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	<title>Nazione Indiana &#187; Resistenza</title>
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		<title>Per Roberto Roversi</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 06:27:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Il 12 dicembre del 1969, terminata la lezione (ero al terzo anno di università a Milano) presi il tram per tornare a casa. In tram leggevo <em>Dopo Campoformio</em> di Roberto Roversi, uscito da Einaudi nel 1962 e preso in prestito alla biblioteca.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/07/per-roberto-roversi/">Per Roberto Roversi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Il 12 dicembre del 1969, terminata la lezione (ero al terzo anno di università a Milano) presi il tram per tornare a casa. In tram leggevo <em>Dopo Campoformio</em> di Roberto Roversi, uscito da Einaudi nel 1962 e preso in prestito alla biblioteca. Senza alcuna guida stavo colmando i vuoti, scovavo i libri come un rabdomante. Ad un tratto il tram si bloccò, si bloccarono tutti i tram di Milano e gli autobus e le macchine. Correvano solo le ambulanze. La gente dovette scendere e continuare a piedi, senza sapere perché. Si diceva di una fuga di gas, che fosse scoppiata una banca.<span id="more-41507"></span></p>
<p>La nostra memoria personale è connessa alla memoria collettiva per i tramiti più vari. Per me quel giorno <em><strong>è</strong></em> il libro di Roversi. Un libro sul quale sarei tornato tante volte negli anni successivi. Quella “liberazione” tradita: Campoformio come metafora della Resistenza scempiata&#8230;</p>
<p>Undici anni più tardi, nell’agosto del 1980, ero appena diventato ricercatore e mi trovavo in Inghilterra con un gruppo di studenti: nel cosiddetto long weekend stavamo visitando il Galles, ci trovavamo in un villaggio sopra una scogliera con l’intenzione di salire al castello. Al mattino, nel bed&amp;breakfast che ci accoglieva, ad un tratto vidi incupirsi lo sguardo del ragazzo che mi stava di fronte. Nei suoi occhi &#8211; come la sorella di Alice che negli occhi di Alice “vede” il sogno &#8211; vidi l’orrore. Si alzò di scatto. Il televisore muto gli rimandava dallo specchio sulla parete una cartina d’Italia, con una piccola stella rossa che si illuminava a intermittenza in mezzo all’Emilia-Romagna. Dopo qualche minuto ritornò: “Prof, se in Italia c’è il colpo di stato io resto in Inghilterra a fare l’esule”.</p>
<p>I treni partivano<br />
i treni arrivavano<br />
“al mare” dicevano i treni<br />
“alla montagna” dicevano i treni.<br />
I treni ridevano<br />
cantavano<br />
erano felici i treni.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Il cielo era con nuvole azzurre<br />
all’improvviso<br />
il cielo è diventato nero<br />
il cielo è diventato fuoco<br />
il treno non è più partito<br />
il treno non è più arrivato<br />
il treno si è fermato (è in ginocchio per terra).<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>A un tratto il cielo<br />
il cielo<br />
è diventato di fuoco<br />
i bambini piangevano<br />
le mamme gridavano<br />
stesi per terra in silenzio<br />
uomini donne bambine<br />
mentre il sangue cadeva dal cielo.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Le nubi non erano più bianche<br />
erano rosse di sangue<br />
erano nere di fumo.<br />
Poi il tempo è passato<br />
i morti sono ancora con noi<br />
con noi in partenza col treno<br />
al mare in montagna.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Ascolto<br />
ascolto<br />
ascolto<br />
Quello che vola lassù:<br />
ci porta in vacanza<br />
al mare o in montagna<br />
fra le nuvole bianche<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Ascoltate guardate<br />
guardate la grande nave<br />
passare<br />
le onde<br />
le onde calde del mare<br />
nuotare<br />
andiamo al mare.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Ascoltate<br />
ascoltate<br />
guardate<br />
il treno<br />
che arriva a Bologna<br />
noi nella stazione aspettare<br />
allegri per correre al mare.<br />
(Mai più! Mai più! Mai più!)</p>
<p>Quando ascoltai questi versi &#8211; composti da Roversi per il trentunesimo anniversario della strage, e letti dal palco in piazza Medaglie d&#8217;oro a Bologna dall&#8217;undicenne Farhana e dal quattordicenne Marco, con ottantacinque ragazzi di Marzabotto che rispondevano gridando: &#8220;Mai più&#8221; &#8211; mi vennero subito in mente lo sguardo di quel mio studente in Galles e la sua frase. E mi chiesi: “Ma poi c’è stato, o non c’è stato, il colpo di stato in Italia?”</p>
<p>Certo, non c’è stato il colpo di stato con i carri armati, ma l’occupazione della Rai è avvenuta, quella del Quirinale è stata tentata, la volontà di sottomettere il giudiziario all’esecutivo è stata esplicitata, l’irrisione del legislativo è in atto&#8230; Con le proposte, i tentativi “ungheresi” di cambiamento della Costituzione, di trasformazione del XXV Aprile nella Festa della Libertà&#8230; per annacquarlo in una generica festa riecheggiante quel “Popolo delle Libertà” all’interno del quale sono confluiti i post fascisti&#8230;</p>
<p>Io sono nato nel 1948, ho l’età della Libreria Palmaverde. E della Costituzione Italiana&#8230; Ma quando anni fa un quotidiano mi chiese di scrivere dei versi sulla nostra Costituzione, mi sentii smarrito. Certo, l’idea mi attraeva, ma l’”ispirazione” era a zero. La nostra Costituzione, pensavo, non ci dà lo slancio di un “pursuit of happiness”, che da solo basta a sorreggere un bell’afflato poetico. La nostra Costituzione è pragmatica, rigorosa, responsabilizzante. Allora mi rifugiai in un vecchio Dizionario enciclopedico inglese d’epoca vittoriana, che qualche idea ogni tanto è ancora capace di darmela, e cercai la definizione di “costituzione”. Avevo compiuto un passo avanti, ma ancora la poesia non c’era. Poi pensai a qualcuno che sarebbe stato felice di leggerla, questa nostra Costituzione, e di vederla promulgata&#8230; La mia riflessione grata andò ad Amendola, a Matteotti&#8230; Poi, col pensiero a Gobetti, capii che ce l’avevo fatta. Perché Gobetti, che aveva lo stesso sguardo acceso di quel mio antico studente, nella sua breve vita e senza mezzi, prima che gli scherani fascisti venissero ad aspettarlo sulle scale per massacrarlo di botte, era riuscito ad essere anche editore&#8230; di poesia. Aveva pubblicato <em>Ossi di seppia</em>, Piero Gobetti.</p>
<p>Dedico dunque a Roberto Roversi, nel comune sentire civile, nella comune passione per la “decenza”, questi versi, ringraziandovi per avermi chiamato a partecipare a questo omaggio a lui e alla sua opera.</p>
<p><em><strong>Alla Costituzione Italiana</strong></em></p>
<p>Le costituzioni, recita il mio vecchio<br />
Dictionary of Phrase and Fable,<br />
Possono essere aristocratiche o dispotiche<br />
Democratiche o miste.<br />
Ecco, per te che non prometti<br />
Di perseguire l’imperseguibile<br />
- La felicità degli uomini -<br />
Vorrei non pensare davvero a quel “mixed”<br />
Che ricade sugli effetti salvando i presupposti:<br />
Di te che prometti il perseguibile<br />
Vorrei restasse il lampo negli occhi di Gobetti,<br />
Già finito per altro in poesia.</p>
<p>NOTA<br />
Roma, Salone Borromini, Biblioteca Vallicelliana, 26 gennaio 2012. Incontro su “Roberto Roversi: Poesia e passione civile”, organizzato da Federica Taddei e condotto da Massimo Raffaeli. Tra i partecipanti Antonio Bagnoli, Fabio Moliterni, Bianca Maria Frabotta, Davide Nota (il cui intervento verrà pubblicato su Nazione Indiana, mercoledì 15 febbraio).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/07/per-roberto-roversi/">Per Roberto Roversi</a></p>
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		<title>La ragione dei barbari</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/07/03/la-ragione-dei-barbari/</link>
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		<pubDate>Sun, 03 Jul 2011 16:41:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Revelli</strong><br />
Il centro è cieco, la verità si vede dai margini. Quest&#8217;affermazione di metodo, propria degli studi post-coloniali e anche della più recente &#8220;antropologia di prossimità&#8221;, mi è tornata in mente la mattina del 27 giugno alla Maddalena, frazione di Chiomonte, quando visto da lassù &#8211; da quel fazzoletto di terra sulla colletta che divide il paese dall&#8217;autostrada del Frejus &#8211; il mainstream che ha segnato ossessivamente la vicenda della Tav è apparso di colpo per quello che è: vuota somma di affermazioni prive di senso reale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/03/la-ragione-dei-barbari/">La ragione dei barbari</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Revelli</strong><br />
Il centro è cieco, la verità si vede dai margini. Quest&#8217;affermazione di metodo, propria degli studi post-coloniali e anche della più recente &#8220;antropologia di prossimità&#8221;, mi è tornata in mente la mattina del 27 giugno alla Maddalena, frazione di Chiomonte, quando visto da lassù &#8211; da quel fazzoletto di terra sulla colletta che divide il paese dall&#8217;autostrada del Frejus &#8211; il mainstream che ha segnato ossessivamente la vicenda della Tav è apparso di colpo per quello che è: vuota somma di affermazioni prive di senso reale. E si è affermata una realtà totalmente altra rispetto a quella che viene raccontata nei &#8220;luoghi che contano&#8221;, nei palazzi del potere, nelle redazioni dei giornali, dagli opinion leaders metropolitani.</p>
<p>Prendiamo la questione dei soldi. Il mantra che viene recitato &#8220;al centro&#8221; &#8211; e &#8220;in alto&#8221; &#8211; ripete che l&#8217;Italia rischia di perdere i 680 milioni di euro dell&#8217;Europa se non aprirà il fatidico cantiere. Qui, in questa estrema periferia, tutti sanno che, al contrario, l&#8217;Italia potrà guadagnare (o risparmiare, se si preferisce) qualcosa come una ventina di miliardi di euro se quel cantiere non aprirà. <span id="more-39489"></span>Se la follia della Tav in Val Susa non si compirà. Tanto si calcola che sarà il costo finale dell&#8217;opera per il nostro Paese, comprensivo dei quasi 11 miliardi della tratta internazionale, a cui vanno aggiunti i quasi 6 miliardi (a prezzi 2006) della tratta italiana.<br />
Una cifra enorme, pari a quasi la metà della manovra &#8220;lacrime e sangue&#8221; che il governo sta varando per tentare di sanare il bilancio pubblico, frutto di un calcolo del tutto prudenziale (c&#8217;è chi, sulla base dell&#8217;esperienza, calcola un costo finale superiore ai 30 miliardi!), per un&#8217;opera marchianamente, spudoratamente, inutile. Un&#8217;opera concepita e progettata in un altro tempo (gli anni &#8217;90 del turbo-capitalismo trionfante) e in un altro mondo (quello della globalizzazione mercantile e dell&#8217;interconnessione sistemica di un pianeta votato al benessere). Sulla base di previsioni di crescita dei flussi di traffico fuori misura e tendenzialmente illimitate, frutto dell&#8217;estrapolazione di un trend contingente ed eccezionale (i tardi anni &#8217;80 e i primi anni &#8217;90, quando effettivamente la circolazione internazionale e a medio-lungo raggio delle merci subì una brusca accelerazione), rivelatesi poi fallaci.<br />
Si ipotizzò allora un rapido raddoppio dei circa 10 milioni di tonnellate transitate nel 1997 sulla linea ferroviaria Torino-Modane (la cosiddetta linea storica), che avrebbero portato rapidamente a saturarne la capacità (calcolata in circa 20 milioni di tonnellate) entro il 2020, con una crescita lineare ed esponenziale del flusso. Si sostenne (delirando, possiamo ben dire oggi) la necessità di garantire, con la nuova linea, una capacità di transito pari ad almeno 40 milioni di tonnellate, al fine di trasferire su rotaia buona parte dei volumi di traffico su gomma. Non si sapeva, allora, che il 1997 era stato il culmine di una curva che, esattamente dall&#8217;anno successivo, avrebbe incominciato a scendere, senza più fermarsi: era già scesa a 8,6 milioni di tonnellate nel 2000. Cadrà ancora a 6,4 nel 2004, a 4,6 nel 2008 per giungere infine al livello minimo di 2,4 milioni di tonnellate nel 2009 (anno in cui, secondo quelle proiezioni folle, avrebbe dovuto sfiorare i 15 milioni)! Oggi, la sola &#8220;linea storica&#8221; (sfruttata a meno di un terzo delle sue possibilità), sarebbe tranquillamente in grado non solo di garantire l&#8217;intero flusso di merci attraverso il confine con la Francia, ma di assorbire addirittura (cosa puramente teorica) l&#8217;intero traffico su gomma (all&#8217;incirca 10 milioni di tonnellate annue, anch&#8217;esso in costante calo), senza significativi costi aggiuntivi (se non le irrisorie cifre necessarie a realizzare il maquillage della linea esistente).</p>
<p>Sono numeri ben presenti a qualsiasi anziano valsusino seduto sull&#8217;erba del prato della Maddalena, a ogni ragazzo accampato (fino a lunedì) nelle tende del bivacco, a ogni casalinga di Bussoleno o di Venaus. Solo i &#8220;decisori&#8221; centrali, i politici di lungo corso, gli addetti all&#8217;informazione nazionale continuano a ripetere, come organetti rotti, le cifre di ieri, imbozzolati nel cavo del loro mondo scaduto, ciechi ad ogni evidenza, compresa quella mostrata dalle loro stesse statistiche ufficiali.<br />
Oppure prendiamo un altro tema caldo, nella discussione attuale sulla Valle di Susa: il tema della legalità. Dal &#8220;centro del centro&#8221; &#8211; dal Viminale &#8211; il ministro Maroni proclama, mentre i suoi 2000 uomini si avvicinano alle barriere che difendono la Libera repubblica della Maddalena: «Di là ci possono essere i professionisti della violenza, di qua ci sono i professionisti della legalità, dell&#8217;antiviolenza, professionisti che sanno cosa fare, abituati a combattere il terrorismo, la criminalità organizzata, a combattere chi usa i kalashnikov e la lupara». Qui, invece, nella periferia delle periferie, sul ponticello della strada che da Chiomonte porta al sito archeologico sulla collina, la gente della valle guarda le ruspe che avanzano circondate &#8211; embedded &#8211; dai plotoni di agenti in assetto antisommossa, e grida «mafia». Sanno che la storia di alcune di quelle ditte che hanno messo a disposizione i propri mezzi è disseminata di vicende giudiziarie, d&#8217;indagini della magistratura e della Guardia di finanza per reati come «associazione a delinquere», «turbativa d&#8217;asta», falsa fatturazione, corruzione&#8230; Ci sono i ritagli dei giornali con le notizie degli arresti d&#8217;imprenditori, a più riprese, nei tardi anni &#8217;80, all&#8217;inizio dello scorso decennio&#8230; Basterebbe poco ai cronisti &#8220;centrali&#8221; &#8211; uno sguardo ai propri archivi, de La Stampa, di Repubblica &#8211; per documentarsi. E se è vero che i trascorsi giudiziari non bastano per emettere una sentenza di colpevolezza attuale, è pur anche vero che l&#8217;impatto di quello strano mix di Stato e di sospetto &#8220;antistato&#8221; ha un effetto devastante sui sentimenti collettivi di una popolazione che dallo Stato vorrebbe essere protetta e non attaccata. È il mondo che appare alla rovescia. E insieme terribilmente vero.</p>
<p>Possiamo chiederci il perché di questa distonia ottica, che rende così cieco (e ottuso) il &#8220;centro&#8221; e così lungimirante il &#8220;margine&#8221;. Che acceca chi in teoria avrebbe tutti gli strumenti per guardare ad ampio raggio, e al contrario rende visionario chi in teoria dovrebbe essere &#8220;tagliato fuori&#8221;. Una risposta &#8211; ineccepibile &#8211; la offre la letteratura più radicale della galassia post-coloniale statunitense, quella ascrivibile al femminismo nero, capace di muoversi acrobaticamente tra esclusione estrema e inclusione letteraria, ben testimoniata da Bell Hooks con il suo Elogio del margine. Qui la capacità di aprire il tempo dello sguardo laterale è ascritta al suo carattere di &#8220;spazio di resistenza&#8221;. Alla bi-direzionalità di quello sguardo, rivolto contemporaneamente verso l&#8217;interno e l&#8217;esterno: libero dunque. Non prigioniero. E alla sua irriducibilità al mainstream e al peso falso che lo connota. Chi se ne fa portatore sa, durissimamente, chi è e cosa non intende diventare. A lui si addicono le strofe di Bob Marley: «We refuse to be what you wont us to be, we are what we are, and that&#8217;s the way it&#8217;s going to be» («rifiutiamo di essere ciò che voi volete farci essere, siamo quel che siamo e voi non ci potete fare proprio niente»). Ma è possibile affiancare a questa anche un&#8217;altra ipotesi. Ed è che il centro è cieco perché sta crollando. Perché il mondo di cui si è fatto centro sta &#8220;venendo giù&#8221;. E come nella Bisanzio cantata da Guccini &#8211; «sospesa tra due mondi e tra due ere» &#8211; sono i barbari dei confini, non i senatori del Campidoglio, a sapere già la verità.<br />
<em> (pubblicato su il manifesto, 3/7/2011)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/03/la-ragione-dei-barbari/">La ragione dei barbari</a></p>
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		<title>Libera Val di Susa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/06/27/libera-val-di-susa/</link>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 13:17:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
Registrata stamani, al volo, il cuore con il popolo della Val di Susa, con la loro ragione, che è la mia, di tutti per tutti. <em>mr</em></p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/27/libera-val-di-susa/">Libera Val di Susa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="425" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/XVf0Pet-By0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
Registrata stamani, al volo, il cuore con il popolo della Val di Susa, con la loro ragione, che è la mia, di tutti per tutti. <em>mr</em></p>
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		<title>APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 05:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lo stato nazionale italiano è il frutto di un vasto (a dispetto di quel che si insinua) movimento di idee e di passioni, il cui minimo comune denominatore, oltre che la liberazione dall’invasione straniera, era l’aspirazione alla libertà individuale e alla dignità della persona: il Risorgimento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/17/appello-per-un-nuovo-risorgimento/">APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-38458" title="flag" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lo stato nazionale italiano è il frutto di un vasto (a dispetto di quel che si insinua) movimento di idee e di passioni, il cui minimo comune denominatore, oltre che la liberazione dall’invasione straniera, era l’aspirazione alla libertà individuale e alla dignità della persona: il Risorgimento. La crisi attuale di questa nostra Nazione, della quale festeggiamo ora il 150° compleanno, è sotto gli occhi (e la penna) di tutti. Ed è ormai chiaro che una sua rinascita, in continuità con i valori risorgimentali, gli stessi che hanno ispirato la liberazione dal fascismo, e dalla quale è nata la Costituzione, non potrà realizzarsi nel quadro della politica attuale. Né questa sinistra catalettica né questa destra adulterata (non sto negando le differenze tra destra e sinistra, non mi si fraintenda), sapranno proporre una qualsivoglia soluzione, senza un risveglio e il pungolo di una larga banda di cittadini, senza l’intervento trainante di individui che si battano per quegli stessi ideali dai quali è nato il nostro stato unitario e indipendente. Mi permetto insomma, dall’alto della mia abissale ingenuità di narratore (non ignara tuttavia di quanto è stato scritto nel corso di due secoli sul carattere degli italiani, e quindi scientemente velleitaria, ma alla luce di qualche recente sintomo forse anche realista), di vagheggiare un nuovo Risorgimento.</p>
<p>Gli attori principali di tale nuovo Risorgimento, che per comodità chiamo “noi”, saranno i seguenti:</p>
<p>1) le donne a cui ripugna l’avvilimento mercificato del corpo femminile propugnato dal Presidente del Consiglio e dai suoi seguaci, e che non intendono avallarlo in alcun modo; il loro Risorgimento consisterà nel rifiutarsi di assistere all’offesa quotidiana e rituale della loro dignità più intima, spegnendo la televisione al primo scosciamento o decerebramento vaginale, e impedendo ai loro congiunti e familiari di sesso maschile di fruirla; e naturalmente facendolo sapere, dispiegando per esempio alla finestra un drappo rosa: chi passerà capirà; sappiano far capire che questa loro lotta, beninteso estesa alle strade e ai luoghi di lavoro, è in difesa della loro libertà, anche appunto sessuale, di cittadine e di donne per nulla inibite;<span id="more-38422"></span></p>
<p>2) i cattolici scioccati dall’inscusabile amoralità e machiavellismo della Chiesa nei confronti di chi detiene il potere e ne abusa per loschi fini personali; questi credenti denuncino gli interventi e le pratiche agli antipodi dei valori fondamentali della religione in cui credono, e perpetrate nell’unico fine di fortificare il dominio temporale della Chiesa; consci che i patrioti del Risorgimento non erano anticattolici e antireligiosi (come viene ripetuto), ma anzi per la stragrande maggioranza cattolici liberali o democratici, lottino come hanno fatto i loro predecessori contro l’arroganza clericale e per il libero arbitrio di ogni cittadino (cattolico o non cattolico); senza dimenticare che la Chiesa ha demonizzato e avversato per decenni i valori di libertà che oggi riteniamo sacrosanti, forzino – nell’interesse il clero a non immischiarsi nella conduzione della Nazione laica, laica e variegata, alla quale appartengono;</p>
<p>3) gli insegnanti che reputano (lo hanno imparato studiando la storia), che il Risorgimento, con i suoi limiti (non maggiori di quelli dei vari percorsi verso le grandi democrazie), è stata una tappa fondamentale e bella della nostra storia, che ha permesso alla nostra nazione di costituirsi in Stato nazionale liberale, attutendo in tempi molto rapidi la macroscopica arretratezza sociale e economica, e aprendo la via alla libertà degli individui e all’uguaglianza di opportunità di cui godiamo ora, dopo l’intermezzo fascista; ma anche i presidi, e tutti quelli che lavorano nell’insegnamento e che ritengono che la scuola pubblica sia fondamentale per imparare a vivere assieme, e per creare uno zoccolo di valori e di comportamenti sociali condivisi, così come la coscienza di appartenere a una stessa comunità nazionale; tutte queste persone denuncino le interessate falsità che si dicono sul Risorgimento, e sappiano che siamo riconoscenti nei loro confronti: si battano giorno per giorno per denunciare e osteggiare il degrado delle scuole;</p>
<p>4) i magistrati, ma anche gli avvocati e tutti coloro che fanno andare la macchina certo perfettibile della giustizia, che ora con finalità pretestuose si sta cercando di piegare alle necessità di una casta corrotta, come era regola prima del Risorgimento; queste persone scioperino, paralizzino completamente i tribunali, prendendo però il tempo di spiegare ai loro concittadini (noi) perché lo fanno, evitando di ragionare e di inalberarsi come una casta opposta a un’altra casta; continuino a battersi con la coscienza e l’orgoglio di aver rappresentato negli ultimi anni il più efficace baluardo di resistenza della democrazia sorta sulla scia del Risorgimento (e dalla sua naturale appendice, la Resistenza);</p>
<p>5) i precari giovani e non più tanto giovani, asserviti e umiliati, e ricattati per anni con contratti offensivi per la loro dignità e negativi per lo stesso buon svolgimento delle mansioni per le quali sono assoldati; che non si battano solo per avere un posto fisso, il loro personale (e tombale) posto fisso, ma per un trattamento dignitoso, per avere reali opportunità future, per poter esprimere la loro intelligenza e le loro capacità e le loro speranze, per essere valutati in base ai loro meriti; osino denunciare i soprusi e i favoritismi e le meschinità, biasimino apertamente l’asservimento, senza paura di essere cacciati, senza timore di pagare personalmente, o di dover emigrare, e ricordandosi che i protagonisti del Risorgimento, ai quali dobbiamo la nostra libertà e la nostra uguaglianza, avevano la loro età, e si sono battuti per gli stessi fini;</p>
<p>6) il Presidente della nostra Repubblica: sia ben cosciente delle responsabilità eccezionali che si ritrova sulle spalle; insorga con tutti i poteri che gli dà il suo ruolo contro la riesumazione dei privilegi di casta e delle limitazioni della libertà individuale per le quali hanno lottato gli artefici (anche istituzionali) del Risorgimento; tenga ben presente che il rischio di incappare in situazioni di conflitto tra istituzioni è minore di quello di non essere più un riferimento morale e istituzionale per i cittadini italiani, e che lo Stato venga identificato, come avveniva prima del Risorgimento, come il giardino privato dei più ricchi e dei più forti (i quali non a caso sminuiscono e dileggiano il Risorgimento), perdendo ogni credibilità e ogni legittimità;</p>
<p>7) i giornalisti che per frequentazione dei media degli altri paesi democratici sono coscienti dell’umiliante sudditanza nel quale s’è cantonata la loro professione; queste persone si ribellino, denuncino le distorsioni e le pressioni, si battano, a costo di farsi licenziare e di bussare altrove, o di essere perseguitati, per dare un’informazione oggettiva e critica e non soggiogata al potere più indifferente al bene collettivo; non perdano di vista che in ogni stato democratico l’informazione rappresenta il più grande antidoto contro le ingiustizie e contro i soprusi dei potenti;</p>
<p>8) gli italiani di origine straniera che sono in Italia, i quali con il loro lavoro contribuiscono alla prosperità del paese, e che sono trattati come cittadini di secondo rango, vittime di scoperte politiche razziste, e additati come responsabili delle disfunzioni derivate del malgoverno; si battano per i diritti e l’uguaglianza che la Costituzione garantisce loro, siano fieri dell’energia e delle culture che apportano a un paese dimentico del proprio passato e ripiegato su se stesso, e sappiano che le loro aspirazioni all’uguaglianza e alla fratellanza, le stesse che hanno fondato il paese che è ora il loro, il nostro, saranno fondamentali per mantenerne viva la democrazia;</p>
<p>9) gli italiani dell’ignorata diaspora intellettuale (i musicisti, i pittori, i ballerini, tutti gli altri artisti, i matematici, gli altri uomini di scienza, gli universitari, i ricercatori, i tecnici, gli architetti…), diaspora che il crescente degrado ingrosserà ancora, ma anche della diaspora non intellettuale (tutti quelli che sono andati per trovare lavoro, per sentirsi più liberi e meglio); tutte queste persone non sottomesse, e consce della vivifica apertura internazionale nella quale è germinato il Risorgimento, trovino il modo di far sapere che ci sono, e che pur essendo scappate sono attaccate ai destini del loro paese, e intendono avere voce in capitolo: creino blog e gruppi sulla rete, scrivano ai giornali e ai partiti, tempestino di lettere i ministeri che avrebbero dovuto occuparsi di loro, denuncino ai media nazionali e esteri la situazione che li ha fatti fuggire, sconfessino le bugie dei governanti (e il dilettantismo storiografico antirisorgimentale), aiutino chi ne ha bisogno a trovare un rifugio temporaneo;</p>
<p>10) i cittadini che vivono nelle zone dove la criminalità organizzata detta legge o anche solo sta ora dilagando: sappiano che la loro libertà personale e la loro dignità, quelle stesse garanzie perseguite dal Risorgimento, dipendono dalla capacità dello stato nazionale di debellare le strutture violente che li soggiogano e umiliano; lottino contro la corruzione dei politici, sappiano che senza di loro la giustizia non può vincere; i cittadini che vivono dove politicanti ignari della storia (che falsificano a proprio uso e consumo) e dei valori risorgimentali predicano velleitarie e irrealistiche secessioni, denuncino le corrotte reti di dominio che questi hanno costruito, smascherino le menzogne (e l’odio razziale) che coprono l’inadeguatezza ad affrontare i veri problemi in un mondo globalizzato; tutte queste persone non dimentichino che la forza vincente del Risorgimento è stata quella di unire gli ideali di giustizia e fratellanza alle preoccupazioni economiche: da lì è venuta la relativa (rispetto alla situazione precedente) prosperità;</p>
<p>11) gli studiosi e i tecnici dell’ambiente e i semplici amanti della natura: dedichino una parte del loro tempo a osteggiare la rapace distruzione del paesaggio, denuncino le costruzioni abusive, si oppongano alle cementificazioni inutili e agli sfruttamenti irreversibili o anche solo, come molte associazioni già fanno, alla caccia di frodo; non dimentichino che il paesaggio è la nostra principale ricchezza, sappiano che la loro battaglia è per il bene di tutti, e che la riteniamo essenziale.</p>
<p><em>[una versione abbreviata di questo testo esce sul quotidiano "Trentino" del 17.03.11]</em></p>
<p><em><strong>[l'immagine: Mattia Paganelli (1985)]</strong><br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/17/appello-per-un-nuovo-risorgimento/">APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</a></p>
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		<title>Luoghi contro flussi. La resistenza di Massa</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 08:43:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/fiom2.jpg"></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><em>(pubblicato sul manifesto, 29/1/2011)</em></p>
<p>Massa è una città di confine che addensa da sempre una serie di contraddizioni forti, e spesso in negativo. Guardare quel che avviene in terra apuana credo sia utile a tutti. Negli anni novanta c’è stato un annichilimento radicale di quella che era la Zona Industriale Apuana, in perfetta sincronia con il passaggio epocale dal fordismo al postfordismo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/29/luoghi-contro-flussi-la-resistenza-di-massa/">Luoghi contro flussi. La resistenza di Massa</a></p>
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<p><em>(pubblicato sul manifesto, 29/1/2011)</em></p>
<p>Massa è una città di confine che addensa da sempre una serie di contraddizioni forti, e spesso in negativo. Guardare quel che avviene in terra apuana credo sia utile a tutti. Negli anni novanta c’è stato un annichilimento radicale di quella che era la Zona Industriale Apuana, in perfetta sincronia con il passaggio epocale dal fordismo al postfordismo. Oggi quelle aree sono state sminuzzate, e a lavorare in molti di quei capannoni ci sono piccole imprese, lavoratori precari, immigrati – oltre che una quota di lavoro nero che in questa provincia non è irrilevante. Disoccupazione, precarietà esistenziale e lavorativa, disagio sociale, sono sempre più diffusi in questa terra, che alla crisi di medio periodo ha visto precipitarsi addosso anche la crisi di sistema che ha travolto tutti.<span id="more-37970"></span> (Dal 2006 al 2009 la cassa integrazione ordinaria è passata da 417mila a 922mila ore, la straordinaria da 254mila a 1milione249mila, i sussidi di disoccupazione sono passati da 2000 nel 2007 a 4600 nel 2009).</p>
<p>Paradigma negativo di questa condizione globale è stata la vicenda della Eaton: 350 lavoratori licenziati, nonostante l’alta redditività del sito, per la decisione presa della multinazionale nella sede di Cleveland, Ohio, di spostare la produzione in Polonia dove il margine degli utili sarebbe stato ancora più alto. Anni di sacrifici da parte degli operai, che avevano accettato con un accordo aziendale di estendere i turni settimanali fino a ventuno. Nonostante questo, tutti a casa. E per i più giovani, con mutui da pagare e figli da crescere, si è trattato di un vero disastro.</p>
<p>Per questo Massa è stata scelta come luogo della manifestazione regionale della Fiom. Quindicimila persone hanno sfilato partendo dai cancelli della Eaton, riconoscendo che quella vicenda riguarda tutti. Nella marcia di queste quindicimila persone ho visto una prova di resistenza contro il ricatto globale che tende a estendere il suo dominio sopra ogni aspetto della nostra vita e sopra tutte le vite, nessuno essendo immune dalle minacce del <em>capitale</em>, della sua potenza impersonale. Ho visto quindicimila persone dire no a uno spirito del tempo che si vuole unico e irrefutabile. Ho visto una manifestazione di resistenza – per riprendere quanto diceva il mio quasi omonimo Marco Revelli &#8211; dei <em>luoghi</em> contro i <em>flussi</em>: persone – ovvero corpi e storie, esseri e tempi – che, nella loro materialità irriducibile, non ci stanno a essere vittime di quella che è l’essenza antidemocratica dell’epoca presente</p>
<p>Il ricatto, certo, non è cosa nuova, ma un elemento costitutivo del capitalismo industriale: ma se un tempo le condizioni oggettive di lavoro portavano soggettivamente alla rivendicazione di diritti collettivi, dunque alla creazione di un movimento operaio forte, oggi, dopo la ristrutturazione postfordista e il dominio della finanza, il ricatto è tornato a essere l’elemento centrale della società, senza attrito possibile: ogni singolo individuo è lasciato a se stesso in balia della “legge ferrea” del mercato globale, come globale è il precariato, ovvero – letteralmente: precario da <em>prex</em>, preghiera – la percezione del lavoro non più come un diritto ma come un privilegio.</p>
<p>Ecco, è nelle strade di Massa, nel passaggio di quel corteo, che questa riflessione teorica prende corpo, e voce. Per le strade dava speranza vedere gli striscioni di tante e tante Rsu (in molti dei quali le sigle di Fim e Uilm erano cancellate con del nastro adesivo), ma anche le bandiere rosse (rosse e basta, quasi tornate a essere “straccio”, come aveva invocato Pasolini) del gruppo antirazzista di Campi Bisenzio, e la bandiera dell’Anpi, la cui presenza in una Provincia come questa, martoriata dalla guerra e animata da una straordinaria Resistenza, è tanto più significativa.</p>
<p>Vedere quelle quindicimila persone – persone, ripeto, e non merci, o <em>risorse umane</em>, le quali inevitabilmente si trasformano in <em>esuberi</em> – mi ha fatto credere che ce la possiamo fare, se si resiste. Me lo ha fatto credere sentire parlare dal palco operai e studenti &#8211; come Angelica, una studentessa universitaria che ha esibito, con la sua presenza, come la lotta dei diritti sia “di tutti per tutti” (per citare l’indimenticato Ivan Della Mea). Me lo ha fatto credere il racconto del delegato della Continental di Pisa, uno stabilimento di componentistica per auto dove la Fiom ha il 94% dei consensi: lì il sindacato ha resistito alle proposte di ristrutturazione, arrivando a un accordo che prevede anche il ciclo continuo ma senza la perdita di diritti e con incrementi retributivi e indennità, ottenendo l’impegno dell’azienda a fare grandi investimenti per nuovi impianti e nuovi prodotti, e a non licenziare nessuno nonostante la crisi. E’ stato un percorso possibile grazie alla forza di resistenza del sindacato, e soprattutto dei lavoratori, quegli stessi lavoratori che hanno manifestato ieri: un esempio di quanto abbiamo il dovere di fare, tutti quanti, su scala globale. Nelle strade di una terra impoverita, ieri, ho visto il segno di un futuro possibile.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/29/luoghi-contro-flussi-la-resistenza-di-massa/">Luoghi contro flussi. La resistenza di Massa</a></p>
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		<title>La dichiarazione di guerra civile di Berlusconi</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jan 2011 13:10:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/italia-berlusconi1.jpg"></a>
<p>
di <strong>Marco Rovelli</strong>
</p>
<p>
Forse non andrà  in porto l’ultimo progetto berlusconiano, ché le problematiche giuridiche rischiano di affossarlo in corso d’opera, ma di certo è un segno preciso della ridotta in cui il Cav. si trova, e dell’azzardo che è costretto a tentare per uscirne e spiazzare il “nemico”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/13/la-dichiarazione-di-guerra-civile-di-berlusconi/">La dichiarazione di guerra civile di Berlusconi</a></p>
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<p>
<div>di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
</p>
<p>
<div>Forse non andrà  in porto l’ultimo progetto berlusconiano, ché le problematiche giuridiche rischiano di affossarlo in corso d’opera, ma di certo è un segno preciso della ridotta in cui il Cav. si trova, e dell’azzardo che è costretto a tentare per uscirne e spiazzare il “nemico”. Chiamare il post-Pdl “Italia” è nient’altro che una vera e propria dichiarazione di guerra civile. Non sembri eccessiva e iperbolica questa affermazione. E’ lo stato dei fatti di un partito-azienda che ha provato a farsi Stato che adesso si trova alle strette, esposto al rischio mortale di perdere quel dominio, e che dunque gioca l’ultima carta, l’estrema risorsa dei bari di professione. “Italia”, dunque: la parte per il tutto, il tutto per la parte. Un’identificazione assoluta, un corpo mistico senza resti, una sineddoche che non ammette repliche. Chi si oppone all’”Italia” si oppone all’Italia. E’ una mossa retorica astuta, che costringe gli avversari ad accettare le regole del gioco, il <em>frame </em>stabilito da lui. I suoi avversari si muoveranno in un classico doppio legame bello e buono, per una semplice questione di virgolette (il metalinguaggio che si confonde con il linguaggio oggetto, si direbbe in linguistica): e il doppio legame paralizza l’interlocutore.<span id="more-37783"></span></div>
<div id="_mcePaste">Non è da ora che Berlusconi accusa i suoi avversari di essere anti-italiani (e, ricordiamolo, con l’approvazione saltuaria di un D’Alema, che dichiarò: “C’è un anti-berlusconismo che sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano”). E’ solo retorica, ovviamente, visto che in questo Paese non c’è stata alcuna costruzione reale di un’identità nazionale, non si è articolata una memoria che, sola, possa fondarla: anzi, l’antifascismo, che è stato minimo comun denominatore del patto costituzionale, è stato picconato per vent’anni. Sullo sfondo di questo collasso identitario, “Italia” risulta essere il punto terminale di un processo di svuotamento comunitario, e di riduzione a mero “logo” del nome della nazione, che l’azienda berlusconiana usa, letteralmente, come carta di credito.</div>
<div id="_mcePaste">Ma occorre andare più indietro nel tempo. Questa mossa retorica astuta è nient’altro che il compimento di una tradizione ben precisa (e in questo senso, come è stato detto, “autobiografia della nazione”): l’esclusione dalla “cittadinanza” di chi si oppone al Capo, il “bando” dalla comunità imposto a chi non si adegua alla voce che si autodichiara come portatrice degli interessi nazionali. Ciò che storicamente ha fatto il fascismo, di cui, con questa mossa estrema, Berlusconi si mostra il più autentico erede. Chi si oppone è un “bandito”, come appunto erano i resistenti partigiani. I quali, pure, rivendicavano a sé il nome di “patrioti”. Questo è il paradigma della guerra civile, come ha esemplarmente mostrato Claudio Pavone. E’ guerra civile quando si avoca a sé la piena rappresentatività della comunità nazionale e si disconosce la legittima cittadinanza dell’altro in quanto anti-nazionale. Berlusconi dichiara la guerra civile come estrema difesa del suo potere minacciato mai come adesso. Rilancia con tutte le fiches che ha in mano per uscire dall’angolo. E’ del resto questo il progetto enunciato dal pasdaran Sallusti nella terrificante intervista concessa a Luca Telese qualche tempo fa, quando diceva, dopo aver ricordato che nella sua famiglia nel 1945 “aveva già dato”: “Loro non vogliono solo il 25 aprile. Vogliono Piazzale Loreto, la pelle di Berlusconi. Ma se vogliono questo, noi non possiamo che fare la guerra, con le armi in pugno”.</div>
<div id="_mcePaste">Se allora questa è una dichiarazione di guerra civile, si tratta di esserne all’altezza. E saper proporre, come fecero i resistenti, un orizzonte che sia tutt’altro da questo: un’altra narrazione, ma anche altre “cose”. Difendere Marchionne, e la sua visione totalitaria dell’<em>azienda Italia</em>, per dirne una, è decisamente perdente.</div>
<div><em>[pubblicato sul </em>manifesto<em>, 13/1/2011]</em></div></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/13/la-dichiarazione-di-guerra-civile-di-berlusconi/">La dichiarazione di guerra civile di Berlusconi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Lucio Urtubia, anarchico e falsario</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/14/intervista-a-lucio-urtubia/</link>
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		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 08:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>Intervista di <strong>Danilo De Marco</strong></p>
<p><em>“Qui c’è stato, non molti anni fa, perfino Henry Cartier-Bresson con una sua mostra dal titolo ‘Per un altro futuro’</em> afferma Lucio Urtubia indicando lo Spazio Culturale dedicato a Louise Michel<em>,</em> epica leader<strong><em> </em></strong>libertaria della Comune di Parigi, che lui  stesso ha costruito &#8211; cazzuola alla mano &#8211; nella parte alta del popolare quartiere di Belleville.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/14/intervista-a-lucio-urtubia/">Lucio Urtubia, anarchico e falsario</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno182-copia-CARTA_ridotta.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno207-copia.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-36627" title="Lucio interno207 copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno207-copia-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a></p>
<p>Intervista di <strong>Danilo De Marco</strong></p>
<p><em>“Qui c’è stato, non molti anni fa, perfino Henry Cartier-Bresson con una sua mostra dal titolo ‘Per un altro futuro’</em> afferma Lucio Urtubia indicando lo Spazio Culturale dedicato a Louise Michel<em>,</em> epica leader<strong><em> </em></strong>libertaria della Comune di Parigi, che lui  stesso ha costruito &#8211; cazzuola alla mano &#8211; nella parte alta del popolare quartiere di Belleville.</p>
<p><em>“Durante una trasmissione televisiva </em>- continua Lucio &#8211; <em>ho  sentito Henry Cartier-Bresson dichiarare a gran voce il suo sentirsi  anarchico. L’ho cercato immediatamente. Sua moglie, Martine Frank, altra famosa fotografa,  mi impediva sempre di parlare direttamente con lui. Cercava di proteggerlo, immagino. Ma poi un bel giorno ecco che risponde proprio lui in persona. In un attimo, quattro parole ben assestate e appuntamento fissato per vedere lo spazio. Alcuni mesi dopo inaugurammo l’esposizione. Insomma dal Louvre all’Espace Louise Michel: che ci vuole!”</em>.</p>
<p>In questo edificio &#8211; Lucio abita al piano superiore con la moglie Anne che da anni collabora  con Médecins du Monde &#8211; si svolgono incontri, dibattiti, esposizioni <span id="more-36585"></span>sempre naturalmente in sintonia con un’idea antisistema. Lucio Urtubia è un uomo umile ma dotato di una particolare arguzia schiettamente popolare e di rapido istinto. Il tutto condito da una franchezza diretta e disarmante, condizioni connaturate che l’hanno protetto anche quando la sua situazione sembrava disperata.<em> “Ho sempre creduto che nella vita  nulla fosse impossibile anche quando ho dovuto vivere nascosto e con un altro nome.  Ignoriamo ancora  del perché della nostra esistenza, non sappiamo perché siamo fatti in un certo modo, uno differente dall’altro, totalmente differenti. Unici. Una ricchezza inesplicabile questa, cui non diamo troppo valore &#8211; ben misere cose il denaro e il potere -  e di cui perdiamo il senso, troppo attenti a voler avere perdendo l’essere&#8230; come ora io e te qui a bere una birra sotto un cielo azzurro. Assieme a pensare l’impossibile. Noi esistiamo, siamo la prova che l’impossibile non esiste. E questo non è semplicemente meraviglioso?”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Lucio Urtubia nasce nel 1931 a Cascante, villaggio sperduto nella cattolicissima e carlista Navarra, <em>“ho sempre avuto un po’ di rammarico per questa terra così poco rivoluzionaria”,</em> da una famiglia povera e socialista. <em>“Poveri e per di più socialisti allora era come essere marcati a fuoco</em> <em>come animali.</em> <em>Eravamo sei fratelli. Mangiavamo tutti assieme dallo stesso piatto</em>. <em>Una fortuna questa, essere nato così povero, perché non ho dovuto fare nessuno sforzo per perdere il rispetto verso tutte le istituzioni: per la proprietà,  per la chiesa  e per lo Stato”. </em></p>
<p><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno199-copia_ridotta1.jpg"><br />
</a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno182-copia-CARTA_ridotta1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-36628" title="Lucio Urtubia colore interno182 copia CARTA_ridotta" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno182-copia-CARTA_ridotta1-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a><br />
</em></p>
<p>Rivendica, con un colorito immaginario assai fosforescente, il suo essere stato nel contempo muratore, clandestino, falsario, ladro:<em> “I più grandi ladri che esistono sono gli istitui bancari, protetti per di più  dalle leggi del sistema. Son los  ladrones los mas grandes! Cosa potevamo fare per aiutare i prigionieri del franchismo e le loro famiglie: gli anarchici non hanno industrie né tantomeno deputati o ministri con portafogli&#8230; Rubare alle banche, che reputo un atto rivoluzionario, è stato il maggior piacere, o quasi, che ho avuto nella vita. L’ho fatto come potevo e come mi veniva e tutta la mia esistenza, a riguardarla ora, è qualcosa di inimmaginabile di cui  io stesso a volte dubito”.</em></p>
<p>A 17 anni, attraversando i Pirenei, inizia la sua prima attività: il contrabbandiere. Occupazione che viene interrotta solo dall’obbligo di leva militare. Diretto e persuasivo, Lucio riesce a farsi dare un incarico presso i magazzini della caserma dove c’era ogni ben di dio:<em> ”Ho capito immediatamente che era tutta merce da poter vendere facilmente al mercato nero.”</em> Con la sua astuzia non ebbe certo difficoltà a rubacchiare e far uscire dalla caserma tanto materiale da mettere quasi in condizioni fallimentari l’intero presidio. <em>“La mia più grande soddisfazione era ingannare i superiori. Quei militari, quella gentaglia che aveva partecipato al colpo di stato contro la Repubblica assassinando chissà quanta gente. Quando la  Guardia Civil scoprì i furti e iniziò un’inchiesta sul materiale mancante io ero in permesso e, certo, non mi passò neppure un istante l’idea di rientrare nei ranghi”.</em></p>
<p>Nella notte del 24 agosto del 1954 il disertore Urtubia attraversava il fiume che segna la frontiera tra Spagna e Francia. Senza intenzioni di ritornare.</p>
<p>A Parigi<em> </em>inizia per Lucio la vita<em> </em>senza gloria degli emigrati. Capace e intelligente riesce a farsi assumere senza grandi difficoltà dopo pochi mesi e, per apprendere il francese, frequenta una scuola gratuita e autoditatta di giovani libertari. Partecipa alle conferenze di Breton, Camus, Lanza del Vasto, Daniel Guérin: incontra Georges Brassens e Léo Férre. Tutto nella vecchia storica sede libertaria al 24 di rue Sainte Marthe.</p>
<p>Diventa un fine muratore e installatore di <em>azulejos</em><em>, ma per la sua</em> indole irrequieta e ribelle non è certo sufficiente. Fa assumere nel cantiere dei preti operai militanti, dimostrando un’attitudine innata da sindacalista solitario, tanto da incuriosire i compagni di lavoro, in maggioranza spagnoli, che gli chiedono quali siano le sue idee politiche. <em>“Comunista!</em> <em>Mi sentivo comunista perché in Spagna incolpavano sempre i comunisti di tutto quello che accadeva. Tutti si misero a ridere. Tu non sei comunista. Sei un  anarchico: mi dissero”.</em></p>
<p><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno183-copia-CARTA_ridotta1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-36629" title="Lucio Urtubia colore interno183 copia CARTA_ridotta" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno183-copia-CARTA_ridotta1-300x178.jpg" alt="" width="300" height="178" /></a><br />
</em></p>
<p>La fiducia verso Lucio si forgiò in una sorta di cenacolo da carbonari dell’utopia, tra discorsi libertari, la sua attitudine sul cantiere, dove, oltre ad essere un ottimo lavoratore qualificato, non esitava a fare bottino di qualche cassa di materiale necessario alla causa.</p>
<p><em>“Basta tribunali, proprietà privata, religione, sfruttamento&#8230; l’uomo sarà libero e si autogestirà. Muratori, imbianchini, elettricisti&#8230; non abbiamo bisogno di uno stato. Era come se queste cose io le avessi già tutte dentro di me</em>. <em>Poi un giorno,</em> <em>essendo tra i rari libertari del gruppo ancora incensurati, mi chiedono di ospitare in casa un clandestino catalano. Un fuggitivo dal regime franchista. Mai mi sarei aspettato di trovarmi davanti Francisco Quico Sabaté, il nemico numero uno del franchismo, ricercato in tutta la Spagna. Quico era una leggenda&#8230; il Cartouche degli anarchici” </em>( “E venne il  giorno della vendetta”, del 1964, con Gregory Peck, Anthony Quinn, Homar Sharif).</p>
<p>Quico Sabaté, già combattente in Spagna nel fronte di Aragon e successivamente nella “Columna de Durruti”, diventa un modello e un secondo padre per Lucio. Quando El Quico cade sotto i colpi della polizia franchista nel 1960 <em>“Lucio si ritrova drogato. Fatto dall’odore della polvere da sparo che emanava Sabaté” </em>scrive Bernard Thomas nella biografia “Lucio l’irréductible’<strong> </strong>edizioni Flammarion”.</p>
<p>El Quico<em> </em>lascia in eredità a Lucio una mitraglietta Thompson e una pistola 11.43. Si improvvisa rapinatore di banche, <em>“espropriazioni”</em> in Spagna, Francia, Olanda, distribuendo puntualmente il denaro per la causa antifranchista &#8211; aiutare la resistenza, far uscire in libertà provvisoria dei compagni incarcerati, farli espatriare, sostenere le loro famiglie. <em>“Entravamo nelle banche a viso scoperto: non c’erano telecamere, né porte blindate, né vigilantes. Ogni volta facevo pipì nei pantaloni per paura di essere ucciso o di ritrovarmi a dover sparare. Non è certo divertente mettere una mitraglietta sotto il naso di qualcuno. E come si fa a non sentirsi male in tali situazioni quando per di più non ci si sente criminali? Troppa violenza. Non faceva per me. Falsificare documenti era una buona alternativa.” </em></p>
<p>Talentuoso anche in questo mestiere, conosciuto grazie al preziosissimo aiuto datogli da un industriale antifranchista e anarchico, Pierre Dupien &#8211; “<em>chi ha mai detto che gli industriali non possono essere anarchici”</em> &#8211; di giorno muratore sempre puntuale e di notte tipografo, organizza un’equipe di falsari in un piccolo laboratorio rudimentale: passaporti, patenti, carte d’identità. Trova il modo di intestare delle buste paga a persone inesistenti, sorta di anime morte alla Gogol, con le quali bastava presentarsi agli sportelli della banca e incassare. <em>“Falsificare alcuni di questi documenti era come duplicare dei biglietti per entrare allo stadio e permetteva a tutti quelli che erano clandestini di poter fare una vita quasi normale: camminare per strada, trovare lavoro, casa, sposarsi, perfino aprire un conto in banca”.</em></p>
<p>Grazie all’intervento personale di Rosa Simeon, ambasciatrice cubana a Parigi rimasta affascinata da questo muratore deciso e pieno di inventiva, incontra all’areoporto di Orly il Comandante Ernesto Che Guevara, ai tempi direttore della Banca Nazionale di Cuba e Ministro dell’Industria.  <em>“Gli dissi della mia passione per la rivoluzione cubana e specialmente per Camillo Cienfuegos -<strong> </strong>il suo assassinio fu una delle prime sciagurate operazioni del castrismo -<strong> </strong> e poi, con un campione alla mano, spiegai la mia idea di inondare il mondo di dollari falsi. </em> <em>Avevamo riprodotto la moneta verde con una perfezione unica. Ci voleva solo uno Stato audace e deciso che si incaricasse di stamparli in grande. E chi se non Cuba poteva fare questo come risposta all’embargo? Quale azione di guerra più potente che seppellire il grande capitale sotto una cascata di dollari falsi? Quando Fidel disse no al comunismo e no al capitalismo per una rivoluzione del colore delle palme&#8230; Sognavo la bandiera rossa e nera nella Sierra Maestra&#8230; A quei tempi</em> <em>avrei dato la mia vita per Cuba. Poi non se ne fece nulla e Fidel diventò un diavolo”.</em></p>
<p>Alcuni anni dopo, Lucio viene inquisito e imprigionato con sua moglie Anne, per implicazioni nel sequestro di Balthasar Suarez, direttore della Banca di Bilbao a Parigi <em>“Mi accusarono di sequetro, estorsione, ma io non ne sapevo nulla. Quella fu un’azione  mediatica per mettere in allerta l’opinione pubblica sulle terribili condizioni in cui si trovavano i prigionieri politici e farla finita con le esecuzioni capitali. I responsabili di quel sequestro &#8211; so per certo che mai mangiò una paella così buona come durante il suo sequestro &#8211; trattarono il banchiere con la più grande delle civiltà, visto che già la detenzione in se è un atto di una violenza inammissibile”. </em>Dopo il sequestro Suarez non ci furono più esequzioni capitali  in Spagna, e al momento del processo né Balthasar Suarez né il suo avvocato si presentarono in aula come parte lesa. <em> </em></p>
<p><em>“I travellers-chèques U.S. della  First National City Bank</em> <em>erano certamente più difficili da imitare ma ci permetteva di pensare in grande e con una clientela globale. Bastava acquistare dei veri travellers-chèques e duplicarli in migliaia di copie</em>. <em>Ci volle quasi una anno</em> <em>per mettere a punto l’operazione”. </em>Migliaia di travellers-chèques falsi invadono il mercato mondiale. Una specie di ‘Word Revolution Business’ con presidente finanziario il muratore Lucio Urtubia. <em>“Una rete di persone nei quattro angoli del mondo si metteva in azione più o meno nello stesso momento, visto che gli chèques da 100 dollari portavano lo stesso numero e quindi andavano cambiati in uno stretto giro di tempo.</em> <em>Ero io il capo: ho stampato gli assegni, li ho distribuiti e li ho incassati. E poi il denaro andava dove doveva andare. Nessuna delle persone a cui è stato consegnato il denaro si è arrichita. Nessuno. Al massimo ci comperavamo un paio di pantaloni quando non ne avevamo più di decenti o ci permettevamo  un pranzo in una trattoria”. </em>Una specie di Stato nello Stato. Moneta stampata e documenti di identità che venivano distribuiti e usati anche da molti movimenti  armati: Tupamaros, Montoneros, Prima Linea, Brigate Rosse, Action Directe, ETA&#8230;</p>
<p><em>“Era una grande soddisfazione per me far pagare ad una delle più grandi banche americane le spese per la lotta contro le dittature dell’America Latina”. </em>Il nome di Lucio appare anche nel rapimento del nazista Klaus Barbie in Bolivia, nella fuga di Eldridge Cleaver leader delle Black Panthers, nelle mediazioni di Javier Rupérez  e del caso Albert Boadella&#8230;</p>
<p>Mentre la situazione per la   City Bank diventa critica, la polizia francese segue una pista: un muratore emigrato spagnolo. <em>“La polizia può sbagliare mille volte ma a te non è concesso il minimo errore”. </em>Lucio Urtubia viene fermato con le mani nel sacco -una 24ore zeppa di assegni falsi &#8211; mentre sta facendo una transazione con veri dollari al caffé Le Deux Magos.  Ma ahimé, questa volta, con un infiltrato della polizia.</p>
<p>Alla City Bank di New-York si tira un respiro di sollievo e grande voglia di rivincita. <em>“Mi denunciarono chiedendo 5 anni di carcere più il rimborso della somma sottratta -si parlava allora di almeno 15 milioni di dollari- e danni relativi”. </em>Gli avvocati di Lucio<em> “&#8230;anche un muratore può avere le sue relazioni” </em>il fior fiore del Foro francese dell’epoca tra cui Roland Dumas avvocato di Picasso, futuro ministro degli esteri e presidente del Consiglio Costituzionale, assieme a Thierry Fagart sostenuti da Louis Joinet, consigliere di Mitterand e da sempre impegnato a combattere le dittature, dichiarano ai legali della City Bank che<em> “&#8230;non si trattava di una truffa comune, di una gang di piccoli malfattori, ma era qualcosa di politico</em>”. Chiedono di andare a patti con Lucio Urtubia, ritirando naturalmente la denuncia e i diritti a qualsiasi rimborso. “<em>Con il mio fermo pensavano di aver risolto il problema;  invece lo smercio continuava alla grande in tutto il mondo”. </em>Nella cittadella del dio dollaro a New York,<em> </em>il presidente della City Bank, Walter Wriston, va su  tutte le furie al pensiero di dover sedersi ad un tavolo di trattativa con un muratore. Ma la situazione era catastrofica e la  City Bank si trovava ai limiti della bancarotta.</p>
<p><em>“Proposi uno scambio sulla parola come si usa tra gentiluomini: le matrici in cambio di  una valigetta bella colma di soldi buoni. Altrimenti io me ne restavo tranquillo in prigione, e loro continuavano a perdere milioni”. </em>Accordo raggiunto, l’avvocato di Lucio consegna le matrici e ritira la valigetta, mentre Lucio brucia tutto il rimanente già stampato. Nel giro di qualche tempo gli assegni falsi scompaiono e Lucio viene reintegrato: <em>“per la mia messa in libertà ricevetti perfino le felicitazioni cordiali della First National City Bank”. </em></p>
<p>Intanto gli anni passavano e i Paesi dell’America Latina avevano imboccato la via della democratizzazione come anche la stessa Spagna e il compito che Lucio si era dato in fase di esaurimento. Ma uno come Lucio non poteva certo restare con le mani in mano.   Frequentando molti ex-prigionieri politici di varie nazionalità bisognosi di guadagnarsi da vivere, gli viene l’idea di metterli assieme e fondare una cooperativa edile. Detto fatto, ecco nato <em>l’Atelier 71 in onore alla Comune di Parigi </em>e, come prima commessa, una ristrutturazione con i fiocchi, nientidimeno che per Paco Rabanne.</p>
<p>“<em>Saper lavorare duro e bene è un altra cosa. Essere rivoluzionari  e intellettuali non bastava. Insomma fu un disastro. Ricordo che l’uruguaiano Gino, alla fine della prima settimana mi disse che aveva lavorato più in quei giorni che in tutta la sua vita. Dovetti sciogliere la cooperativa e mio malgrado diventare padrone per poter onorare l’impegno preso. Non sono, evidentemente, un partigiano del lavoro per il lavoro, ma per vivere e forgiare l’esistenza è certamente necessario. Il meno possibile e il meglio possibile”. </em></p>
<p>Lucio Urtubia, questo maestro dell’essenziale oggi ottantenne&#8230;<em> “quando sono arrivato a Parigi non sapevo nulla, nemmeno lavarmi la faccia. E’ il mestiere di muratore che mi ha insegnato ad aggiungere qualcosa all’impresa delle nostre generazioni precedenti; a conoscere gli esseri umani, a saper usare i materiali&#8230;.”</em>, lavora tutti i giorni al suo tavolo, sotto gli sguardi  inquisitori dei ritratti di Luise Michel e Jules Vallès.</p>
<p>Un righello, una penna stilografica e numerosi fogli scritti con una calligrafia che si intuisce ostinata, lenta e ordinatissima. Troppa la curiosità per non chiedere cosa stia scrivendo. Un sorriso, mentre una luce illumina i suoi occhi: <em>“Al di là di quello che è un pensiero comune sui libertari, violenti e terroristi, anarchia vuol dire responsabilità; lavoro, creazione e azione. Certo anche nessun  timore nel combattere per distruggere le regole ingiuste. Non sono nemmeno contro la ricchezza, ma contro la maniera in cui la si usa, e mi piange il cuore a scoprire che ancora non ci siamo. Possiamo contare solo su noi stessi per abbattere questo mondo insopportabile. Penso con ostinazione che l’autogestione sia l’unica  strada per una migliore convivenza e responsabilità individuale e collettiva. Cosa sto scrivendo mi avevi chiesto:  scrivo qualcosa che avrà probabilmente come titolo ‘Il possibile dell’impossibile’. Com’è stata la mia vita”. </em>Facendo attenzione, come gli ricorda spesso con una punta di ironia la moglie Anne, a non diventare una leggenda.</p>
<p>Luois Joinet, che è uno dei massimi magistrati francesi, non senza gusto del paradosso, pensando a Lucio Urtubia afferma: “<em>Lucio rappresenta più o meno quello che io avrei voluto diventare nella vita”.</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno199-copia_ridotta.jpg"><br />
</a>[Il ritratto di Urtubia e le fotografie scattate nello "Spazio Culturale Louise Michel" sono di De Marco]</p>
<p><strong>[Il 22 settembre, alle 18.00, l'associazione culturale Pabitele coordinerà un incontro conversazione con Lucio Urtubia in Sala Ajace a Udine, con interventi di Luciano Rapotez dell'ANPI e di Marco Puppini, storico dell'AICVAS. Sempre a Udine, alle 21.00, al Circolo Casaupa, in cia Val d'Aupa 2, sarà proiettata la versione integrale del film "Lucio" di A. Arregi e J.M. Goenaga, alla presenza del protagonista]<br />
</strong></p>
<p><strong><em><span style="font-size: medium;"><br />
</span></em></strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/14/intervista-a-lucio-urtubia/">Lucio Urtubia, anarchico e falsario</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Danilo De Marco: R/ESISTENZE</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 08:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>testo di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4.jpg"></a> il partigiano &#8220;Cid&#8221;</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia.jpg"></a> la partigiana &#8220;Dorica&#8221;</p>
<p></p>
<p>I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. I fascismi che si astennero durarono a lungo in Spagna, in Portogallo. Ci voleva la guerra, voluta dai regimi di Germania, Italia, Giappone, per sconfiggerli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/25/30500/">Danilo De Marco: R/ESISTENZE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30525" title="Cid VISO 002 copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" /></a> il partigiano &#8220;Cid&#8221;</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30748" title="VISO-030-copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" /></a> la partigiana &#8220;Dorica&#8221;</p>
<p><span id="more-30500"></span></p>
<p>I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. I fascismi che si astennero durarono a lungo in Spagna, in Portogallo. Ci voleva la guerra, voluta dai regimi di Germania, Italia, Giappone, per sconfiggerli. Allora fu giusto, per riscattare il nome del loro paese, che una minoranza di italiani prendesse le armi contro gli occupanti tedeschi e gli altri italiani al loro servizio. Fu giusta la guerra civile, l’attacco di una minoranza  in inferiorità numerica contro un esercito ben addestrato che reagiva con rappresaglie e stragi di inermi. Il Millenovecento è stato un secolo specializzato in sterminio di indifesi, più che di soldati.<br />
Allora è stata giusta la guerra secondaria combattuta nell’aspro dei monti, nella clandestinità urbana. Quella lotta armata non poteva decidere la sorte di quell’urto mondiale tra eserciti, ma poteva contribuire alla sconfitta dei fascismi e al buon nome di un popolo nuovo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30747" title="VISO-029-copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" /></a> il partigiano &#8220;Cino da Monte&#8221;</p>
<p>Solo in Jugoslavia la guerra partigiana riusci da sola a vincere contro nazisti e fascisti, senza intervento di russi e di americani. Da noi la lotta armata partigiana fu guerra secondaria, perciò più amara, più dura da combattere davanti all’evidenza che i fascismi alla fine del ’43 erano in rotta e il loro crollo solo questione di tempo. Quei nostri partigiani, quella spicciola minoranza di popolo agì lo stesso per guadagnarsi il dopoguerra della dignità. Quella minoranza si procurò il rispetto, poi l’affetto di una maggioranza che stava a guardare alla finestra, aspettando la fine della guerra. Solo anni più tardi quella maggioranza si mise a celebrare la lotta partigiana. L’Italia di quel primo dopoguerra credeva ancora nella monarchia, nella più sbracata famiglia di regnanti in fuga di tutta la storia moderna d’Europa. E ci volle un referendum a conteggio assistito, incoraggiato, per dichiarare l’Italia una Repubblica.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30750" title="Walchiria T copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia-222x300.jpg" alt="" width="222" height="300" /></a> la partigiana &#8220;Walchiria&#8221;</p>
<p>L’Italia del dopoguerra mise in soffitta le donne e gli uomini che l’avevano liberata a mano armata. E oggi queste sono le ultime facce, l’ultima stesura di una gioventù coraggiosa che fece la cosa giusta al prezzo più alto.<br />
Lasciano un buon nome, di quelli da nominare a una tavola alzandosi in piedi e toccando bicchieri alla loro salute.</p>
<h5>(tratto da: <em>CID il Partigiano</em>, ed. Circolo culturale Menocchio, 2009)</h5>
<address style="text-align: center;"> </address>
<address style="text-align: center;">***<br />
</address>
<address> </address>
<address>Ed ecco nei due testi che seguono come il fotografo Danilo De Marco descrive &#8211; in questa nostra epoca di revisionismi &#8211; il suo progetto (non ancora concluso) R/ESISTENZE:</address>
<p><em>&#8220;Ho raccolto in questi anni i volti dei partigiani italiani, &#8220;francesi&#8221; (armeni, ebrei, polacchi, tedeschi), greci, austriaci&#8230;: i loro volti oggi, segnati dal tempo; volti a mio avviso che ci riguardano e ci concernono. L’inquadratura ripetitiva e chiusa, come si usa con le foto segnaletiche dei delinquenti, dei banditi, tutta concentrata sul volto: meglio ancora sugli occhi. </em><br />
<em>Gli occhi, unico punto di messa a fuoco, unico centro rimasto, forse, di un tempo salvato. </em><br />
<em>Ma la memoria sembra scivolare, scappare da quegli occhi sui piani del volto che via via si sfuocano, e lo spazio, quello spazio della vita per cui avevano combattuto, cancellato. </em><br />
<em>Con la perdita della memoria rischiamo di perdere la continuità di significato e giudizio.&#8221; </em><br />
<em> </em></p>
<p><em> </em><em>&#8220;Qui, dove?<br />
Resistere a chi e a che cosa?</em><br />
<em></em><em>E chi dà nome a ciò che le persone scelgono di essere, quando rifiutano il conformismo e lo stato di fatto (partigiani o banditi, resistenti o terroristi, patrioti o criminali)? Chi definisce, dove sta il confine, chi lo fissa e difende, come muta?<br />
Dal 2004 attraverso le strade d’Europa cerco queste persone: cerco i volti<br />
di quelli che hanno accettato di rimettersi in “gioco” in questa doppia sfida della memoria e del tempo.<br />
Ecco qui allora i loro volti oggi, segnati dal tempo; volti che ci riguardano e ci concernono.&#8221;</em></p>
<p><em></em><em> </em><em>Danilo De Marco</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/25/30500/">Danilo De Marco: R/ESISTENZE</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>BUSCA CHE ?</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 12:06:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Umberto Fiori</p>
<p>Cari amici de &#8220;La Stampa&#8221;,<br />
ho letto con imbarazzo (a dir poco) il &#8220;Diario di lettura&#8221; curato da Bruno Quaranta su Tuttolibri di oggi (6/2/10), dedicato a Piero Buscaroli. Questo signore, che anni fa proponeva per i gay il campo di concentramento, che -riferisce Quaranta- &#8220;assolve i carnefici tedeschi di Sant&#8217;Anna e Marzabotto&#8221;,  che ritiene (non si sa bene su che basi) &#8220;che Hitler non sapesse&#8221; dei campi di sterminio, che considera la Resistenza una &#8220;guerra dei comunisti&#8221;, dichiara candidamente di non avere mai letto né Primo Levi, né Fenoglio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/07/busca-che/">BUSCA CHE ?</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Umberto Fiori</p>
<p>Cari amici de &#8220;La Stampa&#8221;,<br />
ho letto con imbarazzo (a dir poco) il &#8220;Diario di lettura&#8221; curato da Bruno Quaranta su Tuttolibri di oggi (6/2/10), dedicato a Piero Buscaroli. Questo signore, che anni fa proponeva per i gay il campo di concentramento, che -riferisce Quaranta- &#8220;assolve i carnefici tedeschi di Sant&#8217;Anna e Marzabotto&#8221;,  che ritiene (non si sa bene su che basi) &#8220;che Hitler non sapesse&#8221; dei campi di sterminio, che considera la Resistenza una &#8220;guerra dei comunisti&#8221;, dichiara candidamente di non avere mai letto né Primo Levi, né Fenoglio. Peggio per lui, dico io. Ma il punto è un altro: Buscaroli ha oggi libertà di parola solo grazie al sangue che altri hanno versato per liberare l&#8217;Italia dai suoi camerati e dagli aguzzini di cui erano complici. Bene. Se proprio lo si vuole interpellare come musicologo, lo si faccia parlare di musica, ma possiamo chiedere che ci vengano risparmiati i suoi deliri filofascisti e negazionisti? Leggo ogni settimana il Diario di lettura: trovo i lettori che presentate ora più ora meno stimolanti; ma il signor Buscaroli, che c&#8217;entra? Al massimo, potrebbe suggerirci due o tremila volumi &#8220;degenerati&#8221; da bruciare, sull&#8217;esempio dei suoi camerati. E poi, su tuttolibri di cosa si parla?<br />
Cordialmente<br />
Umberto Fiori</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/07/busca-che/">BUSCA CHE ?</a></p>
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		<title>CORAGGIO, COMPAGNI</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 19:31:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Venerdì 8 gennaio si è tenuta a Roma una assemblea dei poeti inclusi nell’e-book Calpestare l’oblio. Su invito del curatore, Davide Nota, ho tenuto una relazione, che qui propongo per punti essenziali.</p>
<p><strong>Oblio della memoria</strong><br />
1) Perché molti italiani si sentirono offesi, toccati nel sentimento profondo, quando chi attualmente siede a Palazzo Chigi propose di trasformare il 25 Aprile nella Festa delle Libertà?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/11/coraggio-compagni/">CORAGGIO, COMPAGNI</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Venerdì 8 gennaio si è tenuta a Roma una assemblea dei poeti inclusi nell’e-book Calpestare l’oblio. Su invito del curatore, Davide Nota, ho tenuto una relazione, che qui propongo per punti essenziali.</p>
<p><strong>Oblio della memoria</strong><br />
1) Perché molti italiani si sentirono offesi, toccati nel sentimento profondo, quando chi attualmente siede a Palazzo Chigi propose di trasformare il 25 Aprile nella Festa delle Libertà? Perché la Resistenza fu anzitutto antifascista. Cercare di annacquarla in una generica festa delle libertà (riecheggiante per altro quel Popolo delle Libertà all’interno del quale sono confluiti i post fascisti) ebbe per loro il sapore di una beffa.<br />
Questo naturalmente non cambia un dato storico ben noto: all’interno delle forze che diedero vita alla Resistenza, la componente comunista fu essenziale. E certamente non era uno stato costituzionale di diritto in senso liberale, moderno, europeo, quello che molti di loro sognavano in quegli anni tragici. Per altro è anche facilmente comprensibile che un giovane &#8211; che nel 1943 decide di rischiare la vita per fare il partigiano &#8211; voglia anche rimuovere la cause che produssero il fascismo, e abbracci la scorciatoia illusoria della rivoluzione.<span id="more-28619"></span><br />
Tuttavia il lavoro in seguito compiuto nell’Assemblea Costituente del 46-7 dalla componente comunista sta a dimostrarne l’alto tasso di ragionevolezza politica, volto alla stesura di una carta costituzionale che dopo più di sessanta anni ancora ci permette di stare orgogliosamente in Europa.<br />
Fatte salve le personali “buone fedi”, c’è un dato oggettivo da sottolineare: in quegli anni tormentati molti videro la luce giusta, che portò alla costruzione di uno stato costituzionale di diritto; altri si lasciarono ancora abbagliare da fiammate di stato etico, oggi chiaramente sconfitto dalla storia e dal buon senso. Chi state leggendo è nato nel 1948, ha l’età della Costituzione, se avesse avuto l’età della ragione &#8211; allora &#8211; avrebbe militato nel Partito d’Azione.<br />
E se proprio volete che vi sveli fino in fondo il mio pensiero, vi dico che sentimentalmente sono con i giovani partigiani comunisti tosti duri e puri; ideologicamente difendo con tenacia le ragioni dell’antifascismo non comunista di Giustizia e Libertà.<br />
Per questo ho dedicato una poesia</p>
<p><em>Alla Costituzione italiana</em></p>
<p>Le costituzioni, recita il mio vecchio<br />
Dictionary of Phrase and Fable,<br />
Possono essere aristocratiche o dispotiche<br />
Democratiche o miste.<br />
Ecco, per te che non prometti<br />
Di perseguire l’imperseguibile<br />
- La felicità degli uomini -<br />
Vorrei non pensare davvero a quel “mixed”<br />
Che ricade sugli effetti salvando i presupposti:<br />
Di te che prometti il perseguibile<br />
Vorrei restasse il lampo negli occhi di Gobetti,<br />
Già finito per altro in poesia.</p>
<p>2) Così come la Resistenza fu antifascista, il Risorgimento fu anticlericale. Per questo i veri liberali si sentirono offesi qualche settimana fa, quando il nostro ineffabile ministro degli Esteri definì “suggestiva” la proposta di inserire una croce nel campo bianco della bandiera italiana. L’argomento addotto (“la croce è presente nella bandiera di numerosi stati soprattutto nord europei”) è specioso e antistorico. La croce sta in quelle bandiere da numerosi secoli, dal tempo in cui vigevano princìpi quali “cuius regio eius religio”. La bandiera italiana è recente: come quella francese affonda le proprie radici nell’Illuminismo. La bandiera italiana appartiene al Risorgimento e all’anticlericalismo: la sventolavano i ragazzi della Repubblica Romana che per essa si fecero massacrare nel 1849. Va rispettata così come è, insieme alla Costituzione.</p>
<p><strong>Rimozione della cultura nella società italiana</strong><br />
Per le stesse ragioni anagrafiche che ricordavo prima, ricordo molto bene i programmi che la televisione di stato italiana mandava in onda negli anni sessanta e settanta: vi era un solo canale, poi ve ne furono due, con una programmazione limitata a poche ore nell’arco della giornata. Ma a quante opere teatrali potei assistere nelle famose serate del venerdì dedicate alla prosa? Di quanti classici, di quanti romanzi da ragazzo appresi l’esistenza attraverso le programmazioni domenicali? E che dire di rubriche culturali di altissimo livello come &#8220;L’approdo&#8221;?<br />
Ovviamente non c’era solo la televisione. Ma sappiamo che la lettura in Italia è patrimonio di pochi. Quella televisione era intrinsecamente istruttiva, svolse una funzione a cui la gran massa della programmazione delle reti generaliste oggi ha abdicato.<br />
Con gli anni ottanta, nella tv di stato, si è innescato un perverso inseguimento al peggio delle reti commerciali, che ancora non si è concluso. La rimozione della cultura nella società italiana è iniziata allora: la famigerata legge Mammì consegnò tre reti a chi attualmente ci governa. Il presidente del consiglio di allora, poi morto latitante &#8211; colui che è riuscito a rendere impronunciabile in Italia il termine socialista &#8211; era legato a filo doppio a chi attualmente ci governa: che in anni più recenti si è impegnato a rendere quasi impronunciabile il termine liberale. Non dimentichiamo che quella dei veri liberali e quella dei veri socialisti sono le due famiglie politiche che reggono l’Unione europea.<br />
Coloro che vorrebbero abolire la memoria del 25 Aprile vorrebbero dedicare una piazza di Milano al presidente del consiglio morto latitante. Perché non propongono anche l’erezione di un monumento? Coi due statisti insieme: quello che ha reso impronunciabile il termine socialista e quello che ha reso impronunciabile il termine liberale. Distruggendoci culturalmente.</p>
<p><strong>Funzione dei poeti nell’attuale fase della storia nazionale</strong><br />
Nessuno si fa più illusioni sul ruolo sociale che la poesia in senso stretto può svolgere nella attuale situazione culturale e politica. Sappiamo bene che il bisogno – larghissimo – di poesia in senso ampio da parte delle masse soprattutto giovanili è soddisfatto dalla canzone (quando va bene d’autore). Sappiamo anche che il poeta come figura pubblica non esiste più. Personaggi come Fernanda Pivano hanno fatto di tutto perché ad essa, in Italia, si sostituisse la figura del cantautore. Il poeta resta nell’immaginario collettivo al più come un illuso vanesio, oppure come un pazzo o un eccentrico (Alda Merini). Tuttavia i poeti continuano ad esserci e a scrivere. Si conoscono tra loro, si criticano ferocemente e il loro lavoro sul linguaggio e sulle idee viene depredato (con qualche anno di ritardo) proprio da quei cantautori di cui dicevo prima. Però i poeti sono uomini e donne provvisti di poderose antenne anche civili. E quando è il caso possono scrivere anche in prosa. E sanno graffiare chi pretende di “governarli”. (Un esempio per tutti: rileggetevi l’ultimo libro del mio maestro Giovanni Raboni, quello che l’Einaudi si rifiutò di pubblicare, quello dove campeggia “il Menzogna”).<br />
Credo che proprio questo sia il punto: occorre organizzare meglio il lavoro pubblico e il rapporto con il pubblico. Occorre imparare ad usare meglio quello strumento formidabile che è la rete.<br />
La rete, negli Stati Uniti &#8211; dopo otto anni di omofobo texano &#8211; è riuscita a fare eleggere un presidente decente. La parte colta della nazione &#8211; quella degli artisti, dei poeti, dei ricercatori, degli scienziati, degli attivisti per i diritti civili &#8211; è riuscita a saldarsi alla parte più semplice e potenzialmente più morale e più sana della nazione. Credo sia questa la direzione in cui andare. E c’è un immenso lavoro da svolgere.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/11/coraggio-compagni/">CORAGGIO, COMPAGNI</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>CALPESTARE L&#8217;OBLIO</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/04/calpestare-loblio/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 09:56:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
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		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>CALPESTARE L&#8217;OBLIO</p>
<p>Antologia a cura di Davide Nota</p>
<p>Trenta poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana</p>
<p>Con una introduzione dello storico Luigi-Alberto Sanchi</p>
<p>Per leggere i testi:</p>
<p><a href="http://www.lagru.org/index.php?option=com_content&#38;task=view&#38;id=103">http://www.lagru.org/index.php?option=com_content&#38;task=view&#38;id=103</a></p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/04/calpestare-loblio/">CALPESTARE L&#8217;OBLIO</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>CALPESTARE L&#8217;OBLIO</p>
<p>Antologia a cura di Davide Nota</p>
<p>Trenta poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana</p>
<p>Con una introduzione dello storico Luigi-Alberto Sanchi</p>
<p>Per leggere i testi:</p>
<p><a href="http://www.lagru.org/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=103">http://www.lagru.org/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=103</a></p>
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		<title>Musica proibita, dalla “musica degenerata” del nazismo alle censure di oggi. Incontro con Claudio Canal.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/24/musica-proibita-dalla-%e2%80%9cmusica-degenerata%e2%80%9d-del-nazismo-alle-censure-di-oggi-incontro-con-claudio-canal/</link>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2009 06:15:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="null"></a> </p>
<p><strong>Domenica 25 ottobre 2009 ore 18<br />
Ex Circolo 1° Maggio,<br />
Via di Porta San Marco 38, Pistoia</strong></p>
<p>Incontro con <strong>Claudio Canal </strong><br />
a cura del<br />
<strong>Comitato Antifascista San Lorenzo</strong></p>
<p><strong>Ingresso libero.<br />
A seguire cena conviviale</strong></p>
<p>Quando la musica incontra il potere, o, per meglio dire, si scontra con il potere, diventa proibita e oggetto di censure.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/24/musica-proibita-dalla-%e2%80%9cmusica-degenerata%e2%80%9d-del-nazismo-alle-censure-di-oggi-incontro-con-claudio-canal/">Musica proibita, dalla “musica degenerata” del nazismo alle censure di oggi. Incontro con Claudio Canal.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="null"><img alt="" src="http://farm3.static.flickr.com/2491/4037250134_9b6ef607ac_m.jpg" class="alignleft" width="173" height="240" /></a> </p>
<p><strong>Domenica 25 ottobre 2009 ore 18<br />
Ex Circolo 1° Maggio,<br />
Via di Porta San Marco 38, Pistoia</strong></p>
<p>Incontro con <strong>Claudio Canal </strong><br />
a cura del<br />
<strong>Comitato Antifascista San Lorenzo</strong></p>
<p><strong>Ingresso libero.<br />
A seguire cena conviviale</strong></p>
<p>Quando la musica incontra il potere, o, per meglio dire, si scontra con il potere, diventa proibita e oggetto di censure.<br />
<span id="more-25053"></span><br />
***</p>
<p>Ma è così pericolosa la musica? E se sì, chi ne sono stati, dall’avvento dal nazismo fino ad oggi, i protagonisti?<br />
Con i loro messaggi, schiere di musicisti hanno subìto ostracismo e persecuzioni, ma allo stesso tempo sono riusciti a diventare un punto di riferimento per le diverse generazioni, hanno catalizzato un disagio, una ribellione, ne sono stati i portavoce, i cantori. Cantori di storie, interpreti di realtà. </p>
<p>Claudio Canal, accompagnato da immagini e da ascolto di brani, ci offre una lettura sull’argomento che parte da <strong>Bertold Brecht</strong>, arriva a <strong>Miriam Makeba </strong>passando per <strong>Jimi Hendrix</strong>, solo per citare alcuni fra i più famosi, fino alle censure musicali più attuali.</p>
<p><em><strong>Claudio Canal</strong> è scrittore, sceneggiatore, attore, musicista. È docente di Sociologia dell’Educazione presso l’Università di Torino, ha scritto reportage per il quotidiano “Il Manifesto” e collaborato con gruppi e istituzioni locali dei Balcani, del Sud Est Asiatico, di Israele e Palestina</em>. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/24/musica-proibita-dalla-%e2%80%9cmusica-degenerata%e2%80%9d-del-nazismo-alle-censure-di-oggi-incontro-con-claudio-canal/">Musica proibita, dalla “musica degenerata” del nazismo alle censure di oggi. Incontro con Claudio Canal.</a></p>
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		<title>Photoshopartizan #19</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2009 03:18:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[25 Aprile. Grandi scioperi del marzo '44]]></category>
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		<title>Sangue d&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 12:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Linnio Accorroni</strong></p>
<p>Sono sostanzialmente due, nell&#8217;Italia contemporanea, le maniere con le quali si affronta la storia: una è quella basata sulla serietà di uno scrupoloso approccio epistemologico, sulla padronanza di alcune necessarie tecniche di lavoro e sul rispetto di una severa deontologia professionale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/14/sangue-ditalia/">Sangue d&#8217;Italia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Linnio Accorroni</strong></p>
<p>Sono sostanzialmente due, nell&#8217;Italia contemporanea, le maniere con le quali si affronta la storia: una è quella basata sulla serietà di uno scrupoloso approccio epistemologico, sulla padronanza di alcune necessarie tecniche di lavoro e sul rispetto di una severa deontologia professionale. Questa prima maniera è quella a cui si attengono personalità di indiscusso rilievo scientifico, quali, per esempio,<strong> Sergio Luzzatto</strong>, docente di Storia Moderna all&#8217;università di Torino, studioso della rivoluzione francese e del &#8217;900 italiano ed autore di opere recenti che hanno suscitato polemiche e discussioni piuttosto accese quali <em>Il corpo del duce</em> (1998), <em>La crisi dell&#8217;antifascismo</em> ( 2004) ed il recente <em>Padre Pio. Miracoli e politica nell&#8217;Italia del &#8217;900</em> (2007). Questo <em><strong>Sangue d&#8217;Italia </strong></em><strong>(Manifesto Libri, 2008, pp. 221, € 20,00) </strong> è il suo ultimo prezioso contributo, una silloge di articoli usciti principalmente sul «Corriere della Sera» e che vertono su alcuni snodi cruciali della nostra storia recente: il ventennio fascista, la Resistenza, nella sua accezione di &#8216;guerra civile&#8217;e la complessa eredità che essa ha lasciato all&#8217;Italia postguerra, gli anni di piombo.<span id="more-16718"></span> Tutti fenomeni letti ed analizzati dall&#8217;intellettuale torinese con vis polemica e con ammirevole rigore intellettuale. C&#8217;è, purtroppo, però anche un&#8217;altra &#8216;maniera&#8217; di &#8216;far storia&#8217; che imperversa e furoreggia, pur essendo esattamente agli antipodi rispetto a quella propugnata da Luzzatto: è quella della storia ridotta ad &#8216;effetto cosmetico&#8217; e a intrattenimento popolare/nazionale prodotta per dominare le classifiche dei bestseller, quella ridotta a &#8220;scoop ferragostano da rotocalco popolare&#8221;, la storia-chiacchiera, la storia-favola da talkshow televisivo, capace di trasformare in pettegolezzo e<em> gossip </em>ogni vicenda del passato, più o meno recente. È la storia che trasforma il libro in una specie di inerte succedaneo cartaceo del telecomando; è quella priva di basi documentarie e di consistenza scientifica, che non sa cosa sia un serio lavoro archivistico o documentaristico; è quella che riesce a spacciare gigantesche menzogne per verità <em>à la page</em> grazie alla poderosa campagna di una mistificazione sistematica e replicata nei circuiti della deformazione di massa ( in primis, la tv, ma anche certa stampa molto allineata e ben felice di adeguarsi alla vacuità televisiva). Fu Montanelli, con la fortunata serie della sua &#8220;Storia d&#8217;Italia&#8221;, il primo ad inaugurare questo malsano e deprecabile filone: testi che ingeneravano comunque una qualche specie di familiarità con il passato, costruiti su di un profluvio di curiosità aneddotiche, ma che, in realtà, non riconducevano a nessuna esperienza conoscitiva autentica e rigorosa. Si leggevano quei volumi di pseudostoria e si rimaneva annichiliti dal profluvio di aneddoti e storielle, ma certo non si poteva pensare che quei testi fossero frutto di una seria analisi storiografica. Gervaso, Pansa,Vespa ed altri hanno poi seguito stolidamente seguito le orme di cotanto &#8216;Maestro&#8217;, contribuendo così ad una specie di paradossale miracolo alla rovescia che si reitera con tanta tragica frequenza nella nostra nazione: in un paese che legge poco, c&#8217;è una grande quantità di libri di &#8216;storia&#8217;(?) venduti, ma anche una gigantesca, macroscopica ignoranza della stessa. Luzzatto aborre ovviamente questo tipo di atteggiamento gnoseologico e sostiene, in questa sua opera,così come aveva fatto nelle altre, una &#8216;lettura&#8217; della storia che solo qualche anno sarebbe apparsa come una scontata tautologia e che oggi invece va difesa come una verità rivoluzionaria: la storia è cosa troppo seria per non essere affidata solo agli storici ed agli studiosi, a quelli capaci di un uso documentato delle fonti e degli archivi. È anche per questo che questa avvincente raccolta di interventi appare come un efficace antivirus capace di evidenziare la perniciosa influenza di quelle tabe endemiche e diffusissime che sono il giampaolopansismo e il brunovespismo. Come modello esemplificativo, val la pena ricordare le pagine che Luzzatto dedica alla polemica Vespa-Bentivegna, quando il partigiano di Via Rasella dimostrò, alla luce di prove inoppugnabili, la risibile infondatezza delle accuse vespiane.Oppure si leggano le pagine dedicate alla trilogia antiresistenziale di Pansa in cui si dimostra che l&#8217;ex-articolista dell&#8217;Espresso spaccia per folgoranti &#8216;novità&#8217; questioni di cui la vulgata storiografica più seria ed approfondita si è già a lungo occupata; ma anche le &#8216;provvidenziali&#8217; lacune memoriali di Albertazzi, che, colto da un&#8217;improvvisa <em>damnatio memoriae</em>, dimentica i suoi vergognosi trascorsi di combattente della RSI&#8230; C&#8217;è poi un filo rosso che collega questi articoli ed interventi fra loro, quello costituito dalla presenza centrale e dominante della biopolitica nella storia del &#8217;900. L&#8217;intuizione da cui Luzzatto parte è che c&#8217;è una specie di &#8220;emergenza del corpo come aspetto costitutivo del discorso politico del &#8217;900 e l&#8217;oscillazione del ventesimo secolo fra grandi processi di vita e grandi processi di morte&#8221;. Per questo le pagine più belle ed intense del libro mi paiono proprio quelle incentrate sulla esibizione corporale: il corpo del duce, prima e dopo Piazzale Loreto, quello dei partigiani uccisi ed appesi agli alberi con la scritta &#8216;banditen&#8217;, il corpaccione di Primo Carnera, eroe per forza, quello dei soldati al fronte, di Pasolini, di Moro,&#8230;. La dimensione tutta corporale del&#8217; 900 emerge con forza( ed il libro di Belpoliti sul corpo del cavalier Silvio Banana mi pare suoni come un&#8217;ulteriore conferma): è lo sviluppo dell&#8217;intuizione pasolinana quando il regista di Salò-Sade scriveva che il nazifascismo era innanzitutto un attentato ai corpi e quindi anche alla sacralità della vita.</p>
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		<title>Le brioches di Londra</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/04/05/le-brioches-di-londra/</link>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 06:20:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Un altro resistente schiacciato dalla macina del denaro, un altro respiro che manca. La calca causata dall&#8217;incivile pratica poliziesca del cordonamento, un infarto &#8211; e ancora una volta in questione è il muro invalicabile del cuore nero del Potere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/05/le-brioches-di-londra/">Le brioches di Londra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: small;">Un altro resistente schiacciato dalla macina del denaro, un altro respiro che manca. La calca causata dall&#8217;incivile pratica poliziesca del cordonamento, un infarto &#8211; e ancora una volta in questione è il muro invalicabile del cuore nero del Potere. Ancora una volta, la &#8220;rete&#8221; dei movimenti contro la fortezza del sistema. Ed è nella rete web che si riescono ad ascoltare i suoni delle strade di Londra,– a cominciare dal nodo londinese di Indymedia (london.indymedia.org.uk), dove ci sono aggiornamenti in tempo reale, e video caricati dai resistenti.</span></span></span></p>
<p>E&#8217; da internet che sono venuto a sapere che nel pomeriggio di mercoledì gli impiegati della City hanno gettato, dalle loro finestre, biglietti da dieci sterline sui manifestanti (secondo un&#8217;altra versione, li sventolavano). L&#8217;immagine perfetta di un mondo che, nel momento estremo del pericolo, cerca la salvezza nell&#8217;oscena esibizione di quella verità negata fino ad ora, celata nelle &#8220;<em>spettacolari&#8221;</em> alchimie della finanza. <span id="more-16379"></span>Ora che il fantasma è finalmente venuto a galla, affiorato come onda tsunami, ecco che gli stregoni che l&#8217;hanno suscitato ne rivendicano fieramente il possesso. <em>C&#8217;est la lutte finale</em>, verrebbe da dire &#8211; se non fosse che quel demone tiene in pugno ancora, e chissà per quanto, i desideri e le speranze di troppi, disseccati. Quella folla che assedia Londra, allora, che rivendica le strade, che occupa la città e la fa sua, che assalta le banche che non cessano di rapinarla &#8211; sono la prova vivente di una resistenza necessaria, quella di una contro-onda, un sommovimento tellurico che faccia cadere ciò che è in alto, nei palazzi della City. Essi sono la presa della coscienza  (del) reale sull&#8217;incoscienza dell&#8217;Immaginario (l&#8217;immateriale gioco della Finanza spettacolare).</p>
<p><span style="font-size: small;"><span lang="IT">Che sia l&#8217;immagine della loro fine, quella degli immondi uomini della City che lanciano denaro. Che sia l&#8217;icona mitica che li accompagni alla tomba, come fu per quella di Maria Antonietta e le brioches.</span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><em>(pubblicato su</em> <em>l&#8217;Unità, 4/4/2009)</em></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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		<title>Della serie : femmine toste (II)</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Nov 2008 13:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[bianca Madeccia]]></category>
		<category><![CDATA[donne e fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[donne partigiane]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

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<p>di<br />
<strong>Bianca Madeccia</strong></p>
<p>«<em>La donna deve obbedire, nel nostro Stato essa non deve contare</em>». «La Patria si serve anche spazzando la propria casa». «La donna ideale deve diventare tre, cinque, dieci volte mamma». Premi di natalità, tasse sui celibi, medaglie e menzioni per le madri prolifiche.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/06/della-serie-femmine-toste-al-final/">Della serie : femmine toste (II)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/nUDIoN-_Hxs&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/nUDIoN-_Hxs&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>di<br />
<strong>Bianca Madeccia</strong></p>
<p>«<em>La donna deve obbedire, nel nostro Stato essa non deve contare</em>». «La Patria si serve anche spazzando la propria casa». «La donna ideale deve diventare tre, cinque, dieci volte mamma». Premi di natalità, tasse sui celibi, medaglie e menzioni per le madri prolifiche. Fu una campagna martellante quella che Mussolini impose alle donne. L’Italia per diventare una grande potenza aveva bisogno di molti figli: bisognava perciò obbligare le madri a restare a casa per procreare. E intanto la pubblica amministrazione provvedeva a emarginarle, le università alzavano le tasse per le studentesse, i salari delle operaie venivano ridotti del 65 per cento.<br />
“<em>Quattordici, sedici, diciotto</em>”. Novantatré donne sfilano in rassegna mentre l&#8217;altoparlante scandisce non il loro nome ma il numero dei figli.<br />
<span id="more-10561"></span><br />
 E’ il 13 dicembre 1933, una delle tante giornate nazionali della madre e del fanciullo.  Le madri più prolifiche (almeno quattordici figli) vengono ricevute da Benito Mussolini e dal Papa, e ricevono un premio in denaro. In quella occasione il primato va a una donna napoletana: diciotto bimbi.<br />
«<em>La donna deve obbedire nel nostro Stato essa non deve contare</em>», scriveva nel &#8217;31 Mussolini. L&#8217;Italia per diventare una grande potenza ha bisogno di bambini.<br />
Al termine della prima guerra mondiale la situazione era drammatica: inflazione paurosa, crisi economica gravissima, disoccupazione crescente. La guerra, però, aveva involontariamente reso le donne importanti. Lo Stato, che aveva bisogno del loro lavoro nelle città e nelle campagne vuote di uomini le aveva chiamate a rimpiazzare i soldati partiti al fronte: ora esse sono delle pericolose concorrenti da far tornare al più presto tra le mura domestiche.<br />
Nell&#8217;autunno del &#8217;20 la decisione del governo Giolitti: le donne assunte durante la guerra dovranno essere licenziate per far posto ai reduci di guerra. </p>
<p>Intanto la popolarità di Mussolini è in continuo aumento. Le cronache del tempo raccontano con entusiasmo di un suo duello con il deputato fascista Ciccotti che dopo quattordici assalti viene preso da una crisi cardiaca mentre il futuro duce “<em>rimane fresco come una rosa</em>”.<br />
Nel novembre del &#8217;21 il Movimento dei Fasci, finanziato sempre più massicciamente dalla borghesia, si trasforma in movimento politico. Il congresso di fondazione del Partito Nazionale Fascista (Pnf) avviene a Roma nell&#8217;Augusteo. Mussolini propone di ridurre le funzioni del Parlamento e dello Stato, si pronuncia per il liberismo e la privatizzazione delle aziende pubbliche: telefoni, poste e telegrafi, ferrovie.<br />
Il Pnf fu un partito diverso da tutti, con una sua organizzazione paramilitare, gli squadristi, e con una base di massa (duecentodiciottomila iscritti, duemila più dei socialisti) all&#8217;atto stesso della sua nascita. Il venticinque per cento composto da giovani sotto i vent’anni.<br />
Durante il ventennio fascista le donne furono emarginate dalla pubblica amministrazione, le università alzarono le tasse per le studentesse, i salari delle operaie furono ridotti del sessantacinque per cento. L&#8217;altra faccia della luna furono i premi di natalità, la tassa sui celibi, le medaglie e le menzioni per le madri prolifiche.</p>
<p>In parallelo alla costituzione del Pnf si organizza anche il Movimento femminile fascista. Il nuovo statuto stabilisce esplicitamente che le donne parteciperanno ai raduni, faranno propaganda e opere caritative, ma in nessun caso dovranno occuparsi di politica.<br />
Nel gennaio del &#8217;23 il governo ribadisce il licenziamento delle donne assunte dalle amministrazioni pubbliche durante la guerra. Sono esentate solo le vedove di guerra non risposate e sorelle dei caduti, a patto pero che, “a giudizio insindacabile di una commissione”, abbiano tenuto “una condotta irreprensibile durante tutta la carriera”.<br />
Viene istituito il liceo femminile che “ha per fine di impartire un complemento di cultura generale alle giovinette”.<br />
Sul «Popolo d’Italia», Giuseppe Pochettino ne parla come «una scuola di sano femminismo, che veramente prepara la donna quale la natura e la ragione la vogliono, la donna cioè che, entrando un domani nella società, vi prenderà il suo posto d&#8217;onore senza urti, senza rancori perché prenderà il posto di regina della casa, quello che veramente le compete».<br />
Le ragazze diplomate al liceo femminile non solo non saranno abilitate ad alcun lavoro, ma nemmeno potranno dirigere la propria scuola. La stessa legge vieta alle donne di essere presidi. Il 6 giugno del &#8217;25 si stabilisce che le donne non possono partecipare a concorsi per incarichi direttivi in nessuna scuola.</p>
<p>Si perfezionano le leggi anti-donne già fatte e se ne fanno di nuove. L&#8217;aborto è proibito con pene severe e il 6 novembre del &#8217;26 viene vietata la divulgazione dei mezzi antifecondativi. Pochi giorni dopo le donne vengono escluse dall&#8217;insegnamento di Italiano, Lettere classiche, Storia e Filosofia nei licei classico e scientifico e nelle classi superiori degli istituti tecnici.<br />
Il 7 aprile dello stesso anno una settanduenne irlandese, Violet Gibson, spara a Mussolini sulla piazza del Campidoglio ma riesce solo a ferirlo al naso.<br />
Un anno dopo sono dimezzati per decreto i salari femminili. Per protesta, operaie e mondine si astengono dal lavoro. Tra la riduzione generale e quella specifica applicata alle donne, la retribuzione media giornaliera subisce una decurtazione del sessantacinque per cento.<br />
Studiare per le donne costa di più: aumentano le tasse scolastiche per le studentesse delle scuole medie e dell&#8217;università. Le donne vengono anche escluse dalla scuola normale superiore di Pisa. Il direttore all&#8217;apertura dell&#8217;anno accademico ‘32-‘33 affermerà che: «<em>nell’ Italia fascista … che vuole più saldi caratteri, volontà più virili e spiriti più pensosi dell&#8217;interesse pubblico che privato … occorrono educatori in cui la forza prevalga sulla dolcezza, e risoluti a presentare così la scienza come la vita governata da una legge che non si piega ai mezzi termini cari alla pietà dei cuori teneri».</em></p>
<p>Nel &#8217;29 le donne ottengono il diritto di voto in Ecuador e in Mongolia. In Italia sarà concesso solo nel &#8217;46. Mussolini nel &#8217;31 dichiarava che: «La donna deve obbedire. La mia opinione della sua parte nello Stato è opposta a ogni femminismo; naturalmente non deve essere schiava, ma se le concedessi il diritto elettorale mi si deriderebbe. Nel nostro Stato essa non deve contare».<br />
In Germania il governo nazista licenzia tutte le donne sposate dipendenti pubbliche, vieta l&#8217;assunzione di quelle con meno di trentacinque anni e dà assoluta priorità agli uomini nei concorsi. Su imitazione di quello italiano il nuovo codice penale tedesco prevede sanzioni molto pesanti contro l&#8217;aborto.<br />
Vengono emanati nuovi provvedimenti per l&#8217;incremento demografico della nazione: agevolazioni per i coniugati, penalizzazioni ulteriori per i celibi, premi in denaro, sgravi fiscali, assegni familiari e pacchi dono a partire dal quarto figlio in poi. Le madri prolifiche vengono additate a esempio per le altre donne, le fotografie di famiglie numerose sono pubblicate su tutti i giornali. Continua a essere alta la mortalità infantile: i bambini muoiono di tifo, tubercolosi, polmonite, enterite.<br />
Nel &#8217;39 viene varata una legge che ammette negli uffici pubblici e privati l&#8217;impiego di un massimo del dieci per cento di donne e ne stabilisce l&#8217;esclusione totale da quei pubblici impieghi per i quali siano ritenute inadatte.</p>
<p>Viene erogato un assegno per il matrimonio e per la nascita di ciascun figlio (tranne che per i cittadini di razza non ariana). L&#8217;assegno di nuzialità delle donne è inferiore a quello degli uomini. Niente assegno per le donne che si sposano dopo i ventisei anni. L&#8217;assegno di natalità, invece, spetta al capofamiglia, non alla donna, e aumenta con il numero di figli.<br />
L&#8217;opera di persuasione affinché le donne aspirino al massimo a essere “reginelle nel piccolo regno della casa” comincia sui banchi di scuola. La bambina a scuola apprende che la “la patria si serve anche spazzando la casa”.<br />
Nel ‘40 gli uomini sono richiamati alle armi. Il loro posto di lavoro sarà occupato dalle donne, le stesse che fino a ieri, a forza di decreti legge, si cercava di tenere relegate tra le pareti domestiche. Cinque giorni prima dell&#8217;entrata in guerra il Consiglio dei ministri approva un disegno di legge per consentire la sostituzione del personale maschile con quello femminile nella Pubblica Amministrazione. Per molte quello è il primo stipendio.</p>
<p>IL 13 marzo del ‘42: ultimo round. Il Duce inventa la medaglia d&#8217;oro ‘alla prolifica’.<br />
Il 13 aprile &#8217;44 viene istituito il servizio ausiliario femminile della Repubblica di Salò. Quando oramai tutto sta crollando i gerarchi riscoprono la figura della donna-patriota accanto a quella della donna-madre. Le ausiliarie devono essere italiane, ariane di età tra i 18 e i 35 anni. Vestono un&#8217;uniforme d&#8217;ordinanza grigio-verde come i soldati, non possono truccarsi né fumare e non portano armi. I loro compiti principali sono quelli di: “pulitrici, cuciniere, magazziniere, dattilografe, telefoniste, marconiste.<br />
Cantano: «della marina siamo ausiliarie …, / la nostra arma non è il cannone ma è piuttosto lo spazzolone». Non ci sono dati certi sul numero delle ausiliarie giustiziate dopo la liberazione, ma sembra che siano state un centinaio, a cui vanno aggiunte parecchie fasciste repubblichine.<br />
Le partigiane combattenti riconosciute ufficialmente furono 35.000. Le donne arrestate, torturate e condannate durante la guerra furono 4635; le deportate in Germania 2750; le fucilate o cadute in guerra 623. A diciassette sono state assegnate medaglie d&#8217;oro al valor militare. Dalle file della Resistenza verrà la nuova classe politica femminile.</p>
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		<title>I &#8220;miracoli&#8221; di Spike Lee</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Oct 2008 07:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[fiction]]></category>
		<category><![CDATA[Gaetano Liguori]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/miracle_at_st_anna.jpg"></a><br />
di <strong>Gaetano Liguori</strong></p>
<p>[<em>oltre a essere uno dei jazzisti più bravi della scena nazionale (e non solo), Gaetano Liguori è da anni recensore cinematografico. Mi ha girato questa sua sul film </em>Miracolo a Sant'Anna <em>che io volentieri pubblico. G.B.</em>]</p>
<p>Estate del ’44, i tedeschi e i fascisti (non dimentichiamolo) sono attestati sulla linea Gotica, un’impressionante serie di difese naturali date dall’Appennino tosco-emiliano, bunker, fortificazioni che per circa trecento chilometri tra Massa Carrara fino a Pesaro, divideva l’Italia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/18/i-miracoli-di-spike-lee/">I &#8220;miracoli&#8221; di Spike Lee</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/miracle_at_st_anna.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/miracle_at_st_anna.jpg" alt="" title="_CRT0213.jpg" width="454" height="198" class="alignnone size-full wp-image-9625" /></a><br />
di <strong>Gaetano Liguori</strong></p>
<p>[<em>oltre a essere uno dei jazzisti più bravi della scena nazionale (e non solo), Gaetano Liguori è da anni recensore cinematografico. Mi ha girato questa sua sul film </em>Miracolo a Sant'Anna <em>che io volentieri pubblico. G.B.</em>]</p>
<p>Estate del ’44, i tedeschi e i fascisti (non dimentichiamolo) sono attestati sulla linea Gotica, un’impressionante serie di difese naturali date dall’Appennino tosco-emiliano, bunker, fortificazioni che per circa trecento chilometri tra Massa Carrara fino a Pesaro, divideva l’Italia. Lo sfondamento di questa linea era essenziale per gli Americani, che combattevano in Italia dal Settembre del ’43, e che già avevano provato la determinazione della Wehrmacht in battaglie come Montecassino o Anzio. <span id="more-9624"></span><br />
Nella parte toscana ai primi di Agosto del ’44 l’esercito tedesco si trovava a nord dell’Arno tra Pisa e Firenze, fece saltare i ponti e si attestava nella valle del fiume Serchio tra le Alpi Apuane e Massa. Il compito di cercare di sfondare in quell’area venne affidato da parte del comando Americano alla 92° divisione <em>Buffalo</em>. Tutto chiaro per un antefatto storico ad un film di guerra, se non fosse che il battaglione era formato da uomini di colore e che il regista del film è il grande Spike Lee, cantore cinematografico negli ultimi 20 anni dei diritti degli Afroamericani.<br />
Per i primi 30 minuti siamo in pieno film di guerra genere classico, un Sam Fuller un po’ più ricco; si evidenziano i primi caratteri all’interno dalla “pattuglia sperduta”, caratteri virili classici da “Sporca Dozzina” o “Soldato Ryan”. Si  assiste poi ai primi episodi di razzismo, quando un graduato bianco (dopo caporale, tutti i sottufficiali ed ufficiali dovevano essere bianchi) non dà  l’appoggio dell’artiglieria ad un piccolo gruppo di soldati che nel Dicembre del ’44 si trova a combattere al di là della linea del fronte. Questi sono i primi due film, quello di guerra e quello sull’integrazione  razziale, qui entra il terzo film quello “esoterico” tipo “Codice Da Vinci” che con continui rimandi  tra presente e passato aggiunge un tocco magico alla storia. L’entrata di un ragazzino, che ricorda il pinocchio di Comencini, ci potrebbe far sorridere se non fosse che nasconde un terribile segreto, perché è l’unico sopravvissuto alla tremenda strage di S. Anna di Stazzema: ora la storia si fa seria ed anche un po’ irritante. Dialoghi prolissi e di maniera rallentano l’azione, la caratterizzazione dei soldati di colore risulta banale, ma il clou si raggiunge con l’entrata in scena degli italiani, prima gli abitanti di un paesino, e poi i partigiani tutti rappresentati in maniera folkloristica e senza una minima verosimiglianza psicologica.<br />
 Abbiamo impiegato 60 anni perché la verità saltasse fuori dal famoso e tristemente noto “armadio della vergogna” dove lo Stato ha nascosto per anni i fatti e che ancora adesso si fa fatica a ricostruirli, troppi erano gli interessi in ballo: far passare il massacro come una reazione emotiva dei tedeschi alla resistenza di alcuni sparuti partigiani mi sembra un po’ troppo. Esisteva l’ordine da parte del generale Kesserling che per ogni soldato tedesco morto venissero uccisi 10 inermi civili, ma questo ordine fu superato dalla furia delle truppe tedesche, formate non solo dalle “SS assetate di sangue”, ma anche dalla Wermacht  di cui facevano parte fanteria, truppe corazzate, alpini di montagna, reduci dal fronte russo, truppe non tedesche formate da Ucraini, Rumeni ecc&#8230; I numeri parlano chiaro sulla linea gotica la Wehrmacht perse circa 75000 uomini, gli alleati 65.000, ma ci furono anche all’incirca 10.000 persone fra vecchi, donne e bambini che furono trucidati tra S. Anna, Marzabotto, Fossoli e centinaia di altri piccoli paesini di nessun importanza strategica, al di fuori di trovarsi sulla linea di ritirata dell’esercito tedesco. Ancora da stabilire le responsabilità dei repubblichini di Salò, che nel nostro paese, paese dalla memoria corta ora vengono equiparati ai partigiani.<br />
Lo sceneggiatore e autore del romanzo da cui è tratto il film, James McBride, è stato più prudente del regista e ha invocato la “fiction”, ma spiegarlo ai parenti delle vittime è un po’ complicato. Tornando al film, in una toscana da cartolina risultano imbarazzanti le caratterizzazioni dei personaggi italiani che se non parlassero con forte accento toscano sembrerebbero usciti dalla pubblicità di una marca di olio d’oliva: la spregiudicata “signorina” che si concede all’esotico, il fascista rincoglionito con ritratto del duce in camera da letto, zie, zitelle petulanti, festa sull’aia con balli e fisarmoniche (meno male che i mandolini li hanno lasciati a Corelli in quel di Cefalonia). I partigiani sono quel “casual tanto basta” e si dividono in buoni e idealisti, traditori e cinici, con un finale in stile paradiso quanto meno incomprensibile con Lo Cascio in abito bianco alle Barbados.<br />
Per chi ama il cinema e pensa a capolavori come “Lola Darling”, “Fa la cosa giusta” oppure “La 25 ora” non può non dispiacersi di vedere questa caduta da parte di  Spike Lee, che se invece di “Miracoli” avesse affrontato il problema del razzismo non solo da parte degli americani, ma anche degli italiani, che sono sempre meno “brava gente”, allora forse ci potrebbe dare un film più interessante ed anche meno noioso. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/18/i-miracoli-di-spike-lee/">I &#8220;miracoli&#8221; di Spike Lee</a></p>
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		<title>Nembo (Kid) e la cartoonizzazione della Storia</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Sep 2008 21:14:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/nembo.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>L&#8217;antrofonico La Russa ha rammemorato &#8220;quelli della Nembo&#8221; come esempio di soldati repubblichini che meritano il rispetto di chi guardi con obiettività alla storia d&#8217;Italia, in quanto &#8220;dal loro punto di vista combatterono credendo di difendere la patria&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/08/nembo-kid-e-la-cartoonizzazione-della-storia/">Nembo (Kid) e la cartoonizzazione della Storia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/nembo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8197" title="nembo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/nembo-222x300.jpg" alt="" width="155" height="210" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>L&#8217;antrofonico La Russa ha rammemorato &#8220;quelli della Nembo&#8221; come esempio di soldati repubblichini che meritano il rispetto di chi guardi con obiettività alla storia d&#8217;Italia, in quanto &#8220;dal loro punto di vista combatterono credendo di difendere la patria&#8221;. L&#8217;ingenuità di tale enunciato è disarmante, se non fosse che lascia tralucere un ben forte <em>arrière-pensée</em>: quello di uno che è rimasto, senza mezzi termini, fascista. Il loro punto di vista, dice l&#8217;Ignazio. E parla di credenza, ovvero di fede. <span id="more-8193"></span>Bene, sfido chiunque a trovare qualcuno che impugna le armi secondo un altro punto di vista. O meglio, ci sono, certo: per esempio tutti coloro che erano stati arruolati a forza nell&#8217;esercito repubblichino perché non avevano avuto il coraggio di darsi alla macchia o di affrontare la fucilazione (che, lo si ricordi, veniva <em>bandita</em> anche con manifesti pubblici firmati dal giovane Almirante). Ma non stiamo parlando di quelli, qui, bensì di giovani che avevano scelto liberamente la parte del campo di battaglia. La buona fede, l&#8217;intenzione, la credenza – non possono costituire metro di giudizio storico.</p>
<p>Ricordo che, ai tempi della tesi di dottorato, leggendo i verbali del Comitato centrale del Pci dopo il famigerato discorso di Kruscev al XX Congresso, che avviò il processo politico frettolosamente definito &#8220;destalinizzazione&#8221;, Mario Montagnana disse che bisognava &#8220;mettere in rilievo la buona fede di Stalin&#8221;. E forse aveva ragione sulla buona fede, Stalin era un uomo &#8220;integerrimo&#8221; che &#8220;sacrificò&#8221; la sua vita (oltre a quello di qualche milione di altre, va da sé) per la Causa. Ma questa sua buona fede ci diceva qualcosa in quanto rilievo storico? No, nulla. Ci diceva qualcosa solo dell&#8217;attaccamento sentimentale di Montagnana. La buona fede, e la fede in genere, non sposta di un ette il senso storico delle cose. Perché è di questo che stiamo parlando, che si dovrebbe parlare. Invece l&#8217;Ignazio sfrutta l&#8217;8 settembre – che nella retorica fascista ha sempre e solo rappresentato il tradimento e il disonore – per rivelare a tutti il suo attaccamento sentimentale alla propria <em>storia</em>.</p>
<p>Sul sito ufficiale dell&#8217;associazione nazionale Nembo (i militari del reggimento paracadutisti) sono trascritti alcuni passi &#8220;dal diario di guerra della Medaglia d’Oro al Valor Militare Magg. Mario Rizzatti&#8221;:</p>
<div><em></em></div>
<div><em></em></div>
<div><em></em></div>
<p><em></p>
<p align="justify">Io mi rifiuto di ubbidire all’ordine di tradire la Patria e di passare al nemico perché questo è un diritto e un dovere militare. Quindi io, con il mio battaglione continuo la guerra da leale alleato al fianco della Germania.</p>
<p> </p>
<p></em></p>
<p align="justify">Sulla &#8220;Patria&#8221; ci sarebbe tanto da dire – il maggiore decide ciò che spetterebbe, per definizione (e tanto più per la sua), solo a una comunità decidere: qual è la Patria – su questo ha scritto pagine fondamentali Claudio Pavone in &#8220;Guerra civile&#8221;. Mi interessa notare, qui, il gesto paradossale del maggiore che decide di smettere di obbedire e compiere – kierkegaardianamente, si potrebbe dire, come Abramo con Isacco – il &#8220;salto nella fede&#8221;: obbedisce solo alla voce interiore, e accetta il rischio. Fede, decisione, sacrificio – sono i termini chiave della narrazione del sito dell&#8217;associazione Nembo &#8211; significativamente anche quando racconta dei paracadutisti schieratisi con il Corpo Italiano di Liberazione a fianco degli Alleati. Ora, certo sappiamo come la pedagogia delle scuole fasciste, e il discorso pubblico di un&#8217;intera società, non lasciavano a molti giovani altro orizzonte mentale possibile. Ma lo stesso discorso può essere adeguato, ancora, a qualsiasi persona che, in virtù della fede (buonissima, anzi ottima), abbia preso parte a eventi storici criminali – così come per Stalin, o per un SS qualsiasi, o perfino per Hitler (ma su questo avrei qualche dubbio). Insomma, la fede non ci dice nulla di nulla – e non è in questione. In questione è il senso storico degli eventi. E il senso storico è netto e indefettibile: libertà contro totalitarismo. Ma viviamo in tempi in cui il senso storico si fatica a rintracciarlo: figure e atti sono appiattiti e ritagliati entro un flusso indiscriminato di dati intercambiabili.</p>
<p align="justify">Se il fascismo ha un seguito crescente tra i più giovani è anche in virtù della sua crescente destoricizzazione – il che significa, per un evento storico, la sua spoliticizzazione. Nel flusso indiscriminato della storia ridotta a <em>trompe l&#8217;œil</em> la figura di un Mussolini – così come tutte le altre che da lui emanano a cascata, come in una processione plotiniana – diventa un ritaglio che fa segno solo a sé. Questo processo di cartoonizzazione rende possibile elevare Mussolini a referente reale di istanze politiche vive, oggi. Insomma, dopo la spoliticizzazione &#8211; resa operante, entro la generale perdita di senso dei fatti storici, dal grande magma del tardo-capitalismo mediatico – si può finalmente riattivare una nuova politicizzazione di quella figura. Perfetta per la voglia d&#8217;Ordine sempre risorgente – dai grembiulini all&#8217;edilizia carceraria – all&#8217;Autorità e Gerarchia invocata da Brunetta – alla miscela di liberismo e populismo di questo governo pericoloso (il no-global protezionista Tremonti – un antiglobalismo che vorrebbe solo servi e non concorrenti &#8211; che va a braccetto con le posizioni identitarie e neorazziste di Alemanno). E allora, in questa voglia d&#8217;Ordine, Nembo può tranquillamente, senza colpo ferire, senza soluzione di continuità, trapassare in Nembo Kid, un supereroe che ci fa sognare tempi nuovi e cieli nuovi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/08/nembo-kid-e-la-cartoonizzazione-della-storia/">Nembo (Kid) e la cartoonizzazione della Storia</a></p>
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		<title>Ai miei amici patrioti che sono stati messi in carcere</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 09:50:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Maria Ripellino</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/primavera-di-praga.jpg"></a></p>
<p>[ Si pubblica l'eccezionale testimonianza di Ripellino sull'invasione della Cecoslovacchia, apparsa nel servizio <em>Dietro il muro di Praga</em> («L'Espresso», XIV, 35 - 1° settembre 1968), adesso raccolta  nel volume <em><a href="http://www.lelettere.it/site/e_Product.asp?IdCategoria=&#038;TS02_ID=1341">L'ora di Praga. Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell'Europa dell'Est (1963-1973).</a></em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/ai-miei-amici-patrioti-che-sono-stati-messi-in-carcere/">Ai miei amici patrioti che sono stati messi in carcere</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Maria Ripellino</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/primavera-di-praga.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/primavera-di-praga.jpg" alt="" title="primavera-di-praga" width="500" height="375" class="alignnone size-full wp-image-7453" /></a></p>
<p><small>[ Si pubblica l'eccezionale testimonianza di Ripellino sull'invasione della Cecoslovacchia, apparsa nel servizio <em>Dietro il muro di Praga</em> («L'Espresso», XIV, 35 - 1° settembre 1968), adesso raccolta  nel volume <em><a href="http://www.lelettere.it/site/e_Product.asp?IdCategoria=&#038;TS02_ID=1341">L'ora di Praga. Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell'Europa dell'Est (1963-1973).</a></em> A cura di Antonio Pane, Le Lettere, Firenze 2008. ] </small></p>
<p>Sono tornato da Praga con disperazione e con rabbia. Dopo aver vissuto per due mesi le speranze e le apprensioni di un popolo, alla cui cultura ho dedicato gran parte della mia esistenza. Tanto più amaro è il mio ritorno in quanto questo magnifico popolo è stato offeso e schiacciato dall&#8217;esercito di un altro paese, della cui letteratura io sono da lunghi anni testimonio ed amico in scritti e lezioni. È tempo di liberarsi ormai di tutte le illusioni e di tutti gli inganni nei riguardi della Russia. È chiaro che la presente avventura sovietica, coperta del solito leucoplasto ideologico, con le sue brutalità e i suoi colpi di teatro, questo miscuglio asiatico di truculenze e di falsi e di minacce e di beffe e di abbracci e di parolone, si inquadra logicamente nella cornice secolare della storia russa, come se nulla fosse cambiato dalla sanguinaria e crudele epoca di Ivan il Terribile e come se i cecoslovacchi fossero i tartari della città di Kazan&#8217;, da lui conquistata.<br />
Del resto sia pure così: Kazan&#8217;, dicono le cronache del Cinquecento, era una marmitta dentro cui il popolo ribolliva come acqua.<span id="more-7446"></span><br />
Ho trascorso dunque questi due mesi nel Castello degli Scrittori vicino Praga, in continuo contatto coi redattori di <em>Literární Listy</em>, e devo dire che, nonostante l&#8217;ottimismo di alcuni corrispondenti occidentali, le brevi schiarite non hanno mai dissipato dagli animi cecoslovacchi la pesante inquietudine, specie dopo il prolisso ed ambiguo documento di Bratislava. Un orecchio attento coglieva nel tono vagamente rassicurante dei discorsi di Svoboda, Dubček, Smrkovský reticenze e circonlocuzioni pervase di angoscia. Ci si aspettava da un giorno all&#8217;altro l&#8217;invasione, e lo scetticismo non si offuscò nemmeno quando fu annunziato dalla stampa che le truppe straniere venute per le manovre se ne erano andate definitivamente. Ci pareva, la notte, riuniti nella sala da pranzo del Castello, di udire un infausto rotolìo di carri armati nel silenzio sulla provinciale che lo costeggia. Specie dopo il 18, quando si sparse la voce che i cosiddetti ‘alleati&#8217; preparavano nuove manovre in territorio cecoslovacco, eravamo certi che una notte ci avrebbe svegliati una nera realtà senza scampo.<br />
E infatti così è avvenuto: nella notte tra il 20 e il 21, appena si seppe che lo straniero avanzava con tutta la sua mostruosa ferraglia e calava dal cielo sull&#8217;aeroporto praghese, gli amici mi convinsero a partire in fretta, prima che fosse troppo tardi, e a dirigermi per strade marginali e poco battute verso il valico di Rozvadov, che porta a Norimberga. Mi dissero: vattene subito, è meglio per tutti noi, potrai meglio aiutarci di fuori che restando qui, in gabbia.<br />
Sembra di fare del pathos, ma il congedo dagli scrittori che erano allora al Castello in subbuglio, pieni di astio per la tracotanza dei falsi ‘alleati&#8217;[<em>,</em>] è stato infinitamente triste, e indimenticabile. In soli trent&#8217;anni la seconda occupazione, con lo stesso fragore di carri pesanti e la stessa tecnica che russi e tedeschi si trasmettono in una gara di emulazione, e questa volta in nome di una ‘fratellanza&#8217;, su cui è ormai posta dai cecoslovacchi una croce. Fratelli: ho finito per odiare questa parola. Correndo in macchina tra le fitte spalliere di boschi della Boemia occidentale, ripensavo alle lunghe, estenuanti discussioni al Castello, durante le quali cercavamo di spiegarci l&#8217;insania sovietica; ripensavo agli intellettuali a me cari, che avrebbero ora subìto nuove persecuzioni; ripensavo alla solitudine di questo popolo nel cuore dell&#8217;Europa, spezzata in due da una lacerazione irrimediabile. Mi tornava in mente un passo di Jan Procházka nel libro <em>Politica per ognuno</em>, uscito da poco: «Ci dicono che stiamo turbando i rapporti con l&#8217;Unione Sovietica e le altre nazioni socialiste, come se contraddicesse il socialismo il fatto che non vogliamo esser sudditi di alcun padrone né padroni di alcun suddito, ma libera terra tra popoli uguali in un mondo giusto. Solo reggendoci sulle nostre gambe, diritti e liberi, possiamo esser buoni amici di amici buoni e disinteressati alleati di alleati disinteressati».<br />
Ma a che è servita questa ininterrotta sequela di assicurazioni, di formule cerimoniali, di asserzioni di fede, di ammansimenti? Tutta questa strategia di cautele e di attese e di reiterate profferte di amicizia? Aveva avuto ragione il caricaturista di <em>Literární Listy</em> a raffigurare, in un disegno non pubblicato, Brežnev come un rapace Nembo Kid, che si avventa su Praga. Con la ripresa degli attacchi sui giornali della Santa Alleanza marxista si erano accresciute la diffidenza e l&#8217;inquietudine. Il giorno prima dell&#8217;invasione correvano oscure notizie sui movimenti degli aggressori ai confini e sul fatto che Dubček era stato convocato d&#8217;urgenza da Brežnev e che gli alleati tornavano a esigere che il governo cecoslovacco imbavagliasse la stampa e la televisione, spauracchi dei miopi gerarchi, persuasi che l&#8217;umanità debba essere una torpida accolta di servi. È ricominciata, affermavano gli amici, la politica dello spianatoio e del ferro da stiro che livella tutto, risparmiando magari gli anticomunisti, per dissolvere i comunisti dissidenti.<br />
Ciò nonostante, e con l&#8217;ansia di far presto, mi ero ingegnato di avere un incontro col capo del governo Černík, e questi mi aveva promesso di concedermi un&#8217;intervista per <em>L&#8217;Espresso</em>. E una vaga promessa avevo ottenuto anche dal segretario di Dubček per un colloquio, se Dubček, dopo la partenza di Ceauşescu da Praga, avesse avuto un momento di calma. A Černík il suo consigliere culturale, uno studioso mio amico, aveva trasmesso le quattro domande che qui riporto, come testimonianza di un&#8217;intervista mancata:<br />
1. Ho ascoltato alla tv alcuni suoi discorsi, signor Primo Ministro, e ne ho ammirato la tagliente freddezza e il tono concreto. Eppure molti documenti cecoslovacchi di questi mesi peccano di vuota fraseologia. Non le sembra, signor Primo Ministro, che uno dei principali problemi della nuova società cecoslovacca sia quello di liberarsi dalle vuote frasi roboanti?<br />
2. Gli ultimi avvenimenti hanno rimesso in luce le connessioni europee della Cecoslovacchia. Qual è la sua opinione, signor Primo Ministro, sul problema Cecoslovacchia-Europa?<br />
3. Dallo scorso gennaio il socialismo cecoslovacco sembra riprendere i temi masarykiani dell&#8217;umanità e della tolleranza. Vede lei, signor Primo Ministro, un nesso tra la dottrina di Masaryk e il nuovo corso?<br />
4. Durante la prima Repubblica i rapporti culturali tra Cecoslovacchia e Francia furono più intensi che tra Cecoslovacchia e Italia, soprattutto a causa del fatto che nel nostro paese regnava il fascismo. Pensa, signor Primo Ministro, che la rinnovata Repubblica, nel clima di libertà, cercherà un avvicinamento più stretto con la  Repubblica italiana?<br />
Come sembra ozioso tutto questo dinanzi al precipitare delle circostanze. Del resto tutti sentivamo nell&#8217;aria che le cose stavano precipitando. Tra i ‘misteri&#8217; della città d&#8217;oro c&#8217;è anche questo: che le notizie e gli indizi vi si diffondono magicamente, in un attimo. Si sussurrava che i russi, aizzati da Ulbricht e da Gomułka avrebbero fatto di tutto per ostacolare il congresso straordinario del partito. Ci  si lamentava che Dubček, troppo fiducioso, non curasse di più la sua incolumità personale: quando si recò a Čierna, gli fu chiesto da redattori della tv di farsi proteggere, date le tradizioni sovietiche, ma egli rispose che gli sembrava superfluo, era pronto a tutto. E come lui il popolo, quasi per scaramanzia, voleva evitare ogni misura precauzionale. D&#8217;altronde la coscienza del pericolo non è mai così assoluta, da cancellare del tutto la speranza di salvezza.<br />
Ora lo sdegno verso i russi (gli altri occupanti sono considerati cani al guinzaglio) avrà toccato le stelle. Ma già negli ultimi giorni della mia permanenza in Cecoslovacchia si veniva mutando in sordo astio l&#8217;indignazione del popolo, sospeso nel vuoto dopo il documento di Bratislava ed esposto, come su un calvario, a salve di calunnie e menzogne. E l&#8217;indignazione è macchina di saldezza per questo popolo, un tempo considerato un&#8217;accolta di piccoli uomini birrosi e tranquilli, da Biedermeier, di figurette da racconti di Čapek, e oggi interprete di un dramma eroico che desta lo stupore del mondo e maestro nella tecnica della pazienza e della difesa non violenta. Un popolo che gli aggressori tenteranno di sfaldare, giuocando sui vecchi rancori di famiglia tra cechi e slovacchi, rancori che tuttavia si sono assopiti d&#8217;incanto nell&#8217;ora della minaccia.<br />
Ricordo alcune conversazioni del giorno 20, le ultime. Un amico scrittore paragona il comunismo sovietico a una cipolla: «L&#8217;abbiamo sfogliata per vent&#8217;anni, nonostante il cattivo odore e fingendo che fosse un aroma paradisiaco, nella speranza di giungere un giorno al bulbo, poiché sotto le apparenze negative volevamo toccare la sostanza. E alla fine, con le lacrime agli occhi, ci accorgiamo che anche il bulbo è rozzo e disgustoso». Un romanziere asserisce: «Non tarderanno a lungo, vedrai. Gli ultimi articoli nei loro giornali sono trombe di guerra. Del resto il meccanismo della dittatura totalitaria non ha altra via d&#8217;uscita. Un regime-laboratorio che estingue l&#8217;intelligenza, riducendo l&#8217;uomo a un numero obbediente, come nel romanzo utopistico <em>Noi</em> di Zamjatin, non può consentire che un piccolo popolo, pur restando fedele al socialismo, deragli dai dogmi e dagli schemi di pietra. E, presumendo di essere l&#8217;eletto, manipola la verità a suo piacimento e offende ogni diritto e vuol essere per di più riconosciuto protettore e fratello. Che differenza c&#8217;è tra Brežnev e Hitler? Ti dirò di più: Hitler ha appreso la tecnica da loro, dai sovietici, i quali furono i primi ad aprire i lager e a far professione di intolleranza».<br />
Un poeta mi espone nervosamente una sua forse assurda teoria: «Non mi garba», dice, «questo andirivieni dei capi di paese in paese; questa continua locomozione non promette nulla di buono. Finiranno col prendersi noi e la Jugoslavia e la Romania, giungendo sino ai confini albanesi. Risolveranno tutto in una volta. E sarà la loro fine». Un altro scrittore mi cita un passo profetico d&#8217;un giornalista ceco del secolo scorso, Hubert Gordon Schauer, il quale, chiedendosi che cosa sarebbe avvenuto se l&#8217;impero austriaco si fosse frantumato e se i tedeschi avessero minacciato la Boemia, scrisse nel 1886 le parole seguenti: «Molti dicono che ci salverebbe la Russia. Ma la Russia è davvero uno Stato amico, sono i russi davvero nostri fratelli, disposti a difenderci ad ogni costo? E se invece ci sacrificassero al germanesimo, se ci barattassero con assoluta freddezza in cambio della Galizia o dei Balcani? E se, per un curioso corso della sorte, fossimo loro assegnati e, come fanno ora coi polacchi, ci russificassero o, come coi bulgari, ci privassero dell&#8217;autonomia politica? So che vi sono alcuni, i quali gioiscono a questo pensiero, ma altri che rifuggono dalla russificazione così come dal germanismo, e per i quali il giogo fraterno è altrettanto sgradevole e forse anche più ripugnante di quello straniero. Vi sono uomini i quali, se si presentasse il dilemma: tedeschizzarsi o russificarsi, rifletterebbero con sangue freddo da qual parte verrebbe maggior giovamento culturale&#8230;».<br />
Il problema è certo cambiato e, dopo l&#8217;invasione sovietica, si pone in termini nuovi: né con gli uni né con gli altri. Ecco perché dall&#8217;inizio delle manovre e ancor più negli ultimi giorni i cecoslovacchi, con risoluzioni e dibattiti, insistono sulla totale neutralità del paese. Fatto è che per almeno cento anni il ricordo dei russi (per non parlare dei bulgari e dei polacchi) sarà equivalente a quello dei nazisti, e la stella rossa uguale alla croce uncinata: l&#8217;inconsulta goffaggine dell&#8217;impero sovietico, che si regge sui cingoli e sui cannoni, fingendo di essere eternamente insidiato da eterne controrivoluzioni, ha messo in forse l&#8217;esistenza stessa del comunismo in un paese che poteva diventare il modello di una moderna società comunista. A meno che non si debba concludere che democrazia e comunismo siano inconciliabili.<br />
Ma, in questo duello tra Davide e Golia, la corazzata ottusità dei sovietici si è scontrata con l&#8217;inerme tenacia di un popolo che sa essere saldo e compatto come un muro di piombo, uno dei più caparbi popoli della terra, che non tornerà indietro in nessun caso. C&#8217;è da augurarsi che il Golem sovietico dai piedi ferrati abbia il buon senso di ritirarsi e che non perda del tutto la ragione. Se lo straniero dovesse restare nel territorio cecoslovacco, si troverà come nel deserto: la capacità di sabotaggio e di difesa passiva della nazione cecoslovacca è infinita.<br />
Siamo agli inizi di una nuova resistenza: scioperi, ostentato disprezzo per gli occupanti, caccia spietata ai collaborazionisti, proliferazione di libere trasmittenti. Una resistenza che si vale delle risorse dei tempi dell&#8217;Austria e del periodo del protettorato nazista e si arricchisce di nuovi trucchi e di strabilianti invenzioni, come il colloquio coi carristi stranieri, per insinuare nei loro animi il dubbio, la distruzione di sigle, targhe, numeri e nomi di strade e cartelli, la segnalazione delle auto degli agenti segreti, e riesce talvolta, con una tecnica collaudata nei giorni del nazismo, persino ad avvisare coloro che stanno per essere arrestati. Nella sua <em>Idea di uno Stato austriaco</em> lo storico ceco Palacký (1865) affermò: «Siamo stati prima dell&#8217;Austria, saremo ancora dopo di essa». Potremmo sostituire alla parola ‘Austria&#8217; la parola ‘Unione Sovietica&#8217;.<br />
E tutta la fede nella durata e nella rinascita di questo paese, che non vuol vivere, come diceva Masaryk, «sul conto degli altri, dell&#8217;altrui coscienza», non attenua l&#8217;angoscia per una situazione che, se durasse troppi anni, farebbe della Cecoslovacchia una muta ombra, uno stagno insidioso ma spento, riducendo la sua vita a parvenza di vita, tarpando i suoi impulsi e immiserendo ancor più la sua economia già immiserita da vent&#8217;anni di disastri. Senza pensare ai massacri che deriverebbero da eventuali scoppi di disperata rivolta. Ascoltando ora ogni sera la meravigliosa catena di stazioni cecoslovacche che oppongono la voce della libertà a quella nauseante delle stazioni ‘collaborazioniste&#8217; e ‘piratiche&#8217;, ripenso agli amici[<em>,</em>] alle loro parole: «Tu tornerai in Occidente, ma noi&#8230; chissà che cosa ci aspetta». Vorrei nominarli ad uno ad uno, tutti coloro vicino ai quali ho trascorso i mesi più caldi della loro rivoluzione, giornalisti e scrittori, quelli che già lavorano nel sottosuolo e organizzano la lotta clandestina e quelli che sono stati rapiti con metodi da Gestapo. Vorrei rassicurarli del nostro affetto e della nostra ammirazione, dir loro: voi siete la coscienza del mondo. Ma so che le parole, guaste e caricate da troppi abusi, non valgono più nulla.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/ai-miei-amici-patrioti-che-sono-stati-messi-in-carcere/">Ai miei amici patrioti che sono stati messi in carcere</a></p>
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		<title>I limiti dell&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 08:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>A</strong><br />
Definire i contorni delle parole è diventato un compito difficile, soprattutto da quando le specializzazioni e i gerghi hanno invaso ogni campo, confondendo le frontiere delle arti e in particolare dell’arte letteraria. Parole come «contaminazione», «riscrittura», «riuso», «intertestualità» hanno fatto il giro del mondo in bocca a critici raffinati, precipitando poi nei manuali, per diventare, infine, luoghi comuni nelle tesi degli studenti più scaltri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/i-limiti-dellarte/">I limiti dell&#8217;arte</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>A</strong><br />
Definire i contorni delle parole è diventato un compito difficile, soprattutto da quando le specializzazioni e i gerghi hanno invaso ogni campo, confondendo le frontiere delle arti e in particolare dell’arte letteraria. Parole come «contaminazione», «riscrittura», «riuso», «intertestualità» hanno fatto il giro del mondo in bocca a critici raffinati, precipitando poi nei manuali, per diventare, infine, luoghi comuni nelle tesi degli studenti più scaltri. Danilo Kis diceva che la letteratura dovrebbe essere «l’ultimo bastione del buon senso». Che cos’è, si chiedeva, un sonetto d’amore se non «un isolotto sul quale possiamo posare il piede» in mezzo alla palude dei gerghi?<span id="more-6366"></span> </p>
<p><strong>B</strong><br />
Una parola a cui tengo è la parola «atelier». Significa «bottega» o «officina» ed è tanto antica quanto l’arte. Forse per questa ragione è così piena di mistero e allo stesso tempo suona alle nostre orecchie di mercanti del XXI secolo un po’ démodé. Questa parola ci ricorda che l’opera è il prodotto di una <em>τεχνη</em>, di un saper fare. La storia di un’arte è la storia di un sapere, di una «messa in opera» su una materia definita. Ora, il sapere implica un potere, e questo potere è il concentrato di due forze: del «talento», altra parola un po’ démodé, di colui che si è messo all’opera e del suo sforzo di superare la resistenza della materia. Il poeta non è qualcuno che ricerca, ma piuttosto qualcuno che inventa, nel senso che i latini davano alla parola «invenzione», cioè quello di «scoperta»: egli scopre in atto un aspetto ignoto di ciò che «in potentia» appartiene alla «natura umana».<br />
La litania della «poesia di ricerca» che in Italia non ha mai smesso di suonare come una campana a morto nei confronti della poesia cosiddetta «tradizionale», io non riesco ad ascoltarla. Non ho mai personalmente compreso questa nozione. Non mi appartiene. Per me non c’è una distinzione tra poesia «tradizionale» e «poesia di ricerca». La «poesia di ricerca» è quella che cerca alleanze fuori dalla pagina, mentre quella «tradizionale» è serva dei suoi ristretti confini? La «poesia di ricerca» è quella che confonde le frontiere delle arti, mentre quella «tradizionale» solfeggia su un solo monotono pentagramma? Cavalcanti è meno sperimentale di Amelia Rosselli? Sanguineti è più sperimentale di Guido Gozzano? Si tratta di una nozione ideologica, che ha una sua storia e una sua giustificazione storico-critica, ma che è stata ed è – oggi ancor più che negli anni sessanta e settanta del secolo scorso – un’arma spuntata. La sua vicenda è analoga a quella della nozione di «scrittura». Quando qualcuno mi chiede: «Come va? La scrittura procede?», «Come la mettiamo con la scrittura?», mi spunta un eczema. Le persone che mi pongono le domande sono innocenti. Tuttavia, la parola che pronunciano non lo è – così come ben sapeva colui che coniò alla fine degli anni cinquanta la parola «écriture». Ormai la nozione di «écriture» di Barthes non ha più corso. Quello che è rimasto, grazie alle nefaste ricezioni della nozione di <em>écriture</em> non di Barthes, ma di Derrida, è una parola passe-partout, che ha soppiantato la distinzione tra i diversi generi, tra le diverse arti. Poesia, romanzo, novella, saggio: tutto è scrittura. Non si scrive qualcosa. Si scrive e basta. Ci si mette a scrivere. Tanto che, come ha detto Lakis Proguidis, direttore della rivista francese «L’Atelier du roman», scrivere ha smesso di essere «un verbo transitivo». Perché me la prendo tanto? Perché questa parola duttile, senza spigoli, usata fino all’insignificanza, è il peggior nemico dell’opera, in quanto sfida umana e formale al caos dell’uomo e delle forme. Riduce l’opera a occupazione, a pura attività, a spreco di forze. L’affranca dalle responsabilità che la legano alla storia dell’arte nella quale vuole inscriversi. Liberandosi dalle catene della sua storia specifica, che cosa diventa un’arte? Nel migliore dei casi un best seller, nei peggiori grafomania: in entrambi i casi ci troviamo fuori dalla storia di quell’arte e quindi impossibilitati a giudicare. Ciò che misura la qualità estetica di un’opera è quello che Jean Clair, il grande critico d’arte, ha chiamato una volta il suo «coefficiente d’attrito». Aggiungerei che tale coefficiente, oltre che per la materia, vale anche nei confronti del tempo storico: più un’opera appartiene al suo tempo, ovvero non è in grado di superare le resistenze del momento in cui è prodotta, più il suo valore è infimo. In fondo, qui non faccio che ripetere ciò che Baudelaire ha affermato cento cinquant’anni fa, e cioè che la modernità, con tutto il suo senso del transitorio e dell’irripetibile, non è che «la metà dell’arte», essendo l’altra metà «l’eterno e immutabile». Per lui solo quest’ultima metà può permettere all’arte moderna di aspirare alla dignità delle arti antiche. Il presente dell’arte non si oppone al suo passato, ma vi è incastonato come un diamante che fa risplendere della sua luce fuggevole tutta la sua storia. D’altra parte, per quale bizzarro masochismo molta arte e molta poesia del presente aspirano voluttuosamente a farsi divorare da Cronos, invece di rispettare il loro compito antico di divincolarsi dalla sua presa mortale? Con buona pace di tutte le avanguardie di questo mondo, lo ignoro.<br />
La critica è un atto di umiltà nei confronti di qualcosa che ha un «coefficiente d’attrito» enormemente superiore a quello che ogni sua lettura può mettere in campo. <em>Nihil interpretandum sine admiratio.</em> Questo atto di umiltà è l’unica forma di «militanza» critica e politica che mi sento di condividere.<br />
Ciò non significa che l’opposizione tra <em>Homo politicus</em> e <em>Homo poeticus</em> non possa essere superata. Chi è vissuto, anche per un breve periodo, nel XX secolo, ha conosciuto direttamente o indirettamente il controllo che il potere politico ha esercitato sull’individuo. Bisogna tuttavia constatare che se il secolo dei totalitarismi, come gli storici hanno spesso definito il secolo passato, è finito, il margine di manovra dell’individuo non ha finito di restringersi. La forza che ha permesso di sequestrare la vita degli individui – il loro corpo come il loro pensiero – non è scomparsa con il XX secolo, ma, al contrario, è sempre in auge. Concepisce, oggi più di ieri, il mondo come un laboratorio e l’uomo come un esperimento. Ciò che è in atto è un’animalizzazione artificiale della natura umana. Attraverso tecnologie sempre più sofisticate essa erode il pudore, il senso della vergogna, la responsabilità, il senso del tempo, la dimensione privata dell’uomo per lasciargli un solo grande desiderio: quello di ritornare alla violenza di <em>Homo sapiens</em><em>.</em> Con le parole di Friedrich Dürrenmatt: «L’uomo moderno è caduto vittima della barbarie della sua civiltà».<br />
Mi chiedo: che cosa significa oggi cercare di difendere l’essere umano in quanto <em>Homo politicus</em> e allo stesso tempo <em>Homo poeticus</em>? Tutti ricorderanno gli atteggiamenti di alcuni grandi scrittori del XX secolo. Kafka, nei suoi <em>Diarii</em>, annota: «2 agosto 1914. La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. – Nel pomeriggio scuola di nuoto». Joyce, uno dei <em>maîtres à penser</em> di tutti gli impegnati sperimentatori di questo mondo, il giorno in cui scoppia la seconda guerra mondiale si infuria con un amico perché l’evento gli avrebbe procurato un mucchio di noie con l’editore in vista della pubblicazione della sua opera: per lui,  <em>Finnegans Wake</em> (1939, Faber &#038; Faber, London) era molto più importante della guerra. Nabokov, che aveva una grande esperienza del mondo e poteva fare qualcosa di importante per la politica del suo paese di origine, la Russia, si è sempre vantato di non aver alcun interesse per la cosa pubblica. Nulla, affermava, lo annoiava tanto quanto i romanzi politici, a chiave, e la letteratura a sfondo sociale (come dargli torto!). Pur non potendo condividere il disinteresse di questi grandi maestri, li comprendo. Una possibile risposta alle mie ansie l’ho trovata rileggendo alcuni saggi di Cornelius Castoriadis, un grande filosofo di origine greca, esule a Parigi dagli anni settanta e morto nel 1997. Quando abitavo a Parigi, qualche volta andavo ad ascoltare le sue conferenze. Il loro denominatore comune era l’arte, la funzione cosmica dell’opera d’arte, nel senso greco di figlia di «Cosmos». Cosmo, da Omero a Aristotele, vuol dire un mondo in cui le parti si tengono reciprocamente insieme: un ordine precario fatto di elementi eterogenei sospesi nel «Caos». «Cosmos» significa l’emergere della forma di fronte alla presenza incessante, e quasi sempre vittoriosa, del Caos. Che cos’è che ci fa emergere dal Caos? L’immaginazione, risponde Castoriadis. Ogni creazione nasce dall’immaginazione, che ha tuttavia le sue radici nel Caos, come se il Caos attendesse una volontà immaginativa capace di trasformarlo in Cosmo. Quanto alle società, questa volontà si chiama «politica»: quando l’uomo immagina e instaura il Cosmo, afferma Castoriadis, egli compie l’atto fondatore della politica e allo stesso tempo l’atto che lo autorizza a considerarsi come un creatore. L’opera d’arte, in questo senso, non giunge in una società dopo che questa si è costituita. Essa partecipa alla sua costituzione: <em>Homo poeticus  è Homo politicus</em>. Con una differenza. Mentre l’atto politico è assorbito dall’azione e dall’agitazione intorno alle leggi da applicare, l’opera d’arte ha la funzione di richiamarci permanentemente all’atto della creazione: ripete su scala ridotta l’emergere del Cosmo dal Caos; rappresenta perciò il solo osservatorio dal quale noi, con tutte le nostre realizzazioni, possiamo scorgere dove presto o tardi andremo a finire. Certo, non da tutte le opere d’arte ci possiamo affacciare sul Caos. Secondo Castoriadis, le opere d’arte autentiche testimoniano con la loro sola presenza il fatto che ogni creazione rifiuta il Caos, ma accettano allo stesso tempo la sua paternità. Provare piacere per un’opera d’arte è perciò ammirare la sua forma, presentendone in filigrana la sua origine e fine, il Caos.      </p>
<p><strong>C</strong><br />
Nel corso degli ultimi decenni la parola «opera» è stata sostituita da altre, come «testo», «scrittura». A una certa altezza degli anni ottanta del secolo scorso il mondo era diventato un «logogrifo», un grande Testo. Non c’era via di scampo. Un vero fiasco per tutti i materialismi e i realismi d’Occidente! Nel frattempo le cose non sono molto migliorate. Grazie alla testualizzazione del mondo, l’opera d’arte è stata talmente spogliata del suo potere che oggi <em>i cacciatori di testi</em> divorano le loro prede in un angolo di deserto. La parola «opera» incute ancora uno strano timore. O forse, più semplicemente, non è merce di scambio alla borsa dei titoli universitari. Ho una mia idea a questo proposito. Anzi l’idea è di Schopenhauer, io la ripeto con alcune variazioni. Il filosofo tedesco distingueva le «opere» dagli «atti». Per lui le opere non erano puri avvenimenti, «atti» che dipendevano dalla concomitante azione del caso, della Storia, della politica o di altre cause oscure, bensì il frutto cosciente di un’attività deliberata su determinati materiali.  Da troppo tempo ormai il <em>voler fare</em> dell’artista ha preso il posto del <em>poter fare</em>, per cui oggi la cosiddetta arte contemporanea, al culmine delle sue pretese romantiche si è completamente dimenticata del mestiere e dello sforzo che è necessario per superare le resistenze della materia. Ecco un’altra cosa che ho dovuto imparare con fatica: la disaffezione dell’arte, della poesia, rispetto al loro habitus artigianale è una grandiosa mistificazione che ha impoverito il mondo.<br />
Da questa povertà si può rinascere, a patto che si ricominci dai rudimenti di ogni singola arte. A patto che la <em>libido</em> della scrittura non prenda il posto del piacere per l’opera. A patto che si abbia l’umiltà di riconoscere i limiti di ogni arte.	</p>
<p>Nota<br />
Il breve testo doveva essere letto lo scorso maggio nell&#8217;ambito di una tavola rotonda organizzata durante i giorni dell&#8217;&#8221;Absolutepoetry Festival&#8221; di Monfalcone. Ma poi non c&#8217;è stato tempo.  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/i-limiti-dellarte/">I limiti dell&#8217;arte</a></p>
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		<title>Il mio piccolo mostro</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jun 2008 09:49:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/mostro.jpg'></a>di <strong>Irene Gironi Carnevale</strong></p>
<p>“E’ poco più di una formazione benigna, ma bisogna toglierla”mi dice il medico, un modo carino per spiegarmi che nel mio seno sinistro c’è un piccolo mostro pronto a espandersi e a tentare di portarmi via. Un tumore, non mi è mai piaciuto girare intorno alle cose, preferisco chiamarle con il loro nome, così le affronto meglio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/20/il-mio-piccolo-mostro/">Il mio piccolo mostro</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/mostro.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/mostro.jpg" alt="" title="mostro" width="269" height="272" class="alignnone size-medium wp-image-6192" /></a>di <strong>Irene Gironi Carnevale</strong></p>
<p>“E’ poco più di una formazione benigna, ma bisogna toglierla”mi dice il medico, un modo carino per spiegarmi che nel mio seno sinistro c’è un piccolo mostro pronto a espandersi e a tentare di portarmi via. Un tumore, non mi è mai piaciuto girare intorno alle cose, preferisco chiamarle con il loro nome, così le affronto meglio. Mentre cerco di capire cosa provo, il pensiero va a mia madre. Da lei ho ereditato gli occhi verdi, le gambe lunghe, il carattere impulsivo e passionale e la familiarità al tumore al seno. <span id="more-6191"></span>Se ne è andata anni fa, fortunatamente e inspiegabilmente senza soffrire per lo stadio a cui era arrivato il male. Si può dire che non se ne sia neanche accorta, almeno per lei la morte è stata dolce. Ma forse perché i suoi mali erano altri: una vita difficile, la depressione, la solitudine. In questo momento, mentre cerco di analizzare il mio stato d’animo, mi rendo conto che indirettamente è lei che mi ha salvato la vita, lei con la sua malattia mi ha costretta a stare all’erta, a fare i controlli per tempo, a non avere paura di farmi strizzare le tette da una macchina per farmi dire come stavo. Forse il cordone ombelicale che ci lega a nostra madre, va oltre il taglio della nascita, oltre gli strappi della vita, anche quelli credi definitivi, quando sbatti la porta senza voltarti indietro per conquistare una nuova libertà. Forse è un ideale passaggio di testimone da donna a donna, un senso di solidarietà istintiva che va oltre i legami di sangue, ma è insito nel nostro essere donne e basta.<br />
Nel corridoio dell’ospedale, da sola come sempre nella mia vita per le cose che riguardano solo me stessa, in attesa del chirurgo che mi spiegherà l’intervento, mi rendo conto di essere serena, tranquilla esattamente come se mi avessero detto che non ho nulla. Sono stupita dalla mia reazione. Io sono quella che si batte senza risparmio per le cause che sposa con passione, che ha imparato ad alzare la voce per dar voce a chi non ce l’ha, che cerca sempre una risposta, una spiegazione e un percorso logico o istintivo da portare a compimento. E anche quella che nella forza apparente nasconde fragilità insospettate e buchi neri di angoscia vissuti come un animale nella sua tana, lontana dal mondo. E invece adesso niente, neanche un piccolo sussulto dello stomaco, un battito accelerato.<br />
Il chirurgo mi spiega  l’intervento, mi dice che con l’operazione e un po’ di radio terapia tutto dovrebbe risolversi, mi fissa la camera operatoria per il 1 luglio, mi lascia i numeri di telefono. Ci salutiamo, esco dall’ospedale, cerco un taxi, torno a casa. Continuo a sentirmi tranquilla, so che affronterò anche questa battaglia come tutte le altre della mia vita e la vincerò, non ho dubbi. Non mi sono mai tirata indietro davanti a niente, a niente di importante. Magari ho paura dei film horror o degli scarafaggi, ma le grandi sfide non mi hanno mai piegata. Sono lucida, ho davanti la mia vita, i miei figli, gli amici, i ricordi. Mentre scorrono le immagini nella mia mente, mentre ripenso a volti, voci, odori, sensazioni, suoni,  ogni cosa la sento parte integrante di me, del mio essere e del mio percorso. Mi viene in mente la celebre battuta di Blade Runner, uno dei miei film preferiti:” Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…”. Sì, ne ho viste di cose, ma non diventeranno “lacrime nella pioggia”, non ancora. Mi aspettano altri giorni e altre notti, pensieri, risate, incazzature, posti meravigliosi, tutto quello che c’è nella vita, nella mia vita. Mia madre mi ha passato il testimone che io desidero passare a tutte le donne, un testimone di forza, coraggio e determinazione. Puoi continuare a sentirti normale, a mangiare, dormire, sognare, ridere anche con il mostro dentro di te, quando sai che c’è e puoi combatterlo. Non voglio più sentire una donna dire, come purtroppo accade spesso:&#8221; Non mi controllo, sai, perchè non ho mai tempo e poi in fondo preferisco non sapere niente&#8221;. La paura che hai e nemmeno ammetti, è la peggiore delle figlie dell&#8217;ignoranza, la paura ti paralizza, si impadronisce di te e ti distrugge più del male. L&#8217;unica paura che bisogna avere è quella di accorgersi soltanto quando è ormai troppo tardi. E questo mi sembra un concetto applicabile a molte cose, non solo alla malattia. Vorrei che noi tutti, uomini e donne in generale, non preferissimo più di non sapere niente, non facessimo più finta sempre di niente per non vedere, sentire e parlare dei mostri grandi e piccoli fuori e dentro di noi. Ma imparassimo ad affrontarli come si affronta un cancro: occhi aperti,  niente paura, e si va avanti. Piccolo mostro che abiti nel mio seno sinistro hai i giorni contati, non mi avrai!</p>
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		<title>Afro Tondelli, Lauro Farioli, Marino Serri, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Apr 2008 11:25:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>La primavera e l&#8217;estate del 1960 sono segnate in Italia dalle manovre autoritarie del governo Tambroni (l&#8217;operazione &#8220;Ippocampo&#8221;) e dal susseguirsi di manovre militari dei paesi della NATO. Dopo la caduta, il 24 febbraio 1960 del Governo Segni, si apre una lunga crisi, risolta col varo del governo Tambroni con il voto determinante del Movimento Sociale Italiano, partito della destra estrema e diretto erede della Repubblica Sociale Italiana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/afro-tondelli-lauro-ferioli-marino-serri-ovidio-franchi-emilio-reverberi/">Afro Tondelli, Lauro Farioli, Marino Serri, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>La primavera e l&#8217;estate del 1960 sono segnate in Italia dalle manovre autoritarie del governo Tambroni (l&#8217;operazione &#8220;Ippocampo&#8221;) e dal susseguirsi di manovre militari dei paesi della NATO. Dopo la caduta, il 24 febbraio 1960 del Governo Segni, si apre una lunga crisi, risolta col varo del governo Tambroni con il voto determinante del Movimento Sociale Italiano, partito della destra estrema e diretto erede della Repubblica Sociale Italiana. Per il 1° luglio l&#8217;MSI indice provocatoriamente un congresso a Genova, città simbolo della resistenza antifascista. La reazione popolare è immediata: a Genova è sciopero generale e durissimi scontri seguono le cariche della polizia. Nonostante il trasferimento del congresso missino, la protesta dilaga e dimostrazioni si svolgono in tutta Italia duramente attaccate dalla polizia. Una decina di dimostranti rimangono uccisi, centinaia sono feriti. Il giorno seguente la strage di Reggio Emilia uno sciopero generale blocca il paese. Ai funerali partecipano nel massimo ordine oltre 150.000 persone, mentre le forze di polizia rimangono nelle caserme. Il 19 luglio Tambroni rassegna le dimissioni e le forze neofasciste rimangono ai margini della vita politica italiana fino al 1994. Guardatevi <a href="http://web.tiscali.it/bcaracciolo/">questo</a>, e ascoltatevi <a href="http://www.youtube.com/watch?v=xJKz_jdRyg8">questo</a>.</p>
<p>Oggi abbiamo al governo del paese Mussolini, Ciarrapico, Calderoli oltre al loro ultratambroniano organizzatore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/afro-tondelli-lauro-ferioli-marino-serri-ovidio-franchi-emilio-reverberi/">Afro Tondelli, Lauro Farioli, Marino Serri, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi</a></p>
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		<title>A Milano la Moratti promuove la &#8220;pacificazione&#8221; post mortem nel sacrario militare di Sant&#8217;Ambrogio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/a-milano-la-moratti-promuove-la-pacificazione-post-mortem-nel-sacrario-militare-di-santambrogio/</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Sep 2007 09:08:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Galbiati</strong></p>
<p>In questi giorni, sui giornali, si sono trovati vari articoli relativi al lodevole desiderio della Giunta comunale di Milano di arrivare alla pacificazione delle salme dei partigiani e dei repubblichini (si dice così?) milanesi.<br />
Il 14 settembre, Giuseppina Piano scrive per <em>Repubblica</em> che la Moratti vuole chiudere le ferite del passato, come s&#8217;è fatto in Spagna, e a questo proposito propone &#8220;come «segno di riconciliazione», la traslazione di tutti i defunti milanesi, dei partigiani come dei repubblichini di Salò, insieme nel sacrario militare di piazza Sant’Ambrogio&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/a-milano-la-moratti-promuove-la-pacificazione-post-mortem-nel-sacrario-militare-di-santambrogio/">A Milano la Moratti promuove la &#8220;pacificazione&#8221; post mortem nel sacrario militare di Sant&#8217;Ambrogio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Galbiati</strong></p>
<p>In questi giorni, sui giornali, si sono trovati vari articoli relativi al lodevole desiderio della Giunta comunale di Milano di arrivare alla pacificazione delle salme dei partigiani e dei repubblichini (si dice così?) milanesi.<br />
Il 14 settembre, Giuseppina Piano scrive per <em>Repubblica</em> che la Moratti vuole chiudere le ferite del passato, come s&#8217;è fatto in Spagna, e a questo proposito propone &#8220;come «segno di riconciliazione», la traslazione di tutti i defunti milanesi, dei partigiani come dei repubblichini di Salò, insieme nel sacrario militare di piazza Sant’Ambrogio&#8221;. Per Letizia Moratti questo &#8220;sarebbe il modo per «chiudere un capitolo drammatico e doloroso che ha lasciato ferite e divisioni. La Spagna ci è riuscita, creando un luogo [fatto erigere grazie alla bontà del dittatore Francisco Franco] dove i caduti della Guerra civile sono sepolti insieme».&#8221;<br />
<span id="more-4469"></span><br />
Il 14 settembre si è deciso anche che le ceneri del comandante partigiano Giovanni Pesce, medaglia d&#8217;oro alla Resistenza, morto il 27 luglio scorso, troveranno degna sepoltura al Famedio, il cimitero Monumentale milanese. Scelta, questa, che non ha trovato tutti d&#8217;accordo, infatti al momento della votazione i tre assessori di Alleanza nazionale sono usciti dall&#8217;aula: «La sepoltura al Famedio — spiega il vicesindaco Riccardo De Corato — è un segnale eccessivo perché Pesce, a differenza di tanti altri partigiani, non è stato un uomo di riconciliazione.» (Elisabetta Soglio per il <em>Corriere della Sera</em> del 14 settembre).</p>
<p>Se da una parte gli ex-missini non approvano la decisione presa su Pesce perché la loro nota coerenza gli impone di tenere fermo il punto sul dovere della riconciliazione nazionale tra partigiani e repubblichini, pardon, repubblicani di Salò, dall&#8217;altra parte, persone di dubbia moralità e amanti della divisione e della discordia come Antonio Pizzinato, presidente lombardo dell’Anpi, si oppongono al meritorio progetto del sacrario comune: «Non si può pensare all’assurdo. Com’è possibile mettere assieme i carnefici con coloro che sono stati assassinati?» (<em>Repubblica</em>, già citata)</p>
<p>Anche D’Alema, il 17 settembre, alla Festa dell&#8217;Unità di Milano, ha dichiarato che &#8220;Non si può mettere sullo stesso piano libertà e anti-libertà. La Resistenza fu anche guerra civile, ma soprattutto fu guerra di liberazione. Il fascismo e&#8217; stato la negazione dei valori della nostra convivenza, la Resistenza ha riconquistato la libertà. E&#8217; sbagliato metterle sullo stesso piano&#8221;.<br />
Come si può notare, queste perniciose dichiarazioni trasudano la retorica tipica delle persone di sinistra, comunisti che non accettano mai gli inviti alla pace e alla riconciliazione, e si propongono solo con slogan che incitano all&#8217;odio contro i loro nemici, siano essi nostri compatrioti in camicia nera o onesti imprenditori che si dedicano alla politica per il bene della nazione.<br />
Ma ora, grazie all&#8217;azione di probi riformatori sociali come l´assessore ai Servizi funebri Stefano Pillitteri (figlio dell&#8217;ex sindaco socialista), ideatore della proposta, la cultura &#8220;sinistra&#8221; (in ogni senso) dell&#8217;odio e della divisione sarà superata perché, come dichiara lo stesso Pillitteri su <em>Repubblica</em>, «Milano può e deve essere il luogo della riconciliazione nazionale. È giunto il momento che riposino insieme quelli che combatterono dalla parte giusta e quelli che lo fecero dalla parte sbagliata».</p>
<p>I milanesi e l&#8217;Italia tutta aspettano con ansia che nel sacrario dei caduti milanesi, in piazza Sant’Ambrogio, dove oggi vi sono solo i resti di militari della Prima e della Seconda guerra mondiale, arrivino anche i quattromila partigiani sepolti al Campo della Gloria di Musocco, e i repubblichini, pardon di nuovo, repubblicani di Salò sepolti al Campo 10 di Musocco. E magari anche altri caduti, se possibile, c&#8217;è posto per tutti.</p>
<p>E&#8217; importante, che le salme di chi si faceva guerra si pacifichino, e si trovino a braccetto nello stesso sacrario, fa bene ai morti. Sembra quasi di vederli contenti, in Paradiso, i partigiani e i repubblichini (ops!), stringersi la mano, complimentarsi vicendevolmente per l&#8217;onore della causa avversaria. E san Pietro, e il buon Dio, come sorridono! Forse pensano a quanto tutto questo faccia bene a figli e nipoti dei defunti, ai milanesi tutti: la vecchia Milano da bere onorerà una nuova Milano da seppellire. E infatti i milanesi, quando potranno commemorare e piangere insieme i morti partigiani e repubblich&#8230; repubblicani, diventeranno tutti migliori, perché la pietà e la compassione portano buoni sentimenti.</p>
<p>Così tutti staremo bene. &#8220;Voremas tuc ben!&#8221;, vogliamoci tutti bene! In nome di Dio, della famiglia, dell&#8217;Italia: la patria che quei morti hanno tutti ugualmente onorato, perché tutti combattevano in nome del popolo e della libertà, è solo che alcuni hanno sbagliato parte, si sono confusi e si son messi nelle fila dei nazisti tedeschi&#8230; e per noi milanesi sarebbe pura cattiveria non volerli commemorare al pari degli altri per un banale errore in buona fede, vi pare?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/a-milano-la-moratti-promuove-la-pacificazione-post-mortem-nel-sacrario-militare-di-santambrogio/">A Milano la Moratti promuove la &#8220;pacificazione&#8221; post mortem nel sacrario militare di Sant&#8217;Ambrogio</a></p>
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		<title>I PARTIGIANI CHIAMANO</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2004 16:58:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea bajani</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[anpi]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>La maggioranza di centro-destra ha bocciato al Senato lo stanziamento di  3 milioni di euro per le celebrazioni del 60° della Resistenza e della Liberazione, e contemporaneamente votato il riconoscimento di &#8220;militare belligerante&#8221; per gli ex repubblichini di Salò. Quello che segue è l’appello dell’<a href="http://www.anpi.it">ANPI</a> ad aderire alla sottoscrizione nazionale.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/08/31/i-partigiani-chiamano/">I PARTIGIANI CHIAMANO</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La maggioranza di centro-destra ha bocciato al Senato lo stanziamento di  3 milioni di euro per le celebrazioni del 60° della Resistenza e della Liberazione, e contemporaneamente votato il riconoscimento di &#8220;militare belligerante&#8221; per gli ex repubblichini di Salò. Quello che segue è l’appello dell’<a href="http://www.anpi.it">ANPI</a> ad aderire alla sottoscrizione nazionale.</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>C&#8217;è chi vuole farla finita con la Resistenza<br />
Più forza all&#8217;ANPI, più forza alla memoria,<br />
più forza alle battaglie per la democrazia</strong></p>
<p>L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) è stata costituita nel giugno 1944, quando era ancora in corso la guerra di Liberazione dall’occupante nazista e dalla dittatura fascista.<br />
<span id="more-554"></span><br />
Ha svolto costantemente un’opera di valorizzazione e difesa degli ideali dell’antifascismo e della Resistenza trasfusi in gran parte nella Costituzione della Repubblica. Si è battuta contro ogni rischio di ritorni autoritari. Ha concorso alla formazione di una coscienza civile e di quel patriottismo costituzionale che – come sottolinea ogni giorno il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi – costituisce il più saldo cemento dell’identità e dell’unità nazionale. Identità e unità che si alimentano della tradizione del Risorgimento, della lotta di riscatto contro il nazifascismo che ha permesso all’Italia di tornare con prestigio nel contesto dei Paesi civili, dell’avvento della Repubblica e della sua Costituzione, della proiezione della democrazia italiana nell’unità dell’Europa, grande speranza degli antifascisti negli anni duri del carcere e del confino e oggi ferma garanzia di pace e di collaborazione tra i popoli.</p>
<p>L’azione dell’ANPI si è svolta e si svolge soprattutto nei confronti dei giovani e trova nella scuola, con infinite iniziative, il luogo privilegiato per la conservazione di una memoria che trae origine dalla corretta interpretazione del passato e costituisce salda indicazione per il futuro perché libertà, democrazia, rispetto della persona umana, ripulsa di ogni forma di razzismo e di discriminazione siano ideali condivisi da tutti.</p>
<p>Oggi l’ANPI è fortemente impegnata perché il 60° della guerra di Liberazione sia degnamente celebrato in tutta Italia. Finora ha dovuto far fronte con mezzi esclusivamente propri agli enormi oneri che ne derivano &#8211; non è stata ancora approvata la legge per il 60° &#8211; e per giunta si vede sostanzialmente privata anche del contributo statale che pure era stato sancito da una legge a suo tempo approvata dai due rami del Parlamento. Infatti, <strong>l’attuale maggioranza, ha ridotto di ben il 55 per cento un modesto contributo che era già stato decurtato del 10 per cento nel 2002</strong>. Questo in vigenza di una legge triennale, scaduta proprio con il 2003, quindi senza nessuna garanzia per i prossimi anni.</p>
<p>Appare difficile non ipotizzare che dietro questi fatti ci siano <strong>precisi disegni politici per farla finita una volta per sempre con la Resistenza, la memoria storica, il ricordo di pagine che a taluno possono essere indigeste</strong>.</p>
<p><strong>L’ANPI lancia una sottoscrizione nazionale</strong>, facendo appello alla sensibilità di tutti gli antifascisti, di quanti operano nelle istituzioni, nel mondo del lavoro, nell’associazionismo, perché possa continuare una battaglia che non riguarda soltanto gli uomini della Resistenza, gli ex partigiani, ma tutti i cittadini che non siano insensibili ai valori fondanti della nostra Repubblica.</p>
<p>M.O. Arrigo Boldrini &#8220;Bulow&#8221;</p>
<p><strong>La sottoscrizione potrà essere effettuata presso le sedi provinciali e comunali dell’ANPI o a mezzo c/c postale n° 36053007, intestato: Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Comitato Nazionale – Via degli Scipioni, 271 – 00192 Roma</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/08/31/i-partigiani-chiamano/">I PARTIGIANI CHIAMANO</a></p>
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		<title>25 aprile</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/04/25/25-aprile/</link>
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		<pubDate>Sat, 24 Apr 2004 23:13:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Caliceti]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Caliceti</strong></p>
<p>Fare un giro in bicicletta&#8230;. E’ un modo serio di festeggiare i nostri martiri, questo? Mah. E&#8217; come se durante una messa si cominciasse a giocare a nascondino davanti all&#8217;altare!</p>
<p>Ma questo non è un giro in bicicletta qualsiasi, Ivan.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/25/25-aprile/">25 aprile</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Caliceti</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/25apr.jpg" alt="25apr.jpg" align="left" border="0" height="244" hspace="4" vspace="2" width="168" />Fare un giro in bicicletta&#8230;. E’ un modo serio di festeggiare i nostri martiri, questo? Mah. E&#8217; come se durante una messa si cominciasse a giocare a nascondino davanti all&#8217;altare!</p>
<p>Ma questo non è un giro in bicicletta qualsiasi, Ivan. Il percorso tocca i cippi partigiani della provincia… I cicloturisti rimangono fermi un minuto ai bordi della strada…</p>
<p>Per me è solo un giro in bicicletta… A una vera manifestazione politica non c&#8217;è bisogno di distribuire medaglie e panini a tutti!<br />
<span id="more-409"></span><br />
Il fiume colorato di cicloturisti passava otto lo striscione del XXI Trofeo della Resistenza e piazza Zanti si riempiva di colori e grida che si inseguivano nell&#8217;aria primaverile. Calzoncini neri aderenti, cappellino con visiera, i cicloturisti smontavano dalle loro biciclette e prendevano d&#8217;assalto il Caffè Centrale.</p>
<p>In Italia ormai non c’è più nessuno che insegna veramente ai giovani come sono andate le cose in passato… Nessuno parla a mio nipote dei sacrifici, delle lotte, dei morti seppelliti per raggiungere la libertà e l’uguaglianza! Nè i genitori né gli insegnanti!</p>
<p>Ci sarebbe bisogno di nuovi educatori comunisti, Palmiro. Hai ragione. Gente capace di insegnare le conquiste positive dell&#8217;umanità! Invece ai ragazzi si fanno studiare i fatti e le persone peggiori. Guerre! Dittatori! Re! Regine! Bombe! Traditori! Pestilenze! Pazzi criminali come Hitler o Mussolini che hanno procurato morte e dolore a migliaia di persone!</p>
<p>I compagni pensionati erano seduti in un tavolino d&#8217;angolo della distesa del Caffè Centrale. L&#8217;altoparlante chiamava squadre e partecipanti sul palco. Vennero premiate le squadre arrivate più numerose al traguardo, quelle che venivano da più lontano. Vennero premiati i corridori più veloci, più lenti, più giovani, più anziani, i non vedenti sui tandem gialli, arrivati al traguardo con la loro guida. E per tutti c’era comunque la medaglia ricordo.</p>
<p>Terminate le premiazioni agli sportivi, iniziarono quelle ai partigiani. Poi salirono sul palco il giovane sindaco di Cavriago e un pezzo grosso dell&#8217;Anpi nazionale che cominciò a parlare di pacificazione nazionale tra antifascisti e fascisti e invitò la folla di cicloturisti a chiudere per sempre la parentesi della Resistenza e a ricomporre un&#8217;unica storia nazionale, fascismo compreso. Libero e i suoi amici protestarono.</p>
<p>CHI NON HA FATTO LA GUERRA NON SA COSA VUOL DIRE FARE LA PACE! I FASCISTI ESISTONO ANCORA!</p>
<p>E COI FASCISTI NON C’E’ NESSUNA PACIFICAZIONE DA FARE!</p>
<p>LA REVISIONE DELLA RESISTENZA E’ SOLO FANGO GETTATO SU TUTTI I PARTIGIANI!</p>
<p>STATE RIMETTENDO LA CAMICIA NERA ALL’ITALIA! VERGOGNA!</p>
<p>____________________</p>
<p>Dal romanzo <strong>Il busto di Lenin</strong>, Sironi, 2004.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/25/25-aprile/">25 aprile</a></p>
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