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	<title>Nazione Indiana &#187; recensione</title>
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		<title>sette opere di misericordia</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 09:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Nicola Ingenito</strong></p>
<p align="right"><em>«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi</em> <em>avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/sette-opere-di-misericordia/">sette opere di misericordia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/sette-opere-di-misericordia/sette-opere-di-misericordia-400x266/" rel="attachment wp-att-41587"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Sette-opere-di-misericordia-400x266.jpg" alt="" title="Sette-opere-di-misericordia-400x266" width="400" height="266" class="alignleft size-full wp-image-41587" /></a></p>
<p>di <strong>Nicola Ingenito</strong></p>
<p align="right"><em>«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi</em> <em>avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. (&#8230;) In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l&#8217;avete fatto a me» </em></p>
<p align="right"><em>Vangelo secondo Matteo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bisogna che inizi questa recensione con un’esortazione, mascherata da invito neanche troppo gentile: &#8220;Andate a vedere Sette opere di misericordia di Gianluca e Massimiliano De Serio. È un film straordinario!&#8221;</p>
<p>Nel “Vangelo secondo Matteo”, Cristo elenca le sette opere di misericordia corporale che ha ricevuto. Queste procurano il perdono necessario per raggiungere il Regno dei cieli. E, quindi è lo stesso Cristo a invitare tutti gli uomini a compiere le stesse opere con questi suoi piccoli fratelli di grazia. Ora, nella Torino dei nostri giorni, fra periferie degradate e ospedali di funebre pallore, Antonio, interpretato da uno straordinario Roberto Herlizka, e Luminita, una commovente Olimpia Melinte, sono gli ultimi fratelli del corpo affamato, assetato, nudo, straniero, malato, carcerato, morto. Essi sono lì, davanti ai nostri occhi, per soccorrerlo e, quindi per soccorrersi.<br />
<span id="more-41586"></span></p>
<p>Il corpo di Cristo, il soggetto del dolore e delle ingiustizie del mondo, è interpretato una volta da Antonio, un’altra da Luminitia. Questi due personaggi ai limiti della Società e del Mondo, due barbari senza eserciti, si incontrano nell’esercizio delle quotidiane pratiche di sopravvivenza e corruzione e senza raccontarsi, senza conoscere le proprie storie, si donano l’uno all’altro per vivere forse l’ultima possibilità di essere umani, di poter esercitare la grazia e la bellezza del contatto con un corpo che soffre di dolori fisici e/o spirituali.</p>
<p>Il film dei fratelli De Serio è antico, assoluto come un verso dei grandi libri anonimi e archetipici, ma è anche un film estremamente attuale: lo sguardo in soggettiva del bambino in metropolitana risveglia dentro le nostre coscienze la declinazione al proprio singolare, al proprio io della colpa di tutti.</p>
<p>“Sette opere” è un film necessario, che consiglierei di vedere a tutti gli uomini importanti delle Istituzioni, come Chiesa e Parlamento, perché riporta gli uomini, anche se dentro un generale pessimismo morale e politico, ai temi della fratellanza e della solidarietà, pur muovendosi in ambienti sordidi e lerci, in cui la grazia, però, sembra trovare la sua espressione più alta, sottile e assoluta. La grazia, vero tema di questo film, la possibilità della grazia o la piccola gioia di essere quasi salvi, come recitava la Rosselli, è una luce bianca e debole: il sole d’acqua che illumina le due assenze sui due sedili del bus che attraversa Torino.</p>
<p>P:S: Se vi ho solo affascinato rivedete pure il film e poi rileggete la recensione, di certo, capirete meglio cosa ho voluto dire. Io non sono un critico, ma ci sono un film per cui o si racconta la propria esperienza personale oppure si tace. E, in questo caso, tacere, magari, sarebbe stato meglio, ma credo sia giusto diffondere la voce.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/sette-opere-di-misericordia/">sette opere di misericordia</a></p>
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		<title>poso la testa sopra i tuoi ginocchi</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 16:06:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Ventitrè anni, e una vita intera,/che ti perdo, Giovanni, e che ti trovo/Tutti questi anni, ci ho messo, Giovanni,/per non mancarti ogni volta di nuovo.</em> La poesia somiglia spesso, e forse anche per una mera abitudine grafica, a una preghiera, a qualcosa che può essere recitato per ottenere qualcos’altro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/poso-la-testa-sopra-i-tuoi-ginocchi/">poso la testa sopra i tuoi ginocchi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/poso-la-testa-sopra-i-tuoi-ginocchi/bkgmenu/" rel="attachment wp-att-41597"><img class="alignleft size-medium wp-image-41597" style="margin: 8px;" title="bkgMenu" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/bkgMenu-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Ventitrè anni, e una vita intera,/che ti perdo, Giovanni, e che ti trovo/Tutti questi anni, ci ho messo, Giovanni,/per non mancarti ogni volta di nuovo.</em> La poesia somiglia spesso, e forse anche per una mera abitudine grafica, a una preghiera, a qualcosa che può essere recitato per ottenere qualcos’altro. La poesia, come la preghiera, tiene strette nei versi – anche se sciolti – le richieste, le invocazioni, le bestemmie e le lamentazioni, i desiderata. Quello che voglio, quello che chiedo, quello che odio, quello che amo. La preghiera, come la poesia, richiede esattezza. <em>Signore, compilo intero il miracolo/ oh non lasciare le cose a metà.</em> Così, aprendo <strong><em>Libro delle Laudi</em></strong> (Einaudi, 2012) di <strong>Patrizia Valduga</strong>, non ci si meraviglia affatto che le laudi del titolo siano tutto questo, solo che, in mezzo al generale astratto dei comportamenti di ognuno, Valduga inserisce – ritornello, mantra e punteggiatura – il nome Giovanni.<br />
<span id="more-41596"></span><br />
Il suo Giovanni, il mio, il tuo, un Giovanni qualsiasi di qualcuno altrettanto. Perché nella specificità, pure biografica, della ricorrenza di questo nome proprio, Valduga riscrive la sua personale versione del mito di Admeto e Alcesti. Di un amore che non può essere moneta di scambio – in vita, ma nemmeno in morte – e che dunque cresce e persevera nell’inadeguatezza sua e degli amanti. Inadeguatezza che è tutto, che fa sì che quando l’amato c’è si possa pure stare da soli, ma quando l’amato non c’è, allora niente è possibile e nulla esiste. I nomi propri, d’altronde, sono in sé stessi, preghiera, e poesia. Esatti. <em>Per lui, di tutti gli uomini il migliore,/prendi tutta la mia vita, signore./</em></p>
<p><em>Libro delle laudi </em>è un trittico, il primo pannello è datato “Luglio-Agosto 2004”, l’ultimo “Natale 2010”. In sei anni, i versi di Valduga, hanno cambiato soggetto d’invocazione, dal <em>Signore </em>delle prime liriche al <em>Giovanni</em> dell’ultimo pannello, non più una entità trascendente, un nome comune, un titolo, ma definitivamente un nome proprio, al quale Valduga confessa di non saper più con chi parlare. E se nel primo pannello l’invocazione era alla carità e alla dolcezza e alla comprensione e alla sospensione del dolore, nell’ultimo l’invocazione è all’assenza che ha portato via qualsiasi possibilità di carità, di dolcezza, di comprensione e di sospensione del dolore.</p>
<p>Quello di Valduga è un processo inverso alla transustanziazione, non il pane e il vino che si fanno corpo di Cristo, ma il corpo di Cristo che diventa pane e vino. E Giovanni. Tra i due pannelli, come in <em>Al Faro</em> di Woolf, c’è il tempo che è passato e che ha reso il corpo solo il ricordo di un altro giorno <em>e amare e non potermi abbandonare,/fare l’amore e non poter godere…</em> Come in <em>Al Faro</em>, l’equatore della possessione è all’altezza delle ginocchia (…) <em>perché non era la conoscenza che Lily Briscoe desiderava, ma l’unità pensò poggiando la testa sulle ginocchia della signora Ramsay</em> e <em>Poso la testa sopra i tuoi ginocchi…/Sto bene… Ce la faccio, anima cara…/</em></p>
<p>Tant’è che come è scritto nella nota, i versi di Patrizia Valduga e di Giovanni Raboni, più che intrecciati, sono <em>accavallati</em>. <em>E la notte si fa e si disfà,/e siamo fatti entrambi senza età:/ha funzionato meglio dell’analisi/il marchingegno della tua pietà.</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/poso-la-testa-sopra-i-tuoi-ginocchi/978880621016gra/" rel="attachment wp-att-41598"><img class="size-medium wp-image-41598" title="978880621016GRA" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/978880621016GRA-173x300.jpg" alt="" width="173" height="300" /></a><br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>P. Valduga, <em>Libro delle laudi</em>, Einaudi (2012), pp. 64, 8,50 euro.</strong></p>
<p><span style="color: #800000;">[il dipinto in apice è di <a href="http://www.dinovalls.com/"><span style="color: #800000;">Dino Valls</span></a>]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/poso-la-testa-sopra-i-tuoi-ginocchi/">poso la testa sopra i tuoi ginocchi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le notti sembravano di luna</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 08:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Laura Bosio</strong>, <em>Le notti sembravano di luna</em>, Longanesi, 214 pag.</p>
<p>La storia di <em>Le notti sembravano di luna</em>, in fondo, è presto detta: Caterina è una bambina di dieci anni in una eterna Italia di provincia in prossimità del boom economico del dopoguerra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/le-notti-sembravano-di-luna/">Le notti sembravano di luna</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/le-notti-sembravano-di-luna.jpg" alt="" title="le-notti-sembravano-di-luna" width="210" height="318" class="alignnone size-full wp-image-41439" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Laura Bosio</strong>, <em>Le notti sembravano di luna</em>, Longanesi, 214 pag.</p>
<p>La storia di <em>Le notti sembravano di luna</em>, in fondo, è presto detta: Caterina è una bambina di dieci anni in una eterna Italia di provincia in prossimità del boom economico del dopoguerra. Di tutti i sogni di bambina possibili il suo è quello meno femminile, in un paese che sta scoprendo l’emancipazione portata dall’industria ma che è ancora, culturalmente, contadino nel profondo: Caterina vuole correre in bicicletta, fare agonismo, vuole conoscere e affiancare i campioni del Giro d’Italia.</p>
<p>Leggiamo di continuo storie così. E di continuo ci affascinano, perché ogni volta sono identiche e differenti. Perché ogni volta ci viene riproposta la condizione umana, che è sempre identica e differente. Ogni volta ripercorriamo le stesse ansie e le riscopriamo di nuovo. C’è una età, quella dove il mondo fantastico dell’infanzia e quello inquieto dell’adolescenza si incontrano. Una terra di mezzo, dove cambia la voce, il corpo, la mente. Dove l’universo mitico e liquido della fanciullezza si raggruma, si solidifica in una identità più certa, marcata, dove si segna il carattere delle persone. Che diventano individui. Solidi e al contempo univoci, perciò malinconici. </p>
<p>Laura Bosio ci racconta tutto ciò. Ci racconta le piccole fabbriche di un nord ovest operoso, le moderne case di periferia, templi della nuova ricchezza, gli orti, il lungofiume, la cittadina ostile come un castello medievale, abitata da adulti irrisolti e da ragazzini che scoprono i primi, titubanti, turbamenti erotici. Tutto questo ce lo racconta visto dal sellino della bicicletta di Caterina. Non in velocità, ma con leggerezza, con equilibrio. La scrittura è limpida, anche se screziata da interferenze raffinate (chi dialoga con chi? Chi narra, per davvero, questo romanzo?) e l’affetto che l’autrice ha profuso tratteggiando i suoi personaggi è palpabile. Regalandoci, infatti, profili umani, sconfitti e fragili – come il padre di Caterina &#8211; difficili da dimenticare.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione <em>n. 47 del 22 novembre 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/24/le-notti-sembravano-di-luna/">Le notti sembravano di luna</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Supernova di Fabiano Alborghetti</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 14:59:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>“L’implosione di una supernova è caratterizzata da un&#8217;emissione luminosa tale che può uguagliare per un periodo di tempo limitato la luminosità della galassia che la ospita.” Dice così la nota di chiusura di questo densissimo <a href="http://82.85.103.115/Arcolaio/">libro di poesia </a>di <strong>Fabiano Alborghetti</strong>, uscito nella collana di plaquette “I nuovi gioielli” per l’edizioni L’Arcolaio di Gianfranco Fabbri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/supernova/">Supernova di Fabiano Alborghetti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>“L’implosione di una supernova è caratterizzata da un&#8217;emissione luminosa tale che può uguagliare per un periodo di tempo limitato la luminosità della galassia che la ospita.” Dice così la nota di chiusura di questo densissimo <a href="http://82.85.103.115/Arcolaio/">libro di poesia </a>di <strong>Fabiano Alborghetti</strong>, uscito nella collana di plaquette “I nuovi gioielli” per l’edizioni L’Arcolaio di Gianfranco Fabbri. Lo stato di supernova è lo stato della fine in cui si sprigiona l’energia più forte, si rivelano le cose ultime, su cui le parole si affaticano, perdono la loro carica interpretativa per farsi strumento di osservazione. Cosa ultima, luce stellare alla deriva estrema, sono in questo caso la malattia improvvisa di una persona cara ed il percorso che ne segue, oscillando ugualmente tra il nulla e la ripresa della vita. Il dolore, e ancora di più direi l’apparire della sostanziale fragilità dell’umano, producono una lingua secca, concentrata in scatti fotografici, immagini rapide che non chiedono conforto o spiegazione, ma di essere attestate ed accolte in quanto tali. La natura stessa della malattia, un ictus, è fulminea e transitoria: il trauma dell’astante è la presa di coscienza brusca che niente sarà più come prima, che la lentezza non è il processo di scomparsa o guarigione, ma la sospensione degli eventi in cui norma e sconvolgimento si ribaltano l’uno nell’altro. Proprio come gli occhi dei cervi accecati dai fari nella poesia di apertura, il presente è la sorpresa di qualcosa che c’è dove potrebbe tranquillamente non esserci: uno scarto impercettibile segna il passaggio tra il corpo vivo, memore di sé, e il corpo sorpreso dalla sua cancellazione. Se nei suoi lavori precedenti Fabiano ha indagato, mettendosi in gioco come essere umano prima che come poeta, l’invisibilità degli altri (<em><a href="http://www.poesia2punto0.com/2011/07/14/fabiano-alborghetti-lopposta-riva/">L’opposta riva</a></em>, opera corale sulle lingue dei migranti clandestini), e la quotidianità della violenza a livello familiare, una violenza difficilmente estraniabile e bollabile come altro da noi (<em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/22/registro-dei-fragili/">Registro dei fragili</a></em>), qui fa un passo ulteriore nell’’intimità degli affetti. Scopre in questi testi esatti, niente affatto inclini all’autocompiacimento nella sofferenza o al pietismo, che il paesaggio della nostra esperienza è legato inevitabilmente alla memoria di coloro che la intessono, che siamo responsabili di coloro che ci vedono, tanto più preziosi quanto precari. Il loro venir meno è il nostro.</p>
<p>***</p>
<p>Il panico esplode, irradia<br />
ti ferma: congelata sei ferma<br />
in ascolto della paura</p>
<p>gli occhi fissi come i cervi<br />
di notte, colpiti dai fari.<br />
L’immagine è chiara:</p>
<p>ma il cervo accecato non vede<br />
aspetta qualcosa che non accade.<br />
E’ cieco, interrotto</p>
<p>resiste alla fuga o aspetta il momento migliore.</p>
<p>***</p>
<p>Il sonno pieno dentro il farmaco<br />
perché il farmaco sostiene, protegge, cura.<br />
Esplosioni, lampi: è tutto lontano ora</p>
<p>anche l’ombra nera che ti mangia il fiato<br />
il battito mancato quando tutto torna indietro:<br />
il farmaco l’hai preso come fosse una preghiera.</p>
<p>Il tuo altrove<br />
è un respiro d’incoscienza. Notte piena.<br />
Dono, anche. Il tuo essere serena</p>
<p>contrastando la deriva.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/supernova/">Supernova di Fabiano Alborghetti</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>nel buio ogni cosa</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 10:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni d'alessandro]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/monastero_di_torba/" rel="attachment wp-att-41335"></a><br />
di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>La copertina non annuncia nulla di buono e anche il titolo, <em>Soli</em>, riporta alla mente una canzone di Adriano Celentano del 1979, ma se queste sono le premesse esteriori del romanzo di Giovanni D’Alessandro <strong><em>Soli</em></strong>, il racconto sovverte del tutto la prima impressione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/">nel buio ogni cosa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/monastero_di_torba/" rel="attachment wp-att-41335"><img class="aligncenter size-medium wp-image-41335" title="monastero_di_torba" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/monastero_di_torba-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a><br />
di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>La copertina non annuncia nulla di buono e anche il titolo, <em>Soli</em>, riporta alla mente una canzone di Adriano Celentano del 1979, ma se queste sono le premesse esteriori del romanzo di Giovanni D’Alessandro <strong><em>Soli</em></strong>, il racconto sovverte del tutto la prima impressione.</p>
<p>Un impatto immediato con quella che sembra essere la storia; un intreccio di vite e di vicende che ruotano attorno ad un ateneo del nord. I protagonisti sono due ragazzi, non più giovani, più verso i quaranta che i trent’anni, che si vedono costretti a combattere con le baronie da cui la nostra università è sopraffatta. Sembra un racconto delle ingiustizie che i due ricercatori subiscono nel loro ateneo, per poi essere scalzati da qualcuno raccomandato, ai quali non viene riconosciuta la evidente competenza nelle loro materie. Una storia del precariato nella generazione di mezzo. Medievista lui alla cattedra di Storia dell’arte, ricercatore alla sola età di 33 anni, associato a 37 anni,  e “precaria contrattista” lei nello stesso campo, vivono una situazione al limite del paradosso, dovendosi fare largo attraverso un mondo accademico viziato dallo strapotere del rettore dell’Università, Gianandrea Zentilomo, e dei suoi adepti. La storia inizialmente sembra raccontare questo. Ma già dalle prime pagine c’è dell’altro; il racconto si distende attraverso eventi che nessuno si aspetterebbe di trovare in un romanzo che appare di denuncia.</p>
<p>I due protagonisti Luca e Manuela (Manu), sposati da qualche anno, combattono per la loro affermazione, non nel mondo scientifico, perché da tutti sono riconosciuti come intelligenti e preparatissimi ma, in quello delle carriere facili senza titoli accademici e competenze. Luca poliglotta e studioso capace, Manuela donna intelligente, studiosa attenta e raffinata, hanno una padronanza delle loro materie profonda; nell’Università che, anziché appoggiarli e sostenerli, li tratta come docenti di serie b, tentano un percorso naturale: lui come professore ordinario, lei come ricercatrice scontrandosi con la protervia dei più forti.</p>
<p>E’ qui che il romanzo prende una strada inaspettata: Giovanni D’Alessandro, con la sua scrittura colta, accompagnata alla passione per la storia, interseca due mondi apparentemente diversi e lontani: l’attuale e il Medioevo: lo fa con un racconto che diventa quasi psicologico, attraverso l’estraneazione dal contesto del XXI secolo. Due storie vissute dagli stessi protagonisti ma che hanno risvolti completamente diversi; è da quando i ragazzi salgono sul Monte Monaco, luogo vicino L’Aquila, dove sorge un monastero solitario, per degli studi commissionati loro dal professore Sinibaldi, titolare della cattedra di storia dell’arte medioevale, ed escluso dai giuochi di potere dell’ateneo, che il romanzo diventa forte, immaginifico, trascinante; non perde un colpo D’Alessandro, mentre accompagna il lettore in un altro tempo, dove altre verità alloggiano.</p>
<p>Un mondo che si avverte in maniera strisciante sin dall’inizio del romanzo; c’é un’inquietudine sotterranea, preludio di quello che sarà il cuore del racconto. Un filo rosso che sottende e trattiene il lettore in una sorta di allerta continua. I sensi rimangono vivi nella lettura, mai c’è un calo d’interesse, anche nelle pagine nelle quali D’Alessandro, con estrema cura e puntualità, si lascia andare a descrizioni tecniche di affreschi e reperti storici, entrando nella specificità delle materie studiate ed insegnate dai due protagonisti e dal loro mentore.</p>
<p>Le scene di vita si intrecciano con un cambio di paesaggio continuo; la storia che D’Alessandro ambienta nel Medioevo, epoca storica cara ai due protagonisti e al professor Sinibaldi, loro alleato, ha il volto della Madonna Triste; ma non venga tratto in inganno il lettore dalla definizione che viene data del soggetto dipinto negli affreschi che Luca e Manu vanno a visionare sul Monte Monaco, perché la Madonna Triste ha il volto di una madre; la storia è pulsante. Le descrizioni sono vertigini di dolore, che attraversano i protagonisti e il lettore, uno strazio che avvolge e accomuna gli uomini di oggi e quelli di dieci secoli prima. I colori vivaci degli affreschi si miscelano con quelli cupi, la solitudine di quei luoghi, lontani secoli dal nostro tempo, si diffonde nelle pagine del libro e come una macchia d’olio si allarga sino a permeare i giorni a noi prossimi.</p>
<p>Ed è facile per il lettore entrare ed uscire da secoli così diversi, come nella strada a curve che i due ragazzi percorrono per arrivare al Monastero. La speranza, la compassione, la <em>pietas</em>, sono i sentimenti che affiorano e si intrecciano nel racconto; quando poi si corre velocemente verso le pagine conclusive del romanzo, per sfuggire alle immagini cupe e dolorose, si ha l’impressione di stare all’interno di un’arena dove lo scontro tra i protagonisti e i baroni dell’Università diventa dialettico; presente e passato combaciano attraverso il riscatto di Luca e Manu; viene spontaneo fare il tifo per loro e per il professor Sinibaldi.</p>
<p>Riaffiorano nello scontro tra cattedratici del XXI secolo, le figure rarefatte che abbiamo trovato nel tempo Medioevale.</p>
<p>Ritorna D’Alessandro con questo romanzo ad incantare il lettore; si ha la sensazione che i protagonisti che si affacciano e compaiono nell’ambientazione del Medioevo, siano stati sempre presenti nelle pagine del libro; anche una volta finito di leggere il romanzo, si avverte una sorta di vivida presenza, come se il lettore stesso fosse entrato in quei luoghi e in quelle situazioni descritte. Il pragmatismo degli avvenimenti universitari si miscela con gli eventi metafisici, che attraverso lo studio degli affreschi dell’oratorio di Monte Monaco, dove si recano i due studiosi Luca e Manu per fare le loro ricerche storiche, si frappongono tra la vita reale e la vita percepita, forse anch’essa vissuta ma in un altro tempo.</p>
<p>Giovanni D’Alessandro sonda il bene e il male, ce li sbatte in faccia con ferocia ma anche con garbo, in questo modo permette a ciascuno di noi di avventurarsi nel proprio abisso al quale mi piace dare il nome di inconscio con un artificio molto astuto: il buio di un pozzo che segna il punto di non ritorno. “<em>La luce si ritirava piano piano dalla parete più alta delle pareti del pozzo. Tra un po’ sarebbe scomparsa del tutto e avrebbe fatto ricadere nel buio ogni cosa</em>”.</p>
<p><em>Soli </em>riporta al secondo romanzo dello scrittore abruzzese, I fuochi dei Kelt, uscito per Mondadori nel 2004, altra ambientazione sempre storica, la guerra tra i Celti e i Romani vista da un auriga al servizio del cugino di Vercingetorige, dalla parte dei celti, che scava nell’umanità dei protagonisti, e nelle loro sensazioni di uomini, se pur guerrieri e in una ferocia per noi inusitata.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/san_paolo_-_soli/" rel="attachment wp-att-41334"><img class="alignnone size-medium wp-image-41334" title="san_paolo_-_soli" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/san_paolo_-_soli-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>G. D&#8217;Alessandro, <em>Soli</em>, San Paolo (2011), pp. 328, 18 euro.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/21/41333/">nel buio ogni cosa</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>caro sindaco, parliamo di biblioteche</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 13:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/idea-store-2/" rel="attachment wp-att-41339"></a></p>
<p>(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su <em>l&#8217;Unità</em> e a firma di Christian Raimo su <em>Il Manifesto</em> riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica)</p>
<p>di Chiara Valerio e Christian Raimo</p>
<p>#1 (Chiara Valerio)</p>
<p>“La biblioteca è un servizio di base, trasversale, che offre qualcosa a tutte le categorie di cittadini: vecchi e giovani, professionisti e disoccupati, casalinghe e immigrati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/">caro sindaco, parliamo di biblioteche</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/idea-store-2/" rel="attachment wp-att-41339"><img class="aligncenter size-full wp-image-41339" title="idea store 2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2.jpg" alt="" width="363" height="314" /></a></p>
<p><span style="color: #800000;">(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su <em>l&#8217;Unità</em> e a firma di Christian Raimo su <em>Il Manifesto</em> riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica)</span></p>
<p>di Chiara Valerio e Christian Raimo</p>
<p>#1 (Chiara Valerio)</p>
<p>“La biblioteca è un servizio di base, trasversale, che offre qualcosa a tutte le categorie di cittadini: vecchi e giovani, professionisti e disoccupati, casalinghe e immigrati. Copre un arco di interessi vastissimo e quindi è un sostegno vitale anche per altre strutture culturali come i musei, i teatri, i cinema. Occorre promuovere il coordinamento e l’integrazione fra tutti questi servizi.” <strong><em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em></strong> (Editrice Bibliografica, 2011) è un altro tassello che Antonella Agnoli, bibliotecaria et alia in un paese in cui (quasi) nessuno legge, sottrae al muraglione ideologico che sta intorno all’idea di cultura, di intellettuale e di privilegio culturale e che è il principale fortilizio che soffoca la mobilità tra le classi sociali nel nostro paese. Ed è quindi un altro tassello aggiunto al concetto di democrazia. Se ne <strong><em>Le piazze del sapere. <span id="more-41336"></span> Biblioteche e libertà</em></strong> (Laterza, 2009), Agnoli ha scritto che prima di fare cultura è necessario fare alfabetizzazione – e che entrare in una biblioteca in Italia significa, invece e troppo spesso, essere costretti a valutare la situazione sociale nella quale ci si trova, in base all’esperienza in altri ambienti pubblici e all’arredamento e che dunque “occorre pochissimo tempo a un potenziale lettore per capire, grazie a una quantità di indizi, quale sarà il suo posto all’interno dell’istituzione e valutare se rischia di rendersi ridicolo o di perdere la faccia” –, in questo pamphlet si rivolge direttamente alle amministrazioni locali per spiegare e dimostrare come, anche in tempo di crisi, sia possibile e pure necessario investire nelle biblioteche di pubblica lettura. Perché dire alle persone i libri che devono leggere è ideologia, lasciare che leggano e basta è democrazia. E quindi possibilità di evoluzione ancora prima che di rivoluzione. Le biblioteche di pubblica lettura, al contrario delle biblioteche di conservazione – che pure “sono state sempre un oggetto di valore collocato nelle nostra città come un vaso cinese in salotto, che potrebbe esserci oppure non esserci” – dal 1972 sono una responsabilità degli enti locali e spesso sono vissute come un “optional affidato alla buona volontà e alla lungimiranza della singola amministrazione” e non come la risorsa energetica che sono. “Nella crisi, la biblioteca è un’ancora di salvezza per i ceti più deboli, i giovani che non riescono a trovare un lavoro, i bambini che hanno bisogno di crescere in un ambiente stimolante e di fare esperienze culturali che in famiglia non potrebbero avere”. Tuttavia per essere davvero una risorsa energetica la cultura – continua Agnoli – ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare. Tutto il lavoro saggistico, e tutto il lavoro che Antonella Agnoli ha fatto e fa sul territorio – la direzione della biblioteca di Spinea (Venezia), l’ideazione della Biblioteca San Giovanni di Pesaro, il capillare giro di presentazioni de <em>Le piazze del sapere </em>in ogni minimo comune, biblioteca, circolo di lettura, presidio del libro italiano, scuole – gira intorno al concetto che il libero accesso ai libri è condizione necessaria e sufficiente alla salute, al mantenimento e all’adattamento, in epoca di accelerazione e manipolazione dell’informazione, del concetto di democrazia e della democrazia in sé. “Non si riflette abbastanza sul paradosso di un pianeta dove l’informazione è (relativamente) alla portata di tutti mentre l’impoverimento culturale della vita collettiva è palese”. Antonella Agnoli, come tutti coloro che sono padroni di un’ortodossia, è una vera eretica, le sue proposte per le biblioteche di pubblica lettura in tempo di crisi spaziano dalla possibilità di usare i locali delle biblioteche – di conservazione e di pubblica lettura – per matrimoni, feste di compleanno, mercatini di libri usati, come location per pubblicità, tutte proposte che rappresentano la reale possibilità di aprire un luogo considerato storicamente per studiosi, studenti, curiosi e intellettuali, a tutti. La sopravvivenza di una biblioteca garantisce – e leggendo Agnoli si esclama “è vero!” – la possibilità, a chi non può consentirselo per ragioni economiche o di lingua, di accedere alla rete, alla modulistica per bollette, pensione, alla possibilità di compilare un curriculum vitae. “Come i sindaci di un secolo fa non avevano dubbi sulla necessità di realizzare le foglie e di portare l’acquedotto nei loro comuni, così oggi si deve guardare alle connessioni a banda larga come a un diritto basilare dei cittadini, un <em>bene comune</em> importante quanto l’acqua”. La biblioteca, è insomma un luogo di confronto, discussione, alfabetizzazione e cultura. “La perdita dell’abitudine a ritrovarsi e confrontarsi in piazza, al bar, dal parrucchiere è uno dei molti motivi che rendono la nostra democrazia un guscio vuoto”.</p>
<p><strong>Odio la parola vocazione, tuttavia mi pare che per lei la diffusione della cultura somigli abbastanza a una vocazione… sono stati la scuola, l’università, i libri, le persone?</strong></p>
<p>Se sono quello che sono lo devo alla politica, non certo alla scuola. Non so bene chi mi abbia insegnato a leggere e scrivere, ma sono sicura che dai 14 ai 18 anni l’unica cosa che mi interessava era andare a ballare. Se dicessi che la cultura è stata per me una vocazione fin dall’infanzia penso che finirei nell’ultimo girone dell’inferno dantesco: dopo la maturità sono andata a Roma e invece che fare l’università frequentavo giovani artisti e la cellula di Potere Operaio (prima che fosse messo fuori legge). L’università, ripresa più volte, non l’ho mai finita, c’era sempre qualche cosa di più importante da fare. Penso che negli anni Settanta  il PCI sia stato l’università di un’intera generazione.</p>
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<p><strong>Perché ha deciso di lavorare su, con e per le biblioteche?</strong></p>
<p>La biblioteca l’ho scoperta quando me ne hanno data una da fondare: prima non ci ero mai entrata. Avevo fatto la campagna per il referendum sul divorzio, e poi quello sull’aborto e così avevo conosciuto il sindaco di Spinea, una città-dormitorio alla periferia di Venezia. Non sapevo nulla, ma a me piace fare cose nuove, organizzare luoghi e attività dove le persone possano stare insieme quindi ho iniziato dalla biblioteca per bambini, scommettendo che i genitori che accompagnavano i figli si sarebbero prima o poi accorti che era un posto piacevole anche per loro. Ho cercato di raggiungere le giovani coppie con figli, comprato i libri di Munari e sperato che funzionasse. Ha funzionato. Quando me ne sono andata, nel 2000, era passato in biblioteca il 50% di cittadini.</p>
</div>
<p><strong>#2</strong> (Christian Raimo)</p>
<p>Antonella Agnoli ha scritto un libretto semplice e bellissimo. S&#8217;intitola <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, l&#8217;ha pubblicato l&#8217;Editrice Bibliografica (in una collana d&#8217;introduzione alle biblioteche che comprende altri titoli utilissimi), costa dodici euro, è lungo un centinaio di cartelle non di più. È un libro-manifesto: puntuale nelle sue rivendicazioni come una <em>Lettera a una professoressa</em>, documentato e efficace contro l&#8217;ideologia dei social network come <em> Tu non sei un gadget </em>di Jaron Lanier, difensore di una prospettiva umanistica come <em>Non per profitto</em> di Martha Nussbaum. Leggendolo &#8211; ci si impiegano un paio d&#8217;ore &#8211; si imparano (o si fa mente locale su) diverse cose: che esistono due tipi di biblioteche pubbliche (quelle di conservazione tipo quelle della tradizione umanistica italiana; le <em> public libraries</em> tipiche di una tradizione protestante), che solo il 2% di italiani legge più di due libri al mese, che all&#8217;estero gli intellettuali non hanno il feticcio di costruirsi biblioteche domestiche e utilizzano quelle pubbliche, che a pensarci una biblioteca è un luogo di socializzazione e googlebooks no, che i volumi cartacei garantiscono meglio l&#8217;integrità e la permanenza di un testo rispetto ai loro corrispettivi digitali, che i supporti informatici cambiano nel tempo e diventano spesso non utilizzabili (leggere una cinquecentina oggi sarebbe possibile, provate a fare lo stesso con un floppy), che per trovare un testo che ci serve non abbiamo bisogno di un&#8217;infinità di possibilità ma di una selezione ragionevole, che  spesso un bibliotecario riesce a trovare quello che ci occorre meglio di un motore di ricerca, che i computer non possono essere un sostituto della scuola né di una biblioteca perché se accedo a più contenuti non è per niente detto che ne comprenda di più, che affinché arrivi la democrazia anche in Egitto o in Tunisia non bastano twitter o facebook ma serve scendere in piazza coi propri corpi e qualche volta morire, che Wikipedia non ce la fa già più a reggersi solo sul volontariato o sull&#8217;entusiasmo e che quindi tocca alle istituzioni mantenere nel tempo le grandi spinte collettive, che in Italia c&#8217;è un arretratezza culturale che sta diventando immobilismo (percentuali di lettori in diminuzione, tassi di laureati metà di quelli europei, grandi sperequazioni tra scuole rurali e scuole cittadine), che la cultura ha un bisogno vitale di infrastrutture intangibili tipo la capacità di dare valore a contesti di esperienze ricchi e complessi (e va letto o riletto il molto citato <em>Italia reloaded </em> di Coliandro e Sacco), che le biblioteche possono funzionare come luoghi sociali deputati all&#8217;incontro con l&#8217;Altro (questo capita per esempio alle donne musulmane a Whitechapel che utilizzano gli Idea Store per uscire di casa e emanciparsi frequentando un corso d&#8217;informatica all&#8217;insaputa dei mariti), che dalla crisi del 2007 le biblioteche pubbliche fanno da ammortizzatore sociale indispensabile per molti di questi nuovi poveri, che le public libraries sempre di più svolgono un ruolo di accesso alla cittadinanza (ci si va per avere una connessione gratuita a internet, o capire come presentare un documento on-line), che trovare i soldi per le biblioteche in tempi di crisi anche per un piccolo comune non è per nulla impossibile &#8211; qualche concorso Miss Bikini in meno o l&#8217;affitto delle sale magari per un matrimonio o una festa di compleanno sono solo alcune delle idee possibili, che se le biblioteche diventassero  capaci di fornire molti, moltissimi servizi (da uno sportello giuridico alla possibilità di pagare le bollette a una sede per corsi di yoga al bar per l&#8217;aperitivo) si trasformerebbero nei luoghi di riferimento per i cittadini e quindi dei presìdi democratici (<em>piazze del sapere</em>, per usare il titolo del precedente libro di Agnoli), che è basilare coinvolgere dei volontari che amplino lo spettro delle attività socioculturali da offrire, che le biblioteche &#8211; a saperle progettare &#8211; possono diventare come è accaduto in molti casi in Italia i centri propulsori di una strategia di riqualificazione urbana&#8230;</p>
<p>Insomma se io fossi un amministratore pubblico eleggerei questo <em>Caro sindaco </em> a mio libretto rosso per le prossime elezioni e scriverei il mio programma politico a partire da qui, ricavandone uno slogan semplicissimo: una biblioteca pubblica all&#8217;avanguardia in ogni quartiere e tra cinque anni l&#8217;Italia sarà diversa. Se, come racconta Agnoli, ha funzionato a Maiolati Spontini, un comune di 6132 abitanti in provincia di Ancona, perché non dovrebbe funzionare dappertutto?</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/copj170/" rel="attachment wp-att-41337"><img class="aligncenter size-full wp-image-41337" title="copj170" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/copj170.jpg" alt="" width="170" height="284" /></a><br />
<strong><br />
A. Agnoli, <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, Editrice Bibliografica (2011), pp. 138, 11 euro.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/">caro sindaco, parliamo di biblioteche</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Soffiando via le nuvole</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/soffiando-via-le-nuvole/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 08:58:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Stephen Kelman</strong>, <em>Soffiando via le nuvole</em>, 2011, Piemme, 292 pag., traduzione di Laura Prandino e Anna Rusconi</p>
<p>Guardare il mondo con gli occhi di Harri, un bambino di undici anni, giunto da pochi mesi in Inghilterra dal Ghana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/soffiando-via-le-nuvole/">Soffiando via le nuvole</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Kelman.jpg" alt="" title="Kelman" width="500" height="230" class="alignnone size-full wp-image-41089" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Stephen Kelman</strong>, <em>Soffiando via le nuvole</em>, 2011, Piemme, 292 pag., traduzione di Laura Prandino e Anna Rusconi</p>
<p>Guardare il mondo con gli occhi di Harri, un bambino di undici anni, giunto da pochi mesi in Inghilterra dal Ghana. Arrivato con la sorella e la madre, in una periferia urbana difficile, con il padre ancora in Africa, così lontano che al telefono sembra parli da un sottomarino.<br />
<span id="more-41088"></span><br />
Osservare il mondo e scoprirlo magico, come solo lo sguardo stranito dei bambini sa essere. Avere come amico un piccione, dialogare con lui. Aver i primi turbamenti preadolescenziali, i primi amori, essere troppo piccolo e già troppo grande. Vivere pure la morte di un compagno di classe, morte violenta e futile, come l’opportunità di una indagine fra amici, per scoprire il colpevole, proprio come in tv. Questo è <em>Soffiando via le nuvole</em> di Stephen Kelman.</p>
<p>La sfida, cioè, di uno scrittore adulto che al suo primo romanzo decide di immergersi nei pensieri e nelle parole di un bambino. Cercando di farci vedere con i suoi occhi, di pensare come lui. (Piccola nota di merito alla traduzione che ha dovuto ricreare la gergalità infantile dallo slang inglese).</p>
<p>Raccontarci una realtà problematica evitando i sociologismi. Kelman ce la fa. Vero è che forse la lunghezza del libro è eccessiva rispetto la semplicità della storia, cadendo ogni tanto nella ridondanza, ma è anche vero che ci si affeziona subito alla simpatia del protagonista, Harrison, capace di correre come il vento, di annotare ogni modo di dire – nuovo per lui e altrettanto per noi –, di osservare tutto famelico, appassionato di vita. </p>
<p><em>Soffiando via le nuvole</em> è all’apparenza un libro trasversale, facile, che può essere letto a tutte le età. Sembra a sfogliarlo un libro per adolescenti, in realtà è un romanzo, non ostante il tono festoso e magico della scrittura, profondamente malinconico che inchioda l’infanzia di Harri in un eterno presente, rendendolo incapace di spiegare le ali, come i suoi amici piccioni, verso il futuro.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione<em>, n. 43, del 25 ottobre 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/soffiando-via-le-nuvole/">Soffiando via le nuvole</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Baci Scagliati Altrove</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 13:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Baci-Scagliati-Altrove-Sandro-Veronesi-204x300.jpg"></a>di <strong><a href="http://www.danielamatronola.it/">DaniMat</a></strong><br />
<em>Sandro Veronesi</em>, <strong>Baci Scagliati Altrove</strong>, pagine 184, Fandango.</p>
<p>&#8220;All&#8217;età di undici anni, Mete barattò un pallone di cuoio regolamentare, nuovo di zecca e completo di ago, con la carabina Flobert di un compagno di scuola&#8221;– questo inizio, folgorante, apre il racconto <em>La furia dell&#8217;agnello</em>, settimo dei 14 messi insieme nella raccolta<em> Baci Scagliati Altrove</em> appena edita da Fandango.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/10/baci-scagliati-altrove/">Baci Scagliati Altrove</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Baci-Scagliati-Altrove-Sandro-Veronesi-204x300.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Baci-Scagliati-Altrove-Sandro-Veronesi-204x300.jpg" alt="" title="Baci-Scagliati-Altrove-Sandro-Veronesi-204x300" width="204" height="300" class="alignleft size-full wp-image-41000" /></a>di <strong><a href="http://www.danielamatronola.it/">DaniMat</a></strong><br />
<em>Sandro Veronesi</em>, <strong>Baci Scagliati Altrove</strong>, pagine 184, Fandango.</p>
<p>&#8220;All&#8217;età di undici anni, Mete barattò un pallone di cuoio regolamentare, nuovo di zecca e completo di ago, con la carabina Flobert di un compagno di scuola&#8221;– questo inizio, folgorante, apre il racconto <em>La furia dell&#8217;agnello</em>, settimo dei 14 messi insieme nella raccolta<em> Baci Scagliati Altrove</em> appena edita da Fandango. Un inizio folgorante che ho riconosciuto subito: apriva <em>La tartaruga</em>, racconto selezionato tra i molti di autori vari che composero nel 1990 il primo numero, dedicato al tema <em>La Paura</em>, della rivista <em>Panta</em>, ideata e fondata, con Elisabetta Sgarbi, da Pier Vittorio Tondelli che la diresse per i primi quattro numeri prima di morire di AIDS. Un racconto che ha conservato la sua semplice potenza e ora in quel titolo, allo stesso tempo simbolico e ossimorico, trova la sigla ideale, centrata, buona a fare il paio immediato con quell&#8217;incipit che, contro ogni previsione, ci introduce subito a una stranezza: un ragazzino, geloso possessore di un vero pallone di cuoio, rinuncia ad esso in un attimo, risucchiato nella promessa di eccezionale, inappellabile ferocia agitata da un fucile.<br />
Proprio questo è <em>il punto. Anzi, due</em>. <span id="more-40999"></span><br />
Questo racconto in particolare ci trascina in una escalation di furore che, come altrove nel libro, ma qui un bel po&#8217; di più, ci fa affacciare sul baratro del rovesciamento di fronte, tenendoci desti e vigili sempre con un brivido che sta lì a segnalarci paura, senso del pericolo, inerme inadeguatezza di chi è solo come chiunque di noi a fronteggiare caso e destino. Che dire del resto del pauroso buco nero da cui &#8216;il ventre della macchina&#8217; del racconto omonimo (titolo ricalcato sulla raccolta di saggi, <em>Nel ventre della balena</em>  di George Orwell, caro al ‘nostro’) occhieggia fin dentro l&#8217;abitacolo di un&#8217;automobile a quel che percepiamo spartana, disadorna? Non si tratta solo di un pozzo senza fondo, reso orrendo dal buio misterioso con cui e&#8217; identificato e dalla sua incontenibile vastità, ma in sovrappiù di un agente di orrore imprevedibile che riesce a invadere il ristretto abitacolo, come un diavolo in agguato che riesce a venire fin dentro la vita intima di chi abita quella macchina. E fa il paio con la scarpa di donna che dall&#8217;esterno ammara al centro del soggiorno, da fuori fin dentro casa, e rovescia, riaprendolo al secolo, il ménage monastico, tutto casa figli scuola e lavoro, condotto per anni dal protagonista.<br />
Ora, poiché non contano solo i termini costitutivi di un sistema ma soprattutto in che modo e secondo quali dinamiche essi si rapportano l&#8217;un l&#8217;altro, ciò che conta qui non e&#8217; solo il risultato (l&#8217;agente esterno che si presenta a dire che fuori c&#8217;è il mondo con le sue ingerenze potenziali e le sue temibili minacce, come in certe pièces di Harold Pinter per esempio, cioè come nel Teatro dell’Assurdo, della Crudeltà, della Rabbia e della Violenza): conta ancor più il percorso a ritroso che si attiva e sussiste a partire dall&#8217;irruzione di quello stesso agente, e ci fa inquadrare piuttosto, e meglio, chi ne e&#8217; snidato, ce lo fa mettere bene a fuoco, ce lo svela limpidamente proprio mentre quello lavora a mimetizzarsi.<br />
Decisamente illuminante a tal riguardo un passaggio di <em>Profezia</em>, piccolo miracolo di volteggio sul trapezio con tripli salti mortali e piroette aeree carpiate senza rete sotto: &#8220;&#8230; poiché so chi sei e conosco le tue opere, dico che ti riconoscerai nel goffo sforzo di esser sincero mentre stai mentendo&#8221;, utile a confermare l&#8217;inclinazione irresistibile dell&#8217;Autore a contraddire immediatamente un&#8217;affermazione nell&#8217;atto stesso di produrla, come dire che l&#8217;ambiguità e&#8217; congenita e ineludibile, e anche a ricordarci che la letteratura è una questione di salti mortali, come argomenta una raccolta di saggi di Raffaele La Capria.<br />
Venendo al secondo punto, nonostante tutti questi racconti in forma sparsa siano già stati pubblicati nel corso degli ultimi vent&#8217;anni (su <em>Linea D&#8217;Ombra</em>, su <em>Nuovi Argomenti</em>, nei librini estivi del <em>Corriere</em>, o nell’<em>Antologia dei Nuovi Narratori Italiani</em> – un Oscar Mondadori del 1993), rileggerli non solo non suscita (come personalmente ho temuto) la noia del già letto e noto, ma permette di rinvenire in questa prosa, ricca di figure proprie della letteratura fino alla elementare allitterazione, un metodo, un dispositivo rivelatorio, una progressione narratologica pulita e efficace, e questi racconti è come se risultassero nuovi di nuovo. La lingua va dritta a bersaglio, e&#8217; strepitosamente centrata, e, benché piena, pure risulta asciutta: emerge una pulizia del segno: ciò che la scrittura ordisce, per locali molecole e per tensione cucinata, poteva essere &#8216;arrangiato&#8217; solo con quella specifica precisione e compattezza, e del resto l’Autore trova entrambe in modo indubbiamente naturale, senza sforzo.<br />
Come fosse, narrare e orchestrare il racconto, l’unica forma per l’Autore di conoscenza del mondo; un modo di collocare gli elementi costitutivi del mondo in uno spaziotempo ordinato, cauto e rigoroso, secondo nessi contemporaneamente utili pratici e logici, umani non in senso caritatevole o peloso, ma sensato, tagliando via tutto ciò che non serve, tutto ciò che è deviazione o perdita di tempo. In questa scrittura c’è un ordine che serve a svelare meglio le mostruose contraddizioni del destino, le irruzioni risibili del caso, i rovesci di fortuna in agguato appena sotto la superficie dorata delle apparenze: nulla naturalmente è mai come sembra, come nel caso di Giacomo Costantini, amico forzato, modello imposto la cui verità è oscena e violenta.<br />
L’assurdo latente, lezione beckettiana appresa dal ‘nostro’ col cuore, è la perla da andare a cercare in questi racconti – i baci sono scagliati altrove perché c’è sempre un deragliamento, un’impennata, uno ‘spingere il momento alla sua crisi’, c’è sempre l’intuizione di uno scorrimento piano, a volte rovinosamente turbolento, di faglie in genere tangenti appunto ma pronte allo scontro, e tutto questo trascorre indisturbato fin quando non è colto da una percezione più sensibile orientata a intercettarlo.<br />
L’eXtra di questo libro è <em>LOVE</em> (Cap. 15 → 1990) tratto da <em>The Broom of the System</em> di David Foster Wallace, di recente debitamente adottato dal ‘nostro’ come fratello letterario.<br />
L’agente esterno e regista dell’episodio è il sagace Monroe Fieldbinder – un cognome (l’ottimo traduttore Sergio Claudio Perroni avrebbe potuto segnalarlo con una notarella rendendo omaggio a DFW, notoriamente maniaco delle note) piuttosto indicativo: vuol dire, elaborando un po’ ma è questa l’eco che emana, <em>circoscrittore del campo, marcatore del territorio</em>. Non vi dico perché è bene conoscere questo dettaglio per non togliervi il gusto del racconto: di certo il buon Monroe è tutto meno che il moralizzatore per cui si presenta, cosicché anche qui per l’appunto nulla è ciò che sembra, e l’orrore latente che scorre sotto la superficie senza esplodere fuori sta lì a occhieggiare in attesa del pertugio buono per dare l’assalto.<br />
Per la cronaca, <em>La Scopa del Sistema</em> fu uno dei primissimi libri editi da Fandango Libri (1999) nella collana Mine Vaganti ideata e diretta proprio da Sandro Veronesi: romanzo mirabolante pubblicato in America nel 1987, quando DFW aveva 24 anni, che si svolge perlopiù, con proditorio avantismo futurista, nel 1990, anno di pubblicazione del racconto da cui siamo partiti, <em>La furia dell&#8217;agnello</em>, cuore che batte implacabile al centro esatto di questa raccolta.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/10/baci-scagliati-altrove/">Baci Scagliati Altrove</a></p>
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		<title>c&#8217;era una volta</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/il-vuoto-fisico-delle-parole/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 09:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Egiziani-ebrei-400x260.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Queste cose dette da nonna, che le ripeteva continuamente, avevano il sapore della maldicenza: per il bene, non per il male. Lei calunniava il bene, la grazia che aveva ricevuto, perché era il bene a essere latente, non il male.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/il-vuoto-fisico-delle-parole/">c&#8217;era una volta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Egiziani-ebrei-400x260.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40946" title="Egiziani-ebrei-400x260" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Egiziani-ebrei-400x260.jpg" alt="" width="400" height="260" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Queste cose dette da nonna, che le ripeteva continuamente, avevano il sapore della maldicenza: per il bene, non per il male. Lei calunniava il bene, la grazia che aveva ricevuto, perché era il bene a essere latente, non il male. Qualcosa di enorme, la cui perdita era nientemeno che atroce, le era sfuggito nel tragitto dell’esilio. <strong>Il suono dei nostri passi</strong></em> di Ronit Matalon (Atmosphere 2011, trad. di E. Loewenthal) racconta di una famiglia ebrea egiziana con nonna sempre presente e padre ogni tanto, che, in seguito all’ascesa di Nasser e alla nazionalizzazione del canale di Suez, da un giorno all’altro deve lasciare il Cairo, insieme a una comunità di circa ottantamila persone, perché in Egitto non è più possibile lavorare, studiare e dunque vivere. È il millenovecentocinquantasei e la famiglia della voce narrante si trasferisce in un container in qualche Erez Israel tutt’altro che mitica, un prefabbricato anzi, senza fondamenta, appena appoggiato sulla sabbia. Paul Celan osservava <em>Non si può scrivere fuori dall’Egitto</em> e Ronit Matalon, ne <em>Il suono dei nostri passi</em>, aggira la questione mimando, con una scrittura in forma di nastro, il racconto orale. Sì, si può raccontare fuori dall’Egitto.<br />
<span id="more-40713"></span><br />
Aneddoti, situazioni, ricordi di un altro giorno, considerazioni, la lettura ininterrotta de <em>La Signora delle Camelie</em>, gesti tesi a ridefinire la patria perché se le cose non sono più patria, perché disperse e irriconoscibili, allora il rischio è che le persone diventino cose. <em>Ma tutto questo non era nulla al confronto con la cosa più inafferrabile e ingovernabile in assoluto: il malocchio che uno si procura da sé. Lei, la nonna pensava che il malocchio più devastante fosse quello che uno si procura da sé: lo sguardo invidioso, distruttivo che una faccia dell’anima rivolge all’altra. E la bambina era lei stessa, quasi lei stessa</em>. Chi racconta è “la bambina”, Toni, una eterna terza persona, non solo per grammatica. Parla di Levanah, una madre frenetica e lettrice, di un fratello maggiore adorato, Sami, di una sorella, Corinne, bella e appassionata di capelli e cuscini, del padre Maurice, che è segaligno, che fuma, che è stato un punto di riferimento dell’organizzazione degli ebrei sefarditi e vive separato e un poco sperduto, ma Toni del padre vede solo questo, il resto sono parole come “Sokhbah”, “emarginazione”, “comunità orientali” che non capisce ancora. <em>Ogni tanto urlava: “Al fuoco! Al fuoco!” La via deserta. La strada deserta. Io mi tappavo le orecchie con le dita dentro il prefabbricato, per non sentirla. Il vicino falegname usciva dalla segheria, la calmava. Veniva fuori la moglie del vicino falegname, la calmava. Veniva fuori la vicina del vicino falegname, Frida, infilava la faccia fra le grate del cancello, aguzzando gli occhi che tanto ricordavano la sua espressione al punto che se la dimenticavano. Lei non la calmava mica, lei era reduce della Shoah</em>.</p>
<p>La scrittura di Ronit Matalon è pastosa, evocativa e costruita tanto da riuscire assai bene a sembrare racconto orale, è colta senza essere incomprensibile, è avvincente. Perché descrive la necessità di separare e di definire lo spazio, l’eventualità di essere estranei anche in mezzo alla propria famiglia e improvvisamente, solo perché la geografia intorno è cambiata, la festa della vittoria di un popolo contro un altro che è sempre eccessiva e spesso disgustosa, come per appropriarsi di un posto, per ricominciare a utilizzare i possessivi, sia necessario conoscere l’aria e il vento che stanno tra le parole, le persone e le cose. Per questa perenne preghiera di esistenza dell’altro, che ascolta e risponde, <em>Il suono dei nostri passi</em> è un romanzo di possibilità, di sopravvivenza e di sorpresa nonostante, il cui basso continuo, o forse il flauto, è che non solo il dolore è un trauma, ma pure la bellezza, anzi, soprattutto la bellezza. <em>(…) non da gente che scappa da qualcosa verso qualcosa, sbattuta dal moto a scossoni fra passato e futuro, fra quel che è stato e quel che sarà, ma di chi ha la grazia del momento, d’essere sommerso da capo a piedi dalla cascata dorata del presente, rinfrancato dal misero suo arredo: la pioggia, la strada, la notte, il gatto, il marciapiede non asfaltato, una frase casuale detta o no, un ramo storto dalla malia, il prefabbricato davanti al quale siamo passati, come se niente fosse, proseguendo.</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/41Wkzd1+6CL._SL500_AA240_.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40714" title="41Wkzd1+6CL._SL500_AA240_" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/41Wkzd1+6CL._SL500_AA240_.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a></p>
<p><strong>Ronit Matalon, <em>Il suono dei nostri passi</em>, atmosphere (2011), trad. di Elena Loewenthal, pp. 352, 18,50 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/il-vuoto-fisico-delle-parole/">c&#8217;era una volta</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>sex of you more</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 09:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/patcarra1.jpg"></a></p>
<p><em>Il sex of humour è il sesso femminile, un sesso che ha il senso dell’umorismo, prima di tutto grazie alla sua distanza dal potere</em>. Nei pensieri illustrati di<strong> <a href="http://www.patcarra.it/">Pat Carra</a></strong> (<strong><em>Sex of Humor</em>, Fandango, 2011</strong>) raccolti eppure miscellanei, il cui filo rosso potrebbe essere la natura sensuale dei rapporti umani, c&#8217;è uno sguardo sempre chiaro, sempre sobrio, sempre intelligente, sempre, in qualche maniera, possibile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/14/sex-of-you-more/">sex of you more</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/patcarra1.jpg"><img class="size-medium wp-image-40700 alignleft" style="margin: 8px;" title="patcarra1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/patcarra1-234x300.jpg" alt="" width="234" height="300" /></a></p>
<p><em>Il sex of humour è il sesso femminile, un sesso che ha il senso dell’umorismo, prima di tutto grazie alla sua distanza dal potere</em>. Nei pensieri illustrati di<strong> <a href="http://www.patcarra.it/">Pat Carra</a></strong> (<strong><em>Sex of Humor</em>, Fandango, 2011</strong>) raccolti eppure miscellanei, il cui filo rosso potrebbe essere la natura sensuale dei rapporti umani, c&#8217;è uno sguardo sempre chiaro, sempre sobrio, sempre intelligente, sempre, in qualche maniera, possibile. Nelle sue vignette si riconosce così chiaramente uno sguardo che in effetti pare che le vignette ti guardino &#8211; anzi, che ti abbiano già visto &#8211; e riquadrino. Questi disegni includono, invece di lasciare fuori, i personaggi ci somigliano, perché, nella loro icasticità, tentennano. Nelle vignette di Carra non c&#8217;è in breve una superumanità perfetta &#8211; fisicamente, politicamente, dialetticamente &#8211; che giudica e ride prima degli altri e poi di sé, che è esente da errore, c&#8217;è qualcuno che abbiamo già incontrato e insieme al quale ridere <em>con</em> e mai <em>di</em>.<br />
<span id="more-40529"></span><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/patcarra3.jpg"><img class="size-medium wp-image-40702 alignright" style="margin: 6px;" title="patcarra3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/patcarra3-181x300.jpg" alt="" width="181" height="300" /></a><br />
Così l&#8217;umanità delle vignette di Pat Carra è prima di tutto sinonimo &#8211; e sintomo &#8211; di intelligenza, e <em>Sex of Humor</em>, una raccolta che fa compagnia.  C&#8217;è chi guarda, legge, pensa. E la satira anche quando è dura e spigolosa, lascia uno spazio dialettico, di risposta, di esitazione. A scorrere queste vignette, si vede bene che le rivoluzioni possono essere scanzonate, che un divano non è sempre un posto dove stare comodi, che Veronica Lario ha fatto qualcosa in più che divorziare da Silvio Berlusconi, che gli &#8220;annunci a luci rosse&#8221; possono davvero rendere le giornate di chi cerca, luminose come quelle di chi trova. Il punto di vista di chi scrive è in <em>Sex of Humor</em> quello dell&#8217;errore. Si ride perché si sbaglia, ci si corregge perché si sbaglia, si scrive perché si sbaglia. tutti sbagliamo. E così, nonostante le protagoniste dei fumetti di Carra siano quasi tutte donne, gli uomini pure possono riconoscersi, per una volta al complemento, per converso, senza essere il centro di un universo &#8211; fisico, politico, dialettico.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Pat-20-carra_gossipGalleryDetail.gif"><img class="size-medium wp-image-40705 aligncenter" title="Pat-20-carra_gossipGalleryDetail" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Pat-20-carra_gossipGalleryDetail-240x300.gif" alt="" width="240" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Pat Carra, <em>Sex of Humor</em>, Fandango (2011), 13,00 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/14/sex-of-you-more/">sex of you more</a></p>
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		<title>Il nome giusto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/25/il-nome-giusto/</link>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 06:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-nome-giusto.jpg"></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Sergio Garufi</strong>, <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle grazie, 234 pag.</p>
<p>Per alcuni autori la vita vince sulla scrittura, per altri la scrittura la sbaraglia. Non esiste vita se non attraverso i libri, non esiste esperienza se non condizionata dall’arte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/25/il-nome-giusto/">Il nome giusto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-nome-giusto.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-nome-giusto.jpg" alt="" title="il nome giusto" width="173" height="252" class="alignnone size-full wp-image-40436" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Sergio Garufi</strong>, <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle grazie, 234 pag.</p>
<p>Per alcuni autori la vita vince sulla scrittura, per altri la scrittura la sbaraglia. Non esiste vita se non attraverso i libri, non esiste esperienza se non condizionata dall’arte. Sergio Garufi sembra appartenere a questa categoria. La mediazione artistica, la citazione dotta, l’ammicco letterario, il rimando implicito, non devono però sembrare uno scudo per difendersi dalla vita; non sono una corazza che esclude il principio di realtà, semmai appaiono come una seconda pelle perfettamente aderente all’autore che amplifica la percezione emotiva del mondo.<br />
<span id="more-40435"></span><br />
<em>Il nome giusto</em> si apre, in effetti, col più irrealistico (e citatissimo) incipit immaginabile: un uomo, appena investito da una macchina, si rende conto di essere morto e allo stesso tempo di poter vedere il mondo da questa posizione di privilegiata condanna. Alla ricerca di un modo per poter essere dimenticato da chi lo ha amato in vita, per poter cioè finalmente abbandonare questa meta-realtà e disperdersi nel nulla, il protagonista, grazie all’ausilio, di capito in capitolo, di alcuni suoi libri svenduti ad un libraio, ripercorrerà la sua stessa esistenza: gli amori perduti, l’infanzia, i drammi familiari, il lavoro. </p>
<p>Garufi per sua fortuna è un autore esordiente ma non un “giovane autore”. Scrive con estremo equilibrio un libro che non è precisamente un romanzo (di “sformazione” borghese), ma una sorta di <em>patchwork </em>– simile a quelli venduti dal protagonista antiquario – composto da materiali nobili (<em>mémoire</em>, dissertazioni, divagazioni, aforismi) assemblati in apparenza senza alcun ordine narrativo, se non quello del gusto personale. Ma strada facendo ci si accorge di avere fra le mani di volta in volta non scampoli ma tessere di un mosaico che incastrandosi raccontano la resistibile discesa nell’anonimato di un uomo senza qualità, ossessionato dai suoi oscuri e irrisolti drammi familiari. La vita, insomma, l’autobiografia <em>tel quel</em>, si fa prepotente e crudele, fino a vincere sulla letteratura stessa.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione <em>n. 32 del 9 agosto 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/25/il-nome-giusto/">Il nome giusto</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>la pelle che abito</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/15/la-pelle-che-abito/</link>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 08:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[la pelle che abito]]></category>
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		<category><![CDATA[pedro almodovar]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-poster-di-la-piel-que-habito-196793.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Nicola Ingenito</strong></p>
<p>Sto per recensire l’ultimo film di Almodovar, quindi scordatevi ogni accenno alla trama, vi farei un grande torto. Insomma, si tratta di una pellicola a metà strada fra un melò e un noir: due generi che non meritano d’essere svelati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/15/la-pelle-che-abito/">la pelle che abito</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-poster-di-la-piel-que-habito-196793.jpg"><img class="size-medium wp-image-40283 alignleft" style="margin: 8px;" title="il-poster-di-la-piel-que-habito-196793" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/il-poster-di-la-piel-que-habito-196793-155x300.jpg" alt="" width="155" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Nicola Ingenito</strong></p>
<p>Sto per recensire l’ultimo film di Almodovar, quindi scordatevi ogni accenno alla trama, vi farei un grande torto. Insomma, si tratta di una pellicola a metà strada fra un melò e un noir: due generi che non meritano d’essere svelati. Ci sono però dentro: un chirurgo con progetti vendicativi che cade vittima del desiderio, una serva, uscita fuori da un feuilleton ottocentesco, madre di due fratelli pazzi e nemici, un corpo femminile bellissimo e flessuoso, un uomo tigre e i fantasmi delle donne amate dal chirurgo, tutte morte suicide, e un ragazzo scomparso.</p>
<p>Da <em>Tutto su mia madre</em> in poi, messo da parte <em>Parla con lei</em>, che è un film perfetto, Almodovar è riuscito a proporre personaggi e storie trasgressive, filtrate da una forte maturità personale e espressiva, che è riuscita a far arrivare le sue storie al grande pubblico così che i suoi film, per quanto non abbiano rinunciato a tematiche forti e spiazzanti, sono diventati sempre più accoglienti e un po’ buonisti.<br />
<span id="more-40282"></span><br />
Sembrava proprio un compromesso che il regista aveva istaurato fra sé e il suo nuovo e vecchio pubblico, sebbene gli irriducibili hanno bofonchiato sin da <em>Tutto su mia madre</em>, avendo malinconia per la carica scandalosa e adrenalinica dei primi film e antipatia per questa maturità che, forse, segna anche la fine di un certo percorso artistico. E, non necessariamente l’inizio di uno nuovo di uguale intensità.</p>
<p>Insomma, anch’io da tempo mi chiedevo, ma perché Almodovar deve piacere anche ai bacchettoni e alle famiglie del genere family day con qualche ideale liberal? Ero quasi infastidito dal fatto che nessuno di noi sarebbe stato più costretto a vedere i suoi film di nascosto, ma assieme ai genitori per apprendere, magari, una preziosa lezione di tolleranza e altre cose di questo genere.</p>
<p>Per <em>La pelle che abito</em>, invece, si sconsiglia la visione familiare, non vi aspettate nessuna consolazione, nessuna riappacificazione. E’ una partita che lo spettatore si gioca da solo di fronte alle ossessioni più cupe del regista: i lati oscuri del desiderio, dell’amore filiale, dell’amore genitoriale, delle pulsioni sessuali sono tutti elencati in una sceneggiatura che incastra la barocca varietà dei temi in una maniera fin troppo armoniosa, senza lasciare spazio a neanche un filo d’aria. Il corpo filmico di Almodovar è claustrofobico. Ritorna la carica trasgressiva e torbida dei primi film, laccata con i potenti mezzi autoriali e produttivi che il regista ad oggi può permettersi: la maturità di Almodovar, in questo caso, è solo privilegio di esperienza e produzione per raccontare le proprie ossessioni, il melò, il corpo, il noir, il cinema.</p>
<p>Infine, l’opera, seppure appassiona il fan di Almodovar, non può appassionare totalmente né lo spettatore, né il critico, o almeno me, né come spettatore, né come critico, perché il cotè di citazioni un po’naif, che vanno da Alice Munro, della quale la Paredes poggia una copia su un vassoio, ai cataloghi di Louise Borgeois sparsi per casa, alle scene, in cui la bellissima protagonista,Elena Anaya, fa yoga con una serie di movimenti, che ricordano le protagoniste di Pina Bausch e l’insistenza su certi particolari d’ambiente sono solo lungaggini e autocompiacimenti, dei quali il film avrebbe potuto fare a meno, magari a favore di un finale, che si propone come spiazzante e, invece, è solo frettoloso. Fosse che Pedro, a conti fatti, abbia preso il peggio del ragazzaccio e il peggio del saggio?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/15/la-pelle-che-abito/">la pelle che abito</a></p>
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		<title>The Pale King</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Sep 2011 06:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/The_Pale_King.jpg"></a> di <strong>DaniMat</strong></p>
<p><strong>The Pale King</strong>, di <em>David Foster Wallace</em><br />
(Little Brown &#038; Co., USA + Hamish Hamilton, GB per Penguin Europa – pagine 547, Aprile 2011)<br />
(Einaudi, IT – metà Ottobre 2011, traduzione di Giovanna Granato)</p>
<p><strong>Lo scrittore stenografo</strong> – Di Charles Dickens si sa che a 16 anni, dopo 2 o 3 di sfruttamento in fabbrica dove sgobbò per risarcire i debiti di suo padre (finito in carcere col resto della famiglia: metodi Vittoriani, sapete – ndr), imparò la stenografia, e a 18 era il più veloce e preciso stenografo del Parlamento inglese: ci avrete fatto caso, nelle sedute parlamentari c’è sempre qualcuno, in genere una donna, seduto a un banchetto posto al centro, tra gli scranni del consiglio dei ministri e l’emiciclo opposto (l’intero, appunto, arco parlamentare), che digita meccanicamente su un apparecchio – sta stenografando per verbalizzare la seduta in corso, ora in tecnologia digitale, ai tempi del grande romanziere in erba con carta inchiostro e pennino.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/25/the-pale-king/">The Pale King</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/The_Pale_King.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/The_Pale_King.jpg" alt="" title="The_Pale_King" width="160" height="212" class="alignleft size-full wp-image-40151" /></a> di <strong>DaniMat</strong></p>
<p><strong>The Pale King</strong>, di <em>David Foster Wallace</em><br />
(Little Brown &#038; Co., USA + Hamish Hamilton, GB per Penguin Europa – pagine 547, Aprile 2011)<br />
(Einaudi, IT – metà Ottobre 2011, traduzione di Giovanna Granato)</p>
<p><strong>Lo scrittore stenografo</strong> – Di Charles Dickens si sa che a 16 anni, dopo 2 o 3 di sfruttamento in fabbrica dove sgobbò per risarcire i debiti di suo padre (finito in carcere col resto della famiglia: metodi Vittoriani, sapete – ndr), imparò la stenografia, e a 18 era il più veloce e preciso stenografo del Parlamento inglese: ci avrete fatto caso, nelle sedute parlamentari c’è sempre qualcuno, in genere una donna, seduto a un banchetto posto al centro, tra gli scranni del consiglio dei ministri e l’emiciclo opposto (l’intero, appunto, arco parlamentare), che digita meccanicamente su un apparecchio – sta stenografando per verbalizzare la seduta in corso, ora in tecnologia digitale, ai tempi del grande romanziere in erba con carta inchiostro e pennino. Dickens imparò bene quel mestiere per non tornare a lavorare in fabbrica, dove, come poi avrebbe raccontato sempre, l’infanzia veniva sfruttata, come le donne, secondo un sistema assistenziale e vessatorio mai messo realmente in discussione, anzi ‘religiosamente’ dato per scontato: Dickens lo denunciò, anche se non rinunciò mai al tono comico, all’ironia lieve, arrotondandone forse troppo la ferocia, per quanto la sua cosiddetta “letteratura per ragazzi” è zeppa di criminali prostitute orfani ragazze–madri violenze e violazioni, e tutta una società attorno costruita e mantenuta uguale per vessare i deboli e conservare i privilegi ai forti.<br />
<span id="more-40150"></span><br />
<strong>Udite: questa non è fiction!</strong> – Nel suo romanzo postumo, David Foster Wallace ci avvisa che tutto ciò che il libro contiene è autentico, è anzi basato perlopiù su un materiale freneticamente e doviziosamente annotato molti anni fa, nella fase sua più compulsiva della scrittura, e cioè negli anni del primo periodo universitario (come studente ancora, non ancora come docente) e soprattutto tra il 15 maggio 1985 e giugno 1986, cioè nei tredici mesi che Dave Wallace trascorse come impiegato di infimo livello (GS-9) negli uffici di una localissima filiale (a Peoria, IL.) della Agenzia delle Entrate americana (IRS = Internal Revenue System). La gran mole di quei materiali non è stata propriamente stenografata ma certamente raccolta a velocità supersonica e con lena instancabile visto che “gli appunti” che nel libro sono stati elaborati contengono persino le trascrizioni fedeli di conversazioni tra impiegati o le sedute di addestramento dei nuovi ‘rotes’ reclutati a cura dell’amministrazione, riportando anche, anzi soprattutto, il fitto chiacchiericcio insulso, tra gossip e luoghi comuni, tra gergo impiegatizio e commenti sui manager delle alte sfere o anche delle sfere appena di poco superiori, che in genere sarebbe saggio ‘tagliare’, specie per il fatto che, essendo materiale autentico, gronda superfluo. </p>
<p><strong>Anche l’editor vuole la sua parte</strong> – In effetti Dave Wallace non ha finito questo lavoro. Non lo ha portato a termine perché si è tolto la vita prima, esattamente il 12 settembre 2008, quando sua moglie tornando a casa lo ha trovato impiccato nel patio della loro casa. Dunque, a mettere le mani sull’immensa mole di appunti e capitoli (appena abbozzati, a volte consistenti in sole scalette, altre volte dall’aria più compiuta o quasi definita: mille pagine, pare, in 150 unità non sempre assimilabili a capitoli), è stato il fido editor Michael Pietsch, che pare proprio (se per grande mestiere o grande confidenza col mondo di DFW, talento dolente e perfezionista, o se per magica miscela di entrambi) abbia esaltato, nello sfoltimento e nell’assortimento, l’arte che conosciamo esser propria di Dave Wallace, e abbia anche saputo far passare indenne e nitido l’intento narrativo di questo libro, crediamo dolorosamente chiaro a un certo punto al suo autore proprio nel corso di quell’esperienza prodigiosa che è l’attraversamento nella scrittura.</p>
<p><strong>Minute misery</strong> – Bene, immergendovisi fin sopra i capelli, lo scopo dell’autore è proprio mostrare quella miseria di cui dicevamo, pur vissuta da chi ne è opaco protagonista come necessaria e insostituibile (lo sappiamo, tutti anneghiamo, seppure spesso riluttanti, nella cronaca, nelle minuzie, nella minutaglia che zavorra implacabilmente le nostre già non lievi esistenze): proprio perciò tutto quel plumbeo <em>di più</em> viene tenuto, e diventa l’oggetto, con poche distrazioni, con poche valvole in cui rifiatare, di quel narrare, con molta insistenza sui dettagli, con scarsa economia di scrittura benché il ‘core business’ del libro non sia poi altro che l’economia americana e il sistema esattorial–fiscale sul quale essa poggia, con scricchiolii lontani più di recente divenuti crolli e tradotti dai fatti in sconcertante declassamento.</p>
<p><strong>Attenzione, il materiale non è stato lasciato grezzo in assoluto</strong> – Viceversa quel materiale è stato sapientemente trattato da questo magnifico artigiano e molatore della lingua, con un tale mestiere, così ricco di risorse tecniche e fonomorfologiche, che il tessuto di questa scrittura va rimandato alla fonte prima della indomita urgenza narrativa umana, la poesia, il format per eccellenza dei grandi romanzi modulari antichi. Ricorrono gli amatissimi acronimi e le spontanee allitterazioni, è tutto un fiorire di litòti che sono indizi anzi prove di una filosofia dell’esistenza in cui non c’è spazio per l’ipocrisia o la superficialità d’approccio alla realtà, ma vige invece una irrinunciabile immersione, senza risparmio e senza rinunce, proprio in ciò da cui chiunque distoglierebbe infastidito o atterrito lo sguardo.</p>
<p><strong>La scrittura come gorgo</strong> – Segno di questa idea di scrittura concepita come un gorgo non innocuo (eccovi scodellata una bella litòte), come un abisso che afferra e attrae, cui dunque non si resiste (sussistendo in Dave Wallace scarsa volontà di resistenza), sono i periodi lunghi, classificabili come composti–complessi, intessuti d’una sintassi vertiginosa, ma anche, direi parimenti, il numero ingente di note a piè di pagina (le cosiddette ‘footnotes’) che contaminano il libro (già ibridato come mémoir, dunque non–fiction, benché il procedimento d’esposizione sia poi d’impianto narrativo saldo) con una sostanziale struttura saggistica, per un intento appunto preciso.<br />
Dunque intanto una lode speciale va alla traduttrice, Giovanna Granato, che già per gli ultimi titoli del nostro DFWtradotti in Italia, cioè da quando i diritti sui suoi libri sono stati acquisiti da Einaudi, è la eroica traduttrice di questo grande scrittore, dotato di un talento immenso che è stato per lui anche una dannazione e credo (azzardo) lo abbia alla fine divorato. </p>
<p><strong>Dunque, l’intento preciso del libro</strong>: raccontare per conoscerlo il tragitto perverso che ha reso gli Stati Uniti un Grande Paese che pure ha incubato tutti i prodromi della propria autodistruzione: un colosso d’argilla a lento sgretolamento, un re glorioso ora in affanno, smunto, pallido, malaticcio, febbricitante di una febbricola che ogni tanto ha dei picchi massimi particolarmente sfibranti. Accadde nel 1929, è accaduto parzialmente nel corso del doppio mandato del Presidente/Attore, Ronald Reagan, in piena Reaganomics (la linea sportiva dell’economia americana che generò parimenti lavoro e inflazione, allegria d’investimenti e principio di ogni successiva débacle), fino a tutti i frutti maturati nelle rovinose gestioni (Bush, ndr) successive e approdati al crollo dal 2004 in poi, fino al declassamento recente di cui si diceva. </p>
<p><strong>Il sottosuolo dostoevskjiano è un fortino insidiato</strong> – L’obiettivo su cui insiste ciò che Dave Wallace ci documenta e ci racconta qui ‘trovandolo’, cioè rivelandolo anche a se stesso attraverso quello strumento conoscitivo formidabile che è la scrittura, è comprendere quanto, e quanto a fondo, l’economia e la sua ricaduta sociale entrano non solo nel quotidiano delle persone, ma nella loro mente, nei loro cuori, nelle loro relazioni, spesso determinandoli.<br />
Nel libro si aggirano creature grigie, opacizzate dalla continua disconnessione di sé da sé stesse a causa della particolare realtà che domina le loro vite, e tende, perlopiù riuscendoci, ad allontanarli dalla loro vita vera. Il libro è in effetti la documentazione del braccio di ferro, meglio ancora del tira–e–molla degl’individui con la realtà che spesso, soverchiante, viene confusa con la vita e accettata come normalità, pur essendo tragedia latente riconoscibile. </p>
<p><strong>Rotes &#038; routines </strong>– La maggior parte dei personaggi che volteggiano in questo walzer amaro è costituita dai rotes (esaminatori dei profili fiscal-esattoriali dei contribuenti americani – sapete bene quanto negli Stati Uniti ‘il contribuente’ sia agitato come spauracchio dai politici nelle loro campagne elettorali), ultime ruote impiegatizie (ma è solo un’assonanza, ‘rote’ ha a che fare con ‘routine’) del sistema esattoriale, e i loro istruttori e dirigenti. Creature assorbite totalmente nelle proprie mansioni al punto di coincidere con esse, ma dopotutto umane, con delle vite sotto la crosta della divisa di lavoro: l’abito completo, e i loro cappelli – non vi ricorda questo certi film con Jack Lemmon, e certe scene di telefoniste freneticamente intente a infilare spinotti per facilitare connessioni con formule d’espressione stereotipate, tutti asserragliati dietro una condivisa moda media borghese?</p>
<p><strong>I dirigenti e le donne</strong> – Anche i dirigenti sono temuti ma scoloriti – come Leonard Stecyck, alunno diligente alle elementari (1969), che i compagni di scuola buttavano a terra per pisciargli addosso, ma poi fu l’unico a mostrare prontezza e competenze per soccorrere Mr Ingle, docente pure lui ostile, quando nel laboratorio di carpenteria costui maldestramente rimase preso con la mano nella sega a nastro. Un leader, Stecyck, modesto e accurato, ora scolorito nella sua identificazione routinaria di travet della burocrazia economica, con una sua vita vera, dunque individuo degno.<br />
Donne poche. Ma quelle poche o sono delle manager infernali oppure sono gli oggetti prediletti di uomini violenti e rapaci rispetto ai quali le madri le sorelle le nonne le figlie devono difendersi escogitando soluzioni di sottrazione. È memorabile e toccante la scena che vediamo nel capitolo 8 in cui una bambina, per sottrarsi alle vessazioni di uomini arrapati e dispotici, per minuti giace, come le è stato insegnato, immobile senza chiudere le palpebre e senza respirare, fingendosi morta. Non si fa così anche con gli orsi – per fare in modo che l’orso, annusandoti e credendoti senza vita, ti lasci perdere e se ne torni nella boscaglia? Dave Wallace sigla questo episodio con una protesta che è un grido: “for a child is no doll, and does need to blink and breathe” (poiché una bambina non è una bambola, e deve pur chiudere gli occhi e respirare – <em>trad. mia, ndr</em>).</p>
<p><strong>La bocca solleviamo dal fiero pasto</strong> – A libro chiuso, attraversato con lena e resistenza, e con recisa riconoscenza (e so di far parte di una truppa bella corposa), l’affollamento e il caos di attori e scene non impediscono (litòte, di nuovo) di conservare netti i doni che il libro ci lascia. Non solo il nodo aggrovigliato del continuo alternarsi di persona pubblica e persona privata nell’individuo tirato tra percezioni multiple della realtà e del proprio starci dentro, dell’io e del suo allontanamento dal sé, processo irresistibile che può finire per essere dannato e irreversibile, e allargare nella testa un buco dolente tra ricordo vago di una appartenenza e stringente nostalgia del proprio mondo perduto. Ma anche questa definizione del singolo come biella di una macchina complessa in cui il piccolo anello deve roteare governato da un moto meccanico uniforme e finisce macinato via anche quando non si oppone al congegno superiore. </p>
<p><strong>Dave Wallace sparisce – diviene creatura del sistema</strong>. Lo scrittore, che fu un <em>rote </em>per una sorta di servizio civile reso a Peoria (IL) in quei tredici mesi tra il 1985 e il 1986 dopo esser stato scoperto come il ghost writer o autore a pagamento dei research papers dei suoi colleghi di college, volente o nolente fu ingoiato dal sistema. Dovette crescere, perdere l’aura della giovinezza o temporaneamente separarsene. Fu separato da se stesso. Molti anni dopo, anche per ragioni alimentari, ha rielaborato la scottante materia in questo mémoir pur incompiuto. Ho ripensato con prepotenza al saggio di Cynthia Ozick che ho tradotto anni fa per <em>Il Dovere della Felicità</em> (saggio Baldini&#038;Castoldi Dalai del 2000, autori F. La Porta e A. Carrera) in cui l’autrice ebrea americana, analizzando <em>I Sommersi e I Salvati</em>, ultimo libro di Primo Levi, dimostra due cose: dopo decenni finalmente in quel libro esplose la rabbia di Levi tenuta sopita negli altri libri sul lager, e, una volta lasciata esplodere quella rabbia come una liberazione, Primo Levi si uccise. </p>
<p><strong>Il re è pallido: sbiadisce</strong> – Dave Wallace in questo mémoir rimesta nei documenti di una propria parentesi, privata e pubblica a un tempo: rimesta nel grigio opaco delle minute maglie burocratiche in cui vide che individui macinati dalla macchina di base dell’economia del Paese o erano quasi felici o non erano abbastanza ribelli e vide se stesso confuso con essi. Il ragazzone con la testa tante volte cautamente fasciata, ironico e depresso, acuto, facondo, prolisso e digressivo, pieno di fiducia nella letteratura e nella potenza della scrittura, ha visto sbiadire le promesse della propria fede. E si è ritirato dalla partita.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/25/the-pale-king/">The Pale King</a></p>
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		<title>In una stanza sconosciuta</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 06:30:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Damon-Galgut.jpg"></a><br />
di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Damon Galgut</strong>, <em>In una stanza sconosciuta</em>, edizioni e/o, trad. Claudia Valeria Letizia</p>
<p>La letteratura si fa in molti modi, non necessariamente con i romanzi. Epistolari, poesie, invettive, teatro. Tutto ciò che è scritto può essere letteratura, è solo la qualità della scrittura che fa la differenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/12/in-una-stanza-sconosciuta/">In una stanza sconosciuta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Damon-Galgut.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Damon-Galgut.jpg" alt="" title="Damon-Galgut" width="419" height="255" class="alignnone size-full wp-image-40076" /></a><br />
di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Damon Galgut</strong>, <em>In una stanza sconosciuta</em>, edizioni e/o, trad. Claudia Valeria Letizia</p>
<p>La letteratura si fa in molti modi, non necessariamente con i romanzi. Epistolari, poesie, invettive, teatro. Tutto ciò che è scritto può essere letteratura, è solo la qualità della scrittura che fa la differenza. Damon Galgut è uno scrittore di ottima fattura, non so dirvi se <em>In una stanza sconosciuta</em> sia un romanzo, un reportage, un <em>mémoire</em>. In teoria è un libro di viaggi. Tre, per la precisione, fra Africa, Europa, India. Ma non aspettatevi una guida turistica.<br />
<span id="more-40075"></span><br />
Persino le descrizioni dei luoghi visitati, e spesso sono posti di una bellezza mozzafiato, sono scarse e poco suggestive. Il viaggio, in fondo, è una delle più antiche metafore della letteratura. Raccontare è già viaggiare. Lo scrittore sudafricano ha capito, come la migliore della letteratura di viaggio sa, che i paesaggi interiori sono, oggi, quelli più difficili da riportare: la sofferenza del cammino, non solo il fascino ma anche la paura dell’ignoto, la scarsa consistenza dei legami che si intessono per strada e allo stesso tempo la loro forza ricattatrice. </p>
<p>Non so dirvi cosa sia esattamente questo libro, ma so che è intenso, forte, emozionante. Un libro persino crudele, con se stesso e con chi il protagonista incontra lungo il percorso, autoanalitico fino a denudarsi del tutto di fronte al lettore. Carico di un eros omofilo continuamente represso e di una presenza continua della morte che struttura, sottotraccia, tutto il testo. </p>
<p>Viaggiare diventa per Galgut un continuo perdere le tracce, perdersi per paura di trovarsi, viaggiare per negarsi un ritorno. È la fragilità dell’esistenza umana che Galgut racconta in questi suoi personalissimi e privatissimi viaggi. La narrazione continua ad alternarsi fra una prima e una terza persona, spesso all’interno della stessa frase. Come a rendere presente la prepotenza del ricordo e la sua inevitabile distanza. Viaggiare è sapere che in quei luoghi, alla fine, non ci siamo mai stati, per davvero. Come è la vita stessa.</p>
<p>[<em>Pubblicato su </em>Cooperazione,<em> n. 27 del 5 luglio 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/12/in-una-stanza-sconosciuta/">In una stanza sconosciuta</a></p>
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		<title>l&#8217;attesa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/06/40012/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 09:45:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/800px-GustaveDore_She_was_astonished_to_see_how_her_grandmother_looked.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>L’attesa è quel che le cose non hanno: la facoltà di abbandonarsi. Le cose non si abbandonano. L’attesa non vuole niente, non si rappresenta niente, si riposa</em>. Ci sono prose, in forma narrativa o saggistica, che contengono al loro interno la definizione di ciò che per l’autore esiste, di ciò che per l’autore compone e colora il mondo, dentro e contro le parole.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/06/40012/">l&#8217;attesa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/800px-GustaveDore_She_was_astonished_to_see_how_her_grandmother_looked.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40016" title="800px-GustaveDore_She_was_astonished_to_see_how_her_grandmother_looked" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/800px-GustaveDore_She_was_astonished_to_see_how_her_grandmother_looked-300x209.jpg" alt="" width="320" height="222" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>L’attesa è quel che le cose non hanno: la facoltà di abbandonarsi. Le cose non si abbandonano. L’attesa non vuole niente, non si rappresenta niente, si riposa</em>. Ci sono prose, in forma narrativa o saggistica, che contengono al loro interno la definizione di ciò che per l’autore esiste, di ciò che per l’autore compone e colora il mondo, dentro e contro le parole. <em><strong>L’attesa</strong></em> (et. al/ edizioni, 2011) di Ginevra Bompiani da questo punto di vista, è esemplare. In quattro sezioni e un’iniziale “nota tardiva” – dove l’autrice specifica che questa è una edizione parzialmente riveduta del testo originale pubblicato per i tipi di Feltrinelli nel 1988 –, Ginevra Bompiani fa la sua dichiarazione di ontologia e di poetica. Esiste solo quello che aspettiamo. L’inatteso, l’ospite, esiste solo in quanto non corrispondente all’atteso. La non corrispondenza di atteso e ospite è il tempo nel quale decidere che accoglienza riservare. <em>Ogni estraneo è un’attesa tradita. Ogni ospite sorprende la nostra impreparazione, e misura la nostra umanità sul tempo che intercorre fra la rinuncia alle rappresentazioni che l’hanno preceduto e il benvenuto sulla porta</em>.<br />
<span id="more-40012"></span><br />
<em>L’attesa </em>ha il passo del saggio e la tensione della narrativa. È attraverso i libri che Bompiani procede, dimostra, confuta, racconta. È attraverso un’elencazione di figure, personaggi, storie e antipodi che Bompiani trasforma la lettura di questo libro piuttosto una visione. L’attesa si vede e si sente molto più di quanto sia detta, e questo vedere è sentire è fatto attraverso le parole intrecciate che, come i vinci di una cesta, vanno componendo uno spazio. Ginevra Bompiani costruisce infatti casse acustiche nelle quali ci si riconosce oppure ci si perde, nelle quali si sta, si è accolti, per un momento, per occasione o per sempre, perché la sua è una scrittura, per la quale, utilizzando parole di Marina Cvetaeva, la testa trae profitto dal cuore. Così chi legge beccheggia tra “attesa” e “sorpresa”, “attesa” e “compimento”, “prigione” e “ripetizione”, “rappresentazione” ed “espressione”, “miracolo” e “morte”, “amore” e “ombra”, “riconoscimento” e “assenza”. <em>Non è questo miracoloso riconoscimento dell’altro come lo stesso, che l’amore festeggia?</em></p>
<p>Con una traslazione del principio di indeterminazione di Heisenberg – è impossibile conoscere contemporaneamente e mediante osservazione la posizione e la velocità di una particella in moto – penso che Bompiani, in questo libro, abbia raccontato, l’impossibilità di conoscere, contemporaneamente e mediante osservazione, desiderio e attenzione, il “quando” e il “chi” di colui che arriva, il “come” e il “chi”, il “quando” e il “come” privi di soggetto. Bompiani passa, con un filo rosso e spesso, per Valery, Wittgenstein, Borges, Caproni, per la morte di un Calvino mai nominato, per Henry James e Stevenson, per Kafka e Novalis, per Leonora Carrington e Tasso, per quelle parole, di avventura, perdita, sovrapposizione e sfasamento che tutte ci hanno cullato nell’idea che non solo qualcosa sarebbe accaduto, ma che qualcuno sarebbe accaduto. Perché l’attesa, al contrario del presente, è lo spazio della vita, la stanza dei sentimenti, il pozzo delle condoglianze. Perché, nonostante nell’attesa il corpo sia deposto – come pure ha osservato Woolf – i fantasmi, gli spiriti, le parole si comportano come i corpi – negli spazi conchiusi si moltiplicano, vivono.<em> L’attesa, come il desiderio, è uno dei luoghi in cui il pensiero batte più accanitamente contro i muri del linguaggio</em>. L’attesa è l’intervallo, di tempo e spazio, tra il passato di quello che avrebbe potuto essere e il futuro di ciò che potrebbe. L’attesa non è il presente indicativo dello stare al mondo, ma l’imperfetto che è contemporaneamente un tempo e uno stato. Con l’abilità e la fede – fosse pure solo fede narrativa – di qualcuno a cui sia stato chiesto di aggiungere ai tarocchi una carta che da sola possa contenere la vocazione e la tensione di una vita, Bompiani aggiunge l’atteso. Montale d&#8217;altronde ha scritto <em>L’attesa è lunga, e il mio sogno di te non è finito.</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/BompianiP.jpg"><img class="size-full wp-image-40013 aligncenter" title="BompianiP" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/BompianiP.jpg" alt="" width="193" height="271" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>G. Bompiani, <em>L&#8217;attesa</em>, et al./ edizioni (2011), pp. 102, eu. 12.</strong></p>
<p><strong>a latere</strong></p>
<p>In <em>Chi non ha il suo Minotauro?</em> di Marguerite Yourcenar, Teseo e Autolico sono in strada, come due giovanotti in strada, confabulano. Giunge Arianna. Teseo dice “Aspettavo te,” Arianna risponde “Non aspettavi me, aspettavi quella che doveva arrivare.” Per questo breve dialogo, letto molto prima di capire, quando solo mi sembrava divertente e sbruffone, scritto per il gusto mio di ripeterlo agli amici incontrati in giro, le mie attese sono pure presenti. E le mie rappresentazioni narrative non si quietano davanti all’ospite né davanti all’atteso. L’atteso e l’ospite si scambiano, si perdono, si ritrovano. Stanno. Per questo motivo il mio senso di realtà è perduto e le mie attese sono sempre affollate. Spesso affollate dalle rappresentazioni distopiche, sfasate, iterate, della stessa cosa. <em>(…) lo stato di attesa è (…) un imparare ad abitare la propria casa sopportandola: sia questa casa il sé o il mondo.</em></p>
<p><em><br />
Chi è oggi un seduttore? (…) i seduttori sono diventati gli oggetti. Essi infatti hanno tutte le qualità necessarie: sono fermi, sono indolenti, non amano, non vogliono e sicuramente si annoiano. Per questo ispirano desideri immoderati. Oggi siamo tutti sedotti dagli oggetti e solo da loro. In loro speriamo perché ci cambino la vita, ci diano la felicità tanto sognata, ci siano fedeli e leali. Da loro vogliamo tutto. Proprio da loro, che non possono darci niente, perché non hanno niente, se non un gran silenzio, finché qualcosa come un palcoscenico non presta loro una voce. Come i seduttori.</em> (G. Bompiani, <em>Seduzione</em> in <strong><em>Parola di donna</em></strong>, Ponte alle Grazie, 2011). Gli oggetti seducono ma non hanno abbandono. Qual è la differenza tra seduzione e abbandono, o qual è la differenza tra cosa e oggetto?</p>
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		<title>Jorge Luis Borges racconta il libro &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 10:12:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Lucio Angelini]]></category>
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		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>[Sergio Garufi ha pubblicato finalmente un romanzo: <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle Grazie, 2011 - disponibile stampato (<a href="http://www.ibs.it/code/9788862203579/garufi-sergio/nome-giusto.html">IBS</a>, <a href="http://www.amazon.it/nome-giusto-Romanzi-Sergio-Garufi/dp/8862203578/">Amazon</a>, €16 meno 10-40% sconti) e in ebook (purtroppo con DRM, <a href="http://www.ibs.it/ebook/Garufi-Sergio/il-nome-giusto/9788862204224.html">IBS</a> €11,99). Lucio Angelini, suo scanzonato ammiratore, ne ha scritto una recensione - JR]</p>
<p><strong>di Lucio Angelini</strong></p>
<p>La prima volta che incontrai Garufi fu a Venezia, all’Hotel Londra Palace.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/jorge-luis-borges-racconta-il-libro-il-nome-giusto-di-sergio-garufi/">Jorge Luis Borges racconta il libro &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[Sergio Garufi ha pubblicato finalmente un romanzo: <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle Grazie, 2011 - disponibile stampato (<a href="http://www.ibs.it/code/9788862203579/garufi-sergio/nome-giusto.html">IBS</a>, <a href="http://www.amazon.it/nome-giusto-Romanzi-Sergio-Garufi/dp/8862203578/">Amazon</a>, €16 meno 10-40% sconti) e in ebook (purtroppo con DRM, <a href="http://www.ibs.it/ebook/Garufi-Sergio/il-nome-giusto/9788862204224.html">IBS</a> €11,99). Lucio Angelini, suo scanzonato ammiratore, ne ha scritto una recensione - JR]</p>
<p><strong>di Lucio Angelini</strong></p>
<p>La prima volta che incontrai Garufi fu a Venezia, all’Hotel Londra Palace. Si era spacciato al telefono per un laureando alle prese con una tesi su di me, ma nessuno gli aveva creduto e non gli era stato accordato alcun appuntamento. Lui si presentò lo stesso alla reception alle nove di mattina.  Maria Kodama, la mia segretaria, scese garbatamente contrariata e gli concesse di parlare con me giusto il tempo della colazione. Un inserviente lo accompagnò fin sulla soglia della mia camera, dove si arrestò “come davanti a una ierofania” (avrebbe raccontato in seguito in giro per la rete), e io lo accolsi declamando i versi dell’inferno dantesco: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, seguiti da un paio di spettacolari ipallagi virgiliane. <span id="more-39905"></span>Volevo fargli capire che consideravo la letteratura solo un adorcismo e lui reagì tentando di stupirmi con una tautologia del tipo: “Sì, sì, la letteratura è davvero l’unico modo che abbiamo per interloquire con le furie che ci tormentano.” Ciò non toglie che all’ammirazione entusiasta per la grande letteratura italiana, in me si accompagnasse spesso un sentimento di prevenzione verso gli italiani, con ogni probabilità derivato dalla loro massiccia emigrazione in Argentina nei primi anni del Novecento. Negli anni Venti un’intera metà degli abitanti del mio paese era italiana, e a Buenos Aires ebbi modo di constatare di persona la volgarità, l’esibizionismo e la vuota retorica dannunziana della componente italica della popolazione portegna.</p>
<p>Sia come sia, ero perfettamente consapevole dell’evocatività della mia figura di “veggente cieco”, di “Omero del XX secolo”, oltre che del fatto che Garufi vedesse in me il perfetto <em>homme de verre </em>di<em> </em>Paul Valery, qualcuno che a forza di rispecchiare il mondo aveva smarrito la propria identità invece di acquistarla. Quello che non immaginavo era che quel titubante novizio dello <em>stalking</em> si sarebbe fatto via via più sfrontato, perseverando in sempre più imbarazzanti garufofanie fino alla mia morte. Anzi no, nemmeno solo fino a quella, come spiegherò fra poco. Insomma, dopo Venezia, non ebbi più tregua. Ogni volta che mi capitava di passare dall’Italia, Garufi  non perdeva occasione di spuntarmi al fianco come un Gabriele Paolini ante litteram* (<em>*il noto disturbatore dei collegamenti live dei telegiornali, N.d.r.</em>). Dopo Venezia ci furono Volterra, Roma e Senago, alla corte dell’ineffabile Verdiglione, una sorta di Alfonso Luigi Marra dell’epoca. Garufi  protundeva le labbra a canotto e sillabava chiaro e forte il suo nome, sperando di riuscire a imprimermelo in maniera indelebile nella mente: “Sono Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii, si ricorda di me?”. Da un lato era vero che in quel periodo mi divertivo a donarmi al pubblico in una sorte di dolce chenosi (l’atto di svuotamento a un tempo ludico e sacrificale con cui noi grandi accettiamo a volte di consegnarci alla tirannia degli altri fino a reificarci e ad abdicare a noi stessi), dall’altro cominciavo ad averne piene le scatole. L’ultima volta capitò a Milano nell’autunno del 1985, all’Università Statale. Il mio giovane tormentatore si era tirato dietro anche diversi amici e persino suo padre, cui non pareva vero di poter controllare da vicino (per poi eventualmente sminuire) l’idolo cieco del figlio. Poco prima dell’inizio del mio discorso,  Garufi si materializzò sul palco scandendo come al solito: “So-no Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii, si ricorda di me?”.  “E come no!”,  risposi garbatamente contrariato. “Ti ho riconosciuto dalla voce. Sei lo Sgarufone della mini-serie webbica ‘<em>Iooooo e Borges</em>’.”</p>
<p>Al termine della conferenza il mio adoratore abbracciò quanti più personaggi eminenti gli riuscì, impaziente di dimostrare al mondo la propria appartenenza a un giro tanto elevato. Fra questi anche il professor Paoli della facoltà di Magistero a Firenze, con il quale, sempre sulla pretestuosa base di una comune passione per me, era riuscito a imbastire una sorta di utile intesa. Gli presentò suo padre e dietro suo invito ci recammo insieme in un ristorante di corso Venezia. Maria Kodama, che aveva un impegno da sbrigare, approfittò dell’occasione per affidarmi al loro gruppo per il tempo della cena. Volete sapere come andò? Il padre di Garufi mi ascoltò in silenzio, Paoli mi interrogò sulle influenze dantesche nelle biografie compendiose (che palle!) e Garufi  junior, da par suo, declamò delle osservazioni imparate a memoria su alcuni passi del racconto <em>La morte e la bussola.</em> Gli interessava, precisò, la simbologia equivoca del triangolo che sdoppiandosi diventa un rombo, e in particolare l’alternativa tra i segni del 3 e del 4, tanto più che la situazione stessa pareva quasi suggerirglielo: noi commensali eravamo quattro, ma quelli attivi solo tre, visto che suo padre pareva già altrove. Risposi in modo garbatamente evasivo, ribadendo che in arte l’ambiguità è una ricchezza, e l’autore deve limitarsi a dar forma a un labirinto in cui il lettore possa smarrirsi, dopo averlo decifrato. (“Ciapa!”, sbottai mentalmente in perfetto dialetto veneziano.)</p>
<p>Per mia sfortuna non riuscii nemmeno a finire il risotto in bianco, tante erano le questioni sulle quali venivo incalzato a oracolare. Garufi junior, per lusingarmi, insisteva affinché parlassi soltanto dei miei libri, ma a un certo punto decisi di arginarlo dicendogli che secondo me leggeva “<em>demasiado Borges</em>”, quando c’erano in giro dozzine di altri autori senz’altro più interessanti di me.</p>
<p>Al ritorno di Maria, ci congedammo dandoci appuntamento per il giugno dell’anno seguente, il 1986, a Firenze, dove avrei dovuto inaugurare il Nono congresso mondiale dei poeti.  All’appuntamento, come è noto, mancai di presentarmi, perché mi capitò di morire a Ginevra  proprio pochi giorni prima del convegno per un cancro al fegato. In compenso il mio decesso consentì a Garufi  di millantare la nostra amicizia in rete senza più tema di essere smentito da chicchessia. In più occasioni, anzi, tenne a sottolineare che dei commensali della serata milanese era sopravvissuto lui solo (quando si dice “portare sfiga”…!). Morendo, ero convinto di essermi liberato di lui quando, proprio di recente, il mio fantasma è stato avvicinato da uno strano emissario uscito fresco fresco dalle pagine del libro <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle Grazie editore. L’autore?&#8230; Lasciate che vi racconti.</p>
<p>“Sono l’io narrante del romanzo di Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii”, esordì.</p>
<p>“Oh nooo!”, esclamai garbatamente contrariato. “Persino <em>qua</em> nell’adilà? Mamma mia che castigo, questo della memoria che non consente ai defunti di dissolversi nel nulla finché qualcuno dei vivi si ricorda di lui!”</p>
<p>“ ‘<em>Uno stalker è uno stalker è uno stalker…</em>’ “, salmodiò il fantasma, adattando alla bisogna il noto refrain sulla rosa della povera Gertrude Stein.</p>
<p>“Certo, ma tu non sei un fantasma vero. Sei un fantasma letterario… non sono mica cieco, sai? O meglio, lo sono stato in vita, ma adesso che sono morto ho recuperato appieno la capacità di osservare. So che negli ultimi anni, in Italia,  l’espediente di ricorrere al Fantasma Narrante (o “Morto che parla”, come lo chiama Alfio Squillaci nel blog <em>La poesia e lo Spirito</em>) è diventato un abusatissimo vezzo letterario. L’ha utilizzato persino Marco Mancassola nel suo ultimo libro. In realtà si vuole solo recuperare il punto di vista del caro vecchio Narratore Onnisciente, capace di leggere nella mente e nel cuore di tutti i personaggi.”</p>
<p>“Ma la mia funzione è diversa!”, protestò il molestatore. “È proprio attraverso la mia figura, infatti, capace di vagabondare in morte così come ha vagabondato in vita, che Garufi ha potuto cucire insieme gli appunti accumulati in decenni di trascrizioni dalle opere letterarie più disparate in un sorprendente arazzo-patchwork narrativo.”</p>
<p>“Ah sì? E che sviluppi si è inventato, di grazia, il tapino?”, domandai fintamente incuriosito.</p>
<p>“Ha immaginato che il protagonista del suo libro, un forte lettore senza arte né parte, ma dotato di una biblioteca ricca di ben 2500 titoli, muoia sulle strisce pedonali di una strada romana travolto da una grossa macchina marrone.”</p>
<p>“Originale trovata, non c’è che dire. Mi riferisco al colore marrone della macchina, naturalmente”, sbadigliai. “Che altro c’è di rilevante?”</p>
<p>“Che al termine del suo funerale sua sorella Giulia vende in blocco tutti i suoi libri a un rigattiere per cinquecento euro. Duemilacinquecento libri per appena cinquecento euro, capisci? Venti centesimi ciascuno, quando almeno due di essi, l’edizione originale delle <em>Bagatelle per un massacro </em>e il numero di ottobre 1913 della rivista <em>Der Anfang</em>, valevano da soli molto di più, come lamenta il protagonista a pagina 18.”</p>
<p>“Che aveva di tanto speciale quel numero di <em>Der Anfang</em>?”</p>
<p>“Era la rivista letteraria sulla quale erano apparsi i primi articoli di Walter Benjamin sotto lo pseudonimo ‘Ardor’. Quel numero era una delle gemme della biblioteca appena (s)venduta.”</p>
<p>“Be’, non esattamente un affare, in tal caso, per sua sorella Giulia.”</p>
<p>“E ancora meno per il rigattiere, se per questo, visto che a un certo punto fallisce ed è costretto a mandare al macero l’intero magazzino.”</p>
<p>“Una doppia tragedia, dunque. La morte dell’ex proprietario dei libri, e il successivo spappolamento dei libri stessi. Un’agnizione finale davvero risolutiva,  capace di stringere gli eventi in un unico nodo indissolubile.”</p>
<p>“A dire il vero il libro <em>comincia</em> con il protagonista che muore.”</p>
<p>“In che senso?”</p>
<p>“Nel senso che è proprio all’inizio del libro che il protagonista viene raccolto sull’asfalto della circonvallazione in corrispondenza del bilocale da lui condiviso con un certo Vito, un bizzarro maestro di canto con la mania di imporre ai propri allievi canzoni dai titoli straziantemente allusivi: <em>Love is a losing game </em>di Amy Winehouse,  <em>The First Cut Is the Deepest</em> e via discorrendo.”</p>
<p>“Sì, certo, la prima ferita è la più profonda. Ma tornando all’invenduto da destinare al macero, non è un mistero per nessuno che l’editoria italiana versi, politraumatizzata,  in condizioni di completa asistolia, con midriadi fissa, assenza dei parametri vitali e del riflesso corneale.”</p>
<p>“Speriamo che almeno la generazione TQ riesca a escogitare qualche via d’uscita dalla crisi.”</p>
<p>L’accenno ai Trenta-Quaranta mi strappò solo uno scettico “Figuriamoci!”.</p>
<p>“Non proprio <em>tutti</em> i libri del defunto, a dire il vero, finirono al macero”, riprese il mio interlocutore. “Qualcuno di essi venne acquistato da clienti di cui il fantasma, nel romanzo, segue gli spostamenti e i casi, ma solo per evidenziare di rimbalzo certi importanti episodi personali: casi, o cazzi, e scazzi di un’intera vita, modalità del decesso comprese.”</p>
<p>“Che succede, esattamente?”</p>
<p>“La vittima della strada vola in aria e ricade a terra a faccia in giù, in una pozza di sangue. Quando viene recuperato è ormai politraumatizzato e in condizioni di completa asistolia. L’esame obiettivo rileva lo sfondamento della parete anteriore del torace, la midriadi fissa, l’assenza dei parametri vitali e del riflesso corneale…”</p>
<p>“Tralasciamo pure questi inutili gergalismi macabri.”</p>
<p>“Sai bene quanto Garufi tenga alla precisione terminologica!”</p>
<p>“Eccerto. Ricordo come tentasse di impressionarmi, nei nostri sporadici incontri, sparandomi addosso le parole o le espressioni italiane più ostiche e inconsuete, che andava a scovare chissà dove: anosmico, bruxismo, siliquastro, cella ialina, flusso banausico… ”</p>
<p>“Be’, a pagina 117 del suo romanzo c’è una spiegazione per tutto questo: ‘Il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con golosità a caccia di parole ricercate. Scoprirle e usare un lessico forbito mi dava un grande piacere,  ma facevo la figura del saccente e mi rendevo antipatico ai miei coetanei.’”</p>
<p>“Torniamo al plot, se ti va.”</p>
<p>“Come causa di morte, per il nostro pedone travolto, l’autore immagina che gli venga decretata la rottura dell’aorta ascendente con spandimento emorragico in mediastino. E bada che nell’impatto col terreno l’insegna luminosa della farmacia segna una data e un’ora precise: le 20.01 del 29 settembre 2010, la vigilia del suo quarantottesimo compleanno.”</p>
<p>“A occhio e croce mi pare di poter già cogliere almeno un paio di riferimenti culturali importanti: <em>29 Settembre</em> dell’Equipe 84 e il film <em>Fantasmi a Roma</em>, di Antonio Pietrangeli.”</p>
<p>“Non credo che Garufi abbia visto quel film. So, in compenso, che davanti a quel referto autoptico redatto in stile così gelido e neutrale, il fantasma onnisciente, cioè io, prende una decisione di grande impatto narrativo: si incarica di <em>raccontare l’inespresso</em>, ovvero tutto ciò che il laconico referto tace della vita della povera vittima della strada: volti, paesaggi e situazioni immagazzinati negli anni. Ed è così che il romanzo decolla.”</p>
<p>“Vaiiiiiii con l’autobiografia, dunque!”</p>
<p>“La prima cosa che il fantasma si preoccupa di puntualizzare è che mai si sarebbe aspettato che l’aldilà fosse esattamente il di qua, ovvero lo stesso mondo che aveva conosciuto da vivo, benché più freddo e indifferente di prima.”</p>
<p>“Temo di saperne qualcosa.”</p>
<p>“Da un lato il defunto si accorge di non essere più lo stesso:  non può toccare, sentire i rumori, gli odori, i sapori. Dall’altro può continuare a muoversi, guardare e registrare il flusso della vita che procede imperterrito. Ma il suo sospetto più atroce è che la condizione dell’immediato post mortem sia tutt’altro che definitiva.”</p>
<p>“In che senso?”</p>
<p>“Nel senso che ha l’impressione di essere caduto dalla padella nella brace, ovvero solo in uno stadio di mera attesa della fine <em>vera</em>.”</p>
<p>“… che arriverebbe quando, allora?”</p>
<p>“Quando più nessun vivente potrà ricordarsi del defunto. Fino a quel momento la sua condanna è continuare a vagare tra le distese sterminate del <em>non ancora</em> e del <em>non più</em>, solo che il non ancora si riferisce alla morte e il non più alla vita: una falla temporale tra due vacuità.”</p>
<p>“Vuoi dire che l’inferno, per Garufi, sarebbe  la memoria?”</p>
<p>“Esattamente. La vera morte è il congedo definitivo dai pensieri degli altri, ‘una sorta di contrappasso ironico &#8211; sottolinea a pagina 12 &#8211; all’imperativo del successo, che istiga a rincorrere la fama e bolla l’anonimato come la peggiore delle infamie’. Finché sarà ricordato, il fantasma dovrà a sua volta ricordare, riflettendo sugli errori commessi, su ciò che sarebbe potuto essere e non fu. A meno che, come Garufi precisa a pagina 34, non esista una memoria dell’universo che ci condanna tutti.”</p>
<p>“In tal caso starei proprio fresco”, sospirai. “Per noi mostri sacri non c’è speranza di essere dimenticati definitivamente. Le nostre opere vengono stampate e ristampate nei secoli, e noi di conseguenza costretti a vivere <em>sub specie aeternitatis</em>. Un calvario davvero interminabile. Bella fregatura!<em>”</em></p>
<p>“Nel negozio di libri usati sono raccolti i  <em>fratelli d’inchiostro</em> del protagonista, gli amatissimi libri che lo avevano seguito nei vari traslochi, sopravvivendo ai rovesci del caso, solo che adesso non può più riprenderli in mano. Deve limitarsi a osservare chi lo fa.”</p>
<p>“E <em>chi</em> lo fa?”</p>
<p>“Una tisaniera, per esempio. Si compra l’<em>Obituario</em> monzese, una sorta di  laica litanomia di nomi preceduti sempre dalla O di Obiit, ossia ‘morì’. Il protagonista lo scovò raggiante nella libreria cattolica di Monza e si sorprese grandemente alla scritta ‘Morì Ognibene’, come se quel lutto privato assurgesse a simbolo universale, l’annuncio di un’apocalisse morale imminente.”</p>
<p>“Quali altri libri vede passare di mano in mano, o meglio: dalle mani del rigattiere a quelle di qualche sconosciuto cliente?”</p>
<p>“La monografia su Caravaggio di Mia Cinotti, per esempio. I quattro volumi dello <em>Zibaldone </em>di Leopardi; il libro sulle <em>Annunciazioni</em> della Phaidon, che registra le infinite varianti dello stesso soggetto, quello dell’angelo che visita Maria e le predice che diventerà madre, a dimostrazione che in arte lo stile è tutto, e che il medesimo argomento può essere declinato in mille forme diverse. Era stata la zia Salud a donargli quel libro. Salud era la sorella maggiore di sua madre, ‘crisalide che non diventò mai farfalla’, ‘Madonna senza angelo né annunciazione’, mentre Anna, la sua ultima fidanzata, a pag. 72 è definita ‘una Maria che non si rassegnò all’assenza dell’angelo, il suo annuncio lo pretese, e se lo andò a cercare in capo al mondo’. Ci sono poi il catalogo su Igor Mitoraj; Ashbery e i versi malinconici di <em>Self-Portrait in a Convex Mirror</em>; <em>La scopa del sistema</em> di David Forster Wallace, i <em>Diari</em> di Kafka, <em>Le cose fondamentali</em> di Tiziano Scarpa, il catalogo di Christian Boltanski rubato all’inaugurazione della mostra sull’artista francese tenutasi al Pac di Milano nella primavera del 2005: ‘Non mi sentivo in colpa’, precisa l’io narrante a pagina 168. ‘Pensavo che i libri andassero dati gratuitamente a chi dimostrava di leggerli davvero’. E poi il <em>Libro di spese diverse</em> di Lorenzo Lotto, una sorta di autobiografia in cifre, il bilancio di una vita sfortunata in cui l’artista veneto segnava i propri debiti e crediti come fossero categorie dello spirito. ‘È tutta lì, la storia di un uomo: entrate e uscite, quanto ha dato e quanto ha ricevuto. Il saldo è il suo ritratto impietoso’, commenta il protagonista a pagina 189. E in effetti Lorenzo Lotto, da vecchio, dopo mille rifiuti, tirò le somme e capitolò, facendosi oblato della Santa Casa di Loreto. Un altro libro che viene venduto è <em>Table talk</em> di Samuel Taylor Coleridge. Poi ancora  <em>Ricordi dal sottosuolo</em> di Dostoevskij<em>; Favole della vita,</em> di Peter Altenberg…”</p>
<p>“Non stai dimenticando qualcuno?”</p>
<p>“Ah, sì, scusami. Jorge Luis Borges! Il cofanetto con i <em>tuoi</em> due meridiani, per la precisione. Sergio Garufi si inchinava sui tuoi testi come un aruspice sulle interiora, se posso usare una sua similitudine.”</p>
<p>“La conosco bene. ‘C<em>ome un aruspice sulle interiora’</em> è una delle sue similitudini predilette. Ricordo che nel 2006, per celebrare il ventennale della mia morte su <em>Stilos</em>, scrisse addirittura ‘come un aruspice sulle <em>proprie</em> interiora’, magari esagerando un tantino, non trovi?”</p>
<p>“Nella mostra di Boltanski al Pac di Milano c’erano appesi diversi cartelli dal formato di targhe d’auto ma dal contenuto delle lapidi, con due date separate da un esile trattino e prive di nomi, perché solo <em>nessuno </em>può rappresentare <em>ognuno</em>. ‘In quel piccolo segmento &#8211; scrive Garufi &#8211; si compendiava il <em>punto acerbo che di vita ebbe nome</em>, si consumava l’istante di luce sospeso fra due eternità di tenebra: le vacuità di cui sopra, appunto. Ecco, magari l’idea di un limbo che non sia né vita né morte, ma solo attesa ed esclusione, gli venne proprio da quella mostra. Non appartenere a questo mondo e neppure all’altro. Essere degli apolidi del destino.”</p>
<p>“Quali sono, secondo te, i temi più interessanti del libro?”</p>
<p>“Quello del suicidio, <em>in primis</em>, così caro e familiare a Garufi, figlio di un padre suicida. Racconta, infatti, a pagina 118: ‘Solo da adulto scoprii che Salgari si era suicidato e che entrambi, alla stessa età, avevamo avuto un padre che si era tolto la vita. Salgari apparteneva addirittura a una dinastia di suicidi: tre generazioni consecutive. Suo padre Luigi, lui e i suoi figli Romero e Omar. La notizia mi allarmò, come se si trattasse di una tara genetica, qualcosa di ereditario e ineluttabile, a tal punto che sulla base della sua esperienza calcolai quando sarei diventato padre, quando mi sarei ucciso e quando sarebbe morto mio figlio. Pensai persino che non procreare fosse l’unico modo per spezzare quella catena del destino’. E a pagina 104: ‘In seconda elementare, con quasi tutti i voti eccellenti, mi capitò di prendere zero. Successe che consegnai in bianco un compito in cui si chiedeva di descrivere il colore del carapace di una tartaruga… Tornando a casa la mortificazione fu tale che, cercando a tutti i costi il lato positivo della disgrazia, pensai seriamente: «Va be’, alla peggio mi ammazzo». Naturalmente sul tema del suicidio vengono citati anche altri casi celebri: dal suicidio di Mario Monicelli, figlio a sua volta di un suicida (p.36), a quello di David Forster Wallace, che si ammazzò il 12 dicembre 2008 nel patio della sua casa di Claremont, in California. Garufi ne cita l’attacco del racconto <em>Caro vecchio neon</em>: ‘Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro <em>per piacere ed essere ammirato</em>’. Come dire che Wallace si sentiva un bluff e scelse il suicidio espiativo per eccellenza, quello più praticato dai detenuti: l’impiccagione. Il suo  ‘Mi manca chiunque’, ricordato a pagina 102, può essere interpretato come il disperato appello di un impostore che, dopo una vita di infingimenti, vuole provare il maggior dolore possibile per diventare se stesso nel momento della morte’. Due pagine dopo leggiamo: ‘Anch’io coltivai spesso propositi autodistruttivi… oltre alla convinzione di essere un bluff che prima o poi sarebbe stato scoperto… nel fondo dell’animo di chi è cresciuto a pane e compatimento un tonchio segreto rode incessantemente’.  Garufi non manca poi di menzionare Giuda, l’impostore per antonomasia, che s’impiccò a un albero (l’albero di Giuda o ‘siliquastro’?). Ma secondo lui la tecnica con cui uno sceglie di sopprimersi non è mai casuale, e nemmeno dettata unicamente da criteri di efficacia.”</p>
<p>“Da quali criteri, allora?”</p>
<p>“Garufi la considera una firma, un suggello, l’espressione precisa di una personalità. ‘Dimmi come ti ammazzeresti e ti dirò chi sei’, celia a pagina 153, dove leggiamo anche: ‘Mio padre adoperò una pistola perché lo considerava il metodo più virile e onorevole per andarsene’.”</p>
<p>“Che cosa gli era successo di tanto grave?”</p>
<p>“Lo racconta egli stesso nel <em>Diario intimo di L.G., </em>una quindicina di pagine consegnate al figlio prima di spararsi un colpo in testa. In esso Garufi senjor imputa la decisione del suicidio al dolore della separazione, che lo aveva distrutto. Il vedere la famiglia divisa, e il credere che non ci fosse possibilità di ricomporla, gli avevano tolto la voglia di vivere. ‘Da quel giorno’, racconta suo figlio,  ‘il <em>Diario intimo di L.G.</em> mi accompagnò in ogni trasloco e giacque intonso dentro una cartelletta per diciannove anni… Soltanto grazie ad Anna compresi che per garantirmi un avvenire dovevo prima chiudere i conti col passato, e che per voltare davvero pagina era necessario rileggere la sua storia e scrivere la mia’. Ed è esattamente la <em>sua</em> storia quella che Garufi è finalmente riuscito a mettere insieme, tessera dopo tessera, in questo straordinario romanzo <em>patchwok</em>.”</p>
<p>“Perché ‘<em>patchwork</em>’?”</p>
<p>“Perché, come Garufi stesso confessa nei ringraziamenti alla fine del libro, si è avvalso di scampoli d’ogni sorta: alcuni di scrittori famosi, altri di talenti sconosciuti. A un certo punto del romanzo ricicla persino la frase centrale del film di culto <em>Into the wild</em> : ‘La felicità è reale solo se condivisa’… <em>Happyness only real when shared</em>. La sua variante, che leggiamo a pagina 74, è: ‘Senza condivisione la felicità è mutila come le sculture di Mitoraj’. Peraltro sono anni che intorno a Garufi girano voci malevole: per esempio che sarebbe affetto da una sorta di vampirismo letterario, che lo porta a carpire frasi degne di nota dovunque gli capiti, o anche a copia-incollarne dal web, in vista di futuri utilizzi. Il protagonista del suo romanzo confessa: ‘A volte mi portavo un taccuino, trascrivevo brandelli di conversazione, facevo il bracconiere di parole’. E a pagina 86: ‘Provavo a giustificare la mia attitudine vampiresca dicendo che l’ispirazione è un fiume con molti affluenti, e che nel linguaggio non si accampano diritti di proprietà’. Ancora, a pagina 94: ‘Scrivendo spesso assemblavo materiali eterogenei. Sapevo riconoscere il bello e dargli forma, come il rapsodo greco, <em>il cucitore di canti</em>, ma non possedevo una fantasia di primo grado ed ero solo un bottegaio della letteratura: capace di confezionare un raccontino da rivista o un elzeviro per un quotidiano’.”</p>
<p>“Si potrebbe obiettare che qualunque scrittore, in un certo senso, è un ‘bracconiere di parole’.  Anche Hemingway o Céline orecchiavano le voci della strada. E Dostoevskij. Ma poi rielaboravano a fondo ogni cosa. Davano forma a ciò che non ne aveva.”</p>
<p>“Nel caso di Garufi, però, l’accusa è diversa. Le malelingue sostengono che, quando egli si ricicla uno scritto paro paro, non dà forma a un beato cazzo, visto che la forma c&#8217;è già. Al contrario, sono convinti che la sterilizzi, finendo per degradare il discorso stesso, che viene così privato non solo di qualunque radice psicologico-esistenziale (le parole non nascono sotto i cavoli, dietro di esse ci sono evidentemente una persona, un vissuto, uno sguardo sul mondo!), ma financo di qualunque specifico referente. ‘Tanto in rete contano solo i lustrini’, ironizzano, ‘e l&#8217;effetto di superficie. Suona bene, sembra una roba intelligente?&#8230; e allora bravo Garufi! &#8211; grazie. Splendido Garufi! &#8211; troppo buoni’. Ma per i denigratori di Garufi questo è solo un uso degradato (e sommamente anti-letterario) della parola, la cui funzione si riduce a promuovere il <em>brand</em> ‘Sergio Garufi’. Ma quale rapsodo greco!, protestano.  D&#8217;altronde, il rapsodo Garufi si è sempre guardato bene dal farsi anonimo ‘cucitore’. Aspirando al più gratificante status di ‘noto stilista’, ha pisciato la sua griffe ovunque, anche in icl, dove tutti ricordano benissimo la sua allergia al nick. Per un certo periodo, dopo che qualcuno lo aveva importunato a domicilio, si costrinse al monogramma (sg), ma durò poco. Presto fece trionfale ritorno al nome per esteso, persuaso che l&#8217;affermazione del prezioso marchio valesse bene qualche seccatura. Forse l’episodio ricordato a pagina 156,  quello svoltosi all’aeroporto di  Orio Sul Serio, corrisponde Sul  Serio*-° a giochini effettivamente praticati dall’autore nella vita vera, oltre che in letteratura: ‘Mi recai all’ufficio informazioni e dissi che avevo perso di vista un compagno, domandai se potevano chiamarlo con gli altoparlanti e diedi le mie generalità. Dopo tornai a sedermi <em>facendomi cullare dal mio nome che riecheggiava per tutta la hall</em>’. Invece, a dispetto di tutte queste basse insinuazioni, la mia opinione è che proprio con questo libro Garufi abbia dimostrato una volta per tutte l’inconsistenza delle accuse di plagio. Da un lato chiama la propria opera ‘arazzo <em>patchwork</em>’, <em> </em>costituito da mille scampoli diversi, dall’altro perviene a un risultato complessivo talmente autonomo, e di una tale scorrevolezza e nitore linguistico, che ‘<em>Il nome giusto</em>’ durerà nel tempo – sono pronto a scommetterci! – , cioè ben oltre il classico <em>espace d’un matin</em> che è la durata media del 99% delle attuali novità librarie. Nel capitolo settimo, peraltro, l’autore narra anche di un altro tipo di <em>patchwork </em>, in quel caso legato al business dell’arredamento, e che gli permise di mettere in piedi un discreto giro d’affari in terra americana. Insomma la tecnica del <em>patchwork</em> pare gli abbia dato già due volte soddisfazione: prima nel campo dei tessuti, poi in quello letterario. Più congeniale di così?”</p>
<p>“Se posso ricondurti sui binari… eravamo partiti dall’analisi del tema del suicidio, e di quello di suo padre in particolare.”</p>
<p>“Ah, sì, scusa. Non solo di suo padre, a dire il vero. Alle pagine 125-126 il protagonista riferisce che era stato molto attratto dal tema del suicidio anche prima che suo padre lo commettesse. ‘Gli autori del Novecento come Vladimir Majakowski, Ernest Hemingway, Virginia Woolf, Paul Celan, Sylvia Plath, Yukio Mishima, Anne Sexton, Sergej Esenin, Marina Cvetaeva, Walter Benjamin, Amelia Rosselli, Antonia Pozzi, Primo Levi, Franco Lucentini e Mia Cinotti ai miei occhi erano ammantati di un’aureola leggendaria, godevano di uno statuto speciale. Della loro fine mi affascinava l’affermazione d’indipendenza, l’atto eroico, l’uomo padrone del proprio destino. Dopo quel 2 settembre cambiai opinione. La storia di mio padre, riassunta in quindici pagine, conteneva un finale a sorpresa. Svelava che un suicida non è il paladino del libero arbitrio e neppure un disertore, il crumiro della specie, bensì un povero cristo costretto a fare una scelta dettata dalla disperazione, dalla solitudine, in certi casi dal rancore. Ci si può uccidere anche per punire chi resta. Per rinsaldare dei rapporti che si erano allentati. Per il desiderio di rimanere vivi, almeno nel ricordo dei propri cari’.”</p>
<p>“Ci sono altri temi importanti, nel libro?”</p>
<p>“Eccome! Quello del rapporto genitori-figli, per esempio: ‘In casa mio padre era il dominus incontrastato. Era un dio che incuteva soggezione, amorevole e tirannico come ogni padreterno, e i padreterni finiscono sempre per generare figli crocefissi’, leggiamo a pagina 103.  E a pagina 114: ‘Io sono la dimostrazione che l’eterno regolamento di conti fra genitori e figli prosegue anche oltre la morte, e solo di rado, per brevi attimi fugaci, si compie il miracolo della trasformazione del risentimento nell’oro prezioso della nostalgia’… ‘Dentro di me c’è una vocina disfattista che, a ogni occasione importante, mi ripete lugubremente «Non ce la farai, lascia perdere, è inutile»’. C’è poi il tema delle sindromi che affliggono l’umanità: la sindrome di Turette in un personaggio minore, la sindrome tolemaica in Cinzia (‘era una «ciao come sto», convinta che il mondo le ruotasse intorno), affetta in aggiunta da bruxismo notturno; il ‘complesso della sedia mancante’ (da un appunto del 1911 di Kafka); l’ossessione proctologica di Hieronymus Bosch, nei cui quadri ricorrono culi infilzati dagli oggetti più strani; il ‘demone dell’ analogia’ che non lascia mai in pace lo stesso protagonista: ‘Pensavo a quanto buttarsi nel vuoto somigliasse a un orgasmo: una lunga salita e poi il rapido precipitare’ (p. 232); l’ossessione della paremiologia in sua zia Salud, e soprattutto la ‘sindrome di Pausania’, sempre nel protagonista: la mania di perlustrare il noto, di cercare le infinite sfumature di senso della quotidianità, il punto di congiunzione fra l’assoluto e l’insignificante. ‘Il gusto per l’eccezionale &#8211; puntualizza a pagina 39 &#8211; è il crisma della mediocrità, anche per questo mi piaceva Leopardi’. Tanti documentari su anaconde, aquile reali, squali bianchi, orche marine, tigri, elefanti, giaguari, coccodrilli, pantere, giraffe, piranha, orsi polari, balene, condor, vedove nere… e neppure uno sui passeri! Collegato alle riflessioni sul suicidio,  c’è poi il tema del volo, a cominciare da quello degli uccelli migratori di pag. 37, in fuga verso un tempo migliore. Nella casa dell’antiquario che acquista <em>Der Anfang</em> campeggia a parete il fotomontaggio incorniciato ‘<em>Salto nel vuoto’</em> di Yves Klein nel settore dedicato all’arte. ‘Ho sempre trovato di grande intensità poetica quell’immagine’, scrive Garufi a pagina 151. ‘L’espressione felice della posa ginnica che comunica l’<em>amor vacui</em>, l’ambientazione periferica, di una strada qualunque, il passaggio del treno e il ciclista ignaro sullo sfondo, come il simbolo di quanto possa essere desiderabile andarsene nell’indifferenza degli altri, mentre il mondo prosegue la sua corsa, quasi che i folli fossero loro, non chi si butta’. Ma Garufi ricorda anche i tuffi dal trampolino della piscina dell’Hotel Carasco a Lipari, o dallo spuntone di roccia di Valle Muria, col mare profondo e scuro, o dai ponteggi delle cave di pomice alle spiagge bianche. E quando parla di tecniche di suicidio afferma: ‘Per parte mia, ho sempre saputo che sarebbe stato un volo. Il volo è il suicidio degli illusi, dei sognatori. Edoardo Agnelli, quello che nel Lingotto voleva produrre fiori anziché auto, si ammazzò in questo modo, gettandosi da un cavalcavia dell’autostrada Torino-Savona’ (cito da pagina 154). E nel finale: ‘Scavalcai e guardai di sotto. Un tuffo così alto non l’avevo mai fatto, quasi trenta metri. Dovevo lanciarmi un po’ in avanti per evitare i cassonetti e dei panni stesi. Staccai la mano dalla grata, chiusi gli occhi e in quell’istante avvenne il miracolo. Arrivò un altro sms’. Altrove Garufi allude anche alla facilità con cui si può finire ai margini: una malattia invalidante, un lutto improvviso, un fallimento in seguito a una truffa… ‘e la società da martire ti converte in proscritto, diventi un clandestino nella tua stessa patria’… ‘il mondo va avanti e tu non gli stai più dietro. All’inizio arranchi e poi ti fermi sul ciglio della strada e lo vedi allontanarsi, sempre di più, e ti rendi conto che non potrai raggiungerlo’. E che dire della massiccia presenza di cani nel suo libro, peraltro amatissimi anche da Céline? ‘Prima dei miei cani non avevo mai fatto esperienza dell’amore incondizionato’, afferma a pagina 204. Ecco, sì, direi che quello della ricerca di un amore incondizionato è un altro importante tema del libro.”</p>
<p>“Mi incuriosisce il titolo scelto per l’opera del suo debutto: <em>Il nome giusto</em>.”</p>
<p>“La scelta è spiegata a pagina 121, dove viene citata la nota del 1921 di Kafka, mentre era in cura nel Sanatorio di Matliary e corrispondeva con Milena: ‘Si può benissimo pensare che la magnificenza della vita sia pronta intorno a ognuno e in tutta la sua pienezza, ma velata, nel profondo, indivisibile, lontanissima. E però non ostile, non riluttante, non sorda. Se la si chiama con la parola giusta, col <strong>giusto nome</strong>, viene’. Ma sull’importanza dei nomi Garufi torna spesso. Ricordando Nicole, una delle donne importanti della sua vita, per esempio, racconta: ‘Mi rivelò che il suo nome non era Nicole, bensì Melissa. Nicole era il nickname creato apposta per me. Il suo compagno attuale la chiamava Juliette, e quello precedente in un altro modo ancora&#8230; non stava mai più di tre anni con un uomo, poi lo lasciava e cambiava nome e città’. E quando, a pagina 82, Nicole cambia destinazione e amore, il narratore considera: ‘Anche il suo nome era ormai un altro. Giusto quello mi lasciava: il nome’, per poi concludere, a pagina 121: ‘Il fallimento con Nicole dipese dal fatto che quello non era il suo vero nome. L’avevo chiamata col nome sbagliato, e la magia della vita se n’era andata’. C’è poi l’inquieta quarantenne anoressica Enrica a cui da sanyasi, seguace di Osho, viene subito assegnato un nuovo nome:  Alima (pace). Parlando delle sue letture di fanciullo, Garufi ricorda: ‘La mia fiaba preferita dei fratelli Grimm era Tremotino, il cui protagonista poteva vivere soltanto finché nessuno conosceva il suo nome’. Altrove insiste sulle diciture riportate nel dorso verde dell’Enciclopedia Larousse , da A-ARVI a Terrad-Z: ‘litania misteriosa, esotico mantra che recitavo come una combinazione in grado di svelarmi l’enigma dell’universo e il mio stesso destino’. Nel cimitero del Verano è affascinato dalla selva di nomi. E ‘<em>Qu’y a- t-il dans un nom</em>?’ è il titolo di una pagina di Le Monde menzionata a proposito della Macedonia e delle rivendicazioni territoriali di Grecia e Turchia sulla stessa. ‘Pensavo che se avessi trovato la <em>parola giusta</em>, Anna mi avrebbe perdonato, perché il punto  g delle donne sta nelle orecchie, solo così le si può conquistare. Eppure proprio io, che credevo di saper fare solo quello, ora con le parole non riuscivo a smuoverla di un millimetro’. Importantissimo, infine, il discorso sui libri e sulla scrittura. ‘I libri li respirai ancora prima di leggerli, ma fui l’unico a esserne tanto attratto’.  A pagina 41: ‘Mi persuasi che per diventare uno scrittore dovevo essere pubblicato’. Poi capisce che ‘un conto è scrivere, un altro pubblicare, un altro ancora vendere, ma il gradino più alto e impervio consisteva nell’ <em>essere letti</em>, nel trovare qualcuno che prestasse disinteressatamente la propria attenzione per ascoltare ciò che un estraneo aveva da dire’. Quando, a quarantasette anni, il protagonista del romanzo riesce a concludere il progetto più ambizioso della sua vita, la scrittura di un romanzo, si sente prosciugato e invecchiato di vent’anni: ‘La mia immagine ideale era stata sostituita dal ritratto di un vecchio spelacchiato, col segno del piscio nei boxer per la prostatite, il ventre gonfio e la calvizie dei polpacci’ (p. 105). ‘Scrivere dei miei casini mi aveva reso ipersensibile… e mi chiesi se la scrittura non nascesse da un <em>vulnus</em>, dalla mancata elaborazione di un lutto. A cosa allude, se non a quella dolorosa assenza? A cosa cerca disperatamente di <em>assegnare un nome</em>, se non a ciò che non ha più cittadinanza nell’essere, o che non l’ha mai avuta?’. Viene in mente il titolo di una delle canzoni predilette dal maestro di canto Vito: ‘<em>The first cut is the deepest</em>’. A pagina 214 leggiamo: ‘Ero legato ai miei libri, è con loro che starò fino alla fine’. E nella pagina seguente: ‘Quei libri rappresentano la mia ragion d’essere, il mio supplizio, il passato da cui mi sto accomiatando’. Ancora: ‘La mia vera casa stava dov’era la mia biblioteca… da Anna li avrei portati subito, senza esitazioni. Ero convinto che il suo appartamento fosse il loro approdo naturale’. Purtroppo la situazione precipita. ‘Le rogne mi investirono a settembre, finito il libro. L’ansia per il responso degli editor, i dubbi sul mio talento, i timori per il mio avvenire professionale, le piccole discussioni che terminavano con le sollecitazioni a trovarmi un lavoro, le preoccupazioni per i soldi, tutto questo minò le fondamenta della nostra fiducia’…‘Avevo finito i risparmi e la pigione era pagata solo fino a fine mese’. Finalmente l’editor a cui ha sottoposto il manoscritto gli invia una mail in cui lamenta l’assenza di un ‘finale che riannodi tutti i fili’, la ‘zampata risolutiva capace di stringere gli eventi in un unico nodo indissolubile’. È il momento dello scoramento: ‘Pensai di aver sbagliato tutto, di aver dato retta a una stupida fantasia… un relitto d’uomo, un quarantasettenne fallito e privo delle minime credenziali per trovar lavoro’… ‘Mi chiesi se solo chi possedeva un talento avesse diritto a una seconda chance’… ‘Sfogliai i capolavori dei miei coetanei: <em>Le particelle elementari</em>, <em>Infinte Jest</em>, e mi sentii ridicolo’&#8230; ‘Forse i miei guai dipendevano dai libri. Fu nel rapporto con loro che presi coscienza di me, ed era proprio questo a rendermeli insopportabili’… ‘in tutti i traslochi quei maledetti libri avevano rappresentato il fardello maggiore delle mie proprietà, non solo per le quaranta scatole necessarie a contenerli, ma anche per le discussioni con le fidanzate’… ‘Pensai che il mio solo talento era quello di segare i rami su cui ero seduto. Lì sì che ero imbattibile, un fenomeno’… ‘mi sentivo il più disgraziato del mondo’… ‘Non avevo la minima idea di che cazzo fare’. A pagina 230 un dettaglio crudele: gli si stacca una capsula e l’inghiotte. Più tardi caga nel catino di plastica per la roba sporca, sperando di trovarcela. ‘Non venne neppure tanto liquida, e dovetti ravanare a mani nude. Piangevo e bestemmiavo, setacciavo la poltiglia schifosa ma non usciva niente. Ero sopraffatto dalla puzza’. Torna al computer e apre il file del suo libro bisognoso di revisione, ma ormai gli sembra talmente inane e nauseante che non resiste all’impulso di premere ‘elimina’. ‘Troppa sofferenza lì dentro, e rimorsi, e affettazione, e pressapochismo. Mi facevo pena da solo. Basta, mi ero liberato di un incubo. A Roma non ero venuto per Anna o per diventare uno scrittore. Ero venuto a tacermi per iscritto’… ‘D’un tratto, però, passò l’incazzatura, e l’apprensione, e lo scoramento. Fu quando mi decisi per il piano B’… ‘Se non avevo colto le occasioni migliori era inutile recriminare. Era andata così, amen. E comunque, mi restava ancora una via d’uscita onorevole. Ora il come era scontato, si trattava di scegliere il dove’. Pensò di gettarsi dall’alto della palazzina in cui abitava il suo amico Fabio: ‘La mia preoccupazione era di non morire del tutto, come mio padre, di obbligare qualcuno ad assistermi per anni. Ma otto piani bastavano eccome’… ‘Pensai a mio padre… forse sperò fino all’ultimo di essere scoperto… forse s’interrogò sul dolore che ci avrebbe dato, gli dispiacque terribilmente, ma sentì che il suo era insostenibile, come ora stava succedendo a me. È un atto di egoismo e di sopravvivenza, uccidersi, lo si compie quando non si ha altra scelta, senza nemmeno pensarci tanto. <em>Primum perire, deinde philosophari’…‘</em>Accesi un’altra sigaretta, l’ultima. Scorsi il pacchetto di Camel light quasi pieno e pensai che era un peccato buttarlo. Stavo per buttarmi e mi spiaceva buttare un pacchetto di sigarette. Dopo un quarto d’ora mi arrivò un sms. Era la Tim, mi avvertiva che il credito stava per terminare’. Il protagonista pensa ad Anna che l’ha cacciato fuori di casa: ‘Provai a scriverle un biglietto e non mi venivano le parole giuste. Ne avevo dette tante, negli sms che le avevo mandato, ma non era servito a nulla. Poi mi venne in mente Peter Altenberg, e sperai che se ne sarebbe ricordata. L’aveva incuriosita la storia di quello scrittore povero e schivo, che a furia di cercare l’essenziale aveva ridotto le proprie poesie al nome e all’indirizzo della donna amata; così sul biglietto scrissi soltanto «Nell’intestazione della busta per me c’è tutta la poesia del mondo». Glielo spedii assieme a una dozzina di rose rosa.’.”</p>
<p>“E l’espediente funzionò? La letteratura aiutò la vita?”</p>
<p>“Te lo sussurrerò in un orecchio. Non posso ‘spoilerare’, come si dice in rete, anche questo dettaglio agli occhi di chi non ha ancora letto il formidabile libro di Garufi. Ti basti sapere che nella parte finale la narrazione accelera ulteriormente. Il rigattiere Lino affigge il cartello ‘svendo tutto per cessata attività’. L’unico mestiere che sapeva fare non gli dà più da vivere. L’ultimo affare che conclude è con le <em>Bagatelle</em> di Céline, che riesce a vendere a cinquecento euro. Glielo compra una spilungona ossigenata che intende farne un regalo a un ministro di centro destra accusato di corruzione. Poi il magazzino di libri usati chiude definitivamente. Arrivano due ragazzi col furgone a caricare il cartaceo rimasto. Non li inscatolano neppure, i libri superstiti. Li stringono con delle cinghie di plastica e li ammassano insieme. Nel primo deposito la carta da macero è stoccata su delle piattaforme per la prima sommaria selezione. I libri vengono pressati e ridotti in balle, spediti a una cartiera nei pressi dell’Aniene. Le balle vengono frazionate da una tagliatrice e immesse su un nastro trasportatore. Raggiungono un pentolone d’acciaio che li spappola, riducendoli a una pasta collosa semiliquida, che viene addizionata di prodotti disinchiostranti e passa attraverso un epuratore per l’eliminazione degli inquinanti più grossolani. Mediante l’ausilio di agenti chimici flottanti, gli inchiostri affiorano in superficie sotto forma di schiume. La pasta disinchiostrata confluisce in un grande contenitore circolare. È indistinta e candida, pronta per la miscelazione con altre materie prime fibrose…”</p>
<p>“Una metafora potente, direi quasi borgesiana, se mi è consentito di sboronare un po’. Mi ricorda l’incendio della biblioteca e poi dell’intera abbazia del romanzo ‘<em>Il nome della rosa</em>’. Saprai, oltretutto, che il personaggio di Jorge da Burgos, il vecchio monaco cieco spregiatore del riso e dello scherzo, è dichiaratamente ispirato alla mia figura, per ammissione dello stesso Umberto Eco, altro mio ammiratore di vaglia. Onore a Garufi, dunque. Evidentemente la vocina disfattista contro cui ha dovuto lottare fin dalla fanciullezza, quella che a ogni occasione importante continuava a ripetergli: «Non ce la farai, lascia perdere, è inutile», è stata soffocata e vinta per sempre, con questa opera prima. Il brutto anatroccolo si è fatto finalmente cigno. Solo una cosa potrei rimproverargli. Di non aver osato, nel romanzo, andare fino in fondo, spingendo il protagonista,  suo evidente alter-ego, a suicidarsi davvero, anziché renderlo vittima di un banalissimo incidente stradale. L’avesse fatto, si sarebbe cautelato per sempre dalla tentazione di ripetere in proprio il gesto di suo padre, come già Salgari. La scrittura, in certi casi, può rivelarsi meravigliosamente terapeutica. Ma voglio fargli comunque un augurio sincero: che possa un giorno oscurare la mia fama, persino alloggiare all’hotel Londra-Palace di Venezia, se ci tiene, magari invitato dalla prestigiosa Fondazione Cini nell’Isola di San Giorgio. Con tutte le contro-indicazioni del caso, però. Compresa quella di sorbirsi imbarazzanti visite alle nove in punto del mattino&#8230; di <em>stalker</em> ostinatamente disposti a scambiarlo per una ierofania. Fossi sua zia Salud, la tipa fissata con la paremiologia, a questo punto non esiterei a ricordargli un proverbio: ‘Chi la fa, l’aspetti’.”</p>
<p>(COLLAGE di passi tratti dal libro stesso di Garufi ‘<em>Il nome giusto</em>’)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/jorge-luis-borges-racconta-il-libro-il-nome-giusto-di-sergio-garufi/">Jorge Luis Borges racconta il libro &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</a></p>
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		<title>Paesaggio con incendio</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 06:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/aloia.jpg"></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Ernesto Aloia</strong>, <em>Paesaggio con incendio</em>, Minimum fax, 149 pag.</p>
<p>Il tema del ritorno è uno dei <em>topoi </em>più ricorrenti della letteratura di ogni tempo. Se a questo aggiungiamo il contrasto fra città e provincia, siamo in un terreno limaccioso, per eccesso di produzione narrativa, sul quale viene facile scivolare rovinosamente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/02/paesaggio-con-incendio/">Paesaggio con incendio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/aloia.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/aloia.jpg" alt="" title="aloia" width="200" height="270" class="alignnone size-full wp-image-39630" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Ernesto Aloia</strong>, <em>Paesaggio con incendio</em>, Minimum fax, 149 pag.</p>
<p>Il tema del ritorno è uno dei <em>topoi </em>più ricorrenti della letteratura di ogni tempo. Se a questo aggiungiamo il contrasto fra città e provincia, siamo in un terreno limaccioso, per eccesso di produzione narrativa, sul quale viene facile scivolare rovinosamente. Ernesto Aloia, invece, piedi ben saldi sul territorio letterario, scrive l’ennesima variazione sul tema con grande maestria e qualità. <em>Paesaggio con incendio </em>m’è parso un romanzo che non cerca il dialogo con i miei contemporanei, ma piuttosto con i maestri nel nostro migliore Novecento, vedi Pavese, che del tema ne aveva fatto una ossessione.<br />
<span id="more-39629"></span><br />
Basta leggerne la trama: Vittorio è uno scrittore che vive in città, ma che ogni anno torna nella casa materna, a Castagneto, sugli Appennini, con la moglie Carla e la figlioletta Giulia, in un paese che appare come l’ossessivo eterno ritorno dell’identico. Sembra che nulla accada, anche se è chiaro, fin dalle prime righe, che tutto covi in silenzio, sotto la cenere di un risentimento antico e malcelato. Vittorio in teoria è a Castagneto non solo per una vacanza estiva, ma anche per portare avanti un progetto di libro del quale in realtà non scriverà neppure una riga. Quelli che furono i suoi compagni di gioco infantile ora sono uomini e donne, colmi di rancori e frustrazioni. La colpa sembra stia nel desiderio di emancipazione dall’aria soffocante del paese, ma è solo una scusa per mascherare il fallimento di un’intera generazione. </p>
<p>Carla, a differenza dalle pulsioni di morte di Vittorio, cerca disperatamente una nuova gravidanza. Perché il mondo deve continuare, fuori dall’immobilismo rappresentato dal luogo dove soggiorna e dal quale vuole fuggire al più presto. L’idea stessa del mutamento terrorizza il protagonista, io narrante che possiede una  voce davvero credibile e senza sbavature. Sarà quella inevitabile tragedia che il lettore si aspetta fin dalle prime pagine, come un destino ineluttabile, a rimettere in forse, e in gioco, l’ignavia di Vittorio. Sarà il sacrifico dei più deboli, come al solito.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione, <em>n. 16 del 19 aprile 2001</em>] </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/02/paesaggio-con-incendio/">Paesaggio con incendio</a></p>
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		<title>scusate la polvere</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 07:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Daria Corrias</strong></p>
<p>La prima volta che la vidi, la riconobbi subito. Lo smalto giallo e i braccialetti di caucciù, tantissimi su per i polsi, non potevano ingannarmi: era come me, sapevo già che avremmo condiviso non solo il banco del ginnasio ma anni di amicizia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/01/scusate-la-polvere/">scusate la polvere</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" src="http://24.media.tumblr.com/tumblr_lo6figUzSY1qdqhjko1_400.jpg" alt="" width="400" height="298" /></p>
<p>di <strong>Daria Corrias</strong></p>
<p>La prima volta che la vidi, la riconobbi subito. Lo smalto giallo e i braccialetti di caucciù, tantissimi su per i polsi, non potevano ingannarmi: era come me, sapevo già che avremmo condiviso non solo il banco del ginnasio ma anni di amicizia. Imbevute di anni 80, rapite da una popstar di cui raccoglievamo centinaia di fotografie, avevamo addosso i segni di chi si somiglia pur non essendosi mai visto prima. Succede così: ci si riconosce per caso, per fatalità, perché così vanno le cose. E poi si resta amiche forse per sempre, forse quanto basta, ma stabilendo quel rapporto di sorellanza squisitamente femminile. E questa sono io. <strong><em>Scusate la polvere</em> </strong>di <strong>Elvira Seminara</strong> (nottetempo, 2011) racconta pure di come le amiche si incontrino e si riconoscano prima ancora di conoscersi sul serio. La protagonista è una donna normale con un nome più impegnativo: si chiama Coscienza, ma viene chiamata Enza o Cosce ma anche Zen o Enzima. Coscienza è una donna comune, una di quelle che, come tante di noi, si trova spesso in un camerino a provare un vestito indecisa sulla taglia: la small tira sulla pancia, la medium lascia troppo spazio sul seno. Un classico. E che dire poi dell’eterna lotta con la lavastoviglie: una guerra all’ultimo pentolino per cercare di infilare nella lavapiatti tutto quello che resta sforzandosi di trovare l’equilibrio perfetto tra una tazza e un mestolo. <span id="more-39675"></span></p>
<p>Sempre in bilico queste donne tra qualcosa che manca e qualcosa che c’è fin troppo. Ha un marito, Coscienza, o meglio, aveva un marito, che scompare improvvisamente lasciandola con un vestito nuovo addosso e un lutto inatteso da smaltire senza sapere bene come fare. Per fortuna non è sola: con lei ci sono Mia e Alice, due amiche, due sorelle di quelle che, quando vengono a trovarti, si buttano sul divano, si tolgono le scarpe e si preparano il tè da sole. Coscienza è una ghost writer di assurde tesi di laurea tipo <em>Economie post-femministe: scambio di torte e di uomini in Desperate Housewives</em> o <em>Botox e Xanax: la crisi anagrafica ai tempi di Facebook</em> e, ancora, <em>La genealogia del dubbio, da Socrate a Charlie Brown</em>. Mia e Alice sono una creativa organizzatrice di catering, la prima e una counselor d’interni esperta in psicologia canina, la seconda. Tre amiche e i loro lavori comunemente straordinari, frutto di quella sottile fantasia tutta femminile che riesce a tirar fuori lo straordinario anche da ciò che sembra monotono e senza sale.</p>
<p><em>Scusate la polvere</em> è una storia di amicizia al femminile ma nulla di plasticoso e patinato alla <em>Sex and the city</em>, nessuna donna su tacchi vertiginosi da migliaia di euro o persa tra amanti fascinosi che mai la porteranno all’altare, forse. Qui l’altare c’è già stato e la perdita è annichilente, il dolore inaccettabile: come si fa a essere una giovane vedova di 44 anni?  Elaborare il lutto, trovare un posto alla mancanza, reagire. Incellofanare i ricordi. Ma come si fa se poi il tuo compleanno cade proprio a pochi giorni da una perdita tanto grande? Mia e Alice nel loro grondare pietà, nella loro sorellanza compassionevole sono l’ancora di salvataggio a tanto dolore: <em>Smettila di compiangerti, Enzina, hai ancora mezza vita intera davanti!</em></p>
<p>La storia di Coscienza sembra fin qui un romanzo rosa imbevuto di dolore, ma quando scopre che accanto al marito, morto in un incidente stradale, sedeva una donna misteriosa, allora tutto cambia e Seminara ci regala un’inaspettata svolta noir. Chi era quella donna, che faceva lì, qual era la vera vita del marito di Coscienza-Enza-Zen? Un mistero da svelare con l’aiuto e il sostegno delle amiche di sempre.<br />
Mia e Alice sono quello che ogni donna desidera e ha. Fedeli amiche, specchi deformi di se stesse anche quando l’una sembra una <em>necrologia vivente</em> e l’altra indossa <em>un fiotto di strass che sgorgava dalla spalla e scorreva fino al fianco destro, della solita serie La sobrietà è un furto</em>. Come si fa a non amare amiche così?</p>
<p><em>Scusate la polvere</em> è un libro divertente scritto con la penna lieve di una donna che tra una parola e l’altra ride e si diverte e che offre al lettore la stessa compagnia e levità che l’hanno, immaginiamo, attraversata nello scrivere. Elvira Seminara concede risate quando ti aspetti le lacrime e commozione quando credi sia uno scherzo. E’ un libro d’amore, certamente ma non solo: soprattutto, è un libro che ci ricorda quanto sia preziosa la compagnia che regalano le parole che siano di un libro o di un’amica sorella.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://cdn.libriebit.com/wp-content/uploads/2011/05/seminara.jpg" alt="" width="220" height="304" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>E. Seminara, <em>Scusate la polvere</em>, nottetempo (2011), pp. 212, 12 eu.</strong></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>pensami e tornerò</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 07:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Dopo la sciagura le parole duravano poco, venivano pronunciate solo per rimanere nell’aria, sparendo con il fiato senza lasciare traccia di sé</em>.  <em><strong>Nina dei lupi</strong></em> di <strong>Alessandro Bertante</strong> (Marsilio, 2011) è la storia di un abbandono. E come per tutti gli abbandoni, le ragioni sono nascoste, oscure, incomprensibili a tutti coloro che sono rimasti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/28/doveva-passare-ancora-dellaltro-tempo/">pensami e tornerò</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" style="margin: 8px;" src="http://ilvolodellanima.myblog.it/media/02/00/417751823.jpg" alt="" width="300" height="300" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Dopo la sciagura le parole duravano poco, venivano pronunciate solo per rimanere nell’aria, sparendo con il fiato senza lasciare traccia di sé</em>.  <em><strong>Nina dei lupi</strong></em> di <strong>Alessandro Bertante</strong> (Marsilio, 2011) è la storia di un abbandono. E come per tutti gli abbandoni, le ragioni sono nascoste, oscure, incomprensibili a tutti coloro che sono rimasti. Solo che l’abbandono di cui scrive Bertante è un addio all’umanità. In carne e ossa, perché il cielo improvvisamente s’è fatto indaco e lisergico e una peste incurabile e violenta è scesa sugli uomini e sulla loro progenie, e pure metaforica, perché è l’umanità, come sentimento di conoscenza e confronto, che ha disertato. Al centro di questa storia c’è un eroe, che come tutti gli eroi è solo, scazonte e fatica in sé stesso. L’eroe di Alessandro Bertante si chiama Nina, ha appena avuto le mestruazioni, è una sopravvissuta, vive in un paradiso nonostante, chiuso al resto della devastazione da una frana. <em>Da bambini non si notano certi cambiamenti, quando si è piccoli il mondo è sempre fermo. <span id="more-39664"></span></em></p>
<p>Nina non sa che quello in cui sta, e che è il diorama di nomi e abitudini perdute, è bello, dolente, e fragile come un giardino segreto. Tant’è che a un certo punto la frana che ostruisce il passaggio viene rimossa e da quella cervice scura che è la galleria salgono come furie i saccheggiatori.  Che stuprano, rovinano, posseggono, quello che era stato costruito come l’ultima umanità dell’umanità, quello cioè che era stato condiviso. <em>(…) le prede terrorizzate e scomposte cercavano disperatamente una via di fuga, trovando ogni volta sulla loro strada la ferrea organizzazione del branco. I predatori presidiavano ogni possibile direzione, loro stavano dove dovevano essere, avevano un ruolo</em>. Gli uomini muoiono per primi, le vecchie per seconde, poi i bambini. Le donne che non muoiono subito diventato un sollazzo e la memoria, non pericolosa, di quello che c’è da fare per trasformare quel paradiso tout court in un paradiso dei predatori, un’oasi, una stasi, un quartiere.</p>
<p>Nina, come tutti gli eroi, ha avuto in sorte, oltre ai propri limiti, dei doni. Uno di questi è il nonno. L’uomo oltre a segnare con un gesso su una lavagna la data, a volere e a stabilire che la percezione del tempo passi insieme al tempo, prima della sciagura, le ha insegnato la strada della montagna, oltre il ruscello. Il sentiero scuro che si addentra nella terra dei lupi. Quando i predoni arrivano, Nina corre verso la montagna. E trova Alessio. Anzi è lui che la prende in braccio dopo la fuga verso un altro pezzo di salvezza. I<em>l fucile lo teneva Alessio in camera, sempre chiusa a chiave. A Nina fu donato un coltello con il fodero, da cacciatore. Doveva portarlo sempre con sé. Per il resto poteva fare quello che voleva. Ovvero niente, l’inverno non le consentiva nulla, nemmeno la fantasia</em>. Perché il refrain antiepico di Nina dei Lupi è che la salvezza non è mai del tutto accessibile. I sentimenti che si intrecciano tra Alessio e Nina non hanno nome perché hanno il resto. Necessità, spensieratezza, protezione, incredulità, possesso, sangue, progetto, e tutto il futuro dato che il passato loro, degli uomini, degli animali e delle cose, è stato cancellato. <em>La lotta è una prova e un privilegio. </em></p>
<p>In questo riportare la storia dell’uomo a zero e con una scrittura che procede per paratassi e attraverso la fede nelle parole che i personaggi guadagnano con la percezione, se non del futuro, della possibilità – <em>Prima della battaglia pensami amore mio, pensami e tornerò…, Lo recitò tre volte per scacciare la malora, Le ferite non si rimarginano, vengono a ricordarti da dove vieni </em>– Alessandro Bertante racconta una educazione sentimentale avventurosa e schiva, violenta e magica, casta e carne. E anche per questo, <em>Nina dei lupi</em> è un romanzo post-apocalittico dove nel post-apocalittico non c’è la fine del tempo, ma ancora un tempo, umano e misurabile, che impone al lettore un laico atto di fede. <em>Purtroppo il coraggio non è una virtù affidabile. Cresce, si tempera, promette di poter durare e poi svanisce in un attimo come la peggiore delle illusioni</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://ultimabooks.simplicissimus.it/media/catalog/product/cache/1/image/9df78eab33525d08d6e5fb8d27136e95/e/d/xed-660fc41c9f1ca766c6d0594b4d38d29d_4.jpg.pagespeed.ic.glGcOi-6Rd.jpg" alt="" width="190" height="300" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>A. Bertante, <em>Nina dei lupi</em>, Marsilio (2011), pp. 223, 18,50 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/28/doveva-passare-ancora-dellaltro-tempo/">pensami e tornerò</a></p>
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		<title>[mai] più soli</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 13:11:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>[Questa è la recensione che ho fatto tanti anni fa a <em>Trilogia della città di K.</em> di Agota Kristof. Ero molto più giovane e i libri ancora mi sembravano formule magiche. Mi è capitato pochi mesi fa di rileggere <em>Trilogia della città di K.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/mai-piu-soli/">[mai] più soli</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin: 6px;" src="http://www.vangennep-boeken.nl/images/auteurs/8386_1240925643.jpg" alt="" width="228" height="339" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><span style="color: #800000;">[Questa è la recensione che ho fatto tanti anni fa a <em>Trilogia della città di K.</em> di Agota Kristof. Ero molto più giovane e i libri ancora mi sembravano formule magiche. Mi è capitato pochi mesi fa di rileggere <em>Trilogia della città di K.</em> e ancora adesso m'è sembrato un grimorio. E questo]</span></p>
<p>C’è una città di frontiera in una Europa di guerra e due bambini che parlano con una voce sola e solo col tono sottile intransigente e privo di pregiudizi della curiosità fanciulla. Quella che spinge a spalancare gli occhi sul sole. Lucas e Claus si confondono fin dal nome, si mischiano, incantano con la loro bellezza nella quale tutte le crudeltà le incongruenze bizzarre, gli appetiti sessuali della gente che vive di espedienti, si risolvono miracolosamente e senza giudizi etici. Nulla è disdicevole. <em><strong>Trilogia della città di K.</strong></em> di Agota Kristof è un libro  immorale. Non leggetelo se avete sentimenti che non potete dire vostri con assoluta sicumera. Ve li strapperebbe. Se fossero indotti da una qualche sociologia li estirperebbe lasciandovi senza sangue. È un libro immorale. Non ci sono le sfumature delle indecisioni, delle incertezze, mancano le consolazioni della fede e della letteratura, le persone non sono tetragone, non buone infinitamente buone o reiette definitivamente reiette. Stanno nel mezzo ma senza nessuna virtù. Si adagiano vuote di ragioni superiori, sopravvivono, si barcamenano. <span id="more-39674"></span>Claus e Lucas crescono uno e la loro separazione è l’aborto di una figura mitica con due teste e quattro gambe. Perfettamente stabile. E autosufficiente. La struttura della trilogia pure si sbilancia. <em>Il grande quaderno</em>, raccolta delle avventure nel paradiso terrestre dei due gemelli gemma in <em>La prova</em> e <em>La terza menzogna</em> che sono le cronache visionarie della vita dell’uno senza l’altro. Lucas è rimasto Claus partito, Lucas scrive ogni giorno sul quaderno affinché Claus al ritorno possa riconoscersi. Sembrano uomini fatti questi due personaggi che per due terzi del libro non arrivano a ventitré anni. Non hanno la barba ma il loro volto è ugualmente ombreggiato dalla maschera nera della disumanità degli uomini, dall’esattezza spavalda nell’intuire e spiare i desideri degli altri e dall’incredibile cameratismo con chi sta ai margini di qualsiasi certezza. Di qualsiasi punto fermo. Lo lecca, lo cavalca o ci piscia sopra. Lucas e Claus. Così. Esercizio di immobilità. Agota Kristof ha la scrittura scarna livida e tagliente della prosa senza aggettivi, priva di subordinate, con pochi cadenzati segni di interpunzione. Io che non so leggere la musica ho trovato ipnotica la successione di punti virgole trattini e una volta finito mi sono chiesta come ho fatto a stare senza. Duro e commovente.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.artoong.net/Foto/2009/02/trik.jpg" alt="" width="200" height="326" /><br />
<strong>A. Kristof, <em>Trilogia della città di K. </em>[1987], Einaudi Super ET (2005), pp. 384, € 10,50. </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Agota Kristof </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Csikvánd, 30 ottobre 1935 – Neuchatel, 27 Luglio 2011. </strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/mai-piu-soli/">[mai] più soli</a></p>
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		<title>Zone grigie</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 06:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/fofi.jpg"></a> di <a href="http://www.danielamatronola.it">DaniMat </a></p>
<p><strong>Goffredo Fofi</strong>, <em>Zone grigie</em>, Donzelli Editore, pagine 224</p>
<p>Conosco Goffredo Fofi da non pochi anni.<br />
Del resto chi non lo conosce e non sa la sua mitezza ferma, la sua voce salda nel raccontare quel tempo unico che è la nostra storia attuale?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/10/zone-grigie/">Zone grigie</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/fofi.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/fofi.jpg" alt="" title="fofi" width="162" height="253" class="alignleft size-full wp-image-39488" /></a> di <a href="http://www.danielamatronola.it">DaniMat </a></p>
<p><strong>Goffredo Fofi</strong>, <em>Zone grigie</em>, Donzelli Editore, pagine 224</p>
<p>Conosco Goffredo Fofi da non pochi anni.<br />
Del resto chi non lo conosce e non sa la sua mitezza ferma, la sua voce salda nel raccontare quel tempo unico che è la nostra storia attuale? Chi non segue il suo diario critico delle vicende italiane fondamentali nella politica e nella cultura? Bene, ho sempre provato una minima soggezione verso di lui, potrei dire come riflesso della sua integrità intellettuale che è tutt’uno con la sua integrità di persona, ma la verità è che mi sono sempre posta verso di lui come verso un maestro, con atteggiamento a dir poco naturale. <span id="more-39487"></span><br />
Un maestro ribelle, o, come lo definirebbe il critico Filippo La Porta (peraltro con qualche regolarità suo collaboratore sin dalla fondazione nella rivista Linea D’Ombra), ‘maestro irregolare’. Cioè un maestro di fatto, sentito come fratello maggiore e per certi versi angelo custode, che dunque non vuole ‘farsi maestro’ arrogandosi una posizione gerarchicamente elevata, distante, né aderire sotto qualunque forma a certe gerarchie umane che vorrebbero dare corpo a distinzioni artificiose e imporre presunte distanze scalari, ma un ‘maestro riluttante’ che preferisce essere ‘alla pari’, perché nutre e coltiva una fede umana fortissima, inossidabile, davvero impossibile a piegare, che è la fede nell’esperienza, in cui la relazione chiave è la condivisione.<br />
Questo ha sempre portato Goffredo Fofi a vestire i panni di uomo tra gli uomini, di coscienzioso apprendista mescolato alla gente in modo diverso dai ‘dottori e sapienti’, armato solo di una prassi non violenta tra le più non violente: la coscienza critica nei confronti del presente, la conoscenza con strumenti attrezzati come attraversamento artistico, letterario, critico (torno a dire) del proprio tempo, di cui la cultura non è la pratica, né tantomeno la professione, superiore, o migliore, ma decisamente quella più di servizio.<br />
Tutto questo certamente ci accompagna durante la lettura di questa collazione di interventi pubblicata a maggio da Donzelli, nella collana Saggine, che è ZONE GRIGIE. Lo stesso Fofi, nella seconda sezione del libro intitolata Il Sale (tanto per tornare sulla figura del maestro che Fofi rifiuta di prendere su di sé sapendo che inevitabilmente gli viene attribuita), indica chiaramente a quali maestri si ispira, quali maestri ottengono la sua approvazione, a quali maestri soltanto accetterebbe (e penso riconosca), con gioia e con orgoglio, di assomigliare: i maestri dai piedi scalzi.<br />
Il libro ha una caratteristica prevalente su tutte le (molte) altre: ha la capacità, decisamente evocativa, di insistere su un presente che è fitto di eredità e debiti col passato, e diventa una scena enorme su cui certe qualità del passato, una certa stoffa umana soprattutto, acquistano un valore di onnipresenza che non ha, viceversa, debiti con l’assoluto ma afferisce all’universale, cioè a quel carattere di immanenza che sussiste (è il caso di dire) in presenza di una continua ricucitura.<br />
Parlando più chiaro, ZONE GRIGIE mette a fuoco un anno, il 2010, cui l’autore attribuisce un merito: d’aver registrato, in un lungo e a quel che sembrava intramontabile, inscalfibile direi, tempo unico berlusconiano (sia così definito per brevità), un’incrinatura, un inizio di fine, un insperato barlume di risveglio – molto lento, pigrissimo, indolentissimo, ma pur sempre minimamente registrato dagli strumenti sensibilissimi del nostro, e un po’ anche da noi che forse siamo osservatori più miopi, di sicuro più addormentati. In quell’avvilito canale temporale osservato così da vicino si innestano retaggi di un altro tempo, d’altri mondi verrebbe da dire, che questo nostro disgraziato presente sembra aver scordato del tutto come mai fossero apparsi e esistiti.<br />
Comprendiamo che Goffredo Fofi non ha mai avuto la minima intenzione di revocare certe sue adesioni ideali né di attualizzarle. Cioè Fofi non cede e non ha ceduto all’inselvatichimento invalso &#8211; il tempo convulso e insulso che attualmente attraversiamo anche lui lo attraversa, come del resto non può non fare, esattamente come tutti noi, ma Fofi, “armato” di uno spirito e di una prassi di vita di ispirazione cristiana e pauperistica (forse legata alle sue origini eugubine, al misticismo della sua terra), ne sembra immune. A volte ho creduto di trovarmi al cospetto non tanto di un uomo di specchiata virtù francescana quanto di un Oliver Twist cresciuto, dunque ‘avvertito’, tuttavia capace di immergersi nella fallacia umana senza esserne contaminato, protetto da uno scudo non di divina purezza ma di umana comprensione, di profonda capacità di attenzione ai segni oscuri della nostra antropologia, anzi agli allarmi di sottofondo del nostro sfrenato antropocène.<br />
È da un pezzo che, osservando questo nostro tempo, visualizzo il verso dantesco, ritrovandomi spesso a mormorarlo, “La bocca sollevò dal fiero pasto”. E ogni volta subito dopo visualizzo una scena di “Io sono leggenda”, in cui si assiste, con il protagonista Robert Neville, al fiero pasto, ai danni di un capriolo, di un clan di umani mutati in belve glabre e spellate, in una città perlopiù deserta e inselvatichita. Dico questo perché ho notato che Fofi in questo libro, in cui denuncia la massificazione sociale operata dalla pubblicità, la disumanizzazione dei cittadini trasformati in mostruosi consumatori, anzi insaziabili consumisti, pertanto indebitati fino al collo pilotati e spietati, le cui volontà cioè sono state conculcate col raggiro travestito da conquista dei diritti fondamentali, della libertà – in questo quadro, Fofi, grande cultore del cinema e della letteratura, ribadisce una sua analisi risaputa, la sua stima per film e romanzi di fantascienza inevitabilmente orientati verso l’horror quando non del tutto consistenti in esso e chiamati a indicare la descrizione più fedele dello stato in cui versiamo. Sappiamo della sua passione per i romanzi di J.G.Ballard, e in particolare per ‘Crash’ (1973) anche nella sua riduzione cinematografica (Cronenberg, 1996), dato che uno dei mali-chiave attribuiti da Fofi alla nostra epoca recente è la nostra ‘automobilizzazione’.<br />
Il “mercato dell’automobile” è in crisi, i gas di scarico sono tra i maggiori responsabili del nostro imperante disastro ambientale, che è cancro occidentale e minaccia planetaria, eppure aumenta l’offerta di automobili pur in parallelo allo strenuo tentativo ‘ecologistico’ di mutarne combustibili e sistemi di alimentazione, e visto che il libro ci sollecita a stare strettamente sul presente, sarà bene approfittarne per provvedere a un aggiornamento in proposito: la pubblicità vuole attirarci a,  anzi spingerci verso, l’acquisto di sempre muove automobili a colpi di slogans a dir poco provocatori, e finto-egualitari, tipo il recentissimo “Il lusso è un diritto!”.<br />
In un mondo del genere, ma dove mettiamo le mani?<br />
Cosa è veramente accaduto? ZONE GRIGIE ce lo dice con precisione e in modo molto articolato.<br />
Non dimenticando di ricordarci che questo presente distorto così totalizzante non è lontanissimo in termini temporali da un passato in cui ancora potevamo correggere la rotta, eppure risulta davvero remoto rispetto ad esso per il deragliamento smemorato che abbiamo incautamente imboccato.<br />
ZONE GRIGIE è un libro che non si limita a stigmatizzare l’avvenuta sostituzione della cultura con la pubblicità, non rinuncia a sottolineare per la volta ennesima la barbarie degli affaristi che hanno indossato le casacche della destra pur di darsi una qualunque sverniciata politica – è un libro che senza riserve denuncia che i politici hanno ucciso la società civile e i giornali hanno ucciso l’opinione pubblica. È un libro che senza rimpianti o nostalgie cerca di ricucire, torno a dire, ed è la sua funzione più preziosa, lo iato, anzi l’abisso, che si è spalancato sotto di noi separandoci dagli ultimi, quasi scomparsi al nostro fumoso orizzonte, lembi di terra dove ancora ci si potesse ricongiungere a una umanità umana, a una società non completamente né solertemente divorata dai cosiddetti persuasori occulti: ricordate il saggio di Vance Packard della metà degli anni Cinquanta? – già al ginnasio (vent’anni dopo) la mia prof di Lettere, Roberta Risi, cui sono grata per questo e tanto altro, ci fece leggere brani da quel testo, spalancando nelle nostre tenere coscienze la consapevolezza che c’era da stare all’erta, bisognava essere guardinghi, il terziario stava dilagando e oggi impera. I fornitori di servizi hanno le nostre sorti nelle loro mani perché la nostra è una società in cui il connettivo manipola e trasforma la polpa. Ma ancor più questo è un libro che denuncia l’inaudito conformismo della sinistra, l’incapacità della società civile di sorvegliare il fenomeno del sopravvento dell’affarismo su una qualunque etica, la scarsa volontà di una certa politica di controbilanciare efficacemente gli assalti, pur voraci e belluini, subiti dai cittadini come utenti ultimi e anelli finali di un sistema Paese (potenza delle formule) incattivito.<br />
Debolissima del resto la resistenza degl’intellettuali. Passiva, e non sufficiente. Certo non-violenta, come è naturale prescriva e analizzi Goffredo Fofi in questo libro. Ma anche quasi afona. La voce di Davide è talmente fievole che Golia non è informato (il colmo, nella società dell’informazione, in cui del resto vige un sonoro di sottofondo che è un pervasivo chiasso indistinto) del sasso e della fionda che pure si cerca di predisporre e sarebbero destinati a lui. Loffio anche il lancio: è la fine. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/10/zone-grigie/">Zone grigie</a></p>
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		<title>13 storie inospitali</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/06/18/13-storie-inospitali/</link>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2011 06:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/hans-henny-jahnn.jpg"></a><br />
[oggi pomeriggio alle 15.30, alla <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/programma-della-seconda-festa-di-nazione-indiana/">Festa di Nazione Indiana</a> faremo un <em>Viaggio attorno ai libri di Arno Schmidt e Hans Henny Jahnn</em> con Domenico Pinto e Francesca Matteoni. Letture di Camilla Barone, Lucia Mazzoncini e Agnese Donati. Qui di seguito una mia breve recensione del libro di Jahnn.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/18/13-storie-inospitali/">13 storie inospitali</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/hans-henny-jahnn.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/hans-henny-jahnn.jpg" alt="" title="hans-henny-jahnn" width="429" height="230" class="alignnone size-full wp-image-39313" /></a><br />
[oggi pomeriggio alle 15.30, alla <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/programma-della-seconda-festa-di-nazione-indiana/">Festa di Nazione Indiana</a> faremo un <em>Viaggio attorno ai libri di Arno Schmidt e Hans Henny Jahnn</em> con Domenico Pinto e Francesca Matteoni. Letture di Camilla Barone, Lucia Mazzoncini e Agnese Donati. Qui di seguito una mia breve recensione del libro di Jahnn. <em>G.B.</em>]</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong><br />
<strong>Hans Henny Jahnn</strong>, <em>13 storie inospitali</em>, Lavieri edizioni, traduzione di Elisa Perotti, 189 pagine</p>
<p>Hans Henny Jahnn è autore poco conosciuto anche nella sua stessa patria. Scrittura anomala la sua, fuori dal canone codificato della letteratura del Novecento in lingua tedesca, eppure autore di altissima qualità, tranquillamente accostabile ai più famosi monumenti letterari della prima metà del secolo. Solo che Jahnn è uno scrittore inospitale, come le storie che racconta. Anche per questo trovo l’idea di tradurlo, da parte di Lavieri, un atto di autentico coraggio che merita l’attenzione dei lettori.<br />
<span id="more-39312"></span><br />
Le <em>13 storie inospitali</em> forse vi daranno filo da torcere, percorrerete, dentro le sue pagine, immaginari malati, racconti di perversioni, pulsioni incestuose, passioni meccaniche, farete fatica, anche. Perché il mondo immaginifico di Jahnn sembra difficile da definire. Di conseguenza leggendolo è come attraversare una foresta di simboli senza avere a disposizione neppure una bussola. Tutto  è vergine, leggendolo, tutto sembra accadere per la prima volta. Jahnn rende esotico il paesaggio norvegese così come quello persiano. Misterioso, oscuro, inspiegabile. </p>
<p>La sua è una mistica senza dio, tutta calata nei corpi. È una scrittura senza vergogna, oscena senza essere mai volgare. Perché il controllo sulla lingua (e la traduzione è davvero impressionante) e sulla sintassi è conturbante. Lingua che spesso deraglia, delira, si perde nelle visioni, con dialoghi così improbabili, così scritti, da essere veri proprio per la loro irrealtà. Veri, cioè, perché coerenti con la realtà della scrittura. Folli, schiavi, marinai, cannibali, gemelli, cavalli, organi meccanici: questo ed altro incontrerà il lettore, raccontati con una scrittura incollocabile, mitica, fuori dal tempo e dalle mode. Chiedo, insomma, di gettarsi nell’abisso, conscio che ogni tanto, per il bene di tutti, occorre dare spazio alla <em>bibliodiversità</em>, per il bene stesso della letteratura, troppo spesso legata, e non da oggi, a un ciclo economico-editoriale sterile e infecondo.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Cooperazione<em> n° 11, del 15 marzo 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/18/13-storie-inospitali/">13 storie inospitali</a></p>
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		<title>altroché fascio littorio</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 08:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Alessandro Bertante</strong></p>
<p>“Non si può dedicare un certo numero di anni allo studio dei miti o dei materiali mitologici senza imbattersi più volte nella cultura di destra e provare la necessità di fare i conti con essa.” Con questa netta enunciazione di intenti Furio Jesi, nell’incipit dell’introduzione del suo saggio <em><strong>Cultura di destra</strong></em>, stabiliva da subito il compito e i confini che si era prefissato quando decise di affrontare le pulsioni storiche e culturali che stavano alla base del neo fascismo e della nuova borghesia italiana reazionaria.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/10/altroche-fascio-littorio/">altroché fascio littorio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-39212" title="jesi" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi.jpg" alt="" width="340" height="412" /></a></p>
<p>di <strong>Alessandro Bertante</strong></p>
<p>“Non si può dedicare un certo numero di anni allo studio dei miti o dei materiali mitologici senza imbattersi più volte nella cultura di destra e provare la necessità di fare i conti con essa.” Con questa netta enunciazione di intenti Furio Jesi, nell’incipit dell’introduzione del suo saggio <em><strong>Cultura di destra</strong></em>, stabiliva da subito il compito e i confini che si era prefissato quando decise di affrontare le pulsioni storiche e culturali che stavano alla base del neo fascismo e della nuova borghesia italiana reazionaria. E non era certo un compito facile, in quanto nel clima di acceso scontro ideologico della fine degli anni Settanta (nel 1979 esce la prima edizione del saggio per Garzanti) il termine “cultura di destra” era considerato come un ossimoro e tutti gli studi sul mito, sul sacro e sul leggendario giudicati materia per ottusi nostalgici in odore di fascismo. Maneggiare quella materia non era facile allora e non è facile nemmeno adesso, per noi che, come piccioni sopra un cornicione, assistiamo attoniti al baratro culturale residuo di quella che è da considerarsi come la fase crepuscolare della televisione commerciale.<br />
<span id="more-39211"></span><br />
Accogliamo quindi con piacere la notizia dell’uscita della riedizione da parte di nottetempo di <em>Cultura di destra</em>, forte della nuova curatela di Andrea Cavalletti che aggiunge al corpo già noto dell’opera tre testi inediti e un intervista all’autore. Una buona notizia in quanto Furio Jesi fu uno studioso importante e solo la sua precoce scomparsa in un tragico incidente domestico, pochi mesi dopo l’uscita del saggio, non ci ha permesso di valutare la maturità di un percorso intellettuale ampio e diversificato. Storico, archeologo, critico letterario e germanista, Furio Jesi infatti comincia i suoi studi giovanissimo, occupandosi delle religioni dell’Egitto e della Grecia antichi, soffermandosi sui culti misterici, per poi diventare allievo di Kàrol Kerényi, rifiutandone in seguito la svolta umanistica. Questi lavori, insieme a quelli sulla letteratura tedesca contemporanea, saranno fondamentali per la stesura di <em>Cultura di destra</em>.</p>
<p>Scritto con lingua agile  e talvolta perfino divertita, il saggio comincia prendendo in esame la “mitologia della morte”, evidenziando le differenze fra il fascismo italiano &#8211; più laico, cinico, vitalista e di estrazione piccolo borghese &#8211; e il nazismo tedesco, caratterizzato da deliri misticheggianti e dalla rozza manipolazione di mitologie neo pagane che, specie per quello che riguarda le gerarchie SS, diventarono vettore di un nichilismo nutrito dal culto del sacrificio. E se il totalitarismo cattolico del ras rumeno Codreanu, che influenzò non poco il pensiero politico di Mircea Eliade, per Jesi diventa significativo solo nei suoi punti di contatto con il falangismo spagnolo, è quando il saggio affronta le problematiche del dopoguerra italiano che il discorso diventa per noi più interessante. Superata senza troppi traumi la venerazione di un passato glorioso tipica della retorica mussoliniana &#8211; che in realtà  nascondeva una vera e propria avversione per la ricerca storica documentata – i militanti fascisti neofascisti sembrano dividersi in due opposti schieramenti: da un parte la minoranza formata dai seguaci di Julius Evola e del suo “razzismo spiritualistico”, confusi fra un aristocratico esoterismo e la condivisione più ampia di una Tradizione con la t maiuscola, dall’altra la maggioranza che cerca di inserirsi nel contesto politico nazionale in rapporto dialettico con le istituzione repubblicane, dando vita a quella politica di rappresentatività borghese definita del “doppiopetto” e che vide in Giorgio Almirante il suo principale rappresentante. Una divisione piuttosto nebulosa, come la sfera ideologica che la sostiene, ma che caratterizzerà la destra italiana per decenni e che per Jesi sarà responsabile del definitivo superamento della retorica risorgimentale dell’amor di patria, virando decisamente nelle sue frange più estreme verso un europeismo anti comunista e anticapitalista, sull’esempio dalla legione dei volontari Waffen SS, considerata l’embrione del primo esercito europeo continentale. Ma è in punto meno celebre e discusso di <em>Cultura di destra </em>che Furio Jesi dimostra di essere acuto osservatore dei prossimi cambiamenti in divenire e studioso ancora attuale, quando analizzando la prosa di Liala, scrittrice rosa di grandissimo successo popolare, afferma che: “il linguaggio di Liala non vuole essere capito, per goderlo basta rimanere nel meno faticoso degli stati di torpore della ragione”.</p>
<p>Altroché fascio littorio o passato mitico da rievocare, questa caustica considerazione anticipa quella che sarà la vera politica culturale della destra italiana degli anni Ottanta fino ad oggi: la sublimazione del vuoto.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">[questo articolo è stato pubblicato su l'Unità domenica 22 maggio 2011]</span></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi_cover_web.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-39213" title="jesi_cover_web" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi_cover_web.jpg" alt="" width="145" height="205" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>F. Jesi, <em>Cultura di destra</em>, (a cura di A. Cavalletti), nottetempo, 2011, pp. 297, 17,50 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/10/altroche-fascio-littorio/">altroché fascio littorio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>i nodi del boia</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jun 2011 07:30:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Laurent contò i nove scalini che portavano alla città alta. Nove passi dalla taverna alla bottega del fabbro. Nove passi dalla bottega alla porta azzurra. Nove passi dalla porta all’angolo della Rue des argentiers. Dall’angolo alla terza casa c’erano altri nove passi, se andava piano, e Laurent andò piano, contandoli sottovoce.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/06/i-nodi-del-boia/">i nodi del boia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/82rogo.jpg"><img class="size-medium wp-image-39103 alignleft" style="margin: 8px;" title="82rogo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/82rogo-278x300.jpg" alt="" width="278" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Laurent contò i nove scalini che portavano alla città alta. Nove passi dalla taverna alla bottega del fabbro. Nove passi dalla bottega alla porta azzurra. Nove passi dalla porta all’angolo della Rue des argentiers. Dall’angolo alla terza casa c’erano altri nove passi, se andava piano, e Laurent andò piano, contandoli sottovoce. Non sentiva i rumori della strada, non vedeva la gente che si scostava al suo passaggio. Laurent contava. Nove passi dalla terza casa alla finestra del forno di Maurice Pellissier. Nove passi dal forno di Pellissier alla nicchia invisibile tra la casa dei Germont e il forno dei Saunier e un passo indietro, sotto l’arcata che lo nascondeva. Adrienne era lì, nella bottega di fronte, al suo posto dietro il banco colmo di cesti e vassoi. Andava a spiarla dall’ombra dopo ogni esecuzione, perché guardarla vivere era l’unico modo di allontanare i suoi demoni. Doveva fare sempre lo stesso percorso, contando lo stesso numero di passi, e il tempo sarebbe tornato indietro, cancellando ogni sua colpa</em>. Laurent Deville è il protagonista di <strong><em>In nome di Dio e per mano del diavolo</em></strong> (Germana Fabiano, Robin edizioni, 2011), è il boia di Saint-Germain sulla Somme. Il padre era un boia, il fratello lo è diventato, tutti i parenti esercitano il medesimo mestiere. Laurent ha sposato la figlia del boia di Saint-Germain sulla Somme, dove è arrivato giovane apprendista e dove, a un certo punto e come è naturale, è diventato l’esecutore delle alte e basse opere. Forca, ruota, decapitazione, impiccagione, rogo, altro. <span id="more-39102"></span> Laurent Deville è sempre stato un bambino strambo e solo, toccato da uno di quei doni oscuri che capitano a certe indoli, e che possono essere in qualche maniera raccolti sotto la voce Compassione. Perché a Laurent non sfugge nemmeno una sfumatura della sofferenza, della miseria, della bellezza e dell’amore del mondo. Laurent è connesso, attraverso tutti i suoi silenzi con il mondo intero.</p>
<p>Che è mondo di ladri, di pazzi, di vendicatori, di violenti, ed è mondo di donne che se non danno via il corpo lo nascondono come fosse un peccato plenario. È mondo di bambini che crescendo hanno dovuto lasciarsi perché il boia è solo, è reietto, il boia è intoccabile dai taglieggiatori ma pure dall’amore o dall’amicizia. <em>Si deve essere migliori di molti altri per riuscire in una qualunque impresa – gli aveva insegnato il maestro. Lo sapevano i conciatori, i mercanti, i falegnami, i soldati e persino gli osti di taverna che restavano senza clienti se servivano il vino inacidito, e il boia non era diverso</em>. E mondo è pure la natura perché Laurent conosce le erbe, i funghi, gli alberi e i frutti, riconosce i muscoli degli uomini e i loro organi dopo aver studiato ed essersi esercitato per anni sulle carcasse dei maiali. Laurent così come uccide, secondo la legge, e con il cuore esatto di chi non vuole infliggere sofferenze ma eseguire una pena, salva, cura, guarisce, lenisce.</p>
<p>Se dal verso il mondo di Laurent Deville è quello dell’inquisizione, delle carestie e delle pesti, dal recto è quello delle streghe, della fandonia, della voce, di un’arte medica misconosciuta tanto da sembrare magia – è poi in fondo più semplice credere che capire. Germana Fabiano con una lingua piana e una storia che ha la concentrazione del romanzo storico ma il ritmo del giallo, costruisce un medioevo inventato e fascinoso dove il boia è anche il guaritore, dove il giorno e la notte avvicendandosi perennemente, seguono il chiaro scuro della vita del giovane Laurent, temuto, rispettato, invidiato e commiserato, più scienziato che aguzzino, intransigente tanto da non avere punti deboli oltre la compassione per tutto ciò che lo circonda. Per una diceria Laurent Deville potrebbe trovarsi sul patibolo e non essere il boia.</p>
<p>E così, in un paesino fluviale che è un calco di paesino fluviale, in una fine di medioevo che è un calco di fine mediovo, così come i personaggi di Germana Fabiano sono calchi di figure che ogni lettore in qualche modo si è immaginato, e coltivato, senza timori, sicura della penna e della storia, imbastisce un gioco di ruolo e di personaggi che tiene compagnia, diverte e cruccia e sulle quali si stacca la figura di Laurent Deville che pur non avendo colpe, espia a ogni passo. Nove sono i gradini del patibolo. <em>Non avrebbe mai cercato di sfuggire alla sua sorte, perché non c’era modo e quella inutile disperazione era l’unica cosa che ne sarebbe venuta</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/ba879f7a1155e9990f7562f5986f2703-3663335969f61e3d734904bff38419c3e698e4.png"><img class="size-medium wp-image-39224  aligncenter" title="ba879f7a1155e9990f7562f5986f2703-3663335969f61e3d734904bff38419c3e698e4" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/ba879f7a1155e9990f7562f5986f2703-3663335969f61e3d734904bff38419c3e698e4-300x300.png" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong> G. Fabiano, <em>In nome di Dio e per mano del diavolo. Vita del boia Laurent Deville, esecutore delle alte e basse opere a Saint-Germain sulla Somme dal 1497 al 1504</em>, Robin edizioni (2011), pp. 311, eu 14.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/06/i-nodi-del-boia/">i nodi del boia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>ricorda la ex-moglie di mio fratello?</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2011 06:30:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Jack-Vettriano-Sweet-bird-of-youth-study-50x40cm.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Dio mio, c’era qualcosa in questo essere ragazzi che la vita domestica e la civiltà stessa non riuscivano a toccare, e spesso potevano diventare pazzi o esasperanti, ma quando perdevano questa componente, i ragazzi come gli uomini, erano spenti.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/30/ricorda-la-ex-moglie-di-mio-fratello/">ricorda la ex-moglie di mio fratello?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Jack-Vettriano-Sweet-bird-of-youth-study-50x40cm.jpg"><img class="size-full wp-image-39101 alignleft" style="margin: 8px;" title="Jack-Vettriano-Sweet-bird-of-youth--study--50x40cm" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Jack-Vettriano-Sweet-bird-of-youth-study-50x40cm.jpg" alt="" width="248" height="316" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Dio mio, c’era qualcosa in questo essere ragazzi che la vita domestica e la civiltà stessa non riuscivano a toccare, e spesso potevano diventare pazzi o esasperanti, ma quando perdevano questa componente, i ragazzi come gli uomini, erano spenti. Così a una donna non rimaneva che scegliere fra un ragazzo troppo cresciuto e un piatto maschio americano, ed entrambe le scelte potevano farti diventare matta, ma almeno con il ragazzo la tua follia era più omicida che suicida, come invece avveniva nell’altro caso. Non c’era da stupirsi se gli uomini al bar, o quando andavano a cacciare o a pescare, si chiamavano tra loro ragazzi. Dicevano: vado a bere una birra coi ragazzi, vado a pescare coi ragazzi. E nei loro occhi c’era una luce diversa, una luce di distanze, di fantasticherie e di predilezione, come se stessero srotolando la bandiera per cui avevano prestato servizio quando erano giovani</em>. <em><strong>Voci dalla luna</strong></em> di <strong>Andre Dubus</strong> (Mattioli 1885, trad. di Nicola Manuppelli) è un esterno giorno americano con al centro una famiglia sghemba formata da un padre, un figlio adolescente che vuole farsi prete, un altro figlio più adulto, ballerino che, più o meno, lavora nella gelateria del padre, la moglie del ballerino, ballerina lei stessa, una figlia che vive altrove ed è indecisa – ma non per vizio, per disposizione di sé – tra erba e cocaina, una madre che lavora come cameriera in un bel ristorante fuorimano, lungo una highway, Melissa in camicia di jeans annodata in vita che fuma sul campo da softball e Conroy, il suo cane, che ogni tanto si perde nel buio. Al figlio adolescente e sarà molto difficile rimanere cattolici a casa nostra piace Melissa, e a Melissa lui, il ballerino ha divorziato, il padre quarantasettenne dei due si è innamorato della ballerina, e la sposerà. Il padre dunque sposa l’ex moglie del figlio maggiore. E con <em>È colpa del divorzio</em> il romanzo comincia.<br />
<span id="more-39100"></span><br />
In <em>Voci dalla luna</em> i nomi delle persone, delle cose, dei luoghi e delle geografie ci sono, e sono nomi propri che pure fanno qualche eco, tuttavia ciò che rende questo romanzo difficile da dimenticare è il racconto dei rapporti tra le persone, i luoghi e le geografie che strutturano e complicano, che innamorano e perdono la vita dei personaggi, degli uomini, delle donne e degli adolescenti e dunque anche i nostri. I nostri rapporti di lettori che hanno famiglie o le pensano, o solo, continuano a guardare quelle degli altri. In <em>Voci dalla luna </em>si capisce, come un’esperienza propria, che ci sono cose molto peggiori che amarsi, che <em>due che si amano devono sempre essere egoisti, rivolti uno verso l’altra, girando le spalle al mondo, se vogliono che il loro amore duri </em>che, anche tu, <em>aspetti che troppe cose ti accadano. Sprechi tutto quel cazzo di tempo a pensare</em>.</p>
<p><em>Voci dalla luna</em> è, prima di tutto, un racconto di una quotidianità normale, e nel quale, tuttavia, la normalità, grazie alla prosa essenziale ma sempre accudente di Dubus, ha qualcosa di decentrato. Perché Richie Stowe teme che, se il padre sposa la moglie di suo fratello, non potrà mai essere un buon prete, ha paura che, se Melissa gli offre una sigaretta dal pacchetto che tiene nell’incavo dei seni, non potrà continuare a ignorare il proprio corpo che lievita. Perché Brenda, anche se sta per sposare il padre del suo ex marito Larry, ha imparato che <em>il matrimonio è l’unica condizione che la trattiene dall’essere una puttana</em>, perché Joan, la madre di Larry gli dice <em>(…) quello che mi addolora in te, è che tu non lo fai. Così a volte penso che tu abbia abbastanza talento perché questa sia una maledizione per te e non a sufficienza perché sia una benedizione</em>.</p>
<p>E in mezzo a tante comuni stranezze ed esitazioni, Andre Dubus, senza nessun intento didascalico, educativo, senza alcun giudizio (im)morale, anzi con gli occhi attenti di chi si meraviglia e si strugge per la bellezza varia – e talvolta in avaria delle circostanze – ci lascia intontiti e pieni di possibilità dunque salvi, consolandoci che <em>Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e portare avanti le vite che abbiamo</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cop-Voci-dalla-luna.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-39158" title="cop Grey" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cop-Voci-dalla-luna-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>A. Dubus, <em>Voci dalla luna</em> (Mattioli 1885, 2011), pp. 134, 17,90 eu.</strong></p>
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