<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Nazione Indiana &#187; Radiohead</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/tag/radiohead/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione beta 3.0</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Feb 2012 18:19:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Come fu che alla fine ho ascoltato (e amato) i Radiohead</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/17/come-fu-che-alla-fine-ho-ascoltato-e-amato-i-radiohead/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/17/come-fu-che-alla-fine-ho-ascoltato-e-amato-i-radiohead/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 17 Jun 2008 08:43:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[jazz]]></category>
		<category><![CDATA[John Coltrane]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Gabriel]]></category>
		<category><![CDATA[pink floyd]]></category>
		<category><![CDATA[pop]]></category>
		<category><![CDATA[Radiohead]]></category>
		<category><![CDATA[rock]]></category>
		<category><![CDATA[Thom Yorke]]></category>
		<category><![CDATA[Weather Report]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6141</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/radiohead.jpg'></a>  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>1. L&#8217;assioma</strong><br />
Inutile far finta di non saperlo, la musica che ascolti a vent&#8217;anni è quella che ti porti dietro per tutta la vita. Assioma un po&#8217; assolutistico, me ne rendo conto, ma, gratta gratta, vero. Vent&#8217;anni, per capirci, vogliono anche dire diciassette o ventidue, la cosa non cambia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/17/come-fu-che-alla-fine-ho-ascoltato-e-amato-i-radiohead/">Come fu che alla fine ho ascoltato (e amato) i Radiohead</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/radiohead.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/radiohead.jpg" alt="" title="radiohead" width="300" height="320" class="alignnone size-full wp-image-6142" /></a>  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>1. L&#8217;assioma</strong><br />
Inutile far finta di non saperlo, la musica che ascolti a vent&#8217;anni è quella che ti porti dietro per tutta la vita. Assioma un po&#8217; assolutistico, me ne rendo conto, ma, gratta gratta, vero. Vent&#8217;anni, per capirci, vogliono anche dire diciassette o ventidue, la cosa non cambia. La musica che ascolti a quell&#8217;età sarà la tua colonna sonora naturale. Ciò che c&#8217;è stato prima, nell&#8217;infanzia, o dopo, nella maturità, avrà comunque un altro sapore. <span id="more-6141"></span><br />
Negli anni, per quanto si cerchi di aggiornarci, di stare al passo con i tempi, per quanto si conoscano a memoria tutte le novità, nessuna di queste saprà aprire mondi, spalancare porte verso l&#8217;infinito (o l&#8217;abisso), come l&#8217;involontario ascolto, in radio, magari una mattina di novembre in macchina, impilati nel solito traffico feriale, di un cazzutissimo pezzo catapultato dagli anni &#8217;80 ad oggi. Uno di quelli, per capirci, che tu all&#8217;epoca già odiavi. E che continui ad odiare (ché la nostalgia è vietata quando si parla di queste cose) ma che, inevitabilmente, ti restituisce il sapore acre dei tuoi vent&#8217;anni.<br />
La colonna sonora della tua vita te fai tu, certo, ma con i materiali a disposizione. Molti, anzi, negli anni, neppure ci provano a mutare la <em>playlist </em>della propria esistenza. Cambiano le tecnologie, si aggiornano, comprano l&#8217;<em>ipod</em>, ma poi si scaricano le stesse canzoni che hanno già da anni nei solchi dei loro vetusti 33 giri.<br />
È come aver trovato un battito che va in sincrono con quello del cuore. È il tuo e lo sarà fino alla fine dei tuoi giorni.<br />
Credo sia così persino con chi con la musica ci porta la pagnotta a casa. Con chi elabora, suona, produce, compone. La mia antica esperienza di musicante, e l&#8217;amicizia con molti musicisti professionisti, me lo conferma. Una cosa è la vetta da scalare giorno per giorno, la scoperta quotidiana, la meraviglia della creazione nuova, altro è rintanarsi nell&#8217;accogliente coperta calda del riascolto del sempre identico, e sempre mutevole, classico canone personale.<br />
Questo poi spiega come anche in artisti rivoluzionari si riescano a ritrovare agganci, accordi, coloriture di opere del passato, che al primo sguardo possono apparire lontane ma che, in realtà, appartengono, indelebilmente, al loro <em>humus </em>privato. Magia dell&#8217;arte, sempre destinata a rompere e ricostruire. Rompere per ricostruire.</p>
<p><strong>2. Il mio canone</strong><br />
Il mio canone è presto detto. Sorvolo sulla mia preistoria auricolare. Sull&#8217;assenza di radio in casa mia, sull&#8217;ascolto martellante e ossessivo di spazzatura napoletana imposta da mio padre. Mi fermo solo sulla scoperta dei cantautori in età preadolescenziale, fra i 10 e i 12 anni, come una sorta di difesa da quello che girava per casa, dove le parole assumevano un senso e un peso per me, che non parlavo  &#8211; e ahimè tuttora non parlo – inglese.<br />
[Faccio una piccola digressione. Questa della lingua non è cosa da poco. Non ho mai avuto alcuna venerazione sacrale nei confronti di molti monumenti inglesi o americani semplicemente perché non li capivo, però sapevo che musicalmente -perché quel linguaggio invece lo comprendevo- non erano chissacché. Mi accontentavo dei loro epigoni italici, perché quanto meno mi rendevo conto di cosa dicevano. Era un po' come studiare storia dell'arte sulle copie romane di originali sculture greche ormai scomparse nella stiva di navi inabissate in chissà quale notte di tormenta jonica. Dylan, <em>mea culpa</em>, a me ha sempre detto poco. Springsteen ancora meno. Ho dovuto aspettare il 2007, dopo il titanico lavoro di traduzione dei suoi testi fatto da un mio amico scrittore, per comprendere che il Boss era un narratore con i controfiocchi. È che musicalmente, come dico più avanti, l'ho sempre snobbato.]<br />
L&#8217;ingresso vero nel mondo della musica, il passaggio dalla natura alla cultura, dal mito alla storia, io lo marco attorno ai miei 14 anni. Un marchio a fuoco caldo, bruciante tutt&#8217;ora, che ha sbalestrato il mio percorso e non l&#8217;ha reso tipico come quello di tanti miei coetanei. Fu l&#8217;ascolto di un <em>live </em>di John Coltrane che mi arrivò fra le mani in modo misterioso. Ebbi le vertigini. Non compresi nulla dall&#8217;inizio alla fine. Lo ascoltai e riascoltai fino ad assorbirlo, nota dopo nota, fino a suggerlo fino &#8211; da giovane illuso quale ero &#8211; a capirlo. A credere di capirlo. Fu come immergermi nel pentolone di pozione magica di Obelix, nulla, dopo, fu uguale a prima per me. Perché perdere la verginità con Coltrane significa, poi, essere davvero esigente in fatto di musica. Ecco perché il rock, dai e dai, m&#8217;ha sempre, da subito, stufato.<br />
E il bello è che in quegli anni (intorno ai 20, per capirci) lo suonavo, lo componevo, lo eseguivo in pubblico, lo cantavo. Ma perché, in fondo era facile. C&#8217;è un pezzo ironico di Elio e le Storie Tese che lo spiega benissimo. “Il jazz, troppi assoli – dice la canzone &#8211; la fusion è complicata”, quello che resta è il rock&#8217;n'roll, perché “è facile da suonare” e “non ha mai scontentato nessuno”.<br />
Ho sempre trovato il rock sostanzialmente reazionario, bianco e piccolo borghese. La mia discoteca è colma di dischi rock, e molta di quella musica mi appartiene nel profondo, ma è inutile girarci attorno: il rock è musica per adolescenti fintorivoluzionari, che imbracciano una chitarra e fatti quei soliti tre accordi (sempre quelli, che palle!) credono di essere dei trasgressivi esistenzialisti.</p>
<p><strong>3. Rock inglese <em>vs</em> rock americano</strong><br />
Comunque sia, se dovevo proprio scegliere, sceglievo il rock inglese, ovvio. Perché quello americano m&#8217;era proprio indigesto. Così banale, così prevedibile, così ottimista. Così scontato. Per quanto abbia fatto di tutto per farmelo piacere non ci sono mai riuscito. Solo quando deragliava in sonorità blues mi acchiappava un po&#8217;, altrimenti era una vera lagna. Boss compreso. Nel rock inglese un po&#8217; di inquietudine europea gli restava appiccicata addosso (guerre, pestilenze, rivoluzioni, migliaia di anni di storia non sono passati per nulla, insomma), ma in quello americano, nei recessi occulti, echeggiava sempre quell&#8217;Iowa eterno, reazionario, che è dell&#8217;America profonda, quella tradizione country &#8211; texana, <em>machista</em>, razzista &#8211; che mi indispettiva. E che mi irritava anche quando in Italia veniva riproposta da gruppi che credevano di fare musica celtica (impegnata, ben inteso, ché l&#8217;impegno in Italia è d&#8217;obbligo!) e invece ad ascoltarli sembrava facessero solo pessima musica da balera.<br />
[Altra breve digressione: inutile dire, ovviamente, che il rock italiano non esiste. Che Vasco non è rock. Che il Liga non è rock. Sono solo cantautori con al seguito una chitarra elettrica distorta. Inutile dire che l'ultimo gruppo rock degno di questo nome suonava quando io ero un bambino - la PFM - e tutto faceva tranne che rock in senso stretto].<br />
La musica inquieta, in America è nera, c&#8217;è poco da fare. Non in una accezione razziale, ché non intendo mica dire che bisogna essere negri per farla. Intendo che da quella tradizione, poi, tutti hanno attinto, e a quella tradizione, poi, gli stessi hanno depositato nuove sonorità, dai primi blues all&#8217;ultimo hip hop. Quando è mista, multietnica, bastarda, marginale, sperimentale, quando è così, è imbattibile. Quelli erano gli anni, per me, della fusion, del jazz-rock, dei Weather Report, non degli U2. Un tastierista austriaco, un sassofonista nero, un bassista di origini pellerossa, un batterista peruviano. Altro che il gruppetto di piccoli borghesi irlandesi, fighetti e modaioli (e poi chissà che cazzo dicevano, io mica lo capivo l&#8217;inglese!).<br />
Inquieto non vuole dire intellettualoide, però. Quando è cervellotica (quando si espone come cerebrale senza esserlo, quindi è, sostanzialmente, apparenza), l&#8217;arte invecchia in fretta. Molta roba di quegli anni oggi è inascoltabile. Così come certi film di Godard &#8211; che hanno perso smalto mentre molti onesti film di genere ancora tengono botta – altrettanto molta roba di Bowie, oggi, pare antica e statica, mentre trovo ancora vitale molta della scanzonata sonorità dei primi Police (tanto quanto ormai Sting, oggi, è bolso e trombone).<br />
Il rock, dicevo, se proprio dovevo scegliere, era inglese. Ma non basta. Il rock per me, ad essere proprio precisi, erano i Pink Floyd. Perché in quell&#8217;anno di svolta, in quell&#8217;anno che mi fece entrare nella civiltà musicale, accadde un secondo avvenimento epocale: ricevetti da un mio cugino maggiore (che oggi sarà un signore di 50 anni ma che io ormai non vedo da decenni, per me è rimasto quel ragazzone di tanti anni fa, il quale, all&#8217;epoca, non era affatto consapevole di quanto stava modificato irrimediabilmente i miei gusti, probabilmente comprò il primo disco che gli passò fra le mani, fra quelli che andavano per la maggiore), ricevetti, dicevo, per regalo di compleanno, <em>The Wall</em>.<br />
Credo di poterlo ricantare tutto, a memoria, tutti gli strumenti compresi. Così come <em>The Dark side of the moon</em> e tutta la loro produzione degli anni &#8217;70 (altro inciso: i Pink Floyd per me smettono di esistere con <em>The Final Cut</em>, su tutto quello che è venuto dopo stendo il proverbiale velo pietoso).</p>
<p><strong>4. E i Radiohead?</strong><br />
<em>Pablo Honey</em> è del 1993. Le date sono importanti per la storia musicale di un ascoltatore. Io nel 1993 avevo 27 anni, ero già “fuori dai giochi”. Ero già un orecchio senile, che aveva ascoltato tutto. Persino il jazz iniziava a stufarmi, nella sua incapacità di rinnovarsi, nel suo essere, ormai, maniera. Probabilmente ascoltai in radio <em>Creep </em>e lo catalogai nel solito <em>britpop </em>che in quegli anni ci stava triturando le palle. Chi fosse il gruppo neppure mi preoccupai di accertarlo. Quello era l&#8217;anno del concerto di Peter Gabriel a Milano, l&#8217;unico artista anglosassone che amavo senza se e senza ma. Sono stati anni difficili per me gli anni &#8217;90. Talmente difficili che alla fine mi chiusi a riccio, nella ricerca di nuovi orizzonti sonori, lasciando dietro le spalle tutto ciò che fosse minimamente pop  &#8211; e uso il termine con una accezione assolutamente neutra, non negativa &#8211; per tuffarmi in quella che viene chiamata impropriamente (mancandone una definizione valida) <em>musica colta contemporanea</em>. Il ventunesimo secolo, per me, si aprì con Berio, Andriessen, Cage, Kanchely, Reich, Nyman. M&#8217;ero costruito un recinto, un muro sonoro, un laboratorio analitico, una bolla acustica, dove stare, dove rigenerare le dolenti, e un po&#8217; saccenti, orecchie. Volevo trovarmi spiazzato, ascoltare cose che non potevo immaginare, abbandonare ascetico la vita secolarizzata, assurgere alle armonie mistiche. Spensi la radio, evitai i concerti, non lessi più riviste di settore, non frequentai più musicisti. Tenevo contatti deboli col mio passato musicale, ascoltavo le vaghe produzioni di Peter Gabriel più per affetto che per convinzione, ma nulla di più.<br />
Mi ricordo che mi capitò, e fu davvero per caso, di leggere da qualche parte che <em>Ok Computer</em> era stato eletto, da una “giuria competente”, il miglior disco rock del decennio passato. E mi accorsi che registrai questa notizia quasi con dispiacere, perché non sapevo assolutamente chi fossero i Radiohead. Ero davvero così escluso da un territorio, che fu da me cartografato con perizia maniacale per anni, da non avere neppure idea di cosa si stesse parlando? Non di pizza e fichi ma, addirittura, del miglior disco rock del decennio appena trascorso? Non sapevo più nulla del mondo, questa era la verità, chiuso com&#8217;ero nel mio eremo sonoro. Fatto sta che non cercai di ascoltare il disco, non cercai di scoprire chi fossero questi misteriosi Radiohead, accettai la mia ignoranza quasi con boria. In fondo che cosa diranno mai di innovativo un gruppo di rockettari inglesi che hanno circa la mia età cresciuti nel cuore del <em>britpop</em>?<br />
Negli anni tornai piano piano nel mondo, tolsi le vesti dell&#8217;asceta, riaccesi la radio, senza furia, senza fretta. Mi ritrovai persino a canticchiare qualche canzone di Sanremo, con un fare puerile, come fanno quelli che non hanno la tv in casa e appena vanno a cena da amici monopolizzano il telecomando, saltellando di programma in programma, uno più <em>trash </em>dell&#8217;altro. Tornai alla vita, ma dei Radiohead neppure l&#8217;ombra. Forse era destino non incontrarli mai.</p>
<p><strong>5. Il destino</strong><br />
No. Il destino era un altro.<br />
Il destino volle che nel 2006 incontrai un radioheadologo (si può dire così?) incallito.<br />
I radioheadologi (o radioheadofili? O radioheadmaniaci? Diomio, che parole assurde!) sono subdoli. Lui s&#8217;era presentato come mio fan (bugiardo!), venne pure a trovarmi a studio col mio romanzo fresco di stampa da farsi autografare. Uscire a prendere un caffé con lui, era un bel pomeriggio di primavera, mi sembrava il minimo. Ma poi, in realtà, del mio libro, dopo la firma, non ne fece più cenno. Non si parlò d&#8217;altro che di Thom Yorke e compagni. Ok, pensai, questo è un segno. Tirati su le maniche, datti una mossa. È tempo.<br />
Lasciatolo andare lanciai <em>emule </em>sul computer di studio. Come si chiamava quel disco? <em>Ok computer</em>. Il miglior disco rock degli anni &#8217;90. Bah&#8230; vediamo di che pasta sono fatti questi Radiohead.<br />
Io i titoli mica li conoscevo, quindi, per non sapere né leggere né scrivere, scaricai un file, pesantissimo, che conteneva l&#8217;intero album.<br />
Ricapitolando: avevo un intero album che mi suonava nelle casse alzate a palla dello studio, senza interruzione alcuna, di un gruppo che non conoscevo, che cantava in una lingua che non ho mai imparato. E non era la musica che mi immaginavo. Per niente.<br />
Nel tempo ho scoperto i titoli, ho toccato le copertine, visto le foto, letto le traduzioni, goduto dei video. Ma lì, in quel momento, c&#8217;era una suite di 50 minuti circa (perché così me la immaginavo: un unica opera fatta per quadri, proprio la stessa sensazione che avevo quando vent&#8217;anni prima ascoltavo i dischi dei Pink Foyd) che aveva bisogno di essere ascoltata, riascoltata, assunta, assorbita, decodificata. E finalmente compresa. Che gioia fu quel giorno.<br />
Nel giro di neppure un mese mi procurai tutto di loro, fu un periodo pazzesco, sembravo un drogato in crisi di astinenza. Tutto. In fondo a suo tempo, dieci anni prima, avevo ragione, <em>Pablo Honey </em>non era &#8216;sto disco memorabile, e <em>The Bends</em> era un buon disco, promettente, ma niente in confronto con quello che stavo ascoltando in quegli anni. Poi, insomma, io del rock ne avevo fin sopra i capelli già da ragazzo&#8230; Ma dopo? Da <em>Ok Computer</em> in poi? Ci sono pezzi di <em>Kid A</em> o di <em>Amnesiac </em>che, ascoltandoli, mi sembravano fratelli. Avevo la sensazione, mentre ascoltavo, che Yorke avesse oltrepassato insieme a me &#8211; come un camminante asceta che saliva un sentiero affianco al mio ma al mio, purtroppo, nascosto &#8211; gli stessi panorami sonori. Sono proprio questi pezzi, quelli più ostici ai più, quelli più sperimentali, che mi mandano ancora adesso in visibilio.<br />
Io continuo a non sapere, esattamente, di cosa parlino le canzoni dei Radiohead. In fondo la cosa mi interessa poco, nelle canzoni ho sempre dato priorità alla musica, piuttosto che alle parole (strano per uno scrittore, no?). So però che sono canzoni inquiete. Che sono frecce lanciate nel futuro, raffinate e popolari assieme (e che ancora una volta il rock inglese si dimostra superiore a quello americano!). So che mi piacciono, cazzo!<br />
Ho quarant&#8217;anni, sono fuori tempo massimo per certi entusiasmi. Tutta la mia teoria sul canone privato mi sembra crollare come un miserabile castello di carte. Ho quarant&#8217;anni &#8211; quarantadue anzi &#8211; non posso gioire come un ragazzino quando li ascolto!<br />
O forse, più semplicemente, per un&#8217;altra volta ancora, ho di nuovo vent&#8217;anni.<br />
Due volte vent&#8217;anni.</p>
<p>[<em>tratto da</em> <strong>NarRadiohead</strong>, <em>a cura di Edoardo Acotto, BCDe, 2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/17/come-fu-che-alla-fine-ho-ascoltato-e-amato-i-radiohead/">Come fu che alla fine ho ascoltato (e amato) i Radiohead</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2004/10/21/carlo-boccadoro-e-i-sentieri-selvaggi/' rel='bookmark' title='Carlo Boccadoro e i Sentieri Selvaggi'>Carlo Boccadoro e i Sentieri Selvaggi</a> <small>di Gianni Biondillo Continua la pubblicazione delle segnalazioni che ho...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/08/09/juke-box-joni-mitchell/' rel='bookmark' title='Juke Box / Joni Mitchell'>Juke Box / Joni Mitchell</a> <small>Joni, la più brava di tutte. God must be a...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/08/25/morrissey-psico-inchiesta-sullultima-rockstar/' rel='bookmark' title='Morrissey: Psico-inchiesta sull&#8217;ultima rockstar'>Morrissey: Psico-inchiesta sull&#8217;ultima rockstar</a> <small> di Gianluca Veltri Nel 1987 un giovane disturbato di...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/12/03/gli-sciamani-elettrici-nel-giardino-della-mente/' rel='bookmark' title='Gli sciamani elettrici nel giardino della mente'>Gli sciamani elettrici nel giardino della mente</a> <small> di Gianluca Veltri Nel 1965 il rock era rock...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/12/21/ai-piedi-della-rocker-piu-sexy-del-mondo/' rel='bookmark' title='Ai piedi della rocker più sexy del mondo'>Ai piedi della rocker più sexy del mondo</a> <small> di Michele Monina Iniziamo dai piedi. Stamattina mi sono...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/17/come-fu-che-alla-fine-ho-ascoltato-e-amato-i-radiohead/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>41</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>RADIOBAHIA: racconti per canzoni [001]</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/16/radiobahia-01-racconti-per-canzoni/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/16/radiobahia-01-racconti-per-canzoni/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 16 May 2008 12:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Alaska]]></category>
		<category><![CDATA[Creep]]></category>
		<category><![CDATA[London]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Ciriello]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Radiobahia]]></category>
		<category><![CDATA[Radiohead]]></category>
		<category><![CDATA[Tolstoj]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/05/16/radiobahia-01-racconti-per-canzoni/</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Ciriello</strong></p>
<p align="center"><a href="http://www.antiqueradio.org/art/rn29021.jpg" target="_blank"></a></p>
<p align="center"><strong>RADIOBAHIA: suona</strong><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong></strong>“Creep” dei Radiohead</p>
<p><strong>1.</strong><br />
Il cielo piega sul campo, uno straccio. Il ragazzo cammina lungo la strada vuota, uno sputo. Il sole alle sue spalle, davanti: l&#8217;Alaska. Allena il corpo, coltiva il sogno. Legge London e Tolstoj come in chiesa il vangelo, non vede l&#8217;ora di essere sommerso dall’ombra lunga delle cose, dal bianco della neve.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/16/radiobahia-01-racconti-per-canzoni/">RADIOBAHIA: racconti per canzoni [001]</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Ciriello</strong></p>
<p align="center"><a href="http://www.antiqueradio.org/art/rn29021.jpg" target="_blank"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/radio-news-feb-1929.jpg" border="0" alt="Radio News February 1929" width="322" height="442" /></a></p>
<p align="center"><big><strong>RADIOBAHIA: suona</strong><strong> </strong></big></p>
<p align="center"><big><strong></strong>“Creep” dei Radiohead</big></p>
<p><strong>1.</strong><br />
Il cielo piega sul campo, uno straccio. Il ragazzo cammina lungo la strada vuota, uno sputo. Il sole alle sue spalle, davanti: l&#8217;Alaska. <span id="more-5905"></span>Allena il corpo, coltiva il sogno. Legge London e Tolstoj come in chiesa il vangelo, non vede l&#8217;ora di essere sommerso dall’ombra lunga delle cose, dal bianco della neve. Vuole dormire con la paura degli orsi, vivere di poco, sicuro di essere al riparo dall&#8217;ipocrisia delle città e di chi le governa. I suoi coetanei sognano auto e titoli, nenie, lui solo di starsene in montagna, nel freddo, a provarsi. La sua capacità di resistere a fame e sete è pari alla voglia di bellezza, si è lanciato in canoa lungo un fiume, ha attraversato un confine per esistere, la sua vita è un verso, uno solo, gridato a squarciagola dal tetto di un bus.</p>
<table border="0" width="50%">
<tbody>
<tr>
<td></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table border="0" width="50%">
<tbody>
<tr>
<td></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><small>[ <em><strong>Marco Ciriello,</strong> scrittore e giornalista, dice:</em> "Anche se so bene che l’ispirazione non esiste, da tre anni ogni giovedì metto su un disco e scrivo una storia per il mio giornale, non ho paura del foglio bianco né del numero di righe da tenere, io ho solo paura della morte, sempre. Per questo scrivo: per non morire." <em>- e fra gli sfiorati - i commossi - i perdenti - gli arrabbiati – gli idealisti - i rinunciatari - i ritagli di donna di questi short cut - che prendono lettere da note - sta questa scrittura bella ed essenziale - poetica e visionaria - ma non una riga di più o di meno </em>]</small></p>
<table border="0" width="50%">
<tbody>
<tr>
<td></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong>Radiobahia </strong>suona ogni venerdi all’alba sul quotidiano <a title="IL MATTINO" href="http://www.ilmattino.it/mattino/page_view.php" target="_blank"><strong>IL MATTINO</strong></a></p>
<p align="center">
<p><small>[ da Radiohead, Pablo Honey, 1993, EMI, track 2. ]</small></p>
<p><small>[ immagine da: <a href="http://www.antiqueradio.org/art/rn29021.jpg" target="_blank">http://www.antiqueradio.org/art/rn29021.jpg</a><br />
©1995-2008 Philip I. Nelson, all rights reserved ]</small></p>
<p align="center">
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/16/radiobahia-01-racconti-per-canzoni/">RADIOBAHIA: racconti per canzoni [001]</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/08/radiobahia-racconti-per-canzoni-013/' rel='bookmark' title='RADIOBAHIA: racconti per canzoni [013]'>RADIOBAHIA: racconti per canzoni [013]</a> <small>di Marco Ciriello RADIOBAHIA: suona “Way to blue” di Nick...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/radiobahia-racconti-per-canzoni-009/' rel='bookmark' title='RADIOBAHIA: racconti per canzoni [009]'>RADIOBAHIA: racconti per canzoni [009]</a> <small>di Marco Ciriello RADIOBAHIA: suona “Money” dei Gruppa Leningrad 9....</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/07/18/radiobahia-racconti-per-canzoni-010/' rel='bookmark' title='RADIOBAHIA: racconti per canzoni [010]'>RADIOBAHIA: racconti per canzoni [010]</a> <small>di Marco Ciriello RADIOBAHIA: suona “Chaser&#8221; dei Bellini 10. L&#8217;orfano...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/13/radiobahia-racconti-per-canzoni-005/' rel='bookmark' title='RADIOBAHIA: racconti per canzoni [005]'>RADIOBAHIA: racconti per canzoni [005]</a> <small>di Marco Ciriello RADIOBAHIA: suona “Why not smile” dei R.E.M....</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/06/radiobahia-racconti-per-canzoni-004/' rel='bookmark' title='RADIOBAHIA: racconti per canzoni [004]'>RADIOBAHIA: racconti per canzoni [004]</a> <small>di Marco Ciriello RADIOBAHIA: suona “Grace Kelly Blues” degli Eels...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/16/radiobahia-01-racconti-per-canzoni/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
<enclosure url="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/radiohead-creep.mp3" length="1894729" type="audio/mpeg" />
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Dynamic page generated in 0.547 seconds. -->
<!-- Cached page generated by WP-Super-Cache on 2012-02-12 23:56:34 -->
<!-- Compression = gzip -->
