mi tiro indietro. La mia follia non era completa&#8230; avrei fatto davvero una figura barbina a tornare a casa, ed a domanda rispondere &#8220;non l&#8217;ho trovato&#8221;.<br />
Eppure qualcosa veleggiava sulla destra: un altro Colussi. Ormai disincantato mi spostai sul nome di battesimo: Susanna. Susanna Colussi. Più a destra, sovrastato da un ramo d&#8217;alloro, leggo la scritta:</p>
<p>PIER PAOLO PASOLINI</p>
<p>1922-75</p>
<p>L&#8217;avevo trovato.<br />
Il suo corpo l&#8217;avevano scaricato lì sotto, a pochi centimetri dai miei piedi&#8230; sotto metri di terra. Murato vivo.<br />
Quell&#8217;incisione suonò come in un eco di 35 anni, ma non invocava nomi, non chiamava a raccolta&#8230; i cipressi iniziarono a scavare il cielo quasi trivellando anche il mio respiro strozzato.<br />
Sul suo corpo cresce un&#8217;edera che si confonde con le macchie di muro, ed una piantina d&#8217;alloro è l&#8217;unico segno della sua vita&#8230; guardo a terra. Un pezzo di carta sotto un sasso. E&#8217; tutto bagnato, sgualcito.<br />
Sulle prime mi allarmo: che sia un messaggio di odio che quelli che in vita lo tormentarono gli avevano lasciato ad eterna memoria sopra la bara? Infuriato lo raccolgo, e sono pronto a strapparlo quando (aprendolo pian piano) leggo pochi versi in friulano, forse di una di quelle poesie che compose quando viveva a Casarsa. Lo ripiego pallido, e lo ripongo sotto quello stesso sasso, nello stesso punto.<br />
Quasi mi sembra d&#8217;aver profanato qualcosa&#8230;<br />
Cos&#8217;ho fatto?<br />
Un vortice di pensieri indescrivibile si riversa sul mio taccuino, e quella sera mi bastava il focolare della sala per distrarmi, immaginandomi di essere ancora accanto a te, nel cimitero.<br />
Avevo scelto un giorno a caso, un 4 dicembre pescato dal calendario. Ma non l&#8217;ho lasciato a caso.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/19/sulle-ossa-di-pasolini/">Sulle ossa di Pasolini</a></p>
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		<title>Nuovi autismi 11 &#8211; La superiorità intrinseca di taluni critici letterari e di altri individui</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/17/autismi-11-la-superiorita-intrinseca-di-taluni-critici-letterari-e-di-altri-individui/</link>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 09:30:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/michaux.jpg"></a> Talvolta le persone si credono superiori. Tu gli parli, e cerchi i loro occhi più o meno alla tua altezza, ma è evidente che loro ti guatano e ti parlano dall’alto di un loro elevato o anche elevatissimo piedestallo mentale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/17/autismi-11-la-superiorita-intrinseca-di-taluni-critici-letterari-e-di-altri-individui/">Nuovi autismi 11 &#8211; La superiorità intrinseca di taluni critici letterari e di altri individui</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/michaux.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-41027" title="michaux" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/michaux-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> Talvolta le persone si credono superiori. Tu gli parli, e cerchi i loro occhi più o meno alla tua altezza, ma è evidente che loro ti guatano e ti parlano dall’alto di un loro elevato o anche elevatissimo piedestallo mentale. Tutte le loro mimiche e parole presuppongono un’arcana e non negoziabile superiorità, e sono comprensibili solo alla luce di tale inesorabile egemonia. A me, forse proprio perché ho un’apparenza e un eloquio un po’ dimessi, e perché in fondo non ho nulla contro le gerarchie qualitative, capita spesso. Devo confessare che per qualche verso mi piace, o comunque non mi dispiace. Come dire, almeno i ruoli sono chiari. È come indugiare accanto a un arcigno vigile urbano: si sa che lì il codice stradale – che pur sempre legge è, con le sue approssimazioni e ingiustizie &#8211; verrà rispettato, non avverrà niente di aberrante. Mi capita soprattutto nelle faccende letterarie, come si può immaginare, essendo io un impresentabile bifolco (per certi versi quasi minorato),<span id="more-41025"></span> che porta sulle spalle le proprie vicissitudini editoriali come un’anacronistica fascina di legna da ardere. Dalla mia ho solo le qualità  intrinseche – ammesso che allignino davvero &#8211; dei testi che ho scritto: pochissima cosa. La superiorità assume certe volte le sembianze di un critico al contempo giacobino e di grido, persuaso – per quanto incredibile possa apparire &#8211; che la critica letteraria sia più fervida e vivida della letteratura stessa, o che la letteratura contemporanea si riduca a un unico autore di valore, quello da lui scoperto. O di un internauta fondamentalista, di uno scrittore di provincia con sornione deglutizioni, del vanaglorioso presidente della società cittadina di lettori. In ogni caso so già in anticipo che le mie parole sono destinate a sfracellarsi e a scivolare verso il pavimento, come gocce d’acqua su una superficie impermeabile. Ma anche nel mio indaffararmi tecnico e scientifico ho a che fare assai spesso con individui che si congetturano superiori. Anche qui la cosa è per moltissimi versi comprensibile: i miei sodali di debutto sono ormai professoroni e alti dirigenti, hanno cariche e famiglie, e invece io sono un incancrenito precario, e non posseggo nemmeno un telefono portatile. È quindi pertinente che mi trattino dall’alto in basso. Io stesso in loro presenza chino un po’ la testa, in modo da facilitare le cose. Del resto è normale che le persone si reputino superiori. Tutti abbiamo bisogno di considerarci più essenziali dei nostri simili, tutti noi proviamo una struggente necessità di pensarci al centro della nostra esistenza e del mondo, se vogliamo sopravvivere. Facendo leva su peculiarità anche infime, come la predisposizione alla fabbricazione delle pallottoline di mollica alla fine dei pasti, o alla bonifica della tazza del cesso con l’apposita spazzola dopo la defecazione, ma pur sempre idonee a distinguerci dai sette miliardi di umani, tutti drammaticamente simili, che fiatano al nostro fianco. A ben vedere coloro che mi parlano dall’alto di un piedistallo non sono che dei fanatici dell’esistenza, degli incorreggibili ingenui. Devo confessare che io vengo da una famiglia nella quale tutti si sentono intrinsecamente superiori, quindi ho tesaurizzato fin dall’infanzia una caleidoscopica esperienza in materia di stechiometrie umane. Mia madre si è sempre sentita superiore a me come al resto dell’universo (tuttora nonostante l’età iperbolicissima qualche volta le scappa una asseverazione del suo incolmabile vantaggio), così come sua madre si credeva superiore a lei, e avanti così risalendo le altezzose generazioni. Ma anche mio padre si considerava, seppure per ragioni diverse, che avevano a che fare con il vitalismo fascista e l’ardimento guerriero, superiore a me. Forse proprio per questa mia dimestichezza con le estrinsecazioni più varie del predominio sono così a mio agio nelle paludi limacciose della soggezione. Sono insomma un bastian contrario (se non addirittura un perverso). Come tutti sanno la forma di preminenza che va per la maggiore ai giorni nostri, in attesa dell’implosione risolutiva del sistema capitalistico, è quella pecuniaria. Uno si erge sul proprio mucchio personale di banconote e di balocchi di valore (o più spesso sta semisdraiato, per evidenziare l’invidiabile conforto), e da quella cima ventosa contempla con commiserazione i bassifondi del mondo. Ma il piedistallo può essere costituito anche solo dalla nomea mediatica, dalla prestanza calcistica o natatoria, da una carica politica, o semplicemente dalla gradevolezza fisica. Anzi, spesso i più implacabili superioroni sono proprio i belli: ogni loro sospiro o sguardo esprime l’inarrivabile supremazia. Per quanto mi riguarda, oltre a preferire le persone brutte, non mi preoccupo troppo degli aspetti tassonomici: di qualunque specie si tratti, trovo riposante scivolare sugli specchi ben lucidati dell’autostima altrui. Amo l’ebbrezza del trascinamento gravitazionale, amo non dovermi mettere in gioco. Certo però quando la cosa è troppo smaccata un po’ di fastidio lo provo. Non sopporto i critici letterari che, dopo averli travisati per manifeste aridità e rozzezze immanenti, sprezzano con induzioni volgari i miei testi, gli editori che mi parlano allungati con le mani annodate dietro la nuca, i commentatori digitali che zampillano rancorosa saccenza. Però sono eccezioni, di solito mi garba essere guardato dall’alto, come da una pendice si scruta un modesto avvallamento sprovvisto di attrattive.</p>
<p><em>[l'mmagine: H. Michaux, "Par des traits", 1984]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/17/autismi-11-la-superiorita-intrinseca-di-taluni-critici-letterari-e-di-altri-individui/">Nuovi autismi 11 &#8211; La superiorità intrinseca di taluni critici letterari e di altri individui</a></p>
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		<title>Il fondo del bicchiere</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 05:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/boccale.jpg"></a> di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Quella notte tornammo a casa dal Cowboy Landscape di Voghera con almeno sei o sette litri di birra in due – e questo significa che almeno tre quarti di quei litri riempivano la mia, di pancia. Laurina è quella della coppia che ci dà un occhio a queste cose, ci sta attenta, e difatti la sua pancia è piatta come la tavola da stiro che sempre più saltuariamente usa per le mie camicie e i pantaloni mollando a me il malloppo (“Toh, adesso ho dell’altro”).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/27/il-fondo-del-bicchiere/">Il fondo del bicchiere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/boccale.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/boccale.jpg" alt="" title="boccale" width="162" height="208" class="alignleft size-full wp-image-40836" /></a> di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Quella notte tornammo a casa dal Cowboy Landscape di Voghera con almeno sei o sette litri di birra in due – e questo significa che almeno tre quarti di quei litri riempivano la mia, di pancia. Laurina è quella della coppia che ci dà un occhio a queste cose, ci sta attenta, e difatti la sua pancia è piatta come la tavola da stiro che sempre più saltuariamente usa per le mie camicie e i pantaloni mollando a me il malloppo (“Toh, adesso ho dell’altro”). Tuttavia anche lei negli ultimi periodi – col divaricarsi dello spread, e col cambio di governo, e quei listini che si vedono alla televisione un giorno sì e l’altro anche due volte sì, che ti rimbecilliscono col loro saliscendi masturbatorio, alle nove del mattino segnando meno, poi riprendendosi, poi arrivando al pomeriggio a un’impennata e l’Italia sembra forte, pensi ai marmi delle statue, ai mattoni delle chiese, alle pietre che pavimentano le strade, e tutto sembra duro, forte, inaffondabile, fino a quando si arriva alla chiusura e tutto quanto si smorza e si attenua, “brusca virata”, la solita grigia esistenza –<span id="more-40835"></span> sì, anche Laurina ultimamente ha bisogno di qualche camelia sinensis in più per trovare sonno e mi dice che presto se va avanti così avrà bisogno di qualcosa di anche più forte di quello, e quando usciamo al venerdì e al sabato sera ordina sempre più spesso birre, spritz, bevande alcoliche, anche se come ho detto ci dà ancora un occhio, non vuole diventare la nave che sto diventando io più o meno all’altezza della cintola dei pantaloni, ci sta attenta.<br />
Però è innegabile che quella sera (28 novembre 2011) entrambi tornammo a casa da Voghera molto più che alticci. La serata era sui cinque o sei gradi sopra lo zero. Fredda. Senza stelle. Macchiata di nebbia biancastra e giallastra qua e là. Ma non delle peggiori. Non era ventosa. Nonostante la nebbia non percepivamo troppo umidità. Naturale che a guidare furono i nostri amici dato che saremo anche col batticuore per lo spread e la situazione finanziaria (Laurina aveva sentito in tivù Enrico Letta affermare che il mutuo delle case sarebbe diventato quattro volte tanto dopo le manovre del nuovo governo – democraticamente non eletto, come mi divertivo a ironizzare  almeno all’inizio della vicenda, perché adesso c’è solo alcol e pancia gonfia e sempre meno pensieri e sempre più testa vuota), ma ancora non siamo così fatti da guidare in stato di ubriachezza. No. Non ancora.<br />
Danny e la Sabrina avevano guidato senza problemi anche perché si sentivano in colpa per averci portato al Cowboy Landscape, una specie di saloon all’americana con cowboys e cowgirls di Castellazzo Bormida, Pozzolo Formigaro,  Fresonara e Polverola. Si balla musica country e blue grass. C’è una struttura per fare rodei e qualche stalla con cavalli dal muso triste, e dall’aspetto piuttosto malnutrito, balle di fieno nei campi e una volta ogni tanto vengono organizzate corse coi cani. Non che sia un locale malvagio. E’ persin bello, com’è agghindato e tutto. Sembra proprio di essere nel West. Però non è esattamente il nostro genere. Metterci gli stivaletti. Calcarci in testa un cappello da cowboy. Laurina e io ci sentiamo ridicoli dopo mezz’ora. Anche quando andiamo da MacDonald’s o Burger King circondati da plastica  e metallo ci succede e credo che in una decina d’anni da quando ci conosciamo non saremo mai andati a un Bowling assieme. Tra l’altro il Canadian Burger che ha ordinato Laurina le è rimasto sullo stomaco, e ha cominciato a lamentarsi.<br />
La cosa fondamentale da tenere a mente nella nostra storia è in ogni caso che siamo ubriachi, ma anche che non siamo stupidi. Per dire, non abbastanza stupidi da guidare in stato d’ubriachezza e dunque (dato che l’una cosa contiene probabilmente l’altra) abbastanza intelligenti da accorgerci all’istante che la porta del nostro appartamento è aperta e che sia io che Laurina eravamo sicuri d’averla chiusa. Dunque che cosa ci faceva aperta?<br />
“Oddio, non dirmi  che ci sono i ladri!” mi dice Laurina.<br />
Io dondolo stile  cretidiota sentendomi un acquario pieno di birra. Anzi devo persino stringere le chiappe perché ho paura che qualche pesce rosso mi possa scendere dal buco del sedere. “Be’, mi pare l’avessimo chiusa”<br />
“E ti pare sì, perché l’ho chiusa…”<br />
Io spingo l’uscio e la porta si spalanca.<br />
Un buio denso, impressionante sta lì davanti a noi.<br />
“Aspetta aspetta aspetta!”<br />
“Che c’è?”<br />
“Ma non l’hai visto il furgone parcheggiato qui fuori davanti al palazzo?”<br />
Abitiamo in zona Oasi in un complesso residenziale con palazzi di una decina di piani. E’ stato un affare, abbiamo acquistato l’appartamento novantamila euro, e sono cento metri quadrati di casa. Con i nostri stipendi d’impiegati, ce lo possiamo permettere. Il nostro appartamento è situato al quinto piano Scala B.<br />
“No, non ci ho fatto caso…”<br />
“Be’, io l’ho visto e…”<br />
Laurina e io sentimmo un fischio sul pavimento e poi uno schianto. Proprio come qualcuno che muovendosi nell’oscurità sta facendo strisciare il nostro mobile in sala e il mobile cade.<br />
“Non dirmi che sta succedendo anche a noi…”<br />
“Che.. co…”<br />
“Una rapina, creti. I ladri! E’ un mese che svaligiano, qui a Tortona.”<br />
Laurina ha ragione. Ora ricordo anch’io. Ho letto tutto quanto su Panorama di Tortona. Negli ultimi due mesi ci sono stati qualcosa come quindici appartamenti svaligiati. Un paio anche a un isolato da Zona Oasi. Nelle vicinanze. Poi a San Bernardino. Poi in Zona Paghisano. Dal cimitero.<br />
“Che… ca… eff… ass…”<br />
E prima che potessimo fare dietro-front e filarcela da dove eravamo venuti ossia ritornare nell’ascensore e schiacciare il tasto T, sentiamo una voce nell’oscurità.<br />
“State un po’ fermi, veh, che sennò vi sparo.”<br />
“Chi… che… ca…” dico io.<br />
Una luce si accende. Un uomo all’interno.<br />
Una calzamaglia. Un passamontagna.<br />
Una pistola in mano.<br />
“Merda…” sibilo io.<br />
“Fermi lì! Anzi, entrate un po’, veh, entrate e non fate furbate!”<br />
Laurina e io entriamo.<br />
Sbuca subito fuori qualcun altro e incredibilmente questo qualcun altro non indossa passamontagna.<br />
“Ma sei scemo?! Giri per la casa a faccia scoperta?” fa l’altro.<br />
Laurina e io non possiamo crederci.<br />
Conosciamo quell’uomo.<br />
E’ l’impiegato giù in centro città allo sportello della nostra banca del vino e del formaggio, come ormai la chiamo io dopo che da banca con le palle si è trasformata dall’oggi al domani in una banchina col tutù rosa che fa piroette in punta di piedi e soprattutto salti mortali – e quelli li fa fare anche a noialtri clienti.<br />
“Frangini!” gridiamo Laurina e io.<br />
“Oh cazzo, no! Che fig…”.<br />
L’impiegato Frangini diventa rosso.<br />
Fa per coprirsi la faccia.<br />
Io lo riconosco subito, e bene, perché vado spesso in banca, specialmente negli ultimi periodi di crisi. Ci siamo fatti un bel po’ di chiacchierate Frangini e io, con lui sempre a rassicurarmi, a raccontarmi un mucchio di frottole.<br />
“Oh no…” dice ancora.<br />
“S’è ca fuma? S’è ca fuma ades?” dice l’altro.<br />
“Sparal! Sparal tuti e du! Se ca ta vo fa?” dice Frangini in dialetto.<br />
“Ma sei scemo? Ci danno l’ergastolo! La sedia elettrica!”<br />
“Sparal a t’ho dit!”<br />
“Ta tel fat un’atra vota! Ta vé in gir senza maschera! Non è la prima volta! E’ la seconda! La seconda, zio cane! Non ti ricordi cosa è successo a quell’altro da cui ti sei fatto vedere? Non te lo ricordi?”<br />
“Sparal!<br />
“Ta ghe propri ‘na testa quadra…” fa l’altro.<br />
“Frangini, non spari. Non diremo niente a nessuno!” dice Laurina.<br />
“Frangini, ma che succede? Perché lo fa?”<br />
Frangini ci guarda. Ha i capelli color della stoppia, ma nella mia allucinazione alcolica mi sembra un piatto di spaghetti al burro. La pelle abbronzata. Non è un brutto uomo. Sicuramente migliore di me, con i miei cinque o sei litri di birra nella pancia. “E’ la banca che ci ha detto di rapinarvi” dice.<br />
“Che cosa?!”<br />
“Eh, storia lunga. Lasciamo stare”<br />
“La banca? Ma cosa s’inventa, cosa?”<br />
“Ma se va dig paregia va dig paregia! Sono le banche! Perché fussa par mi mica lo farei! Sono le banche, è tutto un complotto. Ci costringono a svaligiare i clienti. Poi vendiamo tutto quello che possiamo vendere e col ricavato apriamo conti correnti fittizi e facciamo operazioni di borsa. Abbiamo una trentina di clienti virtuali noi alla Credito&#038;Credito&#038;MaiDebito. C’è il nome, il conto corrente, c’è il certificato di nascita, la residenza… Ma è tutto un giro enorme, una truffa troppo lunga da raccontare, che coinvolge mazzi di persone, un letamaio.”<br />
“Ma ne racconti un’altra, ne racconti! Si aspetta che le crediamo?”<br />
“In effetti, mi m’in sbat ar bal! Credeteci o no, io non avrei bisogno di svaligiare un bel nessuno col furgone della ditta Restauro Mobili.”<br />
Certo, l’avevo vista posteggiata sul ciglio della strada da basso. Restauro Mobili Ferlinghetti. Un furgone blu con le scritte gialle sui portelloni. Un Ducati orrendo. Quei mascalzoni lo usavano per non essere scoperti mentre portavano via il mobilio…<br />
“Roba da matti.”<br />
“Dai, andiamo!”<br />
“Sparal! Sparal!”<br />
“Ma no, dai. Anche se sanno chi se ne importa? – dice l’altro da dietro il passamontagna nero, con due buchi raccapriccianti per occhi – Non appena parlano li fanno fuori.”<br />
Frangini guarda il suo compare.<br />
Poi guarda noi.<br />
“Questo è vero. Sì, questo è verissimo. Altrimenti mica lo farei.”<br />
“Cosa vuoi dire, Frangini?”<br />
“Semplice, cosa voglio dire. Noi siamo copertissimi, Se succede qualcosa, se parlate, se dite che sono stato qui, che siamo stati qui, siete morti. Provate a chiamare i carabinieri, provate a farlo. Vedete cosa succede. Eh eh, mica tanto da scherzare. Il giro è grosso, ve lo ripeto. Molto grosso. Se salta fuori che un impiegato di banca ha fatto una cosa simile, qualcuno potrebbe insospettirsi. E siete fritti. Fossi in  voi non andrei a raccontare in giro questa storia a nessuno. Nemmeno per scherzo! Nemmeno facendo finta che sia finta… Perché l’è propri vera, l’è.”<br />
“Non ci posso credere – dico io – Non ci posso credere! Cioè adesso sono le banche che fanno le rapine a mano armata…”<br />
“Questi sono i tempi. Dunque, acqua in bocca. Non una parola. Altrimenti…” e Frangetti fa un rumore con la bocca e si passa orizzontalmente il pollice sulla gola.<br />
Poi mollano lì il nostro mobile e se ne vanno. Li sentiamo entrare nell’ascensore. Sentiamo l’ascensore scendere cigolando e sferragliando come al solito. Poi le porte aprirsi e chiudersi. Quelle dell’ascensore. Il portone del palazzo. Possiamo sentire tutto. Come se avessimo, Laurina e io, un superudito che ci è spuntato per l’occasione. E’ la strizza ad averci alzato le capacità sensoriali.<br />
Cinque minuti in tutto.<br />
Un’allucinazione.<br />
La prima cosa che mi viene da dire quando siamo soli è: “Vado a vedere se ci hanno lasciato il computer e internet e cerco di fare il primo biglietto per il posto più lontano da qui. I soldi in banca li abbiamo ancora, dopotutto, no? Quelli, quei bastardi, non hanno potuto toccarli.”<br />
Laurina scoppia in lacrime, segue una discussione. Laurina mi dice che è da pazzi credere a quello che ci hanno raccontato. Lacrime blu le rigano il visino. E’alta un metro e cinquantasette. Ha gli occhi piccolini. I capelli tutti sistemati all’indietro, le scoprono una fronte bianchissima, liscia. La bocca carnosa è tutta piegata all’ingiù, sembra che stia masticando le parole che pronuncia. Le dico che non lo hanno fatto adesso, ma lo faranno più tardi. Ci ammazzeranno. Questo è sicuro.<br />
“E’ la birra. E’ colpa di tutta quella birra! Stiamo sragionando!” frigna lei.<br />
“Li abbiamo visti. Li abbiamo visti in faccia, Laurina. Non possiamo stare un minuto di più.”<br />
Nel frattempo, senza nemmeno troppo voglia di farlo, controlliamo la casa. Hanno portato via tutti i vestiti. Spariti i soprammobili. Il tavolo della cucina. Tre o quattro mobiletti. Tutto stoccato nel furgone, sempre che non ne usino anche altri. Il nostro appartamento è quasi vuoto, come se non avessimo pagato conti da un pezzo, come se ci avessero fatto un pignoramento. Un danno di quindicimila, ventimila euro, probabilmente.<br />
Laurina e io alla fine troviamo un accordo.<br />
Il computer è ancora a suo posto. Io mi ci siedo e…<br />
E ce la filiamo.<br />
E’ così che ci siamo trasferiti qui a Puerto Rico. Dall’oggi al domani. Abbiamo fatto le valigie con quei quattro stracci rimasti, preso i nostri passaporti (li abbiamo fatti per il viaggio di nozze; siamo andati a Bali e in Marocco), siamo partiti e ora siamo qui. A Puerto Rico. Restando sempre zitti. Tanto chi ci crederebbe? Probabilmente ci prenderebbero soltanto per due suonati che una sera che hanno alzato troppo il gomito hanno avuto una specie di allucinazione dovuta allo shock di non essersi trovati quasi più nulla in casa. Sì. E’ così che andrebbero le cose. Ci rinchiuderebbero in qualche ospedale psichiatrico in quattro e quattr’otto e poi ci farebbero sparire per sempre. A causa del complotto. Il maledetto complotto che ci ha raccontato Frangini. Invece staremo qui fino a quando la polizia non scoprirà che non abbiamo il visto e fintanto che i soldi non mancheranno. Dopo non lo so.<br />
Brutta situazione, vero?</p>
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		<title>Nuovi autismi 5 &#8211; Le parole dei romanzi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/28/nuovi-autismi-5-le-parole/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 06:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/jaber.jpg"></a>Le persone parlano, parlano, e danno per scontato che tu le ascolti. La quantità di parole emesse sulla terra in un dato istante è impressionante, e se poi come unità di tempo si prende un giorno, o una settimana, si ha la misura dell’assurdità della condizione umana, oltre che della sua insostenibilità ambientale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/28/nuovi-autismi-5-le-parole/">Nuovi autismi 5 &#8211; Le parole dei romanzi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/jaber.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-40213" title="small-jaber" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/small-jaber.jpg" alt="" width="150" height="200" /></a>Le persone parlano, parlano, e danno per scontato che tu le ascolti. La quantità di parole emesse sulla terra in un dato istante è impressionante, e se poi come unità di tempo si prende un giorno, o una settimana, si ha la misura dell’assurdità della condizione umana, oltre che della sua insostenibilità ambientale. In certe occasioni, per esempio le cene con invitati o le feste, il parossismo verbale tocca apici difficilmente spiegabili con la sola razionalità. Per fortuna non è però obbligatorio ascoltare tutto quello che dice la gente. Se dio vuole sia la legge che la maggior parte delle religioni, nel caso uno fosse religioso, concedono per questo aspetto la massima libertà. Basta lasciare che le parole ti entrino da un orecchio e scivolino fuori dall’altro, come le palle da biliardo glissano silenziose sul loro campo di battaglia, e poi se tutto<span id="more-40206"></span> fila liscio vengono deglutite da una buchetta nera e scompaiono per sempre. O basta anche ascoltare con un orecchio solo, che è un eufemismo per dire con nessun orecchio. In questo i serpenti sono molto avvantaggiati, perché appunto non hanno orecchie, e proprio per questo sono meno stressati degli esseri umani. Neanche bisogno di eufemismi. Restano pur sempre i proclami e le invocazioni dei corpi, lì la cosa diventa delicata. Anche senza essere troppo di sinistra non si può pretendere che tutti stiano anche fermi, oltre che zitti, sono il primo a rendermene conto. E non si può nemmeno chiudere sempre gli occhi, fingendo con se stessi di essere addormentati o defunti. Si è costretti insomma a incamerare immagini straboccanti di significati e di pulsioni non di rado feroci, e sopportare. Mia sorella per esempio sorride con la bocca, e gli occhi restano seri, o per meglio dire tristi, forse collerici. Anche sconnettendo appunto l’audio il risultato resta pur sempre sconcertante. Mio fratello invece eleva sempre il mento come se ammirasse un affresco del Tiepolo, anche quando per esempio si trova in un appartamentino con un soffitto senza affreschi barocchi e senza attrattive di sorta. E anche mio cugino consulente internazionale e mio nonno commerciante transoceanico di automobili torinesi fanno la stessa cosa. Quest’ultimo però è morto da tantissimi anni, davvero tantissimi, e quindi si esibisce solo dalle foto in bianco e nero appostate qua e là in casa di mia madre. Quando gli passi davanti resti però pur sempre perplesso. Mia madre quanto a lei quando la inviti al ristorante tamburella con le sue dita anzianissime ma pur sempre inanellate. È un tamburellare duro e apocalittico che ti fa passare ogni appetito e ti fa domandare se era davvero necessario essere procreati. Il mio primo editore mi parlava allungato sulla sua poltrona in pelle di scrittore famoso con le gambe sulla scrivania regale e le mani abbracciate alla nuca, in quella posizione che in tutti i libri di gestualità corporale è sinonimo di indomita e non curabile arroganza. Anche il regista di teatro che è venuto una volta a casa nostra se ne è stato tutta la sera semisdraiato sul divano con le braccia levate e annodate dietro la nuca, quasi avesse paura di sporcarsi le mani, a abbassarle in quel salotto molto più piccolo e pedissequo del suo. E quando aspetti dal medico condotto ti rendi conto con raccapriccio che i tuoi colleghi infermi o supposti tali, intenti a permutare chissà quali inessenziali fonemi, non sembrano cogliere la differenza tra accavallare la gamba destra sulla sinistra, che significa disponibilità, e accavallare la sinistra sulla destra, segno inequivocabile di chiusura e ostilità. In compenso la direzione dei loro piedi lascivi svela i loro desideri sessuali ai quattro venti. La mia ex fidanzata quando mi parla tiene la mano posata sull’anca, e il braccio con il gomito bene in fuori. Anche questa è una postura che c’è su tutti i libri di etologia. Pure la mia ex commercialista assumeva la stessa ammiccante giacitura, però per quel poco che ascoltavo non diceva così tante pazzie. A una presentazione del mio ultimo libro il tronfio presentatore pontificava invece con le due mani divaricate all’estremo e ben piantate sul tavolo al quale eravamo insediati, come a abbracciare da solo tutto l’uditorio, come a spazzarmi per sempre dalla superficie della terra. Sono cose che ti fanno passare per sempre la voglia di scrivere romanzi. Perché naturalmente anche i romanzi tracimano di insopportabili parole, benché silenziose, anche nei romanzi tutti gesticolano.</p>
<address> [l'immagine: Jaber al Mahjoub, "Boner 2002", acrilico e tempera su carta]</address>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/28/nuovi-autismi-5-le-parole/">Nuovi autismi 5 &#8211; Le parole dei romanzi</a></p>
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		<title>Nuovi autismi 4 &#8211; Un posto fisso</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 09:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/shimoda_foto003.jpeg"></a>Quello che mi piacerebbe sarebbe un lavoro che finisce alle cinque. Uno si dà da fare tutta la mattina, a mezzogiorno fa la pausa pranzo, e poi tra una cosa e l’altra vengono subito le diciassette, e ha finito di sgobbare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/12/nuovi-autismi-4-il-mio-posto-fisso/">Nuovi autismi 4 &#8211; Un posto fisso</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/shimoda_foto003.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-40081" title="shimoda_foto003" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/shimoda_foto003-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Quello che mi piacerebbe sarebbe un lavoro che finisce alle cinque. Uno si dà da fare tutta la mattina, a mezzogiorno fa la pausa pranzo, e poi tra una cosa e l’altra vengono subito le diciassette, e ha finito di sgobbare. Uscendo dalla sede lavorativa inspirerei profondamente. Guarderei le case e mi direi: questa è la città dove abito, la città dove lavoro. Questa è la mia città, mi direi, ben sapendo che sono io che appartengo alla città, non la città che appartiene a me: in genere le città vivono più a lungo delle persone. Ma si dice così, e allora mi conformerei. L’etimologia del sostantivo <em>lavoro</em> è spudoratamente aristocratica, però io avrei il sentimento di aver devoluto il dovuto alla società, di aver contribuito con la mia dose quotidiana di costruttiva operosità. L’inverno sarebbe già buio, ma l’estate ci sarebbero ancora diverse ore di luce. Del resto anche l’illuminazione artificiale delle serate invernali ha il suo fascino. Le persone avvolgono i loro misteri sotto i cappotti, diventano ancora più attrattive, e i locali pubblici acquistano un’aurea di accogliente rifugio a cui è arduo resistere. <span id="more-40073"></span>E se fosse venerdì sarebbe ancora meglio: avrei la soave cognizione che se ne riparlerebbe solo la settimana seguente. Mi manca parecchio questo senso di libertà dal lavoro. Ma non è che sia contro il lavoro, intendiamoci: penso anzi che l’affaccendarsi lavorativo sia il modo più efficace per non pensare alla morte, che per noi occidentali è il modo più tranquillo per vivere. O meglio, quando si è bambini per non pensare alla morte si gioca, poi quando si è grandi si lavora (da anziani ci si barcamena alla meno peggio, tanto ormai si è un po’ storditi, o comunque rassegnati). Molte persone sono persuase di lavorare solo per guadagnarsi da vivere, ma si sbagliano di grosso. Anch’io come tutti lavoro per togliermi di torno il pensiero ossessivo del mio personale decesso, e anche per dirmi che non sono completamente inutile, che merito che gli altri non mi mettano al bando o addirittura in prigione. Non sono più contro il lavoro, anche se a dire la verità in una fase della mia esistenza lo sono stato: erano altri tempi, l’ingenuità impazzava. Adesso so bene che lavoro per non dare adito ai cattivi pensieri. A ben guardare il problema sta proprio qui: per non correre alcun rischio sgobbo sempre. Invece che alle diciassette finisco alle ventidue, alle ventiquattro, alle due e trenta del giorno dopo. Anche il sabato e la domenica. Ma non mi lamento del lavoro in sé, non è questo. Anche perché come sono organizzato io nessuno mi sta con il fiato sul collo: posso pur sempre incantarmi col naso all’insù, dare una sbirciata nel paesaggio polare del frigo, schiacciarmi un punto nero davanti allo specchio. Però mi piacerebbe pur sempre finire alle cinque, e essere pago di quello ho fatto. Oggi ho sbrigato una bella pila di fragranti incartamenti, mi direi. Oggi ho sfornato un numero tot di lucidi pezzi senza alcun difetto, mi direi se invece fossi impiegato in una fabbrica. Secondo me le persone che si lamentano del lavoro biasimano in realtà la loro strategia per dimenticare la morte. Farebbero meglio a dirsi che devono cambiare tattica: per esempio drogarsi, o suicidarsi. E naturalmente mi delizierebbe avere dei colleghi, che discorsi. A nessuno piacerebbe lavorare in un ufficio in mezzo al deserto, nella più silicatica solitudine. Dei colleghi con i loro difetti, e magari anche un po’ noiosi, se non addirittura importuni, ma pur sempre persone con le quali scambiare quattro chiacchiere solidali. L’uomo ha bisogno di discorsi solidali, ormai lo dicono tutti i libri. A me mancano drammaticamente gli scambi verbali solidali. Come è immaginabile dentro di me solidarizzo con me stesso, ma non è la stessa cosa: da soli è facilissimo cadere nella circolarità, nell’ossessione. Del resto anche la passeggiata mattutina alla volta della sede lavorativa avrebbe la sua suggestività: l’aria che attraverserei sarebbe frizzante e ancora incolume. Entrando dal portone sospenderei i miei pensieri usuali, come si chiude una scatola piena di ragni, mi dedicherei alle preoccupazioni lavorative. Sarebbe ogni giorno un piccolo e festoso funerale di tutti i dubbi esistenziali, di tutte le fissazioni. Il mio naso riconoscerebbe gli odori abituali, pedissequi ma anche schietti (intrinsecamente rassicuranti), la mia bocca esprimerebbe saluti per molti versi rituali. Prenderei posto dietro a una scrivania, o dietro a un bancone, o davanti a uno schermo, quello insomma che mi chiederebbero di fare. Attenderei le diciassette come si attendono le gioie minute, le uniche certe.</p>
<p><em>[l'immagine: Takahiro Shimoda]</em></p>
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		<title>Su &#8220;Hotel a zero stelle&#8221; di Tommaso Pincio</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jul 2011 04:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[tommaso pincio]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/zerostelle1.gif"></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>La prima cosa che ti viene da pensare quando ti approcci a <em>Hotel a zero stelle</em> è che sia narrativa di viaggio – dice del resto il sottotitolo: “Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora”. Quando poi lo sfogli e sbirci qualche riga qua e là, valuti che possa essere un saggio: noti infatti che parla di scrittori, e in modo piuttosto analitico, tanto che ogni capitolo è introdotto da un piccolo ritratto dell&#8217;autore a cui è dedicato (nell&#8217;ordine: Parise, Greene, Kerouac, Fitzgerald, Simenon, Wallace, Dick, Landolfi, Melville, Pasolini, Marquez e Orwell, con Burroughs e Kafka &#8220;bonus&#8221;).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/14/su-hotel-a-zero-stelle-di-tommaso-pincio/">Su &#8220;Hotel a zero stelle&#8221; di Tommaso Pincio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/zerostelle1.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/zerostelle1-e1310387777806-100x150.gif" alt="" title="zerostelle" width="100" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-39533" /></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>La prima cosa che ti viene da pensare quando ti approcci a <em>Hotel a zero stelle</em> è che sia narrativa di viaggio – dice del resto il sottotitolo: “Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora”. Quando poi lo sfogli e sbirci qualche riga qua e là, valuti che possa essere un saggio: noti infatti che parla di scrittori, e in modo piuttosto analitico, tanto che ogni capitolo è introdotto da un piccolo ritratto dell&#8217;autore a cui è dedicato (nell&#8217;ordine: Parise, Greene, Kerouac, Fitzgerald, Simenon, Wallace, Dick, Landolfi, Melville, Pasolini, Marquez e Orwell, con Burroughs e Kafka &#8220;bonus&#8221;). In realtà si tratta di qualcos&#8217;altro ancora: <em>Hotel a zero stelle</em> è un romanzo, che parla di un tizio che diventa uno scrittore. E lo diventa scoprendo, studiando, affiancando i  grandi: facendoci amicizia. <span id="more-39531"></span><br />
Il risultato è che leggendo questo libro non solo ti torna alla mente quanto hai voluto bene a tutti quegli autori, ma ti viene anche voglia di abbracciare Tommaso Pincio, offrirgli una birra, di tempestarlo di pacche sulle spalle. Sarà che la mia lista di numi tutelari è parecchio vicina alla sua, sarà che mi sono commosso a scoprire uno scrittore italiano che sa chi sono i Merry Pranksters, che capisce l&#8217;importanza della rivoluzione psichedelica (e forse, chissà, la preferisce pure al Maggio francese), che ha letto e ricorda <em>Le meraviglie del possibile</em>; sarà che anch&#8217;io da ragazzo non avrei immaginato di finire a scrivere libri, fatto sta che leggendo <em>Hotel a zero stelle</em> mi è parso di aver ritrovato un amico di cui mi ero dimenticato, o un fratello maggiore disperso chissà dove (in Vietnam, presumo).<br />
Non bastano tuttavia le affinità personali per ritrovarsi entusiasti di un romanzo. Il fatto è che in <em>Hotel a zero stelle</em> Pincio fa qualosa di più che parlarti in modo appassionato degli scrittori che ama: li usa per portarti dentro di sé, e la vicenda personale, che inizialmente appare come una semplice cornice, si manifesta poi come la vera spina dorsale del libro, tanto che quando si apre il più drammatico dei molti squarci autobiografici – un lampo d&#8217;infanzia – ti emozioni moltissimo, e realizzi altresì che il piccolo Pincio febbricitante è fatto dello stessa materia di uno Winston Smith torturato.<br />
C&#8217;è poi l&#8217;arte, l&#8217;arte abbandonata per la scrittura (e tra tanti scrittori c&#8217;è spazio anche per qualche artista: il passo su Boetti, in particolare, fa sperare che un domani compaia sugli scaffali una sorta di seguito, nel quale le &#8220;stanze&#8221; sono occupate da artisti), l&#8217;arte che diventa passatempo, ma anche strumento al servizio della scrittura: se infatti, giunto a fine libro, ti sei ormai rassegnato a pensare che l&#8217;inclusione di quei ritratti in testa a ogni capitolo non sia che un vezzo – solo quello di Orwell ha una funzione direttamente legata al testo –, la conclusione viene a spiazzarti, dando loro un significato e una funzione che sono per ogni verso romanzeschi. Chiudi allora <em>Hotel a zero stelle</em> con una bella sensazione, che non ti lascia: hai ritrovato un amico (anzi, una quindicina) e pensi che se, come vi è scritto, la letteratura non è il luogo della felicitá, essa può essere almeno il luogo del conforto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/14/su-hotel-a-zero-stelle-di-tommaso-pincio/">Su &#8220;Hotel a zero stelle&#8221; di Tommaso Pincio</a></p>
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		<title>weber allo Z.E.N.</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 05:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca cataldo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>Lui ha la capacità di dire esattamente quello che lei vuole sentirsi dire, con ciò destando la sua ira. Se ne rende conto, ma non può farne a meno, è un debole. Lei, d’altro canto, è perfettamente in grado di discernere le persone, di sezionarle con sguardo entomologo e di trarne giudizi affrettati, affrettati il giusto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/11/weber-allo-z-e-n/">weber allo Z.E.N.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>Lui ha la capacità di dire esattamente quello che lei vuole sentirsi dire, con ciò destando la sua ira. Se ne rende conto, ma non può farne a meno, è un debole. Lei, d’altro canto, è perfettamente in grado di discernere le persone, di sezionarle con sguardo entomologo e di trarne giudizi affrettati, affrettati il giusto. Per dire, l’altra sera a casa di amici si discuteva di Weber allo Z.E.N. e delle critiche che potrebbero muoversi alla sua ricerca in campo, per così dire, urbanistico. «Weber aveva eletto a modello un unicum storico, aveva costruito una teoria su due eccezioni e tutto andava reimpostato salvando il criterio strutturale e reinnestandolo su una scala graduata di autonomia politica dal vertice», sosteneva un’amica. La discussione si allargò ai moti ondosi dell’universalismo e del particolarismo giuridico, cadenzati dalla riscoperta del diritto romano nei secoli e nella storia del caro vecchio continente, sino al ius comune europeo di matrice comunitaria. Ma siccome tutti convennero circa la noia mortale e la sonnolenza causata dall’argomento, misero su un disco di Mark Almond e si domandarono cosa avesse spinto fior fiori di architetti a concentrare la povertà in ghetti autosufficienti e cosa avesse spinto i comuni (i comuni attuali) a trasformare la povertà in cattiveria e in cattività. Mah, chissà. Lei pensò che loro amavano le frasi a effetto. Quindi, che nessuno di loro, neanche la sua amica, erano mai stati allo Z.E.N. <span id="more-38715"></span>Ovvio, anche lei se ne è sempre tenuta lontano, e tuttavia ha imposto la stessa distanza alla conversazione, limitandosi ad ascoltarla e, come sui quartieri popolari, a trarne giudizi affrettati, sebbene – aggiungiamo noi – in parte veritieri. Lui ama definirla equidistante da tutto, e sa che è capace di criticare un libro, e di uno stesso autore porre nel giusto ordine di importanza le varie opere, senza farsi trascinare nella mediocrità di chi ai racconti di Cortázar preferisce i romanzi, o di Sciascia elogia <em>Todo modo</em> invece che <em>Una storia semplice</em>. Nonostante queste indubbie doti, alle volte non è capace di separare, graduandole, l’importanza delle arti da quella intrinseca delle persone, e si ritrova spesso a giudicare un individuo dalle sue letture o dalla conoscenza dell’interpretazione che Valentina Lisitsa dà di Rachmaninov. In quei casi lui la accusa di disumanità totale, mettendola, con la sua scienza quasi omnia, in grave difficoltà. Lui, è quel tipo di persona inetta e però capace di umiliare il prossimo qualora la situazione lo richieda. Più volte si è trovato nella situazione di dovere alzare difese linguistiche agli attacchi che, se non definiremo propriamente fisici, arriveremo a descrivere almeno come sensuali, con tale aggettivo indicando una fisicità che non è tanto nella forza, quanto nella possibilità dell’uso della forza. Un’arroganza intellettuale che è difesa dunque, e non snobismo posticcio. D’altronde, lui allo Z.E.N. è stato una sola volta, ma ha letto più libri sull’argomento. Una volta ha visto anche un documentario. Li si potrebbe definire: lei, totale; lui, parziale, intendendo con quest’ultima aggettivazione non “di parte”, bensì “una parte”. Di cosa?, forse delle proprie capacità, funzione che lei si sforza di esercitare estremizzandole e, dunque, marginalizzandole; lui, al contrario, lascia che si frantumino in particole affidando al caso – razionale rifiuto di dio, ma anche del libero arbitrio, declinando così una specie di ateo fatalismo che non scontenta né il Vaticano né l’UUAR – dicevamo affidando al caso – sarebbe più semplice chiamare questo stato d’animo “neghittosità”, se non fosse parola ascosa che rimanda al più comodo dei vizi capitali, mondo cui prima, però, si è rifiutata l’aderenza – e quindi al caso lui affida il suo intelletto. Punto. E c’è da dire che il caso si è sempre mostrato magnanimo nei suoi confronti, sempre ammesso che la prosopopea del Caso abbia una specifica volontà, e che nel dire ciò non si cada in contraddizione. Come in quel dato evento di cui, forse, avremo modo di parlare. A tutte queste doti spirituali corrisponde un’estetica semplice. Per cui non ci dilungheremo in leziose descrizioni di vestiti ecosostenibili, o di camicie di lino. Basti sapere che il colore che più ama lui è il marrone; lei preferisce i sandali. Li portava anche quando disse «Voi amate tutti le frasi a effetto». In verità ne portava uno, l’altro ha penzolato per una decina di minuti sull’alluce del piede destro prima di cadere sul tappeto. Nessuno si accorse dell’insignificante evento perché il piede destro era nascosto dal tavolo su cui abbondavano vini e portate e, a onor del vero, insignificante fu soltanto per loro, dal momento che, a lei, il contatto nudo col tappeto riportò alla memoria felici ricordi di bambina. Loro rimasero di stucco, ma erano abituati alle eccentriche uscite dell’amica, glissarono e continuarono la conversazione come se niente fosse accaduto. E niente sarebbe accaduto oltre se lui non avesse domandato cosa ne sapesse lei dello Z.E.N. Rispose «Nulla» e aggiunse che non era dello Z.E.N. che intendeva parlare. Ma lui sì «Certo che voglio parlare dello Z.E.N., un acronimo che contiene più di quindicimila abitanti, quando dovrebbe contenere soltanto lettere in numero limitato! Forse parole! Strutture fatiscenti, emarginazione, criminalità e un progetto urbanistico insulare che raddoppia esponenzialmente l’isolamento, da isola in isole. Sei di una disumanità totale. Sai cosa vuol dire vivere allo Z.E.N.?». «No, e tu lo sai? Ci sei stato una volta in vita tua e sei andato a trovare una puttana!». Il fatto, veritiero, merita una digressione. Lui in quel periodo leggeva Musil e, molto borghesemente, si innamorò di Clarisse, tanto da dire all’unica puttana mai frequentata in vita sua – degnamente frequentata, sottolineerà con gli amici – «Vorrei che tu fossi un vizio letterario». Nel gustare il suono delle summenzionate parole non si accorse della lacrima che calò silenziosa, e ovviamente salata, dalla caruncola lacrimale della donna, la quale si sentì un mezzo per redimere o, peggio, per far risaltare l’animo di lui, in nome di quel vizio intellettuale – adesso sì che ci vuole – in virtù del quale una donna in letteratura, sia pure una puttana, risalti più quale specchio distorto delle virtù maschili, penzolando pericolosamente sopra una tavola di legno aspettando che i due si decidano riguardo l’appartenenza di lei. Così si sentiva la puttana, in bilico, sospesa tra lui e il magnaccia, in tal modo rendendogli un gran servizio parificandosi (se non nella geografia) almeno nei sentimenti con Talita. Ad ogni modo lui non le avrebbe spiegato chi fosse costei. Borghesemente pagò e tornò da lei (sua moglie) allontanandosi dallo Z.E.N., quartiere della puttana triste e oggetto di molte dotte conversazioni.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/11/weber-allo-z-e-n/">weber allo Z.E.N.</a></p>
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		<title>Il cuore non è una chiatta</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 07:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/poltrona1.jpg"></a>di <strong>Mirfet Piccolo</strong></p>
<p>Il giorno che vide il corpo di sua madre essere chiuso dentro una cassa di legno, Aldo Oriani decise che ne aveva avuto abbastanza, e prese quindi la ferma decisione che mai e poi mai avrebbe, in futuro, versato ancora lacrime, provato paura, tristezza e rabbia, e, per essere certo di fare le cose bene, senza sbavature e inutili rischi, decise anche che non avrebbe più provato gioia tra i suoi compagni ed amici, che non avrebbe desiderato nessun gioco nuovo né andare al parco, che il minestrone e le patatine fritte avrebbero avuto lo stesso sapore e che perciò non avrebbe fatto differenza mangiare l’una o l’altra cosa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/23/il-cuore-non-e-una-chiatta/">Il cuore non è una chiatta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/poltrona1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/poltrona1.jpg" alt="" title="poltrona" width="216" height="234" class="alignleft size-full wp-image-38462" /></a>di <strong>Mirfet Piccolo</strong></p>
<p>Il giorno che vide il corpo di sua madre essere chiuso dentro una cassa di legno, Aldo Oriani decise che ne aveva avuto abbastanza, e prese quindi la ferma decisione che mai e poi mai avrebbe, in futuro, versato ancora lacrime, provato paura, tristezza e rabbia, e, per essere certo di fare le cose bene, senza sbavature e inutili rischi, decise anche che non avrebbe più provato gioia tra i suoi compagni ed amici, che non avrebbe desiderato nessun gioco nuovo né andare al parco, che il minestrone e le patatine fritte avrebbero avuto lo stesso sapore e che perciò non avrebbe fatto differenza mangiare l’una o l’altra cosa. Niente. Ed era un niente che aveva senso. Così decise Aldo Oriani, maschio, altezza un metro e quarantuno centimetri, anni otto.<br />
- Povero bambino, povero piccolo -, gli disse il prete accennando una mano aperta verso la guancia del bambino, e Aldo, che non aspettò il compiersi della carezza, si voltò verso il padre e con voce limpida domandò, papà questo vuole dire che la mamma è morta con tutti i soldi? <span id="more-38460"></span><br />
La mattina seguente Aldo andò a scuola come tutti gli altri giorni: seduto al suo banco, il quaderno aperto su una pagina bianca, la penna in mano pronta a scrivere; alzò la mano e si fece interrogare, rispose a tutte le domande senza esitazioni.<br />
Maestre e parenti erano convinti che presto il bambino avrebbe dato libero sfogo alle sue emozioni. Ma così non successe, e la morte della madre divenne presto un fatto lontano e nell’ordine delle cose, un evento rispetto al quale, convenivano tutti, il bambino aveva trovato la forza e la maturità di andare avanti. E così fu, senza sprechi né pretese.</p>
<p>Una domenica – era l’ora di pranzo, era una bella giornata di luce chiara &#8211; il padre di Aldo tornò a casa con i pasticcini in una mano e con una donna nell’altra e annunciò:<br />
- Aldo, ora hai una nuova madre -, e Aldo la guardò dal basso all’alto e disse, va bene non c’è problema; anche se il bagno era uno solo e forse era necessario istituire dei turni.<br />
Samantha voleva essere ben voluta da Aldo: presto gli comprò la nuova play-station, da usare quando voleva; gli cambiò il guardaroba con jeans alla moda e nuove scarpe da ginnastica, per essere come gli altri, anzi meglio degli altri; lo portò a cavalcare e incitò il marito affinché andasse con Aldo ad una corsa di formula uno. Aldo rispondeva sempre molto educatamente, grazie è tutto molto bello (in realtà: i cavalli ad Aldo non piacquero molto per via di quegli occhi equini così grandi e lucidi, di una sfericità che Aldo misurò essere, con molta probabilità, aliena; la formula uno, invece, quel corrersi dietro e in tondo, gli parve un gioco per stolti e troppo rumoroso) e teneva le sue nuove cose con molta cura: i vestiti ben piegati nell’armadio, i giochi in ordine sulla mensola. Col tempo le attenzioni di Samantha scemarono, e nello spazio di pochi mesi si riassunsero in una mancia settimanale di trenta euro in aggiunta ai venti che gli dava il padre.<br />
Era una famiglia serena e di raro equilibrio. Avevano pure la colf e due posti auto riservati davanti casa.</p>
<p>In quegli anni, l’unica cosa che procurò fastidio ad Aldo fu svegliarsi la mattina umido e appiccicaticcio tra le gambe. Sapeva benissimo di cosa si trattava, e sapeva che non era una cosa pratica. Decise perciò di risolvere la situazione applicando il metodo insegnatoli dalla sua prima madre per non bagnare il letto: svuotarsi bene prima di andare a dormire. Non era come fare la pipì  &#8211; che spruzzava fuori quasi da sola, bastava spingere un po’ -, ora Aldo doveva muoverselo ripetutamente su e giù; ma il principio era lo stesso e infatti funzionò. Risolto questo, non ci furono altri problemi, e Aldo completò con successo la scuola secondaria.</p>
<p>Poi arrivò una sorella, Sofia. Era piccola e, constatò Aldo nel reparto maternità dove Samantha era ricoverata, molto brutta. Forse, pensò Aldo, non sarebbe sopravvissuta a tanta bruttezza. Invece la bambina lasciò l’ospedale in piena salute e, a detta di tutti i visitatori che seguirono in casa, era: una vera principessa, una bella-ma-proprio-bella, una patatina, una signorinetta, una che farà impazzire gli uomini, una bittibitti-puttiputti. Il giorno che Aldo la vide muovere i primi passi da sola smise di pensare che sarebbe morta.<br />
Ogni tanto suo padre chiedeva ad Aldo di curare la bambina mentre lui e Samantha erano fuori, a cena o al cinema: Aldo non rifiutava mai, non avanzava pretese né rispondeva con piccoli ricatti adolescenziali e diceva, si va bene non c’è problema. Poi, quando i suoi genitori uscivano, Aldo prendeva le grosse cuffie stereo, le metteva sulle orecchie della bambina e accendeva la TV sintonizzata su qualche cartone. La bambina rimaneva tranquilla, e lui poteva andare al suo PC a leggere qualche manuale o a sviluppare qualche programma che risolvesse il problema del sovraffollamento del loro unico bagno, specie in previsione di un’ulteriore crescita di Sofia. Intanto Sofia non emetteva alcun suono e si addormentava. Aldo poi spegneva la TV e le toglieva le cuffie e aspettava, seduto sul divano, il rientro dei suoi genitori.<br />
-	Tutto bene, Aldo? – gli domandava il padre e Aldo rispondeva sempre, certo papà tutto bene.</p>
<p>Arrivò il momento di compiere gli studi universitari: una scelta ovvia, senza dibattimenti e o dubbi di alcun genere.  Aldo si trovò aggregato ad un gruppo di sei ragazzi: sedevano nella sua stessa fila durante le lezioni di statistica, masticavano gomme e il giovedì sera andavano a giocare a calcetto (Aldo accettò l’invito di andare al campo; si assegnò il ruolo di tecnico: dalla panchina teneva il punteggio, su di un blocco a quadretti disegnava gli schemi e calcolava le percentuali di possesso palla).<br />
I suoi compagni parlavano anche di ragazze, ne parlavano sempre, e Aldo pensò che fosse arrivato pure per lui il momento di trovare una femmina con la quale uscire due volte a settimana e della quale prendere in mano i seni specie se voluminosi. O il culo.<br />
Una sera, Aldo entrò in mIRC e iniziò la sua ricerca. Aprì la query di una certa Mitty e così conobbe Rebecca. Non ci volle molto e non fu particolarmente difficile: dopo una settimana di chat, durante la quale Rebecca scriveva profusamente della sua vita tra noiosi libri e la palestra e Aldo per lo più faceva domande che si era preparate e scritte su un foglio di carta, uscirono per la prima volta. Si videro in un piccolo bar su una strada affollata; seduti ad un tavolo di plastica, con fiori finti e un menù avvizzito, un cinese di nome Gianni servì a lei una cioccolata con panna e a lui un’acqua tonica. Quello fu il primo di una lunga serie di appuntamenti, tutti molto tranquilli e senza sorprese di alcun tipo.<br />
Il sabato pomeriggio, dalle ore 14 alle ore 18, studiavano insieme in biblioteca, uno di fronte all’altra; ad ogni ora trascorsa Aldo alzava la testa e bisbigliava, pausa. La domenica pomeriggio, dalle 14 alle 17, invece, uscivano: andavano al cinema o al parco se c’era bel tempo. A settimane alterne prendevano una stanza ad ore nella quale non stavano mai più del necessario.<br />
Alla fine del primo anno di corso, Rebecca lasciò gli studi universitari per andare a lavorare come segretaria in uno studio dentistico associato. Era stufa di perdere tempo sui libri per un lavoro che certamente non avrebbe mai trovato, e poi voleva la sua autonomia, perchè ormai era una donna e aveva anche lei certe esigenze, certi bisogni e istinti primari. Camminava nervosa e gesticolava per la stanza del motel. Aldo, seduto sulla sponda del letto, l’ascoltò attentamente senza interromperla. Quando Rebecca sembrò aver terminato ciò che aveva da dire e domandò solo:<br />
- Che ne pensi, amore, faccio bene o no? -, Aldo si alzò placido e le disse, fai come credi perchè ogni cosa ha i suoi pro e i suo contro e non c’è giusto né sbagliato.<br />
Rebecca lavorava anche di sabato pomeriggio. Aldo aveva deciso che il sabato poteva essere benissimo sostituito con il venerdì: alle ore 19 del venerdì andava a prenderla allo studio e l’accompagnava a casa; sulla porta un bacio leggero e poi, allora ci vediamo domenica alla solita ora. Da casa di Rebecca, Aldo contava i passi fino a casa sua: erano 278 d’estate con le scarpe leggere e la strada libera dalle pozze di poggia o manti di neve; 417 d’inverno quando gli scarponi lo costringevano a fare passi piccoli e più pesanti.</p>
<p>Arrivò il giorno di discussione della tesi. Aldo era preparato. In bagno, poco prima del suo turno, sentì dei ragazzi che parlavano di gambe tremanti e cuori in gola. Mentre si asciugava le mani con la salvietta di carta, Aldo pensò che l’espressione “cuore in gola” fosse inutile e senza senso. Come se il cuore si potesse spostare, così, da solo, da una parte all’altra del corpo. Il cuore non è una chiatta, pensò. Stupidaggini.<br />
La discussione gli valse la lode, e tante strette di mani, anche quella di suo padre:<br />
-	Bravo figliolo, tua madre sarebbe fiera di te –, e Aldo ritirò la mano, non dire sciocchezze papà è ovvio che noi questo non possiamo saperlo. </p>
<p>Trovò presto un lavoro in una grande e solida azienda e, dopo un anno all’ufficio logistica – Aldo era un impiegato sempre puntuale e rispettoso delle regole -, ottenne un aumento di stipendio. Agli occhi dei suoi colleghi l’aumento dato ad Aldo fu una vera sorpresa: quelli infatti erano tempi duri, si diceva che l’azienda avrebbe tagliato i costi e i lavoratori si stavano organizzando con i sindacati. Aldo aveva visto e letto qualche volantino, nella bacheca della sala mensa. Un giorno, a pranzo, un suo collega gli chiese cosa ne pensava e se voleva unirsi anche lui alla manifestazione di protesta. Aldo rispose che lui non si occupava di politica e che l’unica cosa da fare affinché le cose andassero lisce era che ciascuno pensasse a fare bene il proprio lavoro.<br />
Poche settimane dopo la promozione, Aldo fu convocato dal Direttore. Aveva per lui un nuovo incarico: registrare e riferire in direzione ogni malcontento delle truppe, perchè l’azienda non poteva permettersi nessuno spreco di energia. Era un venerdì. Prima di assumere il nuovo incarico, e per la prima volta e in via del tutto eccezionale, Aldo chiese e ottenne il pomeriggio libero.<br />
Quel pomeriggio andò in una gioielleria e comprò un anello di fidanzamento, sobrio ma elegante. Perchè andava fatto ciò che andava fatto, senza troppi pensieri né moine. Quando arrivò allo studio dentistico gli dissero che Rebecca era dovuta tornare a casa a prendere dei documenti importanti ma che sarebbe tornata prima della chiusura. Per non perdere tempo, Aldo decise di andarle incontro.<br />
Bussò alla porta. Bussò ancora. Nessuno venne ad aprire. Pronto ad andarsene – forse Rebecca aveva cambiato percorso ed era già in strada di ritorno allo studio -, Aldo gettò un occhio alla finestra della sala, alla tenda non completamente chiusa. Rebecca si stava stringendo in vita una vestaglia e un uomo a torso nudo si muoveva in fretta dal divano alla cucina.<br />
Quando Rebecca, trafelata, aprì la porta e farfugliò:<br />
-Oh, sei tu&#8230;, io stavo giusto per &#8230; -, Aldo le sorrise e le disse, sì sono io. Poi si voltò e se ne andò.<br />
Tornò a casa. Mise l’anello nell’ultimo cassetto del comò, estrasse lo scontrino dal portafoglio e lo posò vicino alla scatola: lo avrebbe restituirlo al negoziante o rivenduto. Ma presto si dimenticò anche dell’anello, e tutta quella storia gli tornò in mente, per un attimo, solo quando, un giorno di molti mesi dopo, rivide l’anello al dito di Sofia che civettava in salotto con le sue amiche e lo mostrava come fosse un trofeo.<br />
- Non ti dispiace vero se lo tengo io? – e Aldo rispose, è solo un oggetto.</p>
<p>Gli anni che seguirono furono calmi e prevedibili, anche nella malattia di suo padre che piano lo fece morire, e dopo la quale Samantha decise che in quella casa non poteva più starci e lei e Sofia se ne andarono. Per il funerale del padre Aldo non si fece cogliere impreparato: già da tempo aveva preso contatti con l’agenzia funebre, ed ebbe pure l’occasione di pensare anche a se stesso, vale a dire di usufruire di uno sconto del 25% sul prezzo di due bare.<br />
Nella casa ora vuota la vita di Aldo non avvertì grossi cambiamenti: lavorava sempre molto e spesso cenava in ufficio o, al rientro, faceva una sosta in autogrill.<br />
Una sera il Direttore lo convocò e gli disse che era licenziato. L’azienda stava attraversando una profonda crisi e necessitava di giovani leve con le quali rafforzare i ranghi.<br />
-	Ma lei è sempre stato un uomo tranquillo – aggiunse il Direttore – perciò tenga, tenga questa lettera di referenze, sono certo che troverà un altro posto con cui arrivare alla pensione, e Aldo disse, capisco signor Direttore lei è stato un ottimo Direttore e sono contento di essere cresciuto in questa azienda se adesso permette allora io andrei.<br />
Tornò alla scrivania a raccogliere le sue cose: una calcolatrice, l’agenda, e il piano ferie che aveva  pronto da sei mesi e che avrebbe dovuto consegnare tra dieci giorni lavorativi. Lasciando l’ufficio, Aldo fece due calcoli: il primo che gli mancavano tre anni per la pensione; il secondo che, nel frattempo, i risparmi accumulati nel corso degli anni gli avrebbero permesso di vivere dignitosamente senza dove per forza impiegarsi in un altro lavoro. E così fece: e i tre anni passarono e arrivò la pensione.</p>
<p>Un sabato mattina, mentre si apprestava a mangiare la sua colazione (caffé solubile e quattro fette biscottate), suonarono alla porta.<br />
Un giovane in salopette blu si presentò con il nome di Jonathan e disse che lavorava per una ditta che raccoglieva tutto ciò che la gente voleva buttare via. Il ragazzo precisò con enfasi che la raccolta era effettuata gratis e, a voler proprio ben vedere, chi si liberava di cose vecchie guadagnava spazio per cose nuove. Per tutto il tempo di quel discorso di presentazione, il ragazzo tese il collo e lo sguardo all’interno della casa.<br />
-	Se vuole le posso anche togliere la carta da parati visto che non va più di moda. Non sarebbe gratis ma se vuole le posso fare un buon prezzo.<br />
Aldo non rispose subito.<br />
-	Le propongo una cosa – disse al ragazzo.<br />
Il ragazzo sorrise e si fece attento.<br />
-	Lei venga qui una volta al giorno, diciamo ogni sera alle sette. Le farò trovare due pacchi con delle cose da portare via. Due pacchi al giorno per trenta giorni.<br />
-	Cosa? lei vuole veramente che io vengo qui tutti i giorni per un mese?<br />
-	La pagherò.<br />
-	Oh, beh, io&#8230; va bene. E quando dovrei iniziare?<br />
-	Inizierà domani. E le lascerò un paio di chiavi, così se non sarò in casa lei potrà entrare a prendere i sui pacchi.<br />
-	Affare fatto. Allora a domani, signor&#8230;?<br />
-	A domani.<br />
Il giorno seguente Aldo si svegliò all’alba e iniziò subito a lavorare. La prima stanza fu la cantina: c’erano vestiti e scarpe di sua madre e che suo padre si era ostinato a conservare. Mise tutto nelle scatole senza soffermarsi troppo sui contenuti – intravide molte lettere e foto alcune in bianco e nero – e portò le prime due scatole in sala da pranzo.<br />
Jonathan arrivò alle sette in punto. Aldo, pronto sulla porta, con le scatole gli diede anche un pugno di banconote.<br />
-	A domani – gli disse.<br />
Il ragazzo stava per dire qualcosa ma Aldo aveva già chiuso la porta.<br />
I giorni seguenti furono più o meno tutti uguali.<br />
-	Se io non rispondo, è sicuro di avere le chiavi per entrare? chiese Aldo una sera.<br />
-	Certo, signore, le tengo sempre con me anche se&#8230;<br />
-	Allora a domani.<br />
Terminata la cantina passò alla stanza del padre e della matrigna. Sul comò intravide la foto di un bambino e si riconobbe solo perchè qualcuno aveva scritto sulla cornice “Aldo a sei mesi”. I vestiti di suo padre erano ancora tutti nell’armadio e quando Aldo aprì l’anta si sentì schiaffeggiato dalla puzza di vecchio. Trovò anche qualche abito da donna e un pacco di lettere affrancate ma mai spedite. C’erano molte cose in quella stanza, cose di ogni tipo, ma Aldo inscatolò tutto senza perdere il ritmo, velocemente e con ordine.<br />
Jonathan arrivava sempre puntuale e il lavoro procedeva liscio; ancora pochi giorni e le scatole sarebbero state complete e la casa finalmente pronta.<br />
Dopo la camera del padre, Aldo passò alla stanza di Sofia. Era la stanza di una ragazzina, con qualche poster ingiallito sui muri e un orsacchiotto sotto il letto. Aldo si chiese come avesse fatto a vivere nella stessa casa con una bambina. Nella manciata dei secondi necessari a sigillare un primo scatolone con il nastro adesivo, Aldo constatò che non si ricordava le sembianze di questa Sofia, e si disse, si vede che non era importante. In quella camera non c’erano molte cose, e due scatoloni furono più che sufficienti.<br />
Raccolto tutto dalla stanza di Sofia, Aldo andò in cucina: dal tostapane alle tovaglie, pentole e pentolini, piatti, bicchieri e posate. Dopo la cucina, la sala: quadri e quadretti, mobili, la TV, la radio. Fece portare via pure il divano, e al centro della sala rimase solo una poltrona.<br />
Un giorno Aldo disse a Jonathan che invece dei pacchi, quasi ultimati, si sarebbe dovuto occupare di rimuovere tutta la carta da parati. L’avrebbe pagato di più.<br />
Per rimuovere la carta da parati fu necessario modificare gli orari di lavoro: Jonathan ora doveva iniziare alle nove del mattino e lavorava tutto il giorno. Terminato il lavoro della carta da parati, era da intendersi il ripristino dell’orario normale, cioè alle sette di sera. Aldo gli apriva la porta e poi andava in camera sua dove rimaneva fino a quando, a sera, Jonathan dalle scale diceva, a domani, e sentiva la porta chiudersi. Quando arrivò il giorno di togliere la carta dalle pareti della camera da letto di Aldo, Aldo uscì – andò prima in banca e poi in chiesa &#8211; e quando fece rientro Jonathan era già andato via e la sua stanza era senza pelle.</p>
<p>Arrivò il trentesimo giorno. Poco prima delle sette, Aldo Oriani si sedette sulla poltrona.  Sentiva di avere un po’ il fiato corto, ma guardò soddisfatto la stanza vuota, il nulla che era rimasto da fare: il senso di oppressione al petto non fu poi così doloroso né spaventoso. E quando sentì quel pugno di dolore – un minuscolo sole che rotola e brucia – irradiarsi dallo sterno fino alle spalle, Aldo era convinto che mai, specie in quell’attimo, avrebbe provato ogni cosa di quel niente, che mai potesse esistere un tale riflusso di rabbia e paure e umilianti solitudini, di desideri e gioie abortite; e quando il dolore dalle spalle corse lungo il braccio sinistro – una liscia bolla, piccina piccina &#8211; Aldo Oriani si lasciò impregnare dallo strazio di fronte al corpo morto di sua madre e dal pensiero di quanto fosse bella, la sua mamma, così perfetta nell’immobile respiro, così bianca di cera.<br />
Jonathan chiamò l’ambulanza; gli chiesero il nome dell’uomo che stavano portando via e il suo grado di parentela: il ragazzo rispose svelto: nessuno.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/23/il-cuore-non-e-una-chiatta/">Il cuore non è una chiatta</a></p>
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		<title>La lingua</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/03/20/la-lingua/</link>
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		<pubDate>Sun, 20 Mar 2011 12:30:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/lingua.gif"></a><strong>di Gianni Agostinelli</strong></p>
<p>C’è un’immagine che mi tormenta. Un tizio ritto in piedi che si tocca la punta del naso con la punta della lingua. Lo stava facendo con totale naturalezza davanti a una ragazza, mentre quella parlava. L’ho visto coi miei occhi, nel 2005.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/20/la-lingua/">La lingua</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/lingua.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/lingua-300x238.gif" alt="" title="lingua" width="300" height="238" class="alignleft size-medium wp-image-38474" /></a><strong>di Gianni Agostinelli</strong></p>
<p>C’è un’immagine che mi tormenta. Un tizio ritto in piedi che si tocca la punta del naso con la punta della lingua. Lo stava facendo con totale naturalezza davanti a una ragazza, mentre quella parlava. L’ho visto coi miei occhi, nel 2005.<br />
Stamani mentre faticavo a infilarmi i calzini stavo pensando proprio a lui. Vai a sapere perché. Questo tizio mi torna in mente a intervalli regolari, non tanto ravvicinati ma abbastanza frequenti da farmi dire ad alta voce “basta”.<br />
“Basta cosa?”<br />
“Niente” dico a mia moglie. Che la chiamo moglie anche se non siamo sposati, però mi vien meglio dire moglie che compagna di vita, o solo compagna, o coinquilina, o fidanzata, che ormai i tempi dei fidanzatini son passati, o qualcos’altro. Magari posso chiamarla col suo nome, ma è brutto e non glielo cambio qui, neanche per finta. Sono un tipo onesto.<span id="more-38472"></span><br />
Insomma: “Niente” dico a mia moglie.<br />
E poi cambia argomento, un paio di commissioni da fare, sorvola sul “basta” e va avanti. Io posso tornare al tipo alto e magro. Per intendersi quello che riusciva ad arrivare con la punta della lingua sulla punta del naso. Schifoso ma affascinante, estremamente. Ci penso anche al bar ma vengo interrotto da tre signori brizzolati che discutono sull’inno d’Italia. Uno dice: “Che cazzo ha fatto Mameli a parte l’inno, eh? Perché per una sola canzone deve restare famoso nei secoli? Eh?”<br />
Eh. Son domande pure queste. Gli altri due han fatto spallucce perché dei tre quello che parlava era l’unico con la cravatta e quindi o l’han lasciato fare o secondo me hanno pensato che avesse ragione. Comunque è finita lì. Poi non ho seguito molto quel che si dicevano perché sono tornato a fare una prova. Dico, magari con un po’ di ginnastica della lingua riesco a renderla più elastica. Mentre mi esercito, con la mano a coppa per coprirmi la bocca, faccio finta di sbirciare il Corriere dello Sport sul tavolo. Aspetto che la barista inizi a preparare un caffè e tento di allungare la lingua al naso. Niente. Allora prendo un gratta e vinci. Gratto, perdo e faccio un sospirone. Non sono deluso per aver perso al gratta e vinci ma perché stamani ho ricominciato a pensare al tizio che riusciva a raggiungere la punta del naso con la lingua. Mi ero ripromesso di non pensarci più. Per questo ho detto basta ad alta voce stamani. Eran passati almeno un paio di mesi che il tizio non mi tornava in mente e non mi mancava per niente. L’ultima volta che ci ho pensato era fine dicembre. Lo ricordo precisamente perché quella sera non stavo proprio in forma, era il 29 dicembre. Stavo sbattendo i pugni contro il muro della cucina nel tentativo di modellare alcuni aspetti del mio carattere. Mi spiego. Non riesco a sopportarmi quando abbasso lo sguardo e avevo appena perso un round col vicino di casa. Per una cavolata, qualcosa che adesso nemmeno voglio tirar fuori qui perché non è la sede adatta. Comunque prendevo a pugni il muro della cucina. Poi però ho detto calmati per piacere. Anzi no, questo l’ha detto mia moglie. Io ho detto e come faccio? E lei ha detto pensa a qualcos’altro. Qualcosa che ti piace. E io ho detto ma mica sono un bambino che deve pensare al gelato, io non riesco a pensare a niente adesso che sono incavolato. E mentre lo dicevo m’è venuto in mente il tizio magro col cappotto del tenente Colombo. Un tizio che, incredibile, riusciva ad arrivare con la punta della lingua sulla punta del naso. Poi ho detto a mia moglie vai a letto che arrivo. E lei ha detto basta che è vero. E io mi sono seduto con la faccia al muro, quello della cucina. Mentre fissavo il calendario ho provato ad arrivare con la lingua fino al naso. Niente da fare. E allora mia moglie è tornata in cucina e ha detto ma sono le cinque passate. Sei restato su quella sedia da ieri sera? Parlo con te. Vieni a letto, stai bene?<br />
Eh, insomma.   </p>
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		<title>Seak sick sic</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 05:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Jacopo Galimberti<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/piXgalimba.jpg"></a><br />
</strong></p>
<p>Sono un poeta e uno scrittore collettivo. Per due anni ho lavorato a un romanzo storico insieme ad altri 99 scrittori. Sappia il lettore che nel 2007 Gregorio Magini e Vanni Santoni hanno inventato un metodo di scrittura collettiva, detto “metodo SIC”: il <a href="http://www.scritturacollettiva.org/">sito</a> dedicato a questo lavoro plurale ha prodotto sinora una manciata di racconti a dieci/dodici mani, tutti scaricabili con licenza copyleft, ma il vero, decisivo stacco è avvenuto nel febbraio del 2009, quando il gruppo di scrittori coagulatosi attorno al progetto SIC ha lanciato in rete l&#8217;idea di un romanzo che abbracciasse un numero più ampio di partecipanti―ci si augurava almeno cinquanta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/16/seak-sick-sic/">Seak sick sic</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jacopo Galimberti<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/piXgalimba.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-38416" title="piXgalimba" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/piXgalimba.jpg" alt="" width="215" height="270" /></a><br />
</strong></p>
<p>Sono un poeta e uno scrittore collettivo. Per due anni ho lavorato a un romanzo storico insieme ad altri 99 scrittori. Sappia il lettore che nel 2007 Gregorio Magini e Vanni Santoni hanno inventato un metodo di scrittura collettiva, detto “metodo SIC”: il <a href="http://www.scritturacollettiva.org/">sito</a> dedicato a questo lavoro plurale ha prodotto sinora una manciata di racconti a dieci/dodici mani, tutti scaricabili con licenza copyleft, ma il vero, decisivo stacco è avvenuto nel febbraio del 2009, quando il gruppo di scrittori coagulatosi attorno al progetto SIC ha lanciato in rete l&#8217;idea di un romanzo che abbracciasse un numero più ampio di partecipanti―ci si augurava almeno cinquanta. Contro ogni aspettativa, la proposta ha ricevuto un numero di adesioni esorbitante, arrivando a oltre duecento iscritti, tra cui io stesso. Duecento iscritti che  si sono subito dimezzati quando è stato chiaro che non si trattava di un giochino, di uno di quei divertissement letterari che fioccano in rete, ma che ci sarebbe stato da scrivere davvero, intensamente, molte pagine, per molti mesi. <span id="more-38415"></span></p>
<p>L&#8217;impresa, durata in effetti oltre due anni, è stata impervia, i ritmi industriali; com&#8217;era prevedibile le defezioni non sono mancate, anche tra i più valenti. Ma le mani sono state infine duecento, e il romanzo ora è terminato, l&#8217;opera si avvia a cercare un editore. Le gioie e i crampi del lavoro collettivo sono noti a pochi, poiché è ancora diffusa la perniciosa idea che la prosa e la poesia spettino al singolo, al privato, all&#8217;intelletto di dio. Ci sono cose che davvero forse non si possono partorire che da soli, ma vi sono materie controverse e collettive che trovano la loro verità solo se l&#8217;elaborazione da cui emergono ne ricalca almeno in parte le movenze. Il tema del Grando Romanzo Collettivo SIC è infatti la Resistenza. Anzi, le Resistenze, nelle loro confliggenti declinazioni: femminili e maschili, comuniste, liberali, libertarie, vittorioemanuelesche, nazarene o psichiatriche―il tutto rigorosamente incentrato sulla trasfigurazione di fatti reali, puntellati da ciò che è verosimile. Ne è esploso un epos medio e multiforme, sfrontatamente teso ad amalgamare introspezione e coralità, percorso da un&#8217;enorme messe di dati, aneddoti, figure storiche e figure di storia che uno scrittore singolo avrebbe raccolto, a far bene, in quindici anni di lavoro.</p>
<p>Un romanzo collettivo scritto col metodo SIC lascia ampi margini di scelta e di negoziazione, tuttavia una volta che l&#8217;alveo è stato tracciato il flusso scrittorio vi deve scorrere rapinoso, ma senza tracimare. Occorre parlare con le mascelle di personaggi ripugnanti, perché le schede di quelli che preferivi sono state magari assegnate ad altri. Bisogna accettare di vedersi amputate dal lavoro di editing scene di sesso che gridano al Nobel, scorci o dialoghi di bellezza accecante, macchine di tortura che la letteratura italiana ci avrebbe messo anni a digerire. Ma cosí sia, impuntarsi sarebbe un malinteso di ciò che sottintende un lavoro collettivo tra pari. Il “grande romanzo” della SIC è  stato in fondo per me (e penso per molti dei miei novantanove sodali) anche uno strumento per mettersi nella condizione di vedere all&#8217;opera in se stessi certi cipigli stronzetti e borghesi: l&#8217;ingiustificata diffidenza nel lavoro altrui; la competizione vista come prologo al saccheggio dei meriti e non come momento della collaborazione. Insomma, il Grande Romanzo Collettivo è stato un lavoro sul reale, sulle Resistenze, ma anche sulle resistenze della singolarità incarognita, disabituata a solidarizzare, chiusa nelle quattro mura di un reality―e usciremo a riascoltar Radio Londra.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/16/seak-sick-sic/">Seak sick sic</a></p>
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		<title>[giovani] scrittori in cantiere a Mantova</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 09:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/scrittori-giovani-574x450.jpg"></a><em>Milano, 4 febbraio 2011</em></p>
<p>Dopo il successo della prima edizione, torna Scritture Giovani cantiere, corso di formazione per dieci giovani autori promosso da Festivaletteratura con il sostegno di Fondazione Cariplo e Illy Caffè.</p>
<p>Articolato in due sessioni di lezioni, che si terranno a Mantova dall’1 al 3 e dall’8 al 10 aprile 2011, il progetto si rivolge agli aspiranti scrittori tra i 18 e 27 anni che non abbiano ancora pubblicato i propri lavori.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/17/giovani-scrittori-in-cantiere-a-mantova/">[giovani] scrittori in cantiere a Mantova</a></p>
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<p>Dopo il successo della prima edizione, torna Scritture Giovani cantiere, corso di formazione per dieci giovani autori promosso da Festivaletteratura con il sostegno di Fondazione Cariplo e Illy Caffè.</p>
<p>Articolato in due sessioni di lezioni, che si terranno a Mantova dall’1 al 3 e dall’8 al 10 aprile 2011, il progetto si rivolge agli aspiranti scrittori tra i 18 e 27 anni che non abbiano ancora pubblicato i propri lavori. Nel corso del laboratorio i partecipanti verranno a contatto con professionisti dell’editoria (agenti letterari, editori, critici, traduttori, editor) e con scrittori affermati, alcuni dei quali già partecipanti alle scorse edizioni del progetto Scritture Giovani di Festivaletteratura.</p>
<p>Attraverso le testimonianze e il confronto con queste figure professionali si mirerà a stabilire un punto d’incontro tra il mondo della scrittura e quello dell’editoria, così da  fornire ai giovani di talento un primo orientamento all’interno di una realtà così complessa e articolata. Si parlerà dunque dei nodi del mondo editoriale ma anche delle professioni della scrittura, e di quali siano ad oggi le strade percorribili per far arrivare al pubblico le proprie creazioni.<br />
<span id="more-38110"></span><br />
La partecipazione al corso Scritture Giovani cantiere sarà gratuita; le spese di viaggio e di soggiorno a Mantova per il periodo delle lezioni saranno a carico dell’organizzazione.<br />
Saranno ammessi  autori tra i 18 e i 27 anni, non ancora pubblicati, che invieranno, entro e non oltre sabato 5 marzo 2011, la scheda di partecipazione scaricabile dal sito www.festivaletteratura.it e un racconto di massimo 10 cartelle sul tema “nomi”, motivo ispiratore anche del racconto richiesto agli autori che parteciperanno a Scritture Giovani incontri 2011.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/logo_festivaletteratura.jpg"><img class="size-full wp-image-38113 aligncenter" style="margin-top: 8px; margin-bottom: 8px;" title="logo_festivaletteratura" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/logo_festivaletteratura.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>La selezione delle domande verrà effettuata sulla valutazione dei racconti pervenuti da una commissione interna a Festivaletteratura. L&#8217;esito della selezione sarà reso noto sui siti www.festivaletteratura.it e www.scritturegiovani.it da venerdì 18 marzo 2011.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">Le domande e i materiali richiesti andranno inviati via e-mail all’indirizzo: sgcantiere@festivaletteratura.it</p>
<p style="text-align: center;">Per ogni ulteriore informazione o chiarimento è possibile contattare la segreteria di Festivaletteratura: tel. 0376.223989; fax 0376.367047;<br />
e-mail: sgcantiere@festivaletteratura.it.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/17/giovani-scrittori-in-cantiere-a-mantova/">[giovani] scrittori in cantiere a Mantova</a></p>
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		<title>sul gusto nazionale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/02/11/sul-gusto-nazionale/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Feb 2011 09:30:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[nazionali senza filtro]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/nazionali_esportazione.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p>Stavo proprio pensando che un perseguitato che non ha la gentilezza di farlo dimenticare che è perseguitato allora se lo merita di essere perseguitato, almeno un po’, quando è risuccesso.</p>
<p>Chissà come mai, ma ogni volta, proprio ogni volta che tiro fuori di tasca il mio caro e venerabile pacchetto di nazionali senza filtro, ogni volta ma proprio o-gni volta da almeno trent’anni a questa parte c’è sempre ma dico sempre qualcuno che se ne viene fuori con, Nazionali!&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/11/sul-gusto-nazionale/">sul gusto <em>nazionale</em></a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/nazionali_esportazione.jpg"><img class="size-full wp-image-38024 alignnone" title="nazionali_esportazione" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/nazionali_esportazione.jpg" alt="" width="214" height="278" /></a></p>
<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p>Stavo proprio pensando che un perseguitato che non ha la gentilezza di farlo dimenticare che è perseguitato allora se lo merita di essere perseguitato, almeno un po’, quando è risuccesso.</p>
<p>Chissà come mai, ma ogni volta, proprio ogni volta che tiro fuori di tasca il mio caro e venerabile pacchetto di nazionali senza filtro, ogni volta ma proprio o-gni volta da almeno trent’anni a questa parte c’è sempre ma dico sempre qualcuno che se ne viene fuori con, Nazionali! No?!? Esistono ancora? Ma dove le trovi?<br />
<span id="more-38023"></span><br />
Il rituale arcaico, la cerimonia laica nata sicuro in epoca immemorabile pre-vede che tu rispondi Dal tabaccaio!, poi quello fa la faccia un po’ incredula e un po’ che non gliene frega niente di dove le trovate, perché invece l’importante è che lui risponda, magari facendosi consegnare il pacchetto e rigirandolo fra le mani come fosse un reperto, Ah, le fumavo anch’io!!, con quel bel tono di nostalgia coatta che però agli occhi di un esperto in danze rituali e carboni ardenti non depone proprio niente bene. Ti ricordi che c’era un periodo che non si trovavano&#8230; Era perché sta-vano sul paniere del PIL&#8230;, intendendo una cosa avvenuta trent’anni fa o giù di lì per l’appunto, mentre appena tolte dal paniere suddetto sono riapparse in ogni ta-baccaio del Regno e le trovi impilate sugli scaffali come le altre, e altrettanto costo-se. Costavano? Quanto costavano? E voi, Ottanta lire, rispondete mentre lui conti-nua a esaminare il pacchetto. Ma anche meno!, vi dice da uomo di mondo e quasi a contraddirvi, Le ho fumate per tanti anni! Le fumava mio padre! ribadirà lui il dirit-to familiare di prelazione, cercando di scostare i ricordi fastidiosi che certo devono sembrargli a questo punto come scacciamosche in mezzo alle volute di fumo.</p>
<p>Difficile che voi non rispondiate Ah si?, mentre lui vi riconsegna il pacchetto come fosse sì un reperto, ma di quelli di un passato poco importante o comunque superato dalle recenti scoperte senza un rimpianto che è uno, con una bibliografia che ormai già riempie due o tre scaffali. Difatti, se il tempo c’è e quindi avete quei frangenti per pensarci un secondo, si tratta di qualcuno che o ha smesso di fumare con grande coraggio, sprezzo del pericolo e volontà invincibile, o che ora si fuma i sigarettini a triplo filtro e non delle torce bestiali come si vede bene che considera le vostre, si vede a occhio nudo e senza fare sforzi che come spesso succede sarebbe-ro controproducenti anche qui, difatti potete tranquillamente far bella figura facen-do il verso di offrirgliene una, tanto si schermisce quasi sicuro. Questo però a pen-sarci bene non è sempre vero, e anzi mi rimangio subito quello che ho detto e ve lo sconsiglio caldamente di offrirle, perché invece una discreta percentuale, qui valu-tabile io credo intorno al trenta per cento l’accetterà di buon grado, se la farà pure accendere la benemerita, si beccherà la botta che secondo lui rappresenta una sem-plice boccata senza aspirarla, come del resto si vede bene dalla nube marrone anco-ra infuocata dai riflessi danteschi, per poi scusarsi subito, già prima della seconda. Lo vedrete allontanarsi, curvo e un po’ angustiato per altri affari inalienabili o in-contri nuovi e improvvisi. Basta che lo seguiate con lo sguardo per non più di due secondi e già l’ha buttata con un rigurgito, come a scordarsi un peccato molto grave e perfino sanzionabile da molto ma molto in alto, che più in alto non si può. La maggioranza non la schiaccerà nemmeno, la buttano via come un anarchico un candelotto di dinamite. Oltretutto, a voler esaminare bene per capirci qualcosa, c’è da temere pure il tizio che ve la chiede lui, Me ne dai una?, ma qua siamo sull’ordine dell’un per cento non di più, perché dopo la prima boccata dovrà per forza far suo-nare i suoi commenti, tipo quelli dal tono delicato Buona però&#8230; Ma son più leggere di una volta&#8230;<br />
Al che voi che proprio quella mattina avete fatto un fioretto per imparare la pazienza, che esser pazienti al giorno d’oggi serve quasi o forse più del pane e a voi invece è sempre mancata, la magnifica pazienza, gli spiegherete che per disposizioni europee la miscela è cambiata, e sempre per dimensioni europee le hanno pure al-lungate, tanto che non tirano più tanto bene come facevano prima dell’Unione Eu-ropea e bisogna tagliarne un pezzetto prima di accenderle. Ma queste cose ditele come vi pare, senza nemmeno far risaltare la creatività spinta e la visione del futuro di una legislazione europea che si occupa di pareggiare le sigarette, che sarà stata senza ombra di dubbio o la prima o seconda cosa che hanno pensato Altiero Spi-nelli e gli altri quando buttavano giù le bozze del Manifesto, là arrampicati sugli scogli di Ventotene, insieme a quell’altra della durata dei semafori su tutto il territo-rio unionale, tanto lui non vi ascolta perché sta cercando in giro qualcuno che co-nosce al quale deve dire una cosa urgente, o la visione di un fantasma da inseguire, sta elaborando nella capa cioè l’abile e solerte manovra che gli permetterà di allon-tanarsi per non far brutta figura.</p>
<p>Alcuni però c’è da dire, per essere precisi come è necessario in questi casi e difatti si tratta di non più dello 0,6 per cento, forse perché in quel momento più sta-tici o con minor spirito d’iniziativa, se la fumano tutta di fretta davanti a voi, in quattordici massimo quindici secondi l’hanno già finita, e se da quel momento in poi noterete in loro una specie di livore inconfessabile, un intorcinamento nei vostri riguardi senza ragione, beh allora pensateci un altro secondo e avrete la soluzione.</p>
<p>Il copione è fisso, le improvvisazioni pochissime, tipo certi che hanno il co-raggio di approfondire Mio padre fumava quelle verdi&#8230;, tanto che vi toccherà ri-spondere che quelle sono le Esportazioni senza filtro, e lui che mica molla però, Ah già, quelle con sopra il veliero&#8230; Poi c’erano quelle altre, come si chiamavano? E voi, le Alfa&#8230; No, quelle altre&#8230; Le Sax, direte voi che ormai da anni studiate da mo-naco anzi da santo, con preferenza per quelli orientali che sono, almeno a quanto dicono, meno biliosi e gastritici e soprattutto parlano poco o niente, abilità che ser-virebbe un po’ a tutti.<br />
Ah, si, quelle con il sassofono sul pacchetto&#8230; Badate che la sequenza è sem-pre questa, senza variazioni, se voi dite per prime le Sax loro vi dicono di no quelle altre intendendo le Alfa, se dite le Alfa allora sono le Sax di tutto punto, tutto deve rispondere a una specie di rituale io credo, di stampo bizantino forse vista la scarsa prospettiva, o si vede che è la più logica la sequenza o si adatta meglio all’evoluzione della specie e tutti, dai vermi ai pesci del mare ne risentirebbero se di punto in bianco si cambiasse e ci si mettessero di mezzo per esempio le Stop, altri-menti io non me lo spiego perché da trent’anni almeno a questa parte se voi dite Alfa sono le Sax e viceversa, trent’anni perché prima ero fuori dal giro, fumavo le Gauloises. Qualcuno di costoro potrà concludere l’incontro, del quale non resterà traccia negli annali ma certo nell’animo umano o almeno nel vostro, con l’altra mezza domanda Ma ora non esistono più né le Sax né le Alfa&#8230;, anche se si vedreb-be pure dal satellite quanto gliene importa. Oppure qualcuno vi potrà chiedere quanto costano adesso, e al vostro Tre euro e novanta sarà costretto a rispondere Ma no!?!, facendo la faccia uguale uguale a quella di un primitivo, una specie di bo-roro amazzonico che ha esaurito le scorte, uscito dalla foresta ha di fronte l’ingrata savana a perdita d’occhio.<br />
Certe volte che sono debole d’umore mi sembra che mi rivengano sotto gli stessi, anche due o tre volte con le stesse domande. Invece è probabile che diminui-scano, per forza di cose è tutta gente di una certa età. Devono morire tutti, io cre-do, prima che la cosa finisca.<br />
Ma poi ci sono quelli che superano la logica di slancio, diciamo così. Una volta ero con la mia fidanzata sulla spiaggia, quand’eccoti che si avvicina un drogato penzolante con la testa che pareva mozzata durante una guerra santa, nemmeno tanto recente, e pure lì il rituale prevede la richiesta di denari alla quale voi rispon-dete Nein, in tedesco che viene meglio, allora lui ripiega su una sigaretta, con indice e medio. Ora, nel momento stesso in cui, con bonomia tutta italica invece tirerete fuori il pacchetto, ecco che lui fa la faccia come se gli aveste offerto un lavoro di gran prestigio, e se ne esce con un E che mi vuoi ammazzà!?! stupito e impaurito, quasi tenero direi, come un tonno che esce vivo dalla scatoletta.</p>
<p>Se qualcuno è arrivato fino a qui, starà pensando che chi parla è uno che ne ha di strada da fare per diventare santo e per ora è un bilioso senza pietà e senza speranze, un fissato insomma vi sta raccontando cose insignificanti per qualche suo tornaconto personale. Allora io vi dico che tempo fa sono entrato per la prima vol-ta in una libreria di usato che si chiama I Fratelli Tanner, ed è tenuta da due amici. Uno fuma le Ms, ma l’altro invece, come noterete subito dal pacchetto poggiato con cura sulla scrivania, è della vostra stessa e medesima religione, e da tempo al-trettanto immemorabile. Uscendo fuori sul marciapiede per fare due chiacchere tra correligionari che si ritrovano all’estero o in cattività, e darci dentro con le fauste celebrazioni, scoprirete che conosce e si lagna di tutto preciso sputato il rituale di cui parlavo prima, punti e contrappunti, domande e risposte, uguale spiccicato, si lagna e si addolora e non sa più che fare, mi dice, si è rassegnato, una volta si ribel-lava, ha provato col mutismo a costo di far brutta figura, ha provato con le cattive maniere, con uno degli indomabili domandatori ci ha perfino litigato.</p>
<p>Non essendo voi quasi sicuro dei fumatori di nazionali non potete immagi-nare la dolcezza squisita con la quale ci siamo abbracciati, correligionari ma di più, tutto l’affetto che per lunghi anni cercavamo nella religione ora circolava liberamen-te, torno torno a noi sul marciapiede, oramai amici e anzi fratelli vita natural duran-te. Con lui abbiamo concluso che il metodo migliore, il più sincero e anzi sentita-mente religioso e laico insieme, è rispondere come si deve, battuta dopo battuta, e pure abbiamo concluso che sta a terra senza dubbio il regno dei cieli. E inoltre ne abbiamo concluso che non tutto si capisce nella vita che facciamo, anzi, è meglio per l’avvenire umano che un bel po’ di cose restino avvolte nel fumo, e più si infit-tisce e meglio è.</p>
<p>Però a lui la storia del drogato gli è successa a Bologna.</p>
<p>[questo racconto è stato pubblicato su Animal(s) 12 (maggio 2010)]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/11/sul-gusto-nazionale/">sul gusto <em>nazionale</em></a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>un’altra storia di Johnny Tossi (1977-2006) [3]</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 08:50:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[un'altra vita di johnny tossi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/tossi03.jpg"></a></p>
<p>di <a href="http://davideorecchio.wordpress.com/"><strong>Davide Orecchio</strong></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>Roma, 1982</em></p>
<p>Cos’hai mangiato a cena?<br />
	 (silenzio)<br />
	 Fai pasti regolari?<br />
	 (silenzio)<br />
	 Non salti i pasti, vero? La carne la mangi?<br />
	 Sì mamma, la mangio.<br />
	 E a cena cos’hai mangiato?<br />
	 Bastoncini di pesce e un piatto di spinaci.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/05/un%e2%80%99altra-storia-di-johnny-tossi-1977-2006-3/">un’altra storia di Johnny Tossi (1977-2006) [3]</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/tossi03.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-38029" title="tossi03" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/tossi03.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>di <a href="http://davideorecchio.wordpress.com/"><strong>Davide Orecchio</strong></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>Roma, 1982</em></p>
<p>Cos’hai mangiato a cena?<br />
	 (silenzio)<br />
	 Fai pasti regolari?<br />
	 (silenzio)<br />
	 Non salti i pasti, vero? La carne la mangi?<br />
	 Sì mamma, la mangio.<br />
	 E a cena cos’hai mangiato?<br />
	 Bastoncini di pesce e un piatto di spinaci.<br />
	 Pesce surgelato?<br />
	 Sì.<br />
	 (silenzio)<br />
	 Anche gli spinaci erano surgelati.<br />
	 (silenzio. Ma a Johnny sembra di sentire un lamento)<br />
	 Sei ancora lì?<br />
	 (lamento)<br />
	 Mamma?<br />
(Il lamento prosegue. Poi casca la linea.)</p>
<p><span id="more-38027"></span><br />
Non lavora più da Coloccini. Ha fatto molti lavori. Adesso lavora allo Stadio dei Marmi. È un custode. Si è trasferito: abita in un seminterrato sulla Pineta Sacchetti, in una casa a due piani sorvegliata da un cane nero. Ogni volta che rincasa, il cane ringhia e abbaia. Li separa una rete di ferro. Per spaventare Johnny il cane finge di odiarlo, ed è molto bravo a farlo sembrare odio vero. Al piano di sopra abita il padrone di casa, che è anche il padrone del cane. Non è più andato al Centro degli esuli. Non vede un esule da mesi. Non ha notizie di Aurora. Gli disse che era troppo vecchia per lui. Johnny non aveva voglia di convincerla del contrario. Che fine ha fatto Aurora? Chi lo sa. A Johnny non importa.</p>
<p>Ha deciso di non dire a nessuno che è argentino. Un paio di volte ha detto che è spagnolo. I bambini che corrono allo stadio lo chiamano lo spagnolo. Un’altra volta s’è inventato che è cubano. Ha sentito dire che la dittatura sta finendo. Ma è come la vita di qualcun altro, la vita di un paese lontano e privo di interesse. Allo stadio fa i turni di chiusura. Arriva dopo pranzo. Se arrivasse la mattina troverebbe gli atleti che si allenano, ma lui va al pomeriggio e trova solo ragazzini che frequentano i corsi di ginnastica e imparano a correre. Sugli spalti siedono i genitori, a volte qualche ragazza – sorelle maggiori e baby sitter. Manda a memoria le ragazze per le pagine del diario mentre spazza le foglie, raccoglie gli ostacoli e li porta in magazzino, infila i dischi nel sacco, toglie l’asta del salto in alto e intanto arriva il tramonto, finiscono i corsi, se ne vanno bambini, genitori, istruttori, sorelle, baby sitter, se ne va il sole, la tinta del crepuscolo cola sulle statue nude, sugli spalti, sui gradini, sulla pista, sull’erba come liquido scuro versato sul mondo da seppie invisibili. Chiude i catenacci, sigilla le porte, lega le catene. Quando è buio torna a casa. Ma prima gli tocca l’odore feccioso del fiume, lo sporco che non vede ma immagina a sinistra della strada che percorre in motorino, gli avanzi del sesso gettati tra i rovi sui piccoli abissi che portano all’acqua sotto ai ponti, i fazzoletti seccati in un pugno, i preservativi, tracce di puttane e puttanieri, a sinistra della strada perché il fiume scorre là sotto mentre ancora più a sinistra, dopo il fiume, inizia e s’illumina il centro di Roma.</p>
<p>Tra Johnny e la città non corre buon sangue. Johnny potrebbe svenire e la città passandogli vicino fingerebbe di non vederlo. Johnny potrebbe accasciarsi per il dolore e la città non smetterebbe di limarsi le unghie. Ma Johnny è l’imperatore di Roma, il più forte. Un vero re non ha bisogno di amici e Johnny non ne ha. Basta a sé stesso. È così potente. La reggia del re dove potrebbe disossare i resti del cane nero che gli ringhia contro ma si astiene dal farlo per non esibire tutta la propria forza, è piccola perché grande Johnny non la vuole, sporca perché la pulizia non si addice ai condottieri, disordinata ma lo sanno tutti che l’ordine è dei mediocri. Poggia il motorino contro un muro senza intonaco (Johnny, sempre lui, el emperador), apre la porta di ferro e ora che è dentro si vede bene che da terra al soffitto non sono più di due metri, una dimora per il raccoglimento, un nido per la meditazione. L’ingresso è poco più largo delle spalle di un rugbista, la cucina è una grotta, in camera da letto il materasso sta per terra, accanto c’è un tavolo di plastica color panna e senza gambe, sulla parete dove poggia il materasso c’è uno scaffale, sullo scaffale pile di fumetti, il pavimento è di mattonelle bianche annerite, sulle mattonelle aleggiano batuffoli di polvere e gli angoli della stanza ne sono pieni, sul tavolo senza gambe c’è una bottiglia di birra mezza vuota e c’è un diario e c’è una penna, sotto al materasso l’occhio non può vedere il mucchio di riviste porno. Cos’altro c’è? Un televisore quindici pollici in bianco e nero. Una tenda a fiori venti per cento cotone e quello che resta poliestere (copre la finestra senza persiane e il vetro sudicio). Una chitarra acustica accordata in re aperto. Un registratore mono dove ora Johnny infila una cassetta di Mercedes Sosa e si sdraia sul letto e chiude gli occhi.</p>
<p>Ricorda l’Argentina. Ricorda quello che vorrebbe scordare. Ricorda il Centro di detenzione, la fuga, i corpi nudi nel freddo. Ricorda la nebbia. Ricorda le torture, la preparazione della picana, il primo ronzio dell’elettricità che dava il segnale, gli sguardi terrorizzati, i cappucci. Non dimentica la nudità, l’esposizione di corpi non lavati, l’annerita biancheria intima indosso, l’odore dei corpi e dei fiati. Ricorda le visioni che rubava dietro alle fessure delle porte, quando una porta si apriva e poi chiudeva, il frastuono delle percosse in stanze lontane, il chiasso dei regolamenti di conti tra detenuti, il fragore delle brande rovesciate. Ricorda il sospetto, i pasti, gli interrogatori, l’arbitrio dei custodi, l’insensatezza del Centro, dell’essere prigionieri, dell’essere carcerieri. Scrive sul diario che non ha “bisogno di nessuno. Ogni sera da solo mi rafforza. Ogni pasto da solo mi rafforza. Ogni giorno senza scambiare una parola mi fa più robusto. Sono felice di vivere qui, re di Roma”.</p>
<p>Non gli servono neppure i benzinai. Conserva la benzina in una tanica e misturandola di olio si fa la miscela. Non gli servono i soldi. “La povertà mi rafforza” e il sabato pomeriggio che non lavora lascia il motorino a piazza del Popolo e passeggia tra le donne di via del Corso, le guarda senza farsi notare, non le insegue con gli occhi ma le fa cascare nel suo sguardo, oppure sale al Pincio e da lì fin dentro Villa Borghese per guardare le ragazze in bicicletta coi loro sederi esposti e inermi, oppure va al cinema Quirinetta dietro piazza Colonna, o all’Etoile a San Lorenzo in Lucina. E magari al buio gli si siede accanto una ragazza e lui vede il film insieme a lei, però senza riuscire a concentrarsi sulla storia. Il cinema gli piace. Ha visto Blade Runner. Ha visto Indiana Jones e Momenti di gloria. Ha visto i Blues Brothers.</p>
<p>Contraddizioni di Johnny<br />
– Le donne non mi servono. Non mi cercano? Che si fottano.<br />
– E il diario come lo spieghi? Quei passi sulle ragazze. Di solito le immagini nude, pronte a tutto, scatenate. Potresti chiarire al riguardo?<br />
– Niente più Argentina. Meno male!<br />
– Allora perché tutti questi ricordi, Johnny? Cos’è che non hai digerito? Che sapore ha il boccone che mastichi?<br />
– Sono un esule come tutti gli altri. Voi non lo sapete quello che mi fecero laggiù. Ma lasciatemi in pace. Niente domande. Non rompetemi i coglioni.<br />
– Va bene. Però potresti spiegare perché non ricordi il dolore? Che fine ha fatto il dolore?<br />
– Della politica non me ne è mai importato nulla. Ecco perché non trovate ragionamenti politici nel diario. Io giocavo a calcio. Stavo in porta. Andavo a vedere il River. Che ci posso fare se mi hanno preso lo stesso, anche se non sono politico? Non saprei cosa scrivere di politico. Preferisco scrivere della fica.<br />
– Ma all’Argentina non ci pensi? Stanno succedendo delle cose laggiù. Sta cambiando tutto. Ehi, adesso dove vai?<br />
Una ragazzo sui venticinque, non magro, non alto, non vestito bene, non in compagnia, spinge un Boxer sul ponte di Porta Portese, monta sul sellino, schiva le rotaie, volta sul Lungotevere, il vento gli solleva i capelli, gli arrossa la pelle del viso, gli screpola nocche e falangi sul manubrio, sul marciapiede la gente si fa compagnia, nelle auto la gente si fa compagnia ma l’imperatore se ne frega, corre verso la sua notte, verso la pasta al burro e la Domenica sportiva, il ringhio del cane nero e le ore fotocopiate. Sul materasso ipotizzerà altre vite, avrà il desiderio di molti amici e donne, immaginerà giorni pieni di incontri, nel sogno a occhi aperti coprirà con un velo l’importuno, il sé reale, gli metterà cappuccio e manette, lo toglierà di mezzo. Questo sono io, devo essere coerente con me stesso, disse l’uomo che aveva rinunciato alle speranze. E nel dirlo si accorgeva che non gli restava che un’espressione, e un solo tono di voce, e un solo sorriso, che non conosceva più di una lingua, che ricordava una poesia appena, una canzone appena, e dalla testa ai piedi non vestiva che un colore. Ma questo non è il caso di Johnny. È molto lontano dall’essere il caso di Johnny, ed ecco la primavera.<br />
Sull’erba dello stadio c’è una ragazza che corre.<br />
– Accidenti quanto è bella! Dai ricci biondi fino alle gambe di gazzella passando per le natiche più eleganti che abbia mai visto, quanto mi emoziona questa ragazza? Hai visto come va veloce? E i piccoli rimbalzi del seno? O santo cielo, ma chi è? Come si chiama? Da dove spunta? Viene tutti i giorni da una settimana circa. Si allena per il salto in lungo. Guarda che salto che ha fatto! È andata lontanissimo! Non è una dilettante. E secondo me non è neanche italiana.<br />
– Mi sono informato, Johnny. Hai ragione tu. Non è italiana, è tedesca. Della Germania Est. Dicono che ha chiesto asilo. Era venuta per una gara con la sua nazionale ma è rimasta qui.<br />
– E di che vive? Si sentirà sola. O mamma mia, guarda come allunga le gambe sull’erba per lo stretching. Guarda le braccia che arrivano a toccare le caviglie. Come piega la schiena e poi la inarca. Quella comanda al corpo e il corpo obbedisce. Ha la pelle bianchissima, secondo me è piena di lentiggini, ma da qui non riesco a vedere bene. O cavolo, quei pantaloncini sono cortissimi! Ma di che sono, di seta? Sembra che l’accarezzino. Io devo sapere chi è. Io domani glielo chiedo. Se torna vado lì e le parlo. Non oggi, ma domani sì.<br />
– Allora ci hai parlato? Ma che te lo chiedo a fare? Tu non ci hai parlato.<br />
– Si chiama Jutta e ci ho parlato. Sono andato lì e mi sono presentato. Lei mi ha risposto e si è presentata.<br />
– Non ci credo. Una come quella non parla con te.<br />
– Che m’importa se non mi credi? Io domani sera ci esco.<br />
– Non è possibile! E come hai detto che si chiama?</p>
<p>	 Mi chiamo Jutta Stiegmeier. Sono tedesca. E tu sei argentino? Però non hai un nome argentino. Con l’italiano come te la cavi? Perché io lo sto studiando, ma è così difficile! Vivo a Roma da pochi mesi e col lavoro che faccio non riesco a migliorare.<br />
	 Perché, che lavoro fai?<br />
	 Istruttrice di ginnastica. Senti: potremmo parlare in russo. Io lo parlo molto bene. E tu?<br />
È nata a Potsdam ma sin da piccola ha vissuto a Berlino Est. Johnny non conosce Potsdam e neppure Berlino Est.<br />
	 Berlino è bella e triste, ed è divisa da un muro. Ne hai mai sentito parlare?<br />
Certo che Johnny ne ha sentito parlare, chi non conosce la faccenda del Muro? Il Muro divide in due la città, da una parte vivono i rossi e dall’altra i tossici.<br />
	 Io vivevo dalla parte dei rossi.<br />
Johnny non sa cosa dire e tira fuori il calcio e dice che non esiste una squadra di calcio più triste della Germania Est. Neppure la Bulgaria o la Romania sono così tristi. Johnny dice che in generale quando i giocatori delle squadre dell’Est scendono in campo hanno la sconfitta stampata in faccia, e sembra che non gli vada di giocare, e hanno sguardi da robot mentre suonano gli inni e Jutta dice che è fuggita per non essere più un robot. È arrivata un anno fa con una selezione di atletica per disputare un torneo, a Torino. In albergo ha conosciuto un cameriere che l’ha aiutata a scappare. I giornali hanno parlato di lei. Johnny però non legge i giornali.</p>
<p><span style="color: #3366ff;">[Questa è la prima parte (in quattro parti) di Un’altra vita di Johnny Tossi (1977-2006), una storia inedita di un manoscritto inedito di un autore inedito. Il primo libro di narrativa di Davide Orecchio uscirà per Gaffi nel 2011. La prima puntata di Un'altra vita di Johnny Tossi è <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/21/unaltra-vita-di-johnny-tossi-1977-2006/">qui</a>, la seconda <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/28/unaltra-storia-di-johnny-tossi-1977-2006-2/">qui</a>. La foto in apice viene da <a href="http://www.flickr.com/photos/41099823@N00/">qui</a>.]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/05/un%e2%80%99altra-storia-di-johnny-tossi-1977-2006-3/">un’altra storia di Johnny Tossi (1977-2006) [3]</a></p>
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		<title>un&#8217;altra storia di Johnny Tossi (1977-2006) [2]</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Jan 2011 09:59:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/2.jpg"></a></p>
<p>di <strong><a href="http://davideorecchio.wordpress.com">Davide Orecchio</a></strong></p>
<p>In autunno Coloccini apre una tipografia e gli offre lavoro, al che Johnny mette da parte la diffidenza per l’esule che fa troppe domande e accetta. All’inizio sbrigherai le consegne. Nel frattempo guardando il mestiere impari. Ce l’hai un motorino?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/28/unaltra-storia-di-johnny-tossi-1977-2006-2/">un&#8217;altra storia di Johnny Tossi (1977-2006) [2]</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-37856" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/2.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://davideorecchio.wordpress.com">Davide Orecchio</a></strong></p>
<p>In autunno Coloccini apre una tipografia e gli offre lavoro, al che Johnny mette da parte la diffidenza per l’esule che fa troppe domande e accetta. All’inizio sbrigherai le consegne. Nel frattempo guardando il mestiere impari. Ce l’hai un motorino? Se lo procura ma troppo fragile per uno che continua a ingrassare. In curva trema, deve gonfiare le ruote ogni settimana e in salita non lo porta, per fortuna ci sono i pedali. Consegna carta in città, perlopiù a certi sindacati coi quali Coloccini ha i suoi agganci. Sembra che Coloccini conosca tutti, eppure è arrivato da un anno, non è mica nato qui (pensa Johnny). La tipografia sta in un garage sulla Casilina. Un corridoio, due stanze. Insieme a Coloccini lavora Aurora Maturáno, che non è la sua donna ma è chiaro che si vogliono bene. Johnny non l’ha mai vista al Centro. È magra, riccia di capelli e secondo Johnny “non bella bella ma sus tetas!”. Poi è scaltra, pensa Tossi. È nervosa, “fumatrice senza sorrisi” (Johnny sostiene che più le donne fumano, meno sorridono). Coloccini dice che sono amici da una vita. A Buenos Aires lui la salvò e poi lei ha salvato lui. Aurora chiama Johnny gordito, a volte stringendogli il collo tra il pollice, l’indice e il medio come a un gatto. I tre pranzano insieme. <span id="more-37845"></span>Johnny e Aurora divorano panini. Coloccini beve vino o birra e poi chiude con un Fernet, non il primo della giornata, infatti ha il naso rosso e pencola come se i pensieri lo trattenessero, esita sulle gambe e sembra prigioniero della mente. Johnny immaginava che fosse un aspetto del suo carattere, volendo anche un fascino. Adesso ha capito che si tratta di sbornie. Ma il succo della faccenda è Aurora, che “ha più di trent’anni, è una donna fatta”, dice Johnny al diario cui confessa che a lui non lo “considera”, “però secondo me le sto simpatico e ha un corpo che io lo sogno sveglio e addormentato”. Sul conto di Aurora appunta anche altro per eccitarsi e arriva a scriverlo spinto dall’eccitazione. Aurora è senza difetti. Più elegante di una gatta. Più riservata di una spia, tanto è vero che “non mi ha chiesto nulla dell’Argentina”. Forse ha delle antenne per intercettare i desideri del mondo, ma Johnny ha un solo desiderio.</p>
<p>Passa del tempo registrato distrattamente sul diario intimo che illustra fatti rari ma ricorrenti come tralicci della luce nella campagna. Molti pasti che Johnny descrive nel dettaglio, passeggiate verso lo Stadio Olimpico, domeniche trascorse ad ascoltarne l’urlo da fuori struggendosi per il River lontano, asfalto e motorino, risme di carta, tubi di scappamento, mani luride di catena e manubrio, chiazze di affumicamento da smog sul viso. Poi viene Capodanno. Un uomo e una donna camminano abbracciati. Si tirano e spingono e non riescono ad andare dritti. Ridono incespicando tra i petardi già esplosi e lo sporco, valicando ruscelli che potrebbero essere spumante ma anche urina, o spumante tramutato in urina. Lui la tiene per un fianco e la sua mano vigila al confine tra l’anca di lei e dove inizia il sedere, non senza malizia. Lei si lascia tenere e sorveglia il braccio di lui col proprio. L’esito è una creatura fatta di due corpi asimmetrici, non in sintonia, munita di coppie di gambe anarchiche che fanno due passi, due velocità e inciampano. Dal bacino gemellare crescono due tronchi come estranei eppure s’intuisce la smania di stare appiccicati, sebbene il buon senso suggerisca di staccarsi.<br />
Escono da una festa. Dove sono diretti? Lui è Johnny, lei Aurora. Sembra proprio che vadano a casa del primo. L’alcol s’è messo con la solitudine e tutt’e due insieme hanno congiurato con la generosità per dare un’occasione al vergine di Buenos Aires. Del resto poco fa è stata Aurora che ha preso Johnny da parte per chiedergli di fare un giro. Così hanno detto ciao alla festa senza festa, agli esuli, al vino e alle empanadas, all’ipocrisia del buon anno, alle lacrime nascoste nelle tasche, agli ubriachi per non pensare più alla morte. Usciti su Porta Maggiore, schivando la lussuria stradale dei romani, Johnny e Aurora soli assieme, poi soli assieme sul motorino, lei domandando: Dove mi porti, mi hai rapita?, hanno iniziato ad annusarsi, i seni di lei dal nascondiglio del cappotto, dell’abito e della biancheria intima assaggiando le spalle di Tossi, le braccia di lei perlustrando i fianchi del mai-felice-troppo-giovane-portegno, un corpo attratto dall’altro come il burro dal pane e la fetta di salmone dal pane e burro.</p>
<p>L’ha portata nella sua camera. L’ha spinta verso il portone del palazzo come un canotto sull’acqua. Sono entrati evitando parole. Poi l’appartamento. I boliviani dormono. L’ingresso è buio e odora di cucina. Nessun rumore se non il frigorifero che era spento e adesso s’accende. In punta di piedi sul corridoio fino alla porta di vetro, aperta per far passare Aurora e subito chiusa come si chiude la bocca.<br />
Nella stanza.</p>
<p>Johnny e la donna. Prima volta di Johnny e una donna nella stanza di Johnny, in una qualsiasi delle camere abitate da Johnny. La luce resta spenta, ma le persiane della finestra sono aperte e trasmettono quelle del lampione e dei fari sotto per strada che incontrano i corpi di Aurora e Johnny e li proiettano sul vetro della porta, così dall’altra parte uno spettatore li vedrebbe come pesci nello schermo di un mare appena mosso, fatti di piccole onde, più grossi, allungati, tirati verso sinistra, tirati verso destra, poco più di un impasto tra due mani, spettinati sui porri della lastra. Aurora si slaccia la camicia. Johnny vede un reggiseno bianco e si fa serio. Johnny è seduto sul letto. Aurora gli si accoccola sulle gambe. Aurora slaccia la camicia di Johnny, gli accarezza il petto, sbottona i pantaloni. Johnny bacia Aurora. Esce allo scoperto la lingua di Johnny come un serpente dalla tana (serpente, serpente / su questo bel sentiero / tieni a freno il dente / risparmiami il tuo siero). La lingua di Johnny ha fretta. La bocca di Aurora riesce a calmarla. Una mano di Aurora si posa tra il mento e il collo di Johnny. Aurora poggia le ginocchia sul letto e contro i fianchi di Johnny. Da qualche minuto non avendo trovato divieti le mani di Johnny toccano tutto quello che desiderano e compongono sul corpo di Aurora una cornice di polpastrelli e dita. Ora indossano solo gli slip e Aurora mostra il petto nudo. Sempre sotto di lei e baciandola Johnny tira indietro l’inguine per non fare sentire cosa è diventato il suo sesso ma lei risponde premendo. Johnny calcola la tabellina del due. Aurora si è tolta gli slip. Lui ha tolto i propri e con la luce del lampione vede lo scuro tra le gambe di Aurora e s’impressiona. Johnny non sa. Non ha la minima idea. I suoi tessuti non sanno. La sua pelle non sa cosa proverà. Il suo sangue aspetta e non sa nulla. Adesso Aurora l’accompagna dentro di sé.</p>
<p>E Johnny cambia.</p>
<p>Sullo schermo della porta un’ombra striscia e si rincorre. Si contrae sui bitorzoli del vetro. Preme. Va indietro e poi avanti. Si inarca. Saltella. Geme. Dal corridoio si può vedere appena, e ascoltare. Sembra il passaggio di una nuvola in un video velocizzato. Sembra Topolino che si nasconde, acquattato contro la parete. Sembra la macchia di un sogno, una chiazza sognata che si infrange sull’occhio. Ora sembra una donna nuda. Ora sembra un uomo che la prende. Ora sembra di nuovo una donna, impigliata in un uomo. Ora sembra un rimbalzo di seni. Forse invece sono i fianchi di una donna a saltellare. O è il sedere di un uomo che si spinge verso qualcosa, dentro qualcosa? Si intravedono molte mani, almeno quattro. Ogni tanto sbuca un braccio, oppure un piede. Si intravede un ritmo, la crescita di un ritmo. Ad ascoltare bene, sembra che qualcuno sia felice.</p>
<p><span style="color: #800000;">[Questa è la prima parte (in quattro parti) di Un’altra vita di Johnny Tossi (1977-2006), una storia inedita di un manoscritto inedito di un autore inedito. Il primo libro di narrativa di Davide Orecchio esce per Gaffi nel 2011. La prima puntata di <em>Un'altra vita di Johnny Tossi</em> è <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/21/unaltra-vita-di-johnny-tossi-1977-2006/#comments">qui</a>]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/28/unaltra-storia-di-johnny-tossi-1977-2006-2/">un&#8217;altra storia di Johnny Tossi (1977-2006) [2]</a></p>
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		<title>&#8220;Il mal di Montano&#8221; di Enrique Vila-Matas</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 05:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>recensione per la quale è necessario avere letto il libro</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>«“È mia opinione che il mestiere dell’opinionista non sia un mestiere”. Così esordiva Manuel Faltausencia in un suo vecchio saggio del 1991, apparso per la prima volta nella rivista madrilena <em>Claves de razón práctica</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/26/il-mal-di-montano-di-enrique-vila-matas/">&#8220;Il mal di Montano&#8221; di Enrique Vila-Matas</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>recensione per la quale è necessario avere letto il libro</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>«“È mia opinione che il mestiere dell’opinionista non sia un mestiere”. Così esordiva Manuel Faltausencia in un suo vecchio saggio del 1991, apparso per la prima volta nella rivista madrilena <em>Claves de razón práctica</em>. E non ho alcuno motivo per non credere alla buonafede del suo gioco di parole, del suo inganno. Ortega y Gasset aggiungeva, molto tempo prima, che il linguaggio serve anche per nascondere i nostri pensieri, per mentire. E che l’inganno risulta essere “un umile parassita dell’ingenuità”. E chi siamo noi per non credergli? E se a tanto illustri pensatori chiosa un Canetti, che scrive che “è la precisa conoscenza di quel che si tace a rendere il silenzio così vantaggioso”, come non possiamo trasformarci in tanti parassiti letterari e, come un Borges qualsiasi o un Vila-Matas, dire per loro bocca che non dire, ma lasciare dire, sia meglio che opinare?</p>
<p>È mia opinione – scrivo io che di mestiere faccio tutt’altro – che le opinioni, ultimamente, siano troppe e troppo mollemente tollerate. Come le contraddizioni. E le rivendico entrambe!, le mie opinioni e le mie contraddizioni».</p>
<p>In questa maniera un po’ irritante iniziava un articolo che qualche tempo fa ho letto in uno dei tanti blog su internet. Mi era piaciuto al punto da scriverci sopra, ma durante il trasferimento dall’Italia le poste svizzere (strano a dirsi ma è così) hanno perso tutte le scatole contenenti i miei libri, scatole che, come quelle di Zuckerman, aumentano di anno in anno, decuplicando la mole di citazioni che posso utilizzare, col solo sforzo di memorizzarne la provenienza.<span id="more-37631"></span></p>
<p>Come sempre, sento il dovere di concretizzare le mie idee in qualcosa che non siano le mie idee, in un oggetto alieno da esse, in un contenuto simile all’opinione ma che se ne distacca per una certa oggettività. Tale oggettività è ottenuta, il più delle volte, romanzando un’opinione, nobile intento di renderla più duratura di quanto non sarebbe se lasciata nella sua forma, per così dire, scarnificata.</p>
<p>Ricordo che dopo avere letto quell’articolo telefonai ad Alessandro. Quando rispose gli domandai se fosse in Cile, mi contestò che stava dormendo. «In Cile?», insistetti io, e, con mia gran sorpresa, rispose «No, a casa mia». Strano, lo sapevo in Cile. «Ti sapevo in Cile». Mi chiese per cosa di tanto importante ero disposto a fare una chiamata internazionale.</p>
<p>Non era arrabbiato, lo conosco sin dai tempi del liceo, era piuttosto divorato dalla curiosità, e lo immaginai, dal mio verde e triste letto a una piazza e mezzo, sfregarsi gli alluci nel suo sempre pieno letto matrimoniale.</p>
<p>«Cosa stai leggendo?», domandai infine dopo 23 secondi di suspense. Prevedibilmente finse di adirarsi – «è per questo che ci hai svegliati?» – sentii una voce femminile chiedere che ore fossero. «Sì, cosa leggi?», mi accarezzai l’orecchio sinistro, anche se lui questo non poteva di certo vederlo. Lui, da sempre più veemente di me, stropicciò il suo.</p>
<p>Un’ira fittizia dura giusto il tempo di porre una seconda domanda o, come nel mio caso, di porre  per la seconda volta la stessa domanda.</p>
<p>Calmatosi, ripose «<em>L’arte di tacere</em>, di Joseph Antoine Toussaint Dinouart&#8230; mi piace molto dirlo per intero». «Ah, il buon abate», dissi io. Silenzio. «Ho bisogno di una bella frase a effetto».</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>«Che?»</p>
<p>«Una citazione Alessandro, proprio da quel libro». Stavolta si adirò davvero, perché non era la prima volta che mi rimproverava questo modo discutibile che ho di gestire la letteratura altrui. Era convinto che essere infermi di letteratura non avrebbe creato altro che tanti vampiri letterari alla ricerca di acculturate letture, col solo scopo, ben nascosto dietro gli occhialini tondi – strana frase da parte sua dato che, per inciso, io ho una vista perfetta – di succhiarne l’ingegno, il disgusto e la sofferenza. Una volta mi sorprese a inventare note a piè di pagina ricamandole sull’edizione del <em>Mein Kampf</em> della biblioteca regionale di Palermo. Ero convinto, in quel periodo, che se Foster Wallace fosse nato in Europa non ci sarebbero stati i totalitarismi, ma si sarebbe andati direttamente oltre nel vano tentativo di una spiegazione senza fine di quello che stava succedendo allora.</p>
<p>Ricordo l’ira di Alessandro mentre spezzava la matita con entrambe le mani, senza togliermi gli occhi di dosso, aggiungendo poi che avrebbe preferito che mi fossi convertito in un <em>agrafo tragico</em> piuttosto che in un amanuense da quattro marchi. Alessandro in quel periodo era molto euroscettico, anche se già prima dell’euro parlava quattro lingue e credeva nella stabilità della Deutsche Bank.</p>
<p>Ma forse sto facendo un po’ di confusione con le date, e perdendo di vista lo scopo di questa recensione.</p>
<p>Lo snodo fondamentale è se davvero si è convinti che la letteratura possa salvare il mondo o, al contrario, che il mondo moderno minacci la letteratura. Magari che internet minacci la letteratura. Domandarsi di quali difese disponga la letteratura e se un uomo qualunque, magari un uomo senza qualità, debba ergersi a prosopopea della letteratura e per bocca di un altro (il suo scrittore) parlare in sua vece al giusto tribunale del plagio, se di plagio si tratta. Perché a me pare, che più che essere infermo di letteratura il Vila-Matas del <em>Mal di Montano</em> (l’unico che ci è dato conoscere) abbia reclutato una schiera di Chisciotte per dimostrare proprio il contrario, per palesare all’industrioso mondo di topi che lavora in gran segreto sotto il vulcano dell’isola di Pico, che la letteratura ha già issato le sue difese, basta chiamarle a raccolta tramite uno strano meccanismo di comunicazione-possessione pre/post-mortem. O tramite un diario che, a ben vedere, è postumo come una seduta spiritica. È questo, a mio parere, è il suo libro.</p>
<p>Ciò che mi tormenta è, però, un&#8217;altra cosa. E precisamente quanto bisogna spingersi in là, quanto sacrificare non per la letteratura, ma <em>alla</em> letteratura.</p>
<p>Per essere sicuro che questa piccola recensione anomala del suo libro – anomala e invero troncata di netto – gli piacesse, l’ho inviata prima che al signor Raos, direttamente a Enrique Vila-Matas, tramite il suo editore spagnolo, Anagrama. Mi rispose in maniera, debbo dire, molto stringata: «può essere che la letteratura sia anche parte del mondo nel modo in cui lo sono, ad esempio, le foglie».</p>
<p>Avevo già letto quella frase, ma non ricordavo dove, così ripresi tra le mani qualche vecchio libro e, convinto che avesse avuto una ricaduta – come si ha per un’infermità – nel suo stile, mi misi a frugare tra i ricordi letterari, passando in rassegna le costine dei miei libri e leggendo, di quando in quando, alcune pagine cui avevo posto, in alto, una piccola piegatura. Lo faccio per i miei figli, senza segnare altro, lasciando una pagina di libertà entro cui cercare loro padre, ma questo è un fatto personale che con il mal di Montano ha poco a che vedere.</p>
<p>Mi capitò fra le mani un libro di Comisso, <em>Un gatto attraversa la strada</em>, e mi rimisi a leggere il racconto “due soldati di regioni lontane”, un soldato siciliano e uno piemontese. La loro amicizia passa per la scrittura, non quella tanto letteraria cui siamo abituati, ma la scrittura da apprendere, la scrittura per un’analfabeta che non sa né leggere né scrivere, perché nel paesino sperduto in cui vive, oltre alle pecore che suo padre pascola, è difficile trovare altro. Mi commosse rileggere dell’ansia di sbagliare la “o”, la lettera più facile, la più simile alla ruota di una bicicletta, come Cesco, il soldato piemontese, insegna a Salvatore. Il tempo passa e Salvatore viene congedato. I due si salutano e Cesco gli regala una vera penna stilografica. Forse sto andando troppo oltre nell’interpretazione di un racconto, in fin dei conti, non tra i più belli della raccolta, però il gesto di Salvo, una volta tornato in Sicilia, di affidare la penna alla sua fidanzata, non prima di averle dimostrato che sa <em>davvero</em> scrivere, da sempre mi intenerisce. Dopo «ritornò ai suoi monti, alle sue pecore, ritrovò gli orizzonti lontani solcati di valli, con la limpida aria attraversata dal sole violento a bruciare il suo volto. Vide i tramonti con la prima stella a brillare, e le albe impetuose di luce a succedersi dopo la notte passata con le sue pecore nella grande grotta del monte. Risentì il profumo delle erbe dei suoi pascoli, il sapore del suo pane, e rientrò nel chiuso giro della sua vita di pastore», vedendo tutte queste cose e facendo a meno della scrittura e della lettura, ma, forse, non della letteratura.</p>
<p>Mi capitò di rileggere una frase di Cortázar, lo scrittore che più ammiro: «Estetica, etica, religione. Religione, estetica, etica. Etica, religione, estetica. Il pupazzetto, il romanzo. La morte, il pupazzetto. La lingua della Maga mi fa il solletico. Rocamadour, l’etica, il pupazzetto, la Maga. La-lingua, il solletico, l’etica». Mi sono sempre chiesto, per ogni piccolo elenco, quale sia l’ordine? Se si debba considerare l’ultima parola la più importante, o la prima. Come per tutto <em>Rayuela</em> non ci è dato saperlo.</p>
<p>Infine trovai la frase che Vila-Matas mi scrisse per mail, e la trovai proprio nel <em>Mal di Montano</em>. Ma la cosa che trovai geniale fu che l’autocitazione era, in realtà, una citazione di Magris, e non da un suo libro, bensì proprio da Claudio Magris in quanto uomo, che una notte a Barcellona disse a Vila-Matas: «può essere che la letteratura sia anche parte del mondo nel modo in cui lo sono, ad esempio, le foglie».</p>
<p>Se così è non deve sembrarci troppo grave essere infermi di letteratura.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/26/il-mal-di-montano-di-enrique-vila-matas/">&#8220;Il mal di Montano&#8221; di Enrique Vila-Matas</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Personaggi Precari 2011 &#8211; Il quinto elemento</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/01/24/personaggi-precari-2011-il-quinto-elemento/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/01/24/personaggi-precari-2011-il-quinto-elemento/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 05:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[personaggi precari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/pppix.jpg"></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><strong>Lorena</strong></p>
<p>– Signora, ma cosa fa, spia? …<br />
– Signora, dico a lei!<br />
(Lorena trotterella via)</p>
<p><strong>Bruno</strong></p>
<p>Di tutti i trentenni passati bruscamente dalla convinzione di poter fare tutto all’evidenza di non poter fare nulla, Bruno è di gran lunga quello a cui sono cambiati i piani del viso nel modo più grottesco.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/24/personaggi-precari-2011-il-quinto-elemento/">Personaggi Precari 2011 &#8211; Il quinto elemento</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/pppix.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-37824" title="pppix" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/pppix.jpg" alt="" width="319" height="199" /></a> di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><strong>Lorena</strong></p>
<p>– Signora, ma cosa fa, spia? …<br />
– Signora, dico a lei!<br />
(Lorena trotterella via)</p>
<p><strong>Bruno</strong></p>
<p>Di tutti i trentenni passati bruscamente dalla convinzione di poter fare tutto all’evidenza di non poter fare nulla, Bruno è di gran lunga quello a cui sono cambiati i piani del viso nel modo più grottesco.</p>
<p><strong>Valentina</strong></p>
<p>Che gli può dire ancora, al mondo, questa “provincia ricca”, questi bassi capanni di aziende – per carità, internazionali – questi colli dai pochi cipressi e dalle moltissime ginestre che attraverso in Intercity, così disarmati (così spaventati), pensa Valentina, senza scarpe i piedi appoggiati sul sedile di fronte, la tendina dello scomparto tirata, la borsa floscia accanto, gli oggetti che la definiscono così visibili, e così pochi, lì dentro.</p>
<p><strong>Diana</strong></p>
<p>– Oh..! Antidolorifici! Ma grazie, era proprio quello che desideravo!</p>
<p><span id="more-37823"></span></p>
<p><strong>Armando</strong></p>
<p>– Ber bolide..! È la tu’ fia?<br />
– Disgraziato, è la mi’ figliola!<br />
– Oh, oh, sta&#8217; bono con quer remo!</p>
<p><strong>Greta</strong></p>
<p>“Un’altra sera, un’altra cena a dir le solite fregnacce a decidere se scopamme ‘r fesso de turno – che poi, ho già deciso: dàmogliela, un’occasione, no? – … oh che sta a dì ora? Mannaggia ho perso ‘r filo… Ah, robe de Internet… Sìssì, Twitter, eh certo… Speriamo che nun sia contagioso, quell’eritema là…”</p>
<p><strong>Lorenzo</strong></p>
<p>“Quanto abbiamo sofferto!”<br />
(poco)</p>
<p><strong>Giorgio</strong></p>
<p>Scopre su Wikipedia che le mele sono in effetti rose, e un cerchio, apertosi un tiepido pomeriggio di catechismo, ventisei anni prima, si chiude.</p>
<p><strong>Michela</strong></p>
<p>– … E col tuo ragazzo come va?<br />
– È come avere un figliolo, ma bene.</p>
<p><strong>Leandro</strong></p>
<p>Sogna, a volte, il quadro svedese.</p>
<p><strong>Liana</strong></p>
<p>Mimica da cane, educazione da cuculo, integrità di scolopendra che nel terrario divora la scolopendra.</p>
<p><strong>Alfio</strong></p>
<p>“Perché il rotolo di alluminio è sempre nei cassetti della cucina, ma mai nel primo? Perché le medicine sono sempre nello sportello del bagno? E i liquori in quello basso del soggiorno? Chi trasmette queste prassi? Chi?!”</p>
<p><strong>Eleonora</strong></p>
<p>Un vecchio armadio; la lama del <em>Chop´n´Scoop</em> (e tre mattoni per darle peso); la corda, e le guide d´alluminio delle tende del salone. Due giorni di lavoro, un altro di tentativi e aggiustamenti, ed ecco fatta la ghigliottina.</p>
<p><strong>Vladimir</strong></p>
<p>– No, non siamo interessati a storie con “arzille nonnine”.</p>
<p><strong>Claudio</strong></p>
<p>Un obiettivo: passare a un contratto a tempo indeterminato entro la fine dell’anno.<br />
Un timore: che suo fratello torni dalla Germania e chieda la sua parte della casa.<br />
Un sogno: la pena di morte su scala industriale.</p>
<p><strong>Jake</strong></p>
<p>Il cappello: di cuoio. La fidanzata: sepolta viva. L’unità di misura: il milione di dollari.</p>
<p><strong>Luisa</strong></p>
<p>Alla notte fa sogni adulti e pieni di dignità.</p>
<p><strong>Elia</strong></p>
<p>Nato biblico da una madre infeconda fino ai cinquant’anni e cresciuto tra gli affetti, si esprime oggi per lo più a cinghiate.</p>
<p><strong>Arianna</strong></p>
<p>La mappa della Terra di Mezzo come desktop seda e rassicura.</p>
<p><strong>Dino</strong></p>
<p>Sta a caccia, Dino. Una domenica di gennaio, i boschi dell’Umbria meridionale, tagliati dalla ferrovia. Come ogni volta vede passare il treno: “Sai cosa? A questo giro gli sparo per davvero,” pensa, e fa fuoco.</p>
<p><strong>Antonietta</strong></p>
<p>– Una vita a muovere coca, pure a Marietto ti hanno fatto ammazzare, e per cosa? Per farmi fare la tabaccaia a Torino.<br />
– E leggi l’insegna, cazzo: bar pasticceria. Pasticceria, maledizione. Bar pasticceria <em>con tabacchi</em>.<br />
– La tabaccaia a Torino..!</p>
<p><strong>Ermete</strong></p>
<p>Dopobarba di fulmini, spalle di potenza nel tegumento fresco della camicia, uno spunto nel ventre, e niente, niente di buono da fare.</p>
<p><strong>Louise</strong></p>
<p>– Ma dai. E da chi l’hai saputo?<br />
– Laozi e Siddhartha e Shiva e Tahuti; Mosè, Dioniso, Maometto e To Mega Therion, e con loro Ermes, Pan, Priapo, Osiride e Melchizedek, Min e Amon e Menthu, ed Ercole, Orfeo, Odisseo (con Virgilio, Catullo, Marziale, Rabelais, Swinburne, e tutti gli altri veri bardi); Apollonio Tianeo, Simon Mago, Manicheo, Pitagora, Basilide, Valentino, Bardesane e Ippolito, con Merlino, Artù, Kamuret, Parsifal, e poi Carlo Magno e i suoi paladini, Guglielmo di Schyren, Federico di Hohenstaufen, Ruggero Bacone, Jacques de Molay, Christian Rosencreutz, Ulrico von Hutten, Paracelso, Michael Maier, Jacob Boehme, Francesco Bacone, Robertus de Fluctibus, Giordano Bruno, Johannes Dee &amp; Edward Kelley, Thomas Vaughan, Elias Ashmole, Miguel de Molinos, Adam Weishaupt, Wolfgang Goethe, William Blake, Ludovico II di Baviera, Richard Wagner, Alphonse Louis Constant, Friedrich Nietzsche, Hargrave Jennings, James George Roche Forlon, Paul Gauguin, Sir Richard Francis Burton, Gerard Encausse, Aleister Crowley e Timothy Leary.</p>
<p><strong>Lupo</strong></p>
<p>Profilo affilato, una sorella. Sogna torride sessioni di sodomia con Video Girl Ai.</p>
<p><strong>Laura</strong></p>
<p>Le piace molto, a cena, parlare malissimo della scienza e degli scienziati.</p>
<p><strong>Iacopo</strong></p>
<p>Essere un ragazzo (di nuovo!)<br />
In una taverna una villana<br />
in mezzo a una discussione<br />
– voi invece cosa siete, “signore”?<br />
Risponderle: un poeta.<br />
– oh un poeta, abbiamo (nientemeno!)<br />
ci faccia sentire una poesia, allora!<br />
E allora guardare il tavolo e partire,<br />
<em>Plus douce qu’aux enfants la chair des pommes sures,<br />
L’eau verte pénétra ma coque de sapin<br />
Et des taches de vins…</em></p>
<p><strong>Tina</strong></p>
<p>– Cosa provo, ora, per te, “dopo tutto questo tempo”? Um, non so, qualcosa come un poderoso, oceanico, lancinante e insopprimibile odio?</p>
<p><strong>Martino</strong></p>
<p>(no, non la vuole, la caramella all’alloro)</p>
<p><strong>Renzo</strong></p>
<p>Da quando ha lo smartphone, ha quest’impressione che esistano due Internet, e deve trattenersi dal controllarle entrambe.</p>
<p><strong>Karl</strong></p>
<p>– Karl?<br />
– Dimmi, Rino.<br />
– Ti è mai venuto voglia di succhiare il cazzo a una donna?<br />
– Intendi, di andare con un trans?<br />
– No, dico proprio di succhiare il cazzo a una donna.<br />
– Tipo un ermafrodito?<br />
– No, no, proprio una donna.<br />
– …<br />
– Karl?<br />
– Cosa?<br />
– Ti rendi conto che c’è gente che non si è mai presa un trip?<br />
– La <em>maggioranza</em> della gente.<br />
– Si ma non gente che, sai dice non ho mai preso un trip ma a ventiquattro anni ho una cattedra al Politecnico, no no: dico gente che non ha fatto un cazzo mai eppure non si è mai presa un trip. Gente che poi viene e ti dice foah che viaggio il film di ieri sera. Gente che poi magari sputa sentenze sul mondo, sulle robe.<br />
– Che ci vuoi fare.<br />
(Rino guarda fuori dalla finestra)<br />
– Tu ci sei mai stato con una turista cinese?<br />
– Con una turista <em>giapponese</em>? No.<br />
– Chissà se sono facili da rimorchiare.<br />
– …<br />
– Senti, Karl…<br />
– Sì?<br />
– Ma tra i Cavalieri dello Zodiaco, no?<br />
– Eh.<br />
– Il più forte secondo te era Andromeda?<br />
– Andromeda? Ora tu dimmi cosa ci dice Andromeda! Casomai Phoenix, toh, anche se lo sanno tutti che il più forte alla fine era Pegasus, ma Andromeda? Andromeda era il più scarso.<br />
– Seh, il più scarso! <em>Catena di Andromeda</em>! (mima la mossa)<br />
– Ricordi male.<br />
– Dai retta, ma che facciamo, usciamo?<br />
– Devo studiare.<br />
– Dai, usciamo!<br />
– E usciamo…<br />
[…]</p>
<p><strong>Elisa</strong></p>
<p>La pratica costante della ginnastica; il problema del significato.</p>
<p><strong>Gianni</strong></p>
<p>“… E quindi, i funghi sono alieni. Sì, certo, anche quelli sulle persone, che domanda è?”</p>
<p><strong>Simonetta</strong></p>
<p>Manda tutto in aceto.</p>
<p><strong>Piero</strong></p>
<p>– Ehilà Piero!<br />
– Ciao Nando.<br />
– Vado di fretta ma una cosa te la devo chiedere… Dai retta… Ma quella figa allucinante con cui ti ho visto ieri..?<br />
– Pagata.<br />
– Pagata?<br />
– Sì, insomma, è una escort. Una maiala. Ti pare che mi vedi in giro con una così e non la sto pagando? Io? Ma dai.<br />
– In effetti…<br />
– Ovvio no? Ci vediamo, Na’!</p>
<p><strong>Antonello</strong></p>
<p>“Sarà poi fija mia? È tanto bassotta…”</p>
<p><strong>Leonia</strong></p>
<p>“E poi ti ricordi quando veniva a trovarci Pablo dal Cile e lo accompagnavamo sul Monte Serra per le sue sortite in deltaplano. E che mangiate di schiacciata, in quel piccolo alimentari a metà strada! Sì, lo so, non abbiamo mai conosciuto nessun Pablo, non siamo mai stati sul Monte Serra, mi sto inventando tutto, è terribile, no non so perché l’ho fatto, perdonami.”</p>
<p><strong>Beppe</strong></p>
<p>Nel 1984, al grido di &#8220;viva la brogna e chi la mantrugia&#8221; aveva guidato i peiores della IV B del liceo scientifico “Fermi” al riscatto sociale. Oggi è purtroppo dimenticato.</p>
<p><strong>Stefan</strong></p>
<p>ma che ne sapete voi<br />
Majdanek un avanzo di salsiccia nella baracca del sorvegliante<br />
(“qualcuno tra voi stupidi cani sa come si ripara uno scarico?”)<br />
dolce speziato sogno</p>
<p><strong>Esther</strong></p>
<p>– Arrivo subito…<br />
– Fai con karma.<br />
– Faccio con dharma!<br />
(risate)</p>
<p><strong>Maria</strong></p>
<p>“…Ma questa gente, sarà onesta o no?”<br />
(no)</p>
<p><strong>Orlando</strong></p>
<p>– La avverto, qui siamo tutti maschi alfa.</p>
<p><strong>Valérie</strong></p>
<p>Ha le occhiaie e un quaderno con su un fiore di magnolia.</p>
<p><strong>Bruna</strong></p>
<p>Un cuscino in faccia per la nonna e latte al topicida per il piccoletto. Strano, il latte così verdognolo, aveva pensato.</p>
<p><strong>Giuseppe</strong></p>
<p>“Quanto mancherà al prossimo coprifuoco?”</p>
<p><strong>Jean</strong></p>
<p>si finirà a pregare il diavolo<br />
a forza di ostinarsi a restare vivi<br />
a forza di guardare nella buca<br />
a bere il profumo a perdere i denti,<br />
a forza di sputare medicine</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/24/personaggi-precari-2011-il-quinto-elemento/">Personaggi Precari 2011 &#8211; Il quinto elemento</a></p>
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		<title>Più Carina di Ciliegia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/01/17/piu-carina-di-ciliegia/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/01/17/piu-carina-di-ciliegia/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 17 Jan 2011 05:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p><em>[Ho scritto questa favola tra la notte e la prima mattina di venerdì e sabato scorsi, ascoltando una canzone che ho linkato in fondo al testo. Buon ascolto e buona lettura. a. r.]</em></p>
<p>Ma come fa a innamorarsi, un porcospino minuscolo?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/17/piu-carina-di-ciliegia/">Più Carina di Ciliegia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p><small><em>[Ho scritto questa favola tra la notte e la prima mattina di venerdì e sabato scorsi, ascoltando una canzone che ho linkato in fondo al testo. Buon ascolto e buona lettura. a. r.]</em></small></p>
<p>Ma come fa a innamorarsi, un porcospino minuscolo?</p>
<p>Che cosa canta, un piccolissimo porcospino, a un mondo che non lo vede perché è troppo piccolo?<br />
<span id="more-37820"></span><br />
Un porcospino, quando è troppo piccolo, non ha amici. Mancano proprio le dimensioni, quelle per cui per esempio, quando due aceri si incontrano passeggiando, possono dirsi “albero, foglia, radice, ramo” e capirsi, e diventare amici. A quel punto si trasmettono la linfa e la clorofilla, e tutto va per il meglio.</p>
<p>Il porcospino più piccolo del mondo, invece, non sa davvero a chi rivolgersi. Gli mancano, nell&#8217;ordine:</p>
<p>1.	gli amici<br />
2.	le torte<br />
3.	i libri sui cannibali<br />
4.	i cannibali<br />
5.	le more e i lamponi<br />
6.	l&#8217;appassire delle foglie, in autunno, che diventano come di carta, e i frutti degli alberi come la pera che diventa meravigliosa e squisita, e anche di un giallo oro morbido e vellutato che non somiglia a niente altro al mondo. Gli sembra la fiamma vecchia del caminetto, quando si sveglia prima dell&#8217;alba perché ha fatto un brutto sogno e va a guardare le ultime braci del fuoco per scordarsi quanto è buio lo spavento. Solo che invece è una pera, ed è dolcissima e buona.</p>
<p>Insomma, gli mancano tutte le cose più belle della vita!</p>
<p>E poi, è davvero troppo piccolo. L&#8217;altro giorno, tanto per dire, camminava per andare a scuola e come quasi ogni volta incrocia Carina Ciliegia, quella che gli piace. E cosa le dice? Come si fa a salutare una ciliegia e farla ridere e così diventare amici, quando persino la ciliegia è più grande di te? In confronto a lui, quell&#8217;antipatica di Carina Ciliegia sembrava grande come un&#8230; come un&#8230; sembrava il Grande Candito, ecco! Il monte dove gli altri bambini, quelli abbastanza grandi per usare la slitta, andavano d&#8217;inverno a giocare con le slitte a fumocarbone e a fare i pupazzi di neve candita.</p>
<p>Il porcospino microscopico, invece, al Grande Candito non ci si poteva nemmeno avvicinare. Era troppo piccolo e leggero; bastava un tremare di nuvola, un alitare di foglia, e subito rischiava di finire addosso al Masso Vuoto, l&#8217;enorme pietra inesistente che costringeva il paese dove abitava a svilupparsi solo verso destra, mai verso sinistra.</p>
<p>Ma di tutto questo, al porcospino nato infinitesimo non è che importasse più di tanto, in fondo. Abbassatevi un po&#8217;, provate a guardarlo da vicino, se ci riuscite perché davvero è quasi invisibile, e capirete anche voi, glielo vedrete negli occhietti a puntina di spillo, che gli manca tantissimo, davvero ancora tanto, per avvicinarsi a quell&#8217;infinito fiato sospeso. A Carina Ciliegia. Finalmente, Carina Ciliegia!</p>
<p>Ma non c&#8217;è niente da fare e adesso è finita, il porcospino è abbastanza stufo di essere solo un puntino nero. Si arrabbia così tanto che decide di tirare fuori gli aculei, così, per strada. Cavolo, è pur sempre un porcospino in fondo! Allora si concentra, diventa appassito e furibondo come la marmellata di castagne. E tira fuori gli aculei e corre a guardarsi nello specchio d&#8217;acqua della Pozzanghera Bucata, il laghetto del villaggio. Si fa coraggio, tira il fiatone, si china verso l&#8217;acqua per guardarsi, e zac! Delusione&#8230; Sembra sempre un puntino nero, solo con un coroncina di puntini neri intorno. Sembra uno di quei carboncini neri con gli occhietti rotondi che ci sono nei film di Miyazaki, sembra (aveva perso il conto di quante volte li aveva visti, i film di Miyazaki. E quelli di Takahata, che gli piacevano ancora di più – e poi soprattutto la storia di Gôshu, il violoncellista! Che peccato che sia morto così giovane, quel regista&#8230;). Sembrava proprio come quegli animaletti. Solo più piccolo. Ci resta così male che per la delusione sta per sputare dentro la Pozzanghera Bucata. Ma non lo fa, per fortuna: la Pozzanghera Bucata è  permalosa e già più di una volta ha risputato indietro, a tanti, un bello schizzo della sua terribile Cacca Misteriosa. Permalosa anche lei, molto. Di quelle che non sai mai come va a finire. Perché è Misteriosa.</p>
<p>Invece, i fiumi sembravano milioni, in quei giorni. A lui sembravano milioni. I fiumi vanno dappertutto e lo fanno sempre, ogni giorno, tutto il giorno e tutta la notte. Ma come fanno? Davvero non si stancano mai? Questo si chiedeva il porcospino menomeno, menoniente. E lui invece era solo e camminava lungo il Fiume Più Lungo Degli Altri. Che era come restare fermi, perché era talmente lungo che sembrava di non avanzare mai. Ma lì non si era nemmeno accorto che era autunno, e trova una papera pera caduta dal ramo. “Ma guarda,” – pensa lui – “c&#8217;è Lapapera Pera! Cosa ci farà qui?”.</p>
<p>E allora Lapapera Pera gli dice: “Senti, ma tu che cammini, non è che puoi fermarti un attimo? Mi fai venire il mal di mare&#8230;”</p>
<p>“!!!!!!!!!!!!!!!!!!!”</p>
<p>Il porcospino -ino -ino -ino non ci poteva credere&#8230;</p>
<p>“Lapapera Pera, ma come fai a vedermi?!? Tu sei per me montagna, io per te qualcosa come un granellino di qualcosa!”</p>
<p>“Porpino, senti&#8230;”</p>
<p>“Ma quale Porpino&#8230; Porcospino, mi chiamo! “</p>
<p>“Sì, Pocospino, lo so&#8230;”</p>
<p>“Pocospino, Tantospino&#8230; Ma adesso ti ascolto, dai, è meglio.”</p>
<p>“Infatti. Allora senti, Spino (non ti chiamerò Porco perché sono gentile). Io ti vedo perché mangi tante pere, sempre. Mangiare tanta frutta fa crescere agli occhi degli altri frutti, lo sai? Mangia tanto ananas, per esempio, e tutti gli ananassi della terra ti diranno ciao quando passi. Mangia tante castagne, e ogni castagnone darà retta alle tue lagne. Mangia molti cachi, e ogni ramo ti farà la ola quando c&#8230; No, lasciamo perdere&#8230; Ma davvero non lo sapevi?”</p>
<p>“Accidenti! Perché non ci ho pensato prima?”</p>
<p>Insomma, secondo me avete già indovinato. Nelle settimane successive, Pino Porcino mangiò ciliegie a palettate, a bicchieroni blu dell&#8217;Ikea, a secchielli di plastica, a formine per i dolci, a carriole da cui aveva fatto alzare suo nonno che ci dormiva, a portamatite vecchi, a scarponi da sci.</p>
<p>Adesso va a scuola ogni giorno, come faceva prima. Lapapera Pera lo incrocia ancora, ogni tanto. Sbaglia sempre il suo nome, ma gli è simpatico lo stesso. Si salutano.</p>
<p>La rima che vada d&#8217;accordo con ciliegia non l&#8217;ha ancora trovata.</p>
<p>Comunque pensa di essere diventato più grande, o almeno così si sente. Ma in questi giorni c&#8217;è nebbia, la nebbia terribile che sale dal fiume di Panna Banana, e non si vede a metà di un quarto di mezzo palmo dal naso. Quindi non sappiamo, lo sapremo solo tra qualche mese, a primavera, se Carina Ciliegia si accorgerà di lui, e cosa succederà allora – o se invece a mangiare tutte quelle ciliegie il porcospino infinitesimo, quello più di tutti noi vicino, per una frazione di millimetro, all&#8217;infinito, ci avrà rimediato solo un grandissimo, torrenziale mal di pancia.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/jw2mCAFoJUo?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/jw2mCAFoJUo?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Murene, il secondo volume: Ingo Schulze, “L’angelo, le arance e il polipo”</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Nov 2010 05:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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<p>[Sta per essere spedita la seconda Murena. Ancora uno splendido testo, in una grande traduzione di Stefano Zangrando e Valentina Di Rosa, e con copertina sempre più trendy disegnata da Mattia, stavolta astutamente comprensiva (abbiamo capito come gira il mondo) di pubblicità occulta alla Fanta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/29/murene-il-secondo-volume-ingo-schulze-langelo-le-arance-e-il-polipo/">Murene, il secondo volume: Ingo Schulze, “L’angelo, le arance e il polipo”</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/schulze_murene.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-37351" title="small_schulze_murene" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/small_schulze_murene.jpg" alt="" width="450" height="356" /></a></p>
<p><small>[Sta per essere spedita la seconda Murena. Ancora uno splendido testo, in una grande traduzione di Stefano Zangrando e Valentina Di Rosa, e con copertina sempre più trendy disegnata da Mattia, stavolta astutamente comprensiva (abbiamo capito come gira il mondo) di pubblicità occulta alla Fanta. È sempre possibile abbonarsi <a href="http://www.nazioneindiana.com/products-page/">qui</a>. E ancora una volta, grazie a tutti. a. r.]</small></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/products-page/" target="_blank"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/2abb-350.gif" alt="" width="319" height="29" /></a></p>
<p>di <strong>Stefano Zangrando</strong></p>
<p>Ingo Schulze non sarà forse un «autore importante di cui nessuno in Italia si stia curando», com’era negli obiettivi di Nazione indiana nella <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/01/perche-abbiamo-scelto-di-fare-i-libri-delle-murene/">fase ancora embrionale</a> del progetto poi concretatosi con le Murene, ma è da molti anni un amico e un compagno di strada. Fin da quando, nel 2005, lo invitammo a proporre al blog un <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/09/19/lo-scrittore-e-la-trascendenza/">racconto inedito</a>, poi confluito nella raccolta <em>Bolero berlinese</em> (Feltrinelli 2008), Schulze ha sempre partecipato con piacere e gratitudine a pubblicazioni più o meno vicine a NI e ai suoi membri – nel 2007 uscì un suo bell’intervento sul numero 9 di «Sud»; più tardi intervenne al Seminario Internazionale sul Romanzo di Trento, per il cui volume collettaneo ci donò un ricco saggio sulla sua poetica (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/28/double-face-note-a-cura-dellautore/">apparso anche qui</a>).<span id="more-37309"></span><br />
Nato a Dresda nel 1962, Schulze è cresciuto nella Germania orientale. Ha studiato lettere classiche a Jena e ha lavorato come drammaturgo al teatro di Altenburg. Qui, dopo il crollo del Muro, ha lavorato come giornalista per una testata locale, finché un viaggio a San Pietroburgo nel 1993, intrapreso allo scopo di fondare un giornale di annunci per conto altrui, gli fornì stimoli e materiali per il primo libro, scritto nei mesi successivi, dopo il trasferimento a Berlino, dove Schulze vive ancora oggi.<br />
<em>33 Augenblicke des Glücks</em> [33 attimi di felicità, trad. di Margherita Carbonaro, Mondadori 2001], un volume di racconti basati sul confronto con la nuova Russia e la sua letteratura, uscì nel 1995 presso il Berlin Verlag e valse a Schulze un grande consenso di critica. Tre anni dopo, <em>Simple Storys</em> [Semplici storie, trad. di Claudio Groff, Mondadori 1999], un romanzo-mosaico composto da brevi racconti in stile minimalista e ambientato per lo più nella Germania orientale nei mesi successivi alla caduta del Muro, procurò a Schulze il successo internazionale – che lui, tuttavia, scelse di non cavalcare nei tempi e nei modi richiesti dall’industria letteraria. Invece si allontanò dai riflettori per diversi anni, dedicandosi alla stesura del suo romanzo finora più ambizioso, <em>Neue Leben</em> [Vite nuove, trad. di Fabrizio Cambi, Feltrinelli 2007], apparso nel 2005. Storia di un aspirante scrittore della Germania orientale convertitosi alla libera impresa durante gli anni chiave ’89 e ’90, l’opera si richiama in molti aspetti ai grandi classici tedeschi ed è composta da una parte epistolare – le lettere scritte dal protagonista a tre diversi destinatari nel corso del suo tentativo imprenditoriale – e una cospicua appendice con le prove narrative dello scrittore mancato.<br />
Il passaggio da un’epoca all’altra costituisce lo sfondo storico anche del suo romanzo successivo, scritto in gran parte durante un soggiorno romano nel 2007, quando Schulze fu borsista presso Villa Massimo. <em>Adam und Evelyn</em>, uscito nel 2008 (trad. it. Feltrinelli 2009), si appoggia al mito biblico per narrare, in una forma narrativa dal ritmo spedito e dominata dal dialogo, il viaggio in Ungheria di una coppia (in crisi) di giovani tedeschi dell’est e la loro fuga tardiva nell’Ovest nell’estate precedente il 9 novembre.<br />
Nel corso dell’anno romano, Schulze raccolse anche gli spunti per quello che sarebbe diventato il suo libro successivo, uscito in Germania pochi mesi fa. <em>Orangen und Engel</em> è una raccolta, arricchita dalle fotografie di <a href="http://www.renabranstengallery.com/hoch.html">Matthias Hoch</a>, di racconti ambientati in Italia e accomunati dalla presenza, accanto a un narratore molto somigliante all’autore, di personaggi “marginali”: immigrati, prostitute, lavavetri, anziani eccentrici e affini, che appaiono non solo come figure distintive del mutamento sociale in atto, ma anche e soprattutto in virtù di uno sguardo esterno, libero e ospitale che, anziché rivolgersi a quanto di più noto e stereotipato l’Italia offre di sé oltreconfine, ne restituisce attori e scorci più defilati, ma tanto più vivi e reali.<br />
Il racconto in uscita come secondo volume della collana Murene, che anticipa l’uscita dell’intero libro per Feltrinelli nel 2011, è quello che dà il titolo al volume, ma rinominato da Schulze per l’occasione. <em>L’angelo, le arance e il polipo</em> è la storia un po’ fittizia e un po’ veritiera di una gita a Napoli, il resoconto partecipe e meravigliato di un soggiorno partenopeo turbato da eventi e personaggi più o meno bizzarri, dal tedesco Ralf divoratore di arance al vivido mollusco che primeggia nelle ultime, indimenticabili pagine del racconto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/29/murene-il-secondo-volume-ingo-schulze-langelo-le-arance-e-il-polipo/">Murene, il secondo volume: Ingo Schulze, “L’angelo, le arance e il polipo”</a></p>
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		<title>Improvvisazioni</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 05:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Silvia De March</strong></p>
<p><strong>8.6.10</strong></p>
<p>«buongiorno, principessa!», le sussurrò il principe. ma le luci della sera avevano già abbassato serrande e saracinesche. intuì l&#8217;invito ad aprire un tempo desueto, in cui dare forma a ciò che non avrebbero mai potuto vedere; e partì senza occhiali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/15/improvvisazioni/">Improvvisazioni</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvia De March</strong></p>
<p><strong>8.6.10</strong></p>
<p>«buongiorno, principessa!», le sussurrò il principe. ma le luci della sera avevano già abbassato serrande e saracinesche. intuì l&#8217;invito ad aprire un tempo desueto, in cui dare forma a ciò che non avrebbero mai potuto vedere; e partì senza occhiali. tornò arricchendo il giorno di sogni, più consapevole del reale.<br />
 come sempre, aveva parlato pochissimo, guardato molto e suonato forse le giuste note. la corda tesa che si era annodata allo stomaco si era allentata, meno forte batteva anche il metronomo e il tremolio delle mani era un riverbero più sfumato. aveva scavalcato la staccionata sull&#8217;impulso di un&#8217;altra musica [Paolo Angeli, <em>Unravel</em>]. e non era caduta malamente come temeva: stava ancora in piedi sulla sua ombra che sembrava &#8211; era &#8211; più densa: in questa si era accorpata la sua compagnia.</p>
<p><span id="more-37207"></span></p>
<p><strong>8.6.10</strong></p>
<p> bussò alla porta ed il lupo la fece entrare. si accomodarono in uno spigolo di uno spazio che non era di nessuno dei due. lui mise le mani avanti: «Che pancia grande hai!» . «Ho un “cuore vorace”» gli rispose Cappuccetto Viola, aprendo le virgolette di una citazione. il lupo stava perdendo un pelo dopo l&#8217;altro e con essi qualche pesantezza. lei li raccolse ad uno ad uno e li mise nel fazzoletto.<br />
Cappuccetto Viola non si ritrovava in questi ruoli estranei ad ogni fiaba prima interpretata e anche il lupo appariva smarrito. capì che l&#8217;ingenuità e la curiosità che l&#8217;avevano spinta si chiamavano attrazione, e forse qualcosa in più che non si adattava all&#8217;ambientazione.<br />
Cadevano stelle ed erano di melograno. ma non voleva essere la sola a vederle.<br />
 si tolse dalle scarpe le lacrime in cui era inciampata sul lungofiume fino a quell&#8217;approdo. «Come mi sento più leggera» pensò; stendendole di fronte all&#8217;altro, aggiunse: «Giocatele bene al prossimo racconto». ecco, era un punto in cui la narrazione cominciava a perdere il suo ritmo: il solito monologo interiore, qualche digressione in discorso indiretto libero ma la punteggiatura non era curata e le continue rettifiche avevano esaurito il bianchetto. possibile che non riuscisse più a calarsi in un dialogo? il lupo annunciò: «Ti lascio il posto» prima di levare le ancore. con la sua barba pelosa tra le mani, Capp. lo salutò: «Mi farò crescere i baffi e proverò ad assomigliarti». Per una storia diversa. </p>
<p><strong>9.6.10</strong></p>
<p>gli occhi cedettero all&#8217;impatto, si abbassarono dicendo “uffa”, ma nessuno li sentì. o nessuno li volle stare ad ascoltare, in fondo era una lamentazione come le altre, come tante altre accanto e in precedenza.<br />
occorreva agire. ci pensarono le ciglia a cadere in un luogo di passaggio, dove qualcuno potesse soffiarle ed esse esprimersi in desiderio. perché era il desiderio a dare una direzione al vedere: un punto di fuga oltre il cerchio cieco della rinuncia.</p>
<p><strong>11.6.2010</strong></p>
<p>Era stanca di tirar su le briciole degli altri. Quotidianamente si trovava a spostare vassoi, posate, rimasugli. Era uno spettacolo desolante di cui doveva pure pagare il biglietto. Perché tutto quello spreco? Quello spreco di energie? Passava la spugna e questa non assorbiva la stanchezza che si era scaricata sulle cose, e sui gesti. Lei stessa aveva smesso di essere porosa, se lo era vietato, a un certo punto non aveva avuto più fibra per asciugare tossine.<br />
Continuava a guardare tutte quelle briciole. Forse avrebbero dovuto alimentarla. Lì abbandonate sembravano esprimerne il rifiuto. Perché la vita era stata smozzicata e non gustata per intero?<br />
 Avrebbe potuto incollarle in un boccone nuovo ma imboccare non era certo il suo ruolo. Avrebbe invece dovuto lasciarle lì, attendere che qualcun altro, quell&#8217;altra, le ricomponesse e si ricomponesse.<br />
Lei doveva pensare anche alla polvere della sua stanza, che a poco a poco le si era depositata addosso. C&#8217;erano momenti in cui avrebbe desiderato che qualcuno passasse a spolverarla ma capiva era un lavoro troppo pesante; e poi chissà quali pruriti ne sarebbero derivati.<br />
Andava bene così. In fondo doveva imparare a metterci le mani e ad essere più brillante. Nessuno gliel&#8217;aveva insegnato e forse per questo risultava più faticoso. Provò persino a pulire i vetri: fu maldestra e rimasero aloni, però quando si fermò ad osservare, vide.</p>
<p><strong>5.7.2010</strong></p>
<p>«Che ali grandi hai!». “È per volare meglio” era una battuta talmente scontata da suonarle buffa e non la scrisse lì per lì. c&#8217;erano cose che non erano per qualcosa, tanto meno per qualcosa di migliore, ed erano cose che erano soltanto, senza bisogno di commento.<br />
l&#8217;ala le era ricresciuta, ogni tanto la cicatrice prudeva ma ora riusciva in quasi tutti i movimenti. era tutta questione di fisioterapia, di bassa pressione e correnti direzionali. ogni tanto cadeva, in un arzigogolo fumettistico con tanto di baloons: “sob”, “uff”, “argh”. quelli più duri a scoppiare erano gli “sniff sniff” che pieni di elio se ne stavano bene alti come un paracadute inutile mentre lei precipitava. con nonchalance Piperita Patty si scuoteva la polvere dal piumaggio bianco e riprendeva a camminare finché non era corsa e poi volo. altro che angelo! sembrava un&#8217;ape maldestra, con molte tappe di ristoro. ma le api riparavano anche tra foreste di timo e quel solo pensiero, futuribile e trascorso, le sollevava le labbra in un sorriso.<br />
non disse nulla mentre ricordava. alzò le spalle e disse: «Facciamo tenda!». ma il volatile di turno aveva sbuffato: di campeggiare sotto una cappa di afa nutriva un infondato sospetto.<br />
“Ma che me ne faccio di ali meno buone di quelle di un pollo?”, pensò la nocciolina. gonfiò un palloncino di “sigh” e si mise a disegnarci scritte apparentemente isteriche: “spennami”, “rosicchiami”, “fino all&#8217;osso”; e altre più simpatiche, tipo “peccato, tutto coscia!”.<br />
soffiò la pazienza. prese i suoi palloncini, lo strascico di piume, la polvere di stelle. aveva capito. l&#8217;altro non aveva voglia di giocare e pure lei non ce l&#8217;aveva di stare lì a convincerlo. giocare da sola in fondo era meglio, l&#8217;aveva sempre saputo: nei solitari non si perde mai.</p>
<p><strong>Lucciole</strong></p>
<p>una bracciata, due, tre. respira. una bracciata, due, tre. respira.<br />
tieni strette le spalline, dritta la schiena, petto in fuori, mento dentro. ergonometria.<br />
una bracciata, due, tre. una bracciata, due, tre.<br />
alla prossima foglia, guarda avanti. una foglia dietro l&#8217;altra, occhio al rametto. di siepe in siepe, illumina i confini, illumina le fratte gli anfratti i frattali irregolari in cui il reale si dirama. illumina, non ti è chiesto che questo, ad intermittenza ma con costanza.<br />
 <br />
e allora vado, vado, schivo una botta dietro l&#8217;altra. sembra di andare sui roller, invece il piano si apre a tre dimensioni e posso salire e scendere, oltre a zigzagare. bello tutto questo fresco in faccia, bella tutta questa esplorazione di sottoboschi invisibili. ma siamo rimaste in poche, mi guardo attorno e semmai vedo solo occhi che mi guardano e non accompagnano. e tengo stretto lo zainetto, così mi han detto e fatta. non è il buio a far paura, forse la velocità: è questione di riflessi, di attenzione, ma se allento la presa sbatto, mi perdo, cado. troppo veloce scivolo su questo tempo. ma non sono le foglie in testa a fermarmi, quelle in fondo ci stanno nelle traiettorie, non si possono nemmeno tanto prevedere ma si dà per scontato ci siano. mi preoccupa lo zainetto: pesa, non è lieve come un&#8217;ombra. anzi, forse io sono la sua ombra e devo prestare attenzione alla sua vita. pesa la sua vita, non è un guscio in cui riparare, e non faccio strada con il carico sulla schiena, ne faccio meno.</p>
<p>una bracciata, due, tre. respira. una bracciata, due, tre. respira.<br />
respiro. stringo le spalline. controllo lo zainetto. c&#8217;è. ma non si accende. che succede? lo scuoto. si sono esaurite le pile? o si è bruciata la lampadina? o la responsabilità è mia, che ho urtato?<br />
scendo. accosto. metto le quattro frecce, che non si accendono. è tutto spento. è tutta spenta la notte a cui siamo state chiamate. gli alberi, le siepi, i fili d&#8217;erba si inerpicano in grovigli. ricoprono di pagine secche sotto cui dormire. e aspettare di ricaricarsi. soli.</p>
<p><strong>8.9.2010</strong></p>
<p>Scusa se muoio un poco per giorno, non era mia intenzione e forse nemmeno inclinazione ma mi sembra un&#8217;oggettiva declinazione del caso: indicativo, presente, prima persona singolare. Un modo finito che non mi apparteneva. E io scrivo da un tempo imperfetto come se arrivassi da molto lontano. Ebbene sì, tutta la strada percorsa o solo scorsa, si è interposta tra quella che io ero e quella che sono stata. E ora che sono, ogni tanto torno a confondermi e smarrirmi nei connotati di chi vedo allo specchio. Essere sempre se stessi, in fondo, è una condanna adamitica.<br />
Perciò inciampo sulle escrescenze delle mie radici, sugli smottamenti dei miei giorni, sui tombini delle mie vene. Mi si è allagata la vista non una ma una marea di volte. La papera ha galleggiato, anche senza salvagenti, magari alla vista di qualche bagnino capace di una bella presenza, femminile ovviamente. Eh, già: serviva una controfigura, serve tutt&#8217;ora nelle scene più ardite. Se ci ripenso mi viene il singhiozzo. La prima volta si fa finta, la seconda si finge, la terza non si distingue la finzione dal vero ed il vero si stinge. Ora chiudo gli occhi e non voglio vedere dove cado. Ora mi stendo perché non ci sono braccia tra cui cadere e sarebbe anche opportuno rimanere in piedi.</p>
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		<title>La tigre nella giungla</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 07:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Henry James]]></category>
		<category><![CDATA[marilena renda]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/tigreBianca.jpg"></a>di <strong>Marilena Renda</strong></p>
<p>- Mi sono svegliata che ti stavo sognando, eravamo al mare e io ti toccavo sott&#8217;acqua. Da lontano vedevo tanti ami, e una barca di quelle che fanno il raduno sul lago.<br />
- Io non ricordo invece il mio sogno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/25/la-tigre-nella-giungla/">La tigre nella giungla</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/tigreBianca.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/tigreBianca-199x300.jpg" alt="" title="tigreBianca" width="199" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-36932" /></a>di <strong>Marilena Renda</strong></p>
<p>- Mi sono svegliata che ti stavo sognando, eravamo al mare e io ti toccavo sott&#8217;acqua. Da lontano vedevo tanti ami, e una barca di quelle che fanno il raduno sul lago.<br />
- Io non ricordo invece il mio sogno. Sono cosciente del fatto che mi hai svegliato.<br />
- Un momento dopo eravamo in una piazza, guardavamo le case attorno perché volevamo comprarne una, riuscivamo a vedere dentro le case i divani, i salotti, le pentole, i piatti, poi alle spalle arrivavano due con l&#8217;aria da turisti, e mi colpivano alle spalle.<br />
- Ti colpivano alle spalle con cosa?<br />
- Con una siringa attaccata a una pistola. Il dolore era così forte che non riuscivo a vedere più niente. Non cadevo per terra, era un dolore abbacinante, che non ho mai sentito da sveglia. Vedevo l&#8217;uomo che mi aveva accoltellato, era soddisfatto.<br />
- E io che facevo?<span id="more-36931"></span><br />
- Mi tenevi il braccio e mi guardavi con aria preoccupata, allora l&#8217;uomo scappava.<br />
- Non ero preoccupato, in realtà.<br />
- Che ne sai, era il mio di sogno. Io cadevo a terra e la terra si apriva, tu ci sputavi dentro e lei cominciava a gorgogliare. Io ti dicevo di smettere perché avevo paura.<br />
- Ti faceva ancora male la schiena?<br />
- A dire il vero non mi faceva male la schiena, anzi, non mi faceva male niente. Ti guardavo sorridente, ero molto contenta. In lontananza guardavo l&#8217;uomo che mi aveva colpito, aveva una maglietta a righe, parlava con un suo amico e mi guardava di sottecchi. Io non volevo metterlo in imbarazzo, tanto più che non mi faceva male più niente; gli facevo dei segni, come per dire che lasciasse perdere, che non c&#8217;era problema, che se voleva ero disponibile a offrigli una birra al bar. Il suo amico guardava nella mia direzione, io adesso ero leggera come se avessi bevuto un bicchiere, avevo solo un po&#8217; di freddo ai piedi. Attorno a noi c&#8217;erano molte persone. Una di loro era una vecchia che conosco da quando era piccola, una volta il suo cane mi aveva aggredito e gettato a terra, da allora ho molta paura dei cani. Lei adesso era vecchissima, aveva forse novant&#8217;anni e le sue mani tremavano senza fermarsi mai. Sì, il morbo di Parkinson, ma lo stesso non avevo mai visto delle mani tremare così, fortissimo. Non riuscivo a smettere di guardarla, lo sguardo mi si era incantato, come quella volta che guardando distrattamente le mani di una ragazza sull&#8217;autobus ho visto che la mano sinistra era piccolissima, e priva di dita. La nostra concentrazione è labile, si ferma solo se trova un punto d&#8217;appoggio, quando l&#8217;equilibrio si rompe per un&#8217;eccezione alla norma visiva, una divergenza tra l&#8217;occhio e la testa.<br />
- E poi che succedeva?<br />
- Eravamo improvvisamente in un altro ambiente. Questa volta era una casa semi-abbandonata, a due piani. Le imposte erano abbassate quasi del tutto, e c&#8217;era una luce di tramonto che filtrava dalle finestre e copriva il letto, illuminando fiocamente i mobili, che erano vecchi e impolverati. La polvere era ovunque: era una patina che copriva l&#8217;armadio, le sedie e la scrivania, ma soprattutto impregnava le lenzuola e le coperte sul letto di un odore di casa chiusa da molto tempo. Le lenzuola erano sporche e impolverate, come se fossero state usate mesi prima e poi lasciate lì; per questo avevano anche un retro-odore dolciastro che si legava con una dolcezza strana alla luce di crepuscolo là fuori.<br />
Eravamo sepolti sotto uno strato di lenzuola e coperte, sopraffatti dall&#8217;odore, ma per niente scontenti di essere lì: quella polvere ci faceva calore, insieme all&#8217;arancione che invadeva la stanza. La casa non era nostra, ma non avevamo vergogna di starci e di stare distesi sul letto, solo un po&#8217; di timore che arrivasse qualcuno e ci trovasse lì, a casa sua, mentre tu mi salivi sopra e mi strappavi le calze con lentezza. Le squarciavi in orizzontale, prima una gamba e poi l&#8217;altra, finché sui cuscini sono rimasti solo questi moncherini di calza, e io con una specie di mutanda slabbrata. Mi hai baciato in quel modo tipico tuo, con le labbra che si stirano per l&#8217;eccitazione mentre le premi forte e allo stesso tempo si aprono; è una specie di segnale, perché quando mi baci così io lo so che tu stai pensando di me che vorresti fare l&#8217;amore con me anche quando non me lo dici o l&#8217;istinto non diventa così forte da passare senza ostacoli dalla testa alla pancia e viceversa.<br />
- Lo sai che le cose non sono così dirette, con me.<br />
- Non è diretto neanche quello che sembra inequivocabile. Mi hai messo la mano sulla bocca e un&#8217;altra mano sul collo, forte che pensavo che mi avresti uccisa mentre mi entravi dentro e mi spingevi verso il bordo del letto.<br />
- La violenza mi fa orrore, lo sai. Stai facendo parole con un gioco troppo crudele.<br />
- Mi hai graffiato la schiena fino a fare un disegno geometrico, rosso. Mi hai immobilizzata senza fare nulla, non avevo più voglia di muovermi. Ho solo girato la testa dall&#8217;altra parte.<br />
- Non ti farei mai del male. Non voglio farti del male.<br />
- Nel sogno io volevo che tu mi prendessi in braccio e mi dondolassi forte, come si fa col bambino che si vuole buttare via con l&#8217;acqua sporca.<br />
- È un gioco a cui non ho mai saputo giocare.<br />
- Lo vedi che sono aperta e la testa mi dondola fuori dal letto, sono stata io, non tu, a spingermi per metà nel vuoto, tra la polvere, in genere in questa posizione riprendo fiato e riempio i polmoni mentre aspetto che tu, o chiunque altro, mi afferri le gambe per infilarsi, lui che vuole essere forte e consolato dei suoi giorni di forza.<br />
- Lui non lo sa il pericolo che c&#8217;è dove sei tu, che sei la mia tigre nella giungla.<br />
- Per questo sei tu a dovermi trascinare sul letto quando mi cade la testa; la polvere di questo pavimento per mia madre e le altre come lei è stata la sua tomba, e quando nella città calava il buio, a ore prefissate, ogni giorno che Dio mandava in terra, lei portava alto il lume, e non c&#8217;era nessun altro a portare alto il lume. Mio padre, invece, suonava la chitarra, e quando mia madre era stanca, le cantava Moon River, la sua canzone preferita.<br />
- I ricordi buoni non aiutano.<br />
- Non sono ricordi, sono pietre restate sulla retina, come una specie di deposito.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/25/la-tigre-nella-giungla/">La tigre nella giungla</a></p>
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		<title>Avventure 9 (fine) &#8211; Famiglia</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Oct 2010 08:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il rilevatore che arriva nella corte della masseria è stanco, si domanda che senso abbia questo suo accanimento a nutrirsi di vento. La costruzione settecentesca ha una loggia aperta alla brezza della valle, e le chiazze di sole sulla facciata e sulla signorile terrazza fanno pensare a un acquerello inglese, ma proprio davanti sono stati eretti due capannoni di cemento armato per le galline.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/22/avventure-9-the-end-famiglia/">Avventure 9 (fine) &#8211; Famiglia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sole_andrea_26.08-0011.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-36937" title="sole_andrea_26.08 001" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sole_andrea_26.08-0011-300x248.jpg" alt="" width="300" height="248" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il rilevatore che arriva nella corte della masseria è stanco, si domanda che senso abbia questo suo accanimento a nutrirsi di vento. La costruzione settecentesca ha una loggia aperta alla brezza della valle, e le chiazze di sole sulla facciata e sulla signorile terrazza fanno pensare a un acquerello inglese, ma proprio davanti sono stati eretti due capannoni di cemento armato per le galline. E anche la cucina nonostante l’alta volta e gli stucchi è una cucina di contadini poveri. Il padre mangia chino in avanti sul piatto e intanto parla, e quando parla nessuno lo interrompe. Strappa il pane con le mani che sembrano troppo grandi, e poi lo strascica nel piatto<span id="more-36892"></span> con la risolutezza di chi si sente dalla parte del giusto. Si lamenta dell’etichettatrice elettronica per le uova che le nuove leggi comunitarie lo obbligheranno a comprare. Il figlio che gli sta di fronte ha una faccia liscia di ragazzo di buona famiglia, non sembra essere uscito dalle sue rughe dure. Studia al liceo classico. La figlia al suo fianco ha scelto invece di fare la parrucchiera, perché non ha voglia di studiare. Ha una fessura tra i pantaloni e la maglietta, si direbbe la bocca della sua incontrollata sensualità, un inno alla vita. Il padre sostiene che non è giusto che una ragazza non possa aprire un salone di parrucchiera solo perché non ha ancora sedici anni, e come sempre il rilevatore non sa se è d’accordo, ma è soggiogato da quell’uomo che mangia con l’appetito inconfondibile della rettitudine e dei mestieri fatti bene. Per qualche motivo la simpatia è ricambiata: gli offrono il loro vino scuro, e poi dell’uva piccola e raggrinzita sui graspi, ogni acino è una paradisiaca vampata di aromi antichi. Anche la madre è intelligente e schietta, deve essere stata bella come la figlia. Mentre risponde alle domande che gli fanno il rilevatore fatica a tenere lontani gli occhi dalla fenditura tra i jeans e la maglietta della ragazza. A più riprese ha l’impressione che lei faccia apposta a offrirgliela. Forse la madre e il padre l’hanno notato, ma non gliene vogliono, vogliono piuttosto sapere di lui, della sua vita. Prima ancora di deciderlo confida allora dettagli che di solito tace, come lasciando socchiuse delle porte, indicando delle direzioni. Ma anche lui vorrebbe sapere il più possibile di loro. Ogni parola si è fatta pregnante e essenziale, come qualche rarissima volta succede. Si direbbe che ognuno cerchi delle risposte per tutto. Una parente anziana porta il caffè e raccoglie i piatti in silenzio, anche lei attenta a ogni respiro. Uno zio ascolta ansimando e interviene con le frasi smorzate di chi è abituato a parlare da solo. Quando il pasto è finito già da un pezzo la ragazza saluta con un sorriso impacciato ma anche monello il visitatore occasionale e trotterella via. Al pensiero che non la rivedrà più lui prova una fitta sotto il cuore, quasi uno strappo. Ma anche ne è sollevato: così è più facile. L’allevatore gli chiede la sua età, e solo allora si rende conto che nonostante le scarificature sulla pelle non è affatto anziano: deve avere appena qualche anno più di lui. Più tardi, finito il suo lavoro, si prepara ad andarsene. Lo zio insiste per regalargli un bottiglione del vino scuro, e gli racconta che prima stavano in pianura e coltivavano il riso, ma poi dopo la disgrazia del suicidio di un familiare sono venuti lì in collina, e si sono messi a allevare le galline. Proprio in quel momento la ragazza esce sull’aia allo stesso tempo principesca e misera con dei pantaloncini diventati troppo piccoli e una maglietta senza maniche che le schiaccia e valorizza il seno prepotente. Questa volta è uscita per lui, nonostante il rigore dell’autunno si aggira cercando una scusa per stare lì. Appoggia una spalla al muro, inclina la testa e batte l’acciottolato con le gambe paffutelle come farebbe un vitellino. Il rilevatore si sforza di non guardarla, ma allo stesso tempo vorrebbe che almeno capisse che lui non la fissa solo per riconoscenza per quella famiglia nello stesso tempo contemporanea e ancestrale dalla quale fa tanta fatica a staccarsi. La ragazzina sta un po’ ad ascoltare, poi rientra in casa. Il cielo si sta spegnendo, presto appariranno le prime stelle. L’allevatore gli dice di tornare quando vuole, magari d’estate quando saranno mature le albicocche. Ma la domenica, gli altri giorni lavoriamo, aggiunge stringendolo con le sue mani enormi e secche di fatica. La pedissequità ha ripreso il sopravvento. Costeggiando i brutti capannoni con i polli il rilevatore si domanda chi era il parente che ha ripudiato la vita, perché lui lo ha fatto.</p>
<p><em>[qui finisce, perché prima o poi tutto si sfilaccia e finisce, anche le narrazioni brevi, la (mini)serie di questi testi; li ho scritti, lo dicono le puntigliose date dei files, nell'autunno del 2003; non piacciono a tutti, e in un certo qual modo spero non troppo narcisistico mi stanno simpatici anche proprio per questo; gs] </em></p>
<p><em>[l'immagine: Luca Coser, "L'Avventura", 100 disegni  tecnica mista    su carta, cm 18x21,5]</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/22/avventure-9-the-end-famiglia/">Avventure 9 (fine) &#8211; Famiglia</a></p>
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