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	<title>Nazione Indiana &#187; razzismo</title>
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		<title>L&#8217;incredibile vicenda di Baye Lahat. Storie di un paese incivile.</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 10:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>(<em>Ho rintracciato questa vicenda in rete. Per adesso non è ancora uscita dal perimetro sardo. Grazie alla rete lo sta facendo. Ne ho scritto oggi sull&#8217;Unità, facciamo che diventi un caso nazionale.</em>)</p>
<p>Baye, in senegalese, significa padre: non ha un senso religioso, ma indica una persona rispettata, considerata saggia dai suoi conoscenti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/lincredibile-vicenda-di-baye-lahat-storie-di-un-paese-incivile/">L&#8217;incredibile vicenda di Baye Lahat. Storie di un paese incivile.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-41349" title="baye lahat" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/baye-lahat.jpg" alt="" width="180" height="225" />di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>(<em>Ho rintracciato questa vicenda in rete. Per adesso non è ancora uscita dal perimetro sardo. Grazie alla rete lo sta facendo. Ne ho scritto oggi sull&#8217;Unità, facciamo che diventi un caso nazionale.</em>)</p>
<p>Baye, in senegalese, significa padre: non ha un senso religioso, ma indica una persona rispettata, considerata saggia dai suoi conoscenti. Abdou Lahat Diop è chiamato Baye: ha trent&#8217;anni, sta in Italia da cinque. Abita in provincia di Oristano. O meglio, abitava. Fino al 16 dicembre. Quel giorno si appartò a pregare, lungo una strada isolata. Baye appartiene alla confraternita dei murid, il ramo sufi dell&#8217;Islam senegalese, più in particolare è un baay fall (soldato murid), che ha consacrato la sua vita a Dio. Era arrivato a uno stato estatico di unione mistica, con pratiche ascetiche di autoinduzione del dolore mediante un bastone. In quel momento è passata una pattuglia delle forze dell&#8217;ordine, che lo hanno interrotto, chiedendogli le generalità. Non sappiamo com&#8217;è andata, a quel punto, sappiamo solo che è stato immobilizzato e arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e rifiuto di fornire le proprie generalità. Il giorno successivo c&#8217;è il rito direttissimo, e il giudice ordina una perizia psichiatrica.</p>
<p><span id="more-41348"></span> Che lo giudica “incapace di intendere e di volere” e “socialmente pericoloso”. Il 9 gennaio ne viene ordinato l&#8217;internamento in un Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg). Ecco, il modo più sbrigativo per togliersi di torno problemi fastidiosi. Basta una semplice perizia frettolosa, senza nessuna garanzia per l&#8217;osservato, come questa perizia che dal Comitato per l&#8217;abolizione degli Opg definiscono “ingiusta e piena di contraddizioni”, per internare qualcuno in un luogo che continua a essere un vero e proprio manicomio. Non si può dire nemmeno che si tratti di un manicomio “criminale”, perché il concetto di “pericolosità sociale” non implica aver commesso un reato. Abdou, se ha commesso un reato, può essere stato quello di resistenza a pubblico ufficiale. E&#8217; per quello, eventualmente, che dovrebbe essere giudicato. Invece è finito in un girone infernale, scontando un regime di doppia segregazione: perché “folle” e perché “nero”. E&#8217; il suo essere incomprensibile allo sguardo che l&#8217;ha giudicato ad averne fatto un “matto” da internare (disse Franco Basaglia: “Il manicomio ha la sua ragione d’essere nel fatto che fa diventare razionale l’irrazionale”). E quell&#8217;incomprensibilità è dovuta a una differenza culturale che nessuno, né il giudice, né il perito psichiatrico (non risulta ci fossero nemmeno un interprete né un mediatore culturale), ha sentito il dovere di prendere in considerazione. Abdou è stato &#8220;sovrascritto&#8221; da una sentenza, che ne ha ordinato la chiusura nell&#8217;Opg di Aversa. E gli Opg sono un vero e proprio orrore, ormai lo sappiamo. Quantomeno lo dovremmo tutti sapere, almeno dopo le conclusioni della commissione d&#8217;inchiesta parlamentare, presieduta da Ignazio Marino (e approvate all&#8217;unanimità), e fatte conoscere al pubblico da una puntata di Presa Diretta. Se non l&#8217;avete vista, guardatelo e inorridite: per esempio sul <a href="http://www.stopopg.it/">sito</a> del Comitato. Che adesso si sta impegnando, come dicevo, nella campagna per la liberazione di Abdou: la sentenza del magistrato è fuori della legalità, secondo il comitato, perché non ha rispettato le sentenze della corte costituzionale che privilegiano l&#8217;accoglienza, la cura e l&#8217;accesso alle misure alternative. E questo accade troppo spesso. Lo stesso presidente della repubblica ha detto che questa è una situazione intollerabile, e che occorre restituire alla libertà e ai percorsi individualizzati di cura molte persone chiuse lì dentro per nessun motivo. Tocca al governo, dice il comitato, farsi carico della soluzione di questo orrendo problema. E tocca a noi non girarci dall&#8217;altra parte.</p>
<p>(pubblicato su l&#8217;Unità, 14/1/2011)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/lincredibile-vicenda-di-baye-lahat-storie-di-un-paese-incivile/">L&#8217;incredibile vicenda di Baye Lahat. Storie di un paese incivile.</a></p>
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		<title>Vu&#8217; cumprà</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 14:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/vu+cumpra.jpg"></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Non chiedetemi di entrare nella mente dell’assassino. Ci penseranno i criminologi da strapazzo a sbizzarrirsi negli show televisivi. Parleranno di follia, di impulso criminale, analizzeranno la triste storia personale del sicario suicida. Qualcuno spruzzerà di sociologismo il tutto: la crisi, l’incertezza del futuro, la paura del diverso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/vu-cumpra/">Vu&#8217; cumprà</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/vu+cumpra.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/vu+cumpra.jpg" alt="" title="vu+cumpra" width="200" height="202" class="alignleft size-full wp-image-41024" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Non chiedetemi di entrare nella mente dell’assassino. Ci penseranno i criminologi da strapazzo a sbizzarrirsi negli show televisivi. Parleranno di follia, di impulso criminale, analizzeranno la triste storia personale del sicario suicida. Qualcuno spruzzerà di sociologismo il tutto: la crisi, l’incertezza del futuro, la paura del diverso. Altri si dissoceranno dalle sue frequentazioni neonaziste: non basta essere simpatizzanti di Casa Pound per trasformarsi in un delirante giustiziere della notte. Giustificazioni d’accatto, buone per tutte le stagioni.<br />
La televisione nazionale, che ha colonizzato il nostro immaginario di questi ultimi decenni, richiede spiegazioni semplici, facili da applicare nel mondo reale. Tipo quelle dei bravi cittadini torinesi che hanno trovato ovvio organizzare un pogrom in un campo rom alla notizia (falsa) di uno stupro ai danni di una minorenne. Le nostre donne le difendiamo noi. “Nostre”, come se ci appartenessero. Che poi lo stupro fosse una menzogna della ragazzina per difendersi da due genitori oppressivi cambia poco. Non era vero, è stato detto, ma non ne possiamo più dei nomadi. Curioso sillogismo. Cioè: non è che siamo razzisti, è loro che sono zingari! In pratica: non siamo interessati alla responsabilità personale, sono cose da democrazia matura. A noi interessa avere un capro espiatorio, là quando occorre. <span id="more-41023"></span><br />
Io, insomma, di Gianluca Casseri non so nulla. E nulla sanno neppure i fascisti della rete che già lo esaltano ad eroe nazionale. Prevedo un’impennata delle vendite delle 357 magnum, il revolver che ha stroncato la vita dei due ambulanti senegalesi.<br />
Della tragedia di Firenze sono le parole usate per raccontarla che mi interessano. Le parole, in fondo, sono il mio mestiere. Le notizie lette sul web in tempo reale, parlavano di un “folle” che aveva sparato e ucciso due “vu’ cumprà”. “Folle”&#8230; C’è molto poco di folle nel selezionare chi uccidere e chi no. Basta un semplice manuale di criminologia forense per saperlo: lo squilibrato spara a casaccio, nella folla, indistintamente. Qui Casseri ha scelto su base etnica le sue vittime. Sapeva esattamente cosa voleva dire al mondo.<br />
E poi “vu&#8217; cumprà”, così, come si diceva, con quel malcelato razzismo, oltre vent’anni fa quando arrivarono i primi immigrati dall’Africa. Quasi non fossero passati questi anni, quasi fossimo ancora una “innocente” nazione di emigranti che andava trasformandosi in una di (colpevoli) immigrati. Scrivere di un folle che uccide due vu cumprà è già, intimamente, un modo di giustificarlo. Cosa avrebbero scritto i solerti giornalisti patri se un senegalese avesse sparato a due fiorentini? E quale fiaccolata capitanata dal solito politico indignato si sarebbe organizzata per dichiarare la propria insofferenza di fronte a questi stranieri che vengono qui ci rubano il lavoro, sporcano le nostre città e &#8211; certo non siamo razzisti, ma, si sa &#8211; stuprano le “nostre” donne?<br />
Nominare le cose significa dare loro un senso. Quando diciamo, ad esempio, che l’Italia <em>sta cambiando</em> &#8211; quasi che questo mutamento possa ancora trovare un’inversione di rotta &#8211; ci raccontiamo la più patetica delle bugie. Perché non vogliamo ammettere che l’Italia <em>è già cambiata</em>! Da una generazione ormai. Il paesaggio antropologico è radicalmente mutato, ne prendano atto i fascistelli in pectore che propugnano la difesa di una razza inesistente. Ma soprattutto ne prenda atto la più retriva delle politiche che abbiamo avuto, miope e securitaria, che al posto di gestire il cambiamento ha fomentato col suo linguaggio da bar l’incertezza e la paura. Questo è ciò che ora raccogliamo, dopo aver seminato vento per un quarto di secolo. Tempesta.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> l'Unità<em>, oggi</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/vu-cumpra/">Vu&#8217; cumprà</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Favole nere</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 08:39:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>(una proposta alla Città di Torino)<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/25_101518283840.jpg"></a></p>
<p>Racconta favole nere per difendere il suo amore &#8211; quelle sentite da bambina, quando a metterle paura e farla obbedire c’erano gli zingari. Le viene istintivo scaricare addosso a loro la terribile disobbedienza della sua prima scelta adulta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/favole-nere/">Favole nere</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>(una proposta alla Città di Torino)<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/25_101518283840.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/25_101518283840-300x280.jpg" alt="" title="25_101518283840" width="300" height="280" class="alignnone size-medium wp-image-41013" /></a></p>
<p>Racconta favole nere per difendere il suo amore &#8211; quelle sentite da bambina, quando a metterle paura e farla obbedire c’erano gli zingari. Le viene istintivo scaricare addosso a loro la terribile disobbedienza della sua prima scelta adulta. Ha sedici anni, età in cui in altre nazioni europee è normale andare in vacanza con il ragazzo, persino uscir di casa e convivere. Qui invece essere giovani significa essere subalterni. Se sei femmina, lo sei due volte. Tre, se di famiglia povera. Peggio sono messi solo i rom e gli islamici, quelli non integrabili, perché non è nel nome di Gesù e Maria che, nel loro caso, la famiglia deve vigilare sulle figlie.<span id="more-41012"></span><br />
I mandanti morali del rogo di Torino e della strage di Firenze, sono anche responsabili del fumo con cui il razzismo, divenuto passepartout politico, ha saputo occultare i problemi di un paese incagliato tra arretratezza e recessione, proiettandoli sugli stranieri. I loro complici sono i media per i quali uno stupro commesso su un’italiana da un rom rumeno africano fa notizia (e le notizie calde si danno subito, senza troppe verifiche), mentre una donna straniera merita solo un trafiletto persino quando viene uccisa.<br />
Vorrei che a tutto questo ci fosse una risposta non indignata, non retorica, non per un giorno atterrita affinché quello dopo torni tutto come prima. Vorrei che al processo per il pogrom delle Vallette si costituisse parte civile la città di Torino: come è avvenuto a Milano per Piazza Fontana o a Brescia per Piazza della Loggia. Perché la strage è stata evitata, ma non l’eversione che l’ha innescata, come dimostra la mattanza fiorentina. Perché non sono solo i rom o i senegalesi a esserne le vittime, ma pure i nostri figli: <em>disgraziati</em> anch’essi nella sommersa quotidianità cattiva, come scopre chi osa guardare oltre le cronache e le favole nere.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità<em>, 14 dicembre 2011.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/favole-nere/">Favole nere</a></p>
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		<title>FIGLI</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jul 2011 10:42:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Dario Accolla</p>
<p>Umberto Bossi commenta lo stop alla legge contro l’omo-transfobia.<br />
«Meno male che non è passata l’aggravante dell’omofobia. Tutti sperano di avere figli che stanno dalla parte giusta, questo è un augurio che facciamo a tutti. Non era giusto punire quelli che si sentono disturbati da certe manifestazioni: persone normali che a volte si lasciano scappare qualche parola in senso anche bonario».&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/31/figli/">FIGLI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Dario Accolla</p>
<p>Umberto Bossi commenta lo stop alla legge contro l’omo-transfobia.<br />
«Meno male che non è passata l’aggravante dell’omofobia. Tutti sperano di avere figli che stanno dalla parte giusta, questo è un augurio che facciamo a tutti. Non era giusto punire quelli che si sentono disturbati da certe manifestazioni: persone normali che a volte si lasciano scappare qualche parola in senso anche bonario».<br />
La mia piena solidarietà al senatùr.<br />
Infatti, fossi genitore, non vorrei avere un figlio come il “trota”, bocciato diverse volte per manifesta incapacità nello studio, premiato per queste sue doti da un padre omofobo e razzista &#8211; che lo ha imposto al suo elettorato, facendolo diventare consigliere regionale in barba ad ogni principio di meritocrazia &#8211; e preso per i fondelli da tutto il mondo civile. Com’è giusto che sia nel suo caso.<span id="more-39683"></span><br />
Un figlio “normale” avrebbe bisogno di genitori migliori, di un futuro umanamente più dignitoso e di un universo mentale pronto ad affrontare con serenità la visione e l’esperienza della diversità altrui.</p>
<p>www.elfobruno.com</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/31/figli/">FIGLI</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Senza immagine</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 07:58:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal.jpg"></a></p>
<p>Gli occhi azzurri della ragazza sono rivolti all’intervistatore, ma le pupille restano una voragine risucchiata dal pomeriggio a cui è sopravvissuta. Il trauma è lì, la perdita di uno sguardo capace di posarsi con implicita fiducia sull’esterno. “Passava da una tenda all’altra, calmo, entrava e ammazzava chi c’era dentro”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/senza-immagine/">Senza immagine</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/television-no-signal-300x200.jpg" alt="" title="television no signal" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-39673" /></a></p>
<p>Gli occhi azzurri della ragazza sono rivolti all’intervistatore, ma le pupille restano una voragine risucchiata dal pomeriggio a cui è sopravvissuta. Il trauma è lì, la perdita di uno sguardo capace di posarsi con implicita fiducia sull’esterno. “Passava da una tenda all’altra, calmo, entrava e ammazzava chi c’era dentro”. Anders B. ha fatto le cose con calma e criterio, in ogni fase. Prima il concime per l’autobomba, poi i social network per farsi conoscere: non dagli amici, ma dai media planetari che infatti abboccano tutti agli stessi ami, quelli più facili per trascinare il mostro in prima pagina<span id="more-39671"></span>. Nessuno si è risparmiato un commento su “Modern Warfare”, lo “sparatutto” più diffuso, quello di cui, a nove anni, mio figlio disse:”lo so che la guerra è brutta, ma il gioco è bello”. Le serie tv violente più popolari, i film scontati come <em>300</em>, mentre passa inosservato <em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/">Dogville</a></em> con Nicole Kidman, l’angelo biondo che stermina un’intera corrotta cittadina anni prima che Lars von Trier a Cannes finì per dichiararsi “in fondo nazista”. L’uomo che ha sterminato la gioventù per fede e di fatto multiculturale, ci tiene invece a non essere liquidato come un volgare neonazi. Quanti libri ha voluto elencare! Da Kant a Kafka, persino il povero Dante arruolato come padre di quell’“Europa cristiana” che non è il solo a invocare. Non c’è bisogno di essere traumatizzati come la ragazza fuggita nel mare gelido, per avvertire freddo nelle ossa e l’inadeguatezza delle risposte. Perché? Il male diventa insondabile più si presenta come banale. Le foto scelte per i profili fasulli, eppure così familiari per chi frequenta twitter e facebook. Ammicca secondo convenzione ai suoi futuri fan e imitatori, Anders B., la bestia bionda fotogenica, anzi: photoshoppata.  </p>
<p>Da noi, intanto, ci sono grandi manovre per lo smaltimento delle scorie tossiche venute alla luce con la strage degli innocenti norvegesi. Partendo da Borghezio che trova l’idee di Anders B. condivisibili (premio al coraggio delle proprie opinioni, anche quando puzzano di cadavere), passando per il riflesso di ridurre tutto al buon senso del ”ma quello è uno psicopatico!”, per arrivare alla vetta della malafede:<a href="http://therebelekonomist.blogspot.com/2011/07/peggio-e-piu-peggio.html"> l’editoriale</a> di Vittorio Feltri uscito sullo stesso giornale che, all’indomani delle notizie dalla Norvegia, era riuscito a rimangiarsi solo la metà delle copie con il titolo <em>Sono sempre loro: CI ATTACCANO</em> ( gli islamici, ovviamente).<br />
<em>Quei giovani incapaci di reagire</em>, li chiama Feltri: erano in 500 contro uno, ma in un’ora e mezza di massacro, non hanno saputo far di meglio che scappare. Ragazzi smidollati, vigliacchi. Di più: incapaci di  agire gli uni per gli altri. Fra i giovani laburisti non c’erano eroi disposti al sacrificio, come volevasi dimostrare. Giudizio morale formulato a scopo politico &#8211; niente di nuovo, in fondo. Era una “velina ingrata”, Veronica Lario che non gradiva Noemi e le candidature delle amiche del marito, le donne in piazza sono bacchettone ecc. Predicare bene per razzolare male: il basso continuo di chi fa la morale accusando gli altri di moralismo. La differenza è che qui la materia non sono soltanto una settantina di adolescenti ammazzati, ma anche i compagni che si porteranno addosso per tutta la vita il trauma e il senso di colpa per non essere riusciti a fare esattamente ciò che Feltri rimprovera loro. Serve altro? Un piccolo rinfresco su tutti quegli ebrei che si sono docilmente fatti portare al macello, prova che in effetti si trattava di una genia imbelle? Può bastare una frase, anzi un’ interiezione, della stessa ragazza dagli occhi azzurri sfondati dall’orrore che ripeteva: “è totalmente irreale!”. Come si fa a organizzare una resistenza contro qualcosa che, oltre a essere qualcuno alto un metro e novanta munito di mitraglietta, fucile a pompa e pistola, è soprattutto <em>totalmente irreale</em>?  </p>
<p>Molti giornali hanno pubblicato le foto delle vittime già identificate. Ma di coloro che sono rimasti vivi, il volto rimarrà quasi sempre sconosciuto, com’è giusto. Per rimandare anche a loro, ecco l’elenco provvisorio dei nomi dei ragazzi uccisi. Oltre a un gesto di memoria, forse potrebbe somigliare anche a qualcosa come un minimo atto di resistenza da condividere: perché le regole del gioco, anche di comunicazione, non siano dettate solo dai carnefici.</p>
<p>Alexsander Aas Eriksen, 16 anni</p>
<p>Anders Kristiansen, 18 anni</p>
<p>Adrine Bakkene Espeland, 17 anni</p>
<p>Emil Okkenhaug, 15 anni</p>
<p>Gunnar Linaker, 23 anni</p>
<p>Guro Vartdal Havoll, 18 anni</p>
<p>Hanne Kristine Fridtun, 19 anni</p>
<p>Havard Vederhus,  21 anni</p>
<p>Ismail Haji Ahmed, 19 anni</p>
<p>Johannes Buo, 14 anni</p>
<p>Jamal Rafal Yasin, 20 anni, rifugiata dall’Iraq con la famiglia</p>
<p>Marianne Sandvik, 16 anni</p>
<p>Monica Bosei, 45 anni</p>
<p>Monica Iselin Didriksen, 18 anni</p>
<p>Simon Saebo, 19 anni</p>
<p>Snorre Haller, 30 anni.</p>
<p>Sondre Dale, 17 anni.</p>
<p>Sverre Fleet Bjorkavag, 28 anni</p>
<p>Syvert Knudsen, 17 anni.</p>
<p>Torjus Blattmann, 17 anni. </p>
<p>Tarald Mjelde, 18 anni.</p>
<p>Espen Jorgensen, 17 anni.</p>
<p>Even Flugstad Malmedal, 18 anni.</p>
<p>Gizem Dogan, 17 anni.</p>
<p>Hanne Anette Balch Fjalestad, 43 anni.</p>
<p>Ida Beathe Rogne, 18 anni.</p>
<p>Lejla Selaci, 17 anni.</p>
<p>Lene Maria Bergum, 19 anni.</p>
<p>Silje Fjellbu, 17 anni</p>
<p>Syvert Knudsen, 17 anni</p>
<p>Tamta Liparteliani, georgiana</p>
<p>Tore Eikeland, 21 anni</p>
<p>Trond Berntsen, 51 ann</p>
<p>Ida Beathe Rogne, 18 anni</p>
<p>Morti per l’autobomba a Oslo:</p>
<p>Hanne Lovlie, 30 anni</p>
<p>Ida Marie Hill, 34 anni</p>
<p>Tove Knutsen, 56 anni</p>
<p>Hanna M. Orvik Endresen, 61 anni</p>
<p>Kai Hauge. 32 anni</p>
<p><em> la prima parte di questo pezzo è uscito su</em> L&#8217;Unità<em>, 25 luglio 2011. Grazie a<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_2386.html"> Andrea Tarabbia</a> e <a href="http://www.giorgiofontana.com/">Giorgio Fontana</a> che mi hanno fatto scoprire l&#8217;editoriale di Feltri.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/senza-immagine/">Senza immagine</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>In fondo al barile del Caro Leader</title>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2011 10:47:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><strong> </strong><em>(il manifesto, 24/5/2011)</em></p>
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/MILANO-ZINGAROPOLI-CON-PISAPIA.jpg">&#8230;</a>&#8220;Milano non può, alla vigilia dell&#8217;Expo 2015, diventare una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom e assediata dagli stranieri a cui la sinistra dà anche il diritto di voto&#8221;. Il Caro Leader &#8211; trovandosi d&#8217;un tratto di fronte alla catastrofe personale, frantumatosi lo specchio narcisista come per Dorian Gray &#8211; invoca gli spiriti, raschiando il barile.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/24/in-fondo-al-barile-del-caro-leader/">In fondo al barile del Caro Leader</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><strong> </strong><em>(il manifesto, 24/5/2011)</em></p>
<div><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/MILANO-ZINGAROPOLI-CON-PISAPIA.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39124" title="MILANO-ZINGAROPOLI-CON-PISAPIA" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/MILANO-ZINGAROPOLI-CON-PISAPIA-150x150.jpg" alt="" width="120" height="120" /></a>&#8220;Milano non può, alla vigilia dell&#8217;Expo 2015, diventare una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom e assediata dagli stranieri a cui la sinistra dà anche il diritto di voto&#8221;. Il Caro Leader &#8211; trovandosi d&#8217;un tratto di fronte alla catastrofe personale, frantumatosi lo specchio narcisista come per Dorian Gray &#8211; invoca gli spiriti, raschiando il barile. E in fondo al barile c&#8217;è un humus fatto appunto di fantasmi evocati per dar corpo a quello stato generalizzato di paura da sempre funzionale alla richiesta di ordine.  Clandestini, islamici, zingari, comunisti ad abbeverare i cavalli in piazza Duomo: un esercito di fantasmi in fitta schiera. Troppo fitta per essere credibile, viene da pensare, come di un giocatore che si gioca tutte le sue carte in una mano sola non facendo che rivelare la propria oscena nudità. Perché l&#8217;evocazione dell&#8217;Altro come nemico funziona, lo sappiamo bene, ma non è sufficiente per sé sola.<span id="more-39121"></span> Può essere – ed è – un elemento catalizzatore: ma ci deve pur essere qualche cosa da catalizzare. La costruzione della paura è un vettore fondamentale per l&#8217;acquisizione del consenso politico, Hobbes ce l&#8217;ha spiegato bene, e per la “servitù volontaria” degli uomini. Ma quando suona la ritirata ci vuole ben altro per rinserrare le fila: e invece il Caro Leader è lì ad enunciare il proprio assedio, e risulta palese la sua richiesta di soccorso, come fosse un prestigiatore che, di fronte al pubblico che abbandona il teatro, in stato confusionario apre la valigia e mostra a tutti i trucchi del mestiere. Certo, questa extrema ratio potrebbe ancora funzionare: del resto il popolo italiano è stato così a lungo abbagliato dai miraggi di questo illusionista che davvero non sappiamo quanto sia stato antropologicamente modificato e pronto a credere a ogni bubbola. Ci hanno provato con la signora Rizzi che ha gridato all&#8217;aggressione (ma era costruita male, di fretta, anch&#8217;essa frutto di un evidente stato confusionale: “Mi prendeva a calci gridando Viva Pisapia”, e già solo questo è talmente ridicolo che nel momento di risveglio uno si rende conto che è solo un sogno di pessima qualità). E figuriamoci se in questi ultimi giorni accadesse uno di quei fatti di cronaca nera così clamorosi che non si potrebbe non pensare anch&#8217;essi costruiti ad arte. Ma davvero forse stavolta siamo arrivati allo smascheramento finale. Perché – ed è questo il cuore della questione – l&#8217;armamentario retorico di una barbarie (islamici, zingari, stranieri) che assedia una città moderna e tecnologica &#8211; “alla vigilia dell&#8217;Expo” &#8211; fa certo leva su un immaginario di lunga durata, un immaginario razziale che percorre la storia della nostra modernità europea, ed è su questo che puntano il Caro Leader e i suoi spin doctors. Ma quando la barbarie (etica, sociale, economica) è qualcosa che si percepisce come inerente al cuore stesso della propria società, si smette di preoccuparsi della barbarie dell&#8217;Altro, e la priorità diventa quella di risanare la propria. Ecco, forse a questo punto ci siamo, o quantomeno questa vicenda di Milano è un sintomo che ci potremmo arrivare.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/24/in-fondo-al-barile-del-caro-leader/">In fondo al barile del Caro Leader</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>In lotta, ancora</title>
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		<pubDate>Thu, 05 May 2011 14:02:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><em>[In questi giorni sto partecipando al presidio antirazzista permanente a Massa a sostegno degli immigrati in lotta. E' un'esperienza forte e bella, e vorremmo la solidarietà di tutti. A partire dalla diffusione della notizia. Pubblico intanto l'articolo che ho scritto per il manifesto]</em></p>
<p>E&#8217; un&#8217;altra battaglia, dopo la gru di Brescia e la torre di Milano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/05/in-lotta-ancora/">In lotta, ancora</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><em>[In questi giorni sto partecipando al presidio antirazzista permanente a Massa a sostegno degli immigrati in lotta. E' un'esperienza forte e bella, e vorremmo la solidarietà di tutti. A partire dalla diffusione della notizia. Pubblico intanto l'articolo che ho scritto per il manifesto]</em></p>
<p>E&#8217; un&#8217;altra battaglia, dopo la gru di Brescia e la torre di Milano. Adesso è nel centro di Massa il luogo della lotta. Sette ragazzi africani – quattro senegalesi e tre marocchini – domenica scorsa sono entrati nel Duomo di Massa e hanno detto che non se ne sarebbero andati prima di avere un risultato. Tutti loro, tranne il portavoce Lamine, sono stati truffati in occasione del decreto flussi colf-badanti del 2009. Anche loro, come molte migliaia di immigrati, hanno versato migliaia di euro a qualcuno che aveva promesso di regolarizzarli con un posto di lavoro, ma questo qualcuno era un truffatore, si è volatilizzato lasciandoli nello stato di clandestinità da cui avevano sperato, finalmente, di potersi emancipare. E “quando non c&#8217;è nulla da perdere, in una lotta c&#8217;è tutto da guadagnare”, come ha detto Lamine durante la prima assemblea, sulla scalinata di marmo della cattedrale, di fronte alla facciata moderna ma pur sempre di marmo, agli italiani che con un passaparola erano accorsi (e va reso merito all&#8217;Assemblea antirazzista antifascista di Massa di aver innescato da tempo un percorso al fianco e a sostegno degli immigrati in lotta), e agli altri immigrati solidali con i loro fratelli.<span id="more-38952"></span> Non è stato un caso, ovviamente, che sia stato il primo maggio il giorno d&#8217;inizio di questa lotta, il giorno della festa dei lavoratori &#8211; perché di questo si tratta: di lavoratori senza diritti. Lamine dei diritti li ha (per quanto precari, come sempre sono precari i diritti di un immigrato anche regolare, essendo sempre possibile per lui  essere cacciato nella clandestinità perdendo il lavoro): ma lotta perché ha una coscienza politica forte, un senso di solidarietà che latita sempre di più, di questi tempi. Quelli come Lamine hanno molto da insegnarci. Per me, che partecipo al presidio davanti al Duomo, è importante essere al fianco suo e dei suoi compagni: è, direbbe Badiou, un evento di verità. Al fianco di Madiaw, per esempio, che è ancora clandestino, anche se all&#8217;Italia ha quasi sacrificato una mano. E&#8217; successo due anni fa, quando lavorava in una fabbrica di insaccati a Melegnano. Una piccola ditta a conduzione quasi familiare, dov&#8217;erano in dodici a lavorare, e tre di loro clandestini. Con contratto regolare, però, erano solo in due. Un giorno la macchina alla quale lavorava Madiaw, una macchina che mescolava le carni del maiale, gli ha preso il braccio e stava per portarselo via. E&#8217; stato un mezzo miracolo, e a Madiaw è rimasto solo uno sfregio ben visibile sull&#8217;avambraccio. Lo portarono in auto all&#8217;ospedale, “Dì che sei caduto in bicicletta, poi quando guarisci ti mettiamo in regola, stanno facendo la sanatoria”. Madiaw è rimasto con i chiodi nel braccio per sei mesi. Poi, quando è tornato dai padroni, questi gli hanno detto “No, guarda, non è possibile per noi, ci dispiace”. Madiaw ci ha provato ad andare per vie legali, ma nessuno testimoniava che effettivamente lavorasse là: non quelli che erano in regola per non perdere il lavoro, non i clandestini perché i clandestini in tribunale è meglio che non ci vadano&#8230; Così è caduto in mano a una signora che si era presentata come in cerca di un badante per sua madre ottantenne. Truffa facile facile, basta una scheda telefonica da disattivare qualche giorno dopo aver ricevuto i soldi dalla vittima in cambio di una ricevuta che non ha alcun valore legale.</p>
<p>Vicende come quelle di Madiaw sono migliaia e migliaia in Italia. Soldi versati a cooperative come a privati, spariti nel nulla. Un immigrato spesso non conosce la lingua, né la legge, sente che c&#8217;è la possibilità di essere messo in regola, si fida, e si affida. E&#8217; questione di vita, per lui. Una legislazione asimmetrica come quella italiana, che pone l&#8217;immigrato in una costante condizione di minorità, e in una posizione di totale dipendenza dal datore di lavoro, produce quasi naturalmente questi casi. Dicono che sono clandestini, e in quanto clandestini li criminalizzano: ma poi, loro dimostrano che desiderano con tutte le proprie forze non esserlo, clandestini, e glielo si impedisce. La sanatoria per colf  e badanti ha portato nelle casse dello Stato 154 milioni di euro, ma per gli immigrati non c&#8217;è stata alcuna tutela.</p>
<p>Ai sette in lotta è arrivata la solidarietà di quelli che lottavano a Brescia e a Milano – tranne quelli di loro che sono stati deportati quando sono scesi dalle loro postazioni su in alto, a mostrare che solo in un&#8217;esposizione assoluta al rischio si può tentare di uscire dall&#8217;invisibilità. Questo rischio, Lamine, Madiaw e gli altri sono disposti a correrlo.</p>
<p>Hanno occupato il Duomo perché è la casa di Dio, e “la casa di Dio è l&#8217;unico posto in cui non siamo irregolari”. Una rivendicazione dei fondamenti dell&#8217;universalismo, ovvero di un umanismo integrale che davvero potrebbe essere il fondamento di tutti, atei e credenti, e al di là di ateismo e fede. Purtroppo poi questo universalismo si scontra con le umane, troppo umane resistenze dei vari poteri. Così, dopo le prime due notti passate nel chiostro del Duomo, la curia ha fatto capire che se ne dovevano andare, altrimenti avrebbe chiamato la polizia. Richiesta che ci ha colto tutti alla sprovvista. Del resto i preti di strada, quelli alla don Gallo, vescovi non ci diventano mai. Anche se era difficile immaginare una scena del genere, i ragazzi hanno accettato. Adesso dormono in strada, anche di fronte alle tiepide solidarietà tanto ecclesiali quanto istituzionali. L&#8217;incontro col questore è stato abbastanza positivo, ma adesso ci vuole una risposta chiara da parte della magistratura, un via libera alla concessione del permesso di soggiorno per motivi di giustizia. I ragazzi dormono in strada, per andare fino in fondo, per non tradirsi. E&#8217; una questione di fedeltà, e non solo a se stessi. Come ha scritto, ancora, Badiou nel suo saggio su San Paolo, “ciò che dà potenza a una verità determinando la fedeltà soggettiva non è il rapporto a  sé che l&#8217; evento induce, ma il suo rivolgersi a tutti. Possiamo chiamarlo il teorema del militante. Nessuna verità è solitaria o particolare”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/05/in-lotta-ancora/">In lotta, ancora</a></p>
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		<title>Nonostante Auschwitz</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 08:12:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p><em>[Pubblico, per gentile concessione dell'editore, le ultime pagine dell'importante saggio di Alberto Burgio </em>Nonostante Auschwitz. Il "ritorno" del razzismo in Europa<em>, edito da DeriveApprodi, un libro che non è solo un’indagine storico-filosofica che “fa il punto” su una serie di questioni decisive, ma anche, e forse soprattutto, l’offerta di un dispositivo concettuale che ci permette di comprendere un elemento fondamentale della nostra società globale – letto però non come  portato della globalizzazione, ma come parte integrante della modernità europea.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/nonostante-auschwitz/">Nonostante Auschwitz</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-38496" title="copertina Nonostante Auschwitz - Burgio" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/copertina-Nonostante-Auschwitz-Burgio-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></p>
<p><em>[Pubblico, per gentile concessione dell'editore, le ultime pagine dell'importante saggio di Alberto Burgio </em>Nonostante Auschwitz. Il "ritorno" del razzismo in Europa<em>, edito da DeriveApprodi, un libro che non è solo un’indagine storico-filosofica che “fa il punto” su una serie di questioni decisive, ma anche, e forse soprattutto, l’offerta di un dispositivo concettuale che ci permette di comprendere un elemento fondamentale della nostra società globale – letto però non come  portato della globalizzazione, ma come parte integrante della modernità europea. mr]</em></p>
<p>di <strong>Alberto Burgio</strong></p>
<p>A proposito di immigrazione, si suole ripetere che l’integrazione di nuovi gruppi di popolazione è una sfida. Con ciò non ci si limita a sottolineare la complessità del fenomeno; si tende il più delle volte a suggerire che la violenza che spesso lo accompagna è una sua conseguenza inevitabile. Questa rappresentazione del problema si limita, per dir così, a <em>fotocopiare il senso comune</em>, che nell’immigrato scorge un intruso, non di rado prepotente e aggressivo. Alla base di un simile modo di pensare (che è a sua volta un prodotto del discorso dominante) opera uno schema che vediamo spesso all’opera quando viaggiamo su un mezzo pubblico affollato. <span id="more-38494"></span>Chi è a bordo non indugia a valutare le carenze strutturali del sistema dei trasporti: piuttosto, reagisce ostilmente nei confronti di quanti tentano di salire e attribuisce loro intenzioni invasive, dimenticando le proprie motivazioni, per nulla ostili, di qualche istante prima. Evidentemente, in questa prospettiva non soltanto le misure volte a contrastare l’immigrazione e a impedire l’integrazione degli immigrati nella cittadinanza appaiono obbligate e del tutto legittime: si direbbe inconfutabile anche l’intero discorso sulla devianza e sulla «naturale» propensione dei migranti a delinquere.</p>
<p>Ma le cose non stanno in questi termini, e dirlo non implica edulcorare o banalizzare una questione complessa<a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftn1">[1]</a>. Frizioni, attriti e tensioni sono <em>entro certi limiti</em> inevitabili effetti collaterali dei processi immigratori, in specie quando si tratta di fenomeni massicci concentrati in un breve arco temporale (come nel caso di molti Paesi dell’Europa occidentale a partire dal 1989-91). L’incontro con lo straniero (anche con lo «straniero-connazionale», come dimostra l’esperienza della migrazione di massa dal Mezzogiorno d’Italia ai centri del triangolo industriale all’epoca del boom economico) è spesso di per sé problematico. La convivenza (alla quale non si è in genere abituati né preparati) tende a suscitare ansia e insofferenza. È vero quindi che si tratta di una sfida che impone – peraltro a entrambe le parti – un non facile esercizio di pazienza e di tolleranza. Ma, come in tutti i processi sociali, anche nel caso dell’incontro tra residenti e migranti è in larga misura decisivo l’ambiente nel quale esso ha luogo, l’insieme dei fattori di contesto che il senso comune annovera invece tra le conseguenze di conflitti ritenuti «naturali» e spontanei.</p>
<p>L’espressione «fattori di contesto» si riferisce in primo luogo ad aspetti sociali. L’immigrazione coinvolge settori sociali in difficoltà, in cui già dominano risentimento e paura, non solo in quanto grava prevalentemente su quartieri periferici degradati, di per sé caratterizzati da serie problematiche abitative e relazionali, ma anche perché permette l’instaurarsi di una divisione sociale del lavoro su base «etnica»<a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftn2">[2]</a>. È evidente che entrambi i problemi chiamano in causa in primo luogo precise responsabilità esterne, dalla gestione speculativa del territorio urbano a una regolazione del mercato del lavoro tesa a trarre profitto dalla concorrenza tra i diversi settori di classe operaia<a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftn3">[3]</a>. Quanto al coinvolgimento di determinati gruppi di stranieri in attività illegali, vanno inoltre considerate le «profonde conseguenze criminogeniche» che le società europee producono nei confronti dei migranti, a cominciare dall’effetto di «clandestinizzazione» generato dalle norme sull’immigrazione e dalle aspettative di facile arricchimento alimentate dal discorso pubblico mediante il quale l’ordine sociale vigente rappresenta e legittima se stesso<a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftn4">[4]</a>. In questo senso il luogo comune secondo il quale l’Europa sarebbe terra d’invasione di orde criminali andrebbe rovesciato e sostituito dalla consapevolezza che i meccanismi che inducono alcuni migranti a delinquere sono «socialmente costruiti, in quanto affondano le proprie radici nella realtà dei rapporti sociali»<a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p>Influiscono anche fattori di natura strettamente politica, in particolare l’operato di forze politiche che agiscono come «imprenditori» dell’intolleranza, della xenofobia e del razzismo<a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftn6">[6]</a> alimentando in modo sistematico rancori, ansie e impulsi aggressivi (si pensi alle cosiddette «ronde» di volontari volute dalla Lega Nord per la «bonifica» del territorio) dei settori sociali più esposti ai contraccolpi delle trasformazioni al fine di ottenere consenso e potere. L’analisi precedente ne ha implicitamente mostrato l’incidenza sottolineando l’efficacia di dispositivi ideologici tesi alla costruzione di un immaginario collettivo ossessionato dalla paura e popolato di stereotipi. Ma è rilevante in proposito soprattutto quanto abbiamo visto nell’ultimo paragrafo. La creazione del nemico interno restituisce coesione alla collettività e la pacifica, esternalizzando contraddizioni e conflitti. Non si tratta di un effetto casuale, ma di una sperimentata tecnica di governo, stando almeno a quanto teorizza un autore per dir così «al di sotto di ogni sospetto», la cui figura getta una luce sinistra su tutta la materia. «Questa necessità di pacificazione nell’ordine infrastatuale – scrive con innegabile lucidità Carl Schmitt – conduce al fatto che, nelle situazioni critiche, lo Stato non sia un’unità politica se non nella misura in cui definisce in modo arbitrario il “nemico interno”»<a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftn7">[7]</a>.</p>
<p>In conclusione, non si tratta di consolarsi con rappresentazioni ottimistiche o con utopie di armonie prestabilite: è fondamentale tenere presente l’influenza esercitata da fattori esterni ed essere consapevoli della natura in larga misura <em>non spontanea </em>delle reazioni ostili nei confronti degli immigrati. L’atteggiamento meno corretto sembra dunque quello di chi tende a naturalizzare – persino a etologizzare – l’intolleranza e la violenza xenofoba, considerandole come «costanti antropologiche che precedono ogni motivazione»<a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftn8">[8]</a>. È una posizione che, per eccesso di «realismo», rischia di legittimare la costruzione sociale del deviante e del nemico interno e la stessa criminalizzazione dei migranti, impedendo di comprendere come l’incontro tra identità e culture diverse possa dar luogo, <em>ove trovi contesti adeguati</em>, a esperienze di accoglienza e di ibridazione che ne mettono a valore i risvolti positivi. Il punto non è produrre nuovi «trattati sulla natura umana», ma concentrarsi sulle pratiche del buon governo di un fenomeno-chiave nel mondo contemporaneo, nel quale non esistono più comunità chiuse e la mobilità di massa è un dato di fatto irreversibile.</p>
<h4><span style="font-weight: normal;"><em>Due modelli</em></span></h4>
<p>Buon governo dell’immigrazione significa, in concreto, favorire l’integrazione dei migranti nel quadro di un processo che coniughi il riconoscimento dei loro diritti col rispetto dei diritti degli autoctoni. Tutto ciò che abbiamo detto sin qui mostra che non si tratta di un compito agevole, ma non è nemmeno un obiettivo irraggiungibile. Per delineare un percorso utile a questo scopo può essere interessante riflettere sui due modelli di gestione dell’immigrazione in base ai quali si sono sviluppate molte società nate dal colonialismo europeo: il modello olistico (universalista) adottato prevalentemente da Spagna e Portogallo nelle colonie del Centro e del Sudamerica  (ma sotteso anche all’esperienza coloniale francese in America e in Africa), e il modello pluralistico (o multiculturalista) tipico del colonialismo anglosassone<a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftn9">[9]</a>.</p>
<p>Il presupposto fondamentale – e il punto d’onore – del modello olistico è l’egualitarismo. Si tratta di un modello inclusivo, concepito sulla base del principio di uguaglianza sancito dalla tradizione giusnaturalistica moderna. Nelle sue concrete applicazioni, esso tende tuttavia a essere oppressivo e addirittura distruttivo. Il punto critico riguarda i valori di riferimento della convivenza sociale, che sono (di norma) quelli della metropoli. Essa tende a imporli, assumendoli come criteri-guida nella prescrizione di vincoli e di regole. L’integrazione rischia così di coincidere con la negazione dei soggetti integrati. Gli stessi concetti impiegati in questo contesto («integrazione», «inclusione», «assimilazione») rivelano la portata di questo rischio. Essere integrato, incluso o assimilato comporta spesso l’obbligo di assumere le sembianze (la cultura, le credenze, le forme di vita) del Paese o del gruppo che assimila, perdendo la propria identità originaria.</p>
<p>È in questione il volto violento (imperialistico) dell’universalismo<a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftn10">[10]</a>, in forza del quale un elemento in realtà particolare – la cultura della metropoli – pretende di valere come universale. Da questo punto di vista anche quel presupposto egualitario che l’olismo rivela un volto inquietante. L’uguaglianza in questione non consiste soltanto nell’<em>opportunità</em> di acquisire i diritti della popolazione in cui ci si integra, ma anche nella <em>coazione</em> a conformarsi ai suoi valori e stili di vita. Vi è qui un paradosso che mina alla radice il modello. Il preteso egualitarismo olistico riposa in realtà su un presupposto di superiorità: si pretende di imporre i propri valori perché si considerano inferiori quelli altrui. La storia del colonialismo portoghese e spagnolo in Centro e Sudamerica e quella del colonialismo francese in Africa attestano la portata di questa contraddizione, poiché, sulla base di principi rigorosamente universalistici, entrambi hanno dato vita a società imperniate sul dominio della componente europea e sulla rigida subordinazione delle popolazioni indigene, sistematicamente relegate in posizioni subalterne e non di rado di puro servaggio.</p>
<p>Questo rischio è in apparenza assente nel modello pluralistico, che rinuncia a qualsiasi <em>reductio ad unum</em>, sia che consideri la diversità un valore, sia che la ritenga ineliminabile. Da questo punto di vista il modello pluralistico è rassicurante. Si direbbe un paradigma di tolleranza, in quanto non persegue uniformità né pretende abiure. Occorre tuttavia chiedersi se questa tolleranza predisponga anche a un’effettiva accoglienza.</p>
<p>Se stiamo alla logica del modello, non pare. Il suo punto di forza consiste nel non imporre una norma valida per tutti. Ma alla base di questa rinuncia vi è spesso l’idea che norme valide per tutti <em>non siano possibili</em>. Il rispetto per le differenze inclina verso una loro pericolosa esasperazione, che a sua volta tradisce una concezione essenzialistica (naturalistica) delle identità: il pluralismo multiculturalista desume l’impossibilità di elaborare culture e stili di vita condivisi dalla convinzione che le caratteristiche salienti delle diverse identità siano connaturate e irriducibili. È una teoria dell’incommensurabilità, che cristallizza identità e culture<a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftn11">[11]</a>.</p>
<p>Anche in questo caso è dunque possibile cogliere un paradosso: il preteso «rispetto» per le differenze cela spesso il disprezzo per i diversi. Se è così, l’accoglienza si rivela evidentemente impossibile. Si vive insieme come estranei, destinati a rimanere tali all’infinito. In realtà non si vive insieme, ma l’uno accanto all’altro. L’idea della radicale differenza induce alla reciproca indifferenza. La società non è un corpo collettivo, ma la sede di una più o meno pacifica convivenza tra estranei. Si tratta di un modello confederativo fondato su una logica intergruppi, che rischia di entrare in sofferenza ogni qual volta tra i gruppi (tendenzialmente chiusi) sorgono controversie sui confini o sull’allocazione delle risorse. Così, il massimo della tolleranza è sempre a rischio di degenerare nella violenza passando attraverso l’indifferenza reciproca. Nel caso del colonialismo inglese in America e in Asia il presupposto della differenza radicale delle civiltà ha infatti giustificato una totale libertà di trattamento, espressasi nello sterminio delle popolazioni indigene e nella riabilitazione della schiavitù.</p>
<p>Quale insegnamento è possibile trarre da queste esperienze? Sembra evidente che, condotti alle estreme conseguenze, tanto l’olismo quanto il pluralismo multiculturalista conducono alla distruzione dell’altro: o attraverso un’integrazione che lo <em>fagocita</em>,<em> </em>o per mezzo di un’indifferenza che permette di <em>cancellarlo</em>.<em> </em>In tutti e due i casi si rischia di approdare alla negazione dell’altrui identità, per riprendere i termini di Goffman da cui siamo partiti. Questa coincidenza dimostra che le due logiche non sono del tutto separate. Esse si incontrano nel presupposto etnocentrico della propria superiorità, al quale in entrambi i casi si accompagna l’inferiorizzazione razzista dell’altro.</p>
<p>Ma, come abbiamo visto, ciascuna logica contiene anche una verità interna ed entrambe possono produrre effetti positivi, se usate l’una come correttivo dell’altra. L’olismo prescrive di non eccedere nella percezione dell’alterità, di non dimenticare che il diverso è, al fondamento, uguale. Il pluralismo ricorda che ciascuno ha il proprio vissuto e il proprio orizzonte di aspettative e finalità e raccomanda di rispettare questa molteplicità astenendosi dalla pretesa di uniformarla. Sono entrambe prescrizioni ineludibili e la vera sfida è dunque proprio questa: riuscire a fondere i due modelli in modo da temperarli per liberarne gli aspetti positivi<a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftn12">[12]</a>.</p>
<p>Si tratta, in altri termini, di rendere operativo un unico modello, virtuoso, basato sul riconoscimento di una diversità intesa come pari dignità di ciascuno. Il punto decisivo consiste verosimilmente nella costruzione di un’idea di società come risultato aperto di una incessante ricerca collettiva. Ciò implica lo sradicamento della tradizionale attitudine proprietaria che induce ciascuno a considerare la <em>sua </em>terra (o patria, o storia) come un bene privato<a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftn13">[13]</a>. Con una metafora spaziale, si tratta di immaginare uno spazio nel quale ogni punto accetti di considerarsi uguale a ogni altro, egualmente centrale ed egualmente periferico. Questa è naturalmente un’idea regolativa, come tale non realizzabile <em>in toto</em>, anche perché i processi migratori sono asimmetrici, in quanto il luogo di destinazione vale come centro. Forse ha però il vantaggio di essere un’idea semplice, benché di quella semplicità «che è difficile a farsi».</p>
<hr size="1" /><a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftnref1">[1]</a> Cfr. V. Cotesta, <em>Sociologia dei conflitti etnici. Razzismo, immigrazione e società multiculturale</em>, Laterza, Roma-Bari 1999; L. D’Ascia, a cura di, <em>Il nemico in casa. Diversità culturale e conflitto politico</em>, Pendragon, Bologna 1999.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftnref2">[2]</a> Cfr. E.  Reyneri, <em>Il mercato del lavoro. L’integrazione nell’occupazione dipendente</em>, in G. Zincone, a cura di, <em>Secondo rapporto sull’integrazione degli immigrati in Italia</em>, il Mulino, Bologna 2001, pp. 331 ss.; M. Rovelli, <em>Ser</em><em>vi. </em><em>Il paese sommerso dei clandestini al lavoro</em>, Feltrinelli, Milano 2009.<strong> </strong></p>
<p><a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftnref3">[3]</a> Un’indagine su base nazionale svolta nel 2009 dalla Fondazione Leone Moressa di Mestre in tema di differenziali retributivi documenta che in Italia gli immigrati (lavoratori contrattualizzati a tempo indeterminato inquadrati di norma come operai) percepiscono, a parità di mansioni, retribuzioni inferiori, rispetto agli italiani, del 23,3% (gli uomini) e del 33% (le donne): cfr. Leonard Berberi, <em>La busta paga degli immigrati</em>, «Il Sole – 24 Ore», 22 marzo 2010. Sul tema, M. Ambrosini, <em>Utili invasori. L’inserimento degli immigrati nel mercato del lavoro italiano</em>, Franco Angeli, Milano 1999; Y. Moulier-Boutang, <em>Razza operaia</em>, trad. it. a cura di R. Ulargiu, Calusca edizioni, Milano 1992; Id., <em>Dalla schiavitù al salariato</em>, manifestolibri, Roma 2002; F. Raimondi – M. Ricciardi, a cura di, <em>Lavoro migrante. Esperienza e prospettiva</em>, DeriveApprodi, Roma 2004.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftnref4">[4]</a> A. Burgio, <em>La «guerre des races» et le Nouvel Ordre Européen</em>, «Actuel Marx», n. 38 (<em>Le racisme après les races</em>), 2005, pp. 119 ss.; Melossi, <em>Stato, controllo sociale, devianza</em>, cit., pp. 283-4.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftnref5">[5]</a> Ivi, p. 273.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftnref6">[6]</a> Cfr. L. Balbo – L. Manconi, <em>I razzismi reali</em>, Feltrinelli, Milano 1992, pp. 80 ss.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftnref7">[7]</a> C. Schmitt, <em>Der Begriff des Politischen </em>(1927), Duncker &amp; Humblot, Berlin<em> </em>1963, p. 43.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftnref8">[8]</a> Enzensberger, <em>La grande migrazione</em>, cit., p. 7.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftnref9">[9]</a> Per un’ampia ricostruzione storica del problema, cfr. Gliozzi<strong>, <em>Adamo e il Nuovo mondo.</em></strong><em> La nascita dell’antropologia come ideologia coloniale: dalle genealogie bibliche alle teorie razziali (1500-1700)</em>, cit.; Id., <em>Differenze e uguaglianza nella cultura europea moderna. Scritti 1966-1991, a cura di A. Strumia, Vivarium, Napoli 1993; per un approfondimento degli aspetti teorici, Taguieff, La force du préjugé. Essai sur le racisme et ses doubles</em>, cit.; R. Motta, <em>L’addomesticamento degli etnodiritti. Percorsi dell’antropologia giuridica teorica ed applicata</em>, Unicopli, Milano 1994; A. Gasanti – G. Maggioni, a cura di, <em>Diritti nascosti. Approccio antropologico e prospettiva sociologica</em>, Raffaello Cortina, Milano 1995; A. Facchi – M.P. Mittica, a cura di, <em>Concetti e norme. Teorie e ricerche di antropologia giuridica</em>, Franco Angeli, Milano 2000; R. Gallissot – M. Kilani – A. Rivera, <em>L’imbroglio etnico in quattordici parole-chiave</em>, Dedalo, Bari 2001;<em> </em>R. Gallissot, <em>Razzismo e antirazzismo. Le sfide dell’immigrazione</em>, trad. it. a cura di A. Rivera, Dedalo, Bari 2002; sullo scontro oggi in atto tra i due modelli, R. Castel, <em>La discriminazione negativa. Cittadini o indigeni?</em>, a cura di C. Pizzo e C. Tarantino, Quodlibet, Macerata 2008.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftnref10">[10]</a> T. Todorov, <em>Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana</em>, trad. it., Einaudi, Torino 1991;<em> </em>Balibar, <em>le frontiere della democrazia</em>, cit.; M. Kilani, <em>L’universalismo occidentale e le periferie dell’umanità. Un commento ai fatti dell’11 settembre</em>, in G. Leghissa, a cura di, <em>Niente sarà più come prima</em>, Medusa, Milano 2002; Id., <em>Le politiche dell’identità in Europa fra universalismo e particolarismo</em>, in A. Petrillo, a cura di, <em>Polis e panico I. tra vulnerabilità e immunizzazione</em>, Sellino, Avellino 2005, pp. 175 ss.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftnref11">[11]</a> Cfr. F. Crespi – R. Segatori, a cura di, <em>Multiculturalismo e democrazia</em>, Donzelli, Roma 1996; S. Žižek, <em>Multiculturalism, or the Cultural Logic of Multinational Capitalism</em>, «New Left Review», 1997, 225;<em> </em>S. Mezzadra, a cura di, <em>Genealogie multiculturali. Storia e critica</em>, «Contemporanea», 2003, 1, F. Pompeo, a cura di, <em>La società di tutti. Multiculturalismo e politiche dell’identità</em>, Meltemi, Roma 2007.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftnref12">[12]</a> Proposte concrete in questa direzione sono contenute in Magistratura democratica – Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, <em>Per una legislazione giusta ed efficace sull’immigrazione. 7 anni di analisi e di proposte sulla condizione giuridica dei migranti</em>, s.l., 2003.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/marco/Downloads/VI%20capitolo.doc#_ftnref13">[13]</a> M. Detienne, <em>Essere autoctoni. Come denazionalizzare le storie nazionali</em>, trad. it., Sansoni, Firenze 2004.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/nonostante-auschwitz/">Nonostante Auschwitz</a></p>
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		<title>Smettiamo di chiamarla «letteratura della migrazione»?</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 08:30:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>A proposito di un romanzo di Igiaba Scego (e non solo)</em> (1)<em><strong> </strong></em></p>
<p>di<strong> Daniela Brogi</strong></p>
<p><strong>1. </strong>Cominciamo con un esempio, e partiamo da una definizione che in un contesto europeo sembra scontata, ma che in Italia invece è ancora percepita come inconsueta, tant’è vero che si tende a non usarla: non è <em>famigliare</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/23/smettiamo-di-chiamarla-%c2%abletteratura-della-migrazione%c2%bb/">Smettiamo di chiamarla «letteratura della migrazione»?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>A proposito di un romanzo di Igiaba Scego (e non solo)</em> (1)<em><strong> </strong></em></p>
<p>di<strong> Daniela Brogi</strong></p>
<p><strong>1. </strong>Cominciamo con un esempio, e partiamo da una definizione che in un contesto europeo sembra scontata, ma che in Italia invece è ancora percepita come inconsueta, tant’è vero che si tende a non usarla: non è <em>famigliare</em>. Ecco la definizione: <em>Oltre Babilonia</em>(2) è un romanzo scritto da un’autrice <em>afroitaliana</em>, ovvero da una cittadina della lingua italiana, che non usa più l’italiano come strumento per comunicare, o per testimoniare la propria storia &#8211; come nei primi libri di autori migranti usciti negli anni Novanta(3); e neppure si tratta di un impiego dell’italiano inteso precipuamente come maniera retorica, marca di letterarietà, ovvero praticato in quanto lingua eterogenea (:“altra lingua” di un’&#8221;altra cultura&#8221;), come dal Medio Evo in poi è accaduto a molti scrittori che hanno usato l’italiano per l’espressione dell’amore (magari componendo un sonetto petrarchesco); tutti scrittori, in ogni caso, che si sono cimentati da <em>outsiders</em> con l’italiano: per limitarci a qualcuno dei tanti esempi, potremmo citare Montaigne, Byron, Pound(4). <span id="more-38488"></span>L’italiano usato da Scego invece, come quello di molti altri autori contemporanei, è una lingua attraverso la quale stare dentro la propria storia, dentro la propria identità. Detto in altro modo: la lingua italiana non è più un espediente comunicativo, o una scelta letteraria, ma una condizione di esistenza.</p>
<p>Considerata poi &#8211; al confronto con altri paesi come Inghilterra, Germania, Francia &#8211; l’età relativamente giovane dei flussi migratori che soltanto a partire dalla fine degli anni Ottanta hanno iniziato a trasformare l’Italia in un paese abitato e mandato avanti da gruppi etnici differenti, occorre subito precisare che per molte ragioni <em>Oltre Babilonia</em> ha una qualità letteraria che mantiene qualcosa di <em>acerbo</em>, per così dire, diverso dai successi ormai consolidati di opere come <em>The Buddha of Suburbia</em> (1990) di Kureishi, <em>Kanak Sprak</em> (1995) di Zaimoglu, o <em>White Teeth</em> (2000) di Smith. A maggior ragione però vale la pena di parlarne: perché se lo merita l’opera, e perché se lo merita la critica letteraria, così troppo spesso tenuta lontano dalla realtà che più la riguarda.</p>
<p>Sono necessarie però due premesse.</p>
<p>Prima premessa. Da qualche anno in Italia, per definire autori di origine straniera (Scego è nata a Roma nel 1974 da genitori somali fuggiti in seguito al colpo di stato di Siad Barre), si usa l’espressione “scrittori italiani di seconda generazione”. Questa definizione funziona almeno a quattro livelli.</p>
<p>In senso sociologico, perché indica appunto la generazione dei figli di non italiani (ovvero figli di genitori venuti ad abitare in Italia: la precisazione non è superflua perché risolve la confusione con i casi di autori cosmopoliti[5]).</p>
<p>«Scrittori italiani di seconda generazione» vale inoltre in senso linguistico, e volendo anche psicolinguistico: questi autori, infatti, appartengono a un contesto di plurilinguismo, piuttosto che a una situazione di generico multilinguismo o poliglottismo, e questa particolarità crea nuove situazioni non solo di natura linguistica in senso strettamente tecnico. Il bilinguismo, o il trilinguismo, fan sì che a parlare contemporaneamente lingue diverse – e tra di esse la lingua che spesso è stata ed è nemica: usata come forma di dominio, di discriminazione e di respingimento –, a parlare tutte queste lingue non sia soltanto la vita pubblica, ma anche la vita interiore, vale a dire, per esempio, anche la fantasia, o la memoria, e perfino – o soprattutto – il dolore. E tutto ciò non può non comportare modi diversi di relazione con il mondo(6).</p>
<p>Al tempo stesso, la categoria “scrittori italiani di seconda generazione” vale in senso culturale-formativo: per i figli degli immigrati l’italiano non è più una lingua imparata lungo la strada materiale e simbolica dell’integrazione, ma una lingua appresa a scuola(7) – come si racconta nel doc appena uscito di Loy e Cederna <em>Una scuola italiana</em>.</p>
<p>Questo terzo ordine di ragioni, assieme ai primi due, spiega pure il quarto possibile valore dell’etichetta: <em>scrittori</em>, appunto, italiani di seconda generazione, ovvero individui che usano l’italiano non più soltanto per sopravvivere e comunicare, ma con l’ambizione di una forma letteraria. Lo scarto tra la prima e la seconda generazione, da questo punto di vista, funziona anche rispetto al patto narrativo, al contratto comunicativo stabilito dai testi, perché essi non sono più destinati a un interlocutore modello chiamato principalmente ad ascoltare una testimonianza drammatica, ma prevedono un destinatario disposto ad apprezzare la qualità letteraria delle opere.</p>
<p>Scrittori italiani di seconda generazione allora? In realtà, a più di un decennio di distanza dall’uscita del primo romanzo di uno scrittore di origini straniere cresciuto in Italia (<em>Verso la notte bakonga</em>, 1999, di Jadelin Mabiala Gangbo[8]), l’espressione stona; in un paese dove, secondo il ventesimo rapporto sull’immigrazione presentato nel dicembre 2010 dalla Caritas, i figli degli immigrati costituiscono già un terzo della popolazione sotto i trent’anni, c’è qualcosa che ormai fa problema nella definizione “scrittori italiani di seconda generazione” che, se ci pensiamo, per molti aspetti potrebbe diventare un’espressione anche difensiva; e offensiva, svalutativa, perché rischia di mantenere l’autore così indicato in una condizione di <em>second class citizen</em> – per usare il famoso titolo di Buchi Emecheta(9) -, e in ogni caso rischia di ridurre il soggetto a oggetto: depositario di un’identità <em>eteronoma</em>, cioè tutta vissuta e ricostruita da un altro piuttosto che autodeterminata e autodefinita. Il rischio, in altre parole, è quello di riprodurre un modo discorsivo e mentale che, sia pure con le migliori o più inconsapevoli intenzioni, rafforza un’idea di integrazione come processo a senso unico (: ci integriamo nella misura in cui tu impari ed assimili la mia lingua e la mia cultura, ovvero ci integriamo nella misura in cui io ti incorporo), piuttosto che come scambio. Dove per scambio si intende incontro e incrocio di traiettorie(10), ma, soprattutto, si intende anche un’idea di conflittualità come premessa per il reciproco riconoscimento: è proprio da qui, credo, che si potrebbe scommettere sullo scatto di un arricchimento di civiltà. Proviamo a dire afroitaliani dunque, o araboitaliani, come anglopakistani o turcotedeschi. Proviamo a uscire dall’incommensurabilità di principio tra le letterature e le identità sancita appunto dalle delimitazioni.</p>
<p>Seconda premessa. Di fronte a una produzione editoriale ormai così vistosa, le istituzioni culturali e l’accademia italiane hanno reagito e stanno continuando a reagire o con un atteggiamento prevalente di pacifica indifferenza &#8211; al punto che, di fatto, le cattedre di Postcolonial Studies sono pressoché assenti &#8211; oppure con un atteggiamento di acritica apertura: creando banche dati, dibattiti (soprattutto online), definendo la situazione nei termini del “<em>fenomeno</em> delle scritture migranti”, ovvero di una realtà accettata aprioristicamente, senza essere davvero discussa. Non si tratta, naturalmente, di due modi di agire sovrapponibili: nel secondo caso sono state prodotte occasioni di elaborazione e di confronto molto significative e per più di un motivo anche eroiche, considerate le resistenze continue provenienti dall’habitat circostante, formato da un contesto ideologico non di rado razzista, e da una situazione politico-economica che procede al ritmo continuo dei tagli finanziari al mondo della cultura. Malgrado ciò, è lecito il dubbio che tanto la chiusura autodifensiva quanto l’apertura incondizionata possano talvolta diventare due logiche discriminatorie parallele, che si confermano come egemoniche nel momento stesso in cui riproducono, ora per via dell’esplicito respingimento, ora per via dell’amichevole umiliazione, il pregiudizio di un’estraneità irriducibile (e nominabile soltanto se la si recinta[11]).</p>
<p>Come fare, allora, a smettere di difenderci? La risposta è difficile e         certamente richiede tempi di riflessione e competenze ben superiori a quelli offerti in questa sede. Intanto una prima, debolissima, misura d’igiene potrebbe consistere nell’eliminazione della parola “fenomeno” dal vocabolario critico. Un altro, faticoso, rimedio può essere quello di sottrarsi, sul piano della critica testuale, alla facile ipocrisia politically correct (spesso abbellita dalla sociologia), per cominciare piuttosto a smetterla di volerci stare simpatici (: nel senso della condivisione di un pathos) ancor prima di esserci conosciuti, e discutere piuttosto anche del valore letterario di questi libri, sollecitando un dialogo intorno a questioni testuali (che non vale mai come semplice sinonimo di <em>linguistiche</em>). Senza mai dimenticare, d’altra parte, che anche l’argomento di una produzione letteraria di qualità non sempre così significativa, può diventare un alibi per non occuparsi di testi che non mettono in gioco questioni puramente letterarie, nel senso retorico del termine, ma conflitti enormi per il riconoscimento dei diritti umani (lo spiega benissimo il libro appena uscito di Rastello[12]), ovvero contraddizioni fortissime della politica italiana in materia di immigrazione(13). Tant&#8217;è vero che, come spesso ci ricorda Amara Lakhous(14), o come si racconta nel documentario <em>18 ius soli</em> a cui sta lavorando Fred Kuwornu(15), molte persone nate in Italia non hanno ancora il passaporto italiano.</p>
<p><strong>2</strong>. <em>Oltre Babilonia</em>: riecheggiando nel titolo le espressioni usate da Bob Marley in una famosa intervista rilasciata a Ed McCormack per «Rolling Stone» nel 1976, il titolo del romanzo di Scego presuppone al tempo stesso il superamento della posizione di Marley (: tornare a casa in Etiopia e lasciare questa Babilonia(16)) perché <em>casa</em>, ormai, è, anche se a fatica, il luogo dove si sta, dove si abita la propria storia (<em>Italiani per vocazione </em>è, non per nulla, il titolo di un’antologia di autori migranti curata proprio da Scego nel 2006(17); <em>La mia casa è dove sono</em> è il titolo dell’ultimo lavoro dell’autrice[18]).</p>
<p>Nel testo di <em>Oltre Babilonia</em> ricorrono cinque aspetti che non solo caratterizzano il romanzo di Igiaba Scego, ma, più in generale, si pongono come elementi ricorrenti nelle narrazioni provenienti da esperienze di migrazione. In primo luogo &#8211; e in questo caso il discorso ovviamente vale soprattutto per le autrici &#8211; la prevalenza di una trama per così dire “matrifocale”, ovvero la presenza di una storia recuperata da una voce femminile(19) che svolge il filo della memoria di sé attraverso le storie di altre donne, secondo un incrocio tra esperienza presente e vicende passate riattivate dal ricordo. Un procedimento che in certi tratti potrebbe ricordare <em>Beloved</em>, di Toni Morrison.</p>
<p>Accanto a questo primo tratto, la coralità, sia della trama che dei punti di vista narrativi: come i libri di Ghermandi, Farah, Smith, Ndiaye, per esempio, il romanzo di Scego è composto da biografie multiple narrate da punti di vista mobili. Sono biografie separate dalla Storia e rimesse accanto da una scrittura che vuole parlarci di una realtà non solo esistita, ma percepita a più livelli. Da qui derivano altre due costanti: la partenza e la separazione come ingranaggi del <em>plot</em>(20); e l’uso della struttura investigativa come dispositivo privilegiato di organizzazione del racconto: l’attenzione del lettore, come quella dei personaggi, è indirizzata alla ricerca e alla scoperta(21).</p>
<p>Un quinto motivo che ritorna, infine, riguarda la forte importanza che, sul piano dell’organizzazione dei materiali narrativi, acquista la prospettiva testuale dello spazio (<em>Oltre Babilonia </em>è ambientato tra Italia, Tunisia, Somalia e Argentina). È proprio lo spazio, infatti, ora inteso come madre patria d’origine, ora come nuova patria acquisita, ora come luogo di passaggio, ora come zona di conflitto o di incontro tra una storia e l’altra, a costruire, di pari passo con lo svolgimento del racconto, il mondo di significati e la temporalità stessa costruiti dalla storia. Gli spostamenti tra i tanti luoghi coincidono con il lavoro progressivo di individuazione e presa di consapevolezza; l’arco spaziale profilato dalle storie ne definisce, al tempo stesso, l’arco narrativo, ed entrambi formano il ritratto più completo delle vite rappresentate: quello attraverso il quale i personaggi potranno finalmente riuscire a vedere il mondo e, ciò facendo, vedere se stessi, un po’ come nell’Epilogo di <em>El hacedor</em> (1960), di Borges, dove «un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l&#8217;immagine del suo volto».</p>
<p><strong>3. </strong>La ricostruzione dell’identità attraverso il rapporto con la lingua madre, col passato, e con le scissioni. Questo è il centro di gravità dei significati di <em>Dopo Babilonia</em>. E delle forme che li organizzano. Il testo infatti è costruito attraverso una struttura a cornice, con un Prologo e un Epilogo (gestiti da uno dei personaggi: Zuhra Laamane, la “Negropolitana”, che vive a Roma, e decide di scrivere su dei quaderni la propria storia). Prologo ed epilogo inquadrano otto blocchi narrativi. In ciascuno di essi si alternano (seguendo il medesimo ordine) cinque storie intitolate coi soprannomi dei rispettivi protagonisti, che sono: la Nus-Nus &#8211; che significa la «mezza mezza» in lingua somala; la Negropolitana; la Reaparecida; la Pessottimista; il padre (unico personaggio senza il maiuscolo enfatico). Man mano che scrittura e lettura procedono, i personaggi si incontrano e le rispettive biografie si incrociano e si completano a vicenda. La Nus-Nus è Mar, una giovane di madre argentina (Miranda: la Reaparecida) e padre somalo. È nera e vive a Roma, come la Negropolitana, ma le due donne non si conosceranno nella città dove abitano, bensì a Tunisi, in una scuola di arabo, dove si incontrano le lingue più diverse. A questo grumo di etnie, di destini, di parole e perfino di colori (il motivo dei colori è molto importante in <em>Oltre Babilonia</em>, e di nuovo fa risuonare <em>Beloved</em>), si mescolano anche le storie segrete che arrivano dal passato e dalle terre di origine di Mar e Zuhra &#8211; Buenos Aires e Mogadiscio &#8211; per iniziativa delle loro madri, Miranda a Maryam, che attraverso i loro racconti mettono fuori, potremmo pure dire partoriscono il proprio passato come memoria da consegnare alle figlie (il dialogo tra generazioni è un altro tema chiave della scrittura migrante). Accanto a queste quattro voci vi è poi quella di Elias, padre di Mar e Zuhra, doppiamente straniero perché le due ragazze non sanno di essere sorelle.</p>
<p>La trama, dislocata in vari luoghi, traduce formalmente l’idea che la ricerca delle radici non può avvenire in un unico spazio, e che un luogo da solo non basta a garantire un’identità permanente. Occorre riprendere strade che arrivano da molto lontano e non seguono mai percorsi lineari ma, come le lingue a Babilonia, si confondono. Prendiamo il caso di Zuhra: che comunica in somalo con la madre che non parla italiano, parla romanesco quando scrive e quando pensa, si è laureata in letteratura brasiliana, e oltre a sapere l’inglese e lo spagnolo si è messa a studiare l’arabo. La condizione di Zuhra non equivale a una banale scissione tra la lingua che si parla fuori e la lingua che si parla a casa, ma è una compresenza complessa di codici che oltre alle parole, oltre alle voci, fanno inteagire pezzi di identità altrettanto diversi(22).</p>
<p>Tra l’altro, questa circostanza così reale produce, nel passaggio alla rielaborazione letteraria, un mondo narrativo affollato di doppi – e di nuovo non si tratta di un motivo riguardante soltanto il romanzo di Scego. E così in <em>Oltre Babilonia </em>avremo due ragazze -  piano piano si scoprirà che sono due sorelle; due madri che raccontano due storie di esilio, due dittature, eccetera.</p>
<p>Ancora un motivo che rende interessante il romanzo di Scego è poi il fatto che le identità in gioco non siano soltanto quelle meticciate riconducibili alle singole vite dei personaggi, ma anche quelle dell’Italia. <em>Oltre Babilonia</em> infatti racconta bene, senza che la narrazione soffochi la vicenda nella morsa di una dimostrazione (rischio che in altri casi invece si affaccia), una storia che, malgrado le molte celebrazioni in corso per il centocinquantenario dall’Unità, si fatica ancora oggi a riconoscere, ovvero che l’identità nazionale, intesa come mappa retorica, ideologica, memoriale, delle idee e delle situazioni che fanno <em>made in Italy</em>, è stata ed è tuttoggi il prodotto di pesantissime rimozioni. E così, come il brigantaggio meridionale, l’adesione consapevole al fascismo, o il razzismo(23), per limitarci a tre esempi, l’emigrazione e il colonialismo rappresentano due capitoli tanto fondamentali quanto dimenticati della storia italiana. Quanti sanno, o sapevano; quanti hanno mai riflettuto o ricordato – rispondiamo con sincerità: basta farlo con noi stessi – che tra il 1913 e il 1952 in Italia è esistito il Ministero delle Colonie? Basterebbe del resto, a confermare questa attitudine alla denegazione, la totale mancanza di popolarità e di interesse critico che contraddistingue uno dei romanzi italiani più belli – e più ignorati – del secondo dopoguerra: <em>Tempo di uccidere</em> (1947) di Ennio Flaiano(24). In <em>Oltre Babilonia </em>Miranda, Zuhra, Mar, Maryam, come i personaggi di molti altri libri afroitaliani, ci ricordano invece, attraverso il racconto delle proprie esistenze, che i fili che uniscono l’Italia all’Africa si sono intrecciati molto molto tempo fa, per esempio all’epoca dell’imperialismo in Somalia, Etiopia, Eritrea, Libia(25). E che gli Italiani, come tanti altri popoli, come la famiglia di origine della Reaparecida, hanno sempre migrato, e non sono stati solo un popolo di <em>brava gente</em>(26), più umano, più civile e più buono.</p>
<p><strong>4.</strong></p>
<p>Sul piano testuale, la nuova lingua delle scritture afroitaliane può offrire, almeno nei casi migliori,  il vantaggio dello svecchiamento rispetto a una certa idea di scrittura letteraria diffusa, oltre che da certe istituzioni, da certe stanche forme di antagonismo e di eversione formale a tutti i costi che rischiano paradossalmente di produrre orientamenti stilistici ancora più scolastici e claustrofobici. L’italiano infatti diventa in un certo senso una lingua per così dire più internazionale: circostanza tanto più significativa in un paese in cui molti italiani stanno sempre più regredendo a un uso del dialetto come lingua non più percepita come strumento privato e famigliare, ma indifferentemente usata nella comunicazione pubblica. Al tempo stesso, l’italiano può divenire una lingua più espressiva, più attaccata alla vita reale con due conseguenze che, nella lunga durata, potranno portare a risultati qualitativi non ancora facilmente prevedibili.</p>
<p>La prima di esse consiste nell’uso di un italiano più semplice, meno ricco, ma d’altra parte anche più <em>pulito</em>, per così dire, cioè meno colonizzato dall’enfasi della tradizione (dove per tradizione si intende pure la retroguardia convinta di essere avanguardia), o dal vizio molto radicato, non solo in letteratura, di una sintassi pomposa.</p>
<p>La seconda conseguenza riguarda l’uso di un italiano che, nei casi di mescidamento multilinguistico, asseconda funzioni espressive piuttosto che retoriche: la lingua diventa sempre più un impasto di tante culture.</p>
<p>Un’altra risorsa attraverso la quale l’italiano è rivitalizzato consiste nell’immissione di lemmi provenienti dalla lingua parlata nella propria famiglia d’origine. Di questa lingua si trattengono soprattutto termini dai contenuti identitari (riguardanti il cibo, la religione, il sistema parentale, i codici sessuali), come rivelano anche i glossari spesso riportati in appendice, e come conferma pure la ricorrenza di dettagli polisensoriali quando si tratta di raccontare vicende legate al mondo magico-infantile del passato. Altre volte invece la parola intraducibile indica le esperienze legate a stati d’animo emozionali e memoriali; oppure si tratta di un repertorio risalente a esperienze di racconto legate a modalità orali &#8211; «<em>wallahi billahi</em>» ad esempio, è l’intercalare con cui Zuhra, per via di ripetizione, scandisce il discorso nel Prologo di <em>Oltre Babilonia</em>(27).</p>
<p>Da tutto quello che si è osservato sin qui, derivano conseguenze stilistiche significative, che ancora una volta confermano quanto la letteratura, tanto sul versante creativo quanto sul versante critico, non sia mai un’esperienza unicamente retorica e autoriflessiva, ma trascini un modo complessivo di stare dentro la realtà e la storia. Così, l’italiano diviene una lingua &#8211; e una cultura &#8211; reinventata dalle nuove esperienze di migrazione e dai conflitti per il riconoscimento che stanno dietro alle parole. È c’è poco da indignarsi, o da simulare indifferenza: non si tratta infatti di una situazione di emergenza – malgrado in Italia si tenda per lo più a percepirla così – ma di un dato di fatto. Appena i sentimenti e i punti di vista meno puri o meno subalterni legati a questo tipo di vicende sapranno &#8211; o potranno &#8211; uscire allo scoperto per trovare cittadinanza nei territori del racconto, allora sarà molto più frequente, a mio parere, incontrare delle grande narrazioni (e il discorso riguarda anche il cinema). Forse, anche quando la rabbia e la capacità di rappresentare sentimenti meno simpatici &#8211; come il sarcasmo di certi racconti di Kuruvilla(28) &#8211; conquisteranno spazio, senza avere continuamente la necessità di negoziarlo, si scriveranno e si leggeranno libri più belli.</p>
<p>Intanto, si può osservare &#8211; si può provare ad non aver paura di osservare &#8211; che anche gli autori italiani di origine straniera incontrano di solito la difficoltà incontrata da ogni autore che intenda raccontarci bene una storia. Si tratta della <em>difficoltà dello stile</em>, vale a dire di un concetto di <em>espressione</em> distante il più possibile dal semplice atto della trascrizione indifferenziata, e vicino a un’originalità consapevole e capace di ristabilire nuove combinazioni tra realtà e linguaggio. Forse saremo davvero liberi di integrarci quando chi produce e chi discute queste narrazioni uscirà una volta per tutte dal cantuccio protettivo delle definizioni e dei sentimenti a statuto speciale.</p>
<p>*</p>
<p>NOTE</p>
<hr size="1" />1) Una prima versione di questo articolo è appena uscita in inglese in <em>Afroeuropean Configurations: Readings and Projects</em>, edited by Sabrina Brancato, Cambridge Scholars Publishing, 2011.</p>
<p>2) I. Scego, <em>Oltre Babilonia</em>, Donzelli, Roma 2008. Scego ha esordito nel 2003, vincendo il premio Eks&amp;Tra di scrittori migranti con il suo racconto <em>Salsicce</em> (apparso in <em>Impronte</em>, Besa, 2003, poi ripubblicato in G. Kuruvilla, I. Mubiayi, I. Scego, L. Wadia, <em>pecore nere</em>, Laterza, Roma-Bari 2005); prima di <em>Oltre Babilonia</em> sono usciti <em>La nomade che amava Alfred Hitchcock</em>, Sinnos, Roma 2003; <em>Rhoda</em>, Sinnos, Roma 2004; nel 2007 ha curato assieme a Ingy Mubiayi la raccolta <em>Quando nasci è una roulette. Giovani figli di migranti si raccontano</em>, Terre di Mezzo, Roma 2007. Presso Rizzoli è da poco uscito <em>La mia casa è dove sono.</em></p>
<p>3) Al 1990 risalgono tre uscite <em>rivoluzionarie</em>: <em>Chiamatemi Alì</em> di Mohamed Bouchane e Carla De Girolamo (Leonardo, Milano); <em>Immigrato</em> di Salah Methnani e Mario Fortunato (Theoria, Roma); <em>Io, venditore di elefanti. Una vita per forza fra Dakar, Parigi e Milano</em> di Pap Khouma e Oreste Pivetta (Garzanti, Milano); sono tutti casi di “four-hands writings” (e nel medesimo anno esce pure l’antologia poetica <em>Responso</em>, di Arnold De Vos (Cultura duemila, Ragusa). Al 1991 risale <em>La promessa di Hamadi</em> (De Agostini, Novara 1991) del senegalese Saidou Moussa Ba (in collaborazione con Alessandro Micheletti), a cui si aggiunge Nassera Chohra con <em>Volevo diventare bianca</em>, a cura di A. Atti di Sarro, (e/o, Roma 1993). Nel 1994 esce <em>Lontano da Mogadiscio</em>, di Shirin Ramzanali Fazel (Datanews, Roma) e <em>Princesa</em> di Fernanda Farias De Albuquerque (il libro ha ispirato la canzone di De André e un film di Henrique Goldman). Nello stesso anno nasce il concorso Eks&amp;Tra, che fa emergere nuovi autori. (Tahar Lamri, che è stato il primo vincitore del concorso letterario Eks&amp;Tra, pubblicherà nel 2006 <em>I sessanta nomi dell’amore</em>, Fara Editore). Nel 1995 esce il libro di Mohsen Melliti, <em>I bambini delle rose</em> (Edizioni Lavoro, che del medesimo autore aveva già pubblicato, nel 1992, <em>Pantanella &#8211; canto lungo la strada</em>). Nel 1999 Portofranco pubblica la raccolta di racconti <em>Il Sole d’Inverno</em> di Muin Masri e il romanzo <em>Verso la Notte Bakonga</em> di Jadelin Mabiala Gangbo, mentre esce per Bompiani il romanzo <em>La Straniera</em> di Younis Tawfik, a cui seguirà Abdel Malik Smari, <em>Fiamme in Paradiso</em> (Il Saggiatore, 2000) e Ron Kubati, <em>Va e non torna</em> (Besa). Per una ricostruzione ulteriore cfr. l’articolo di A. Pallavicini <em>Qualcosa viene da lontano </em>postato sul Blog «Nazione Indiana» (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/12/10/qualcosa-che-viene-da-lontano-1/">http://www.nazioneindiana.com/2003/12/10/qualcosa-che-viene-da-lontano-1/</a>); il dossier di P. Ellero scaricabile dall’indirizzo <a href="http://www.maldura.unipd.it/masters/italianoL2/Lingua...e.../Ellero_4_12.pdf">www.maldura.unipd.it/masters/italianoL2/Lingua&#8230;e&#8230;/Ellero_4_12.pdf</a>; e il <em>Repertorio bibliografico ragionato sulla letteratura italiana della migrazione (1989-2008)</em>, a cura di C. Montaldi e G. Romano, in «Moderna», XII, 1, 2010, pp. 123-204 (importante soprattutto perché dà un quadro completo della bibliografia critica italiana sull’argomento); S. Brancato, <em>From routes to roots. Afrosporic Voices in Italy</em>, in «Callaloo», 30, 2 (2007), pp. 653-661; Ead., <em>Afro-european Literature(s): a New Discursive Category</em>, «Research in African Literatures», vol. 39, 3, 2008; T. Lamri, <em>Pillole di letteratura migrante in italia</em>, pubblicato nel maggio 2010 sul blog <em>minimum &amp; moralia</em> (<a href="http://www.minimaetmoralia.it/?p=2393">http://www.minimaetmoralia.it/?p=2393</a>). Dal 1997 Armando Gnisci ha messo su una Banca Dati degli Scrittori Immigrati in Lingua Italiana (<a href="http://www.disp.let.uniroma1.it/basili2001/">http://www.disp.let.uniroma1.it/basili2001/</a>).</p>
<p>4) Per riflettere su questi aspetti possono essere utili: la nuova edizione di T. De Mauro, <em>Storia linguistica dell’Italia unita</em>, Bari-Roma, Laterza 2011; La<em> questione della lingua per gli immigrati stranieri. Insegnare, valutare e certificare l’italiano L2</em>, a cura di M. Barni e A. Villarini, Franco Angeli, Milano 2001; M. Vedovelli, <em>L’italiano degli stranieri. Storia, attualità e prospettive</em>, Carocci, Roma 2002; ID., <em>Prima persona plurale futuro indicativo: noi saremo: il destino linguistico italiano dall’incomprensione di Babele alla pluralità della Pentecoste</em>, EDUP, Roma 2010; F. Brugnolo, <em>La lingua di cui si vanta Amore. Scrittori stranieri in lingua italiana dal Medioevo al Novecento</em>, Carocci, Roma 2009. Ma si veda anche <em>Eteroglossia e plurilinguismo letterario. I. L’italiano in Europa</em>, Atti del XXI Convegno interuniversitario di Bressanone (2-4 luglio 1993); <em>II. Plurilinguismo e letteratura</em>, Atti del XXVIII Convegno interuniversitario di Bressanone (6-9 luglio 2000), a cura di F. Brugnolo, V. Orioles, Il Calamo, Roma 2002.</p>
<p>5) Come Agota Kristov, per citare un solo esempio tratto dalla letteratura odierna, oppure, nel caso italiano, autrici come Helena Janeczek, o Anilda Ibrahimi.</p>
<p>6) Per le implicazioni psicanalitiche di questa differenza cfr. J. Amati Mehler, S. Argentieri, J. Canestri, <em>La Babele dell’inconscio. Lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicanalitica</em> [1990], Cortina, Milano 2003.  In traduzione inglese: <em>The Babel of the unconscious: Mother Tongue and Foreign Languages in the Psychoanalytic Dimension</em>, I.U.P., 1994.</p>
<p>7) Cfr. A. Gnisci, <em>Creolizzare l&#8217;Europa. Letteratura e migrazione</em>, Meltemi, Roma 2003; <em>Nuovo planetario italiano. Geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa</em>, a cura di A. Gnisci, Città aperta, Troina 2006.</p>
<p>8) J. Mabiala Gangbo<strong>,</strong> <em>Verso la notte bakonga</em>, Lupetti, Milano 1999; Id., <em>Rometta e Giulieo</em> Feltrinelli, Milano 2001; <em>Due volte</em>, e/o 2009.</p>
<p>9) B. Emecheta, <em>Second-Class Citizen</em>, Allison &amp; Busby, London 1974. Utilissimo, per decostruire i pregiudizi naturalizzati sottesi al razzismo comunicativo, è il libro di Paola Tabet, <em>La pelle giusta</em>, Einaudi, Torino 1997.</p>
<p>10) Recupero il titolo, e non soltanto, del libro di Geneviève Makaping, <em>Traiettorie di sguardi. E se gli altri foste voi?</em>, Rubbettino, Catanzaro 2001.</p>
<p>11) Cfr. anche gli spunti contenuti, oltre che negli studi già citati, in L. Strappini, <em>Voci di dentro e voci di fuori nella letteratura italiana</em>, in <em>Plurilinguismo multiculturalismo apprendimento delle lingue. Confronto tra Giappone e Italia</em>, a cura di S. Ferreri, Sette Città, Viterbo 2009.</p>
<p>12) L. Rastello, <em>La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani</em>, Laterza, Roma-Bari 2010.</p>
<p>13) Non per nulla molti studi sulla scrittura di migrazione citano come punto di partenza e di svolta, come data-trauma, il 25 agosto 1989, quando Jerry Essan Masslo, rifugiato dal Sudafrica, fu trucidato da una banda locale a Villa Literno. Cfr. T. Ben Jelloun, <em>Villa Literno</em>, in T. Ben Jelloun – E. Volterrani, <em>Dove lo stato non c’è</em>, Einaudi, Torino 1991.</p>
<p>14) A. Lakhous, <em>Divorzio all’islamica a viale Marconi</em>, edizioni e/o, Roma 2010.</p>
<p>15) <a href="http://culturedelmondoblog.blogspot.com/2011/01/18-ius-soli-ciak-sui-figli.html">http://culturedelmondoblog.blogspot.com/2011/01/18-ius-soli-ciak-sui-figli.html</a>; ma discute questa drammatica situazione anche il documenterio di Simone Amendola <em>Alisya nel paese delle meraviglie</em> (2010).</p>
<p>16) L’articolo si può leggere anche on line all’indirizzo: <a href="http://www.bobmarleymagazine.com/forum_bmwm/showthread.php?t=3392">http://www.bobmarleymagazine.com/forum_bmwm/showthread.php?t=3392</a>.</p>
<p>17) <em>Italiani per vocazione</em>, a cura di I. Scego (con racconti di: . C. Alves, S. Annecchiarico, K. Komla-Ebri, M. Alatas, I. M. Kakese, U. C. Ali Farah, J. C. Calderón, B. Hirst, Y. Wakkas, J. Mabiala Gangbo. B. Serdakowski.</p>
<p>18) I. Scego, <em>La mia casa è dove sono</em>, Rizzoli, Milano 2010.</p>
<p>19) Mi limito a un solo esempio, tratto dalla narrativa americana: Kim Ragusa, <em>The Skin Between Us: A Memoir of Race, Beauty, and Belonging</em>, W.W. Norton, 2006 [Nutrimenti, Roma 2008].</p>
<p>20) Un altro esempio italiano: C. Ali Farah, <em>Madre piccola</em>, Frassinelli, Roma2007: Barni e Domenica sono cresciute insieme a Mogadiscio, bambine felici in un mondo compatto di affetti familiari e radici comuni, fin quando Domenica è dovuta partire con la madre per l&#8217;Italia. Il ritorno a Mogadiscio è un momento fatale: lo scoppio della guerra civile conincide con il trasferimento di Barni a Roma e per Domenica segna un decennio di smarrimento.</p>
<p>21) Anche nei romanzi di Lakhous, molto diversi, la struttura del giallo trasforma in codice narrativo il tema della ricerca di identità.</p>
<p>22) Rileggiamo, a titolo di esempio, un passo tratto dall’Epilogo di <em>Oltre Babilonia</em> (pp. 443-444): «Mamma mi parla nella nostra lingua madre. Un somalo nobile dove ogni vocale ha un senso. La notra lingua madre. Spumosa, scostante, ardita. Nella bocca di mamma il somalo diventa miele. […] Ma poi, in ogni discorso, parola, sospiro, fa capolino l’altra madre. Quella che ha allattato Dante, Boccaccio, De Andrè e Alda Merini. L’italiano con cui sono cresciuta e che ho anche odiato, perché mi faceva sentire straniera. L’italiano aceto dei mercati rionali, l’italiano dolce della radio, l’italiano serio dell’università. L’italiano che scrivo […]».</p>
<p>23) Rimando solo a un libro, molto bello e importante: R. Bonavita, <em>Spettri dell’altro. Letteratura e razzismo nell’Italia contemporanea</em>, Il Mulino, Bologna 2009.</p>
<p>24) Un libro con cui esplicitamente dialoga il romanzo di G. Ghermandi, <em>Regina di fiori e di perle</em>, Donzelli, Roma 2007. Ma sul colonialismo italiano cfr. anche il romanzo di Franca Cavagnoli, <em>Una pioggia bruciante, </em>Frassinelli, Roma 2000.</p>
<p>25) Per ricostruire i fili di questa storia così taciuta cfr. N. Labanca, <em>Oltremare. Storia dell&#8217;espansione coloniale italiana</em>, Il Mulino, Bologna 2002; e da un punto di vista letterario G. Tomasello, <em>La letteratura coloniale italiana dalle avanguardie al fascismo</em>, Sellerio, Palermo 1984 (una ricostruzione dell’espansione coloniale attraverso le rielaborazioni letterarie); N. Farah, <em>Rifugiati. Voci della diaspora somala</em>, Meltemi Roma 2003; Id., L<em>&#8216;Africa tra mito e realtà. Storia della letteratura coloniale italiana</em>, Palermo, Sellerio, 2004. È poi molto proficua la lettura dell’articolo di Maria Coletti dedicato alla cinematografia italiana colonialista, negli anni del fascismo, che si può leggere on line all’indirizzo: <a href="http://www.cinemafrica.org/spip.php?article774">http://www.cinemafrica.org/spip.php?article774</a>.</p>
<p>26) A. Del Boca, <em>Italiani brava gente?</em>, Vicenza, Neri Pozza, 2005.</p>
<p>27) «[…] Non riesco a fare distinzione tra letteratura scritta, orale e anche canto», osserva Gabriella Ghermandi nell’intervista a cura di A. Di Grigoli pubblicata in <em>Letteratura identità nazione</em>, a cura di M. Di Gesù, :due punti edizioni, Palermo 2009, p. 38.</p>
<p>28) G. Kuruvilla, <em>È la vita, dolcezza</em>, Baldini Castoldi &amp; Dalai, Milano 2009.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/23/smettiamo-di-chiamarla-%c2%abletteratura-della-migrazione%c2%bb/">Smettiamo di chiamarla «letteratura della migrazione»?</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;uomo nero muore apposta</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/04/12/luomo-nero-muore-apposta/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 07:53:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Nord-Est]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/58623904.jpg"></a></p>
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</p><p style="text-align: left;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p>Gli occhi guardano alla stazione, Padova e i palazzi intrecciati di azzurro fluorescente, l&#8217;orribile mascherato. Alla fermata dell&#8217;autobus piovono  un uomo dai costumi antichi, due ragazzi colombe, un&#8217;anziana signora con le borse traforate e una donna col pancione e un bimbo tra le dita.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/12/luomo-nero-muore-apposta/">L&#8217;uomo nero muore apposta</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/58623904.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-32675 alignleft" title="58623904" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/58623904-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
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<p style="text-align: left;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p>Gli occhi guardano alla stazione, Padova e i palazzi intrecciati di azzurro fluorescente, l&#8217;orribile mascherato. Alla fermata dell&#8217;autobus piovono  un uomo dai costumi antichi, due ragazzi colombe, un&#8217;anziana signora con le borse traforate e una donna col pancione e un bimbo tra le dita.<br />
L&#8217;attesa è lunga, passano numeri inutili per chiunque, la pioggia si accumula negli interstizi, tra una mattonella e l&#8217;altra, un vuoto e il successivo, e si sta fermi a fumare  il tempo.<br />
L&#8217;uomo antico  si avvicina:<br />
<em>Signorina, lei è di qui?<br />
No, mi spiace, vengo e vado.<br />
Anch&#8217;io.<br />
</em><span id="more-32674"></span><br />
Un autobus arriva, color fuoco nella pioggia, apre veloce e la calca si gonfia dal retro come una goccia triplicata dal rimbalzo e sale tra le spinte. La donna col pancione è in ultima fila, la osservo per la veste dipinta, è bella, un gioco di luce e  il richiamo alla terra. Ripenso alle conversazioni fatte altrove con  l&#8217;uomo antico, sul vuoto di Lao Tze e la valle delle donne, il femminile che s&#8217;apre ad accogliere, il concavo come possibilità di un inizio, e poi la Madonna del Bernini e Bernini come capolavoro.<br />
Le porte si chiudono.<br />
Serrano, stringono. Tra le porte una gamba, i sandali indiscreti, un grido in sordina. Un sandalo, un gomito e un figlio. <em>Mama! Mama! </em><br />
E allora l&#8217;autobus si ferma, spalanca le porte alla caduta e la donna si accascia, il bambino strilla e smette, si siede a distanza di un gradino d&#8217;acqua per lasciare agli altri l&#8217;intervento che non viene mai.<br />
Il conducente si affaccia, non accenna ad avvicinarsi e  borbotta &#8220;<em>da dove sea saltà fora sta femana</em>?&#8221;, ricaccia la testa all&#8217;interno per evitare la seconda donna e gira il mento  all&#8217;uomo antico.<br />
In tre ci avviciniamo. Lei ora è seduta. La pioggia snoda i capelli e sposa le ciglia, trema il linguaggio, il bambino è silenzioso e  la gamba non si muove. Il conducente preoccupato riparte, i tempi stringono, <em>biglietti, prego</em>.</p>
<p>Quando le eccezioni chiamano i soccorsi,  i due ragazzi piccioni aprono il becco:<br />
&#8220;<em>Che storie, hai visto la negra? L&#8217;avrà fatto apposta</em>.&#8221;</p>
<p><em>Apposta</em>.<br />
Gettarsi volontariamente tra due porte, farsi serrare le gambe, la bocca, i figli e le mani, lasciarsi strizzare dalla fretta rischiando la rottura, calvalcarla la rottura, abbandonare le gambe alla fine, lasciarle bloccate alla pioggia, cadere all&#8217;indietro per sempre.<br />
E mentre il verso dei piccoli imbecilli mi risuona alle tempie, lo immagino come una predizione all&#8217;eccesso, la scena finale, milioni di migranti che si gettano sulle strade, sotto i treni, dall&#8217;alto degli inceneritori, sotto i rulli trita oggetti, oggetti per oggetti, ad ogni ora, ad ogni istante, all&#8217;unisono, per una disperazione obbligata, un suicidio di massa non già per una fine del mondo annunciata ma per una fine già data.<br />
E Padova ora è una terra a nord est con la cravatta verde e un conducente che parla la vera lingua, ogni cosa è a suo posto, Nietzsche è letto cancellando, le mele marce hanno i gambi rotti, i venditori di tirature limitate incastrano vecchiette, romaladrona ha squarciato il cielo, l&#8217;uomo nero muore apposta.<br />
Se la pioggia fa uscire i vermi, la terra li inghiotte. Tutto è perfetto. Ogni cosa a suo posto.<br />
Quando il peggio è confessabile e non c&#8217;è stupore al perverso, quando l&#8217;immaginario è bucato e i buchi sono la logica, il terreno è pronto, dal letame nasce letame, il così-sia dell&#8217;autoconcimazione.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/12/luomo-nero-muore-apposta/">L&#8217;uomo nero muore apposta</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/27/diritto-allo-studio-e-liberta-accademica-in-palestina/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 27 Mar 2010 07:03:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[arabi israeliani]]></category>
		<category><![CDATA[diritto allo studio]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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		<category><![CDATA[università italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>Lettera aperta ai docenti universitari italiani sulla discriminazione universitaria e culturale del popolo palestinese</strong></p>
<p>Pisa, 5 marzo 2010 (<a href="http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/">link</a>)</p>
<p>Cari colleghi,</p>
<p>siamo un gruppo di docenti universitari italiani particolarmente sensibili alla situazione universitaria e scolastica del popolo palestinese, sia nei territori occupati (Gaza e Cisgiordania), sia all’interno dello Stato israeliano, in particolare in Galilea, dove vivono oltre un milione di “arabi-israeliani”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/27/diritto-allo-studio-e-liberta-accademica-in-palestina/">Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lettera aperta ai docenti universitari italiani sulla discriminazione universitaria e culturale del popolo palestinese</strong></p>
<p>Pisa, 5 marzo 2010 (<a href="http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/">link</a>)</p>
<p>Cari colleghi,</p>
<p>siamo un gruppo di docenti universitari italiani particolarmente sensibili alla situazione universitaria e scolastica del popolo palestinese, sia nei territori occupati (Gaza e Cisgiordania), sia all’interno dello Stato israeliano, in particolare in Galilea, dove vivono oltre un milione di “arabi-israeliani”. Per esperienza diretta e sulla base di ricerche effettuate da centri studi palestinesi e israeliani possiamo denunciare gravi violazioni del diritto all’istruzione, della libertà di insegnamento e della libertà di pensiero del popolo palestinese. Poiché l&#8217;Italia nel 2009 è diventata primo partner europeo nella ricerca scientifica e tecnologica dello Stato di Israele, responsabile delle violazioni di cui sopra, riteniamo necessario che la comunità accademica italiana prenda coscienza delle discriminazioni in atto. <span id="more-31779"></span></p>
<p>Il livello culturale e scientifico nelle 11 università palestinesi è stato fortemente condizionato dall&#8217;occupazione e dalle restrizioni alla mobilità di docenti e studenti, in violazione della IV Convenzione di Ginevra. Dopo la chiusura di scuole e università palestinesi da parte del governo israeliano durante la Prima Intifada (1987-93), gli accordi di Oslo hanno consentito la creazione di un Ministero dell&#8217;Istruzione dell&#8217;Autorità Nazionale Palestinese, ma le violazioni da parte dell&#8217;esercito israeliano sono continuate. In termini di perdita di vite umane, dall&#8217;ottobre 2000 al giugno 2008, 658 studenti sono stati uccisi, 4852 feriti (di cui 3607 minorenni) e 738 imprigionati. Tra i docenti, 37 sono stati uccisi, 55 feriti e 190 detenuti. Nello stesso periodo il danno totale alle università (edifici, attrezzature ecc.) a causa delle invasioni israeliane ammonta a 7.888.133 USD, mentre per le scuole il danno è di 2.298.389 USD. Tutto questo comporta una bassa percentuale di studenti iscritti e una scarsa presenza di docenti. A Gaza, in particolare, la situazione è drammatica: il 50% degli studenti è assente e lo è anche il 40% dei docenti. Qui durante l&#8217;operazione militare Piombo Fuso (dicembre 2008 – gennaio 2009) l&#8217;aviazione israeliana ha bombardato, distruggendo o danneggiando gravemente, 280 scuole/asili e 16 edifici universitari. In pochi giorni sono stati uccisi 164 studenti e 12 docenti.</p>
<p>La privazione della libertà di movimento di studenti e docenti palestinesi è inoltre una violazione del diritto allo studio e all&#8217;attività accademica. I check-point militari che costellano la Cisgiordania rendono difficile raggiungere scuole e università, e nei periodi in cui si svolgono esami scolastici e universitari i controlli si fanno particolarmente severi. A Gaza invece è l&#8217;assedio a impedire l&#8217;entrata e l&#8217;uscita dalla striscia di docenti palestinesi che volessero svolgere attività di ricerca presso università estere, di docenti stranieri che volessero visitare le università di Gaza, e degli oltre 1000 studenti che ogni anno fanno domanda per studiare all&#8217;estero. E non dovrebbero essere dimenticati i casi di discriminazione degli studenti arabi da parte di università israeliane, ampiamente denunciati da rappresentanze studentesche e sindacati di docenti palestinesi ma anche da organizzazioni israeliane per i diritti umani. Più generalmente, le principali istituzioni accademiche israeliane non hanno assunto una posizione neutrale e apolitica nel conflitto e rivendicano il sostegno della ricerca scientifica alle istituzioni governative e militari israeliane, giungendo persino a tollerare il riconoscimento dello status di “centro universitario” al College di Ariel, situato in un insediamento illegale nei territori occupati. Consigliamo la lettura del dossier curato da Uri Y. Keller, <a href="http://www.alternativenews.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=2223:the-economy-of-the-occupation-23-24-academic-boycott-of-israel&amp;catid=172:economy-of-the-occupation&amp;Itemid=930">Academic boycott of Israel and the complicity of Israeli academic institutions in the occupation of Palestinian territories</a>.</p>
<p>La prospettiva che si fa sempre più probabile è un vero e proprio etnocidio del popolo palestinese ed arabo-israeliano: le nuove generazioni sono esposte ad una radicale perdita della conoscenza della propria storia e della propria identità culturale e linguistica.</p>
<p>Che cosa intendiamo fare e vi stiamo proponendo? Vorremmo anzitutto chiedervi di rispondere positivamente a questa nostra “Lettera aperta” e di aderire al nostro progetto di intervento a favore delle università palestinesi. Una volta ottenuto un numero sufficiente di adesioni al nostro documento vorremmo organizzare dei seminari in sedi universitarie italiane con la presenza di docenti universitari italiani, palestinesi e israeliani. L’obiettivo sarebbe l’individuazione e l’impostazione degli strumenti di intervento concreto a favore delle università e delle nuove generazioni di studenti e studiosi palestinesi e arabo-israeliani. Molto utile potrebbe essere la firma di convenzioni di cooperazione culturale, scientifica e didattica fra atenei italiani e atenei palestinesi. Un ulteriore passo avanti potrebbe essere l’organizzazione di un primo convegno nazionale su questi temi, con la collaborazione di istituzioni nazionali e internazionali, non solo accademiche, disposte a sostenere il nostro progetto: aiutare le nuove generazioni palestinesi a raggiungere in assoluta autonomia un buon livello di scolarizzazione e acculturazione universitaria nonostante l’occupazione, l&#8217;assedio e la repressione in corso.</p>
<p><strong>Firme dei proponenti:</strong></p>
<p>Danilo Zolo (Filosofo del diritto, Università di Firenze)</p>
<p>Angelo Baracca (Fisico nucleare, Università di Firenze)</p>
<p>Giorgio Gallo (Informatico, Università di Pisa)</p>
<p>Giorgio Forti (Biologo, Università di Milano)</p>
<p>Martina Pignatti Morano (Scienza per la pace, Università di Pisa)</p>
<p>Cinzia Nachira (Storica, Università del Salento)</p>
<p>&#8230;</p>
<p>e altri 220 &#8211; leggi <a href="http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/category/lettera-aperta/firme-dei-proponenti/">tutte le firme</a> dei proponenti.</p>
<p>Per adesioni all&#8217;iniziativa scrivere a: diritto.studio.palestina@gmail.com</p>
<p><a href="http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/">http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/27/diritto-allo-studio-e-liberta-accademica-in-palestina/">Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Un bilancio della giornata senza immigrati: I mandarini e le olive non cadono dal cielo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/22/un-bilancio-della-giornata-senza-immigrati-i-mandarini-e-le-olive-non-cadono-dal-cielo/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 06:05:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/1manifesto.png"></a>di <strong><a href="http://it.globalvoicesonline.org/author/davideg/">Davide Galati</a></strong><br />
Lo scorso lunedì 1° marzo si è svolta la prima giornata di sciopero dei lavoratori stranieri nella storia d&#8217;Italia. Analoghe manifestazioni di protesta non violente hanno avuto luogo nello stesso giorno in <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/02/francia-la-giornata-senza-immigrati-in-programma-per-il-1-marzo-2010/">Francia</a>, <a href="http://1demarzo-todossumamos.blogspot.com/">Spagna</a> [sp] e <a href="http://protimartiou2010.blogspot.com/">Grecia</a> [gr].&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/22/un-bilancio-della-giornata-senza-immigrati-i-mandarini-e-le-olive-non-cadono-dal-cielo/">Un bilancio della giornata senza immigrati: I mandarini e le olive non cadono dal cielo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/1manifesto.png"><img class="alignleft size-full wp-image-31898" title="1manifesto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/1manifesto.png" alt="" width="218" height="310" /></a>di <strong><a href="http://it.globalvoicesonline.org/author/davideg/">Davide Galati</a></strong><br />
Lo scorso lunedì 1° marzo si è svolta la prima giornata di sciopero dei lavoratori stranieri nella storia d&#8217;Italia. Analoghe manifestazioni di protesta non violente hanno avuto luogo nello stesso giorno in <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/02/francia-la-giornata-senza-immigrati-in-programma-per-il-1-marzo-2010/">Francia</a></span></span>, <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://1demarzo-todossumamos.blogspot.com/">Spagna</a></span></span> [sp] e <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://protimartiou2010.blogspot.com/">Grecia</a></span></span> [gr].</p>
<p>In Italia, il comitato organizzatore <em>Primo Marzo 2010</em> (costituito da attivisti della società civile, giornalisti e imprenditori immigrati) ha diffuso la proposta attraverso gli strumenti online sin dal novembre scorso, attraverso un  <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.primomarzo2010.it/">blog</a></span></span> dedicato e numerosi gruppi locali su <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.facebook.com/search/?q=sciopero+degli+stranieri&amp;init=quick">Facebook</a></span></span>. Così il comitato ha presentato l&#8217;evento:</p>
<p>“<em>Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno? E se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo? Primo marzo 2010 si propone di organizzare una grande manifestazione non violenta per far capire all&#8217;opinione pubblica italiana quanto sia determinante l&#8217;apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società. Questo movimento nasce meticcio ed è orgoglioso di riunire al proprio interno italiani, stranieri, seconde generazioni, e chiunque condivida il rifiuto del razzismo e delle discriminazioni verso i più deboli. Il colore di riferimento di Primo marzo 2010 è il giallo. Lo abbiamo scelto perché è considerato il colore del cambiamento e per la sua neutralità politica: il giallo non rimanda infatti ad alcuno schieramento in particolare.”</em></p>
<p><strong>Peggioramento delle relazioni</strong></p>
<p>Nel corso dell&#8217;ultimo anno le condizioni di vita dei migranti che risiedono in Italia o che cercano di entrarvi sono peggiorate. Si sono verificati diversi episodi emblematici. In maggio, il <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://fortresseurope.blogspot.com/2006/01/speciale-libia-cosa-aspetta-i-227.html">rifiuto di accettare</a></span></span> 227 africani che, attraverso il Canale di Sicilia, cercavano di sbarcare a Lampedusa. In luglio viene <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.corriere.it/politica/09_luglio_02/voto_sicurezza_senato_563d6780-66e3-11de-9708-00144f02aabc.shtml">approvato dal Parlamento</a></span></span> un severo decreto legge sulla sicurezza, con l&#8217;introduzione del reato di clandestinità.<span id="more-31894"></span></p>
<p>Sulla percezione comune degli immigrati in Italia, Mauro Biancaniello <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.facebook.com/note.php?note_id=272560079403">scrive su Facebook</a></span></span>:</p>
<p>“<em>L&#8217;Istat conferma dei dati di cui molti di noi erano già convinti: l&#8217;immigrato non è il criminale che lo si dipinge, ovvero che, come abbiamo visto, il reato principalmente commesso è la violazione sulla legge dell&#8217;immigrazione […]. L&#8217;immigrato (regolare o non), non è un santo. Ebbene sorpresa: nemmeno l&#8217;italiano è pronto per la beatificazione.”</em></p>
<p>Il momento più difficile coincide probabilmente con la cosiddetta <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rosarno#Scontri_di_Rosarno">rivolta di Rosarno</a></span></span>, in Calabria, tra il 7 e il 9 gennaio 2010: dopo l&#8217;assalto a tre braccianti africani da parte di sconosciuti, scatta la furiosa reazione degli immigrati con conseguenti, violente, rappresaglie dei residenti locali. Dietro agli avvenimenti si può intravedere la mano della ‘ndrangheta, mentre il governo egiziano ha ufficialmente <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.afrik.com/article18468.html">protestato</a></span></span> (fr) con l&#8217;Italia per l&#8217;episodio.</p>
<p>Questo il documentario <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=mRY49ue5ZL0"><em>Rosarno: il tempo delle arance</em></a></span></span>, di Nicola Angrisano:</p>
<p><iframe width="700" height="394" src="http://www.youtube.com/embed/mRY49ue5ZL0?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://civati.splinder.com/tag/regione+straniera">Giuseppe Civati</a></span></span>, blogger e politico, pubblica invece un&#8217;<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.civati.it/mapparegionestraniera.jpg">infografica</a></span></span> che mostra attraverso una mappatura la dipendenza del Nord Italia dai migranti. E che illustra la domanda che si pongono molti: è possibile immaginare un&#8217;Italia senza i lavoratori immigrati?</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/2infografica.png"><img class="size-full wp-image-31900 aligncenter" title="2infografica" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/2infografica.png" alt="" width="300" height="229" /></a></p>
<p><strong>I cittadini si uniscono</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/3inbetween.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-31901" title="3inbetween" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/3inbetween.jpg" alt="" width="135" height="195" /></a>Un documentario della rivista <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.carta.org/">Carta</a></span></span>, dal titolo <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.carta.org/radio/57">In Between</a></span></span>, ha avuto larga diffusione in vista dell&#8217;evento. E’ interpretato da giovani di sei diverse nazioni europee che raccontano le proprie esperienze, la quotidianità in cui devono fare i conti, tra la cultura del Paese in cui vivono e quella del Paese da cui provengono le loro famiglie:</p>
<p>“<em>Nove città europee di sei differenti Paesi. In ognuna di queste città, alcuni giovani, figli di migranti, raccontano le proprie esperienze, le proprie sensazioni e ricordi, il loro modo di percepirsi e di essere percepiti, la loro quotidianità e le sue sfide. Italia, Francia, Germania, Olanda, Portogallo, Spagna. Nonostante le diversità, tutti i protagonisti del video si raccontano in una situazione che li accomuna: persone che si trovano nel mezzo, portatori di un’identità di confine che li colloca fra il paese da cui provengono i loro parenti e quello dove vivono, seconde e poi terze e poi enne-esime generazioni, sempre ri-conosciuti solo a partire dalla loro provenienza.”</em></p>
<p>Attivisti e cittadini della Rete si sono impegnati nella preparazione dell&#8217;importante manifestazione e il primo marzo hanno finalmente avuto luogo <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.globalproject.info/it/tags/1marzo2010/community">grandi e piccoli eventi</a></span></span> in tutto il Paese. Questa <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://maps.google.it/maps/ms?ie=UTF8&amp;hl=it&amp;t=h&amp;source=embed&amp;msa=0&amp;msid=105053191790905728742.00047c44047b09a6db298&amp;ll=42.875964,12.700195&amp;spn=12.877841,12.084961&amp;z=5">mappa Google</a></span></span> predisposta dal comitato organizzatore evidenzia quanto siano stati numerosi i comitati locali; una <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://boninopannella.it/24hsenzadinoi">Web-TV ha trasmesso</a></span></span> uno speciale di 24 ore concentrato sull&#8217;evento.</p>
<p>I musicisti sono stati invitati a comporre in maniera collaborativa una colonna sonora per il primo marzo. La band <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.globalproject.info/it/resources/12999/">Reagenti Limitanti</a></span></span> ha ad esempio presentato un nuovo <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=WVoQN5Nt688">video su YouTube</a></span></span>, e tanti altri artisti si sono impegnati in esecuzioni dal vivo.</p>
<p>A Roma si è tenuta in piazza Montecitorio un incontro aperto sulla ‘geografia dell&#8217;esclusione&#8217; durante la crisi economica, con le <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Roma-P-Montecitorio-Lezioni-di-clandestinita/4107">Lezioni di clandestinità</a></span></span>. Con questi obiettivi:</p>
<p>“<em>Fare della nostra clandestinità la nostra ricchezza, rivendicare la nostra eccedenza e mettere in comune le nostre esperienze e i nostri saperi [per] renderci visibili e prendere parola contro le politiche e le retoriche razziste, contro lo svilimento del mondo della formazione, contro la precarizzazione delle vite.”</em></p>
<p><strong>Come si racconta il primo marzo</strong></p>
<p>La prima giornata senza immigrati è ormai alle nostre spalle: come si può raccontare cos’è successo il primo marzo? L’evento è stato un successo: l’immagine più significativa è quella del mercato di Porta Palazzo a Torino, rimasto pressochè deserto; ma in tutta Italia, specialmente al Nord, sono <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://lavoromigrante.splinder.com/post/22383599/Coordinamento+sciopero++Elenco">decine</a></span></span> le aziende, le cooperative e i cantieri che sono rimasti chiusi. Mentre le piazze di molte città si sono colorate riempiendosi di migranti come pure di italiani che hanno deciso di stare al fianco dei più deboli.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/4manifestazione.png"><img class="alignnone size-full wp-image-31902" title="4manifestazione" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/4manifestazione.png" alt="" width="500" height="334" /></a></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.flickr.com/photos/rhymes/4401870307/in/set-72157623543342990/">Foto</a></span></span> su Flickr di <em>neropercaso</em>, su licenza CC.</p>
<p>Ma alcuni giorni sono passati e i problemi degli immigrati non sono scomparsi con la manifestazione. Sul blog del comitato organizzatore si può leggere <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.primomarzo2010.it/2010/03/come-si-racconta-il-primo-marzo.html">quanto scrive</a></span></span> il Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante:</p>
<p>“<em>Il primo marzo è successo di tutto, quindi ora è un successo di tutti. Sono successe cose bellissime. Tranne il primo sciopero diffuso su una vasta regione di migliaia di migranti e di italiani contro lo sfruttamento del lavoro migrante. Non è un caso che quanto è successo a Brescia -50 aziende in  sciopero e quindi una piazza colma di 10.000 persone &#8211; sia stato quasi assente tanto dalle cronache giornalistiche quanto dalle analisi politiche. (…) Questo sciopero mantiene così il marchio di fuoco di evento letterario o folkloristico che gli avevano impresso alcuni sindacalisti di professione.</em></p>
<p><em>Rimangono le piazze bellissime e colorate nella cui grande novità tutti possono riconoscere il trionfo delle parole d&#8217;ordine che usavano già prima.”</em></p>
<p>Ci dimostreremo capaci di saper accogliere chi può aiutarci a crescere? Sapremo fare nostro l’appello <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.terrelibere.org/terrediconfine/3950-rosarno-i-mandarini-non-cadono-dal-cielo">diffuso</a></span></span> dai lavoratori africani di Rosarno?</p>
<p>“<em>Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all’Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.”</em></p>
<p>Per il momento gli eventi che si sono susseguiti in questi giorni, dalle mobilitazionie gli <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.meltingpot.org/articolo15296.html">scioperi della fame</a></span></span> in tanti Cie italiani, alla cosiddetta <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2010/03/04/news/l_ultima_beffa_agli_immigrati_spunta_la_sanatoria_trappola-2499728/">sanatoria trappola</a></span></span>, fino alla recente sentenza della Corte di Cassazione sull’espulsione delle famiglie irregolari anche in presenza di figli che vanno a scuola, ci obbligano a mantenere alta la nostra soglia di attenzione.</p>
<p>Il <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.globalvoicesonline.org/">team Lingua di GV in italiano</a></span></span> ha contribuito a questo post, in particolare: Beatrice Borgato, Bernardo Parrella, Tamara Nigi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/22/un-bilancio-della-giornata-senza-immigrati-i-mandarini-e-le-olive-non-cadono-dal-cielo/">Un bilancio della giornata senza immigrati: I mandarini e le olive non cadono dal cielo</a></p>
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		<title>Bogdan, o Doran</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 07:21:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Sala_della_gerusalemme_liberata_giardino_delle_ninfe_02.jpg"></a>di <strong>Chiara Pasin</strong></p>
<p>L’insegna &#8220;Villa delle Ninfe&#8221; troneggia accattivante sulla parete gialla scrostata del ristorante. Sembra un bel posto, visto da qui. Dentro lì non ci sono mai stato. Io mangio nella trattoria &#8220;Bel Paese&#8221; ogni domenica, da quando avevo sei anni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/26/bogdan-o-doran/">Bogdan, o Doran</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Sala_della_gerusalemme_liberata_giardino_delle_ninfe_02.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-30831" title="Sala_della_gerusalemme_liberata,_giardino_delle_ninfe_02" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Sala_della_gerusalemme_liberata_giardino_delle_ninfe_02-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Chiara Pasin</strong></span></p>
<p>L’insegna &#8220;Villa delle Ninfe&#8221; troneggia accattivante sulla parete gialla scrostata del ristorante. Sembra un bel posto, visto da qui. Dentro lì non ci sono mai stato. Io mangio nella trattoria &#8220;Bel Paese&#8221; ogni domenica, da quando avevo sei anni. Amici.</p>
<p>Quando ho visto la polizia lì davanti, l’altro giorno, ho pensato subito che fosse stato avvelenato qualcuno. Sì, avvelenato. Sono passati sotto l’insegna senza guardare, con una faccia tesa e i denti schiacciati, e io dico che se avessero alzato gli occhi, la scritta li avrebbe messi tranquilli, perché è accattivante, ti dico, su quelle pennellate crepate di giallo. Sono entrati come se avessero avuto paura di perdersi qualcosa. Con l’obiettivo già lampeggiante negli occhi. E, infatti. Si sono portati via il Potenza. Lui si teneva la testa chiusa dentro il petto. Non so cosa pensasse. Un poliziotto lo fece salire in auto. Un altro si voltò verso di me. Io non so niente. Io non so niente.<span id="more-30830"></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Il Potenza io lo conoscevo solo di fama. Dicevano tante cose su di lui. Una volta era finito sul giornale per un qualcosa che chiamavano &#8220;Pallonetto&#8221;, e non ho mai ben capito che fosse. Gli piaceva il mare perché si era scelto l’edificio in modo che da dentro si potessero vedere le onde. Ma qua piace a tutti, il mare. Una volta mi hanno raccontato un episodio che ebbe con un cliente, turista, che adesso non sto a raccontare, ma che è stato, come dire, l’inizio delle maldicenze. Non era gradito a tutti, a quanto pare.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Non pensavo, davvero, però, fosse capace di tanto. Stamattina ho comprato il giornale, e quello che ho trovato scritto sul Potenza mi ha fatto andare di traverso il caffè. Aveva un dipendente, un ragazzo, me lo ricordo bene perché comprava il pane dove lo compro io. Praticamente non parlava l’italiano, così ogni volta era un indicare e annuire. Credevo si chiamasse Doran, invece il giornale dice Bodgan. Ma io credo proprio si chiami Doran. Veniva dalla Polonia. Era l’unica cosa che sapeva dire. Girava sempre con dei suoi amici. Lavoravano tutti alla &#8220;Villa delle Ninfe&#8221; e quando entravano guardavano sempre l’insegna. Accattivante, davvero. Accattivante. Una sera, sarà stato più distratto del solito, Bodgan, o Doran, insomma, si è rovesciato addosso ottanta litri di olio bollente. L’unica ustione che mi sono fatto io è stata con il caffè, sul braccio, e non l’augurerei a nessuno. L’olio, dicono, è molto peggio. I piedi, poi! Non poter più camminare. E qui sta il problema: il Potenza non pagava più l’assistenza sanitaria. Allora, per paura di essere scoperto e multato, se non peggio, ha pensato bene di rinchiudere Bodgan ferito nello scantinato, lasciandolo in compagnia di un materasso e di un secchio per bagno. Neanche fosse stato un carcere, dico! Poi un giorno è arrivato un medico, mi raccontava il barbiere, ma è stato lì poco più di un quarto d’ora.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Questo noi non lo sappiamo. Succede dentro. E noi siamo fuori, ignari.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">A pranzo ne ho parlato con mia moglie. Lei non ascoltava e faceva sì con la testa. Tendeva le orecchie al televisore, dove parlavano senza pause. Allora sono stato zitto e ho mangiato. Nel lavare i piatti mi ha colto una sorta di flashback, di déjà vu, come se mi trovassi dentro il ristorante, uno dei tanti polacchi, e dovessi lavare i piatti dalla mattina alle otto fino a sera dopo mezzanotte. E Bodgan, che secondo me si chiamava Doran, non c’è. Dov’è? Di sotto. Come sta? Non lo sa nessuno.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Il mio Rudi abbaia. Ora della passeggiata.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Ripassando davanti all’insegna cerco di capire la strada che Doran ha fatto, strisciando, dopo venti giorni di buio e freddo, buttandosi fuori da un cassonetto della spazzatura dove i suoi amici l’avevano messo, nascondendolo, per farlo uscire da quello schifo. Strisciare. Come i vermi. Fino alla prima cabina telefonica. Possibile che nessuno l’abbia visto? Rudi saltella, gli tremolano le orecchie. Tempo di tornare a casa, vecchio mio. Sospiro.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Passo a prendere il pane. La panettiera ha letto il giornale. Mi infiammo in una discussione degna di un abile cialtrone. Da giudice supremo emetto la mia condanna. Mi sento meglio.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Fino a che ci sarà qualcuno da additare, nessuno penserà mai ad indicare me.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Che quelle urla, dalla strada, le avevo sentite.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/26/bogdan-o-doran/">Bogdan, o Doran</a></p>
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		<title>NO VAT &#8211; ROMA 13/02/10</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 16:10:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Facciamo Breccia &#8211; Circolo Mieli</p>
<p>Manifestazione Nazionale NO VAT &#8211; Partenza alle 14.30 presso la Bocca della Verità &#8211; Arrivo a Piazza Navona.</p>
<p>Il 13 Febbraio 2010 per il quinto anno scendiamo in piazza contro il Vaticano per denunciarne l’invadenza nella politica italiana: è infatti uno degli attori che agiscono nelle complesse dinamiche di potere sottese a un sistema autoritario e repressivo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/12/no-vat-roma-130210/">NO VAT &#8211; ROMA 13/02/10</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Facciamo Breccia &#8211; Circolo Mieli</p>
<p>Manifestazione Nazionale NO VAT &#8211; Partenza alle 14.30 presso la Bocca della Verità &#8211; Arrivo a Piazza Navona.</p>
<p>Il 13 Febbraio 2010 per il quinto anno scendiamo in piazza contro il Vaticano per denunciarne l’invadenza nella politica italiana: è infatti uno degli attori che agiscono nelle complesse dinamiche di potere sottese a un sistema autoritario e repressivo.</p>
<p>L’11 febbraio 1929 i Patti Lateranensi sancirono la saldatura tra Vaticano e regime fascista; oggi le destre agitano il crocefisso per legittimare un ordine morale in linea con l’integralismo delle gerarchie vaticane: strumentalizzano quel simbolo per costruire un’identità nazionale razzista e una declinazione della cittadinanza eterosessista e familista.</p>
<p>Da una parte le destre criminalizzano immigrate ed immigrati, li/le rappresentano come la concorrenza nell’accesso alle risorse pubbliche, mentre nessuno affronta il problema di un welfare smantellato e comunque disegnato su un modello sociale che non esiste più. D’altra parte la chiesa cattolica legittima esclusivamente un modello di società basato sulla famiglia tradizionale, sulla divisione dei ruoli sessuali, dove un genere è subordinato all’altro, e lesbiche, gay e trans non hanno alcun diritto di cittadinanza.</p>
<p>Riaffermiamo le diversità e le differenze sociali, sessuali, culturali, contro l’identità nazionale clericale, razzista e eterosessista.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/12/no-vat-roma-130210/">NO VAT &#8211; ROMA 13/02/10</a></p>
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		<title>I mandarini e le olive non cadono dal cielo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/02/01/i-mandarini-e-le-olive-non-cadono-dal-cielo/</link>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 12:25:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/20100107_211139_17F391D8.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/rivolta_rosarno11.jpg"></a>In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti.</p>
<p>Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/01/i-mandarini-e-le-olive-non-cadono-dal-cielo/">I mandarini e le olive non cadono dal cielo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/20100107_211139_17F391D8.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-29749" title="IMMIGRATI" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/20100107_211139_17F391D8-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/rivolta_rosarno11.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-29750" title="rivolta_rosarno11" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/rivolta_rosarno11-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti.</p>
<p>Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. <span id="more-29748"></span></p>
<p>Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie…prelevati, qualcuno è sparito per sempre. Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l’interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani. Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese.</p>
<p>Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza. La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste?</p>
<p>Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all’uomo. Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud. Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori.</p>
<p>Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.</p>
<p>Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all’Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:</p>
<p>- domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada.</p>
<p>- vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità.</p>
<p><strong>L’Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/01/i-mandarini-e-le-olive-non-cadono-dal-cielo/">I mandarini e le olive non cadono dal cielo</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Allontanare lo spettro di Auschwitz dalla Calabria, dall’Italia, dalle nostre coscienze</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/01/12/allontanare-lo-spettro-di-auschwitz-dalla-calabria-dall%e2%80%99italia-dalle-nostre-coscienze/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/01/12/allontanare-lo-spettro-di-auschwitz-dalla-calabria-dall%e2%80%99italia-dalle-nostre-coscienze/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 05:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho visto. So. Tutti sappiamo e tutti abbiamo visto. Non posso serrare la mia coscienza solo individuando le colpe, né semplicemente attendere che qualcuno faccia giustizia. I fatti di Rosarno denunciano un fallimento totale e generale, una vergogna che deve essere riscattata con la consapevolezza che qualsiasi società o economia che permette o lucra da una simile miseria è un crimine.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/12/allontanare-lo-spettro-di-auschwitz-dalla-calabria-dall%e2%80%99italia-dalle-nostre-coscienze/">Allontanare lo spettro di Auschwitz dalla Calabria, dall’Italia, dalle nostre coscienze</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Ho visto. So. Tutti sappiamo e tutti abbiamo visto. Non posso serrare la mia coscienza solo individuando le colpe, né semplicemente attendere che qualcuno faccia giustizia. I fatti di Rosarno denunciano un fallimento totale e generale, una vergogna che deve essere riscattata con la consapevolezza che qualsiasi società o economia che permette o lucra da una simile miseria è un crimine. Ciò che avviene a Rosarno e in molti altri luoghi della nostra Terra esige un moto di repulsione profondo e definitivo. Un impegno a non tollerare e a combattere l’apartheid, lo schiavismo, il razzismo, la deportazione a cui uomini e donne come me sono costretti quotidianamente.</p>
<p>Invito tutte le donne e gli uomini di Rosarno, della Calabria e dell’Italia intera che hanno provato il mio stesso sentimento di vergogna e la mia stessa repulsione a condividere il mio impegno pubblicamente a <strong>Rosarno domenica 17 gennaio alle ore 12.00</strong>. Mi piacerebbe che tutti i migranti deportati tornassero in questa occasione a Rosarno per testimoniare con me e gli altri che ci saranno che il pregiudizio è la peggiore malattia dell’umanità e il colore della pelle non nasconde la vergogna.</p>
<p>Pino Tripodi, insegnante, Milano</p>
<p>Per adesioni: <a href="http://firmiamo.it/appelloperrosarno">firmiamo.it/appelloperrosarno</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/12/allontanare-lo-spettro-di-auschwitz-dalla-calabria-dall%e2%80%99italia-dalle-nostre-coscienze/">Allontanare lo spettro di Auschwitz dalla Calabria, dall’Italia, dalle nostre coscienze</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Un monito alle vittime dell&#8217;emergenza omofobia</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 07:04:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Pubblico un estratto della conferenza tenuta da <a href="mailto:lorenzo.bernini@univr.it">Lorenzo Bernini</a> il 5 novembre 2009 presso l’università di Verona, su invito del gruppo studentesco <a href="mailto:eglbtvr@yahoo.it">EGLBT</a> (etero, gay, lesbo, bisex and transgender) corredato da fotografie di <a href="http://www.linapallotta.com">Lina Pallotta</a>. - Jan Reister]</em></p>
<h3>Fate l&#8217;amore non la guerra &#8211; di Lorenzo Bernini</h3>
<p></p>
<p>Non mi piacciono le fiaccolate.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/18/un-monito-alle-vittime-dellemergenza-omofobia/">Un monito alle vittime dell&#8217;emergenza omofobia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblico un estratto della conferenza tenuta da <a href="mailto:lorenzo.bernini@univr.it">Lorenzo Bernini</a> il 5 novembre 2009 presso l’università di Verona, su invito del gruppo studentesco <a href="mailto:eglbtvr@yahoo.it">EGLBT</a> (etero, gay, lesbo, bisex and transgender) corredato da fotografie di <a href="http://www.linapallotta.com">Lina Pallotta</a>. - Jan Reister]</em></p>
<h3>Fate l&#8217;amore non la guerra &#8211; di Lorenzo Bernini</h3>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26417" title="1-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/1-450.jpg" alt="1-450" width="450" height="300" /></p>
<p>Non mi piacciono le fiaccolate. O meglio non mi piace il fatto che ultimamente la fiaccolata sembra essere diventata la modalità di manifestazione prediletta dal movimento lesbico gay trans. Come non mi piace lo slogan che è stato scelto per l’ultima manifestazione nazionale contro l’omofobia a Roma: cioè “<a href="http://uguali.wordpress.com/">uguali</a>”. Questo perché in quanto appartenente a una minoranza oppressa, oggetto di discriminazione e di odio, non solo non mi sento uguale, ma soprattutto non aspiro a essere uguale a chi esprime posizioni omofobiche, a chi incarna quello stile di vita eterosessuale che mi esclude, e da cui dipende la mia discriminazione. Aspiro piuttosto a rivendicare la mia diversità, e a farne un punto di partenza per la trasformazione.<span id="more-26206"></span></p>
<p>Condivido la necessità di reclamare uguali diritti. I diritti dobbiamo esigerli tutti: non solo una legge antidiscriminatoria e i pacs, ma anche il matrimonio, l’adozione, l’accesso alle tecniche di riproduzione assistita. Però dobbiamo anche riflettere su ciò che ce ne faremo di questi diritti, se mai riusciremo a conquistarli in Italia. Dovremmo anche riflettere su quale mondo vorremmo una volta che fossimo riusciti a diventarne pienamente cittadini. È importante che lottiamo per avere uguali diritti, per raggiungere un’eguaglianza giuridica anche nello Stato italiano.</p>
<p>Però la parola d’ordine “uguali” rischia di esprimere un desiderio di omologazione sociale, di inclusione nella società così come già è, mentre il mio desiderio, il modo in cui interpreto il mio impegno politico in quanto gay, è quello di contestare questa società, così come essa è e come oggi sta diventando, e di lavorare per il cambiamento. Per questa ragione non riesco a sentirmi rappresentato da manifestazioni che assomigliano a cortei funebri in cui ognuno racconta la sua storia personale di sofferenza per commuovere i presenti e per reclamare una “sicurezza” intesa come la sicurezza repressiva della polizia. E non mi sento rappresentato da manifestazioni in cui si invitano i cittadini italiani a partecipare senza alcuna insegna politica, come se non ci fosse alcuna differenza oggi in Italia tra maggioranza e opposizione parlamentare e sociale, tra destra e sinistra, tra neoliberali e anticapitalisti, tra gerarchie cattoliche e attivisti laici.</p>
<p>In quanto militante gay non riesco insomma a identificarmi nel ruolo di una “povera vittima” che insieme ad altre “povere vittime” si limita a piangere il lutto delle violenze subite dalla comunità omo/trans-sessuale. Non riesco a riconoscermi in iniziative che hanno lo scopo di rivendicare protezione, o meglio di mendicare protezione da quel governo il cui atteggiamento misogino, omofobico, transfobico e razzista è il vero responsabile del nuovo clima di crescente intolleranza per tutte le minoranze che si è ormai ampiamente diffuso in Italia – per le minoranze sessuali, ma anche per la minoranze etniche, religiose e culturali, per i migranti. E di conseguenza sono spaventato dal fatto che la parlamentare del PD Paola Concia, che per quanto non provenga da una militanza nel movimento lesbico è oggi considerata la rappresentante del movimento lesbico gay trans in parlamento, ha aperto addirittura un dialogo con gruppi neofascisti come <a rel="nofollow" href="http://www.casapound.org">casa Pound</a>.</p>
<p>Per queste ragioni al titolo che mi avete proposto per questo incontro sull’emergenza omofobia,  “Fate l’amore, non la guerra” ho scelto di aggiungere un sottotitolo: “Un monito alle ‘vittime’ dell’‘emergenza’ omofobia”, dove le parole “vittime” ed “emergenza” sono tra virgolette, perché sono le parole chiave del mio intervento, quelle su cui vorrei soffermarmi, che vorrei interrogare e mettere in discussione.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26418" title="2-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/2-450.jpg" alt="2-450" width="450" height="300" /></p>
<p><em>Il coordinamento di associazioni trans <a href="http://www.sylviarivera.org/">Sylvia Rivera</a>. Da sinistra a Destra: Juana Ramos (Associazione Transexualia – Madrid), Laurella Arietti (circolo Pink – Verona), Porpora Marcasciano e Marcella Di Folco (<a href="http://www.mit-italia.it/">Movimento d’Identità Transessuale</a>)</em></p>
<p>Prima di soffermarmi su queste parole del sottotitolo, vorrei però iniziare dal commentare il titolo. Il motto che avete scelto, “Fate l’amore, non la guerra”, è ben diverso dalla parola d’ordine “uguali” – e personalmente mi sarebbe piaciuto molto che il movimento lesbico gay trans avesse scelto uno slogan come questo per l’ultima manifestazione romana. La contrapposizione tra fare l’amore e fare la guerra esiste già in Ovidio (nelle Eroidi). “Gli altri facciano la guerra, Protesilao faccia l’amore”: queste sono le parole che Laodamia pronuncia pensando al marito, il guerriero greco Protesilao che sta per partire per la guerra di Troia &#8211; sarà il primo dei guerrieri greci a toccare terra e il primo a essere ucciso dai Troiani.</p>
<p>Il motto “Fate l’amore non fate la guerra” come noi lo conosciamo non deriva però da Ovidio, ma è generalmente attribuito al filosofo inglese Bertrand Russell (1872-1970), che fu un intellettuale pacifista e anticonformista, laicista e socialista, difensore dei diritti delle donne e della libertà sessuale – un intellettuale che pagò caro il suo impegno politico. Russell si oppose infatti all’ingresso della Gran Bretagna nella prima guerra mondiale, e per questo perse il suo posto di insegnamento al Trinity College, fu arrestato e trascorse ben sei mesi in carcere. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale invece Russell accantonò il suo pacifismo, e sostenne la necessità che l’Inghilterra intervenisse militarmente contro Hitler. Negli anni della guerra fredda tornò invece a difendere le ragioni del pacifismo, fu un sostenitore del disarmo nucleare e fu condannato a un’altra settimana di prigione in seguito a una manifestazione per il disarmo. Morì nel 1970, e fece in tempo a prendere parte anche alle manifestazioni pacifiste contro la guerra del Vietnam. Alla sua morte il suo “fate l’amore, non la guerra” divenne uno dei motti più ricorrenti nel movimento pacifista e della contestazione.</p>
<p>Erano gli anni della rivoluzione sessuale, in cui i giovani dei movimenti studenteschi americani ed europei sognavano un mondo diverso da quello dei loro padri e delle loro madri, un mondo in cui il sesso fosse libero, senza costrizioni, in cui l’amore potesse prendere forme diverse dalla famiglia eterosessuale riproduttiva che nella sua struttura classica è sinonimo di oppressione della moglie da parte del marito, dei figli e delle figlie da parte dei genitori. I giovani degli anni settanta sognavano un mondo rinnovato, in cui la logica dell’amore prevalesse sulle logiche della sopraffazione sessuale e generazionale, e sulle logiche della guerra e della violenza.</p>
<p>È appunto da questa effervescenza politica e sociale che nacquero tanto i movimenti femministi, quanto i movimenti gay lesbici e transessuali. E non nacquero come movimenti di vittime che chiedono pietà e protezione alla società così come essa esiste, ma come movimenti audaci e coraggiosi che aspirano a trasformare la società. Ad esempio allo Stonewall Inn di New York il 28 giugno 1969 transessuali gay e lesbiche non chiesero la protezione della polizia, ma al contrario reagirono contro la polizia che abitualmente faceva irruzione nei locali gay maltrattandone e arrestandone gli avventori. In quel caso non si trattò di una reazione non violenta, ma di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Moti_di_Stonewall">una guerriglia urbana</a> che durò alcuni giorni – e che fu iniziata dalla transessuale Sylvia Rivera che lanciò una bottiglia contro un poliziotto.</p>
<p>Questa è la ricorrenza che il movimento festeggia ogni 28 giugno come giornata dell’orgoglio lesbico gay trans. Questa è la ricorrenza che tradizionalmente il movimento festeggia esibendo provocatoriamente corpi seminudi, grandi seni siliconati, paillettes, lustrini e indumenti di cuoio nelle gay parade come segno della rivoluzione sessuale, come segno dell’aspirazione a un mondo creativo e gioioso, “anormale” forse, ma certamente “favoloso”.</p>
<p>La parola “gay” che negli anni settanta è stata scelta dal movimento anglosassone al posto del più tradizionale “omosessuale”, che è un termine che deriva dal lessico medico, allude proprio al desiderio di essere diversi dagli altri, di essere provocatoriamente gioiosi, gai appunto. La parola “gay” designa inizialmente anche la volontà di non manifestare nel modo serioso e austero dei movimenti marxisti di quegli anni, la volontà di rigettare l’organizzazione di stampo militarista che caratterizza alcuni di quei movimenti, per privilegiare l’ironia, la provocazione, la gioia di esibire il proprio corpo. “Gay” negli anni settanta ha più o meno il significato politico che oggi, mutatis mutandis, ha acquistato la parola “queer”, con cui una parte del movimento ha scelto di rinominarsi, mentre un’altra parte del movimento rigetta quel modo gaio di manifestare, e plaude a un nuovo modo di scendere in piazza, più educato e disciplinato – un modo di manifestare che dovrebbe renderci più rispettabili, non più orgogliosi della nostra differenza ma appunto “uguali”, non più inclini a scandalizzare ma al contrario impegnati a dichiarare i nostri buoni sentimenti, a raccontare le nostre storie per impietosire chi ha il buon cuore di ascoltarci.</p>
<p>Anche in Italia abbiamo avuto la nostra Stonewall: il 5 aprile 1972 si tenne a Sanremo un convegno di psichiatri, organizzata dal Centro Italiano di Sessuologia, un organismo di ispirazione cattolica, che tra le altre cose si proponeva di discutere le possibili cure dell’omosessualità. Una quarantina di militanti del FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), protestarono di fronte al convegno con slogan come “psichiatri, siamo venuti a curarvi!”. Mentre gli psichiatri cattolici entravano nella sala del convegno, i manifestanti li irrisero urlando loro “normali!”, come un insulto. Naturalmente vennero sgomberati dalla polizia, ma Angelo Pezzana, uno dei fondatori del movimento, riuscì a prendere la parola durante il convegno. Non dichiarò “sono una vittima di voi psichiatri”, “sono infelice a causa vostra e di quelli come voi”, ma al contrario dichiarò <a href="http://books.google.com/books?id=2cJ1zT70ucwC&amp;pg=PA57&amp;lpg=PA57&amp;dq=gianni+rossi+barilli+sanremo&amp;source=bl&amp;ots=yT1pv3BcD9&amp;sig=UdrPRef4gZDS1-DA0jiQIEZmGJo&amp;hl=it&amp;ei=djf0SrGAOJTSmgPE98W1Aw&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=1&amp;ved=0CAgQ6AEwAA#v=onepage&amp;q=&amp;f=false">“sono omosessuale e felice di esserlo”</a>. E a me dispiace molto che questo richiamo alla felicità, e anche alla felicità della partecipazione politica, alla felicità del manifestare assieme agli altri per costruire un mondo diverso, sembra essersi persa nel nostro movimento.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26419" title="3-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/3-450.jpg" alt="3-450" width="450" height="300" /><br />
<em> Vinicio Diamanti e Porpora Marcasciano</em></p>
<p>Sono passati molti anni da allora, tante cose sono cambiate in meglio nelle vite dei gay delle lesbiche, delle donne e degli uomini trans italiani, anche se oggi ci troviamo ad affrontare questa “emergenza” omofobia. Il movimento è cresciuto moltissimo, oggi le nostre manifestazioni non sono più composte da pochi militanti coraggiosi, ma riempiono le strade e le piazze delle città e coinvolgono anche molti simpatizzanti eterosessuali. Per fortuna oggi la polizia non ci carica e non ci arresta, ma piuttosto protegge le nostre manifestazioni dal rischio di aggressioni esterne.</p>
<p>E tuttavia anziché aver acquistato maggior grinta, maggior forza trasformativa, il movimento sembra essersi assestato su posizioni moderate. Anziché promuovere cambiamento, sappiamo chiedere soltanto l’accesso agli stessi diritti di cui godono le persone eterosessuali, e l’assimilazione sociale. Anziché dichiarare la nostra felicità, il nostro orgoglio di non essere uguali agli altri, il nostro desiderio di non essere “normali”, impersoniamo il ruolo di vittime che supplicano protezione a chiunque, che chiedono l’approvazione di qualsiasi forza politica, che aspirando a essere “normali” come tutti gli altri, dialogando persino con i neofascisti.</p>
<p>Non sto negando che siamo anche delle vittime, vittime della violenza omofobia e transfobica. Omofobia e transfobia sono realtà nella nostra società e nell’ultimo anno e negli ultimissimi mesi sono stati sempre più frequenti gli episodi di violenza verso le persone lesbiche gay e transessuali. Però essere vittime non neutralizza la nostra responsabilità, non ci esime cioè dalla decisione su che cosa possiamo e dobbiamo fare a partire dalla violenza che subiamo.</p>
<p>Un’importante riflessione filosofica sulla responsabilità delle vittime è stata sviluppata dopo la seconda guerra mondiale da alcuni filosofi di origine ebraica, come la tedesca Hannah Arendt (1906-1975) e il lituano-francese Emmanuel Lévinas (1905-1995). Arendt ne Le origini del totalitarismo sostiene che il popolo ebraico in Europa prima della Shoah è stato responsabile di non aver compreso l’importanza della politica, e di aver confuso l’eguaglianza giuridica e l’assimilazione sociale con l’emancipazione politica – con la rivendicazione politica dei diritti per gli ebrei e per tutte le minoranze. Sempre Arendt in Vita activa ha poi difeso l’importanza dell’azione politica, arrivando a sostenere che la politica è l’attività più propriamente e pienamente umana, quella in cui l’esistenza umana trova maggiormente senso e realizza la sua felicità.</p>
<p>Lévinas, in testi come Totalità e infinito e Altrimenti che essere o aldilà dell’essenza ha invece condotto un’importante riflessione non-violenta sul concetto di responsabilità, secondo cui la responsabilità si definisce non in relazione a ciò che si è fatto, ma in relazione alla presenza dell’altro che è sempre di fronte a noi, anche quando non abbiamo agito un atto, ma lo abbiamo subito. La filosofa ebrea lesbofemminista Judith Butler (1956-) in tempi recenti ha riformulato il pensiero di Lévinas per criticare l’attuale politica dello Stato di Israele verso il popolo palestinese. Una vittima può reagire alla violenza subita con l’autodifesa (come accadde a Stonewall), oppure esercitando violenza su altri (come quella che oggi il governo israeliano esercita sul popolo palestinese), oppure restando congelata nel proprio ruolo di vittima e reclamando protezione, oppure ancora scegliendo di rifiutare la violenza e di costruire un mondo pacifico. Quest’ultima a mio avviso, quando è possibile, è la scelta propriamente morale, e propriamente politica.</p>
<p><em><del datetime="2009-11-18T12:49:01+00:00">[intervento redazionale - JR]</del><br />
</em></p>
<p>Come sapete anche gli omosessuali sono stati rinchiusi e uccisi nei campi di sterminio nazisti: quella che oggi chiamiamo “emergenza” omofobia non è che l’“emergere”, sui giornali e in tv, di una violenza che lesbiche gay e transessuali hanno da sempre subito nella storia. L’emergenza omofobia sui nostri media segue altre emergenze: l’emergenza bullismo, ad esempio – che è ad essa legata perché i bambini e gli adolescenti più bersagliati a scuola dai compagni come ben sappiamo sono i bambini e gli adolescenti effeminati, quelli che non si conformano agli standard di virilità ritenuti accettabili dai loro coetanei.</p>
<p>Un’altra emergenza che ha preceduto l’emergenza omofobia è l’emergenza della violenza sulle donne – l’emergenza stupri. Il movimento femminista ha più volte denunciato che la maggior parte degli stupri in Italia è sempre avvenuta e continua ad avvenire tra le mura domestiche: nelle famiglie eterosessuali tradizionali da sempre i mariti violentano le mogli, i padri da sempre violentano le figlie. Ma come sapete la cosiddetta emergenza stupri riguarda altre violenze, quelle compiute per strada dai cosiddetti “extracomunitari”: questi per i giornali e le tv costituiscono l’emergenza, perché sono una tragica novità, mentre i “normali” stupri familiari non fanno notizia.</p>
<p>Emergenza omofobia, emergenza bullismo ed emergenza stupri rientrano poi in quella che giornali e tv hanno presentato come una più ampia emergenza sicurezza, che tende a rappresentare tutti i cittadini italiani come vittime potenziali di un crimine generalizzato in crescita nella società italiana a causa dell’immigrazione. Un’emergenza che per questo governo deve essere risolta con l’impiego della polizia e dell’esercito: non stanziando fondi per l’educazione alla non violenza, per un’educazione sessuale nelle scuole incentrata sui diritti delle donne e delle minoranze sessuali, e ancora per un’educazione alla diversità culturale che possa far sentire i migranti più accolti nel nostro paese (questo governo sta continuamente tagliando fondi per l’istruzione, dalla scuola elementare all’università), ma attraverso l’esercizio della repressione poliziesca – una violenza istituzionale che deve essere più forte della violenza criminale.</p>
<p>Di nuovo non sto negando affatto che bullismo stupri e omofobia siano realtà con cui dobbiamo fare i conti, e che dobbiamo contrastare. Né sto negando che l’aumento di alcuni crimini in Italia sia legato alla presenza nel nostro paese di migranti poveri e disperati – poveri e disperati, ma non per questo privi di responsabilità per ciò che fanno. Vorrei però sottolineare il fatto che le politiche securitarie e repressive di questo governo, e anche i tagli al sistema scolastico e universitario che riguardano me come ricercatore e voi come studenti, sono concause di queste emergenze.</p>
<p>È come se oggi in Italia si fossero infranti degli argini morali, e di conseguenza stessero “emergendo” razzismi e intolleranze che sono sempre state parte della nostra società, ma che prima i cittadini italiani avevano più remore a esprimere pubblicamente. Ed è indubbio che il fatto che certi personaggi siedano nel nostro parlamento e appartengano al nostro governo faccia sentire gli italiani maggiormente legittimati a esprimere pubblicamente il loro razzismo e la loro intolleranze.</p>
<p>Di fronte al vice presidente del Senato Calderoli che chiama i gay “culattoni” e porta provocatoriamente un maiale a passeggiare sul luogo destinato alla costruzione di una moschea; di fronte al ministro dell’Interno Maroni che voleva prendere le impronte digitali ai bambini rom e che ha sostenuto che occorre “essere cattivi con i clandestini”; di fronte ai respingimenti dei barconi dei migranti a Lampedusa; oppure di fronte al presidente del Consiglio Berlusconi che anche di fronte agli “scandali sessuali” di cui è protagonista si vanta della sua virilità, che racconta barzellette sui gay agli operai impegnati nella ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo e che si dichiara contrario a un’Italia multietnica; di fronte a tutto questo, e sono solo degli esempi, perché dovremmo stupirci se il nostro vicino di casa si sente legittimato a dire quanto gli facciano schifo il colore della nostra pelle o le nostre abitudini sessuali? Se in seguito al pacchetto sicurezza un anno fa a Roma la polizia ha organizzato violente retate contro le prostitute transessuali – più che delle retate, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=wj_X2Tn6fyg">delle vere e proprie cacce alle trans</a> – perché dovremmo stupirci se alcuni gruppetti di balordi si sentono legittimati a proseguire questa caccia alle minoranze sessuali? Anche l’atteggiamento del governo italiano oggi è razzista, anche quella istituzionale è omofobia e transfobia – e questo è il terreno di coltura su cui si sviluppano gli episodi più estremi della violenza di cui siamo vittime.</p>
<p>Siamo vittime della violenza omofobica e transfobica, quindi. E se un tempo di questa violenza l’informazione non faceva parola, negli ultimi tempi per fortuna giornali e televisioni non ce la nascondono più. Quello della vittima sembra anzi essere il ruolo che più volentieri ci viene attribuito dai media. Un ruolo “rispettabile” che gli stessi membri del governo e i loro colleghi e amici sono disposti a riconoscerci. Tutti infatti (o meglio: quasi tutti), anche quando ci hanno insultato con barzellette o male parole il giorno prima, sono poi disposti a difenderci – almeno nelle dichiarazioni ufficiali – quando appariamo come vittime di violenza. Persino il sindaco di Roma Alemanno, ex estremista di destra poi entrato in AN e nel PdL, ha preso parte alla fiaccolata romana contro le violenze omofobiche, per poi dire che come buona parte dei parlamentari del PdL avrebbe votato contro l’approvazione del disegno di legge Concia per l’introduzione nel codice penale dell’aggravante di omofobia nei casi di violenza.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-26421" title="5-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/5-450.jpg" alt="5-450" width="300" height="450" />Di fronte a questa situazione a mio avviso, anche se siamo vittime della violenza omofobica e transfobica, dovremmo sforzarci di non essere soltanto delle vittime, e di recuperare almeno un po’ della volontà trasformativa che caratterizzava gli inizi del nostro movimento. Dovremmo seguire l’insegnamento di Arendt, e riacquistare il senso della felicità pubblica, della partecipazione attiva alla politica, non solo per reclamare protezione da questa società così com’è, ma anche per contribuire alla trasformazione della società in nome dei principi di eguaglianza giuridica e di rispetto per le differenze.</p>
<p>Lo scrittore Christopher Isherwood (1904-1986) – l’autore di Addio a Berlino da cui è stato tratto nel 1972 il famoso musical di Bob Fosse Cabaret con Liza Minnelli – sosteneva che l’omosessualità era stata per lui motivo di ispirazione, perché gli aveva permesso di esercitare uno sguardo obliquo sul mondo, uno sguardo queer, che è lo sguardo curioso di chi non si accontenta di guardare il mondo così come solitamente appare, come lo guardano i più, ma lo osserva secondo una prospettiva imprevista e inedita.</p>
<p>Il filosofo francese Michel Foucault (1926-1984), autore di capolavori come Storia della follia, Sorvegliare e punire, La volontà di sapere, intervistato sulla propria omosessualità nel 1981, dichiarò invece: “Bisogna diffidare dalla tendenza a ricondurre la questione dell’omosessualità al problema del ‘chi sono?’, ‘qual è il segreto del mio desiderio?’. Forse sarebbe meglio domandarsi: ‘Quali reazioni possono, attraverso l’omosessualità, essere stabilite, inventate, moltiplicate, modulate?’”. E poi continuò: “L’omosessualità è una grande occasione storica per riaprire virtualità relazionali ed affettive, non tanto per le qualità intrinseche dell’omosessuale, ma perché la sua posizione in un certo senso ‘trasversale’, le linee diagonali che può tracciare nel tessuto sociale, permettono di fare emergere tali virtualità”.</p>
<p>A mio avviso sarebbe importante che il movimento lesbico gay trans, anche a partire dal fatto che essere lesbiche gay trans in Italia oggi, come purtroppo da sempre, significa essere esposti alla violenza omofobica e transfobica, continuasse a vivere l’omosessualità e la transessualità come osservatori privilegiati sul mondo, come occasioni di trasformazione e di cambiamento, o almeno, di fronte alla deriva neoautoritaria che sta prendendo la politica italiana, come occasioni di resistenza, di difesa della nostra costituzione antifascista e dei diritti che sancisce, e anche di difesa delle conquiste sociali e culturali – anche se per il momento non giuridiche – che la comunità omo/trans-sessuale ha comunque ottenuto anche in Italia dagli anni settanta ad oggi.</p>
<p>In questa prospettiva, ad esempio, il movimento avrebbe dovuto essere più radicale nell’affermare che avremmo voluto non l’introduzione dell’aggravante per omosessualità nel codice penale, come proponeva il disegno di legge Concia, ma l’introduzione dell’omofobia e della transfobia nella legge Mancino. Anziché appoggiare direttamente il disegno di legge Concia con una manifestazione intitolata “uguali”, a mio avviso il movimento avrebbe dovuto appoggiarlo indirettamente (obliquamente, in modo queer) indicendo una manifestazione dal titolo diverso – magari “fate l’amore, non la guerra”, oppure “orgogliosi di essere diversi e antifascisti” – chiedendo l’ampliamento della legge Mancino.</p>
<p>La differenza tra il disegno di legge Concia che è stato discusso e bocciato e la legge Mancino infatti non è di poco conto: accontentandosi del disegno di legge Concia gli omosessuali hanno assunto il ruolo di vittime che chiedono protezione giuridica e poliziesca solo per se stessi, dimenticando la responsabilità dell’impegno politico verso gli altri – solo gli omosessuali hanno assunto questo ruolo, perché il disegno di legge concia non nominava uomini e donne transessuali, né gli uomini e le donne migranti. Se il movimento lesbico gay trans avesse invece manifestato unito per l’ampliamento della legge Mancino, a mio avviso avrebbe assunto il ruolo di una forza politica che difende le ragioni dell’antifascismo contro i rischi di neoautoritarismo, di esautorazione delle prerogative parlamentari, di cancellazione dei diritti costituzionali, di razzismo, di omofobia e di transfobia presenti oggi nel nostro paese.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26422" title="6-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/6-450.jpg" alt="6-450" width="450" height="295" /><br />
<em> Marcella Di Folco e Vladimir Luxuria</em></p>
<p>Il disegno di legge Concia avrebbe introdotto nel codice penale, all&#8217;articolo 61, tra le circostanze aggravanti in caso di aggressione, il fatto che il reato sia stato commesso per ragioni relative all’orientamento sessuale della persona aggredita – quindi nel caso in cui la vittima sia un gay o una lesbica, non un/una transessuale o un/una migrante (per ora l’articolo 61 considera aggravanti i futili motivi, oppure il fatto che l’aggressione serva per coprire un precedente reato o per commetterne un altro, o ancora l’uso di sevizie e la crudeltà nell’esercizio della violenza, o il fatto che la violenza sia associata a un abuso di potere…).</p>
<p>Al disegno di legge Concia, che sulla carta era appoggiato da parte del PD, parte del PdL e persino da parte della Lega, sono state opposte due obiezioni: la prima era relativa alla presunta ambiguità del termine “orientamento sessuale” – tutti sappiamo a che l’espressione indica l’omosessualità, tranne alcuni parlamentari del PdL, secondo cui l’espressione comprende anche la pedofilia, la necrofilia o la zoofilia, e che pertanto hanno chiesto che il disegno di legge fosse rimandato in Commissione…</p>
<p>La seconda, che è stata determinante per la bocciatura del disegno di legge durante la discussione parlamentare, è stata sollevata dall’UdC, ed era relativa al fatto che questa aggravante avrebbe compromesso il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Anche questa è una motivazione pretestuosa, perché l’articolo 3 non sostiene soltanto “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, ma continua: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.</p>
<p>Nello spirito di quanto affermato dall’articolo 3 della Costituzione, sostenere che un’aggressione di una minoranza oppressa è più grave di un’aggressione compiuta a scopo di rapina non è affatto una discriminazione a favore della minoranza – come è stato pretestuosamente obiettato a disegno di legge Concia – ma rientra nel tentativo da parte dello Stato di rimuovere gli ostacoli culturali e sociali che impediscono l’eguaglianza giuridica dei cittadini (come avviene nelle politiche di pari opportunità per le donne). Il rilievo di incostituzionalità era quindi evidentemente pretestuoso. E infatti la corte costituzionale non ha mai obiettato che la legge Scelba o la legge Mancino contraddicano l’articolo 3 della costituzione.<br />
Quando fu scritta la costituzione, nel 1946 e nel 1947, i costituenti la corredarono di una norma, la XII norma transitoria, che afferma inderogabilmente il principio secondo cui “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Da questo principio generale la norma transitoria trae come conclusione che per 5 anni, in deroga all’articolo 48 (secondo cui tutti i cittadini maggiorenni, uomini e donne, hanno uguale diritto di partecipare alle elezioni e di esercitare il diritto di voto), i “capi responsabili” del partito fascista non potevano candidarsi alle elezioni. La XII norma transitoria ha avuto applicazione nel 1952 nella legge 645 o legge Scelba, che introduce il reato di apologia di fascismo che consiste non solo nel fare propaganda per ricostituire il partito fascista, ma anche nell’“esaltare, minacciare o usare la violenza come metodo di lotta politica, nel denigrare i principi democratici e le libertà sancite dalla costituzione” e nel fare “propaganda razzista”.</p>
<p>Anche la legge 205 del 1993, o legge Mancino, è un’applicazione della XII norma transitoria. La legge Mancino punisce con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sull&#8217;odio razziale o etnico, e chi incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. La proposta originaria avanzata dal movimento lesbico gay e trans era di aggiungere la discriminazione per ragioni relative all’orientamento e all’identità sessuali alle discriminazioni per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi già punite dalla legge Mancino. Ma su una tale proposta non si sarebbe mai raggiunto un accordo con le destre né con i cattolici, e allora si è ripiegato – a mio avviso sbagliando – sul sostegno incondizionato e diretto del disegno di legge Concia.</p>
<p>A mio avviso si è trattato di una scelta sbagliata, perché la differenza tra le leggi Scelba e Mancino e il disegno di legge Concia è enorme, e le prime hanno un significato politico che l’ultimo non avrebbe potuto avere. Le leggi Scelba e Mancino non hanno infatti introdotto un’aggravante a un reato, ma hanno introdotto nuovi reati: l’apologia di fascismo e la discriminazione o l’incitazione alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi – a cui originariamente e giustamente il movimento lesbico gay trans chiedeva di aggiungere la discriminazione per motivi relativi all’orientamento e all’identità sessuali. Si tratta quindi, in questo caso, non solo di reati di violenza e di omicidio, ma anche di reati di opinione – si tratta di affermare il principio che non possono essere pronunciate parole di odio contro le minoranze. Un principio tanto più necessario in una società come è diventata oggi quella italiana, in cui come dicevo prima sembrano essere saltati degli argini morali, e sembra che tutto possa essere detto impunemente, senza ricevere alcun biasimo – né giuridico, né morale.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26423" title="7-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/7-450.jpg" alt="7-450" width="450" height="300" /><br />
<em> Valerie Taccarelli (Movimento d’Identità Transessuale)</em></p>
<p>Quando furono promulgate le leggi Scelba e Mancino, esponenti del Movimento Sociale Italiano e di Allenanza Nazionale sostennero che queste due leggi fossero in contrasto non con l’articolo 3, ma con l’articolo 21 della Costituzione, che è l’articolo che garantisce la libertà di pensiero. Ad oggi però nessuno ha richiesto l’intervento della corte costituzionale per la legge Mancino. La corte costituzionale si è invece pronunciata sulla legge Scelba, che fu applicata contro alcuni esponenti del Movimento Sociale Italiano. Durante i processi fu sollevata l’obiezione di anticostituzionalità, ma in due sentenze del 1957 e del 1958 la corte costituzionale rispose che proprio per garantire la libertà di pensiero la costituzione italiana proibisce la riorganizzazione del partito fascista, e che quindi è coerente con la costituzione bandire anche quelle forme di propaganda che potrebbero condurre a tale riorganizzazione.</p>
<p>Secondo queste sentenze della corte costituzionale, quindi, alla base della struttura della nostra costituzione sta un principio classico del liberalismo – affermato per la prima volta alla fine del 1600 dal filosofo britannico John Locke (1632-1704) contro i “papisti”, cioè contro i cattolici –, che è un principio molto semplice secondo il quale per garantire la tolleranza in democrazia è necessario bandire l’intolleranza: non si può insomma essere tolleranti con gli intolleranti. La democrazia liberale non è infatti il regime in cui si può dire tutto e in cui la volontà della maggioranza non ha alcun freno, ma è il regime che pone a proprio fondamento i principi della libertà e dell’uguaglianza, che pone questi principi al di sopra della volontà della maggioranza, che difende questi valori da chi tenta di metterli in discussione attraverso forme di propaganda.</p>
<p>A mio avviso questo principio di Locke è un principio politico che anche il movimento lesbico gay e trans dovrebbe fare suo, e che dovremmo aggiungere come auspicabile motto del movimento: “Fate l’amore, non la guerra”, “siate orgogliosi di essere diversi e antifascisti”, “non siate tolleranti con gli intolleranti”! Perché non si può dialogare politicamente con i neofascisti di casa Pound. Non si può cercare di fare una “leggiucchia” contro l’omofobia – e non contro la transfobia e il razzismo – assieme al PdL e alla Lega. E non ha senso chiedere protezione a coloro che hanno creato quel clima d’odio per le minoranze che è un ottimo terreno di coltura per le violenze omofobiche e transfobiche. Siamo vittime di violenza, ma questo non ci condanna a essere solo vittime di violenza – e non ci esime dalle nostre responsabilità politiche.</p>
<p>Chi si identifica con la vittima, chi si accontenta del ruolo di vittima che oggi i giornali e le tv cuciono addosso a noi lesbiche gay e transessuali, può accontentarsi di supplicare protezione a chiunque, di qualsiasi parte politica faccia parte, di destra o di sinistra, cattolico o laico.</p>
<p>Ma fare politica non è supplicare protezione – è un’altra cosa. Fare politica significa non rimanere neutrali ed equidistanti rispetto agli attori politici presenti, ma significa prendere posizione – non in nome del proprio personale interesse, ma in nome di una giustizia che riguarda tutti e tutte. Ad esempio significa difendere i valori dell’antifascismo e dell’antirazzismo, fare opposizione contro le derive neoautoritarie e razziste di questo governo, e interpretare la difesa di un documento antico ma prezioso come la costituzione – questa resistenza oggi necessaria – non come un gesto di conservazione ma come un gesto di trasformazione volto al futuro.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26424" title="8-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/8-450.jpg" alt="8-450" width="450" height="300" /></p>
<p><em> Lorenzo Bernini, Valerie Taccarelli e Mirca Vergnano (associazione Evadamo di Torino) al seminario trans organizzato dal coordinamento Sylvia Rivera a Terranova Bracciolini (FI) nel maggio 2008<br />
</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p>L’autore:</p>
<ul>
<li> Le pecore e il pastore. Critica, politica, etica nel pensiero di Michel Foucault <a href="www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=4495">Liguori</a></li>
<li> Transessualità e scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità.<a href="http://books.google.com/books?id=kuOUvzS9Y_oC&amp;pg=PA49&amp;lpg=PA49&amp;dq=%22Lorenzo+Bernini%22#v=onepage&amp;q=%22Lorenzo%20Bernini%22&amp;f=false">ebook</a></li>
<li> Intervista <a href="www.arcigaymilano.org/dosart.asp?ID=21892">arcigay</a></li>
<li> Intervista <a href="www.c6.tv/component/library?task=view&amp;id=2165">C6 TV</a></li>
<li><a href="www.fuoriaula.com/fuori-aula-network/news/romeo-love-23-chi-siamo">Romeo in Love</a> &#8211; Podcast sulla cultura gay, lesbica, bisessuale e transessuale (GLBT*)</li>
<li><a href="http://www.la7.it/intrattenimento/dettaglio.asp?prop=universication&amp;video=31995">universication</a> La7  (minuto 14:51)</li>
<li>Altri <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/lorenzo-bernini">articoli di Lorenzo Bernini</a> su Nazione Indiana.</li>
</ul>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/18/un-monito-alle-vittime-dellemergenza-omofobia/">Un monito alle vittime dell&#8217;emergenza omofobia</a></p>
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		<title>Ida Magli, ma ci faccia il piacere</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 20:13:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/1255786289245_03.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong><br />
Nel vedere quei volti e sentire quelle voci che riempivano le strade di Roma, ho ripensato alle parole che l&#8217;antropologa Ida Magli ha scritto sul Giornale, e che un giorno forse verranno ricordate come uno dei manifesti del nuovo razzismo italiano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/19/ida-magli-ma-ci-faccia-il-piacere/">Ida Magli, ma ci faccia il piacere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/1255786289245_03.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-24766" title="1255786289245_03" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/1255786289245_03-150x150.jpg" alt="1255786289245_03" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong><br />
Nel vedere quei volti e sentire quelle voci che riempivano le strade di Roma, ho ripensato alle parole che l&#8217;antropologa Ida Magli ha scritto sul Giornale, e che un giorno forse verranno ricordate come uno dei manifesti del nuovo razzismo italiano. Conviene rileggerne qualche brano, perché è impossibile restituirne il grado di aberrazione con altre parole: “Stiamo male perché siamo costretti a vivere nello stesso territorio con popoli diversi da noi, e diversi prima di tutto fisicamente. [...] L&#8217;estraneità fisica è la caratteristica maggiore che impedisce agli uomini di potersi «identificare» l&#8217;uno nell&#8217;altro, sentirsi psicologicamente «simili».<span id="more-24765"></span> [...E'] impossibile per un «bianco» identificarsi in un «nero»: comprendere i sentimenti, le percezioni, i gusti, intuire il tipo di intelligenza, le reazioni, gli interessi. Se si aggiunge a questo dato di partenza, la differenza di lingua, di religione, di storia culturale, ci si rende conto che vivere sullo stesso territorio non significa vivere «insieme».” Ecco, vedendo ieri quei colori mischiati in piazza, mi veniva da sorridere di compassione per la signora Magli e per la sua “brutale” culturalizzazione di un dato naturale. E penso alla mia amicizia con Jessy, nigeriano, che dopo traversie letteralmente incredibili, ha sposato Gloria,  slovacca e biondissima, per mettere al mondo una splendida creatura. Jessy e Gloria, come tante altre coppie miste, e come ancora le sempre più numerose relazioni e legami di qualsiasi tipo indifferenti al colore della pelle, sono la prova vivente di come le parole della Magli siano puro e densissimo razzismo. E per quanto mi riguarda, c&#8217;è l&#8217;empatia che ho sperimentato e la memoria vivida di tutti i volti che incontrato nei viaggi che ho fatto in quest&#8217;Italia già multiculturale, a Ida Magli piacendo.</p>
<p>(pubblicato su l&#8217;Unità, 18/10/2009)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/19/ida-magli-ma-ci-faccia-il-piacere/">Ida Magli, ma ci faccia il piacere</a></p>
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		<title>No al razzismo</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 16:02:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[decreto sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazione]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Il 7 ottobre del 1989 centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza a Roma per la prima grande manifestazione contro il razzismo. Il 24 agosto dello stesso anno a Villa Literno, in provincia di Caserta, era stato ucciso un rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/16/no-al-razzismo/">No al razzismo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 7 ottobre del 1989 centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza a Roma per la prima grande manifestazione contro il razzismo. Il 24 agosto dello stesso anno a Villa Literno, in provincia di Caserta, era stato ucciso un rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo.<br />
A 20 anni di distanza, il razzismo non è stato sconfitto, continua a provocare vittime e viene alimentato dalle politiche del governo Berlusconi. Il pacchetto sicurezza approvato dalla maggioranza di centro destra risponde ad un intento persecutorio, introducendo il reato di “immigrazione clandestina” e un complesso di norme che peggiorano le condizioni di vita dei migranti, ne ledono la dignità umana e i diritti fondamentali.<br />
<em>continua a leggere l&#8217;appello <a href="http://www.17ottobreantirazzista.org/">qui</a></em><br />
<span id="more-24483"></span><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/razzismo1.bmp.png" /></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/16/no-al-razzismo/">No al razzismo</a></p>
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		<title>La morte “per sbaglio” di  Petru Birladeanu</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 09:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>di <strong>Carmen Pellegrino</strong></p>
<p>Come si racconta una morte? E una morte tragica? E una morte “per sbaglio”? Come si portano in superficie trafitture, lacerazioni, smottamenti di coscienza che lasciano un irrimediabile senso di umiliazione e vergogna? C’è come un senso di straniamento sottile nel descrivere una morte, c’è come una resistenza emotiva da vincere, cercando segmenti narrativi che riducano lo iato profondissimo tra reticenza e condivisione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/13/la-morte-%e2%80%9cper-sbaglio%e2%80%9d-di-petru-birladeanu/">La morte “per sbaglio” di  Petru Birladeanu</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/agguato-napoli.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-21963" title="agguato-napoli" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/agguato-napoli-150x150.jpg" alt="agguato-napoli" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Carmen Pellegrino</strong></p>
<p>Come si racconta una morte? E una morte tragica? E una morte “per sbaglio”? Come si portano in superficie trafitture, lacerazioni, smottamenti di coscienza che lasciano un irrimediabile senso di umiliazione e vergogna? C’è come un senso di straniamento sottile nel descrivere una morte, c’è come una resistenza emotiva da vincere, cercando segmenti narrativi che riducano lo iato profondissimo tra reticenza e condivisione. C’è questo nella breve storia della morte di Petru Birladeanu, un ragazzo di nazionalità romena che suonava l’organetto nella stazione Cumana di Napoli, quartiere Montesanto, una morte avvenuta “per sbaglio” e poi confinata nel campo della marginalità, della irrilevanza più ostinata.<br />
Siamo a Napoli, il 26 maggio 2009, è un martedì, quasi verso sera, e fa già caldo. L’ultimo taglio di luce rimbalza sulle strade, attraversa il tufo dei vicoli porosi, immobili in un perpetuo andirivieni. Nei pressi della stazione cumana c’è sempre gente di passaggio, Montesanto è nel cuore antico della città, salgono lungo i muri, sulle facce le ombre della sera che viene.<span id="more-21962"></span><br />
Improvvisamente un commando di 8 persone su quattro motociclette attraversa contromano la via Pignasecca fino alla stazione della Cumana. Sono sicari e sparano colpi a raffica, li sparano in aria. Va in scena un ordinario e sanguinario show tra clan rivali per il controllo del territorio; è una delirante azione dimostrativa originatasi nella faida tra i Mariano (i «Picuozzo» protagonisti alla fine degli anni Ottanta della sanguinosa guerra con i De Biase «Faiano») e i Sarno di Ponticelli.<br />
Dalla Cumana sono appena usciti i viaggiatori, ma Petru con la sua fisarmonica in spalla sta risalendo la strada antistante la stazione, in compagnia della moglie Mirela.<br />
In quel momento diversi colpi vengono esplosi, alcuni ad altezza d’uomo: un ragazzino di 14 anni viene ferito a una spalla, due colpi arrivano a Petru, uno alla gamba, l’altro al torace; seppure ferito, il ragazzo cerca riparo all’interno della stazione, ma prima cade e la moglie lo aiuta a rialzarsi. «Sentiamo gli spari – ricorda Mirela che ora è in Romania- Petru mi afferra e dice ‘corri’. Vedo il sangue, ma lui mi dice che è solo un graffio e che devo correre”.<br />
I due ragazzi arrivano ai tornelli, c’è una ridda di persone impaurite, assiepate le une sulle altre quasi a scavalcarsi, ma Petru si accascia: uno dei proiettili gli è arrivato al cuore e al polmone attraverso il torace, bucandoli. Intorno si fa presto il vuoto, gli resta accanto la moglie e più nessuno. Qualcuno chiama i soccorsi, a poche centinaia di metri c’è l’ospedale Pellegrini, ma i soccorsi tardano, non arrivano.<br />
Petru è a terra, si tiene la mano sul petto, agonizza lento, il suo dolore diventa muto, solo lamenti soffusi: «Per 5 minuti ha parlato. Per 10, mi ha guardato fisso negli occhi e, quando io gridavo, lui scuoteva la testa e mi stringeva più forte la mano. Per mezz&#8217; ora il corpo di mio marito Petru è rimasto per terra e nessuno ha fatto niente. Ci guardavano tutti e c&#8217;era anche chi mi scattava fotografie. È arrivata un&#8217; ambulanza, ma non era per noi era per il bambino ferito».<br />
Il giovane era venuto in Italia da Iasi, con la moglie e uno dei suoi due figli; suonava la fisarmonica sui treni ma nel suo paese era un calciatore, un centravanti del Poli Iasi, la serie A romena; “era romeno- sottolinea Mirela- non rom (“Petru canta in piata Cumana, dar era fotbalist. A fost jucator la Poli Iasi, echipa romaneasca din Seria A…. Petru era roman, nu rrom”). Aveva 33 anni.</p>
<p>Nelle ore successive si diffonde la notizia, presto smentita, che fosse proprio Petru l&#8217;obiettivo dei sicari; si rintraccia subito nel “rom” l’esempio paradigmatico dello straniero malvivente, punito per qualche oscuro regolamento di conti. Ma l’evidenza maldestramente sottaciuta emerge rapidamente: Petru, che non c’entrava niente con i sicari, è morto ammazzato accidentalmente, o &#8220;per sbaglio&#8221; come poi è stato scritto. Della vicenda si è parlato poco sui giornali, male nei telegiornali. Anzi, in qualche caso la notizia della morte del giovane è stata fatta seguire proditoriamente dai servizi sulla scomparsa della piccola Angela Celentano, avvenuta nel 1996, mettendo così foscamente in connessione due vicende lontane nel tempo e nello spazio.<br />
Come per una inquietante assonanza ritorna alla memoria il pogrom del maggio 2008 consumatosi contro i campi nomadi di Ponticelli, periferia est di Napoli, in seguito al presunto tentativo di rapimento di una neonata da parte di una giovanissima rom. I campi rom, sparsi sotto i cavalcavia e su terreni abbandonati, vennero brutalmente assaltati, incendiati e messi in fuga i rom che li abitavano. La ferocia iniziò con l’accoltellamento di un romeno &#8220;regolare&#8221;, un operaio che abitava nei paraggi. Non c’entrava niente, ma si sa, “quelli lì” son tutti uguali.<br />
Difficile non leggere in queste tensioni xenofobe e razziste la conseguenza più immediata di politiche sociali e mutamenti nella legislazione che hanno sapientemente intercettato e cavalcato confuse insicurezze e vecchie paure, attuando politiche sull’immigrazione (un velo semantico, questo, che ne nasconde la natura profonda) totalmente inadeguate, che rivelano quasi un’ossessione che insegue e sovrasta i suoi artefici. Politiche destrutturanti che hanno favorito, se non determinato, il formarsi vorticoso di un nuovo senso comune che riproduce indolenze ed emarginazione, atti di discriminazione e violenza su base “etnica”, oltre che una odiosa cultura del sospetto, per lo più pretestuosa, che attinge largamente a un groviglio di retoriche patriottiche, vecchi sentimenti nazionalistici, miopie da paura del “diverso”, mai del tutto sradicate.<br />
Emiliano Di Marco, militante napoletano pacifista, da sempre in lotta al fianco degli immigrati, portavoce dell’associazione Assopace, ha efficacemente descritto gli scenari dischiusisi con l’approvazione del “ddl sicurezza”, riassumendoli nella loro crudezza: “c’è poco da aggiungere a quanto già detto da Adriano Sofri, Dario Fo, Andrea Camilleri, il cardinale Tettamanzi, padre Zanotelli […] su questo provvedimento: è una legge razzista, una legge che porterà ancora più dolore e che per certi aspetti si spinge anche più in là delle leggi razziali del 1938, laddove verrà impedito alle donne straniere in condizione di irregolarità amministrativa di poter riconoscere i propri figli nati in Italia, costringendo questi bimbi che non hanno nessuna colpa ad essere figli di nessuno, al rischio di essere tolti dalle loro famiglie e dati in affido. Con la Legge 24 luglio 2008, n. 125 verranno impediti i matrimoni misti, se lo straniero o la straniera non hanno il permesso di soggiorno, saranno inoltre ammesse le “ronde” una norma che introduce alla privatizzazione della pubblica sicurezza, uno degli aspetti più controversi ed ignobili di questo intero dispositivo. Questo paese, che non ha imparato niente dalla propria storia meticcia ed emigrante, si vergognerà a lungo del ‘pacchetto sicurezza’”.</p>
<p>Si può cercare di resistere in molti modi a politiche reazionarie, discriminatori, razziste, predisponendosi ad esempio a una seria e responsabile disobbedienza civile, affermando strenuamente principi non negoziabili e mettendo in atto gesti forti e simbolici che si oppongano a rivendicazioni identitarie, in grado di produrre diversità fittizie e simulacri che sono alla base dei meccanismi di dominio<br />
A Napoli, ad esempio, sulla vicenda di Petru Birladeanu, è dal basso che sono arrivate spinte propulsive di autentica solidarietà, attraversando il guado di indifferenza che ha ricoperto quella morte. Una parte della società civile, quella migliore che non è una pura aggregazione di individui, ha dimostrato di saper opporre una virtuosità incoercibile all’indifferenza generalizzata. Agli inizi di luglio è stato fondato un gruppo, su iniziativa di un giovane docente napoletano, Luigi Maria Sicca, che in poco tempo è riuscito a coinvolgere giovani e meno giovani, raccogliendo opinioni e sensazioni eterogenee e mettendo insieme pezzi sparsi di sensibilità diverse; in poco tempo sono state raccolte più di 3000 adesioni con una proposta: intestare la fermata di Montesanto della stazione Cumana o la piazza antistante a Petru. La proposta è stata presentata in consiglio comunale e alla municipalità competente ed è tuttora in via di discussione. Ovviamente non sono mancate levate di scudi, rivendicazioni di parte, una sequela di ansie di primogenitura e tensioni legate al &#8220;dover onorare anche tutti gli altri morti”, come se esistesse una gerarchia al loro interno, in una inquietante lotta tra morti e paludati calcoli propagandistici.<br />
Ma i sostenitori della proposta non si sono fatti fiaccare, vigilano, insistono e continuano a tenere vivo il dibattito, animando discussioni che sollecitano gare di solidarietà e dimostrando che anche i gesti simbolici possono generare cambiamenti, contribuendo a spezzare la spirale di indifferenza che ormai sembra inesorabilmente sovrastarci, e a cui i politici locali non sembrano volersi sottrarre, largheggiando prima in promesse, poi in solenni dichiarazioni che fanno sempre bene in vista di competizioni elettorali, e ora chiudendosi in una muta battaglia di “carte bollate”.<br />
Non si può prevedere se una proposta che nella sua radicalità presenta tratti di dirompenza verrà accettata o meno; è prevedibile invece che in una estenuante lotta per gli spazi verrà proposta l’apposizione di una “rassicurante” targa che non scontenti quanti, attraverso oscurità dialettiche, si sono fatti paladini di proposte in senso totalmente contrario, e l’installazione di una teca protetta che custodisca nella stazione la fisarmonica di Petru.<br />
Non di gesti rassicuranti ci sarebbe bisogno, non senza forme particolari di ricomposizione che ne impediscano lo stemperarsi in generico rituale evocativo; occorrerebbe un sovvertimento, anche solo simbolico, in grado di dare un segnale forte, di favorire mutamenti strutturali e culturali, ma Napoli, si sa, è come un alchimista che riesce sempre a trasmutare le sue ferite in arte.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/13/la-morte-%e2%80%9cper-sbaglio%e2%80%9d-di-petru-birladeanu/">La morte “per sbaglio” di  Petru Birladeanu</a></p>
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		<title>Lettera al mio aggressore</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 06:23:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mohamed Ba</strong></p>
<p>Caro fratello che non conosco,<br />
ti scrivo per invitarti a riflettere assieme a me su ciò che ci legherà per sempre.<br />
Domenica 31 Maggio, Milano ore 19.45, fermata del tram 19.<br />
Ti vedo tranquillo in mezzo alla gente in attesa che rideva spensierata, erano quasi tutti sud americani.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/02/lettera-al-mio-aggressore/">Lettera al mio aggressore</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mohamed Ba</strong></p>
<p>Caro fratello che non conosco,<br />
ti scrivo per invitarti a riflettere assieme a me su ciò che ci legherà per sempre.<br />
Domenica 31 Maggio, Milano ore 19.45, fermata del tram 19.<br />
Ti vedo tranquillo in mezzo alla gente in attesa che rideva spensierata, erano quasi tutti sud americani.<br />
Forse ero di troppo, e in quel momento decidesti di mettere fine alla mia esistenza infilandomi il tuo coltello nell’addome.<br />
A quasi un mese dal fatto i miei pensieri vanno sempre a te e alle tue motivazioni.</p>
<p>Caro fratello nobilmente pensoso, alla ricerca di una purezza razziale che non saprei garantirti, camminiamo insieme in deserto in deserto, verso il nudo essere, oltre alle frontiere del passaporto e dei tratti somatici, là dove si esaurisce il concetto di etnicità, inizi il nostro cammino.<span id="more-21051"></span><br />
La ricerca dell’umanità è molto più bella dell’etnicità.<br />
Io posso capire che tu sia arrabbiato perché vedi i cambiamenti socioculturali che avvengono nel tuo paese, ma questo è solo il risultato di una globalizzazione mal governata dove l’avere condiziona l’essere al punto tale che chi non ha non è.</p>
<p>Caro fratello, oggi assistiamo ad una drastica divisione dei popoli in Re e Poveri in base al luogo di provenienza. Basta pensare che le stesse problematiche che hanno spinto persone come me a venire in Italia, sono state le stesse che hanno portato milioni di italiani a lasciare il loro paese per perlustrare nuovi orizzonti.<br />
Se la scimmia avesse avuto quello che occorreva sugli alberi per vivere bene, mai sarebbe scesa per terra.<br />
Puoi anche pensare che uccidendomi avresti trovato il lavoro che santifica ma sbaglieresti perché mi sono inventato il mio lavoro, ho osservato la città di Milano con i bambini di ogni ceppo culturale, mi sono ritrovato sui banchi di scuola proponendomi come educatore e mediatore culturale che propone dei percorsi didattici permettendo a tutti gli alunni italiani e non, di condividere dei momenti in cui spaziare a livello planetario alla riscoperta dei valori morali tradizionali; è un lavoro che faccio da dieci anni con passione, dedizione e professionalità.</p>
<p>Caro fratello, sono approdato a Milano undici anni fa e in scoperta in scoperta, mi sono reso conto che la storia ed i simboli erano sconosciuti ai più.<br />
Credimi, quando porto i bambini in città alla scoperta dei luoghi e non luoghi, fanno fatica a trovare delle persone in grado di aiutarli a decodificare gli enigmi da Bellevoso, al pozzo dei battuti, dalla maledizione di Tommaso Marino ai doccioni, fino a “lavorare a uf”.<br />
Come vedi fratello, non sono venuto ad inquinare la città ma cerco di risollevarne la memoria storica, permettendo ai bambini italiani di confrontarsi con gli altri quando porteranno in classe i vari tamburi, racconti….<br />
Ti pregherei di riflettere sul tuo gesto.<br />
Uccidendomi avresti privato centinaia di bambini di proseguire un cammino verso una cittadinanza attiva ed il rispetto del patrimonio culturale.<br />
Non puoi immaginare quanto, gli stessi bambini, siano rimasti scioccati dal tuo gesto e le loro lettere hanno invaso l’ospedale dove ero ricoverato.</p>
<p>Caro fratello, stavi quasi privando a due bambine di sei e tre anni, portatrici di una doppia identità culturale, di un padre.<br />
Mi hai lasciato sulla strada mezzo morto, nell’indifferenza totale ma altri italiani mi hanno soccorso, curato, accudito e dato la forza di ripartire.</p>
<p>Caro fratello puoi anche sentirti legittimato dai proclami che voci autorevoli di questa città fanno, soprattutto alla vigilia di appuntamenti elettorali ma saresti ingenuo per il semplice fatto che il rapporto tra la popolazione attiva e quella pensionata è di uno a uno. Sarebbe impensabile mandar via tutti gli immigrati, il paese si bloccherebbe.</p>
<p>Caro fratello, ti invito a deporre le armi perché non hai un potere salvifico.<br />
Un giorno ti accorgerai che quello che si è nella vita non è motivo di orgoglio o di vergogna, ma quello che si diventa lo è.<br />
Casualmente ci siamo ritrovati ad essere italiani, americani, africani etc… non è stata una scelta.<br />
Ma oggi posso affermare di essermi gradevolmente “italianizzato “ pur sapendo che il tronco d’albero può stare in acqua per secoli, non diventa mai un coccodrillo.</p>
<p>Caro fratello, l’Italia vera è quella col cuore in mano che sa riconoscere nell’altro valori arricchenti.</p>
<p>Non uccidere le differenze culturali, sono al bellezza dell’umanità.<br />
Gli ideali sopravvivono sempre.<br />
Un caloroso abbraccio<br />
Pensaci….pensaci….pensaci….</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/02/lettera-al-mio-aggressore/">Lettera al mio aggressore</a></p>
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		<title>Fatima e il Brembo</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 15:11:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[reato di clandestinità]]></category>
		<category><![CDATA[roberto maroni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Aveva ventisette anni e il suo corpo è affiorato ieri sera dal fiume Brembo. È stata riconosciuta dal fratello che aveva denunciato la sua scomparsa. Mohamed poteva permettersi un comportamento secondo logica e legge, perché a differenza di Fatima, <strong>clandestina</strong>, lui, ventidue anni, era un extracomunitario <strong>regolare</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/07/fatima-e-il-brembo/">Fatima e il Brembo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Aveva ventisette anni e il suo corpo è affiorato ieri sera dal fiume Brembo. È stata riconosciuta dal fratello che aveva denunciato la sua scomparsa. Mohamed poteva permettersi un comportamento secondo logica e legge, perché a differenza di Fatima, <strong>clandestina</strong>, lui, ventidue anni, era un extracomunitario <strong>regolare</strong>. Così riferiscono i giornali, che fin qui non dicono granché d’altro, tranne che – stando al fratello- il “folle gesto” di Fatima sia da attribuire al fatto che non fosse in nessun modo riuscita a <strong>regolarizzarsi</strong>. Era, secondo Mohamed, terrorizzata dalla data di domani in cui diventerà legge il “pacchetto sicurezza” per cui la <strong>clandestinità</strong> diventa reato perseguibile con l’espulsione più una sanzione da 5.000 a 10.000 euro.</p>
<p>Non mi va di fare “facile retorica” su questo fatto, né commentare più di tanto che altre notizie su altri “folli gesti” di disperazione, però commessi da italiani contro italiani, ottengono contemporaneamente un ben diverso “onore delle cronache” (e tuttavia la parola “onore”, persino in questa espressione fatta e frusta, acquista un retrogusto amarissimo). Probabilmente domani almeno i giornali più o meno di sinistra un po’ sulla vicenda si soffermeranno. E poi arriveranno altri fatti a riempire le pagine estive del loro macabro intrattenimento.</p>
<p>Non so nemmeno io come, e quindi lo chiedo anche a voi tutti: in un caso come questo, oltre a denunciare a parole, schifarsi, indignarsi ecc., si potrà cominciare a <strong>fare qualcosa</strong>? Tipo costituirsi parte civile contro coloro che hanno promulgato una legge che ha spinto una ragazza nata in Marocco a uscire dalla casa condivisa col fratello e andare ad affogarsi in un fiume vicino a Bergamo? Incriminarli di “istigazione al suicidio?” Ve lo domando molto seriamente…</p>
<p>Intanto, se mi è concessa una minima dose di parole all’aria, mi andrebbe solo di esprimere un sentimento passeggero, contrario alla pietà e al buon gusto. Preferirei che questa povera crista musulmana non <strong>riposasse in pace</strong>, ma come vuole la tradizione molto nordica del racconto gotico riaffiorasse in certe notti dalle acque rapinose del fiume Brembo con il suo velo e la sua lunga veste. E non importa se li avesse veramente (fotografie finora zero), l’immaginario di chi ce l’ha cacciata dentro, è comunque questo. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/08/07/fatima-e-il-brembo/">Fatima e il Brembo</a></p>
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		<title>Ci salveranno i piedi, non le radici &#8211; Intervista a Marco Aime</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 12:56:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’università di Genova e scrittore, ha pubblicato di recente due libri: La macchia della razza (Ponte alle Grazie), Il primo libro di antropologia e Una bella differenza (entrambi per Einaudi). Ma è soprattutto un appassionato antropologo che guarda al nostro presente, e ci è parso importante riflettere con lui, mettendo in gioco il suo acuto «sguardo da lontano», su quella che è la vera emergenza italiana di questi tempi: l&#8217;emergenza razzismo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/17/ci-salveranno-i-piedi-non-le-radici-intervista-a-marco-aime/">Ci salveranno i piedi, non le radici &#8211; Intervista a Marco Aime</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’università di Genova e scrittore, ha pubblicato di recente due libri: La macchia della razza (Ponte alle Grazie), Il primo libro di antropologia e Una bella differenza (entrambi per Einaudi). Ma è soprattutto un appassionato antropologo che guarda al nostro presente, e ci è parso importante riflettere con lui, mettendo in gioco il suo acuto «sguardo da lontano», su quella che è la vera emergenza italiana di questi tempi: l&#8217;emergenza razzismo.<br />
<em>Nel suo «La macchia della razza» riflette a lungo sul linguaggio, sulle parole usate per «dire» l&#8217;immigrazione: una grandissima operazione di mascheramento, di costruzione di una realtà fittizia.</em><br />
«La retorica comunicativa relativa al problema immigrazione, come a quello della sicurezza è significativa di una precisa volontà di stravolgere i fatti. Pensiamo al grande spazio dato agli sbarchi e ai respingimenti. La percentuale di stranieri che arriva dal mare è irrisoria, ma adeguatamente mediatizzato questo diventa il problema principale. Innanzitutto, quando avviene un reato si enfatizza l’origine se a commetterlo è uno straniero, ma non si fa la stessa cosa se a delinquere è un italiano. Così si mettono le basi all’equazione “straniero uguale criminale”, tacendo sulla stragrande maggioranza di immigrati che lavorano onestamente nel nostro paese. Poi si passa all’etnicizzazione del crimine. Basti pensare alle aberranti parole di Calderoli: “Ci sono etnie che hanno propensione a delinquere”. Ecco come ci si avvicina pericolosamente alle teorie razziali. Nel Manifesto della razza del 1938 c’era scritto: “È ora che gli italiani si proclamino francamente razzisti”. Il tono non è molto diverso da quel «Finalmente cattivi» della Padania, il giorno dopo i primi respingimenti».<span id="more-19345"></span><br />
<em>Nel libro lei scrive che all&#8217;origine di questa «emergenza razzismo» c&#8217;è anche una politica senza pensiero, senza orizzonte, che non scalda i cuori. E una sinistra che si è dimessa da se stessa.</em><br />
«Purtroppo è così. La politica si è ridotta ad amministrazione e a soddisfacimento dei sondaggi. Non si sente nessun politico italiano in grado di suscitare qualche emozione, rilanciando un’idea di politica che significhi tentare di realizzare una società migliore. In fondo è quello che ha fatto Obama, cambiando linguaggio e puntando a un futuro, non limitandosi a osservare l’oggi, come accade da noi. La politica deve appassionare, altrimenti è pura contabilità o burocrazia. L’appiattimento su un livello retorico becero o comunque arido e povero è uno dei segnali della mancanza di vero pensiero. Il groviglio dei tatticismi e delle speculazioni minime è invece segno di autoreferenzialità, che esclude la gente dalla partecipazione».<br />
<em>Un punto qualificante del suo libro è la riflessione sulla perdita di memoria. Una memoria che fa selezione dei ricordi, e che dimentica quanto dovrebbe essere ricordato. Una selezione forse inevitabile, dacché la memoria è sempre vittima dei rapporti di forza, e noi oggi, che siamo i forti, siamo «condannati» a dimenticare. E allora, più che ricordare il nostro passato di emigranti (che è precisamente ciò di cui ci si vuole dimenticare) non converrà piuttosto come strategia retorica – ciò che lei fa peraltro &#8211; ricordare il razzismo istituzionalizzato dall&#8217;Italia fascista, e guardare la nostra faccia di forti e feroci?</em><br />
«L’una e l’altra cosa, direi. Dimenticare la nostra storia, peraltro molto recente, per quanto amara, significa privarsi di ogni possibile metro di comprensione. Significa osservare e giudicare ciò che sta accadendo, come se fosse la prima volta che ciò avviene. È curioso che i fondamentalisti della tradizione e i fanatici delle “radici”, finiscano poi per sorvolare sul fatto che la nostra tradizione è fatta anche di tanta emigrazione e che molti di noi si sono salvati perché avevano piedi e non radici. Allo stesso tempo rievocare le tragiche derive razziste del ventennio mussoliniano è indispensabile perché molte cose sembrano ripetersi. Una fra tutti e l’apparente disinteresse generale. Sembra che tutto ciò non ci riguardi, che debba accadere ad altri. Immagino sia successo qualcosa di analogo, mentre i fascisti iniziavano a insinuarsi nelle pieghe del potere. Si è minimizzato, si è lasciato fare, tanto&#8230;».<br />
<em>Un altro punto qualificante del suo discorso &#8211; e in questo si manifesta il debito con Giorgio Agamben &#8211; è la finzione dei diritti umani. La negazione dello statuto di persona quando non c&#8217;è nome, e diritto. Ciò che rende necessaria, allora, una lotta per il «diritto universale».</em><br />
«Il problema è che non basta nascere per esistere. E non basta esistere per avere dei diritti. Con l’introduzione del reato di clandestinità, si è arrivati a punire una persona non per ciò che fa, ma per ciò che è. Siamo alla negazione dello status di essere umano, alla riduzione delle relazioni umane ad atto burocratico, asettico. In questa progressiva spersonalizzazione mi sembra di risentire gli echi della “banalità del male” descritta da Hannah Arendt. Si spostano le tragedie umane su un piano formale, giuridico, privo di emotività e di senso di umanità. Poi ci si trincera dietro all’asettico rispetto delle norme. Esattamente come facevano i capi nazisti, che dicevano di avere semplicemente eseguito ordini».</p>
<p>(pubblicata su l&#8217;Unità, 10/7/2009)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/17/ci-salveranno-i-piedi-non-le-radici-intervista-a-marco-aime/">Ci salveranno i piedi, non le radici &#8211; Intervista a Marco Aime</a></p>
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		<title>Nabruka. Un omicidio.</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2009 11:05:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ieri nel CIE (ex CPT) di Ponte Galeria a Roma è morta Nabruka Mimuni. Aveva 44 anni. Sarebbe stata espulsa in mattinata, e le sue compagne l&#8217;hanno trovata impiccata in bagno. Nabruka era in Italia da più di vent&#8217;anni, lavorava per una cooperativa, e lascia un marito e un figlio. Era stata catturata due settimane fa dalla polizia mentre era in coda in Questura per rinnovare il permesso di soggiorno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/08/nabruka-un-omicidio/">Nabruka. Un omicidio.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri nel CIE (ex CPT) di Ponte Galeria a Roma è morta Nabruka Mimuni. Aveva 44 anni. Sarebbe stata espulsa in mattinata, e le sue compagne l&#8217;hanno trovata impiccata in bagno. Nabruka era in Italia da più di vent&#8217;anni, lavorava per una cooperativa, e lascia un marito e un figlio. Era stata catturata due settimane fa dalla polizia mentre era in coda in Questura per rinnovare il permesso di soggiorno.</p>
<p>Sentite la diretta radiofonica di Radio Blackout, la radio animata dai tanto temibili anarchici torinesi &#8211; che però, rara avis, non smettono un istante di seguire queste vicende. E&#8217; un&#8217;amica di Nabruka a parlare. Basta sentire il suo accento romano-tunisino per capire tutto. Ascoltate fino in fondo. Lei, il suo racconto, il suo dolore. Non servirà a nulla, se già non siete disposti alla pietas (se siete insomma parte integrale di questa Italia). Nel caso contrario, forse servirà ad aumentare di qualche granello il mucchietto di sabbia che dovrebbe sabotare gli ingranaggi.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/diretta_cie_roma1.mp3">diretta_cie_roma1</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/08/nabruka-un-omicidio/">Nabruka. Un omicidio.</a></p>
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		<title>African Inferno</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 07:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Del romanzo &#8220;African inferno&#8221; di Piersandro Pallavicini (ed. Feltrinelli) alcuni giornali di destra hanno parlato bene, a fronte di un apparente silenzio di quelli di sinistra. Sul suo blog (a cui rimando per valutare l&#8217;ampiezza del dibattito), l&#8217;autore ribadisce la sua provenienza da sinistra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/14/african-inferno/">African Inferno</a></p>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Del romanzo &#8220;African inferno&#8221; di Piersandro Pallavicini (ed. Feltrinelli) alcuni giornali di destra hanno parlato bene, a fronte di un apparente silenzio di quelli di sinistra. Sul suo blog (a cui rimando per valutare l&#8217;ampiezza del dibattito), l&#8217;autore ribadisce la sua provenienza da sinistra. Ora, il libro di Pallavicini non è politically correct: ecco, è proprio questa la sua forza di sinistra (perciò a mio parere non c&#8217;è forzatura anti-ideologica in questo non esserlo). <span id="more-16113"></span>Il politically correct troppo spesso rientra in un vizio di formalismo &#8220;ideologico&#8221; che perde di vista le persone e le dinamiche concrete del reale. E&#8217; evidente che due culture a confronto si devono assestare, perché ogni cultura è complessa e stratificata, e, visto che in ogni società esistono dominanti e dominati, porta i segni della dominazione. Ogni cultura insomma è ricca di contraddizioni. L&#8217;ingenuità (e dunque: i buoni da una parte e i cattivi dall&#8217;altra) non fa bene a nessuno, proprio perché riduce la complessità, e impedisce di comprendere il reale. Dopodiché va da sé che, come posizione etica, è assolutamente preferibile un ragazzo che ha fiducia nella ricchezza dell&#8217;altro piuttosto che un cinico che si adagia sul potere e sulla irriducibile non integrabilità delle culture: e temo che sia questa la motivazione di certa destra nell&#8217;apprezzamento del libro di Pallavicini, perché lo legge in modo da coltivare la propria cattiva coscienza. Il punto, allora, è che la questione non è di buoni e cattivi, ma è quella di comprendere che, per uscire dalle scosse di assestamento di una società in trasformazione, occorre affermare il principio elementare (ma oggi sotto attacco) del diritto universale. E&#8217; solo tramite il riconoscimento dei diritti (umani e di cittadinanza: una legislazione inclusiva e non esclusiva) che possiamo pensare a una società multiculturale. E operare nella sfera dei diritti, questo solo noi &#8220;garantiti&#8221; dai diritti di cittadinanza possiamo farlo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/14/african-inferno/">African Inferno</a></p>
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