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	<title>Nazione Indiana &#187; regime</title>
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		<title>In quella terra quasi di nessuno. Omaggio a G. A. Borgese</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Mar 2009 09:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em>E Borgese resta in quella terra quasi di nessuno.</em><br />
Leonardo Sciascia</p>
<p>Quasi tutto è iniziato quando il 22 aprile del 2000 ho letto una lettera inviata al direttore di un giornale italiano firmata dalla famiglia Borgese (la moglie Elisabeth Mann, la figlia Dominica e la nipote Giovanna), nella quale si constatava con stupore che in un libro dello storico tedesco Helmut Goetz, intitolato <em>Il giuramento rifiutato.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/22/in-quella-terra-quasi-di-nessuno-omaggio-a-g-a-borgese/">In quella terra quasi di nessuno. Omaggio a G. A. Borgese</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em>E Borgese resta in quella terra quasi di nessuno.</em><br />
Leonardo Sciascia</p>
<p>Quasi tutto è iniziato quando il 22 aprile del 2000 ho letto una lettera inviata al direttore di un giornale italiano firmata dalla famiglia Borgese (la moglie Elisabeth Mann, la figlia Dominica e la nipote Giovanna), nella quale si constatava con stupore che in un libro dello storico tedesco Helmut Goetz, intitolato <em>Il giuramento rifiutato. I docenti universitari e il regime fascista</em>, e recensito pochi giorni prima sullo stesso giornale, il «nome di Borgese» non figurava «tra i professori che rifiutarono di firmare il giuramento di fedeltà al regime fascista». <span id="more-15864"></span><br />
Sono andato a rileggermi l’articolo. In realtà, oltre al libro di Goetz, la giornalista segnalava l’uscita di un altro volume sullo stesso argomento di Giorgio Boatti dal titolo <em>Preferirei di no</em>. Entrambi gli storici erano concordi sui numeri: nel 1931 su oltre milleduecento accademici italiani soltanto dodici avevano opposto il loro rifiuto al regime. E precisamente: Francesco e Edoardo Ruffini, Fabio Luzzatto, Giorgio Levi Della Vida, Gaetano De Sanctis, Ernesto Buonaiuti, Vito Volterra, Bartolo (o Bortolo) Nigrisoli, Marco (o Mario) Carrara, Lionello Venturi, Giorgio Errera, Piero Martinetti. In effetti, il nome di Giuseppe Antonio Borgese, allora professore di Estetica all’Università di Milano non c’era, e neppure quello di Errico Presutti, professore di Diritto amministrativo e costituzionale a Napoli, che, secondo un firmatario di un’altra lettera al direttore pubblicata accanto a quella della famiglia Borgese, si era anch’egli rifiutato di prestare giuramento.<br />
«L’eroica minoranza» che disse di no al fascismo non era formata da «pericolosi sovversivi», scriveva la giornalista. Erano persone di diversa estrazione sociale: figli di alto-borghesi e di tabaccai. C’erano cattolici, anticlericali, socialisti, liberali, monarchici, ebrei. Certo, nel 1925, molti avevano sottofirmato la <em>Risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani</em> redatta da Benedetto Croce (fra questi Borgese non c’era) e uscita il 1 maggio sul quotidiano «Il Mondo» in opposizione al <em>Manifesto degli intellettuali del fascismo</em> scritto da Giovanni Gentile e pubblicato qualche settimana prima sulla stampa nazionale.<br />
Non erano tuttavia degli attivisti politici. Anzi, nessuno di loro aveva preso consegne né da Togliatti, che con il suo tipico ‘doppiogiochismo’ pensava che i professori rimanendo in cattedra avrebbero svolto un compito molto utile al partito, né da Croce, che incoraggiava i professori a continuare il loro insegnamento «secondo l’idea di libertà», né dalla Chiesa che per l’occasione aveva escogitato uno dei suoi innumerevoli capolavori di dissimulazione, ordinando ai suoi fedeli «di giurare, ma con riserva interiore».<br />
L’argomento del presunto mancato giuramento di Borgese ha cominciato a quel punto a incuriosirmi. Ben presto, dopo alcune ricerche – sul finire degli anni Novanta erano usciti diversi saggi sull’argomento – mi sono reso conto che il ‘caso’ Borgese, come si diceva allora, non esisteva. O meglio: esisteva ed esiste l’oblio dell’opera di Borgese, oblio a cui gli intellettuali italiani rispondevano alla fine del XX secolo con un’interpretazione esclusivamente politica delle scelte e delle esitazioni dell’autore siciliano.<br />
Ecco in sintesi i fatti. Borgese, che già da una decina d’anni si era ritirato dalla vita politica, coglie l’occasione nel luglio del 1931, dopo alcuni chiari segnali di essere <em>persona non grata</em> ai giovani del GUF e alle autorità accademiche fascistizzate, di trascorrere un periodo come visiting professor (e, allo stesso tempo, come corrispondente estero per il «Corriere della Sera») negli Stati Uniti. Quando l’8 ottobre dello stesso anno viene emanata la disposizione che impone ai docenti universitari l’obbligo di giuramento al regime, egli è altrove. Seguono un paio d’anni di incertezza esistenziale, professionale e politica. Ma già il 18 agosto del 1933 egli invia da Boston una lunga lettera a Mussolini (il 17 ottobre del 1934 ne invierà un’altra) dove, oltre a rivendicare il suo operato all’epoca della «questione adriatica» (dopo la prima guerra mondiale Borgese, con Salvemini e Bissolati, fu ritenuto uno dei massimi responsabili delle tesi ‘disfattiste’ e ‘rinunciatarie’ che vedevano schierati da una parte coloro che sostenevano l’autodeterminazione dei popoli e dall’altra i nazionalisti alla D’Annunzio che blateravano di «vittoria mutilata»), chiarisce la sua posizione ideologica fondata sulla dottrina mazziniana, ripresa a suo modo di vedere da Wilson, che sarà alla base del suo pensiero politico universalistico degli anni Trenta e Quaranta. Inoltre, sul giuramento è esplicito: «Il giuramento implicherebbe ormai l’adesione a un ordine, più ancora che politico, filosofico e religioso [...] Giurare fu strettamente proibito dal Cristo (Matth. V, 33-37). Giurare con animo reticente o equivoco, o comunque spergiuro, fu considerato delitto gravissimo, secondo solo al parricidio, da tutta l’antichità pagana».<br />
Da parte di Mussolini e del governo fascista un silenzio interessato. Borgese, che fino a quel momento non era stato considerato un antifascista, non doveva agli occhi del regime diventare improvvisamente un martire dell’antifascismo. Si dovevano poi mantenere buone relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti ed evitare qualsiasi ripercussione internazionale. Non avendo alcuna risposta, Borgese, quando nell’ottobre del 1934 sta per scadere il suo mandato all’estero, invia da Northampton al rettore dell’Università di Milano una succinta quanto esplicita dichiarazione: «Prego la S. V. di voler prendere nota che io non ho prestato, né mi propongo di prestare il giuramento fascista prescritto ai professori universitari – gradisca il cordiale ossequio di G. A. Borgese».<br />
Dov’è il ‘caso’? Dov’è il crimine? Di che cosa è colpevole Borgese? Di essere stato altrove quando un manipolo di persone della sua stessa stoffa, per nulla «sovversive», per nulla politicizzate, si rifiutavano di aderire al regime? O di non aver immediatamente e con eroismo fatto pervenire alle autorità il suo diniego? Perché l’attenzione dei critici non si è rivolta invece ai suoi ideali mazziniani che l’ancoravano all’Italia fin dai tempi della sua rilettura di De Sanctis? O al mito che egli, esule deluso della propria patria, andava erigendo sulle pagine lette e commentate della <em>Divina Commedia</em>? O ancora al fatto, quanto mai concreto, di un uomo di cinquant’anni che, trovandosi in un altro paese, alle prese con un’altra lingua e con altri costumi, aveva dovuto riflettere su alcune tappe della sua vita prima di formulare in piena coscienza la sua decisione senza ritorno?<br />
Borgese a me sembra uno dei tanti casi istruiti da quella diabolica macchina processuale che proprio verso la fine del XX secolo in Italia e in Europa ha cominciato a funzionare, accumulando accuse su accuse nei confronti di molte personalità del passato.<br />
La lista è infinita: Nietzsche, antidemocratico e anticristiano; Heidegger, in odor di nazismo; Henry Miller pornografo e antisemita; Brecht, accusato di plagiare gli amici e le sue amanti; Faulkner, razzista e antifemminista; Thomas Mann, sospettato di essersi infatuato per un certo periodo delle teorie naziste; Ezra Pound, apostata mussoliniano; Max Frisch, antisemita e nazionalista; Céline, antisemita con manifeste fissazioni eugenetiche; Freud, despota e colpevole di aver voluto infliggere all’intera umanità la sua ferita narcisistica; Cioran, fascista della prima ora; Eluard, cantore degli ideali sovietici; Malaparte, mazziniano, nazionalista, fascista, e poi comunista, Kundera, giovane comunista e al contempo delatore anticomunista&#8230;<br />
La regola d’oro dei pubblici accusatori di questo enorme processo consiste nel criminalizzare la vita degli autori al fine di non permettere che le loro opere vengano lette e giudicate in modo autonomo. La criminalizzazione, naturalmente, è fatta a fin di bene, ovvero è condotta per farla finita una volta per tutte con i pregiudizi del passato. Coloro che la compiono, infatti, non si sentono parte in causa. Sono arroccati nel presente. E dall’alto della loro presunta morale possono far piazza pulita di un’epoca storica. La memoria rivendica i suoi diritti sulla biografia degli autori, con tutto il loro carico di contraddizioni, irrazionalità, ambiguità ed errori, ma allo stesso tempo lascia ai lettori del futuro una «terra quasi di nessuno», una terra devastata, la terra delle opere d’arte e del pensiero che hanno subito la criminalizzazione dei loro autori.<br />
Così, nel momento del bilancio secolare, molti critici italiani hanno preferito criminalizzare i silenzi dell’esule Borgese nei confronti del regime fascista piuttosto che leggere le sue opere.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/22/in-quella-terra-quasi-di-nessuno-omaggio-a-g-a-borgese/">In quella terra quasi di nessuno. Omaggio a G. A. Borgese</a></p>
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		<title>Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jun 2008 23:11:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Leggo che il bambino- anzi: il bimbo- di tre anni colpito venerdì sera da un proiettile durante una festa di una scuola a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, è stato operato al ospedale Bambin Gesù di Roma e ora sarebbe stabile ma grave.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/">Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/XtYeuH9NL8g&#038;hl=en"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/XtYeuH9NL8g&#038;hl=en" type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Leggo che il bambino- anzi: il bimbo- di tre anni colpito venerdì sera da un proiettile durante una festa di una scuola a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, è stato operato al ospedale Bambin Gesù di Roma e ora sarebbe stabile ma grave. O grave ma stabile. Prognosi strettamente riservata, in ogni caso.<span id="more-6092"></span><br />
Ieri l’avevano trasportato con un volo dell’aeronautica militare perché, pur tenuto in coma farmacologico, era peggiorato. &#8220;E&#8217; sopraggiunta un&#8217;ischemia cerebrale &#8211; ha detto il primario del reparto di rianimazione degli Ospedali riuniti, Giuseppe Doldo &#8211; che ha provocato un aggravamento della condizione del bambino, che a questo punto rischia la vita&#8221;.<br />
Così “Repubblica” di ieri.<br />
Insomma questo bambino- Antonino- era lì insieme agli altri bambini dell’asilo a fare il saggio o la recita di fine anno, lì sul lungomare davanti alla chiesa del paese, quando è arrivato su uno scooter nero un uomo che ha mirato a un altro uomo prendendolo alla gamba e invece colpendo in faccia il bambino. Alla gola. Alla lingua. Con la pallottola che si è fermata alla nuca.<br />
L’uomo obiettivo dell’agguato dalla stampa viene definito “pregiudicato”: il che non rende bene l’idea. E’ stato assolto in appello da un’accusa di omicidio, condannato per tentato omicidio e altrettanto “per eccesso colposo di legittima difesa” &#8211; il risultato della quale era comunque un morto ucciso.<br />
Secondo gli inquirenti, c’erano centinaia di persone in piazza, ma nessuno parla. Neanche una telefonata anonima, niente di niente. La madre ha lanciato un appello accorato, il parroco si è rivolto a tutte le madri di Melito tuonando contro l’omertà. &#8220;Non <strong>fate</strong> l&#8217;omertà&#8221;, ha detto.<br />
“Omertà” è una di quelle parole dal significato apparentemente chiaro. Come, mettiamo, “voodoo”.<br />
Ah beh’, pensiamo, sappiamo come funziona laggiù: c’è l’omertà. Così come i Yoruba o i neri di New Orleans hanno il voodoo.<br />
A volte certe parole sono come etichette di marca che ci fanno desistere dal voler guardare cosa c’è dietro, cosa c’è dentro.<br />
Che cos’è questa cosa che fa sì che un centinaio di genitori, nonni, zii in una piazza che ascoltano le canzoncine o le poesiole recitate dai loro figli, nipoti, nipotini quando vedono un bambino crollare per terra in un lago di sangue, stanno tutti zitti? Paura? Sottomissione? L’istinto d’autoconservazione di chi l’ha scampata e quindi pensa solo di portare a casa i propri figli fisicamente illesi e ripararli dal trauma, farli dimenticare quello che hanno visto, cercare di convincerli che quella cosa che è successa, NON PUO’ SUCCEDERE, non può succedere a loro. Ci stanno papà e mamma che garantiscono. I genitori, nella loro angoscia, si convincono delle frottole d’onnipotenza che raccontano ai propri figli.<br />
Non so esattamente cosa sia l’omertà, ma so che è qualcosa che si innesca quando sai che quella cosa invece PUO’ SUCCEDERE, può succedere sempre, a chiunque, anche a te e a tuo figlio. E che non puoi farci niente: solo tentare di farti piccolo, irrilevante, non farti notare. L’omertà somiglia molto o forse è identica all’atteggiamento della maggioranza delle persone che vivono sotto un regime. Zitti e sempre in difesa. Come i russi sotto Stalin. Come i tedeschi sotto Hitler. Con un patto di sottomissione che tratta il potere quasi fosse una forza della natura.<br />
Non è una cosa arcaica, da terroni, non è qualcosa che accade solo “laggiù”. Sembra ancestrale, tribale, ma in realtà distrugge ogni vincolo. Il fatto che il potere porti il nome di “clan” o di “famiglia” e sia fondato realmente su legami di sangue, specie in Calabria, trae in inganno su come agisce. E temo che distrugga i più superficiali vincoli di solidarietà ben oltre un paese in provincia di Reggio Calabria.<br />
Quel che mi ha stupito è che la notizia di un bimbo di tre anni quasi ucciso al posto di un killer non sembra aver provocato il solito dramma e melodramma nazionale. Ne avrà colpa il fatto che Antonino non sia morto, certo. E se la cosa fosse accaduta non in Calabria, ma in Piemonte? Se per caso i pistoleros fossero stati non ndranghetisti autoctoni, ma rumeni, magrebini, albanesi, slavi?<br />
Questa è una mossa retorica, d’accordo. Ma vorrebbe servire per formulare un’ipotesi che credo sia meno scontata della semplice affermazione che abbiamo due pesi e due misure e che il nostro problema di sicurezza è razzisticamente improntato sugli stranieri. Vorrebbe servire a dimostrare che quando una cosa ci fa paura veramente, quando pensiamo che sia una condizione da cui non esistono difese e difensori,- una <strong>condizione</strong> e non un singolo caso aberrante &#8211;  allora non strilliamo, non reclamiamo sicurezza, non additiamo i colpevoli. Ma stiamo zitti. Anche se ammazzano il compagno di classe, l’amico del cuore, il cuginetto.<br />
E allora anche i giornali, le tivvù, i Michele Cucuzza abbassano la voce. Perché chi vive in posti analoghi non ha piacere di farsi sventolare sotto il naso la propria condizione. E perché chi ci vive lontano, pensa che tanto quelle cose succedono laggiù, dove stanno i calabresi che hanno la mafia e l&#8217;omertà. Gente che appartiene a un&#8217;altra cultura. Come i Yoruba o i neri di New Orleans.<br />
Risultato: la vera aberrazione non sta in quel che è successo, ma che in un giorno in cui per tutti i bambini d’Italia finivano le scuole, in cui chissà quanti facevano le feste, le recite, i saggi, le pizzate, non si sia sentito scattare un lampo nella mente collettiva che dicesse POTEVA ESSERE IL MIO.<br />
Il piccolo Antonino non potrà mai significare nemmeno un decimo di quel che ha significato il piccolo Alfredino. Non ha neppure un nome- questo nome- al di fuori dei giornali calabresi. Se sopravvive, se scampa il rischio di  pesanti lesioni cerebrali e quel che ne consegue: chi se ne frega</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/piccolo-post-anche-retorico-scritto-da-cuore-di-mamma/">Piccolo post (anche) retorico scritto da cuore di mamma</a></p>
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		<title>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 11:39:41 +0000</pubDate>
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<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).<br />
Nel primo romanzo, dedicato interamente al tuo paese d’origine, l’Albania, il paese in cui la parola «paura» è priva di significato – mentre la parola «umiltà» è perfino assente dal lessico –, dove la morte è «un processo estraneo» e dove il detto più diffuso è «Vivi che ti odio, e muori che ti piango», tu racconti l’educazione di Elona, di Ormira, di Ornela, di Ina, di Eva, molteplici eroine che ne formano una sola.<span id="more-5913"></span> Esplori il passaggio dall’infanzia all’adolescenza sotto una delle tante varianti del totalitarismo della seconda metà del XX secolo, quella rappresentata dal «timoniere» e camerata Enver Hoxha, che fondò nel 1941 il Partito comunista albanese e che governò la Repubblica popolare di Albania dal 1945 all’11 aprile del 1985, giorno della sua morte.<br />
La domanda che il lettore rincorre è la seguente: come ci si educa all’amore, al sesso, ai libri, all’amicizia, alla morte, cercando allo stesso tempo di sfuggire alla «rieducazione» fornita dalla «Madre-Partito»? E come si conserva la propria «squisita solitudine» in una società di delatori dove perfino i dialoghi notturni con una «stufa a legna» – amica segreta capace di riscaldare i sogni infantili – si rivelano un dono insperato dello Stato?</p>
<p><em>La lotta di classe è rimasta fuori, Ornela, la competizione che t’infligge la scuola anche, la mamma sta dormendo, non può vegliare sui tuoi pensieri attraverso gli occhi che cambiano animo. Lo Stato non è fatto così male se ci lascia dormire e gustare il torpore pacifico delle coperte, e poi questa conversazione. La notte è sempre la notte, purché il comunismo o il capitalismo non trovino il modo di abolirla.</em></p>
<p>Ovunque lo Stato. Un giorno il padre della protagonista dai molti nomi scompare nel nulla. Si dice che sia finito in carcere per motivi politici. Con quale accusa? Nessuno lo sa. Qualcuno afferma che la colpa è della moglie: la sua «bellezza folgorante» aveva reso insonne uno dei capi del Partito che voleva scoparla a tutti i costi.<br />
Il grande tema del tuo libro: la bellezza fisica è un’acerrima nemica del regime totalitario che non fa che spogliarla del suo fascino, elevando un inno di gloria moralizzatrice all’eguaglianza delle coscienze. Mistifica il suo potere di seduzione. E si vendica, trasformandola in un crimine. Chi è bello è contro la marcia della Storia verso una società comunista in grado finalmente di sbarazzarsi della lotta di classe e di ogni antagonismo estetico!<br />
La morale totalitaria è la vendetta della laidezza sulla bellezza.<br />
Tuttavia, tale vendetta non è inscritta soltanto nel codice genetico del regime. Essa è radicata in modo del tutto naturale, come afferma la protagonista nel primo capitolo del tuo romanzo, anche «nello spirito del popolo»: come una foglia su un ramo di un albero. Una delle questioni più importanti, anzi quasi vitale per il popolo albanese, è infatti quella della «puttaneria», la quale si fonda su una sola tesi: «una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è». La bellezza fisica è una «tara» sia per lo Stato comunista che vorrebbe estirparla attraverso i dogmi politici sia per il popolo che, grazie alle sue radici «machiste» e al suo «istinto di proprietà molto sviluppato» – paradossalmente contrario alla marcia della Storia –, vorrebbe che la donna, quando il marito è in viaggio d’affari o in prigione, avesse l’accortezza di farsi ricucire «un po’ là sotto» in modo da dimostrargli che «la sua dolorosa assenza» le ha ristretto «lo spazio tra le cosce».<br />
Le storie delle molteplici eroine che ne formano una sola sono raccontate talvolta alla prima persona, talvolta alla terza. Sempre al passato. La prospettiva è quella dell’epilogo del romanzo, intitolato «Terra promessa».<br />
La madre e la figlia, dopo aver venduto tutto quello che possiedono per comprare due biglietti d’aereo, partono per Roma: la terra dell’esilio, con tutto il suo carico di illusioni e felicità, le attende. Una volta scesa all’aeroporto, Eva, la figlia, è delusa: le donne «dell’altra riva» non assomigliano per nulla «a Sophia Loren o a Gina Lollobrigida. Dov’era la famosa bellezza delle donne italiane?». Dov’era il fascino di quelle mogli della televisione che «pur circondate da tre figli avevano corpi sontuosi e che stendendo il bucato fatto con il detersivo Dash stendevano a terra anche i cuori degli uomini?». La madre, mentre la figlia è dal tabaccaio – «un altro mondo», afferma estasiata la narratrice – è abbordata da un giovanotto: «A quanto scopi?». La madre, che non comprende l’italiano, arrossisce di piacere pensando che egli voglia portarle i bagagli.<br />
Nella «terra promessa» il coraggioso popolo albanese per il quale la morte è «un processo estraneo», comincia a comprendere che si può morire. E che la «bellezza folgorante», invece di essere una «tara» o un crimine, può essere, in questa terra demonizzata dalla morale comunista, una prerogativa indispensabile per discendere i cerchi altrimenti impenetrabili del suo inferno.</p>
<p>2</p>
<p>Nei racconti che formano il tuo secondo libro,<em> Buvez du cacao Van Houten!</em>, il paesaggio non è quasi più quello albanese, ma quello francese, di Parigi, della tua nuova «terra promessa» (sebbene la lingua che fin dal principio hai eletto per scrivere la tua opera resti l’italiano).<br />
La «terra promessa», nella tua novella <em>Il prezzo del thé</em>, è ora il paradiso del «principio attivo delle alghe blu», capace di rendere ogni volto privo di asprezze, puro e tonificato eternamente bello, giovane e in grado di eliminare dalle occhiaie e dalle prime rughe della protagonista ogni macchia dovuta alla migrazione. Qui si vende anche un tè contro ogni sorta di problemi: «contro l’invecchiamento, contro il tempo&#8230; Tè contro il cancro, contro l’obesità, contro le giornate tristi, contro l’amore, contro la morte». Contro tutto, salvo lo «spaesamento». Qui, nella nuova «terra promessa», la bellezza non è più un problema per persone in carne ed ossa, per esseri mortali alle prese con lo spaesamento e la morte. Si tratta, al contrario, di un paese meraviglioso dove si è già realizzato, grazie al «principio attivo delle alghe blu», il grande ideale un tempo chiamato «comunismo»: il mondo senza classi è il mondo in cui tutti possono essere belli.<br />
Ciò mi riporta al tuo primo libro, <em>Il paese dove non si muore mai</em>.<br />
Nel capitolo intitolato «Macchie», la narratrice si ricorda di una banale influenza che all’età di sei o sette anni l’aveva obbligata a letto per alcuni giorni. Leggendo un manuale di anatomia scopre per la prima volta il corpo umano: «Dunque, noi eravamo fatti così, dentro eravamo il miscuglio di quelle robe strane e colorate, al di fuori della nostra volontà, o meglio della mia volontà». Che fare? A chi chiedere aiuto? A Dio? Alla mamma? Stretta al corpo della madre, la bambina esclama: «Ho paura, ho paura, mamma, paura che siamo solo carne e ossa».<br />
In un altro capitolo, «Tuorli d’uovo», Ormira è nel gabinetto sporco e puzzolente della sua scuola, quando vede scritto sul muro con una materia di «colore pastoso di marrone scuro» il suo nome: «Ormira è la più carina della classe IV C perché ha delle grandi tette». La cosa le provoca una certa soddisfazione. Il piacere di essere bella, tuttavia, provato per la prima volta dentro le mura sporche e puzzolenti di un gabinetto, si scontrerà ben presto con le «gambe storte» della sua insegnante, la camerata Dhoksi, emblema ambulante dell’educazione comunista per la quale la bellezza è concepita come assenza di onestà: «Dài, Dhoksi – dirà la protagonista ribelle – insegnami il Partito, perché se no divento puttana. Salvami Dhoksi, con le tue gambe storte e oneste. Tu sei già salva, perché nessuno vuole scoparti».<br />
Ormira, la ragazzina che diventerà una bella ragazza di nome Ornela o Eva, sa che la sua bellezza, per il semplice fatto di essere stata scoperta tra le mura di un gabinetto sporco e puzzolente, deve fare i conti con la mortalità: la bellezza che dimentica la merda, dimentica, in fondo, da dove viene. E con la Storia, che può prendere diversi volti, come quello, ad esempio, di un’insegnante comunista che squadra Ormira dalla testa ai piedi come se fosse una puttana in erba.<br />
Ecco un aspetto poco esplorato dalla prosa romanzesca: la bellezza si dà in modo tanto più intenso quanto più la Storia bussa alla sua porta. Che cosa voglio dire? Quando la Storia si ritira, come nella «terra promessa» dove «il principio attivo delle alghe blu» ha come ideale la scomparsa di ogni invecchiamento, di ogni corruzione della materia, insomma, di ogni dimensione temporale, anche la bellezza perde il suo fascino profondo, cioè il suo essere sorella siamese della mortalità, e gira a vuoto.</p>
<p>3</p>
<p>In un racconto del tuo secondo libro, intitolato <em>Sulla bellezza</em>, un «ragazzo-immagine», frivolo ma sensibile, si stupisce quando alcune ragazze della discoteca dove lavora, gli annunciano, ridendo, la morte di Lolly, una pornostar di ventisette anni. Lolly aveva scelto di essere cremata. Sebbene non abbia mai conosciuto Lolly in carne e ossa, il ragazzo immagina «il suo corpo, le sue anche generose», «i suoi seni siliconati che bruciavano, quel corpo così ardentemente desiderato che bruciava». È sconcertato dalle risate delle ragazze. La morte di Lolly non le ha turbate: «Lolly è morta – continuano a dire e a ridere. Ha, ha, ha è m-o-r-t-a!». Perché stupirsi delle loro risate? Queste ragazze non hanno mai conosciuto Ormira, la ragazzina di sei o sette anni che aveva paura di essere soltanto «carne e ossa». Né il suo stupore alla scoperta della propria bellezza.<br />
Il riso delle ragazze che annunciano la morte di Lolly non possiede neppure alcuna forza desacralizzante. Ecco un altro aspetto poco esplorato: quando la Storia si ritira, anche la comicità – che è sorella siamese della sensualità – gira a vuoto.</p>
<p>4</p>
<p>Nel tuo terzo libro, <em>La mano che non mordi</em>, la protagonista intraprende un viaggio da Parigi a Sarajevo.<br />
Fin dall’inizio è perfettamente consapevole di non essere una vera viaggiatrice. Se con il pensiero ha sempre voluto «viaggiare l’intero mondo e al di là», il suo corpo le complica la vita: «Mi sono detta poi che se sforzo un po’ la mia carne, forse lei può trovare piacere unendosi al pensiero che ama viaggiare». Quando raggiunge dei luoghi sconosciuti, i suoi sensi si acuiscono, mentre le novità le richiedono un’attenzione che poi paga: la protagonista è qualcuno che si dà senza alcuna protezione.<br />
Il caso vuole che il suo corpo – come quello di tutte le tue eroine – sia piacente, assillato da quella «tara» che nessuna insegnante dalle gambe storte è riuscita a estirpare. Alla stregua di Ormira, di Ornela, di Eva, anche la protagonista de La mano che non mordi, è cresciuta nell’Albania comunista degli anni settanta e ottanta e perciò conosce a menadito il peccato originale di essere bella, fisicamente bella.<br />
A Sarajevo si ritrova in un appartamento con alcune donne del posto, «donne forti», dalle carni straripanti. L’argomento della discussione è «la bellezza interiore». Una voce si infiamma: «L’uomo vuole una donna col cervello! La bella se la scopano due sere e poi tornano a casa!». Tutte, fiere della loro bruttezza, «tirano pietre» sulla bellezza fisica offrendo ai loro mariti su un piatto d’argento i loro cervelli d’Einstein. La protagonista pensa: nulla è cambiato: «Essere belli [...] essere fragili ed eleganti, avere un’aria cagionevole non era comunista. Le anime è meglio non turbarle. Si deve essere uguali ma in possesso del valore vero: la bellezza interiore». Nella Tirana degli anni settanta come nella Sarajevo degli inizi del XXI secolo l’interiorità viene elevata a mito per rendere uomini e donne, belli e brutti, tutti uguali, tutti fieri di sapere che la bellezza non sarà mai in grado di salvare il mondo.<br />
Ciò che è cambiato è lo sguardo della protagonista. Fotografa con «lo spirito» ciò che le sta intorno, ma la durata dell’esposizione alla luce del mondo balcanico le produce una violenta compassione, a tal punto che il suo bel corpo, arranca, si muove a fatica, come se si trovasse in un vicolo cieco, come fisicamente ferito da <em>un eccesso di mortalità</em>. Scopre di essere diventata straniera alla sua gente. Ha probabilmente contratto la malattia del suo amico Mirsad. Anche lei è «diventata verde», «verde di migrazione»: «Il verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici in aria». La malattia della migrazione si insinua in chi ha abitato a lungo lontano dalla propria terra e vi fa ritorno. Da quel momento costui comincia a perdere «l’ovvio, l’ovvio di esistere». Comincia ad andare per il mondo «con il corpo messo a nudo», anzi, «senza pelle». «I miei organi – confida Mirsad alla protagonista – sono a vista d’occhio, fuori, come esposti a una mostra, tutti li possono toccare, curiosare, osservare, spostare, pizzicare».<br />
Una volta a Parigi, nella solitudine della sua casa, isolata da tutto, distesa sul pavimento, il bel corpo non esposto alla luce violenta della compassione, il suo viaggio finisce. La fine del viaggio è la presa di coscienza della protagonista che soltanto «lontano» da tutto ciò che le è «vicino», è possibile per lei pensare, ovvero viaggiare «l’intero mondo e al di là».</p>
<p><em>Post scriptum sulla bellezza degli animali</em></p>
<p>Quando la protagonista de <em>La mano che non mordi</em> giunge a Sarajevo si addolora nel vedere molti animali ridotti a pelle e ossa che si aggirano sanguinanti per le strade. Riflette: nei Balcani «gli umani non hanno tempo per gli animali. Li hanno persino cancellati dalla loro esistenza. A Tirana ai cani gettano le pietre, e ci sono delle leggi per sterminarli a colpi di rivoltella».<br />
Questo mi ha fatto pensare a <em>La vita degli animali</em> di J. M. Coetzee, e a Kafka, e a un commento di Elias Canetti su un suo racconto.<br />
Elizabeth Costello, l’anziana scrittrice protagonista delle due novelle che formano l’opera di Coetzee, tenta, nel corso delle sue conferenze all’Appleton College, di aprire una breccia nei cervelli e nei cuori dei suoi ascoltatori affinché costoro modifichino il loro inveterato atteggiamento nei confronti degli animali, il cui massacro condotto ai giorni nostri su scala industriale, giunge a paragonare per dimensioni ed efferatezza a quello perpetrato dal Terzo Reich nei confronti degli ebrei. Elizabeth Costello si appella a una delle più importanti facoltà umane: l’empatia. Ciascuno di noi, afferma la scrittrice, può grazie a questa facoltà condividere l’essere di un altro. Può, perciò, se solo si sforzasse di nutrire questo suo talento ricevuto in dote dalla natura, comprendere in che cosa consiste la vita di un animale. Soltanto se si giunge a percepire la sostanza dell’essere di un animale, si può sperare di sottrarre a noi stessi una parte del nostro potere su di lui e quindi godere con lui ciò che ci accomuna: la pienezza della vita.<br />
Ma in che cosa consiste il nostro potere sull’animale?<br />
In un racconto di Kafka, <em>Una vecchia pagina</em>, che fa parte della raccolta <em>Un medico condotto</em>, un calzolaio, che ha il suo laboratorio nella piazza dove si erge il palazzo dell’Imperatore, è impaurito dall’arrivo di un popolo nomade e barbaro. I costumi e le usanze di quelle genti gli sono incomprensibili. Non sembrano neppure possedere una lingua. Rubano e divorano tutto. Il calzolaio segue da vicino quello che il macellaio di fronte è obbligato a fare per salvarsi:</p>
<p><em>Ultimamente il macellaio pensò di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al mattino portò un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un’ora io rimasi disteso sul pavimento in un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva.</em></p>
<p>Nell’<em>Altro processo</em>, Canetti, commentando questo passaggio, si domanda: «Si può dire davvero che il narratore si sottrasse all’intollerabile?».<br />
Il calzolaio, durante il massacro del bue, si stende al suolo e cerca di sparire sotto una montagna di vestiti, di coperte e di guanciali. Desidera farsi piccolo – metamorfizzarsi in qualcosa di piccolo –, diminuire il suo peso corporeo per sottrarre potere a se stesso. Per questa ragione, afferma Canetti, nell’opera di Kafka l’uomo si trasforma spesso in piccoli animali inoffensivi che non riescono neppure a sollevarsi dal suolo. Kafka sa che cosa significa essere un piccolo animale perché conosce bene ciò che egli stesso ha definito una volta, in una lettera a Felice, «l’angoscia della posizione eretta», posizione che è a fondamento di ogni potere dell’uomo sugli altri animali.<br />
Di solito noi siamo fieri della nostra posizione eretta, ovvero non utilizziamo né la nostra empatia né la nostra capacità di metamorfosi.<br />
In questo modo cancelliamo colpevolmente dal nostro orizzonte la vita degli animali – gesto che tu, cara e angosciata Ornela, distesa sul pavimento, il bel corpo esposto alla luce violenta della compassione, fedele alla lettera e ai racconti di Kafka, hai il grande merito di non compiere mai. Cancelliamo il loro essere. Rifiutiamo di prendere il loro posto. Ma così facendo, una parte della bellezza del mondo ci resta preclusa.</p>
<p><em>Nota</em><br />
Con questo pezzo vorrei avviare una rubrica mensile dedicata a opere romanzesche, poetiche e saggistiche di lingua italiana: una finestra aperta sul presente, dove si potrà parlare allo stesso modo dei poeti più conosciuti del XX e del XXI secolo come del più sconosciuto degli autori, inedito perfino a se stesso. E&#8217; quasi inutile aggiungere, che la critica letteraria di uno scrittore è una forma di autobiografia, uno specchio della sua opera compiuta e da compiere. E ancora: di tutto ciò che si perde, che irrimediabilmente va perduto, il mio desiderio è quello di recuperare quelle opere capaci di strapparmi con violenza o con eleganza alle mie consuetudini, capaci di scuotere il corpo quando la mente sembra non poterne più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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		<title>Su le mani giù le mani. Variazioni su Scurati</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Dec 2007 02:31:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/nazione-due.jpg" title="nazione-due.jpg"></a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><em>Alzi la mano chi non ha mai guardato un film porno. Molti ultracinquantenni, un po’ sdegnati, staranno alzando le loro mani innocenti. Ma se scendiamo anagraficamente, troveremo che sotto i quaranta sono già ben pochi i lettori che potranno proclamarsi immacolati rispetto alla pornografia.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/26/su-le-mani-giu-le-manivariazioni-su-scurati/">Su le mani giù le mani. Variazioni su Scurati</a></p>
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di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><em>Alzi la mano chi non ha mai guardato un film porno. Molti ultracinquantenni, un po’ sdegnati, staranno alzando le loro mani innocenti. Ma se scendiamo anagraficamente, troveremo che sotto i quaranta sono già ben pochi i lettori che potranno proclamarsi immacolati rispetto alla pornografia. Sotto i vent’anni d’età, poi, non troveremo quasi nessuno che non abbia fatto uso di pornografia.</em><br />
<strong>Antonio <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/12/22/la-vita-impigliata-in-rete-di-antonio-scurati/">Scurati</a> </strong>su: LA STAMPA, 22 dicembre 2007</p>
<p>Alzi la mano chi non ha mai guardato,<br />
alzando le loro mani innocenti<br />
ultracinquantenni, un po’ sdegnati, staranno.<br />
Ma se scendiamo  troveremo  sotto</p>
<p>I vent’anni sotto non troveremo</p>
<p><strong>Chi non ha mai guardato la mano alzi un film porno</strong><br />
Alzi , staranno alzando<br />
se scendiamo  troveremo</p>
<p>non troveremo quasi nessuno<br />
troveremo le loro mani innocenti</p>
<p>la mano  un po’ sdegnati, staranno alzando</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/26/su-le-mani-giu-le-manivariazioni-su-scurati/">Su le mani giù le mani. Variazioni su Scurati</a></p>
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		<title>Pensieri neri/2: Agli americani</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/04/15/pensieri-neri2-agli-americani/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Apr 2003 09:51:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio moresco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[america]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p>Lo so che è sempre sbagliato generalizzare, come sto facendo anch’io adesso rivolgendomi a voi in quanto americani. Io stesso non accetterei di venire associato, in quanto italiano, alla vergogna del nostro attuale governo, dal momento che non l’ho votato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/04/15/pensieri-neri2-agli-americani/">Pensieri neri/2: Agli americani</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p>Lo so che è sempre sbagliato generalizzare, come sto facendo anch’io adesso rivolgendomi a voi in quanto americani. Io stesso non accetterei di venire associato, in quanto italiano, alla vergogna del nostro attuale governo, dal momento che non l’ho votato.<br />
<span id="more-20"></span><br />
Come so che solo una piccolissima parte di voi ha votato per la banda attualmente al potere nel vostro paese. Mi rivolgo a voi in quanto americani solo nell’assurda speranza di far arrivare al maggior numero possibile di persone la mia preoccupazione, la mia indignazione e il mio allarme.<br />
So bene di non essere niente, di non contare niente, di essere solo uno scrittore a voi sconosciuto che vive in un luogo periferico del vostro impero e che scrive in una lingua periferica del vostro impero. Ma mi permetto lo stesso di rivolgermi a voi che siete i cittadini del paese in questo momento più potente del mondo e di farvi molte, molte, molte domande.<br />
Io non sono antiamericano. C’è bisogno che vi dica che, come tanti altri, fin da ragazzo mi sono nutrito anch’io dei vostri miti e dei vostri spazi, dei vostri scrittori e delle vostre canzoni e dei vostri film e ho respirato i vostri stessi orizzonti? Anche se sapevo bene anche allora che nella vostra storia c’era nello stesso tempo il genocidio dei pellerossa, la sopraffazione, gli assassini politici, il maccartismo, il razzismo… Inoltre mi sono guadagnato sul campo e senza ombra di dubbio questa qualifica di non antiamericano quando, non più di un anno fa, sono stato aggredito su alcuni giornali del mio paese per avere espresso in un mio scritto questo rifiuto dell’antiamericanismo automatico all’indomani dell’attentato alle torri gemelle, e avere cercato di comprendere <em>tutte</em> le ragioni della vita, persino, in alcuni momenti, quelle della forza.<br />
Eppure quello che vedo adesso non mi piace per niente, mi fa orrore. L’immagine che state dando al resto del mondo, a chi non si accontenta delle vostre campagne pubblicitarie di copertura, fa orrore. Che cosa state combinando? Cosa state diventando? A quali logiche terminali vi state consegnando? Ma ve la bevete davvero questa farsa degli americani buoni e altruisti che vanno alla guerra per la libertà altrui? E, se non ve la bevete, perché la prendete per buona? Perché pretendete che la prendano per buona anche gli altri, e vi incazzate persino quando questo non succede? Certo, lo so anch’io come funzionano da sempre le cose, fin dai tempi di Omero e anche prima. Le popolazioni i cui capi mandano truppe sono consenzienti finché hanno l’impressione che il gioco valga la candela, di ricavarci qualcosa, di avere anche loro una piccola parte di briciole nella spartizione futura del bottino. Fino ad allora, finché gli sembrerà che il rapporto perdite-ricavi sia positivo, chiudono gli occhi su tutto il resto, agitano le bandierine. Ma guardate che, su questa strada, non è detto che, anche per voi, il gioco varrà la candela ancora per molto.<br />
Il vostro paese sta mostrando il volto ottuso e truce di chi si sente invulnerabile e impunito dentro il bozzolo della sua potenza tecnologica e del suo strapotere. Un volto odioso, protervo, arrogante, del tutto simile a quello di altri imperi che si sentivano al massimo della loro potenza. Ma su questa strada alla fine, state certi, cadrete! Non so come, non so a che prezzo, non so in quanto tempo, ma, seguendo questa logica cieca, sicuramente cadrete, come è successo a quel capitano privo di una gamba inventato dal più grande e profondo dei vostri scrittori, che vi conosceva bene e vedeva lontano. La caduta e il susseguirsi degli imperi non è cosa nuova. La cosa nuova è che ora, con i mezzi di distruzione di massa e di specie infinitamente più devastanti di cui disponete, il prezzo sarà tremendo per tutti, perché a quel punto, prima di andare incontro alla vostra sicura rovina, voi impiegherete ciò che di più orribile avete immaginato, fabbricato e immagazzinato in questi decenni, e allora sarà un disastro per tutti e per l’intero pianeta. Cosa diventerà il mondo, a quel punto? A quali rovine lo ridurrete?<br />
Ma veniamo all’oggi. Il cattivo di turno è caduto. Non avete ascoltato ragioni, non avete dato retta a nessuno: alleati, amici, organismi internazionali. Voi e i vostri complici e i vostri poveri servi dell’ultima ora. Siete andati avanti a testa bassa per la vostra strada, seguendo logiche geopolitiche e interessi di casta preordinati da tempo, nell’accecamento e nel delirio freddo della vostra tecnologia e della vostra forza. Come se non bastasse, avete preteso anche che tutti gli altri facessero buon viso a cattivo gioco e fingessero di prendere per buone le vostre assicurazioni non dimostrate e le vostre ragioni. Adesso volano giù le ennesime statue degli ennesimi tiranni che, dopo aver mandato i ragazzi al martirio, hanno pensato bene di tagliare la corda. Una parte, piccola o grande, dei poveri iracheni ora festeggiano, non possono che festeggiare il più forte di turno, come d’altronde hanno sempre dovuto fare finora. È una triste festa per tutti, non credete? Vi sentite più tranquilli adesso, perché un po’ di poveri ragazzi iracheni dalle teste rasate e dai piedi scalzi vi fanno questa triste festa? Credete che questo vi dia ragione? Perché non siete andati a farvi festeggiare dai poveri ragazzi cileni ammassati negli stadi, massacrati dagli squadroni della morte, oppure da quelli argentini torturati selvaggiamente dai generali golpisti vostri alleati? Almeno altrettanto miserabili e impresentabili di Saddam ma, si dà il caso, vostri amici, come d’altronde lo erano fino a poco fa anche Bin Laden, Saddam Hussein… Come mai allora andavano bene? Vi sembra bello vivere nell’ipocrisia e nella doppia verità? Certo, allora c’era l’Urss, mi direte, l’Impero del Male! C’è sempre qualche Impero del Male sulla vostra strada e nel vostro gioco, perché voi possiate fare la parte di quello del Bene! Adesso ci sono gli ultimi, piccoli tiranni che si oppongono alla vostra grande tirannide. In passato c’erano l’abominevole Reich nazista, il regime fascista, e noi vi dobbiamo la nostra libertà, anche se capiamo ogni giorno di più quanto in realtà sia vigilata e condizionata. Certo, lo so, non sono così ingenuo da pensare che anche allora abbiate agito per puro altruismo. Ma la vostra azione poteva fare almeno un tutt’uno con una nobile causa. Non era lo stesso di oggi il volto che presentavate al mondo, quando riuscivate ancora a farvi amare. Non credete, anche quelli che vi fanno festa adesso, persino i saltimbanchi che governano il mio paese, col loro servilismo e cinismo, la loro vertiginosa volgarità, insensibilità, pochezza e doppiezza, non vi amano certo. Non credete, è solo identificazione con il più forte, è solo opportunismo e paura. Non lo capite che qualsiasi cosa vi dicano, qualsiasi cerimonia vi facciano quelli che vi ruotano attorno, ormai state sulle palle a tutti? E non solo perché gli europei sono vecchi e codardi, gli arabi infidi ecc… Potete fare ormai quello che volete. Non pretendete anche di farvi amare.<br />
Fino a poco fa c’erano almeno motivazioni evidenti che sorreggevano e occultavano gli scopi reali delle vostre azioni: l’invasione del Kuwait, la pulizia etnica, l’attacco terroristico alle torri gemelle… Ora c’è solo la nuda evidenza di una forza usata selettivamente e secondo i propri puri interessi, che si avvale di operazioni mediatiche e pubblicitarie programmate per “vendere” al meglio il proprio piccolo, sporco prodotto. E bisognerebbe anche applaudire questo spettacolo? E volete oltre tutto che gli altri vi siano grati per questo? Provate a uscire un po’ dalle logiche dell’informazione pilotata e dallo spettacolo che ci è stato costruito attorno. Provate a guardarvi un po’ dal di fuori. Fate almeno lo sforzo! All’equililibrio del terrore si è sostituito lo squilibrio del terrore. Da bambinoni buoni siete diventati bambinoni cattivi, come in un romanzo di <strong>Stephen King</strong>. Ci sono sempre, anche a scuola, i più prepotenti della classe, quelli che vogliono avere sempre ragione, che vogliono comandare, quelli che prima o poi sbatteranno la testa contro qualcosa di grosso. Provate a guardarvi un po’ con gli occhi del resto del mondo. Mentre andate in giro con le vostre telecamere sui caschetti e le vostre bombe a grappolo in nome della democrazia. Ma vi rendete conto di come vi manda in giro vestiti la vostra mamma? Avete ancora i calzoncini corti e già quelle orribili teste da mosche d’acciaio!<br />
Cosa continuate a riempirvi la bocca con “Dio” e con “Cristo”? Che cosa c’entra Cristo con tutto questo? Gesù Cristo era un condannato a morte cui il vostro attuale presidente avrebbe negato la grazia. Un perdente, secondo i vostri parametri. Certo, lo so, si comportavano così anche i capi di stato e i missionari del Cinquecento, anche allora al seguito delle truppe dei conquistadores! Ma non erano meno orribili anche allora, e vedete poi che fine ha fatto anche il loro impero! La conoscete quella favola della rana che voleva diventare grande come il sole, e che si gonfiava, si gonfiava, si gonfiava, e che alla fine è scoppiata? Guardate che è così che cominciano a crollare gli imperi, la crepa inizia proprio quando si sentono al massimo della loro impunità e potenza e si lasciano accecare dall’immagine di se stessi che vedono dentro lo specchio! State tranquilli. Che siete i più forti salta agli occhi, l’abbiamo capito! È semmai qualcos’altro che dovreste dimostrare al mondo e a voi stessi, se volete durare! Guardate che il fatto di vincere non significa necessariamente avere ragione. Quante volte è successo, nel corso del tempo, che chi vinceva non avesse per niente ragione!<br />
Voi avete accumulato un enorme surplus tecnologico e militare da scaricare sui corpi e sulle menti delle persone del resto del mondo. Ma guardate che quando questa macchina spaventosa avrà annientato ogni altro avversario, o non ce la farà più ad andare avanti, si avventerà su di voi e vi schiaccerà.<br />
C’è un enorme, drammatico problema di democrazia, nel nostro mondo sovrappopolato. Non ce la passiamo bene anche noi nel nostro paese. Ma vi sembra davvero che ci sia democrazia nel vostro? Dove solo una piccola parte della popolazione vota e di quella piccola parte neanche la metà elegge – quando va bene – il candidato vincente. Dove rapaci gruppi economici finanziano uomini e partiti in questo gioco truccato per averne in cambio un apparato di potenza cointeressato e asservito. Vere e proprie gang mafiose, squali multinazionali e pesci siluro che si gonfiano a dismisura acquattati sotto il pelo dell’acqua e nel fango e mangiano tutto quello che incontrano. Vi sembra democrazia questa roba qui? Vi va bene così? È libertà, pari opportunità, gioco uguale per tutti, libero mercato ecc… come blaterano tutte quelle figure asservite della politica e dei media, ad uso e consumo di chi si ostina a vedere con un occhio solo, quando neppure con quello? Vi va bene tutta questa informazione-spettacolo manipolata che scatta ogni volta al comando di un’oligarchia e dei suoi fini? Pensate che su questa strada andrete lontano o invece verso la generale rovina? Pensate, per esempio, che ve ne verrà del bene a pretendere di essere superiori agli altri e a non assumervi le vostre responsabilità nella salvaguardia dell’ambiente, per l’ingordigia dei vostri padroni e dei loro servi politici? A ritenervi al di fuori e al di sopra delle leggi e dei tribunali e delle organizzazioni internazionali, che vi vanno bene solo quando obbediscono senza fiatare ai vostri diktat? Cosa diavolo volete che, in questa situazione, pensino di voi gli altri abitanti del pianeta? Io, per esempio, vivo in un paese dove, nei decenni che sono seguiti alla Seconda Guerra Mondiale, avete fatto il bello e il cattivo tempo, manipolato, ingannato, operato attraverso omicidi politici e stragi di civili per condizionare il corso degli avvenimenti nella nazione da voi stessi liberata. A cui si aggiungono altre forme, palesi e occulte, di colonialismo e servitù politiche, economiche, militari e culturali di ogni genere e tipo. Vi piacerebbe se qualche altra nazione riservasse questo trattamento a voi stessi?<br />
Vi faccio un esempio, solo un piccolo esempio, il primo che mi viene in mente. Pochi anni fa un vostro aereo militare, partito da una delle vostre basi (si chiamano “servitù”) disseminate nel mio come in molti altri paesi del mondo, in uno delle sue irresponsabili acrobazie a bassa quota, ha tranciato il cavo di una funicolare e ha ammazzato venti persone in una località sciistica di nome <strong>Cermis</strong> (3 italiani, 2 austriaci, 7 tedeschi, 2 polacchi, 5 belgi, 1 olandese). L’unica preoccupazione del pilota e del secondo è stata quella di distruggere il nastro di una telecamera con la quale avevano ripreso tutte le pazzesche evoluzioni del loro aereo. Le autorità del vostro paese, con un gesto di arroganza e disprezzo, hanno preteso di sottrarre i colpevoli di questa strage alla giustizia del paese dove è stata commessa e che vi ospita. Non solo. Il processo militare, celebrato nel vostro paese, si è concluso con semplici sanzioni disciplinari, assoluzioni, patteggiamenti, due radiazioni. Uno solo, su quattro degli imputati, è stato punito con una pena detentiva (di soli sei mesi, ridotti poi a cinque per buona condotta!). Per una strage di 20 persone! Il tutto in un paese che si mostra in altri casi così inflessibile di fronte a singoli omicidi compiuti anche prima della maggiore età e dove vige la pena di morte! Fatti analoghi sono successi anche in altri paesi del mondo, in Corea, per esempio, e anche là non sono stati presi bene. Ora vi domando: cosa sarebbe successo se queste venti persone fossero state ammazzate negli Stati Uniti e fossero state del voltro paese? Se una cosa simile fosse successa a voi sul vostro territorio e il paese il cui aereo fosse stato responsabile della strage avesse imposto d’imperio il trasferimento del processo e una simile conclusione dello stesso, cosa avreste pensato, che sentimenti avreste provato nei suoi confronti? Perché trattate gli altri paesi e le altre vite come inferiori, e voi stessi come una razza superiore cui tutto è permesso? Pretendete con questo di farvi amare? E poi perché non potete neppure giudicare voi stessi e condannare i vostri militari quando commettono così palesi e gravi reati? Vi sembra di essere ancora un paese libero, solo perché fate pagare agli altri un prezzo più pesante per la libertà di quello che per il momento vi sembra di pagare voi stessi? Chi secondo voi comanda, adesso, veramente, nel vostro paese? Perché non potete più processare e condannare in modo proporzionato i vostri militari, anche quando commettono così gravi reati all’estero? Ve lo siete chiesto? Non è una domanda di poco conto. Dovreste farvela, per il bene vostro e di tutti. Cosa succederà se e quando gli ultimi rivestimenti democratici cadranno ed emergeranno nella loro nudità le strutture e le figure che comandano veramente, senza neppure più labili diaframmi politici, in un paese per di più dotato di una potenza tecnologica senza eguali nella storia e senza ritorno?<br />
La democrazia non c’è più, se mai c’è stata. Non solo. La democrazia non basta! Anche se veramente ci fosse, non basterebbe più, a questo punto, nella nuova situazione che sta vivendo il nostro mondo e la nostra specie. Qualcosa di nuovo deve essere assolutamente inventato, se no sarà un disastro per tutti, come hanno capito ormai molti gruppi umani che si muovono verso qualcosa che ancora non c’è, che non si sa ancora che cosa sarà.<br />
Sono molte, gravi e tremende le prove che ci attendono tutti quanti. Ma sarà tutto infinitamente più difficile e disperato se non ci si potrà liberare di strutture mentali e logiche di potere introiettate che tendono a riformarsi e a consolidarsi continuamente utilizzando e inglobando precedenti strutture nella loro folle corsa verso la potenza orizzontale e il guscio vuoto di quella cosa che un tempo era percepita come pienezza e potere.<br />
Come si potrà, in queste condizioni, senza prima aver reso almeno possibile una riapertura reale del gioco, affrontare il tremendo futuro che ci aspetta?</p>
<p>Se mi sono permesso di dirvi con franchezza queste scomode cose e di farvi queste domande è perché anch’io evidentemente mi aspetto ancora qualcosa da voi e dal vostro senso di libertà. Perché dentro le forme viventi c’è anche e sempre qualcosa che non si arrende e che non si piega e perché c’è ancora e sempre nelle loro possibilità e potenzialità anche quella di inventare e sognare qualcosa di imprevedibile e di inaspettato, di reinventare persino se stesse all’interno della faglia di questo movimento sognato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/04/15/pensieri-neri2-agli-americani/">Pensieri neri/2: Agli americani</a></p>
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