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	<title>Nazione Indiana &#187; raul montanari</title>
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		<title>Il Cristo zen</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 06:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/cristozen.png"></a> [<em>E' nata una nuova avventura editoriale: <a href="http://www.indianaeditore.com/">Indiana editore</a>. Sia ben chiaro, con Nazione Indiana non c'entra nulla, ma trovo sincronico che - oltre alla parola "Indiana" - ci sia, nelle prime pubblicazioni previste, proprio un libro di Raul Montanari, "ex-indiano".</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/30/il-cristo-zen/">Il Cristo zen</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/cristozen.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/cristozen.png" alt="" title="cristozen" width="148" height="210" class="alignleft size-full wp-image-40228" /></a> [<em>E' nata una nuova avventura editoriale: <a href="http://www.indianaeditore.com/">Indiana editore</a>. Sia ben chiaro, con Nazione Indiana non c'entra nulla, ma trovo sincronico che - oltre alla parola "Indiana" - ci sia, nelle prime pubblicazioni previste, proprio un libro di Raul Montanari, "ex-indiano". Visitate il sito della casa editrice e scopritene la filosofia e gli intenti. Io, nel frattempo, vi pubblico l'introduzione di Raul al suo libro, che uscirà il 12 ottobre.</em> G.B.]<br />
.</p>
<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><em>Quali sono le diversità fra Buddhismo e Cristianesimo?<br />
Se si pensa che ci siano diversità, ci sono. Se si pensa che non ci siano, non ce ne sono.</em><br />
TAÏSEN DESHIMARU, La tazza e il bastone, storie zen.</p>
<p>Come tutti, ho incontrato prestissimo la parola di Dio, la Scrittura. Molto prima di incontrare non solo le scritture (quelle dei grandi poeti e romanzieri che mi hanno subito affascinato) ma molte cose della vita – accadimenti, misteri, emozioni – di cui la Scrittura mi parlava. <span id="more-40227"></span><br />
Col tempo, come molti, ho cominciato a occuparmi d’altro. La mia vita è diventata un lentissimo zoom, che lasciava sfumare ai lati le cose grandi e concentrava sempre più il suo focus sulle minuzie, sui dettagli che riempiono il quotidiano, qualunque sia la nostra strada o il nostro mestiere. Nei primi racconti che scrivevo trovavano ancora spazio brividi metafisici, ambizioni alla Totalità che spesso rimanevano tali per scarsa robustezza della mia voce di narratore. Quindi, man mano, ho cominciato a operare su progetti più vasti, i romanzi.<br />
Allora mi è successa una cosa strana. Mi sono accorto che più nelle cose che scrivevo mi addentravo nei particolari, nelle sfumature dei rapporti umani, nella descrizione di comportamenti estremi, di paure, desideri e tensioni che potevano sfociare perfino in atti criminali, più sentivo il bisogno che le letture, che accompagnavano questi mesi di lavoro dedicati alle vicende che narravo, tornassero ad avere il sapore rigenerante dell’assoluto.<br />
Così ho ripreso in mano la Bibbia. Ho colmato i varchi lasciati negli anni in cui avevo sì la fede, poi perduta, ma non avevo ancora la conoscenza del mondo e dei libri che mi poteva far capire e amare davvero il Libro per eccellenza. E, contemporaneamente, ho cercato anche altrove. E mi sono imbattuto nel Buddhismo zen.<br />
Ho avuto subito una sensazione di familiarità.<br />
Certe intuizioni dei maestri zen e dello stesso Buddha, le frasi secche, lapidarie, il senso della natura, l’anticonformismo, la libertà di pensiero e la forza delle soluzioni espressive, li ritrovavo anche nelle parole e nei comportamenti di Gesù. A volte immaginavo il Nazareno sullo sfondo dello Yang-tze o del monte Fuji. Oppure vedevo Hui-k’o, l’allievo perfetto, seduto fra i dodici apostoli ai piedi del maestro. O mi figuravo il grande Bodhidharma fra i sacerdoti del tempio di Gerusalemme, unico fra tutti a non stupirsi di quel ragazzino che conosceva la Legge quanto e più di tutti loro, e sulla Legge aveva idee nuove, sostenute da una forza misteriosa. Siddhartha parlava a Benares, nel parco delle Gazzelle, ai suoi primi cinque discepoli, e il Cristo passava poco lontano e si fermava ad ascoltare, con un’espressione di enigmatica comprensione sul volto; poi riprendeva il suo cammino.<br />
Nei libri che scrivevo di giorno, i miei personaggi correvano incontro al loro destino spesso buio; nelle ore notturne, una luce usciva dalle pagine schiuse. Dalle parole, dalla Parola.<br />
Per questo, vent’anni fa, ho immaginato per la prima volta di scrivere questo libro, dove confrontare e, dove fosse lecito, confondere volutamente gli insegnamenti che mi sembravano scaturire da una stessa Verità. Così primitiva, così potente, fatta di fiducia incrollabile, di abbandono consapevole al flusso degli eventi, di disciplina inflessibile prima verso se stessi che verso gli altri, di disprezzo per ogni vuoto, ridicolo, grottesco eppure onnipresente culto dell’esteriorità.<br />
Ma prima di mescolare bisognerà distinguere. E raccontare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/30/il-cristo-zen/">Il Cristo zen</a></p>
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		<title>L’esordiente, di Raul Montanari</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 06:34:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong>&#8230;</p>
“Livio Aragona, lei è&#8230; il miglior gialllista italiano!”
Glielo dice una signora adorante, ma continuano a ripeterglielo lettori, conoscenti, editori. “Torni a scrivere i suoi gialli” gli gridano dietro gli ospiti caciaroni di un delirante salotto televisivo dove lui partecipa come “opinionista”.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/12/l%e2%80%99esordiente-di-raul-montanari/">L’esordiente, di Raul Montanari</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<div id="_mcePaste">“Livio Aragona, lei è&#8230; il miglior gialllista italiano!”</div>
<div id="_mcePaste">Glielo dice una signora adorante, ma continuano a ripeterglielo lettori, conoscenti, editori. “Torni a scrivere i suoi gialli” gli gridano dietro gli ospiti caciaroni di un delirante salotto televisivo dove lui partecipa come “opinionista”.</div>
<div id="_mcePaste">A nulla valgono le sue proteste, le sue spiegazioni. Io non sono un giallista! ripete, digrignando i denti. Ma nessuno lo ascolta. Nessuno è interessato. Livio Aragona scrive gialli, punto e basta.</div>
<div id="_mcePaste">E’ questo l’ambiente dove vive, lavora, ama, si arrabbia il protagonista dell’ultimo romanzo di Raul Montanari, <em>L’esordiente</em>. Un mondo diviso in schemi, dove nulla sembra chiaro e definito e tutto sfugge, si sfilaccia. Si nebulizza. Livio Aragona è uno scrittore-scrittore, una figura classica, molto moderna ma – proprio per la sua modernità di aristocratico della giovinezza – condannato a dibattersi in un mondo morente. Il mondo dei premi letterari, anzi, del Premio (&#8230;), il cui nome completo è impronunciabile, pena lo scatenamento di ogni sventura possibile. Ha cinquant’anni, vuole vincerlo a tutti i costi, il Premio (&#8230;), perché sarebbe il coronamento della sua carriera. Però ha un problema: Livio Aragona scrive gialli. E il giallo è considerato letteratura “bassa”, di serie B. <span id="more-39003"></span>Per questo è deciso a scrollarsi di dosso questo marchio. Ma il Premio (&#8230;) per quest’anno è già stato assegnato. Perché è così che funziona. Il Premio se lo aggiudica soprattutto l’editore. Così Livio Aragona si prepara per il prossimo, col nuovo romanzo cui inizia a lavorare con impegno.</div>
<div id="_mcePaste">Come il suo autore, Livio Aragona è un docente di scrittura creativa. E da scrittore-scrittore ha le idee chiare sulla sua professione. Sa che per quelli come lui la scrittura è sofferenza, perché attinge direttamente dalla vita: “La tua vita diventa un  magazzino di cose utili per ciò che racconti. Mi serve qualcosa? Un oggetto da descrivere, un  mestiere, una paura, una città? Apro il magazzino e vedo se c’è, altrimenti cerco altrove.” E’ uno degli insegnamenti che impartisce ai suoi studenti, che passa in rassegna con la supervista a raggi X dello scrittore-scrittore. Già alla prima lezione riconosce i loro tic, le loro aspirazioni. E nota la bellezza delle ragazze, perché come tutti i personaggi maschili di Montanari è molto sensibile al fascino femminile. Soprattutto a quello di Veronica, l’allieva che, già il primo giorno, gli consegna un  manoscritto. Un romanzo inedito. Livio, infastidito (ogni volta la stessa storia!), cerca di rifiutare, ma c’è qualcosa di irresistibile in lei. Lo prenderà. Lo leggerà e lo troverà orribile.</div>
<div id="_mcePaste">Proprio da questa lettura al negativo inizia il vero romanzo. Veronica è un personaggio di tipo proustiano: sfugge alla sua comprensione, è depositaria del mistero che porta con sé ogni persona amata, che resta una creatura insondabile, inconoscibile, vagamente ostile nella sua essenza sfuggente. Livio si trova invischiato, innamorato perso, ma gli sfugge la personalità di Veronica, gli sfuggono i suoi scritti, che giudica sempre dozzinali, di nessuna qualità. Come si sbaglia. E noi come lo compatiamo mentre continua a ripetere a se stesso che tanto come scrittrice non ha futuro, che potrà pubblicare qualche libercolo per un editore minore.</div>
<div id="_mcePaste">Intanto continua a dibattersi nel suo mondo editoriale popolato da squali, critici tronfi e ottusi, manovre sottobanco per il Premio (&#8230;), cercando con rabbia, quasi con disperazione, di ripulirsi dal marchio di giallista. Quel mondo dove Veronica, giovane e veloce sirena, si muove con agilità. E dove otterrà un enorme successo, sempre non ammesso da Livio, che avanza lancia in resta con grandi e robusti paraocchi, finché è costretto ad accettare l’evidenza, e cioè che la sua distrazione morbosa scaturiva da una bruciante, mai ammessa gelosia professionale. La gelosia per la persona amata che non riesce a possedere fino in fondo, che gli oppone la sua giovinezza letteraria, la sua freschezza, tutte qualità che sente di avere perduto, sacrificate sull’altare della scrittura di professione, del mestiere.</div>
<div id="_mcePaste">Ma Veronica non è l’unica persona che gli sfugge, e della quale non vede il vero aspetto della personalità. Il convivente della sua ex moglie, Emiliano, un ex killer che lo inonda di complimenti con un linguaggio pomposo, continua a chiedergli soldi per pagare un maledetto debito. Gli spillerà 40.000 euro, mentre qualcosa inizia a cambiare, a intorbidirsi, proprio come si intorbidano le sordide manovre per riuscire a vincere lo stramaledetto Premio (&#8230;), che si tinge sempre più di toni noir, mentre si prepara uno scontro finale senza esclusione di colpi proprio l’ultima persona che si aspetterebbe di avere come avversario nella finale.</div>
<div id="_mcePaste">La progressione narrativa aumenta, il ritmo si fa sostenuto, tutto si complica e si attorciglia in un guanxi malato, negativo e violento. In questo Montanari, che proprio come Livio Aragona ha una solida esperienza di giallista, è un maestro. Sa dilatare al punto giusto le pause, sa portare il lettore verso un finale minaccioso, che precipita in crescendo verso una scena memorabile sul greto di un fiume, in una notte di pioggia che evoca l’epilogo di Cape Fear di Scorsese.</div>
<div id="_mcePaste">L’esordiente è un romanzo sull’intreccio tra vita e letteratura, tra letteratura ed editoria, tra vita e socialità, sofferenza, gelosia, tradimento. Un romanzo su un uomo, uno scrittore scaltro e accecato che cerca, senza riuscirci, di ritrovare la sua arte originaria, il coraggio, la sincerità brutale degli esordi, in un mondo dove tutto è decrepito e decomposto. Cerca di essere di nuovo un esordiente, soprattutto nella vita e nell’amore. E quando una vera esordiente gli si offre, accetta di incrociare la sua strada, e di amarlo, non la riconosce. Non vuole riconoscerla. Rifiuta il suo mistero, la sua libertà, e il suo talento. Dovrà soffrire ancora, e pagare di persona, per arrivare al satori finale, al Qi-gong di un uomo finalmente semplice: “Io ho finito, di scrivere. Magari domani avrò cambiato idea, ma adesso è questo che penso. Ho finito di scrivere. Vediamo se mi riesce di vivere, almeno.”</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/12/l%e2%80%99esordiente-di-raul-montanari/">L’esordiente, di Raul Montanari</a></p>
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		<title>Le strane cose di Raul Montanari</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 08:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Esistono dei romanzi che seguono un percorso apparentemente obbligato, che neanche l’autore – talvolta identificabile col conduttore di una diligenza lanciata lungo un itinerario da lui stesso stabilito – riesce a modificare. Vanno avanti per i fatti loro, perché così sono stati iniziati, indirizzati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/28/le-strane-cose-di-raul-montanari/">Le <em>strane cose</em> di Raul Montanari</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Esistono dei romanzi che seguono un percorso apparentemente obbligato, che neanche l’autore – talvolta identificabile col conduttore di una diligenza lanciata lungo un itinerario da lui stesso stabilito – riesce a modificare. Vanno avanti per i fatti loro, perché così sono stati iniziati, indirizzati. I motivi posso essere diversi: certe caratterizzazioni di personaggi molto forti, più forti del loro creatore, che vede ridursi sempre più i margini di manovra sulle loro vite e i loro destini; trappole morali, o etiche, o ideologiche, per cui alcune “sterzate” risultano impossibili senza cadute nei sentimenti bassi. Sono i cosiddetti romanzi pericolosi, perché l’autore rischia di ridursi a un semplice portavoce, ostaggio delle regole che lui stesso ha applicato alla storia e ai personaggi, scegliendo quel determinato impianto, quella struttura o sovrastruttura.<span id="more-31057"></span></p>
<p>E’ il caso dell’ultimo romanzo di <strong>Raul Montanari</strong>, <em>Strane cose, domani</em> (Baldini Castoldi Dalai, 2009), una narrazione che fila su una lama di rasoio, pronta a cadere, a negare se stessa, a lavorare per la propria autodistruzione, tanto più per un’affermazione netta e molto impegnativa del suo autore: “Se la scrittura non è etica non è scrittura” (intervista al mensile <em>Jesus</em>).</p>
<p>Etica. Come dobbiamo considerare il personaggio narrante, Danio Ascari, uno psicologo con pazienti esclusivamente femminili (e anche amiche e conoscenti, potrebbe essere una versione moderna de l’uomo che amava le donne), che fa il passaggio all’atto, cioè se le porta a letto? C’è da dire che quella dello psicologo è una categoria particolarmente avversata – anche sbeffeggiata – dal cinema, dalla letteratura, per motivi che sarebbe interessante approfondire (Valter Binaghi, nel suo prossimo romanzo in uscita da Perdisa Pop, addirittura lo uccide); tuttavia è una figura di riferimento importante per i pazienti, che riversano su di lui, attraverso il procedimento del transfert, sentimenti ancestrali, desideri, rancori, e tentativi di seduzione; accettare queste “proposte”, cioè passare all’atto, può rappresentare un danno notevole per la persona che chiede aiuto attraverso l’analisi. Danio lo fa, o l’ha fatto, ma l’autore, che si è lanciato in questa avventura narrativa che presenta trappole etiche, riesce a tenersi in bilico, con straordinario talento di equilibrista, con l’ironia, e un gioco sottile, insidioso, di impegno/disimpegno, di indifferenza/amore, di noia/rispetto. E’ pervaso da un taurismo sessuale che fa pensare a Henry Miller, l’eroe letterario metropolitano che batte la città tentacolare restando vivo, e felice, attraverso una furiosa attività erotica. A tratti sembra deridere le sue pazienti e amanti – tutte strafighe look velina – o le “depresse”, che definisce insopportabili, ma ci lascia anche capire che le rispetta, le capisce (tracciando delle mini-diagnosi con finezza psicologica e una cura dei dettagli invidiabili) e vuole aiutarle. </p>
<p>Danio le possiede, le donne, le ha possedute, asseconda i loro desideri, i loro capricci. E’ un tipo fisico, pratico, sincero, diretto, ed è per questo, gli rivela la ex moglie Eliana, che le donne lo desiderano, non perché è bello. E’ anche poco idealista, è materiale, almeno così sembra, così si propone a noi lettori. Finché un giorno, finalmente, conosce la ragazzina che ha abbandonato il suo diario su una panchina del parco Sempione, a Milano. Federica frequenta il liceo, è una persona tormentata, con tratti autodistruttivi, che si fa del male, producendosi ferite da taglio sulle braccia. Il diario è una delle copie che ha lasciato in giro, come messaggi nelle bottiglie, con lo scopo di farle ritrovare, come richieste di aiuto. Danio la rintraccia, con la collaborazione di una amante genio del computer, e parte un immediato processo di idealizzazione: Federica è il contrario delle veline, veste normalmente, non ha i soliti tacchi a spillo, le minigonne, le scollature mozzafiato, è avvolta in un poncho informe, e ha le maniche della maglia fin sulla punta delle dita. Danio se ne innamora subito, e cerca di entrare nel suo mondo. Un mondo oscuro, un mondo dannato. </p>
<p>E qui il rischio è davvero alto. L’autore si trova a dovere gestire il rapporto tra Danio e Federica, e <em>se la scrittura non è etica non è scrittura</em>, come impostarlo? Li farà scopare? Lui psicologo padre di famiglia separato, 48 anni, e lei studentessa della scuola superiore? L’etica, ovviamente, non riguarda la differenza di età, ma la distruzione dell’idealizzazione. Dopo averne fatto un oggetto misterioso, con infinite sfaccettature, una anti-velina, avatar di giovinezza, di malinconia, di durezza, di poesia, può abbatterla con un passaggio all’atto così sbrigativo e scontato? D’altra parte, se non la distrugge, se non la oltraggia inserendola nella sua dotazione di amanti, come può restare nell’idealizzazione in sé per sé, cioè lontano dalla vita vera, prigioniero di un assoluto, di una irrealtà, dei propri fantasmi interiori, del proprio narcisismo solipsista, che sta alla base dell’idealizzazione? Perché l’idealizzazione è un tiranno che non ammette eccezioni: anche Swann idealizza, applica a Odette le immagini di donne divine che prende dai quadri classici, mentre la donna reale, che lui non vede, è ordinaria, banale; anche Humbert idealizza Lolita, e la ferisce, la tiene prigioniera, ma finisce per esserne schiavo, e, proprio come Swann, lavora per la propria fine.</p>
<p>Con un simile enunciato, <em>se la scrittura non è etica non è scrittura</em>, di fronte a questo dilemma c’è da incartarsi. E invece con una soluzione che ci mostra la forza del suo autore, e il suo coraggio, Danio risolve l’impasse con un artificio geniale: sarà la stessa Federica a decidere per lui, a toglierlo dai guai, evitandogli un imbarazzante fallimento narrativo. Federica si fa donna terrena, con le sue paure, le sue debolezze, ma anche la sua forza, e lo fa crescere, lo fa maturare. Così la storia decolla, e prosegue in un crescendo che porta il lettore in una vicenda noir narrata con tecnica da maestro: entriamo nel mondo violento e abietto di Federica, la sua famiglia, tipi orribili, luoghi oscuri. Entra in azione anche il figlio Tommaso, un ragazzo che non lo chiama mai “papà”, ma appunto Danio, e un investigatore privato che non può non evocare Dudley Smith, il poliziotto marcio di Ellroy, gli stessi modi soft ironici che evocano violenze abissali, ma un Dudley buono, leale, una colonna del romanzo. Ci accompagnano i pensieri, gli incubi di Danio, che in passato ha ucciso due persone, perché è stato costretto, perché era nello stato delle cose, era nel karma, ma ha lasciato i cadaveri al loro destino, che tornano come spettri, creature del buio che lo seguono di giorno e di notte. </p>
<p>Procede fiero e cazzuto Danio, mena le mani, si arrabbia, affronta il mondo a muso duro, cerca di amare, cerca di cambiare la propria vita, cerca di sfuggire a un destino di uomo sconfitto, di solitudine, che gli appare dietro il velo delle sue facili conquiste. Cerca di riscattarsi. Perché <em>se la scrittura non è etica non è scrittura</em>.</p>
<p>Proprio per questo il finale può suscitare discussioni e conclusioni contrapposte. Ma essendo <em>Strane cose, domani</em> un libro pericoloso, che non permette molte deroghe, ci si chiede quale altro finale avrebbe potuto pretendere dal suo autore. Forse nessuno. Forse è l’unico possibile, vista la piega che hanno preso gli eventi, le avventure dei personaggi, la loro maturazione. L’unica conclusione logica di questo romanzo italiano, un testo da non perdere.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/28/le-strane-cose-di-raul-montanari/">Le <em>strane cose</em> di Raul Montanari</a></p>
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		<title>Nota per un vero compagno di classe</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/12/05/nota-per-un-vero-compagno-di-classe/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 10:10:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Sui recenti fatti accaduti a <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2009/12/03/visualizza_new.html_1623216668.html">Pistoia</a> Raul Montanari ha scritto su facebook una nota struggente. Ne riporto un passaggio che vuole essere insieme denuncia ed omaggio, quando nel<em> teatro della crudeltà</em> il ruolo che si interpreta appartiene  ai gesti e non alle parole.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/05/nota-per-un-vero-compagno-di-classe/">Nota per un vero compagno di classe</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sui recenti fatti accaduti a <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2009/12/03/visualizza_new.html_1623216668.html">Pistoia</a> Raul Montanari ha scritto su facebook una nota struggente. Ne riporto un passaggio che vuole essere insieme denuncia ed omaggio, quando nel<em> teatro della crudeltà</em> il ruolo che si interpreta appartiene  ai gesti e non alle parole. <strong>effeffe</strong></p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/fmQ_SBNky7w&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/fmQ_SBNky7w&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p><em>&#8220;No, le lacrime mi sono uscite alla scena incredibile del bambino che si alza fra gli altri, spaventati, sgomenti, seduti con quegli occhi dilatati in cerca di senso&#8230; il bambino che si alza e si avvicina alla piccola, la accarezza, la conforta sotto gli occhi stessi della sua aguzzina. Qualcuno deve dare un nome a questo piccolo eroe! Devono dirci qual è il suo nome, perché possiamo ripeterlo fra noi e ricordarlo, e augurargli felicità per tutta la vita. Voglio sapere come si chiamano i suoi genitori, stringere le loro mani, abbracciarli! Guardate che non soltanto il bambino affronta il rischio di prenderle anche lui (e non a caso è l’unico ad avere un gesto d’amore per la piccola vittima). No, lui per fare questo gesto così nobile e spontaneo ha dovuto vincere una battaglia interiore contro la voce vigliacca che gli diceva:<br />
“Ma lascia perdere, lascia stare, la maestra ha ragione, non vedi come rompe le scatole ‘sta bambina? Non senti come strilla? Non vedi che schifo, come si sbrodola? Dategliele, che le merita! Ancora un ceffone! Ancora!</em>”<br />
<strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/05/nota-per-un-vero-compagno-di-classe/">Nota per un vero compagno di classe</a></p>
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		<title>pop polar #1 &#8211; Giampaolo Simi</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 05:48:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p>di<br />
<strong>Giampaolo Simi</strong></p>
<p>Mai stato uno di quelli che muove le dita nelle scarpe quando gli danno del noirista o del giallista. Non l&#8217;ho fatto quando pareva di ammettere uno stato di minorità culturale, né quando poi faceva figo dirlo, non lo faccio ora che viene avvertito di nuovo come riduttivo (questa volta non dai critici, nel frattempo estintisi, ma dagli scrittori stessi).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/27/pop-polar-1-giampaolo-simi/">pop polar #1 &#8211; Giampaolo Simi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Spinoza-encule-Hegel-copy.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Spinoza-encule-Hegel-copy.jpg" alt="Spinoza encule Hegel copy" title="Spinoza encule Hegel copy" width="262" height="400" class="aligncenter size-full wp-image-25469" /></a></p>
<p>di<br />
<strong>Giampaolo Simi</strong></p>
<p>Mai stato uno di quelli che muove le dita nelle scarpe quando gli danno del noirista o del giallista. Non l&#8217;ho fatto quando pareva di ammettere uno stato di minorità culturale, né quando poi faceva figo dirlo, non lo faccio ora che viene avvertito di nuovo come riduttivo (questa volta non dai critici, nel frattempo estintisi, ma dagli scrittori stessi).<br />
Ho anche partecipato a delle tavole rotonde sulla differenza fra il noir e il giallo che non sono terminate in suicidi collettivi per torpore comatoso.<br />
Piuttosto, mi opprime l&#8217;idea di essere sempre in un dopo. È troppo tempo che stiamo tutti in un dopo qualcosa, come se non riuscissimo a pensare di essere prima di qualcosa e a guardare avanti.<br />
Se parliamo di <a href="http://satisfiction.menstyle.it/136/satisfiction-128-il-post-noir">post-noir</a> saremmo inoltre di fronte al post di qualcosa che a malapena c&#8217;è stato. Nessuno dichiara mai di credere alle etichette, forse per timore di somigliare a un farmacista pignolo. Io comunque credo alle parole, specie quando sono parole vive. E noir è una parola che avendo vissuto per più della metà del Novecento, ha conosciuto una certa stratificazione di significati. Ma mi sento di dire che quanto si è visto nel panorama italiano degli ultimi dieci anni, con questa parola, anche nel suo significato più estensivo, ha poco a che vedere.<br />
<span id="more-25468"></span><br />
Nel noir si è sicuramente svolto l&#8217;immenso lavoro di Luigi Bernardi, di noir più propriamente detto si può parlare per Carlotto, per il primo Ferrandino, per alcune opere di Lucarelli e De Cataldo, per i recenti esordi di Petrella, per poi ritrovarlo come timbrica o sfumatura, e quindi diluito in percentuali variabili, in altri autori. Ma l’approccio più radicale, quello di raccontare la storia di un patto con il diavolo, senza sapere neppure se il diavolo esiste, si è fatto con il tempo e con l’accrescersi della produzione sostanzialmente minoritario. Se proprio dobbiamo inaugurare una nuova stagione post-qualcosa, direi che dovrebbe essere il post-giallo, o il post-neo-giallo, dato che il giallo, termine autoctono molto vago ma di cui esorterei a non avere vergogna, ha continuato a tenere il centro della scena nelle sue varie sfumature, da Camilleri a Carofiglio, dalla prof della Oggero al Soneri di Varesi.<br />
Personalmente non fremo di piacere nel crocifiggere il giallo accusandolo di essere consolatorio e rassicurante. Direi che tende a raggiungere delle certezze, quando non oggettive, almeno interiori. Non lo dipingo nemmeno come un mastino più o meno furbo o dell&#8217;ordine costituito. Ironia della sorte, uno degli scrittori che più sembrava intercettare certi pruriti spicci della maggioranza silenziosa degli anni &#8217;60, cioè Giorgio Scerbanenco, è ancora oggi esempio di una prospettiva rude e sporca raramente eguagliata da fior di anticonformisti.</p>
<p>Direi poi che il nostro giallo tende a ricostituire, se non un ordine, almeno un equilibrio. Io non giudico certezze ed equilibrio dei disvalori. Anzi. Come tutte le cose preziose sono rarissimi, è questo il problema.<br />
Da lettore giudico di volta in volta la qualità, la ricchezza, la plausibilità, di questi punti di arrivo. Se una storia mi conduce a un&#8217;armonia finale profondamente diversa, sorprendente e più autentica di quella da cui è partita, credo sia una buona storia, non necessariamente consolante e conformista. Ecco perché, quando Serino su Satisfiction affermò che i noiristi italiani erano tutti dei &#8220;lecca-lecca sociali&#8221;, mi parve che l&#8217;affermazione fosse costruttiva come certi, ben noti, bombardamenti chirurgici.</p>
<p>Ora sembrerà che salti di palo in frasca.<br />
Giorni fa ho ascoltato Paolo Virzì dire che la commedia all&#8217;italiana è tramontata perché il suo cinismo corrodeva la patina ipocrita dei buoni sentimenti e del pietismo cattolico. E magari anche di certe virtù repubblicane sbandierate solo a parole. Oggi, in pieno basso impero, siamo così spudoratamente cinici che quel tipo di storie non smaschererebbero più niente.<br />
Torno al palo: forse il noir italiano ha ceduto porzioni di territorio a forme di indagine più tradizionali e rassicuranti anche perché si trova in un Paese sprofondato in una drammatica crisi di legalità e in un disorientamento etico tutt&#8217;altro che negato o nascosto. Senza più patine da corrodere o finzioni da smascherare. Un Paese dove l&#8217;agire illegale o para-criminale è difeso e rivendicato a suon di “non mi farò intimidire”. Dove l&#8217;assassino più improvvisato non crolla mai, elude il senso di colpa come il più scafato dei tagliagole. Oppure, se confessa, poi chiede candidamente: &#8220;ora posso ritornare a casa?&#8221;.<br />
Penso che molti lettori esprimano quindi un bisogno, assai sbrigativo, di certezze, di punti di riferimento. Condivisibile? Salutare? Io non credo, ma questo è un altro problema.<br />
Il punto che mi interessa ora è che il noir, se vogliamo isolare almeno uno dei suoi elementi costitutivi basilari, non è nato per dare certezze. Ad esempio, adotta fin dagli albori una soggettività rigorosa, rivoluzionaria, che si rivela fonte di dubbi (e di ricerche) continui. Cosa so davvero? Cosa credo di sapere? E quindi cos&#8217;è la realtà che percepisco? Basta pensare a Woolrich e al cinema che ha ispirato.<br />
Da rivoluzionarie, quelle domande sembrano oggi diventate insostenibili. Perché se nel secolo scorso erano domande che tentavano di illuminare il buio, oggi sono interrogativi che scivolano su un rutilante, incessante overload di dati contraddittori, in gran parte né veri né falsi, ma piuttosto simili al cibo spazzatura, che non è né velenoso né disgustoso: contiene semplicemente calorie vuote che simulano il nutrimento tramite la sensazione di sazietà.</p>
<p>Proprio questa radice fortemente soggettiva che il cinema noir condivide, all&#8217;inizio della sua storia, con il romanzo hard-boiled, può a mio parere condurci lontano. Può regalarci un racconto onesto e impietoso della crisi che stiamo vivendo, dato che emerse, guardacaso, proprio nel 1929, in un periodo di crisi profonda oggi spesso richiamato come termine di paragone. Può restituire al romanzo (senza etichette) una delle sue vocazioni più importanti: la tridimensionalità del personaggio.<br />
Può anche liberarci da certe ipertrofie della trama, da tentazioni di grandi affreschi non così inediti né convincenti. E infine dal concepire una storia solo come una catena di montaggio di colpi di scena, in cui i personaggi paiono risorse umane da dislocare strategicamente e da sfoltire sbrigativamente alla bisogna, prima di chiudere.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/27/pop-polar-1-giampaolo-simi/">pop polar #1 &#8211; Giampaolo Simi</a></p>
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		<title>Dopo il &#8220;frocio&#8221; aspettiamo l&#8217;altro</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 13:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>una riflessione di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Bene.<br />
Boffo si è dimesso dalla direzione dell&#8217;&#8221;Avvenire&#8221;. E&#8217; stato centrato e affondato da Vittorio Feltri, che ha rivelato la sua omosessualità (un grosso problema, a parte altre considerazioni, per il direttore dell&#8217;organo della Conferenza Episcopale Italiana) e una condanna patteggiata anni fa per aver molestato al telefono la moglie di un uomo del quale era innamorato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/03/dopo-il-frocio-aspettiamo-laltro/">Dopo il &#8220;frocio&#8221; aspettiamo l&#8217;altro</a></p>
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<p>una riflessione di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Bene.<br />
Boffo si è dimesso dalla direzione dell&#8217;&#8221;Avvenire&#8221;. E&#8217; stato centrato e affondato da Vittorio Feltri, che ha rivelato la sua omosessualità (un grosso problema, a parte altre considerazioni, per il direttore dell&#8217;organo della Conferenza Episcopale Italiana) e una condanna patteggiata anni fa per aver molestato al telefono la moglie di un uomo del quale era innamorato. Conoscendo Feltri, non credo che questa notizia in sé sia infondata; penso che sia la verità. Poi vedremo se questo è o non è il punto. Prima ancora delle dimissioni, i commenti del Centrodestra erano riassumibili più o meno così: &#8220;Chi la fa l&#8217;aspetti. L&#8217;Avvenire ha attaccato Berlusconi sul piano privato e etico, ecco dimostrato che chi parlava aveva a sua volte delle magagne&#8221;. Pari e patta. <span id="more-21378"></span></p>
<p>Vediamo un po&#8217;.</p>
<p>Boffo è omosessuale. Che influenza ha questo nella vita pubblica italiana? Nessuna. Su di me come cittadino, come uomo? Nessuna. Boffo è stato condannato e ha pagato per un reato di molestie. Che influenza ha questo sulla vita pubblica italiana? Nessuna. Su di me come cittadino, come uomo? Nessuna.</p>
<p>Berlusconi, per tacer d&#8217;altro, è un uomo abituato a usare il suo potere anche a fini sessuali. Questo era il succo delle critiche di molti cattolici. Si circonda di un giro di amiche e le piazza ovunque, dalla Rai a Mediaset ai (pare) ministeri, creando di fatto un sistema di corruzione sessuale generalizzato (vedi intercettazioni telefoniche con discussioni su dove mettere questa e quella), calpestando i meriti di ragazze e donne dotate di uguale o superiore talento alle favorite sue e dei suoi, ma non disposte a compromessi.</p>
<p>Che influenza ha questo sulla vita pubblica italiana? Enorme, anche per il valore dell&#8217;esempio. Su di me come cittadino, come uomo? Notevole.</p>
<p>Quindi, applicando il principio di equità, ora mi aspetto le dimissioni di Berlusconi da primo ministro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/03/dopo-il-frocio-aspettiamo-laltro/">Dopo il &#8220;frocio&#8221; aspettiamo l&#8217;altro</a></p>
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		<title>La televisione che fa leggere i libri</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Dec 2007 13:46:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/12/15/la-televisione-che-fa-leggere-i-libri/</guid>
		<description><![CDATA[<p>segnalazione di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>E&#8217; nata una <em>tv on line</em> che parla solo di libri. Si chiama <a href="http://www.booksweb.tv/">Booksweb</a> e nasce dal sogno un po&#8217; folle di <a href="http://www.pordenonelegge.it/index.php?session=0SESSM&#038;syslng=ita&#038;sysmen=11&#038;sysind=2&#038;syssub=0&#038;code=A2007&#038;idautore=464">Alessandra Casella</a>. La quale ha lo straordinario talento di trasferire il suo entusiasmo a chiunque le capiti sotto tiro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/15/la-televisione-che-fa-leggere-i-libri/">La televisione che fa leggere i libri</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>segnalazione di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>E&#8217; nata una <em>tv on line</em> che parla solo di libri. Si chiama <a href="http://www.booksweb.tv/">Booksweb</a> e nasce dal sogno un po&#8217; folle di <a href="http://www.pordenonelegge.it/index.php?session=0SESSM&#038;syslng=ita&#038;sysmen=11&#038;sysind=2&#038;syssub=0&#038;code=A2007&#038;idautore=464">Alessandra Casella</a>. La quale ha lo straordinario talento di trasferire il suo entusiasmo a chiunque le capiti sotto tiro. Tutti i collaboratori (scrittori e non) hanno dato la loro disponibilità nel nome delle &#8220;patrie lettere&#8221; (niente soldi, insomma!).<br />
Fateci un salto, è pieno di canali tematici.<br />
E fra questi una rubrichetta tenuta da me e dal mitico <a href="http://www.raulmontanari.it">Raul Montanari</a>. <em>Bonus-Malus</em>.<br />
Lui è <em>Bonus </em>e parlerà sempre e solo bene di un libro (che gli sia piaciuto o meno). Io <em>Malus </em>e parlerò sempre e solo male dello stesso libro (che mi piaccia o no).<br />
La prima puntata è sui <strong>Promessi Sposi</strong>. Se volete vederla cliccate qui sotto.</p>
<p>[flv:http://87.255.34.85/booksweb/33_STR_BOM_MANZONI_0712.flv 450 271]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/15/la-televisione-che-fa-leggere-i-libri/">La televisione che fa leggere i libri</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Loro scrivono, io leggo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/02/17/loro-scrivono-io-leggo/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/02/17/loro-scrivono-io-leggo/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 17 Feb 2007 14:38:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[beppe Sebaste]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Questa mia è una semplice segnalazione di servizio. Nel giro di pochi giorni sono nati due nuovi siti di scrittori amici di Nazione Indiana.</p>
<p>Uno è quello di <a href="http://www.raulmontanari.it" target="_blank">Raul Montanari</a></p>
<p>l&#8217;altro quello di <a href="http://www.beppesebaste.com" target="_blank">Beppe Sebaste</a></p>
<p>Sono due siti ricchi di materiali, fateci un giro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/17/loro-scrivono-io-leggo/">Loro scrivono, io leggo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa mia è una semplice segnalazione di servizio. Nel giro di pochi giorni sono nati due nuovi siti di scrittori amici di Nazione Indiana.</p>
<p>Uno è quello di <a href="http://www.raulmontanari.it" target="_blank">Raul Montanari</a></p>
<p>l&#8217;altro quello di <a href="http://www.beppesebaste.com" target="_blank">Beppe Sebaste</a></p>
<p>Sono due siti ricchi di materiali, fateci un giro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/17/loro-scrivono-io-leggo/">Loro scrivono, io leggo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Addenda a &#8220;Grazie, Di Canio&#8221;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/12/23/addenda-a-grazie-di-canio/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2005/12/23/addenda-a-grazie-di-canio/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 23 Dec 2005 22:10:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[rete]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><em>[pubblico questo testo di Montanari prendendolo dai commenti di <a href="http://www.vibrissebollettino.net">Vibrisse</a>, in cui Giulio Mozzi ha pubblicato un <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/12/della_pia_bella.html">post </a>su <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/12/18/grazie-di-canio/">Grazie, Di Canio</a>. P.S.]</em></p>
<p>Buongiorno a tutti.</p>
<p>Sono molto grato a Giulio di avere aperto questo dibattito.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/12/23/addenda-a-grazie-di-canio/">Addenda a &#8220;Grazie, Di Canio&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/_di%20canio%20maglia.jpg" width="150" height="128" alt="" title="" /></p>
<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><em>[pubblico questo testo di Montanari prendendolo dai commenti di <a href="http://www.vibrissebollettino.net">Vibrisse</a>, in cui Giulio Mozzi ha pubblicato un <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/12/della_pia_bella.html">post </a>su <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/12/18/grazie-di-canio/">Grazie, Di Canio</a>. P.S.]</em></p>
<p>Buongiorno a tutti.</p>
<p>Sono molto grato a Giulio di avere aperto questo dibattito. Capisco cosa lo ha infastidito nel pezzo di cui state parlando; volendo stare al gioco, l&#8217;accusa di <strong>lombrosismo </strong>mi convince più di quella di razzismo, ma forse è solo perché la parola è più buffa e fa risuonare eco meno allarmanti.<br />
Provo in pochi punti a spiegarmi, cercando di non farla troppo lunga tranne dove è necessario. <span id="more-1588"></span></p>
<p>1. Quello che volevo dire nel pezzo, che Giulio non riporta interamente, è spiegato nel chiarimento successivo riportato da Andrea Barbieri. Basta leggere, e lì c&#8217;è tutto. Tra parentesi, Angela, mia vecchia amica degli anni gloriosi del teatro Out Off di Milano, c&#8217;è anche scritto che non trovo affatto brutto l&#8217;oggetto del tuo desio; e questo l&#8217;ho scritto PRIMA che tu intervenissi di nuovo su NI sul tema alquanto controverso dell&#8217;avvenenza di Di Canio.</p>
<p>2. Anche ammesso che le mie spiegazioni date lì siano convincenti, rimane comunque il problema se il testo &#8220;Grazie, Di Canio&#8221;, considerato in sé senza le istruzioni per l’uso che può darne l’autore, sia fondato almeno in parte (la conclusione, in particolare) su un atteggiamento razzista. </p>
<p>2.1 Non capisco bene perché la mia salvezza, nell&#8217;ottica di Giulio, stia unicamente nella possibilità che il pezzo fosse ironico. <strong>Ci sono altre dimensioni espressive che suggeriscono letture differenti del pezzo</strong>; non è che l&#8217;ironia le riassuma tutte, specie se la inchiodi al letto di Proc(r)uste della sua vecchia definizione nella retorica classica: dico bianco ma intendo nero.</p>
<p>2.2 Il pezzo in effetti è ironico solo nella conclusione.<br />
Cioè, nella conclusione dico bianco (il bel comunistone toscano spaccamontagne Lucarelli vs il microcefalo ecc.) e intendo nero, ossia intendo che il fatto di essere fisicamente più amabile e di appartenere a un&#8217;ideologia che in Italia ha fatto o ha potuto fare meno danni del nazifascismo non significa nulla; <strong>mi fingo trascinato dalla mia stessa foga </strong>e concludo così, con un&#8217;affermazione chiaramente insostenibile, illogica, non scientifica, antiumanistica, quello che volete, ritenendo di potermelo permettere sulla base di una complicità stabilita con il lettore.<br />
Se non si è capito, se molti non l&#8217;hanno capito (qualcuno sì, però) colpa mia. Vedi però anche sotto, punto 3.1 e seguente.</p>
<p>2.3 Il resto del pezzo contiene elementi che rientrano nella forma espressiva dell&#8217;INVETTIVA: iperbole, <strong>amplificazione</strong>, violenza verbale, umorismo. Anche l&#8217;invettiva, come l’ironia, è una modalità di comunicazione che suggerisce un approccio non letterale, bensì che si dia per scontato che l&#8217;autore, nel suo mostrarsi/essere fuori di sé, sta esagerando nella forma. Per questo dico a Giulio che ridurre all’ironia le possibilità che un testo ha di pretendere di non essere preso alla lettera è riduttivo.</p>
<p>2.4 Inoltre nel pezzo c&#8217;è una parte centrale che per me era il punto vero, con l&#8217;osservazione sul fenomeno diffusissimo della normalizzazione di rapporto con i postfascisti (quella che chiamo &#8220;adozione&#8221;).<br />
Questo è un fenomeno che, a seconda dei punti di vista, si può considerare segno di civiltà (riduzione del nemico a semplice avversario) oppure di perdita della memoria storica o cedimento ideologico (&#8220;RM, ma che cazzo dici? Parla per te, io non ho mai adottato un fascista!&#8221;). Interessante notare che i commenti si sono divisi in due lungo questo spartiacque. Unica cosa in comune: tutti mi davano del coglione, con vari sinonimi e sfumature di tono. </p>
<p>2.5 Questo stranamente non ha infastidito Giulio; non ha infastidito quasi nessuno, come se fosse normale venire insultati personalmente per avere scritto un pezzo come quello.<br />
A me invece ha dato molto fastidio, e se interessa a qualcuno ho deciso di non tornare mai più su NI. Non solo dentro: su.<br />
La sensazione che in quel tipo di blog ci sia fra i commentatori una discreta massa di imbecilli e sfaccendati che aspettano solo l&#8217;occasione per tirare un po&#8217; di torte in faccia al pagliaccio di turno è fortissima, per non parlare della nostalgia di quando i dibattiti e anche le incazzature erano con gente come Scarpa, Moresco e Benedetti.</p>
<p>2.6 In particolare mi ha stufato <strong>l&#8217;effetto-parabrezza</strong>, per cui dietro il semianonimato dei nick e l&#8217;assenza di fisicità dei rapporti (anche solo di un aggancio di sguardi) molti lasciano venir fuori la stessa aggressività che, quando si è in auto ben protetti dietro carrozzeria e vetri, trasforma in pitbull dei barboncini da salotto e li induce a lanciare insulti che non si azzarderebbero nemmeno a PENSARE se fossero indifesi sul marciapiede invece che barricati dentro la loro sposa meccanica sulla strada.<br />
(Questo, fra parentesi, spiega perché Giulio e altri non si soffermano sugli insulti a me ma disquisiscono su razzismo e lombrosismo. Scarpa diceva: E&#8217; la rete, baby. Be&#8217;, se la rete è così a me non piace; ma so che non è così DAPPERTUTTO. Per esempio, qui si respira un&#8217;aria avvertibilmente diversa.)</p>
<p>3. Altra cosa che non ha infastidito Giulio e altri, e questo lo trovo più grave, è stato che Raimo abbia preso un pezzo che tutto era tranne il possibile oggetto di un corso di scrittura creativa, in particolare di un corso di narrativa, e l&#8217;abbia usato come esempio di come non si fa letteratura.<br />
Questa è stata anzitutto una scortesia enorme nei miei confronti, nei confronti di un collega legato fra l&#8217;altro da una certa prossimità proprio per via di Nazione Indiana: se anche io avessi scritto una cazzata, cosa possibilissima, prendere proprio quella cosa lì per dimostrare cosa non è letteratura è solo voglia di far male personalmente a me.<br />
In secondo luogo, come già detto e osservato, per fortuna, da più di una persona, la scelta è del tutto cervellotica e non pertinente visto che di esempi narrativi di tentativi falliti e disonesti di fare letteratura ce n&#8217;è a iosa, per cui non si capisce la necessità di forzare un elemento estraneo dentro un schema argomentativo che richiederebbe altro.</p>
<p>3.1 <strong>Qui si inserisce un mio errore di comunicazione</strong>, errore che vi segnalo perché è molto istruttivo, al di là del caso mio. L’errore e le conseguenti istruzioni per evitarlo si potrebbero sintetizzare così: non cercare di fare operazioni retoriche troppo complesse, perché in certe situazioni la gente non ti ascolta e rizza subito il patibolo.<br />
Visto che Raimo sviluppava tutto un fervorino su come ci si debba informare a fondo sugli elementi circostanziali e sviluppare empatia verso i personaggi nel fare LETTERATURA, ho risposto facendo presente che di LETTERATURA un po&#8217; ne ho fatta anch&#8217;io e mi sono concesso un breve paragrafo per rinfrescare la memoria a chi l’avesse dimenticato, concludendo col dire che accettavo di essere giudicato letterariamente per gli otto romanzi scritti ecc., non per un pezzo non letterario.<br />
Grossa sciocchezza, perché i frustrati che costituiscono la massa critica dei commenti idioti che avete potuto leggere, davanti a un&#8217;affermazione del genere perdono completamente il contatto con quello che stai dicendo e cominciano a procedere per blocchi di significato molto grossolani, fra cui emerge naturalmente l&#8217;idea che uno si stia vantando di quello che è o fa, e così via.<br />
Non importa che quella fosse una risposta precisa che confutava la scelta di Raimo di tirare in ballo in un contesto inappropriato le premesse al testo letterario, la preparazione cognitiva e immedesimativa dello scrittore; non importa, io ho fatto la figura del vanaglorioso e mi sta bene perché sono stato uno sciocco, ho dimenticato quello che so da sempre su certe reazioni automatiche.<br />
Ho sbagliato, e basta.</p>
<p>3.2 Un discorso simile si può fare sulla mia prima risposta a Raimo, quella in cui ironicamente (qui sì), visto che lui aveva usato un mio testo NON NARRATIVO e lo aveva criticato da un punto di vista artistico, ho preso il suo testo, ugualmente non narrativo, e ho finto di volerlo analizzare con strumenti narratologici.<br />
<strong>Qui l&#8217;ironia mi sembrava evidentissima</strong>, dato che mi sono messo a parlare di dialoghi, di descrizioni paesaggistiche, addirittura gli ho detto che il suo pezzo nel finale lasciava in sospeso l&#8217;eredità della contessa e il mistero del cane strangolato, cioè roba che c&#8217;entrava come i cavoli a merenda e che serviva solo a forzare fino all&#8217;assurdo l&#8217;operazione retorica compiuta.<br />
Niente da fare!<br />
La maggior parte dei degnissimi commentatori NON HA CAPITO una comunicazione ironica ovvia come quella. Quindi ho di nuovo sbagliato, sopravvalutando coloro che avrebbero letto e in particolare la situazione in cui avrebbero letto.<br />
Sono sicuro che, se la cosa che ho scritto fosse stata dentro le pagine di un libro o di un giornale, la possibilità di una ricezione corretta sarebbe aumentata moltissimo; invece in quella <strong>situazione gladiatoria</strong> la voglia di leggere davvero, di fare un minimo sforzo per capire, tracolla davanti alla vogliaccia di tirare il petardo o mollare il peto.</p>
<p>Ho finito e vi ringrazio molto per l&#8217;attenzione, Giulio per primo.<br />
E&#8217; inutile criticare le rete e i suoi equivoci, perché senza la rete non staremmo nemmeno qui a parlare tutti insieme; è anche vero, però, che moltissimo di ciò che di meschino, di vigliacco, di stupido, semplicemente di negativo emerge da forum, blog e affini sta in una dimensione comunicativa che sarebbe tagliata fuori all&#8217;istante se le persone si guardassero in faccia e si parlassero viso a viso. Dentro questa contraddizione dobbiamo stare, cercando di prendere il buono e trascurare l&#8217;inutile e il cattivo. Io non mi sono rotto le ossa, come ha osservato caritatevolmente una persona intervenuta qui, ma i coglioni; per questo attualmente ho una certa difficoltà a prendere il buono. Mi prenderò una vacanza, che è già qualcosa.<br />
Un saluto speciale ad Andrea Barbieri, al grande Lello, a Michele Monina e al mio amico Franz. Non so chi sia Marica ma ovviamente la adoro.</p>
<p>Ciao e scusate il mattone. Come diceva quell’uomo là, se vi si è annoiati credete che non s’è fatto apposta.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/12/23/addenda-a-grazie-di-canio/">Addenda a &#8220;Grazie, Di Canio&#8221;</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Grazie, Di Canio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/12/18/grazie-di-canio/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2005/12/18/grazie-di-canio/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 18 Dec 2005 20:02:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[paolo di canio]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Devo ringraziare il cavernicolo che risponde al nome di <strong>Paolo Di Canio</strong>, perché con i suoi atteggiamenti, la sua faccia, tutto ciò che è e che fa, mi ha ricordato una cosa della quale forse un po&#8217; tutti ci eravamo dimenticati, cioè che il fascismo è una cosa schifosa e che i fascisti sono persone schifose.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/12/18/grazie-di-canio/">Grazie, Di Canio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/di%20canio%20saluto.jpg" width="240" height="187" alt="" title="" /></p>
<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Devo ringraziare il cavernicolo che risponde al nome di <strong>Paolo Di Canio</strong>, perché con i suoi atteggiamenti, la sua faccia, tutto ciò che è e che fa, mi ha ricordato una cosa della quale forse un po&#8217; tutti ci eravamo dimenticati, cioè che il fascismo è una cosa schifosa e che i fascisti sono persone schifose. <span id="more-1578"></span></p>
<p>Ce l&#8217;avevano fatto dimenticare le sopracciglia inarcate di <strong>Fini </strong>quando <strong>Berlusconi</strong>, insediandosi come presidente di turno della Comunità europea due anni fa, non trovò di meglio che dare del kapò a un socialdemocratico tedesco (che fra l&#8217;altro di mestiere fa il libraio). Guardando quei due, abbiamo tutti pensato: Berlusconi è un pagliaccio, Fini è un uomo politico che non mi farà vergognare di essere italiano.<br />
Ce l&#8217;eravamo dimenticati perché abbiamo tutti adottato qualcuno di Alleanza nazionale che ci sta particolarmente simpatico, che ci sembra in buona fede, ci sembra uno che ci crede, una persona decente, pulita, su cui si può contare. Io ho i miei (<strong>Alemanno</strong>, <strong>Baldassarri</strong>, più uno di cui non mi ricordo il nome, l&#8217;ho visto solo due volte in tv e mi ha fatto così ridere, ma così ridere, era così divertente, era un cazzone come tutti noi, il vicino di casa ideale, uno da andarci a giocare a calcetto ma subito subito, quello che se si fidanzerà con tua sorella o tua figlia sai che brutte sorprese non te ne darà e le cene con lui saranno uno spasso &#8211; davvero mi spiace di non avere memorizzato il nome, è uno minore, un sottosegretario non so di che), ciascuno ha i suoi.</p>
<p>Invece la <strong>bruttissima faccia</strong> da coatto di Di Canio, il suo bruttissimo gesto mi hanno ricordato che il fascismo è uno schifo.<br />
Non me ne frega un cazzo se <strong>Lucarelli </strong>ogni tanto saluta col pugno. A parte che io non l&#8217;ho mai visto, la repubblica italiana è nata dall&#8217;antifascismo, non dall&#8217;anticomunismo.<br />
C&#8217;è una differenza etica ed estetica: basta guardarli, il bel comunistone toscano spaccamontagne Lucarelli e il fascistello laziale con insufficienza toracica e cranica. L&#8217;estetica diventa etica, e basta.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/12/18/grazie-di-canio/">Grazie, Di Canio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Lessico: Martirio</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2005 15:23:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[adriano sofri]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p></p>
<p>Tecnicamente, quello che sta soffrendo in questi giorni <strong>Adriano Sofri </strong>si chiama martirio.<br />
Non conosco personalmente Sofri, non faccio parte della cricca abbastanza tediosa di quelli che possono permettersi di parlarne chiamandolo per nome. Suo figlio <strong>Luca </strong>è il marito della mia migliore amica e questo è l’unico legame indirettissimo fra noi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/11/29/lessico-martirio/">Lessico: Martirio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/_sofri.jpg"width="190" height="130" alt="" title="" /></p>
<p>Tecnicamente, quello che sta soffrendo in questi giorni <strong>Adriano Sofri </strong>si chiama martirio.<br />
Non conosco personalmente Sofri, non faccio parte della cricca abbastanza tediosa di quelli che possono permettersi di parlarne chiamandolo per nome. Suo figlio <strong>Luca </strong>è il marito della mia migliore amica e questo è l’unico legame indirettissimo fra noi. Mi piace molto di quello che scrive. Anche se forse, in tutti questi anni, l’osservazione più divertente e in fondo più rispettosa che ho mai letto a riguardo suo e della sua vicenda è stata che bisognava farlo uscire dal carcere, una buona volta, in modo da poter cominciare a dissentire senza riserve da quello che diceva nei suoi articoli. <span id="more-1525"></span><br />
La parola martire viene dal greco e significa <strong>testimone</strong>. Ha assunto connotazioni emotive e drammatiche con la cristianità; prima i martiri erano semplicemente quelli che deponevano ai processi.<br />
In questa accezione, chi assume su di sé una sofferenza per testimoniare un ideale è un martire. La parola viene spesso usata a sproposito: si parla di martiri perfino per i morti negli incidenti stradali. In realtà un uomo può subire violenze terribili, venire per esempio sequestrato, torturato, ucciso, senza per questo necessariamente essere un martire bensì una vittima, uno sventurato colpito alla cieca dalla bestialità del mondo. Invece perfino uno che si procuri qualche sbucciatura superficiale arrampicandosi su un albero per salvare un gatto subisce, nel suo piccolo, un martirio: in nome di un ideale d’amore si fa carico di una sofferenza.<br />
<strong>Sofri </strong>è stato giudicato colpevole in ultimo grado da un tribunale italiano e ha socraticamente accettato di sottoporsi alla legge. Non è scappato né in Francia né nel Nordafrica, nonostante la dovizia di esempi precedenti al suo caso. Molti lo considerano colpevole del tipo di reato che gli è stato ascritto, molti lo trovano curiosamente anche antipatico, come se questo facesse qualche differenza, ma il suo comportamento è in tutto e per tutto una testimonianza coerente delle proprie idee. Ci sono di sicuro persone più innocenti e più simpatiche di Sofri che patiscono sofferenze ingiuste e orribili, ma non tutte sono martiri. Lui sì. Chiunque sia entrato in contatto con il carcere di Pisa ha avuto prova del suo impegno quotidiano come intellettuale e come cittadino: a favore del suo paese e dei suoi compagni di prigionia, e a detrimento di un organismo già fragile.<br />
Il danno fisico devastante contro cui Sofri sta ora lottando è la conseguenza di un violento conato di vomito che ha leso l’esofago. <strong>Susan Sontag </strong>ci ha insegnato a leggere come metafore le malattie e le lesioni del corpo, ma prima di lei molti lo avevano fatto, dall’Antico Testamento a <strong>Elio </strong><strong>Aristide</strong>. <strong>Jimi Hendrix</strong> non è morto per overdose, come quasi tutti credono, ma soffocato da un conato di vomito.<br />
Spero che Sofri non solo non morirà, ma tornerà a essere l’uomo che era prima. Fino ad allora, che a mettere a rischio la sua vita siano stati <strong>la nausea e il vomito </strong>mi parrà qualcosa su cui riflettere, e tacere.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/11/29/lessico-martirio/">Lessico: Martirio</a></p>
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		<title>E poi nient&#8217;altro</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2005 13:32:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>un microracconto di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p></p>
<p>&#8220;E adesso?&#8221;<br />
&#8220;Ti uccido&#8221;, rispose dio.</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/11/05/e-poi-nientaltro/">E poi nient&#8217;altro</a></p>
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]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>un microracconto di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/_WAK.jpg" width="94" height="130" alt="" title="" /></p>
<p>&#8220;E adesso?&#8221;<br />
&#8220;Ti uccido&#8221;, rispose dio.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/11/05/e-poi-nientaltro/">E poi nient&#8217;altro</a></p>
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		<title>Allora ce ne andiamo prima noi</title>
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		<pubDate>Fri, 27 May 2005 14:24:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>
		<category><![CDATA[scissione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Raul Montanari</p>
<p>O meglio, me ne vado io, e spero che non sarò il solo. Concordo con Biondillo: Nazione Indiana senza Antonio Moresco e Tiziano Scarpa non esiste più. </p>
<p>Mi sembra stravagante e involontariamente comico che i puri e i fondatori escano da quella che mi ostino a chiamare una casa, e che i conciliati, i mediocri, gli asserviti al potere, gli introiettivi delle logiche dominanti, o semplicemente quelli che hanno “altre aspirazioni” stiano qui dentro a consumare quello che c’è rimasto in frigorifero.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/05/27/allora-ce-ne-andiamo-prima-noi/">Allora ce ne andiamo prima noi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Raul Montanari</b></p>
<p>O meglio, me ne vado io, e spero che non sarò il solo. Concordo con Biondillo: Nazione Indiana senza Antonio Moresco e Tiziano Scarpa non esiste più. </p>
<p>Mi sembra stravagante e involontariamente comico che i puri e i fondatori escano da quella che mi ostino a chiamare una casa, e che i conciliati, i mediocri, gli asserviti al potere, gli introiettivi delle logiche dominanti, o semplicemente quelli che hanno “altre aspirazioni” stiano qui dentro a consumare quello che c’è rimasto in frigorifero. Poi cosa succederà? I fondatori fonderanno qualcosa di diverso? E’ molto più logico che usciamo noi e lasciamo la casa Nazione Indiana a chi ha meritato, francamente, di assumerne l’identità. Usciamo noi, io per primo.<br />
<span id="more-1184"></span><br />
Ho dissentito dalla reazione di Antonio Moresco e Carla Benedetti alle parole dimesse, modeste, sommesse, che Giuseppe Caliceti aveva scritto qui un mese e mezzo fa, e continuo a dissentirne. E’ tutto cominciato lì: basta tornare indietro e controllare. Nelle discussioni seguite, ho fatto notare che in Nazione Indiana esistono palesemente indiani di serie A e indiani di serie B, indiani nucleari e indiani marginali. Eccone la prova: l’uscita di Tiziano e Antonio polverizza la Cosa, istantaneamente, chiunque abbia onestà intellettuale lo capisce. Fossimo usciti io e Gabriella Fuschini, sarebbe stato lo stesso? (Scusami, Gabriella!). Non parlo di aristocrazia di sangue, è ovvio! Parlo di meriti e centralità. </p>
<p>Essendo un po’ tonto, non ho capito che ci si giocava il culo, la faccia, l’anima e la vita sul convegno, e che tutto il resto, il lavoro a volte massacrante fatto per due anni e mezzo sul blog, un lavoro in cui si difendeva quotidianamente un’idea forte di letteratura e di ruolo dello scrittore, lavoro al quale pure Antonio riconosce un grande valore, veniva in secondo piano; sì, perché quando c’è stato da contare chi c’era e chi non c’era, a quanto sembra valeva solo lo scattare sull’attenti allo squillo di tromba che annunciava il congresso. In nome del congresso sull’editoria bisognava muoversi compatti e granitici, e fra l’altro unanimemente dire che “Giuseppe Caliceti è portatore di una visione rinunciataria e immiserita della letteratura”, cosa che a me, scusatemi tanto, continua a sembrare una bestialità. Io e altri ci siamo mossi troppo torpidamente, e la conseguenza è questa. </p>
<p>Per questi motivi, sinceramente e fuori da ogni polemica, trovo inconcepibile che Moresco esca da una casa che lui ha fondato e a cui ha dato nome, e che io ci resti dentro; trovo folle che ne esca Tiziano, l’animatore, l’uomo delle idee, dei post folgoranti, il più creativo e anche, se posso dirlo, il più caro fra tutti noi. </p>
<p>Non solo invito Antonio e Tiziano a ripensarci, ma faccio anche il nome di Piero Sorrentino e Andrea Barbieri per sostituire me e chi uscirà con me. Sono giovani, sono motivati, sono intelligenti e pieni di passione, cose che forse a me e ad altri ormai mancano; lo dico con tutto il cuore.</p>
<p>Un caro abbraccio a tutti. Questo è un bruttissimo giorno.<br />
Raul</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/05/27/allora-ce-ne-andiamo-prima-noi/">Allora ce ne andiamo prima noi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>More Moore (tu chiamale, se vuoi&#8230;)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/22/more-moore-tu-chiamale-se-vuoi/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/22/more-moore-tu-chiamale-se-vuoi/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 21 Nov 2004 22:39:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[michael moore]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>1. Sparare su <strong>Michael Moore</strong> e su <strong>Fahrenheit 9/11</strong> (con entusiasmo perfino maggiore di quello che ci metterebbe <strong>Charlton Heston</strong>) è diventato l’hobby preferito di un certo tipo di intellettuale di sinistra micragnoso, minimalista, precisetto, analitico, concentrato non dirò sull’albero, non dirò sulla foglia, ma sulle <strong>nervature</strong> della foglia, al punto di non vedere più non dirò la foresta (sarebbe troppo facile), non dirò l’albero, ma nemmeno la foglia stessa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/22/more-moore-tu-chiamale-se-vuoi/">More Moore (tu chiamale, se vuoi&#8230;)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/moore.jpeg" alt="moore.jpeg" align="left" border="0" height="218" hspace="4" vspace="2" width="125" />1. Sparare su <strong>Michael Moore</strong> e su <strong>Fahrenheit 9/11</strong> (con entusiasmo perfino maggiore di quello che ci metterebbe <strong>Charlton Heston</strong>) è diventato l’hobby preferito di un certo tipo di intellettuale di sinistra micragnoso, minimalista, precisetto, analitico, concentrato non dirò sull’albero, non dirò sulla foglia, ma sulle <strong>nervature</strong> della foglia, al punto di non vedere più non dirò la foresta (sarebbe troppo facile), non dirò l’albero, ma nemmeno la foglia stessa.</p>
<p>Come è stato giustamente osservato, questo intellettuale è rimasto orfano del soggetto politico della sinistra tradizionale, l’operaio. Essere di sinistra, per lui, è diventato essenzialmente votare in un certo modo (quando ci va, a votare: spesso il disgusto o le sirene del weekend glielo impediscono) nella famosa “<strong>gabina</strong>” elettorale, esibendo nel resto della sua attività quotidiana e, appunto, intellettuale un mix di noia e rassegnazione, di acida consapevolezza, il cui oggetto preferito non è quasi mai la destra, le sue facce, le sue parole d’ordine, le sue prassi politiche – la cui indegnità è data più o meno per scontata quando non sotterraneamente ammirata (vedasi il mito di <strong>Giuliano Ferrara</strong>) e frequentata in salotti, feste e occasioni televisive – bensì gli errori dei suoi compagni di orfanaggio, le virgole sbagliate, l’accento grave o acuto sulla “e” di perché.<br />
<span id="more-736"></span><br />
L’intellettuale di sinistra minimalista e pensierodebolista professa abominio verso chiunque alzi la voce, azzardi un qualsivoglia progetto che comporti uno slancio emozionale, proponga una visione d’insieme. Comodamente seduto sulla sua poltrona universitaria, televisiva, redazionale, radiofonica o telematica, si compiace di esercitare un pensiero tanto ingegnoso quanto essenzialmente <strong>distruttivo</strong>, smontando codici e strutture retoriche con l’aria di fare un favore ai compagni di corsa, in realtà gratificando solo sé stesso e il miraggio circolare e onanistico della propria intelligenza. Un gioco piuttosto facile: chiunque di noi ha sperimentato il godimento che dà sedersi in un angolo e stare a vedere le cazzate che fanno gli altri; perfetta rappresentazione di questa situazione è il capitolo di <strong>Tre uomini in barca</strong> di <strong>Jerome</strong> dedicato alla preparazione dei bagagli per il viaggio sul Tamigi.</p>
<p><strong>2.</strong> Questo, per me, non è affatto un intellettuale di sinistra. Non ho diritto di dire che non è un uomo di sinistra, perché se vota in un certo modo la qualifica gli spetta; non ho diritto di dire che non è un intellettuale, perché ha i titoli, in tutti i sensi, per esserlo. Ma la differenza fra l’intellettuale e l’impiegato postale o l’importatore di legumi dovrebbe consistere nel fatto che un certo tipo di sguardo sul mondo entra, nel caso dell’intellettuale, nella sua attività produttiva, nella scrittura e nella voce pubblica che lui rappresenta; mentre nel caso degli altri è confinato per forza di cose altrove.</p>
<p>Ora, questo sguardo tagliente, supercilioso, smagato, disilluso, è sempre stato appannaggio delle migliori menti della <strong>destra</strong>.</p>
<p>Lasciando un momento da parte i soliti <strong>Aron</strong>, <strong>Jünger</strong>, <strong>Borges</strong> e illustre compagnia, provo a fare l’esempio di un nome nazionalpopolare: <strong>Indro Montanelli</strong>.</p>
<p>Montanelli è stato un giornalista di destra con i controcoglioni, fisicamente coraggioso, baciato dal dono di una scrittura incisiva e saporosa. Quando c’è stato da combattere, <strong>Montanelli</strong> si è schierato senza esitazione nel fronte anticomunista, di cui è diventato un simbolo e una potenza: la secessione dal “<strong>Corriere della sera</strong>” e la fondazione del “<strong>Giornale</strong>” ne sono una testimonianza. Provate a rileggere un paio di numeri delle prime annate del “<strong>Giornale</strong>”, e ci troverete fin nelle pagine sportive un anticomunismo talmente violento, perfino becero, da stare tranquillamente alla pari con quello attuale di <strong>Berlusconi</strong>. Nel frattempo, però, lo sguardo che <strong>Montanelli</strong> rivolge alla galassia politica di cui si fa rappresentante ha tutte le caratteristiche elencate sopra: è uno sguardo disincantato, che parte da quella che possiamo considerare la concezione basilare della destra: l’idea antichissima che la natura umana sia sempre la stessa, e trascorra impermeabile attraverso le mutazioni sociali ed economiche, le ideologie, i cataclismi storici. L’uomo è un animale cattivo, egoista e miope. I rapporti interpersonali sono regolati dalla forza. Quando arrivano al potere, tutti gli uomini si comportano più o meno allo stesso modo, mandando al diavolo il credo politico che li ha condotti fin lì e facendo sfoggio di rapacità (con l’eccezione di un manipolo di galantuomini che l’intellettuale di destra elegge a propri eroi).</p>
<p>Poi succedono due cose. Crolla il <strong>Muro</strong>, e <strong>Berlusconi</strong> delude <strong>Montanelli</strong> sul piano politico e su quello personale. Risultato: Montanelli attenua, per semplice mancanza di combustibile, il fuoco dell’anticomunismo e accentua, per ovvio spostamento di energia, la polemica contro la destra, i suoi errori, le sue meschinità. Lui continua a ripetere di considerarsi un uomo di destra, più esattamente un <strong>anarchico di destra</strong>. Ma le sue critiche sono così pungenti da farlo scambiato per uno di sinistra, e renderlo negli ultimi anni della sua vita oggetto di ammirazione agli occhi di chi lo aveva detestato per decenni.</p>
<p><strong>3.</strong> Prima di procedere, prendiamo a prestito gli occhiali dell’<strong>intellettuale di sinistra minimalista</strong> (chiamiamolo <strong>ISM</strong>, per non ripeterci ogni volta) per fare una precisazione: il titolo del penultimo celebre documentario di <strong>Michael Moore</strong> può scriversi sia <strong>Bowling for Columbine</strong> (versione originale inglese, che manterremo) sia <strong>Bowling a Columbine</strong> (dove la “a” non è l’articolo indeterminativo inglese, ma la preposizione italiana che indica stato in luogo con un nome proprio; come dire: <strong>Bocce a Casalpusterlengo</strong>). La versione <em>Bowling <strong>at</strong> Columbine</em> è da rigettare.</p>
<p><strong>4.</strong> Ora mettiamo via gli occhiali, e vediamo grosso modo cosa dicono gli <strong>ISM</strong> di <strong>Bowling for Columbine</strong> e del successivo <strong>Fahrenheit 9/11</strong>.</p>
<p>Le tesi di massima sono queste: <strong>Bowling for Columbine</strong> è bello (qualcuno dice che fa schifo anche quello, peraltro), perché si propone uno scopo limitato e lo raggiunge: partendo dalla strage che due adolescenti compiono in una scuola, fa una buona analisi del feticismo nordamericano per le armi da fuoco, lo mette in relazione con la paranoia instillata dai media, con il senso di pericolo costante, di accerchiamento, di paura. Culmine del film, l’incontro fra <strong>Moore</strong> e l’orripilante <strong>Charlton Heston</strong>, presidente della <strong>National Rifle Association</strong>, la lobby dei produttori e dei consumatori di armi negli <strong>USA</strong>. Vi dirò la verità: a me è sembrato che <strong>Heston</strong> facesse una discreta figura, in questo incontro. Intanto è gentile ad accettare di parlare con <strong>Moore</strong> davanti a una telecamera, invece di tenerlo alla larga come fanno in Italia con l’innocuo <strong>Valerio Staffelli</strong> di “<strong>Striscia la notizia</strong>”. Poi dice quello che può dire, difendendo le proprie convinzioni senza fare troppo l’arrogante, e alla fine si allontana senza chiamare bodyguard o altri che sbattano <strong>Moore</strong> fuori dalla porta, mentre il regista rimasto padrone del campo gli lascia, invece del tapiro, la fotografia di una bambina uccisa. Comunque, tutti hanno detto che in questa scena Heston fa una parte spaventosa, e va bene così.</p>
<p>Invece <strong>Fahrenheit 9/11</strong> è brutto, è dannoso, è grottescamente sopravvalutato (oppure: conferma la pessima impressione che aveva già fatto il film precedente), perché si propone uno scopo gigantesco e generico: dimostrare che l’amministrazione <strong>Bush</strong> ha reagito all’attacco alle <strong>Torri Gemelle</strong> in modo al tempo stesso inadeguato e depistante, salvaguardando i rapporti d’affari con l’oligarchia saudita di cui <strong>Bin Laden</strong> è espressione – benché distorta – e spostando sull’<strong>Iraq</strong> il sentimento di rivalsa del popolo americano, se non dell’<strong>Occidente</strong> in generale. <strong>Fahrenheit 9/11</strong> è un prodotto di bassa propaganda elettorale, buono (in teoria: in pratica non ha nemmeno funzionato!) per un’audience palafitticola come quella americana.</p>
<p>Qual è, secondo questa impostazione, la differenza sostanziale fra i due film? Che il primo riesce a essere discretamente analitico come piace all’<strong>ISM</strong>. Il secondo non ha in sostanza nulla da scoprire, da argomentare, da rivelare, che noi europei intelligenti e avvertiti non sappiamo già; quindi preme alla grande il pedale del patetico, dell’effettistico. E’ inarticolato come un grido, greve come un cazzotto. Ci mostra <strong>Bush</strong> contemporaneamente come un perfetto idiota che canta in una classe di bambine mentre il mondo sta crollando, e come un astuto e spietato politico capace di ingannare i suoi elettori, di costruire una carriera personale e pubblica fondata sulla frode e sull’appoggio della potentissima famiglia, di mentire, di mandare a crepare decine di migliaia di persone per i propri interessi privati. Infine, <strong>Fahrenheit 9/11</strong> si chiude in modo imperdonabile, impresentabile, imbarazzante, con l’insistenza sul personaggio di una madre che chiede urlando e piangendo giustizia per il figlio morto, per minuti e minuti, prima in casa sua poi addirittura davanti alla <strong>Casa Bianca</strong>.</p>
<p><strong>5.</strong> Il filo rosso, unificante, che corre lungo questa valutazione che gli <strong>ISM</strong> danno dei due film di <strong>Moore</strong> è essenzialmente questo. Si comincia col dire che può anche darsi che <strong>Fahrenheit 9/11</strong> sia un film efficace&#8230; salvo rimproverargli di non esserlo stato poi tanto, visto che <strong>Kerry</strong> le elezioni le ha perse comunque. I più lucidi fra gli <strong>ISM</strong> ammettono che lo spettrale candidato democratico sarebbe andato sotto in ogni caso, poiché che non aveva, come giustissimamente osserva <strong>Marco Codebò</strong>, una “narrazione alternativa” da opporre al modo in cui <strong>Bush</strong> raccontava la <strong>sua</strong> America.</p>
<p>Il punto è che, indipendentemente dall’esito delle elezioni, l’<strong>ISM</strong> sottolinea che a lui non avrebbe interessato vincere grazie a Moore, perché <strong>essere di sinistra è anzitutto un metodo, uno stile</strong>. Qual è la caratteristica fondante di questo stile? E’ il <strong>rifiuto del pathos, della semplificazione, dell’evocativo</strong>. L’analisi deve prevalere su tutto. Le emozioni devono cedere il passo all’<strong>esprit philosophique</strong>. Questa è una nuova proposta per la sinistra del 2000? Macché, risponde l’ISM: <strong>questo è sempre stato lo stile della sinistra</strong>, è ciò che distingue la sinistra dalla destra grossolana, caciarona, che fa leva su emozioni terra terra come la paura del diverso, l’egoismo, l’avidità.</p>
<p><strong>6.</strong> Sbalorditivo!</p>
<p><strong>7.</strong> Cominciamo dal fondo.</p>
<p>Questo dell’analisi al posto del richiamo emozionale sarebbe sempre stato lo stile della sinistra? Ma siamo impazziti?</p>
<p>L’<strong>ISM</strong> dimentica che la storia della sinistra, come quella di qualunque grande movimento o <strong>sentimento</strong> di massa, è piena e strapiena di semplificazioni e di evocazioni emotive!</p>
<p><strong>Marx</strong> è entrato nella storia della cultura occidentale con le analisi del <strong>Capitale</strong>, ma il mondo lo ha cambiato, in meglio o in peggio, con gli slogan potentissimi, emozionantissimi, indimenticabili del <strong>Manifesto del partito comunista</strong>.<br />
Il <strong>PCI</strong> è sempre stato pieno di gente che “aveva studiato” quanto e più dell’<strong>ISM</strong>, ma si è radicato popolarmente attraverso l’uso massiccio di una propaganda che faceva leva su sentimenti basilari, in cui per esempio l’invidia sociale era largamente presente (altro che analisi! L’analisi stava prima, semmai), ed è arrivato vicino a prendere il potere in Italia sull’onda emotiva della morte di <strong>Enrico Berlinguer</strong> e dei suoi grandiosi funerali.</p>
<p>Bisogna fare altri esempi?</p>
<p>I milioni di ragazzi che negli anni ’60 e ’70 consideravano normale essere di sinistra, voler cambiare il mondo – tutti quelli che erano, verrebbe da dire, di sinistra per default, mentre di destra erano quasi solo quelli che avevano interessi da difendere&#8230; questi milioni da cosa erano uniti? Dalle canzoni di <strong>Guccini</strong> e <strong>De Gregori</strong>, o dai libri (magnifici) del <strong>Mulino</strong>?</p>
<p><strong>8.</strong> L’idea che le emozioni siano di destra e l’intelligenza sia di sinistra, in particolare <strong>questa</strong> intelligenza asfittica, stitica, antipropositiva, è il retaggio sciagurato di una generazione intellettuale alla quale purtroppo appartengo anch’io. Peggio: è una scelta politicamente perdente.</p>
<p>Che ci piaccia o no, il nostro mondo va nella direzione di una semplificazione comunicativa. Quanto più la comunicazione si diversifica sul piano tecnologico, tanto più i suoi contenuti richiedono di essere sintetizzati e soprattutto arricchiti di impatto emozionale. E’ probabile che l’emisfero destro del cervello abbia governato la pragmatica della comunicazione più di quello sinistro <strong>da sempre</strong>; ora, però, più che mai. Pubblicità commerciale e programmazione televisiva ne sono le prove più banali; altre sono a disposizione.</p>
<p>Il prodotto culturale più consumato dallo stesso pubblico a cui la sinistra chiede il voto è rappresentato dalla satira e dai comici: forme d’arte (se volete) in cui l’impatto emozionale è fondamentale, anche quando si tratti della piccola emozione della risata.</p>
<p>L’incarnazione più brillante di questa satira è, curiosamente, quella più vicina al modo di lavorare di Moore: “<strong>Blob</strong>”.</p>
<p>“<strong>Blob</strong>” fa esattamente quello che fa Moore in <strong>Fahrenheit 9/11</strong>: opera sul patetico, sull’accostamento assassino. La faccia di <strong>Berlusconi</strong> si giustappone alle scoregge del ciccione di <strong>Cinico TV</strong>. Il cosciame di balletti e starlette o gli starnazzamenti delle galline vip vengono montati in alternanza con immagini scioccanti di bambini morti, di case sventrate. Il messaggio è semplificato, l’effetto è facile, l’insieme sicuramente populista agli occhi dell’<strong>ISM</strong>. Sta di fatto che in “<strong>Blob</strong>” troviamo quanto basta a rispolverare la coscienza civile intasata – vista l’ora – dall’odore dell’arrosto e dai postumi di una giornata passata a occuparci di marketing o di compromessi: l’emozione dell’immagine e la genialità del raccordo.</p>
<p><strong>9.</strong> Ricerche recentissime sull’elettorato italiano hanno rivelato che le parole chiave su cui chi vota a sinistra si sente più coinvolto sono tre: <strong>antiamericanismo</strong>, <strong>antiberlusconismo</strong>, <strong>solidarietà</strong>. Mi dispiace che le prime due rappresentino istanze di tipo negativo, siano dei “<strong>contro</strong>” e non dei “<strong>pro</strong>”, ma è così. Ora, qualcuno mi dimostri che queste tre categorie rappresentano analisi o prodotti di analisi e non emozioni pure. L’antiamericanismo e l’antiberlusconismo sono così poco analitici da aver finito per coinvolgere persone che, per vocazione o condizione, avrebbero tutti i motivi per esporre dal balcone la bandiera a stelle e strisce e quella di <strong>Forza Italia</strong>&#8230; i miei genitori, per esempio! Possono essere razionalizzati a posteriori, ma non nascondiamoci dietro un dito: si tratta di emozioni pure, violente e taglienti.</p>
<p>Quanto alla solidarietà, è un concetto che merita una piccola riflessione in più.</p>
<p>La solidarietà nasce dall’identificazione con un sofferente, e rigetta qualsiasi analisi, tanto quanto rigetta un calcolo di semplice autoconservazione (della vita, della proprietà). Vedi l’immagine di un bambino affamato e pensi che non ti va giù, che il mondo non può essere così, anche se tu non sarai mai nei panni di quel bambino. Vedi sfilare un corteo di precari e sei solidale con loro, anche se per merito o fortuna generazionale tu il lavoro ce l’hai. Allora entri nella cabina elettorale e voti pensando a far funzionare meglio il tuo paese, a renderlo più giusto, più decente, più degno di essere amato, più abitabile per tutti, anche se questo insieme di emozioni si può tradurre in un voto che va contro i tuoi interessi personali.</p>
<p>E’ la distinzione che <strong>Rousseau</strong> poneva fra il perseguimento della <strong>volontà generale</strong> (interpretare lo spirito del proprio paese e i bisogni della collettività: lui lo chiamava atteggiamento <strong>democratico</strong>) e quello della <strong>volontà di tutti</strong> (semplice sommatoria fra voti che rappresentano ciascuno un interesse particolare, privato: è storicamente l’atteggiamento <strong>liberale</strong>).</p>
<p>Democrazia contro liberalismo: non c’è nemmeno bisogno del socialcomunismo, che naturalmente ai tempi di <strong>Rousseau</strong> non esisteva nella sua forma scientifica. Non c’è bisogno di essere né comunisti né socialisti per essere di sinistra – ammesso che uno ci tenga a esserlo.</p>
<p>Democrazia è cedere all’emozione di sentirsi parte di una comunità, con uno sguardo forte per le componenti più deboli di questa comunità: essere di sinistra. Moderata, radicale, cattolica: di sinistra.</p>
<p>Liberalismo è valutare (legittimamente!) ciò che conviene al proprio interesse personale e agire di conseguenza: essere di destra.</p>
<p><strong>10.</strong> E’ ovvio che non sto dicendo che i film di <strong>Michael Moore</strong> siano un test per valutare se uno è di destra o di sinistra: siamo partiti da <strong>Bowling for Columbine</strong> e da <strong>Fahrenheit 9/11</strong> per provare a fare un discorso più ampio. Certe parti ultraretoriche di <strong>Fahrenheit</strong> hanno infastidito anche me, volendo considerare l’opera come prodotto estetico tout court; valutando l’insieme come macchia, come pozzanghera di significato, come gesto estetico-politico, il fastidio l’ho mandato giù ed è rimasta l’ammirazione. Grezzo, potente, diretto, <strong>Fahrenheit 9/11</strong> ha le stimmate del capolavoro ed è un film superiore al precedente, per essenzialità narrativa e importanza dei contenuti. Uno spettatore non particolarmente interessato al tema potrebbe perfino perdersi un po’ nel labirinto argomentativo di <strong>Bowling</strong>; nessuno rimane indifferente a <strong>Fahrenheit</strong>. Al limite, ti arrabbi.</p>
<p><strong>11</strong>. Non sto nemmeno additando alla pubblica esecrazione gli <strong>ISM</strong> in qualità di soggetti dotati di nome e cognome, perché ho il sospetto che l’<strong>ISM</strong> sia piuttosto una condizione dello spirito, una tabe che sta, in misura maggiore o minore, dentro tutti noi: l’<strong>ISM</strong> è il ripiegamento difensivo di una classe intellettuale orfana e vedova, il ristagno fecale di un’intelligenza che si avvita su sé stessa e che, senza nemmeno rendersene conto, si apparenta a ciò da cui vorrebbe distinguersi.</p>
<p>La sinistra immaginata dall’<strong>ISM</strong> è quella che pretenderebbe di combattere la destra rinunciando alla centralità dell’emozione; cioè, all’incirca, affrontare un match di boxe tenendo una mano legata dietro la schiena e saltellando sul ring su un piede solo mentre si cantano arie dal <strong>Trovatore</strong>, contro un avversario che digrigna i denti e mena – giustamente! – fendenti e mazzate.</p>
<p>Questa sinistra è esattamente quella del morettiano “non vinceremo mai”.</p>
<p>E peggio che perdere la battaglia politica sarebbe perdere la battaglia per la riconquista dell’identità.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/22/more-moore-tu-chiamale-se-vuoi/">More Moore (tu chiamale, se vuoi&#8230;)</a></p>
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		<title>Di cosa parliamo quando parliamo del nostro voto</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2004 10:47:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raul montanari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Ancora in tema elettorale. Mi viene segnalato che c’è un sito curato da una società tedesca che si occupa di sondaggi e ricerche. Il sito è <a href="http://www.wahlomat.de">www.wahlomat.de</a>. Il “gioco” di cui vi parlerò si chiama <strong>Wahl-O-Mat</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/06/12/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-del-nostro-voto/">Di cosa parliamo quando parliamo del nostro voto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/art_10013_1_urna.gif" alt="art_10013_1_urna.gif" align="left" border="0" height="225" hspace="4" vspace="2" width="242" />Ancora in tema elettorale. Mi viene segnalato che c’è un sito curato da una società tedesca che si occupa di sondaggi e ricerche. Il sito è <a href="http://www.wahlomat.de">www.wahlomat.de</a>. Il “gioco” di cui vi parlerò si chiama <strong>Wahl-O-Mat</strong>.<br />
La società ha preso in considerazione <strong>tutti i programmi dei partiti tedeschi</strong> che si presentano alle elezioni europee. Ha elaborato i dati in modo da proporre a chi accede al sito <strong>un questionario di 30 domande</strong>, formulate in modo molto semplice, che toccano tutti i temi politici in senso lato. Quelli di cui si discute anche nei bar, per capirci.<br />
<span id="more-507"></span><br />
Le domande non sono domande: sono in realtà affermazioni a cui puoi rispondere “<strong>Giusto!</strong>” “<strong>Sbagliato!</strong>”, “<strong>E’ uguale</strong>”, “<strong>Non so</strong>”. Come domanda numero 31 ti viene anche chiesto di segnalare, su un range di argomenti sociali e politici, quali sono quelli che consideri più rilevanti: Cultura e società, Economia, Ambiente, Lavoro, ecc.</p>
<p>La sorpresa arriva alla fine.</p>
<p>Con le risposte che hai dato, hai costruito <strong>un identikit della tua posizione elettorale</strong>, e, implicitamente, hai anche delineato un partito ideale: quello che risponderebbe a tutte le domande esattamente nel modo come hai risposto tu. Questo tuo identikit viene paragonato con il profilo dei vari partiti, ovvero con le risposte che si trovano nei loro programmi, e compare un grafico che mostra la percentuale di congruenza, di convergenza, fra le tue risposte e quelle di ciascun partito.</p>
<p><strong>Ti viene detto, in sostanza, quale partito sarebbe logico che tu votassi</strong>, al di là di fattori estranei ai puri e semplici programmi politici. <strong>Spariscono appeal televisivo, dati emotivi, nostalgia, amore per una bandiera, odio per un simbolo o per una faccia, imbecillità</strong>, insomma tutto quello che interferisce con una scelta il più possibile vicina a un sereno, freddo confronto di idee e di progetti.</p>
<p>Sembra una stronzata, ma forse non lo è. Sospetto che non lo sia affatto. (Non so se c’è qualcosa di simile in Italia; in quel caso vi sarei grato se lo segnalaste nei commenti.)</p>
<p>Intanto è molto divertente. Io ho risposto a casaccio, tendendo per gioco un po’ al conservatore, e ho avuto la sorpresa di scoprire che il partito ideale per il mio alter ego conservatore sarebbero i socialdemocratici. Praticamente, l’Ulivo tedesco.</p>
<p>E poi è realmente informativo. La persona che mi ha segnalato il sito ha oscillato, negli anni, fra il voto ai socialdemocratici e quello ai verdi. Il test le ha riservato un piccolo shock: ha scoperto che il partito il cui programma è più vicino alle sue idee è il PDS, il partito comunista dell’ex DDR (niente a che fare con il “nostro” PDS: piuttosto, con Rifondazione). Ha appreso, insomma, di essere più a sinistra di quello che credeva; contemporaneamente, ha dovuto riflettere sul ripiegamento conservatore che i partiti da lei votati hanno subito, dal momento in cui sono diventati forze di governo.</p>
<p>Sapete cosa vi dico? Mi sono immaginato una grandiosa impresa: <strong>Nazione Indiana</strong> forma un gruppo di studio, prende in esame i programmi politici dei partiti, stende la griglia delle domande. Poi le stampa e la manda in tutte le famiglie italiane, non si sa bene con i soldi di chi.</p>
<p>Ho la sensazione che i risultati sarebbero sorprendenti. Molti questionari finirebbero attaccati al muro del cesso, ma molti verrebbero letti con attenzione, e forse influenzerebbero il voto non dico di più ma almeno QUANTO le nefandezze che si vedono in tv, i tg ormai inguardabili (il TG1, l’avete notato?, è sempre stato conservatore ma ultimamente davvero si distingue poco dal TG4), tutto quello che fa schifo alla maggior parte di noi.</p>
<p>Naturalmente, una versione meno rivoluzionaria di questo progetto sarebbe semplicemente quella di aprire all’interno del nostro sito uno spazio in cui sia possibile rispondere alle domande, proprio come fa Wahl-O-Mat. <strong>In Germania circa mezzo milione di persone hanno risposto alle domande del questionario</strong>, e l’attenzione dei media è stata enorme. La verità, la semplice verità dei fatti, e la proposta di questa verità, il suo disvelamento, è davvero la cosa più rivoluzionaria che ci è rimasta.</p>
<p>Lo facciamo fra due anni? Ci saremo ancora?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/06/12/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-del-nostro-voto/">Di cosa parliamo quando parliamo del nostro voto</a></p>
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		<title>Intervista sul noir</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/05/25/intervista-sul-noir/</link>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2004 17:37:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario voltolini</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>a <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><em>Gen.le Raul Montanari<br />
mi scusi se la disturbo, ma volevo invitarla a rispondere alla nostra<br />
inchiesta sul Noir italiano, a cui abbiamo chiesto di partecipare anche a<br />
Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Giorgio Faletti, Giancarlo De Cataldo ed<br />
i più importanti autori del noir italiano.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/25/intervista-sul-noir/">Intervista sul noir</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/noir.jpg" alt="noir.jpg" align="left" border="0" height="206" hspace="4" vspace="2" width="275" /><em>Gen.le Raul Montanari<br />
mi scusi se la disturbo, ma volevo invitarla a rispondere alla nostra<br />
inchiesta sul Noir italiano, a cui abbiamo chiesto di partecipare anche a<br />
Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Giorgio Faletti, Giancarlo De Cataldo ed<br />
i più importanti autori del noir italiano. </em></p>
<p><em>Volevo pertanto inviarle queste 5 domande della nostra inchiesta, con la<br />
cortesia e la preghiera che Lei possa risponderci entro il 10 Maggio. </em></p>
<p><em>La redazionre di <strong>Origine</strong>.</em><br />
<span id="more-476"></span><br />
<strong>1. Non vi sembra che ci sia da parte della critica una fretta eccessiva,<br />
ultimamente, di etichettare come &#8220;Noir&#8221; qualsiasi libro di uno scrittore<br />
italiano contemporaneo contenga un delitto o un fatto di sangue? Se si<br />
potesse far così, non sarebbero romanzi Noir anche &#8220;Lo Straniero&#8221; di Camus e<br />
&#8220;Il grande Gatsby&#8221; di Francis Scott Fitzgerald&#8230; </strong></p>
<p>O l&#8217;<em>Edipo Re</em>, o l&#8217;<em>Asino d&#8217;oro</em>&#8230;<br />
La critica ha sempre fretta di etichettare, perché una certa dose di riduzionismo fa parte del suo lavoro. Non è strano.</p>
<p>Devo dire che forse la definizione più esatta del genere di cui stiamo parlando è quella che danno i tedeschi. Loro non parlano di noir (un termine che cerca di definire un&#8217;atmosfera, morale o ambientale), o di giallo (sappiamo la storia curiosa di questa parola, che è semplicemente un traslato da un elemento di riconoscibilità commerciale a un genere letterario) o di poliziesco (e quando la polizia non c&#8217;è?) o ancora di thriller (ci sono molti libri e film di questo genere che, deliberatamente, non danno nessun brivido). Le chiamano semplicemente &#8220;Krimi&#8221;, storie criminali. In altre parole: il detective può anche non esserci, ma il crimine deve proprio starci.</p>
<p><strong>2. Pensate che nel bel mezzo della postmodernità, dove i &#8220;generi&#8221; letterari<br />
simescolano, s&#8217;incrociano e si sovrappongono nell&#8217;ambito dello stesso libro<br />
si pensi a un romanzo come &#8220;Q&#8221; dei Luther Blissett, definito di volta in<br />
volta &#8220;Western teologico&#8221;, &#8220;ibrido tra Noir, Spy Story e Romanzo Storico&#8221;),<br />
il &#8220;genere&#8221; Noir abbia ancora delle regole definite: e se sì, quali? </strong></p>
<p>Anzitutto deve contenere un&#8217;azione criminale, cosa che lo accomuna al giallo. La differenza però è chiara:</p>
<p>GIALLO:</p>
<p>In perfetta simultaneità, Conan Doyle e Freud (entrambi medici!) plasmano la grande utopia positivista, la rivincita del cervello sul cuore e sulle viscere. Giallo e psicanalisi descrivono un iter identico:</p>
<p>- Presupposto: <strong>nel mondo esiste un ordine</strong>, e la ragione umana è fatta apposta per riconoscerlo e comunicarlo.</p>
<p>- Il caso (poliziesco o clinico): <strong>rottura dell&#8217;ordine </strong>attraverso un trauma (omicidio, furto, infrazione di un tabù sessuale&#8230;).</p>
<p>- Gli elementi: ancora una volta <strong>testimonianze e indizi </strong>(la deposizione di un teste o la cenere della sigaretta per l&#8217;investigatore; i racconti del paziente, i suoi sogni, i suoi lapsus per lo psicanalista).</p>
<p>- Procedimento: ragionando su dati apparentemente insignificanti, investigatore e psicanalista ricostruiscono la scena del trauma iniziale, individuano il colpevole, <strong>ripristinano l&#8217;ordine</strong>. L&#8217;armonia fra uomo e mondo è salva.</p>
<p>NOIR:</p>
<p>- Presuppone non l&#8217;ordine ma il <strong>disordine del mondo</strong>. Il mondo è caos, incrocio di linguaggi e magma di regole contraddittorie.</p>
<p>- All&#8217;interno di questo caos, il criminale (spesso il vero protagonista della narrazione, che può assumere il suo stesso punto di vista) cerca di imporre un <strong>ordine parziale</strong>, ossia elabora un <strong>piano</strong>: uccidere un uomo, compiere una rapina, ecc.</p>
<p>- Di norma, questo piano è destinato al <strong>fallimento</strong>.</p>
<p>Il collasso finale del criminale diventa metafora della nostra esistenza, del nostro tentativo continuo e frustrato di controllare una realtà sfuggente. La simpatia che proviamo per i grandi <em>vilain </em>dei noir è certamente lo sfogo proiettivo delle nostre pulsioni violente (loro uccidono per conto nostro) o dell&#8217;aspirazione a infrangere i limiti in cui sentiamo rinchiusa la nostra vita (la grande rapina alla banca nasce dallo stesso desiderio di un brusco salto di qualità che esprimiamo giocando al Totocalcio), ma sorge anche da una identificazione fra perdenti, dal riconoscimento che il loro scacco è anche il nostro. Personalmente sono convinto che questo sia il motivo per cui sempre più spesso, ultimamente, compaiono narrazioni noir nelle quali il cattivo non viene affatto punito, non fallisce. Il nostro anelito all&#8217;evasione da una realtà asfittica trova allora uno sfogo compiuto, coerente fino in fondo, e in particolare il serial killer si propone come l&#8217;eroe nero di fine millennio e oltre.</p>
<p>L&#8217;autocensura, che provocherebbe in noi un ovvio senso di colpa se fossimo invitati a una identificazione diretta con un brutale assassino, viene elusa intelligentemente nel <em>Silenzio degli innocenti</em>, con uno sdoppiamento della figura del criminale: se l&#8217;incolto e sgraziato Buffalo Bill merita di essere castigato &#8211; e troveremmo immorale che un simile animale la facesse franca ? il raffinato, enigmatico dottor Lecter, l&#8217;antropofago umanista, può trionfare senza che la cosa ci dispiaccia o ci spaventi. Un passo avanti fanno <em>Seven </em>(il cattivo vince, ma a prezzo dell&#8217;autodistruzione: troppo facile così! E&#8217; il cattivo come kamikaze, barano al gioco entrambi perché non muovono da quella paura della morte che dovrebbe stare alla base di un agire motivato e autoconservativo) e soprattutto <em>I soliti sospetti </em>(qui il cattivo vince, punto e basta).</p>
<p><strong>3. Perchè quegli stessi critici almeno (militanti, accademici, e via<br />
discorrendo) che consideravano il Noir (e più o meno tutta la &#8220;letteratura<br />
di genere&#8221;) come un prodotto di serie B, ne sono improvvisamente divenuti<br />
gli apologeti? </strong></p>
<p>Erano gli stessi? Siete sicuri? Non ho abbastanza informazioni su questo.<br />
Di certo a blandire qualunque forma espressiva &#8220;pop&#8221; (a volte pure trash) si vince sempre. Perché il pubblico ti viene dietro ora, spernacchiando i puristi e gli apologeti dei valori estetici, e perché inevitabilmente, dopo un po&#8217; di tempo, ci saranno le &#8220;riscoperte&#8221; e fior di critici (magari di un&#8217;altra generazione) diranno viva Simenon, viva James Bond, viva Alvaro Vitali. Con le dovute differenze, è ovvio.</p>
<p><strong>4. Esiste, secondo voi, un caposaldo del genere Noir internazionale, un<br />
libro da leggere assolutamente? E un romanzo Noir italiano contemporaneo per cui valga la stessa regola? </strong></p>
<p>Se permetti vado un pochino controcorrente rispetto alla domanda. In tutta l&#8217;opera di Edgar Allan Poe c&#8217;è la fondazione sia del giallo sia del noir. Quanto agli autori italiani, consiglio un bellissimo noir del 1888: <em>Il cappello del prete</em>, di Emilio De Marchi. Giuro che c&#8217;è tutto!</p>
<p>Anzi, manca una cosa che a questi due autori non si poteva proprio chiedere: la preveggenza che un giorno il genere si sarebbe sviluppato indebolendo al massimo la figura del detective.</p>
<p>Dai bizzarri superuomini di Poe e Conan Doyle si è passati a un investigatore ideale che, auspicabilmente, dovrebbe essere storpio, monco, mutilo, magari ridotto a un ammasso organico indifeso e inidentificabile, meglio ancora se nato in condizioni disastrose e attualmente residente al Cottolengo o tenuto in vita artificialmente dentro un&#8217;ampolla di liquido amniotico, violentato dal padre e dalla madre all&#8217;età di due ore e quaranta minuti, semirimbecillito, diseredato, dotato lui stesso di propensioni criminali, tifoso dell&#8217;Inter, in grado di comunicare col mondo solo premendo un&#8217;escrescenza carnosa sull&#8217;unico tasto di un vecchio Commodore 64 che cade a pezzi, e ciò nonostante capace di risolvere il caso e far innamorare la bella poliziotta rimbambita!</p>
<p><strong>5.  Ha scritto Tiziano Scarpa: &#8220;Il giallo, il noir è commercialmente al<br />
potere, è il genere letterario che vende, che funziona più di tutti. Perché<br />
vergognarsene? Perché vi nascondete dietro un dito? Accettate serenamente<br />
questo fatto. Sappiate assumervi le responsabilità di essere arrivati al<br />
potere. Scrivendo di morti e ammazzamenti e investigatori e brividi si<br />
piglia più pubblico.&#8221; Come commentereste questa affermazione? </strong></p>
<p>Ha ragione.</p>
<p>Andrebbe aggiunta al quadro anche la narrativuccia pseudosentimentale. Quella è proprio inaffondabile.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/25/intervista-sul-noir/">Intervista sul noir</a></p>
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		<title>Sono quasi le due di domenica</title>
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		<pubDate>Sun, 02 May 2004 21:46:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario voltolini</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Sono quasi le due di domenica, sono contento perché sto a pagina 201 del nuovo romanzo (fin qui non mi piace, ma questa è una sensazione che mi accompagna sempre quando scrivo, salvo venire poi confermata dai lettori), ho appena mangiato un’insalata col tonno e un ottimo parmigiano della Standa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/02/sono-quasi-le-due-di-domenica/">Sono quasi le due di domenica</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/leggo.jpg" alt="leggo.jpg" align="left" border="0" height="95" hspace="4" vspace="2" width="101" />Sono quasi le due di domenica, sono contento perché sto a pagina 201 del nuovo romanzo (fin qui non mi piace, ma questa è una sensazione che mi accompagna sempre quando scrivo, salvo venire poi confermata dai lettori), ho appena mangiato un’insalata col tonno e un ottimo parmigiano della Standa. Giro sul TG4 perché al TG1 parlano della liquefazione del sangue di S. Gennaro, che a me fa vomitare anche gli occhi, specie quando sono a tavola.<br />
<span id="more-421"></span><br />
Prima fanno un servizio sul Milan, che forse oggi batterà la Roma e chiuderà il campionato, come si augurano di cuore la speaker sovrappeso e Sandro Pellegatti a San Siro.</p>
<p>Deglutisco con difficoltà, ripensando a una mia cugina bergamasca comunista milanista (esistono, esistono), che mi ha raccontato che nei pullman su cui caricano i tifosi del Milan per seguire la squadra in trasferta a un certo punto tutti alzano le braccia e gridano: “Silvio! Silvio!”. Lei è una bergamasca comunista, oltre che mia cugina, e una volta ha provato a obiettare che avrebbe preferito gridare: “Milan! Milan!”, ma dice che da quella volta non se l’è più sentita di dire niente e li lascia gridare: “Silvio! Silvio!”.</p>
<p>Comunque. A un certo punto la speaker bruna sovrappeso e pure vestita di chiaro afferma che spesso i bambini fanno fatica a dormire. Il sonno dei bambini è molto importante e spesso i genitori compiono degli errori (così, in generale nella vita). Perciò sentiamo l’opinione di un esperto.</p>
<p>Compare un individuo caratterizzato da un camice bianco e da un notevole nervosismo, che si estrinseca nella posa (si autoabbraccia, ha le braccia allacciate intorno al corpo, tipica postura difensiva; niente di male, uno non è obbligato a essere disinvolto in tv!) e in una vaga incertezza di eloquio.</p>
<p>L’uomo conferma che il sonno dei bambini è molto importante e dichiara che è perlopiù sonno REM, quello in cui si sogna. Questo è interessante, non sapevo che nei bambini prevalesse il sonno REM. Aggiunge che il sonno REM è fondamentale perché consente di memorizzare le esperienze della giornata, di depositare i fatti nella memoria. Anche questo è molto interessante; sapevo come tutti che durante i sogni si rielaborano le esperienze della veglia, ma non avevo fatto la connessione con la memoria. Allora è per questo che mi sembra di non ricordare più bene le cose, penso. E’ perché dormo male, non perché sto invecchiando e ascolto troppa musica. Potevo tenermi tutti quei dischi dei Van der Graaf Generator, invece di venderli.</p>
<p>Poi l’uomo in camice bianco comincia a dire che i genitori dovrebbero stare attenti, e in particolare non dovrebbero portarsi dietro i bambini fino a tardi, impedendo loro di dormire. Giusto, penso: a me mi mandavano a letto alle otto, altro che storie.</p>
<p>Per esempio, dice l’uomo, quando i genitori la sera fanno tardi in LIBRERIA, non dovrebbero portarsi dietro i bambini. E’ sbagliato portare con noi i nostri figli quando facciamo le ore piccole in LIBRERIA, ribadisce l’uomo, e sullo sfondo compaiono immagini stupefacenti di bambini crollati dal sonno sulla spalla di genitori dall’aria piuttosto losca, direi infelice, che si aggirano (in pieno meriggio, peraltro) fra scaffali colmi di libri. Bisogna stare molto attenti, sottolinea l’esperto, quando si fa troppo tardi in LIBRERIA e ci si porta appresso i figli.</p>
<p>Onestamente, devo dire che non finisce qui. Sarebbe straordinario se questo fosse l’unico consiglio dell’uomo in camice bianco, ma lui rovina un po’ l’effetto aggiungendo, dopo un attimo di riflessione, che bisogna prestare attenzione anche quando si portano i figli in PIZZERIA. Quando si va in LIBRERIA e in PIZZERIA, conclude costui, è molto facile dimenticarsi delle esigenze di sonno dei nostri figli. Bisogna stare attenti.</p>
<p>Allora adesso scrivo questo pezzo a Tiziano e Dario, perché sono così tonto che non ho ancora imparato a postarmi i pezzi da solo, e poi credo che guarderò Valentino Rossi. Sul circuito piove, spero che non cada e non si rompa la testa. Adesso spengo il computer e guardo Valentino Rossi. Magari il pezzo lo mando anche a Helena, per sicurezza. Anche a Jacopo. Ci sarà qualcuno in casa, anche se è domenica, no?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/02/sono-quasi-le-due-di-domenica/">Sono quasi le due di domenica</a></p>
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		<title>Sommessamente, sulle scuole di scrittura</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2004 21:19:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p> Se Riccardo Ferrazzi ha fatto fatica ad arrivare in fondo al discorso di Veronesi, io ho addirittura saltato qua e là perché proprio non ce la facevo.</p>
<p>Spero nessuno si offenda se dico che questo discorso è molto scombinato; ci sono scrittori bravi a scrivere romanzi &#8211; e Veronesi è sicuramente uno di questi &#8211; che però magari hanno qualche problema a teorizzare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/03/16/sommessamente-sulle-scuole-di-scrittura/">Sommessamente, sulle scuole di scrittura</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/scrivere.jpg" alt="scrivere.jpg" align="left" border="0" height="105" hspace="4" vspace="2" width="168" /> Se Riccardo Ferrazzi ha fatto fatica ad arrivare in fondo al discorso di Veronesi, io ho addirittura saltato qua e là perché proprio non ce la facevo.</p>
<p>Spero nessuno si offenda se dico che questo discorso è molto scombinato; ci sono scrittori bravi a scrivere romanzi &#8211; e Veronesi è sicuramente uno di questi &#8211; che però magari hanno qualche problema a teorizzare. Tralascio di commentare la stravaganza del fare un intervento critico sui corsi di scrittura all’interno di un corso di scrittura, e facendo riferimento alla propria esperienza di docente presso la Holden. Ma il discorso rimane divagante e qua e là contraddittorio, interessante soprattutto come contributo critico di Veronesi alla disamina della propria attività di scrittore (vedi il pezzo sulla ben nota “crisi del secondo romanzo”).</p>
<p>Il risultato è che, quanto a dibattito sui corsi di scrittura, la colonna di commenti al post “Il professionista e il dilettante”, anche se breve, è fin qui molto più interessante del pezzo che l&#8217;ha originata.</p>
<p>Dico la mia in due parole.<br />
<span id="more-334"></span><br />
1. Quando ero ragazzo i corsi di scrittura (l&#8217;idea dei corsi: allora c&#8217;era solo quello di Pontiggia) mi facevano orrore. Ero fiduciosissimo di poter diventare uno scrittore facendo tutto da solo.</p>
<p>2. Adesso i corsi li tengo.</p>
<p>3. A parte gli inizi come ospite in corsi altrui, e qualche ciclo di conferenze (le definirei conferenze, non corsi) fatte in giro insieme a Tiziano Scarpa, tengo corsi a Milano, in una sede fissa, strutturati su un minimo di 10-20 incontri. Questo è il modo corretto di fare un corso, per il semplice motivo che una lezione di scrittura creativa non può non essere teorico-pratica. Quindi: tre quarti d&#8217;ora di spiegazioni e confronto, altrettanto tempo passato a commentare testi scritti di volta in volta dai partecipanti. Scritti a casa e corretti in prima battuta a casa, si capisce: è scocciante, ma va fatto. Questo è il mio impegno, e funziona. In che senso funziona? Nel senso che negli anni ho visto gente arrivare entusiasta ma completamente sprovveduta e diventare poi molto, molto brava. Ciascuno in relazione ai propri obiettivi.</p>
<p>4. Se da ragazzo avessi frequentato un corso di questo genere, non so se sarei diventato uno scrittore migliore di quello che sono; so di certo che avrei risparmiato 10 (dieci) anni, più o meno fra i miei 20 e i miei 30 d’età, persi in tentativi disordinati, disorganizzati, strampalati. Avrei avuto da subito le idee chiare su cosa chiedere a me stesso, sul mondo editoriale, e su un sacco di altre cose.</p>
<p>5. Potrei fare un elenco di autori, soprattutto americani, che sono usciti dalle scuole di scrittura. Ne faccio solo uno e spero che basti: Bret Easton Ellis, che personalmente considero uno dei più straordinari narratori angloamericani viventi, perdipiù un vero maestro della scrittura, con uno stile personalissimo in cui non si vede traccia di quel &#8220;compitino con tutte le cosine a posto&#8221; che uno potrebbe legittimamente aspettarsi dallo studente di creative writing. E questo fin dai primi racconti di Ellis, che in parte si trovano in “Acqua dal sole”, per non parlare del suo precoce capolavoro “Meno di zero”.<br />
Un altro, una donna, per equità: Erica Jong.</p>
<p>6. Non sto a ripetere ovvietà che dovrebbero essere chiare a tutti e che in buona parte Riccardo Ferrazzi ha già spiegato nei commenti e nelle reazioni al pezzo di Veronesi.<br />
Non si capisce perché qualunque arte presupponga l&#8217;acquisizione di una tecnica, e quindi uno studio preliminare, mentre la scrittura dovrebbe essere abbandonata ai monsoni dell&#8217;intuizione, dell&#8217;autodidassi, del talento che viene fuori da sé. Questo è un punto di vista molto ingenuo, che confonde il linguaggio d&#8217;uso &#8211; quello che adoperiamo quotidianamente &#8211; con il linguaggio letterario. Anche il linguaggio letterario apparentemente più sbracato, o più banale, o più mimetico del quotidiano, deriva da una messa a punto molto complessa, che può (certo: non DEVE) anche essere aiutata da uno scrittore più esperto. A proposito: meglio da uno scrittore, non da uno che si improvvisa docente di scrittura creativa senza avere personalmente affrontato la trafila dei tentativi, del confronto fra uno o più suoi testi con la risposta di pubblico e critica, ecc. Difficile fare l’allenatore se non si è mai giocato al calcio.<br />
E&#8217; evidente che l&#8217;autodidassi funziona meglio con la letteratura che con qualsiasi altra arte che impieghi un medium tecnico o tecnologico (cinema, per esempio); ma è altrettanto evidente che non c&#8217;è nulla di male a farsi aiutare. Poi, come al solito, se il talento c&#8217;è verrà fuori.</p>
<p>7. E se non c&#8217;è, o c&#8217;è il talento ma non c&#8217;è la vocazione? Un punto molto debole del discorso di Veronesi, per quello che sono riuscito a capire, è l&#8217;idea che il partecipante ai corsi abbia la fissa (l’”ingombro”) di farsi pubblicare, che questo sia il suo scopo primario, e che la scrittura sia in un certo senso un passaggio quasi fastidioso, un ostacolo fra te e la fama che ti attende.<br />
In parte questo è vero, naturalmente, e i casi umani nei corsi di scrittura si sprecano, esattamente come in mille altri contesti nei quali vengono messe a contatto esperienze di egocoinvolgimento molto profonde. Ma è anche vero che ci sono i talenti autentici, e che accanto a loro c&#8217;è un sacco di gente che è contenta di coltivare semplicemente un interesse, una gioia.<br />
Io ho avuto persone che hanno seguito i corsi senza mai scrivere una riga, perché in ogni caso il tipo di sguardo che veniva offerto sul fenomeno della scrittura era abbastanza affascinante in sé, trovavano che valesse il prezzo. Ne ho altri che scrivono un racconto all&#8217;anno.<br />
Potrà sembrare strano, ma lo studente di un corso di questo genere può benissimo porsi obiettivi limitati e molto facili da raggiungere: scrivere, farsi leggere, magari partecipare ogni tanto a un concorso tipo Subway, o a un&#8217;antologia, pubblicare su un sito Inernet. Basta. Non è detto che la pagina bianca sia una porta spalancata verso l’infinito; può essere benissimo l’accesso a gratificazioni più a portata di mano.<br />
Ci sono moltissime persone che sono iscritte a circoli scacchistici pur sapendo benissimo che non diventeranno mai dei campioni: il gioco li appassiona, studiano la teoria, analizzano le partite dei grandi, giocano fra loro, partecipano con accanimento ai tornei sociali. Non è lecito fare questo anche con la scrittura?</p>
<p>8. Che ci sia in giro molta gente che vende fuffa è ovvio. Questo vale per tutti i campi in cui esista un mercato di prestazioni, con le sue promesse mantenute o disattese. Basta andare a rileggersi uno straordinario post di Gianni Biondillo, lasciato pochi giorni fa, per farsi un&#8217;idea. Biondillo (ora assurto a meritata gloria con il suo &#8220;Per cosa si uccide&#8221;) incontra il tenutario di un corso di scrittura, e questi si dimostra completamente all&#8217;oscuro della narrativa italiana contemporanea. Bravo!</p>
<p>9. Su questo argomento, come sempre quando si parla di letteratura, o in genere di parola e campi contigui, ogni opinione è lecita, comunque.<br />
Avete presente il famoso meccanismo del tema di maturità? Quando uno faceva la maturità, fino a poco tempo fa (ora non so se è cambiata), presentava obbligatoriamente uno scritto di italiano, il tema, più un altro compito scritto che poteva essere matematica, greco, ecc.<br />
Bene, secondo le testimonianze del famoso membro interno della commissione, il tema era la cosa su cui si scatenavano le discussioni, su cui tutti avevano la loro da dire. Il professore di matematica venuto dal Tigullio alzava la testa ed eccepiva sul contenuto, quello di latino smetteva di sbadigliare e faceva commenti non richiesti sulla punteggiatura, e così via.<br />
La scrittura, come il calcio, è questo: qualcosa su cui tutti hanno la loro da dire, e parametri di giudizio granitici, inchiavardati, fissi, non ci sono.<br />
Quindi, ora magari qualcuno mi risponderà che la Jong è una zoccola che non sa scrivere e Ellis un poveraccio a cui andrebbero tagliate le mani, per cui gli esempi che ho fatto non hanno valore; sono opinioni accettabili anche queste.</p>
<p>10. Erano sicuramente bei tempi, come dice qualcuno, quelli in cui si potevano mandare i manoscritti in casa degli scrittori e avere una risposta; però, a parte che anche dieci o vent’anni fa la cosa non era poi così semplice, non è colpa degli scrittori se adesso gli aspiranti scrittori si sono moltiplicati.<br />
Un fenomeno secondario abbastanza interessante, a latere, è lo sviluppo delle agenzie letterarie, che in Italia stanno avendo una vera fioritura, e che dovrebbero coprire proprio questa zona grigia fra la scrittura e la ricerca di uno sbocco, o almeno di un interessamento. Le agenzie letterarie lavorano spesso in parallelo con le scuole di scrittura, sono complementari.<br />
La realtà di oggi è questa, e non ci si può fare nulla, anche se la nostalgia è più che lecita.</p>
<p>Saluti a tutti e scusate la lunghezza.</p>
<p>PS. A un commentatore che ha lasciato due post al pezzo di Veronesi, solo perché credo che il tema sia di interesse generale:<br />
Caro Capote, non fare mai (cioè: fallo sempre, quando vuoi; sei libero!) quel tipo di critica. Tu prendi un&#8217;argomentazione di Ferrazzi e, senza entrare nel merito, citi due frasi estrapolate da suoi testi narrativi, per screditarlo. Questo è il metodo Berlusconi, no?<br />
&#8220;Ma che parlate a fare voi, che siete comunisti?&#8221;<br />
Sì, ma la spesa pubblica&#8230;<br />
&#8220;Comunisti!&#8221;<br />
Eh, ma la scuola, le tasse, la guerra in Iraq&#8230;<br />
&#8220;Comunisti! Comunisti!&#8221;<br />
La sanit&#8230;<br />
“Siete comuniiiisti!”.<br />
Ma, a parte la non pertinenza (in termini seri: Veronesi è ovviamente uno scrittore più bravo di Ferrazzi, ma può darsi benissimo che Ferrazzi, o Mastingarli, o Straparlanti sullo specifico abbiano ragione e Veronesi no), quel sistema di prendere pezzi di frase e usarli per mettere in ridicolo chi li ha scritti è proprio cattiva critica. Così si può prendere per il culo chiunque, da Dante in giù. Non ci vuole proprio niente. Si può prendere per il culo perfino Truman Capote, quello vero.<br />
Giuro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/03/16/sommessamente-sulle-scuole-di-scrittura/">Sommessamente, sulle scuole di scrittura</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>On advertising #2</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/on-advertising-2/</link>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2003 23:56:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong> Raul Montanari</strong></p>
<p>Esistono quattro categorie di pubblicitari:</p>
<p><strong>1.</strong> Quelli che sono più o meno <strong>soddisfatti del mestiere che fanno</strong>, e non ci trovano nulla di particolare, né nel bene né nel male.</p>
<p><strong>2.</strong> Quelli che hanno un <strong>atteggiamento problematico</strong> verso il mestiere che fanno, si sentono in contraddizione con le proprie idee politiche, con la propria visione del mondo, e cercano soluzioni e compromessi intelligenti per ridurre queste dissonanze.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/on-advertising-2/">On advertising #2</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Raul Montanari</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/OnAd2.jpg" alt="OnAd2.jpg" align="left" border="0" height="210" hspace="4" vspace="2" width="280" />Esistono quattro categorie di pubblicitari:</p>
<p><strong>1.</strong> Quelli che sono più o meno <strong>soddisfatti del mestiere che fanno</strong>, e non ci trovano nulla di particolare, né nel bene né nel male.</p>
<p><strong>2.</strong> Quelli che hanno un <strong>atteggiamento problematico</strong> verso il mestiere che fanno, si sentono in contraddizione con le proprie idee politiche, con la propria visione del mondo, e cercano soluzioni e compromessi intelligenti per ridurre queste dissonanze.</p>
<p><strong>3.</strong> Quelli che guardano il mondo degli artisti e dicono: noi siamo come voi! <strong>Siamo artisti anche noi</strong>!</p>
<p><strong>4.</strong> Quelli che guardano il mondo degli artisti e dicono: voi siete come noi! Attenti a non darci delle merde, perché allora <strong>siete merde tali e quali a noi</strong>!</p>
<p>Spero davvero che i pubblicitari che leggono queste mie considerazioni non si risentano con me: sono stato molto più generoso – più realistico, semplicemente – di <strong>Elio Paoloni</strong> e del suo sconcertante pezzo “<strong>I nemici della pubblicità</strong>”.<br />
<span id="more-206"></span><br />
Lui classifica i “nemici della pubblicità” in quattro tipologie di imbecilli o di coglioni, che vanno dagli “<strong>imperdonabili</strong>” professori di liceo (“professorini dal mouse rosso”; meglio rosso che nero, direi, ma non è questo il punto), ai “<strong>pentiti</strong>” (“pubblicitari spretati, apostati, veri terroristi”: qualcuno, magari l’amico Mozzi, dovrebbe avvertire il pubblicitario Paoloni, che dovrebbe essere esperto nell’interpretazione e nella manipolazione dei segni, di lasciare perdere i terroristi, di questi tempi), agli “<strong>scrittori</strong>” (“quelli che inarcano signorilmente una narice”, ecc.) ai “<strong>puri</strong>” (i più imbecilli e generici di tutti: categoria trasversale che include “falsi e veri verdi, Jovanotti e attempati signori” e si sublima nel “sor Cecioni che vorrebbe godersi i filmazzi aggratis senza fastidiose interruzioni, e Mamma Cecioni che scarica sugli art director la responsabilità della diseducazione di su fijo”. Chissà perché questi idioti sono romani, e chissà perché i film che vedono sono filmazzi; ma, ancora una volta, non è questo il punto).</p>
<p>Nelle mie categorie ci sono: persone degne del massimo rispetto (1); altre degne di rispetto e interesse (2, fra cui molti che ho piacere di chiamare amici); altre con le idee confuse (3); altre decisamente idiote e grossolanamente semplificatrici (4). Paoloni è libero di cercarsi quella in cui si riconosce e di accomodarvisi; lui questa libertà agli altri non la lascia: <strong>o imbecilli o pubblivori</strong>.</p>
<p><strong>Di cosa stiamo parlando? </strong></p>
<p><strong>1. </strong> Alla fine del ‘700 avviene in Inghilterra la cosiddetta <strong>rivoluzione industriale</strong>: nasce la fabbrica moderna, creata intorno a una razionalizzazione del processo di produzione. Il processo viene frammentato. Marx ha analizzato a fondo la differenza fra l’artigiano che realizza da sé la sua opera, esprimendo in essa la propria creatività e magari poi magnificandola con “stridule cantilene” (Paoloni, riferito a scene da mercato di strada) e l’operaio che esegue un compito applicandosi solo a un segmento di un processo produttivo il cui insieme gli è negato. <strong>Edoardo Brioschi</strong>, forse il massimo storico e teorico italiano della pubblicità, parla per questo periodo di “fase pionieristica” della pubblicità stessa. Iniziative disordinate, spesso stravaganti, sempre ingenue, al servizio di prodotti che hanno appena cominciato a emanciparsi (purtroppo?) dalla dimensione artigianale.</p>
<p><strong>2. </strong> Alla fine dell’800 si avvia quella che molti autori chiamano <strong>rivoluzione commerciale</strong>. La sovrapproduzione diventa il problema numero uno: provocata proprio dalla grande efficienza raggiunta (nonostante la meccanizzazione massiccia e la robottizzazione siano ancora lontane) dai procedimenti produttivi, comporta la necessità di trovare sbocchi sia su mercati esterni (colonialismo economico e non solo) sia su quelli interni. Si comincia a potenziare il settore che nelle imprese si occupa della <strong>commercializzazione</strong> dei prodotti, fino a quel momento subordinato ai settori produttivi in senso stretto. Siamo ancora nella fase che Brioschi chiama “réclame”. L’azienda non è ancora orientata al mercato; è orientata a vendere il proprio prodotto, sperando di trovare un mercato recettivo.</p>
<p><strong>3. </strong> In un periodo che per comodità possiamo situare a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, viene teorizzato il <strong>marketing</strong>. Non più iniziative confuse di comunicazione al servizio di un prodotto dato per scontato, ma un processo estremamente logico, che parte dall’individuare un’opportunità di mercato (es.: palle da tennis, perché il tennis si sta diffondendo come sport), la confronta con le risorse interne dell’azienda (es.: mi chiamo Pirelli, tratto la gomma per un altro tipo di prodotto, i pneumatici; ho le competenze per fare anche le palle da tennis, che sono di gomma), elabora il prodotto e lo commercializza agendo su quelle che vengono chiamate “<strong>leve di marketing</strong>”: per vendere bene il mio prodotto posso rendere efficiente la sua distribuzione, posso tenere un prezzo competitivo, posso avviare iniziative promozionali (es: concorsi a premi per i consumatori, ecc.), posso fare della comunicazione, principalmente in tre forme: “publicity” (faccio parlare del prodotto i media, attraverso i loro redazionali, la creazione di eventi, l’attività di PR, e così via); sponsorizzazione (intervengo come marchio in occasione di manifestazioni che possono essere legate direttamente al prodotto, come i tornei di tennis – si parla di “sponsorizzazione tecnica” – o essere slegate, come i calendari con le modelle nude che con la gomma non c’entrano nulla – sponsorizzazione non tecnica); advertising, cioè pubblicità: comunicazioni pagate che parlano direttamente del prodotto e invitano all’acquisto.</p>
<p>E’ di questo che parliamo ora: <strong>comunicazione commerciale pagata, all’interno del sistema di marketing</strong>. Lasciamo quindi serenamente da parte sia le iscrizioni non funerarie dell’antichità classica (Paoloni) sia il “venditore ambulante contro il quale non si può nemmeno usare il telecomando” (Paoloni), e lasciamo stare lo scrittore che deve vendere i suoi libri, anche se questo è un discorso interessante che affronteremo meglio più avanti.</p>
<p>Lo scopo di questa <strong>comunicazione persuasoria</strong> (cioè per sua natura non al servizio della verità ma del convincimento, come assodato da Platone in giù, indipendentemente dalla correttezza di base del messaggio) è indurre a un comportamento d’acquisto; più esattamente, mentre altre leve agiscono semplicemente su calcoli utilitaristici, la funzione della pubblicità è quella di <strong>diffondere una ideologia di consumo</strong>. Se compro un prodotto perché costa meno di un altro, la mia immagine di me stesso e del mondo non ne esce per niente modificata. Se lo compro perché, più o meno consapevolmente, su di me agisce l’idea che <strong>avere</strong> quell’oggetto di consumo comporta un cambiamento benefico del mio <strong>essere</strong>, è evidente che il fenomeno agisce molto più in profondità.</p>
<p>Come dice in “On Advertising #1” il personaggio di Paleologo (che rientra evidentemente nella categoria dei pubblicitari problematici), esiste un <strong>messaggio globale</strong> spinto da tutta la comunicazione pubblicitaria nel suo insieme; un messaggio di natura positiva, euforizzante, che dice: “<strong>Fidati. La vita è bella. Vale la pena di spendere per renderla ancora più bella. Compra il prodotto e stai allegro</strong>”. Contro questo messaggio globale, perfettamente al servizio del processo di marketing, non valgono le difese che il consumatore o il target (ci chiamano così: consumatori, bersagli) può mettere in atto contro un singolo messaggio pubblicitario, dicendo per esempio: no, io quella cosa lì non la compro, io non ci credo, è meglio quell’altra. Quello che conta, e che fa felici i governi liberisti e gli istituti di ricerca di marketing, è che l’alternativa a un consumo sia un altro consumo, che il messaggio globale passi, e <strong>trasformi i cittadini in consumatori</strong>, incerti fra alternative che sono tutte alternative di consumo, e che rimandano tutte a una visione ottimistica della vita.</p>
<p>Non entro nemmeno in discorsi specifici, come <strong>l’influenza pervasiva e violentissima degli inserzionisti pubblicitari nella libertà d’azione dei media</strong>. Vi parrà strano, ma tutto sommato considero questi fenomeni “accidentali” rispetto al nocciolo del ragionamento. Anche se questo tipo di influenza non si esercitasse, anche se il rapporto fra i giornali, le tv, le radio e gli inserzionisti pubblicitari fossero limpidi e corretti, rimarrebbe un dato strutturale: <strong>la comunicazione pubblicitaria è per suo statuto al servizio di un’ideologia di consumo</strong>, è una leva di quel processo, il marketing, che ha disumanizzato definitivamente il rapporto fra produzione e consumo, proprio nel momento in cui lo ha perfettamente razionalizzato. Tutte le volte che parliamo di smarrimento di valori, di edonismo coatto, di sostituzione dell’avere all’essere e delizie consimili, parliamo di questo. Tutte le volte che evochiamo il feticcio berlusconiano, parliamo di questo.</p>
<p><strong>I vecchi tempi</strong></p>
<p>I sociologi degli anni ’50-’70 insistevano sul notevole valore rappresentativo della pubblicità classica (quella che possiamo chiamare la prima fase dell’advertising). La pubblicità, si diceva, rappresenta realtà sociali; guarda la pubblicità di un paese o di un periodo storico e avrai il ritratto fedele di un popolo.</p>
<p>Questo luogo comune era giustificato almeno in parte, in Italia, in ambito televisivo, nella ben nota epoca di <strong>Carosello</strong>, prima dell’avvento degli spot di 60&#8243;, 30&#8243; e misure minori.</p>
<p>Qual era la logica di Carosello? Una logica curiosamente più simile a quella della sponsorizzazione che dell’advertising.</p>
<p>Su una <strong>misura di tempo lunghissima</strong> si innestava uno spazio narrativo, che non aveva l’obbligo di trattare direttamente le virtù del prodotto, e nemmeno, in realtà, di evocare quello che Paoloni definisce stile di vita, attraverso la ricreazione del cosiddetto “mondo del prodotto”. Si raccontava una storia, si mostrava un cartone animato, una scena domestica, uno sketch umoristico, e solo nell’ultima parte dello spot, severamente quantificata in pochi secondi, si poteva parlare direttamente del prodotto. Si poteva, dico: infatti era proprio la concessionaria nazionale della pubblicità sulla RAI a stabilire, con una certa variazione negli anni, qual era lo spazio che era lecito dedicare al prodotto. Il resto era considerato qualcosa di non direttamente legato alla comunicazione persuasoria commerciale: un <strong>intrattenimento neutro</strong> offerto al pubblico televisivo.</p>
<p>L’effetto di queste regolamentazioni era duplice. Da un canto il legame fra la storiella, il cartone animato e il momento in cui doveva entrare in scena il prodotto era spesso labilissimo, a volte decisamente comico proprio per la sua totale gratuità (“Anch’io ho commesso un errore: non ho usato la brillantina Linetti!”).</p>
<p>Dall’altro, lo spazio garantito dalle regole della RAI e pagato (ripeto: in un certo senso “sponsorizzato”) dall’azienda diventava facilmente uno spazio narrativo, in cui potevano entrare situazioni, caratteri, atmosfere che proponevano allo spettatore uno stimolo di <strong>identificazione</strong>. Al di là di nostalgie personali e abbastanza inutilizzabili come argomento serio (e in questo sono senz’altro d’accordo con Paoloni), questa è la vera differenza fra la pubblicità di Carosello e il vero e proprio advertising realizzato dalle misure brevi. Qui non sono possibili divagazioni eccessive, non ci sono spazi garantiti: la comunicazione diventa molto più scientifica, il rapporto fra il prodotto e gli elementi narrativi impiegati per parlarne si fa molto più stretto, e si organizza nei cosiddetti <strong>format</strong>, le tipologie di spot. Abbiamo ad esempio il “Mondo del prodotto”, che è forse il più usato, e al quale è delegato di rappresentare il prodotto collocato all’interno di una ricostruzione d’ambiente coerente, dal primo all’ultimo secondo, con la promessa che il prodotto stesso fa al suo futuro consumatore.</p>
<p>Come funziona questa associazione? Attraverso quello che tutti abbiamo sotto gli occhi in continuazione, e che Eco, riprendendo una vecchia definizione logico-retorica, definisce <strong>entimema</strong>. L’entimema è un sillogismo “sbagliato”. Se in quasi TUTTE le comunicazioni pubblicitarie di automobili o di superalcolici vedo comparire modelle molto attraenti, l’entimema, il sillogismo sbagliato, è: Tutti coloro che hanno questo tipo di auto o bevono questo tipo di liquori hanno a che fare o entrano in contatto con donne belle; tu, consumatore, acquista questo prodotto ed entrerai in una dimensione esistenziale che ti porrà in contatto con queste attraenti creature. Un procedimento retorico rozzo? Può darsi. Ma funziona. E che funzioni lo dimostra l’inflazione spaventosa di quello che la pubblicità classica, tanto disprezzata da Paoloni, chiamava “<strong>uso non pertinente del richiamo sessuale</strong>”.</p>
<p>Qual è il vero fondamento di questo procedimento retorico? E’ la sostituzione (che è avvenuta gradualmente nel tempo) del meccanismo dell’<strong>identificazione</strong> (guarda quello lì, è come sono io) con quello della <strong>proiezione</strong> (guarda quello lì, è come vorrei essere io).</p>
<p>Vi faccio un esempio molto semplice, riferendomi alla pubblicità di prodotti molto diffusi: quelli per la pulizia dei pavimenti.</p>
<p>Fino alla metà circa degli anni ’80, fra i tecnici della comunicazione commerciale (scusate: i pubblicitari) vigeva ancora, fra altre regole pratiche del mestiere, il tabù di mostrare massaie troppo sexy; e soprattutto quello (molto più sottile) di sostenere che il prodotto – lavastoviglie, detersivo ecc. – avrebbe consentito un risparmio di tempo, avrebbe alleviato la fatica della massaia stessa. Il tabù si basava su una forte idea di identificazione, per cui la media donna di casa italica avrebbe rifiutato anzitutto, molto ragionevolmente, una propria rappresentazione troppo attraente (“Una donna molto bella non ha certo bisogno di lavorare in casa; figurati se quella lì scopa per terra! Avrà scopato l’uomo giusto, e adesso ha un esercito di domestiche!”); in secondo luogo, in un’ottica cattolicheggiante di lavoro inteso come <em>labor</em> e non come <em>opera</em> (fatica espiatoria e non produzione gratificante), avrebbe sentito sminuito il proprio ruolo nel vedersi proporre mezzi per facilitarlo e farle guadagnare tempo libero (“Da riempire come, poi? Facendo cosa? Quando torna a casa mio marito, reduce dalle otto ore di fabbrica o di ufficio, cosa gli dico? Che ho fatto tutto in tre minuti e poi sono stata stravaccata sul divano?”).</p>
<p><strong>Negli anni ’90, una visione erotocentrica e ultraedonistica prende completamente il sopravvento rispetto alle ipotesi di rappresentatività sociologica</strong>. Vediamo negli spot pezzi di gnocca micidiali maneggiare scope e detersivi, e riuscire nel doppio intento di fare personalmente i lavori domestici ma farli nel tempo complessivo di due minuti e trenta secondi, per potersi dedicare ad attività relazionali già presagite da minigonne e tacchi a spillo.</p>
<p>Il principio dell’identificazione viene sostituito da quello della proiezione: non ritrovo in quello che vedo me stesso e la mia vita, ma proietto su quello che vedo la mia immagine idealizzata, anelante, disperata, onirica di me stesso e della mia vita come vorrei che fossero. <strong>Lo schermo diventa sempre meno specchio, e sempre più, appunto, schermo, velo</strong> che nasconde il mondo vero; il mondo vero sta dietro, sopra, sotto, davanti, sempre meno dentro lo schermo.</p>
<p>Il mondo che lì viene rappresentato si colora di una crescente irrealtà. E’ <strong>un mondo eufemistico</strong>, in cui gli elementi più scabrosi e ruvidi della vita vengono addomesticati e disinnescati. La merda diventa formichine marrone che giocano con robustissima carta igienica. Il sesso sta dappertutto, ma non assomiglia nemmeno alla lontana al sesso vero, con i suoi odori, i suoi liquidi, la sua potenza. <strong>La morte non esiste</strong>: perfino per rappresentare la morte di una zanzara (di una zanzara!) si ricorre al cartone animato, che rimanda all’immortalità circolare dei suoi personaggi classici (il Coyote cadrà eternamente nell’abisso senza farsi male, Paperone non morirà mai, nemmeno se salta per aria il deposito). E’ un mondo in cui sono tutti belli. Se per caso una donna non è bella e fa l’amore con un uomo (incredibile! Non sono forse solo i giovani e i belli a poter fare l’amore?), lo spermatozoo dell’uomo, schifato, scappa dal letto e corre in strada, per infilarsi sotto la gonna della solita modella.</p>
<p>Spero che nessuno vorrà contrapporre a questo tipo di analisi comunicazioni come quelle della vecchia <strong>Pubblicità Progresso</strong> e delle sue più recenti versioni. Quelle comunicazioni occupano lo spazio della pubblicità e usano le sue tecniche, ma non sono comunicazioni persuasorie <strong>commerciali</strong>. Infatti, ecco che in questi cantucci sparuti si aprono orizzonti inaspettati di comprensione del mondo: ecco la morte, ecco il dolore.</p>
<p>Spero anche che nessuno tirerà in ballo le famose campagne shock di Toscani per Benetton, dove la morte e l’orrore vengono freddamente strumentalizzati per creare “publicity”, ossia per suscitare discussioni, pubblico ripudio, accaloramenti apologetici. E in ogni caso, fra Benetton e campagne umanitarie, stiamo sempre parlando dello 0,001% della massa della comunicazione pubblicitaria che ci passa sotto gli occhi ogni giorno.</p>
<p><strong>La pubblicità è arte? </strong></p>
<p>La pubblicità lavora sul linguaggio. E’ un insieme di tecniche al servizio di una finalità persuasoria e commerciale. <strong>Spesso queste tecniche sono all’avanguardia</strong>, specialmente negli audiovisivi: i budget messi a disposizione permettono di sperimentare, di creare soluzioni inedite. Questo è assolutamente vero, e sarebbe sciocco dire che la pubblicità non fa che copiare dai film, dai libri, dai fumetti. Copia molto (così come libri, film e fumetti spesso si copiano fra loro), ma l’esigenza di una <strong>grandissima concentrazione espressiva</strong> (che libri, film e fumetti di solito non hanno) porta a sintesi efficaci e sorprendenti.</p>
<p>Credo che siamo tutti abbastanza d’accordo sul fatto che Stanley Kubrick è stato uno dei più grandi e dei più puri artisti audiovisivi del ’900. Ebbene, nel famoso libro-intervista dedicatogli da Michel Ciment, Kubrick esprime la più alta considerazione per la tecnica dello spot pubblicitario, per le soluzioni ingegnose date al problema di creare una comunicazione sensata, compatta, pungente in soli 30&#8243;.</p>
<p>Ora, Paleologo dice che l’arte è un’altra cosa, e io naturalmente sono d’accordo con lui. L’arte non è solo tecnica; aggiungerei, spingendomi un po’ più in là, che <strong>l’arte non è solo creazione di bellezza</strong>. Ci sarebbe da discutere tre secoli su cosa sia bello e cosa no, ma per il mio gusto esistono comunicazioni commerciali belle.</p>
<p>Credo ad esempio che tutti abbiamo una certa inclinazione per l’uso dello humour in pubblicità, in particolare per una certa tradizione anglosassone che coniuga humour, understatement ed economia di mezzi. Quasi vent’anni fa mi è capitato di vedere uno spot mai trasmesso in Italia, che era stato premiato in un festival. C’è un campeggio. Sotto il tendone della zona bagno, tre uomini si accingono a farsi la barba. Il primo bestemmia, impreca, si agita: ha portato un rasoio elettrico che funziona solo con la presa, e lì prese elettriche non ce ne sono. Il secondo ride, si scompiscia, lo prende in giro: lui si sta insaponando, userà il rasoio tradizionale, non ha problemi. Il terzo sorride e comincia a preparare il proprio rasoio a batterie, il prodotto pubblicizzato. Nell’ultima sequenza dello spot il secondo uomo, ancora scosso da sussulti di riso, apre il rubinetto. L’acqua non scende. Mentre la sua espressione si muta gradualmente da divertita a perplessa, l’uomo comincia a picchiare con il manico del rasoio sul rubinetto, ma non c’è niente da fare: l’acqua non scende. Il terzo comincia a farsi la barba.<br />
Semplice e geniale.<br />
Forse più geniale di interi film, come alcune headline o slogan pubblicitari sono stati, sono e saranno più geniali di interi romanzi. E’ stato un pubblicitario a dire che un romanzo, in fondo, non è che una headline (titolo) con un body (corpo del messaggio) molto lungo, e Paoloni riprende volentieri questa linea di metafora.</p>
<p>Ma <strong>fra una comunicazione che nasce al servizio di un prodotto</strong>, che ha per fine un comportamento di consumo e che passa attraverso il vaglio spesso gretto dei responsabili di marketing di un’azienda committente da una parte; <strong>e una espressione di linguaggio</strong> (alfabetico, sonoro, audiovisivo) <strong>che nasce come puro atto di libertà, di impossessamento del mondo</strong>, di creazione autonoma, c’è una differenza fondamentale.</p>
<p>Certo che anche l’artista ha i suoi limiti! Il mio editore può dirmi, poniamo, che uso un linguaggio troppo ostico per avere un pubblico ampio; io posso rispondere che non m’importa, posso cambiare editore, posso convincere il mio interlocutore che vale comunque la pena di pubblicare il mio libro, posso invece dargli ragione e rielaborare il mio testo narrativo. Ma queste sono tutte operazioni a posteriori. <strong>Il mio romanzo non nasce come uno spot, nemmeno a me stesso</strong>.</p>
<p>Garanzia simbolica di questo è che <strong>io firmo il mio romanzo</strong>. Si dirà: “Che brutto il romanzo di Montanari! Che bella la pubblicità radiofonica della Peugeot!”. Purtroppo per la mia carissima amica Valentina Maran, che ha fatto una serie di splendide e geniali pubblicità radiofoniche per la Peugeot, il suo nome non verrà citato se non fra i pubblicitari suoi colleghi, se non in occasione dei premi strameritati che l’Art Director’s Club le ha più volte assegnato: correttamente, il vero “autore” dello spot viene considerato il cliente, il committente, l’azienda, e come tale lo spot viene firmato e ricordato dal consumatore. Naturalmente negli angolini dei paginoni di giornale appaiono in piccolo scritte come “TBWA”, “JWThompson”; sono i nomi delle agenzie. Ma chi li legge, se non i pubblicitari?</p>
<p>Engels diceva che la quantità si converte in qualità. Forse l’artista puro al 100% non esiste, o non esiste più; ma la percentuale che rimane, per quanto in qualche caso striminzita, basta a distinguere l’artista dal non artista. Al di là delle esagerazioni di Paoloni, è vero che molti scrittori si spendono per promuovere (non pubblicizzare, Paoloni: promuovere) i loro libri. Cerco di essere più concessivo che posso: molti scrittori scrivono per avere successo, molti scrittori targettizzano il loro lettore ideale, modificano in partenza la propria vocazione espressiva modellandola sul destinatario interno (sell in: editore) ed esterno (sell out: critica e pubblico). Rimane un dato di fatto: che nella massa, nella quantità di operazioni mentali, di libera mobilitazione spirituale, di messa in movimento di energia creativa che un artista fa, <strong>la percentuale di “impurità” sarà sempre infinitamente, incommensurabilmente inferiore</strong> a quella di un tecnico della comunicazione che si mette per statuto e per contratto, fin da subito, al servizio di un prodotto commerciale, e che è costretto ad accettare tutte le strettoie, le imposizioni, spesso le ottusità del suo cliente. <strong>La quantità è qualità, è differenza fra arte e non arte</strong>.</p>
<p>Paoloni, di quante battaglie è stato testimone, lei, fra i creativi e gli account di un’agenzia? Fra l’agenzia che difendeva le sue proposte linguisticamente più affascinanti e il cliente che sceglieva immancabilmente quelle terra terra, quelle che assomigliavano ad altre che piacevano a lui, quelle che parlavano del prodotto, del prodotto, del prodotto? Battaglie nobili in difesa della creatività, con le quali simpatizzo in toto! Ma <strong>battaglie combattute su un terreno malsicuro</strong> proprio perché minato in partenza dal ruolo decisivo del committente; perché la genialità e la creatività non sono, automaticamente, attestati di artisticità. L’arte è un’altra faccenda, altrimenti chiamiamola con un altro nome.</p>
<p>Il punto di partenza del pubblicitario, anche del più ingegnoso, è profondamente diverso da quello di uno scrittore, diciamo pure uno scrittorucolo, che si presenta a un editore e gli dice: “A me il mondo mi fa schifo e qui ciò un romanzo dove lo dico; me lo pubblica? Ah, devo cambiare di qui? Ah, devo cambiare di là? Be’, vaffanculo, vado da un altro”.</p>
<p><strong>POSTILLE</strong></p>
<p><strong>1.</strong> Niente in quello che ho scritto deve essere inteso come offensivo verso i pubblicitari. A me i pubblicitari, le persone che lavorano in pubblicità, non hanno fatto niente. I pubblicitari fanno il loro lavoro. Intelligenza e imbecillità, onestà e disonestà sono rappresentate fra loro in misura equivalente a quella riscontrabile in altre categorie, e direi anzi che, nel campione che è venuto in contatto con me, l’intelligenza e l’onestà prevalgono. Amo alcuni di loro; potrei fare molti nomi, ma quello che ho citato sopra è già rappresentativo. Io parlo della pubblicità, non dei pubblicitari. Il problema è il marketing, è l’essere la pubblicità uno strumento persuasorio (e lasciamo perdere la persuasione “occulta”, quella era una fregnaccia – anche qui sono d’accordo con Elio Paoloni) al servizio di un’ideologia di consumo. <strong>Massimo rispetto per i pubblicitari, ma perché dovrei rispettare il marketing? </strong></p>
<p><strong>2. </strong> Non so se lo avete notato, ma nella brevissima e un po’ vergognosa sintesi storica fatta sopra ci sono due momenti in cui il mondo dell’industria e del commercio compie delle razionalizzazioni, a loro modo (pure queste!) geniali.<br />
Uno è la segmentazione della produzione.<br />
L’altro è la rivoluzione copernicana per cui la produzione stessa diventa semplicemente un anello della catena del processo di marketing.</p>
<p>Be’, è strano, ma entrambi questi momenti comportano un <strong>aumento dell’alienazione</strong>. L’alienazione dell’operaio dal prodotto del suo lavoro; l’alienazione del soggetto, del cittadino, come lo volete chiamare, che diventa consumatore; l’alienazione dell’azienda stessa dalla sua vocazione iniziale (nel marketing in teoria non esiste che il presidente di un’azienda si affezioni ai suoi tondini di ferro, voglia produrre per tutta la vita i tondini di ferro perché suo padre e suo nonno facevano così: se il mercato non offre più opportunità, bisognerà produrre tondini di plastica; oppure lavorare il ferro, ma in un altro modo).</p>
<p><strong>3. </strong> Io non ho qualcosa di personale da opporre al marketing e alla sua logica. L’hanno fatto altri.<br />
Si parla di consumi alternativi, di vigilanza, di eticità, di naderismo.<br />
Ognuno può scegliere la sua strada, anche se il nostro ineffabile presidente del Consiglio esorta tutti a comprare per il bene del paese. Anche se da un po’ di tempo sono apparsi sulle reti televisivi grotteschi spot in cui chi fa acquisti viene ringraziato per la strada dagli altri cittadini.</p>
<p>Questi spot erano firmati dall’<strong>UPA</strong>, e naturalmente nessuno sapeva cosa fosse l’UPA (Unione Partigiani Altoatesini? Upanishad Party Assinboin? Utilitarie Parcheggiate Autonomamente?). L’acronimo significa <strong>Utenti Pubblicitari Associati</strong>, è l’associazione delle principali aziende che investono in pubblicità. Si vergognavano un po’ a scriverlo, o più esattamente lo consideravano un problema di comunicazione. Hanno lasciato una sigla che ai non addetti ai lavori non diceva proprio niente.</p>
<p><strong>4. </strong> Il brano di “On Advertising #1” è uscito per la prima volta in un romanzo pubblicato nel 1991. La rivista di advertising “Pubblico” fu così spiritosa da riportarlo integralmente nell’ultima pagina di un suo numero, intitolando: “Noi, creativi da marciapiede”. Era spirito intelligente, problematico e vero: telefonai per ringraziare dell’attenzione, e il direttore della rivista mi propose di collaborare con loro, cosa che non feci solo perché avevo altri impegni.</p>
<p>______________________________________________________</p>
<p><em>Per inserire commenti vai a &#8220;Archivi per mese &#8211; Novembre 2003&#8243;</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/on-advertising-2/">On advertising #2</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>On advertising #1</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/on-advertising-1/</link>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2003 22:42:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p></p>
<p>Da <strong>Il buio divora la strada</strong>, il romanzo di Raul Montanari pubblicato da Baldini&#38;Castoldi nel 2002, riprendo alcune pagine che mi colpirono molto quando le lessi la prima volta, e che mi sembrano rilanciare la discussione sulla pubblicità avviata da <strong>Elio Paoloni</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/on-advertising-1/">On advertising #1</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/birr.jpg" alt="birr.jpg" align="left" border="0" height="240" hspace="4" vspace="2" width="171" /></p>
<p>Da <strong>Il buio divora la strada</strong>, il romanzo di Raul Montanari pubblicato da Baldini&amp;Castoldi nel 2002, riprendo alcune pagine che mi colpirono molto quando le lessi la prima volta, e che mi sembrano rilanciare la discussione sulla pubblicità avviata da <strong>Elio Paoloni</strong>. (T.S.)<br />
_________________________________________________________</p>
<p>“Che ne sai tu del lavoro che faccio?” replicò Paleologo, freddamente.<br />
“Be’… io non so di preciso qual è la sua mansione. Però ve-do che lei è una persona importante qui dentro. Lei è un pubblicitario, e…”<br />
“E cosa ci vedi di tanto interessante nella pubblicità?”<br />
Alex non ne poteva già più.<br />
“Ma tutto, no?, tutto quello che dicono, che è il mestiere più di moda, che è creativa, è la nuova arte, tutto questo!”<br />
<span id="more-205"></span><br />
Accompagnò le parole con un gesto circolare. L’intenzione era di alludere a tutte le meraviglie immaginabili, invece finì per indicare le foto porno. Non aveva fatto apposta ma la cosa gli venne così bene che risero tutti e due, e per la prima volta gli sembrò che qualcosa si fosse stabilito fra loro.<br />
“Sai” disse Paleologo con la sua voce sporca, “in un certo senso hai ragione. Venendo qui hai incontrato qualcuna delle ragazze dell’agenzia?”<br />
“Sì, tre o quattro.”<br />
“Hai notato come si vestono, vero?”<br />
“È un po’ difficile non notarle.”<br />
<em>La centralinista zoppa non rientra nel discorso, evidentemente</em>.<br />
“Bene, mi dovrei vestire anch’io in quel modo.”<br />
“Perché?” chiese Alex.<br />
“Fanno benissimo a vestirsi come delle puttane, perché lo sono. E io dovrei fare lo stesso, perché sono peggio di loro.”<br />
Lo sguardo di Alex tornò a posarsi sulle fotografie incollate alle pareti, ma Paleologo fece un gesto come per dire no.<br />
“Facciamo due battute di dialogo socratico, ti va? Dunque, Alex, cosa fa una puttana?”<br />
“Be’…” mormorò lui, abbandonandosi di nuovo contro lo schienale della poltroncina. “Si offre. Vende il suo corpo.”<br />
“Perfetto. E io cosa vendo?”<br />
Alex rimase in silenzio. Sollevò una mano e la mosse nell’aria.<br />
“Vendo la creatività, Alex” rispose l’altro per lui, in tono lugubre. “E sai cos’è la creatività? Già, scusami, il dialogo socratico non si fa in questo modo, se no sembra l’esame di maturità. Tu dovresti poter rispondere solo sì o no, giusto? Allora, Alex, la creatività è l’energia più intensa, più nobile, che un uomo possa esprimere. Che ne dici?”<br />
“Mah… in linea di massima…”<br />
“Specifichiamo allora. E’ un uso della fantasia, cioè anche della memoria, dell’intelligenza, di tutto te stesso, applicato alla produzione di qualcosa, al far sal-tare fuori qualcosa che prima non c’era.”<br />
“Così mi sembra perfetto.”<br />
“Grazie! Dunque, un artista cosa fa della sua creatività? La esprime liberamente o no?”<br />
“Direi di sì.”<br />
“Ecco, andiamoci piano, Alex. Naturalmente un artista è pieno di limitazioni… il pubblico, l’editore, non so, il produttore, il mercante d’arte e quel diavolo che vuoi. Comunque, anche ammettendo che neppure l’artista sia libero al cento per cento possiamo dire che è libero, se non altro, di crearsi da sé i suoi vincoli o di non crearseli, no?”<br />
“D’accordo” disse Alex.<br />
<em>Forza. Arriviamo al dunque</em>.<br />
“Bene, io questa libertà non ce l’ho.”<br />
E Paleologo tentennò la testa, come se avesse enunciato una verità devastante. La macchia compariva e spariva.<br />
“Ma io” disse Alex “vedo in giro delle pubblicità bellissime… sembrano dei piccoli film, anzi tante volte sono più belle dei film che interrompono. Proprio fantastiche, davvero!”<br />
“Ecco il solito errore” sogghignò Paleologo, picchiettandosi il mento con l’indice. “Lascia perdere se siano belle o no, che è tutta da vedere. Io sto parlando di libertà. Il regista di quel film di cui parli, quello interrotto dalle tue bellissime pubblicità, può anche aver fatto un film brutto, però nella sua opera può dire quello che vuole. Può dire io amo questo, io odio quello. Il mondo è stupendo, anzi no, ho cambiato idea, fa schifo! L’artista, qualsiasi artista, può dire: andate al diavolo e lasciatemi in pace. Viva Confucio, abbasso i Pink Floyd. Creperemo tutti come bestie. Carote venute dallo spazio hanno portato la vita sulla terra. Bisogna sterminare la razza bianca. Dio non esiste, oppure è cretino, o cattivo, o semplicemente distratto. Mi segui?”<br />
“Certo. Un artista può dire tutto, insomma. Magari però…”<br />
“Io, invece” lo interruppe l’altro “posso dire una cosa sola. Tutta la sterminata marea, la legione fittissima degli spot, delle fotografie, degli annunci radio, dei manifesti e mettici tu quello che ti viene in men-te, tutto questo, bada bene, dice una sola frase, che si può formulare così: ‘Il mondo è bello, la vita è una meraviglia, quindi compratevi il prodotto e state allegri!’.”<br />
“Solo questo?” fece Alex, poco convinto.<br />
“Solo questo. Oh, intendiamoci, lo si dice in molti modi, mettendoci un bel culo, un bel paio di gambe, un po’ di humour, una bella barca, un bel cielo azzurro, la moglie strafiga e la colf sexissima che tut-ti vorrebbero avere, il figlio ideale, non certo un mongolo o uno spastico, scusami la bassa retorica. Ma se io avessi intenzione di dire che il mondo è schifoso come le foto che prima ti incuriosivano tanto, che odio tutti e avrei voglia di farmi saltare il cervello, come faccio? Non ne ho modo.”<br />
“Nessuno comprerebbe il prodotto” suggerì Alex, incerto.<br />
“Vuoi scherzare? Una pubblicità del genere non arriverebbe al pubblico, non uscirebbe mai. Quello che l’ha commissionata all’agenzia la segherebbe subito, e avrebbe ragione. Perché non sarebbe pubblicità, sarebbe lo spurgo mentale di un idiota che ha sbagliato lavoro. Quindi, torniamo in circolo e chiudiamo la catena: la puttana cosa vende?”<br />
“Il corpo.”<br />
“Bene. Io cosa vendo?”<br />
“La creatività.”<br />
<em>Che ore saranno, dannazione?</em> Avrebbe voluto sbirciare l’orologio, ma l’altro gli teneva gli occhi addosso.<br />
“Ergo io sono peggio di una puttana, se ritieni che lo spirito conti più della carne, o almeno le sono pari, se non vuoi ammettere questa gerarchia.”<br />
Detto questo, Paleologo intrecciò le dita delle mani e le appoggiò sulla scrivania, guardandolo con amara soddisfazione. Dietro di lui, intorno alla sua testa, culi e cazzi apparivano in qualche modo stabili, assoluti.<br />
“Però” sfuggì ad Alex, quasi controvoglia “il discorso che lei fa, anche se è giusto, dovrebbe valere per tutti. Voglio dire, per tutti quelli che fanno un lavoro qualsiasi… operai, impiegati… Un lavoro che a loro non dà niente, mica gli permette di esprimersi. Anche loro si prostituiscono, per otto ore al giorno. E anche le casalinghe, e tutti gli altri.”<br />
“È molto diverso” replicò Paleologo. “Impegnano il loro tempo, e una certa quantità di energia. Non la loro creatività. Noi e le puttane siamo molto più coinvolti. Non lo capisci?”<br />
“Be’, non del tutto. Gli impiegati dove ce l’hanno, la creatività?”<br />
“Appunto: non l’hanno. Tornano a casa e guardano la televisione. Quello che hanno da esprimere lo tirano fuori nella partita a scopa, o nelle barzellette, o negli affetti familiari. Nella gara di pesca al laghetto, le battute coi figli. Sono come donne brutte, che non avrebbero neanche potuto darla via.”<br />
“Be’…”<br />
“Lo so, lo so, suona politicamente scorretto, vero? Chi se ne frega. In un’intervista o in un talk show starei bene attento a non dire una cosa del genere… mi massacrerebbero, garantito! Strillerebbero come galline, mi darebbero del razzista e peggio. Ma qui ci sei solo tu. Quello che dico è vero, lo sai tu, lo sanno loro, lo sappiamo tutti. Gli uomini non nascono uguali. Quelli come me una chance l’hanno avuta… non so da chi o perché. Privilegi sociali, forse. O genetici. Ma la chance l’hanno buttata via, vendendosi.”<br />
Alex si passò le mani sulla faccia per nascondere uno sbadiglio gigantesco. Da due giorni si preparava all’incontro con questo Paleologo, che avrebbe dovuto dirgli qualcosa di suo padre, e adesso di cosa stavano parlando? <em>Ma lui crede che me ne importi qualcosa di tutte queste menate?</em> Abbassò gli occhi e guardò l’orologio, senza fare complimenti. Ormai erano le sei e tre quarti.<br />
In quell’istante si sentì uno scatto secco. La luce si spense.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/on-advertising-1/">On advertising #1</a></p>
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		<title>Il problema Moresco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/10/12/il-problema-moresco/</link>
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		<pubDate>Sun, 12 Oct 2003 09:04:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>raul montanari</dc:creator>
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		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p></p>
<p>Questo non è un saggio, non è un articolo di critica letteraria, niente del genere. E’ una serie di osservazioni nate dall’incrocio fra due esperienze personali:</p>
<p>1. Ho finito in questi giorni di leggere <strong>Canti del Caos parte seconda</strong> di Antonio Moresco;</p>
<p>2.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/12/il-problema-moresco/">Il problema Moresco</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/hitchcock[1].jpe" alt="hitchcock[1].jpe" align="left" border="0" height="312" hspace="4" vspace="2" width="300" /></p>
<p>Questo non è un saggio, non è un articolo di critica letteraria, niente del genere. E’ una serie di osservazioni nate dall’incrocio fra due esperienze personali:</p>
<p>1. Ho finito in questi giorni di leggere <strong>Canti del Caos parte seconda</strong> di Antonio Moresco;</p>
<p>2. Sono stato e sono tuttora impegnato con altri, in parecchie colonne di commenti leggibili negli Archivi di questo sito, a fronteggiare le osservazioni (a volte semplicemente le prese di posizione immotivate, umorali, sprezzanti) di un certo numero di frequentatori di <strong>Nazione Indiana</strong>, che di Moresco non ne vogliono proprio sapere, che detestano Moresco, che considerano NI stranamente succube di Moresco, che si stupiscono (eufemismo) che <strong>Giuseppe Genna</strong>, nel suo <a href="http://www.miserabili.com/archives/004121.html">sito da poco aperto</a>, definisca Moresco “il più grande scrittore europeo”, ecc.<br />
<span id="more-152"></span><br />
A me pare che Moresco sia un autore che stimola una immediata separazione fra due aree di giudizio molto diverse fra loro. La prima è la critica letteraria vera e propria, la valutazione estetica dell’opera. La seconda è quella che potremmo chiamare, con molta approssimazione, psicologia della lettura, o semplicemente: registrazione dell’effetto di lettura.</p>
<p>Tutti gli articoli usciti finora su <strong>Canti del Caos parte seconda</strong> sono essenzialmente brani di critica letteraria. Che poi ad esempio la <a href="http://www.miserabili.com/archives/004121.html">recensione</a> di <strong>Giuseppe Genna</strong> sia fortemente motivata, e intrecciata, con una sua personale “reazione di lettura”, è cosa ovvia. La critica letteraria esiste anche come dato a sé stante, ma raramente è possibile vederla esprimersi nella sua nudità, nella sua purezza; assomiglia a molte cose che esistono, sì, ma non si presentano in natura allo stato puro. Il carbonio esiste, eccome, ma è impossibile osservarlo in natura; una recensione che si sforzi di essere obiettiva, neutrale, analitica, difficilmente riuscirà a prescindere fino in fondo dal gusto del recensore, dalle sue reazioni di pelle al testo. Fra l’altro, se ne prescindesse completamente sarebbe anche abbastanza noiosa.</p>
<p>Proviamo a fare un esercizio di deliberata separazione della valutazione estetica del testo rispetto a quello che si può intuire (e che viene confermato proprio dalle reazioni di alcuni frequentatori di NI, dando per buono che abbiano letto i <strong>Canti</strong> e non parlino a caso) della reazione del lettore. Di certe tipologie, non limitate ma diffuse, importanti, significative, di lettore.</p>
<p>Il libro di Moresco si presenta fin dal titolo con una componente “caotica”. Noi sappiamo che il caos è, per lunga e ampia tradizione transculturale, l’elemento di generazione dell’universo o del mondo: universo e mondo, o cosmo, sono appunto parole che segnalano un ordine che si stabilisce a partire da un disordine preesistente. Questa allusione del titolo è qui motivatissima: il romanzo di Moresco prende infatti l’aspetto di una narrazione che si costruisce a mano a mano che la lettura e (prima di lei) la scrittura vanno avanti. Non è una modalità narrativa nuova; sicuramente è, già questa, una modalità che ha molte probabilità di preselezionare severamente i lettori disposti a seguire l’autore in questo “farsi” della sua opera. Mi ricordo lo sconcerto che ebbi quando, da studente liceale, presi in mano, appena acquistato, <strong>Se una notte d’inverno un viaggiatore</strong> di <strong>Calvino</strong>, il primo romanzo in cui avessi mai trovato la rottura del patto ficzionale fra autore e lettore. La lettura di quel libro, e in particolare delle sue prime pagine, mi diede un senso di tensione, di fastidio, e questo nonostante la prosa cordiale, limpida e accattivante del suo autore. Figuriamoci l’effetto (è di effetti che stiamo parlando) che può fare Moresco, considerando gli elementi che aggiungeremo alla nostra piccola analisi.</p>
<p>Qual è, dentro questo caos che si fa ordine, la struttura narrativa portante del romanzo? C’è un’agenzia pubblicitaria che lavora a una campagna. Cliente: Dio. Scopo: vendere la Terra. Target: non si sa. Gli amanti della logica a questo punto prendono il libro e lo usano per pareggiare le gambe del tavolo. In che senso Dio può voler vendere la Terra? A chi? Se Dio è Dio, può vendere solo a sé stesso, solo per gioco. Cosa c’entra l’account, cosa c’entra il copy writer, in una simile vendita? Allora mi avete imbrogliato! Il caos non è circoscritto alle premesse narrative, ma include anche l’intreccio. Non solo, ma questo motivo di Dio che vende la Terra ha un che di ingenuo, di cheap, assomiglia molto a quei racconti che tutti abbiamo scritto al liceo, mettendo in scena eventi grandiosi e strutture simboliche micidiali con una povertà di mezzi, un approccio naïf, che rendeva il tutto imbarazzante.</p>
<p>Passiamo alla scrittura. Sì, saltiamo il discorso che si potrebbe fare sui personaggi, sulle sottostrutture narrative e altro; sapete perché? Perché stiamo cercando di fare una considerazione deliberatamente effettistica. L’effetto che un libro ha su un lettore si chiarisce subito, dalle prime pagine, ed è fatto, alla rinfusa, dalla combinazione genere-trama-impattodellapagina, ecc. Si può immaginare un romanzo di 800 pagine in cui ci sia una geniale, lentissima, gradualissima messa a fuoco della relazione fra i due personaggi principali, presentati uno a p. 123 e l’altro a p. 456; ma se il lettore è arrivato a p. 456, è lì perché gli piace com’è scritto il libro, si sente coinvolto dalla narrazione, sta provando fiducia, interesse e piacere.</p>
<p>Com’è la scrittura di Moresco? Vi dico subito l’effetto che fa su di me. Mi stanca da maledetti. Io ho parecchi dischi di <strong>John Coltrane</strong> (quello dell’ultima fase) e <strong>Cecil Taylor</strong> (quello della prima fase), ma ho molta difficoltà ad ascoltarli interamente, in un’unica sessione, dalla prima all’ultima nota. In un disco come il triplo <strong>Nuits de la Fondation Maeght</strong>, Cecil Taylor, il padre del pianoforte free, fa esattamente quello che fa Moresco: evita l’astuzia narrativa di intercalare il pieno e il vuoto. Fa tutto pieno. Riempie tutto. Asfissia senza darti nemmeno lo sfogo di una scansione ritmica percepibile (il famoso “swing” che dovrebbe essere in realtà il tratto distintivo del jazz), tanto che i fan di Taylor avevano teorizzato e praticato un certo movimento oscillante del busto, avanti e indietro, una specie di ritmo sovradeterminato, preimposto, per aumentare la resistenza al flusso sonoro e la possibilità di scaricare tensione. La musica e la scrittura ti prendono e ti schiacciano sul soffitto: sei in alto, certo, respiri un’aria nuova, certo, stai vivendo un’esperienza di fruizione totale (un aggettivo molto usato per Moresco, anche da <strong>Dario Voltolini</strong>) ma dopo un po’ a respirare fai anche fatica. Gradiresti parecchio un intermezzo melodico, una pianura nel grafico dell’attenzione. Quell’alternarsi armonioso fra forza e relax che pure si trova nella successione di movimenti veloci e lenti dei concerti e delle sinfonie, nell’intercalarsi di comico e tragico che <strong>Shakespeare</strong> preconizzava, e così via. Né Taylor né Moresco te li concedono.</p>
<p>Io non riesco, in questo momento, a immaginare un autore più antologizzabile dell’ultimo Moresco. Molti hanno fatto dell’ironia sulla questione del “più grande scrittore europeo”. E’ chiaro che dire una cosa del genere significa proporre un gioco, è certo che sarebbe più prudente evitare le classifiche e lasciarle fare a <strong>D’Orrico</strong>, che da tempo non fa più critica letteraria ma gestisce in modo intelligente e spiritoso una sorta di “Let’s talk joyfully about books and bookwriters”. Se però il gioco lo si accetta, per scherzo e con animo leggero, e si prende una pagina di Moresco, vi assicuro che è dura, è molto dura trovare una pagina di un altro autore che le stia a pari. Non diciamo autore europeo (personalmente sono troppo ignorante per azzardare un confronto così vasto), diciamo italiano. Lasciando da parte altri nomi presenti in NI, penso che solo <strong>Busi</strong> stia all’altezza di Moresco. In base a quali parametri? Ecco un bel problema nel problema. Ne butto lì qualcuno: ricchezza di invenzione, visionarietà, rapidità e logica interna nello sviluppo delle metafore, ritmo del periodo, apertura di punti di fuga che diventano (ancora, cito Voltolini) angoli di inclusione prospettica. Sono tutti parametri criticabili; di più: sono insufficienti.</p>
<p>Uno potrebbe dire: io considero vero fulcro dell’arte narrativa i dialoghi, e trovo che Moresco sia molto potente nelle pagine a blocco ma meno efficace nei serpentoni del botta-e-risposta, in cui perde ritmo e spesso mette didascalie ingenue, sottolineando in modo esagerato le reazioni dei dialoganti alle battute dei loro interlocutori. Tanto per non prendere per il culo nessuno: è ovvio, lo si capisce da come è formulata, che questa osservazione mi appartiene. Quella sensazione, quell’effetto di schiacciamento al soffitto che ho descritto prima si attenua, per me (secondo me, quando leggo io) nelle scarse parti dialogate del libro; raggiunge il massimo della forza, ai limiti dell’intollerabilità, nei lunghi monologhi, nei “canti” e nelle ampie parti descrittive.</p>
<p>Ma il punto non è questo. E’ piuttosto che la scrittura, quello che prima abbiamo chiamato “impatto della pagina”, contribuisce, insieme al “caos”, a chiedere al lettore una scommessa forte, fortissima: se vieni con me, dimenticati che la letteratura è anche entertainment, è anche l’angolino serale in cui metti da parte l’orrendo assedio del vivere e cerchi di camminare in un mondo che ti viene promesso “altro”. Questo, amico mio, è invece proprio il tuo mondo. La puzza di merda che ne senti erompere è la stessa che ti accompagna, sottile, passo dopo passo nella tua giornata, e non a caso io di merda parlo molto, e uno dei miei personaggi è “il pestatore di merde”, un uomo che ha calpestato così tanti escrementi da marciapiede che la sua statura, il suo incedere, il suo ruolo nella scena del romanzo ne vengono totalmente determinati. Solo che io, l’autore, con questa merda costruisco una cattedrale. Io, l’architetto, rifaccio il Duomo di Milano con la merda. Ci stai o non ci stai?</p>
<p>Moresco ha già perso quelli che da un libro si aspettano un universo ordinato, e di seguito quelli che amano strutture logico-narrative che si presentino, <strong>sia in superficie sia in profondità</strong>, ben leggibili e coerenti. A questo punto perde anche chi dal libro, legittimamente, si aspetta, <strong>sia in superficie sia in profondità</strong>, il piacere della lettura. Attenzione: non sto dicendo: Moresco perde quegli imbecilli che&#8230; ecc. Niente affatto. Le aspettative a cui ho accennato (ordine, logica, forte e gradevole leggibilità) non sono per nulla illegittime! Ho appena detto che anche a me la lettura è costata fatica, che anch’io ho sentito spesso il bisogno di respirare, che l’ammirazione e il fortissimo senso di <strong>invasione</strong> che provavo, un’invasione fisica, mi costringevano spesso a evadere, a mollare la tensione. Non do dell’imbecille o dell’incompetente letterario a me stesso per avere fatto fatica, non ne do a chi ha addirittura smesso.</p>
<p>Chiedo solo, e questo è il senso di tutto il discorso, di non confondere il giudizio estetico con l’effetto di lettura.</p>
<p><strong>Aristotele</strong> dava per scontato che i due piani fossero pressoché intercambiabili. Gli strutturalisti li separano nettamente, e scusate l’ellissi di 2400 anni. Spesso si sono dette cose molto intelligenti partendo da un piano per arrivare all’altro: proviamo a rileggere quei passi della celebre intervista di <strong>Truffaut</strong> a <strong>Hitchcock</strong>, in cui il grande regista inglese definisce il concetto di suspense. Hitchcock dice che se un personaggio entra in un corridoio e di colpo uno esce da una porta e gli pianta un coltello nel corpo, non c’è suspense: c’è shock, c’è sorpresa. Se invece lo spettatore del film ha visto un uomo con un coltello nascondersi in un corridoio, e ora vede il protagonista entrare in quello stesso corridoio, allora c’è suspense. La suspense, conclude Hitchcock, nasce da uno squilibrio di informazioni fra lo spettatore e il personaggio (il che, fra parentesi, è esattamente il meccanismo alla base della cosiddetta “ironia tragica”: gli ateniesi conoscevano benissimo la storia di <strong>Edipo</strong>, ne sapevano più di Edipo sui disastri che era destinato a combinare, anzi: che aveva già combinato e che si avviava a scoprire; per questo tremavano per lui vedendolo legarsi da sé il cappio a cui si sarebbe impiccato, nella sua ignoranza e nel suo tentativo di trovare l’assassino del re <strong>Laio</strong>). Fantastico! Da una considerazione di puro mestiere (“io non faccio i film per il pubblico delle sale d’essai, li faccio per le prime visioni!”) a una descrizione che va a colpire il centro stesso dell’analisi strutturale (o strutturalista) del rapporto fra personaggio, testo, contesto, fruitore ecc. Ma i due piani sono separabili, rimangono separabili.</p>
<p>Azzardo una conclusione.</p>
<p>Forse la querelle su Moresco nasce dalla difficoltà di definire il concetto di grandezza letteraria. Io trovo legittimo che si possa definire grande l’opera (l’autore) che combina complessità, novità di linguaggio e alta fruibilità. Non è un’opinione sciocca né banale; è, mi sembra, l’opinione più diffusa, della quale più o meno consapevolmente è partecipe la maggioranza dei lettori di libri, degli spettatori di film, degli ascoltatori di musica e così via. Faccio resistenza, nel mio piccolo, a una preponderanza della fruibilità (ovvero: della funzionalità dell’opera a un gradevole godimento, all’interno di un percorso quotidiano in cui lavoro, riposo, attenzione, relax, concentrazione, apertura all’esterno si succedano con un’apparenza di armonia) su altre categorie di giudizio. Ossia esattamente a quello che sta succedendo nell’industria culturale, e da un bel pezzo.</p>
<p>Chiedo a chi ha deposto il libro di Moresco dopo qualche pagina o qualche decina di pagine la lucidità e la generosità intellettuale di dire: Forse la grandezza di questo autore, di cui sento tanto parlare, è al di là della portata del mio gusto di lettura. Non della mia intelligenza o competenza di lettore: del mio gusto, del mio piacere, della mia gioia di lettura. Le due cose non sono in contraddizione! Forse è vero che il <strong>Kilimanjaro</strong> è lo spettacolo naturale più sublime che il mondo possa offrire, ma io di andare in Africa non ho tempo, non ho voglia, non ho inclinazione. Sarà per la prossima vita. Però capisco, intuisco le ragioni di chi sostiene la grandezza di questo autore; non credo che si tratti di una conventicola di traviati. Vedo anche, per quello che so di queste cose, che Moresco e coloro che lo amano e sostengono sono lontani dai centri nevralgici del potere editoriale; questo, a lume di naso, accresce la mia sensazione che si tratti di atteggiamenti estetici liberi, motivati, cementati dall’amicizia ma che sicuramente non si esauriscono in essa. Va bene, questo mi basta. Sorrido, torno a leggere altro.</p>
<p>E’ tutto qui.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/12/il-problema-moresco/">Il problema Moresco</a></p>
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		<title>Teorie estetiche 2. L&#8217;anarchico di destra.</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Oct 2003 21:24:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario voltolini</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[dario voltolini]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Dario Voltolini</strong> e <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Questa dell&#8217;anarchico di destra è una treoria estetica nel senso specifico di essere un germe di <em>Weltanschauung</em>.</p>
<p>Il mondo e la vita sono qui visti da un angolo preciso e puntuale.</p>
<p>Non la moltiplicazionie dei punti di vista, bensì il loro collasso in un unico punto, apre una dimensione di senso e di significato &#8211; anche se entrambi negativi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/05/teorie-estetiche-2-lanarchico-di-destra/">Teorie estetiche 2. L&#8217;anarchico di destra.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Dario Voltolini</strong> e <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/Welt.jpg" alt="Welt.jpg" align="left" border="0" height="114" hspace="4" vspace="2" width="82" />Questa dell&#8217;anarchico di destra è una treoria estetica nel senso specifico di essere un germe di <em>Weltanschauung</em>.</p>
<p>Il mondo e la vita sono qui visti da un angolo preciso e puntuale.</p>
<p>Non la moltiplicazionie dei punti di vista, bensì il loro collasso in un unico punto, apre una dimensione di senso e di significato &#8211; anche se entrambi negativi.</p>
<p>Dopo l&#8217;<strong>Obliquomo </strong>stavolta incontriamo, nella cover di Raul Montanari CAN, SING SWAN SONG, <strong>L&#8217;anarchico di destra</strong>.<br />
<span id="more-145"></span><br />
<strong>CAN, SING SWAN SONG</strong><br />
<em>una cover di un brano dei Can (da Ege Bamyasi)</em></p>
<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><strong>L’anarchico di destra</strong></p>
<p>L’anarchico di destra vede cose,<br />
odia l’autorità, s’insospettisce,<br />
scorge il male nel mondo arrampicarsi<br />
ma dubita che ci siano rimedi.</p>
<p>Un po’ cinico un po’ sentimentale<br />
ha un’opinione varia sulle donne,<br />
legge Houellebecq, ascolta Philip Glass<br />
ma Tacito è il suo autore preferito.</p>
<p>E’ scettico, inarca il sopracciglio,<br />
storce la bocca, lascia a metà il drink,<br />
vede gli abusi, i torti, stringe i pugni&#8230;<br />
ma la natura umana è sempre quella</p>
<p>secondo lui, e non ci si può far niente:<br />
perfino i giusti, i santi, non appena<br />
li sfiora solo l’ombra del potere<br />
diventano corrotti e corruttori,</p>
<p>le loro idee marciscono, corrodono<br />
i corpi dall’interno, fanno esplodere<br />
le teste, e tutto il mondo dei politici,<br />
dei capibanda, capiufficio, account</p>
<p>director, gli editori, i bigliettai,<br />
esattori fiscali e segretari,<br />
profeti, podestà, riformatori,<br />
amministratori condominiali,</p>
<p>tuo padre con la cinghia fra le mani,<br />
sergenti, presidenti, delegati,<br />
sciamani, capiturno, capisala,<br />
insomma il mondo di chi può innalzare</p>
<p>lo straccio di un potere, anche da niente,<br />
è una caserma di mostruosità,<br />
teste scoppiate, occhi scardinati<br />
di gente che il potere ha trasformato.</p>
<p>Sarà sempre così, sempre così<br />
finché non ci saremo tutti estinti<br />
e il mondo tornerà agli scarafaggi.<br />
E’ di destra per questo. In questo senso</p>
<p>si definisce anarchico di destra.<br />
Non crede che una classe dirigente<br />
illuminata possa fare il bene<br />
dell’uomo, praticare la giustizia.</p>
<p>No, lui si è rassegnato ormai da anni.<br />
L’idea lo inorgoglisce, e lo spaventa:<br />
si sente all’avanguardia, un po’ in disparte,<br />
per niente trendy, a volte disprezzato</p>
<p>come se non avesse le idee chiare!<br />
Ha quasi solo amici di sinistra,<br />
gli equivoci si sprecano a suo danno:<br />
se fosse un anarchico di sinistra</p>
<p>gli altri lo inquadrerebbero un po’ meglio:<br />
romperebbe le scatole ai vicini<br />
coi volantini, e anche sul lavoro<br />
distribuirebbe opuscoli, farebbe</p>
<p>discorsi accalorati coi compagni,<br />
tutti lo inviterebbero alle feste.<br />
Il nostro amico anarchico di destra<br />
a me è pure simpatico, lo stimo,</p>
<p>è spiritoso, ma le sue battute<br />
spesso hanno un che di acido, che stanca.<br />
Non sta mai dalla parte giusta, annoia,<br />
diventa malinconico invecchiando</p>
<p>scopre di aver ragione da una vita<br />
ma che avere ragione conta poco<br />
se intanto quella vita se n’è andata.<br />
Tanto valeva avere torto e viverla.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/05/teorie-estetiche-2-lanarchico-di-destra/">Teorie estetiche 2. L&#8217;anarchico di destra.</a></p>
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		<title>La verità, vi prego, sul sesso: parlano gli uomini</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jul 2003 16:52:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Lo so, il posto più adatto per parlare di ciò che gli uomini vogliono veramente dalle donne sarebbe un locale pieno di fumo e superalcolici. Invece siamo nel mio appartamento milanese, ordinato come un lager; sono le sette di sera e i cinque maschi presenti si sono divisi fra acqua minerale naturale e gasata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/">La verità, vi prego, sul sesso: parlano gli uomini</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Lo so, il posto più adatto per parlare di ciò che gli uomini vogliono veramente dalle donne sarebbe un locale pieno di fumo e superalcolici. Invece siamo nel mio appartamento milanese, ordinato come un lager; sono le sette di sera e i cinque maschi presenti si sono divisi fra acqua minerale naturale e gasata. Alberto, il fotografo, fa da sesto. Prima ci mette a nostro agio dicendo: “Fate conto che io sia invisibile” (risultato: qualche minuto di pura paralisi nel gruppo), poi entra nel dibattito e parla più degli altri. Copriamo un arco di età che va dai 24 anni di Nick ai 44 miei. A proposito: abbiamo ben due Nicola. Chiameremo Nick il più giovane, studente universitario, Nicola il 43enne molto in forma che insegna filosofia. Completano la squadra Elvis, informatico 39enne, e Lorenzo, che di anni ne ha 31 e fa l’attuario (nessuno ha capito cosa vuol dire).<br />
<span id="more-100"></span><br />
“Ho qui un elenco di curiosità femminili sull’eros di noi maschi, raccolte nell’arco di una vita” comincio. “Per esempio, un’ossessione tipica delle donne è che gli uomini pensino ad altro mentre fanno l’amore con loro.”<br />
Tutti: “Ma è vero!”<br />
Io: “Be’, ma a cosa pensiamo? A un’altra donna? O a fare cose diverse con la stessa donna?”<br />
Prima sorpresa: pare di no! Molti citano fantasie di tipo non sessuale. “Penso praticamente a tutto,” esagera Nick, “ma è un pensare diverso dal normale, immagini che si susseguono in modo libero, irrazionale.”<br />
Quindi, queste fantasticherie non sembrano rappresentare un “tradimento” nei confronti della partner; piuttosto una liberazione dalla razionalità eccessiva che spesso attanaglia il pensiero maschile.<br />
“Andiamo sul pratico” incalzo io. “Quali sono le cose che ci piace farci fare a letto?”<br />
Qui l’assemblea si divide fra gli amanti del sesso orale (Elvis e Lorenzo) e quelli del magic touch di una bella mano (io e Nicola), con integrazioni di ogni tipo in cui, alla fine, prevale il desiderio di mollare le redini, lasciarsi andare passivamente, far fare a lei.<br />
“Perché il sesso orale piace?”<br />
“Perché la bocca è bella.”<br />
“Perché è bello tutto il viso.”<br />
“Mah” dico io. “Mi sembra anche che il viso sia una sintesi dell’identità di una persona. Se io penso a me stesso, penso anzitutto alla mia testa, alla mia faccia. Quindi penetrare il viso di una donna è quasi un atto sessuale più intimo che penetrarle i genitali&#8230; è come se il vero centro del suo essere fosse il viso.”<br />
“E’ vero” rispondono, con qualche sfumatura, gli altri. “Si crea un rapporto molto profondo, e anche perverso. E’ come sc&#8230;rla in faccia.”<br />
“Perché noi diciamo la parola intera e vengono fuori i puntini?”<br />
“Ehm, non fateci caso” dico io. “Dunque&#8230; la parte che ci piace di più del loro corpo?”<br />
“Be’, il culo.”<br />
“Decisamente!”<br />
“Il culo è il richiamo sessuale primario” specifica Nicola. “Molto più del seno. Il seno è un oggetto infantile, fa pensare alla madre, ma il culo&#8230; Noi discendiamo dalle scimmie, che non a caso hanno le natiche rosse, in evidenza.”<br />
“Ma se una donna chiedesse perché a molti di noi piace farlo lì?”<br />
“E’ per un senso di potere. Lei è girata, non può fare niente&#8230; E’ solo un corpo.  Viene eliminata proprio quell’identità personale del viso di cui parlavamo ora.”<br />
“Questo però vale per qualsiasi rapporto da dietro” obietta qualcuno. “Anche se si penetra nel modo normale.”<br />
“Diciamoci la verità” specifico io. “Spesso si comincia un rapporto penetrando davanti, e poi si passa dietro per ritrovare quella sensazione di stretto e asciutto che si aveva appena entrati, e che dopo un po’, per forza di cose, si è persa.”<br />
“Sì, anche.”<br />
“Passiamo ad altro. Le cose che loro dovrebbero imparare a fare meglio?”<br />
Un plebiscito per la masturbazione.<br />
“Le donne sono convinte di essere creature delicate,” è la sintesi del pensiero di tutti, “il cui organo genitale va studiato e trattato con cura certosina, mentre spesso hanno l’idea che noi siamo un po’ rozzi, corporei, proprio come sembra semplice e un po’ stupido il pene. Forse questo dipende dal fatto che il pene è un organo esterno, che ha quell’aria giocattolosa.”<br />
“Risultato: sbatacchiamenti terribili!” rabbrividisce Elvis. “Stringono troppo, e vanno a una velocità tipo ‘Oggi le comiche’.”<br />
“Dolore, ammosciamento, raccapriccio!”<br />
“E poi, in genere, basta con l’idea che loro sono complicate e sentimentali mentre il nostro amore è solo bruta fisicità!” puntualizza Nicola.<br />
“Be’, però che siano più sentimentali di noi è vero” dice Nick. “Certe sono proprio ossessionate dall’amore, lo tirano fuori a sproposito, ti chiamano amore a letto e ti chiedono di dire che le ami perfino quando si tratta di un incontro occasionale.”<br />
Qui Alberto, il fotografo, osserva: “Le donne di basso livello culturale pensano ‘solo’ all’amore, perché non vedono altre prospettive di ricavare gioia dalla vita. Ascoltano canzonette d’amore, leggono romanzi rosa. Lo stesso vale per una gran massa di uomini ignoranti e volgari, che pensano solo al sesso, in continuazione, per la stessa povertà di prospettive.”<br />
“Giusto” approva Lorenzo. “Quando una donna o un uomo hanno una visione più articolata della vita, il sesso e l’amore entrano in armonia con altre cose.”<br />
“Quindi non è vero che noi pensiamo al sesso a tutte le ore del giorno?” rilancio io (che ci penso a tutti i minuti, essendo un uomo ignorante e volgare).<br />
“Io sì!”<br />
“Io no!”<br />
“Be’, proprio sempre sempre no, però&#8230;”.<br />
“Un’altra inquietante caratteristica femminile,” riprendo, “è questa storia che loro possano simulare l’orgasmo. A proposito, vi è mai successo che una donna simulasse l’orgasmo mentre era a letto con voi?”<br />
“No, no” rispondono tutti in coro.<br />
Quindi lo simulano molto bene, annoto io. “E noi, cosa simuliamo?”<br />
“Magari esageriamo un po’ nel manifestare il piacere” rispondono quasi tutti. “Gemiamo e rantoliamo anche quando potremmo benissimo controllarci. Lo facciamo per dare più soddisfazione.”<br />
“Io simulo una disponibilità sentimentale verso la partner, che in realtà non ho affatto” dice Lorenzo, lasciandoci ammirati per la sua perfidia. “Perché sono convinto che una donna prova e dà più piacere, se sente di avere la prospettiva di un rapporto duraturo con l’uomo che la tiene fra le braccia.”<br />
“Per noi invece non c’è questa differenza?” chiedo. “Andare a letto con una donna che amiamo non influenza il piacere?”<br />
“A me sì” dice Elvis, ma onestamente devo registrare che è l’unico.<br />
“La differenza non sta nel piacere” precisa Nicola. “Piuttosto, nelle cose che ci si scambia dopo, le parole, le tenerezze. Se hai vicino a te una donna che ami, sono più intense e sincere.”<br />
“Ora, un tema di attualità” propongo io. “E’ vero che le cosiddette donne in carriera sono sessualmente meno stimolanti delle altre? Per me lo sono di più. Mi viene voglia di infilargli una mano sotto la gonna e farle diventare meno professionali&#8230;”<br />
“Eh, però poi a letto sono un disastro!” ribattono tutti. “Troppo nevrotiche, fanno fatica a uscire dal ruolo. Oppure, al contrario, diventano supersentimentali per compensare la dedizione al lavoro.”<br />
“Io sono d’accordo con Raul” mi conforta Nick. “E’ eccitante vedere il lato segreto di una donna, scoprirla diversa da come si mostra in pubblico.”<br />
“Variazione sul tema: meglio le trasgressioni, anche se la parola ormai dà il voltastomaco, o meglio il rapporto sessuale tradizionale?”<br />
“Ma cosa sono le trasgressioni?” è la perplessità generale. “A letto puoi fare tutto, e non è nemmeno vero che certe cose speciali le puoi chiedere solo alle prostitute o alle ragazze che incontri una volta sola. Le puoi fare benissimo anche con la fidanzata o la moglie.”<br />
“A me però le trasgressioni piacciono molto” dice Nicola. “Vedere due donne che lo fanno fra loro, per esempio&#8230;”<br />
L’idea viene apprezzata, ma senza l’entusiasmo che si poteva immaginare.<br />
“Vi piace che in pubblico la vostra ragazza sia vestita in modo eccitante, che attiri gli sguardi degli altri uomini? O siete gelosi?”<br />
“No, no, che sia eccitante!”<br />
“Tacchi a spillo.”<br />
“Praticamente nuda! Che tutti i maschi mi invidino!”<br />
“E soprattutto che altre donne entrino in competizione con lei e mi vedano più desiderabile, perché ho vicino una compagna così attraente!”<br />
“Sentite,” concludo, “abbiamo parlato di quello che ci piace nel sesso. Ma voi siete convinti di sapere cosa piace veramente a loro?”<br />
Qui succede un piccolo miracolo romantico. Mentre tutti dicono: “Ma certo! Il sesso orale non fallisce mai!”, Lorenzo – il farabutto che poco fa ci ha regalato quella perla di cinismo – ci zittisce con questa formula meravigliosa:<br />
“Le parole giuste prima di farlo.”<br />
Inutile aggiungere altro. Scendiamo in cortile e in un soprassalto di orgoglio maschile regressivo rubiamo il pallone a un vicino (che secondo me è a letto con sua moglie) e ci mettiamo a giocare. In capo a cinque minuti le zanzare si avventano su di noi.<br />
Quelle che pungono sono solo le femmine, sapete. Femmine gravide, cioè che hanno appena fatto l’amore con gli zanzari maschi.<br />
Questo vorrà dire qualcosa, immagino. Ci penserò.</p>
<p><em>Pubblicato in &#8220;Glamour&#8221;, luglio 2003</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/">La verità, vi prego, sul sesso: parlano gli uomini</a></p>
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		<title>Oggi è morto Pontiggia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/06/27/oggi-e-morto-pontiggia/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Jun 2003 19:56:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giuseppe pontiggia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Oggi è morto Giuseppe Pontiggia. Io voglio, anzi devo dire una cosa su di lui. Per due terzi vi sembrerà una stronzata; il terzo finale forse vale la lettura di quello che lo precede.<br />
<br />
Nel &#8217;91 Pontiggia ha letto i miei primi racconti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/06/27/oggi-e-morto-pontiggia/">Oggi è morto Pontiggia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Oggi è morto Giuseppe Pontiggia. Io voglio, anzi devo dire una cosa su di lui. Per due terzi vi sembrerà una stronzata; il terzo finale forse vale la lettura di quello che lo precede.<br />
<span id="more-67"></span><br />
Nel &#8217;91 Pontiggia ha letto i miei primi racconti. Era consulente dell&#8217;Adelphi. Lui e Luciano Foa sostennero la loro pubblicabilità, ma Calasso non era d&#8217;accordo. Lo stesso avvenne poco tempo dopo con un romanzo. Pace. La lettura della scheda che Pontiggia aveva preparato per il romanzo, fattami al telefono dal vecchio Foa nell&#8217;autunno del &#8217;92, fu decisiva per aiutarmi a capire quello che potevo o non potevo chiedere alla mia scrittura, e dare un indirizzo a tutto il lavoro futuro.</p>
<p>Da allora Pontiggia ha letto tutto quello che pubblicavo, mandandomi sempre un breve biglietto di incoraggiamento (mai generico, sempre puntuale, preciso, con un complimento esplicitato e tante critiche lasciate implicite ma sempre chiarissime per absentiam). Mi ha sempre mandato i suoi libri, con una dedica amabile. Nel &#8217;98 ha portato la mia raccolta di racconti &#8220;Un bacio al mondo&#8221; in finale al Premio Bergamo. Insomma, è stato in tutto e per tutto un punto di riferimento, una presenza gentile, costante, che da oggi, dopo 12 anni, mi mancherà.</p>
<p>Fin qui niente di strano, no? Abbiamo avuto tutti i nostri piccoli e grandi santi patroni o fratelli maggiori.</p>
<p>Però una cosa strana c&#8217;è.</p>
<p>Io e Pontiggia non ci siamo mai incontrati di persona. Mai.</p>
<p>Abitiamo a Milano, a una distanza di circa 3 chilometri in linea d&#8217;aria, ma in 12 anni non ci siamo mai nemmeno scambiati una stretta di mano, mai visti neppure da lontano.</p>
<p>Questo secondo me rende straordinario e preziosissimo quello che lui ha fatto per me. Non amicizia o complicità nata a tavola, magnando e bevendo e ciacolando di conoscenze comuni, non crassa e umidiccia solidarietà da scambi di favori come un sacco di gente che conosco io e che conoscete voi, e nemmeno semplicemente la legittima simpatia di pelle, l&#8217;annusamento reciproco, il guizzo di sguardi che si incrociano, la risata condivisa. Solo la purezza strabiliante di questo raggio benevolo, distante, fatto di pura stima. Molto milanese, verrebbe da dire, se l&#8217;aggettivo non fosse così sputtanato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/06/27/oggi-e-morto-pontiggia/">Oggi è morto Pontiggia</a></p>
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		<title>Piacenza, 10 maggio 2003</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/05/08/piacenza-10-maggio-2003/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2003/05/08/piacenza-10-maggio-2003/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 07 May 2003 22:48:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Cover Theory<br />
L’arte contemporanea come re-interpretazione</strong><br />
a cura di <strong>Marco Senaldi</strong><br />
OFFICINA DELLA LUCE, ex Centrale Emilia<br />
<br />
via Nino Bixio 27, <strong>Piacenza</strong><br />
inaugurazione: sabato 10 maggio 2003, ore 19<br />
dall’11 maggio al 29 giugno 2003<br />
orario: martedì-domenica, ore 16-20</p>
<p><strong>Cover’s Masters</strong></p>
<p>Alighiero Boetti, Marcel Broodthaers, James Lee Byars, Robert Longo, Luigi Ontani, Giulio Paolini, Salvo, Antonio Trotta</p>
<p><strong>Special Covers</strong></p>
<p>Stefano Arienti, Bertozzi &#38; Casoni, Mike Bidlo, Vincenzo Cabiati + Armin Linke, Pierluigi Calignano, Massimo Carozzi, Maurizio Cattelan, Loris Cecchini, Douglas Coupland, Roberto Cuoghi + Valerio Carrubba, Thomas Demand, Antonio De Pascale, e.g.ø, Eredi Brancusi, Maurizio Finotto, Fischli &#38; Weiss, Sylvie Fleury, Fulvio Guerrieri + Paola Dallavalle, Massimo Kaufmann, Thorsten Kirchhoff, Michele Lombardelli, Claudia Losi, Mauro Maffezzoni, Eva Marisaldi, Amedeo Martegani, Maurizio Mercuri, Sabrina Mezzaqui, Paul D.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/05/08/piacenza-10-maggio-2003/">Piacenza, 10 maggio 2003</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cover Theory<br />
L’arte contemporanea come re-interpretazione</strong><br />
a cura di <strong>Marco Senaldi</strong><br />
OFFICINA DELLA LUCE, ex Centrale Emilia<br />
<span id="more-34"></span><br />
via Nino Bixio 27, <strong>Piacenza</strong><br />
inaugurazione: sabato 10 maggio 2003, ore 19<br />
dall’11 maggio al 29 giugno 2003<br />
orario: martedì-domenica, ore 16-20</p>
<p><strong>Cover’s Masters</strong></p>
<p>Alighiero Boetti, Marcel Broodthaers, James Lee Byars, Robert Longo, Luigi Ontani, Giulio Paolini, Salvo, Antonio Trotta</p>
<p><strong>Special Covers</strong></p>
<p>Stefano Arienti, Bertozzi &amp; Casoni, Mike Bidlo, Vincenzo Cabiati + Armin Linke, Pierluigi Calignano, Massimo Carozzi, Maurizio Cattelan, Loris Cecchini, Douglas Coupland, Roberto Cuoghi + Valerio Carrubba, Thomas Demand, Antonio De Pascale, e.g.ø, Eredi Brancusi, Maurizio Finotto, Fischli &amp; Weiss, Sylvie Fleury, Fulvio Guerrieri + Paola Dallavalle, Massimo Kaufmann, Thorsten Kirchhoff, Michele Lombardelli, Claudia Losi, Mauro Maffezzoni, Eva Marisaldi, Amedeo Martegani, Maurizio Mercuri, Sabrina Mezzaqui, Paul D. Miller a.k.a. DJ Spooky, Yasumasa Morimura, Simon Morley, Luis Felipe Ortega + Daniel Guzman, Luca Pancrazzi, Leonardo Pivi, Richard Prince, Tobias Rehberger, Antonio Riello, Lorenzo Scotto Di Luzio</p>
<p><strong>Eventi speciali nella serata inaugurale: </strong></p>
<p><strong>Special Guest Poetry</strong></p>
<p>Raul Montanari + Aldo Nove + Tiziano Scarpa: reading di poesie-cover dal loro libro Nelle galassie oggi come oggi: Covers, Einaudi, 2001</p>
<p><strong>Special Guest Music </strong></p>
<p>Stereoelectric Sound System: DJ set con &#8220;cover di cover&#8221;</p>
<p><strong>Eventi a latere</strong></p>
<p>Nel corso dell’esposizione si susseguiranno serate &#8220;a tema&#8221;:</p>
<p><strong>domenica 11 e domenica 25 maggio</strong>, ore 18,30: Rivisitazione, brani classici, neoclassici e contemporanei, interpretati dall’Accademia di danza Domenichino da Piacenza sotto la direzione di Giuseppina Campolonghi</p>
<p><strong>sabato 24 maggio</strong>, ore 18: Installazione sonora, a cura di Fringers Records</p>
<p><strong>giovedì 12 giugno</strong>, ore 18: Originale, copia, re-interpretazione, dibattito intorno ai temi di <strong>Cover Theory</strong> a cui saranno invitati filosofi, antropologi, critici ecc. L’idea è di trasformare la classica forma-convegno in un talk-show, ambientato nella scenografia costituita dalla mostra stessa, con risposte a domande anziché interventi lunghi.</p>
<p><strong>Concetto della mostra</strong></p>
<p>Il concetto di <strong>cover</strong> proviene dalla pratica, abbondantemente in uso nel mondo della musica contemporanea, consistente nel realizzare versioni alternative di pezzi famosi, appunto le cosiddette <strong>cover</strong> (in inglese &#8220;copertina&#8221;, nel senso di brano famoso o di successo che appare sulla copertina del disco). La diversa interpretazione, il remix, la nuova versione, si sovrappone al brano originale, talvolta in lingua diversa, con arrangiamenti diversi, ma costituisce sempre un’opera a se stante, che vive di vita propria indipendentemente dall’originale. Gli esempi sono infiniti, da <em>Pregherò</em> di Ricky Gianco, cantata da Celentano, ripresa dall’inglese <em>Stand by Me</em>, alla versione punk a opera dei Sex Pistols di <em>My Way</em> di Sinatra, dai Balanescu Quartet che nell’album <em>Possessed</em> hanno fatto ben quattro cover di brani dei Kraftwerk, tra cui <em>Autobahn</em>, a <em>Tainted Love</em> dei Soft Cell &#8220;coverizzata&#8221; da Marilyn Manson. Nel 2000 e nel 2002, Franco Battiato ha realizzato due interi cd di cover (Fleurs e Fleurs 3) riscuotendo un enorme successo.</p>
<p>Recentemente questo meccanismo, preso a prestito dalla musica, è però dilagato anche in altri ambiti espressivi: in poesia, ad esempio, sono nate le <strong>covers</strong> a opera dei tre scrittori/poeti Raul Montanari, Aldo Nove, Tiziano Scarpa (Einaudi, 2001), ispirate da altrettanti successi della musica rock; anche il design non è stato da meno, con le riedizioni di &#8220;pezzi&#8221; famosi da decenni fuori produzione (il televisore <em>Cubo</em> di Zanuso per Brionvega), e anche la produzione industriale ha seguito la tendenza riproponendo non il semplice restyling ma una vera e propria &#8220;new version&#8221; di famosi successi del passato come il Maggiolino VW, o la Mini Minor. In ambito cinematografico infine, l’esempio più eclatante è costituito da Psycho (1998) di Gus Van Sant, non un semplice remake, ma rifacimento maniacalmente identico all’originale Psycho di Hitchcock (1960), una vera cover cinematografica. Per non parlare della moda dove gli esempi di cover sono infiniti (ci sono indumenti icona, la giacca Chanel per tutti, continuamente &#8220;citata&#8221; dagli stilisti più attuali).</p>
<p><strong>Cover Theory</strong> è la mostra che intende allargare il concetto e il modus operandi della <strong>cover</strong> anche all’ambito dell’arte contemporanea. Di fatto, questo è già accaduto molte volte, anche se in modo non dichiarato: la famosa Gioconda coi baffi di Duchamp non è forse una <strong>cover</strong> dell’originale leonardesco? Ma Duchamp stesso non ha forse &#8220;coverizzato&#8221; se stesso, realizzando, negli anni Sessanta, le repliche dei suoi famosi ready-made andati dispersi?</p>
<p>Negli spazi spettacolari della ex Centrale elettrica Emilia, a Piacenza, tra turbine, caldaie e sala comando, sono esposte opere di più di quaranta artisti, alcune pensate e realizzate espressamente per l’occasione, accanto a opere già esistenti, che comunque abbiano utilizzato l’idea di &#8220;replica&#8221; o <strong>cover</strong> ispirandosi a famose opere d’arte di un passato, più o meno recente, ma anche a immagini popolari, merci, oggetti, entrati a far parte del nostro &#8220;corredo&#8221; culturale</p>
<p>Nella sezione <strong>Cover’s Masters</strong> sono esposte celebri reintepretazioni di opere d’arte prodotte da maestri dell’arte contemporanea, da Marcel Broodthaers che riproduce il frontespizio dei libri di Mallarmé a James Lee Byars che rifà le edizioni Gallimard, a Luigi Ontani che, con un suo d’apres, reinventa Guercino. E ancora le copertine di riviste realizzate da Alighiero Boetti a ricalco negli anni Ottanta accanto al famosissimo <em>Giovane che guarda Lorenzo Lotto</em> di Giulio Paolini (1967), realizzato impiegando la riproduzione fotografica del famoso Ritratto di giovane di Lotto (1505) e di cui Paolini stesso ha realizzato una seconda versione nel 1981 (una vera &#8220;cover di cover&#8221;), esposta in questa occasione per la prima volta in Italia.</p>
<p>Tra le <strong>Special Covers</strong> si alternano, tra le altre, opere come quella di Yasumasa Morimura che &#8220;interpreta&#8221; Frida Kahlo; quelle di Bertozzi &amp; Casoni che rifanno, con scrupolo maniacale, una versione in ceramica della celeberrima &#8220;merda d’artista&#8221; di Manzoni inserita in una scatola Brillo di Warhol; si vede Roberto Cuoghi che addirittura realizza una &#8220;cover&#8221; non dell’opera di un artista affermato, ma del quadro di un giovane amico artista, Valerio Carrubba; Leonardo Pivi che con grande perizia, compone dei mosaici a tessere piccole, nel solco della tradizione più consolidata, utilizzando però l’immagine della più famosa eroina virtuale, Lara Croft; Tobias Rehberger che, servendosi di abili artigiani thailandesi, ha fatto realizzare repliche di famosi modelli di automobili &#8220;da sogno&#8221;, sulla base di schizzi tracciati &#8220;a memoria&#8221;; Vincenzo Cabiati + Armin Linke che invece si sono divertiti a riproporre una loro versione di <em>Legami! </em>, il film di Almodovar; fino ad arrivare a DJ Spooky di cui forse molti appassionati di musica non conoscono il talento artistico nel remixare nientemeno che i <em>Rotoreliefs</em> di Marcel Duchamp e a Douglas Coupland, l’acclamato scrittore canadese, che, molto coinvolto dal tema non solo ha scritto un testo per il catalogo ma partecipa anche come artista, progettando un lavoro ad hoc.</p>
<p>Su tutto e tutti fluirà una colonna sonora costituita da una scelta delle più famose cover musicali, selezionate dagli Stereoelectric Sound System, che, nella serata inaugurale, intervengono dal vivo con un DJ set.</p>
<p>Sempre nella serata inaugurale è previsto un reading di testi in versi (già attuato con successo in numerose città italiane) dei tre scrittori/poeti già citati, cioè Raul Montanari, Aldo Nove, Tiziano Scarpa che leggeranno le loro &#8220;<strong>covers</strong>&#8220;, col sottofondo delle canzoni rock a cui si sono ispirati.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/05/08/piacenza-10-maggio-2003/">Piacenza, 10 maggio 2003</a></p>
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