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	<title>Nazione Indiana &#187; renzo arbore</title>
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		<title>Incontinental Jazz</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 22:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong><br />
</strong> di<br />
<strong>Gigi Spina</strong></p>
<p><strong></strong><br />
<em>In the mood </em>è un brano capace di attraversare il tempo. Con Glenn Miller, naturalmente, cui James Stewart prestò volto occhialuto e figura dinoccolata nel film di Anthony Mann (1954). Stephen King ne ha fatto la colonna sonora, a prova di ucronia (o di alternative history, se si preferisce), del recentissimo <em>22/11/63 </em>(2011).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/12/incontinental-jazz/">Incontinental Jazz</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-41312" title="sardinia-hot-jazz-g" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/sardinia-hot-jazz-g.jpg" alt="" width="176" height="283" /><strong><br />
</strong> di<br />
<strong>Gigi Spina</strong></p>
<p><strong></strong><br />
<em>In the mood </em>è un brano capace di attraversare il tempo. Con Glenn Miller, naturalmente, cui James Stewart prestò volto occhialuto e figura dinoccolata nel film di Anthony Mann (1954). Stephen King ne ha fatto la colonna sonora, a prova di ucronia (o di alternative history, se si preferisce), del recentissimo <em>22/11/63 </em>(2011). Claudio Loi lo fa risuonare, quasi per magia, in una ‘cimiteriale’ strada di Cagliari, alla fine del ’43. Siamo alle pagine 31-32 dell’affascinante e coinvolgente <a href="http://www.aipsa.com/le-collane/sardinia-hot-jazz.htm">Sardinia Hot Jazz</a>.Le origini del jazz in Sardegna da Antonio Gramsci a Marcello Melis, con interventi di Franco Bergoglio e Giacomo Serreli, Aipsa edizioni, Cagliari 2011. Loi attinge alla testimonianza di Giuseppe Fiori, raccolta e ‘perfezionata’ da Giuseppe Podda: non era un disco, ma Glenn Miller in carne e ossa con la sua orchestra, che provava lo spettacolo da tenere per le truppe americane. In questo traffico a doppio senso, fra jazzisti non sardi che vanno a suonare in Sardegna e jazzisti sardi che emigrano, potrebbe condensarsi la storia delle origini del jazz nell’isola, ricostruite con passione e meticolosa documentazione da Loi.</p>
<div id="attachment_41311" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-41311" title="jazz-grfj" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/jazz-grfj-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" /><p class="wp-caption-text">Mario Schiano Gianfranco Schiaffini Franco Pecori Marcello Melis Gruppo Romano Free Jazz -Roma, Folk Studio 1966</p></div>
<p>Ma c’è un modo di pensare e di suonare il jazz che abbia caratterizzato o caratterizzi la Sardegna? La domanda non è peregrina, e fa il paio con quella che si poneva Alberto Rodriguez, uno dei protagonisti forti di questa storia (p. 154), a fine 1968: «cosa può fare allora un musicista che sta in Sardegna e si interessa di jazz?». Il dubbio gli veniva dalla vicenda di una delle figure più rappresentative del jazz italiano (e sardo) della seconda metà del secolo scorso, il bassista Marcello Melis (1939-1994), combattuto «fra l’attaccamento alle radici e la voglia di disincagliarsi da una realtà troppo statica». Perché è vero che gli italiani il jazz ce l’hanno nel DNA, come sosteneva Renzo Arbore (p. 103) nella presentazione del box dei Marc 4, il gruppo di cui faceva parte il chitarrista cagliaritano Carlo Pes, ben presto emigrato anche lui nella capitale; ma dal certificarne la presenza a metterlo in atto, dal dire al suonare, insomma, c’era davvero di mezzo il mare che separava l’isola da città, luoghi e locali molto più pronti a far vivere e dar da vivere a musicisti nati in Sardegna.</p>
<p>La ricerca delle radici, si sa, nasce dalle crisi di identità, ma anche, per converso, dal raggiungimento di un’identità forte, di cui si vogliono rintracciare percorsi di formazione. Qualche anno fa è uscito, ad esempio, <a href="http://www.edizioniesi.it/dettagli_articolo.php?id=1866&amp;tipologia=volumi_collane&amp;titolo=Vesuview_jazz_-_Tracce_di_jazz_in_campania_dal_1920_al_nuovo_millennio">Vesuview jazz. Tracce di jazz in Campania: dal 1920 al Nuovo Millennio, di Gildo De Stefano, (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1999)</a>. È, dunque, il jazz contemporaneo in Sardegna, così fortemente caratterizzato da presenze e iniziative consolidate (è stato lo stesso Claudio Loi a scriverne in Sardinia jazz.Il jazz in Sardegna negli anni Zero. Musica, musicisti eventi, discografia di base, con interventi di Paolo Fresu e Stefano Fratta, stesso editore, 2010), ad esigere, se non un albero genealogico &#8211; che per il jazz, forma musicale libera quale nessun’altra, stonerebbe -, una galleria random di ritratti, punte di eccellenza che si stagliano come nuraghi.<br />
<img class="alignright size-medium wp-image-41313" title="paolo_fresu" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/paolo_fresu-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /> A essi il jazz che oggi si suona in Sardegna può guardare con orgoglio, forse anche per riscattare le difficoltà del passato, quelle che Loi fa riaffiorare nelle sue pagine attraverso le parole degli stessi protagonisti, le scelte di emigrare perché la situazione sembrava stagnante, in particolare negli anni Sessanta (p. 129), anche se è proprio in quel periodo che, soprattutto grazie alla coppia Alberto Rodriguez &#8211; Marcello Melis, ma anche a figure quali Bruno Massidda (p. 139), si comincia a intravedere un’apertura della cultura jazzistica locale ai ‘suoni del mondo’. Ma il percorso è ancora tortuoso e nella figura di Marcello Melis, cui Loi dedica quasi un quarto del suo volume, si esprimono le tensioni feconde che portano al jazz odierno. Sua la profonda sensibilità verso il jazz come musica di minoranza (era Alberto Rodriguez a riportarne il pensiero, p. 194), come la musica etnica sarda, con radici profondamente popolari.</p>
<p>I nomi di questa storia sono molti, non solo quelli che ho citato finora. Loi ricorda giustamente (p. 118) che «la storia del jazz in Sardegna e in Italia è fatta anche di eventi minori, di personaggi di cui non si conosce sufficientemente la provenienza e l’origine. Talvolta un cognome, altre un luogo costituiscono piccoli indizi per accreditare qualche rapporto con l’isola». Vi sono, infatti, nel libro, accanto a presenze ben note, anche se colte in frequentazioni e passaggi inediti o poco conosciuti (Fred Buscaglione, Jula De Palma, Lucio Dalla), pagine autobiografiche intense e commoventi (Gianfranco Contu, Ninni Manca), nomi da sottrarre a un immeritato oblio (Franco Pisano). E ancora tanti altri nomi, più o meno famosi, che costituiscono le tappe di un viaggio nel tempo che Loi fa iniziare non dalle note di un musicista né dalle benemerite trasmissioni di Radio Sardegna, ma dalle riflessioni di un intellettuale sardo, di un pensatore politico fondamentale per la storia della cultura italiana, Antonio Gramsci. Qui non posso a fare a meno di denunziare, come fanno i ‘bravi’ recensori, il mio conflitto d’interessi, essendo autore di un articolo su Gramsci e il jazz, apparso su Belfagor più di venti anni fa e positivamente citato da studiosi e storici del jazz (da Adriano Mazzoletti a Franco Bergoglio, allo stesso Claudio Loi): grazie a Francesco Forlani ora verrà ripubblicato su Nazione Indiana il 15 gennaio.</p>
<p>Da Gramsci a Marcello Melis, dunque, fino ad Antonello Salis e Paolo Fresu negli anni ‘Zero’, pensiero e suono si sono fusi in una forma espressiva che rimane una delle più originali e libere del secolo che abbiamo alle spalle e di quello che si è aperto: forse ci è servito e ci servirà ancora ad attraversarne le asprezze e le miserie.<br />
E per finire, un tentativo di risposta, con l’aiuto della filologia classica, a un dubbio di Claudio Loi: «Pare che agli inizi del secolo i negozi di strumenti musicali non esistessero ancora e la vendita di questi ultimi era opera di commercianti di vario genere e – <em>non si capisce perché</em> – dei vari barbieri sparsi per la città [Cagliari] che avevano a disposizione le uniche chitarre della città e altri strumenti musicali» (p. 27, corsivo mio). Ora, chiamando a testimoni gli autori greci (Aristofane, Lisia, Teofrasto, Plutarco) e autocitandomi (Il chitarrista che c’era …, in Annali dell’Università di Ferrara – Sez. Lettere, N.S. 3, 2002, pp. 157-163), posso affermare che sin dall’antichità greca la bottega del barbiere è il luogo dove si trova di tutto, dalle notizie alle cose più disparate, è il luogo dove si chiacchiera (una sorta di bar dello sport d’altri tempi) e forse si suona anche. Non solo: il mio articolo era una recensione a un bel romanzo di un amico e collega filologo classico e antropologo, Maurizio Bettini,<em> In fondo al cuore, eccellenza </em>(Torino 2001). Personaggio di rilievo del romanzo è Renzo Braçes, cerusico e barbiere in Monterey. Ebbene, Renzo è anche un buon suonatore di chitarra, di chitarra ‘battente’. Ma qualche anno prima, in un saggio ‘intrigante’, I classici nell’età dell’indiscrezione, Torino 1995, Bettini aveva confessato (p. 77): «Ma a Casale io frequentavo soprattutto Renzo, il barbiere. Renzo era uno degli ultimi barbieri chitarristi d’Italia». Insomma, pare che fra barbieri e chitarre la simbiosi sia naturale!</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/12/incontinental-jazz/">Incontinental Jazz</a></p>
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		<title>A Gamba tesissima e cattiva: Agit Pop!</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 11:21:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/touilettes.jpg"></a><br />
<strong>(agitateurs pour café.)</strong></p>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Non ho il televisore e dunque da dieci anni e passa non guardo la televisione. Se per questo non ho nemmeno il gatto. Per la vita che faccio, &#8220;sans domicile fixe&#8221; non è ragionevole averne.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/02/a-gamba-tesissima-e-cattiva-agit-pop/">A Gamba tesissima e cattiva: Agit Pop!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/touilettes.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/touilettes.jpg" alt="touilettes" title="touilettes" width="400" height="400" class="aligncenter size-full wp-image-18998" /></a><br />
<strong>(agitateurs pour café.)</strong></p>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Non ho il televisore e dunque da dieci anni e passa non guardo la televisione. Se per questo non ho nemmeno il gatto. Per la vita che faccio, &#8220;sans domicile fixe&#8221; non è ragionevole averne. Così quando sono a casa  della mia compagna, che il televisore lo ha, di tanto in tanto la guardiamo, ed ecco che scopro cose straordinarie e mirabili, a partire dalle facce modellate dal tempo che popolavano parte del mio immaginario prima di spegnere l&#8217;apparecchio Pop per eccellenza. Ma poi si tratta veramente di un mezzo Pop?  Secondo alcuni dei miei Maîtres à penser, che non sono i metri dell&#8217;attuale finta pornografia  intellettuale a cui siamo sottoposti, se vado a rileggermi  in particolare <a href="http://images.google.it/imgres?imgurl=http://ecx.images-amazon.com/images/I/410M5FZ224L._SL500_AA240_.jpg&#038;imgrefurl=http://www.amazon.fr/Culture-masse-ou-culture-populaire/dp/284158173X&#038;usg=__KRwwhGcJR8wt5eaHng2ya-aeOBQ=&#038;h=240&#038;w=240&#038;sz=7&#038;hl=it&#038;start=1&#038;sig2=cvIDBIutgZ4SZ0j5WePtcw&#038;um=1&#038;tbnid=49l9N8m3BtBQiM:&#038;tbnh=110&#038;tbnw=110&#038;prev=/images%3Fq%3Dchristopher%2Blasch%2Bculture%2Bde%2Bmasse%2Bet%2Bculture%2Bpopulaire%26hl%3Dit%26sa%3DN%26um%3D1&#038;ei=GGpMSryXN5Oh_AaT2aysBQ">Christopher Lasch</a>,  piuttosto che di cultura popolare pare che si tratti in realtà di cultura di massa<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/02/a-gamba-tesissima-e-cattiva-agit-pop/#footnote_0_18997" id="identifier_0_18997" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Culture de masse ou culture populaire ? / Christopher Lasch ; trad. de l&rsquo;anglais (am&eacute;ricain) par Fr&eacute;d&eacute;ric Joly ; avant-propos de Jean-Claude Mich&eacute;a. &amp;#8211; Castelnau-le-Lez : Climats, 2001 (46-Cahors : Impr. France Quercy). &amp;#8211; 80 p. ; 20 cm. &amp;#8211; (Sisyphe).
Titre original : Mass culture reconsidered">1</a></sup> .<br />
<span id="more-18997"></span><br />
 A tal proposito vale la pena riportare (e tradurre)  la nota critica  all&#8217;edizione francese uno dei libri di Christopher Lasch, Culture de masse ou culture populaire ( Mass culture reconsidered?)</p>
<p><em>&#8220;Si difende la cultura di massa a partire dall’idea che abbia permesso l’accesso di tutti a un ventaglio di scelte un tempo riservate solo ai più ricchi. La confusione tra democrazia e libera circolazione dei beni di consumo è così profonda che ogni critica all’industrializzazione della cultura è automaticamente percepita come una critica alla stessa democrazia. Mentre il marketing di massa, nel campo culturale come in altri, non aumenta ma riduce le possibilità di scelta dei consumatori. La cultura di massa, omogeneizzata, delle società moderne non implica affatto una mentalità illuminata e indipendente ma al contrario una passività intellettuale, la confusione e l’amnesia collettiva.Questo pseudo pluralismo culturale impoverisce l’idea stessa di cultura e ignora il legame intrinseco esistente tra libertà intellettuale e libertà politica. Una cultura veramente moderna non ripudia gli schemi tradizionali. La sinistra dovrà allora rivedere le proprie idee su cosa possa veramente far accedere gli uomini alla modernità.&#8221; </em><br />
<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/02/a-gamba-tesissima-e-cattiva-agit-pop/#footnote_1_18997" id="identifier_1_18997" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="La culture de masse est d&eacute;fendue &agrave; partir de l&rsquo;id&eacute;e qu&rsquo;elle a permis de faire acc&eacute;der chacun &agrave; un &eacute;ventail de choix autrefois r&eacute;serv&eacute; aux plus riches. La confusion entre d&eacute;mocratie et libre circulation des biens de consommation est si profonde que toute protestation contre l&rsquo;industrialisation de la culture est automatiquement per&ccedil;ue comme une protestation contre la d&eacute;mocratie elle-m&ecirc;me. Alors que le marketing de masse, dans le domaine culturel comme ailleurs, n&rsquo;augmente pas, mais r&eacute;duit les possibilit&eacute;s de choix des consommateurs. La culture de masse, homog&eacute;n&eacute;is&eacute;e, des soci&eacute;t&eacute;s modernes n&rsquo;engendre nullement une &ldquo;mentalit&eacute;&rdquo; &eacute;clair&eacute;e et ind&eacute;pendante, mais au contraire la passivit&eacute; intellectuelle, la confusion et l&rsquo;amn&eacute;sie collective. Ce pseudo pluralisme culturel appauvrit l&rsquo;id&eacute;e m&ecirc;me de culture et ignore le lien intrins&egrave;que existant entre libert&eacute; intellectuelle et libert&eacute; politique. Une culture vraiment moderne ne r&eacute;pudie pas les sch&eacute;mas traditionnels. La gauche doit donc r&eacute;viser ses id&eacute;es sur ce qui fait acc&eacute;der les hommes &agrave; la modernit&eacute;.">2</a></sup><br />
E infatti giornali, televisione e radio, vengono definiti Mass media e non Pop, come in molti vorrebbero farci credere.<br />
Ma chi vorrebbe farcelo credere, au juste? Pupo, semplice no! Sì proprio lui, quello di <strong>Gelato al cioccolato</strong> e <strong>Firenze Santa Maria Novella</strong>.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/XXDP0ohgDOY&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/XXDP0ohgDOY&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object>.</p>
<p>Pupo, ovvero Pupu, nella versione Russa, in una recente e notturna trasmissione Rai consacrata al Premio Mogol <sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/02/a-gamba-tesissima-e-cattiva-agit-pop/#footnote_2_18997" id="identifier_2_18997" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Esibizione degli audio2 durante la serata dedicata all&amp;#8217;assegnazione del premio Mogol, condotta da Pupo.L&amp;#8217;evento ha visto la vittoria del brano di Povia &amp;#8220;Luca era gay&amp;#8221; ed e&amp;#8217; stato trasmesso il 22 giugno 2009 alle 23,40 su Rai1. La serata ha raccolto un&amp;#8217;audience di 794.000 spettatori con il 12,19% di share.">3</a></sup> ospitava nel proprio salotto oltre ad eminenze grigie e rosa della canzone italiana colui che considero al pari di Berardinelli,<em> tra le menti più brillanti della sua generazione</em> e che come lo stimato critico letterario c&#8217;ha famija. Altrimenti non si spiegherebbe come Oliviero Beha, una persona così tosta e coerente potesse patrocinare la serie di pupate dette quella sera davanti a un pubblico televisivo attestato sulle novecentomila persone circa.<br />
Non avendo preso nota delle dichiarazioni fatte in quella sede che decretava come grande vincitore della serata tale Povia con una canzone che portava nel titolo il cognome di un mio vicino di casa di un tempo e valente magistrato impegnato nella lotta alla camorra, riporterò a memoria le cose pregando chi avesse più solertemente di me registrato tali dichiarazioni di eventualmente intervenire e correggermi.<br />
Il leitmotif &#8211; ma questa parola la capirà la massaia di Massa Carrara? &#8211; diciamo, il fil rouge, la tesi dominante era: <em>carissimi intellettuali di sta cippa ci avete rotto il <a href="http://www.toneoperi.altervista.org/wp-content/uploads/2008/08/radiografia-cazzo.jpg">@@@@@</a> con il vostro linguaggio, la vostra verve cerebrale, il vostro essere di sinistra (non era formulato ma avrebbe potuto) il vostro disprezzo per il Pop, per la canzone che è pura poesia &#8211; al punto che i giurati, a cominciare da Mogol leggevano con un effetto a dir poco imbarazzante le lyrics manco si trattasse  di Dante . </em></p>
<p>Il che detto tra noi non è assolutamente falso, specie quando ti imbatti nella spocchia di chi pur citando Pasolini ad ogni piè levato, è pronto a scomunicare chiunque ami il calcio o la musica Pop. Ed eccoci al punto G di questo mio intervento. Fermo restando che non è chiaro a tutti quanto sia ancora valida la legge del doppio registro, che dal Cristo a Massimo Cacciari stabilisce che la vera intelligenza sta nell&#8217;adattare il proprio linguaggio alle possibilità dei propri interlocutori, la cosa che mi ha fatto veramente incazzare era che quella propagandata da Pupo e Compagnia come autentico Pop, autentico genere basso e popolare, in realtà non lo fosse. A  meno che non si voglia considerare la canzone vincitrice e dunque emblematica del discorso, come pop e non come mass, secondo quanto detto all&#8217;inizio.<br />
Cos&#8217;è allora il pop? Gran bella domanda. Proviamo allora a rispondere a un&#8217;altra domanda forse più accessibile. Cos&#8217;è il Mass Pop? Facendo appello a una conversazione avuta con uno dei miei migliori amici jazzisti, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=8eb2I8u8dig">Louis Sclavis</a>, ogni volta che sentiva canzoni simili a quelle descritte da Pupo sbottava quasi gridando: &#8220;<em>Mais enfin c&#8217;est de la varieté!</em>&#8221; . Dove la categoria stava a significare, a mio avviso, arte dell&#8217;intrattenimento, qualcosa di simile al Villaggio Turistico Globale, animato da cazzeggio di massa e senza pretenzione, per un karaoke universale simile a una bevuta tra amici e quant&#8217;altro. Insomma né musica colta né tantomeno pop, alta o bassa, niente di tutto questo, diciamo allora, n&#8217;ata cosa.  Perché  Louis, pur disprezzando contaminazioni &#8220;interessate&#8221;, come le composizioni finto world music di Garbarek, ama Celentano, conosce a memoria canzoni del repertorio di Giovanna Marini ( da un suo testo ne ha tratto un brano contenuto nel Napoli&#8217;s wall) e adora Nino Rota.<br />
Diciamo allora che pur provenendo da una tradizione colta per molti, della sperimentazione jazz, e degenerata per altri, vd i puristi delle accademie e dei conservatori, il suo punto di vista mi sembra assai più vicino a un Pasolini, che non a un redattore di un colto giornale di sinistra (qui lo so che tutti voi direte, tipo Alias, e io vi potrei dare anche ragione se Alias fosse tirato  a ottocentomila copie). Perché come Pasolini  si alimenta della cultura pop di un Modugno o di un Totò, o alla maniera di Gilles Deleuze ne esplora le potenzialità, del Pop, come quando insieme a Guattari ne descrive certi esiti, in testi fondamentali, come quello sulla ritournelle contenuto in <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Millepiani">mille plateaux</a><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/02/a-gamba-tesissima-e-cattiva-agit-pop/#footnote_3_18997" id="identifier_3_18997" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="&amp;#8220;C&amp;#8217;est curieux comme la musique n&amp;#8217;&eacute;limine pas la ritournelle m&eacute;diocre ou mauvaise, ou le mauvais usage de la ritournelle, mais l&amp;#8217;entra&icirc;ne au contraire, ou s&amp;#8217;en sert comme d&amp;#8217;un tremplin. &amp;#8220;Ah vous dirai-je maman&amp;#8230;&amp;#8221;, &amp;#8220;Elle avait une jambe de bois&amp;#8230;&amp;#8221;, &amp;#8220;Fr&egrave;re Jacques&amp;#8230;&amp;#8221;. Ritournelle d&amp;#8217;enfance ou d&amp;#8217;oiseau, chant folklorique, chanson &agrave; boire, valse de Vienne, clochettes &agrave; vache, la musique se sert de tout et emporte tout. Ce n&amp;#8217;est pas qu&amp;#8217;un air d&amp;#8217;enfant, d&amp;#8217;oiseau ou de folklore, se r&eacute;duise &agrave; la formule associative et ferm&eacute;e dont nous parlions tout &agrave; l&amp;#8217;heure. Il faudrait plut&ocirc;t montrer comment un musicien a besoin d&amp;#8217;un premier type de ritournelle, ritournelle territoriale ou d&amp;#8217;agencement, pour la transformer du dedans, la d&eacute;territorialiser, et produire enfin une ritournelle du second type, comme but final de la musique, ritournelle cosmique d&amp;#8217;une machine &agrave; sons. D&amp;#8217;un type &agrave; l&amp;#8217;autre, Gis&egrave;le Brelet a bien pos&eacute; le probl&egrave;me &agrave; propos de Bartok: comment, &agrave; partir des m&eacute;lodies territoriales et populaires, autonomes, suffisantes, ferm&eacute;es sur soi comme des modes, construire un nouveau chromatisme qui les fasse communiquer, et cr&eacute;er ainsi des &amp;#8220;th&egrave;mes&amp;#8221; qui assurent un d&eacute;veloppement de la Forme ou plut&ocirc;t un devenir des Forces? [...]&amp;#8221;
[Gilles Deleuze &mdash; F&eacute;lix Guattari: Mille Plateaux. Editions de Minuit &mdash; Chapitre: &quot;De la ritournelle&quot; page 381.] ">4</a></sup> </p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/210606_190342_peel_3uv4g71.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/210606_190342_peel_3uv4g71.jpg" alt="210606_190342_peel_3uv4g71" title="210606_190342_peel_3uv4g71" width="494" height="464" class="aligncenter size-full wp-image-19009" /></a></p>
<p>Certo la questione che si pone riguarda allora  il movimento alto/basso (fragile, aggiungiamo noi ) che porta chi attinge all&#8217;immaginario Basso Pop per poi restituirlo in una forma Alto Pop quasi non più Pop, a determinate scelte di campo. Quanti ammiratori di Totò, per esempio, si sono ritrovati nella rappresentazione che ne ha fatto Pasolini, e quanti italiani conoscono il Modugno, strepitoso, di<a href="http://www.youtube.com/watch?v=iIc-isA2uwA"> Cosa sono le nuvole</a>? Ma basterebbe citare Franco Battiato che con &#8220;Fleurs&#8221; ha proprio rimescolato tutti gli archetipi della canzone pop europea &#8211; remouer come fanno gli &#8220;agitateurs&#8221; veri con lo zucchero nel caffé e non rimuovere come i paladini del Mass Pop modello Renzo Arbore &#8211;  o i virtuosismi ludici e meccanici di un <a href="http://www.youtube.com/watch?v=3WFMWR_HAfk">Pascal Comelade</a>. Certo la televisione di un tempo era più Pop, e l&#8217;ultimo esperimento in questo senso è stato Carmelo Bene a farlo quando commentava le partite dell&#8217;Ascoli a novantesimo minuto, se non mi sbaglio, o nell&#8217;indimenticabile puntata del <a href="http://www.youtube.com/watch?v=y_jZjiF-JSA">Maurizio Costanzo Show.</a><br />
Se allora la televisione riduce secondo quanto asserito all&#8217;inizio di questa ehm, riflessione, il Pop al Mass è perché è cambiata la comunità a cui quei mezzi si rivolgevano? Perché non sono più i contenuti a veicolare i contenitori &#8211; vd pubblicità- nella modernissima macchina dell&#8217;entertainement?  Forse, ma allora quanto ha contribuito il mezzo a mettere in atto questa trasformazione? E se si tratta veramente di una modifica, percettiva, politica, linguistica della realtà, quanto ha contribuito il mezzo a che ciò avvenisse? E se trasformazione c&#8217;è stata, ma mi sembra che ce ne siamo accorti tutti, si tratta di un processo irreversibile?<br />
Qualcosa, ma non saprei bene dire cosa, mi dice che non è così.<br />
A quanti dicono che il pop è morto perché non esiste più il popolo, e le classi, e la lotta di classe, raccomanderei allora di abbandonare per qualche ora il telecomando e fare google e poi mondo. Ecco che apparirà su quell&#8217;altro schermo qualcosa di simile a un carnevale, uno spettacolo che <a href="http://www.einaudi.it/libro/scheda/(isbn)/978880616060/(desau)/michail-bachtin/(desti)/l-opera-di-rabelais-e-la-cultura-popolare">Michail Bachtin</a> diceva <em>&#8221; situarsi alle frontiere dell&#8217;arte e della vita. In realtà è la vita stessa presentata con i tratti particolari del gioco.&#8221;  </em><br />
E già. La vita. Il gioco. Altrove, il pop è altrove.<br />
Ecco perché Pupo, Mogol e compagnia, quella sera avete mentito due volte. Una spacciandovi come difensori del Pop, mentre la vostra è una cultura di massa e l&#8217;altra quando dicevate essere pop quello che pop non era. E che detto tra noi, molto lapalissianamente, non ci sono canzoni pop e canzoni che non lo sono, ma belle canzoni, e robe che sono della pura<em> pacotille</em>. Intanto metto su un caffè. Così Pop, il caffé. Magari con in testa una canzone che mi ricordi l&#8217;immagine usata per il post. Quella che fa.<br />
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/02/a-gamba-tesissima-e-cattiva-agit-pop/">A Gamba tesissima e cattiva: Agit Pop!</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_18997" class="footnote">Culture de masse ou culture populaire ? / Christopher Lasch ; trad. de l’anglais (américain) par Frédéric Joly ; avant-propos de Jean-Claude Michéa. &#8211; Castelnau-le-Lez : Climats, 2001 (46-Cahors : Impr. France Quercy). &#8211; 80 p. ; 20 cm. &#8211; (Sisyphe).<br />
Titre original : Mass culture reconsidered</li><li id="footnote_1_18997" class="footnote">La culture de masse est défendue à partir de l’idée qu’elle a permis de faire accéder chacun à un éventail de choix autrefois réservé aux plus riches. La confusion entre démocratie et libre circulation des biens de consommation est si profonde que toute protestation contre l’industrialisation de la culture est automatiquement perçue comme une protestation contre la démocratie elle-même. Alors que le marketing de masse, dans le domaine culturel comme ailleurs, n’augmente pas, mais réduit les possibilités de choix des consommateurs. La culture de masse, homogénéisée, des sociétés modernes n’engendre nullement une “mentalité” éclairée et indépendante, mais au contraire la passivité intellectuelle, la confusion et l’amnésie collective. Ce pseudo pluralisme culturel appauvrit l’idée même de culture et ignore le lien intrinsèque existant entre liberté intellectuelle et liberté politique. Une culture vraiment moderne ne répudie pas les schémas traditionnels. La gauche doit donc réviser ses idées sur ce qui fait accéder les hommes à la modernité.</li><li id="footnote_2_18997" class="footnote">Esibizione degli audio2 durante la serata dedicata all&#8217;assegnazione del premio Mogol, condotta da Pupo.L&#8217;evento ha visto la vittoria del brano di Povia &#8220;Luca era gay&#8221; ed e&#8217; stato trasmesso il 22 giugno 2009 alle 23,40 su Rai1. La serata ha raccolto un&#8217;audience di 794.000 spettatori con il 12,19% di share.</li><li id="footnote_3_18997" class="footnote">&#8220;C&#8217;est curieux comme la musique n&#8217;élimine pas la ritournelle médiocre ou mauvaise, ou le mauvais usage de la ritournelle, mais l&#8217;entraîne au contraire, ou s&#8217;en sert comme d&#8217;un tremplin. &#8220;Ah vous dirai-je maman&#8230;&#8221;, &#8220;Elle avait une jambe de bois&#8230;&#8221;, &#8220;Frère Jacques&#8230;&#8221;. Ritournelle d&#8217;enfance ou d&#8217;oiseau, chant folklorique, chanson à boire, valse de Vienne, clochettes à vache, la musique se sert de tout et emporte tout. Ce n&#8217;est pas qu&#8217;un air d&#8217;enfant, d&#8217;oiseau ou de folklore, se réduise à la formule associative et fermée dont nous parlions tout à l&#8217;heure. Il faudrait plutôt montrer comment un musicien a besoin d&#8217;un premier type de ritournelle, ritournelle territoriale ou d&#8217;agencement, pour la transformer du dedans, la déterritorialiser, et produire enfin une ritournelle du second type, comme but final de la musique, ritournelle cosmique d&#8217;une machine à sons. D&#8217;un type à l&#8217;autre, Gisèle Brelet a bien posé le problème à propos de Bartok: comment, à partir des mélodies territoriales et populaires, autonomes, suffisantes, fermées sur soi comme des modes, construire un nouveau chromatisme qui les fasse communiquer, et créer ainsi des &#8220;thèmes&#8221; qui assurent un développement de la Forme ou plutôt un devenir des Forces? [...]&#8221;</p>
<p>[Gilles Deleuze — Félix Guattari: Mille Plateaux. Editions de Minuit — Chapitre: "De la ritournelle" page 381.] </li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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