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	<title>Nazione Indiana &#187; recensioni</title>
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		<title>Nuovi autismi 3 &#8211; La mia carriera letteraria</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jul 2011 09:50:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/mucca.jpg"></a></strong></p>
<p>Il mio ultimo romanzo è andato benissimo: nessuno l’ha comprato, nessuno l’ha recensito, nessuno ne ha parlato. Nessuno mi ha invitato a discuterne da qualche parte, nessuno mi ha cooptato a un qualche festival letterario. Nemmeno a uno piccoletto, in uno di quei villaggi abbioccati dove gli scrittori locali inscenano scialbe ruotine di provincia (anche ai festival preclari gli scrittori fanno la ruota, ma è una ruota celebre e rifulgente), nemmeno quando il tema prescelto era giustappunto quello del romanzo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/17/nuovi-autismi-3-la-mia-carriera-letteraria/">Nuovi autismi 3 &#8211; La mia carriera letteraria</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/mucca.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39582" title="mucca" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/mucca-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></strong></p>
<p>Il mio ultimo romanzo è andato benissimo: nessuno l’ha comprato, nessuno l’ha recensito, nessuno ne ha parlato. Nessuno mi ha invitato a discuterne da qualche parte, nessuno mi ha cooptato a un qualche festival letterario. Nemmeno a uno piccoletto, in uno di quei villaggi abbioccati dove gli scrittori locali inscenano scialbe ruotine di provincia (anche ai festival preclari gli scrittori fanno la ruota, ma è una ruota celebre e rifulgente), nemmeno quando il tema prescelto era giustappunto quello del romanzo. A me piace fare le cose bene, adoro la purezza. Prima purtroppo qualche derelitto dei miei romanzi ne parlava (nelle catacombe dei blog, su qualche confidenziale periodico cartaceo), il che un po’ mi rattristava. Adesso invece ho fatto enormi progressi: finalmente attorno ai miei testi il silenzio è puro e grandioso. Le cose vanno fatte bene: ci vuole un’inossidabile professionalità, molta dedizione. E naturalmente tanto talento, perché senza quello non si fa nulla. Prima di tutto bisogna saper scegliere il momento. Se per esempio sulle pagine cosiddette culturali dei quotidiani frotte di boriosi critici deprecano la marea di noir che converge sui banchi dei librai, quello è il momento ottimale per mettere in cantiere un noir. <span id="more-39579"></span>Un noir anche molto atipico, inatteso e bellissimo, un capolavoro, ma pur sempre un noir. Al limite un finto noir, ma che abbia pur sempre l’apparenza di un noir. La cosa più sicura è però disseppellire un soggetto ostico e fuori moda, o anche solo ineluttabilmente prematuro. Meglio ancora: un vero e proprio tabù nazionale. Rifuggendo beninteso le attitudini rivelatrici o provocatorie (che potrebbe risvegliare un pavloviano interesse dei media), e dipanandolo invece nella sua contraddittoria e inestinguibile complessità: battendo le rotte meno dirette e appariscenti, più inattuali, più a controcorrente. Bisogna accumulare una viscerale competenza sui tic e sui cliché della cultura nazionale, per evitare tutti gli agguati, per non offrire alcun appiglio. Ma naturalmente l’argomento non può fare tutto: anche lo stile va curato al massimo. La cosa più sicura è scrivere molto bene, non però alla maniera che si intende comunemente, dove ogni frase – in reazione alla scialbezza imperante, funzionale a un disavanzo di senso &#8211; sembra gridare “guarda che bel vestito indosso!”, ma anzi con un’eleganza dimessa e pacata, una classe austera e esigentissima, inattesa e imprevedibile: in questo modo tutti daranno per scontato, non ritrovandosi, che il romanzo sia scritto molto male, e il gioco è fatto. L’importante è puntare sul tempo: la grazia e la grandezza del testo devono rivelarsi solo a una lettura partecipe e molto vigile, paziente, quasi ostinata: vanno occultate, rese quasi inaccessibili. I recensori hanno già anche troppi fardelli obbligati – le fuoriserie dirette a gran carriera verso i premi e di cui tutti parlano &#8211; da smazzarsi, quindi i libri meno necessari li leggiucchiano, se proprio se li ritrovano per le mani, spiluccando qua e là, con occhio tediato e prevenuto. E allora per andare sul sicuro le frasi devono avere già di primo acchito un che di ostico e quasi repellente, in modo che il frettoloso esegeta non ne colga la vera essenza, e interrompa la lettura. Ma attenzione, basta la minima disattenzione, il minimo effetto scontato, la minima caduta di intelligenza, la meno auspicata scorrevolezza, e il recensore può drizzare le orecchie, come i muli quando riconoscono un cammino appunto da muli: può continuare la chiamiamola così passeggiata veloce, può risvegliarsi alle sottese intimità delle frasi. Addio ripulsa, addio fallimento. Questi però sono solo i caratteri intrinseci: come tutti sappiamo di questi tempi conta soprattutto l’immagine. Bisogna che attorno a un testo si crei un alone di sconcerto, di ignominiosa disfatta, di raccapriccio: occorre che tutti gli editori lo abbiano rifiutato. Come quelle donne con la reputazione ormai irrimediabilmente compromessa, infrequentabili. Non bisogna lesinare, bisogna immergersi con coraggio nella palude egodevastante dei dinieghi. Ci vuole tempo, determinazione, costanza. Qualche volta si teme un illuminato colpo di testa, ma poi per fortuna il testo viene ancora rigettato, si può continuare. Il manoscritto del mio ultimo romanzo è stato bocciato da tutti gli editori, proprio tutti, anche quelli asserragliati in due stanzette umidicce: l’elenco farebbe impallidire il lagnoso Antonio Moresco. Già lì ho capito che le cose si mettevano bene, che avrei superato me stesso. Ma naturalmente non basta. Quando poi il libro è stampato, perché uno psicopatico disposto a perdere dei soldi finisce sempre per saltare fuori, bisogna giocarsela molto bene. La cosa ottimale è non conoscere nessun addetto ai lavori: vivere in una segregata provincia, occuparsi di mucche e licheni, non schiodarsi dal bar del villaggio. O al limite soggiornare ogni tanto nella Dancalia, come faccio appunto io. Purtroppo in questo paese un conoscente del mestiere o peggio ancora un amico è una mina vagante: una recensione te la fa sempre, un qualche aiuto te lo dà. C’è il grosso rischio che il libro arrivi in un pugno di ardite librerie, che qualche lettore lo prenda in mano. Quindi se per disgrazia si ha un compare o una conoscenza con una qualche influenza, anche infima, bisogna lavorarsela ai fianchi finché non ne possa più, finché non risponda più ai messaggi di posta elettronica. Anche qui ci vuole tempo e pazienza, ci vuole l’intuizione per tirare fuori la cosa spiacevole al momento giusto: non esitando a offendere, con la scusa di omaggiare, quando la sola insistenza non ha effetto. Occorre che quando esce il libro attorno all’autore si estenda il deserto più inospitale: un meschino individuo – un escremento di dromedario &#8211; solo con il suo importuno testo. Ma naturalmente a questo punto giova inimicarsi con qualche mossa azzeccata anche l’editore, farlo pentire di aver accettato di perdere dei quattrini. Mostrandosi supponenti e sprezzanti soprattutto con l’ufficio stampa, ribadendo a ogni frase la propria incompresa superiorità, la meschinità del loro indaffararsi. Ma pure questo non è sufficiente. Ci vuole anche un po’ di fortuna, come in tutte le cose. Io grazie a dio ho avuto fortuna.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/17/nuovi-autismi-3-la-mia-carriera-letteraria/">Nuovi autismi 3 &#8211; La mia carriera letteraria</a></p>
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		<title>FAQ: Come scegliere un buon romanzo (italiano)</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 09:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>È Natale, tempo di regalare o regalarsi qualche bel romanzo. Se per i romanzi stranieri è più facile, perché si va per area linguistica, e/o per tema, e/o per consacrata fama (già la traduzione è in qualche modo una garanzia, anche se non assoluta), scegliere invece un buon romanzo italiano contemporaneo è assai arduo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/22/faq-come-scegliere-un-romanzo-italiano/">FAQ: Come scegliere un buon romanzo (italiano)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>È Natale, tempo di regalare o regalarsi qualche bel romanzo. Se per i romanzi stranieri è più facile, perché si va per area linguistica, e/o per tema, e/o per consacrata fama (già la traduzione è in qualche modo una garanzia, anche se non assoluta), scegliere invece un buon romanzo italiano contemporaneo è assai arduo. Lo sappiamo tutti. Tutti noi abbiamo preso, spesso guidati da recensioni entusiaste, o dal fervore generale, abrasive cantonate. Non dimentichiamo che siamo il paese che ha inventato il bestseller non letto: centinaia di migliaia di persone comprano un libro e non lo leggono. La cosa è cominciata con <em>Il nome della rosa</em>, e poi è andata avanti.</p>
<p>È difficile per gli stessi addetti ai lavori, non si creda. Hai letto qualcosa di buono? si sente sussurrare in situazioni dove il predominio incontrastato della qualità dovrebbe essere piuttosto la regola aurea. Come si implorerebbe una dose di droga che finalmente ci faccia dimenticare l’orribile mondo dove viviamo. Figuriamoci allora il comune lettore, poveraccio, che entra in libreria e si trova davanti distese di nomi che non conosce, <span id="more-37588"></span>o che ha sentito vagamente nominare, rutilanti copertine che rivaleggiano per potenziale di adescamento, eleganza, o anche solo volgarità (tutti i mezzi sono permessi), senza sapere a che santo votarsi. Senza contare che molto spesso le perle si trovano solo negli scaffali di difficile accesso, rigorosamente in copia unica. O più spesso vanno ordinate.</p>
<p>Però qualche trucco che può aiutare in fondo c’è. Prima di tutto le classifiche. Le classifiche si trovano dappertutto, e sono uno strumento molto oggettivo e assolutamente affidabile: vanno seguite con la massima attenzione. O meglio, visto che le librerie piccole e grandi vi si adeguano ormai pedissequamente (il libraio, abdicando al suo ruolo di intelletto, si trasforma in dipendente di supermercato), a rigore le si può consultare anche solo indirettamente, per così dire sul campo. L’importante comunque è usarle bene. Vale a dire non comprare mai un libro presente in classifica. Ma proprio mai. Al limite, se proprio per sbaglio un romanzo buono o almeno passabile ci fosse cascato dentro, caso rarissimo, lo leggerete qualche anno dopo, ottenendolo per pochissimi soldi (dopo un paio d’anni i bestseller vengono sempre proposti a prezzi stracciati). Farete un affare, e vi risparmierete carrettate di parole che pensano e dicono tutti. Già partirete col piede buono.</p>
<p>Del resto la lettura di un romanzo è un atto molto intimo, una specie di amicizia, che in qualche caso può trasformarsi in amore. Voi vi prendereste per amico una persona che nel corso di una serata affollatissima e per certi aspetti antipatica, sorride a tutti, dice le cose che ammaliano tutti, fa le battute che fanno ridere tutti? Vi avvicinereste a quello sbruffone/commediante, gli chiedereste se ha voglia di passare un paio di lunghe serate, o anche una settimanella, a tu per tu con voi, nell’intimità del vostro salotto, se non addirittura nel vostro letto? Certamente no. Sapete benissimo, per esperienza, che l’amico che serve a voi non potrebbe brillare in una contingenza così volgare, e è anzi uno che con l‘umiltà più sconcertante tira fuori le cose che più vi interessano e più vi toccano, e che sa apprezzarvi come siete (la scrittura non è una relazione a senso unico: lui ha bisogno della vostra sensibilità e delle vostra intelligenza!), e che soprattutto durerà nel tempo, anche dopo anni di connubio non finirà mai di stupirvi.</p>
<p>Diffidate poi delle case editrici. Certo qualche rara casa editrice media o piccola, propone dei romanzi che in genere sono almeno passabili. Si potrebbe fare qualche nome. Ma sono mosche bianche. La maggior parte degli editori italiani pubblicano cani e porci, letteralmente. Capolavori e ciofeche, tutti assieme, tutti mescolati. Quindi voi non fidatevi. Mai. Avete già letto un bel libro in quella collana? Prima di comprarne un altro pensateci dieci volte. Una volta non era così, ma adesso sì.</p>
<p>Evitate poi come la peste le recensioni sui quotidiani nazionali e sui settimanali. Non leggetele, e se vi capita di scorrerle velocemente, non fidatevi, non tenetene conto. Nella stragrande maggioranza dei casi sono vacue, imprecise, autocompiaciute, tendenziose, se non addirittura tronfie, false, assurde, biecamente interessate. Sono spiacente di dire queste cose, e forse qualcuno potrebbe sentirsi offeso, ma questa è la mia esperienza e quella di tantissimi altri lettori. Prova ne sia cosa ne pensano della questione gli scrittori (pur sempre i diretti interessati!) coinvolti nell’inchiesta che ha realizzato l’anno scorso il blog collettivo di cui faccio parte (nazioneindiana.com): peste e corna. Ma in fondo lo sapete già anche voi, e le case editrici sanno che lo sapete (nel loro gergo le recensioni “non muovono il libro”), quindi era forse inutile dirlo.</p>
<p>Bisogna dedurne che i nostri recensori sono tutti incompetenti, o peggio ancora – si sente dire anche questo – dei prezzolati? Personalmente non lo credo, e per quel che ho potuto constatare si tratta spesso di persone oneste e intelligenti. Immaginiamoci però che voi vi ritroviate a dover giudicare una grande quantità di dolci prodotti dalla vostre zie, da vostri parenti e amici vari, dal vostro capufficio, e da altre persone che vi danno i soldi per vivere. Tutto ciò in loro presenza. Avete pochissimo tempo, e dovete dire quale dolce è più buono. Sapendo che ogni parola che pronuncerete potrà rivoltarsi contro di voi, potrà inimicarvi una o più delle vostre suscettibilissime zie, o peggio ancora rompere rapporti che sono fondamentali per la vostra stessa sopravvivenza. C’è molta confusione, perché tutti parlano, e proprio da quel gran parlare vedete che tutti si conoscono, tutti si omaggiano a vicenda (almeno in apparenza), tutti vi sollecitano. Voi quindi sudate, vi sentite confusi.</p>
<p>Talmente confusi che mettete in bocca macchinalmente pezzi di dolce, cominciando naturalmente da quelli delle zie più importanti, senza più poter capire se sono buoni o meno. Vi sembrano, anche se naturalmente non è vero, tutti uguali (il gusto è un senso molto delicato, non resiste a troppi strattonamenti), avete un po’ di nausea. E allora finite per votare la zia che deve lasciarvi l’eredità, o quel signore che vi da i soldi con cui pagate l’affitto, l’amico che non potete perdere. È umano. Insomma, è umano in Italia. Finiscono per fare così anche i critici più austeri, quelli che si circondano di un’aurea di ferrea esigenza. Anche loro, patapumfete, a dire che il tiramisù preparato dal loro amico, dal loro collega di università, o anche solo pubblicato dalla casa editrice per la quale lavorano, è il più buono di tutti. In perfetta buona fede. Insomma, la nostra versione della buona fede.</p>
<p>Per quanto riguarda i premi più importanti vale lo stesso discorso delle classifiche: vade retro italico conformismo. Ammesso che un osannato vincitore valga qualcosa, di solito il meglio si trova nelle opere precedenti, non in quella che ha trionfato. E delle migliaia di premi piccoli (“città di questo” e “città di quello” …) non vale nemmeno la pena di parlarne, nessuno se ne interessa. E i gruppi di lettura? Difficile giudicare, perché sono tantissimi e sparsi per ogni dove, ma la mia impressione è che ricalchino molto spesso, anche se forse in maniera meno immediata, e con qualche libertà in più, le stesse gerarchie che vanno per la maggiore. Sulla televisione stendiamo un velo pietoso, perché è sempre stata e sempre sarà la peggiore nemica della buona letteratura.</p>
<p>E internet? In effetti su internet si possono trovare ottime indicazioni. Paradossale, perché proprio sulla rete prevale il dilettantismo più spinto, spesso non immune da mitomania o indomita saccenza: si sa, ognuno può dire impunemente la sua. Il vantaggio però è la polifonia: è più facile farsi un’idea, almeno per me, quando ci sentono tante campane diverse. Qualche prezioso indizio salta pur sempre fuori. E poi sulla rete ci sono ottimi siti letterari dove si è abbastanza sicuri che prevalga la sincerità, spesso non sprovvista di competenza e gusto. Però mi sembrano rimedi adatti per i grandi lettori, più che per il lettore comune. È come se per comprarsi una ciabatta si dovesse ogni volta fare una ricerca sui modi di coltivazione del frumento.</p>
<p>E allora come si fa, a scovare questo benedetto buon romanzo italiano? Si fa con il vecchio e mai tramontato passaparola, tenendoci buoni i preziosissimi “passeurs” che in passato ci hanno dato ottime imbeccate. Un po’ come con la raccolta dei tartufi, per la quale si ha bisogno di un cane appositamente addestrato. Però non vorrei sembrare troppo pessimista, l’eccezione c’è sempre: il libraio che legge i libri e ha gusti raffinati, il critico che porta avanti con costanza la sua umile e certosina azione, magari su un quotidiano regionale, il programma radiofonico (la radio è spesso una grande alleata dei buoni libri), uno stralcio di testo presentato su un sito letterario. Bisogna munirsi di lanternino, ma ci si arriva.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sui quotidiani  "Trentino" ( 21.12.10) e "Corriere delle Alpi" (22.12.10)]<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/22/faq-come-scegliere-un-romanzo-italiano/">FAQ: Come scegliere un buon romanzo (italiano)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La solitudine del recensore</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/25/la-solitudine-del-recensore/</link>
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		<pubDate>Thu, 25 Oct 2007 04:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Pasquandrea</strong></p>
<p>Ogni due mesi trovo nella casella postale un pacchetto, la classica busta gialla imbottita di cellophane. È pieno di cd, in genere almeno una dozzina, a volte anche più: la rivista per cui scrivo me li manda, perché io li recensisca.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/25/la-solitudine-del-recensore/">La solitudine del recensore</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Pasquandrea</strong></p>
<p>Ogni due mesi trovo nella casella postale un pacchetto, la classica busta gialla imbottita di cellophane. È pieno di cd, in genere almeno una dozzina, a volte anche più: la rivista per cui scrivo me li manda, perché io li recensisca.<br />
A casa apro il pacco, do un rapido sguardo ai cd, poi sbrigo subito il lavoro più noioso (“quello che non vuoi fare, fallo subito”, diceva mia nonna): apro un file word e trascrivo tutti i dati di tutti i dischi, autore, formazione completa, etichetta, numero di catalogo, distribuzione, lista dei brani.<br />
Poi li metto nel lettore, uno per volta, inserisco la funzione “random” e saltabecco da una traccia e l’altra. È quello che si chiama un “blindfold test”, una specie di moscacieca: serve per farmi una prima idea, del tutto epidermica, di ciò che il disco contiene. Butto giù qualche appunto in cui segno ciò che la musica mi suggerisce: idee, immagini, aggettivi, domande, dubbi, qualunque cosa, rigorosamente alla rinfusa. Poi inizio ad ascoltarli con la massima attenzione, uno per uno, dall’inizio alla fine, anche più volte se serve; se non conosco i musicisti, mi documento; e alla fine scrivo la recensione.<br />
Detta così, sembra semplice: ma non lo è affatto.</p>
<p>Innanzi tutto, sono convinto che un esercizio indispensabile, per chi scrive, sia mimetizzarsi nei panni di chi legge. Quindi mi capita spesso di chiedermi: ma perché uno legge una recensione? che cosa cerca? ad esempio, io: perché le leggevo, quando ancora non le scrivevo?<span id="more-4595"></span><br />
I motivi possono essere vari, ma credo si riconducano essenzialmente a tre.<br />
Primo: per avere un’idea di ciò che succede in giro, annusare l’aria, sapere chi ha suonato cosa con chi.<br />
Secondo: se ho già il cd, per confrontare il mio giudizio con quello del recensore (e approvare, disapprovare, gratificare il mio amor proprio, incazzarmi, scandalizzarmi, sorridere, a seconda dei casi).<br />
Terzo: se non ho il cd, per decidere se investire o no i miei sudati euri nell’acquisto. Qui, ovviamente, gioca molto il rapporto di fiducia con il recensore. Con un po’ di esperienza, uno arrivo a capire se quel critico ha gusti affini ai miei, e se ci capisce qualcosa.<br />
Ne consegue che io, come critico, ho prima di tutto il dovere di informare il lettore, dargli un’idea di che cosa quel disco contiene, di come suona, raccontargli se e perché e che cosa mi ha interessato, emozionato e (eventualmente) deluso; poi, devo dargli il mio personale giudizio, il più possibile informato e ponderato.<br />
Un simile esercizio di immedesimazione stanislavskiana mi sembra fondamentale per non trasformare l’opera della recensione, che è un umile servizio che la mia modesta persona rende al lettore, in una devastante supernova egolatrica. Perché il potere è una brutta bestia; anche l’infimo potere che deriva dallo scrivere “questa è una cagata” e dal vederselo pubblicato rischia di trasformare la persona più mansueta in un sadico, intossicato dal dolce veleno della stroncatura.<br />
È per questo che cerco di tenere sempre in mente questo aureo principio: io, come giornalista, scrivo per rendere un servizio al lettore, e se non gliel’ho reso nella maniera più corretta vuol dire che non ho fatto bene il mio mestiere. E magari ci rimetto anche la faccia.</p>
<p>Ciò non toglie che, ogni tanto, scriva anch’io delle stroncature. Però, mentre una recensione positiva la faccio volentieri e a cuor leggero, perché sono contento di aver trovato qualcosa di buono e mi fa piacere condividerlo con gli altri, prima di fare una stroncatura ci penso non due, ma almeno tre o quattro volte. Voglio dire, è una responsabilità: chi ha suonato in quel disco ci ha impiegato anni di studio e giornate di lavoro, chi lo ha prodotto, inciso e distribuito ci ha investito soldi. D’altra parte, però, se il disco è brutto io ho il dovere di avvertire il lettore. Non mi piace la stroncatura fine a se stessa, ma io faccio il recensore, non il prosseneta, e nemmeno sono disposto a scrivere una recensione positiva solo per tenermi buono un musicista o un produttore discografico.<br />
Insomma: sarò ingenuo, sarò coglione, ma credo ancora che la critica abbia una sua ragion d’essere, per non dire una sua etica. Io, almeno, ho bisogno di pensare che quel che scrivo possa servire a qualcuno.</p>
<p>Qualche tempo fa, ad esempio, ho trovato nel pacchetto tre o quattro cd di un’etichetta, una delle più note del jazz italiano. Li ho ascoltati e ho deciso di recensirli tutti insieme, in un box. Ora, un paio di quei dischi erano discreti, uno davvero buono; l’ultimo mi è sembrato irrimediabilmente brutto: banale, tronfio, pretenzioso, pieno di stucchevoli arrangiamenti a base di archi e sintetizzatori, roba che manco il peggior Fausto Papetti. Però, per coscienza, l’ho riascoltato più volte, ho letto con attenzione le note di copertina, mi sono informato sul musicista (il quale, per inciso, è un professionista capace, che ha fatto cose buone). L’ho fatto anche sentire ad altre persone, ne abbiamo discusso, ma il giudizio non è cambiato. Brutto brutto brutto. Allora l’ho stroncato.<br />
Sulla rivista in cui scrivo, le recensioni hanno una lunghezza media di 1300-1500 battute, che includono anche autore, titolo e tutte le informazioni di cui parlavo all’inizio; per i box con recensioni multiple, si arriva a 2000-2500, non di più. Capirete perciò che il giudizio non si può articolare più di tanto. Ciononostante, ho cercato di argomentare il più possibile, spiegando perché, secondo me, quel disco era brutto: però alla fine l’ho detto chiaro e tondo.</p>
<p>Pochi giorni dopo l’uscita della rivista, è arrivata al giornale un’e-mail del direttore di quell’etichetta, incazzato nero per la mia recensione. Ora, in tutta onestà posso capire l’incazzatura: anch’io al posto suo ci sarei rimasto male. Ma il problema non è questo.<br />
Il problema sono gli argomenti usati: quando un giornalista scrive una stroncatura, sosteneva il discografico, “una rivista seria con un direttore assennato sai cosa fanno? Prendono in mano il telefono, chiamano la casa discografica interessata, discutono la cosa e generalmente giungono a questa conclusione: affidare la recensione ad un critico un po’ più benevolo oppure, se proprio il disco non piace, allora la recensione non viene proprio fatta. Personalmente propendo per la seconda soluzione in quanto mi sembra la più corretta”.<br />
“Non si stronca mai un disco”, continuava la mail, “specialmente uno appena uscito, perché così facendo si provoca un danno d’immagine al musicista e alla casa discografica e si uccide la novità”.<br />
La mail andava avanti per un altro po’ su questo tono, poi, dopo qualche velenosa frecciata all’indirizzo del sottoscritto, si concludeva annunciando che la casa discografica in questione non ci avrebbe più inviato dischi da recensire.</p>
<p>Penso che la mail si commenti da sola, ma vorrei far notare solo un paio di cosette.<br />
Nella mail non c’era nemmeno una parola in merito al valore artistico del disco. Non: “Sergio Pasquandrea è un incompetente e non ha capito che questo disco era un capolavoro” (cosa, per carità, possibilissima: è capitato anche a critici più capaci di me). Soltanto: “Sergio Pasquandrea non va pubblicato perché mi rovina le vendite”. Non si contesta il giudizio del recensore, semplicemente si pretende che venga ignorato, cancellato, censurato. Un vero e proprio editto bulgaro.<br />
Una “rivista seria” e un “direttore assennato” sarebbero quelli che, anziché lasciare libertà di espressione ai giornalisti, curano gli interessi delle case discografiche. Le recensioni vanno fatte fare ai critici “benevoli”, sottintendendo quindi che se il giudizio è negativo non è perché il critico ha fatto il suo lavoro, cioè criticare, ma soltanto perché è stato guidato da malevolenza. Se parli male di me, è perché ce l’hai con me, mi odi. Una sottile opera di delegittimazione.<br />
Insomma: ciò che al discografico in questione proprio sfugge, e che invece secondo me è fondamentale, è che una rivista di critica musicale è qualcosa di diverso da un’agenzia di pubblicità. Pubblicare un’opera, di qualunque tipo, significa sottoporla al giudizio del pubblico e della critica. Fa parte del gioco. E, soprattutto, come critico io ho il dovere di avvertire chi mi legge che quel disco, secondo me, è brutto. Poi, se qualcuno ritiene che io abbia detto una boiata, se ne può discutere, dati alla mano. Fa parte della normale dialettica.<br />
Va detto, a loro merito, che l’editore e il direttore editoriale hanno preso le mie difese e non si sono piegati a logiche clientelari e massoniche. Però il mese dopo si è ripetuto un episodio analogo: un altro recensore ha stroncato un disco, e il distributore italiano di quell’etichetta, per ritorsione, ha annullato tutta la pubblicità sulla nostra testata.<br />
Si tratta di un ricatto bello e buono, perché la pubblicità è una delle principali fonti di introito della rivista. E non c’è nulla di male in questo, fintanto che si tiene ben presente la differenza tra un’inserzione pubblicitaria e una recensione criticamente argomentata.<br />
Per questa volta, abbiamo resistito. Ma quanti non lo fanno? E si può sempre resistere?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/25/la-solitudine-del-recensore/">La solitudine del recensore</a></p>
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		<title>Se la critica muore</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/01/21/se-la-critica-muore/</link>
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		<pubDate>Sun, 21 Jan 2007 12:50:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di  <strong>Gabriele Pedullà</strong></p>
<p>Le premesse sono note. Lo strapotere della distribuzione nel determinare l’offerta culturale; il riorientarsi delle librerie Feltrinelli verso il mass market, con un taglio del 30% dei titoli prima normalmente disponibili così da ridurre i costi di gestione (meglio vendere dieci copie del solito, ecumenico Ammanniti che quindici di altrettanti autori diversi); la sempre più rapida senescenza dei nuovi libri che ormai hanno una vita sugli scaffali di meno di tre mesi; insomma la crisi, forse irreversibile, della “bibliodiversità”&#8230; E ancora (questa volta dal punto di vista delle case editrici): l’imperativo di guadagnare su ogni singolo libro, rinunciando a compensare le perdite o anche solo i modesti profitti dei titoli più difficili con i titoli di maggior successo commerciale; le costrizioni dei bilanci preventivi, che obbligano i management delle imprese a replicare risultati eccezionalmente buoni, trasformando l’eccezione in norma, con conseguente riduzione dei margini di manovra e degli spazi per i volumi meno accessibili al grande pubblico&#8230; In fondo non è nemmeno il caso di scandalizzarsi: non essendo associazioni di beneficenza ma imprese private, le case editrici si sono preoccupate sempre dei propri bilanci, sebbene la massimizzazione dei margini di profitto perseguita negli ultimi anni abbia incrinato un equilibrio già di per sé molto precario tra qualità e quantità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/21/se-la-critica-muore/">Se la critica muore</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di  <strong>Gabriele Pedullà</strong></p>
<p>Le premesse sono note. Lo strapotere della distribuzione nel determinare l’offerta culturale; il riorientarsi delle librerie Feltrinelli verso il mass market, con un taglio del 30% dei titoli prima normalmente disponibili così da ridurre i costi di gestione (meglio vendere dieci copie del solito, ecumenico Ammanniti che quindici di altrettanti autori diversi); la sempre più rapida senescenza dei nuovi libri che ormai hanno una vita sugli scaffali di meno di tre mesi; insomma la crisi, forse irreversibile, della “bibliodiversità”&#8230; E ancora (questa volta dal punto di vista delle case editrici): l’imperativo di guadagnare su ogni singolo libro, rinunciando a compensare le perdite o anche solo i modesti profitti dei titoli più difficili con i titoli di maggior successo commerciale; le costrizioni dei bilanci preventivi, che obbligano i management delle imprese a replicare risultati eccezionalmente buoni, trasformando l’eccezione in norma, con conseguente riduzione dei margini di manovra e degli spazi per i volumi meno accessibili al grande pubblico&#8230; <span id="more-3178"></span>In fondo non è nemmeno il caso di scandalizzarsi: non essendo associazioni di beneficenza ma imprese private, le case editrici si sono preoccupate sempre dei propri bilanci, sebbene la massimizzazione dei margini di profitto perseguita negli ultimi anni abbia incrinato un equilibrio già di per sé molto precario tra qualità e quantità. Se l’effetto del cambiamento sembra così dirompente è perché è mutato il sistema attorno ad esse, dall’università delle mille lauree honoris causa ai giornali dei mille gadget. Un sistema sano in cui tutti fanno il proprio dovere si regge sul libero confronto tra poli diversi: c’è l’autore, che scrive; c’è l’editore, che seleziona le opere; ci sono i critici, che esprimono un parere su quanto pubblicato; c’è infine l’università, dove i valori si assestano lentamente e per ipotesi successive. Il tutto secondo un principio di equilibrio e separazione dei poteri non troppo diverso da quello teorizzato da Montesquieu per i sistemi politici e in base al quale non dovrebbe mai essere la stessa persona a fare le leggi, ad applicarle e a sanzionare l’operato dei cittadini.</p>
<p>Per lungo tempo tale indispensabile funzione di sorveglianza è stata demandata soprattutto alle pagine culturali dei quotidiani; oggi, al principio del XXI secolo, si può dire che questa fase storica sia sostanzialmente finita. Una lenta agonia è stata accelerata da tre fenomeni più recenti: il diluvio di anticipazioni, le promozioni dei libri in vendita con i giornali, il diffondersi delle recensioni in subappalto. I primi due sono troppo evidenti perché sia necessario soffermarvisi: basterà notare che da un certo momento in poi le pagine culturali hanno rinunciato a esercitare il proprio diritto/dovere di critica preferendo ospitare stralci dei libri in uscita (dei veri e propri “trailer”, presentati senza alcun commento) e che questa tendenza si è ulteriormente accentuata da quando i quotidiani si sono fatti editori in proprio, dedicando una parte consistente delle proprie terze pagine alla promozione dei volumi in vendita. Più interessante, perché più subdolo, il terzo fenomeno, che consiste nel pubblicare recensioni dei grandi nomi della letteratura contemporanea (da De Lillo a Wallace, da Auster a Franzen) ai quindici o venti presunti esordienti di genio che ogni anno sforna la macchina editoriale USA – recensioni scrupolosamente acquistate, tradotte e poi fornite a titolo gratuito dagli uffici stampa della casa editrice che si appresta a pubblicare il romanzo in Italia. Alla fine, verosimilmente, saranno tutti contenti: l’editore, che si garantisce un lancio esclamativo; il redattore, che non deve nemmeno correggere le bozze; il direttore, che si può fare bello esibendo una firma apprezzata ai quattro angoli del globo; e persino il lettore, che ha l’opportunità di leggere uno dei suoi beniamini senza fare la fatica di cercarsi il pezzo su Internet. Tutti contenti, a parte il fatto che per questa via i giornali rinunciano a esprimere una voce autonoma e si trasformano nel megafono delle case editrici o del proprio ufficio marketing. Quando cade la separazione dei poteri, nessuna vera critica è più possibile e anche la democrazia (delle lettere) entra in pericolo. In economia si potrebbe parlare di trust verticale.</p>
<p>Questa tendenza inarrestabile del nostro tempo viene presentata spesso come un inveramento dei valori egualitari della nostra società: “Non facciamo pedagogia”, “Noi vogliamo solo dare ai lettori quello che ci chiedono”, “Non siamo mica in Unione Sovietica”. Ma davvero la logica dei grandi numeri è più democratica soltanto perché offre a tutti quello che vogliono o credono di volere? In effetti ci sarebbero parecchi argomenti da opporre a questa ricostruzione, a cominciare dal fatto che non è sufficiente il consenso a caratterizzare una democrazia, altrimenti (tanto per rifarsi ancora ai classici della filosofia politica) avrebbero ragione i teorici novecenteschi della leadership carismatica che legittimavano la fine della mediazione parlamentare in nome dell’adesione spontanea delle masse alla volontà del capo. La democrazia è fatta invece soprattutto di procedure e proprio la possibilità di dissentire, la ricchezza del dibattito e l’apertura degli spazi di discussione sono i suoi principali indicatori. Da questo punto di vista la critica (letteraria e non) è importante non tanto o non solo perché aiuta a separare il grano dal loglio, né perché consente di comprendere meglio il senso e il valore di un’opera, ma perché, proponendo delle ipotesi di lettura, sollecita la discussione, invita a verificare di persona, costringe a prendere consapevolezza dei propri gusti motivando adesioni e ripulse.</p>
<p>Il parallelo con la politica non è casuale. Il sistema delle lettere come quello della rappresentanza politica sono sottoposti a una trasformazione rapidissima per effetto delle medesime cause, prima tra tutti il dominio della comunicazione televisiva con i suoi miraggi di immediatezza e di contatto diretto. Nell’epoca delle infinite affabulazioni, in cui nessun ragionamento possiede la forza di persuasione di un testimone in lacrime, è la stessa nozione di critica a risultare scomoda e obsoleta, tanto in letteratura quanto altrove (con quali pericoli per la democrazia è inutile dire). In fondo le case editrici continuano a fare quello che hanno fatto sempre: cercare di vendere i propri libri. A parte la rinuncia dei giornali alla propria funzione di controllo, la vera novità di questi anni è la posizione assunta dai giovani scrittori, che, implicitamente o esplicitamente, manifestano sempre più spesso insofferenza o sufficienza per qualsiasi forma di mediazione culturale, con un atteggiamento che ricorda l’avversione dei politici per i giornalisti che con le proprie obiezioni e domande scomode osano frapporsi tra loro e gli elettori (due fenomeni che forse bisognerebbe leggere alla luce delle acutissime pagine di Toqueville su democrazia e bonapartismo). </p>
<p>Se si volesse indicare la data d’inizio di questo processo, si potrebbe risalire alla metà degli anni Novanta e alla durissima polemica che sulle pagine del “Corriere della Sera” vide contrapposti Michele Mari e Sandro Veronesi (i due narratori italiani più dotati di quegli anni) a proposito dell’affermazione di quest’ultimo che soltanto i coetanei avrebbero dovuto recensire i nuovi romanzieri. Dopo dieci anni, nei fatti, la linea Veronesi ha trionfato e anzi la boutade di allora appare oggi non più che un’avvisaglia e un timido accenno di quello che sarebbe successo in seguito. Avvalendosi dei loro nomi di maggior richiamo, è sempre più frequente che i romanzieri italiani “facciano tutto da soli”, così che spesso a recensire in termini entusiastici il giovane scrittore X è il giovane scrittore Y – in attesa, verosimilmente, di ricevere indietro il favore.</p>
<p>Non è escluso che questa tendenza autarchica un giorno travolgerà le stesse case editrici. La novità rivoluzionaria (per ora solo sulla carta) di un progetto come quello della Fandango risiede precisamente nel tentativo di mettere in piedi una “United Artist” che federando una serie di narratori di successo cancelli anche l’ultimo intermediario tra chi scrive e chi legge &#8211; un po’ come è avvenuto nella New Hollywood, dove gli agenti e le star hanno preso il posto una volta occupato dagli studios. Gli autori certo, per crescere e imporsi, hanno bisogno di interpreti, ma non è detto che questa funzione essenziale, un tempo demandata ai critici, debba essere anche in futuro affidata a essi. L’affermarsi di figure come quelle dell’editor e dell’agente sembra indicare esattamente il contrario. Si direbbe che la società letteraria si stia conformando in ritardo al modello che da alcuni decenni domina nel mondo dell’arte, con l’eclissi del critico come figura chiave nella ricezione di un’opera, sempre più rimpiazzato dal curatore, un professionista ben retribuito che allestisce la mostra e produce dietro compenso una serie di ragionamenti finalizzati a valorizzare il lavoro dell’artista – a metà strada tra il pubblicitario di alto livello, l’esperto di marketing, il compagno di strada e il critico vecchio stampo. La preparazione e l’intelligenza dei curatori non sono in discussione: quello che però occorre sottolineare è la differenza essenziale della loro posizione rispetto a quella di chi trae altrove le proprie fonti di sostentamento. E che per questo rimane un uomo libero. </p>
<p>In un mondo in cui la nozione di classico s’identifica sempre di più con quella di long seller, anche i narratori sembrano essersi piegati completamente alla logica dei grandi numeri; che oggi anche loro, sulla scia degli artisti, possano essere alla ricerca di curatori e che non sappiano che farsene dei critici può forse dispiacere ma non sorprende. Se nel Novecento gli scrittori da 3000 copie erano orgogliosi di sé e non pensavano che la mancanza di successo di vendite li privasse di qualcosa, oggi si sentono anch’essi, al pari di tutti gli altri, autori di best-seller mancati. Così la speranza di essere il nuovo Piperno o il nuovo Saviano alimenta il conformismo verso la macchina editoriale e l’insofferenza per chiunque non contribuisca a oliare l’ingranaggio. Poiché, come insegna Brecht, non è alle “buone vecchie cose” ma alle “cattive cose nuove” che bisogna rivolgere lo sguardo, dei tanti esempi possibili le risposte di alcuni romanzieri a una recente inchiesta di “Tutto Libri” sui recensori italiani rimangono forse il più istruttivo. Le dichiarazioni di stima per Antonio D’Orrico, che come critico nessuno calcola ma che grazie alle copertine del “Magazine” del “Corriere della Sera” riesce a muovere alcune migliaia di copie, indicano che cosa i nostri giovani narratori si aspettano dai giornali (in quel consesso con le significative eccezioni di Silvia Ballestra e Antonio Scurati). Il populismo &#8211; magari ribattezzato anti-paternalismo – si presenta così come la vera cifra della giovane narrativa nostrana. Quando Marco Belpoliti lamenta l’assenza di scrittori criticamente impegnati come quelli della leggendaria generazione degli anni Venti è in fondo anche di questo che parla. È cambiata la realtà ma è cambiata anche la retorica, e se qualche decennio fa era ancora comune la figura dello scrittore istintivo che cercava di tenersi aggiornato e magari faceva finta di conoscere Benjamin e Foucault, adesso è più verosimile immaginare il gesto contrario, con il narratore di grido che occulta le proprie letture e predilige un approccio anti-intellettuale e scanzonato, mimando gli atteggiamenti divistici delle rockstar. </p>
<p>Muore la critica e sulle sue ceneri prosperano i mediocri che non desiderano essere giudicati. In pochi anni il mondo è cambiato e tutti si sono riposizionati: gli editori, i redattori dei grandi quotidiani, i romanzieri e persino quei recensori che hanno rinunciato al proprio ruolo di interpreti per recitare la parte dell’imbonitore e del persuasore occulto. Solo coloro che praticano la critica nell’accezione più tradizionale del termine (pochi, sempre di meno, sempre più marginalizzati) continuano a esercitare l’arte di dire anche di no. Sono loro il granello di sabbia nell’ingranaggio perfetto del mercato editoriale, gli uomini Bartleby del nostro tempo, coloro dai quali dipende la possibilità che ci sia ancora posto per una letteratura non condannata all’eterno ritorno dell’uguale. Vengono tollerati di mala voglia. Ma senza di loro i grandi libri del futuro potrebbero non trovare più nessuno che sappia riconoscerli e valorizzarli.</p>
<p> </p>
<p>________________________________________</p>
<p> </p>
<p>[precedentemente pubblicato su "Alias" del <em>manifesto</em> il 20 gennaio 2007]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/21/se-la-critica-muore/">Se la critica muore</a></p>
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		<title>E&#8217; giusto ribattere ai recensori?</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/04/06/e-giusto-ribattere-ai-recensori/</link>
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		<pubDate>Sun, 06 Apr 2003 16:46:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carla benedetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Carla Benedetti</strong></p>
<p>Se un recensore stronca un libro con argomenti pretestuosi, con giudizi che riproducono pre-giudizi comuni, magari anche con falsificazioni tendenziose, l’autore del libro deve tacere? Ecco come la pensava <strong>Pasolini</strong><br />
<br />
di <strong>Carla Benedetti</strong></p>
<p>Se un recensore stronca un libro con argomenti pretestuosi, con giudizi che riproducono pre-giudizi comuni, magari senza nemmeno averlo letto per intero, magari anche con falsificazioni tendenziose, l’autore del libro deve tacere?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/04/06/e-giusto-ribattere-ai-recensori/">E&#8217; giusto ribattere ai recensori?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carla Benedetti</strong></p>
<p>Se un recensore stronca un libro con argomenti pretestuosi, con giudizi che riproducono pre-giudizi comuni, magari anche con falsificazioni tendenziose, l’autore del libro deve tacere? Ecco come la pensava <strong>Pasolini</strong><br />
<span id="more-13"></span><br />
di <strong>Carla Benedetti</strong></p>
<p>Se un recensore stronca un libro con argomenti pretestuosi, con giudizi che riproducono pre-giudizi comuni, magari senza nemmeno averlo letto per intero, magari anche con falsificazioni tendenziose, l’autore del libro deve tacere?</p>
<p>Oppure è suo dovere ribattere?</p>
<p>Quale ipocrisia si cela dietro al galateo dell’<em>ognuno al suo posto</em>? E chi ha stabilito che il posto dell’autore non sia  quello di difendere la propria opera?</p>
<p>Ecco come la pensava <strong>Pasolini</strong>:</p>
<p>“Chissà perché c’è, di fatto, una ferrea legge sul <strong>fair –play tra scrittore e critico</strong>, che vuole lo scrittore zitto, assente, volto altrove, inesistente, remoto, eremitico e muto come un pesce di fronte alle recensioni ‘sfavorevoli’ del critico, che invece è presente, attento, bene esistente, incombente e pieno di parlantina. Niente affatto: questa regola del fair-play non mi pare giusta. E’ ipocrita, prima di tutto, e poi si richiama a quella ‘dignità del doppiopetto’ che comprende in un paterno abbraccio tutta la nostra cara borghesia, dall’ ’Espresso’ a De Lorenzo&#8230; mi sembra molto più dignitoso difendere una mia opera che non difenderla.</p>
<p>(Il passo, inedito, è citato da Walter Siti in P. P. Pasolini, <em>Tutte le poesie</em>, Mondadori, 2003, t. 2, p. 1927-28)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/04/06/e-giusto-ribattere-ai-recensori/">E&#8217; giusto ribattere ai recensori?</a></p>
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		<title>Media e mediatori</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Mar 2003 09:10:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carla benedetti</dc:creator>
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<p>“Si parla moltissimo del potere dei <strong>media</strong>, del terribile apparato mediatico che schiaccia e vanifica gli sforzi di artisti e scrittori. Secondo me bisognerebbe parlare anche dei <strong>mediatori</strong>”.<br />
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Cosa si aspetta dalla produzione artistica odierna tutta la grande schiera dei mediatori che opera nel mondo della cultura?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/26/media-e-mediatori/">Media e mediatori</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carla Benedetti</strong></p>
<p>“Si parla moltissimo del potere dei <strong>media</strong>, del terribile apparato mediatico che schiaccia e vanifica gli sforzi di artisti e scrittori. Secondo me bisognerebbe parlare anche dei <strong>mediatori</strong>”.<br />
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Cosa si aspetta dalla produzione artistica odierna tutta la grande schiera dei mediatori che opera nel mondo della cultura? Cosa si aspettano dalla letteratura coloro che selezionano i cavalli da ammettere alla corsa, e su cui poi loro stessi, oppure altri, fanno le loro puntate, recensendoli bene o male a seconda di come gli va meglio per continuare a gestire il loro piccolo potere di mediatori? Quelli che trattano la scrittura contemporanea come una scacchiera su cui mettere la propria bandierina?</p>
<p>Si parla moltissimo del potere dei <strong>media</strong>, del terribile apparato mediatico che schiaccia e vanifica gli sforzi di artisti e scrittori. Secondo me bisognerebbe parlare anche dei <strong>mediatori</strong>. I media non sono un canale fluido, le loro operazioni non sono senza soggetti. Il canale è popolato di figure il cui ruolo è appunto quello di creare un’interfaccia tra la produzione culturale-artistica e… stavo per dire il pubblico. Ma no, <strong>non è al pubblico dei lettori</strong> che si rivolgono i mediatori! Sì, certo, si rivolgono anche ai lettori, ma come ultimo anello della catena. Prima del pubblico vengono tutti gli altri mediatori. I mediatori si parlano fittamente tra di loro.</p>
<p>Prendiamo i <strong>critici teatrali</strong>. Sappiamo bene quale sia il potere delle loro recensioni. Ce l’aveva del resto già descritto Balzac nelle <em>Illusioni perdute</em>. Da allora a oggi non è cambiato molto. Il loro ruolo è lo stesso. C’è però una cosa che invece è cambiata enormemente. Il giornalista che scriveva nella Parigi dell’Ottocento si rivolgeva soprattutto a chi lo spettacolo sarebbe andato a vederlo. La sua recensione faceva o non faceva affluire pubblico. Oggi la recensione del mediatore fa piuttosto avere dei finanziamenti ministeriali, date in altri teatri, presenze ai festival ecc. I mediatori odierni quindi parlano prima di tutto ai direttori dei teatri pubblici d&#8217;Italia, che selezioneranno gli spettacoli da mettere in cartellone, alle commissioni ministeriali, agli organizzatori di festival, ecc. Parlano insomma ad altri mediatori.</p>
<p>Cose analoghe succedono in letteratura e in altri campi della produzione artistica e di pensiero.</p>
<p>Quando si parla di mediatori la prima cosa che viene in mente sono i giornalisti culturali, i critici d’arte, i critici teatrali, i critici letterari, cinematografici, ma sarebbe semplificante vederla solo così. E’ una macchina molto più estesa, che, a seconda dei campi, può inglobare i consulenti, i distributori, le giurie dei premi, i consigli d’amministrazione, i curatori di festival, di mostre, gli animatori culturali, i creatori di eventi, i venditori di poetiche (quelli che per esempio appiccicano le etichette agli scrittori: “gruppo 93”, “parola innamorata”, “cannibali”, “avant-pop” ecc., cioè gli costruiscono addosso una poetica che funziona esattamente <strong>come un logo</strong>), e poi i cacciatori di tendenze, quei critici cioè che vanno a caccia di nuove tendenze nei territori dell’arte per trasformarle in poetiche-logo, così come quei nuovi operatori del marketing chiamati <em>cool hunter</em> vanno nel territorio metropolitano, nelle discoteche, per le strade e là dove si producono eventi, a caccia di <em>stili</em> di vita all’avanguardia, da trasformare in capi d’abbigliamento ecc.</p>
<p>I mediatori sono tutti legati, nel senso che si vincolano l’un l’altro. E ciò che la macchina richiede loro è di produrre semplificazioni. Sono obbligati a semplificare per poter tradurre in pillole, oppure in etichette, in poetiche, in stili, in logo, e così rendere facilmente comunicabili, i pacchetti di cultura o di valore estetico che mettono in circolo.</p>
<p>C’era una volta l’industria culturale di cui parlavano i critici della cultura. Oggi quell’“industria” è diventata qualcosa di molto diverso da come l’aveva descritta Adorno. E’ una macchina diffusa, che opera in modo diverso, sul <em>territorio</em>, con piccoli poteri da gestire: è una <strong>rete di micropoteri</strong>, quasi diventati invisibili ai nostri occhi. Ed è fatta anche di prebende e di divieti introiettati, dai mediatori stessi e anche, spesso, dagli scrittori. Questi mediatori sono poi diventati quasi una casta di intoccabili. Perché la loro attività, così come si è specializzata dentro al circuito, è autoreferenziale, le loro operazioni, scollate dalla realtà culturale viva, si autoconvalidano: per il fatto stesso di mediare essi sono continuamente riconfermati mediatori.</p>
<p>Su questo circuito si inseriscono poi i <strong>rapporti di potere trasversali</strong>, quelli dei clan, delle famiglie, delle piccole o grandi lobby, dei piccoli e grandi <em>do ut des</em> che, soprattutto in Italia, sono il pane quotidiano dei più. Ho detto “si inseriscono”, ma forse bisognerebbe dire che coincidono, o che non sono separabili. Anche questi sono parte integrante della macchina, che agisce elargendo visibilità, identità e mediazioni. Eppure non vengono quasi mai messi a fuoco come rapporti di potere. Si tende a farne astrazione.</p>
<p>Si denuncia magari la mercificazione dell’arte, le spietate leggi del mercato, lo strapotere dei media, descrivendoli come dei mostri anonimi e perfetti, a cui ci dovremmo rassegnare, facendo quel poco che si può, cioè quello che è <em>opportuno</em> (l’opportunismo, del resto, è l’eterno correlato della rassegnazione). Invece non vengono descritti tutti questi vincoli che imbrigliano molti – che imbrigliano spesso anche coloro che si chiamano pomposamente gli “intellettuali”, compresi quelli di sinistra che firmano appelli contro il restringersi della libertà di espressione nel nuovo regime che si sta delineando in Italia. Anche loro talvolta sono imbrigliati in rapporti di potere di tipo personalistico, quasi clientelare, che limitano la loro libertà di parola, la quale ovviamente può esistere solo se è totale.</p>
<p>Credo quindi che questo convegno sarà un ottimo momento di confronto se si fa subito fuori questa idea di un idillico picnic nel <strong>parco della letteratura</strong> contemporanea, dove tutti noi parliamo in libertà delle cose che vorremmo crescessero in quel parco, e mangiando tartine. Innanzitutto questo parco non esiste. Non esiste questo parco in cui noi che siamo così diversi facciamo finta di porre lo stesso tipo di domande alla letteratura. Non esiste per fortuna nemmeno questa astrazione insiemistica che chiamiamo letteratura. Anche questa è una semplificazione prodotta dalla macchina astratta. Per questa industria culturale ogni cosa che si scrive dovrebbe trovare tranquillamente il suo posto qui dentro, per la gioia dei mediatori che appunto qui si riproducono. E dovrebbe anche essere contenta di starci, ad occuparsi di finzioni, di stili, di linguaggio e di tutte quelle altre cose specializzate che essa sa fare bene.</p>
<p>Non esiste questo parco in cui si fa finta che non vi sia il potere.</p>
<p>I mediatori dicono che nel parco ci sono solo due cose: da un lato gli scrittori, specializzati appunto in produzione di finzioni, di rappresentazioni artistiche del mondo, di uso figurale del linguaggio, di valore poetico, di stile ecc.; dall’altro ci sono loro, gli specialisti in scrittori.</p>
<p>I mediatori prosperano sulle specializzazioni, sulle <strong>gabbie</strong>. Poi dicono che dentro di esse tutto è aperto e che vi si può fare di tutto. Ma non è vero che si può fare di tutto nelle gabbie predisposte per fare di tutto. Per esempio non si può uscire dal parco. Nel parco i mediatori hanno il loro ruolo. E così vorrebbero che ce l’avessero anche gli scrittori. Qui nel parco ogni cosa è specializzata, con il suo bravo ruolo già fissato, persino la scrittura lo è.</p>
<p>Perciò quando sento dire “cosa ci aspettiamo dalla letteratura contemporanea” e vedo tutto questo accordo nel rispondere (sì, sì, diciamoci cosa vogliamo: tu vuoi la realtà? io voglio lo stile? tu vuoi il linguaggio? io la verità?), senza nemmeno chiedersi se forse, nel fare questo, non stiamo per caso già assecondando la logica della specializzazione di cui si alimentano i poteri nella società contemporanea, io mi allarmo.</p>
<p>So bene che le singole domande possono essere interessanti e importanti. Ma è la domanda globale che mi pare falsa, soprattutto se ce ne resta opaca la premessa. Non c’è in questo modo di porsi di fronte alla produzione contemporanea qualcosa che la immiserisce, che la rende inerte e già morta in partenza? Non sentite il recinto? Non è un po’ come chiedere ai consumatori che cosa vorrebbero da una lavatrice, per poi dire, ecco abbiamo prodotto la lavatrice che meglio risponde alle esigenze del 75% degli italiani?</p>
<p>E’ come dire a chi scrive: “Ecco, tu fai parte di un settore particolare della produzione contemporanea, a cui noi esprimiamo i nostri <em>desiderata</em>: questa è la tua specializzazione, questo è il tuo recinto. Fa’ il tuo meglio lì. Tu hai questo compito. Lo puoi fare come preferisci. Ma qui stai. E da lì non esci. Tu stai in questo parco in cui noi ora siamo venuti a fare un picnic, per parlare liberamente di ciò che vorremmo che in questo parco crescesse. Intanto mangiamo panini.”</p>
<p>E anche quelli che chiedono alla letteratura di sorprenderli, a me pare che finiscono per recintarla ancor più. E’ come dire: “Tu sei specializzata nella produzione di sorpresa, di spaesamenti”. – “E come la misuri la tua sorpresa?”, gli chiede lo scrittore. “Dal fatto che tu mi darai cose che non mi aspetto” – “E tu cosa ti aspetti?” – “Mi aspetto che tu mi sorprenda&#8221; – “Beh, allora qualunque cosa faccio avrai quel che ti aspetti. Qualunque cosa faccio esiste già!”</p>
<p>Ma perché ci piace tanto mettere la scrittura contemporanea e il pensiero dentro al suo bravo recinto? Come mai siamo così contenti di poter imbrigliare, semplificare, impacchettare e mediare? E perché lasciare fuori dal nostro campo visivo il fatto che, probabilmente, questo sfera specializzata e regolamentata su cui prosperano i mediatori è già in sé un’azione del potere?</p>
<p>Io allora non voglio nulla dalla letteratura italiana contemporanea. Ragionare con queste astrazioni, con queste coperture, a me sembra abdicare al pensiero. C’è chi ha abdicato al pensiero, e per questo a volte ne ha anche paura. E c’è invece chi pensa e non vuole smettere di farlo. Nonostante quella macchina astratta, autoreferenziale abbia invaso il campo della cultura (purtroppo anche della cultura all&#8217;opposizione), nonostante questa macchina abbia prodotto attorno a sé un vuoto culturale e spirituale spaventoso, io credo che dappertutto vi sia del pieno. E per quanto questa macchina abbia prodotto negli anni una stratificazione di divieti introiettati che fanno sì che molte persone non si ritengano libere, io credo invece che siamo tutti molto più liberi di quel che immaginiamo.</p>
<p><em>Parte di un intervento letto al convegno “Che cosa ci aspettiamo dalla letteratura”, organizzato da Radio Popolare, Milano, giugno 2002.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/26/media-e-mediatori/">Media e mediatori</a></p>
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