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	<title>Nazione Indiana &#187; realismo</title>
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		<title>Varianti e altri realismi</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 09:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<blockquote>
<p class="MsoNormal">[Si pubblica l'intervento di S. Gallerani alla tavola rotonda tenutasi alla <a href="http://www.casadelleletterature.it/" target="_blank">Casa delle Letterature</a>. Partita dalle punte di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">questi </a>articoli di Cortellessa, la discussione è proseguita nei contributi di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/" target="_blank">Donnarumma</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/" target="_blank">Policastro</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/" target="_blank">Inglese</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/" target="_blank">Milani,</a> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/la-fame-di-realta-e-limmaginazione-romanzesca/" target="_blank">Rizzante</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/12/chi-sta-dentro-sta-dentro-e-chi-sta-fuori-sta-fuori/" target="_blank">Morelli,</a> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/" target="_blank">Casadei</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/19/sibille-asemantiche/" target="_blank">Giovenale</a>.</p>&#8230;</blockquote><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/01/varianti-e-altri-realismi/">Varianti e altri realismi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p class="MsoNormal"><span style="color: #000000;">[Si pubblica l'intervento di S. Gallerani alla tavola rotonda tenutasi alla <a href="http://www.casadelleletterature.it/" target="_blank">Casa delle Letterature</a>. Partita dalle punte di</span><span style="color: #000000;"> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">questi </a>articoli di Cortellessa, la discussione è proseguita nei</span><span style="color: #000000;"> contributi di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/" target="_blank">Donnarumma</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/" target="_blank">Policastro</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/" target="_blank">Inglese</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/" target="_blank">Milani,</a> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/la-fame-di-realta-e-limmaginazione-romanzesca/" target="_blank">Rizzante</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/12/chi-sta-dentro-sta-dentro-e-chi-sta-fuori-sta-fuori/" target="_blank">Morelli,</a> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/" target="_blank">Casadei</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/19/sibille-asemantiche/" target="_blank">Giovenale</a>. dp</span><span style="color: #000000;">]</span></p>
</blockquote>
<p>di <strong>Stefano Gallerani</strong></p>
<p>Cari tutti,</p>
<p>sono davvero spiacente di non poter partecipare con voi all&#8217;incontro odierno perché &#8220;confinato&#8221; in quel di Bassano del Grappa (dal che spero almeno di trarre un poco di spirito). Di conseguenza, nella mia posizione &#8211; e non amando stendere programmi &#8211; mi è difficile affrontare il tema della tavola rotonda senza il conforto del contraddittorio &#8211; indispensabile perché in simili occasioni si tenti almeno di quadrare la tavola se non il problema. Un rapido sguardo alla composizione della nostra squadra (virtualmente siamo in undici, credo) e un po&#8217; di attenzione per la recente cronaca letteraria dovrebbero indurmi a mettere su carta alcune riflessioni sulla questione che si dibatte (o su come è stata preceduta  e si è sviluppata da &#8220;Allegoria&#8221; a &#8220;Nazione Indiana&#8221; passando per lo speciale dello &#8220;Specchio+&#8221; curato da Andrea Cortellessa). A questo proposito, convinto come sono che la naturale (cioè umana) evoluzione della specie abbia portato dalla scimmia eretta a quella psicanalitica, non posso che rallegrarmi della radicata presenza, oggi, già nel ricorso a una precisa terminologia, del pensiero di <strong>Jacques Lacan</strong><span id="more-11674"></span> (che si meriterebbe questa considerazione, o piuttosto questa centralità, anche senza la pur utile mediazione del critico d&#8217;arte <strong>Hal Foster</strong>; basta leggere il seminario sul Transfert pubblicato recentemente da Einaudi per non avere dubbi in tal senso). Mi sembra, infatti, che quello del Ritorno del Reale (come recita l&#8217;intestazione del libro di Foster che reca nel sottotitolo il termine avanguardia: ovvero il convitato di pietra di questo incontro), sia uno degli snodi migliori per scongiurare che il problema che ci siamo sottoposti non si traduca altro che in una tappa obbligata del discorso letterario, ora come allora (simile a certe malattie che si debbono per forza fare, insomma). In questa direzione porta anche l&#8217;invito celatiano all&#8217;Impensato, contemporanea declinazione dell&#8217;Impossibile di <strong>Bataille</strong>, senza il quale resterebbe pressoché oscuro il Reale lacaniano. Quanto alla genealogia della frizione tra due sinonimi, Scrittura e Realtà, i precedenti più o meno illustri in argomento non si contano. Ognuno si faccia il po&#8217; di storia che è in grado; per quanto mi riguarda, va benissimo pure che si rimandi al secondo capitolo di <em>Realismo e Avanguardia</em> (1975), di <strong>Walter Siti</strong> (un autore spesso citato in proposito, ma mai riprendendo, per smontarle o sostenerle, le sue tesi di allora). Altri snodi cruciali e più urgenti, connessi e, in certo modo, convergenti &#8211; sebbene più ambigui nella formulazione &#8211; riguardano l&#8217;appello alla responsabilità dello Stile e il rapporto che con il Reale intrattiene l&#8217;esperienza &#8211; che del primo è la perfetta negazione e il suo riflesso sensibile. In proposito, l&#8217;asserita, da <strong>Antonio Scurati</strong>, fine dell&#8217;esperienza può essere confutata, certo, ma non con argomentazioni superficialmente logiche che trascurano &#8211; o fingono di trascurare &#8211; la convenzione di senso dell&#8217;espressione da lui usata; né credo che i precipitati formali dello scontro tra Coscienza Individuale e, appunto, Esperienza del Mondo, possano essere interdetti da motti vieti sugli &#8220;orticelli letterari&#8221; alla cui coltivazione attenderebbero taluni critici o sull&#8217;ombelico che talaltri scrittori non farebbero che guardarsi (se non mancassero i tinelli puzzolenti il catalogo degli orrori sarebbe completo). La questione può non interessare, ma se si decide di affrontarla merita toni più appropriati. Potrebbero essere questi, di <strong>Giacomo Debenedetti</strong>: «quando si dice &#8220;fare il romanzo&#8221; c&#8217;è una parola che risponde subito, come si toccasse un tasto elettrico, ed è la parola esperienza. Su quale esperienza si farà il romanzo? Nei prodotti di una vera vocazione narrativa, nelle epoche e nelle civiltà intimamente chiamate al &#8220;genere&#8221; romanzo, si ha sempre l&#8217;impressione che l&#8217;esperienza sia stata suggerita dal di fuori: dalla società, dagli uomini che la formano, dalle vicende che logicamente ne nascono. Invece, l&#8217;impegno astratto di fare il romanzo, il penso dello scrittore, si accusano subito nel timbro soggettivo, privato, personale dell&#8217;esperienza presa come base. Su questa l&#8217;autore costruisce a pezzo a pezzo un mondo esterno, che prima d&#8217;allora per lui non esisteva. Nei casi migliori, fatti e figure si organizzano come trascrizioni, cifre, simboli, allegorie di quell&#8217;esperienza».  In termini attuali, il Reale non è un tema se non nella misura esatta in cui ha lo statuto di un resto &#8211; dice più o meno Bataille -, anche in senso matematico; e l&#8217;esperienza è questo resto in relazione al quale si definisce la possibilità romanzesca. Soprattutto, mi auguro che finalmente si affronterà il problema posto da Cortellessa: cosa accade allorché «uno scrittore torna, e ci proietta l&#8217;horror movie del suo safari nel Reale. Ci lascia indifferenti, ci trasforma in voyeur, ci fa invidia? È moralistico? È pornografico? È le due cose insieme? Oppure è davvero <em>conoscitivo</em>?» A queste domande mi piacerebbe rispondere con <strong>Novalis</strong>: «per il linguaggio è come per le matematiche: esse non esprimono nulla se non la loro meravigliosa natura, e perciò esse esprimono così bene gli strani rapporti fra le cose». In più, mi sento di ribattere offrendovi due parole strettamente connesse con la Realtà, due parole che la connotano, ossia Tempo e Memoria: i numi tutelari attraverso cui la Realtà entra in quel meccanismo complesso che, volenti o nolenti (vi spero tutti disarmati), si chiama Cultura. Ebbene, io ritengo che l&#8217;attuale ritorno <em>al</em> reale (e non <em>del</em> reale) sia connotato dalla parziale indifferenza di cui godono questi due termini, il che porta poi al fraintendimento delle cosiddette scritture private o introspettive e al loro sacrificio rispetto a quelle contingenti; quelle, si dice, di &#8220;ampio respiro&#8221;, che non rinunciano a misurarsi con il mondo che le circonda (come se noi stessi non comprendessimo anche quel mondo o ne fossimo solo un residuo inconsistente). Il romanzo naturalista, che di questi tempi si veste ora da reportage ora con i costumi di forme espressive ibride che fanno esplicito riferimento  alla persona dell&#8217;autore come testimone, sostituisce all&#8217;ostensione del Reale il falso sembiante della Realtà. Ed invece, se di Ritorno <em>del</em> Reale si deve parlare, mi sembrano imprescindibili (basti pensare che tutta la psicoanalisi ruota intorno a loro) le contorsioni conoscitive che scaturiscono dalle tensioni tra Tempo e Memoria. Insomma, se il romanzo dimentica che il Reale è l&#8217;Impossibile o, per <strong>Celati</strong><strong></strong>, l&#8217;impensato, subentra la piega &#8220;mimetica&#8221;, supponendo che esista uno stato obiettivo del mondo (una realtà) che sarà sufficiente riportare (sebbene interpretandola, filtrandola o deformandola) mentre il Reale è esattamente ciò che la rappresentazione, il linguaggio, la finzione non accostano che per svelare la linea di una mancanza, l&#8217;assenza di quanto li suscita ma di cui non possono rendere conto. È la contraddizione dell&#8217;arte, l&#8217;oggetto del patto letterario, ma è ormai chiaro che l&#8217;indefinibile non è quanto induce al silenzio quanto, piuttosto, ciò che ci costringe al lavoro incessante, infaticabile del pensiero. A questo punto, cercherò davvero di essere breve &#8211; come pretestuosamente annuncia qualsiasi oratore, dal momento che solo un certo Pipino ha accettato l&#8217;aggettivo come nome &#8211; congedandomi con un&#8217;espressione mutuata da alcune pagine di <strong>Jouhandeau </strong>alle quali Lacan avrebbe fatto sicuramente seguire un interminabile seminario. Per le ovvie differenze io non potrò altrettanto e spero mi perdoniate quel po&#8217; di retorica che nasce da questa mia frustrazione bassanese. Comunque sia le espressioni, in verità due, sono queste: l&#8217;esperienza è il nostro tentativo di negoziare tra il primitivo desiderio e la realtà; questa l&#8217;acrobazia più temeraria: risalire il corso dell&#8217;apparenza &#8211; cioè della realtà &#8211; per volgersi al reale.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/01/varianti-e-altri-realismi/">Varianti e altri realismi</a></p>
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		<title>La lingua batte dove il dente duole</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Nov 2008 09:15:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/weyden4.jpg"></a><br />
di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>Sarà per deformazione professionale, o forse soltanto per via di una casuale fortuna dentaria, ma insomma di fronte all’espressione “la lingua batte dove il dente duole” non ho mai pensato a bocca e gengive. Piuttosto, in maniera più o meno istintiva, mi ha sempre fatto venire in mente la letteratura (e dunque la lingua) e la sua vocazione a raccontare il dolore dell’uomo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/25/la-lingua-batte-dove-il-dente-duole/">La lingua batte dove il dente duole</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/weyden4.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/weyden4-218x300.jpg" alt="" title="weyden4" width="218" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-11470" /></a><br />
di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>Sarà per deformazione professionale, o forse soltanto per via di una casuale fortuna dentaria, ma insomma di fronte all’espressione “la lingua batte dove il dente duole” non ho mai pensato a bocca e gengive. Piuttosto, in maniera più o meno istintiva, mi ha sempre fatto venire in mente la letteratura (e dunque la lingua) e la sua vocazione a raccontare il dolore dell’uomo.<span id="more-11467"></span> La lingua batte dove il dente duole, per me ha sempre significato quell’inesausta ricerca di dare una forma linguistica a una lotta, a una contraddizione. Significa che la letteratura va a cercare, si immerge, là dove un’epoca soffre, dove l’uomo si dibatte tra la ricerca istintiva della felicità e la miseria del tempo in cui vive, che è un tempo particolare, specifico, con contraddizioni e conflitti suoi propri. La lingua batte là dove l’uomo soffre, dove è malato. Perché dietro la malattia c’è un corpo che patisce, che dentro combatte per debellare il suo male. Quando il dente duole lo si sente pulsare, segno di un lavoro che si agita dietro, in mezzo alla carne. Così quando duole ogni zona infiammata, quando arriva la febbre.<br />
Da bambino non avevo particolari fastidi ai denti, ma ciò nonostante mi ammalavo lo stesso. Ogni volta che succedeva mi colpiva la spiegazione che mi veniva data a proposito delle malattie, e soprattutto a proposito della febbre: era la conseguenza e la manifestazione di una battaglia che infuriava nel corpo. Più era accesa quella lotta intracorporea, più la febbre saliva, la faccia sudava e i brividi mi inchiodavano al letto. Così, afflitto nel buio della stanza, pensavo a questo incrociarsi di spade che si agitava sottopelle, da qualche parte dentro di me. Nel silenzio cercavo di sentire l’affilarsi dei ferri sui ferri, le urla di chi partiva all’assalto, e quelle di chi, colpito, si accasciava per terra. Non so come mai ma quelle battaglie le pensavo sempre come battaglie di antichi romani, gli avambracci infilati dentro gli scudi, gli spadoni sollevabili soltanto da uomini muscolosi e i pugnali che spuntavano fuori quando la spada cadeva. La battaglia che avveniva dentro di me, quella lotta che portava la febbre, la immaginavo così. Però non tutte le malattie erano uguali, e quindi non erano uguali tutte le febbri. Il dolore al dente è diverso dal dolore alla pancia, anche se entrambi possono portare la febbre. Mi dicevano che per ogni malattia infuria una lotta diversa, che dunque ogni dolore sembra uguale a quell’altro ma in realtà è un dolore che deriva da un diverso incrociarsi di spade.<br />
Ecco, quando sento dire “la lingua batte dove il dente duole” penso esattamente a questa ricerca, della letteratura, di andare là dove infuria il dolore di un’epoca, di andare a capire quali spade si stanno incrociando. Penso a quest’inesausto battere della lingua, che è al tempo stesso una discesa sotto la pelle del tempo, e però anche un battere del tempo alla ricerca di quel ritmo, quella cadenza, quel suono, con cui ogni epoca fa mostra di sé, si affaccia alla storia. Ogni volta che si manifesta la febbre, la febbre sembra sempre la stessa ma non è così. Allo stesso modo io credo che ogni epoca abbia un suo proprio dolore, che nasce da un conflitto tutto differente dal conflitto delle epoche che l’hanno preceduto e da quelle che la seguiranno. Nei Quaderni dal carcere Gramsci scrive che “un determinato momento storico-sociale non è mai omogeneo, anzi è ricco di contraddizioni. Esso acquista ‘personalità’, è un ‘momento’ dello svolgimento, per il fatto che una certa attività fondamentale della vita vi predomina sulle altre, rappresenta una ‘punta’ storica:  ma ciò presuppone una gerarchia, un contrasto, una lotta”. Ecco, è quella la lotta che fa il dolore di un’epoca, in cui ci si addanna sugli scudi e le spade, al ritmo dei fendenti menati. La letteratura va a toccare quel ventre molle che fa soffrire uomini e donne in un momento specifico della storia. Credo ci sia una disgregazione tutta particolare, nell’epoca in cui viviamo, uno sfaldarsi del tessuto sociale, un creparsi delle superfici che prima tenevano insieme cose e persone. È una disgregazione che lascia soli gli uomini in una maniera diversa: più sfiancata, più arresa e più rassegnata che mai. C’è un modo di essere soli inedito, perché è una solitudine che non cerca più un balsamo nei legami con le persone ma con gli oggetti che le circondano. È una solitudine del tutto funzionale a una società che vuole solitudini arrese, persone sfiancate. Ecco, è quello, mi sembra, il dente che duole in quest’epoca, ed è lì che la lingua prova a infilarsi. È quello il dolore che tenta di sillabare, a cui cerca instancabilmente di dare una forma. Ma quella forma non può che essere una visione, del dolore, una sua percezione alterata. Quando il dente duole la lingua lo tocca, e poi ne riporta indietro un’immagine abnorme. Il dolore al dente fa immaginare a chi lo patisce una bocca esplosa, fa pensare a un dente mostruoso. Così per ogni altro dolore del corpo, che infiamma, che porta la febbre, che fa sentire uno sferragliare di spade, una battaglia, una lotta. È lì che la lingua tocca, per paura di trovarlo ancora e, forse irrazionalmente, per il bisogno di sapere che c’è. </p>
<p><em>Questo pezzo fa parte dello stesso numero dello &#8220;Specchio&#8221; di cui abbiamo già pubblicato l&#8217;introduzione di Andrea Cortellessa e insieme a tutti gli altri interventi si trova anche <a href="http://issuu.com/passi.falsi/docs/cortellessa">qui</a></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/25/la-lingua-batte-dove-il-dente-duole/">La lingua batte dove il dente duole</a></p>
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		<title>Sibille asemantiche</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2008 10:44:24 +0000</pubDate>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=11104</guid>
		<description><![CDATA[<p class="MsoNormal"><em>[Le sibille asematiche proposte sono complanari all'</em>affaire «Allegoria»<em>, generatosi da <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">questo </a>articolo di Cortellessa. Segnalo i</em><em> contributi di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/" target="_blank">Donnarumma</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/" target="_blank">Policastro</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/" target="_blank">Inglese</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/" target="_blank">Milani,</a> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/la-fame-di-realta-e-limmaginazione-romanzesca/" target="_blank">Rizzante</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/12/chi-sta-dentro-sta-dentro-e-chi-sta-fuori-sta-fuori/" target="_blank">Morelli </a>e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/" target="_blank">Casadei</a>. Rimetto in circolo anche alcuni interventi, esemplari nella loro </em>forma-commento<em>, come quello di Alcor - o la lepida </em>Ballata di Pólemos<em> </em><em>di G.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/19/sibille-asemantiche/">Sibille asemantiche</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><em><span style="color: #000000;">[Le sibille asematiche proposte sono complanari all'</span></em><span style="color: #000000;">affaire «Allegoria»<em>, generatosi da <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">questo </a>articolo di Cortellessa. Segnalo i</em></span><em><span style="color: #000000;"> contributi di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/" target="_blank">Donnarumma</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/03/tra-zero-e-due-meno-meno/" target="_blank">Policastro</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/" target="_blank">Inglese</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/" target="_blank">Milani,</a> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/la-fame-di-realta-e-limmaginazione-romanzesca/" target="_blank">Rizzante</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/12/chi-sta-dentro-sta-dentro-e-chi-sta-fuori-sta-fuori/" target="_blank">Morelli </a>e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/" target="_blank">Casadei</a>. Rimetto in circolo anche alcuni interventi, esemplari nella loro </span></em><span style="color: #000000;">forma-commento</span><em><span style="color: #000000;">, come quello di Alcor - o la lepida </span></em><span style="color: #000000;">Ballata di Pólemos</span><em><span style="color: #000000;"> </span></em><em><span style="color: #000000;">di G. Policastro - che sinora hanno animato la discussione: </span></em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/qui1.pdf">qui</a><em><span style="color: #000000;">. dp]</span></em></p>
<p>di <a href="http://slowforward.wordpress.com/" target="_blank"><strong>Marco Giovenale</strong></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/a.jpg"><img class="aligncenter" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/small-a.jpg" alt="" width="450" height="600" /></a></p>
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<p><span id="more-11104"></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/b.jpg"><img class="aligncenter" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/b.jpg" alt="" width="450" height="186" /></a></p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/c.jpg"><img class="aligncenter" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/c.jpg" alt="" width="450" height="338" /></a></p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/d.jpg"><img class="aligncenter" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/d.jpg" alt="" width="450" height="338" /></a></p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/e.jpg"><img class="aligncenter" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/e.jpg" alt="" width="450" height="338" /></a></p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/f.jpg"><img class="aligncenter" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/f.jpg" alt="" width="450" height="279" /></a></p>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/f.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/g.jpg"><img class="aligncenter" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/g.jpg" alt="" width="450" height="338" /></a></p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/h.jpg"><img class="aligncenter" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/h.jpg" alt="" width="450" height="347" /></a></p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/i.jpg"><img class="aligncenter" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/i.jpg" alt="" width="450" height="338" /></a></p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/l.jpg"><img class="aligncenter" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/l.jpg" alt="" width="450" height="131" /></a></p>
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<p><strong>Nota biobibliografica</strong>:</p>
<p><strong>Marco Giovenale</strong> è nato nel 1969 a Roma, dove vive e lavora – in una libreria antiquaria. È stato organizzatore di mostre. Ha vissuto per un breve periodo a Firenze. Tesi sulla poesia recente di Roberto Roversi. Sito: <a href="http://slowforward.wordpress.com/">Slowforward</a>. È redattore di «<em>Bina</em>», «<em>Sud</em>», <em>GAMMM</em>, <em>IEPI</em> (International Exchange for Poetic Invention), <em>The flux I share</em>, <em>Absolute poetry</em>, e altri siti. Collabora saltuariamente con recensioni di poesia e letteratura alle pagine culturali del «<em>manifesto</em>». Testi in riviste: su «<em>Nuovi Argomenti</em>», «<em>Poesia</em>», «<em>Rendiconti</em>», «<em>Semicerchio</em>», «<em>Private</em>», «<em>l’immaginazione</em>», e in vari siti italiani e stranieri.</p>
<p>Libri di poesia: <strong>Curvature</strong> (Roma, La camera verde, 2002), <strong>Il segno meno</strong> (Lecce, Manni, 2003: poi quasi interamente ricompreso in <strong>La casa esposta</strong>, 2007), <strong>Altre ombre</strong> (Roma, La camera verde, 2004), <strong>Double click</strong> (Genova, Cantarena, 2005), <strong>Superficie della battaglia</strong> (portfolio di 7 poesie e 6 foto, Roma, La camera verde, 2006), <strong>A rhyme mirror</strong> (plaquette di dodici poesie: Trieste, Battello stampatore, 2007), <strong>Criterio dei vetri</strong> (Salerno, Oèdipus, 2007) e <strong>La casa esposta</strong> (Firenze, Le Lettere, 2007). Un e-book di prose: <strong>Endoglosse. Venticinque piccoli preludi</strong> (pdf, Milano, Biagio Cepollaro E-dizioni, 2004); e un <em>chapbook</em> di <strong>nuove “endoglosse”</strong> pubblicate da Arcipelago: Numeri primi (Milano, 2006). Quattro traduzioni da Baudelaire e alcuni “<em>sought poems</em>” dalle Fleurs costituiscono con immagini di <strong>Alfredo Anzellini</strong> il libro <strong>Spleen / Macchinazioni per fiori</strong> (Roma, La camera verde, 2007). Artbook: <strong>Sibille asemantiche</strong> (Roma, La camera verde, 2008).<br />
<strong>A gunless tea</strong>, raccolta di 23 frammenti, è pubblicata per il progetto Dusi/e-chap (dusie.org) nel giugno 2007. Suoi testi sono tradotti in portoghese, francese, inglese, olandese, tedesco. È tra gli autori inclusi nel <strong>Nono Quaderno italiano di poesia contemporanea</strong> (Marcos y Marcos, 2007). È presente in varie antologie, tra cui <strong>Parola plurale</strong>. <em>Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli</em> (Roma, Luca Sossella Editore, 2005).</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/19/sibille-asemantiche/">Sibille asemantiche</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 08:35:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il confronto sui motivi che spingono i critici o i lettori esperti a privilegiare, in un determinato momento storico, un romanzo specifico, o un autore, o un filone al posto di altri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/">REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il confronto sui motivi che spingono i critici o i lettori esperti a privilegiare, in un determinato momento storico, un romanzo specifico, o un autore, o un filone al posto di altri. Se dal dibattito emergono motivi ulteriori per ‘andare a cercare’, magari individuando opere o autori sinora poco considerati – com’era, fino a pochi anni fa, il caso di Walter Siti, ora invece in grado di raccogliere consensi bipartisan -, questo sarebbe già un risultato importante. Ma altro ci vorrà: anche incontri ‘in presenza’ come quello previsto a Roma nell’ambito del Festival “Romapoesia” il 27 prossimo potrà essere molto utile.<br />
<span id="more-10957"></span><br />
Ma veniamo ai problemi sul tappeto. Io sono stato velocemente chiamato in causa da Andrea Cortellessa per un mio saggio del 2000, <em>Romanzi di Finisterre</em>, in cui ponevo la questione di cosa si può intendere oggi per realismo, una volta superate e storicizzate fasi precise del romanzo (quella ottocentesca, quella primo-novecentesca), e persino quella del postmodernismo ‘di esaurimento’, che anche prima del fatidico (almeno nella prospettiva degli Stati Uniti di Bush) 11 settembre 2001 cominciava a mostrare la corda. Parlavo appunto di un nuovo tipo di realismo, facevo esempi di come i grandi romanzi riescano a reimpiegare le forme della tradizione, e insomma ponevo, credo, alcune questioni a monte di quelle che si stanno affrontando.</p>
<p>L’anno scorso però ho anche pubblicato (mi scuso se parlo di me anche troppo: ma è solo per chiarire bene la mia posizione) un saggio d’insieme sulla narrativa italiana dal 1980 al 2007, intitolato <em>Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo</em>, dove appunto esamino in dettaglio i problemi specifici relativi all’evoluzione pienamente postmodernista (alla Eco) e successiva del nostro romanzo. Quasi tutti gli autori che sono stati coinvolti nella discussione venivano presi in esame, però con una prospettiva precisa: il problema, scrivevo, non è più quello di parlare di un ‘realismo’ di tipo ottocentesco, né di scannarsi sul ‘postmodernismo’ (buono, cattivo, così così…), ma quello di individuare opere che sappiano parlare del presente, <em>ma non solo</em>, secondo una prospettiva che riprenda i fondamenti del <em>novel</em>, ossia quelli di chi sa di raccontare storie importanti per una collettività, ancorché inventate, ma <em>comparabili</em> con quello che si può pensare sia davvero accaduto in una determinata società e in un determinato periodo. Il punto era &#8211; ed è &#8211; che i nostri concetti di realtà sono ormai talmente diversi da quelli di un Balzac, di uno Zola o persino di Joyce, che non possiamo più affermare che solo la rappresentazione del mondo intorno a noi sia significativa.</p>
<p>Ora, il prima problema che vedo, nella discussione sinora condotta, è che si sono usati i termini ‘realtà’ e ‘realismo’ in accezioni molto diverse: per qualcuno, soprattutto gli amici di “Allegoria”, si trattava di ‘contemporaneità’, ‘cronaca’, ‘qui e ora’, con tutti gli annessi e connessi; per Cortellessa e altri invece l’idea era più ampia, e immediatamente collegata a un problema di stile, che anche secondo me è fondamentale: ma, in sostanza, penso che la cosa valga per tutti (benché personalmente non creda che, per parlare di stile, oggi ci si possa rifare solo al grande Contini o al grandissimo Auerbach). Mi pare insomma di capire, dai vari interventi, che sugli equivoci terminologici si è continuato a non intendersi, mentre sulla faccenda dello stile si sono trovati punti di accordo. Questo mi sembra molto importante perché, onestamente, la discussione era partita da frasi troppo nette e trancianti di Cortellessa sul lavoro ampio e articolato di Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro e del gruppo di “Allegoria” (nel fascicolo ‘incriminato’, per esempio, c’è un ottimo saggio di Gianluigi Simonetti che sinora non è stato ricordato, ma che vale la pena di leggere). D’altra parte, è vero che le ipotesi solo contenutistiche non bastano a chiarire il valore di un’opera: un’ovvietà che non metterebbe conto di ricordare, se non fosse che poi nelle discussioni sembra del tutto inattiva.</p>
<p>Faccio un esempio. Io non ho nulla contro la letteratura (persino la poesia) che parla del presente, e che in qualche misura si configura come ‘politica’, ‘impegnata’, ‘civile’ e ognuno metta l’aggettivo che più gli piace. Però non è quella letteratura<em> debba</em> parlare di qualcosa in particolare per essere davvero adeguata allo scopo di cui sopra. Vorremmo forse sostenere che Tolstoj avrebbe fatto bene a occuparsi di Bismarck anziché di Napoleone? O che, per risalire a esempi di realismo ‘altro’ rispetto al nostro, il povero Dante doveva incontrare Farinata, Ugolino, al limite Francesca, ma non Ulisse e tantomeno Dio, sia pure ‘per figure’? Oppure, secondo modalità del tutto diverse, chi oserebbe negare oggi (con buona pace di Lukács) che uno degli scrittori più realistici del primo Novecento è Kafka, il quale di ‘cronachistico’ non ha assolutamente niente ma rappresenta perfettamente lo ‘Spirito del tempo’? Insomma, sono i modi di parlare del presente che possono rendere grande un’opera, anche se, lo dico per chiarezza, fra i modi io inserisco anche la scelta dell’argomento, che non è ininfluente: un argomento deve essere ‘all’altezza dei tempi’, e questo implica che alcuni siano migliori di altri agli occhi della collettività dei lettori.</p>
<p>Da ciò consegue che io posso benissimo fare un romanzo su un precario perché ritengo che questo sia un argomento forte. Ma posso anche non farlo, e parlare per esempio della vita nascosta di un broker che fa crollare la borsa, di un magnate nascosto nel più sperduto stato asiatico o americano, di un attentatore di al Qaeda in incognito in Italia, perché ritengo che questi argomenti siano <em>più significativi</em> del precariato, che sarebbe solo un epifenomeno, mentre le cause starebbero altrove. In fin dei conti, DeLillo opera proprio in questo modo, mettendo assieme in quello che resta il suo capolavoro, cioè <em>Underworld</em>, frammenti in apparenza irrelati, massimi sistemi e vite di barboni, cose credibilissime che risultano false, e cose assurde che risultano vere, e tiene insieme tutto questo con commenti degni di Guerra e pace, che danno un senso e una prospettiva al caotico che tutti viviamo. Questo, secondo me, è un modo efficacissimo per reinterpretare gli obiettivi più alti del romanzo, anche se poi la media dei romanzi oggi è ben altra. Lo stesso <em>Falling man</em> è meno significativo, più ‘voluto’, benché la capacità di reinterpretare l’11 settembre in termini epici e tragici innalzi anche questo romanzo una o due spanne sopra la miriade di <em>instant novels</em>.</p>
<p>Forse allora una parte della nostra discussione è mal posta. È posta poi anche peggio quando continuiamo a invocare categorie storicamente e scientificamente superate come quella di ‘inesperienza’. Stiamo ancora a ripetere una favoletta che non era vera ai tempi nemmeno ai tempi di Benjamin? Ma lasciamola a uno Scurati, che pensa di essere il nuovo dio del romanzo e non riesce a fare altro che scrivere ripetizioni di <em>Delitto e castigo</em>. Oggi, noi, abbiamo un’esperienza del mondo che i Greci o gli Illuministi se la sognavano, se la mettiamo nei termini di ‘informazione’. E l’esperienza, ci spiegano i neuroscienziati, è <em>prima di tutto</em> informazione. O forse noi crediamo che Tucidide o Erodoto sapessero cose incredibili, avessero sperimentato chissà quale visione del mondo che noi, meschini, non siamo in nessun modo in grado di raggiungere? O vogliamo aggiungere, come fa Scurati, che un povero disgraziato che è stato sotto il fuoco dei nemici, sotto bombe al napalm, al fosforo, all’uranio impoverito  ecc., non ha fatto un’esperienza, perché lui, l’inesperto, guardava il tutto bevendosi una birra davanti alla TV? Proponiamogli di far cambio, e vediamo se accetta.</p>
<p>Ovviamente, sto semplificando. La questione è senza dubbio delicatissima, però le nostre riflessioni devono partire non da posizioni ‘veteroumanistiche’, come in fondo sono quelle che, con l’alibi dell’inesperienza, consentono poi di non guardare davvero il ‘deserto del reale’. Cominciamo a dire che chiunque, e soprattutto gli scrittori, oggi fanno un’esperienza <em>nuova</em> del reale, e il problema è proprio quello di veicolarla in una forma narrativa che riesca a darne il senso, risarcendo, per riprendere un’intuizione questa sì ancora fondamentale di Benjamin (e Adorno), proprio quello che la pura informazione (nel senso più ampio del termine) non può dare. Tolstoj non era sui campi di battaglia contro Napoleone, ma aveva una sua propria esperienza della guerra, solo che, come scrittore, ha capito che la sua ricostruzione del senso della storia si poteva ottenere solo parlando di un evento epocale, e non di una delle tante guerre che da sempre, purtroppo, accadono senza che il mondo se ne accorga. Il grande scrittore deve, secondo me, essere in grado di individuare nel presente aspetti della realtà di cui non ci eravamo accorti, deve saper guardare più a fondo, deve individuare più senso negli eventi di quanto ce ne sia nelle cronache dei mass media. Altrimenti, il suo romanzo sarà sempre e soltanto un abbellimento del già noto. </p>
<p>Insomma, la nostra idea di esperienza, così come quella di realtà, comprende oggi anche la conoscenza di quello che un tempo avremmo chiamato il fantastico, e ora il virtuale, l’immaginario ecc.: però dobbiamo cominciare a fondare i nostri discorsi su questi argomenti non solo giurando sulle parole di Hegel o Lacan o Baudrillard, ma anche tenendo conto di quelle degli esperti di scienze cognitive, di opere come il bellissimo dialogo tra Changeux e Ricoeur su <em>La natura e la regola</em>, dove davvero si discute sui rapporti tra genetica, neurobiologia, filosofia e, dulcis in fundo, arte (e specifico che non voglio in nessun modo usare il cognitivismo come spiegazione, ma credo che non possiamo nemmeno far finta che molte spiegazioni sinora date di fenomeni estetici o linguistici o stilistici possano e debbano essere inserite in un quadro rinnovato, che tenga conto dei presupposti riguardanti in particolare l&#8217;inconscio cognitivo, senza con questo cadere in un facile determinismo).</p>
<p>Finiamola con i proclami o i lamenti sul romanzo dell’irrealtà o l’irrealtà del romanzo, e cominciamo a cercare i romanzi che, sulla base di un’originale rilettura della tradizione, sappiano anche affrontare il nostro completo cambiamento di conoscenze sull’identità, sui limiti tra sensoriale e intellettivo, su cos’è mimesis da un punto di vista del cervello, anche in funzione artistica, e su temi che finalmente ci portino fuori dall’orticello in cui sembra che l’unica questione sia quanto siamo postmoderni, o se siamo più realistici se parliamo di frutta al mercato anziché di operai nelle fabbriche, per riprendere una nota polemica fra grandi pittori. Un esempio perfetto, in questo senso, ce l’abbiamo già, ed è<em> Le particelle elementari</em> di Houellebecq.</p>
<p>Con tutto questo, non voglio certo tirarmi indietro quando si parla di canone del presente o di una seria discussione sui valori che vogliamo individuare nella letteratura d’oggi. Questo credo che rimanga un compito fondamentale per chi, come me, vorrebbe che in Italia ci fosse un riconoscimento forte per le opere migliori: così come ci sono i Pulitzer o i Goncourt, e nel bene o nel male si sa che quelle premiate sono opere con cui bisogna confrontarsi. Per quel che valeva, personalmente mi ero impegnato, assieme a Enzo Golino, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni e altri, nell’ambito di un premio, lo “Stephen Dedalus”, che voleva segnalare ogni anno alcune opere di narrativa e di poesia davvero significative: e, tra l’altro, siamo stati fra i primi a premiare <em>Gomorra </em>e gli unici ad avere il coraggio di dare un riconoscimento ufficiale a <em>Troppi paradisi</em>. Non lo dico per commemorare un premio che è già defunto, causa taglio totale dei finanziamenti: lo dico per indicare quella che credo una prospettiva indispensabile &#8211; e da riprendere &#8211; cioè di unire gli sforzi per far sì che le opere che collettivamente o a grande maggioranza consideriamo importanti abbiano tutto il riscontro che meritano, in un mercato dominato dai giallini, dai numerini, dai baricchini ecc. ecc.</p>
<p>Quanto poi a chi interpreta meglio ora la contemporaneità, il nostro essere qui adesso, io mi sono espresso nel libro, ma ho anche scritto un contributo su <em>Gomorra e il Naturalismo 2.0</em>, in cui propongo delle ipotesi su come andare oltre il ‘fenomeno’ Gomorra, persino oltre i suoi importanti risvolti umani e sociali, per capire perché quel testo è diventato così importante per noi. Il saggio intero è ancora inedito, ma una sua parte, con altre considerazioni sul rapporto fra noir, fiction, auto fiction ecc., è stato pubblicato nell’Almanacco Guanda dal titolo<em> Il romanzo della politica. La politica nel romanzo</em>, curato da Ranieri Polese e in libreria in questi giorni. Invito tutti a guardarlo perché i tanti testi che vi compaiono sono molto interessanti nel loro insieme. Si va da analisi molto dettagliate, come quella di Andrea Cortellessa su Siti, a resoconti di autentici processi, come quello Previti-Cordelli (con acute considerazioni di Franco e dei suoi avvocati, certamente da lui ispirati, sul rapporto realtà-finzione), a dichiarazioni di scrittori ma anche di esperti e giornalisti, per esempio sull’ormai dimenticata stagione di Tangentopoli, a fumetti notevolissimi come quelli di Alberto Rebori. Il mix è utilissimo per comparare i modi possibili per parlare del presente. </p>
<p>E mi pare che emerga bene un punto, che ancora non ho trovato evidenziato nel nostro dibattito: le ricette per ottenere adesso un riscontro di pubblico sono ormai talmente vincolanti che opere ‘fuori mercato’ quasi mai acquistano un rilievo di pubblico. Per esempio, oggi un romanzo storico è incasellato in uno statuto che è molto più vicino al fantasy che non all’allegoria del presente: è chiaro che non è sempre stato così, ma questo pone dei problemi su come fare romanzo storico che sia anche un’interpretazione del presente. A mio parere Littell ci riesce in modo notevolissimo (altrove proverò a spiegare perché, ma intanto so che usciranno vari contributi interessanti nel prossimo numero di “Allegoria”), Genna, tanto per dire, meno. Però, va riconosciuto a Genna che uno dei tentativi più ambiziosi di fare storia italiana senza trascurare il presente ma nemmeno senza appiattircisi è stato <em>Dies irae</em>. Ragionare sui limiti di quella operazione (prima di tutto, secondo me, per l’appunto stilistici), e sul suo quasi totale insuccesso di pubblico, potrebbe essere interessante, se ci poniamo in una prospettiva un po’ meno militante e un po’ più critica.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/17/realismi/">REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</a></p>
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		<title>Quale realtà? &#8211; Note in margine alla questione del realismo in letteratura</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 07:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="justify">di <strong>Giulio Milani</strong></p>
<p align="justify">
</p><p align="justify">(Un contributo di Milani &#8211; scrittore, nonché editor ed editore di «Transeuropa» &#8211; sul dibattito sollevato dall’editoriale del dossier che Andrea Cortellessa ha curato per &#8220;Specchio+&#8221; di novembre, e che Nazione Indiana ha <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">qui</a> pubblicato.)</p>

<p></p>
<p align="justify">Il poeta, potremmo dire parafrasando <strong>Thomas Eliot</strong>, è un imitatore di voci.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/">Quale realtà? &#8211; Note in margine alla questione del realismo in letteratura</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">di <strong>Giulio Milani</strong></p>
<p align="justify">
<p align="justify">(Un contributo di Milani &#8211; scrittore, nonché editor ed editore di «Transeuropa» &#8211; sul dibattito sollevato dall’editoriale del dossier che Andrea Cortellessa ha curato per &#8220;Specchio+&#8221; di novembre, e che Nazione Indiana ha <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000099;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000099;"><span>qui</span></span></span></span></span></a><span lang="IT"> pubblicato.)</span></p>
<div></div>
<p><span lang="IT"></p>
<p align="justify">Il poeta, potremmo dire parafrasando <strong>Thomas Eliot</strong>, è un imitatore di voci. &#8220;Lui rifa la polizia con mille voci&#8221; s’intitolava infatti, in bozze, la prima e la seconda parte di <em>Terra desolata</em>, e alludeva all’operazione di mimesi di un’intera tradizione culturale. Questo camuffamento del poeta, per cui la <em>poiesis</em> si fa <em>mimesis </em>performativa, parrebbe dunque il contravveleno più efficace che in epoca (postmoderna?) il narratore possa assumere per fare scudo all’intolleranza del genere umano in fatto di realtà. Poiché è vero, come scrive Marco Rovelli in apertura a <em>Lager italiani</em>, «<em>Se questa storia ti ha fatto male, non ci creder perché non è ver</em>. Finisce così un antico canto popolare. La storia che racconta è troppo spaventosa. Meglio credere non sia vera. Ecco, disponiamoci ad ascoltare una fiaba. Una fiaba troppo spaventosa per essere creduta. Dunque: c’era una volta…».</p>
<p align="justify">Raccontare la realtà come fosse una fiaba, camuffando per smascherare, mentendo per rivelare. Non è forse questo che ogni narratore ha sempre fatto, dentro l’attività mitografica di continua decifrazione e nel contempo cancellazione delle &#8220;tracce&#8221; dei nostri misfatti propria del fare letterario e culturale in senso ampio? <span id="more-10734"></span>Ma prima di affrontare la spinosa questione del cosiddetto «referente reale» dell’attività mitografica (se mai l’affronterò), partiamo dall’efficacia sociale di questa attività.</p>
<p> </p>
<p></span></p>
<p align="justify">La Bibbia ci racconta una favola, la favola della cacciata del paradiso, dove agli uomini sembra capitare in sorte la più atroce delle sventure: dovrai lavorare per vivere, e «con fatica»! Fu questa favoletta senza conseguenze? Il popolo ebraico, a ogni buon conto, è stato il primo a codificare un principio di parità sostanziale tra esseri umani: dove tutti lavorano per condanna divina, non si può dare tuttavia che qualcuno lo faccia al posto di un altro: non si può dare schiavitù. Per contrappasso destinale, nella dinamica vittima-persecutore che in maniera figurale accompagna la storia dell’Occidente, bene lo avevano compreso i nostri ex alleati ad Auschwitz, là dove i nuovi schiavi erano accolti dal loro stesso proclama: &#8220;Il lavoro rende liberi&#8221;. Per dire, anche, quanta intelligenza possa esserci nell’assumere perfino da persecutori la prospettiva del (totalmente?) Altro.</p>
<p align="justify">Il compito del narratore è dunque smisurato. Se la battaglia (psicologica, estetica, etica o morale) è <em>anche</em> quella di restare nel tempo (ma <em>restare</em> in che senso, lo vedremo), quel che resta del sacrificio compiuto per noi sulla pagina dal narratore è qualcosa che riguarda il destino di molti.</p>
<p>Nelle epoche più antiche, miti e favole rappresentavano a tutti gli effetti una forma di legislazione umana. Scaturite dai resti del sacrificio, dalla sua coda farmacologica, codificavano permessi e divieti in ordine ai comportamenti umani. La religione, in questo senso, rappresentava – e rappresenta ancora – un sapere sulla violenza delle dinamiche umane. Ovvero, per quel che qui ci interessa, un sapere sulla <em>realtà umana</em>. Questo aggettivo, umana, non è accessorio. Può essere considerato, per esempio, il punto di incontro ermeneutico fra un ex decostruzionista come <strong>Gianni Vattimo</strong> e un post-strutturalista qual è <strong>René Girard</strong>.</p>
<p>Ma sentiamo cosa ci dice qualcuno che (in fatto di sintesi) se ne intende. Sentiamo <strong>Slavoj <span lang="EN">Žižek</span></strong><span lang="IT">: «Si dovrebbe distinguere fra <em>storia simbolica </em>(l’insieme dei racconti mitici e dei dettati etico-ideologici espliciti che costituiscono la tradizione di una collettività – ciò che Hegel avrebbe definito la sua &#8220;sostanza etica&#8221;) e il suo Altro osceno, la <em>storia fantasmatica e &#8220;spettrale</em>&#8221; non riconoscibile che sostiene effettivamente l’esplicita tradizione simbolica, ma deve rimanere &#8220;forclusa&#8221; per essere operativa. Quello che Freud tenta di ricomporre in <em>L’uomo Mosè e la religione monoteistica</em> (la storia dell’uccisione di Mosè, ecc…) è questa storia spettrale che perseguita lo spazio della tradizione religiosa ebraica. Santner usa una formulazione ben precisa che richiama direttamente la definizione di Reale come Impossibile di Lacan, nel suo seminario <em>Encore</em>: la storia fantasmatica spettrale racconta la storia di un evento traumatico che &#8220;continua a non aver luogo&#8221;, che non può essere iscritto nello stesso spazio simbolico introdotto dal suo accadimento – come avrebbe detto Lacan, l’evento traumatico spettrale &#8220;non cessa di <em>non</em> scriversi&#8221; (e ovviamente proprio in quanto tale, in quanto non esistente, continua a durare; e cioè, la sua presenza spettrale continua a perseguitare i vivi). Non si diventa membri a tutti gli effetti di una collettività semplicemente identificandosi con la sua esplicita tradizione simbolica, ma quando, allo stesso tempo, ci si assume la dimensione spettrale che regge questa tradizione: i fantasmi che ancora perseguitano i vivi, la storia segreta costituita dalle sue fantasie traumatiche che si può leggere &#8220;fra le righe&#8221;, attraverso le omissioni e le distorsioni.» (<em>La fragilità dell’assoluto. Ovvero perché vale la pena combattere per le nostre radici cristiane).</em></span></p>
<div><span lang="IT">Ecco il nodo gordiano tra realtà umana (o «sociale», nei termini di <span lang="EN">Žižek</span><span lang="IT">) e il suo «doppio spaventoso» (Girard) o «Altro osceno, spettralità fantasmatica» (ancora </span><span lang="EN">Žižek</span><span lang="IT">) altrimenti noto come «Reale» (Lacan). Ecco l’abisso in cui ha da sprofondarsi il nostro narratore-palombaro, oggi, per ricercare la verità (il «referente reale») del «gesto traumatico fondamentale: e cioè – per usare i termini classici – del crimine che fonda l’Ordine costituito stesso, il gesto violento che introduce un regime che retroattivamente renderà illecito/criminale il gesto stesso» (ancora </span><span lang="EN">Žižek</span><span lang="IT">). </span></span></div>
<div><span lang="IT">Il ritorno dalla Grande Guerra, la stessa che in questi giorni celebriamo come «male necessario», un capitolo fondamentale nel processo di italianizzazione se non di fraternizzazione europea, conserva in sé tutti i tratti tipici di questo rito di (ri)aggregazione, che l’umanità da sempre conosce e dimentica: l’unanimità mimetica che si sviluppa intorno al corpo (sacro) della vittima immolata per il bene della collettività. Non è stato così anche di fronte al corpo rovesciato, sputato e vilipeso del Duce, quando dovemmo fondare la Prima Repubblica? E non fu lapidazione mimata, ma pur sempre lapidazione simbolica e &#8220;reale&#8221;, il lancio di monetine all’hotel Raphael che portò al <em>trapasso</em> nella Seconda? Con tutto il corredo di santificazione ex post della salvifica vittima, il culto alla memoria del «caro estinto».</span></div>
<p align="justify">
<div><span lang="IT">La nostra è dunque una «generazione di traumatizzati senza evento traumatico» – come a ragione scrive <strong>Andrea Cortellessa</strong> nell’editoriale del dossier che ha curato per &#8220;Specchio+&#8221; – non diversamente dalle precedenti. Lo è, in quanto non lo riconosce o non riesce a raccontarlo o non gli si crede quando lo racconta, proprio come succedeva ai reduci di Russia o della Grande Guerra o di Auschwitz o del Vietnam o di Guantanamo o di Bolzaneto.</span></div>
<div></div>
<p><span lang="IT"></p>
<p align="justify">Il fatto che il figlio non abbia sparato un colpo, poi, non significa che manchi di esperienza in fatto di dinamiche vittima-persecutore. Chiunque abbia frequentato una seconda media o un asilo infantile, prima che un ufficio o un università o un qualunque consesso sociale, ha sufficiente esperienza della tragedia della realtà umana. Non occorre aver ammazzato qualcuno o essere vittima o testimone di un delitto o di un dramma epocale per sapere quali dinamiche hanno prodotto determinati effetti di capro espiatorio e unanimità mimetica nella storia dell’umanità come nel quotidiano, e per raccontarli.</p>
<p>E se anche così non fosse, o non bastasse, proprio l’inesperienza – come la noia, ci insegnavano gli antichi – è la molla dell’intelligenza e della prova del fuoco.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></span>
</p>
<p align="justify">Nessuno dovrebbe, credo io, stupirsi o indignarsi nell’apprendere che i personaggi, in fondo, sono ombre, fruscianti figure espiatorie che il narratore si prende la briga – altre volte la croce – di mandare avanti al posto altrui: mosse da desideri non diversi dai nostri, queste figure incappano per noi lettori in esperienze ed eventi complessi, e in base al modo con cui affrontano le temperature del desiderio e le febbri dell’identità e le diaboliche prove del fuoco alle quali il narratore non esita a sottoporli per il suo e per il nostro diletto ed ammaestramento, noi lettori traiamo indicazioni e soddisfazioni assai preziose circa l’esperienza delle cose e del mondo: un ragionamento non dissimile è implicato in quest’idea di <strong>Daniele Giglioli</strong>, citata da Cortellessa, del<span lang="EN">lo «scrittore come qualcuno che va dove noi non andiamo, che ci va <em>al posto nostro</em>»</span><span lang="IT">. (Non è un caso infatti che Giglioli sia stato presente al convegno di Falconara del 2006 da noi organizzato su queste tematiche – tematiche differenti rispetto alla fuffa realista che ha invaso oggi le librerie italiane – e che di conseguenza sarà presente con un contributo dal titolo &#8220;René Girard e la teoria letteraria: un caso ancora aperto&#8221; nei relativi atti del convegno che Transeuropa pubblicherà all’inizio dell’anno prossimo, e di cui auspicabilmente potrebbe occuparsi, a quanto mi è stato detto, proprio la rivista <em>Allegoria</em>.)</span></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Ma torniamo alle nostre esperienze. Ci ricordano certi studiosi, fra i quali <strong>Carlo Ginzburg</strong>, che a partire dal Settecento la borghesia nascente prese a nutrirsi del romanzesco dentro un’assimilazione dei cosiddetti riti di iniziazione che non passava più attraverso l’accesso diretto all’esperienza, ma per il tramite, appunto, della loro sostituzione e riformulazione romanzesca.</p>
<p>Il cosiddetto paradigma indiziario conobbe di conseguenza, proprio grazie alla letteratura d’immaginazione, un utilizzo sempre più consapevole e innovativo: all’avvio di un processo di mobilitazione economica e sociale tra i più formidabili che la storia dell’uomo avrebbe conosciuto, l’«educazione sentimentale» del lettore attraverso la disamina probatoria delle esperienze dei personaggi, la ricostruzione indiziaria e smitizzante delle ragioni dei loro successi e delle loro sconfitte, consentì una sublimazione e un raffreddamento delle passioni e degli appetiti nascenti che potremmo paragonare agli effetti – anch’essi, se vogliamo, ottenuti in modo romanzesco – della catechesi cristiana sugli spiriti altamente eccitabili dei cavalieri erranti del medioevo: ricorderete il rituale religioso che presiedeva all’ingresso nel modello di vita cavalleresco, le veglie di penitenza e di preghiera che su ispirazione della Chiesa i cadetti della nobiltà non sposati e privi di feudi, gli <em>iuvenes</em>, dovevano compiere prima di indossare le armi, al momento della cosiddetta investitura, per divenire paladini del cristianesimo ed eroi &#8220;senza macchia e senza paura&#8221;… Cos’altro rappresentava, quel <em>set</em> di veglie e di penitenze e di giuramenti che oggi fa sorridere, se non il provvidenziale tentativo di stemperare la violenza sanguinaria dei costumi sovrapponendo e sostituendo al paganesimo sacrificale dei riti di passaggio l’assai più commendevole cerimonia cristiana?</p>
<p align="justify">Da questo punto di vista, come sostiene il Girard di <em>Menzogna romantica e verità romanzesca</em>, il narratore soteriologico moderno non farebbe altro che portare avanti, attraverso l’impiego della menzogna romantica e del camuffamento mitografico, le medesime istanze di rivelazione e demistificazione della violenza del desiderio affidate da Cristo alla predicazione neotestamentaria.</p>
<p>Se così stanno le cose, ben vengano allora i reporter mimetici, i nostri detective dell’orrore: in prima persona, come è giusto che sia in quest’epoca dalla soggettività opaca e dalle ideologie deboli e dalla presa di parola vittimista e cattivista insieme, questi alter ego dei loro stessi personaggi – ed esattamente come i propri personaggi, affascinanti e seduttivi capri espiatori – si scriveranno addosso la pelle sacrificale che la perfomance di immedesimazione richiede. (A proposito, dacché siamo tra &#8220;indiani&#8221;, vale forse la pena segnalare la vicenda di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Grey_Owl"><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000099;"><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000099;"><span>Grey Owl-Gufo Grigio</span></span></span></em></span></span></em></a><span lang="IT">, di cui si racconta nel film omonimo, esempio perfetto di mimetismo incarnato.) </span></p>
<p align="justify">Poiché è vero, come ci ha insegnato <strong>Pier Vittorio Tondelli</strong>, che ciò che resiste letterariamente non è che la storia di se stessi. Ma se stessi chi, verrebbe da chiedere? Se stessi <em>gli altri</em>. Con tutto il corredo di invidia, voyeurismo, indifferenza, moralismo persecutorio, pornottica che la sola vista degli altri – questi inarrivabili modelli/ostacoli del desiderio – ci produce.</p>
<p align="justify">Non si tratta di questione da poco, e bene farebbe, lo scrittore – ovvero qualcuno che si occupa e si preoccupa, prevalentemente, di progetti narrativi – a confrontarsi con il proprio tempo e con i classici di ogni tempo in cerca della prospettiva adatta, del nuovo stile che i contenuti di sempre richiedono perché la sua opera diventi scienza storica &#8220;spettrale&#8221;.</p>
<p align="justify">Un passo in questa direzione, lo ha fatto proprio il <strong>Michel Houellebecq</strong> de <em>Le particelle elementari</em>. Un testo che non è stato scritto senza preoccupazioni stilistiche e formali, tutt’altro, visto che è in dialogo tecnico e di pensiero con il <em>Bouvard e Pecuchet</em> di <strong>Gustave Flaubert</strong> (ossia l’autentico luogotenente di tutto il filone realista, se vogliamo). I due fratelli in agone – il paradigma fondativo del potere, in senso religioso-sacrificale – sono qui declinati secondo le posizioni fumettistiche dei due saggi idioti flaubertiani. Persino l’impiego delle enciclopedie dei saperi, l’uso della saggistica di impianto scientifico è perfettamente specchiato. Così le contraddizioni, i cozzi di significati nei tambureggianti rovesci di fronte prospettico, negli apparenti salti di argomento fra un capoverso e l’altro. Così l’uso dei tempi, coi tipici e inaspettati, sorprendenti passaggi al presente universale, però qui motivati dall’intreccio e dall’uso di una prospettiva in prima persona che gioca carsicamente con la terza (dunque uno stile meno sentenzioso che in Flaubert, e letterariamente più vicino alla sensibilità odierna, anche in fatto lessicale). È come se Houellebecq avesse messo il motore ai deltaplani di Leonardo, per farli volare davvero. Per provare che con un adatto motore, anche Bouvard e Pecuchet potevano volare. Adesso mi si informa che Houellebecq è anarchico, o magari anarco-individualista, un nichilista forse di destra <em>à la</em> L. F. Céline, che «sta già tutto» in <em>Mondo Cane</em>. Ma davvero? Pensate che lo si è detto, e scritto, anche di Flaubert. Anarchico. Individualista. Reazionario. Nichilista. Il <em>banalmente </em><a href="http://archiviostorico.corriere.it/2007/dicembre/16/Flaubert_texano_Wilson_co_9_071216045.shtml"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000099;"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000099;"><span>cattolico</span></span></span></span></span></a><span lang="IT"> Flaubert. E non è forse il testo di Houellebecq banalmente cattolico, tanto nell’analisi meccanicistica del comportamento umano quanto nel sottoporci i rischi della delega di responsabilità all’ateismo scientifico dietro la messinscena del mito della clonazione? Non ci (ri)dice quanto la dottrina insegna? Se Houellebecq è il clone di qualcuno, a mio avviso è il clone di Flaubert, rielaborato in maniera post-moderna (e posticcia, anche, visto che il romanzo, un capolavoro, è stato io credo ottenuto assemblando materiali disparati e pre-esistenti come la vicenda dello scrittore sessuomane e cinico-romantico, che prende una porzione spropositata della scena, probabilmente il romanzo originale su cui è stato innestato il disegno flaubertiano di cui ho detto). Questo sì uno splendido esempio di postmodernismo figurale, alla <strong>Erich Auerbach</strong> della dialettica fra anticipazione e adempimento!</span></p>
<p align="justify">Quanto al nostro paese, cito due casi semplici di difformità accomunabili, se radiografate con gli opportuni strumenti: <em>Gomorra</em> di <strong>Roberto</strong> <strong>Saviano</strong> e <em>Sirene</em> di <strong>Laura Pugno</strong>. Apparentemente, anche qui, fatti contro fantasie. In realtà, due magnifici esempi di scienza storica &#8220;spettrale&#8221;, diversamente articolati, certo, ma a partire da una medesima indagine, o viaggio, attraverso i postumi di un «evento traumatico rimosso», dunque un viaggio al termine dell’identità. Con la differenza che la Pugno gioca la stessa carta generazionale di Saviano a livello simbolico-strutturale, impiegando i materiali &#8220;minori&#8221; della cultura manga giapponese, svelati nella loro essenza mitica e mortale, mentre Saviano ne fa un uso funzionale solo alla costruzione della voce narrante – il ragazzo candido e colluso, colpevole e innocente insieme, che &#8220;scopre&#8221; la violenza fondativa e mitizzante del sistema sociale in cui vive.</p>
<p>Non voglio dilungarmi oltre, ma in conclusione mi domando: può tutto questo discorso avere anche solo lontanamente a che vedere col pregiudizio realista o naturalista secondo il quale la rappresentazione narrativa, come quella artistica, non sarebbe altro che una fotografia o una copia – più o meno riuscita, più o meno &#8220;verosimile&#8221; o tangibile – della <em>presunta</em> realtà? Ci risulta che proprio <strong>Gianni Celati</strong>, per esempio nelle sue lezioni universitarie al Dams di Bologna, abbia insegnato a un’intera generazione di scrittori e di artisti a non confondere i due piani, e a confrontarsi piuttosto col sottofondo mitico/spettrale della realtà antropologica. E allora dov’è, se c’è, la &#8220;dittatura dei fatti&#8221;? In casa d’altri, evidentemente…</p>
<p align="justify"><strong>Per chi suona la campana</strong></p>
<p align="justify">Oggi si torna dunque a parlare di realismo, di realtà, di reale. È il prodotto di un complotto dell’industria editoriale? <em>Anche</em>. Ritengo scorretto tuttavia dare a intendere che la semplificazione dei concetti, la banalizzazione ad uso della massa, per inseguire un gusto che come spesso capita pochi pionieri avevano anticipato, suggerito, disseminato nelle loro opere e nei contesti (minoritari) di riferimento, sia la prova che non esista altro orizzonte di comprensione possibile. Io non credo affatto. Non mi sfuggono le improvvisazioni, le approssimazioni, le operazioni pensate negli uffici da commercialisti tanto per tirare via un altro libro che possa tamponare le rese esponenziali degli editori (produciamo 60.000 novità all’anno) o assicurare il turn over delle librerie appiattito sul concetto del &#8220;comprare solo quello che si vende subito&#8221;, ovvero sul concetto allargato dell’editoria on demand. Tuttavia esistono anche altri motivi, che hanno a che fare in primo luogo con spinte culturali più ragionate e salde.</p>
<p align="justify">Registriamo negli ultimi anni un incremento della qualità dell’offerta saggistica di impianto accademico e divulgativo da parte della piccola editoria di proposta, per esempio, che al di là della solita fuffa per l’avanzamento di carriera o per la stupefazione dei begonzi, mostra una buona vitalità di profilo nazionale e internazionale, dentro un mercato assai più stabile. Com’è possibile questo? È semplice: poiché si può ormai affermare che i grandi editori, in Italia, hanno smesso di fare saggistica di ricerca. In certo modo, si può quasi affermare che abbiano cessato di fare saggistica tout-court.</p>
<p>Per i piccoli, è un’ottima notizia, dal momento che l’aggressività di questi colossi è qualcosa di inenarrabile. (Si veda l’esempio – tra l’altro un laboratorio indispensabile alla coscienza civile del nostro paese – della casa editrice Chiarelettere, che ha alle spalle il gruppo Mauri-Spagnol: praticamente un editore formato collana di libri tutti uguali, che ha programmato di sfruttare un filone sino all’esaurimento.) Per le sorti culturali del nostro paese, tuttavia, ce ne sarebbe abbastanza per lanciare qualcosa di più di un allarme.</p>
<p align="justify">Nelle redazioni dei grandi editori, infatti, non esistono più intellettuali capaci di pensare progetti editoriali a lungo termine. Ma anche se esistessero, chi li vorrebbe più? Il tempo dei <strong>Pavese</strong> e dei <strong>Vittorini</strong>, ovvero di intellettuali di calibro organici a grosse strutture imprenditoriali, è davvero finito. È nelle piccole strutture periferiche, nelle redazioni mobili di macchine non tanto grandi né comode, che oggi, in Italia, si progetta e si fa ricerca. O almeno, ci si prova, con tutti i limiti strutturali che conosciamo o possiamo immaginare.</p>
<p align="justify">Ma qualcuno, mi domando, se ne è accorto? O siamo ancora convinti che la ricerca, &#8220;quella vera&#8221;, sia rimasta a ogni buon conto patrimonio della grande editoria?</p>
<p align="justify">Acclarato o meno che possa essere, dalle periferie del paese – o se vogliamo pensarlo in questo modo, dai «nodi di rete» di cui sono fatte certe realtà editoriali &#8220;minori&#8221; – promanano oggi molti dei libri che poi producono determinati scartamenti, o «dislocazioni», nell’officina degli scrittori e dei registi. Dunque è anche all’ombra di campanili meno mappati che la critica dovrebbe guardare, cercando magari di svolgere il proprio compito &#8220;istituzionale&#8221;: «quello di leggere i testi e di proporre fra essi connessioni e interazioni – non solo all’interno del lavoro di uno stesso autore […] ma anche fra i vari testi letterari ed extra-letterari che circondano l’opera […] con dati e bilanci alla mano.» (P. V. Tondelli)</p>
<p align="justify">L’operazione concertata con l’antologia <em>I persecutori</em>, per esempio, raccoglieva un invito che partiva da determinate premesse. Come ha generosamente notato <strong>Luca Mastrantonio</strong> «il valore originario de &#8220;I persecutori&#8221; è nell’assenza di un criterio che non sia letterario – semmai venato da una visione poetica, filosofica – e dunque nessun massimo comune denominatore anagrafico, gli scrittori vanno dai venticinque ai quarantacinque; nessun principio comune territoriale, nessuna ferrea logica di appartenenza (se non un certo nucleo gravitazionale come il sito di Nazione Indiana cui molti di loro fanno parte e che pure nell’ossimoro della nazione indiana ben racchiude/dischiude; non è un caso, comunque, che la nuova collana di Transeuropa è &#8220;Narratori delle riserve&#8221;).»</p>
<p align="justify">Al di là degli esiti – tutte le antologie sono discontinue, non si può adoperare lo stesso metro che useresti per valutare un romanzo o una raccolta di racconti – abbiamo qui l’esempio di un &#8220;lavoro di contesto&#8221; a ridosso della questione del cosiddetto realismo in letteratura. Come lo intendiamo e come lo pratichiamo. Con chi e con cosa siamo in dialogo. In ascolto. Quali sensibilità collettive vorremmo intercettare e rappresentare. Quindi questa antologia svolgeva, e svolge, un ruolo critico. Programmatico. <span lang="EN">Come direbbe Tondelli, che è l’iniziatore in Italia di questo genere di antologie-laboratorio, la specificità «risiede non tanto nella forza di un singolo testo, quanto nel fatto che il testo in questione è una singola intensità di una lunghezza d’onda collettiva. Nello stesso tempo, questa filosofia situa il progetto a metà strada fra sociologia e universo letterario vero e proprio. Più che un’ipotesi letteraria (insita, per esempio, nell’idea stessa di rivista)» <em>I persecutori</em> è dunque «un’ipotesi di lavoro letterario. La differenza è proprio tutta in questo lavoro. Forse, allora, […] altro non è che un’indagine letteraria, non giornalistica, sul lavoro culturale» di determinati scrittori italiani. </span><span lang="IT">E poiché non dubito che coloro che si sono lasciati antologizzare lo abbiano fatto perché credevano nel progetto, ritengo che allo stato attuale dell’arte le alternative disponibili siano davvero poche. </span></p>
<p align="justify">Avere un vocabolario comune, perfettamente iscritto nelle istanze del letterario, non è contingenza accessoria. Una bussola per non smarrirsi, e per continuare la navigazione in acque, come si vede, tutt’altro che tranquille. Così com’è, ognuno con la sua teoria verificata dai fatti suoi, buona parte di questo tentativo è destinato a scomparire per emorragia, per mancanza di progettualità o nel displuvio delle progettazioni di default. E mi dispiacerebbe non poco, poiché la storia della letteratura e delle idee è anche una storia di incontri e di intrecci, oltre che di biforcazioni e di commiati.</p>
<p align="justify"> </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/quale-realta-note-in-margine-alla-questione-del-realismo-in-letteratura/">Quale realtà? &#8211; Note in margine alla questione del realismo in letteratura</a></p>
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		<title>Il disgusto e l&#8217;ossessione. Un modo di esercitare la critica</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Nov 2008 06:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>[In veste di spettatore, non sono costretto a scegliere tra il documentario <em>L'incubo di Darwin</em> di Hubert Sauper e quello <em>Case sparse. Visioni di case che crollano</em> di Gianni Celati. Neppure devo scegliere tra due opere di Abbas Kiarostami, autore sia di un film di finzione come <em>Dieci</em> sia di un documentario come <em>Abc Africa</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/">Il disgusto e l&#8217;ossessione. Un modo di esercitare la critica</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>[In veste di spettatore, non sono costretto a scegliere tra il documentario <em>L'incubo di Darwin</em> di Hubert Sauper e quello <em>Case sparse. Visioni di case che crollano</em> di Gianni Celati. Neppure devo scegliere tra due opere di Abbas Kiarostami, autore sia di un film di finzione come <em>Dieci</em> sia di un documentario come <em>Abc Africa</em>. In veste di lettore, similmente, posso apprezzare di uno stesso autore – ad esempio Antonio Moresco – libri tanto diversi come <em>I canti del caos</em>, <em>Lettere a nessuno</em> e <em>Zingari di merda</em>. Perché poi dovrei scegliere tra <em>Gomorra</em> di Roberto Saviano e <em>Neuropa</em> di Gianluca Gigliozzi, un best seller il primo, un romanzo letto (ahimè) da pochissimi il secondo? (Il libro di Saviano ha come sottotitolo <em>Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra</em>, quello di Gigliozzi <em>Poema epicomico in prosa</em>.) Queste ovvie constatazioni mi impediscono di schierarmi ogniqualvolta la letteratura dell'impegno fronteggia quella dello stile, o viceversa. Così mi accade anche leggendo gli interventi di Andrea Cortellessa e di Raffaele Donnarumma ospitati da NI.<br />
<span id="more-10438"></span><br />
Nonostante la buona volontà di non schematizzare, l'urgenza polemica del dibattito (per duratura o effimera che sia) finisce per ridurre la discussione ad argomenti troppo succinti e frontali. Come lettore, mi godo i nomi evocati dall'uno e dall'altro critico letterario secondo una logica inclusiva. Come persona che esercita talvolta l'attività di critico, mi sembra che il tono molto assertivo del dibattito sia sproporzionato rispetto alla quantità di domande eluse ogni volta che si evoca in termini apologetici o sospettosi il nesso tra letteratura e realtà. Che si voglia tornare ad esaminare tale nesso mi pare del tutto legittimo. Da questo punto di vista, il numero 57 della rivista “Allegoria”, che dedica un ampio spazio al tema del “ritorno alla realtà” nella narrativa e nel cinema italiani, offre una gran quantità di spunti di riflessione. Interventi come quello di Donnarumma poi (che assieme a Gilda Policastro e a Giovanna Taviani ha curato l'inchiesta) possono suscitare varie perplessità e critiche, ma a patto di riconoscere che il tema proposto è (ancora una volta) pertinente. Qui, però, andrebbe immediatamente messo in questione assieme all'oggetto di studio (nuovi realismi a cavallo del millennio) anche tutto l'armamentario teorico che sottende il discorso critico. Perché è spostandosi su questo terreno più arduo che il dibattito potrebbe far davvero tesoro delle differenze, senza esaurirsi immediatamente in contrapposizioni di fronte. Tali contrapposizioni, infatti, sono difficilmente sottoscrivibili, se non dopo infinite parentesi, digressioni e precisazioni. Quando Donnarumma tende a rendere unilaterale la sua lettura del postmoderno letterario, ben vengano obiezioni atte a far correggere il tiro. (Uno dei romanzi statunitensi che potrebbe costituire il paradigma della narrativa postmoderna, <em>Mambo Jumbo</em> [Rizzoli 1981, Shake 2003] di Ishmael Reed, è anche uno dei romanzi più “politici” e “impegnati” che uno scrittore afroamericano abbia mai scritto.) Ma lo stesso accade quando Cortellessa ricorda che “siamo una generazione di traumatizzati senza evento traumatico” per sottolineare il difficile accesso al reale e il galleggiamento nelle nebbie dell&#8217;inesperienza. Sui “traumi”, mi verrebbe da dire, ognuno parli per sé. Evidentemente non ogni biografia ha lo stesso peso specifico in termini traumatici e proprio per questo le generalizzazioni di questo tipo andrebbero evitate. (La letteratura è il regime della singolarità: l&#8217;eccezione conta quanto la regola, la minoranza quanto la maggioranza.)</p>
<p>In conclusione, a me piacerebbe invitare i critici in particolar modo, a fare un lavoro che pochi altri possono fare al posto loro e che è appunto quello di considerare, esplicitandoli e rielaborandoli, i presupposti teorici che stanno alla base di una questione “perenne” come quella del rapporto letteratura-realtà. Anche per questo motivo, ripropongo su NI un piccolo contributo che mi è stato sollecitato da Emanuele Zinato per il sito <a href="http://www.ilcalzerottomarrone.it">il calzerotto marrone</a>. Il tema era quello della critica letteraria, ma in esso non avanzo compiute proposte critiche o elaborate cartografie di stili e correnti. Ho scelto volutamente lo sguardo a margine su quello che si potrebbe definire il “territorio emozionale” del fare critica. Ma ho anche evocato, seppure in termini estremamente elementari, la questione del bagaglio teorico e filosofico dell&#8217;odierna critica letteraria. E mi auguro che tale questione possa costituire un suggerimento di rotta nei dibattiti critici sulla letteratura contemporanea, attenuando l&#8217;aspetto puramente polemico per rafforzare quello più speculativo.]</p>
<p>*   *   *</p>
<p>In <em>Ventiquattro voci per un dizionario di lettere</em>, <strong>Franco Fortini</strong> fornisce, a proposito del termine “critica”, una definizione che gli è particolarmente congeniale : “discorso sui rapporti reali fra gli uomini, la società e storia loro, a proposito della metafora di quei rapporti, che le opere letterarie sono”. Chi condivide questa definizione, si sente abbastanza a disagio di fronte alle due funzioni più assodate che il critico letterario assume nella nostra società. Di entrambe, parla sempre Fortini nello stesso brano. Da un lato, abbiamo il critico che si posiziona all’interno dell’industria editoriale, e ne è in qualche modo organico. Egli promuove certe scuderie, contribuisce alla nascita di “mode” letterarie, ecc. Il tutto, però, in sintonia con le esigenze delle case editrici, delle collane, delle più recenti pubblicazioni. Dall’altro, abbiamo il critico che lavora all’interno dell’università. Quest’ultimo appartiene in genere ad una certa scuola e sviluppa la sua ricerca in un orizzonte specialistico. In entrambe le funzioni, il critico è sicuro di sé, certo del suo ruolo. Svolge il suo compito all’ombra di una realtà economica o istituzionale, che gli fornisce un’appartenenza, uno statuto evidente. Il problema nasce quando l’attività critica emerge in modo più erratico e sopratutto al di fuori di quei mandati precisi che vengono dalle case editrici o dai dipartimenti di letteratura. Di certo, l’attività critica si muove sempre intorno ai due fuochi dell’attualità letteraria e della ricerca storico-filologica. Ma meno si è ancorati ad una delle due funzioni dominanti, e più sorgono dubbi e difficoltà sul senso del proprio agire.</p>
<p>	Questo incertezza può avere – e parlo qui della mia esperienza personale – anche la forma estrema del disgusto. Nel momento stesso, in cui si vuole sviluppare quel discorso “sui rapporti reali fra gli uomini” e quella che è la loro “metafora” nell’opera letteraria, si avverte come una frattura, un vuoto, che impedisce di ricondurre gli uni all’altra, i rapporti reali alla loro metafora. Insomma, viene a mancare quella circolazione del pensiero tra il mondo e l’opera, che sarebbe l’aspirazione più ambiziosa di questo tipo di critica. Si tratta di un fenomeno non semplice, ma che ha a che fare con una forma di “pietrificazione” e di “letteralizzazione”. Accade che il mondo, nelle sue manifestazioni più quotidiane, anche se quasi sempre mediate da informazioni ed immagini, si profila nella sua più caotica e violenta apertura, come continuo precipitarsi di eventi singolari. Di fronte a questa percezione di una realtà frammentaria, in continua fuga verso un futuro sempre meno prevedibile, l’atto di riflessione su di un testo letterario, come possibile immagine di mondo, acquista un carattere derisorio. Si è infatti sopraffatti dalla sensazione di un ritardo definitivo della scrittura letteraria rispetto a quanto ci giunge in altre forme, per schegge e scorci, che ci segnalano però la velocità con cui i rapporti tra gli uomini mutano, si degradano e corrompono. Certo, si tratta di un’esperienza di natura “etica”, che per certi versi è costitutiva del regime moderno della letteratura intesa come sfera autonoma rispetto alla politica e alla morale. Ma questo senso d’impotenza si acuisce nell’atto della lettura critica. E acquista una sua forma specifica: ci si sente come doppiamente prigionieri. Certe realtà, eventi singolari del mondo, ci attraggono ipnoticamente con la loro forza ed evidenza, con la loro corporeità densa e stratificata; ci sentiamo come rapiti e travolti in essi, e quasi sempre non come attori ma come puri spettatori. Quanto al libro, all’opera che stiamo esplorando, essa ha smarrito la via che ci riporta al mondo; non vi è più trasferimento possibile, passaggio, varco per il ritorno. Si rimane prigionieri della foresta pietrificata dei segni, senza che da essi sia possibile ricomporre almeno in parte quella cascata di frammenti attraverso cui si presenta il mondo nella sua attualità. </p>
<p>	In questi casi, il valore d’uso dell’opera letteraria viene meno e con esso anche ogni interesse per la riflessione critica. D’altra parte, proprio questo continuo scarto tra mondo ed opera, tra i “rapporti reali fra gli uomini” e la sua trasposizione letteraria, non fa che alimentare, per quanto mi riguarda, alcune osessioni. L’attività critica, allora, diviene il prolungamento “ossessionato” del semplice atto di lettura. In tali occasioni, accade qualcosa che si caratterizza come il rovescio dell’esperienza del disgusto. È proprio il cammino che dal testo ci porta al mondo che diventa per noi un’esigenza insopprimibile. Quello che prima appariva come un sentiero sbarrato, appare ora il solo percorribile, in quanto capace di giustificare fino in fondo l’atto di lettura più elementare ed ingenuo. In altri termini, emerge in primo piano il potere conoscitivo della letteratura.</p>
<p>	Chi è interessato a questo aspetto, non può che volgersi verso una critica a carattere filosofico, che in Italia è assai minoritaria, e negli ultimi decenni quasi del tutto assente. Certamente, l’illustre tradizione della critica di stampo storico-filologico ha di certo emarginato la critica filosofica, quando non ha cercato di dare vita a delle sintesi potenti. In ogni caso, difficilmente ci si può interrogare sulle peculiarità conoscitive del genere romanzesco o lirico, senza combinare una prospettiva concettuale con quella puramente filologica. </p>
<p>	È importante chiarire subito che cosa intenda con “critica filosofica”. Vi è oggi una maggiore frequenza, negli interventi di alcuni giovani critici letterari, di riferimenti filosofici. Spesso si tratta di spunti utili, interessanti, ma generalmente l’atteggiamento del critico, in fatto di filosofia, è estremamente eclettico: egli prende di volta in volta quanto più gli è utile a illustrare delle tendenze, delle tematiche, ecc. Il discorso filosofico è utilizzato per illuminare il discorso letterario, ma senza che ci sia una piena consapevolezza da parte del critico del proprio strumento concettuale. Per utilizzare in modo più sistematico e in forma meno occasionale la filosofia, è opportuno fare determinate scelte di fondo, prendere posizione in essa, fissare dei riferimenti teorici in modo chiaro. Certo, un uso eclettico della filosofia in ambito letterario non pone molti rischi, non “impegna” il critico, non lo vincola a presupposti che potrebbero poi condizionare il suo approccio alle opere. Eppure è opportuno correre questo rischio se si vuole fare un passo avanti, e articolare in modo più approfondito critica e filosofia.</p>
<p>	Mi limiterò qui ad enunciare una serie di ossessioni, che sottendono da alcuni anni ogni mio intervento critico, che abbia un carattere militante oppure spassionato e inattuale. La prima è relativa all’individuazione di una “filosofia del linguaggio” soddisfacente, che permetta di elaborare una teoria del romanzo, della lirica moderna, e degli altri generi letterari. I due massimi riferimenti per questa filosofia del linguaggio sono, dal mio punto di vista, <strong>Wittgenstein</strong> e <strong>Bachtin</strong>. Si tratta ovviamente di due autori che considero complementari, e che hanno il pregio di avere, prima dell’ondata strutturalista e post-strutturalista, posto l’accento sulla dimensione pragmatica del linguaggio e di conseguenza sugli sfondi antropologici che intervengono nella considerazione di qualsiasi fenomeno linguistico. Contro l’ossessione della “letterarietà” che lo strutturalismo aveva ereditato dai formalisti russi e contro l’ideologia del “testo” alimentata dai post-strutturalisti, Wittgenstein e Bachtin permettono di ricostituire i legami tra l’universo del linguaggio ordinario e quello della letteratura, in virtù di una continuità esistente trai generi del discorso. Questo orientamento teorico ha fondamentali conseguenze: la prima è quella di dare decisiva importanza ai contesti d’uso dei generi discorsivi piuttosto che alle caratteristiche immanenti degli enunciati. Spostare l’attenzione sui contesti, significa quindi considerare le varie tipologie di enunciati – tra cui quelle che rientrano nella sfera “letteraria” – come intrecciate a specifiche forme di vita materiali e spirituali. </p>
<p>	Dall’importanza di affidarsi ad una “filosofia del linguaggio” discende una seconda ossessione, che riguarda in modo particolare il mio interesse per la lirica moderna. Comprendere un genere significa, innanzitutto, comprendere come esso sia emerso sullo sfondo di certe forme di vita spirituali e materiali. L’itinerario della ricerca è infatti duplice: permette di chiarire, nello stesso tempo, la modernità alla luce della poesia e la poesia alla luce della modernità. Per comprendere un certo genere letterario bisogna comprendere un intero mondo, ossia un tipo di società, di soggetto umano, di abitudini materiali, di orizzonte condiviso di valori e idee, ecc. Da questo punto di vista, è centrale per la comprensione della lirica moderna una questione che ha una portata filosofica, ossia l’analisi dell’“individualismo”, inteso come ideologia del mondo moderno. Neppure in questo caso si tratta di spiegare la lirica moderna a partire dall’ideologia individualistica, ma semmai di comprendere in che modo, a partire da un orizzonte generale di ideali e nozioni, la poesia si rapporta ad esso in modo più o meno critico. L’approccio filosofico ha qui un carattere sopratutto descrittivo: esso permette di chiarire, utilizzando criticamente il sapere fornito dalle scienze umane, quali siano le contraddizioni e le tensioni inerenti all’individualismo. A ciò va aggiunto un interesse più propriamente letterario per l’evoluzione dei generi nell’ottica della lunga durata. Così come l’organizzazione individualista della società può essere compresa solo in termini comparativi, come ha dimostrato l’ambizioso lavoro dell’antropologo <strong>Louis Dumont</strong>, che ha delineato i caratteri dell’individualismo per contrasto con le società gerarchiche e il loro universo di valori, allo stesso modo un genere letterario moderno è compiutamente comprensibile se confrontato con il sistema tradizionale dei generi. Per questo motivo, ho intitolato un mio saggio recente <em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/05/per-una-critica-telescopica-genere-lirico-e-sfondi-antropologici-1/">Per una critica telescopica: lirica moderna e sfondi antropologici</a></em> (“Incroci”, n° 16, luglio-dicembre 2007). Con tutti i rischi del caso, la telescopia rimane un’ossessione inevitabile, per chi voglia indagare gli aspetti conoscitivi dei generi letterari.</p>
<p>	Concludo evocando un’ultima ossessione, che riguarda però le indagini sul romanzo. Anche in questo caso, mi accontenterò di una scorciatoia. Uno dei tipici problemi che una critica di taglio filosofico può porsi è il seguente: in che modo le narrazioni romanzesche parlano della realtà? Sappiamo come siano state a lungo screditate le teorie basate su una concezione della <em>mimesi </em>romanzesca intesa come rispecchiamento o immagine verosimile di una realtà extratestuale. La grande enfasi sul concetto di “finzione” non fa d’altra parte, come accadeva nel caso del concetto di “letterarietà”, che ampliare quello scarto tra narrazione e vita che l’esperienza concreta della lettura romanzesca sembra invece non conoscere. Io credo che si possa anche da un punto di vista critico salvaguardare il percorso che va dall’opera al mondo, riconsiderando il concetto di <em>mimesi</em>, ma abbandonando la teoria gnoseologica che era implicita nella varie concezioni incentrate sull’idea di rispecchiamento. Non abbiamo bisogno di una concezione della narrazione come adeguazione di una proposizione a un dato di fatto. Non ci serve, però, neppure constatare che tutte le proposizioni contenute in una narrazione romanzesca sono “false” e quindi elementi di un universo “finzionale”. Tutto ciò non ci fa avanzare un passo, rispetto alla domanda fondamentale: perché proprio <em>queste</em> finzioni mi riguardano, come lettore concretamente determinato, e non altre?</p>
<p>	Per rispondere a queste domande, io ho utilizzato l’armamentario concettuale della “filosofia dell’azione” di stampo ermeneutico con riferimento ad autori quali <strong>Hannah Arendt</strong>, <strong>Alasdair MacIntyre</strong> e <strong>Charles Taylor</strong>. Si tratta ovviamente di un punto di partenza, ma che determina per certi versi l’esito complessivo della ricerca. Tale riflessione filosofica, se ci dice molto poco rispetto alle concrete manifestazioni dell’arte del romanzo, ci permette di riformulare in modo concettualmente soddisfacente la questione della <em>mimesi</em>, e in termini assai diversi rispetto alla riflessione tradizionale sul realismo in letteratura. Secondo una concezione fino a poco tempo fa assai accreditata tra i teorici della letteratura, l’intreccio è considerato come una <em>forma vuota</em> che, in modo arbitrario, può essere applicata ad una <em>materia informe</em>, ossia ad una serie di azioni o all’intera vita di un individuo. L’ordine narrativo appare così svincolato da tutto ciò che non coincide con la libera attività interpretativa del narratore. In questa prospettiva, i generi narrativi non sono altro che pure convenzioni artistiche prive di qualsiasi funzione conoscitiva nei confronti dell’agire umano. Contro questa concezione, ho difeso l&#8217;idea che i generi narrativi nascono dall’esigenza di fornire dei modelli di analisi, di comprensione e di valutazione delle relazioni tra agenti umani o antropomorfi. Sono sì convenzioni, ma fondamentali, di natura antropologica, ed investono l’ambito dell’esperienza sociale e ordinaria ben prima di divenire appannaggio esclusivo del discorso di finzione. Ciò non significa che essi costituiscano delle invarianti rigide, in quanto evolvono con il mutare stesso delle forme di vita, del tipo di organizzazione sociale e dei quadri ideologici di riferimento. </p>
<p>Spero che sia chiaro, ora, come siano proprie queste ossessioni a difendermi dall’esperienza del disgusto nei confronti dell’attività critica. Affinché i libri cessino di apparire come una foresta pietrificata di segni, costantemente sopravanzata da una realtà precipitosa e fuggevole, c’è bisogno di ricostituire ogni volta un solido ponte tra il libro e il mondo, per constatare come l’universo di finzione riguardi la nostra più intima identità.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/">Il disgusto e l&#8217;ossessione. Un modo di esercitare la critica</a></p>
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